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La società della trasparenza, Byung-Chul Han

Sarebbe un testo da leggere per tutti, “La società della trasparenza”, di Byung-Chul Han. Il filosofo coreano che insegna a Berlino discute con straordinaria lucidità del mito della trasparenza e lo accosta all’ideologia della perfetta circolazione della moneta, alla concezione efficientista della tecnologia dell’informazione, alla società dell’apparire. Ne emerge una critica fortissima del mito secondo il quale la trasparenza è giusta, bella e vera di per sé. Un’argomentazione da discutere ma che lascia il segno.

20140721-141653.jpgScrive il filosofo: “Nessun’altra parola d’ordine oggi domina il discorso pubblico quanto il termine ‘trasparenza’. Essa è enfaticamente invocata soprattutto in riferimento alla libertà d’informazione. (…)

Le cose diventano trasparenti quando si liberano da ogni negatività, quando sono spianate e livellate, immesse senza opporre alcuna resistenza nei piatti flussi del capitale, della comunicazione e dell’informazione. Le azioni diventano trasparenti quando si rendono operazionali, quando si sottopongono a un processo di misurazione, tassazione e controllo. Il tempo diventa trasparente, quando è ridotto alla successione di un presente disponibile. (…)

Chi riconduce la trasparenza unicamente alla corruzione e alla libertà d’informazione, ne misconosce la portata. La trasparenza è una coercizione sistemica che coinvolge tutti i processi sociali e li sottopone a una profonda mutazione. (…) Questa coercizione sistemica rende la società uniformata. In ciò consiste il suo tratto totalitario…

Un mondo che consistesse solo di informazioni e che definisse comunicazione la loro circolazione indisturbata, assomiglierebbe a una macchina…”

Un architetto per la costruzione digitale. Francesco Caio ne scrive

“Si scrive Agenda digitale. Si legge posti di lavoro e competitività”. Parole di Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane e, fino a qualche mese fa, commissario per l’Agenda digitale italiana. A partire da quell’esperienza ha scritto il libro “Lo Stato del digitale. Come l’Italia può recuperare la leadership in Europa” che esce mentre l’Italia assume la guida semestrale del continente e mentre il governo italiano decide sulla direzione dell’Agenzia per l’Agenda digitale.

libro_caio Sulla base della sua esperienza, Caio è convinto che si possa arrivare a riformare il funzionamento dello Stato con conseguenze fondamentali in termini di risparmi, crescita, benessere, cittadinanza. Purché si cessi di lavorare per competenze separate, soluzioni non interoperabili, progetti di digitalizzazione dell’esistente. “La digitalizzazione è un’occasione unica e irripetibile per costruire uno Stato più friendly, più trasparente, agile, che cosa molto meno”.

In effetti è possibile ottenere migliori risultati con minori costi, soprattutto centrando i progetti sulle esigenze dei cittadini e non sulle procedure dell’amministrazione nate nell’epoca della carta, dei bolli e delle megastrutture burocratiche.

Le frontiere della ricostruzione digitale dello Stato sono molteplici in qualche caso fantasiose, di certo affascinanti: si parla di semplificare e qualificare i servizi a partire dal design dell’interfaccia, specialmente mobile; si parla delle forme con le quali le leggi possono essere tradotte in software che ne semplifichi l’implementazione (Francesco Sacco ne sta studiando alcuni casi); si parla e si opera intorno alla apertura dei dati pubblici e dell’organizzazione di hackathon per la costruzione di applicazioni che usino quei dati (la Camera ne ha già organizzata una); di progetta la standardizzazione e l’interoperabilità delle piattaforme pubbliche in chiave cloud anche per facilitare il riuso delle applicazioni sviluppate in alcune amministrazioni da parte di altre amministrazioni, e così via. Ma è solo uno dei contesti nei quali si opera per implementare l’agenda digitale, perché la pubblica amministrazione è un abilitatore, ma gli altri capitoli non sono meno importanti: per esempio, alfabetizzazione e digital skills, infrastrutture di connessione, filiere della ricerca e delle startup, e così via.

Caio ha obiettivamente accelerato alcuni processi strategici per l’agenda digitale italiana, concentrandosi su temi abilitanti (anagrafe, fatturazione, identità), puntando sulla standardizzazione e semplificazione strutturale, avvalendosi delle sue indubbie capacità manageriali, contando sull’appoggio del governo. Ha incontrato ostacoli accettandone alcuni e asfaltandone altri. Ma ha dato una direzione e un esempio di prassi. Ora il lavoro avviato va concluso e con una prospettiva più lunga di quella che aveva Caio deve allargarsi e approfondirsi. E’ il momento. I vincoli di bilancio possono essere dilatati solo in cambio di riforme strutturali e se queste coincidono con gli investimenti necessari a realizzarle, la strada diventa piuttosto chiara: la riforma digitale della pubblica amministrazione è una riforma strutturale ed è un investimento. In quel contesto, nessuno può giocare con i termini e con i soldi. I partner europei possono vedere il valore dei soldi che ammettono siano spesi. E gli italiani possono vedere crescita e miglioramento qualitativo della vita civica.

In tutto questo, un insegnamento di Caio è fondamentale. E con esso si chiude il libro: al centro della costruzione digitale occorre chi svolga la funzione dell’architetto.

Vedi anche:
Agenda digitale, riforma strutturale
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Giovannini. Scegliere il futuro. Basandosi sui fatti

Enrico Giovannini aveva quasi completato il suo libro “Scegliere il futuro” prima di diventare ministro. E lo pubblica ora che ha terminato quell’esperienza.

libro-giovannini Il libro è prezioso quanto veloce. Puntualizza l’importanza della diffusione di informazioni sui fatti, ovviamente, sottolineando soprattutto le notizie basate su statistiche generate con metodo di qualità. Osserva come un sistema economico tragga valore dalla disponibilità di informazioni statistiche diffuse, tempestive e capillari. Chiarisce che quel valore è moltiplicato, o depresso, dal contributo dei media: la quantità e qualità dei rapporti che i giornali dedicano alle informazioni statistiche può valorizzare o distruggere la diffusione dei dati. Infine, mostra come la disponibilità di dati diventi conoscenza se la società è capace di comprenderli.

Da quest’ultimo punto di vista, gli italiani non sono molto bravi a capire le statistiche. E non stupisce per un paese che ha livelli di analfabetismo funzionale tanto elevati. Giovannini lo dimostra con le statistiche, ovviamente. Le fonti sono Ocse e Banca d’Italia. In Italia, la percentuale delle persone che si dimostrano di scarsa competenza matematica e di pessima capacità di comprensione di dati finanziari supera il 25% contro medie Ocse tra il 3 e il 5%.

La diffusione di dati a scopo polemico o sensazionalistico piuttosto che per la conoscenza dei fatti sembra essere connessa a un atteggiamento diffuso che attribuisce scarsa credibilità alle statistiche. L’analfabetismo funzionale di certo non aiuta. Il contributo dei media è insufficiente. Ora abbiamo la possibilità di agganciare il nuovo treno dei Big Data. O di perdere un altro po’ di tempo.

Ryan Holiday: Credimi! La manipolazione della realtà genera realtà.

La percezione della realtà genera un contesto nel quale la società crede di vivere. E le persone agiscono di conseguenza. La manipolazione della percezione avviene attraverso un insieme di tecniche che vengono coscientemente utilizzate da pochi per ottenere specifici comportamenti da parte di molti. Nella complessità del mondo attuale, si moltiplicano le possibilità di informazione corretta e contemporaneamente le opportunità per i manipolatori.

libro-holiday A tutto questo è dedicato il libro di Ryan Holiday, Credimi, sono un bugiardo. Confessioni di un manipolatore di media (Hoepli). Una descrizione senza peli sulla lingua della manipolazione favorita dalle tecniche che si stanno sviluppando su internet. Forse troppo concentrata su quest’ultimo punto: perché il tema supera i timori di chi non comprende la rete e attribuisce al web la responsabilità della confusione tra reale e irreale, visto che – a giudicare dall’esperienza televisiva italiana e non solo – riguarda l’insieme di una mediasfera divenuta ormai “ambiente”.

Questa è la peculiarità che contraddistingue il mondo di oggi: una linea sfumata tra ciò che è reale e ciò che è falso; tra ciò che accade veramente e ciò che è solo inscenato; tra ciò che è importante e ciò che è assolutamente insignificante (…).
Le notizie false non si limitano a ingannarci. Il problema dell’irrealtà e degli pseudoeventi non risiede soltanto nel loro essere irreali, bensì nel fatto che non rimangono irreali. Per quanto esistano essi stessi in qualche limbo tra realtà e finzione, il dominio in cui vengono fruiti e in cui generano reazioni è indubbiamente reale. Riportati al pubblico come notizie, tali eventi contraffatti subiscono un processo simile al riciclaggio di denaro sporco: da banconote inutilizzablil diventano soldi puliti con cui possiamo comprare cose vere.
Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudoambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto preudoazioni, bensì azioni reali”.

Le tecniche di manipolazione della percezione della realtà sono emerse già all’epoca della televisione. E per quanto Holiday le descriva soprattutto come fenomeni internettiani e bloggeristici, è proprio dalla manipolazione televisiva che sono nate. Internet le ha generalizzate, abbattendo le barriere all’entrata in gioco di manipolatori di nuova concezione.

Il fatto è che la qualità dell’informazione, documentata e verificata, discende da una cultura del consenso intorno al metodo con il quale viene generata. E si rivolge a una cultura che valorizza e apprezza i fatti ricercati e descritti con accuratezza, completezza, indipendenza e legalità. In tutte le epoche, la maggior parte delle persone non ha tempo e attenzione per verificare tutte le notizie e, in tutte le epoche, coltiva un senso critico in una minoranza di argomenti – magari quelli dei quali si occupa di più – lasciandosi guidare da altri per la maggior parte delle questioni. La razionalità controllata, dice Kahneman, si riserva a una minoranza di argomenti e decisioni, mentre la maggior parte dei comportamenti sono guidati dall’intuizione, cioè dalla prima cosa che viene in mente: spesso l’intuizione emerge da informazioni manipolabili, ripetute più che documentate. Internet non è altro che uno strumento in più per questa pratica.

Ma proprio tra gli esempi citati da Holiday, il più grosso è quello dell’amministrazione americana che ha convinto i suoi cittadini dell’opportunità di andare a fare la guerra in Iraq: lo ha fatto usando tecniche di manipolazione che non si concentravano solo su internet, ma anzi facevano largo uso della televisione. Internet però ha aperto la strada a una genìa di nuovi manipolatori. E il libro di Holiday consente di rendersene conto in modo documentato. Con un caveat che assomiglia al paradosso del cretese che dichiara “tutti i cretesi sono mentitori”. Ma questa è un’altra storia.

Dominici: «La comunicazione è condivisione di conoscenza». Il resto è discussione

libro_dominiciPiero Dominici ha scritto un libro che va letto da chi voglia riflettere con profondità sulla trasformazione culturale e filosofica che attraversa la contemporaneità con l’accelerazione impressa alla dinamica culturale dalle comunicazioni digitali.

Dominici è condotto dalla convinzione secondo la quale la comunicazione non sia un femoneno meramente tecnico o economico o relazionale, ma sia il modo con il quale le persone condividono conoscenza. Insomma: si riconosce la comunicazione dalla sua conseguenza e non dal mezzo attraverso il quale avviene. Se due persone sono connesse ma non condividono conoscenza, allora non comunicano. La connessione è necessaria, non sufficiente. Questo ha conseguenze etiche e organizzative molto rilevanti. E da questa impostazione discendono i diritti e doveri della cittadinanza in rete, secondo Dominici. Perché il conflitto è collegato fondamentalmente alla cattiva gestione delle conoscenze o peggio all’impossibilità di accedere alle conoscenze e a farne, dice Dominici, un uso consapevole e razionale.

La conseguenza di questa impostazione è che l’organizzazione della condivisione della conoscenza è strategica per lo sviluppo culturale e sociale. La comunicazione è parte dell’organizzazione, per Dominici. Non del marketing. E questo è un approccio molto importante. Lo scambio di conoscenza che avviene in un’organizzazione che ha un progetto e uno scopo condiviso e trasparente è molto più credibile e interessante di quanto non sia lo scambio di messaggi in un sistema di relazioni di alterità tra promotore di un’idea e spettatore.

Queste poche righe tagliano un libro complesso come quello di Dominici in modo troppo sbrigativo. Ma era urgente sottolineare la distinzione tra “condizioni di connessione” e “effettivo scambio di conoscenza”. Perché in un paese come il nostro, arretrato sul primo aspetto e distratto sul secondo aspetto, è necessaria una maggiore chiarezza progettuale.

L’estetica protestataria e lo spettro del capitalismo

Il gran libro di Mauro Magatti e Laura Gherardi, “Una nuova prosperità. Quattro vie per una crescita integrale” (Feltrinelli 2014) sulla ricerca di una nuova idea di prosperità arriva al momento giusto. Magatti peraltro aveva avuto il grande merito di iniziare la riflessione storica sull’esperienza dei trent’anni tra il 1980 e il 2010. E ora si domanda con Gherardi che tipo di prospettiva si apre.

libro_magattigherardi3La credibilità dell’idea che sia possibile una crescita illimitata è ormai in profonda crisi. E al suo posto si cercano nuove prospettive, più collegate alla qualità della vita, dell’ambiente, delle relazioni sociali, della profondità culturale. La ricerca di Magatti e Gherardi conduce gli autori a pensare all’emergere di un capitalismo ridefinito dal “valore contestuale” nel quale il senso dell’azione economica torna a far parte integrante del percorso di crescita. Il libro va letto.

Contiene un passaggio che motiva il titolo di questo post. Quando gli autori ricordano come l’epoca della contestazione degli anni Sessanta abbia avuto due aspetti: uno più operaista e un secondo più artistico. In effetti, il clima da lotta di classe alimentato da una parte dei sessantottini si sovrapponeva all’atmosfera della trasformazione culturale sostenuta e testimoniata dal grande movimento artistico, esistenziale, musicale di quell’epoca. Ebbene, dicono gli autori, che il capitalismo degli anni Ottanta-Duemila è riuscito ad assorbire una larga parte delle istanze affermate dall’interpretazione artistica degli anni Sessanta. Dall’apprezzamento per le forme d’arte sperimentali alla liberazione dei costumi sessuali. Ma quei valori, artistici, sono stati trasformati dal capitalismo che ne ha fatto spesso elementi di marketing, connettendo i temi liberisti a quelli libertari. Certo, nel processo, molti di quei valori hanno perso il loro senso biografico, ribelle, esplorativo.

È un passaggio chiave. Tra le molte devastazioni che la società ha subito nel corso degli anni che forse sono ormai superati, oltre alle questioni ambientali, ci sono certamente quelle relazionali e culturali. La ricostruzione della prospettiva di sviluppo basata sulla qualità, piuttosto che sulla quantità di prodotti, è un progetto straordinariamente importante.

Se ne parla mercoledí:

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Salute, bugie, propaganda e qualità dell’informazione

Salvo Di Grazia scrive Medbunker, blog di informazione sulla salute. Il suo libro “Salute e bugie” esce in tempo per cogliere ancora nell’aria la vicenda Stamina. Il libro è una miniera di casi, inchieste e fatti.

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La qualità dell’informazione sulla salute e la medicina è un valore di primaria importanza, ovviamente. Ma in un paese predisposto a credere ai “maghi” e nel quale per trent’anni ha affidato alla chiacchiera televisiva più che all’approfondimento scientifico la generazione di opinioni, si è creato un ottimo terreno di coltura per il business di vari ciarlatani che propongono le cure inutili o fasulle alle quali allude il sottotitolo di Di Grazia.

Se tutto è opinione e ogni pensiero viene valutato nella chiave dell’interesse o del fazionismo, anche le notizie critiche sulle cure più o meno estemporanee che vengono fuori appaiono semplicemente delle opinioni come le altre, anche se provengono da scienziati di valore mondiale. Se chi fa informazione non studia e non si fa un’idea propria, metodologicamente trasparente e indipendente, ma si limita a “sentire tutte le campane”, il pubblico tende a pensare che qualunque opinione in fondo valga quanto un’altra, oppure si schiera col suo “partito”. Se poi chi manipola l’informazione riesce a far credere che un’opinione è quella che è sostenuta dalla “pancia del popolo” i media “popolari” non si azzardano a contrastarla.

Temi ben noti in politica. E che però quando arrivano alla medicina diventano inaccettabili. Del resto, contaminando tutto di interesse e fazionismo, si finisce col generare depressione e sconcerto in qualuque materia. Il metodo con il quale si genera l’informazione è più importante dello schieramento al quale l’informazione fa piacere.

Francesco Marocco, architetto della narrazione

Può capitare di leggere nel pieno della tempesta di Natale un libro intitolato “Mai innamorarsi ad agosto“. Ma lo straniamento non dura. Perché il libro prende possesso dell’attenzione e se la porta in giro nel suo piccolo mondo, fatto di calcio, precarietà professionale e sentimentale, degrado ambientale e burocrazia degradante.

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Francesco Marocco ha scritto un libro bello, divertente, sensibile. Che riesce a lasciare un retrogusto dolce nonostante l’amarezza dei fatti che racconta. Che riesce ad alimentare l’energia umana del lettore nonostante il cinismo invincibile della banalità che denuncia.

Marocco scrittore si racconta in un’intervista su Repubblica, uscita un’anno e mezzo fa, come il libro.

Marocco architetto lavora tra Bari e Matera, cercando di contribuire all’attività di progettazione con la sua speciale vena narrativa.

Il mix di architettura e racconto si dimostra in effetti generativo. Ascoltando maestri come Ezio Manzini e Aldo Cibic, recentemente insieme per una lezione a Breganze, il pubblico si è reso conto che la progettazione è sempre preceduta da una visione. Che a sua volta nasce spesso da un racconto, una sorta storia dalla quale emerge l’idea di ciò che potrebbe essere e ancora non è: perché va prima visto con gli occhi dell’immaginazione visionaria e poi progettato per essere realizzato.

Insomma, Marocco racconta storie. E insieme esplora una dimensione della sua professione. In questo genere di contestazione dei confini disciplinari c’è spesso qualche cosa da tenere d’occhio con attenzione.

The Circle – Il lettore lo finisce in un attimo, l’autore non lo finisce in una vita

Dave Eggers ha scritto un technothriller, un libro di fantascienza iper-realista, che si svolge in un futuro a portata di mano, un “unputdownable”, ma non ha trovato un vero finale, per ora. Ha descritto l’inevitabile sviluppo dell’interpretazione radicalmente privatistica dell’abbattimento delle barriere alla condivisione, elaborazione e registrazione delle informazioni che può essere visto nella sostanza logica di un sistema che somma le funzioni di Google, Facebook, Amazon, Twitter, Apple e così via. E non volendo rovinare la lettura non scrivo dove va a parare.

20131202-145620.jpg Eggers sa che la gente usa quella piattaforma per i vantaggi immediati che offre, ritenendosi in controllo della situazione, per poi lasciarsi guidare nelle scelte dalla logica implicita nella piattaforma stessa. Sa descrivere con precisione il modo in cui la piattaforma prende possesso della vita degli individui per esaltarne la forza prima di scioglierli nella collettività. Sa anche che ci sono forti resistenze alla perfetta adesione di tutti: ma decide di … Vabbè leggetelo da soli…

Un motto però va citato qui per poi commentarlo in seguito:
“Secrets are lies, sharing is caring, privacy is theft”.

È l’ideologia fondativa di un nuovo mito originario. Da qui nasce una nuova civiltà. I conflitti generativi emergeranno dalla consapevolezza della struttura di questa nuova società. Non dalla sua negazione… L’inevitabile è il punto di partenza per l’ulteriore.

Media Civici. Informazione di mutuo soccorso. Il contributo di Vincenzo Moretti

Vincenzo Moretti, autore di libri di straordinaria umanità, ha saputo dell’imminente uscita del libro “I media civici. Informazione di mutuo soccorso“.

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Ne avevamo parlato all’epoca della stesura del testo, qualche mese fa. Quando gli avevo chiesto di contribuire con una storia. Nel frattempo la storia è maturata. E lo ringrazio tanto per aver voluto condividerla qui:

Ancora adesso che ce l’abbiamo fatta resto della stessa idea. Per chi sta vivendo questa esperienza “normalmente” eccezionale che abbiamo chiamato Bottega Exodus Ahref di Cassino la cosa veramente importante non è essere riusciti a “coprire” nel migliore dei modi, proprio come dei giornalisti “veri”, una settimana piena piena di eventi come la “Mille Giovani per la Pace”. Certo che fa piacere farcela, quando ci metti tanta fatica, passione, impegno, non è solo normale, è indispensabile che ti faccia piacere perché altrimenti, come si diceva a Secondigliano da ragazzi, significa che “stai a problemi”. Diciamo che ti fa piacere però dentro di te lo sai che la parola giusta, la cosa davvero importante, si chiama “opportunità”.

L’opportunità che hai messo su insieme alle ragazze e ai ragazzi della comunità Exodus di Cassino, si, proprio quella di don Mazzi, che, per quanto il posto sia accogliente, loro se stanno lì non è mica perché ci sono venuti a passare le ferie.

L’opportunità che hai costruito insieme a chi dirige la comunità e a chi nella comunità ci lavora, perché poi, in contesti così, se non si rema tutti nella stessa direzione non è che la barca affonda, ma solo perché non riesce neanche a partire.

L’opportunità che queste ragazze e questi ragazzi in fondo si sono costruite/i da sole/i, perché in fondo, come ci ricorda il poeta “si può comunicare solo ciò che è condiviso dall’altro, le parole presuppongono esperienze condivise” e se non fosse stato così non avrebbero potuto mica “cominciare” il loro lavoro in bottega da cavie, definizione loro, of course, e a “finirlo” da cittadine/i reporter.

Adesso, affinché non vi venga il dubbio che abbiamo giocato a fare i giornalisti come da bambini si giocava a fare i dottori, che dato il contesto non ci sarebbe stato neanche niente di male, solo che non c’entra con la nostra storia, provo a mettere in fila alcune ma solo alcune delle cose che la Bottega Exodus Ahref di Cassino ha imparato a fare quest’anno:

1. condivisione del metodo e delle quattro parole chiave che lo riassumono: accuratezza, indipendenza, imparzialità, legalità;
2. come si fanno articoli, foto, interviste audio e video;
3. come si usano i social network;
4. che cos’è e come si usa il media civico Timu;
5. come si organizza e si fa un giornale;
6. come si “copre” un evento dal punto di vista giornalistico.

Adesso invece, anche se lo so che vi fidate di me, faccio finta di no e provo a mettere in fila alcuni ma solo alcuni dei risultati prodotti da questo lavoro:

1. l’attività di storytelling – inchiesta partecipata della bottega su Timu;
2. i 3 numeri del bimestrale BEA (il terzo, quello dedicato al lavoro ben fatto, realizzato tutto ma proprio tutto dalle ragazze e dai ragazzi della comunità);
3. il profilo Facebook
4. il canale youtube
5. il sito della Mille Giovani per la Pace (la struttura è preesistente ma la stragrande maggioranza dei contenuti foto, audio, video e testo sono stati realizzati dalla bottega).

Cosa aggiungere ancora?

Che nel settembre 2012, quando arrivo a Exodus e trovo Luigi Maccaro, responsabile della comunità di Cassino, referente nazionale delle attività legate alla comunicazione, al web e ai social network, più che la ragione sono la simpatia, l’approccio scugnizzo e il daimon, la streppegna, che mi fanno pensare che quello è il posto giusto per provare a mettere su un altro mattoncino alla voce Botteghe Ahref.

E’ così che racconto a Luigi di Fondazione Ahref, di Timu, di Le vie del lavoro, attività di narrazione e inchiesta partecipata nata dalla collaborazione tra Fondazione Ahref e Fondazione Giuseppe Di Vittorio. Gli racconto soprattutto del progetto Botteghe Ahref, di questi luoghi sociocognitivi serendipitosi dove tenere assieme informazione e partecipazione, narrazione e inchiesta, qualità e verifica del processo informativo. Alla fine butto lì che sarebbe bello mettere su una Bottega Exodus Ahref e farla funzionare con l’apporto delle ragazze e dei ragazzi della comunità.

Luigi un po’ mi asseconda e un po’ di più intuisce che l’idea è buona. Mi dice che la proposta è interessante, che naturalmente bisogna approfondirla, che però se si decide di partire bisogna organizzarla per bene ed evitare che si blocchi tutto al primo ostacolo. Sono contento. Di più, mi sembra un ottimo inizio.

Quando ne parlo con Alessio Strazzullo so bene che senza le sue competenze e la sua energia la mia idea è destinata a rimanere soltanto un’astrazione. Lo conosco bene, mi aspetto la sua risposta tipo che in casi come questi è “Vincenzo, ci devo pensare”, e invece questa volta no, questa volta solo “Vincenzo” è uguale, perché il resto è “mi sembra un’ottima idea, da questa esperienza possiamo tirare fuori qualcosa di veramente bello”.

Ci mettiamo al lavoro. Nello zaino abbiamo la metodologia in tre mosse che abbiamo adottato fin dai giorni de “La scuola abbandonata”, la prima inchiesta di Fondazione Ahref alla quale abbiamo partecipato:

1. scegliere bene le persone con le quali lavorare;
2. definire gli obiettivi e il percorso per raggiungerli nella maniera più chiara possibile e condividere gli uni e l’altro con tutti coloro che in vario mondo ci troveremo a interagire;
3. riflettere in tempo reale sulle cose che facciamo, dal lavoro in bottega dovremo tirare fuori gli elementi per valutare l’efficacia del percorso, la sua rispondenza agli obiettivi, la necessità di proporre e produrre aggiustamenti.

Costruiamo una prima bozza molto bozza di lavoro, ci lavoriamo su e ne tiriamo fuori qualche riflessione ulteriore su idee guida e tema.
Idee guida. Quattro tag sopra tutti gli altri: ciò che va quasi bene non va bene, sensemaking, timu, leggerezza.

Ciò che va quasi bene non va bene definisce l’approccio, quello che ti spinge a fare bene le cose perché è così che si fa, quello ti porta a fare le cose come se avessi il diavolo in corpo e la febbre nel cuore, quello che ti fa pensare “lo faccio bene, dunque valgo”, vale per il lavoro, vale per lo studio, vale per la vita.

Il sensemaking, strettamente collegato alle persone e al loro vissuto, ci aiuterà con le sue sette caratteristiche a mantenere la rotta: identità (chi sono, in che contesto agisco, perché ho molte identità); retrospezione (riflettendo su ciò che è accaduto lo interpeto e lo comprendo); enacmment (istituzione di ambienti sensati, con le mie idee e il mio comportamento influisco sull’ambiente circostante e lo plasmo); sociale (la relazione con l’altro è fondamentale); continuo (la costruzione di senso e significato è un processo che non termina mai); centrato su e da informazioni selezionate (si commenta da solo); guidato dalla plausibilità più che dall’accuratezza (l’importanza dell’istinto, la capacità di gettare il cuore oltre l’ostacolo).

Timu, strettamente collegato alle attività di narrazione, di citizen journalism e di inchiesta, ci aiuterà a pensarci come cittadini reporter a partire dal suo metodo e dai quattro principi su cui si basa: 1. accuratezza; 2. imparzialità; 3. indipendenza, 4. legalità.

La leggerezza ci dovrà aiutare a condividere tutto questo, e tutto l’altro che si determinerà, con la bottega, a togliere peso alla teoria e ai concetti, a coinvolgere attraverso esempi e metafore, a partire, fino all’infinito e oltre, dall’esperienza sul campo.

Tema. Per partire proveremo a replicare l’esperienza del diario già sperimentata con successo ne Le vie del lavoro. L’auspicio è di collegare in questo modo il lavoro della bottega ad argomenti condivisi in un contesto sufficientemente ampio e libero da permettere a ciascuna/o di partecipare senza essere troppo preoccupato di non essere all’altezza.

Che Giorgia è stata contenta quando le ho detto che Luca De Biase, giornalista – scrittore – presidente della Fondazione Ahref, racconta sul suo blog di “Andrea Contino che cita un pezzo di Callie Schweitzer, su Medium, e commenta: Siamo ciò che condividiamo”. E che invece non ho fatto in tempo a chiedere a Luca cosa ha pensato quando ha letto sul mio messaggio che Giorgia, una delle ragazze della Bottega Exodus Ahref di Cassino, durante la riunione del venerdì pomeriggio, quando abbiamo chiesto di definire con una parola il tema intorno al quale organizzare il secondo numero di Bea, il periodico online della Bottega, ha proposto“condivisione”. E che Giorgia non aveva neanche finito di pronunciare la fatidica parola che una voce alle mie spalle, quella di Luigi, un altro inquilino di casa Exodus, ha aggiunto: “forzata?”.

Vi dico invece quello che abbiamo pensato noi a quel punto, quando è apparso evidente a tutti che avevamo acchiappato il tema giusto al primo colpo: nelle settimane successive avremmo dovuto continuare a scavare nelle relazioni feconde e pericolose tra il sostantivo e l’aggettivo, tra “condivisione” e “forzata”.

Perché si, quando questi ragazzi di Exodus ti spiegano che nella comunità la vita e il tempo li condividi per intero, che mangiare, dormire, fumare, guardare un film, fare sport, lavorare non sono mai un’attività individuale, ma sempre collettiva, e poi ti dicono delle difficoltà che tutto questo comporta, soprattutto all’inizio, e poi ti raccontano che più vanno avanti e più si rendono conto che più condividono e più stanno meglio, fisicamente e mentalmente, con la testa e con il cuore, allora ti rendi conto che ti stanno suggerendo qualcosa che non è banale, che non vale solo per loro, che può avere un valore generale. Perché poi le regole non sono anche uno strumento per “forzare” i processi di condivisione? E quando si vuole recuperare un gap, uno squilibrio, non c’è forse bisogno di “forzare” il corso per così dire normale dei processi economici e sociali? Meditate gente, meditate. E se dopo che avete meditato avete ancora la voglia di guardare un video, do it!, fatelo!, cliccando qui.

Che che se pensate che la vita nella bottega sia tutta rose e fiori siete fuori strada, perché quando devi fare i conti con la droga, con l’alcool, con il reinserimento che troppe volte non c’è (a proposito, proprio il reinserimento è la storia di copertina del prossimo numero di Bea), è come una rivoluzione, le opportunità ti tocca prenderle a morsi, ogni giorno, ogni momento, perché la vita non ti regala niente.

Questo è tutto, anzi no. Perché se De Biase e Al Pacino non si arrabbiano aggiungo che “è l’informazione di mutuo soccorso ragazzi, è tutto qui”. Ecco, that’s all, folks. Veramente.

vincenzo moretti

Luigi Zoja. Utopie minimaliste. Per valorizzare le doti degli umani

Luigi Zoja scrive un libro magnifico col titolo umilmente ambizioso Utopie minimaliste. Un percorso di maturazione per il lettore che allude a un programma di maturazione della società uscita da un secolo massimalista e dai decenni della sua banalizzazione.

libro_zojaL’utopia novecentesca era massimalista nel senso che voleva costruire un uomo nuovo senza forse tener troppo conto della realtà, a partire da modelli di società costruiti in astratto. Nota Zoja che mai come nel periodo in cui la protesta utopista del secolo scorso programmava di abbattere il sistema c’era stata tanta uguaglianza e giustizia sociale in Occidente. E osserva che dagli anni Ottanta invece l’ingiustizia è avanzata ovunque in Occidente senza che la popolazione riuscisse ad articolare una nuova protesta, come se non intendesse più cercare una nuova utopia, in un certo senso abbandonandosi a una sorta di cinismo, a un’incredulità nei confronti del progetto di un mondo migliore. Ma il problema non era l’utopia: era il massimalismo. «Gli errori dell’utopia non andrebbero risolti rinunciando all’utopia, ma rinunciando agli errori».

La sua proposta è l’utopia minimalista. «Una idea di uomo nuovo prodotta dall’esterno è poco praticabile e pericolosa. Una utopia minimalista dovrebbe invece favorire novità interiori all’uomo, valorizzando doti umane che già sono in lui». Un percorso di “saggezza” non un percorso di arricchimento o di raggiungimento di vantaggi misurabili: «Naturalmente la sincerità, la serenità, il superamento dell’ansia, la tenerezza, l’amore stesso, il fare bene le cose quotidiane non accrescono direttamente il Pil di una nazione. E proprio la precedenza data al Pil è una delle caratteristiche che hanno finito coll’accoumunare i diversi programmi politici, rendendoli sempre meno distinguibili e più estranei ai nostri bisogni istintivi». Ecco un video nel quale Zoja parla del suo libro:

L’utopia minimalista è in realtà l’utopia nella sua essenza. Perché l’utopia autentica non si confonde con il programma politico e soprattutto non si pensa come programma politico irrealizzabile. L’utopia è una spinta ideale verso il miglioramento della qualità della convivenza; e nella contemporaneità ha assunto funzioni ulteriori man mano che la consapevolezza degli utopisti si è estesa alla necessità di migliorare la qualità dell’equilibrio ambientale.

Forse si può dire che, alcuni ecologisti hanno portato avanti una cultura della qualità ambientale contro ogni preconcetto e abitudine mentale, arrivando a diffondere i segni della loro utopia a larghe maggioranze di persone solo dopo aver affrontato lunghi decenni di lavoro pienamente utopistico. Ma non sarebbero riusciti se non avessero trovato il modo di collegare l’idea ecologista non solo al tema tecnico dell’equilibrio ambientale ma anche alla sua conseguenza interiore, mostrando l’ecologia come un percorso di miglioramento delle persone che consentiva di riconoscere nel percorso verso la consapevolezza ambientale anche una sorta di percorso di saggezza, un arricchimento culturale e una via per la ricerca della felicità.

Al centro dell’idea proposta da Zoja c’è il concetto di “individuazione” proposto da Carl Gustav Jung. «Più ancora che clinico, il suo valore è etico e sociale». Il processo di individuazione «ha per meta lo sviluppo della personalità individuale». La persona che diventa autore della propria vita, invece che vivere una vita il cui copione è scritto da altri.

Il vasto paesaggio interiore e politico che Zoja traccia con le sue argomentazioni mostra angoli di storia sociale ed intellettuale che appaiono profondamente godibili. Come la rivisitazione dell’esperienza del Che Guevara, di Borges e di altri grandi personaggi del Novecento. E come il ricordo del leggendario dibattito tra Michel Foucault e Noam Chomsky che una televisione olandese trasmise nel 1971. Eccolo qui:

Artigiani dell’empatia. David Gauntlett

Richard Sennett, autore di uno dei grandi libri sull’artigianato, ha poi spostato la sua attenzione sulla tematica dell’empatia e della convivenza, in vista di un approfondimento sull’evoluzione della città.

Lo stesso David Gauntlett ha dedicato un recente libro alla relazione tra la produzione e la connessione, nella chiave della ricerca di senso che caratterizza il valore aggiunto dell’economia contemporanea. Il titolo originale era “Making is connecting. The social meaning of creativity…”, un titolo molto migliore dell’italiano (che cerca di inseguire il concetto modaiolo di makers con un effetto defocalizzante…).

In questo libro, il tema del “valore delle connessioni” è collegato al concetto di “felicità personale” e di “capitale sociale”. E’ un tentativo di definizione di un’economia del “senso” che si incarna negli oggetti del “fare” purché contengano “messaggi” adatti alla connessione.

Big Data: the book

Nel 2000 il 75% delle informazioni era raccolto sulla carta, sulla plastica magnetica, su altri supporti analogici e solo il 25% era in digitale. Nel 2013, l’analogico è ridotto al 2% mentre il 98% delle informazioni è registrato in digitale. Lo dice Martin Hilbert, Annenberg School for Communication and Journalism, della università della Califonia del Sud.

SchonbergerCukierBIGDATAesec.indd Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth citano questi numeri nel loro Big Data, un libro che offre un panorama completo di uno dei cambiamenti più profondi che si sta verificando nel sistema della conoscenza contemporanea. Se ne parlava anche su Nòva. E ieri, al Festival della letteratura, se n’è avuto un assaggio raccontato da Mayer-Schönberger davanti a una platea straordinariamente attenta e numerosa.

Si tratta di un cambiamento nella pragmatica della conoscenza. I dati sono più numerosi, facili da trovare e meno costosi da archiviare. La fine della scarsità dei dati non riduce il rispetto del loro significato e non annulla la necessità di una profonda consapevolezza epistemologica. Ma certamente favorisce una pratica della sperimentazione matematica alla ricerca di pattern emergenti e correlazioni, piuttosto che un ricorso all’approccio basato sui campioni statistici, le ipotesi causali a priori, le teorie in attesa di verifica. «Meno why e più what» sintetizza Mayer-Schönberger.

Si tratta di un cambiamento economico, perché lo sfruttamento dei giacimenti di dati è un grande valore per le mega compagnie che li raccolgono ma anche per le startup che ne individuano nuovi utilizzi.

Ed è un cambiamento etico-politico, perché rende necessario ed evidente il bisogno di nuovi meccanismi a tutela della privacy, dice Mayer-Schönberger, perché impone maggiore consapevolezza della possibilità di nuove forme di indagine da parte dei servizi segreti o degli esperti di marketing, perché cambia le modalità sulla base delle quali si decide insieme: meno ideologicamente e più empiricamente.

Le storie contenute nel libro sono importanti, divertenti, affascinanti. Ma il dato dei dati è chiaro: la digitalizzazione è avvenuta. E non se ne andrà. Prenderne atto è il primo passo per affrontare i problemi conseguenti e cogliere le opportunità emergenti.

Vedi anche i seguenti paper:
The danger of big data: social media as computational social science
A MATLAB Toolbox for Browsing, Exploring, and Viewing Large Datasets
Distributed Parallel Architecture for “Big Data”

Giuliano da Empoli: Contro gli specialisti, la rivincita dell’umanesimo

Una crisi come quella che attraversiamo segna un cambio strutturale di prospettiva. Ne usciremo diversi. Anche per un aspetto meno analizzato di altri: gli esperti che avevano costruito il castello di carte finanziario che è scoppiato – insieme agli ideologi dell’iperliberismo, ai politici che li hanno appoggiati, agli studiosi che non li hanno criticati – non sono destinati a recuperare credibilità, dopo aver sbagliato tanto clamorosamente in passato.

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A questo proposito, Giuliano da Empoli scrive un libro leggero e denso, da non perdere.

Descrive con successo il punto di svolta culturale contemporaneo sviluppando con precisione un aspetto decisivo del cambio di paradigma che le società occidentali stanno attraversando: la fine dell’egemonia degli specialisti e l’avvento della leadership culturale degli esploratori indisciplinati condotti da una tensione umanistica.

Questa idea ricorda il lavoro di Thomas Kuhn relativo alle rivoluzioni scientifiche, che da Empoli cita esplicitamente: nelle fasi storiche “normali”, gli scienziati non fanno altro che risolvere rompicapi definiti dai temi di ricerca previsti all’interno del sistema interpretativo conosciuto; quando cambia il paradigma e si assiste a una rivoluzione scientifica, sono i sistemi interpretativi che vanno in fumo e gli scienziati sono chiamati a contribuire alla costruzione di nuove visioni del mondo. Lo stesso si può dire per gli esperti dell’epoca che è trascorsa: non facevano che risolvere rompicapi, ma ora si trovano impreparati a comprendere la grande trasformazione e si scopre che non sono altro che “ignoranti istruiti”.

Giuliano da Empoli vede l’emergere di una nuova leadership culturale nei grandi “umanisti” del nostro tempo, quelli che rompono gli schemi e si trovano a proprio agio oltre i confini disciplinari. Le pagine dedicate a Stewart Brand sono magnifiche. Ma aprono la strada a percorsi di ricerca nel corso dei quali ci si trova a incontrare persone che non si possono descrivere limitandosi all’etichetta di architetti e tecnologi, scienziati e scrittori, perché il loro spirito umanistico li porta sempre oltre i confini e alla ricerca delle frontiere.

È la crisi delle discipline specialistiche tradizionali a sostenere questa nuova leadership. Ma lo è anche l’emergente necessità di costuire una nuova visione del mondo che spinge la cultura ad affidarsi agli esploratori. E lo stesso testo di da Empoli evolve in modo che si avverte una vena narrativa emergente al di sotto della struttura saggistica. Forse è un altro confine che è destinato a saltare.

ps. Certo, i lettori di Nòva, di questo blog e di altre pubblicazioni che cercano di andare alle sorgenti dell’innovazione sanno quanto questo approccio possa essere considerato importante, non certo solo da chi scrive qui. Sarebbe assurdo discutere i meriti della profondità che, spesso è legata alla specializzazione, ma questa epoca ha bisogno anche di larghezza e di velocità, di adattamento e di ispirazione, di metodo scientifico e narrazione, di entusiasmo e ribellione, di prospettiva e passione. Non si raggiungono risultati senza crederci: e non si può credere in una cultura che abbia esaurito la sua capacità di interpretare la realtà. Dunque per innovare occorre anche cambiare il modo di vedere la realtà e credere di poterlo fare. Le sorgenti dell’innovazione sono nell’ispirazione, la chiave è nella visione, l’azione è nella ricombinazione di conoscenze e l’eventuale successo è nella verifica. Gli specialisti di successo, in prospettiva, sono quelli che sanno collaborare con specialisti di altre discipline: quindi sanno parlare diverse lingue, vedere diversi punti di vista, connettere diversi puntini… Del resto, l’innovazione stessa è un percorso che conduce oltre i limiti del possibile. E ci vuole il coraggio di tirarne le conseguenze.

Rewire. Il nuovo libro di Ethan Zuckerman è un piacere per i lettori cosmopoliti

Ethan Zuckerman ha scritto un libro bellissimo. Un saggio che si legge come un insieme di storie, connesse: se fosse un romanzo i critici direbbero che è “unputdownable”, non si riesce a smettere di andare avanti nella lettura, pagina dopo pagina.

libri_rewire2L’umanità si sta collegando: anche le persone, le loro conoscenze, le loro esperienze si comprendono solo leggendole nella rete delle connessioni. La dinamica del network trasforma i segreti in misteri, le culture in espressioni, spiazzando l’individualismo per mostrarne l’obsolescenza. Quale approccio ci aiuta a trovare il nostro posto nel mondo?

Per Ethan Zuckerman, uno dei fondatori di GlobalVoices e oggi docente al centro per i civic media del MediaLab, la parola è “cosmopolitismo”. E non si può essere più d’accordo, ma il modo affascinante che Ethan usa per raccontare questa parola è un divertimento intellettuale di prima grandezza. Il suo inventore è Diogene, un vero e proprio homeless-filosofo che si dichiarava cosmopolita perché rifiutava di definire la propria identità in base alla città dov’era nato o a quella dove viveva. Ma da allora, quella parola ha fatto molta strada.

E oggi, nell’epoca della rete, quando tutto è connesso e ogni grande dinamica si accende proprio in relazione alla connessione – dalle epidemie alle crisi finanziarie, dalle rivoluzioni alle innovazioni decisive – il cosmpolitismo è una condizione umana che da minoritaria diventa potenzialmente maggioritaria. È una possibilità fondamentale, ma resta solo una possibilità: perché possiamo perdere l’occasione interpretando la rete in modo chiuso e localistico, lasciandoci dominare dalla preferenza per il simile e il rifiuto del diverso…

Ma proprio per questo occorre ripensare la rete. O meglio: il modo in cui la stiamo costruendo.

Questo libro fa parte del genere di libri che vien voglia di segnalare dopo la lettura delle prime cinquanta pagine. Ma sicuramente è un libro che deve anche essere raccontato e ripensato dopo la lettura completa. Martedì lo presentano al Berkman Center:

In Rewire, media scholar and activist Ethan Zuckerman explains why the technological ability to communicate with someone does not inevitably lead to increased human connection. At the most basic level, our human tendency to “flock together” means that most of our interactions, online or off, are with a small set of people with whom we have much in common. In examining this fundamental tendency, Zuckerman draws on his own work as well as the latest research in psychology and sociology to consider technology’s role in disconnecting ourselves from the rest of the world.

For those who seek a wider picture—a picture now critical for survival in an age of global economic crises and pandemics—Zuckerman highlights the challenges, and the headway already made, in truly connecting people across cultures. From voracious xenophiles eager to explore other countries to bridge figures who are able to connect one culture to another, people are at the center of his vision for a true kind of cosmopolitanism. And it is people who will shape a new approach to existing technologies, and perhaps invent some new ones, that embrace translation, cross-cultural inspiration, and the search for new, serendipitous experiences.

Ci torniamo, qui, tra un po’. Intanto, qui sotto, Ethan ne parla.

Vedi anche:
Connessi, contaminati, cosmopoliti
Cosmopolitismo imperfetto
Network di acceleratori globale
Ma dov’è l’Italia?
Una lezione di Ezio Manzini