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L’antitrust spagnola, la legge sulla proprietà intellettuale e Google News. Un documento

Ieri si è parlato molto della storia di Google News in Spagna (Crossroads). L’obbligo per gli editori spagnoli a farsi pagare i link è la principale innovazione normativa introdotta a questo proposito dalla nuova legge sulla proprietà intellettuale. E la principale novità pratica è che Google invece di trattare come ha sempre fatto ha agito rigidamente chiudendo il servizio Google News in Spagna. La trattativa avrebbe potuto essere sull’entità del pagamento equo previsto dalla legge (potevano tentare di farsi pagare una percentuale dello zero che fatturano con il servizio?) o poteva essere posposta all’entrata in vigore della legge e dei decreti attuativi. Ma indubbiamente la rigidità nasce dall’obbligo imposto agli editori: devono rinunciare al traffico generato da Google News e chiedere un pagamento di qualche genere.

Da notare che l’antitrust spagnola si era pronunciata in via consultiva sulla questione. E aveva tratto la conclusione che questo obbligo per gli editori non è compatibile con una ragionevole gestione della concorrenza nel settore.Ecco il documento, uscito già nel maggio scorso.

Intelligenza artificiale e lavoro. Appunti in diretta a Pisa

L’intelligenza artificiale crea o distrugge il lavoro, si domandano all’universtità di Pisa. Da consultare la pagina anche per la ricca sitografia.

Amedeo Cesta, presidente dell’associazione intelligenza artificiale. Si sa che l’intelligenza artificiale ha creato spesso aspettative non soddisfatte. Ma la capacità di calcolo è aumentata esponenzialmente e ha creato le premesse per rendere realistico pensare che, come i robot industriali sostituiscono lavoro nelle fabbriche, anche l’intelligenza artificiale sostituisca lavoro intellettuale. Su cubo di rubik, dama, scacchi, biliardo, Jeopardy, l’intelligenza artificiale ce la fa eccome. Siri, Watson, robot che muovono scaffali ad Amazon, robot che imparano il gesto di girare la frittata nella padella, auto senza guidatore di Google… Robot che suona il flauto, o il violino. Droni in stormo che suonano strumenti complessi… Stiamo togliendo lavoro? Dobbiamo essere coscienti che stiamo creando cambiamenti. Stephen Hawking dice che intelligenza artificiale è una specie aliena che invade il mondo e sostituisce gli umani. Robert Oppenheimer si è posto domande il senso etico del lavoro scientifico.

Fabrizio Renzi dell’Ibm. È vero che Watson sa dare risposte ma non è capace di fare domande? Sì… A che cosa si applica Watson? Medici, avvocati, operatori di call center, storici… L’Italia ha due ambito dove è forte: robot industriali e cultura. Su questo Italia è tra i leader mondiali. In passato l’impatto dell’informatica ha creato più posti di lavoro che distrutto, soprattutto nei settori dove un sistema ha leadership.

Piero Poccianti, consorzio Mps, abbiamo assistito a progressive crisi del lavoro in passato in settori che si sono trovati di fronte a grandi salti tecnologici. Questa è una crisi economica, l’intelligenza artificiale non ne è la causa. Ma questa volta intelligenza artificiale è più vicina alle aspettative.

Federica Troni, Gartner. Impatti delle smart technologies nelle aziende. Scenario: 2022, il virtual personal assistant del consulente sa che deve andare da un posto all’altro e chiama da solo una auto che si guida da sola per gestire lo spostamento. Fiducia negli assistenti virtuali. Veicoli autoguidati diventeranno tecnologia matura. Auto usate molto più tempo della loro vita, meno incidenti, assicurazioni meno rischiose, carrozzerie meno utilizzate, strade da cambiare… Strategia tradizionale: i tecnologi aspettano che gli altri sbattano la testa contro il muro. Non è forse più vero. Algoritmi che fagocitano quantità di dati senza precedenti e in grado di processarli in velocità: questo è il fatto nuovo. Ora macchine agiscono in modo autonomo, apprendono, fanno predizioni probabilistiche, si confrontano con la complessità sembrano comprendere… Per le aziende queste tecnologie applicate a trasporto, logistica ecc generano risparmio, ridefiniscono business (miniera senza umani con trasporto robotizzato) e strutture di produzione. Virtual smart machines come Siri cambiano nello stesso modo: virtual assistant (gestiscono il contesto) e smart advisor (esperti) in management e attività intellettuali specialistiche (diagnostica e suggerimento di cure mediche per esempio). E-discovery per lavoro di avvocati nei paesi di common law. Macchine per riassumere e tradurre in linguaggio naturale per giornalisti e simili. Ma decisioni restano dei professionisti. Il potenziale delle macchine è soprattutto complementare le capacità delle persone, non sostituirle. Metà dei colletti bianchi non saranno colpiti, metà sì e almeno il 17% sarà minacciato fortemente, per il 2020. Soprattutto i lavori non routinari, dove le procedure non governano e dove sbagliare è potenzialmente anche positivo, dove fare le domande giuste genera valore non saranno minacciati. Ci sarà sempre la situazione in cui la macchina non sostituisce la persona. Le smart machines avranno impatto dirompente. Chi non si prepara e non partecipa sarà messo in difficoltà.

Dino Pedresch, Big Data all’università di Pisa. L’intelligenza artificiale è cambiata. Dalla codifica dei comportamenti intelligenti all’emergere dei comportamenti intelligenti dai dati. Anche (non solo) dati disseminati dalle persone. L’intelligenza artificiale diventa intelligenza collettiva. Wikipedia è un esempio. Perché funziona in modo distribuito su un metodo e una piattaforma aggregante. Le traduzioni automatiche funzionano meglio per un motivo analogo. Sistemi decisionali migliorano per ragioni simili. Data mining e machine learning più big data sono il fulcro dell’intelligenza artificiale attuale. E l’internet delle cose ingigantirà tutto questo.

Conclusioni: intelligenza artificiale sembra meno capace di fare le domande giuste degli umani; aggiunge valore nei settori nei quali un sistema ha leadership; lascia ai professionisti la decisione strategica; chiede ai tecnologi di prendersi le loro responsabilità. L’interfaccia è una responsabilità. La privacy è una responsabilità. L’educazione alla consapevolezza è una responsabilità. Non solo di decisori politici o aziendali, ma anche dei tecnologi. Le ripercussioni sociali delle tecnologie sono embedded nel loro progetti: consapevolezza o non consapevolezza di questo nella comunità dei tecnologi sono parte integrante delle loro conseguenze. È un ecologia della tecnologia: le esternalità vanno internalizzate. Occorre però un ecosistema sano, non una monocoltura. Nuovi lavori emergeranno se la struttura sarà distribuita, la rete aperta, standard, interoperabile.

Algoritmi, concentrazione del potere e architettura distribuita della rete (con un’esca da clic a forma di incubo)

Paolo Ratto ha co-fondato da tempo Zenfeed per avere un feedreader che consenta di leggere le notizie in modo essenziale, senza fronzoli, con concentrazione zen. Ma la sua tensione culturale è chiaramente ispirata a coltivare un’interpretazione architetturale della rete standard, interoperabile, distribuita. Nella quale il potere degli utenti bilancia il potere delle piattaforme. Mentre l’interpretazione opposta, quella che concentra negli algoritmi e nelle piattaforme di servizi, una grande e crescente intelligenza, tende a combattere quella condizione di standard, interoperabilità, architettura distribuita che era tipica dell’internet originaria e pionieristica.

Un dibattito su questo prende spunto da un pezzo di Mike Elgan sulla questione della “mediazione” algoritmica dei servizi web che conduce l’autore a prevedere che Gmail verrà chiusa, come è stato chiuso il servizio di feedreader di Google. Zenfeed risponde con un altro articolo. Indubbiamente il tema c’è, eccome.

Intanto, richiamo una riflessione complessa e importante di Francesco Carollo: The Algorithmic Power that shapes our lives. E’ un tema molto vicino all’argomento del mio prossimo libro (uscirà a febbraio, con Codice…).

Di certo, costruire piattaforme che mantengano in vita il sistema distribuito sarà importante, in un futuro nel quale la tentazione di concentrare tutto non mancherà. (Un tizio di CSS Insight e che Key4Biz ha ripreso si è inventato un’esca da clic supergustosa pubblicando la previsione secondo la quale Google vorrebbe comprare Netflix: bel titolo per fare, appunto, clic, ma anche incubo indicativo del clima in cui ci troviamo; se si può pensare che il gruppo che controlla YouTube e si prenda anche Netflix, senza conseguenze antitrust, allora si può temere che la rete distribuita e vitale di un tempo sia davvero un ricordo).

Merkel update. Il conflitto informale con l’America

La cancelliera Merkel e il presidente Obama sono divisi da un oceano digitale immenso e senza mediazioni possibili. Oggi Merkel ha detto che la rete internet attuale va vivisezionata: una parte deve restare all’internet e l’altra va sequestrata per dedicarla a servizi prioritizzati (Verge, Local). Obama aveva recentemente difeso con forza la neutralità della rete.

Dopo il discorso di Obama, la Fcc ha detto che rimanderà le decisioni sulla neutralità della rete. Dopo il discorso della Merkel gli osservatori hanno giudicato più lontano un compromesso in Europa.

Merkel ha parlato dopo – e contro – la grande presa di posizione del Parlamento a favore di neutralità, standardizzazione e interoperabilità della rete, che per altro era stata votata anche dal suo partito. E dopo il blocco delle decisioni del Consiglio e della Commissione sul mercato delle telecomunicazioni. Le contraddizioni sono evidenti. Ma la conseguenza è una sola: poiché le lobby delle corporation che vogliono controllare la rete vincono sia se ottengono una legge favorevole sia se ottengono che non venga fatta alcuna legge, sono avvantaggiate dalla confusione.

Vedi:
Contraddizioni tedesche
Google, Amazon: la geopolitica dei dati e l’efficienza dei paesi
Economist e monopoli internet
Europa avanzata a parole e indietro nei fatti
Chiose al Parlamento europeo
È possibile la neutralità delle piattaforme?

E Webeconoscenza: non è il nostro turno

E poi:
La strategia della disattenzione, la confusione programmata, il nudging stanno ipersfruttando l’irrazionalità delle persone per controllarle e ammorbidirle. Il conflitto sociale del futuro è culturale e passa per la consapevolezza.

I tedeschi alla guida della critica contro Google e piattaforme americane. Con qualche contraddizione

Come segnalato da Quintarelli, il Financial Times ha rivelato l’esistenza di un paper di 11 pagine scritto da alcuni ministri e personalità tedesche, con in testa Sigmar Gabriel, ministro per gli affari economici, che propone il concetto di neutralità delle piattaforme. Un’estensione dell’idea di neutralità della rete alle piattaforme come Google, Facebook e così via. Si tratta di una proposta che si inquadra nell’approccio antitrust ai problemi della rete. E che indubbiamente fa uso di un concetto fondamentale per internet anche se lo porta in una dimensione nuova (anche se esistono precedenti di questa proposta, non esistono applicazioni specifiche).

Sigmar_GabrielSigmar Gabriel, foto Wikipedia
La posizione delle personalità tedesche sarebbe più credibile se il loro paese difendesse con coerenza anche la neutralità della rete. Usare l’idea di neutralità per le piattaforme (che sono americane) e contrastarla nelle telecomunicazioni (che sono europee) appare vagamente insensato. Prima occorre la neutralità della rete e poi casomai si può parlare del resto. E invece proprio la cancelliera Merkel è contro la neutralità della rete (Verge)

Gli americani peraltro si tuffano in questa questione con tutte le loro armi di informazione e disinformazione. Sul New York Times si paventa la diffusione di un pregiudizio antitedesco per il prossimo futuro che si ritorcerà contro l’ecosistema dell’innovazione del paese europeo. Su Finance Townhall si contrattacca dicendo che sarebbe assurdo immaginare che la Gm sia obbligata a fare pubblicità alla Toyota. Si tratta di spostamenti dell’asse logico che ormai fanno parte del sistema della comunicazione, anche se si propongono come informazione (per inciso, si tratta di una “rovina del senso” piuttosto diffusa ovunque e, come sappiamo, l’Italia ne è un laboratorio mondiale).

Gli americani hanno modo di polemizzare. E hanno un sistema paese che lo fa in modo sistematico, come dimostravano le lettere dei deputati americani al Parlamento europeo il giorno prima del voto sulla risoluzione visionaria che ha definito sul piano della politica digitale la nostra istituzione.

Quello che penso è che solo un approccio attento all’insieme dell’ecosistema dell’innovazione e dell’informazione può definire un percorso sensato per il lungo termine. Che cosa vuol dire in pratica? Vuol dire che le decisioni in materia di internet vanno prese con la stessa mentalità delle decisioni che si prendono quando c’è di mezzo l’ecosistema naturale. Vuol dire che se si conosce come funziona l’ecosistema si sa trasformare la foresta amazzonica in una monocoltura di caffè avrebbe conseguenze sul prezzo del caffè, sull’occupazione dei lavoratori, sui profitti dei proprietari, ma anche sulla possibilità di sopravvivenza della vita sulla Terra. Di solito queste decisioni si prendono in modi diversi: con una costituzione che regola il sistema decisionale in modo che nessun potere possa prevaricare il diritto di tutti; oppure, con una varietà di accordi tra molti portatori di interessi che insistono sugli stessi beni comuni e che li manutengono perché non prevalga l’interesse di una parte sull’interesse di tutti; di certo, un ecosistema vive meglio nella biodiversità e quando l’impatto dell’innovazione crea più opportunità per tutti e non solo per una componente. Le conseguenze di questo approccio sono altrettanto diverse. Ma una su tutte è chiara: la neutralità della rete è importante per salvaguardare l’innovazione futura, la libertà di espressione, cioè le principali caratteristiche generative dell’internet.

Ebbene, questa logica si estende anche alle piattaforme? Supponendo che si accetti di prendere in considerazione soltanto le piattaforme che chi usa internet è virtualmente obbligato a usare (piattaforme che assomigliano a utility) è la neutralità il concetto chiave? Nell’ambito della Commissione per i diritti in internet si è preferito parlare di interoperabilità. La neutralità delle piattaforme, viene da pensare, sarebbe come obbligare le aziende private a fare soltanto “corporate social responsibility”. Mentre l’interoperabilità ha una storia più comprensibile per le tecnologie di rete, come da tempo avviene nelle telecomunicazioni, e ha l’effetto di aprire i mercati delle applicazioni e delle tecnologie alternative. In generale, si tradurrebbe in una standardizzazione di alcune tecnologie fondamentali, come i marketplace e i sistemi di identificazione per esempio; inoltre, potrebbe aprire la strada a un uso comune e non proprietario della raccolta di dati sui comportamenti degli utenti che metterebbe in grado i centri di ricerca sui big data di operare senza in nulla ridurre la capacità dei privati di innovare e restare in testa ai loro mercati non in base a una rendita di posizione acquisita ma in base al continuo avanzamento tecnologico. Sta di fatto, che la neutralità della rete resta il fondamento di tutto: anche un’azienda che abbia il massimo del controllo di un mercato che ha contribuito a inventare può temere l’innovazione altrui in un contesto neutrale, mentre se l’accesso fosse regolato dalle compagnie esistenti, questa possibilità competitiva sarebbe estremamente ridotta. La neutralità della rete è una sorta di antitrust preventivo contro il potere dominante degli esistenti sull’innovazione dei nuovi soggetti in competizione. Imho.

Vedi anche:
Google, Amazon: la geopolitica dei dati e l’efficienza dei paesi
Economist e monopoli internet
Europa avanzata a parole e indietro nei fatti
Chiose al Parlamento europeo
È possibile la neutralità delle piattaforme?

E Webeconoscenza: non è il nostro turno

Internet. Google. Diritti. Europa avanzata a parole e indietro nei fatti. E allora ripartiamo dalle parole

E allora. L’Europa continua in uni stillicidio di annunci e decisioni su internet, Google, Facebook, ecc ecc. Come valutare la situazione?

L’Europa, in Parlamento – dove appunto si dicono le parole – ha dichiarato che internet è neutrale, standard, interoperabile. O non è internet. Parole giuste. Molto avanzate. Ma l’Europa in Consiglio e in Commissione – dove si fanno le policy – è bloccata: quasi sa che cosa è giusto, ma le lobby sanno che cosa vogliono, le urgenze sono poco chiare, gli interessi sono contrastanti, la visione è corta.

La ragione della contraddizione è nella storia europea in internet. Grandi contributi aperti, come il web del Cern, e molte idee poi cresciute altrove come Skype. Ma rarissime aziende in grado di definire un mercato su internet. Pochissime candidate a essere leader mondiali, almeno per ora. Se lo sono sono minacciate o sorpassate – come Nokia.

Se non ci sono aziende europee che per le loro caratteristiche strategiche sostengono in pieno l’idea forte di internet ben compresa dal Parlamento, la Commissione si confronta solo con aziende che giocano in difesa. E tende a guardare indietro, non avanti.

Nella scienza l’Europa va meglio. Anche perché i giganti europei della tecnologia tutto sommato sanno prendere dalla ricerca molta conoscenza da valorizzare. Nell’internet i campioni europei che pure esistono si fanno notare meno. Non sono, nella coscienza dei commissari europei, delle aziende leader mondiali. E allora la Commissione non è condotta a pensare a internet se non quando parla (in alcuni momenti visionari) di ciò che ancora non c’è: si comprende come sia difficile che scelga per le startup contro le compagne telefoniche.

Il punto è che tecnologicamente non ci manca nulla, in Europa. Ma non non è la tecnologia da sola a costruire la leadership. Perché la leadership che conta è la leadership culturale, quella che convince il mondo a seguire il leader.

Allora? Che si fa? Nelle parole c’è un valore. Da portare a coerenza con i fatti. Quello che dice il Parlamento è importante per fondare una leadership culturale del continente, in termini di diritti e visione di sistema. Ma da lì occorre passare all’azione: credere e dunque poter vedere che le startup e le nuove aziende che crescono sono possibili leader culturali, valorizzare la loro cultura come parte di una “civiltà dei diritti” che l’Europa dopo gli incubi del Novecento può candidarsi a rappresentare nel mondo. Softpower. Che accompagna e rafforza un potenziale economico esistente e una leadership culturale conquistabile. Le parole sono importanti se connesse a una consapevole azione pratica. Se non si fa però nulla per alimentare grandi leader europei nei business internettiani (in Corea, in Russia, in Cina, ci riescono perché da noi no?) allora lo stillicidio di decisioni e le prese di posizione di principio diventano solo operazioni di retroguardia.

Vedi assolutamente:
Google e la Ue, by Keinpfusch.

Dati:
Valore delle aziende in crescita

Domani un po’ di chiarezza sulla net neutrality europea. Intanto un po’ di immaginazione

Antonello Giacomelli ci farà sapere domani qual è la sua posizione sulla net neutrality e il resto in discussione in Europa. Finora, a quanto pare, aveva sacrificato le sue idee alla necessità di arrivare a una soluzione di compromesso. Ma fallito il tentativo di compromesso può finalmente uscire con contenuti suoi. Quali sono, lo si è un po’ capito all’Igf:
1. E’ d’accordo con il principio della net neutrality, ha detto che gli piace quello che pensano Obama e Rodotà
2. Coerentemente, pensa anche che la net neutrality sia garantita da una norma, non dalla mancanza di norme: perché lasciando fare alle compagnie, queste tenderanno a eliminare la net neutrality.

Intanto, il percorso normativo europeo si incaglia. Il parlamento, sempre domani, sarà ancora più chiaro a favore della net neutrality, si pensa. Il consiglio rimanderà e dovrà tentare di mettersi d’accordo con il parlamento. Tempo perso che – nell’ottica di Giacomelli – favorisce le compagnie.

Il labirinto di specchi farebbe pensare che ogni motivo che impedisca di normare a favore della net neutrality equivalga a una norma contro la net neutrality. Non è un pensiero insensato. Ma bisogna ammettere anche che un compromesso che portasse all’abolizione della net neutrality – come quello tentato in questi giorni – non sarebbe migliore. Come se ne esce?

Il parlamento sembra voler parlare forte e chiaro. La libertà di innovare e di esprimersi ha bisogno di net neutrality. E in fondo internet non sarebbe internet senza net neutrality. Ma le compagnie dicono che devono prioritizzare per sviluppare nuovi servizi innovativi più redditizi in grado di finanziare l’aumento della banda. Il muro contro muro è soltanto nella mancanza di immaginazione. L’innovazione vera è quella che viene adottata dal contesto. Una rete senza net neutrality è come una rete telefonica, come una tv via cavo, non è internet. E allora?

Ma perché non raccogliamo proposte vere che non puntino al minimo ma al massimo?

Un’idea potrebbe essere questa. Se le compagnie sono convinte di avere un mercato per servizi a pagamento a banda “garantita” nessuno può impedire loro di fare una rete apposta per realizzarli: il business plan dovrebbe essere convincente e motivare gli investimenti necessari. Essendo servizi innovativi avrebbero anche meno regolamentazioni. Perché non tentare? Purché sia chiaro che questo non avrebbe nulla a che fare con internet, a parte alcune tecnologie in comune per l’efficienza della rete. Internet continuerebbe a crescere liberamente come prima e la domanda organica di banda larga, magari aiutata da politiche ispirate a concetti come “servizio universale”, “agenda digitale”, modernizzazione delle pubbliche amministrazioni, scuola e innovazione nell’educazione, ecosistemi delle startup e così via.

Tra l’altro, nessuno mi pare, ha scritto che se si mischiano i due concetti (servizi a banda “garantita” da una parte e, dall’altra, internet aperta, standard, libera e neutrale) si ottengono bizzarri fenomeni come il seguente: supponiamo che le telco possano fare servizi prioritizzati per i content provider che pagano per raggiungere gli abbonati delle telco; allora a pagare dovrebbe essere anche la pubblica amministrazione, lo stato, l’ospedale, la scuola… Sbaglio? C’è qualche motivo per cui questo non dovrebbe avvenire?

Vedi anche:
Altroconsumo e net neutrality

La net neutrality e le code. Con un’Ansa che intervista Giacomelli

È davvero difficile trovare una proposta di mediazione sulla net neutrality. Ogni decisione che consenta agli operatori di discriminare il traffico internet annulla del tutto la net neutrality. È come se si dicesse: il suffragio universale è un diritto garantito ai cittadini elettori, salvo quando c’è troppa coda ai seggi.

Vogliamo la net neutrality perché garantisce la libertà di innovare. Qualcuno risponde che non è possibile (perché il traffico va discriminato per gestirlo efficacemente, aumentare le entrate degli operatori e consentire così i loro investimenti). Ma è una posizione priva di immaginazione. Gli ingegneri sono bravi proprio ad avvicinare ciò che vogliamo al possibile. Si possono e devono trovare soluzioni per l’efficienza del traffico e la redditività degli operatori che non uccidano la net neutrality e con essa la libertà di innovare. O addirittura di esprimersi.

Vabbè. Intanto il governo si dibatte tra posizioni contrastanti.

Un pezzo di agenzia Ansa (speriamo sia d’accordo con la ripubblicazione) spiega che la posizione del sottosegretario con delega sulle telecomunicazioni Antonello Giacomelli si è come liberata di un peso:

ANSA, martedì 25 novembre 2014, 17:48:42 Internet: Giacomelli, serve intervento per Net neutrality
Internet: Giacomelli, serve intervento per Net neutrality Giovedi’ Consiglio Ue per tlc, ‘ no ad accordi tra operatori’ (ANSA) – ROMA, 25 NOV – “Noi crediamo alla Net neutrality come valore, e proprio per questo dobbiamo creare le condizioni per una sua regolamentazione. La tesi di chi dice di non intervenire e’ esattamente la posizione di chi e’ contrario alla Net neutrality. Non basta l’ annuncio di un principio, occorre favorire le condizioni per un intervento che assicuri che la Rete rimanga un luogo di liberta’ e di opportunita'”. Questo un passaggio dell’ intervento del sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli all’ Internet Governance Forum Italia di oggi nell’ aula dei gruppi parlamentari della Camera. “La Presidenza italiana – ha aggiunto Giacomelli che giovedi’ 27 novembre presiedera’ il Consiglio dell’ Ue per le telecomunicazioni a Bruxelles – e’ contraria agli accordi tra grandi operatori, che rischiano di creare barriere all’ entrata della Rete. Ora dobbiamo cambiare prospettiva e provare ad assumere il punto di vista dell’ utente. Ho la sensazione che gli Stati Uniti stiano prendendo piu’ tempo per la decisione, quindi capisco che anche in Europa serva un momento ulteriore di riflessione”. (ANSA) CAS 25-NOV-14 17: 41 NNN

Le contraddizioni italiane sulla net neutrality

Il complesso sistema decisionale europeo è al lavoro da tempo sulla riforma delle regole per le telecomunicazioni e internet. Nella complessità passano tentativi contraddittori di riforma. Uno di questi riguarda la net neutrality. L’unico modo per contrastare le manovre che contrastano con i diritti degli utenti di internet, la libertà di innovazione ed espressione, è farli conoscere. Le contraddizioni tra quanto si sostiene in linea di principio e quanto si tenta di far passare al riparo dall’opinione pubblica non reggono, si spera, di fronte alla semplice informazione sui fatti.

Molti stanno lavorando in queste ore per mostrare una di queste contraddizioni.

Fulvio Sarzana ne ha scritto tra i primi. Edri ha fatto circolare un documento “leaked” con la proposta italiana per la riforma delle tlc e di internet. Contiene norme che di fatto aboliscono la net neutrality e consentono agli operatori di creare servizi che discriminano il traffico in rete senza vere e proprie limitazioni. Una proposta totalmente diversa da quella che era passata al Parlamento europeo. (Edri)

La Quadrature du net informa sulle posizioni del commissario Oettinger, sostanzialmente contrario alla net neutrality. (LaQuadrature)

Gigaom commenta con molto pessimismo in proposito. (GigaOm)

Slashdot riprende la storia e osserva che la proposta europea rimuove aspetti “vitali” della net neutrality. E dichiara che questa volontà è espressa dalla presidenza europea (attualmente italiana). (Slashdot)

Punto Informatico sottolinea la responsabilità italiana in questa vicenda (PI)

Corriere delle comunicazioni informa che la proposta italiana non è passata al Coreper e che si passa a dicembre. (Cor.Com)

Non è detta l’ultima parola dunque. Intanto, nel Parlamento italiano c’è la proposta Quintarelli e altri alla Camera su queste questioni (Camera). La proposta difende la net neutrality e ne comprende profondamente l’importanza. Quintarelli è il presidente del Comitato d’indirizzo dell’Agid.

Anche di questo tema si parlerà all’Igf 2014, alla Camera, il prossimo 25 novembre. Ecco il programma.

Un programma europeo per il giornalismo investigativo da investigare

Una storia da investigare, si direbbe, sembra coinvolgere un programma europeo che avrebbe dovuto sostenere la realizzazione di inchieste giornalistiche che coinvolgono più paesi. Erano stanziati 1,5 milioni per sostenere il lavoro di ricerca. È stato speso un quarto di milione in consulenze. Ma, dopo più di tre anni, il programma non viene alla luce. Una ricostruzione e molte risorse documentali su atlatszo.

E uno studio piuttosto rilevante in materia di giornalismo investigativo in Europa.

Lux Leaks: 80 giornalisti per 28mila pagine. E i documenti originali

Gran lavoro giornalistico per l’analisi delle 28mila pagine di documenti che spiegano come le aziende riducessero le loro tasse passando per il Lussemburgo (ICIJ). E qui sono raccolti i documenti originali.

I repubblicani e la net neutrality

Secondo Brendan Sasso, sul NationalJournal, con la vittoria repubblicana alle elezioni di midterm americane, si chiariscono anche le posizioni sulla net neutrality.

In pratica, i repubblicani interpretano la net neutrality come una regolamentazione del web e vogliono consentire alle compagnie telefoniche di fare quello che vogliono. I democratici interpretano la fine della net neutrality come il controllo esercitato dalle compagnie telefoniche su quello che i navigatori della rete possono trovare. Queste posizioni sono anche chiarificatorie per quanto riguarda il bizzarro dibattito in proposito che c’è in Italia.

La libertà di navigazione in rete può essere definita dalle strategie delle compagnie telefoniche o da uno standard architetturale della rete come la net neutrality. In ogni caso occorre una regolamentazione: o per dichiarare che le compagnie telefoniche sono padrone del traffico e per dichiarare che tutti si devono attenere allo standard architetturale. In nessun caso, lo stato si può chiamare fuori. Ma un fatto è certo: chi crede nel mercato vuole la net neutrality. Chi crede nelle grandi telco vuole dare loro il controllo del traffico in rete. Gli americani riescono sempre a rendere tutto molto semplice. Troppo semplice.

Vedi anche:
Obama soccorre i sostenitori della net neutrality!
Power law e net neutrality
Neutralità della rete: perché è importante
Tim Berners-Lee e la neutralità

La confusione tra oblio e la diffamazione

Non sono un giurista. Ma la nuova legge sulla diffamazione dedicata ai giornali registrati contiene un passaggio sul diritto all’oblio che appare del tutto fuori contesto. Non solo, a quanto pare, estende ai giornali la questione – già controversa – del diritto all’oblio. Ma mette a repentaglio la libertà dei cittadini di conoscere la storia passata.

Se il diritto all’oblio è pensato come una sorta di correzione dell’immagine identitaria di una persona che sarebbe distorta dagli algoritmi dei motori di ricerca che privilegiano le pagine molto linkate senza riguardo alla loro attualità, il diritto all’oblio sugli archivi dei giornali diventa una distorsione della realtà.

Spero che i commentatori più avvertiti di diritto mi illuminino se sbaglio.

Comunque, questa legge non sarebbe passata, a mio parere, se la bozza di Dichiarazione dei diritti in internet fosse in effetti una regola. Perché quella Dichiarazione avrebbe dato voce al diritto dei cittadini a una legislazione equilibrata su internet, attenta all’impatto non solo diretto ma anche indiretto delle novità normative. (Vale da esempio di quanto si diceva prima sugli equivoci intorno alla bozza di Dichiarazione).

Le prove ci sono: i carrier che lottano per farsi pagare di più dai grandi concorrenti degradano internet. La neutralità della rete è necessaria

Susan Crawford scrive su Medium una storia molto istruttiva sulla guerra dei giganti americani per il controllo e lo sfruttamento degli utenti della rete. Una guerra senza esclusione di colpi bassi, che sfrutta armi legali in America, che abbatte il valore di internet e rischia di trasformarla in un insieme di reti poco e male interconnesse, privatizzate, oligopolisticamente controllate. I carrier vogliono farsi pagare per ciò che è sempre stato gratuito e nin esitano a degradare il servizio. I grandi venditori di servizi e contenuti iperconcentrano il traffico mettendo in difficoltà i nodi strategici della rete. Gli ingegneri, coloro che avvicinano ciò che vogliamo a ciò che è possibile, saprebbero come fare. E se la regola fosse la neutralità e l’interoperabilità, come è nella sostanza di internet, risolverebbero con poca spesa. Ma in America è in corso una lotta di potere. E le prove ormai ci sono. Pezzo di Crawford da leggere.

Lo strano caso di Sondra Arquiett

Aveva un profilo su Facebook, Sondra Arquiett, con le sue foto. Ma non ne sapeva nulla. Lo aveva creato un agente della Dea americana che lo usava per compiere un’indagine nascondendo la sua identità dietro a quella reale della ignara signora (Buzzfeed)

Scoperto, l’agente viene difeso. L’idea, sembrerebbe, è che la sua indagine ha un valore superiore a quello della privacy e della sicurezza di Sondra.

Il senso della misura, il rispetto e la ragionevolezza sono superati in questo caso. Uno strumento come Facebook evidentemente fa venire in mente strane idee. Il social network dichiara che quello compiuto dall’agente è un abuso dei termini di utilizzo: così mentre la giustizia discute, Facebook applica la sua “legge” privata. Che si sovrappone a quella pubblica e in questo caso con conseguenze apparentemente giuste.

Vedi anche:
Codice è codice