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Giovannini. Scegliere il futuro. Basandosi sui fatti

Enrico Giovannini aveva quasi completato il suo libro “Scegliere il futuro” prima di diventare ministro. E lo pubblica ora che ha terminato quell’esperienza.

libro-giovannini Il libro è prezioso quanto veloce. Puntualizza l’importanza della diffusione di informazioni sui fatti, ovviamente, sottolineando soprattutto le notizie basate su statistiche generate con metodo di qualità. Osserva come un sistema economico tragga valore dalla disponibilità di informazioni statistiche diffuse, tempestive e capillari. Chiarisce che quel valore è moltiplicato, o depresso, dal contributo dei media: la quantità e qualità dei rapporti che i giornali dedicano alle informazioni statistiche può valorizzare o distruggere la diffusione dei dati. Infine, mostra come la disponibilità di dati diventi conoscenza se la società è capace di comprenderli.

Da quest’ultimo punto di vista, gli italiani non sono molto bravi a capire le statistiche. E non stupisce per un paese che ha livelli di analfabetismo funzionale tanto elevati. Giovannini lo dimostra con le statistiche, ovviamente. Le fonti sono Ocse e Banca d’Italia. In Italia, la percentuale delle persone che si dimostrano di scarsa competenza matematica e di pessima capacità di comprensione di dati finanziari supera il 25% contro medie Ocse tra il 3 e il 5%.

La diffusione di dati a scopo polemico o sensazionalistico piuttosto che per la conoscenza dei fatti sembra essere connessa a un atteggiamento diffuso che attribuisce scarsa credibilità alle statistiche. L’analfabetismo funzionale di certo non aiuta. Il contributo dei media è insufficiente. Ora abbiamo la possibilità di agganciare il nuovo treno dei Big Data. O di perdere un altro po’ di tempo.

NetMundial e altri appuntamenti sulla governance di internet (cui l’Italia manca attualmente) – update

NetMundial è in corso. Un’idea brasiliana per un grande meeting globale sulla governance di internet. Questo è un periodo in cui c’è davvero bisogno di una riunione multistakeholder intorno al modo in cui si organizza la rete: l’Icann sta cambiando, la Nsa sta mettendo tutti in difficoltà, ogni stato più o meno democratico si sta domandando come regolamentare qualcosa dell’internet, alcune compagnie private stanno conquistando ogni giorno di più un’influenza sulla rete, la netneutrality è costantemente messa in discussione. NetMundial si può seguire via YouTube.

Nella lista dei partecipanti e delle loro provenienze non c’è la parola Italy (a meno che non mi sia sfuggita ma non mi pare proprio).

Non è una novità. Ma invece di migliorare si direbbe che stiamo peggiorando nell’attenzione alla governance globale di internet. Secondo una fonte ben informata (e chissà se i commentatori al blog mi aiuteranno a saperne di più) si segnala l’assenza di delegati pienamente rappresentativi della strategia del governo italiano in alcuni tavoli critici, come il “DAE High-Level Group” (lo steering committee della Digital Agenda europea) o come il “Government Advisory Committee” (tavolo ad alto livello dell’ICANN che consulta i governi su alcuni aspetti della gestione di Internet). Fino al 2012, nel primo gruppo sedeva un delegato del ministero dello sviluppo, competente per la banda larga, e un delegato della presidenza del consiglio, competente su eGovernment e società dell’informazione.

update: ricevo una mail confortante

Ciao Luca, In realtà l’Italia è presente al NetMundial con Maura Gambassi dell’Istituto superiore di Comunicazione, dipendente del Mise, grande esperta in materia, era anche al Gac.

Ciao!
giovanni

Giovanni Cocconi
Portavoce e capo ufficio stampa del Sottosegretario Antonello Giacomelli
Ministero dello Sviluppo economico – Comunicazioni

Un ulteriore update ci informa che il Mise ha chiesto agli organizzatori di correggere l’elenco.

Sicurezza o libertà a Lucca.. Con una telecamera che zoomma sui passanti, dicono

Riprendo un manifesto acciccicato a un mito di Lucca. Spero si legga. Scrivono gli autori che sulla via principale c’è un telecamera che Zoomma sui passanti..

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Tassa sulle memorie, Siae, Corte di giustizia: una novità importante

Quella sorta di “tassa” sulle memorie elettroniche che in Italia si paga per il diritto d’autore e che i sostenitori speravano di poter aumentare drasticamente incontra un problema. La Corte di giustizia europea ha stabilito che si può introdurre una “tassa” del genere per compensare i detentori di diritti della “copia privata” legale che i consumatori possono volersi fare dei “contenuti” che si sono comprati. Ma non può essere pensata come un compenso forteffario per le copie illegali (Genna).

Quella “tassa” è iniqua by design perché la paga anche chi non si fa nessuna copia privata. E’ una tassa che si paga anche se si memorizzano solo i propri file, le proprie foto, le proprie attività, senza nessun copyright altrui. Ma a questo punto è anche inutile se considerata come un sistema per ridurre le perdite che la pirateria causa ai detentori di copyright.

E non si vede neppure perché dovrebbe aumentare.

I nemici della rete hanno imparato dalla guerriglia: usano a loro favore la complessità facendo confusione

Una volta la disinformazione si faceva mettendo in giro notizie false. Oggi si fa mettendo in giro proposte di legge e varie pseudodecisioni che, per quanto poco sostenibili o realizzabili o ipercontroverse, generano una confusione significativa nella mente dei consumatori e delle piccole imprese, intimoriscono i navigatori meno pazienti nell’informarsi sui loro diritti, limitano l’innovazione e la fiducia nella rete. La semplicità normativa è un principio fondamentale cui tendere se si vuole innovare. La confusione normativa è una pratica molto efficace se si vuole conservare.

In Italia questo avviene per piccole mosse sagaci. Non stiamo parlando dell’arrivo del nuovo regolamento Agcom sul diritto d’autore, che peraltro non mancherà di generare altre controversie e incertezze. Stiamo parlando per esempio della strana battaglia in commissione parlamentare, sfociata nel respingimento degli emendamenti che dovevano cancellare alcune norme-strascico venute fuori con la webtax e non ancora abolite: lo spettro della webtax resta in alcune regole residue (Webnews). E poi stiamo parlando dello stillicidio di dibattiti sul cyberbullismo, delle storie che connettono qualche social network al crimine, del discorso ripetuto secondo il quale i troll sono una forma di violenza da bloccare con nuove norme e così via: non hanno alcuna importanza ma rendono l’idea di internet insicura per i meno avvezzi. Ma si tratta di questioni adatte a un contesto abbastanza analfabeta dal punto di vista digitale.

Il peggio è a livello europeo. Lo scontro sulla net neutrality è ampio e altrettanto confuso. Si vota in parlamento sulle idee della Kroes relative alla riforma del mercato delle telecomunicazioni. Cioè si vota sull’avanzata delle richieste delle lobby delle grandi compagnie di telecomunicazioni e sulle idee dei sostenitori della rete internet aperta, standard, neutrale, dunque generatrice di innovazione.

Sta di fatto che la confusione ha un effetto conservatore devastante in un paese predisposto alla conservazione. La quantità di lavoro che serve ai piccoli provider per corrispondere alle richieste della burocrazia è straordinariamente soffocante, come è stato detto oggi al convegno dell’Aiip. Ogni giorno una o più comunicazioni a qualche autorità competente su qualcosa. Si legifera e si norma a suon di pezze, non per tenere insieme un tessuto che nessuno capisce, ma per tamponare questa o quella preoccupazione di qualche politico o burocrate o lobbista. La “rule of law”, la riduzione dello spazio di azione arbitraria di qualche potente, in un disegno semplice da interpretare, è una precondizione importante per innovare. Altrimenti, la fatica raddoppia.

Però, si direbbe che la quantità di innovatori in azione stia arrivando a una massa critica importante. Dovrebbe favorire l’avvento di una grande semplificazione.

Quando Bassanini parla è meglio ascoltare

Al convegno Aiip, Franco Bassanini ha buttato giù un programma di lavoro per la modernizzazione digitale. Bassanini era al timone quando l’Italia era avanguardia, alla fine del Novecento, su identità, fisco, pubblica amministrazione digitale.

Da allora l’Italia è stata guidata verso il passato, da governi disinteressati al tema dell’agenda digitale. Negli ultimi due anni i governi hanno ripreso il filo, in un paese che invece di essere all’avanguardia è indietro sull’agenda digitale: dieci anni fermi, disordinati, concentrati a spendere solo per galleggiare, con un operatore di rete nazionale che ha perso la capacità di agire proattivamente per lo sviluppo e la modernizzazione.

Bassanini propone, in coerenza con quanto impostato dai due ultimi governi ma con una forza strategica da ascoltare:

1. agenda digitale compito del presidente del consiglio
2. azione decisa di Agid, concentrazione datacenter, anagrafe, fatturazione, identità digitale, pagamenti elettronici
3. la rete non arriva agli obiettivi europei senza un’accelerazione; per accelerare gli operatori vanno convinti con incentivi fiscali, domanda pubblica, garanzie ai bond, fondi strutturali, orientati all’accelerazione degli investimenti all’insegna dell’idea che l’offerta crea la domanda
4. se gli operatori non reagiscono a questi stimoli, Bassanini suggerisce la separazione della rete (che potrebbe anche essere un affare per la Telecom, ha lasciato intendere).

Veneto, Crimea, Scozia… Stati in difficoltà: diverse logiche ma un’unica ricerca di senso

La tensione indipendentista diffusa nel Veneto non è irrilevante. I dati raccolti da Ilvo Diamanti e pubblicati sulla Repubblica indicano l’esistenza di un tema molto sentito in una popolazione frustrata nei confronti dello stato nazionale.

I motivi dei veneti sono certamente diversi da quelli degli abitanti della Crimea. Come sono da quelli degli scozzesi. O degli abitanti del Quebec. Ma segnalano l’esistenza di una dinamica che, nella globalizzazione, fa emergere una tendenza alla ridefinizione dei contesti di senso della convivenza. Gli aggregati statali reggono solo se rispondono alle esigenze della popolazione, ma vengono messi in discussione dalla competizione tra i territori, dalle aggregazioni internazionali più grandi, dalle spinte innovative che si manifestano nelle relazioni online e molto altro ancora.

Non c’è dubbio che i contesti di senso “nazionalisti” siano frutto di narrazioni più o meno credibili e desiderabili in relazione alla legittimità delle aggregazioni statali. Il popolo della Crimea, apparentemente e sotto la minaccia delle armi di un esercito invasore infiltrato, ha comunque manifestato una sua adesione ideale alla narrazione nazionalista della madrepatria russa. Il popolo scozzese sta dibattendo intorno alla convenienza di restare aggregato al Regno Unito, sulla base di una commistione di piani (la relazione con l’Europa, il nazionalismo, la relazione con Londra, il progetto di convivenza civile…). IL Quebec ha una lunga storia di autonomia linguistica e organizzativa ed è già aggregato in una struttura “sovranazionale” dalla quale a ondate ricorrenti tenta di uscire, anche accettando dinamiche poco convenienti dal punto di vista economico (come dimostra il relativo declino di Montreal rispetto a Toronto avvenuto parallelamente alla progressiva concentrazione sul francese delle regole vigenti in Quebec). Il Veneto coltiva un rancore nei confronti della struttura statale italiana (in relazione a diverse tensioni: l’uso delle risorse pubbliche, le differenze culturali, le connessioni imprenditoriali, e così via), ma non sembra aver deciso come descrivere la propria prospettiva strutturale: una sovranità veneta non è mai esistita, le città hanno conosciuto tra loro una relazione politica mediata da Venezia, un’autonomia del tipo esistente in Trentino non è ancora stata provata… Probabilmente in Veneto si tratterà di inventare una soluzione innovativa. Anche perché nei dati di Diamanti non si parla di Europa, dunque non si sa a quale livello di separazione stanno pensando i veneti.

Ma quello che emerge è che gli stati hanno bisogno di ripensarsi organizzativamente se vogliono avere un ruolo politico e valoriale. Altrimenti perdono senso. E scompaiono.

Che cosa sono gli stati? Non una patria: la nazione si è separata dallo stato e anzi diventa un contesto di senso, per quanto obsoleto, abbastanza capace di scaldare gli animi. Non i monopolisti della sovranità: è stata distribuita tra una quantità di livelli, locali o internazionali. Non un concentrato di potere efficace: non vanno abbastanza veloci rispetto all’innovazione strutturale – tecnologica ed economica – del pianeta.

Potrebbe essere che vincano gli aggregati capaci di tenere insieme le “nazioni” sulla base di standard di organizzazione, relazione, decisione civica, alimentati da un’efficiente piattaforma digitale: il che significa semplice, usabile, adattabile al cambiamento.

Il design del nuovo stato è la sola strada per la sua sopravvivenza. E la piattaforma internet è la sola strada per ridisegnare lo stato in modo sensato. Una piattaforma standard, interoperabile, aperta; un metodo per lo scambio e il riuso della applicazioni; un’interfaccia utente pensata per essere usabile. A fronte di questo emergeranno semplificazione, risparmio di costi, cittadinanza. Ci vuole però una decisione drastica: si parte dall’immagine di un sistema statale facile da usare, si realizza un “sistema operativo” e una “piattaforma” aperta e standard, si butta nella spazzatura la pletora di pezzi di software inutilmente pensati per “digitalizzare la burocrazia esistente”.

Vizi di norma. Gli arresti dei presunti corrotti soddisfano gli onesti. Ma l’onestà non basta più

Appunti. Se il professionista ti chiede di abbassare il prezzo in fattura e tenere elevato il costo dell’operazione, l’onesto si scandalizza e si domanda che fare: alla fine di solito cede al piccolo risparmio richiesto. Se il padrone di casa o il datore di lavoro ti chiedono un affitto o ti pagano in nero, se non hai casa od occupazione, tendi ad accettare. Gli onesti pagano tutte le tasse, osservano questi abusi e covano un sordo rancore. Che si rivolge alle istituzioni o ai politici o ai funzionari che non gliela fanno pagare ai criminali.

L’arresto di qualche presunto funzionario corrotto è un momento di soddisfazione per gli onesti.

Ma è una soddisfazione di breve termine che si confronta alla frustrazione di lungo termine dovuta alla generalizzata condizione di impunità della gran parte dei micro e macro criminali che girano per l’Italia. Evasori fiscali, furbi che sanno come aggirare le norme, potenti di ogni ordine e grado.

Una gran parte degli italiani sono onesti per etica e cultura. Una quota sempre impressionante di italiani sono disonesti e vivono nel familismo amorale: per loro l’unica istituzione legittima è la famiglia, le istituzioni, le aziende, le altre famiglie si possono legittimamente derubare. In mezzo, tantissimi pendolano tra le due condizioni: durante le crisi le loro fila si ingrossano. E gli onesti si arrabbiano di più.

Non basta l’onestà dei molti che tengono in piedi il sistema. Se perdono fiducia passano dall’altra parte.

Il sogno è una drastica semplificazione con un visibile miglioramento delle condizioni per gli onesti e un fenomenale peggioramento delle condizioni per i disonesti. Se imbrogli le tasse una volta la paghi per sempre. Tolleranza zero. Ma tasse più basse per tutti.

È solo un sogno? Può esistere una società di corrotti che gestiscono stabilmente la situazione? La Russia sembra dimostrarlo. L’Italia le assomiglia. Nella complessità della vita contemporanea un sistema amministrativo può far valere lo stato di diritto solo se semplifica tutto in modo profondissimo. Altrimenti le nicchie di disonestà si moltiplicano. La semplificazione deve essere tale da rendere stupido il disonesto e ovvio l’onesto.

La forza eroica dell’etica deve essere sostenuta dal contesto. Altrimenti prima o poi rischia di non farcela.

Anche questo obiettivo può essere perseguito con una buona ristrutturazione internettesca della macchina statale? È un progetto cui varrebbe la pena di prestare un po’ di attenzione. Potrebbe valere risparmi da almeno 5 miliardi e maggiori entrate da centinaia di miliardi. Imho.

Entrate e uscite. Dalla Russia

A Mosca, dal 1974, la visita precedente, nulla o tutto è cambiato, per un viaggiatore, purtroppo, veloce. La neve è la stessa presenza incombente. Quasi allegra perché qui tanto ovvia. I segni residui di un mondo che sarebbe andato in una storia di Tolstoj inceve non si trovano più. I quartieri dei palazzoni sovietici sono assediati dalle automobili. Servono a passare la settimana in coda e il weekend nella dacia: tutti o quasi ne hanno una. Una seconda enorme città del tempo libero cone un anello di Saturno che circonda la gigantesca metropoli. Ma c’è la festa per l’annessione della Crimea. E sembra di essere qui nel giorno giusto.

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Una festa nella Piazza Rossa circondata da soldati. Nel megaschermo riservato a chi non entra in piazza, si avvicendano gli oratori che stanno sul palco, personaggi più adatti a una squallida televisione che a una nobile celebrazione patriottica: citano l’Ucraina scandendo la parola “fascisti”, incitano a gridare slogan come “Russia, Crimea, Putin!”. Nella calorosa freddezza generale. Anche perché col vento la temperatura scende abbondantemente sotto lo zero per arrivare a meno 11 gradi verso sera.

I fratelli della Crimea sono tornati alla madrepatria. Sembra l’ovvio finale di un processo indiscutibile e inarrestabile. La capitale di un impero nazionalista è internazionale ma non cosmopolita.

Non sembra ci siano grandi del passato da osannare. Lelin e Stalin sono definiti “infami” sul giornale Moscow Times. Degli czar nessuna traccia. Difficile vedere la prospettiva senza il passato. C’è solo Putin e il denaro di pochissimi.

Al Gec si avvicendano i rappresentanti della città al bellissimo Manège, che non è più quello dell’imperatore. Se hai la fortuna di conoscere qualcuno di fidato qui, hai anche la sfortuna di sentir dire che è stato ristrutturato dopo un incendio, da una compagnia legata alla famiglia di uno dei soliti noti. Gli stranieri non parlano dei fatti di questi giorni forse per non apparire scortesi. Ma il contesto è più sottilmente omertoso. La televisione critica con il regime perde il posto nel cavo che la portava agli spettatori, mentre il giornalista critico con il regime perde il posto di direttore del portale più visitato da chi cerca notizie. Difficile non avvertire il terribile significato dell’involuzione democratica.

Al ristorante Puskin, il sapore ottocentesco finalmente si ritrova. Fuori da qualche parte, la pubblicità del concerto di Gianni Morandi riporta alla realtà. L’Occidente, occupato dalle sue angosce, va avanti per la sua strada.

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Ed è già ora di ripartire.

Internet corre seri rischi ma si può salvare. Con la conoscenza

A forza di Nsa e manovre delle compagnie telefoniche americane la solidità di internet come territorio libero dell’innovazione e della possibilità di sfidare i sistemi consolidati sta subendo duri colpi. E l’opinione pubblica che difende la rete sembra stanca di combattere per i dettagli. Ma la guerra non è persa. Un pezzo di Nilay Patel (TheVerge) appare come un buon riassunto della situazione.

Il fatto è che non si può difendere la rete senza aumentare la scala della popolazione consapevole. Dunque la diffusione di informazioni in materia deve diventare molto più capillare. E i diritti connessi alla dimensione dell’innovazione devono assumere una rilevanza almeno pari ad altri tipi di diritti per raggiungere un nuovo equilibrio: tra copyright e nuovi mercati, tra privacy e trasparenza, tra apertura dei dati e riservatezza. Le forti spallate concettuali e pratiche di l’internet dei primi tempi è riuscita a dare alle condizioni consolidate hanno generato una reazione forte delle strutture conservatrici. L’opinione pubblica è stata investita da uno stillicidio di informazioni preoccupanti sulla rete e ciò che vi avviene. Le legislazioni sono state investite da uno stillicidio di nuove norme che intaccavano la certezza del diritto nel contesto internettiano. E l’onda di questi fenomeni si sente.

E’ ora di passare a un nuovo livello del dibattito. Post-ideologico.

Movimenti

Ieri Corrado Passera e oggi Matteo Renzi hanno messo in luce la necessità e la possibilità di prendere decisioni forti che abbiamo un impatto fortissimo sulla società, l’economia, la politica. Sembra che il sentiero delle possibilità di politica economica si stia allargando. Sembra che il “movimento” stia prendendo il posto del “partito”. Una sorta di rimescolamento di posizioni che in passato erano blocchi. Non si tratta di discutere il rigore di bilancio, un vincolo che fa bene a un paese con la storia che ha il nostro: si tratta di interpretare anche il rigore in modo innovativo. Sono i primi passi, molto diversi, di una stagione politica che vorrebbe dimostrarsi capace di cambiare più di quanto appaia. Il contrario di quanto succedeva fino al 2011. Renzi lo ha detto, il paese è più avanti della sua politica.

Il web è un insieme di nodi collegati. Linkare è vitale per il web. Chi taglia il collegamento a suon di copyright vuole trasformare il web in una tv via cavo

L’incredibile massa di difficoltà che i giuristi del copyright stanno affastellando sulla schiena degli internettiani è difficilmente sostenibile. La discussione recente sulla relazione tra link e copyright è parte di quella catasta di pesanti complicazioni. La storia si legge bene su radiobruxelleslibera.

Il punto riguardava un problema specifico. Ma il tema generale agli occhi di un ingenuo del diritto come chi scrive questo blog era il seguente: la url di un sito è soggetta a copyright? si deve chiedere il permesso per linkare una pagina web? è un diritto valido solo se la pagina web è pubblica o anche quando è accessibile a pagamento?

Se si deve chiedere il permesso per linkare qualcosa che sia soggetto a copyright e sia pubblicato in rete in modo che sia accessibile liberamente si aggiunge una difficoltà in più allo sviluppo del web che non serve né a chi pubblica (che evidentemente spera di essere letto) né tantomeno a chi linka (che pensa di agire in funzione di un riconoscimento dell’importanza della pagina linkata). L’intera storia del pagerank di Google si basa su questo assunto. Se esiste un detentore di copyright che pubblica pagine liberamente accessibil e non vuole che altri le linkino vuol dire che esiste un pazzo: ogni link aumenta la rilevanza della sua pagina, può aumentare il numero di visitatori, può moltiplicare l’importanza della sua opera. Non può portare via niente al suo diritto d’autore.

Altra cosa è copiare il contenuto. Ma il link non è veramente un contenuto. È un indirizzo. Dunque è intrinsecamente qualcosa di pubblico. Non contiene nulla dell’opera: si limita a dichiarare dove si trova quell’opera. Una mappa deve chiedere il permesso per scrivere i nomi delle vie?

Se si interrompono i link e la pratica di linkare, si interrompe il web. Può essere che i detentori industriali di copyright che vengono dalla vecchia editoria sognino di riuscire a scardinare il web. Per tornare alla logica del controllo totale sulla conoscenza che pensavano di poter imporre nell’èra del Cartaceo e dell’Analogico. Ma quel tempo è passato. Il sistema giuridico può anche prestarsi alle loro confuse lobby. Ma in questo modo si allontanerà ulteriormente dalla realtà. Imho.

Vedi anche:
Alla fine, i blog si stanno riproponendo come una soluzione importante. Possono esserlo di più
Commento costruttivo sulla raffica di misure relative a internet prese in questi giorni in Italia
Volevamo battere la Corea. Il disordine mentale delle nuove norme su internet ha conseguenze. Occorre una valutazione di impatto digitale
Nel mondo delle informazioni collaborative la citazione della fonte è cortese e conveniente

Governo. Non si esce dall’incertezza senza un’agenda condivisa

L’agenda digitale, i media civici, la strategia dell’innovazione sono strumenti fondamentali per chiunque voglia assumere la leadership e offrire una prospettiva sensata agli italiani.

Inoltre, possono essere gli elementi di un’agenda vera sulla quale le forze politiche che appoggiano il governo si possono accordare per dare un senso pratico al racconto di prospettiva di cui c’è bisogno.

1. Agenda digitale: riforma dello stato in un quadro strategico di modernizzazione del paese
2. Media civici: cambio di passo nella relazione tra i cittadini e le istituzioni in chiave di partecipazione costruttiva, democratica e contemporanea
3. Strategia dell’innovazione: startup e filiera delle imprese innovative come base per fare crescita, occupazione e rinnovamento economico

Di chi sono queste idee? Di chi le applica e guida in modo tale da fare gli interessi di tutti e non solo di una parte. Un’agenda con queste cose è un’agenda di tutti. Una leadership che si assuma il compito di mettere d’accordo le forze politiche per applicare un’agenda come questa potrà essere riconosciuta come una vera svolta dai cittadini. Con la partecipazione attiva dei cittadini che si può sviluppare sui media civici. Il bello è che è possibile.

Qualcosa è stato fatto, da governi di breve durata by design come quelli recenti. Ma è tempo che questa strategia cessi di essere passeggera e diventi strutturale. Il cambio di clima politico, nelle regioni e nello stato, è un’occasione da non perdere.

La visione che sottende tutto questo? La maggior parte dei nuovi posti di lavoro è stata generata da imprese che hanno meno di cinque-sei anni (ocse). La filiera delle startup e delle nuove imprese innovative è potenzialmente più importante dell’Ilva o della Fiat (tanto per fare un esempio e senza nulla togliere all’importanza di quelle industrie). Per accelerare occorre una complessiva roadmap di modernizzazione. Includere tutti i cittadini con politiche di istruzione e formazione connesse fondamentalmente alla strategia. Per liberare la forza costruttiva degli italiani, che non manca mai quando è il momento. E ricondurre le discussioni a condizioni non di polemica fine a sé stessa ma di vera progettazione sociale. Imho.

ps. Non penso che queste siano proposte facili. Non penso che risolvano tutto. Penso che queste possano essere proposte che possono mettere d’accordo chi ha la buona volontà di lavorare per il paese.

Vedi anche:
Agenda digitale, startup… Lamenti e passi avanti

Attacco a Bitcoin

Ieri si è parlato dell’attacco ad alcuni server che gestiscono scambi di bitcoin (CoinDesk). Con il successo della moneta elettronica arriva anche la violenza. Non stupisce.

Il bitcoin è convertibile. Quindi è a tutti gli effetti una moneta concettualmente simile a quella tradizionale. Le differenze con le monete tradizionali, ovviamente, sono relative al potere, che è distribuito tra i programmatori e i gestori di tecnologie più che tra banche e sistemi politici. Ma la similitudine c’è ed è importante: moneta tradizionale e bitcoin sono due cose in una, perché da una parte sono unità di informazione sulle ragioni di scambio tra merci, lavoro, tempo e altro, dall’altra parte sono una merce con un suo prezzo definito sui mercati monetari e incarnato nel tasso di interesse.

La duplice sostanza della moneta, merce e unità di informazione, rende questo oggetto piuttosto complicato. Concettualmente, questa duplice sostanza della moneta ha reso difficile la vita dei teorici dell’equilibrio economico generale e dei loro eredi successivi (anche se naturalmente la matematica economica ne ha tratto un grande impulso). La difficoltà si è tradotta in un insieme di specializzazioni finanziarie che hanno avuto una funzione sia per lo sviluppo economico che per la generazione di prodotti finanziari capaci di generare una distanza di potere tra i centri che li inventavano e gli utenti che li compravano, subendone le conseguenze nelle fasi di scoppio delle varie bolle.

Le normali informazioni si scambiano, e si moltiplicano scambiandole: “se io so una cosa e te la dico la sappiamo in due”. La moneta si scambia ma non si moltiplica come l’informazione: si moltiplica attraverso il potere che si conquista su di essa. Io “non so una moneta”, piuttosto “ho una moneta”.

La complessità di avere un’unità di scambio di informazioni che si accumula costituisce uno dei temi più vasti di ricerca economica. E il pericolo è che possederla significa essere ricchi di possibilità, dunque genera l’obiettivo di accumularla, e sviluppa pratiche per ottenerla, dal convincimento degli altri al furto bello e buono.

Le monete complementari come il Sardex non si accumulano. Sono essenzialmente informazioni. E servono a favorire il credito in condizioni nelle quali le comunità conoscono bene il meccanismo di mercato nel quale operano. Le asimmetrie di informazioni, conoscenze e potere, hanno meno rilevanza. Il bitcoin non è una moneta complementare ma una moneta elettronica. Apre scenari interessantissimi. Ma non deve essere confusa con le monete complementari. Che per l’economia reale hanno un valore potenziale straordinario.

In tutti i casi, dove c’è elettronica e succcesso, c’è anche la possibilità dell’attacco informatico. Sarà bene tenerne conto.

Agenda digitale, startup… Lamenti e passi avanti

Dopo anni e anni di nulla di fatto, i due più recenti governi hanno realizzato qualche passo avanti sull’agenda digitale e le startup. Questo ha alimentato le aspettative, precedentemente compresse dall’inerzia di Stato. E a fronte di grandi aspettative i risultati generano un po’ di soddisfazione e molta lamentazione. Aprendo la strada anche alle richieste più disparate.

Non è facile guardare alla situazione italiana sul digitale senza scoramento. Siamo indietro su tutti i fronti, come dimostra lo scoreboard della Commissione. E se c’è un paese che ha bisogno di un’accelerata modernizzazione è proprio l’Italia. Letta ha detto che l’agenda digitale è “la riforma dello stato”. Caio ha dato una scossa ai programmi su anagrafe, fatturazione elettronica, identità digitale. E nel suo rapporto ha detto che accelerando drasticamente l’infrastrutturazione possiamo pensare di raggiungere almeno in parte gli obiettivi sulla disponibilità di banda larga previsti dal progetto Europa2020. Avviate in precedenza, le nuove regole per la filiera delle startup sembrano effettivamente aver dato un impulso a una delle più importanti strategie che abbiamo per migliorare crescita, occupazione e innovatività del sistema economico. Ma di certo tutto questo non basta.

Il venture capital va alimentato. La strutturazione di un’architettura internettiana dello stato va avviata con una determinazione eccezionale. L’alfabetizzazione funzionale va presa come un’emergenza vera. Sanità, turismo, trasporti vanno affrontati con progettualità empirica e forte. Le smart city non possono restare un insieme di bandi lasciati a metà. La disponibilità di banda larga non può restare un sogno da contrattare miglio per miglio con le varie telco.

Occorre una visione che sia di tutti, non di un governo o dell’altro. Non si fa agenda digitale se non pensandola come una strategia vera di tutti gli italiani, di tutti i partiti, di tutto il sistema. E’ possibile, in un periodo di riforme, considerare che ci siano politiche che non servono a questo o a quel potente ma servono proprio alla modernizzazione del paese?

Sì. Occorre una visione. Occorre dirla con trasparenza e chiarezza. Occorre trovare l’accordo di tutti.

Non è detto che ci si riesca, se non c’è leadership. Da dove può emergere?

C’è un fenomeno che potrebbe incoraggiarci. Il tema delle startup è arrivato fino a un certo punto. Il capitolo dedicato alle strategie territoriali è rimasto una lettera d’intenti. Ma le regioni ci stanno pensando. E le regioni possono farne una loro battaglia perché la politica territoriale è la politica della domanda di innovazione.

Mentre il governo si dibatte nelle sue difficoltà, le regioni possono prendere in mano il pallino e imporre la prossima accelerazione. Regioni governate da partiti di destra e di sinistra lo stanno facendo. E possono convincere gli italiani che non si tratta di una questione di parte, ma di tutti. Fino a che non emergerà una leadership in grado di dare corpo alla strategia per il paese.

Sogni? Può darsi. Ma talvolta ci vogliono anche quelli.

ps. Disclosure. Ho fatto parte della task force per modernizzare la legislazione a favore delle startup all’epoca del governo Monti e dell’unità di missione sull’agenda digitale all’inizio del governo Letta. Partecipo al comitato scientifico per l’agenda digitale dell’Emilia Romagna. Lo faccio da intellettuale. E spero di dare una mano, per quello che sono capace. Mi rendo conto che non è abbastanza. Bisogna parlare più forte. E a parlare dobbiamo essere più numerosi. Ma bisogna parlare degli interessi di tutti: l’agenda digitale non la fanno le lobby ma i cittadini che riconoscono il tema e influenzano l’emergere di una visione, cui una leadership deve dare corpo. Imho.