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Qual è il vangelo dell’Evangelist? Finale di trilogia

Finisce con questo post una trilogia dedicata a una questione minima che però consente di riflettere sulla strategia digitale italiana. I precedenti post sono linkati in fondo al pezzo.

Resta un tema. Serve un evangelist per sostenere un piano digitale italiano? Alcuni commentatori lo hanno sostenuto. Senza spiegare in che cosa consisterebbe il vangelo dell’evangelist. E allora vediamo qualche ipotesi.

Partiamo da un esempio magistrale. Il più grande “evangelist” della storia della tecnologia è stato Guy Kawasaki. (Sembra un buon modo per iniziare creando un po’ di attenzione, no?). Un vero maestro, per la verità. La sua storia comincia con un grande insegnante di inglese, del quale ricorda: «mi ha insegnato che la chiave della scrittura è l’editing». Prosegue con studi di altissimo livello: psicologia a Stanford e management a Ucla. Comincia a lavorare in un’azienda di gioielli, esperienza che apprezza: «Ho imparato una lezione di grande valore, come vendere». Raggiunge l’apice della notorietà come “evangelist” alla Apple, dove comincia nel 1983, quando sta per arrivare il Macintosh, il computer che ha cambiato la storia dell’informatica. Riusciva a entusiasmare per un computer contagiando l’audience in un affetto intelligente per il Macintosh che andava ben oltre il tifo o il fanatismo: era vero amore. (Parole esagerate si dirà, ma servono a dare un’idea da evangelist…). Insomma, era un grande professionista della vendita, quasi un artista. Chissà se è stato lui stesso a inventare quella carica di “evangelist”: di certo se l’è portata dietro per tutta la carriera (Wikipedia e il suo sito). Nel suo libro “Enchantment” spiega come influenzare quello che le persone faranno mantenendo un alto standard etico. Dice che il mestiere è basato su tre componenti: occorre piacere, meritare fiducia e lavorare per una grande causa. La sua innata simpatia e la sua grandissima preparazione sono state impegnate quasi sempre sull’evangelizzazione all’uso di prodotti precisi che però significavano qualcosa di più grande di loro: il Macintosh era un genere di prodotto così. E successivamente i prodotti per i quali ha lavorato erano piuttosto importanti. E suoi risultati erano comunque misurabili: in fin dei conti, doveva vendere.

Ebbene: c’è un possibile parallelismo tra un evangelist così e il lavoro che dovrebbe svolgere il digital champion italiano? A parte la piacevolezza della persona, il suo problema sarebbe quello di trovare un giusto equilibrio tra la credibilità e la causa da vendere.

Per vendere con credibilità un pezzo di piano digitale italiano si devono alzare le aspettative ma non oltre il realistico, fare apprezzare un piano ma non andare oltre il possibile, convincere all’uso delle tecnologie pubbliche ma senza presentarle meglio di quello che sono. Insomma, che cosa potrebbe vendere un grande evangelist? Si può solo immaginare qualche risposta, per puro titolo di esempio.

Se puntasse sull’importanza di adottare le tecnologie attuali della pubblica amministrazione digitale dovrebbe assumere un tono contrito e simpaticamente connivente con il pubblico: ma venderebbe ben poco perché ci sarebbe poco da vendere. Se puntasse a vendere le tecnologie che stanno uscendo adesso dai cantieri della pubblica amministrazione, tipo la fatturazione elettronica, potrebbe trovare qualche ascolto, anche se abbastanza settoriale. Ma non ci sarebbe un vero e proprio grande “prodotto” da vendere almeno fino a che una nuova visione non sarà espressa dal governo e dalle persone chiamate ad articolarla e fino a che l’Agid non l’avrà interpretata e realizzata in modo eccellente superando le enormi difficoltà che ci si possono immaginare. Ci vorrà più di una settimana. Più di un mese. Magari un anno per le prime cose davvero nuove. Se puntasse a vendere quello che oggi su internet funziona bene si troverebbe a proporre soluzioni di aziende, organizzazioni non profit, cose fatte all’estero da qualche amministrazione illuminata. Ma sarebbe un lavoro da digital champion dell’agenda digitale italiana? E allora magari, per evitare di andare lontano, potrebbe far notare con forza che adesso la dichiarazione dei redditi arriva precompilata grazie all’ottima piattaforma del fisco italiano: ma forse non riuscirebbe davvero a fare amare questo prodotto.

Evidentemente non avrebbe senso – ora – tentare di fare l’evangelist delle realizzazioni digitali della pubblica amministrazione italiana. Sarebbe bello che avesse senso: cioè sarebbe bello – e non è escluso che succeda – che si arrivasse ad avere un’interfaccia elegante, pratica e intelligente della pubblica amministrazione italiana, con funzioni pensate per gli utenti, veloci, semplici ed efficienti. Ma ci vorrà un po’ di tempo. E si può scommettere che quando gli italiani vedranno qualcosa del genere saranno davvero disposti ad amarlo, forse senza bisogno di un evangelist.

Allora escluso questo, a che cosa si potrebbe dedicare un evangelist? A diffondere la cultura digitale, si dirà. In che senso? Varie accezioni sono possibili. A diffondere l’uso di internet. Oppure a diffondere la conoscenza della scrittura di software. Oppure a diffondere l’idea che internet è inclusiva e che è un grande investimento per il futuro e che tutti dovrebbero usarla. O a sostenere che internet è la più grande occasione per rigenerare collaborazione tra le persone. O a dire che internet consente l’accesso a una ricchezza culturale senza paragoni. Per questi obiettivi si può pensare che occorra un evangelist perché sarebbero tutte grandi e giuste cause da sostenere: ma sarebbe possibile perseguirle senza perdere credibilità? Forse sì. Senza manipolare gli ascoltatori? Forse anche. Senza generare un’evangelizzazione uguale e contraria da parte di chi sostiene altre cause, tipo: internet è difficile ed è una cosa per tecnici; l’economia vera è quella che produce beni materiali come si è sempre fatto non questa cosa delle app per i telefonini; internet è piena di pedofili e pirati; internet è violenza; internet è piena di americani che ti spiano e di aziende che ti sfruttano? No, questo non sarebbe possibile. Un’evangelizzazione pro internet finirebbe per generare una evangelizzazione uguale e contraria. Perché non si può negare che internet non è solo rose e fiori. E si presta a campagne pro e contro.

La pensava così anche Aaron Swartz, un ragazzo meraviglioso che amava molto internet e che ha contribuito a costruirla. In una delle sue ultime interviste, disse: «Di internet ci sono opinioni molto polarizzate. C’è chi dice che è una cosa magnifica, liberatoria… E chi dice che è terribile, che riduce la libertà… Il fatto è che tutte e due le opinioni sono vere. E quale sarà la strada che prendiamo dipende solo da noi». Cioè dipende dalla diffusione di una vera, sana, ricca, attiva, consapevole cultura di internet. Che in Italia richiede un percorso articolato: alfabetizzazione basilare e insegnamento a forme di utilizzo della rete elementari ma tali da migliorare immediatamente la vita; educazione alla conoscenza dei modi con i quali si può distinguere il sano e l’insano che si incontra in rete; ispirazione alla passione per la tecnologia da scrivere e manipolare non solo consumare; conoscenza delle opportunità di business connesse al commercio internazionale in rete e alle mille altre opportunità economiche che offre l’innovazione per le startup e per le grandi aziende mature; apprezzamento e difesa delle caratteristiche fondamentali della rete come la net neutrality; conoscenza delle caratteristiche del marketing online e delle operazioni svolte dalle grandi piattaforme che usano i Big Data; invenzione di nuove soluzioni per il dibattito civico, per la ricostruzione di una società decente e autodifesa dalle forme ideologiche di manipolazione… e così via. Questa cultura sana, bella attiva della rete è possibile, ma non si sviluppa con l’evangelizzazione (che anche nei casi in cui è veramente credibile genera altrettanta foga contraria che a sua volta si basa su elementi di verità): si sviluppa con l’esperienza, il lavoro a scuola, la sperimentazione, l’iniziativa di business… e così via.

Le narrative, in tutto questo, sono importantissime. Ma non ce ne può essere una che valga per tutte come se fosse il vangelo.

Insomma. Non è l’evangelizzazione che ci serve. Ci serve esperienza, consapevolezza, sincerità. Ci serve informazione.

ps. Se non serve un evangelist onesto (sul modello di Guy), a maggior ragione non serve un evangelist disonesto, che non punta sulla credibilità ma sulla manipolazione, attraverso ogni genere di trucco, adulazione, minaccia, vittimismo: un personaggio il cui unico vangelo è se stesso non servirebbe certo al paese. Lo ricordo solo qui nel ps perché è inutile analizzare questa ipotesi dato che di certo nessuno la sostiene. Adesso però forse ne abbiamo parlato abbastanza di questa storia. Faranno quello che riterranno opportuno, alla fine. E avranno le loro ragioni. Ma qualunque decisione non cambierà, imho, il fatto che quelli che fanno la storia, innovando ogni giorno sapranno che i champions sono loro.

Vedi anche:
We are the champions
Comunicazione, informazione e il piano digitale italiano

Comunicazione, informazione e il piano digitale italiano

Il post intitolato We are the champions ha raccolto varie reazioni che si muovono da due interpretazioni contrapposte della figura del digital champion e che spingono a richiamare una distinzione tra informazione e comunicazione.

Interpretazione uno:

Secondo Maurizio Sbiogar il digital champion deve “considerare la VISION del governo e del comitato di indirizzo e trasformarla in GOVERNANCE IT dentro un disegno globale IT di trasformazione del Paese. Attraverso i strumenti di governance AGID, che è esclusivamente operativa, si muove e fa le varie linee guida”.

In questo senso il digital champion è un vero e proprio leader della realizzazione della vision del governo: in alcuni paesi come si diceva ieri è così. E, sempre in questo senso, abbiamo già il presidente del comitato di indirizzo e il consigliere del primo ministro sull’innovazione: non mi pare che si debba inserire un’altra figura per questa interpretazione del ruolo. Ma certamente occorre un grande lavoro di raccordo per trasformare la vision in governance e collegare le attività del governo centrale con quelle delle amministrazioni territoriali. La squadra che deve realizzare un compito tanto grande deve essere coesa e forte. Inoltre deve informare molto e bene su quello che ha fatto, fa e sta per fare.

Interpretazione due:

Secondo chi si firma Gigi Russo invece il tema del digital champion è tutto concentrato sulla comunicazione vista come “evangelizzazione”. A parte qualche vena polemica che tralascio Russo porta un contributo alla discussione citando un pezzo di Federico Morello – il giovane intraprendente che ha trovato il modo di risolvere il digital divide nella sua zona, poi nominato dal presidente Napolitano Alfiere della Repubblica e Young Advisor per l’Agenda Digitale della VicePresidente della Commissione Europea Neelie Kroes. Russo, che in un post precedente aveva qualificato come “fallimentare” la gestione Caio si “autocorregge” citando Morello che apprezza molto invece Caio come commissario all’agenda digitale e casomai lo critica come digital champion. Il pezzo di Morello – pubblicato da CheFuturo!, il “lunario” sostenuto da CheBanca! – ricorda le critiche mosse a Caio perché non può essere un influencer in quanto non usa Twitter e i social network e non può fare bene il lavoro del digital champion: “Un Commissario per l’Agenda Digitale può fare un ottimo lavoro. Il Digital Champion invece è un ruolo puramente comunicativo (deve evangelizzare il suo paese, partecipare alle fasi di aumento della consapevolezza digitale della popolazione) e di interconnessione (connette l’agenda digitale europea a quella locale). Sotto tutti questi punti Caio toppa, non è un Digital Champion”.

A parte il fatto che il ruolo puramente comunicativo non coincide con l’interconnessione con l’Europa: in Europa non si va a comunicare ma a fare policy con molta serietà. Questo avrebbe dovuto far pensare Morello. E’ per questo che nei paesi dove i digital champion non sono parte dell’amministrazione che sviluppa l’agenda ma hanno una funzione più da sostenitori dell’agenda digitale sono scelti nella maggior parte dei casi tra manager, professori, fondatori, creatori di iniziative socialmente importanti, in generale persone che hanno costruito qualcosa nel digitale che va oltre la pura comunicazione. Perché non comunicano con le parole: comunicano prima di tutto con l’esempio. E in tutti i casi affermano di avere una propria lista di priorità. Solo in Lettonia, a quanto pare, il digital champion è un puro comunicatore.

L’evangelizzazione che secondo Morello e anche Russo sarebbe tanto importante per l’Italia, lo è davvero? Siamo sicuri che gli italiani che non si connettono o non apprezzano internet o non vedono l’utilità dei servizi governativi su internet abbiano bisogno di evangelizzazione? In Emilia Romagna – grazie al progetto di successo Pane e Internet – hanno dimostrato di volere piuttosto alfabetizzazione. In tutta Italia, poi, si usano poco le soluzioni offerte dalla pubblica amministrazione (vedere scoreboard): questo dimostra che gli italiani vanno evangelizzati o che i servizi devono essere molto ma molto migliorati? L’evangelizzazione tanto invocata, proprio in Italia spesso si trasforma presto in esagerazione, corsa alla notorietà, conformismo, persino settarismo. Abbassa il livello della critica. Innalza il livello della polemica. Questo è quello che succede in Italia. Dove, in ogni caso, dato che lo spazio della comunicazione è separato, molto spesso, da quello della storia vissuta, gli evangelizzatori si trasformano in esperti e acquistano un ruolo di potere o persino autorità che li supera.

In Italia c’è bisogno di servizi pubblici molto facili e gradevoli da usare, davvero utili, costruiti su un’archiettura aperta, interoperabile, internettiana. Questi servizi vanno fatti conoscere con ogni mezzo. Con l’informazione ben fatta, critica, non orientata ad innalzare le aspettative ma a aprire alle opportunità reali.

Ma il tema è ancora più ampio. Che differenza c’è tra informazione e comunicazione? Per cominciare a rispondere, ripropongo un articolo molto ampio pubblicato da Problemi dell’Informazione. E spero che possa tornare utile.

Il senso è che, nel mondo editoriale (fatto di giornalismo, pubblicità, promozione, ecc ecc) l’informazione è fedele al pubblico mentre la comunicazione è fedele a chi lancia il messaggio.

In un argomento tanto importante e complesso come la modernizzazione digitale, una buona policy (e l’innovazione tecnologica che la sostanzia) deve essere adottata dal pubblico per il suo valore e non attraverso una forma di manipolazione. Per rispetto del pubblico. E per rispetto degli innovatori veri che creano la nuova architettura, generano le nuove applicazioni, scrivono la nuova interfaccia dell’Italia.

Quindi la modernizzazione digitale ha bisogno molto più di informazione che di evangelizzazione. Imho.

Vedi anche:
Gigi Cogo, Comunicare e innovare

We are the champions

Presi da priorità ben più importanti, forse i “digerati” italiani non hanno prestato molta attenzione a questa questione minima del digital champion italiano. E quindi non si sono domandati se ce ne sia davvero bisogno. Ne parlano di più i cultori della comunicazione, una funzione che in politica è tanto sovrastimata.

Ma che cosa fa un digital champion? Comunica? Promuove? Si riunisce a Bruxelles con i suoi pari e fa dichiarazioni? Fa la politica digitale del suo paese?

Un sospetto sulla necessità di una figura come questa dovrebbe venire guardando ai migliori nell’agenda digitale e nell’egovernment in Europa: in Estonia non hanno un digital champion. Nel Regno Unito non ce l’hanno. Ma il sospetto si annebbia osservando che per la verità non c’è un digital champion neppure in Spagna e Grecia.

Ma insomma, che cosa fanno quelli che oggi sono digital champion in altri paesi? Come rispondono sempre gli informatici: “dipende”.

1. Hanno una funzione amministrativa o governativa, sono politici o ex, e come tali interpretano le priorità del governo:
- Ondrej Felix is the Chief Architect of the Czech Republic e-Government. He says his first priority as Digital Champion is the improvement of the cross-border interoperability of e-government systems.
- Darko Parić is the Assistant Minister at the Ministry of Administration, Directorate for eCroatia.
- Dr. Stelios Himonas is is the Permanent Secretary of the Ministry of Energy, Commerce, Industry and Tourism in Cyprus as well as Digital Champion. His main objective is to increase the internet penetration in the country.
- Gergana Passy is the Digital Champion for Bulgaria. Her priorities are education in e-skills and free access to internet. Gregana thinks that access to the internet must be free for all Europeans. Gergana Passy is the founder & President of PanEuropean Union Bulgaria, politician, former Minister for European Affairs.
- Lars Frelle-Petersen, Head of the Danish Agency for Digitisation and the Digital Champion of Denmark, is enthusiastically pursuing the development of a digitalized postal system both for public institutions and private companies.
- István Erényi is the Digital Champion of Hungary. He works to open up education and close skills gaps. István Erényi is Senior Counsellor at the Ministry of National Development in Hungary.
- Tineke Netelenbos is the Digital Champion of the Netherlands. Her priorities are to improve a safe internet and to improve e-skills in people. She is the Former Minister of Transport and now chairs “Digivaardig & Digiveilig”, an NGO which promotes Digital Inclusion programmes
- Wlodzimierz Marcinski is the Digital Champion of Poland. He works for the development of the digital competences and for the advancement of digitalisation. He is the Minister’s plenipotentiary for the development of digital competences, Ministry of Administration and Digitalization, and former deputy minister at the Ministry of Scientific Research and Information Technology.
- Peter Pellegrini is the Digital Champion of Slovakia. His priorities are to bridge between the public and the expert community to improve the conditions of every citizens’ life. Peter Pellegrini holds the post of a State Secretary at the Ministry of Finance of the Slovak Republic.

2. Sono manager, professori o fondatori di iniziative, e dichiarano le loro priorità:
- Meral Akin-Hecke, founder of DigiTalks and Digital Champion for Austria, set three keywords as the stepping stones of her strategy for the Austrian Digital Agenda in the next three years: education, inclusion and employability.
- Saskia van Uffelen is the CEO of Ericsson Belux as well as Digital Champion of Belgium. She’s got three priorities: e-education, e-commerce, e-skills. Moreover, she aims to get more Belgians online and to change the “geek” image the ICT sector has in her country.
- Linda Liukas is the Digital Champion of Finland. She works to bring women together and excited about coding and building the web. Linda is the Co-founder Railsgirls.com, a non-profit global community movement aimed to get more women excited about building the Internet. Currently she works at Codecademy, the easiest way to learn code.
- Gilles Babinet is the Digital Champion of France. He works to push innovation through education. Gilles Babinet is the Chairman at CaptainDash, Former Chair at Conseil National du Numerique.
- Gesche Joost is the Digital Champion of Germany. Her priorities are to improve and enhance digital skills, diversity in the digital society and an open internet. “My priorities are digital skills, diversity in our digital society and an open internet”, said Gesche Joost, German Digital Champion.
She is a professor at the Berlin University of the Arts specialising in design research. Since 2008, she has been Head of the Design Research Lab focusing her research on human-computer interaction, aspects of gender and diversity in communications technology as well as social design. In 2005, she joined Telekom Innovation Laboratories working on advances in ICT R&D.
- David Puttnam is the Digital Champion of Ireland. His priorities want to put digital first in all aspects of policy, business and education. David Puttnam is the Chairman of Atticus Education, an online education company based in Ireland. Atticus, through a unique arrangement with BT Ireland, delivers interactive seminars on film and a variety of other subjects to educational institutions around the world. David spent thirty years as an independent producer of award-winning films. He retired from film production in 1998 to focus on his work in public policy as it relates to education, the environment, and the ‘creative and communications’ industries.
- Kestutis Juskevicius is the Digital Champion of Lithuania. His priorities are to fight the shortage of digital skills, and to improve the level of ICT skills. Kestutis Juskevicius is the Project Manager for Lithuanian National Library programme. His main priority as the Digital Champion for Lithuania is the shortage of digital skills amongst people, particularly students and young professionals.
- Björn is the Digital Champion on Luxembourg. His priorities are to promote and develop secure ICT services for all. Professor. Björn is Director of the Interdisciplinary Centre for Security, Reliability and Trust, Luxembourg
- Godfrey Vella is the Digital Champion of Malta. He works to develop a three-dimension strategy: Digital citizen, Digital business and Digital government. He is a Member of the Board of the Malta Communications Authority (MCA). On 24 March 2014 the Digital Malta Strategy was launched. The Strategy formulation was managed jointly by the MCA and the Malta Information Technology Agency (MITA) but involved all stakeholders via a number of consultation sessions and workshops.
- Antonio Murta is the Digital Champion of Portugal. He has a proactive approach to the Digital Agenda, and he wants to facilitate growth in his country. “E-Commerce, e-health and Digital Invoices systems my priorities to sustain Portuguese economy”. Antonio Murta is Managing Partner and co-founder of Pathena; he describes himself as “newcomer” in the world of public policy, and he is determined to bring his pragmatic and proactive approach to the Digital Agenda
- Paul André Baran is the Digital Champion of Romania. His priority is to promote digital inclusion and works to increase free public access computers. Paul is the Director of Biblionet programme, which aims to put free public access computers and internet coupled with a trained librarian in 2,200 public libraries across Romania
- Ales Spetic is the Digital Champion of Slovenia. His priorities are to improve the usability of ICT. Ales Spetic is the Cofounder of Zemanta, one of the most successful Slovenian startup stories.
- Jan Gulliksen is the Digital Champion of Sweden. His works to come up with ideas to help his country improve to reach ICT goals. Jan is the dean of the School of Computer Science and Communication, Royal Institute of Technology (KTH), Stockholm.

3. ah sì c’è anche un comunicatore
- Reinis Zitmanis is the Digital Champion of Latvia. He works in the tv business and writes about technology. Reinis is the host of a weekly TV Tech Show and a radio Tech Show in Latvia. He also writes articles for a number of tech magazines.

E allora?

Se si sceglie un digital champion che interpreti le priorità del governo e le applichi, allora non occorre andare lontano, basta scegliere tra coloro che sono già stati scelti per farlo: Paolo Barberis e Stefano Quintarelli sono già al lavoro con ruoli diversi per realizzare questo compito, con il sostegno operativo di Alessandra Poggiani (*). Sarebbe la scelta più adeguata a un paese che deve rafforzare soprattutto il ruolo di chi deve lavorare in un contesto già difficile.

Se si sceglie un professore o manager rappresentativo dei digerati si possono andare a pescare moltissimi eroi della conoscenza e della realizzazione concreta di iniziative digitali. Basta sapere che in Italia per ognuno che si sceglie, in quei mondi, se ne scontentano mille.

Se proprio si sceglie un comunicatore, come la Lettonia, caso unico in Europa, ci si deve aspettare che parli: e se non vuole perdere la faccia di fronte al suo pubblico, il comunicatore tenderà a dire quello che pensa. A quel punto chi lavora per interpretare la linea del governo si troverebbe le priorità definite sui giornali o ai convegni dal comunicatore. E se per caso chi lavora non è d’accordo, il suo morale andrà sotto le scarpe. Anche perché in Italia chi lavora a queste cose dà una mano più o meno gratuitamente.

Forse è meglio che a comunicare si dedichi il governo e il suo capo, in modo che non escano sciocchezze. E certamente è bene che in questo campo si comunichi poco, si informi molto e si faccia ancora di più.

Così, tutti coloro che in giro per l’Italia fanno innovazione con tanta fatica e sentendo il vento contrario della conservazione si riconosceranno nell’azione del governo. Perché vedranno al lavoro persone come loro. Che parlano poco, lavorano molto e nonostante tutto ce la fanno. A quel punto diranno: we are the champions.

(*) Un sostegno decisivo. Nessuna visione del governo si trasforma in realtà senza un’interpretazione adeguata. Precisazione dovuta in un paese che si preoccupa molto delle parole e meno dei fatti. Ai quali in fondo è dedicato questo post.

Benigni, Siae, copyright. Guardiamoci un bel film

Nella piccola vicenda italiana del contributo per la copia privata sono riusciti a trascinare diversi autori amati dal pubblico. Evidentemente senza perdere tempo a spiegare bene loro di che cosa stavano parlando. È un’impressione che, soggettivamente, mi pare avvalorata dal comunicato stampa alla fine del post precedente.

Ma è ancora più chiara con la comunicazione di Benigni e Bertolucci di ieri, all’Ansa. Dicono che l’equo compenso sulla copia privata «non è una tassa ma un giusto corrispettivo per chi produce creatività in questo Paese cercando e sperando di aiutarlo a migliorare». La parola chiave è “giusto”. Che sia legale è vero, visto che c’è una legge, ma questo non consente di definirlo “giusto” considerando che lo devono pagare tutti anche se non si fanno nessuna copia privata di niente.

E qui c’è il salto logico più interessante. Quando i due registi si dimostrano che convinti che il contributo dovrebbe essere pagato dalle aziende che producono smartphone e altri device: «Le aziende che scaricano sui consumatori un loro obbligo compiono un atto ingiustificato a difesa degli interessi finanziari di coloro che molto prendono e pochissimo restituiscono alla nostra cultura». Non si capisce proprio da dove nasca questa convinzione secondo la quale il contributo dovrebbe essere pagato dai produttori e non dai consumatori considerato che la Siae afferma chiaramente che si tratta di un contributo vantaggioso per i consumatori: «La Copia Privata è il compenso che si applica, tramite una royalty sui supporti vergini fonografici o audiovisivi in cambio della possibilità di effettuare registrazioni di opere protette dal diritto d’autore. In questo modo ognuno può effettuare una copia con grande risparmio rispetto all’acquisto di un altro originale». Da notare quel “si applica … in cambio della possibilità di effettuare registrazioni”: chi le effettua se non il consumatore? E dunque con chi è lo scambio? E dunque chi lo deve pagare il contributo? Evidentemente il consumatore (ho appena riguardato il sito Siae ed è ancora uguale a come l’ho citato; non so se cambierà in futuro).

Questa battaglia è sulla logica. Non sulla sostanza. Perché la sostanza è che il diritto d’autore merita una ricompensa. Ma merita una ricompensa giusta e pagata da chi effettivamente fa uso del diritto d’autore non da chi si compra un telefono per fare le mille altre cose che consente. E tanto meno, parrebbe, da chi vende quel telefono. Ci vuole altro per compensare giustamente gli autori e per punire i produttori della loro tendenza a eludere le tasse.

Ma questa è una piccola questione. Come si sa, chi parla di copia privata non deve alludere in nessun caso al fatto questo contributo potrebbe essere pensato come una compensazione per la pirateria come impone la Corte europea. Eppure, esplicitamente o implicitamente, in nome della salvaguardia dei diritti degli editori (e forse degli autori) si stanno commettendo errori e si stanno sostenendo opinioni illogiche e ingiuste.

Benigni e Bertolucci si sono prestati a fare da soldati in una piccola guerra. Ma forse potrebbero dare un’occhiata alla grande immagine di ciò che sta accadendo. E guardarsi un film. Bellissimo:

Pnas e l’esperimento di Facebook

Come si ricorderà, Facebook ha svolto un esperimento su oltre 600 mila utenti per vedere se subivano l’influsso dello stato emotivo dei post scoprendo che la gioia o la depressione sono contagiosi e che i messaggi positivi inducono a pubblicare messaggi positivi, mentre i messaggi negativi inducono a pubblicare messaggi negativi. Gli utenti non erano stati avvertiti del fatto che Facebook avrebbe variato i post che ricevevano per via algoritmica in modo da poter osservare le loro reazioni. Facebook poteva farlo secondo i termini di servizio, ma comunque ha chiesto scusa.

Pnas che ha pubblicato lo studio, ora lo fa precedere da questa precisazione:

PSYCHOLOGICAL AND COGNITIVE SCIENCES
PNAS is publishing an Editorial Expression of Concern re- garding the following article: “Experimental evidence of massive- scale emotional contagion through social networks,” by Adam D. I. Kramer, Jamie E. Guillory, and Jeffrey T. Hancock, which appeared in issue 24, June 17, 2014, of Proc Natl Acad Sci USA (111:8788–8790; first published June 2, 2014; 10.1073/ pnas.1320040111). This paper represents an important and emerg- ing area of social science research that needs to be approached with sensitivity and with vigilance regarding personal privacy issues.

Questions have been raised about the principles of informed consent and opportunity to opt out in connection with the re- search in this paper. The authors noted in their paper, “[The work] was consistent with Facebook’s Data Use Policy, to which all users agree prior to creating an account on Facebook, con- stituting informed consent for this research.” When the authors prepared their paper for publication in PNAS, they stated that: “Because this experiment was conducted by Facebook, Inc. for internal purposes, the Cornell University IRB [Institutional Re- view Board] determined that the project did not fall under Cor- nell’s Human Research Protection Program.” This statement has since been confirmed by Cornell University.

Obtaining informed consent and allowing participants to opt out are best practices in most instances under the US Department of Health and Human Services Policy for the Protection of Human Research Subjects (the “Common Rule”). Adherence to the Com- mon Rule is PNAS policy, but as a private company Facebook was under no obligation to conform to the provisions of the Common Rule when it collected the data used by the authors, and the Common Rule does not preclude their use of the data. Based on the information provided by the authors, PNAS editors deemed it appropriate to publish the paper. It is nevertheless a matter of concern that the collection of the data by Facebook may have involved practices that were not fully consistent with the prin- ciples of obtaining informed consent and allowing participants to opt out. Inder M. Verma, Editor-in-Chief

Questa è la presa di distanza di Cornell University:

ITHACA, N.Y. – Cornell University Professor of Communication and Information Science Jeffrey Hancock and Jamie Guillory, a Cornell doctoral student at the time (now at University of California San Francisco) analyzed results from previously conducted research by Facebook into emotional contagion among its users. Professor Hancock and Dr. Guillory did not participate in data collection and did not have access to user data. Their work was limited to initial discussions, analyzing the research results and working with colleagues from Facebook to prepare the peer-reviewed paper “Experimental Evidence of Massive-Scale Emotional Contagion through Social Networks,” published online June 2 in Proceedings of the National Academy of Science-Social Science.

Because the research was conducted independently by Facebook and Professor Hancock had access only to results – and not to any individual, identifiable data at any time – Cornell University’s Institutional Review Board concluded that he was not directly engaged in human research and that no review by the Cornell Human Research Protection Program was required.

Sarà anche vero che Facebook fa approvare ai suoi utenti un contratto che le consente questo genere di azioni. E sarà vero che Pnas e Cornell non sono d’accordo. O almeno hanno scoperto di non essere d’accordo di fronte alla montagna di proteste che la pubblicazione dello studio ha generato. Sarà sincero il pentimento di Facebook. Ma vale la pena di tenere da parte questi documenti. Perché quello che conta – nella privacy come nell’etica – è la sostanza, non la forma.

Vedi anche:
Fuffa e manipolazione. Esperimenti di Facebook sugli utenti, tipo: “se ti selezioniamo solo i post degli amici contenti tu sei più contento?”
Il genio politico di Guido: il vero esperimento di Facebook
Il codice è codice, la legge è software: la cultura digitale è un diritto

La via più breve

Oggi in coda a un ufficio pubblico, uno di quelli senza il numerino che attesta l’ordine di arrivo, osservavo il comportamento di chi arrivava dopo di me. Chi arrivava dimostrava con i movimenti istintivi del suo corpo che il suo orientamento di default era quello di cercare la via più breve verso lo sportello. Poi, accorgendosi che in quel modo saltava la coda, si guardava intorno e andava a mettersi al suo posto per aspettare il suo turno.

Menti programmate per cercare non la strada giusta, ma la via più breve. Metafora dell’Italia.

Ma come fanno alla Siae…

Dopo Apple anche Samsung aumenta il prezzo dei telefonini a causa dell’aumento del contributo per la copia privata (DDay). La Siae si arrabbia. Gli autori fanno dichiarazioni. Il problema però è malposto.

Le domande cui dovremmo rispondere sono:
1. Chi trae vantaggio dal diritto di copia privata?
2. Chi lo deve pagare?
3. Quando deve aumentare il contributo per copia privata?

Avevo scritto un pezzetto su Nòva l’altro giorno in materia che offre qualche risposta. Riassumo:

La Siae se la prende con Apple perché ha riversato tutto l’aumento, più l’Iva, sul prezzo finale ai consumatori. Ma la critica non può non stupire perché, come si legge nello stesso sito della Siae: «La Copia Privata è il compenso che si applica, tramite una royalty sui supporti vergini fonografici o audiovisivi in cambio della possibilità di effettuare registrazioni di opere protette dal diritto d’autore. In questo modo ognuno può effettuare una copia con grande risparmio rispetto all’acquisto di un altro originale». Il risparmio avvantaggia il consumatore, dice la Siae: e dunque perché dovrebbe essere la Apple a pagarlo mantenendo invariato il prezzo finale e assorbendo il contributo in una riduzione del suo profitto? Se la copia privata è una possibilità offerta (ma obbligatoriamente tassata) al consumatore, sarebbe logico che a pagarla sia proprio il consumatore, non la Apple. Perché dunque la Siae supponeva il contrario?

Perché il consumatore, forse, non ha colto il vantaggio che gli è stato offerto. E non ha aumentato le copie private. Il contributo per uno smartphone è salito da 0,9 euro a una tariffa tra i 3 e i 4,8 euro (un aumento tra il 200 e il 450%): ma è difficile che le copie private crescano in tali percentuali, visto che le vendite dei brani da eventualmente copiare diminuiscono da 11 anni e solo nel primo semestre del 2014 si sono riprese, dice la Fimi, soprattutto per l’aumento dello streaming, mentre il download continua a diminuire (e non si fa copia privata dello streaming ma casomai del download).

Il consumatore non sembra interessato alla copia privata. E la Apple non c’entra. Chi dunque la deve pagare? La Siae si è detta disponibile a farsi carico di trovare iPhone a basso prezzo. Ora forse cercheranno anche Samsung a basso prezzo.

Intanto gli autori, confusi in tale labirinto, pensano giustamente solo al fatto che il contributo per la copia privata è un loro diritto. Non pensano a tutti i consumatori che pagano memorie che non useranno mai per fare copie private. Pensano solo a difendere il diritto d’autore come principio (il che è pienamente condivisibile) e non si curano dei modi attraverso i quali viene pagato (il che non è condivisibile).

Comunque ecco il comunicato degli autori:

“SIAE, linea dura su APPLE, REGALA IPHONE AGLI STUDENTI e apre ai consumatori
Paoli, Virzi’, Purgatori e Antonio Ricci, per l’equo compenso

La Siae fa scendere in campo la cultura italiana e attacca sugli aumenti dei prezzi dei telefonini. In un’affollata conferenza stampa convocata d’urgenza al Burcardo di Roma, il direttore generale della Siae, Gaetano Blandini, ha fatto il punto sulle iniziative sull’equo compenso per la copia privata che ha portato, dopo la firma del decreto Franceschini sull’aumento delle tariffe, a un aumento dei costi da parte di Apple per i suoi dispositivi.
“Abbiamo comprato 22 Iphone a Nizza – ha dichiarato Gaetano Blandini Direttore Generale di Siae -, per dimostrare a tutti come in Francia, nonostante l’equo compenso per copia privata sia molto più alto che in Italia, i prezzi siano inferiori rispetto a quelli del nostro Paese”. Provocatoriamente questa mattina Siae ha consegnato ad alcuni rappresentanti di Croce Rossa, Telefono Azzurro, Centro Sperimentale di Cinematografia, Accademia Silvio D’Amico, Associazione don Gallo, Conservatorio di Santa Cecilia, questi telefoni “per aiutarli nelle loro missioni”, ha spiegato il dg.
Un atto dimostrativo di Siae dopo il gesto eclatante di Apple che ha aumentato i prezzi degli smartphone indicando in fattura la dicitura ” tassa sul copyright” al posto di equo compenso. “Anche se oggi – sottolinea Blandini – la Apple ha ridotto il costo dei Mac ed eliminato la dicitura ‘tassa’”.
La Società Italiana degli Autori e degli Editori, in collaborazione con Federconsumatori, ha voluto riunire questa mattina autori, consumatori, associazioni benefiche e giovani studenti di cinema, di teatro e di musica per parlare del diritto d’autore e della cultura come strumento di crescita e di identità del Paese.
E a settembre Siae e Federconsumatori istituiranno un Osservatorio permanente sulla Copia Privata e sul Diritto d’Autore a tutela dei consumatori: una vera e propria svolta, anche a livello di comunicazione, nella strategia Siae che per la prima volta nella sua storia si apre ai consumatori.
“Io adoro Apple e uso i suoi prodotti, – sottolinea il regista Paolo Virzi – e non ho quindi nessuna visione apocalittica, ma credo che sia necessario mettere al primo posto i consumatori e che tutto il sistema (autori, produttori e distributori) debba avere un rispetto reciproco del proprio ruolo. Senza i contenuti degli autori quei bei telefonini sarebbero contenitori di plastica vuoti”. “Il decreto firmato da Franceschini sull’equo compenso è giusto adesso, il futuro è lo streaming legale ma bisogna tenere conto dei veloci mutamenti della tecnologia che ha sempre più bisogno della materia creativa. – conclude Virzi’ -. L’ industria culturale necessita di risorse perché solo in tal modo gli artisti possono essere liberi e dedicarsi alla loro arte. In un futuro senza cinema, musica, teatro avremmo una vita inservibile che non augurerei a nessuno”.
“C’è un attacco al Diritto d’Autore in tutto il mondo, ma il diritto d’autore è l’unico guadagno che gli artisti hanno – dichiara Gino Paoli -. La creatività è uno dei beni più grossi che abbiamo, e dobbiamo far capire alla gente che non è una tassa Siae ma un compenso legittimo all’autore come ha stabilito la Corte di Giustizia Europea in numerose sentenze”.
“Il problema della creatività e della sopravvivenza degli autori italiani – sottolinea Antonio Ricci -, è un tema cruciale. Nella televisione, a esempio, siamo invasi dall’indifferenza generale, da trasmissioni fatte di pesca nel fango, nudi e dipinti, il re delle torte, un livello di standardizzazione al ribasso. Il risultato è che i palinsesti sono pieni di trasmissioni che non hanno autori, ma servono solo da contenitori pubblicitari”.
“Questi signori delle multinazionali – afferma Andrea Purgatori- hanno degli scheletri negli armadi impressionanti, è il caso della vicenda Verbatim alla quale sono stati sequestrati beni e prodotti per 96milioni di euro proprio perché evadevano il pagamento del diritto d’autore, in tutti i caso queste multinazionali sono dei semplici assemblato ri di supporti di paesi prodotti nel terzo mondo e sono degli autentici speculatori”.
“Ci vuole forza, coraggio e libertà per sostenere questa battaglia culturale – dichiara l’On. Francesco Boccia -. La musica e il cinema sono stati i primi comparti ad avere il commercio elettronico e sono stati travolti dall’economia digitale che ha trasformato la vita nostra e quella dei nostri figli. Le risorse accumulate da queste società che vendono pubblicità sulla rete sono enormi, loro non pagano le tasse nel Paese in cui producono reddito. L’equità fiscale che io sostengo non deve essere vista come un freno allo sviluppo della rete”.
Francesco Avallone Vice Presidente Vicario di Federconsumatori ha concluso dicendo: “abbiamo fatto una class action contro Apple che non dava una garanzia di due anni su i suoi prodotti come prescritto dalle norme europee, abbiamo vinto e li abbiamo costretti a concederla. Adesso vogliamo portare all’attenzione del Consiglio Nazionale Consumatori -sede adatta per discutere di questi temi – i rappresentanti di alcune società tecnologiche per fare in modo che i device, che sono anche e soprattutto dei prodotti culturali, siano sempre più a buon mercato e con le giuste garanzie per i consumatori”.

Francesco Bernardini
Mn Italia per SIAE”

Matematica della distanza tra aspettative e realizzazioni. Le regole su internet

Il modello matematico che si usa per studiare la distanza tra aspettative e realtà è di solito basato sulla velocità. Ma dovrebbe essere basato sull’accelerazione. Questo cambia le previsioni e soprattutto la soddisfazione.

Per esempio. Le previsioni à la Mantellini sull’impossibilità di un contributo intelligente della politica italiana su internet sono basate su un metodo che prolunga il passato in una linea che prosegue verso il futuro. Non è una forma di scetticismo, è un metodo di previsione. (Che forse è migliorabile, ma questo lo vediamo dopo).

Il contesto teoretico di questo genere di “scetticismo razionale” è abbastanza chiaro: in passato, la politica politicante ha mantenuto alte le aspettative, ma le realizzazioni sono state deludenti. A fronte di questo fatto, per mantenere il controllo, si dovevano rilanciare le aspettative (magari cambiando governo) per allontanare di un po’ il momento della fatale delusione. Non è un modello che vale per il 100% dei casi: in qualche caso, mettiamo nel 2% dei casi, forse per errore, si arriva a una conclusione concreta e si apre la porta alla delusione. Il 98% della politica, dice infatti Mante, è una lunga chiacchiera che rilancia costantemente l’attenzione verso le aspettative e nasconde i motivi di delusione. Il 2% invece per qualche motivo esce dal circolo teatrale della politica ed entra nella realtà della policy: ma poiché siamo in Italia, dice Mante, nella maggior parte dei casi porta alla luce i motivi di delusione. Solo in casi sporadici arriva a un risultato soddisfacente. Proiettando in avanti questa esperienza non resta che astenersi dalla politica e dal tentativo di raggiungere qualche obiettivo, almeno nel settore che riguarda internet. E’ un approccio basato sulla linearità della velocità alla quale va di solito la politica italiana.

Coerentemente con questo approccio, Mante suggerisce di non fare nulla e aspettare che altri decidano. Questi altri per Mante sono all’estero (chissà se pensa all’Icann, all’Nsa, o ai regolatori degli stati stranieri oppure alle grandi piattaforme come Google e Facebook, questo Mante non lo dice). Degli italiani che oggi decidono sull’internet, come la Telecom Italia e gli altri grandi operatori, Mante non si cura, anche se sono proprio i principali generatori di alcune importanti regole sull’uso di internet in questo paese, per esempio quelle che regolano attualmente il diritto all’accesso. Questi operatori potrebbero fare altre regole se per esempio non fossero costretti da un regolatore a salvaguardare la net neutrality. Il punto a questo proposito è: se non le fa lo stato, le regole le fanno i privati e le piattaforme. Qualcuno le fa.

Inoltre, le cose non succedono in modo lineare, ma in modo geometrico. Se si apre un momento storico particolare, le nuove regole esplodono: ci si ricorderà di come, poco prima dell’avvento di internet, l’allora monopolista del servizio telefonico introdusse la Tut per far pagare le telefonate urbane a tempo. Quella regola rese molto costoso connettersi a internet con il modem, abbattendo le possibilità di un accesso universale a internet e aprendo la strada a nuove regole inventate da operatori che usavano l’interconnessione per offrire internet gratis in cambio di una quota di traffico di terminazione. Un esplosione di regole nuove, accelerate, avvenute in un particolare contesto storico, di fronte alle quali il regolatore pubblico non fece molto altro che deregolamentare e lasciar fare. Fu un grande momento positivo per internet, finito nella bolla, ma indubbiamente interessante. Le fase successive sono state scandite da altre accelerazioni: l’adsl, l’umts, l’avvento di Google, l’avvento di Facebook, l’internet mobile in versione Apple e poi Android, i cookies che seguono le persone ovunque vadano, l’Nsa… In un mondo fatto di accelerazioni, alcune tecnologiche, altre economiche, altre culturali, è improbabile che le previsioni basate sull’approccio lineare abbiano senso.

Che cosa se ne deduce sul piano delle regole pubbliche? Che sicuramente le regole pubbliche che inseguono i fenomeni non sono destinate a deludere, peggio: sono destinate quasi sempre a far danni. Sono invece interessanti le regole pensate per indirizzare proattivamente i fenomeni o per costruire un contesto di lunga durata per i fenomeni. L’approccio costituzionale è di questo tipo.

Ci sono fatti politici proattivi. Quando colgono i fenomeni interpretando i momenti storici di accelerazione. I casi in cui una policy proattiva ha modellato nuove opportunità non mancano. La normativa sulle startup, fatta da un ministro, uno staff adeguato, una task force (ne ero orgogliosamente parte), riunioni e consultazioni, un nuovo ministro con staff adeguato, un insieme di leggi e regolamenti attuativi portati a termine nel corso di un paio d’anni, ha effettivamente creato uno scenario nuovo per una delle questioni centrali anche per la realtà internettiana italiana: la possibilità di partecipare alla generazione di innovazioni con la logica delle startup. Se la gente della task force non avesse partecipato perché partiva da un approccio previsivo lineare la cosa non sarebbe venuta come è venuta. In realtà, l’approccio fu orientato all’interpretazione di un momento storico che avrebbe visto un’accelerazione di fenomeni e che poteva essere favorito da una normativa liberalizzante proattiva. Analogamente, per motivi diversi, è andata alla fatturazione elettronica, che potrebbe avere l’effetto significativo di facilitare l’accelerazione dei pagamenti della pubblica amministrazione ai fornitori. E se non ci avesse lavorato un’unità di missione (ne ero orgogliosamente parte) non sarebbe andata in fondo come è andata. I risultati delle azioni di una policy proattiva, insomma, possono avere risultati positivi. Quello che conta è valutare quei risultati in quanto tali. Se funzionano bene, se non funzionano male: ma questo è un lavoro da fare. Le probabilità che la policy riesca non sono pari a zero. Non è molto importante, invece, valutare i risultati delle policy in relazione alle aspettative elevate che si formano nel teatro politico. Anzi, varrebbe la pena di non considerare le aspettative per niente.

La grande politica è chiamata però a formulare una visione. E’ chiamata a cogliere i segni dei tempi e le accelerazioni che rendono possibile ciò che sembrava impossibile. Segni che giungono dalla società e dalla storia del presente, qualche volta anche dagli esperti, intellettuali, visionari che interpretano un momento storico e che contribuiscono per quanto sono capaci. Certo, non è detto che questi debbano stare nei tavoli. Se ci capitano non sarà certo per trasformarsi in qualcosa che non sono. Sarà casomai per portare le loro riflessioni. E sperare che servano a qualcosa. Le probabilità, nei momenti di accelerazione, non sono pari a zero. Imho.

Vedi anche:
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda
Gli intellettuali e il potere nel nuovo contesto culturale. Riflessioni molto personali
Gli intellettuali e l’ecologia dei media

Lo statuto della Siae

Per chi si domandasse a che titolo la Siae venderebbe gli iPhone a prezzo francese (Stampa), un’occhiata allo Statuto della Siae può essere, per assurdo, illuminante: perché dopo varie letture, si scopre che proprio non si capisce.

Chi vince piglia tutto: concentrazione, power law e net neutrality

La stima che non si può non provare per Carlo Alberto Carnevale Maffè, anche quando fa i suoi giochi di ruolo, impedisce di lasciar passare sotto silenzio la sua provocazione sulla net neutrality.

Dice Carlo Alberto che i dati parlano chiaro (a lui): la net neutrality (secondo lui) è un gioco in cui chi vince piglia tutto, cioè determina forme di mercato in cui ci sono pochi player dominanti e poco spazio per le piccole imprese; per provare questa idea mostra una tabella che dice qualcosa di molto diverso, cioè che nella app economy c’è una forte concentrazione (da DeveloperEconomics).

app_economy

Si è sbagliato, Carlo Alberto? Che c’entra la tabella con quello che dice? Ovviamente il suo è un ragionamento più sottile. Troppo sottile.

Che ci sia concentrazione nella app economy è un fenomeno emergente collegato alle regolarità tipiche di ogni rete.

Come scriveva Bernardo Huberman già negli anni Novanta nella competizione che avviene in ogni struttura a rete tende a esserci un grande vincitore per ogni categoria. L’effetto-rete infatti tende a dare geometricamente maggior valore alla tecnologia che viene usata di più e quindi quando una tecnologia decolla i competitori restano indietro, le risorse si concentrano sulla tecnologia vincente e alla fine ne resta una sola. Per ogni categoria.

Non ci stupisce la concentrazione nella app economy, dunque. Stupisce il collegamento “originale” di Carlo Alberto con la net neutrality. Andiamo a fondo.

In ogni rete c’è una tendenza alla concentrazione. La Microsoft degli anni Novanta aveva il sistema operativo dominante per effetto-rete. Google è il motore dominante per effetto-rete. Facebook è il social network dominante per purissimo effetto-rete. Che cosa c’entra la net neutrality? Un momento, ancora un passaggio…

Non solo nelle reti c’è concentrazione. Nell’automobile c’è concentrazione. Nella produzione di aerei per i passeggeri c’è iperconcentrazione. Qui la net neutrality proprio non c’entra. Anche nelle televisioni c’è concentrazione. E anche qui la net neutrality non c’entra. Anche nelle compagnie telefoniche c’è concentrazione: e sono loro che preferirebbero abolire la net neutrality…

Allora.

1. La concentrazione è un fenomeno del capitalismo che si collega a diversi fattori: mercati maturi, forti economie di scala, protezionismo statale, deregolamentazione del settore finanziario. (L’ultima è per provocare Carlo Alberto, ma è anche vera…).

2. La concentrazione nelle reti è un fenomeno tecnico delle reti. Ma vale per ogni categoria come spiegava Huberman. Cioè chi vince nei motori di ricerca non è detto che vinca nei social network. Chi vince nei sistemi operativi per pc non è detto che vinca nei sistemi operativi per telefonini. E così via.

3. La net neutrality è collegata alla concentrazione: ma esattamente al contrario di quanto sostiene Carlo Alberto.

In una rete neutrale nella quele improvvisamente si elimini la net neutrality, le forme di concentrazione acquisita rimangono. Niente le elimina. Quello che viene eliminato è la possibilità di nuove idee di provare a cercare il successo senza chiedere il permesso a chi controlla le reti. Viene eliminata la possibilità di fare concorrenza ai player dominanti esistenti.

Nelle reti neutrali chi innova può provare a cercare il successo senza chiedere il permesso a nessuno. Se riesce a inventare una nuova categoria di rete (come ha fatto Steve Jobs con l’iPhone) o a giocare meglio di altri in una categoria emergente (come è successo a Facebook), può sperare di acquisire una certa forza di mercato e dominare la sua categoria. Abbassando dunque la concentrazione nel sistema internet nel suo complesso. Se non c’è net neutrality questo non può avvenire.

La prova è data da ciò che avviene nella rete mobile dove non c’è neutralità: in quel contesto, gli operatori possono scegliere a quali applicazioni concedere la loro rete e alcuni di essi hanno impedito per esempio l’uso di Skype. Il che significa che senza neutralità non si fa innovazione senza chiedere il permesso degli operatori. Se un’innovazione non piace agli operatori non può andare sul mercato, come sarebbe accaduto a Skype se non ci fosse stata neutralità nella rete fissa. Senza neutralità dunque c’è più concentrazione non meno concentrazione.

L’oscurantismo, la ricerca, i diritti umani. E la Commissione alla Camera per i principi dell’Internet Bill of Rights

Vale la pena di dedicare attenzione ai lavori della “Commissione di studio promossa dalla Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, per elaborare principi e linee guida in tema di garanzie, diritti e doveri per l’uso di Internet”?

Per rispondere positivamente occorrerebbe ipotizzare che il tema sia legittimo e importante, che la partecipazione allo studio sia aperta ai cittadini di buona volontà che vogliono contribuire civicamente e che il risultato possa effettivamente avere un valore intellettuale, politico e organizzativo.

Si tratta di ipotesi che possono effettivamente trovare una verifica solo all’atto pratico, cioè seguendo i lavori (e giusto per trasparenza avrò modo di seguirli direttamente avendo ricevuto l’onore di essere invitato a partecipare alla Commissione). Discutendo di questi aspetti, molti hanno già risposto positivamente o negativamente. Vale la pena di osservare in proposito che una valutazione preliminare su queste cose è necessaria, ma una risposta certa alle ipotesi citate rischia di essere vagamente ideologica – in positivo o in negativo – oppure basata su uno scetticismo radicato, non privo di motivazioni ma certamente inutile a chi speri che si possa tirar fuori un risultato positivo da una nuova sfida. Anche perché le previsioni sui risultati di un’azione non si possono basare solo sull’esperienza precedente: in effetti, ciò che avverrà dipende da chi partecipa, in aula e sui media civici. Sappiamo infatti che la Commissione funzionerà alimentando e ascoltando anche una consultazione aperta in rete: con questo almeno la seconda delle tre ipotesi trova già risposta. Per il resto, anche in questo caso, il futuro non è ciò che succederà ma la conseguenza di ciò che facciamo.

Per prepararci alla prima questione – se cioè il tema sia legittimo e importante – si deve affrontare di petto il tema di fondo di molte discussioni sulla relazione tra norme e internet. Esiste infatti un’idea diffusa secondo la quale internet non abbia bisogno di intervento normativo, perché funziona bene com’è e perché qualunque intervento normativo rischia di rovinarla. E – accidenti! – quel rischio è talmente reale, come si è dimostrato in una quantità di casi così grande, che si fatica a dipanare la matassa.

Ma prendiamo il caso fondamentale della net neutrality. Internet funziona bene com’è se la rete è neutrale nei confronti dei pacchetti di dati che la percorrono. Se non c’è net neutrality non c’è internet. E qualcuno che faccia la norma che garantisce la net neutrality c’è: può essere la compagnia telefonica che gestisce la rete, può essere la comunità dei tecnici che progettano la rete, può essere lo stato o una comunità di stati. Molte telco tendono a sperare di poter abolire la net neutrality per sostituirla con un concetto più vago di “internet aperta” ma il cui traffico può essere prioritizzato a loro discrezione. Un gruppo di società – tra le quali Google, Facebook, Netflix, eBay come si diceva – chiede invece che la net neutrality sia garantita per legge ed estesa anche alla rete mobile. Moltissimi cittadini non sanno di che cosa si sta parlando. Ma appena viene spiegata la questione, non si fatica a comprendere che dalla net neutrality dipende l’innovatività del sistema, perché essa non concede ai poteri economici esistenti l’arbitrio sull’innovazione – e sull’informazione – che può e non può arrivare a proporsi ai cittadini. In Brasile lo stato è intervenuto con il Marco Civil e ha stabilito che la net neutrality va garantita per legge. Se non c’è una legge, le compagnie non possono fare ciò che vogliono. Se non c’è una legge la net neutrality non è garantita. Questa è una scelta che può essere legittimamente posta all’attenzione di un organismo politico come il Parlamento. Altrimenti i cittadini sensibili al tema potranno difendersi soltanto costruendosi una nuova rete, neutrale non per legge ma per regola cooperativistica: ma, per la verità, questa è un’alternativa inutilmente utopistica.

La net neutrality garantita dalla legge è un esempio di una regola di tipo “costituzionale” per la rete.

Un altro esempio può essere il diritto di accesso universale in larga banda. Se la società della conoscenza può essere vissuta appieno solo avendo la possibilità di accedere alla rete in condizioni adeguate e se il mercato non è in grado di raggiungere ogni area abitata, è legittimo che un intervento normativo si occupi della questione.

Forse fin qui si può immaginare un consenso relativamente largo. Anche se gli avversari della net neutrality sono potenti lobbisti non si può negare che il tema – qualunque sia la scelta che si prenderà – sia legittimamente un tema adatto a essere preso in considerazione dalle norme. E anche se il diritto all’accesso universale andrebbe certamente accompagnato dal diritto a un’istruzione significaticamente diffusa all’uso della rete e dal diritto ad avere servizi pubblici adeguati che ne motivino l’utilizzo. Si tratta peraltro di corollari importantissimi che non mettono in discussione la legittimità di normare il diritto all’accesso.

Di certo, le controversie diventano più intricate quando si va su temi più puntuali come il copyright, le tasse, il cyberbullismo e molte altre questioni che inducono i legislatori a proporre leggi dedicate a internet.

A questo proposito la Commissione – va sottolineato – non si occupa delle singole norme ma del metodo con il quale si prendono in considerazione e si adottano. Quindi su questo si può arrivare a una forma “costituzionale”, una forma di metodo, che sia orientato a indirizzare le norme in materie collegate a internet in modo che tengano conto consapevolmente della complessità dell’ecosistema internettiano. Chissà se uscirà una indicazione sulla necessità di un processo multistakeholder. Chissà se si riuscirà a stabilire che le linee guida devono tener conto di una valutazione di impatto digitale. Chissà se si potrà arrivare a suggerire un approccio equilibrato in modo che l’intervento in un particolare settore non sia tale da produrre conseguenze negative in un altro settore nell’inconsapevolezza del legislatore. Questo è il tema costituzionale della Commissione: come garantire che le nuove leggi relative a internet non siano create se se ne può fare a meno e che se sono create siano consapevoli dell’equilibrio degli interessi e dei diritti che presumibilmente vanno a toccare. Tutto questo è estremamente complicato, ma se non si pone il problema non se ne esce e continuiamo a vivere in uno stillicidio di tentativi normativi pericolosi e inconsapevoli: con la conseguenza di continue fiammate di opposizione che finiscono per alimentare un approccio ideologico alle questioni internettiane che presenta limiti molto significativi.

Un’ideologia fondamentalista oscura ogni tentativo di ricerca volta alla comprensione di come stanno le cose in nome di un’interpretazione del mondo che conquista gli animi ma diventa potere. In “Edeologia, Critica del fondamentalismo digitale”, qualche anno fa, mi sono esercitato intorno all’idea che questo fenomeno appartenesse anche al modo con il quale qualcuno interpretava la rete internet. Libro ingenuo, Edeologia (con la “e” di elettronica ovviamente), reagiva alle catastrofiche conseguenze della strumentalizzazione finanziaria del senso di internet sul finire degli anni Novanta che era sfociata nella bolla e nel suo scoppio. Le crisi finanziarie non sarebbero mancate anche successivamente, separate da internet: ma l’edeologia avrebbe continuato latente e in alcuni casi evidente.

Un’ideologia può avere una funzione positiva. Nel caso della rete – una tecnologia che non ha alcun valore se nessuno la usa ma che acquista enorme valore se molti la usano – l’edeologia è servita a convincere le persone a dedicare tempo a internet prima che questa avesse valore in vista di un valore successivo che effettivamente si è realizzato. Ma questo si applica anche ad altre tecnologie di rete, meno neutrali e innocenti, come le piattaforme per la ricerca di informazioni in rete, i social network privati, i servizi che servono a cercare l’anima gemella e così via. Una tensione ideologica resta latente nella rete proprio perché ogni volta è indirizzata a convincere la gente a usare una tecnologia che all’inizio non ha valore e solo quando viene usata ne acquista. Creando non poche conseguenze negative.

Se si lascia solo alle piattaforme private e ai gestori privati delle reti il potere di fare le vere norme che guidano il comportamento delle persone in rete si rischia di perdere quello che la rete come bene comune è riuscita a creare finora. Un’ideologia che si opponga all’intervento pubblico in materia di internet in ogni situazione e su ogni aspetto finisce semplicemente per rafforzare il potere delle grandi compagnie private e ridurre conseguentemente quello dei cittadini. Un’ideologia americanofila che si accontenta di ripetere i mantra lanciati da Silicon Valley non serve all’evoluzione di internet come grande tecnologia innovativa e serve soltanto il successo delle proposte delle compagnie private.

Allo stesso modo, un approccio normativo statalista che pensa in modo distorto alla rete e interviene in modo capillare e inconsapevole è a sua volta enormemente negativo sullo sviluppo innovativo della rete. E imparare dagli americani non è certo un male da questo punto di vista.

Ma si può fare di più. Si può fare ricerca, senza oscurantismo, sulla possibilità di arrivare a una sorta di approccio costituzionale alla rete, in nome dei diritti umani e dell’equilibrio dell’ambiente digitale. È un percorso di ricerca che parte dalla tradizione illuminista intorno ai diritti umani e dalla prassi innovativa dell’ecologia. I successi di questi percorsi ci impediscono di pensare che sia impossibile arrivare a una consapevolezza sull’”ecologia di internet” e sul rilancio dei diritti umani in un’epoca in cui sembra ce ne sia crescente bisogno, non solo nei confronti dell’autocrazia politica ma anche nei confronti della tecnocrazia. Per questo discutere di un Internet Bill of Rights è legittimo e può anche finire con un risultato utile. Dipenderà dai membri della Commissione e soprattutto dai cittadini che parteciperanno alla consultazione.

Da leggere:
Vincenzo Ferrone, Storia dei diritti dell’uomo, Laterza 2014
Marc Augé, L’antropologo e il mondo globale, Cortina 2014 (v.o. 2013)
Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza 2012
Antonio Floridia, La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi, Carocci 2012
Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Nottetempo 2014 (v.o. 2012)

Fcc, Google, Facebook, Netflix, eBay, e la net neutrality

La FCC ha chiuso con un crash del sito la consultazione sulla net neutrality. Gli oppositori associati per l’occasione – tra gli altri Google, Facebook, Netflix, eBay – chiedono regole semplici che impediscano la prioritizzazione sia sull’internet fissa che su quella mobile. (Variety, Reuters, ArsTechnica).

Il presidente dell’associazione, Michael Beckerman, ha detto alla Reuters: “We’re going to be getting pretty vocal about this issue. It doesn’t make sense anymore to differentiate the way net neutrality applies to mobile and wireline.”

Tom Wheeler presidente di FCC ha cercato di prendersi le sue responsabilità: “If it hurts competition, if it hurts consumers, if it hurts innovation, I’m against it and we’re not going to tolerate it.” (Reuters)

Porte a Venezia

Dal punto di vista politico l’apertura delle porte europee alle istanze proposte dall’Italia resta problematica. Almeno a giudicare dalle reazioni odierne ai discorsi sull’agenda digitale sui giornali internazionali.

Nonostante che la conferenza di oggi sul digitale con Matteo Renzi e Neelie Kroes sia stata in inglese, per ora su Google News appare poco. C’è una Reuters che ovviamente riguarda il deficit e gli investimenti: Italy PM says wants digital technology spending stripped from deficits. C’è Handelsblatt: Gegenwind für italienische Forderungen in der EU sullo stesso tema. C’è SvD: Flexibilitet – sydligt modeord i EU, stesso argomento. Kroes si era presa qualche rischio sostenendo che l’investimento digitale dovrebbe essere sottratto ai vincoli di bilancio antideficit.

Per adesso, nei titoli raccolti da Google News, Venezia appare più spesso, ancora, per le dimissioni del sindaco e gli scandali (ma è ancora presto).

In ogni caso, sia nei temi di oggi come il digitale sia nei temi di sempre come la corruzione, il trattamento internazionale è spesso concentrato su una domanda ossessiva (e non infondata): ci si può fidare dell’Italia?

Le porte a Venezia restano abbastanza socchiuse.

Il genio politico di Guido: il vero esperimento di Facebook

Guido Vetere ha avuto un’intuizione di prima grandezza scrivendo il suo post dell’altro giorno sul caso della manipolazione degli account Facebook a fini “scientifici”. Il pezzo è sul suo blog.

Guido si domanda quale sia stato il vero esperimento compiuto da Facebook. IL paper pubblicato e pubblicizzato nei giorni scorsi non scopre nulla di sorprendente. Ma il vero esperimento è cominciato adesso. Di che si tratta?

Azzardo un’ipotesi: il vero esperimento di Facebook inizia adesso. Si tratta di valutare l’impatto della notizia-shock sul mondo. Quanti utenti abbandoneranno la piattaforma? Calerà il numero dei nuovi iscritti? Governi e autorità sovranazionali metteranno mano a nuove regole?Se tutto continuerà come prima, Facebook avrà dimostrato una cosa assai meno banale e risaputa del priming: e cioè che il mondo è prono a qualsiasi manipolazione da parte di chi possegga porzioni significative delle reti di comunicazione sociale. Ottima notizia per chi sulla passività popolare lucra potere e soldi.

Vedi anche:
Fuffa e manipolazione
Facebook — the Big Tobacco of Social Media

Compenso poco equo e difeso malamente. Parlano Caselli, Conte, Ghezzi, Guccini ecc

I veri cultori della poetica musicale italiana sono sempre stati disposti a pagare per ascoltarla. E sarebbero felici di farlo direttamente soprattutto a favore dei grandi artisti che hanno bisogno di sostentamento. E forse anche a favore degli artisti ricchi o benestanti, per gratitudine. Un fondo pubblico per loro pagato con tasse o meglio col 5 per mille non sarebbe probabilmente deserto.

Ma l’aumento del cosiddetto equo compenso recentemente approvato dal governo non cessa di provocare polemiche. I principali difensori lo vedono come un modo di ripagare la copia privata che si fa su una memoria digitale chi compra legalmente un bene soggetto a copyright. I principali oppositori dicono che è ingiusto far pagare questa cosa anche a chi non fa nessuna copia privata. Ma il sottotesto è un altro: gli editori e qualche autore difendono il cosiddetto equo compenso pensando che compensi della pirateria. Se ne parlava così ai tempi del ministro Bondi. Ma la corte di giustizia europea ha stabilito che così non può essere.

Sicché non si dice anche quando lo si pensa che l’equità del compenso è relativa alla pirateria. Lo si vede chiaramente anche nella nota diffusa l’altro giorno da alcuni autori attraverso la MnItalia e giunta via mail:

COPIA PRIVATA / GUCCINI, GUALAZZI E MORRICONE DIFENDONO L’IMPEGNO DI FRANCESCHINI
Roma, 6 luglio – ”Attaccare l’adeguamento delle tariffe sull’equo compenso e’ dare un ennesimo schiaffo alla creatività’, alla cultura italiana e alla sua indipendenza. Contrariamente a quanto generalmente e tristemente avvenuto in questo Paese, il ministro Franceschini si é impegnato, con il Governo, a sostenere la Cultura del nostro Paese, che é un bene pubblico ed economico da difendere, adeguando con questo provvedimento, che non e’ una tassa sulle intenzioni ma sulla realtà dei fatti e dei dati, la tutela degli artisti e degli autori italiani a quella degli altri più importanti paesi europei. Sarebbe bene iniziare a rispettare la cultura e non snobbarla”. Così, in una nota congiunta, Caterina Caselli, Paolo Conte, Dori Ghezzi, Francesco Guccini, Raphael Gualazzi ed Ennio Morricone.

La frase rivelatoria è “non e’ una tassa sulle intenzioni ma sulla realtà dei fatti e dei dati”. Si ammette in effetti che è una tassa, cosa che tutti i difensori più diplomatici negano e tutti i cittadini pensano. E la si connette a fantomatiche intenzioni (di chi?) e ancor più sfuggenti dati (raccolti da chi?) e fatti (che riguardano che cosa?). Si dice che è una tutela degli artisti e degli autori italiani. Ma da che cosa vanno tutelati? Dai temibili clienti che dopo aver comprato un disco se lo copiano sul computer per sentirlo anche con l’iPod? Oppure dai pirati? Non c’è risposta nella nota. Perché non c’è? Perché agli autori mancano le parole? O per non dire quello che non si può dire?

Ma mettiamo che sia un compenso per la copia privata. E mettiamo che sia ammissibile che quel compenso lo debba pagare sia chi si fa una copia privata sia chi non se la fa. Ma perché l’adeguamento? C’è forse stato un tale drammatico aumento delle copie private su telefonini che motivi il 500% di aumento del compenso per quegli apparecchi? Sbaglio o questo significherebbe che a monte c’è stato un aumento del 500% delle copie vendute legalmente (e poi copiate privatamente sui telefonini)? Non risulta che sia andata così. Quindi l’adeguamento deve essere riferito a un altro fenomeno, non alla copia privata. Ma non si può dire a quale fenomeno si pensi.

La pirateria peraltro è cambiata. La gente ormai scarica sempre meno copie piratate. Sempre più spesso guarda e sente in streaming. E se questa impressione è vera, il riferimento alle memorie come base per pagare l’equo compenso diventa obsoleto. In effetti, dopo anni un adeguamento era dovuto: ma al ribasso, non al rialzo.

Tutto questo non c’entra nulla con la difesa degli autori. Una tassa, come ammettono i beniamini del pubblico, per tutelare gli autori potrebbe essere persino ben accetta dai loro fan. Se gli autori devono campare di sostegno pubblico e riescono a motivare questo bisogno probabilmente otterrebbero l’appoggio di molti cittadini. La cultura è spesso oggetto di finanziamento pubblico.

Ma non si capisce perché passare per questo accrocchio, con metodi così indiretti e lontani dalla realtà.