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Poggiani e poi

Alessandra Poggiani si dimette dall’Agid e si candida in Veneto. Le motivazioni personali non si discutono. Le spiegazioni pubbliche si accavallano. E contraddicono.

«Ho ritenuto che la parte più importante del mio lavoro sia stata portata a termine con il varo del piano Crescita Digitale e della strategia per la Banda ultralarga» (Corriere Comunicazioni)

Altrove dice:

«Non posso cambiare le cose da sola, senza squadra. Ed è difficilissimo farlo se il digitale è ancora ritenuto una questione tecnica e non una priorità, trasversale a tutto il resto» (Wired).

Poggiani ha fatto sapere pubblicamente che vale la prima (Sole). Wired ha risposto. Ma non è proprio questo il punto.

Il punto è che non di soli piani di fa il digitale ma anche di realizzazioni. Guardando avanti, occorre chiarire che cosa deve fare l’Agid e dare all’Agid i mezzi per farlo. Se si chiarisse che l’Agid è un’agenzia che deve realizzare i piani del governo, come sembrava ovvio ma non è mai stato detto in modo chiaro, ci sarebbero meno ambiguità.

I limiti operativi sono enormi. Il compito è di grandissima importanza. Una struttura di governance più semplice è davvero urgente. Imho.

ps. Si tratta appunto di una mia opinione. Ho l’onore di partecipare al Tavolo permanente per l’innovazione, insieme a molte altre persone più competenti, che ha compiti meramente consultivi. E anche in quella sede dico quello che penso. Credo che mi abbiano chiesto di partecipare solo per questo. E quello che penso l’ho anche già scritto: il governo dà la visione e fa le strategie, il Comitato di indirizzo le trasforma in un piano operativo con la partecipazione dei vari ministeri, l’Agid le porta a compimento. È già complicato così. E di certo non occorre aggiungere altra complicazione.

Il motore di Google batteva in testa alla FTC

L’unica cosa cui non sapeva resistere erano le tentazioni: è lo strano caso del motore di ricerca di Google che – anni fa – privilegiava i servizi di Google (Engadget). Ora si può pensare che abbia imparato a resistere, visto che è dimostrato che si può scoprire se non lo fa. Segnalo il post di Quintarelli che se n’era accorto da giorni.

Shift happens. A work of disruption

Robert Reich, former Secretary of Labor in the Clinton administration, writes about disappearing jobs in the future (read his blog post). His thoughts develop the debate started by authors Erik Brynjolfsson and Andrew McAfee (The Second Machine Age). And described in Humans need not apply. We need to give more than a minute to this matter. Because opportunities will be found only if we change mindset.

Robert Reich, già ministro del Lavoro per Bill Clinton, scrive della prossima possibile scomparsa di molti posti di lavoro (ecco il suo post). Reich sviluppa un dibattito rilanciato da Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (The Second Machine Age). In linea con la descrizione proposta nel documentario Humans need not apply. Abbiamo bisogno di dedicare molta attenzione a questo tema. Se mai riusciremo a vedere questo fenomeno come un’opportunità sarà solo dopo aver acquisito un nuovo modo di pensare.

Perché adesso l’idea è che si lavora dunque si guadagna dunque si spende. Se non si lavora non si spende. Ma se ogni produzione, di oggetti e di servizi, dovesse passare a organizzazioni ad altissima concentrazione di capitale e bassissimo ricorso al lavoro, ci troveremmo nella condizione di aver molto da vendere e nessuno nelle condizioni di comprare.

Il fatto è che investendo capitale in robot e intelligenza artificiale e tecnologie di vario genere capaci di stampare prodotti, trasportare cose e persone in autonomia e di eseguire compiti professionalmente sofisticati (medicina, avvocatura, giornalismo sono già coinvolti nel processo) si sostituisce lavoro. Il valore aggiunto si sposta verso il capitale. E la concentrazione della ricchezza aumenta. Tutto questo si inserisce in un contesto nel quale già ora molte lavorazioni sono eseguite su piattaforme standard e grazie al lavoro degli utenti, con un grande risparmio di lavoro: Reich sottolinea come i 145mila lavoratori della Kodak si siano di fatto trovati a competere con i 13 lavoratori di Instagram. E abbiano perso. Reich sostiene che tutta questa concentrazione della ricchezza richiede un ripensamento della politica di redistribuzione del reddito. Non è chiaro se questa sia una strada praticabile. Ma è chiaro che a questo tema va dedicata la massima attenzione. L’allarme non serve a nulla: la progettazione però deve tener conto della realtà in movimento rapido che contraddistingue l’attuale accelerazione della dinamica evolutiva della tecnologia e della finanza.

ps. Se non l’avete visto questo concerto è fatto con un ologramma e musica creata da un computer.. In Giappone cinque anni fa…

Un paio d’anni dopo era già così.

E nel 2013 a quanto pare era così.

Sulla corruzione. Lawrence Lessig

Lawrence Lessig parla della corruzione del sistema democratico americano (video su Vimeo). Finissimo.

Se la sfida intellettuale e politica è alta occorrono menti elevate. In paesi come il nostro serve meno finezza per riconoscere la corruzione.

Un lavoro dal futuro

Un grande testo può fare un buon documentario. Humans need not apply è stato visto milioni di volte. Ma per tutti è una finestra sul futuro. E invita a pensarci, per non farsi trovare impreparati.

Oettinger dice che la net neutrality è un tema da talebani. Ma Obama non è un talebano. Forse Oettinger è influenzato dalle lobby?

Il commissario europeo Günther Oettinger dice che la net neutrality è un tema da talebani (due volte nel video sotto, si vede che l’idea gli è piaciuta tanto). Il presidente americano Barack Obama però non è un talebano.

Si direbbe che la sconfitta degli avversari dell’internet neutrale in America stia accendendo gli animi delle lobby che influenzano qualcuno a Bruxelles. Oettinger sembra interpretarne lo spirito acceso. Certo che raramente si è sentito un epiteto meno azzeccato. Ricordo che i talebani non sono solo dei fanatici. Sono contro la libertà di espressione, contro l’accesso alla conoscenza, i beni culturali, l’educazione laica e le donne senza burka. Sembra un po’ frutto di fanatismo e scarso senso della libertà di espressione tacciare Obama e chi sostiene la net neutrality di talebanismo.

Vedi anche:

Gli americani si muovono sulla net neutrality

Domani un po’ di chiarezza sulla net neutrality europea. Intanto un po’ di immaginazione

Altroconsumo e net neutrality

Wow. Grazie Presidente: chiaro e forte. Internet è net neutrality

I repubblicani e la net neutrality

EFF: sosteniamo la net neutrality

Power law e net neutrality

Neutralità della rete: perché è importante

Tim Berners-Lee e la neutralità

Legislation overload

Il disegno di legge sul cyberbullismo. Il piano ultrabanda e crescita digitale. L’orientamento antineutralità che viaggia alla Commissione. Il blocco dell’iva ridotta sugli ebook. Tanta roba, Solo negli ultimi giorni: bisogna andare a leggere bene per farsi un’idea critica. Di certo non bastano i titoli e i tweet. I vari sistemi di strategia della distrazione e disinformazione che si sviluppano attorno alla rete, ai diritti umani in rete, al potere sulla rete, ai soldi che si fanno in rete, sono ipertrofici e facilitati dalle difficoltà tecniche delle materie. Come un’information overload c’è un legislation rumors overload nel digitale. E anche qui occorre rispondere facendo innovazione.

Forte piano banda larga. Alla prova del futuro

Il piano per portare l’Italia nel mondo sviluppato e decentemente connesso con la banda ultralarga è passato al Consiglio dei Ministri di ieri, rimandando l’idea del servizio universale a 30mega. Il testo è da leggere (pdf).

Si tratta di arrivare a 100mega per metà abbonati entri il 2020 e dare agli altri la possibilità di abbonarsi a 30mega. Oggi solo l’1% va a 100mega e la media dei collegamenti sta tra i 5 e i 9 mega, a seconda delle fonti delle stime. Quindi il piano è ambizioso.

Usando le parole di Vint Cerf, quando descrive l’idea di fondo con la quale è stata progettata l’internet originaria, il piano dice di volere arrivare a un’infrastruttura “a prova di futuro”. Sarebbe una novità assoluta per l’Italia che di solito sceglie la strada di fare le cose all’ultimo momento senza anticipare gli sviluppi successivi e rimandando le scelte più lungimiranti. Ma è un’affermazione da verificare.

Giustamente il piano è agnostico sulle tecnologie, anche se a leggere bene, preferisce la fibra (e come dar torto agli estensori?). Inoltre vuole essere inclusivo anche se la questione del servizio universale a 30mega è stata rimandata. Il fatto è che il piano è ambizioso ma tenta anche di essere realistico e di tener conto delle esigenze degli operatori che, potranno contare su oltre 6 miliardi di investimenti pubblici ma dovranno metterne a loro volta altrettanti per raggiungere gli obiettivi del piano.

A questo proposito le esigenze di Telecom Italia, giustificate dalle esigenze finanziarie del gigante ultraindebitato, sono di fatto il principale problema che mette il piano nelle condizioni di dover sncora dimostrare se sarà capace di vincere la prova del futuro.

Nel piano c’è chiara l’immagine di che cosa ci si aspetta, senza imporre nulla, dagli operatori: che si adattino a prtecipare a una nuova entità pubblico-privata con nessun operatore in maggioranza assoluta, che costruisce la nuova rete collocando la fibra accanto al doppino. Il piano si direbbe immagina una sovrapposizione graduale di tecnologie fino al fatale ma non cogentemente previsto abbandono del doppino e al passaggio definitivo alla fibra. Le alternative ci sono, ma questa ipotesi ha il vantaggio di ridurre la probabilità che gli operatori costruiscano diverse reti nelle aree ricche del paese e abbandonino a sé stesse le aree povere. Un coordinamento che minimizzerebbe gli sprechi di investimenti e il digital divide fisico.

Si metteranno d’accordo Telecom, Vodafone, Metroweb, Cassa depositi e prestiti, operatori e autorità regionali, governo e tutti gli altri soggetti coinvolti? A leggere il piano crescita digitale (pdf) ne varrebbe la pena per il paese. Ma gli interessi di tutte le botteghe e le ditte saranno in gioco in una trattativa che potrebbe rivelarsi infinita. A meno che questa volta il governo non riesca a imporre un ritmo serrato alla discussione: con un handycap, perché chi gioca a rimandare, facendo melina e catenaccio, vince anche se pareggia… Sarebbe un’ennesima intollerabile occasione persa.

Vedi anche
Aspettando il piano

L’analfabetismo digitale va affrontato più in nome della cultura che della tecnologia

L’analfabetismo digitale non è una menomazione che affligge chi non sa usare internet e le piattaforme digitali. E non va combattuto insegnando a usare internet e le piattaforme digitali. L’analfabetismo digitale è la mancanza della capacità di produrre attivamente conoscenza attraverso le tecnologie digitali che deriva dalla credenza secondo la quale le tecnologie digitali sono quello che sono e occorre soltanto imparare a usarle. Distinzione troppo sottile? Eppure è da questa distinzione che passa il valore fondamentale: diffondere la cultura digitale per liberare le potenzialità delle persone e non semplicemente per ingrandire il mercato digitale.

C’è chi dice: iniziamo a insegnare a quel 35% circa di italiani che non usano internet l’arte di consultare la rete, di pigiare i bottoni, di toccare gli schermi e così li libereremo dall’analfabetismo. Ma usare le macchine così come sono, adattandosi alle macchine, non è conoscere il linguaggio, la grammatica, le potenzialità dell’internet. E’ semplicemente scoprire una nuova dimensione del consumo. Forse, è come imparare a guidare un’auto: serve, certamente, ma non è un diritto umano. Casomai è un diritto di tutti che chi guida, per esempio, conosca bene il codice della strada e impari il valore del rispetto delle regole. L’equivalente del codice della strada in internet è un sistema complesso di regole, consuetudini, norme implicite nel software, potenzialità tecniche. Può sembrare paradossale, ma diffondere l’utilizzo delle tecnologie non è necessariamente un valore se avviene in modo acritico, lanciando semplicemente nuovi users nelle piattaforme. L’analfabetismo digitale riguarda l’uso critico delle tecnologie, la conoscenza dei loro meccanismi e di ciò che fanno agli utenti, la consapevolezza che le tecnologie digitali sono diverse dalle altre essenzialmente perché si possono modificare e innovare costantemente. Solo così impararle è liberatorio.

E’ come imparare un linguaggio. Non si impara a leggere se non si impara a scrivere e a parlare.

Il giusto combattimento contro l’analfabetismo digitale non è dunque rivolto al 35% dei non utenti per trasformarli in utenti, consumatori, oggetti passivi di un mercato. E’ rivolto alla maggioranza di utenti e non utenti che non riescono a esprimersi attivamente di fronte alle tecnologie. Quindi l’analfabetismo digitale non si combatte con un atteggiamento paternalista, non va corretto con interventi elementari, non va combattuto frontalmente come se fosse sempre e soltanto un fenomeno di sottosviluppo. L’analfabetismo digitale può essere combattuto rendendo migliori le piattaforme in modo che siano sempre più liberatorie, mostrino trasparentemente i loro meccanismi, spieghino bene ciò che fanno delle informazioni che gli utenti vi pubblicano. E diffondendo e facilitando le tecnologie che consentono a chi voglia di esprimersi innovando con il digitale, non soltanto di usarlo. Quindi l’analfabetismo digitale si combatte con rispetto e umiltà nei confronti di chi non usa attivamente il digitale, partendo dal miglioramento delle piattaforme, delle interfacce, degli strumenti. Prima di portare i non utenti a “lezione” è meglio che chi sinceramente crede nel digitale come tecnologia potenzialmente liberatoria si concentri sull’innovazione dell’accessibilità, della trasparenza, della qualità contenutistica.

Perché in fondo, non è l’analfabetismo digitale che conta. E’ l’analfabetismo funzionale che colpisce forse persino più persone e che fondamentalmente riguarda chi sa leggere ma non comprende ciò che legge. Un analfabetismo che non si manifesta nella dimensione tecnica ma in quella culturale. E che si vince non con la diffusione di lezioncine elementari sulle vocali e le consonanti, ma con grandi lezioni critiche. Del resto, coloro che si sentono alfabetizzati – digitalmente e funzionalmente – sanno che quello della comprensione è un processo infinito e profondo. E dovrebbero pensare allo stesso modo quando tentano di includere gli altri nello stesso processo. E se lo si pensa così, allora il combattimento contro l’analfabetismo digitale si tradurrà nel più ampio combattimento contro l’analfabetismo funzionale, al quale gli ultimi decenni di concentrazione sulla televisione commerciale non hanno certo rivolto molta attenzione. Imho.

Vedi anche:
Analfabetismo
Analfabetismo funzionale in Italia
Così l’Italia si gioca il futuro
Volevamo battere la Corea. Il disordine mentale delle nuove norme su internet ha conseguenze. Occorre una valutazione di impatto digitale
Giovannini. Scegliere il futuro. Basandosi sui fatti
Chiose alla frontiera dell’istruzione informale

La borsa, il venture capital e il valore delle piattaforme, tra America ed Europa

A quanto pare, se una società che produce una tecnologia la pensa come componente di piattaforme esistenti tenta di farsi comprare, mentre se la pensa come piattaforma autonoma tenta di andare in borsa. La borsa sembra al momento capace di valutazioni molto attraenti per i fondatori, anche se la logica dovrebbe essere più sostanziale, anche per responsabilità nei confronti degli investitori. Uber evidentemente pensa di andare in borsa con una valutazione enorme, attualmente a 40 miliardi. E Snapchat farà lo stesso: ha rifiutato un’offerta da Facebook che la valutava 3 miliardi nel 2011. Successivamente Facebook ha pagato 22 miliardi per WhatsApp. E attualmente Snapchat è valutata intorno a 16-19 miliardi, a giudicare da quanto spendono i venture capitalist per entrarci. Snapchat a quanto pare si pensa come piattaforma, non come componente di altre piattaforme, visto che tenta di acquisire sviluppatori e content provider. E quindi logicamente tenta di andare in borsa da sola. I venture capitalist ci credono. (Bloomberg)

Le controversie che girano intorno a Uber, con motivazioni di avanguardia e di retroguardia (post precedente), la mettono costantemente in vista nelle pagine dei giornali. Ma la valutazione è sospinta soprattutto dagli investitori. Lo stesso vale appunto per Snapchat. Come si fa a capire se queste valutazioni sono un modo per misurare l’importanza di un’azienda oppure se sono solo un modo per alzare il prezzo in vista della borsa?

Di certo c’è che con queste quantità di soldi, quelle piattaforme effettivamente riescono a crescere nel mondo a livelli incomparabili con quelli delle piattaforme che vengono fuori in paesi con meno venture capital come l’Europa. Secondo alcuni è una sorta di dumping: conquistare terreno e poi guadagnare, salvo però finanziare questo dumping con la finanza. Il punto è ripagare la finanza: per riuscirci vale tutto nell’immediato e al futuro si penserà poi. Le varie bolle americane non hanno insegnato molto. Ma rispetto alle bolle puramente speculative, queste che si basano su ipervalutazioni di piattaforme hanno il vantaggio che nei casi migliori mettono in piedi aziende molto forti. In Europa il capitale sembra molto più prudente, meno strategico e aggressivo. Sicché anche le aziende che vengono fuori dall’Europa sono meno orientate alla “conquista del mondo”. La risposta non deve necessariamente essere quella di imparare a fare come gli americani. Ma una risposta occorre darla. Magari tenendo conto delle specificità europee: esportazioni reali molto importanti, sensibilità per privacy molto superiore, minore orientamento a credere nell’innovazione che rottama tutto in nome di uno sviluppo che si configura stretto tra la conservazione corporativa e la ricerca di un’armonia più solida tra economia reale e finanziaria. Cinesi, russi, coreani e altri hanno economie digitali nelle quali le aziende locali riescono a tenere quote di mercato contrastando l’avanzata degli americani più di quanto non riescano a fare gli europei.

Mentre Europa e America si preparano alla grande discussione sul trattato che regolerà lo sviluppo del commercio atlantico, occorre che gli europei si formino una visione strategica delle differenze che li separano dagli americani e che pensino a che cosa devono affermare, dal punto di vista identitario, fiscale, economico, strutturale, culturale, costituzionale. Pensando al loro interesse e al ruolo che intendono giocare nel mondo. Imho.

La copertura mediatica sulla votazione per l’unità d’Italia digitale – #nazzarenostaisereno

L’immagine emersa sui media oggi della discussione alla Camera di ieri in materia di riforma costituzionale è stata concentrata sulle immagini dei deputati che gettano i fogli di carta per terra, che protestano, che litigano. Tutta la lettura dei fatti è andata nel frame “fine del patto del nazzareno”. Eppure ieri è stato il giorno in cui per la prima volta una riforma costituzionale è stata approvata all’unanimità dai deputati. Un fatto straordinario del quale in rete si parla moltissimo e con grande soddisfazione (perché riguarda l’attribuzione allo Stato delle competenze di coordinamento di tutta l’azione digitale pubblica, evitando l’attuale dispersione di azioni tra vari enti locali, vedere il verbale della seduta). Un fatto che contraddice il frame prevalente e che quindi esce un po’ troppo poco sui media.

In questo momento via Google News si vede che ne hanno parlato:
Webnews
DDay
CorCom
Il Sole 24 Ore
Punto Informatico
Webmasterpoint

Sicuramente ne hanno parlato anche altri. Di certo ne hanno parlato molto di più su Twitter, Facebook e blog, a partire da Mante e da questo blog.

La chiosa è questa. Il frame è più importante del fatto. L’immagine interpretativa semplificata del momento politico non può essere messa in discussione da un fatto che la contraddice dipingendo il Parlamento come un’istituzione capace di una sua libertà di dibattito e di un suo potere d’azione politica: in questo caso la politica parlamentare è riuscita a imporre una decisione più creativa di quella che sembrava provenire dalle posizioni dei partiti e del governo. Il frame è una semplificazione. E va bene. Ma quando è una banalizzazione non va bene. Quando oscura i fatti ancora meno.

Anche perché questo fatto ha un’infinità di implicazioni. Se non capisco male, la nuova norma costituzionale concentra sullo Stato il compito di coordinare la strategia e l’azione digitale di tutto il settore pubblico, regioni comprese. Prima si limitava alle questioni relative alla standardizzazione del trattamento dei dati. E’ stata ripresentata da Forza Italia nel momento in cui Stefano Quintarelli di Scelta Civica rinunciava all’emendamento. Ed è stata votata anche dalla Lega (che quindi accetta un emendamento “centralizzatore”). Ed è piaciuta al Movimento 5 Stelle, che l’ha votata convintamente e pragmaticamente, nonostante avesse quella provenienza. E poi il moto parlamentare è riuscito a farsi ascoltare dal Governo, che in quel momento sembrava deciso a tutto pur di non perdere tempo e che invece si è fermato a riflettere. Sicché alla fine anche il Pd ha votato la proposta. La “fine del nazzareno” non ha impedito agli eletti di pensare e decidere bene. All’unanimità. Una scena troppo bella perché non se ne dia conto attentamente sui media. Il che probabilmente avverrà. Sanremo è stata un motivo di distrazione, ma si può ancora rimediare.

Ecco qui il video del dibattito in aula:

EXPOST

Si è anche cercato di capire che cosa resterà dell’EXPO allo Hangar Bicocca, sabato 7 febbraio, dove c’è stato un bello show di ottimismo sulla prossima esposizione universale di Milano. L’ex presidente del Brasile Lula ha fatto notare al “compagno presidente del Consiglio” che “i poveri non hanno un sindacato” e il papa Francesco ha detto che “la radice di ogni male è l’iniquità”. Il consiglio di leadership del papa è stato il più efficace: “passare dalle urgenze alle priorità” è il modo migliore secondo il papa per operare delle scelte. E questa frase, semplice e fortissima, è stata la più apprezzata e ripetuta di tutta la giornata.

Ma a un tavolo si è discusso di “che cosa resterà dell’EXPO”. E le cose dette sono state molte e spesso molto importanti. Inutile riassumerle. Voglio solo far notare che anche l’organizzazione delle esposizioni universali, a sua volta, studia che cosa resta degli Expo. E la risposta è sorprendente: gli Expo sono essenzialmente fenomeni educativi.

In effetti, per otto anni una società si prepara a raccontare un futuro. Pensa in anticipo alle conseguenze del racconto del futuro che si incarnerà nell’Expo. Noi abbiamo perso sette di quegli otto anni. Ma all’ultimo momento, come spesso facciamo noi italiani, stiamo tirando fuori idee forti e concrete. Non sarà un successo della preparazione e della profondità dell’evento. Sarà l’ennesima dimostrazione della predisposizine di fondo che abbiamo a fare le cose sempre all’ultimo momento con una sorta di millenaria profondità, che spesso nascondiamo sotto le nostre sciocchezze fuffarole. L’EXPO sarà una narrazione dell’ecologia del futuro, della necessità degli umani di imparare la sostenibilità, della concretezza della relazione ecologicamente consapevole tra tradizione e innovazione, che si vede ovviamente meglio che in altri settori nella filiera globale dell’alimentazione.

Pensarci ex-ante, per gli italiani, sembra sempre impossibile. Ci arriviamo giusto prima di essere costretti a osservare la storia ex-post. In quei momenti, rarissimi, quando siamo uniti per fare bella figura all’ultimo momento, talvolta, ci riusciamo. Vedremo. Alla fine non possiamo non augurarcelo. Non solo per il bene nostro: perché questa volta si parla del bene di tutti.

Disegno. Rivista per la nuova cultura industriale. Suggerimenti critici sulla banalizzazione maker

Il quarto numero di Disegno, la rivista che si occupa di cultura industriale a partire dall’esperienza del design, è bellissimo. Il notiziario si apre con la nascita della School of Sustainability, pensata da Mario Cucinella. E tra i servizi c’è tutto da leggere in quel bel mix di eleganza essenziale, profondità di conoscenza e semplicità di esposizione.

Io numero si apre con l’editoriale importante di Stefano Casciani. Il grande designer è stupefatto della banalizzazione del tema dei maker. Dice (taglio qualche parola): “Nello spettegolare dei media su tutto quanto fa spettacolo, torna ultimamente il tormentone del 3D printing come unico possibile futuro per il progetto, liberazione finale dei consumatori e via scherzando”. Un’iperbole, per Casciani, una serie di esagerazioni, prive di consapevolezza e votate al conformismo della moda. “E’ sintomatico che colui che è considerato uno dei guru dello stampaggio do it yourself, l’ex-editor di Wired Chris Anderson, nel suo pur fondamentale libro Makers cerchi di dimostrare come il 3D printing stesso può essere soprattutto un’occasione di business, senza preoccuparsi di eccessive considerazioni estetiche e tanto meno etiche”. La stampa di armi, il consumo di petrolio, l’incompetenza di design: tutto viene preso acriticamente in nome della “grande novità”. Tutto è centrato sulla finanza e il business. Tutto è orientato solo alla conquista di quote di mercato a suon di manipolazioni mediatiche.

Casciani pensa che il futuro del design sarà utopico o non sarà: il design è ricerca incarnata, ma il suo ruolo rischia di essere travolto dalla banalizzazione acritica del fenomeno dei “maker” della quale Anderson si è fatto guru e che la finanza si prepara a usare come ha usato i “social”, lo “sharing” e tutto quello che appare all’orizzonte delle novità che conquistano attenzione, magari con ideologie facili che conoscono la grammatica delle emozioni e entrano nel vocabolario alla moda. Per qualche anno.

IIT: una settimana da incubo provocata da chissà quali buone intenzioni

L’IIT è uno dei maggiori centri di ricerca italiani. L’istituto guidato da Roberto Cingolani è un esempio internazionale per metodo, risultati, gestione, velocità. La sua robotica è nella testa dell’innovazione globale e il suo robottino con la faccia di bambino è un’icona. I nuovi materiali a base organica aprono strade straordinarie per l’industria. I neuroni biologici che coltiva, la comprensione delle dinamiche dell’apprendimento, la produzione in casa delle macchine più avanzate per fare ricerca in collaborazione con i migliori produttori… Una pagina riassuntiva dell’IIT va venire voglia di saperne di più.

Cingolani_roberto-220x329La sua capacità di sviluppare ricerca che genera impresa l’aveva condotto a chiedere il permesso di investire nelle startup che escono dai suoi laboratori, non apportando denaro ma servizi. Assurdo che dovesse chiedere questo permesso, ma la legge come spesso accade in Italia non è un abilitatore chiaro e stabile, ma un limite opaco e instabile. La risposta, forse spinta da buone intenzioni, è stata di rilanciare: il decreto Investment Compact consente all’IIT di sviluppare un’attività commerciale, anzi incarica l’istituto di fare da venditore dei brevetti di tutto il sistema della ricerca. Una buona idea? Di certo fantasiosa e gratificante se non fosse per un piccolo problema: l’istituto dovrebbe svolgere questo nuovo incarico senza altre risorse e dunque abbandonando le precedenti attività di ricerca.

Il decreto, articolo 5 ai punti 2 e 3 dice:

2. Al fine di diffondere l’innovazione e di stimolare la competitivita’ del sistema produttivo, in particolare delle piccole e medie imprese, la Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia, anche attraverso le forme previste dall’articolo 4, comma 9, del presente decreto, provvede a:
a) sistematizzare a scopi informativi e di vendita i risultati della ricerca scientifica e tecnologica svolta negli enti pubblici di ricerca, le competenze scientifico-tecnologiche e le infrastrutture di ricerca presenti negli enti stessi;
b) istituire un sistema per la commercializzazione dei brevetti registrati da universita’, da enti di ricerca e da ricercatori del sistema pubblico e disponibili per l’utilizzazione da parte delle imprese;
c) fungere da tramite tra le imprese per lo scambio di informazioni e per la costituzione di reti tecnologiche o di ricerca tra esse.

3. Gli enti pubblici di ricerca sono tenuti a fornire alla Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia le informazioni necessarie per gli scopi di cui al comma 2, lettera a). La Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia e’ tenuta a retrocedere i proventi derivanti dalla vendita o dalla cessione del diritto d’uso di un brevetto o di un altro titolo di proprieta’ intellettuale, al netto dei costi, all’ente pubblico di ricerca di provenienza del brevetto stesso, che le abbia conferito mandato per la vendita o la cessione. Le universita’ possono stipulare accordi, contratti e convenzioni con la Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia per la valorizzazione dei risultati della ricerca scientifica e tecnologica, secondo le modalita’ previste dal presente articolo per gli enti pubblici di ricerca. Al fine di diffondere l’innovazione nel sistema delle piccole e medie imprese, la Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia puo’ stipulare accordi, convenzioni e contratti, comunque denominati, con il sistema camerale, con le associazioni delle imprese, con i distretti industriali e con le reti d’impresa. Le funzioni previste dai commi 2 e 3, sono svolte dalla Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Come si vede i nuovi compiti dell’IIT sono giganteschi e interessanti, ma anche impossibili da svolgere con le stesse risorse di prima senza rinunciare alle attività di prima.

Perché? Se lo chiedono all’istituto (IIT). Se lo chiede il Corriere. Sto a mia volta aspettando risposte. Ma tutti noi stiamo aspettando una correzione drastica di questa norma che appare, almeno fino a che non viene spiegata, come un pasticcio.

Un paese senza sovranità e senza Processo di Norimberga. Due libri e un video per guardare dall’alto il labirinto italiano

Le tecniche per uscire da un labirinto prevedono di solito di trovare una regola tattica-analitica che consenta di provare tutte le strade e ricordare quelle già sperimentate con insuccesso. Ma la regola strategica-sintetica è tentare di guardarlo dall’esterno. Umberto Eco è un esperto. E leggere la storia d’Italia dalla fine della guerra a oggi è come un labirinto. Dal quale occorrebbe venire fuori per poter guardare avanti. Non è escluso che sia arrivato il momento per riuscirci.

Due libri letti nello stesso momento indicano una possibile visione sintetica. Con l’aggiunta di un documentario della Bbc su Gladio intitolato Operation Gladio del 1992, citato da Umberto Eco nel suo Numero Zero, il primo dei due libri. E il secondo è Il golpe inglese di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino.

libro-numero-zeroEco racconta la storia di una redazione di giornale vagamente grottesca e di un’inchiesta approssimativa e incredibile sull’Italia del dopoguerra che però sfocia in una tragedia che paradossalmente l’avvalora. Fasanella e Cereghino raccontano i risultati di un’inchiesta documentata dalla quale si esce con la convinzione che la disinformazione abbia sempre vinto in Italia, che sia impossibile distinguere tra gli accadimenti e le testimonianze che artatamete li interpretano o li nascondono in questo paese.

libro-golpe-ingleseEntrambe le storie mostrano aspetti dell’Italia uscita dalla Seconda Guerra Mondiale come paese sconfitto e costretto a vivere sotto la tutela delle potenze vincitrici. Fasanella e Cereghino offrono una dimensione di lettura originale centrando il racconto sulla politica estera della Gran Bretagna nei confronti dell’Italia. L’Inghilterra appare in tutta la sua decadente trasformazione da immenso impero globale in un paese europeo importante ma certo non decisivo per il pianeta. Ma un paese che intende in ogni modo rallentare questo processo comportandosi il più a lungo possibile come potenza coloniale. E l’originalità della lettura sta nel fatto che mentre di solito l’Italia si sente succube della politica americana, in realtà sulla Penisola ha gravato anche l’interferenza inglese, legittimata dal ruolo della Gran Bretagna come potenza vincitrice incaricata di influire sulla politica italiana all’indomani dell’armistizio e della definizione dell’Italia come paese cobelligerante destinato dai patti internazionali a giocare un ruolo di secondo piano nell’ordine mondiale uscito dalla guerra.

La vicenda della politica inglese in Italia è – per Fasanella e Cereghino – alimentata da tre assi:
1. proteggere gli interessi petroliferi britannici nel Medio Oriente, a lungo un protettorato inglese
2. combattere l’avanzata sovietica in Europa e l’avanzata dei comunisti in Italia
3. alimentare culturamente ed economicamente una rete di alleati di ogni genere purché adatti a favorire la politica britannica: fascisti, mafiosi, strani massoni, liberali, giornalisti…

Nel libro di Fasanella e Cereghino, i nemici dei britannici sono sempre gli italiani che pensano all’interesse nazionale e lo perseguono con una politica indipendente e rischiosa per gli interessi britannici, che intendono a lungo in base alla visione del mondo di una potenza imperiale, anche quando l’impero non c’è più. Entrano nel gioco, e perdono, personaggi come Matteotti, Mattei, Moro. E le tragedie che li riguardano sono allusivamente collegate da Fasanella e Cereghino agli interessi inglesi. Sono ossessionati dal petrolio: Matteotti e Mattei sono nel mirino per questo, anche se ovviamente per motivi diversi. E sono ossessionati dalla stabilità politica anticomunista: Moro è nel mirino perché conduce la Dc all’apertura al compromesso storico con il Pci. Il libro è convincente soprattutto nelle parti dove ricostruisce i legami tra gli inglesi e i fascisti che, invece di essere esclusi nell’Italia democratica, vengono aiutati in tutti i modi a pesare e molto sulla politica italiana. Le vicende di Gladio, di piazza Fontana, persino delle Brigate Rosse, sono – nel libro – chiaramente segnate da persone che hanno rapporti con i servizi inglesi e con i fascisti che gli inglesi proteggono a lungo.

Umberto Eco sottolinea una questione di metodo. I collegamenti tra i documenti, i fatti acclarati, le persone dalle biografie ambigue, gli interessi internazionali, le tragedie e le loro interpretazioni non sono mai esenti da possibili forzature e manipolazioni. Le ipotesi interpretative vanno sottoposte a ricerche condotte in base a un’epistemologia storica della quale non dovrebbero fare a meno neppure i giornalisti. Una narrazione convincente non è sempre una narrazione documentata. E i moventi per gli assassini – politici – non sono sufficienti a definire le resposabilità. Ma un’inchiesta improbabile come quella del giornalista immaginato da Eco può essere messa a confronto con un’inchiesta come quella della Bbc, che nel 1992 ricostruisce la vicenda Gladio: e mostra come l’Italia sia stata una nazione priva di vera sovranità, sottoposta a pressioni enormi perché non si rendesse autonoma nella scelta del proprio destino, governata da persone che non potevano scegliere, manipolata da una strategia della tensione motivata da interessi stranieri. Non è un caso che i governi non abbiano credibilità in un paese così. E la domanda è questa: finita la Guerra Fredda il paese è stato tenuto sotto tutela per altri vent’anni. Ma adesso è davvero finita?

La Germania è ripartita dal Processo di Norimberga. Ed è oggi una potenza indipendente. L’Italia non ha avuto un analogo processo. Ed è sempre alla ricerca di un’impossibile indipendenza. Lo scioglimento della sua sovranità nel nuovo contesto europeo potrebbe aiutarla a trasformarsi in quello che ha perso l’occasione di essere: se non può essere un paese indipendente, può almeno partecipare a un nuovo paese, l’Europa, che ha molto più senso alla scala delle sfide contemporanee? Questo dipende anche da noi: questo potrebbe essere il finale di una storia e, finalmente, l’inizio di una nuova storia. Perso il Novecento, potrebbe guadagnare il Millennio.