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IIT: una settimana da incubo provocata da chissà quali buone intenzioni

L’IIT è uno dei maggiori centri di ricerca italiani. L’istituto guidato da Roberto Cingolani è un esempio internazionale per metodo, risultati, gestione, velocità. La sua robotica è nella testa dell’innovazione globale e il suo robottino con la faccia di bambino è un’icona. I nuovi materiali a base organica aprono strade straordinarie per l’industria. I neuroni biologici che coltiva, la comprensione delle dinamiche dell’apprendimento, la produzione in casa delle macchine più avanzate per fare ricerca in collaborazione con i migliori produttori… Una pagina riassuntiva dell’IIT va venire voglia di saperne di più.

Cingolani_roberto-220x329La sua capacità di sviluppare ricerca che genera impresa l’aveva condotto a chiedere il permesso di investire nelle startup che escono dai suoi laboratori, non apportando denaro ma servizi. Assurdo che dovesse chiedere questo permesso, ma la legge come spesso accade in Italia non è un abilitatore chiaro e stabile, ma un limite opaco e instabile. La risposta, forse spinta da buone intenzioni, è stata di rilanciare: il decreto Investment Compact consente all’IIT di sviluppare un’attività commerciale, anzi incarica l’istituto di fare da venditore dei brevetti di tutto il sistema della ricerca. Una buona idea? Di certo fantasiosa e gratificante se non fosse per un piccolo problema: l’istituto dovrebbe svolgere questo nuovo incarico senza altre risorse e dunque abbandonando le precedenti attività di ricerca.

Il decreto, articolo 5 ai punti 2 e 3 dice:

2. Al fine di diffondere l’innovazione e di stimolare la competitivita’ del sistema produttivo, in particolare delle piccole e medie imprese, la Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia, anche attraverso le forme previste dall’articolo 4, comma 9, del presente decreto, provvede a:
a) sistematizzare a scopi informativi e di vendita i risultati della ricerca scientifica e tecnologica svolta negli enti pubblici di ricerca, le competenze scientifico-tecnologiche e le infrastrutture di ricerca presenti negli enti stessi;
b) istituire un sistema per la commercializzazione dei brevetti registrati da universita’, da enti di ricerca e da ricercatori del sistema pubblico e disponibili per l’utilizzazione da parte delle imprese;
c) fungere da tramite tra le imprese per lo scambio di informazioni e per la costituzione di reti tecnologiche o di ricerca tra esse.

3. Gli enti pubblici di ricerca sono tenuti a fornire alla Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia le informazioni necessarie per gli scopi di cui al comma 2, lettera a). La Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia e’ tenuta a retrocedere i proventi derivanti dalla vendita o dalla cessione del diritto d’uso di un brevetto o di un altro titolo di proprieta’ intellettuale, al netto dei costi, all’ente pubblico di ricerca di provenienza del brevetto stesso, che le abbia conferito mandato per la vendita o la cessione. Le universita’ possono stipulare accordi, contratti e convenzioni con la Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia per la valorizzazione dei risultati della ricerca scientifica e tecnologica, secondo le modalita’ previste dal presente articolo per gli enti pubblici di ricerca. Al fine di diffondere l’innovazione nel sistema delle piccole e medie imprese, la Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia puo’ stipulare accordi, convenzioni e contratti, comunque denominati, con il sistema camerale, con le associazioni delle imprese, con i distretti industriali e con le reti d’impresa. Le funzioni previste dai commi 2 e 3, sono svolte dalla Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Come si vede i nuovi compiti dell’IIT sono giganteschi e interessanti, ma anche impossibili da svolgere con le stesse risorse di prima senza rinunciare alle attività di prima.

Perché? Se lo chiedono all’istituto (IIT). Se lo chiede il Corriere. Sto a mia volta aspettando risposte. Ma tutti noi stiamo aspettando una correzione drastica di questa norma che appare, almeno fino a che non viene spiegata, come un pasticcio.

Un paese senza sovranità e senza Processo di Norimberga. Due libri e un video per guardare dall’alto il labirinto italiano

Le tecniche per uscire da un labirinto prevedono di solito di trovare una regola tattica-analitica che consenta di provare tutte le strade e ricordare quelle già sperimentate con insuccesso. Ma la regola strategica-sintetica è tentare di guardarlo dall’esterno. Umberto Eco è un esperto. E leggere la storia d’Italia dalla fine della guerra a oggi è come un labirinto. Dal quale occorrebbe venire fuori per poter guardare avanti. Non è escluso che sia arrivato il momento per riuscirci.

Due libri letti nello stesso momento indicano una possibile visione sintetica. Con l’aggiunta di un documentario della Bbc su Gladio intitolato Operation Gladio del 1992, citato da Umberto Eco nel suo Numero Zero, il primo dei due libri. E il secondo è Il golpe inglese di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino.

libro-numero-zeroEco racconta la storia di una redazione di giornale vagamente grottesca e di un’inchiesta approssimativa e incredibile sull’Italia del dopoguerra che però sfocia in una tragedia che paradossalmente l’avvalora. Fasanella e Cereghino raccontano i risultati di un’inchiesta documentata dalla quale si esce con la convinzione che la disinformazione abbia sempre vinto in Italia, che sia impossibile distinguere tra gli accadimenti e le testimonianze che artatamete li interpretano o li nascondono in questo paese.

libro-golpe-ingleseEntrambe le storie mostrano aspetti dell’Italia uscita dalla Seconda Guerra Mondiale come paese sconfitto e costretto a vivere sotto la tutela delle potenze vincitrici. Fasanella e Cereghino offrono una dimensione di lettura originale centrando il racconto sulla politica estera della Gran Bretagna nei confronti dell’Italia. L’Inghilterra appare in tutta la sua decadente trasformazione da immenso impero globale in un paese europeo importante ma certo non decisivo per il pianeta. Ma un paese che intende in ogni modo rallentare questo processo comportandosi il più a lungo possibile come potenza coloniale. E l’originalità della lettura sta nel fatto che mentre di solito l’Italia si sente succube della politica americana, in realtà sulla Penisola ha gravato anche l’interferenza inglese, legittimata dal ruolo della Gran Bretagna come potenza vincitrice incaricata di influire sulla politica italiana all’indomani dell’armistizio e della definizione dell’Italia come paese cobelligerante destinato dai patti internazionali a giocare un ruolo di secondo piano nell’ordine mondiale uscito dalla guerra.

La vicenda della politica inglese in Italia è – per Fasanella e Cereghino – alimentata da tre assi:
1. proteggere gli interessi petroliferi britannici nel Medio Oriente, a lungo un protettorato inglese
2. combattere l’avanzata sovietica in Europa e l’avanzata dei comunisti in Italia
3. alimentare culturamente ed economicamente una rete di alleati di ogni genere purché adatti a favorire la politica britannica: fascisti, mafiosi, strani massoni, liberali, giornalisti…

Nel libro di Fasanella e Cereghino, i nemici dei britannici sono sempre gli italiani che pensano all’interesse nazionale e lo perseguono con una politica indipendente e rischiosa per gli interessi britannici, che intendono a lungo in base alla visione del mondo di una potenza imperiale, anche quando l’impero non c’è più. Entrano nel gioco, e perdono, personaggi come Matteotti, Mattei, Moro. E le tragedie che li riguardano sono allusivamente collegate da Fasanella e Cereghino agli interessi inglesi. Sono ossessionati dal petrolio: Matteotti e Mattei sono nel mirino per questo, anche se ovviamente per motivi diversi. E sono ossessionati dalla stabilità politica anticomunista: Moro è nel mirino perché conduce la Dc all’apertura al compromesso storico con il Pci. Il libro è convincente soprattutto nelle parti dove ricostruisce i legami tra gli inglesi e i fascisti che, invece di essere esclusi nell’Italia democratica, vengono aiutati in tutti i modi a pesare e molto sulla politica italiana. Le vicende di Gladio, di piazza Fontana, persino delle Brigate Rosse, sono – nel libro – chiaramente segnate da persone che hanno rapporti con i servizi inglesi e con i fascisti che gli inglesi proteggono a lungo.

Umberto Eco sottolinea una questione di metodo. I collegamenti tra i documenti, i fatti acclarati, le persone dalle biografie ambigue, gli interessi internazionali, le tragedie e le loro interpretazioni non sono mai esenti da possibili forzature e manipolazioni. Le ipotesi interpretative vanno sottoposte a ricerche condotte in base a un’epistemologia storica della quale non dovrebbero fare a meno neppure i giornalisti. Una narrazione convincente non è sempre una narrazione documentata. E i moventi per gli assassini – politici – non sono sufficienti a definire le resposabilità. Ma un’inchiesta improbabile come quella del giornalista immaginato da Eco può essere messa a confronto con un’inchiesta come quella della Bbc, che nel 1992 ricostruisce la vicenda Gladio: e mostra come l’Italia sia stata una nazione priva di vera sovranità, sottoposta a pressioni enormi perché non si rendesse autonoma nella scelta del proprio destino, governata da persone che non potevano scegliere, manipolata da una strategia della tensione motivata da interessi stranieri. Non è un caso che i governi non abbiano credibilità in un paese così. E la domanda è questa: finita la Guerra Fredda il paese è stato tenuto sotto tutela per altri vent’anni. Ma adesso è davvero finita?

La Germania è ripartita dal Processo di Norimberga. Ed è oggi una potenza indipendente. L’Italia non ha avuto un analogo processo. Ed è sempre alla ricerca di un’impossibile indipendenza. Lo scioglimento della sua sovranità nel nuovo contesto europeo potrebbe aiutarla a trasformarsi in quello che ha perso l’occasione di essere: se non può essere un paese indipendente, può almeno partecipare a un nuovo paese, l’Europa, che ha molto più senso alla scala delle sfide contemporanee? Questo dipende anche da noi: questo potrebbe essere il finale di una storia e, finalmente, l’inizio di una nuova storia. Perso il Novecento, potrebbe guadagnare il Millennio.

Un mercoledì… che non si sa dove andare. Tra privacy e startup

Mercoledì 28, mattina, il Garante per la protezione dei dati personali organizza un incontro intitolato “Il pianeta connesso. La nuova dimensione della privacy“. E non c’è dubbio che il tema sta uscendo dal ghetto degli addetti ai lavori mentre resta difficilissimo capire che cosa fare. Giusto ieri a Davos alcuni professori di Harvard hanno aggiunto la loro voce al coro di funebri annunci secondo i quali “la privacy è morta“. Ecco quello che hanno suggerito: “Immaginate un mondo nel quale droni-robot delle dimensioni di zanzare vi ronzano attorno rubandovi pezzetti di Dna. Un mondo nel quale una catena di negozi comprende dalle vostre abitudini di acquisto che siete incinte prima che lo sappia la vostra famiglia. Ebbene benvenuti nel presente. Siamo già in quel mondo” ha detto Margo Seltzer, professore di computer science a Harvard.

Intanto, Kim Dotcom promette di offrire un sistema per chattare e parlare online in modo criptato e al sicuro delle intercettazioni via browser (Guardian).

Quella stessa mattina si riuniscono molti esperti e operatori per discutere su come potenziare l’ecosistema delle startup a Roma. Dopo che il tema è stato avviato a livello di governo nel corso del 2012 e portato avanti con coraggio al Mise, molti territori si sono interrogati su come facilitare il decollo dell’innovazione locale con misure adeguate e visionarie. Moltissimo resta da fare.

Spiegel: l’Nsa si prepara all’attacco. Ma la politica ci sta pensando?

La Nsa considera la sorveglianza come una prima fase della sua opera di preparazione alla cyberguerra. La prossima è la creazione di armi per attaccare il nemico via internet. Un’inchiesta realizzata dal team Jacob Appelbaum, Aaron Gibson, Claudio Guarnieri, Andy Müller-Maguhn, Laura Poitras, Marcel Rosenbach, Leif Ryge, Hilmar Schmundt e Michael Sontheimer per lo Spiegel, basata ancora una volta su documenti diffusi da Edward Snowden, ne dà conto (Spiegel)

Che cosa c’è di tanto inquietante nella preparazione di armi di attacco via internet? Marshall McLuhan lo ha scritto decenni fa: “World War III is a guerrilla information war with no division between military and civilian participation.” Quello che c’è di inquietante è che queste armi non fanno distinzioni tra militari e civili. Uno sviluppo che appare inevitabile a fronte dell’analoga mancanza di distinzione tra militari e civili che traspare dalle azioni dei militanti delle organizzazioni terroristiche. E nonostante tutto occorrerebbe poter contare su qualcuno che nelle democrazie lavora a un trattamento politico di questi sviluppi, non lasciando tutto in mano alle tecnologie e burocrazie militari.

La domanda successiva dunque è: si potrà arrivare a discutere su queste armi digitali come si è fatto per le armi chimiche che sono state messe al bando e per quelle nucleari che sono state regolamentate a livello internazionale? È tempo di cominciare a pensarci? Oppure dovremo lavorarci quando saranno già enormemente sviluppate?

ps. Intanto oggi su Nòva è uscito un ampio servizio su questi temi…

Intelligenza artificiale. L’allarmismo non serve a nulla

E’ vero che i resoconti giornalistici sulle nuove tecnologie hanno spesso bisogno di condimento per essere graditi anche ai non addetti ai lavori. Ma perché mai anche oggi di fronte all’appello piuttosto pacato di alcuni importanti scienziati raccolto da The Future of Life Institute (FLI) intorno all’intelligenza artificiale non sono mancate le titolazioni allarmistiche?

L’appello è orientato essenzialmente a segnalare l’effettivo progresso dell’intelligenza artificiale nella sua versione contemporanea, alimentata dai dati che si raccolgono e dalle conoscenze distribuite in rete, con l’aggiunta di un invito a coltivare una buona dose di consapevolezza di fronte a questo sviluppo. Come in ogni innovazione fondamentale, gli esseri umani sono responsabili del loro destino. E ogni tanto vale la pena che qualcuno lo ricordi.

Il punto è: come si approccia questo sviluppo? Sto lavorando intorno a un’idea (e un libro in proposito uscirà in febbraio, con Codice): la tecnologia digitale è supermalleabile e assume la forma che le nostre narrazioni le sanno dare. Esempi? Se la nostra narrazione è quella del capitalismo autoreferenziale, la tecnologia andrà nella direzione di un meccanismo autonomo dall’intervento di un singolo individuo o di un singolo stato che alloca razionalmente (secondo il meccanismo e chi lo ha progettato in base a quella narrazione) le risorse. Le la nostra narrazione è quella di un sistema ecologico nel quale la diversità e la pluralità di punti di vista è ricchezza, nel quale il contributo di ciascuno è importante per la qualità dell’insieme, allora anche la tecnologia si svilupperà in quella direzione. Non possiamo non discuterne. Ma non ne possiamo discutere bene se lasciamo che una terza narrazione, quella della fiction apocalittica sulla prossima estinzione dell’umanità, diventi il contesto predominante nel quale ci informiamo in materia.

In attesa di Edge, vedi anche:
Research priorities for robust and beneficial artificial intelligence pdf
L’Intelligenza Artificiale crea o distrugge lavoro?
Intelligenza artificiale e lavoro. Appunti in diretta a Pisa

Spunti bibliografici dai contributi precedenti:
Peter M Asaro. “What should we want from a robot ethic?” In: International Review of Information Ethics 6.12 (2006), pp. 9–16.
Nick Bostrom. Superintelligence: Paths, dangers, strategies. Oxford University Press, 2014
Erik Brynjolfsson and Andrew McAfee. The second machine age: work, progress, and prosperity in a time of brilliant technologies. W.W. Norton & Company, 2014
United Nations Institute for Disarmament Research. The Weaponization of Increasingly Autonomous Technologies: Implications for Security and Arms Control. UNIDIR, 2014
Carl Frey and Michael Osborne. The future of employment: how susceptible are jobs to computerisation? Working Paper. Oxford Martin School, 2013 pdf
Andy Feng and Georg Graetz. Rise of the Machines: The Effects of Labor-Saving Innovations on Jobs and Wages. 15th IZA/CEPR European Summer Symposium in Labour Economics, 2013 pdf
Robin Hanson. Economic Growth Given Machine Intelligence. J. of Artificial Intelligence Research, to appear
Henry Hexmoor, Brian McLaughlan, and Gaurav Tuli. “Natural human role in supervising complex control systems”. In: Journal of Experimental & Theoretical Artificial Intelligence 21.1 (2009), pp. 59–77
Bill Hibbard. “Avoiding unintended AI behaviors”. In: Artificial General Intelligence. Springer, 2012, pp. 107–116
Eric Horvitz. One-Hundred Year Study of Artificial Intelligence: Reflections and Framing. White paper. Stanford University, 2014
Stephen M Omohundro. The nature of self-improving artificial intelligence. Presented at Singularity Summit 2007
Raja Parasuraman, Thomas B Sheridan, and Christopher D Wickens. “A model for types and levels of human interaction with automation”. In: Systems, Man and Cybernetics, Part A: Systems and Humans, IEEE Transactions on 30.3 (2000), pp. 286–297
Luıs Moniz Pereira and Ari Saptawijaya. “Modelling morality with prospective logic”. In: Progress in Artificial Intelligence. Springer, 2007, pp. 99–111
Nate Soares and Benja Fallenstein. Aligning Superintelligence with Human Interests: A Technical Research Agenda. Tech. rep. Machine Intelligence Research Institute, 2014 pdf
Max Tegmark. “Friendly Artificial Intelligence: the Physics Challenge”. In: AAAI-15 Workshop on AI and Ethics. 2015 pdf
Moshe Vardi interviewed on The Job Market of 2045: what will we do when machines do all the work?. IEEE Spectrum Techwise Conversations, 2013
David C Vladeck. “Machines without Principals: Liability Rules and Artificial Intelligence”. In: Wash. L. Rev. 89 (2014), p. 117

Contro la diffamazione: e contro una legge che fa confusione

Ho firmato una petizione per chiedere ai parlamentari e al Capo dello Stato di fermare l’approvazione della nuova legge sulla diffamazione. Non mi importa molto delle sanzioni che cambiano: tolgono il carcere e aumentano la multa. Se uno è colpevole di diffamazione va punito nel modo più giusto. Mi importa di più della confusione che la nuova legge introduce, una confusione pensata per mettere tutti coloro che scrivono in una condizione di dubbio paralizzante. Riguarda i giornalisti e per certi versi riguarda tutti coloro che pubblicano in rete.

I giornalisti che fanno diffamazione commettono un reato più disgustoso delle persone che fanno diffamazione e non sono professionisti dell’informazione: perché i giornalisti che fanno diffamazione tradiscono il loro compito sociale. E vanno puniti dopo un giusto processo. Stroncare la disinformazione a mezzo stampa è un obiettivo sacrosanto.

La diffamazione è un reato che – riassumendo non da tecnico ma da praticone – significa questo: diffama chi rende pubblico un fatto falso che danneggia qualcuno. Chiaro? Non è diffamazione dare dello str**zo a qualcuno (quella è ingiuria). Non è diffamazione la critica delle idee di qualcuno sulla base di altre idee. Ma soprattutto non è diffamazione rendere pubblico un fatto vero che danneggia qualcuno.

Pubblicare i fatti è una libertà inalienabile e poter leggere i fatti è un diritto fondamentale. Purché siano fatti veri, documentati, verificabili. E purché la pubblicazione sia accurata. Insomma purché siano notizie e non disinformazione. Chi segue un metodo di ricerca dei fatti e pubblica ciò che ha modo di documentare correttamente (non è un “sentito dire” da una sola fonte, non è una copiatura da una fonte internet, non è un documento del quale non si sa il valore) non fa diffamazione anche se danneggia qualcuno. Se è accusato di diffamazione si può difendere dimostrando l’accuratezza di quello che ha fatto. Ma con la nuova legge non può più farlo.

La nuova legge impone a chi ha scritto qualcosa di pubblicare una replica da chi si sente danneggiato senza potersi difendere. Perché?

Inoltre, la nuova legge introduce un confuso diritto all’oblio nei confronti di chiunque pubblichi qualcosa sul web. Che non c’entra nulla con la diffamazione. E che non c’entra nulla con il diritto all’oblio. Questo è il diritto a far togliere dai motori di ricerca l’eccesso di riferimenti a fatti veri che danneggiano qualcuno e che però sono superati dagli eventi. Non è il diritto a eliminare le fonti primarie delle notizie ma di avere una corretta ed equilibrata immagine digitale. Confondere questa questione con la diffamazione rischia di creare condizioni di paralisi senza uscita per chiunque pubblichi qualcosa che contenga un nome e cognome. Da questo punto di vista, la legge è un generatore automatico di controversie.

Ripeto. I giornalisti che fanno diffamazione commettono un reato più disgustoso delle persone che fanno diffamazione e non sono professionisti dell’informazione: perché i giornalisti che fanno diffamazione tradiscono il loro compito sociale. Vanno puniti dopo un giusto processo. Spero che diventi sempre più raro ma se succede occorre che quel comportamento sia sanzionato. Ma questa norma assurda sul diritto all’oblio riguarda tutti e non solo i giornalisti. Perché? Tra i firmatari della dichiarazione c’è un grande sostenitore del diritto all’oblio come Stefano Rodotà: segno che questa cosa non c’entra con il diritto all’oblio. C’entra con la volontà di fare della legge sulla diffamazione uno spauracchio tanto confuso da intimorire a chiunque scriva qualunque cosa dando più potere a chiunque si senta danneggiato e meno o nessun potere a chi pubblichi notizie scomode.

Il link al testo della petizione e alle firme dei primi sostenitori su “nodiffamazione“.

Update: grazie alla pazienza e chiarezza dell’avvocato Carlo Blengino posso spiegare meglio la diffamazione. La corretta attribuzione di responsabilità per la diffamazione implica una costante tensione tra il diritto alla salvaguardia dell’onore e della reputazione e la libertà di espressione che tutela l’interesse collettivo alla diffusione dell’informazione e delle idee. Pubblicare un fatto anche vero ma privo di rilevanza per la collettività, per una ragione inutilmente malevola, è diffamazione. Ma se la notizia di quel fatto vero è rilevante per l’interesse generale, e la notizia è pubblicata senza inutile cattiveria, allora vince la libertà di espressione: anche a fronte di una oggettiva lesione alla reputazione, non vi è diffamazione.

Carlo ha aggiunto: “Le parole sono armi, e chi le adopera per professione ben sa che verità e falsità hanno confini labili ed incerti: chi fa cronaca ed in generale informazione dovrebbe sempre tener presente che ogni suo pezzo è potenzialmente lesivo dell’onore della reputazione di terzi coinvolti, e dunque in nuce diffamatorio. E ad ogni pubblicazione dovrebbe chiedersi, conscio di ledere l’onorabilità di qualcuno: sto esercitando
legittimamente un diritto fondamentale nell’interesse della collettività? Se la risposta è sì, non avrà nulla da temere, né multe né galera. Se persegue altri interessi, beh, mal gliene incolga. Detto questo, la nuova legge sulla diffamazione a mezzo stampa è un disastro e val bene firmare #nodiffamazione

Vedi anche:
La legge sulla diffamazione non va bene, di Luca Sofri (Il Post, Wittgenstein)

Appunti su Jobs act, contratti, freelance, occupazione…

Sappiamo che la nuova occupazione è prevalentemente creata dalle imprese che hanno meno di cinque anni (Ocse). E che negli ultimi anni, a un aumento della ricchezza e della produttività, non ha corrisposto un aumento dell’occupazione (McKinsey con Erik Brynjolfsson, Massachusetts Institute of Technology, autore con Andrew McAfee, di The Second Machine Age: Work, Progress, and Prosperity in a Time of Brilliant Technologies, W.W. Norton & Company, 2014). Sappiamo che la flessibilità dei contratti aiuta i sistemi economici a reagire alle variazioni di condizioni. Ma è evidente che non sono quelli la determinante della nuova stabile e sana occupazione. Quello che può aiutare l’occupazione sono gli investimenti e i finanziamenti nell’innovazione, nell’ecosistema delle startup, nel mondo dell’innovazione sociale, nella nuova formazione, con orientamento al mercato globale, alle esportazioni e al nuovo welfare.

Ma l’innovazione va fatta, non subita. Nell’industria ci battiamo anche bene, nei settori che esportano. Ma nei servizi siamo indietro. E le piattaforme della “on demand economy” che disintermediano e reintermediano il sistema dei servizi generano occupazione per i paesi che fanno quelle piattaforme, e ovviamente molto meno per quelli che le usano. Il lavoro freelance che quelle piattaforme rendono più probabile e nel tempo forse migliore non è necessariamente occupazione aggiuntiva, sana, solida. Anche se pure quello è benvenuto nei paesi che hanno il 40% di disoccupazione giovanile come l’Italia. Certo è che se fossimo capaci di fare piattaforme oltre che di usarle sarebbe meglio: non è impossibile. Non farlo è prova di un orientamento a subire l’innovazione.

Un grande servizio dell’Economist ne parla in dettaglio citando piattaforme come Handy, Uber, Homejoy, Instacart, Washio, BloomThat, Fancy Hands, TaskRabbit, Shyp, SpoonRocket:

“Handy is one of a large number of startups built around systems which match jobs with independent contractors on the fly, and thus supply labour and services on demand. In San Francisco—which is, with New York, Handy’s hometown, ground zero for this on-demand economy—young professionals who work for Google and Facebook can use the apps on their phones to get their apartments cleaned by Handy or Homejoy; their groceries bought and delivered by Instacart; their clothes washed by Washio and their flowers delivered by BloomThat. Fancy Hands will provide them with personal assistants who can book trips or negotiate with the cable company. TaskRabbit will send somebody out to pick up a last-minute gift and Shyp will gift-wrap and deliver it. SpoonRocket will deliver a restaurant-quality meal to the door within ten minutes” (Economist).

Sta di fatto che le piattaforme funzionano tutte più o meno in modo da riversare i rischi di business sugli attori del mercato che mettono in relazione (fornitori e utenti) riservando per sé solo il rischio di non riuscire a diventare “monopoliste” della nicchia di mercato che si sono scelte. Il lavoro freelance che generano è un lavoro in più, ma il rischio è ovviamente soprattutto riservato ai freelance. C’è molto da fare per migliorare questa situazione.

Altre letture tangenti a queste questioni?

Dario Di Vico e Gianfranco Viesti: Cacciavite, robot e tablet, Il Mulino (due opinioni sulla politica industriale)
Thomas Piketty, Disuguaglianze, Ube (il libro è del 1997 ma anticipa – in chiave riassuntiva – i temi del grande libro di Piketty)

Sicurezza, privacy, Nsa e Spiegel. Democrazia in discussione

Un nuovo grande articolo sullo Spiegel per spiegare come la Nsa entra nelle conversazioni dei cittadini anche quando sono criptate. E per mostrare quali servizi sono più difficili o forse impossibili da crackare.

I giudizi su questa attività dell’Nsa sono misti. In Europa sono spesso critici. Soprattutto in Germania, dove si è scoperto che addirittura la cancelliera Merkel è stata intercettata. Ma anche la Francia ha protestato duramente. Anche se in Francia si sono dotati di un sistema analogo a quello dell’Nsa, ha scoperto Le Monde. E nella notte di Natale ha approvato una legge che consente al governo francese di spiare i cittadini oniline senza chiedere il permesso al giudice. In America si sentono spesso giudizi più positivi, basati sull’idea che questa attività abbia comunque ecitato altri atti di terrorismo (fonte: interviste personali con autorevoli intellettuali anche liberal, sulle quali mantengo il riserbo).

Sta di fatto che tutto questo è stato sviluppato sotto George W. Bush e non è cambiato molto sotto Barack Obama, nonostante ci si potesse aspettare il contrario.

L’interpretazione di Michael Glennon, professore di diritto internazionale, è affascinante. In un suo paper, Glennon parla di un doppio livello politico. Uno ufficiale e democraticamente controllato l’altro votato all’efficienza e non necessariamente trasparente. Che punta ai risultati con ogni mezzo. E che riesce a influire in modo talvolta cogente sulle scelte della politica ufficiale. È Glennon che mostra come le differenze tra Bush e Obama siano nei fatti minime nonostante le diverse culture politiche che i due presidenti rappresentano.

Viene in mente la storia dei missili a Cuba, durante la quale il presidente Kennedy dovette affrontare da un lato i sovietici e dall’altro i suoi stessi militari, che avevano tutte le intenzioni di agire efficientemente per bloccare l’installazione di missili nucleari nell’isola caraibica ma in modo indifferente al pericolo di scatenare una guerra mondiale. Viene in mente che dopo l’assassinio di Kennedy, il nuovo presidente Johnson fu vittima dell’influenza del Pentagono e consentì l’escalation della guerra in Vietnam. Viene in mente che in questo secolo il potere dei servizi e delle strutture che riescono a decidere e operare indipendentemente dall’opinione espressa dai politici – e anzi condizionandoli molto – sembra essersi accresciuto.

Banche, petrolieri, militari e servizi in America sembrano riuscire in questa attività. Ma anche l’Europa non è immune. Tutt’altro. E ci sono sempre pro e contro nelle discussioni su questi temi. Fino a che qualcuno non dice che è sempre stato così e che così fan tutti. Sarà: ma o la democrazia trasparente è un mito inefficiente, oppure è un progetto ancora in sviluppo. Spero valga la seconda ipotesi.

L’antitrust spagnola, la legge sulla proprietà intellettuale e Google News. Un documento

Ieri si è parlato molto della storia di Google News in Spagna (Crossroads). L’obbligo per gli editori spagnoli a farsi pagare i link è la principale innovazione normativa introdotta a questo proposito dalla nuova legge sulla proprietà intellettuale. E la principale novità pratica è che Google invece di trattare come ha sempre fatto ha agito rigidamente chiudendo il servizio Google News in Spagna. La trattativa avrebbe potuto essere sull’entità del pagamento equo previsto dalla legge (potevano tentare di farsi pagare una percentuale dello zero che fatturano con il servizio?) o poteva essere posposta all’entrata in vigore della legge e dei decreti attuativi. Ma indubbiamente la rigidità nasce dall’obbligo imposto agli editori: devono rinunciare al traffico generato da Google News e chiedere un pagamento di qualche genere.

Da notare che l’antitrust spagnola si era pronunciata in via consultiva sulla questione. E aveva tratto la conclusione che questo obbligo per gli editori non è compatibile con una ragionevole gestione della concorrenza nel settore.Ecco il documento, uscito già nel maggio scorso.

Intelligenza artificiale e lavoro. Appunti in diretta a Pisa

L’intelligenza artificiale crea o distrugge il lavoro, si domandano all’universtità di Pisa. Da consultare la pagina anche per la ricca sitografia.

Amedeo Cesta, presidente dell’associazione intelligenza artificiale. Si sa che l’intelligenza artificiale ha creato spesso aspettative non soddisfatte. Ma la capacità di calcolo è aumentata esponenzialmente e ha creato le premesse per rendere realistico pensare che, come i robot industriali sostituiscono lavoro nelle fabbriche, anche l’intelligenza artificiale sostituisca lavoro intellettuale. Su cubo di rubik, dama, scacchi, biliardo, Jeopardy, l’intelligenza artificiale ce la fa eccome. Siri, Watson, robot che muovono scaffali ad Amazon, robot che imparano il gesto di girare la frittata nella padella, auto senza guidatore di Google… Robot che suona il flauto, o il violino. Droni in stormo che suonano strumenti complessi… Stiamo togliendo lavoro? Dobbiamo essere coscienti che stiamo creando cambiamenti. Stephen Hawking dice che intelligenza artificiale è una specie aliena che invade il mondo e sostituisce gli umani. Robert Oppenheimer si è posto domande il senso etico del lavoro scientifico.

Fabrizio Renzi dell’Ibm. È vero che Watson sa dare risposte ma non è capace di fare domande? Sì… A che cosa si applica Watson? Medici, avvocati, operatori di call center, storici… L’Italia ha due ambito dove è forte: robot industriali e cultura. Su questo Italia è tra i leader mondiali. In passato l’impatto dell’informatica ha creato più posti di lavoro che distrutto, soprattutto nei settori dove un sistema ha leadership.

Piero Poccianti, consorzio Mps, abbiamo assistito a progressive crisi del lavoro in passato in settori che si sono trovati di fronte a grandi salti tecnologici. Questa è una crisi economica, l’intelligenza artificiale non ne è la causa. Ma questa volta intelligenza artificiale è più vicina alle aspettative.

Federica Troni, Gartner. Impatti delle smart technologies nelle aziende. Scenario: 2022, il virtual personal assistant del consulente sa che deve andare da un posto all’altro e chiama da solo una auto che si guida da sola per gestire lo spostamento. Fiducia negli assistenti virtuali. Veicoli autoguidati diventeranno tecnologia matura. Auto usate molto più tempo della loro vita, meno incidenti, assicurazioni meno rischiose, carrozzerie meno utilizzate, strade da cambiare… Strategia tradizionale: i tecnologi aspettano che gli altri sbattano la testa contro il muro. Non è forse più vero. Algoritmi che fagocitano quantità di dati senza precedenti e in grado di processarli in velocità: questo è il fatto nuovo. Ora macchine agiscono in modo autonomo, apprendono, fanno predizioni probabilistiche, si confrontano con la complessità sembrano comprendere… Per le aziende queste tecnologie applicate a trasporto, logistica ecc generano risparmio, ridefiniscono business (miniera senza umani con trasporto robotizzato) e strutture di produzione. Virtual smart machines come Siri cambiano nello stesso modo: virtual assistant (gestiscono il contesto) e smart advisor (esperti) in management e attività intellettuali specialistiche (diagnostica e suggerimento di cure mediche per esempio). E-discovery per lavoro di avvocati nei paesi di common law. Macchine per riassumere e tradurre in linguaggio naturale per giornalisti e simili. Ma decisioni restano dei professionisti. Il potenziale delle macchine è soprattutto complementare le capacità delle persone, non sostituirle. Metà dei colletti bianchi non saranno colpiti, metà sì e almeno il 17% sarà minacciato fortemente, per il 2020. Soprattutto i lavori non routinari, dove le procedure non governano e dove sbagliare è potenzialmente anche positivo, dove fare le domande giuste genera valore non saranno minacciati. Ci sarà sempre la situazione in cui la macchina non sostituisce la persona. Le smart machines avranno impatto dirompente. Chi non si prepara e non partecipa sarà messo in difficoltà.

Dino Pedresch, Big Data all’università di Pisa. L’intelligenza artificiale è cambiata. Dalla codifica dei comportamenti intelligenti all’emergere dei comportamenti intelligenti dai dati. Anche (non solo) dati disseminati dalle persone. L’intelligenza artificiale diventa intelligenza collettiva. Wikipedia è un esempio. Perché funziona in modo distribuito su un metodo e una piattaforma aggregante. Le traduzioni automatiche funzionano meglio per un motivo analogo. Sistemi decisionali migliorano per ragioni simili. Data mining e machine learning più big data sono il fulcro dell’intelligenza artificiale attuale. E l’internet delle cose ingigantirà tutto questo.

Conclusioni: intelligenza artificiale sembra meno capace di fare le domande giuste degli umani; aggiunge valore nei settori nei quali un sistema ha leadership; lascia ai professionisti la decisione strategica; chiede ai tecnologi di prendersi le loro responsabilità. L’interfaccia è una responsabilità. La privacy è una responsabilità. L’educazione alla consapevolezza è una responsabilità. Non solo di decisori politici o aziendali, ma anche dei tecnologi. Le ripercussioni sociali delle tecnologie sono embedded nel loro progetti: consapevolezza o non consapevolezza di questo nella comunità dei tecnologi sono parte integrante delle loro conseguenze. È un ecologia della tecnologia: le esternalità vanno internalizzate. Occorre però un ecosistema sano, non una monocoltura. Nuovi lavori emergeranno se la struttura sarà distribuita, la rete aperta, standard, interoperabile.

Algoritmi, concentrazione del potere e architettura distribuita della rete (con un’esca da clic a forma di incubo)

Paolo Ratto ha co-fondato da tempo Zenfeed per avere un feedreader che consenta di leggere le notizie in modo essenziale, senza fronzoli, con concentrazione zen. Ma la sua tensione culturale è chiaramente ispirata a coltivare un’interpretazione architetturale della rete standard, interoperabile, distribuita. Nella quale il potere degli utenti bilancia il potere delle piattaforme. Mentre l’interpretazione opposta, quella che concentra negli algoritmi e nelle piattaforme di servizi, una grande e crescente intelligenza, tende a combattere quella condizione di standard, interoperabilità, architettura distribuita che era tipica dell’internet originaria e pionieristica.

Un dibattito su questo prende spunto da un pezzo di Mike Elgan sulla questione della “mediazione” algoritmica dei servizi web che conduce l’autore a prevedere che Gmail verrà chiusa, come è stato chiuso il servizio di feedreader di Google. Zenfeed risponde con un altro articolo. Indubbiamente il tema c’è, eccome.

Intanto, richiamo una riflessione complessa e importante di Francesco Carollo: The Algorithmic Power that shapes our lives. E’ un tema molto vicino all’argomento del mio prossimo libro (uscirà a febbraio, con Codice…).

Di certo, costruire piattaforme che mantengano in vita il sistema distribuito sarà importante, in un futuro nel quale la tentazione di concentrare tutto non mancherà. (Un tizio di CSS Insight e che Key4Biz ha ripreso si è inventato un’esca da clic supergustosa pubblicando la previsione secondo la quale Google vorrebbe comprare Netflix: bel titolo per fare, appunto, clic, ma anche incubo indicativo del clima in cui ci troviamo; se si può pensare che il gruppo che controlla YouTube e si prenda anche Netflix, senza conseguenze antitrust, allora si può temere che la rete distribuita e vitale di un tempo sia davvero un ricordo).

Merkel update. Il conflitto informale con l’America

La cancelliera Merkel e il presidente Obama sono divisi da un oceano digitale immenso e senza mediazioni possibili. Oggi Merkel ha detto che la rete internet attuale va vivisezionata: una parte deve restare all’internet e l’altra va sequestrata per dedicarla a servizi prioritizzati (Verge, Local). Obama aveva recentemente difeso con forza la neutralità della rete.

Dopo il discorso di Obama, la Fcc ha detto che rimanderà le decisioni sulla neutralità della rete. Dopo il discorso della Merkel gli osservatori hanno giudicato più lontano un compromesso in Europa.

Merkel ha parlato dopo – e contro – la grande presa di posizione del Parlamento a favore di neutralità, standardizzazione e interoperabilità della rete, che per altro era stata votata anche dal suo partito. E dopo il blocco delle decisioni del Consiglio e della Commissione sul mercato delle telecomunicazioni. Le contraddizioni sono evidenti. Ma la conseguenza è una sola: poiché le lobby delle corporation che vogliono controllare la rete vincono sia se ottengono una legge favorevole sia se ottengono che non venga fatta alcuna legge, sono avvantaggiate dalla confusione.

Vedi:
Contraddizioni tedesche
Google, Amazon: la geopolitica dei dati e l’efficienza dei paesi
Economist e monopoli internet
Europa avanzata a parole e indietro nei fatti
Chiose al Parlamento europeo
È possibile la neutralità delle piattaforme?

E Webeconoscenza: non è il nostro turno

E poi:
La strategia della disattenzione, la confusione programmata, il nudging stanno ipersfruttando l’irrazionalità delle persone per controllarle e ammorbidirle. Il conflitto sociale del futuro è culturale e passa per la consapevolezza.

I tedeschi alla guida della critica contro Google e piattaforme americane. Con qualche contraddizione

Come segnalato da Quintarelli, il Financial Times ha rivelato l’esistenza di un paper di 11 pagine scritto da alcuni ministri e personalità tedesche, con in testa Sigmar Gabriel, ministro per gli affari economici, che propone il concetto di neutralità delle piattaforme. Un’estensione dell’idea di neutralità della rete alle piattaforme come Google, Facebook e così via. Si tratta di una proposta che si inquadra nell’approccio antitrust ai problemi della rete. E che indubbiamente fa uso di un concetto fondamentale per internet anche se lo porta in una dimensione nuova (anche se esistono precedenti di questa proposta, non esistono applicazioni specifiche).

Sigmar_GabrielSigmar Gabriel, foto Wikipedia
La posizione delle personalità tedesche sarebbe più credibile se il loro paese difendesse con coerenza anche la neutralità della rete. Usare l’idea di neutralità per le piattaforme (che sono americane) e contrastarla nelle telecomunicazioni (che sono europee) appare vagamente insensato. Prima occorre la neutralità della rete e poi casomai si può parlare del resto. E invece proprio la cancelliera Merkel è contro la neutralità della rete (Verge)

Gli americani peraltro si tuffano in questa questione con tutte le loro armi di informazione e disinformazione. Sul New York Times si paventa la diffusione di un pregiudizio antitedesco per il prossimo futuro che si ritorcerà contro l’ecosistema dell’innovazione del paese europeo. Su Finance Townhall si contrattacca dicendo che sarebbe assurdo immaginare che la Gm sia obbligata a fare pubblicità alla Toyota. Si tratta di spostamenti dell’asse logico che ormai fanno parte del sistema della comunicazione, anche se si propongono come informazione (per inciso, si tratta di una “rovina del senso” piuttosto diffusa ovunque e, come sappiamo, l’Italia ne è un laboratorio mondiale).

Gli americani hanno modo di polemizzare. E hanno un sistema paese che lo fa in modo sistematico, come dimostravano le lettere dei deputati americani al Parlamento europeo il giorno prima del voto sulla risoluzione visionaria che ha definito sul piano della politica digitale la nostra istituzione.

Quello che penso è che solo un approccio attento all’insieme dell’ecosistema dell’innovazione e dell’informazione può definire un percorso sensato per il lungo termine. Che cosa vuol dire in pratica? Vuol dire che le decisioni in materia di internet vanno prese con la stessa mentalità delle decisioni che si prendono quando c’è di mezzo l’ecosistema naturale. Vuol dire che se si conosce come funziona l’ecosistema si sa trasformare la foresta amazzonica in una monocoltura di caffè avrebbe conseguenze sul prezzo del caffè, sull’occupazione dei lavoratori, sui profitti dei proprietari, ma anche sulla possibilità di sopravvivenza della vita sulla Terra. Di solito queste decisioni si prendono in modi diversi: con una costituzione che regola il sistema decisionale in modo che nessun potere possa prevaricare il diritto di tutti; oppure, con una varietà di accordi tra molti portatori di interessi che insistono sugli stessi beni comuni e che li manutengono perché non prevalga l’interesse di una parte sull’interesse di tutti; di certo, un ecosistema vive meglio nella biodiversità e quando l’impatto dell’innovazione crea più opportunità per tutti e non solo per una componente. Le conseguenze di questo approccio sono altrettanto diverse. Ma una su tutte è chiara: la neutralità della rete è importante per salvaguardare l’innovazione futura, la libertà di espressione, cioè le principali caratteristiche generative dell’internet.

Ebbene, questa logica si estende anche alle piattaforme? Supponendo che si accetti di prendere in considerazione soltanto le piattaforme che chi usa internet è virtualmente obbligato a usare (piattaforme che assomigliano a utility) è la neutralità il concetto chiave? Nell’ambito della Commissione per i diritti in internet si è preferito parlare di interoperabilità. La neutralità delle piattaforme, viene da pensare, sarebbe come obbligare le aziende private a fare soltanto “corporate social responsibility”. Mentre l’interoperabilità ha una storia più comprensibile per le tecnologie di rete, come da tempo avviene nelle telecomunicazioni, e ha l’effetto di aprire i mercati delle applicazioni e delle tecnologie alternative. In generale, si tradurrebbe in una standardizzazione di alcune tecnologie fondamentali, come i marketplace e i sistemi di identificazione per esempio; inoltre, potrebbe aprire la strada a un uso comune e non proprietario della raccolta di dati sui comportamenti degli utenti che metterebbe in grado i centri di ricerca sui big data di operare senza in nulla ridurre la capacità dei privati di innovare e restare in testa ai loro mercati non in base a una rendita di posizione acquisita ma in base al continuo avanzamento tecnologico. Sta di fatto, che la neutralità della rete resta il fondamento di tutto: anche un’azienda che abbia il massimo del controllo di un mercato che ha contribuito a inventare può temere l’innovazione altrui in un contesto neutrale, mentre se l’accesso fosse regolato dalle compagnie esistenti, questa possibilità competitiva sarebbe estremamente ridotta. La neutralità della rete è una sorta di antitrust preventivo contro il potere dominante degli esistenti sull’innovazione dei nuovi soggetti in competizione. Imho.

Vedi anche:
Google, Amazon: la geopolitica dei dati e l’efficienza dei paesi
Economist e monopoli internet
Europa avanzata a parole e indietro nei fatti
Chiose al Parlamento europeo
È possibile la neutralità delle piattaforme?

E Webeconoscenza: non è il nostro turno

Internet. Google. Diritti. Europa avanzata a parole e indietro nei fatti. E allora ripartiamo dalle parole

E allora. L’Europa continua in uni stillicidio di annunci e decisioni su internet, Google, Facebook, ecc ecc. Come valutare la situazione?

L’Europa, in Parlamento – dove appunto si dicono le parole – ha dichiarato che internet è neutrale, standard, interoperabile. O non è internet. Parole giuste. Molto avanzate. Ma l’Europa in Consiglio e in Commissione – dove si fanno le policy – è bloccata: quasi sa che cosa è giusto, ma le lobby sanno che cosa vogliono, le urgenze sono poco chiare, gli interessi sono contrastanti, la visione è corta.

La ragione della contraddizione è nella storia europea in internet. Grandi contributi aperti, come il web del Cern, e molte idee poi cresciute altrove come Skype. Ma rarissime aziende in grado di definire un mercato su internet. Pochissime candidate a essere leader mondiali, almeno per ora. Se lo sono sono minacciate o sorpassate – come Nokia.

Se non ci sono aziende europee che per le loro caratteristiche strategiche sostengono in pieno l’idea forte di internet ben compresa dal Parlamento, la Commissione si confronta solo con aziende che giocano in difesa. E tende a guardare indietro, non avanti.

Nella scienza l’Europa va meglio. Anche perché i giganti europei della tecnologia tutto sommato sanno prendere dalla ricerca molta conoscenza da valorizzare. Nell’internet i campioni europei che pure esistono si fanno notare meno. Non sono, nella coscienza dei commissari europei, delle aziende leader mondiali. E allora la Commissione non è condotta a pensare a internet se non quando parla (in alcuni momenti visionari) di ciò che ancora non c’è: si comprende come sia difficile che scelga per le startup contro le compagne telefoniche.

Il punto è che tecnologicamente non ci manca nulla, in Europa. Ma non non è la tecnologia da sola a costruire la leadership. Perché la leadership che conta è la leadership culturale, quella che convince il mondo a seguire il leader.

Allora? Che si fa? Nelle parole c’è un valore. Da portare a coerenza con i fatti. Quello che dice il Parlamento è importante per fondare una leadership culturale del continente, in termini di diritti e visione di sistema. Ma da lì occorre passare all’azione: credere e dunque poter vedere che le startup e le nuove aziende che crescono sono possibili leader culturali, valorizzare la loro cultura come parte di una “civiltà dei diritti” che l’Europa dopo gli incubi del Novecento può candidarsi a rappresentare nel mondo. Softpower. Che accompagna e rafforza un potenziale economico esistente e una leadership culturale conquistabile. Le parole sono importanti se connesse a una consapevole azione pratica. Se non si fa però nulla per alimentare grandi leader europei nei business internettiani (in Corea, in Russia, in Cina, ci riescono perché da noi no?) allora lo stillicidio di decisioni e le prese di posizione di principio diventano solo operazioni di retroguardia.

Vedi assolutamente:
Google e la Ue, by Keinpfusch.

Dati:
Valore delle aziende in crescita

Domani un po’ di chiarezza sulla net neutrality europea. Intanto un po’ di immaginazione

Antonello Giacomelli ci farà sapere domani qual è la sua posizione sulla net neutrality e il resto in discussione in Europa. Finora, a quanto pare, aveva sacrificato le sue idee alla necessità di arrivare a una soluzione di compromesso. Ma fallito il tentativo di compromesso può finalmente uscire con contenuti suoi. Quali sono, lo si è un po’ capito all’Igf:
1. E’ d’accordo con il principio della net neutrality, ha detto che gli piace quello che pensano Obama e Rodotà
2. Coerentemente, pensa anche che la net neutrality sia garantita da una norma, non dalla mancanza di norme: perché lasciando fare alle compagnie, queste tenderanno a eliminare la net neutrality.

Intanto, il percorso normativo europeo si incaglia. Il parlamento, sempre domani, sarà ancora più chiaro a favore della net neutrality, si pensa. Il consiglio rimanderà e dovrà tentare di mettersi d’accordo con il parlamento. Tempo perso che – nell’ottica di Giacomelli – favorisce le compagnie.

Il labirinto di specchi farebbe pensare che ogni motivo che impedisca di normare a favore della net neutrality equivalga a una norma contro la net neutrality. Non è un pensiero insensato. Ma bisogna ammettere anche che un compromesso che portasse all’abolizione della net neutrality – come quello tentato in questi giorni – non sarebbe migliore. Come se ne esce?

Il parlamento sembra voler parlare forte e chiaro. La libertà di innovare e di esprimersi ha bisogno di net neutrality. E in fondo internet non sarebbe internet senza net neutrality. Ma le compagnie dicono che devono prioritizzare per sviluppare nuovi servizi innovativi più redditizi in grado di finanziare l’aumento della banda. Il muro contro muro è soltanto nella mancanza di immaginazione. L’innovazione vera è quella che viene adottata dal contesto. Una rete senza net neutrality è come una rete telefonica, come una tv via cavo, non è internet. E allora?

Ma perché non raccogliamo proposte vere che non puntino al minimo ma al massimo?

Un’idea potrebbe essere questa. Se le compagnie sono convinte di avere un mercato per servizi a pagamento a banda “garantita” nessuno può impedire loro di fare una rete apposta per realizzarli: il business plan dovrebbe essere convincente e motivare gli investimenti necessari. Essendo servizi innovativi avrebbero anche meno regolamentazioni. Perché non tentare? Purché sia chiaro che questo non avrebbe nulla a che fare con internet, a parte alcune tecnologie in comune per l’efficienza della rete. Internet continuerebbe a crescere liberamente come prima e la domanda organica di banda larga, magari aiutata da politiche ispirate a concetti come “servizio universale”, “agenda digitale”, modernizzazione delle pubbliche amministrazioni, scuola e innovazione nell’educazione, ecosistemi delle startup e così via.

Tra l’altro, nessuno mi pare, ha scritto che se si mischiano i due concetti (servizi a banda “garantita” da una parte e, dall’altra, internet aperta, standard, libera e neutrale) si ottengono bizzarri fenomeni come il seguente: supponiamo che le telco possano fare servizi prioritizzati per i content provider che pagano per raggiungere gli abbonati delle telco; allora a pagare dovrebbe essere anche la pubblica amministrazione, lo stato, l’ospedale, la scuola… Sbaglio? C’è qualche motivo per cui questo non dovrebbe avvenire?

Vedi anche:
Altroconsumo e net neutrality