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Silenzio, si blogga

Il silenzio dunque continuerà a cercare di far rumore, segnala Gilioli.

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  • Ho seguito il testa a testa tra Gilioli e Facci grazie al post di http://www.paulthewineguy.com/.
    Mi sono fatto l’idea che (in ogni caso) la blogsfera goda di una impunità quasi mitica, ancestrale. Non hanno capito ancora bene nella ‘stanza dei bottoni’, che cosa sia, come si muova, quali regole usi. Per quanto poco conti il 14 luglio non posterò nulla. Sono educato ma irriverente, non voglio venire privato della libertà di scrivere quello che penso.

  • Va bene, voi ammutolite i vostri post ? E io do’ fiato ai miei commenti. Nuovo episodio di questa commenting guerrila (prima o poi diventerò una star del web) è questa notizia dal Corsera di Ferruccio: http://www.corriere.it/esteri/09_luglio_09/iran_proteste_8e97307a-6c97-11de-864b-00144f02aabc.shtml , Noto con dispiacere ma senza alcuna sorpresa l’assoluto silenzio ital-bloggante (e altri -ante) sulla rivolta in Iran e sull’uso di Twitter per tenerla viva. Tristia, come direbbe Ovidio.

  • Ci vorrebbe un’inchiesta molto complicata da fare a caldo Marco. L’uso di Twitter loco ho l’impressione che sia molto meno significativo di quello che i giornali riportano. La maggior parte delle testimonianze passano da reporter internazionali, poi vengono rimbalzati nel social network in Iran, con il rischio che chi le reitera viene identificato e represso. Scanso rari casi come quello di Neda, il più del dibattito avviene da osservatori esterni. In realtà sembra di vedere fronti contrapposti, tanto per cambiare, tra giornalisti e aspiranti tali, per strumentalizzare il mezzo. Se scorri veloce gli interventi, oltre ad esser discutibile l’attendibilità, rispetto alla provenienza è chiaro, siamo noi occidentali che inneggiamo le potenzialità del mezzo. Loro, giustamente hanno paura di esser repressi non appena collegati.

  • Non dice niente, ma rende l’idea del chi e come ricorre al mezzo in merito. Siamo noi insomma, al 99,9%. Quello 0,1 mancante, sono le guardie e i ladri, molto sbilanciato a favore dei primi. Bisognerebbe aspettare un attimo per capire il bilancio, se in favore del controllo o della libertà.
    http://www.twazzup.com/search?q=%23iranelection

  • Emanuele, il tuo scrupolo nel controllare l’attendibilità delle fonti e delle notizie, nell’attenzione ai rischi di chi manda messaggi, eccetera, è lodevole e condivisibile. Ma non esagerare a difendere dei blogganti (e altri -anti) l’augusta schiera. Io, che sono uno stronzo, sono portato a pensare che se la cosa stesse succedendo a Gaza, ci sarebbero milioni di post incazzati e inneggianti, e titoli come “E la rete batte la superpotenza israeliana” (la “E” nel titolo sarebbe già una firma) sui giornali in formato midi e midi-tabloid a carta bianca. Per non parlare di folle vocianti con la khefia, etc etc etc. Io oggi ho un bel verde bandiera, (Pantone 17-6153, RGB R:0 G:146 B:70) e fuori dai wine-bar chc di Via Brera angolo Via Pontaccio mi guardano male. E per fortuna che gli Uiguri, si sa, sono dei grezzi e non usano Facebook. E nel Darfur non c’è il wi-fi aperto come al bar-camp a Palazzo Vecchio (vuoi mettere ?).

  • Marco non ho difeso categorie, se ci torno sopra, mi viene da dire che i giornalsti risaltano il framing bottom up in Iran, lo fanno per indossare l’abito emancipato nelle uscite cartacee, pura concessione insomma. Gli altri se ne guardano bene. I restanti, i blogger, ammetto che raramente mi avventuro alla ricerca di eccezzioni significative, sono tutte persone che non necessitano d’accrediti quelli che ho tempo da leggere. Non solo giornalisti ci mancherebbe ma che sarebbe difficile definirli blogger. L’esempio che riporti di Gaza ha del vero, come non può esser sottovalutato che il consenso di certe prese di posizione dipende da molti squilibri evidenti. In Italia Marco i media non sono di sinistra come sento dire al bar, è quello che si ripone troppe aspettative sul web. Dieci anni fa senza internet erano tre gatti tra comunitaristi e antimperialisti e soliti noti massimalisti, lasciamo perdere gli chic perché si dovrebbe fare un’altro discorso. Ora cercano di trovare proseliti con i mezzi che possono, che devono fare, non contano più niente politicamente.

  • Non sarei così ottimista. Sottovaluti la forza unificante, che ormai non ha quasi più bisogno di travestirsi da rispetto dei diritti umani, da antisionismo, e che alligna potente nel giornalista collettivo (vedi boicottaggio dei sindacalisti contro i giornalisti israeliani, che poi sono queli che denunciano gli abusi etc, che altrimenti non si verrebero a sapere, con il miserabile Serventi, nome appropriato, Longhi che si nasconde dietro alle quote non pagate, e allora togliete la tessera a chi è in ritardo con i bollini INPGI e con la Casagit): l’antisemitismo. Forza potente, antica, che si ingrana nel gauchismo come e forse più che nelle ideologia di destra. Che non è razzismo, troppo comodo. E che sta tornando (se ne è mai andato ?) nella pancia d’Europa, in Francia soprattutto. Per compiacere il nuovo padrone percepito islamista, ma anche per vocazione interiore.

Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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