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Matematica della distanza tra aspettative e realizzazioni. Le regole su internet

Il modello matematico che si usa per studiare la distanza tra aspettative e realtà è di solito basato sulla velocità. Ma dovrebbe essere basato sull’accelerazione. Questo cambia le previsioni e soprattutto la soddisfazione.

Per esempio. Le previsioni à la Mantellini sull’impossibilità di un contributo intelligente della politica italiana su internet sono basate su un metodo che prolunga il passato in una linea che prosegue verso il futuro. Non è una forma di scetticismo, è un metodo di previsione. (Che forse è migliorabile, ma questo lo vediamo dopo).

Il contesto teoretico di questo genere di “scetticismo razionale” è abbastanza chiaro: in passato, la politica politicante ha mantenuto alte le aspettative, ma le realizzazioni sono state deludenti. A fronte di questo fatto, per mantenere il controllo, si dovevano rilanciare le aspettative (magari cambiando governo) per allontanare di un po’ il momento della fatale delusione. Non è un modello che vale per il 100% dei casi: in qualche caso, mettiamo nel 2% dei casi, forse per errore, si arriva a una conclusione concreta e si apre la porta alla delusione. Il 98% della politica, dice infatti Mante, è una lunga chiacchiera che rilancia costantemente l’attenzione verso le aspettative e nasconde i motivi di delusione. Il 2% invece per qualche motivo esce dal circolo teatrale della politica ed entra nella realtà della policy: ma poiché siamo in Italia, dice Mante, nella maggior parte dei casi porta alla luce i motivi di delusione. Solo in casi sporadici arriva a un risultato soddisfacente. Proiettando in avanti questa esperienza non resta che astenersi dalla politica e dal tentativo di raggiungere qualche obiettivo, almeno nel settore che riguarda internet. E’ un approccio basato sulla linearità della velocità alla quale va di solito la politica italiana.

Coerentemente con questo approccio, Mante suggerisce di non fare nulla e aspettare che altri decidano. Questi altri per Mante sono all’estero (chissà se pensa all’Icann, all’Nsa, o ai regolatori degli stati stranieri oppure alle grandi piattaforme come Google e Facebook, questo Mante non lo dice). Degli italiani che oggi decidono sull’internet, come la Telecom Italia e gli altri grandi operatori, Mante non si cura, anche se sono proprio i principali generatori di alcune importanti regole sull’uso di internet in questo paese, per esempio quelle che regolano attualmente il diritto all’accesso. Questi operatori potrebbero fare altre regole se per esempio non fossero costretti da un regolatore a salvaguardare la net neutrality. Il punto a questo proposito è: se non le fa lo stato, le regole le fanno i privati e le piattaforme. Qualcuno le fa.

Inoltre, le cose non succedono in modo lineare, ma in modo geometrico. Se si apre un momento storico particolare, le nuove regole esplodono: ci si ricorderà di come, poco prima dell’avvento di internet, l’allora monopolista del servizio telefonico introdusse la Tut per far pagare le telefonate urbane a tempo. Quella regola rese molto costoso connettersi a internet con il modem, abbattendo le possibilità di un accesso universale a internet e aprendo la strada a nuove regole inventate da operatori che usavano l’interconnessione per offrire internet gratis in cambio di una quota di traffico di terminazione. Un esplosione di regole nuove, accelerate, avvenute in un particolare contesto storico, di fronte alle quali il regolatore pubblico non fece molto altro che deregolamentare e lasciar fare. Fu un grande momento positivo per internet, finito nella bolla, ma indubbiamente interessante. Le fase successive sono state scandite da altre accelerazioni: l’adsl, l’umts, l’avvento di Google, l’avvento di Facebook, l’internet mobile in versione Apple e poi Android, i cookies che seguono le persone ovunque vadano, l’Nsa… In un mondo fatto di accelerazioni, alcune tecnologiche, altre economiche, altre culturali, è improbabile che le previsioni basate sull’approccio lineare abbiano senso.

Che cosa se ne deduce sul piano delle regole pubbliche? Che sicuramente le regole pubbliche che inseguono i fenomeni non sono destinate a deludere, peggio: sono destinate quasi sempre a far danni. Sono invece interessanti le regole pensate per indirizzare proattivamente i fenomeni o per costruire un contesto di lunga durata per i fenomeni. L’approccio costituzionale è di questo tipo.

Ci sono fatti politici proattivi. Quando colgono i fenomeni interpretando i momenti storici di accelerazione. I casi in cui una policy proattiva ha modellato nuove opportunità non mancano. La normativa sulle startup, fatta da un ministro, uno staff adeguato, una task force (ne ero orgogliosamente parte), riunioni e consultazioni, un nuovo ministro con staff adeguato, un insieme di leggi e regolamenti attuativi portati a termine nel corso di un paio d’anni, ha effettivamente creato uno scenario nuovo per una delle questioni centrali anche per la realtà internettiana italiana: la possibilità di partecipare alla generazione di innovazioni con la logica delle startup. Se la gente della task force non avesse partecipato perché partiva da un approccio previsivo lineare la cosa non sarebbe venuta come è venuta. In realtà, l’approccio fu orientato all’interpretazione di un momento storico che avrebbe visto un’accelerazione di fenomeni e che poteva essere favorito da una normativa liberalizzante proattiva. Analogamente, per motivi diversi, è andata alla fatturazione elettronica, che potrebbe avere l’effetto significativo di facilitare l’accelerazione dei pagamenti della pubblica amministrazione ai fornitori. E se non ci avesse lavorato un’unità di missione (ne ero orgogliosamente parte) non sarebbe andata in fondo come è andata. I risultati delle azioni di una policy proattiva, insomma, possono avere risultati positivi. Quello che conta è valutare quei risultati in quanto tali. Se funzionano bene, se non funzionano male: ma questo è un lavoro da fare. Le probabilità che la policy riesca non sono pari a zero. Non è molto importante, invece, valutare i risultati delle policy in relazione alle aspettative elevate che si formano nel teatro politico. Anzi, varrebbe la pena di non considerare le aspettative per niente.

La grande politica è chiamata però a formulare una visione. E’ chiamata a cogliere i segni dei tempi e le accelerazioni che rendono possibile ciò che sembrava impossibile. Segni che giungono dalla società e dalla storia del presente, qualche volta anche dagli esperti, intellettuali, visionari che interpretano un momento storico e che contribuiscono per quanto sono capaci. Certo, non è detto che questi debbano stare nei tavoli. Se ci capitano non sarà certo per trasformarsi in qualcosa che non sono. Sarà casomai per portare le loro riflessioni. E sperare che servano a qualcosa. Le probabilità, nei momenti di accelerazione, non sono pari a zero. Imho.

Vedi anche:
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda
Gli intellettuali e il potere nel nuovo contesto culturale. Riflessioni molto personali
Gli intellettuali e l’ecologia dei media

Lo statuto della Siae

Per chi si domandasse a che titolo la Siae venderebbe gli iPhone a prezzo francese (Stampa), un’occhiata allo Statuto della Siae può essere, per assurdo, illuminante: perché dopo varie letture, si scopre che proprio non si capisce.

Chi vince piglia tutto: concentrazione, power law e net neutrality

La stima che non si può non provare per Carlo Alberto Carnevale Maffè, anche quando fa i suoi giochi di ruolo, impedisce di lasciar passare sotto silenzio la sua provocazione sulla net neutrality.

Dice Carlo Alberto che i dati parlano chiaro (a lui): la net neutrality (secondo lui) è un gioco in cui chi vince piglia tutto, cioè determina forme di mercato in cui ci sono pochi player dominanti e poco spazio per le piccole imprese; per provare questa idea mostra una tabella che dice qualcosa di molto diverso, cioè che nella app economy c’è una forte concentrazione (da DeveloperEconomics).

app_economy

Si è sbagliato, Carlo Alberto? Che c’entra la tabella con quello che dice? Ovviamente il suo è un ragionamento più sottile. Troppo sottile.

Che ci sia concentrazione nella app economy è un fenomeno emergente collegato alle regolarità tipiche di ogni rete.

Come scriveva Bernardo Huberman già negli anni Novanta nella competizione che avviene in ogni struttura a rete tende a esserci un grande vincitore per ogni categoria. L’effetto-rete infatti tende a dare geometricamente maggior valore alla tecnologia che viene usata di più e quindi quando una tecnologia decolla i competitori restano indietro, le risorse si concentrano sulla tecnologia vincente e alla fine ne resta una sola. Per ogni categoria.

Non ci stupisce la concentrazione nella app economy, dunque. Stupisce il collegamento “originale” di Carlo Alberto con la net neutrality. Andiamo a fondo.

In ogni rete c’è una tendenza alla concentrazione. La Microsoft degli anni Novanta aveva il sistema operativo dominante per effetto-rete. Google è il motore dominante per effetto-rete. Facebook è il social network dominante per purissimo effetto-rete. Che cosa c’entra la net neutrality? Un momento, ancora un passaggio…

Non solo nelle reti c’è concentrazione. Nell’automobile c’è concentrazione. Nella produzione di aerei per i passeggeri c’è iperconcentrazione. Qui la net neutrality proprio non c’entra. Anche nelle televisioni c’è concentrazione. E anche qui la net neutrality non c’entra. Anche nelle compagnie telefoniche c’è concentrazione: e sono loro che preferirebbero abolire la net neutrality…

Allora.

1. La concentrazione è un fenomeno del capitalismo che si collega a diversi fattori: mercati maturi, forti economie di scala, protezionismo statale, deregolamentazione del settore finanziario. (L’ultima è per provocare Carlo Alberto, ma è anche vera…).

2. La concentrazione nelle reti è un fenomeno tecnico delle reti. Ma vale per ogni categoria come spiegava Huberman. Cioè chi vince nei motori di ricerca non è detto che vinca nei social network. Chi vince nei sistemi operativi per pc non è detto che vinca nei sistemi operativi per telefonini. E così via.

3. La net neutrality è collegata alla concentrazione: ma esattamente al contrario di quanto sostiene Carlo Alberto.

In una rete neutrale nella quele improvvisamente si elimini la net neutrality, le forme di concentrazione acquisita rimangono. Niente le elimina. Quello che viene eliminato è la possibilità di nuove idee di provare a cercare il successo senza chiedere il permesso a chi controlla le reti. Viene eliminata la possibilità di fare concorrenza ai player dominanti esistenti.

Nelle reti neutrali chi innova può provare a cercare il successo senza chiedere il permesso a nessuno. Se riesce a inventare una nuova categoria di rete (come ha fatto Steve Jobs con l’iPhone) o a giocare meglio di altri in una categoria emergente (come è successo a Facebook), può sperare di acquisire una certa forza di mercato e dominare la sua categoria. Abbassando dunque la concentrazione nel sistema internet nel suo complesso. Se non c’è net neutrality questo non può avvenire.

La prova è data da ciò che avviene nella rete mobile dove non c’è neutralità: in quel contesto, gli operatori possono scegliere a quali applicazioni concedere la loro rete e alcuni di essi hanno impedito per esempio l’uso di Skype. Il che significa che senza neutralità non si fa innovazione senza chiedere il permesso degli operatori. Se un’innovazione non piace agli operatori non può andare sul mercato, come sarebbe accaduto a Skype se non ci fosse stata neutralità nella rete fissa. Senza neutralità dunque c’è più concentrazione non meno concentrazione.

L’oscurantismo, la ricerca, i diritti umani. E la Commissione alla Camera per i principi dell’Internet Bill of Rights

Vale la pena di dedicare attenzione ai lavori della “Commissione di studio promossa dalla Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, per elaborare principi e linee guida in tema di garanzie, diritti e doveri per l’uso di Internet”?

Per rispondere positivamente occorrerebbe ipotizzare che il tema sia legittimo e importante, che la partecipazione allo studio sia aperta ai cittadini di buona volontà che vogliono contribuire civicamente e che il risultato possa effettivamente avere un valore intellettuale, politico e organizzativo.

Si tratta di ipotesi che possono effettivamente trovare una verifica solo all’atto pratico, cioè seguendo i lavori (e giusto per trasparenza avrò modo di seguirli direttamente avendo ricevuto l’onore di essere invitato a partecipare alla Commissione). Discutendo di questi aspetti, molti hanno già risposto positivamente o negativamente. Vale la pena di osservare in proposito che una valutazione preliminare su queste cose è necessaria, ma una risposta certa alle ipotesi citate rischia di essere vagamente ideologica – in positivo o in negativo – oppure basata su uno scetticismo radicato, non privo di motivazioni ma certamente inutile a chi speri che si possa tirar fuori un risultato positivo da una nuova sfida. Anche perché le previsioni sui risultati di un’azione non si possono basare solo sull’esperienza precedente: in effetti, ciò che avverrà dipende da chi partecipa, in aula e sui media civici. Sappiamo infatti che la Commissione funzionerà alimentando e ascoltando anche una consultazione aperta in rete: con questo almeno la seconda delle tre ipotesi trova già risposta. Per il resto, anche in questo caso, il futuro non è ciò che succederà ma la conseguenza di ciò che facciamo.

Per prepararci alla prima questione – se cioè il tema sia legittimo e importante – si deve affrontare di petto il tema di fondo di molte discussioni sulla relazione tra norme e internet. Esiste infatti un’idea diffusa secondo la quale internet non abbia bisogno di intervento normativo, perché funziona bene com’è e perché qualunque intervento normativo rischia di rovinarla. E – accidenti! – quel rischio è talmente reale, come si è dimostrato in una quantità di casi così grande, che si fatica a dipanare la matassa.

Ma prendiamo il caso fondamentale della net neutrality. Internet funziona bene com’è se la rete è neutrale nei confronti dei pacchetti di dati che la percorrono. Se non c’è net neutrality non c’è internet. E qualcuno che faccia la norma che garantisce la net neutrality c’è: può essere la compagnia telefonica che gestisce la rete, può essere la comunità dei tecnici che progettano la rete, può essere lo stato o una comunità di stati. Molte telco tendono a sperare di poter abolire la net neutrality per sostituirla con un concetto più vago di “internet aperta” ma il cui traffico può essere prioritizzato a loro discrezione. Un gruppo di società – tra le quali Google, Facebook, Netflix, eBay come si diceva – chiede invece che la net neutrality sia garantita per legge ed estesa anche alla rete mobile. Moltissimi cittadini non sanno di che cosa si sta parlando. Ma appena viene spiegata la questione, non si fatica a comprendere che dalla net neutrality dipende l’innovatività del sistema, perché essa non concede ai poteri economici esistenti l’arbitrio sull’innovazione – e sull’informazione – che può e non può arrivare a proporsi ai cittadini. In Brasile lo stato è intervenuto con il Marco Civil e ha stabilito che la net neutrality va garantita per legge. Se non c’è una legge, le compagnie non possono fare ciò che vogliono. Se non c’è una legge la net neutrality non è garantita. Questa è una scelta che può essere legittimamente posta all’attenzione di un organismo politico come il Parlamento. Altrimenti i cittadini sensibili al tema potranno difendersi soltanto costruendosi una nuova rete, neutrale non per legge ma per regola cooperativistica: ma, per la verità, questa è un’alternativa inutilmente utopistica.

La net neutrality garantita dalla legge è un esempio di una regola di tipo “costituzionale” per la rete.

Un altro esempio può essere il diritto di accesso universale in larga banda. Se la società della conoscenza può essere vissuta appieno solo avendo la possibilità di accedere alla rete in condizioni adeguate e se il mercato non è in grado di raggiungere ogni area abitata, è legittimo che un intervento normativo si occupi della questione.

Forse fin qui si può immaginare un consenso relativamente largo. Anche se gli avversari della net neutrality sono potenti lobbisti non si può negare che il tema – qualunque sia la scelta che si prenderà – sia legittimamente un tema adatto a essere preso in considerazione dalle norme. E anche se il diritto all’accesso universale andrebbe certamente accompagnato dal diritto a un’istruzione significaticamente diffusa all’uso della rete e dal diritto ad avere servizi pubblici adeguati che ne motivino l’utilizzo. Si tratta peraltro di corollari importantissimi che non mettono in discussione la legittimità di normare il diritto all’accesso.

Di certo, le controversie diventano più intricate quando si va su temi più puntuali come il copyright, le tasse, il cyberbullismo e molte altre questioni che inducono i legislatori a proporre leggi dedicate a internet.

A questo proposito la Commissione – va sottolineato – non si occupa delle singole norme ma del metodo con il quale si prendono in considerazione e si adottano. Quindi su questo si può arrivare a una forma “costituzionale”, una forma di metodo, che sia orientato a indirizzare le norme in materie collegate a internet in modo che tengano conto consapevolmente della complessità dell’ecosistema internettiano. Chissà se uscirà una indicazione sulla necessità di un processo multistakeholder. Chissà se si riuscirà a stabilire che le linee guida devono tener conto di una valutazione di impatto digitale. Chissà se si potrà arrivare a suggerire un approccio equilibrato in modo che l’intervento in un particolare settore non sia tale da produrre conseguenze negative in un altro settore nell’inconsapevolezza del legislatore. Questo è il tema costituzionale della Commissione: come garantire che le nuove leggi relative a internet non siano create se se ne può fare a meno e che se sono create siano consapevoli dell’equilibrio degli interessi e dei diritti che presumibilmente vanno a toccare. Tutto questo è estremamente complicato, ma se non si pone il problema non se ne esce e continuiamo a vivere in uno stillicidio di tentativi normativi pericolosi e inconsapevoli: con la conseguenza di continue fiammate di opposizione che finiscono per alimentare un approccio ideologico alle questioni internettiane che presenta limiti molto significativi.

Un’ideologia fondamentalista oscura ogni tentativo di ricerca volta alla comprensione di come stanno le cose in nome di un’interpretazione del mondo che conquista gli animi ma diventa potere. In “Edeologia, Critica del fondamentalismo digitale”, qualche anno fa, mi sono esercitato intorno all’idea che questo fenomeno appartenesse anche al modo con il quale qualcuno interpretava la rete internet. Libro ingenuo, Edeologia (con la “e” di elettronica ovviamente), reagiva alle catastrofiche conseguenze della strumentalizzazione finanziaria del senso di internet sul finire degli anni Novanta che era sfociata nella bolla e nel suo scoppio. Le crisi finanziarie non sarebbero mancate anche successivamente, separate da internet: ma l’edeologia avrebbe continuato latente e in alcuni casi evidente.

Un’ideologia può avere una funzione positiva. Nel caso della rete – una tecnologia che non ha alcun valore se nessuno la usa ma che acquista enorme valore se molti la usano – l’edeologia è servita a convincere le persone a dedicare tempo a internet prima che questa avesse valore in vista di un valore successivo che effettivamente si è realizzato. Ma questo si applica anche ad altre tecnologie di rete, meno neutrali e innocenti, come le piattaforme per la ricerca di informazioni in rete, i social network privati, i servizi che servono a cercare l’anima gemella e così via. Una tensione ideologica resta latente nella rete proprio perché ogni volta è indirizzata a convincere la gente a usare una tecnologia che all’inizio non ha valore e solo quando viene usata ne acquista. Creando non poche conseguenze negative.

Se si lascia solo alle piattaforme private e ai gestori privati delle reti il potere di fare le vere norme che guidano il comportamento delle persone in rete si rischia di perdere quello che la rete come bene comune è riuscita a creare finora. Un’ideologia che si opponga all’intervento pubblico in materia di internet in ogni situazione e su ogni aspetto finisce semplicemente per rafforzare il potere delle grandi compagnie private e ridurre conseguentemente quello dei cittadini. Un’ideologia americanofila che si accontenta di ripetere i mantra lanciati da Silicon Valley non serve all’evoluzione di internet come grande tecnologia innovativa e serve soltanto il successo delle proposte delle compagnie private.

Allo stesso modo, un approccio normativo statalista che pensa in modo distorto alla rete e interviene in modo capillare e inconsapevole è a sua volta enormemente negativo sullo sviluppo innovativo della rete. E imparare dagli americani non è certo un male da questo punto di vista.

Ma si può fare di più. Si può fare ricerca, senza oscurantismo, sulla possibilità di arrivare a una sorta di approccio costituzionale alla rete, in nome dei diritti umani e dell’equilibrio dell’ambiente digitale. È un percorso di ricerca che parte dalla tradizione illuminista intorno ai diritti umani e dalla prassi innovativa dell’ecologia. I successi di questi percorsi ci impediscono di pensare che sia impossibile arrivare a una consapevolezza sull’”ecologia di internet” e sul rilancio dei diritti umani in un’epoca in cui sembra ce ne sia crescente bisogno, non solo nei confronti dell’autocrazia politica ma anche nei confronti della tecnocrazia. Per questo discutere di un Internet Bill of Rights è legittimo e può anche finire con un risultato utile. Dipenderà dai membri della Commissione e soprattutto dai cittadini che parteciperanno alla consultazione.

Da leggere:
Vincenzo Ferrone, Storia dei diritti dell’uomo, Laterza 2014
Marc Augé, L’antropologo e il mondo globale, Cortina 2014 (v.o. 2013)
Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza 2012
Antonio Floridia, La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi, Carocci 2012
Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Nottetempo 2014 (v.o. 2012)

Fcc, Google, Facebook, Netflix, eBay, e la net neutrality

La FCC ha chiuso con un crash del sito la consultazione sulla net neutrality. Gli oppositori associati per l’occasione – tra gli altri Google, Facebook, Netflix, eBay – chiedono regole semplici che impediscano la prioritizzazione sia sull’internet fissa che su quella mobile. (Variety, Reuters, ArsTechnica).

Il presidente dell’associazione, Michael Beckerman, ha detto alla Reuters: “We’re going to be getting pretty vocal about this issue. It doesn’t make sense anymore to differentiate the way net neutrality applies to mobile and wireline.”

Tom Wheeler presidente di FCC ha cercato di prendersi le sue responsabilità: “If it hurts competition, if it hurts consumers, if it hurts innovation, I’m against it and we’re not going to tolerate it.” (Reuters)

Porte a Venezia

Dal punto di vista politico l’apertura delle porte europee alle istanze proposte dall’Italia resta problematica. Almeno a giudicare dalle reazioni odierne ai discorsi sull’agenda digitale sui giornali internazionali.

Nonostante che la conferenza di oggi sul digitale con Matteo Renzi e Neelie Kroes sia stata in inglese, per ora su Google News appare poco. C’è una Reuters che ovviamente riguarda il deficit e gli investimenti: Italy PM says wants digital technology spending stripped from deficits. C’è Handelsblatt: Gegenwind für italienische Forderungen in der EU sullo stesso tema. C’è SvD: Flexibilitet – sydligt modeord i EU, stesso argomento. Kroes si era presa qualche rischio sostenendo che l’investimento digitale dovrebbe essere sottratto ai vincoli di bilancio antideficit.

Per adesso, nei titoli raccolti da Google News, Venezia appare più spesso, ancora, per le dimissioni del sindaco e gli scandali (ma è ancora presto).

In ogni caso, sia nei temi di oggi come il digitale sia nei temi di sempre come la corruzione, il trattamento internazionale è spesso concentrato su una domanda ossessiva (e non infondata): ci si può fidare dell’Italia?

Le porte a Venezia restano abbastanza socchiuse.

Il genio politico di Guido: il vero esperimento di Facebook

Guido Vetere ha avuto un’intuizione di prima grandezza scrivendo il suo post dell’altro giorno sul caso della manipolazione degli account Facebook a fini “scientifici”. Il pezzo è sul suo blog.

Guido si domanda quale sia stato il vero esperimento compiuto da Facebook. IL paper pubblicato e pubblicizzato nei giorni scorsi non scopre nulla di sorprendente. Ma il vero esperimento è cominciato adesso. Di che si tratta?

Azzardo un’ipotesi: il vero esperimento di Facebook inizia adesso. Si tratta di valutare l’impatto della notizia-shock sul mondo. Quanti utenti abbandoneranno la piattaforma? Calerà il numero dei nuovi iscritti? Governi e autorità sovranazionali metteranno mano a nuove regole?Se tutto continuerà come prima, Facebook avrà dimostrato una cosa assai meno banale e risaputa del priming: e cioè che il mondo è prono a qualsiasi manipolazione da parte di chi possegga porzioni significative delle reti di comunicazione sociale. Ottima notizia per chi sulla passività popolare lucra potere e soldi.

Vedi anche:
Fuffa e manipolazione
Facebook — the Big Tobacco of Social Media

Compenso poco equo e difeso malamente. Parlano Caselli, Conte, Ghezzi, Guccini ecc

I veri cultori della poetica musicale italiana sono sempre stati disposti a pagare per ascoltarla. E sarebbero felici di farlo direttamente soprattutto a favore dei grandi artisti che hanno bisogno di sostentamento. E forse anche a favore degli artisti ricchi o benestanti, per gratitudine. Un fondo pubblico per loro pagato con tasse o meglio col 5 per mille non sarebbe probabilmente deserto.

Ma l’aumento del cosiddetto equo compenso recentemente approvato dal governo non cessa di provocare polemiche. I principali difensori lo vedono come un modo di ripagare la copia privata che si fa su una memoria digitale chi compra legalmente un bene soggetto a copyright. I principali oppositori dicono che è ingiusto far pagare questa cosa anche a chi non fa nessuna copia privata. Ma il sottotesto è un altro: gli editori e qualche autore difendono il cosiddetto equo compenso pensando che compensi della pirateria. Se ne parlava così ai tempi del ministro Bondi. Ma la corte di giustizia europea ha stabilito che così non può essere.

Sicché non si dice anche quando lo si pensa che l’equità del compenso è relativa alla pirateria. Lo si vede chiaramente anche nella nota diffusa l’altro giorno da alcuni autori attraverso la MnItalia e giunta via mail:

COPIA PRIVATA / GUCCINI, GUALAZZI E MORRICONE DIFENDONO L’IMPEGNO DI FRANCESCHINI
Roma, 6 luglio – ”Attaccare l’adeguamento delle tariffe sull’equo compenso e’ dare un ennesimo schiaffo alla creatività’, alla cultura italiana e alla sua indipendenza. Contrariamente a quanto generalmente e tristemente avvenuto in questo Paese, il ministro Franceschini si é impegnato, con il Governo, a sostenere la Cultura del nostro Paese, che é un bene pubblico ed economico da difendere, adeguando con questo provvedimento, che non e’ una tassa sulle intenzioni ma sulla realtà dei fatti e dei dati, la tutela degli artisti e degli autori italiani a quella degli altri più importanti paesi europei. Sarebbe bene iniziare a rispettare la cultura e non snobbarla”. Così, in una nota congiunta, Caterina Caselli, Paolo Conte, Dori Ghezzi, Francesco Guccini, Raphael Gualazzi ed Ennio Morricone.

La frase rivelatoria è “non e’ una tassa sulle intenzioni ma sulla realtà dei fatti e dei dati”. Si ammette in effetti che è una tassa, cosa che tutti i difensori più diplomatici negano e tutti i cittadini pensano. E la si connette a fantomatiche intenzioni (di chi?) e ancor più sfuggenti dati (raccolti da chi?) e fatti (che riguardano che cosa?). Si dice che è una tutela degli artisti e degli autori italiani. Ma da che cosa vanno tutelati? Dai temibili clienti che dopo aver comprato un disco se lo copiano sul computer per sentirlo anche con l’iPod? Oppure dai pirati? Non c’è risposta nella nota. Perché non c’è? Perché agli autori mancano le parole? O per non dire quello che non si può dire?

Ma mettiamo che sia un compenso per la copia privata. E mettiamo che sia ammissibile che quel compenso lo debba pagare sia chi si fa una copia privata sia chi non se la fa. Ma perché l’adeguamento? C’è forse stato un tale drammatico aumento delle copie private su telefonini che motivi il 500% di aumento del compenso per quegli apparecchi? Sbaglio o questo significherebbe che a monte c’è stato un aumento del 500% delle copie vendute legalmente (e poi copiate privatamente sui telefonini)? Non risulta che sia andata così. Quindi l’adeguamento deve essere riferito a un altro fenomeno, non alla copia privata. Ma non si può dire a quale fenomeno si pensi.

La pirateria peraltro è cambiata. La gente ormai scarica sempre meno copie piratate. Sempre più spesso guarda e sente in streaming. E se questa impressione è vera, il riferimento alle memorie come base per pagare l’equo compenso diventa obsoleto. In effetti, dopo anni un adeguamento era dovuto: ma al ribasso, non al rialzo.

Tutto questo non c’entra nulla con la difesa degli autori. Una tassa, come ammettono i beniamini del pubblico, per tutelare gli autori potrebbe essere persino ben accetta dai loro fan. Se gli autori devono campare di sostegno pubblico e riescono a motivare questo bisogno probabilmente otterrebbero l’appoggio di molti cittadini. La cultura è spesso oggetto di finanziamento pubblico.

Ma non si capisce perché passare per questo accrocchio, con metodi così indiretti e lontani dalla realtà.

Fuffa e manipolazione. Esperimenti di Facebook sugli utenti, tipo: “se ti selezioniamo solo i post degli amici contenti tu sei più contento?”

Che cosa succede se vediamo che gli amici e i conoscenti sono contenti? Proviamo invidia o siamo contenti anche noi? Secondo uno studio condotto su oltre 600 mila persone per una settimana, è probabile che se vediamo che gli altri sono contenti, anche noi lo siamo. E viceversa. La felicità e la gioia sono contagiose. Come la depressione e la noia.

Ma come è stato fatto questo studio? Manipolando i post che oltre 600 mila persone trovavano su Facebook. Stupisce un po’, ma a quanto pare Facebook ha condotto uno studio sugli utenti modificando per via algoritmica il genere di post che ricevevano per vedere l’effetto che faceva su di loro: se facevano vedere prevalentemente post contenti gli utenti diventavano più contenti; se facevano vedere solo post depressi gli utenti diventavano depressi (Forbes e AnimalNY). E i ricercatori hanno pubblicato un paper intitolato “Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks” che riporta i risultati del loro lavoro:

We show, via a massive (N = 689,003) experiment on Facebook, that emotional states can be transferred to others via emotional contagion, leading people to experience the same emotions without their awareness. We provide experimental evidence that emotional contagion occurs without direct interaction between people (exposure to a friend expressing an emotion is sufficient), and in the complete absence of nonverbal cues.

Uno degli autori, Adam Kramer, data scientist, spiega come essere a Facebook sia una fortuna per uno che voglia fare ricerca sulle emozioni collettive.

A quanto pare nessuno dei ricercatori si è posto il problema etico di manipolare le pagine che gli utenti vedono su Facebook senza avvertirli per studiare le loro reazioni e pubblicare un paper. Ovviamente i termini e condizioni di Facebook consentono tutto questo. Basta saperlo.

Ma la conseguenza di questo studio è anche un’altra. Con internet diventa abbastanza semplice inventare nuove forme di manipolazione della visione del mondo delle popolazioni. La televisione resta ancora la regina della manipolazione, evidentemente, ma internet comincia a essere usato in questo senso e può diventare piuttosto efficace (cfr: Agenda setting e altre forme di design della mente, per così dire, per via mediatica, con il famoso caso ricostruito da Ilvo Diamanti da non dimenticare mai sulla televisione e la sensazione di insicurezza degli italiani negli anni attorno al 2006-2007; cfr. Credimi!). Questo funziona tanto meglio quanto più l’attenzione e il traffico su internet si concentra sulle piattaforme giganti e quanto meno è distribuito tra molte modalità di utilizzo e partecipazione. Evidentemente questo è un altro motivo per considerare la net neutrality una garanzia fondamentale per i diritti degli utenti: almeno se qualcosa non va si può tentare di realizzare una soluzione alternativa. Ma la manipolazione via internet funziona anche per settori abbastanza di nicchie e su piattaforme meno gigantesche ma ben studiate per gestire messaggi a una direzione.

C’è anche, insomma, una conseguenza di merito: le emozioni sono contagiose e se i messaggi sono omogenei ci muoviamo in gruppo. Soprattutto quando abbiamo poca consapevolezza delle motivazioni possibilmente manipolatorie dei messaggi positivi o negativi che riceviamo.

Essere consapevoli operando sui media è una condizione di libertà. La fuffa emozionante è manipolatoria. I maestri del tifo sono manipolatori. La conseguenza che generano è che probabilmente una parte dei loro seguaci abbassano il livello del senso critico. Se abbassano il senso critico possono anche finire col compiere scelte sbagliate. Un ambiente gestito per alimentare un entusiasmo senza critica è un ambiente nel quale aumentano le probabilità di truffe e disillusioni. La cosa è più concreta di quanto sembri. Ci sono mille esempi di sette, comunità chiuse, sistemi per approfittare della debolezza dei singoli ma anche della forza di trascinamento dei gruppi: il contagio delle emozioni è un fenomeno ormai chiaro e alimenta precise tecniche di manipolazione.

È successo all’epoca della bolla delle dot.com. Tutti entusiasti. Molte persone hanno perso il senso critico. Tantissimi sono restati col cerino in mano.

Sta succedendo anche nella piccola bolla delle startup in Italia? Certo di qualche imbroglio si comincia a sentir parlare. E non stupisce che avvenga proprio negli ambienti che meglio gestiscono la generazione di entusiasmo, anche a scapito del senso critico e della competenza.

Come all’epoca delle dot.com la bolla non era causata da internet ma da chi approfittava della credulità della gente, così oggi i problemi non sono certo delle startup, ma di chi approfitta della debolezza degli altri.

Un sistema mediatico scoraggiante e tale da generare solo scetticismo è altrettanto negativo e in certi casi anche di più.

Occorre un’ecologia dei media. Alla ricerca di un equilibrio. Senza paura dell’apparente impopolarità di chi non segue acriticamente il gruppo ma con il coraggio di sviluppare progetti sensati.

Spesso negli ambienti in cui si coltiva la visione critica l’entusiasmo diminuisce e i numeri che segnalano l’attenzione delle persone si abbassano. Nel breve periodo. Ma nel lungo termine valgono di più. Può essere noioso cercare di entrare per esempio in un acceleratore professionale per sviluppare la startup, ma è anche così che si costruisce un’impresa. Occorre imparare tanto. E soprattutto saper distinguere, dentro e fuori di sé, tra la fuffa e i fatti. Il senso critico si apprende con l’esperienza. E facendo esperienza l’entusiasmo si rafforza con il feedback che arriva dai fatti e non solo dalle parole di chi ci incoraggia. Il senso critico, empirico, non è solo un crap detector per non prendere cantonate: è anche uno strumento per coltivare una gioia più profonda, che non dipende solo dal contagio degli altri, che nasce soprattutto da noi stessi in relazione ai nostri progetti e alle capacità che acquistiamo per realizzarli.

Corte suprema: lo smartphone è parte dell’anatomia umana

La privacy non è destinata al passato. La Corte suprema ha deciso che lo smartphone non può essere perquisito dalla polizia senza mandato. Perché contiene tanti e tali dati personali che una perquisizione senza mandato sarebbe sproporzionata. La ricerca di un equilibrio tra repressione del crimine e privacy deve tener conto del fatto che ormai lo smartphone è come se fosse parte del corpo umano (Nytimes)

Sarebbe interessante essere certi che questo si estenda ai computer (ormai connessi alle stesse cloud dei cellulari). E soprattutto sarebbe interessante scoprire come si possa estendere ai cittadini stranieri che in America – almeno da Bush Jr. in poi – sono considerati esseri umani un po’ meno uguali degli altri.

La corte suprema, la proprietà intellettuale e l’applicazione dei principi

C’è chi riesce a fermarsi alla seguente affermazione: “i brevetti sono un modo per ripagare l’industria degli investimenti che compie in ricerca”. Non approfondisce di quali brevetti parla e di quali conseguenze genera l’interpretazione della normativa sui brevetti. Allo stesso modo c’è chi riesce a fermarsi a un’analoga affermazione sul copyright (“ripaga gli autori della loro fatica”) senza riconoscere le diverse conseguenze che provoca la durata del copyright, l’estensione della sua applicazione, le modalità del suo enforcement.

Chi parla solo per principi indiscutibili e generici provoca danni, per esempio difendendo cose come il “brevetto dei metodi incarnati in un software” in America e l’”equo” compenso per la copia privata in Italia.

Ma la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso che un brevetto concesso su un’idea consolidata incarnata in un software non poteva essere valido. Con questa decisione secondo molti osservatori, la Corte ha bloccato l’espasione e in parte minato l’esistenza dei brevetti sul software che non sono legati al funzionamento delle macchine.

Che cosa significa? Per chi ragiona solo in termini di principio significa che la Corte ha attaccato il libero mercato e il finanziamento della ricerca. In realtà, ha abbattuto uno dei motivi di litigio inutile e dannoso nell’industria tecnologica, aprendo la strada a un approccio più europeo alla questione. E l’incremento esplosivo dell’”equo compenso” sui telefonini italiani per ripagare autori ed editori è invece una soluzione che dimostra quanto l’Italia sia governata da veri liberisti? In realtà, dimostra che una lobby (Siae) ha vinto su un’altra (Confindustria digitale), come riporta la Stampa.

National security archive. Per il diritto di sapere (tema caldo in tempi di diritto all’oblio)

Gli archivi non cessano di affascinare. Il National security archive della George Washington University raccoglie i dati e le storie desecretate in America. Il sito è super-interessante. Finestre su storie politiche documentate che in passato erano troppo impopolari per essere rese pubbliche.

La politica americana non ha certo raccontato ai contemporanei come ha preparato il Golpe contro Allende in Cile. O come ha vissuto il genocidio del Ruanda. O come ha operato attraverso i servizi segreti nel corso del 1947-1948 in Italia, dove i comunisti avanzavano. Il National security archive mette in luce i documenti che oggi si possono leggere. E combatte contro i segreti che restano tali, come il comportamento della Cia nel corso della crisi della Baia dei porci.

Si tratta di notizie che abbiamo diritto di sapere. E anche in Italia ci vorrebbe uno strumento così. Con tutti i segreti spesso macabri della nostra politica che abbiamo finito – per così dire – per assorbire nell’inconscio collettivo italiano, liberarci significa anche sapere. Il diritto di sapere è democratico.

Almeno tanto quanto il diritto all’oblio. La differenza, di solito, si fa sulla base del valore pubblico delle informazioni critiche: se un privato sconosciuto cittadino vuole proteggere la sua riconquistata onorabilità facendo togliere i link che portano alle informazioni sui suoi guai passati dal motore di ricerca ha il diritto di farlo, dice la Corte Ue. Le è una persona pubblica non ha lo stesso diritto. Va bene.

Il fatto è che la storia si comprende andando a vedere sia le storie dei grandi uomini politici sia le storie dei comuni cittadini. La storia non ha confini se non quelli che impone la mancanza di curiosità. E poi chi dice che una persona ha valore pubblico?

La soluzione trovata finora dalla Corte Ue e da Google è abbastanza insoddisfacente. Dobbiamo andare oltre. Domande: l’algoritmo potrebbe dare un peso diverso alle storie passate ma non eliminarle dalla ricerca? oppure potrebbe imporre ai risultati delle ricerche sulle persone di apparire in una pagina in modo da dare al primo sguardo le notizie vecchie e nuove senza fermarsi solo a quelle molto linkate in passato? Queste o altre idee migliori potrebbero salvare il diritto di una persona ad avere un’immagine digitale completa e non parziale, ma anche il diritto della cittadinanza all’accesso ai documenti che consentono di sapere, o almeno di ricostruire, con qualche fatica in più forse, tutte le storie possibili.

Ci si può ancora sentire fortunati con Google?

Scrivevo di interfaccia. E sono andato alla home di Google… E ora ho una domanda.

La meravigliosa interfaccia del Google originario non è cambiata molto in fondo. C’è sempre quella splendida finestra centrale con i due bottoni: uno lancia la search, l’altro (“mi sento fortunato”) manda al primo risultato trovato dal motore. Per molto tempo questo secondo bottone è stato un gesto di generosità da parte di Google che naturalmente perdeva click sulle pagine con la sua pubblicità se la gente di sentiva fortunata e andava subito al sito di destinazione.

Ovviamente ci sono mille novità nella pagina spartana di Google. E forse alcune non le proviamo mai. In particolare, visto che è da un pezzo che non vado sulla home di Google perché uso il motore direttamente dalla finestrella-indirizzo del browser, non mi ero accorto che “mi sento fortunato” è diventato – almeno per me – molto più difficile da usare.

Appena metto una lettera nella finestrella centrale della pagina base di Google, il motore comincia a suggerirmi delle parole da cercare e mi manda in una nuova pagina già pronta per contenere le risposte alla search. In questo caso non riesco ad andare a “mi sento fortunato” perché sparisce. Se vado nei settings e tolgo i suggerimenti mi lascia nella pagina originaria e mi consente di dire “mi sento fortunato”. Ma ovviamente questo avverrà con infinitamente meno probabilità di prima.

Il famoso bottone generoso c’è ancora, ma è trattato meno generosamente. (La prova è stata fatta su un MacBookPro e con Safari 6.1.3 senza essere loggato sul servizio Google). A voi succede la stessa cosa?

Un mercato delle decisioni? Anche per la Nsa la privacy non esiste. Ma è un diritto umano…

In un articolo di Trevor Timm sul Guardian c’è una ricostruzione delle argomentazioni piuttosto fittizie che il governo americano ha addotto per depistare la comprensione delle reali attività della Nsa. Ma c’è un passaggio in cui cercano di uscire dal labirinto che le autorità americane hanno cercato di creare con un taglio netto. E dichiarano una visione della privacy particolarmente drastica: in pratica se i cittadini americani hanno comunicazioni internazionali non hanno privacy.

“The privacy rights of US persons in international communications are significantly diminished, if not completely eliminated, when those communications have been transmitted to or obtained from non-US persons located outside the United States.”

La Dichiarazione universale dei diritti umani, che gli americani hanno adottato, dice all’articolo 12:

“No one shall be subjected to arbitrary interference with his privacy, family, home or correspondence, nor to attacks upon his honour and reputation. Everyone has the right to the protection of the law against such interference or attacks.”

Le indagini a tappeto della Nsa non si curano di questo. E il governo americano invece di equilibrare l’azione sfrenata della Nsa si giustifica distinguendo tra la privacy degli americani tra loro e la privacy – a questo punto inesistente – degli americani che comunicano a livello internazionale. Non parliamo di quella di chi non è americano per niente.

Una lettura immediata del fenomeno conduce a una reazione diretta al giudizio: quando gli americani riprendono l’antica politica estera dei diritti umani, cosa che talvolta si ricordano di fare nonostante gli interessi economici li rendano prudenti su questo punto, dovrebbero tentare di essere anche coerenti.

Ma una lettura un po’ più approfondita conduce a una riflessione strutturale: gli americani non sono coerenti perché la loro politica non è più – se mai lo è stata – un sistema unitario ma una sorta di mercato delle decisioni, nel quale si confrontano e interagiscono in modo complesso diversi attori: il denaro delle lobby, il potere autonomo delle grandi agenzie, i politici focalizzati su una campagna elettorale perenne che si è trasformata come mostrato da 60minutes in una vera e propria attività a scopo di lucro personale.

È una finestra su un cambiamento strutturale – se non di realtà almeno di percezione – dell’assetto della democrazia leader del pianeta. E mentre l’India va verso un sistema più concentrato sulle radici religiose, la Cina costruisce il suo successo con qualche rischio ma con risultati spettacolari anche senza democrazia, la Russia preoccupa per il nazionalismo vagamente aggressivo, ci resta un punto di riferimento per l’avanzamento di un sistema pacifico di convivenza umana: il processo di integrazione europeo è pur sempre un lavoro fondamentalmente coerente con i diritti umani e con un approccio pazientemente razionale alla soluzione delle controversie. Ne scriveva Giuliano da Empoli sul Sole qualche giorno fa. La noia europea è anche l’emozione europea per un fenomeno storico grandioso.

Il sogno americano è talvolta un incubo. La consapevolezza europea è talvolta una barba. Ma è un esempio costruttivo e pacifico in un mondo che si sta spaccando e aggredendo. E possiamo esserne umilmente orgogliosi.

La differenza tra illegale e illegittimo

A Washington, spiega 60 minutes, è legale che un politico usi a scopo personale il denaro che i privati offrono per le campagne elettorali. Naturalmente non si parla di soldi pubblici. Ma di soldi che chi sostiene i politici dovrebbero, secondo gli americani, essere utilizzati per le campagne elettorali e invece arricchiscono i politici. Si comportano in modo legale ma illegittimo. (In alcuni browser non funziona il video embeddato: qui il link)

Naturalmente i politici americani non hanno nessuna intenzione di modificare la legge che consente questo comportamento. È un caso eclatante di distanza tra legale e illegittimo.

Uno spirito di questo tipo sembra condurre Grillo. Certo, in Italia molti politici vanno anche contro la legge. Ma se si fermasse a giocare solo su questo punto Grillo potrebbe passare per un populista. Ma il lato originale di Grillo è che coglie anche qualche punto che gli italiani pensano sia illegittimo sebbene sia legale. Finalmente ho visto questa intervista e la riporto.

Certo, c’è qualcosa di fondamentale che unisce l’illegittimità legale americana, italiana e di qualche altra democrazia. C’è da pensare molto – e fare molto – per arrivare alla necessaria ricostruzione di una democrazia più credibile e legittimata.

È una struttura strategica che va rimessa in modo. E una visione ecologica, energetica, tecnologica dovrebbe essere pienamente e drasticamente parte di questa strategia. Al di là della polemica elettorale che qui non interessa, il discorso di Grillo è nello spirito dei tempi e va preso seriamente. Perché si può far passare per illegittima qualunque cosa con una buona campagna (come ha insegnato il ventennio passato): ma se si coltiva una visione strategica che interpreta davvero l’interesse comune ci si può permettere di spingere l’innovazione normativa in modo più deciso.

Peccato che non si possa arrivare a una sintesi collaborativa maggiore sulla strategia per il paese tra le forze politiche e si debba sempre vedere tutto in modo partitico e interessato.