Tag editoria

Giornalisti tra curatori e scrittori

Sulla Columbia Journalism Review, un pezzo di Ann Friedman dedicato a discutere le differenze e a favorire una collaborazione tra curatori e giornalisti (via @gg). E tende a fare vedere una forma di sinergia tra queste due figure.

In effetti, non si vede perché non dovrebbe esserci una simile sinergia. I giornalisti, si spera, sono in parte curatori di informazioni che prendono da varie fonti: alcune sono online, alcune sono invece originali e non si trovano online fino a che i giornalisti stessi non le pubblicano. I curatori specializzati nell’aggregazione di fonti che si trovano online, o solo su Twitter, fanno un lavoro ovviamente diverso. Inoltre i giornalisti sono aggregati spesso in redazioni organizzate da editori, mentre i curatori possono essere da soli o a loro volta possono essere parte di iniziative editoriali.

Come tutti coloro che competono per le stesse risorse pubblicitarie, gli editori che gestiscono giornalisti e quelli che lavorano con i curatori, sono in concorrenza. Ma il punto è che per il pubblico fanno parte dello stesso ecosistema. E quindi una sinergia è realizzata nei fatti se c’è un metodo comune che il pubblico riconosce e al quale riconosce autorevolezza o almeno affidabilità. E avviene contemporaneamente alla competizione per le risorse economiche.

La novità casomai è che con l’avvento dei curatori online, il tempo che passa tra il momento in cui una notizia originale arriva in rete e il momento in cui è diffusa attraverso media diversi da quello nel quale è apparsa per la prima volta tende a scendere molto. E questo aumenta le difficoltà di valorizzare appieno la ricerca delle notizie originali. Il tema è dunque quello di riuscire a sostenere la credibilità di chi fa quest’ultimo mestiere. Con un raddoppiato sforzo di affidabilità e trasparenza metodologica. Imho.

Editoria alla TED.
Spunti di riflessione

Per partecipare a TED, in teatro o addirittura in diretta via cavo, alcune centinaia di persone pagano alcune migliaia di euro. Non conosciamo il fatturato finale che è probabilmente rafforzato da sponsor, i quali peraltro concorrono in modo significativo alle spese. L’organizzazione è non profit, anche se naturalmente chi ci lavora è pagato e non sappiamo quanto. Stiamo comunque parlando di una struttura che riesce a far circolare alcuni milioni di euro. E che cresce e guadagna. È un nuovo tipo di editore. Anzi, ha qualcosa da insegnare agli editori tradizionali.

La linea editoriale può far discutere, può piacere o non piacere, di certo si concentra sulla gratificazione e l’aggiornamento di un numero limitato di “membri” che partecipano pagando molto per accedere agli eventi fisici e sulla notorietà del marchio che è sostenuta dal successo indiscutibile dei video dei talk e sulla diffusione massiccia degli eventi chiamati TEDx, che consentono a chi lo voglia, seguendo delle guidelines precise, di organizzare un miniTED ovunque nel mondo. Ci sono poi i premi (il prossimo vale 1 milione di dollari), il programma dei traduttori volontari, le conversazioni online, il blog e tutto il resto. In sintesi: visto come editore, TED vende biglietti per eventi fisici e ne sostiene il valore diffondendo i suoi contenuti gratuitamente. Vince gratificando i membri paganti che sono certi di assistere sempre a eventi di grande valore. E in effetti TED riesce a generare questo effetto: i partecipanti appaiono davvero intensamente coinvolti nell’evento, come del resto gli speaker e gli organizzatori.

Si direbbe che sia un’esperienza analoga a quella di alcuni musicisti che si sono adattati alle condizioni tecnologiche e di mercato del nuovo millennio: cercano il fatturato con i concerti e accettano di fatto che i contenuti siano diffusi gratuitamente online o via radio per sostenere la propria notorietà. Anche in quel caso i partecipanti sentono che al concerto avviene qualcosa di speciale e per questo pagano molto.

I giornali si sono sempre presentati come oggetti prodotti in modo industriale, basso costo unitario e grande volume. E forse per questo hanno preso la strada del basso fatturato unitario e alto volume anche in rete. Ma qui il fatturato unitario è davvero molto basso: contenuti gratuiti e pubblicità molto molto conveniente. Per questa strada, il numero di utenti necessari a raggiungere il fatturato garantito dalla tecnologia della distribuzione cartacea è davvero troppo elevato perché il modello sia davvero conveniente. Inoltre, inseguire il volume non è necessariamente il modo migliore per sostenere sempre la qualità del contenuto. Anche perché esistono competitori che hanno meno problemi di difesa della qualità.

È chiaro che per i giornali la strada è quella di ritrovare una modalità per offrire contenuti di alto valore e alta qualità, per i quali le persone siano disposte a pagare. Che cosa sarà? Un insieme di servizi che cercheranno di essere percepiti per il loro valore elevato, forse per il design (iPad?), forse per la profondità (informazioni specialistiche?), forse per la fisicità (incontri in teatro con i protagonisti?). In tutti i casi, TED insegna una cosa: i pochi paganti devono sentirsi membri di un club speciale e, in quanto tali, devono poter accedere a informazioni di valore speciale. In quei casi, anche la pubblicità assume forme di valore più elevato, apparentemente.

Non si tratta di fare solo questo, naturalmente. La strada che gli editori di giornali hanno davanti è lunga e densa di sperimentazioni in molte direzioni.

Probabilmente che i giornali continueranno a fare tutto quello che hanno fatto: edizioni cartacee, siti web a basso valore aggiunto e altro volume, raccolta pubblicitaria di ogni genere; ma forse potranno aggiungere delle proposte per i “membri” della cerchia più stretta, quelli che ci tengono veramente. E per i quali il giornale deve tenere veramente. Questo potrebbe tra l’altro aggiungere orgoglio e passione a tutte le redazioni e alle varie produzioni, oltre che sincerità e autenticità di relazione tra professionisti e amatori dell’informazione. Su quest’ultimo punto, sottile e delicato, si gioca ovviamente la partita più importante e difficile. Anche per TED, ovviamente. Imho.

Philip Campbell, Nature: le pubblicazioni scientifiche si aprono

Philip Campbell, direttore di Nature, incontrato a TED, osserva il più grande cambiamento editoriale del momento nel mondo della scienza: «Se i fondi pubblici finanziano la scienza, la scienza deve essere accessibile senza costi eccessivi per l’acquisto delle riviste». E, dimostrando molta lungimiranza, Campbell appoggia questo cambiamento. Non solo. La sua rivista rilancia. E avvia un dibattito sull’apertura culturale della scienza, la trasparenza delle regole per chi partecipa agli esperiementi, la qualità della partecipazione della società all’evoluzione della pratica scientifica. Mentre i grandi atenei americani aprono gli insegnamenti alla rete.

È un cambiamento che annuncia una nuova fase della ricerca scientifica. Più partecipata socialmente. Più giusta e aperta. Più creativa. Dopo una fase di chiusura ed esagerato orientamento alla protezione della proprietà intellettuale.

La cultura scientifica
è accessibile. O non è

L’oligopolio delle pubblicazioni scientifiche in effetti sta esagerando. La biblioteca di Harvard si difende e contrattacca. Un memorandum del consiglio degli insegnanti dell’università parla chiaro e forte: «La politica dei grandi editori di riviste scientifiche sta generando una condizione fiscalmente insostenibile e accademicamente restrittiva». I prezzi degli abbonamenti stanno andando alle stelle, con aumenti anche del 145% negli ultimi sei anni e prezzi che ormai raggiungono l’ordine delle decine di migliaia di dollari all’anno. Il presidente del consiglio dice: «La crescita è semplicemente spettacolare e ci sta danneggiando seriamente». Il consiglio suggerisce a tutti i professori e alle associazioni disciplinari di cominciare a lavorare con pubblicazioni aperte per riprendere il controllo della comunicazione accademica che rischia di diventare impossibile. Intanto, all’Mit, un gruppo di 45 ricercatori ha formato l’Open Access Working Group. Negli ultimi 25 anni circa il costo per gli abbonamenti alle riviste scientifiche dell’Institute è cresciuto del 426% nonostante che il numero di riviste acquistate sia stato ridotto del 16 per cento.

Non è soltanto una questione di costi, come dicono a Harvard e all’Mit. È anche – e forse soprattutto – un problema di accesso alla conoscenza. La ricerca si fonda sulla condivisione dei risultati di tutta la comunità scientifica e viene certamente frenata dalle difficoltà di comunicazione. Inoltre, come osservava l’Economist, c’è una profonda irrazionalità in una condizione nella quale una buona parte della spesa in ricerca è pubblica ma i suoi risultati sono privati e inaccessibili se non a prezzi esorbitanti. Col risultato che le biblioteche pubbliche devono svenarsi per comprare conoscenze che sono state generate da soldi pubblici.

Gli editori di pubblicazioni scientifiche godono di una situazione particolarmente privilegiata: non pagano per gli articoli e in generale non pagano per le valutazioni professionali sulla loro dignità di pubblicazione, sono centri di potere crescente visto che la carriera accademica è sempre più legata alle pubblicazioni e alle citazioni nei giornali più importanti e spesso costosi, lavorano in un mercato poco concorrenziale. La Elsevier, uno dei principali editori del settore, ha fatturato nel 2011 oltre 2 miliardi di dollari con un profitto del 37 per cento. La casa editrice ha fatto sapere di non ritenersi coinvolta nella critica mossa da Harvard.

Comunque sia, questa situazione potrebbe essere destinata a cambiare. Proprio a causa del fatto che la pubblicazione, la valutazione e la revisione degli articoli scientifici è realizzata gratuitamente dai ricercatori e serve ad altri ricercatori, si stanno moltiplicando le iniziative che consentono di accedere alle pubblicazioni liberamente online. Intanto, la varietà dei contributi si amplia, con la diffusione di working papers, riassunti per gli studenti, scambi di opinioni e informazioni nei social network anche specializzati: ResearchGate, una rete di scienziati nata in Germania, ha raggiunto il milione e mezzo di iscritti e si sta espandendo proprio sulla base di una sanissima convinzione: è probabile che la conoscenza sia potere ma è inaccettabile che il potere definisca la conoscenza.

ps. parte di questo post era uscito su Nòva alcune settimane fa.

La pubblicità non può bastare a tutto ciò che serve al giornalismo

Il caso di Saddleworth News, un sito di informazione iperlocale che ha avuto un discreto successo di pubblico ma non è diventato un business significativo, è molto istruttivo. Il suo creatore è Richard Jones, un freelance che oggi insegna alla Leeds university. E lo ha raccontato sul Guardian.

In breve, Jones è riuscito a fare un buon lavoro di informazione in una zona poco coperta dai grandi media tradizionali, seguendo i casi più importanti del posto con attenzione e professionalità. «Si può diventare editore facilmente di questi tempi». I suoi costi erano limitati visto che faceva quasi tutto da solo. Il pubblico era arrivato a circa 20mila lettori al mese in un’area dove abitano 24mila persone. Le sue entrate erano solo pubblicitarie e non sono riuscite a superare le 150 sterline al mese: «Sono un giornalista e non sono un buon venditore».

Conclusione. Sembra facile fare l’editore. Ma non è così. Un editore è un imprenditore che combina tecnologia e autori per realizzare un modello di business, basato sul successo nei confronti del pubblico ma monetizzato in ogni modo giusto e possibile. Se il modello di business è fondamentalmente concentrato sul pubblico e se il pubblico è disposto a pagare per il servizio, se i costi sono bassi, allora forse il mestiere dell’autore può estendersi a quello dell’editore. Ma se i costi devono salire (Jones aveva bisogno di guadagnare di più di 150 sterline al mese dal suo giornale) e se si va a cercare la pubblicità, al mercato del pubblico si aggiunge il mercato degli inserzionisti, il che costituisce un cambiamento fondamentale. Un autore fedele al suo pubblico non può essere sempre e chiaramente fedele anche agli inserzionisti senza incrociare qualche volta un conflitto di interessi o anche solo un dubbio. Talvolta, per motivi legati alla sua storia personale o alla cultura dell’autore libero e indipendente, se si occupa di vendeere pubblicità finisce per avvertire un vago senso di colpa. E in ogni caso, non è detto che sia capace di scrivere e vendere: sono due mestieri diversi.

Ma il fatto è che l’informazione iperlocale serve e piace al pubblico. La soluzione è probabilmente che si deve sviluppare una competenza editoriale capace di organizzare un’informazione iperlocale con costi bassi e molti modi per finanziarla. Difficilmente la normale pubblicità basterà. Ci vorranno certamente delle persone che sanno sviluppare progetti di comunicazione sensati. Ci vorrà un link con dei sistemi di vendita che garantiscano un valore aggiunto superiore a quello della semplice pubblicità. Ci vorranno sperimentazioni tecnologiche avanzate che non limitino la pubblicazione alle forme più banali di fruizione. E ci vorranno nuovi modelli di business per i quali il pubblico sia disposto a pagare, o nella forma di un “biglietto” o nella forma di una “sottoscrizione”. Il profitto elevato in questi casi non sarà facile da ottenere. Il non profit entrerà probabilmente in gioco. Il contributo dei cittadini andrà motivato e alimentato. E il giornalista dovrà essere capace di mantenere vivo l’interesse, instillare un metodo di lavoro comune con i cittadini, garantire indipendenza e completezza. Se saprà sviluppare anche il modello di business dimostrerà di essere un vero e proprio genio. Altrimenti dovrà affidarsi a un accordo con un “editore”.

Le funzioni editoriali di certo non spariscono. Forse si redistribuiscono, però, in nuove attività imprenditoriali. Che partono dalla tecnologia, in certi casi. Oppure dalla capacità di inventare nuovi modelli di business. L’equilibrio tra il potere degli autori (scrittori, designer, programmatori) e il potere degli editori si dovrà ridefinire. Perché tutti dovranno rimettersi al servizio del pubblico.

Ma dal punto di vista macroeconomico, è probabile che la pubblicità non basterà a finanziare le necessità produttive. Troppo poco valore aggiunto e troppe funzioni della filiera da ripagare. La sperimentazione e l’implementazione di nuovi modelli di business, basati sulla partecipazione del pubblico, sono una necessità prioritaria.

Salone del libro 2016

Chi saranno i protagonisti del mondo dei libri nel 2016? Risposta ovvia: i lettori e gli autori. E le piattaforme come Amazon e Apple. Ok. Ma quali saranno gli editori leader, quelli ai quali si guarda con ammirazione, un po’ di timore, magari sincera fiducia?

Oggi al Salone del libro di Torino si discute di prospettiva per l’editoria. Quasi tutti i principali manager del settore saranno presenti insieme ad alcuni importanti operatori della tecnologia. Il cambiamento centrale da valutare è il passaggio a un mondo nel quale le piattaforme come quella di Amazon distribuiscono i libri digitali trattenendo il 30% del prezzo e lasciando libero il restante 70% per qualunque allocazione tra autori e vari specialisti editoriali. Gli autori che pubblicassero da soli senza editore avrebbero una percentuale dell’ordine di 10 volte superiore: un cambiamento che lascerà tutto come prima o una rivoluzione?

Dopo il post che immaginava l’urgenza di una riflessione senza pregiudizi sul futuro del business sono giunte diverse considerazioni ulteriori.

1. Uno dei più grandi stampatori del mondo ha abbandonato il print on demand dopo aver perso molto nel tentativo di entrare in quel segmento. Amazon stampa nei suoi magazzini i libri non disponibili, ma non ne fa una questione strategica. In fondo, il futuro dei libri non disponibili in versione cartacea è con ogni probabilità il lettore elettronico.

2. Gli autori che si svincolano dagli editori per vendere per esempio le traduzioni sulle piattaforme internazionali cominciano a imparare e sperimentare qualche successo, come Sandrone Dazieri.

3. La distribuzione sulle piattaforme che prevedono la vendita e l’utilizzo su un device specifico sono forse più adatte a salvaguardare il copyright di quelle interoperabili con diversi device, ma impongono di fatto una condizione di limitata concorrenza perché il possesso di un device diventa un ostacolo per i lettori a cambiare negozio di libri elettronici. Ma perché non dovrebbe nascere un sistema per cui si generalizza la situazione che oggi c’è su Apple, dove si possono comprare i libri dal negozio di Apple ma anche dal negozio di Amazon?

4. Nello spazio oggi occupato dai business integrati verticalmente degli editori tradizionali potrebbe nascere una fioritura di nuove aziende specializzate nelle funzioni di selezione degli autori, cura delle edizioni, definizione delle linee editoriali, marketing, gestione dei diritti, traduzioni, progettazione multimediale e crossmediale, studio dell’interfaccia e così via.. I costi fissi degli editori tradizionali saranno compatibili con i costi ridotti all’osso che si potrebbero permettere le possibili nuove aziende che potrebbero entrare in gioco?

Gli editori che saranno protagonisti del business nel 2016 avranno un approccio internazionale, o una specializzazione riconosciuta, o un mix di sapienza e tecnologia.. O.. gli stessi di oggi, se si sapranno rinnovare tanto da mantenere una leadership culturale riconoscibile.

Una possibilità è la creazione di nuove piattaforme. Ma dovranno essere migliori di quelle che ci sono. Dunque dovranno essere generate non da imprese invischiate nei loro equilibri interni ereditati da un’epoca che sta finendo, ma sinceramente e ossessivamente concentrate sulla soddisfazione dei lettori.