La stampa 3D migliora se la si tratta senza esagerazione

Da tempo c’è bisogno di una riflessione sulla vicenda delle stampanti 3D e sul trattamento mediatico a loro riservato. E un’intervista al mitico Massimo Banzi, oggi su Linkiesta, la avvia con la consueta lucidità.

Se si raccontano le stampanti 3D come se fossero le macchine della prossima rivoluzione industriale (Wired, Anderson), in questo momento, si esagera. Col rischio di farle finire per qualche tempo nel buco nero che di solito segue lo scoppio di una bolla speculativa. Ma si rischia anche di svalutare certe professionalità, finendo per tagliare le gambe a una possibile innovazione vera.

Le componenti della questione sono tre:
1. design
2. materiali
3. macchine

L’idea che sembra sottostare la questione delle stampanti 3D appare come un equivoco: qualcuno fa il design, i consumatori lo scaricano sul loro computer, lo modificano come vogliono, stampano il prodotto; la produzione non è più di massa ma viene inserita nella stessa logica che nel campo dell’informazione si attribuisce alla nuova figura dei prosumer e che si basa su una piattaforma e su client distribuiti.

Intendiamoci: questo avverrà man mano che calerà il prezzo delle stampanti 3D. Un po’ come è avvenuto per le stampanti specializzate nella fotografia. Ma, come in quel caso, non sarà necessariamente un’attività super-popolare. Per il costo dei materiali necessari a stampare, per la scarsità di tempo a disposizione da parte dei consumatori, per la difficoltà di realizzare oggetti di grande qualità, banalmente per lo spazio da occupare in casa. L’ideologia che sostiene il passaggio alla piattaforma prosumer per gli oggetti sostiene che prima o poi tutte le difficoltà tecniche verranno superate. Ma se è possibile che le stampanti calino di prezzo e dimensione, è anche probabile che il loro vero business sarà vendere l’equivalente dell’inchiostro, sottoposto a un trade off tra prezzo e qualità. L’organizzazione del mercato potrebbe insomma non essere troppo diversa da quella del mercato delle normali stampanti fotografiche.

Banzi avverte i lettori de Linkiesta contro le esagerazioni intorno alle stampanti 3D. Cita la possibilità per nulla remota di usarle per fabbricarsi in casa i pezzi di ricambio degli elettrodomestici. E naturalmente considera possibile usarle per fare le parti in plastica degli oggetti dotati di elettronica che i makers vorranno fabbricare. Ma i makers sono artigiani, sono coltivatori dell’arte di fare le cose, non necessariamente prosumer. E comunque non sono probabilmente destinati a essere ipernumerosi.

Del resto, il sapere artigiano non è ridotto alla fabbricazione. E non è neppure nel design. E’ in un apparato di conoscenze difficili da spiegare (come dice Sennett), di relazioni con la tradizione e la visione del futuro, di esperienze intorno alla qualità dei materiali, di discorsi con i colleghi e i maestri, di percorsi di ricerca pratici e culturalmente intensi. Da un certo punto di vista, sarebbe come dire che un fotografo non ha più nulla di speciale da quando ci sono le fotocamere digitali. Vediamo che non è così. Anche se il mercato della fotografia è in grande trasformazione. Alla luce dell’esperienza fatta con i contenuti – dalla musica all’informazione sull’attualità, dai film all’insegnamento e, appunto, alla fotografia – la partecipazione di molte persone alla creazione culturale è un dato di fatto, importantissimo e ricchissimo di conseguenze. Impone ai professionisti di adattarsi al nuovo potere dei consumatori e di migliorarsi: ma non ne elimina il ruolo, anzi, forse lo accentua. E dal punto di vista del design la questione non è molto diversa. I designer non dovrebbero pensare alla piattaforma delle stampanti 3D come a una tecnologia che li spiazza, rendendo il loro lavoro di poco valore per la riproducibilità digitale delle sue forme: la loro capacità è nella cultura necessaria alla creazione, mentre la riproducibilità del singolo prodotto della creazione è un fatto che ci si può aspettare si diffonda. Aumentando la cultura generale intorno alla loro professione. E i designer che spenderanno meno per fare i loro prototipi e “pretotipi” potranno migliorare non peggiorare la loro condizione professionale, dialogando con il pubblico in fase di sperimentazione delle loro idee.

Il cambiamento – come nei contenuti – è dal lato della tecnologia di produzione e distribuzione. E da questo punto di vista ci possiamo davvero aspettare una rivoluzione. Ma non riguarda le stampanti che trattano plastica. Del resto, lo stesso Economist pensa che il vero cambiamento avverrà con macchine molto più sofisticate di quelle attuali. Vale assolutamente la pena di dare ascolto a questo tipo di pensieri, perché potrebbe essere un terreno di sviluppo per nuovi prodotti sui quali anche l’industria italiana (che ha una sua competenza fortissima nell’automazione) potrebbe giocare un ruolo. In questo settore, il rischio della concentrazione in poche piattaforme è reale, ma se si prende il tema dal verso giusto, ci potrebbe essere spazio per imprese nate in Italia.

Ma c’è di più. Dal lato della produzione le vere grandi novità sono attese dalle nanotecnologie che consentono di creare materiali nuovi dotati di funzioni intelligenti e che assemblano la materia in modo “naturale”, a partire dagli atomi e dalle molecole, senza bisogno di grandi catene di montaggio, ma con grande bisogno di ricerca e scienza. Le macchine per sfruttare le proprietà scoperte dalle nanoscienze non sono stampanti da vendere al supermercato. Ma servono a creare prodotti totalmente nuovi. I cui primi segni si trovano proprio nella creazione di oggetti dotati di Arduino e fabbricati in casa, come si vuole, con o senza stampanti 3D. Dal lato della distribuzione, i nuovi centri di smistamento diffuso dei prodotti, le forme di consegna personalizzata, le piattaforme di scambio tra consumatori-collaboratori potranno essere più efficienti della consumistica acquisizione da parte di tutte le famiglie di stampanti e materiali plastici da costruzione (Evans)

L’idea del prosumer con la stampante 3D è insomma forse un po’ troppo consumistica. E per questo piace alla finanza e alla speculazione. Ma potrebbe anche essere l’ultima frontiera sulla quale l’idelogia consumista si infrange, perché questa volta ha esagerato, riqualificando invece il lavoro dei professionisti, in una pratica della coprogettazione con i consumatori e in una convergenza con la ricerca scientifica. Questa potrebbe essere un’immagine più lontana ma anche più solida della prossima rivoluzione industriale.

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  1. La foga con la quale viene trattato l’argomento sui media è un esempio consueto di cattiva divulgazione. Il solito pastiche di promesse mirabolanti e irreali. Forse gli unici che fino ad adesso si sono distinti per un tentativo serio di comunicazione sugli argomenti connessi alla astampa 3d ed al fabbing più in generale sono proprio quelli de Linkiesta, non solo con l’intervista a Banzi ma anche con una serie di articoli di Micelli ed altri che si occupano dell’argomento da un punto di vista più legato alla ricerca.
    In realtà, tutto quello che ha a che fare con le nuove forme di manifattura e progettazione distribuita soffre di una grande incertezza nelle definizioni; è una cosa comprensibile in pratiche relativamente nuove, che lascia un po’ interdetti nel momento in cui i medi tradizionali continuano ad affrontarle usando interpretazioni ormai usurate.
    Fablab, makers, design d.i.y., co-design, design open source, open hardware, mass customization, distributed manufacturing, non sono affatto la stessa cosa, e ragionarci attorno necessita un bel po’ di fatica e riflessioni.
    Allo stesso tempo, è vero che questo insieme variegato di pratiche mette sotto la luce dei riflettori un numero sorprendentemente ampio di sviluppi possibili della produzione materiale, e che quindi è necessario e urgente discuterne.
    La domandona è: quali spazi e modi è possibile trovare per una riflessione divulgativa che non sia banalizzante? Se ne discute da diverso tempo sulle liste e pagine per addetti ai lavori, ma finora non si è mai andati molto oltre i blogpost specializzati.

    ps
    l’anno scorso avevo provato a elencare alcune tipologie di approcci al fabbing qui http://www.doppiozero.com/materiali/ars/le-sette-anime-dei-makers , ma ci sarebbe molto da metterci le mani

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