Google-ViviDown. Un bel processo. Una storia che ne apre altre

Carlo Blengino scrive un bellissimo articolo sul Post in relazione al processo Google-ViviDown. La visione è grande. E riesce a spostare l’attenzione dalla tristezza di un caso nel quale un bambino è stato trattato in modo inumano al contesto più ampio nel quale il sistema del diritto di può porre nei confronti degli enormi cambiamenti in atto.

Inumani i persecutori del bambino. Inumana la logica con la quale erano scritti i termini e le condizioni dell’utilizzo della piattaforma. Inumana la pratica della vita in tribunale, nella quale si confrontano interessi, interpretazioni, tecniche retoriche e sistemi di prova. L’emozione di fronte all’inumano è forte e rischia di condurre ad azioni e reazioni legate al momento, all’istinto, al bisogno di compensare le persone sensibili con decisioni empatiche.

Ma come possiamo costruire la città del futuro se mettiamo in galera chi edifica i palazzi e le strade quando qualche criminale che vi abita compie un atto inqualificabile? Certo, anche una metafora come questa ha una durata più breve del necessario. Ma l’interpretazione del nuovo contesto nel quale dobbiamo imparare a fare giustizia non può prescindere da una sintesi visionaria che porti l’attenzione oltre il caso emozionante e accentui il ricorso alla ragione. L’energia dell’azione per la costruzione di una forma di convivenza adatta a contesto contemporaneo non si alimenta rincorrendo soluzioni adatte al passato.

Il rischio, però, è alto. Sedersi intorno all’idea che le piattaforme non siano responsabili non può e non deve significare che le persone siano deresponsabilizzate. L’intelligenza collettiva non può significare stupidità individuale. Nello stesso momento in cui ci rendiamo conto che le piattaforme non possono essere trasformate in poliziotti di se stesse, osserviamo che chi le governa ha un potere, e che con quel potere emergono nuovi livelli di responsabilità umana. Ciascun dipendente di Google può sentirsi protetto dalle leggi attuali, ma non può passare l’idea che ciascuna persona non abbia la possibilità di dare un contributo al miglioramento della convivenza.

Sono due piani distinti, ma vanno tenuti presente entrambi. Le regole d’azione sulle piattaforme sono modificabili. E su internet, si può sempre migliorare. Le metafore implicite che suggeriscono certi comportamenti vanno rese consapevoli. Se le piattaforme abilitano comportamenti inumani, qualcosa si può fare. Creare nuove piattaforme, nuovi contesti operativi, nuove metafore, nuove forme associative, nuove attività educative, nuove tecnologie abilitanti. Il rischio della legge è che si muove lentamente rispetto alle esigenze della società. L’interpretazione della legge compensa in parte quella lentezza ma non può stravolgere la legge. Ma deve cominciare a valere un codice aumentato: il codice è un concetto che allude sia alla legge che al software, in un incrocio di logiche che è contemporaneamente liberatorio e responsabilizzante: quindi la tecnica della codificazione – che genera struttura dunque lentezza perché costruisce contesti di lunga durata – va compensata con l’ampiezza della visione e con l’accelerazione della maturazione di una consapevolezza interpretativa abbastanza forte da saper reagire al feedback che ci viene dai fatti. E se il codice della legge non può e non deve muoversi velocemente, il codice del software può mutare, proporre alternative, ribadire la possibilità di dare un contributo. Imho.

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