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E se invece i Big Data esistessero? Una risposta al post di ieri

Dopo l’articolo giunto ieri da Marco Russo, c’è stata una certa discussione, soprattutto via Twitter. Esistono o no i Big Data in Italia? E sono un tema vero per i CIO? Oggi risponde Vincenzo Aloisio, Managing Director di Accenture..

Negli ultimi tempi non esiste un termine più utilizato nel mondo IT come quello dei Big Data. Spesso si genera confusione su questa terminologia che dipende, essenzialmente, dalla definizione, dal cosa si intende per Big Data. Tanti studiosi/esperti/ organizzazioni hanno elaborato definizioni e criteri per delimitare un perimetro. Il tutto si presta, ovviamente, ad interpretazioni più o meno soggettive. Volendo fissare un paletto, proviamo a definire come Big Data quell’architettura che utilizza per la gestione dei dati (anche) tecnologie di tipo no-sql e cioè, una per tutte, il framework hadoop. Tecnologia a dire il vero non poi così nuova ma appannaggio per diversi anni nel mondo Internet dei grandi motori di ricerca come Google e Yahoo. Credo che si sia cominciato a parlare di Big Data con una certa enfasi partendo dall’idea di gestire dati non strutturati (di volumi significativi) provenienti principalmente dai social media . Detto questo si è visto che queste tecnologie possono essere utilizzate anche per la gestione di dati strutturati ed anche in ambienti più tradizionali principalmente in architetture di data warehouse per l’analisi dei dati. Parliamo di tecnologie che si affiancano ai dbms più tradizionali costituendo così un’architettura ibrida. Gli obiettivi di tale architettura possono essere molteplici ma metterei in primis la riduzione del TCO, partendo dal presupposto che hadoop è un open source (o che anche in sue declinazioni “assistite” ha un costo basso) e necessita di infrastrutture hw a basso costo. A grandi linee, senza entrare nel dettaglio, si utilizza hadoop per collezionare dati, tenendo anche grossi volumi in linea su tale strato (Big Data layer”)e trasformo ed aggrego quello che mi occorre per popolare un dbms (appliance) sul quale farò determinati tipi di analisi. Le informazioni sui Big Data layer sono anche accedibili in maniera abbastanza efficiente da strumenti di front end non con l’obiettivo di voler sostituire le architetture di reporting. Tutto ciò porta ad un significativo risparmio di costi di licenze e di hw ed ad un abbattimento di costi di gestione potendo raggiungere con un consolidamento architetturale in quest’ottica un riduzione del TCO anche del 50% a fronte di investimenti modesti. In quest’accezione Big Data serve anche in Italia, visto che in altri paesi tale architettura è già in essere da diversi anni ad esempio in grandi aziende di telecomunicazioni. In Italia diverse aziende (telco, banche, utilities) si stanno muovendo in tale direzione.

I tipi di analisi che si fanno sui dati (data mining, modelli predittivi, forecasting, ecc.) in linea di massima prescindono da Big Data e volendo estremizzare, anche in maniera provocatoria, mi sento di dire che i Big Data non abilitano alcunchè di nuovo da un punto di vista di capacità di analisi, ma rendono possibile ciò che si faceva prima in maniera più efficiente e più efficace (con maggiore velocità).

In un contesto di revisione architetturale di questo tipo possono inserirsi molti altri fattori come utilizzo di strumenti in memory per l’analisi dei dati, appliances/db machine, CEP (Complex event processing) ecc. che spesso vengono messi a torto o a ragione sotto il cappello Big Data ma è inutile dilungarsi e concludo dicendo che la semplificazione e i risparmi che un architettura Big Data comporta ne fa ad oggi giustamente in Italia una delle le priorità dell’agenda dei CIO.

Che cosa pensereste se vi dicessero che in Italia i Big Data non esistono?

Dipende ovviamente dalle definizioni. Ma secondo Marco Russo (che invia per mail questo pezzo qui sotto usando un ufficio stampa) in Italia non ci sono organizzazioni che raccolgono veri e propri Big Data. (Blog di Marco Russo)

marco russo marco russo

IN ITALIA I BIG DATA NON SERVONO

Marco Russo, tra i maggiori esperti di business intelligence in Europa, spiega perché in Italia la politica, le banche e le Pmi possono fare a meno di questo processo.

«Partiamo dalla questione semantica» esordisce Marco Russo, consulente, speaker internazionale e socio di EventHandler, la società che organizza le Technical Conferences, tra cui la più importante conferenza italiana sulla Business Intelligence. «La definizione di “big data” si presta ad essere confusa con quella di “data mining”. Un aspetto fondamentale, però, è che con i Big Data gli ordini di grandezza sono molto elevati: l’unita di misura dell’informazione, nel caso dei Big Data, è lo Zetta-Byte ovvero di una mole di Byte dell’ordine di 10^21 e quindi di miliardi di Terabyte. Nella realtà, poche aziende al mondo hanno questo genere di volumi e in particolare in Italia è quasi impossibile trovare volumi di dati di tali dimensioni».

Alcuni esempi:

Analisi politiche sui social network: «Twitter ha numeri da Big Data ma le analisi effettuate sui tweet del corpo elettorale italiano (3,5 milioni di italiani hanno utilizzato Twitter durante la campagna elettorale, ndr) sono fatte con strumenti tradizionali. L’ultima edizione di Sanremo, che per numero di tweet è stata un evento da record in Italia, ha registrato 150 mila tweet durante la finale; un volume che può essere racchiuso in 77 MB (Megabyte), senza compressioni, caricato su strumenti di produttività personale (Excel, ndr), e analizzato per correlazione senza ricorrere ai big data»

Le banche. «Le transazioni economiche delle banche sono sempre effettuate su sistemi transazionali (database tradizionali, ndr), non con tecnologie Big Data. In Italia ci sono 30 milioni di conti correnti bancari e 8 milioni di conti correnti postali; calcolando una media di 20 operazioni al mese su conti retail (persone fisiche a uso personale, non business, ndr), ci sono 600 milioni di operazioni al mese su tutti i conti correnti. In un anno sono 7 miliardi. È un numero alto, ma gestibile tranquillamente da normali server aziendali. Il volume complessivo è di alcuni TB, distante dai volumi di traffico di big data».

Le società che impiegano strumenti che possono inquadrarsi nei “big data” sono molto poche; ad esempio Facebook, Twitter, Amazon, Microsoft e Google. In Italia, spesso, l’etichetta “Big Data” viene associata a operazioni più tradizionali (ma altrettanto efficaci) quali Business Intelligence e Data Mining. L’analisi dei dati con algoritmi di data mining, come le regole associative, portano a evidenziare correlazioni tra i dati che talvolta sono inaspettate (il caso più famoso è Wal Mart, che scelse di disporre i prodotti in maniera diversa quando scopri che chi acquistano pannolini probabilmente acquista anche birra, ndr). «La conoscenza di queste correlazioni – spiega Marco Russo – può portare a modelli predittivi di comportamento e a segmentazioni della popolazione in base a caratteristiche qualitative e comportamentali. Nei fatti, molte delle tecniche di data mining sono oggi associate a volumi di dati sempre maggiori, magari ottenuti da strumenti di big data, anche se a oggi le analisi sono effettuate in momenti (e con tecnologie) differenti».

Link. Letture per domani. Netneutrality tedesca e frequenze italiane. Occhio a Telecom

Deutsche Telekom è intenzionata a introdurre restrizioni nel traffico internet per le famiglie abbonate entro il 2016 in modo da contenere la quantità di banda consumata dai sottoscrittori. Ma lasciando invariata l’usabilità del suo servizio televisivo e creando una disparità con i servizi concorrenti che servono anche a scaricare video come YouTube, iTunes, Facebook (NyTimes).

E’ un attentato alla netneutrality. Non è detto che passerà. Ma questo genere di propositi, specialmente quando sono annunciati con tanto anticipo, servono proprio a spostare il limite dell’ammissibile. Finora questo genere di discriminazione era fatta solo sul mobile. Ma in Germania pensano di farlo anche sul fisso. Entrambe le forme di discriminazione creano una forma di scarsità che garantisce un enorme potere all’operatore telefonico che la impone. Non tutti ne fanno uso. Ma possono pensare di farlo.

La scarsità “naturale” di frequenze per il mobile (che in Italia è una storia infinita collegata alla difesa della televisione tipica di questo paese, Longo) è portata qualche volta a sostegno della legittimità delle politiche non neutrali su quella rete. Ma la scarsità di banda fissa è soprattutto una scelta dovuta alla disponibilità a investire degli operatori.

Di certo, non è coerente che gli stessi operatori dicano di essere disposti a investire in nuova banda solo se vedono che la domanda cresce e nello stesso tempo dichiarino che è necessario gestire la banda per l’uso eccessivo, abolendo la net neutrality. Ma può avvenire perché gli operatori hanno tutto il diritto di sviluppare strategia che trovano più conveniente.

Quello che può correggere la situazione è una politica che veda nell’agenda digitale uno dei pilastri dello sviluppo e della crescita. Che quindi stabilisca che la domanda nasce quando c’è offerta di banda. E che l’indotto di innovazione che genera nasce quando c’è neutralità della rete.

La separazione della rete Telecom Italia può essere molto utile, in un contesto in cui ci sia una chiara politica digitale. Altrimenti rischia di finire nell’ennesima mezza novità.

Prossimi incontri. Alberto Sangiovanni Vincentelli. Mancati incontri. Il sottosegretario allo sviluppo digitale

Alberto Sangiovanni Vincentelli, professore a Berkeley, parla oggi a Padova, nell’ambito di Segnavie, la serie di incontri organizzati dalla Fondazione Cariparo. E parla di senso del rischio, dell’imprenditorialità, delle infrastrutture che servono a dare forza a un ecosistema dell’innovazione. La distanza che separa l’Italia dalla California. Nella speranza che si spinga a raccontare anche come e se è interpretare in modo originale le opportunità offerte dall’innovazione, anche se non si è basati a San Francisco (CorriereInnovazione).

Intanto, Riccardo Donadon manifesta una critica forte contro i ritardi nell’applicazione del decreto crescita per quanto riguarda le starup e la semplificazione delle condizioni per l’avvio di iniziative imprenditoriali innovative (CorriereInnovazione).

In effetti, la politica necessaria a sviluppare il potenziale di crescita legato all’innovazione e alle startup sembra sia stato messo in secondo piano nei primi giorni di questo nuovo governo. Come negare che manca una figura di riferimento per tenere alta l’attenzione e l’azione intorno ai temi dell’agenda digitale, dell’infrastrutturazione digitale, della modernizzazione della pubblica amministrazione, della facilitazione alla nascita di nuove imprese innovative… Non è mai troppo tardi, certo. Nella speranza che alla nuova compagine governativa manchi solo un po’ di attenzione: sarebbe grave, visto che si tratta di uno degli argomenti sui quali si può costruire di più e con risultati probabilmente più veloci da raggiungere; ma sarebbe rimediabile presto, almeno scegliendo un responsabile del coordinamento delle politiche in materia.

FunnyTv non fa ridere. Segnalazioni di presunte operazioni mangiasoldi. Kafka reloaded

Segnalazione ricevuta, tutta da verificare: “Mi hanno mandato un sms che diceva che mi avevano tolto 5 euro dalla prepagata del telefonino per pagare il servizio FunnyTV. Ma io non avevo mai aderito! E non ho mai usufruito di quel servizio. Ho chiamato il gestore, mi ha detto che hanno ricevuto molte altre segnalazioni del genere ma non mi restituiva i soldi perché a lui risultava che avevo accettato. Ma io non ho mai accettato niente”. Un forum riporta qualche altro presunto caso del genere. E la cosa non sarebbe nuovissima, come segnala un post sul Corriere della Sera. Ci sono altri casi all’Associazione difesa consumatori.

Mettiamo che sia vero quello che dice la persona che mi ha segnalato la faccenda. Mettiamo che abbia ragione la Repubblica che ha già pubblicato un pezzo su FunnyTv: “Cellulari, attenti ai messaggi FunnyTv: può essere una trappola ‘succhiasoldi’“. Mettiamo che l’Acotel, cui la Repubblica dice che FunnyTv fa capo, sia in perfetta buona fede. Mettiamo, per ipotesi, che ci sia un bug che fa apparire un popup pubblicitario sul browser del telefonino che chiede l’adesione al servizio e che per errore quel popup passi velocissimo sullo schermo e attivi da solo il servizio. Mettiamo che i gestori ricevano parecchie di queste segnalazioni. Perché non fanno niente? Possono tranquillamente bloccare il servizio fino a che l’errore viene risolto. Forse lo stanno facendo? Sarebbe bello saperlo.

Viene in mente il Processo di Kafka reloaded.

Il Movimento consumatori spiega che fare. L’esperienza insegna che la mossa più efficace per l’utente è bloccare i numeri che cominciano con 486.. Il che però blocca anche altri servizi utili. Che potrebbero far causa a chi ha causato questo problema. Ciro, che risponde all’Associazione difesa Consumatori ha un’altra soluzione: “Basta che scrivi una mail a servizioclienti@acotel.com con utenza cellulare e chiedi il rimborso per non aver usufruito del servizio e comunque per DISATTIVARE è ancora più facile rispondere ad uno qualsiasi degli SMS ricevuti con la parola STOP e ti disattivi!”. Sulla Parola al consumatore c’è questo consiglio: “È possibile disattivare i servizi inviando un SMS con la parola STOP al numero 4868684. L’SMS di disattivazione deve essere inviato dal cellulare su cui è attivo il servizio. La disattivazione è automatica e immediata ed è confermata con la ricezione di un SMS. Il costo degli SMS inviati per la disattivazione dipende dal proprio piano tariffario.”.

In ogni caso, si osserva che nei mercati in cui le aziende hanno moltissimi utenti che pagano ciascuno pochissimo, gli utenti percepiscono un piccolo danno quando c’è un “errore” che succhia qualche centesimo o qualche euro, ma le aziende ne possono trarre guadagni molto sensibili. E’ il tipico caso in cui una diffusa pratica della causa collettiva per danni, con punizioni da milioni di euro, sarebbe utile a migliorare la qualità del mercato. Ci vogliono avvocati specializzati e molto competenti. E ci vogliono attività importanti di comunicazione. Ma poiché le grandi piattaforme che funzionano così sono destinate ad avere sempre più importanza nella vita quotidiana, è bene cominciare a porre rimedio all’asimmetria.

Sliding doors. In che palazzo è entrata l’Italia?

Il governatore del Veneto riprende il tema dell’integrazione, collegandolo a un crimine commesso da una persona immigrata. E tira fuori una strana richiesta al ministro dell’integrazione Kyenge.

Intanto, la presidente della Camera riprende le polemiche sul web collegando le minacce che ha subito non tanto alle persone che le hanno lanciate ma al mezzo che le ha trasmesse. Per ora, d’altra parte, non ci sono segnali di interesse specifico del nuovo governo per lo sviluppo economico che la rete può generare. (Repubblica, Ciccone, Gilioli, Longo).

Dopo le elezioni, l’Italia ha creduto essere entrata in un nuovo contesto storico attraverso una porta girevole: che poteva condurla in un posto pieno di gente che voleva riformare il paese pensando al futuro, oppure in un posto dove si voleva restaurare il passato. Invece ha trovato un posto pieno di polemiche stantie: scoprendo che il contesto storico non è nuovo per niente.

Metafora della vita #n

A quanto pare, hanno scoperto che alcuni sistemi elettronici (Niagara) per il controllo delle chiusure dei cancelli, per la sorveglianza dei palazzi, per le porte di sicurezza, si potevano crackare. I ladruncoli erano esclusi. I veri ladri professionisti entravano. Metafora della vita.

Il bug è stato risolto, per ora (via Wired)

Dicono che Lutero dicesse: “Se devi peccare, pecca fortemente”. Full disclosure: non sono luterano.

Compatibilità. Il governo delle questioni “non divisive” deve imparare le compatibilità

Se qualcuno vuole abolire l’Imu deve dire come finanzia l’operazione. Deve dire quali spese taglia o quali nuove tasse aggiunge. L’idea che abolendo l’Imu si stimoli l’economia tanto da aumentare la crescita e dunque la raccolta fiscale futura non è sufficiente nelle condizioni di debito in cui versa l’Italia. Dunque, un governo che dibatte in modo “non divisivo”, un governo di larghe intese, deve imparare a discutere tenendo conto delle compatibilità.

Quello dell’Imu è solo un esempio di oggi. Se una parte del governo lancia una richiesta che presuppone un aumento di spesa o una riduzione di entrate deve dire dove trova le risorse per rendere quella richiesta compatibile con il bilancio del “buon padre di famiglia” cui si è riferito il presidente del Consiglio.

Se un partito del governo minaccia di abbandonare il governo nel caso che una sua richiesta non sia accolta, il presidente del Consiglio, di default e immediatamente, deve pretendere che quel partito dichiari dove trova le risorse per finanziare la sua richiesta. Altrimenti il dibattito diventa “divisivo”. E le larghe intese falliscono. Imho.

La questione di coscienza della gente che ha votato per il Partito Democratico

Non appartengo a nessun partito. Non mi intendo di politica più di una qualsiasi persona che viva in Italia. Ma sento che c’è un grande movimento nelle coscienze di chi ha votato per il Partito Democratico. E che questo è un momento storico per la cultura politica degli italiani e la consapevolezza di quelli che li devono rappresentare.

Il nuovo governo di Enrico Letta è la sintesi più intelligente che si potesse fare della situazione emersa dalle elezioni. Le cause sono, come sempre, molteplici: alcune condizioni di lunga durata, i vincoli posti dalla congiuntura e i rimbalzi dovuti agli avvenimenti recenti. Da ricordare senza andare troppo in profondità:
1. La furbata della riforma-blitz della legge elettorale voluta molti anni fa per limitare i danni di una sconfitta annunciata della destra
2. L’urgenza della crisi economica che ha portato alla manifesta necessità di sostituire un governo incapace di gestirla con i tecnici e la conseguente limitata libertà di manovra per i partiti
3. L’esito elettorale del 2013, i tentativi falliti del Pd di accordarsi con M5S, la goffaggine delle prime votazioni per il Presidente della Repubblica, il rifiuto di prendere in considerazione Stefano Rodotà.

Il governo di Letta può aprire una fase nuova. E si è già detto tutto o quasi su questo punto. Ma certamente mette in crisi la coscienza della gente che ha votato Pd.

Quello che importa è ribaltare la situazione. Non è la coscienza delle persone che hanno votato il Pd ad avere torto e a doversi sentire tradita. È il comportamento di chi ha fatto politica senza valorizzare quella coscienza ad avere sbagliato. L’errore di prospettiva non è stato tanto causato dalla concentrazione eccessiva dei politici di sinistra sulla contrapposizione alla destra, peraltro sacrosanta: l’errore di prospettiva è stato nel concentrare troppo la politica di sinistra sull’obiettivo di prendere i posti di comando sottraendoli ai politici di destra senza pensare e dire abbastanza su ciò che va fatto per modernizzare e migliorare il paese.

La cultura di destra è espressa con coerenza dalla destra: ciascuno fa i propri interessi con ogni mezzo e se ha successo produce ricchezza che finisce, forse, per generare indirettamente vantaggi per tutti. Altrove questo è un pensiero liberista che si sviluppa accettando il quadro delle regole e delle leggi, tentando casomai di cambiarle per via democratica: in Italia questa cultura sconfina spesso oltre le regole, legittimando questo sconfinamento con una critica radicale dell’eccesso di regolamentazione e di peso fiscale.

La cultura della sinistra è orientata da una grande bussola: le persone non possono essere felici da sole. E dunque occorre lavorare perché tutti possano esprimersi, crescere, educarsi, intraprendere, lavorare con soddisfazione, correggendo i fallimenti del mercato. In un paese arretrato come l’Italia questo avvicina molti mondi: chi crede nella legalità, chi crede nella giustizia sociale, chi crede nella libertà di innovare e di creare, chi lavora con professionalità e spirito di servizio, chi crede nella cultura; e così via. Mettere insieme quei mondi significa fare un salto di astrazione e raccontare una prospettiva in cui quei mondi riconoscano il proprio contributo e il progetto di fondo al quale sentono di voler partecipare.

Questa cultura è forte nelle coscienze. È difficile da sintetizzare in misure semplici e concrete come quelle che suggerisce la destra. Dunque rischia di sostenere posizioni massimaliste e di condurre a compromessi che scontentano più di quanto soddisfino.

Con tutta la buona volontà, se non si fa un discorso di prospettiva articolato e ben espresso, se si perde tempo a parlare di poltrone e di polemicuzze, finisce che il progetto di sinistra appare debole e fumoso. Se non ipocrita.

Il passaggio, empiricamente dovuto che stiamo vivendo, sarà giudicato in base ai fatti. Ma anche in relazione alle coscienze.

Ora è tempo di rendere quelle coscienze più consapevoli. Accetteranno i limiti delle condizioni esterne se sono ben spiegate e dimostrate. Ma si attiveranno con energia solo se si confronteranno con un progetto profondo, concreto, ben raccontato, con una visione dell’innovazione che va portata in ogni angolo di questo bellissimo e disgraziato paese. Si tratta di una visione nella quale ciascuno possa riconoscere che il proprio contributo è importante, per il bene di tutti e dunque per il proprio.

La coscienza della gente che ha votato per il Partito Democratico è più importante di quel partito. La modernizzazione del paese può avvenire solo interpretando quella coscienza. E avverrà con un movimento duplice: vera partecipazione, per la quale le piattaforme digitali vanno salvaguardate e innovate, e narrazione visionaria sintetica, per la quale il discorso si deve concentrare sui contenuti che interpretano la coscienza degli italiani innovatori e rispettosi del bene comune.

La strada è lunga e imboccarla è urgente.

La destra si avvia a governare con alcune idee ben precise in testa. La sinistra deve fare altrettanto:
1. salvaguardia e miglioramento della libertà di espressione in rete
2. sviluppo basato sull’innovazione, la cultura, la nuova impresa
3. metodi trasperenti nell’amministrazione e nella partecipazione
4. energia ai progetti delle città intelligenti e delle strategie territoriali
5. scuola e ricerca come investimenti per la crescita senza se e senza ma

Gli altri paesi ci fanno concorrenza su queste cose. Ma su queste cose possiamo fare concorrenza a loro.

L’agenda digitale è una roadmap da non dimenticare mai. Ma è meglio chiudere questo strano post. Altrimenti si fa un programma. Tutto questo va contestualizzato. Ci sono mille altre cose da fare delle quali si parlerà di più, dal fisco al lavoro, dalla giustizia all’integrazione sociale. Ma sarebbe bene avere una visione capace di definire alcune cose irrinunciabili e realizzabili. Quelle che costituiscono i fondamenti di un progetto di paese dotato di una prospettiva.

Il fatto è che se non si fa questo genere di discorsi, la questione di coscienza di chi ha votato il Pd si risolverà senza il Pd.

Sottosegretario allo sviluppo digitale

Il clima cambierà nei prossimi tempi, se è vero che si arriverà a un governo sostenuto da Pdl e Pd. L’infelice rifiuto di parlare al Pd manifestato nei primi giorni dopo le elezioni dal M5S, la confusione divisiva e ambigua del Pd, la vuota efficienza comunicatoria del Pdl, lo smarcamento tattico di Lega e Sel, stanno tradendo il senso del voto ma stanno ricompattando il sistema di potere di ancien régime.

Se tutto questo è vero, è anche vero che qualcuno sarà pur tentato dalla volontà costruttiva di fare qualcosa di sensato. Sì, mi rendo conto, è una forma di ottimismo forzato. Ma anche di realismo: le probabilità che qualche aspetto del nuovo governo sia orientato a rispondere ai problemi di fondo del paese non sono inesistenti. Qualcuno vorrà pur fare bella figura di fronte a una popolazione che, ridotta in sudditanza dalle urgenze economiche e dalle sordità politiche, avrà comunque la possibilità di farsi sentire.

Una questione strategica che non si può dimenticare è quella dello sviluppo digitale del paese. Mentre la Telecom Italia sembra orientata a ridefinire la sua struttura di controllo, ammettendo nella stanza dei bottoni il capitalismo cinese, e affidando al sistema pubblico il destino della rete fissa attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, con una doppia mossa che cambia radicalmente lo scenario dell’internet italiana, il governo è chiamato ad avere una posizione intelligente. E la questione dell’agenda digitale resta uno degli ambiti di strategia di sviluppo economico più rilevanti per il paese.

Certo, la destra non ha mai capito se internet è una minaccia alla televisione e, nel dubbio, ne ha osteggiato la crescita in Italia, soprattutto con l’indifferenza e l’ignoranza, quando non ha apertamente operato da freno. Ma la sinistra non ha corretto il tiro quando ne ha avuto la possibilità. E gli innovatori multipartisan hanno sempre dovuto operare in modalità anomale faticose.

Una funzione specifica di governo dedicata all’agenda digitale non sarebbe necessaria in un paese normale. Ma da questo ovviamente discende che lo è in Italia. In mancanza di una forte e unitaria strategia che comprenda le opportunità offerte dalla rete a tutti i cittadini, le imprese e i giovani, in un paese come l’Italia è necessario che sia istituita una figura istituzionalmente e politicamente preposta a mantenere viva l’attenzione intorno a questa fondamentale fonte di energia per lo sviluppo.

E allora un’opzione è la nomina di un sottosegretario allo sviluppo digitale per servire al coordinamento di alcuni temi fondamentali:
1. governo della razionalizzazione della pubblica amministrazione, per ridurre i costi e le duplicazioni
2. manutenzione dei progetti di smart city, per alimentare le strategie di sviluppo territoriale
3. governo dei cambiamenti strutturali nella rete fissa e mobile, in funzione della netneutrality
4. vigilanza a favore della libertà di impresa, di espressione, di creazione che la rete alimenta
5. agenda digitale, alfabetizzazione, superamento del digital divide
6. progetti di sviluppo della scuola nel contesto dei media digitali
7. miglioramento delle forme di partecipazione dei cittadini alle scelte amministrative
8. semplificazione del percorso per le startup innovative
… e così via

Di certo, un sottosegretario allo sviluppo digitale avrebbe vita difficile. Ma senza si rischia che queste cose debbano essere portate avanti senza coordinamento. E facilitando l’opposizione dei Muri di Gomma che in Italia hanno sempre tanto successo. A danno del paese.

Vedi anche:
Perché è tanto difficile cambiare l’Italia

Le strane guerre dei brevetti. Google non avanza di un centimetro

Per chi sosteneva che Google ha comprato la divisione cellulare della Motorola per controllare il suo pacchetto di brevetti con il quale contrastare i brevetti di Microsoft e Apple in battaglie legali che assomigliano al risiko le notizie non sono confortanti. Google non riesce a far valere quei brevetti secondo Fosspatents.

In effetti, un sistema brevettuale che popoli le aziende di avvocati per bloccarsi l’innovazione a vicenda, valorizzando peraltro i giganti contro i piccoli innovatori non è interessante. E il fatto che la cosa cominci a scricchiolare può essere uno sviluppo positivo.

Vedremo se, per conseguenza, Google finirà per prendere in considerazione l’idea di far fare a Motorola quello che è nata per fare: hardware.

Che cosa si fa adesso. La strategia è urgente

Alla luce della globalizzazione e dei grandi spostamenti storici di questo millennio, con l’avvento della Cina, le dimensioni che reggono hanno grandi spazi interni: come l’India, il Brasile, la Russia. Ovviamente gli Stati Uniti. La dimensione europea è compatibile con questo sviluppo. Le dimensioni degli stati nazionali molto meno.

Lo spazio di autonomia delle scelte politiche in uno stato nazionale come l’Italia è ridotto. Le scelte sono inquadrate nei binari impostati a livello europeo. Il debito pubblico è stata una cessione di sovranità. Che oggi si manifesta in un ceto politico obbligato a limitarsi alla gestione delle risorse amministrative senza impostare una politica ideale. E quindi tentato dall’impostazione personalistica del dibattito.

La simbologia della presidenza della Repubblica resta a ricordare quello che era lo stato nazionale ottocentesco, i partiti impotenti sono la conseguenza della perdita di autonomia decisionale dello stato nazionale, la dimensione della gestione amministrativa resta quella più produttiva, con differenze meno comprensibili tra i livelli nazionali e quelli territoriali. In altri stati nazionali che attraversano analoghe crisi, la decomposizione in autonomie locali si vede in Spagna e nel Regno Unito, la sapienza amministrativa ha conseguenze positive in Svezia e Danimarca. I soli che riescono a mantenere un livello politico piuttosto alto sono gli stati che impostano politiche a lungo termine, un ambito nel quale paradossalmente possono decidere con libertà maggiore di quanto non accada di fronte alle urgenze. L’Italia sembra bloccata sul breve termine, tesa ancora una volta a spaccarsi in autonomie locali e potentati personalistici, ma di certo non trova il suo ambito di libertà decisionale e subisce a tutti i livelli le limitazioni imposte dal contesto internazionale.

La riforma è obbligata per poter affrontare le questioni importanti, come il lavoro e la ripresa imprenditoriale. Probabile che non avvenga per autoriforma, ma per reazione a nuove condizioni.

Internet, come la globalizzazione, è una delle strutture che innovano le condizioni. Che cosa sta effettivamente succedendo in questo contesto?

1. Open data. La trasparenza genera più opportunità per fare affluire al dibattito le istanze più diverse e fondate sui fatti, anche se ovviamente non è un sistema per decidere.
2. Sistemi di supporto alle decisioni. Emergono piattaforme per la raccolta delle istanze, la loro elaborazione condivisa e la raccolta di consenso intorno alle decisioni alternative. Le più immature si limitano a sostenere le istanze con raccolte di firme e altro, le più mature tengono conto delle compatibilità generali che le singole decisioni alternative non possono violare. La strada è lunga, ma non troppo, per arrivare a modernizzare almeno il sistema delle consultazioni multistakeholder che le istituzioni possono imporsi di praticare per ogni scelta complessa.
3. Comunicazione tra eletti ed elettori. Tutto è partito come una forma di campagna elettorale permanente su Twitter. E fino a che resta lì non cambia nulla. Le piattaforme di gestione dei movimenti politici che organizzano le attività online possono avere un impatto molto più importante e modernizzante.

Il famoso perimetro dell’ingerenza dello stato è definito dalle leggi ma anche dalle condizioni, come quelle imposte dalla globalizzazione e offerte dall’internet.

I livelli della relazione costruttiva tra internet e funzionamento della politica per ora dunque sono tre:

1. Ciò che abbiamo in comune sono i fatti e la trasparenza li rende utilizzabili dalla società o dall’amministrazione.
2. Le istituzioni restano il luogo della decisione democratica ma imparano dalla rete a procedere nelle scelte in modo più efficiente e condiviso.
3. I partiti si riformano accettando un sistema organizzativo moderno, interattivo e coinvolgente per il loro elettorato.

Se il ceto politico non comprende quanto le condizioni del suo lavoro sono modificate dalla globalizzazione e dalle opportunità offerte dalla rete internet, non comprende il proprio ruolo e non riesce a farlo comprendere. Allontanandosi dalla popolazione inesorabilmente.

Vedi anche:
Citizenville
Capannori
Smart citizenship

Cinque certezze non ne fanno una

1. Non è un golpe. Rodotà è d’accordo
2. Ci sono praterie per un governo che nessun elettore desiderava al momento del voto
3. I partiti non sono all’altezza del loro potere
4. I franchi tiratori saranno in agguato a ogni votazione ma faranno durare il governo per durare essi stessi
5. Vince chi scommette che la maggioranza degli italiani non sa se e per chi voterà la prossima volta.

Se Prodi battesse B per la terza volta

Se Romano Prodi battesse B. per la terza volta sarebbe un caso di giustizia della storia.

Se Romano Prodi battesse B. per la terza volta non sarebbe per un accordo di Palazzo, come quello che portava Marini alla candidatura Pd-Pdl, ma al contrario il segno che Bersani è riuscito finalmente a sentire la voce di quella che lui chiama la base.

Questa volta, i nemici di Prodi non potrebbero abbatterlo dopo poco tempo. Né D’Alema potrebbe prendere il suo posto, non prima di sette anni, né B. potrebbe – come si sospetta – comprare i voti dei parlamentari a suon di milioni di euro perché passino dalla sua parte. Il sospetto peraltro è sostenuto da precise confessioni e se fosse confermato dovrebbe impedire da solo qualsiasi possibile accordo con il sospettato.

Se Romano Prodi battesse B., questa volta, non sarebbe una partita: sarebbe la fine del campionato.

E se ne comincerebbe finalmente un altro. Come sperano tutti gli italiani di buona volontà.

Update: Rodotà, Prodi – v. – Marini, D’Alema

Il Pd può scegliere. Andare verso M5S con Rodotà o Prodi. Andare verso il Pdl con Marini o D’alema. Incredibile libertà, in questo tempo paradossale.

E’ il momento di scegliere.

La questione è questa: la scelta sarà fatta guardando all’interno del mondo dei politici o ascoltando quello che con tutta evidenza viene fuori dall’elettorato e dal paese?