Category perplessità

Lo strano caso di Sondra Arquiett

Aveva un profilo su Facebook, Sondra Arquiett, con le sue foto. Ma non ne sapeva nulla. Lo aveva creato un agente della Dea americana che lo usava per compiere un’indagine nascondendo la sua identità dietro a quella reale della ignara signora (Buzzfeed)

Scoperto, l’agente viene difeso. L’idea, sembrerebbe, è che la sua indagine ha un valore superiore a quello della privacy e della sicurezza di Sondra.

Il senso della misura, il rispetto e la ragionevolezza sono superati in questo caso. Uno strumento come Facebook evidentemente fa venire in mente strane idee. Il social network dichiara che quello compiuto dall’agente è un abuso dei termini di utilizzo: così mentre la giustizia discute, Facebook applica la sua “legge” privata. Che si sovrappone a quella pubblica e in questo caso con conseguenze apparentemente giuste.

Vedi anche:
Codice è codice

Digitale europeo, neutralità e investimenti nella rete

Neelie Kroes ha lavorato con energia per il digitale in Europa. Il suo ultimo discorso è forte e accorato, non necessariamente del tutto coerente, come sul tema della net neutrality. Vedremo chi verrà dopo di lei che cosa farà. Il primo argomento in discussione è il mercato unico delle telecomunicazioni che è solo una parte del tema digitale.

La Commissione e i ministri delle telecomunicazioni sembrano intenzionati a portarlo avanti. Contiene una serie di obiettivi importantissimi, orientati a sostenere gli investimenti delle compagnie di telecomunicazioni, facilitazioni per i consumatori intorno ai temi del roaming, e alcune nuove regole. Molta parte del dibattito si concentra sulla revisione della net neutrality. Le telco sostengono che per investire hanno bisogno di entrate. E ritengono di potersele aggiudicare facendo pagare le piattaforme internet che vogliono un servizio prioritizzato. Una logica c’è: lo streaming video occupa un sacco di banda e riduce lo spazio per il resto. Deve pagare di più. Ma la logica finisce nel momento in cui questo diventa la richiesta di far pagare tutte le piattaforme che vogliono prioritizzazione, anche quelle che non richiedono particolare consumo di banda. Sarebbe la fine della net neutrality: se chi vuole avere un servizio prioritizzato può pagare e ottenerlo, chi non può pagare perché sta ancora sviluppando il suo modello di business è chiaramente penalizzato. Finisce che chi è già grande limita la crescita di chi è appena nato, anche se ha una grande e importante innovazione. Kroes per rispondere ha sostenuto che questa prioritizzazione non deve degradare troppo l’internet pubblica aperta e neutrale. Ma non ci sono modi per definire questa norma. Se le grandi società potessero si concentrerebbero sul fare tutto ciò che produce più entrate immediate anche a discapito di quelle eventuali future, come è probabile che accada se potranno decidere quanto “degradare” l’internet pubblica e quanto investimento dedicare all’internet prioritizzata: sarebbe una situazione molto difficile per la difesa dell’internet pubblica neutrale aperta all’innovazione imprevista di startup e nuove imprese. Che sono invece proprio quelle che producono occupazione e crescita.

Sarà meglio pensare prima alla rete pubblica e neutrale, difenderla e accrescerla: è lì che c’è occupazione, crescita, innovazione, miglioramento della qualità della vita, opportunità culturale. Se le piattaforme che occupano tanto spazio di banda vogliono una rete prioritizzata e le telco pensano di poter ripagare gli investimenti che comporta, potrebbero pensare a una loro rete che non si chiamerebbe internet perché non sarebbe neutrale, e dovrebbero investire insieme alle telco per crearla, separata chiaramente dall’internet. Internet a sua volta deve crescere come spazio pubblico della conoscenza, neutrale e libero: il luogo dove chi innnova non deve chiedere il permesso ai grandi. La net neutrality è – anche – una antitrust preventiva che garantisce la libertà per gli innovatori di fare concorrenza ai grandi incumbent. Imho.

Area Syriana

È finita che Area Spa ha pagato 100mila dollari (Bis) per aver venduto tecnologie per spiare online al regime siriano proprio mentre gli americani considerano di preudoallearsi con quel regime contro lo stato islamico. Un contratto da 13 milioni che il titolare dell’azienda di Vizzola Ticino, Andrea Formenti, non sapeva fosse illegale (Corriere).

Il governo Usa – Yahoo?!? – spudoratamente contro gli utenti

Un pezzo di Washington Post spiega come il governo americano abbia minacciato Yahoo! con una possibile multa da 250mila dollari al giorno se rifiutava di aprire la piattaforma alla sorveglianza degli utenti da parte dei suoi agenti segreti. Era giusto prima della fine dell’amministrazione Bush e ha contribuito a rendere le agenzie di sorveglianza libere di fare quello che vogliono anche sotto la nuova amministrazione.

Chi ha speso gli 80 euro?

Renato Mannheimer ha fatto un sondaggio per scoprire chi ha speso gli 80 euro in più ottenuti in busta paga con la manovra pre-estiva. E il risultato è chiaro: solo il 23% si è concesso qualche spesa in più. Gli altri li hanno usati per risparmiare o per arrivare più agevolmente a spendere quello che spendevano già prima. Il comunicato è qui (pdf).

Fantafinanza? Nel labirinto delle trattative che circolano attorno al destino di Telecom Italia alcune domande restano aperte

Tutto sembra essersi chiarito. Sembra. Vivendi prosegue la trattativa in esclusiva con Telefonica. L’offerta degli spagnoli per la brasiliana GVT è stata alzata. E oltre ai soldi e al resto, contiene la possibilità di rilevare dalla Telefonica l’8,3% di Telecom Italia. Questo agli spagnoli serve per ridurre i loro problemi con l’antitrust brasiliano. La proposta italiana è passata in secondo piano. Se mai era stata davvero presa in considerazione. (Sole)

Sembra tutto chiaro. Ma molte domande restano aperte.

Perché la Telecom Italia ha detto che alla fine dell’operazione che aveva proposto, Vivendi avrebbe avuto circa il 20% del capitale della Telecom Italia, quando in realtà secondo i calcoli che si possono fare avrebbe avuto addirittura il 28% delle sue azioni ordinarie? (Il conteggio in effetti è lungo ma si basa sulla valutazione presumibile di quanto Telecom Italia intendeva pagare con un aumento di capitale la parte di GVT che non restava a Vivendi con la prevista quota della GVT+TIM; si tratta di 4,5 miliardi di euro: su una capitalizzazione di Telecom Italia da 11,6 miliardi il calcolo è: 4.5/(4.5+11.6) = 27.9%)

Forse non si voleva arrivare troppo a ridosso della linea dell’opa obbligatoria?

E perché si è parlato di sinergie con i contenuti di Vivendi quando questa ha contenuti in francese e altre lingue ma non in italiano? C’entra con le voci secondo le quali ci sarebbe stato un interesse di Vivendi a parlare anche con Mediaset in Italia? (Di certo, i contenuti Universal non hanno bisogno di questo deal).

Forse la cessione di qualche parte di Telecom Italia a Fininvest o a Mediaset in cambio di una parte del servizio premium della società televisiva italiana a Vivendi o a Telecom Italia avrebbe creato troppe reazioni politiche nel nostro paese? E forse avrebbero portato a una rivitalizzazione del cambiamento della soglia dell’opa della quale si era parlato non molto tempo fa?

Del resto, non c’è alcuna ragione che dimostri che un venditore di contenuti deve avere per forza una quota di una compagnia telefonica per veicolare sulla rete telefonica i suoi contenuti. Sky lo ha fatto con Telecom Italia e non ha avuto bisogno di possedere una quota di Telecom Italia.

Quindi, alla fine Vivendi sembra andare a prendere i soldi veri offerti dalla Telefonica. E sembra intenzionata a dotarsi di una quota di Telecom Italia che le consente di tenere aperte le trattative – per ora fantasiose – con Mediaset. Se avesse quell’8,3% di Telecom Italia potrebbe rivenderlo a Mediaset o a Fininvest in cambio del servizio Premium? E a Mediaset converrebbe?

Domande aperte. Che continueranno ad agitare gli osservatori.

Almeno fino a quando non arriverà qualcuno con un’idea industriale per Telecom Italia, che nel frattempo non sta certo guadagnando quote in Italia, ci si faranno tante domande e difficilmente si troveranno risposte. Forse è tempo di concentrarsi su questa partita. Perché rischiamo di perdere altro tempo. Una compagnia come Telecom Italia che avrebbe dovuto essere un motore di innovazione digitale nel paese, resta in balia dei suoi debiti, lasciati in eredità dai padroni che se la sono rosicchiata negli ultimi quindici anni. E’ davvero tempo di ridarle una visione e un ordine strategico. Al servizio degli italiani.

L’incomprensibile scelta di fare consultazioni via mail. L’ultima è del ministero del Lavoro

Qualcuno dovrebbe spiegare perché le istituzioni e le organizzazioni orientate al bene comune continuano a lanciare consultazioni via mail per raccogliere opinioni dalla cittadinanza. L’ultimo caso è quello del ministero del Lavoro sullo sviluppo dell’economia sociale in Europa. Le informazioni sono sul sito. Il Comitato incaricato di organizzare la consultazione pubblica on line e la call for speaker è composto da Carlo Borzaga, Danilo Giovanni Festa, Leonardo Becchetti, Gianluca Salvatori, Gianfranco Marzocchi, Paola Menetti, Alberto Zevi, tutte persone di grande esperienza nell’economia sociale ma evidentemente ancora poco desiderose di approfondire i temi della partecipazione civica. Comunque, l’iniziativa è importante e, nonostante il mezzo, va seguita.

Questo post è solo relativo al mezzo utilizzato per la consultazione. La mail è uno strumento fantastico, facile da usare e alla portata di tutti coloro che sono online. Ma per una consultazione presenta difetti importanti. Il principale consiste nel fatto che chi manda una mail non sa che cosa hanno scritto gli altri. Non può commentarli. Non può valutarli. Non può adattarsi al tono dei contributi. Rischia di ripetere quanto già detto. E così via. Confrontarsi con gli altri è una buona pratica quando si fa una raccolta di opinioni. Con la mail, l’unico gestore del confronto, l’unico analista delle opinioni, l’unico che decide quali sono le idee che devono emergere e quelle che devono passare sotto traccia è chi ha organizzato la consultazione. Perché scegliere questa strada? L’unica motivazione deve essere il bisogno di controllare la consultazione, il cui risultato – se raccolto via mail – resta oscuro a tutti salvo agli organizzatori.

Altri difetti sono naturalmente connessi. La moltiplicazione delle mail le può rendere tanto numerose da divenire ingestibili. Ma nessuno può aiutare gli organizzatori a filtrarle e fare emergere i temi più importanti se solo gli organizzatori le possono leggere. La varietà dei temi, la ripetitività delle proposte, la loro comprensibilità, sono piuttosto casuali nella raccolta di mail. E infine l’analisi dei dati di comportamento dei partecipanti è praticamente azzerata: non si sa quanto tempo ci mettono le persone a contribuire e quanto tempo sarebbero disposte a leggere le proposte degli altri, tanto per fare un esempio.

Non sarebbe un problema se non esistessero diverse piattaforme pensate per fare le consultazioni, da LiquidFeedback e le sue varianti all’americana IdeaScale alla stessa Civi.ci (cui ho dato un contributo ideativo e che è stata adottata in varie occasioni dal Governo italiano, dalle autorità locali un varie parti d’Italia e dalla stessa Camera dei Deputati per la consultazione sull’Internet Bill of Rights). Chi scrive può essere forse poco obiettivo, dato che si è occupato di queste questioni, ma un lavoro civico sulle consultazioni è stato fatto da molti altri e spesso più bravi ricercatori e programmatori.

La ricerca che sottende la produzione di piattaforme per le consultazioni è orientata a creare ambienti di lavoro collaborativo che valorizzino un rapporto civico tra i cittadini e le istituzioni, studiando l’interfaccia e la metodologia di lavoro in modo da incentivare l’afflusso di contributi costruttivi e da favorirne l’analisi da parte delle istituzioni che lanciano le consultazioni. Usare una di queste piattaforme è di per sé una dimostrazione di apertura alle opinioni dei cittadini, perché le mostra e ne fa vedere l’importanza – o almeno consente di valutarle – in modo trasparente. Inoltre, consentono di limitare la ripetitività delle proposte, di concentrare l’attenzione sulle questioni che sulle piattaforme emergono come più importanti, di partecipare anche a chi vuole soltanto dare una valutazione o un breve commento. In alcuni casi, consentono anche di dire se le proposte sono comprensibili, di dichiarare un metodo di lavoro, di favorire il dialogo costruttivo. E poi si mettono in funzione in un paio di giorni se si vuole qualcosa di semplice (del resto, la mail non consente certo qualcosa di più sofisticato). E dunque, perché non usarle? Forse c’è qualcosa che mi sfugge:

Un problema dimenticato del diritto all’oblio

È complicato. Il diritto all’oblio resta un principio in cerca di equilibrio. Come previsto (Guardian), la decisione della Corte Ue ha lasciato aperte troppe questioni e il problema della relazione tra diritto all’oblio e correttezza dell’informazione resta irrisolto.

Secondo indiscrezioni pubblicate da VentureBeat la situazione attuale non è soddisfacente per le autorità europee. In pratica, avendo lasciato le decisioni a Google e agli altri motori di ricerca la certezza del diritto non c’è. Inoltre, chi cerchi le notizie “delinkate” in Europa le trova sulle versioni extraeuropee di Google. Ma soprattutto in molti casi la rimozione dei link dal motore sembra aumentare l’attenzione intorno ai casi che si tenta di far dimenticare.

Il punto, probabilmente, è che la prima pagina restituita da Google quando si cerca una persona equivale a una sorta di immagine pubblica della persona stessa. Alla fine, forse, occorre cercare non di negare i fatti, ma di darli con maggiore completezza.

È possibile che i fatti negativi che sorprendono una persona – tipo le accuse di malversazioni – tendano a essere più linkati di quanto non avvenga alle eventuali soluzioni positive successive – tipo le assoluzioni. L’equilibrio dell’immagine pubblica della persona ne risente, ovviamente.

La soluzione è ancora lontana. Google dà conto soprattutto delle pagine più linkate, ma forse per le persone potrebbe tentare di modificare i risultati delle ricerche per renderle più equilibrate e diversificate. L’algoritmo viene costantemente modificato: potrebbe forse essere mutato anche per questo scopo.

Qual è il vangelo dell’Evangelist? Finale di trilogia

Finisce con questo post una trilogia dedicata a una questione minima che però consente di riflettere sulla strategia digitale italiana. I precedenti post sono linkati in fondo al pezzo.

Resta un tema. Serve un evangelist per sostenere un piano digitale italiano? Alcuni commentatori lo hanno sostenuto. Senza spiegare in che cosa consisterebbe il vangelo dell’evangelist. E allora vediamo qualche ipotesi.

Partiamo da un esempio magistrale. Il più grande “evangelist” della storia della tecnologia è stato Guy Kawasaki. (Sembra un buon modo per iniziare creando un po’ di attenzione, no?). Un vero maestro, per la verità. La sua storia comincia con un grande insegnante di inglese, del quale ricorda: «mi ha insegnato che la chiave della scrittura è l’editing». Prosegue con studi di altissimo livello: psicologia a Stanford e management a Ucla. Comincia a lavorare in un’azienda di gioielli, esperienza che apprezza: «Ho imparato una lezione di grande valore, come vendere». Raggiunge l’apice della notorietà come “evangelist” alla Apple, dove comincia nel 1983, quando sta per arrivare il Macintosh, il computer che ha cambiato la storia dell’informatica. Riusciva a entusiasmare per un computer contagiando l’audience in un affetto intelligente per il Macintosh che andava ben oltre il tifo o il fanatismo: era vero amore. (Parole esagerate si dirà, ma servono a dare un’idea da evangelist…). Insomma, era un grande professionista della vendita, quasi un artista. Chissà se è stato lui stesso a inventare quella carica di “evangelist”: di certo se l’è portata dietro per tutta la carriera (Wikipedia e il suo sito). Nel suo libro “Enchantment” spiega come influenzare quello che le persone faranno mantenendo un alto standard etico. Dice che il mestiere è basato su tre componenti: occorre piacere, meritare fiducia e lavorare per una grande causa. La sua innata simpatia e la sua grandissima preparazione sono state impegnate quasi sempre sull’evangelizzazione all’uso di prodotti precisi che però significavano qualcosa di più grande di loro: il Macintosh era un genere di prodotto così. E successivamente i prodotti per i quali ha lavorato erano piuttosto importanti. E suoi risultati erano comunque misurabili: in fin dei conti, doveva vendere.

Ebbene: c’è un possibile parallelismo tra un evangelist così e il lavoro che dovrebbe svolgere il digital champion italiano? A parte la piacevolezza della persona, il suo problema sarebbe quello di trovare un giusto equilibrio tra la credibilità e la causa da vendere.

Per vendere con credibilità un pezzo di piano digitale italiano si devono alzare le aspettative ma non oltre il realistico, fare apprezzare un piano ma non andare oltre il possibile, convincere all’uso delle tecnologie pubbliche ma senza presentarle meglio di quello che sono. Insomma, che cosa potrebbe vendere un grande evangelist? Si può solo immaginare qualche risposta, per puro titolo di esempio.

Se puntasse sull’importanza di adottare le tecnologie attuali della pubblica amministrazione digitale dovrebbe assumere un tono contrito e simpaticamente connivente con il pubblico: ma venderebbe ben poco perché ci sarebbe poco da vendere. Se puntasse a vendere le tecnologie che stanno uscendo adesso dai cantieri della pubblica amministrazione, tipo la fatturazione elettronica, potrebbe trovare qualche ascolto, anche se abbastanza settoriale. Ma non ci sarebbe un vero e proprio grande “prodotto” da vendere almeno fino a che una nuova visione non sarà espressa dal governo e dalle persone chiamate ad articolarla e fino a che l’Agid non l’avrà interpretata e realizzata in modo eccellente superando le enormi difficoltà che ci si possono immaginare. Ci vorrà più di una settimana. Più di un mese. Magari un anno per le prime cose davvero nuove. Se puntasse a vendere quello che oggi su internet funziona bene si troverebbe a proporre soluzioni di aziende, organizzazioni non profit, cose fatte all’estero da qualche amministrazione illuminata. Ma sarebbe un lavoro da digital champion dell’agenda digitale italiana? E allora magari, per evitare di andare lontano, potrebbe far notare con forza che adesso la dichiarazione dei redditi arriva precompilata grazie all’ottima piattaforma del fisco italiano: ma forse non riuscirebbe davvero a fare amare questo prodotto.

Evidentemente non avrebbe senso – ora – tentare di fare l’evangelist delle realizzazioni digitali della pubblica amministrazione italiana. Sarebbe bello che avesse senso: cioè sarebbe bello – e non è escluso che succeda – che si arrivasse ad avere un’interfaccia elegante, pratica e intelligente della pubblica amministrazione italiana, con funzioni pensate per gli utenti, veloci, semplici ed efficienti. Ma ci vorrà un po’ di tempo. E si può scommettere che quando gli italiani vedranno qualcosa del genere saranno davvero disposti ad amarlo, forse senza bisogno di un evangelist.

Allora escluso questo, a che cosa si potrebbe dedicare un evangelist? A diffondere la cultura digitale, si dirà. In che senso? Varie accezioni sono possibili. A diffondere l’uso di internet. Oppure a diffondere la conoscenza della scrittura di software. Oppure a diffondere l’idea che internet è inclusiva e che è un grande investimento per il futuro e che tutti dovrebbero usarla. O a sostenere che internet è la più grande occasione per rigenerare collaborazione tra le persone. O a dire che internet consente l’accesso a una ricchezza culturale senza paragoni. Per questi obiettivi si può pensare che occorra un evangelist perché sarebbero tutte grandi e giuste cause da sostenere: ma sarebbe possibile perseguirle senza perdere credibilità? Forse sì. Senza manipolare gli ascoltatori? Forse anche. Senza generare un’evangelizzazione uguale e contraria da parte di chi sostiene altre cause, tipo: internet è difficile ed è una cosa per tecnici; l’economia vera è quella che produce beni materiali come si è sempre fatto non questa cosa delle app per i telefonini; internet è piena di pedofili e pirati; internet è violenza; internet è piena di americani che ti spiano e di aziende che ti sfruttano? No, questo non sarebbe possibile. Un’evangelizzazione pro internet finirebbe per generare una evangelizzazione uguale e contraria. Perché non si può negare che internet non è solo rose e fiori. E si presta a campagne pro e contro.

La pensava così anche Aaron Swartz, un ragazzo meraviglioso che amava molto internet e che ha contribuito a costruirla. In una delle sue ultime interviste, disse: «Di internet ci sono opinioni molto polarizzate. C’è chi dice che è una cosa magnifica, liberatoria… E chi dice che è terribile, che riduce la libertà… Il fatto è che tutte e due le opinioni sono vere. E quale sarà la strada che prendiamo dipende solo da noi». Cioè dipende dalla diffusione di una vera, sana, ricca, attiva, consapevole cultura di internet. Che in Italia richiede un percorso articolato: alfabetizzazione basilare e insegnamento a forme di utilizzo della rete elementari ma tali da migliorare immediatamente la vita; educazione alla conoscenza dei modi con i quali si può distinguere il sano e l’insano che si incontra in rete; ispirazione alla passione per la tecnologia da scrivere e manipolare non solo consumare; conoscenza delle opportunità di business connesse al commercio internazionale in rete e alle mille altre opportunità economiche che offre l’innovazione per le startup e per le grandi aziende mature; apprezzamento e difesa delle caratteristiche fondamentali della rete come la net neutrality; conoscenza delle caratteristiche del marketing online e delle operazioni svolte dalle grandi piattaforme che usano i Big Data; invenzione di nuove soluzioni per il dibattito civico, per la ricostruzione di una società decente e autodifesa dalle forme ideologiche di manipolazione… e così via. Questa cultura sana, bella attiva della rete è possibile, ma non si sviluppa con l’evangelizzazione (che anche nei casi in cui è veramente credibile genera altrettanta foga contraria che a sua volta si basa su elementi di verità): si sviluppa con l’esperienza, il lavoro a scuola, la sperimentazione, l’iniziativa di business… e così via.

Le narrative, in tutto questo, sono importantissime. Ma non ce ne può essere una che valga per tutte come se fosse il vangelo.

Insomma. Non è l’evangelizzazione che ci serve. Ci serve esperienza, consapevolezza, sincerità. Ci serve informazione.

ps. Se non serve un evangelist onesto (sul modello di Guy), a maggior ragione non serve un evangelist disonesto, che non punta sulla credibilità ma sulla manipolazione, attraverso ogni genere di trucco, adulazione, minaccia, vittimismo: un personaggio il cui unico vangelo è se stesso non servirebbe certo al paese. Lo ricordo solo qui nel ps perché è inutile analizzare questa ipotesi dato che di certo nessuno la sostiene. Adesso però forse ne abbiamo parlato abbastanza di questa storia. Faranno quello che riterranno opportuno, alla fine. E avranno le loro ragioni. Ma qualunque decisione non cambierà, imho, il fatto che quelli che fanno la storia, innovando ogni giorno sapranno che i champions sono loro.

Vedi anche:
We are the champions
Comunicazione, informazione e il piano digitale italiano

Comunicazione, informazione e il piano digitale italiano

Il post intitolato We are the champions ha raccolto varie reazioni che si muovono da due interpretazioni contrapposte della figura del digital champion e che spingono a richiamare una distinzione tra informazione e comunicazione.

Interpretazione uno:

Secondo Maurizio Sbiogar il digital champion deve “considerare la VISION del governo e del comitato di indirizzo e trasformarla in GOVERNANCE IT dentro un disegno globale IT di trasformazione del Paese. Attraverso i strumenti di governance AGID, che è esclusivamente operativa, si muove e fa le varie linee guida”.

In questo senso il digital champion è un vero e proprio leader della realizzazione della vision del governo: in alcuni paesi come si diceva ieri è così. E, sempre in questo senso, abbiamo già il presidente del comitato di indirizzo e il consigliere del primo ministro sull’innovazione: non mi pare che si debba inserire un’altra figura per questa interpretazione del ruolo. Ma certamente occorre un grande lavoro di raccordo per trasformare la vision in governance e collegare le attività del governo centrale con quelle delle amministrazioni territoriali. La squadra che deve realizzare un compito tanto grande deve essere coesa e forte. Inoltre deve informare molto e bene su quello che ha fatto, fa e sta per fare.

Interpretazione due:

Secondo chi si firma Gigi Russo invece il tema del digital champion è tutto concentrato sulla comunicazione vista come “evangelizzazione”. A parte qualche vena polemica che tralascio Russo porta un contributo alla discussione citando un pezzo di Federico Morello – il giovane intraprendente che ha trovato il modo di risolvere il digital divide nella sua zona, poi nominato dal presidente Napolitano Alfiere della Repubblica e Young Advisor per l’Agenda Digitale della VicePresidente della Commissione Europea Neelie Kroes. Russo, che in un post precedente aveva qualificato come “fallimentare” la gestione Caio si “autocorregge” citando Morello che apprezza molto invece Caio come commissario all’agenda digitale e casomai lo critica come digital champion. Il pezzo di Morello – pubblicato da CheFuturo!, il “lunario” sostenuto da CheBanca! – ricorda le critiche mosse a Caio perché non può essere un influencer in quanto non usa Twitter e i social network e non può fare bene il lavoro del digital champion: “Un Commissario per l’Agenda Digitale può fare un ottimo lavoro. Il Digital Champion invece è un ruolo puramente comunicativo (deve evangelizzare il suo paese, partecipare alle fasi di aumento della consapevolezza digitale della popolazione) e di interconnessione (connette l’agenda digitale europea a quella locale). Sotto tutti questi punti Caio toppa, non è un Digital Champion”.

A parte il fatto che il ruolo puramente comunicativo non coincide con l’interconnessione con l’Europa: in Europa non si va a comunicare ma a fare policy con molta serietà. Questo avrebbe dovuto far pensare Morello. E’ per questo che nei paesi dove i digital champion non sono parte dell’amministrazione che sviluppa l’agenda ma hanno una funzione più da sostenitori dell’agenda digitale sono scelti nella maggior parte dei casi tra manager, professori, fondatori, creatori di iniziative socialmente importanti, in generale persone che hanno costruito qualcosa nel digitale che va oltre la pura comunicazione. Perché non comunicano con le parole: comunicano prima di tutto con l’esempio. E in tutti i casi affermano di avere una propria lista di priorità. Solo in Lettonia, a quanto pare, il digital champion è un puro comunicatore.

L’evangelizzazione che secondo Morello e anche Russo sarebbe tanto importante per l’Italia, lo è davvero? Siamo sicuri che gli italiani che non si connettono o non apprezzano internet o non vedono l’utilità dei servizi governativi su internet abbiano bisogno di evangelizzazione? In Emilia Romagna – grazie al progetto di successo Pane e Internet – hanno dimostrato di volere piuttosto alfabetizzazione. In tutta Italia, poi, si usano poco le soluzioni offerte dalla pubblica amministrazione (vedere scoreboard): questo dimostra che gli italiani vanno evangelizzati o che i servizi devono essere molto ma molto migliorati? L’evangelizzazione tanto invocata, proprio in Italia spesso si trasforma presto in esagerazione, corsa alla notorietà, conformismo, persino settarismo. Abbassa il livello della critica. Innalza il livello della polemica. Questo è quello che succede in Italia. Dove, in ogni caso, dato che lo spazio della comunicazione è separato, molto spesso, da quello della storia vissuta, gli evangelizzatori si trasformano in esperti e acquistano un ruolo di potere o persino autorità che li supera.

In Italia c’è bisogno di servizi pubblici molto facili e gradevoli da usare, davvero utili, costruiti su un’archiettura aperta, interoperabile, internettiana. Questi servizi vanno fatti conoscere con ogni mezzo. Con l’informazione ben fatta, critica, non orientata ad innalzare le aspettative ma a aprire alle opportunità reali.

Ma il tema è ancora più ampio. Che differenza c’è tra informazione e comunicazione? Per cominciare a rispondere, ripropongo un articolo molto ampio pubblicato da Problemi dell’Informazione. E spero che possa tornare utile.

Il senso è che, nel mondo editoriale (fatto di giornalismo, pubblicità, promozione, ecc ecc) l’informazione è fedele al pubblico mentre la comunicazione è fedele a chi lancia il messaggio.

In un argomento tanto importante e complesso come la modernizzazione digitale, una buona policy (e l’innovazione tecnologica che la sostanzia) deve essere adottata dal pubblico per il suo valore e non attraverso una forma di manipolazione. Per rispetto del pubblico. E per rispetto degli innovatori veri che creano la nuova architettura, generano le nuove applicazioni, scrivono la nuova interfaccia dell’Italia.

Quindi la modernizzazione digitale ha bisogno molto più di informazione che di evangelizzazione. Imho.

Vedi anche:
Gigi Cogo, Comunicare e innovare

We are the champions

Presi da priorità ben più importanti, forse i “digerati” italiani non hanno prestato molta attenzione a questa questione minima del digital champion italiano. E quindi non si sono domandati se ce ne sia davvero bisogno. Ne parlano di più i cultori della comunicazione, una funzione che in politica è tanto sovrastimata.

Ma che cosa fa un digital champion? Comunica? Promuove? Si riunisce a Bruxelles con i suoi pari e fa dichiarazioni? Fa la politica digitale del suo paese?

Un sospetto sulla necessità di una figura come questa dovrebbe venire guardando ai migliori nell’agenda digitale e nell’egovernment in Europa: in Estonia non hanno un digital champion. Nel Regno Unito non ce l’hanno. Ma il sospetto si annebbia osservando che per la verità non c’è un digital champion neppure in Spagna e Grecia.

Ma insomma, che cosa fanno quelli che oggi sono digital champion in altri paesi? Come rispondono sempre gli informatici: “dipende”.

1. Hanno una funzione amministrativa o governativa, sono politici o ex, e come tali interpretano le priorità del governo:
– Ondrej Felix is the Chief Architect of the Czech Republic e-Government. He says his first priority as Digital Champion is the improvement of the cross-border interoperability of e-government systems.
– Darko Parić is the Assistant Minister at the Ministry of Administration, Directorate for eCroatia.
– Dr. Stelios Himonas is is the Permanent Secretary of the Ministry of Energy, Commerce, Industry and Tourism in Cyprus as well as Digital Champion. His main objective is to increase the internet penetration in the country.
– Gergana Passy is the Digital Champion for Bulgaria. Her priorities are education in e-skills and free access to internet. Gregana thinks that access to the internet must be free for all Europeans. Gergana Passy is the founder & President of PanEuropean Union Bulgaria, politician, former Minister for European Affairs.
– Lars Frelle-Petersen, Head of the Danish Agency for Digitisation and the Digital Champion of Denmark, is enthusiastically pursuing the development of a digitalized postal system both for public institutions and private companies.
– István Erényi is the Digital Champion of Hungary. He works to open up education and close skills gaps. István Erényi is Senior Counsellor at the Ministry of National Development in Hungary.
– Tineke Netelenbos is the Digital Champion of the Netherlands. Her priorities are to improve a safe internet and to improve e-skills in people. She is the Former Minister of Transport and now chairs “Digivaardig & Digiveilig”, an NGO which promotes Digital Inclusion programmes
– Wlodzimierz Marcinski is the Digital Champion of Poland. He works for the development of the digital competences and for the advancement of digitalisation. He is the Minister’s plenipotentiary for the development of digital competences, Ministry of Administration and Digitalization, and former deputy minister at the Ministry of Scientific Research and Information Technology.
– Peter Pellegrini is the Digital Champion of Slovakia. His priorities are to bridge between the public and the expert community to improve the conditions of every citizens’ life. Peter Pellegrini holds the post of a State Secretary at the Ministry of Finance of the Slovak Republic.

2. Sono manager, professori o fondatori di iniziative, e dichiarano le loro priorità:
– Meral Akin-Hecke, founder of DigiTalks and Digital Champion for Austria, set three keywords as the stepping stones of her strategy for the Austrian Digital Agenda in the next three years: education, inclusion and employability.
– Saskia van Uffelen is the CEO of Ericsson Belux as well as Digital Champion of Belgium. She’s got three priorities: e-education, e-commerce, e-skills. Moreover, she aims to get more Belgians online and to change the “geek” image the ICT sector has in her country.
– Linda Liukas is the Digital Champion of Finland. She works to bring women together and excited about coding and building the web. Linda is the Co-founder Railsgirls.com, a non-profit global community movement aimed to get more women excited about building the Internet. Currently she works at Codecademy, the easiest way to learn code.
– Gilles Babinet is the Digital Champion of France. He works to push innovation through education. Gilles Babinet is the Chairman at CaptainDash, Former Chair at Conseil National du Numerique.
– Gesche Joost is the Digital Champion of Germany. Her priorities are to improve and enhance digital skills, diversity in the digital society and an open internet. “My priorities are digital skills, diversity in our digital society and an open internet”, said Gesche Joost, German Digital Champion.
She is a professor at the Berlin University of the Arts specialising in design research. Since 2008, she has been Head of the Design Research Lab focusing her research on human-computer interaction, aspects of gender and diversity in communications technology as well as social design. In 2005, she joined Telekom Innovation Laboratories working on advances in ICT R&D.
– David Puttnam is the Digital Champion of Ireland. His priorities want to put digital first in all aspects of policy, business and education. David Puttnam is the Chairman of Atticus Education, an online education company based in Ireland. Atticus, through a unique arrangement with BT Ireland, delivers interactive seminars on film and a variety of other subjects to educational institutions around the world. David spent thirty years as an independent producer of award-winning films. He retired from film production in 1998 to focus on his work in public policy as it relates to education, the environment, and the ‘creative and communications’ industries.
– Kestutis Juskevicius is the Digital Champion of Lithuania. His priorities are to fight the shortage of digital skills, and to improve the level of ICT skills. Kestutis Juskevicius is the Project Manager for Lithuanian National Library programme. His main priority as the Digital Champion for Lithuania is the shortage of digital skills amongst people, particularly students and young professionals.
– Björn is the Digital Champion on Luxembourg. His priorities are to promote and develop secure ICT services for all. Professor. Björn is Director of the Interdisciplinary Centre for Security, Reliability and Trust, Luxembourg
– Godfrey Vella is the Digital Champion of Malta. He works to develop a three-dimension strategy: Digital citizen, Digital business and Digital government. He is a Member of the Board of the Malta Communications Authority (MCA). On 24 March 2014 the Digital Malta Strategy was launched. The Strategy formulation was managed jointly by the MCA and the Malta Information Technology Agency (MITA) but involved all stakeholders via a number of consultation sessions and workshops.
– Antonio Murta is the Digital Champion of Portugal. He has a proactive approach to the Digital Agenda, and he wants to facilitate growth in his country. “E-Commerce, e-health and Digital Invoices systems my priorities to sustain Portuguese economy”. Antonio Murta is Managing Partner and co-founder of Pathena; he describes himself as “newcomer” in the world of public policy, and he is determined to bring his pragmatic and proactive approach to the Digital Agenda
– Paul André Baran is the Digital Champion of Romania. His priority is to promote digital inclusion and works to increase free public access computers. Paul is the Director of Biblionet programme, which aims to put free public access computers and internet coupled with a trained librarian in 2,200 public libraries across Romania
– Ales Spetic is the Digital Champion of Slovenia. His priorities are to improve the usability of ICT. Ales Spetic is the Cofounder of Zemanta, one of the most successful Slovenian startup stories.
– Jan Gulliksen is the Digital Champion of Sweden. His works to come up with ideas to help his country improve to reach ICT goals. Jan is the dean of the School of Computer Science and Communication, Royal Institute of Technology (KTH), Stockholm.

3. ah sì c’è anche un comunicatore
– Reinis Zitmanis is the Digital Champion of Latvia. He works in the tv business and writes about technology. Reinis is the host of a weekly TV Tech Show and a radio Tech Show in Latvia. He also writes articles for a number of tech magazines.

E allora?

Se si sceglie un digital champion che interpreti le priorità del governo e le applichi, allora non occorre andare lontano, basta scegliere tra coloro che sono già stati scelti per farlo: Paolo Barberis e Stefano Quintarelli sono già al lavoro con ruoli diversi per realizzare questo compito, con il sostegno operativo di Alessandra Poggiani (*). Sarebbe la scelta più adeguata a un paese che deve rafforzare soprattutto il ruolo di chi deve lavorare in un contesto già difficile.

Se si sceglie un professore o manager rappresentativo dei digerati si possono andare a pescare moltissimi eroi della conoscenza e della realizzazione concreta di iniziative digitali. Basta sapere che in Italia per ognuno che si sceglie, in quei mondi, se ne scontentano mille.

Se proprio si sceglie un comunicatore, come la Lettonia, caso unico in Europa, ci si deve aspettare che parli: e se non vuole perdere la faccia di fronte al suo pubblico, il comunicatore tenderà a dire quello che pensa. A quel punto chi lavora per interpretare la linea del governo si troverebbe le priorità definite sui giornali o ai convegni dal comunicatore. E se per caso chi lavora non è d’accordo, il suo morale andrà sotto le scarpe. Anche perché in Italia chi lavora a queste cose dà una mano più o meno gratuitamente.

Forse è meglio che a comunicare si dedichi il governo e il suo capo, in modo che non escano sciocchezze. E certamente è bene che in questo campo si comunichi poco, si informi molto e si faccia ancora di più.

Così, tutti coloro che in giro per l’Italia fanno innovazione con tanta fatica e sentendo il vento contrario della conservazione si riconosceranno nell’azione del governo. Perché vedranno al lavoro persone come loro. Che parlano poco, lavorano molto e nonostante tutto ce la fanno. A quel punto diranno: we are the champions.

(*) Un sostegno decisivo. Nessuna visione del governo si trasforma in realtà senza un’interpretazione adeguata. Precisazione dovuta in un paese che si preoccupa molto delle parole e meno dei fatti. Ai quali in fondo è dedicato questo post.

Benigni, Siae, copyright. Guardiamoci un bel film

Nella piccola vicenda italiana del contributo per la copia privata sono riusciti a trascinare diversi autori amati dal pubblico. Evidentemente senza perdere tempo a spiegare bene loro di che cosa stavano parlando. È un’impressione che, soggettivamente, mi pare avvalorata dal comunicato stampa alla fine del post precedente.

Ma è ancora più chiara con la comunicazione di Benigni e Bertolucci di ieri, all’Ansa. Dicono che l’equo compenso sulla copia privata «non è una tassa ma un giusto corrispettivo per chi produce creatività in questo Paese cercando e sperando di aiutarlo a migliorare». La parola chiave è “giusto”. Che sia legale è vero, visto che c’è una legge, ma questo non consente di definirlo “giusto” considerando che lo devono pagare tutti anche se non si fanno nessuna copia privata di niente.

E qui c’è il salto logico più interessante. Quando i due registi si dimostrano che convinti che il contributo dovrebbe essere pagato dalle aziende che producono smartphone e altri device: «Le aziende che scaricano sui consumatori un loro obbligo compiono un atto ingiustificato a difesa degli interessi finanziari di coloro che molto prendono e pochissimo restituiscono alla nostra cultura». Non si capisce proprio da dove nasca questa convinzione secondo la quale il contributo dovrebbe essere pagato dai produttori e non dai consumatori considerato che la Siae afferma chiaramente che si tratta di un contributo vantaggioso per i consumatori: «La Copia Privata è il compenso che si applica, tramite una royalty sui supporti vergini fonografici o audiovisivi in cambio della possibilità di effettuare registrazioni di opere protette dal diritto d’autore. In questo modo ognuno può effettuare una copia con grande risparmio rispetto all’acquisto di un altro originale». Da notare quel “si applica … in cambio della possibilità di effettuare registrazioni”: chi le effettua se non il consumatore? E dunque con chi è lo scambio? E dunque chi lo deve pagare il contributo? Evidentemente il consumatore (ho appena riguardato il sito Siae ed è ancora uguale a come l’ho citato; non so se cambierà in futuro).

Questa battaglia è sulla logica. Non sulla sostanza. Perché la sostanza è che il diritto d’autore merita una ricompensa. Ma merita una ricompensa giusta e pagata da chi effettivamente fa uso del diritto d’autore non da chi si compra un telefono per fare le mille altre cose che consente. E tanto meno, parrebbe, da chi vende quel telefono. Ci vuole altro per compensare giustamente gli autori e per punire i produttori della loro tendenza a eludere le tasse.

Ma questa è una piccola questione. Come si sa, chi parla di copia privata non deve alludere in nessun caso al fatto questo contributo potrebbe essere pensato come una compensazione per la pirateria come impone la Corte europea. Eppure, esplicitamente o implicitamente, in nome della salvaguardia dei diritti degli editori (e forse degli autori) si stanno commettendo errori e si stanno sostenendo opinioni illogiche e ingiuste.

Benigni e Bertolucci si sono prestati a fare da soldati in una piccola guerra. Ma forse potrebbero dare un’occhiata alla grande immagine di ciò che sta accadendo. E guardarsi un film. Bellissimo:

Pnas e l’esperimento di Facebook

Come si ricorderà, Facebook ha svolto un esperimento su oltre 600 mila utenti per vedere se subivano l’influsso dello stato emotivo dei post scoprendo che la gioia o la depressione sono contagiosi e che i messaggi positivi inducono a pubblicare messaggi positivi, mentre i messaggi negativi inducono a pubblicare messaggi negativi. Gli utenti non erano stati avvertiti del fatto che Facebook avrebbe variato i post che ricevevano per via algoritmica in modo da poter osservare le loro reazioni. Facebook poteva farlo secondo i termini di servizio, ma comunque ha chiesto scusa.

Pnas che ha pubblicato lo studio, ora lo fa precedere da questa precisazione:

PSYCHOLOGICAL AND COGNITIVE SCIENCES
PNAS is publishing an Editorial Expression of Concern re- garding the following article: “Experimental evidence of massive- scale emotional contagion through social networks,” by Adam D. I. Kramer, Jamie E. Guillory, and Jeffrey T. Hancock, which appeared in issue 24, June 17, 2014, of Proc Natl Acad Sci USA (111:8788–8790; first published June 2, 2014; 10.1073/ pnas.1320040111). This paper represents an important and emerg- ing area of social science research that needs to be approached with sensitivity and with vigilance regarding personal privacy issues.

Questions have been raised about the principles of informed consent and opportunity to opt out in connection with the re- search in this paper. The authors noted in their paper, “[The work] was consistent with Facebook’s Data Use Policy, to which all users agree prior to creating an account on Facebook, con- stituting informed consent for this research.” When the authors prepared their paper for publication in PNAS, they stated that: “Because this experiment was conducted by Facebook, Inc. for internal purposes, the Cornell University IRB [Institutional Re- view Board] determined that the project did not fall under Cor- nell’s Human Research Protection Program.” This statement has since been confirmed by Cornell University.

Obtaining informed consent and allowing participants to opt out are best practices in most instances under the US Department of Health and Human Services Policy for the Protection of Human Research Subjects (the “Common Rule”). Adherence to the Com- mon Rule is PNAS policy, but as a private company Facebook was under no obligation to conform to the provisions of the Common Rule when it collected the data used by the authors, and the Common Rule does not preclude their use of the data. Based on the information provided by the authors, PNAS editors deemed it appropriate to publish the paper. It is nevertheless a matter of concern that the collection of the data by Facebook may have involved practices that were not fully consistent with the prin- ciples of obtaining informed consent and allowing participants to opt out. Inder M. Verma, Editor-in-Chief

Questa è la presa di distanza di Cornell University:

ITHACA, N.Y. – Cornell University Professor of Communication and Information Science Jeffrey Hancock and Jamie Guillory, a Cornell doctoral student at the time (now at University of California San Francisco) analyzed results from previously conducted research by Facebook into emotional contagion among its users. Professor Hancock and Dr. Guillory did not participate in data collection and did not have access to user data. Their work was limited to initial discussions, analyzing the research results and working with colleagues from Facebook to prepare the peer-reviewed paper “Experimental Evidence of Massive-Scale Emotional Contagion through Social Networks,” published online June 2 in Proceedings of the National Academy of Science-Social Science.

Because the research was conducted independently by Facebook and Professor Hancock had access only to results – and not to any individual, identifiable data at any time – Cornell University’s Institutional Review Board concluded that he was not directly engaged in human research and that no review by the Cornell Human Research Protection Program was required.

Sarà anche vero che Facebook fa approvare ai suoi utenti un contratto che le consente questo genere di azioni. E sarà vero che Pnas e Cornell non sono d’accordo. O almeno hanno scoperto di non essere d’accordo di fronte alla montagna di proteste che la pubblicazione dello studio ha generato. Sarà sincero il pentimento di Facebook. Ma vale la pena di tenere da parte questi documenti. Perché quello che conta – nella privacy come nell’etica – è la sostanza, non la forma.

Vedi anche:
Fuffa e manipolazione. Esperimenti di Facebook sugli utenti, tipo: “se ti selezioniamo solo i post degli amici contenti tu sei più contento?”
Il genio politico di Guido: il vero esperimento di Facebook
Il codice è codice, la legge è software: la cultura digitale è un diritto

La via più breve

Oggi in coda a un ufficio pubblico, uno di quelli senza il numerino che attesta l’ordine di arrivo, osservavo il comportamento di chi arrivava dopo di me. Chi arrivava dimostrava con i movimenti istintivi del suo corpo che il suo orientamento di default era quello di cercare la via più breve verso lo sportello. Poi, accorgendosi che in quel modo saltava la coda, si guardava intorno e andava a mettersi al suo posto per aspettare il suo turno.

Menti programmate per cercare non la strada giusta, ma la via più breve. Metafora dell’Italia.

Ma come fanno alla Siae…

Dopo Apple anche Samsung aumenta il prezzo dei telefonini a causa dell’aumento del contributo per la copia privata (DDay). La Siae si arrabbia. Gli autori fanno dichiarazioni. Il problema però è malposto.

Le domande cui dovremmo rispondere sono:
1. Chi trae vantaggio dal diritto di copia privata?
2. Chi lo deve pagare?
3. Quando deve aumentare il contributo per copia privata?

Avevo scritto un pezzetto su Nòva l’altro giorno in materia che offre qualche risposta. Riassumo:

La Siae se la prende con Apple perché ha riversato tutto l’aumento, più l’Iva, sul prezzo finale ai consumatori. Ma la critica non può non stupire perché, come si legge nello stesso sito della Siae: «La Copia Privata è il compenso che si applica, tramite una royalty sui supporti vergini fonografici o audiovisivi in cambio della possibilità di effettuare registrazioni di opere protette dal diritto d’autore. In questo modo ognuno può effettuare una copia con grande risparmio rispetto all’acquisto di un altro originale». Il risparmio avvantaggia il consumatore, dice la Siae: e dunque perché dovrebbe essere la Apple a pagarlo mantenendo invariato il prezzo finale e assorbendo il contributo in una riduzione del suo profitto? Se la copia privata è una possibilità offerta (ma obbligatoriamente tassata) al consumatore, sarebbe logico che a pagarla sia proprio il consumatore, non la Apple. Perché dunque la Siae supponeva il contrario?

Perché il consumatore, forse, non ha colto il vantaggio che gli è stato offerto. E non ha aumentato le copie private. Il contributo per uno smartphone è salito da 0,9 euro a una tariffa tra i 3 e i 4,8 euro (un aumento tra il 200 e il 450%): ma è difficile che le copie private crescano in tali percentuali, visto che le vendite dei brani da eventualmente copiare diminuiscono da 11 anni e solo nel primo semestre del 2014 si sono riprese, dice la Fimi, soprattutto per l’aumento dello streaming, mentre il download continua a diminuire (e non si fa copia privata dello streaming ma casomai del download).

Il consumatore non sembra interessato alla copia privata. E la Apple non c’entra. Chi dunque la deve pagare? La Siae si è detta disponibile a farsi carico di trovare iPhone a basso prezzo. Ora forse cercheranno anche Samsung a basso prezzo.

Intanto gli autori, confusi in tale labirinto, pensano giustamente solo al fatto che il contributo per la copia privata è un loro diritto. Non pensano a tutti i consumatori che pagano memorie che non useranno mai per fare copie private. Pensano solo a difendere il diritto d’autore come principio (il che è pienamente condivisibile) e non si curano dei modi attraverso i quali viene pagato (il che non è condivisibile).

Comunque ecco il comunicato degli autori:

“SIAE, linea dura su APPLE, REGALA IPHONE AGLI STUDENTI e apre ai consumatori
Paoli, Virzi’, Purgatori e Antonio Ricci, per l’equo compenso

La Siae fa scendere in campo la cultura italiana e attacca sugli aumenti dei prezzi dei telefonini. In un’affollata conferenza stampa convocata d’urgenza al Burcardo di Roma, il direttore generale della Siae, Gaetano Blandini, ha fatto il punto sulle iniziative sull’equo compenso per la copia privata che ha portato, dopo la firma del decreto Franceschini sull’aumento delle tariffe, a un aumento dei costi da parte di Apple per i suoi dispositivi.
“Abbiamo comprato 22 Iphone a Nizza – ha dichiarato Gaetano Blandini Direttore Generale di Siae -, per dimostrare a tutti come in Francia, nonostante l’equo compenso per copia privata sia molto più alto che in Italia, i prezzi siano inferiori rispetto a quelli del nostro Paese”. Provocatoriamente questa mattina Siae ha consegnato ad alcuni rappresentanti di Croce Rossa, Telefono Azzurro, Centro Sperimentale di Cinematografia, Accademia Silvio D’Amico, Associazione don Gallo, Conservatorio di Santa Cecilia, questi telefoni “per aiutarli nelle loro missioni”, ha spiegato il dg.
Un atto dimostrativo di Siae dopo il gesto eclatante di Apple che ha aumentato i prezzi degli smartphone indicando in fattura la dicitura ” tassa sul copyright” al posto di equo compenso. “Anche se oggi – sottolinea Blandini – la Apple ha ridotto il costo dei Mac ed eliminato la dicitura ‘tassa'”.
La Società Italiana degli Autori e degli Editori, in collaborazione con Federconsumatori, ha voluto riunire questa mattina autori, consumatori, associazioni benefiche e giovani studenti di cinema, di teatro e di musica per parlare del diritto d’autore e della cultura come strumento di crescita e di identità del Paese.
E a settembre Siae e Federconsumatori istituiranno un Osservatorio permanente sulla Copia Privata e sul Diritto d’Autore a tutela dei consumatori: una vera e propria svolta, anche a livello di comunicazione, nella strategia Siae che per la prima volta nella sua storia si apre ai consumatori.
“Io adoro Apple e uso i suoi prodotti, – sottolinea il regista Paolo Virzi – e non ho quindi nessuna visione apocalittica, ma credo che sia necessario mettere al primo posto i consumatori e che tutto il sistema (autori, produttori e distributori) debba avere un rispetto reciproco del proprio ruolo. Senza i contenuti degli autori quei bei telefonini sarebbero contenitori di plastica vuoti”. “Il decreto firmato da Franceschini sull’equo compenso è giusto adesso, il futuro è lo streaming legale ma bisogna tenere conto dei veloci mutamenti della tecnologia che ha sempre più bisogno della materia creativa. – conclude Virzi’ -. L’ industria culturale necessita di risorse perché solo in tal modo gli artisti possono essere liberi e dedicarsi alla loro arte. In un futuro senza cinema, musica, teatro avremmo una vita inservibile che non augurerei a nessuno”.
“C’è un attacco al Diritto d’Autore in tutto il mondo, ma il diritto d’autore è l’unico guadagno che gli artisti hanno – dichiara Gino Paoli -. La creatività è uno dei beni più grossi che abbiamo, e dobbiamo far capire alla gente che non è una tassa Siae ma un compenso legittimo all’autore come ha stabilito la Corte di Giustizia Europea in numerose sentenze”.
“Il problema della creatività e della sopravvivenza degli autori italiani – sottolinea Antonio Ricci -, è un tema cruciale. Nella televisione, a esempio, siamo invasi dall’indifferenza generale, da trasmissioni fatte di pesca nel fango, nudi e dipinti, il re delle torte, un livello di standardizzazione al ribasso. Il risultato è che i palinsesti sono pieni di trasmissioni che non hanno autori, ma servono solo da contenitori pubblicitari”.
“Questi signori delle multinazionali – afferma Andrea Purgatori- hanno degli scheletri negli armadi impressionanti, è il caso della vicenda Verbatim alla quale sono stati sequestrati beni e prodotti per 96milioni di euro proprio perché evadevano il pagamento del diritto d’autore, in tutti i caso queste multinazionali sono dei semplici assemblato ri di supporti di paesi prodotti nel terzo mondo e sono degli autentici speculatori”.
“Ci vuole forza, coraggio e libertà per sostenere questa battaglia culturale – dichiara l’On. Francesco Boccia -. La musica e il cinema sono stati i primi comparti ad avere il commercio elettronico e sono stati travolti dall’economia digitale che ha trasformato la vita nostra e quella dei nostri figli. Le risorse accumulate da queste società che vendono pubblicità sulla rete sono enormi, loro non pagano le tasse nel Paese in cui producono reddito. L’equità fiscale che io sostengo non deve essere vista come un freno allo sviluppo della rete”.
Francesco Avallone Vice Presidente Vicario di Federconsumatori ha concluso dicendo: “abbiamo fatto una class action contro Apple che non dava una garanzia di due anni su i suoi prodotti come prescritto dalle norme europee, abbiamo vinto e li abbiamo costretti a concederla. Adesso vogliamo portare all’attenzione del Consiglio Nazionale Consumatori -sede adatta per discutere di questi temi – i rappresentanti di alcune società tecnologiche per fare in modo che i device, che sono anche e soprattutto dei prodotti culturali, siano sempre più a buon mercato e con le giuste garanzie per i consumatori”.

Francesco Bernardini
Mn Italia per SIAE”