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Un paese senza sovranità e senza Processo di Norimberga. Due libri e un video per guardare dall’alto il labirinto italiano

Le tecniche per uscire da un labirinto prevedono di solito di trovare una regola tattica-analitica che consenta di provare tutte le strade e ricordare quelle già sperimentate con insuccesso. Ma la regola strategica-sintetica è tentare di guardarlo dall’esterno. Umberto Eco è un esperto. E leggere la storia d’Italia dalla fine della guerra a oggi è come un labirinto. Dal quale occorrebbe venire fuori per poter guardare avanti. Non è escluso che sia arrivato il momento per riuscirci.

Due libri letti nello stesso momento indicano una possibile visione sintetica. Con l’aggiunta di un documentario della Bbc su Gladio intitolato Operation Gladio del 1992, citato da Umberto Eco nel suo Numero Zero, il primo dei due libri. E il secondo è Il golpe inglese di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino.

libro-numero-zeroEco racconta la storia di una redazione di giornale vagamente grottesca e di un’inchiesta approssimativa e incredibile sull’Italia del dopoguerra che però sfocia in una tragedia che paradossalmente l’avvalora. Fasanella e Cereghino raccontano i risultati di un’inchiesta documentata dalla quale si esce con la convinzione che la disinformazione abbia sempre vinto in Italia, che sia impossibile distinguere tra gli accadimenti e le testimonianze che artatamete li interpretano o li nascondono in questo paese.

libro-golpe-ingleseEntrambe le storie mostrano aspetti dell’Italia uscita dalla Seconda Guerra Mondiale come paese sconfitto e costretto a vivere sotto la tutela delle potenze vincitrici. Fasanella e Cereghino offrono una dimensione di lettura originale centrando il racconto sulla politica estera della Gran Bretagna nei confronti dell’Italia. L’Inghilterra appare in tutta la sua decadente trasformazione da immenso impero globale in un paese europeo importante ma certo non decisivo per il pianeta. Ma un paese che intende in ogni modo rallentare questo processo comportandosi il più a lungo possibile come potenza coloniale. E l’originalità della lettura sta nel fatto che mentre di solito l’Italia si sente succube della politica americana, in realtà sulla Penisola ha gravato anche l’interferenza inglese, legittimata dal ruolo della Gran Bretagna come potenza vincitrice incaricata di influire sulla politica italiana all’indomani dell’armistizio e della definizione dell’Italia come paese cobelligerante destinato dai patti internazionali a giocare un ruolo di secondo piano nell’ordine mondiale uscito dalla guerra.

La vicenda della politica inglese in Italia è – per Fasanella e Cereghino – alimentata da tre assi:
1. proteggere gli interessi petroliferi britannici nel Medio Oriente, a lungo un protettorato inglese
2. combattere l’avanzata sovietica in Europa e l’avanzata dei comunisti in Italia
3. alimentare culturamente ed economicamente una rete di alleati di ogni genere purché adatti a favorire la politica britannica: fascisti, mafiosi, strani massoni, liberali, giornalisti…

Nel libro di Fasanella e Cereghino, i nemici dei britannici sono sempre gli italiani che pensano all’interesse nazionale e lo perseguono con una politica indipendente e rischiosa per gli interessi britannici, che intendono a lungo in base alla visione del mondo di una potenza imperiale, anche quando l’impero non c’è più. Entrano nel gioco, e perdono, personaggi come Matteotti, Mattei, Moro. E le tragedie che li riguardano sono allusivamente collegate da Fasanella e Cereghino agli interessi inglesi. Sono ossessionati dal petrolio: Matteotti e Mattei sono nel mirino per questo, anche se ovviamente per motivi diversi. E sono ossessionati dalla stabilità politica anticomunista: Moro è nel mirino perché conduce la Dc all’apertura al compromesso storico con il Pci. Il libro è convincente soprattutto nelle parti dove ricostruisce i legami tra gli inglesi e i fascisti che, invece di essere esclusi nell’Italia democratica, vengono aiutati in tutti i modi a pesare e molto sulla politica italiana. Le vicende di Gladio, di piazza Fontana, persino delle Brigate Rosse, sono – nel libro – chiaramente segnate da persone che hanno rapporti con i servizi inglesi e con i fascisti che gli inglesi proteggono a lungo.

Umberto Eco sottolinea una questione di metodo. I collegamenti tra i documenti, i fatti acclarati, le persone dalle biografie ambigue, gli interessi internazionali, le tragedie e le loro interpretazioni non sono mai esenti da possibili forzature e manipolazioni. Le ipotesi interpretative vanno sottoposte a ricerche condotte in base a un’epistemologia storica della quale non dovrebbero fare a meno neppure i giornalisti. Una narrazione convincente non è sempre una narrazione documentata. E i moventi per gli assassini – politici – non sono sufficienti a definire le resposabilità. Ma un’inchiesta improbabile come quella del giornalista immaginato da Eco può essere messa a confronto con un’inchiesta come quella della Bbc, che nel 1992 ricostruisce la vicenda Gladio: e mostra come l’Italia sia stata una nazione priva di vera sovranità, sottoposta a pressioni enormi perché non si rendesse autonoma nella scelta del proprio destino, governata da persone che non potevano scegliere, manipolata da una strategia della tensione motivata da interessi stranieri. Non è un caso che i governi non abbiano credibilità in un paese così. E la domanda è questa: finita la Guerra Fredda il paese è stato tenuto sotto tutela per altri vent’anni. Ma adesso è davvero finita?

La Germania è ripartita dal Processo di Norimberga. Ed è oggi una potenza indipendente. L’Italia non ha avuto un analogo processo. Ed è sempre alla ricerca di un’impossibile indipendenza. Lo scioglimento della sua sovranità nel nuovo contesto europeo potrebbe aiutarla a trasformarsi in quello che ha perso l’occasione di essere: se non può essere un paese indipendente, può almeno partecipare a un nuovo paese, l’Europa, che ha molto più senso alla scala delle sfide contemporanee? Questo dipende anche da noi: questo potrebbe essere il finale di una storia e, finalmente, l’inizio di una nuova storia. Perso il Novecento, potrebbe guadagnare il Millennio.

Crescita esponenziale e intelligenza artificiale

È difficile pensare l’andamento esponenziale. Una crescita esponenziale può portare talmente lontano dal punto di partenza e con un’accelerazione talmente significativa che il tempo che ci vuole per cambiare totalmente i connotati del fenomeno è sostanzialmente imprevedibile. Per di più, di solito non si pensa anche al dopo. Cioè al momento in cui – quasi fatalmente – un fenomeno in crescita esponenziale comincia a rallentare per assumere una più naturale forma “logistica”. Sicché ci si può ingannare due volte: quando non si vede la crescita e quando, nel pieno dell’esplosione, non si pensa al rallentamento.

La retorica esponenziale rischia di portare a ragionamenti troppo specializzati e poco attenti alla logica profonda dell’ecosistema. Occorre pensare di sciogliere contemporaneamente entrambi gli inganni. E quindi pensare l’esponenziale e pensare la logistica.

Exponential organization aiuta a sciogliere il primo inganno.

Our environment is changing exponentially, mainly driven by exponential technologies and globalization. As a result, the world is becoming increasingly open and transparent and we are slowly moving from a world of scarcity to a world of abundance.
However, our organizations are still linear: hierarchical, centralized, closed, top down and focusing on ownership due to scarcity of people, resources, assets and platforms. They evolved one hundred years ago for an era of economies of scale and relative stability and predictability.

Se si applica la narrazione esponenziale all’intelligenza artificiale viene fuori l’immagine di un percorso che fatalmente porterà a computer molto più intelligenti della specie umana. Un bel modo per raccontare questa idea lo ha trovato Tim Urban per WaitButWhy (prima parte).

This pattern—human progress moving quicker and quicker as time goes on—is what futurist Ray Kurzweil calls human history’s Law of Accelerating Returns. This happens because more advanced societies have the ability to progress at a faster rate than less advanced societies—because they’re more advanced. 19th century humanity knew more and had better technology than 15th century humanity, so it’s no surprise that humanity made far more advances in the 19th century than in the 15th century—15th century humanity was no match for 19th century humanity.

Il post è da leggere. Ma senza dimenticare una storia molto più ampia. Per guardare all’insieme criticamente.

L’Economist ha preso visione del dibattito in materia. E tiene conto anche di chi dice che l’innovazione sta rallentando (non accelerando). Alla fine suggerisce che l’idea del rallentamento è una posizione esagerata ma da non sottovalutare del tutto. “The great innovation debate” e “Has the ideas machine broken down?”

Il tema dell’intelligenza artificiale non è soltanto tecnologico. È culturale, economico, narrativo… Vale la pena di riprendere dall’insieme di visioni più ampie uscite recentemente: “Intelligenza artificiale. L’allarmismo non serve a nulla” e “Edge 2015 e le macchine pensanti“.

Ugo Morelli: il conflitto generativo

Ugo Morelli ha scritto “Il conflitto generativo. La responsabilità del dialogo contro la globalizzazione dell’indifferenza“, Città Nuova editrice 2014. Un libro che accompagna oltre un labirinto di pensieri vecchi e di pregiudizi fatti di parole poco indagate.

libri-conflittogenerativoL’indagine di Morelli è paziente. Ma svela realtà che i pregiudizi nascondono, oltre l’antitesi tra pace e guerra, oltre la confusione tra guerra e conflitto, oltre la confusione tra pace e indifferenza.

Se la diversità è ricchezza culturale, il confronto è necessario, il conflitto possibile. E può essere generativo. Il problema è comprenderlo, gestirlo, pensarlo: il discorso sul metodo resta il fondamento di una evoluzione culturale creativa che l’urgenza del presente e il disorientamento che essa diffonde sembrano mettere costantemente in discussione. Ma sarà un metodo largo e plurale quanto la pluralità e la complessità delle dimensioni dell’umano.

“Presumere che la strategia migliore per negoziare e gestire efficacemente i conflitti sia puramente razionale è prevalentemente insufficiente, se non errato. Quello che accade nella realtà è che i sentimenti di ostilità che possono intervenire alla base di una situazione conflittuale sono fondati in buona misura su una dimensione emozionale che si situa a livello di esigenze primarie. (…). In primo luogo sembra importante suggerire la rilevanza della presa d’iniziativa. Le situazioni conflittuali sono tali da diventare sempre più problematiche quanto più tempo si lascia trascorrere prima di intervenire. Nonostante le resistenze a prendere l’iniziativa, vale la pena di cercare di impegnarsi a non aspettare che le emozioni predominino e a non reagire quando è ormai tardi, assumendo un atteggiamento preventivo. Allo stesso tempo è molto importante cercare di concentrarsi sulla parte e non sul tutto ed è altrettanto importante affrontare il problema, non le emozioni che sottostanno al problema, in quanto una posizione di concretezza favorisce una buona riuscita nell’elaborazione del conflitto. Dare valore a tutte le posizioni in gioco, anche quelle che suscitano particolari resistenze a noi per la differenza che ci propongono, è una condizione fondamentale nella gestione del conflitto”.

Il conflitto va giocato salvaguardando la propria autonomia ma creando i collegamenti tra le persone che servono ad arrivare a uno scambio generativo il che avviene anche riconoscendo il valore delle posizioni degli altri.

Vedi:
Sito di Ugo Morelli
Podcast: Ugo Morelli e Loredana Lipperini dialogano su CONFLITTO GENERATIVO – Fahereneit Rai Radio3 (File MP3)

La vita è aria intessuta con la luce

“La vita è aria intessuta con la luce” disse Jacob Moleschott, fisiologo olandese che ha insegnato all’università di Torino dal 1860. Lo cita Piero Bianucci nel suo nuovo libro “Vedere, guardare. Dal microscopio alle stelle, viaggio attraverso la luce”. Un libro che esce all’esordio dell’anno internazionale della luce e soprattutto in un periodo storico in cui il tentativo di molti tecnologi di spostare l’asse dell’attenzione dall’elettronica alla fotonica sembra avere qualche probabilità in più di riuscire.

libro-Vedere_guardareNòva ha dedicato al tema un servizio piuttosto ampio:

La luce apre le porte dell’universo. Da Galilei in poi, le tecnologie hanno consentito il grande salto: dal colore che registrano è possibile capire la temperatura delle stelle e la composizione dell’atmosfera
Visioni fotoniche. La fotonica è una delle tecnologie abilitanti per un futuro sostenibile. Ecco come l’Europa (e l’Italia) si preparano a innovare in questo campo
La luce diventa più intelligente.Lampade che si accendono quando entriamo nella stanza o sanno quanti siamo e dove andiamo: è la rivoluzione dei led all’insegna dell’efficienza
La sostenibilità per lo sviluppo. La sostenibilità e la tecnologia efficiente, unite ai costi ridotti, possono contribuire alla risoluzione di emergenze umanitarie. Ecco tre esempi

Fede, democrazia e terrorismo. Un libro di Eric Hoffer. Una considerazione di Martin Wolf

La domanda che Martin Wolf si pone sul Financial Times è quella che abbiamo in mente tutti: perché esiste gente che uccide per la sua fede e come devono rispondere le democrazie? (Ft, edizione a pagamento)

libri-The_True_BelieverWolf cerca una risposta a partire dal libro di Eric Hoffer, pubblicato nel 1951, The True Believer: Thoughts on the Nature of Mass Movements (il libro è disponibile gratuitamente in pdf).

La discussione passa velocemente intorno alle questioni del fanatismo, della religione, del nazionalismo e arriva a un’intuizione densa di conseguenze: il fanatico, quella persona che può uccidere e morire per la sua fede, non si spiega con la povertà, ma con la frustrazione.

Dunque, dice Wolf, il fanatismo nasce dalla distanza tra ciò che si pensa sia giusto e ciò che si vede nella realtà, ma si sviluppa radicalizzando l’adesione a una fede in cui credere che conforta aiutando a individuare una strada da percorrere per aggiustare la situazione, una strada che spesso definisce un nemico e legittima la violenza.

La conclusione di Wolf: che cosa deve fare un cittadino di una democrazia liberale che vuole restare tale?
1. prepararsi a una lunga partita di contenimento
2. riconoscere che il centro della questione è altrove; l’occidente può aiutare ma non vincere una guerra del genere
3. offrire l’idea di eguaglianza nella cittadinanza come alternativa alla violenza
4. comprendere e rispondere alla frustrazione che molti sentono
5. accettare il bisogno di misure per garantire sicurezza ricordando però che la sicurezza assoluta non è raggiungibile
6. restare fedele ai valori democratici perché senza di essi non abbiamo nulla da offrire in questa battaglia (e quindi mantenere un giusto e sano “stato di diritto” e rifuggere dalla tortura). Se rinunciamo a questi valori abbiamo perso. Reagire esagerando apre la strada alla sconfitta.

Tra queste indicazioni alcune sono rivelatorie. Una democrazia non vince mettendosi sullo stesso piano dei fanatici, non può garantire l’assoluta sicurezza e dunque non ha senso che rinunci ai valori democratici in nome di una impossibile garanzia di sicurezza. Per Wolf la guerra si vince nel lungo termine, aiutando a superare i motivi di frustrazione. E’ un razionale approccio non violento che individua un obiettivo sensato. Forse gli Stati Uniti potrebbero prendere in considerazione questo ragionamento, almeno quando discutono sulla scelta che in qualche caso hanno operato immolando sull’altare di una fede fanatica per l'”assoluta sicurezza” alcuni valori fondamentali come il rifiuto della tortura. Il senso dell’equilibrio e la precisione della consapevolezza sul valore dei diritti umani è la principale arma strategica dell’Occidente in questo confronto estremo con una parte degli abitanti più frustrati e fanatici del pianeta. Imho.

Massimo Mantellini. La vista da qui. Appunti per un’internet italiana

Il libro di Massimo Mantellini è molto bello. Non stupirà questo commento: i numerosissimi lettori di Manteblog conoscono la sua scrittura incantevole e disincantata.

libro_mantelliniMantellini, scrittore e radiologo di Forlì, racconta ogni giorno frammenti grandi e piccoli della rete e il suo libro sembra una continuazione del flusso dei suoi contributi. La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dimostra ancora una volta sua attenzione per i dettagli, la sua sensibilità per la sintesi e la sua cura per le parole. Ma soprattutto è un’esplorazione della relazione tra l’autore, la rete e il resto del mondo, specialmente il resto dell’Italia. Mantellini ha aperto tanti anni fa la sua capacità di ascolto alla rete. Ne ha compreso la cultura e la sostanza, tanto da essere ormai un riconosciuto maestro nell’arte di guardare a sé stesso e all’insieme della società attraverso il campo di osservazione che la rete ha costruito. E per questo i suoi giudizi vanno presi in attenta considerazione: non sono dettati da pregiudizi, ma da esperienza e buon gusto.

Il libro attraversa i grandi dibattiti sull’internet che si affacciano ricorrenti e sempre attuali in Italia. Dalla scuola alla politica, dal copyright alla crisi dell’editoria, dalla trasformazione cognitiva che viene collegata all’uso della rete alle minuzie della vita quotidiana abilitata e invasa dai gesti che gli schermi con i quali ci si collega alla rete hanno reso tanto frequenti. Infastidito da chi non capisce, tollerante verso chi non sa, feroce nei confronti di chi dovrebbe politicamente decidere, e non decide per ignoranza o distrazione, di puntare sulla rete per adeguare la società italiana alla contemporaneità. Mantellini, che appena può fa simpaticamente professione di modestia, per rispetto alla grandezza dei problemi, non si trattiene quando è consapevole di parlare in nome di un’interpretazione veritiera della rete: in quei casi sa dare una risposta secca alle domande che la meritano, come quelle che riguardano il futuro del copyright (fa riformato) o l’esistenza dei nativi digitali (non sono più consapevoli dei grandi del senso della cultura digitale), i programmi di rinnovamento dell’istruzione (minimalismo è meglio: un notebook, una connessione e un proiettore) e il valore della comunicazione politica online (ne avessero azzeccata una). Interprete sincero della rete, Massimo, sa dare all’insieme una voce.

Ma alla fine, come all’inizio, è il godimento di una bella penna che spinge a leggere e a invitare a leggere il libro.

Crowdfunding da conoscere. Il libro di Ivana Pais, Paola Peretti e Chiara Spinelli

Forse, in estrema sintesi, il crowdfunding è un sistema collaborativo per finanziare progetti. Talvolta è più orientato al “sociale” e in altri casi è più orientato al codesign; talvolta è un metodo per raccogliere investimenti e in altri casi è pensato per una sorta di prevendita di nuovi prodotti. In un constesto nel quale la logica dei “beni esperienza” si generalizza, il momento del pagamento e quello del consumo si disaccoppiano. E il crowdfunding sembra fornire una quantità di modi per coordinare quello che emerge. La sua metafora assomiglia a quella del finanziamento più che a quella del pagamento: proietta l’attenzione dal presente al futuro. Forse aiuta a gestire l’incertezza. Le sue conseguenze sono ancora da comprendere, il suo successo non è scontato in ogni sua manifestazione, il suo contributo alla cultura economica è già chiaro. E ce n’era bisogno.

libro_Crowdfunding Il libro di Ivana Pais, Paola Peretti e Chiara Spinelli, Crowdfunding. La via collaborativa all’imprenditorialità, va letto. È costruito sui fatti e la riflessione, le testimonianze e i casi, con uno spirito profondamente innovativo. Proprio perché esplora sistematicamente le possibilità che si aprono tutto intorno a un concetto che sposta i termini dello scambio introducendo nel ragionamento economico nuovi spazi di manovra.

Vedi anche:
Un interessante progetto di crowdfunding per la scuola incubato a Bologna grazie all’Unipol: Progetto SchoolRaising
Un dibattito a Palermo ha connesso anche il crowdfunding a una comunità che cerca Nuove Pratiche
Da seguire il lavoro dell’Associazione Crowdfunding

L’ultima rilevazione di Ivana Pais e Daniela Castrataro:

Ferrone sulla storia dei diritti dell’umanità. E una chiosa per l’epoca di internet

La storia dell’idea dei diritti dell’umanità, centro generativo della cultura illuminista, è ricostruita da Vincenzo Ferrone nel suo gran libro, pubblicato recentemente con Laterza.

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«La soluzione dell’enigma dell’illuminismo sta per larga parte racchiusa nella scoperta e nella sua appassionata lotta a favore dei diritti dell’uomo» dice Ferrone. Più che un movimento filosofico o intellettuale, l’illuminismo è stato una rivoluzione culturale. «Attraverso i suoi insegnamenti sulla necessaria identificazione dell’io nell’altro per conoscere se stessi, sulla pietà che suscita la sofferenza del proprio simile, la cultura illuministica portò a maturazione il riconoscimento del principio della sostanziale unitarietà del genere umano e allo stesso tempo dell’esistenza di civiltà e culture dissomiglianti da noi, rivendicandone però la piena digità umana».

Ferrone CS 0614.qxdAlla radice, ovviamente, un pensiero che cercava le sorgenti della verità indipendentemente dai diversi percorsi religiosi. Ma dichiarandone sostanzialmente legittimo l’impegno. E quindi arrivando a una sorta di metodo della conoscenza “enciclopedica”, dell’informazione fattuale e della convivenza politica che resta alla base di molti tentativi di migliorare la qualità della vita delle persone nel pianeta. Il concetto di diritti dell’umanità passa attraverso diverse fasi, alcune ideologiche altre giuridiche, mantenendo però la sua forza emozionante e pacificante.

Scriveva Claude Lévi-Strauss: «La nozione di umanità, che include, senza distinzione di razza o di civiltà, tutte le forme della specie umana, è di apparizione assai tardiva e di espansione limitata. Proprio là dove sembra aver raggiunto il suo sviluppo più elevato, non è affatto certo – come prova la storia recente – che sia stabilita al riparo di equivoci e da regressioni. Ma per vaste frazioni della specie umana e per decine di millenni, questa nozione sembra essere totalmente assente. L’umanità cessa alle frontiere della tribù, del gruppo linguistico, talvolta perfino del villaggio; a tal punto che molte popolazioni cosiddette primitive si autodesignano con un nome che significa gli “uomini” sottintendendo così che le altre tribù, gli altri gruppi, o villaggi non partecipino delle virtù – magari della natura – umane».

Una cultura dei diritti che fin dalle origini si presenta come un disvelamento di una realtà “naturale”. Non a caso Thomas Jefferson scrive – a 33 anni – che i diritti umani incisi nella dichiarazione d’indipendenza del 1776 erano verità inutili da spiegare perché “self-evident”. Insomma, quelle verità erano chiare e sotto gli occhi di tutti: anche se paradossalmente ci era voluta la luce dell’illuminismo per mostrarle.

Le prime pagine del libro di Ferrone catturano. Il resto è intenso, informativo ed equilibrato. Ma è una lettura importante in un momento in cui la necessità di ridefinire i diritti umani nell’epoca trasformativa di internet è diventata un compito importante di diverse istituzioni, in Italia e nel mondo. Tim Berners-Lee parla di una Magna Charta della rete. Alla Camera dei deputati si parla di Internet Bill of Rights. Nomi emozionanti che peraltro vengono da reminescenze pre-illuministiche (la Magna Charta è del XIII secolo e il Bill of Rights del XVII). In passato si è parlato anche di un concetto più settecentesco come la Declaration of the Independence of Cyberspace di John Perry Barlow (1996) che tenta di dimostrare la costruzione di un nuovo mondo nel quale il codice tecnologico e il codice dei diritti (almeno uguaglianza ed espressione) coincidono e che consente alle leggi nazionali di continuare a governare i corpi delle persone ma non le loro menti.

Ma, come nel XVIII secolo, l’idea dei diritti umani è generativa di conseguenze a largo raggio e spinge incessantemente per la realizzazione di politiche innovative, per lo sviluppo di conoscenze documentate e per la creazione di condizioni più giuste in nome della dignità umana. Ferrone aiuta a focalizzarsi sulla dinamica che dalla rivoluzione culturale contagia la politica e il resto. Ma in qualche misura sfida a vedere nei diritti all’epoca di internet una nuova fase di riequilibrio delle relazioni tra istituzioni e cittadini: sono le istituzioni che si adeguano e si mettono al servizio dei diritti, non viceversa. Le tendenze del capitalismo internettiano e dei governi interventisti sulla rete sono spesso poco sincrone con la salvaguardia e lo sviluppo dei diritti umani: ma viene un giorno in cui una cultura rinnovata riesce a farsi comprendere e a imporsi alle logiche tradizionali del potere. Lasciando dietro di se principi e pratiche costitutive di una migliore convivenza civile. La ricerca è in corso. La difficoltà grandissima. La speranza inesauribile.

Drôle de guerre: Hachette, Amazon and authors. Something needs to be fixed, but looking ahead

A commercial dispute between Amazon and Hachette has led quite a few authors to take a stand. On which side? Well, they surely are against Amazon. But are they also with Hachette?

Authors United sent a letter to their readers through an advertisment. They claim Amazon has boycotted Hachette and made the works of some authors more difficult to find at the right price. Amazon answered by accusing Hachette to impose the wrong price on their books (adding a little gaffe about Orwell). Hachette just said that they want to go on negotiating. John Kay suggests that the real problem is in publisher’s strategy.

It’s been a sort of “drôle de guerre” until now. But the future is not going to be nice for some of the players. Amazon is winning on the technology side and there is little that Hachette and other publishers have been doing to prevent their complete defeat. Authors are asking Amazon – rightly – for fair competitive tactics. But in the long run, this is not enough. If they like publishers they should be asking them to improve their vision and strategy.

Publishers buy authors’ copyright in exchange of some services they still give, such as financing, marketing and editing, but they can pay for it only if the also make a great delivering. As a matter of fact, marketing and editing can be done by someone else, maybe financing too, delivering is done more and more by Amazon. Publishers’ problem is not about negotiating: it is about creating a real strategy.

Where to look? Where is Amazon going to find problems?

Amazon is a scalable platform that has the ability to lower the price for delivering content – and many other things – to the consumer. The more customers they have the more margins they do in an exponential manner. What prevents them to make huge and stable profits now is their choice and will: it is because they are investing tons of dollars in innovation and in acquiring customers. In the long run they will have a base they think is right and start getting more and more profitable. The problem with that is that they also want to lock-in customers. Their platform is not interoperable with any other platform. This is because in their technical world they want control. And this fundamentally changes the idea of Amazon as the place where you find anything you need to find at a very good price.

Amazon is competing against publishers, and winning. But it is also competing against other platforms: such as Apple and Google. In the book world they win because customers feel that Amazons has the best choice of books – and a very good device to read them. If Amazons starts not to sell everything, if it excludes some publishers or authors, it will be chaos: people will have to have a device for every platform to get to every author. So they need to fight publishers without helping Apple and Google.

There is a technical flaw in Amazons’ stategy. If the net is neutral somewhere can be created a new platform that starts from skratch with the idea that it will allow to deliver, pay and read any book that is published by any author. A new interoperable platform that levels the field for competition between authors, publishers and device makers can be a prospect: if someone starts to invest in it before Amazon has completely won.

Authors could ask publishers to invest in this platform, now. Or they could start thinking about a new platform that will help all professionals to find they business model: editors, markerters, financers, stylists, authors and every other profession can gather in a new book project, make a deal about how to divide revenues and deliver the work. It is not impossible.

What’s impossible is to win by just complaining.

La società della trasparenza, Byung-Chul Han

Sarebbe un testo da leggere per tutti, “La società della trasparenza”, di Byung-Chul Han. Il filosofo coreano che insegna a Berlino discute con straordinaria lucidità del mito della trasparenza e lo accosta all’ideologia della perfetta circolazione della moneta, alla concezione efficientista della tecnologia dell’informazione, alla società dell’apparire. Ne emerge una critica fortissima del mito secondo il quale la trasparenza è giusta, bella e vera di per sé. Un’argomentazione da discutere ma che lascia il segno.

20140721-141653.jpgScrive il filosofo: “Nessun’altra parola d’ordine oggi domina il discorso pubblico quanto il termine ‘trasparenza’. Essa è enfaticamente invocata soprattutto in riferimento alla libertà d’informazione. (…)

Le cose diventano trasparenti quando si liberano da ogni negatività, quando sono spianate e livellate, immesse senza opporre alcuna resistenza nei piatti flussi del capitale, della comunicazione e dell’informazione. Le azioni diventano trasparenti quando si rendono operazionali, quando si sottopongono a un processo di misurazione, tassazione e controllo. Il tempo diventa trasparente, quando è ridotto alla successione di un presente disponibile. (…)

Chi riconduce la trasparenza unicamente alla corruzione e alla libertà d’informazione, ne misconosce la portata. La trasparenza è una coercizione sistemica che coinvolge tutti i processi sociali e li sottopone a una profonda mutazione. (…) Questa coercizione sistemica rende la società uniformata. In ciò consiste il suo tratto totalitario…

Un mondo che consistesse solo di informazioni e che definisse comunicazione la loro circolazione indisturbata, assomiglierebbe a una macchina…”

Un architetto per la costruzione digitale. Francesco Caio ne scrive

“Si scrive Agenda digitale. Si legge posti di lavoro e competitività”. Parole di Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane e, fino a qualche mese fa, commissario per l’Agenda digitale italiana. A partire da quell’esperienza ha scritto il libro “Lo Stato del digitale. Come l’Italia può recuperare la leadership in Europa” che esce mentre l’Italia assume la guida semestrale del continente e mentre il governo italiano decide sulla direzione dell’Agenzia per l’Agenda digitale.

libro_caio Sulla base della sua esperienza, Caio è convinto che si possa arrivare a riformare il funzionamento dello Stato con conseguenze fondamentali in termini di risparmi, crescita, benessere, cittadinanza. Purché si cessi di lavorare per competenze separate, soluzioni non interoperabili, progetti di digitalizzazione dell’esistente. “La digitalizzazione è un’occasione unica e irripetibile per costruire uno Stato più friendly, più trasparente, agile, che cosa molto meno”.

In effetti è possibile ottenere migliori risultati con minori costi, soprattutto centrando i progetti sulle esigenze dei cittadini e non sulle procedure dell’amministrazione nate nell’epoca della carta, dei bolli e delle megastrutture burocratiche.

Le frontiere della ricostruzione digitale dello Stato sono molteplici in qualche caso fantasiose, di certo affascinanti: si parla di semplificare e qualificare i servizi a partire dal design dell’interfaccia, specialmente mobile; si parla delle forme con le quali le leggi possono essere tradotte in software che ne semplifichi l’implementazione (Francesco Sacco ne sta studiando alcuni casi); si parla e si opera intorno alla apertura dei dati pubblici e dell’organizzazione di hackathon per la costruzione di applicazioni che usino quei dati (la Camera ne ha già organizzata una); di progetta la standardizzazione e l’interoperabilità delle piattaforme pubbliche in chiave cloud anche per facilitare il riuso delle applicazioni sviluppate in alcune amministrazioni da parte di altre amministrazioni, e così via. Ma è solo uno dei contesti nei quali si opera per implementare l’agenda digitale, perché la pubblica amministrazione è un abilitatore, ma gli altri capitoli non sono meno importanti: per esempio, alfabetizzazione e digital skills, infrastrutture di connessione, filiere della ricerca e delle startup, e così via.

Caio ha obiettivamente accelerato alcuni processi strategici per l’agenda digitale italiana, concentrandosi su temi abilitanti (anagrafe, fatturazione, identità), puntando sulla standardizzazione e semplificazione strutturale, avvalendosi delle sue indubbie capacità manageriali, contando sull’appoggio del governo. Ha incontrato ostacoli accettandone alcuni e asfaltandone altri. Ma ha dato una direzione e un esempio di prassi. Ora il lavoro avviato va concluso e con una prospettiva più lunga di quella che aveva Caio deve allargarsi e approfondirsi. E’ il momento. I vincoli di bilancio possono essere dilatati solo in cambio di riforme strutturali e se queste coincidono con gli investimenti necessari a realizzarle, la strada diventa piuttosto chiara: la riforma digitale della pubblica amministrazione è una riforma strutturale ed è un investimento. In quel contesto, nessuno può giocare con i termini e con i soldi. I partner europei possono vedere il valore dei soldi che ammettono siano spesi. E gli italiani possono vedere crescita e miglioramento qualitativo della vita civica.

In tutto questo, un insegnamento di Caio è fondamentale. E con esso si chiude il libro: al centro della costruzione digitale occorre chi svolga la funzione dell’architetto.

Vedi anche:
Agenda digitale, riforma strutturale
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Giovannini. Scegliere il futuro. Basandosi sui fatti

Enrico Giovannini aveva quasi completato il suo libro “Scegliere il futuro” prima di diventare ministro. E lo pubblica ora che ha terminato quell’esperienza.

libro-giovannini Il libro è prezioso quanto veloce. Puntualizza l’importanza della diffusione di informazioni sui fatti, ovviamente, sottolineando soprattutto le notizie basate su statistiche generate con metodo di qualità. Osserva come un sistema economico tragga valore dalla disponibilità di informazioni statistiche diffuse, tempestive e capillari. Chiarisce che quel valore è moltiplicato, o depresso, dal contributo dei media: la quantità e qualità dei rapporti che i giornali dedicano alle informazioni statistiche può valorizzare o distruggere la diffusione dei dati. Infine, mostra come la disponibilità di dati diventi conoscenza se la società è capace di comprenderli.

Da quest’ultimo punto di vista, gli italiani non sono molto bravi a capire le statistiche. E non stupisce per un paese che ha livelli di analfabetismo funzionale tanto elevati. Giovannini lo dimostra con le statistiche, ovviamente. Le fonti sono Ocse e Banca d’Italia. In Italia, la percentuale delle persone che si dimostrano di scarsa competenza matematica e di pessima capacità di comprensione di dati finanziari supera il 25% contro medie Ocse tra il 3 e il 5%.

La diffusione di dati a scopo polemico o sensazionalistico piuttosto che per la conoscenza dei fatti sembra essere connessa a un atteggiamento diffuso che attribuisce scarsa credibilità alle statistiche. L’analfabetismo funzionale di certo non aiuta. Il contributo dei media è insufficiente. Ora abbiamo la possibilità di agganciare il nuovo treno dei Big Data. O di perdere un altro po’ di tempo.

Ryan Holiday: Credimi! La manipolazione della realtà genera realtà.

La percezione della realtà genera un contesto nel quale la società crede di vivere. E le persone agiscono di conseguenza. La manipolazione della percezione avviene attraverso un insieme di tecniche che vengono coscientemente utilizzate da pochi per ottenere specifici comportamenti da parte di molti. Nella complessità del mondo attuale, si moltiplicano le possibilità di informazione corretta e contemporaneamente le opportunità per i manipolatori.

libro-holiday A tutto questo è dedicato il libro di Ryan Holiday, Credimi, sono un bugiardo. Confessioni di un manipolatore di media (Hoepli). Una descrizione senza peli sulla lingua della manipolazione favorita dalle tecniche che si stanno sviluppando su internet. Forse troppo concentrata su quest’ultimo punto: perché il tema supera i timori di chi non comprende la rete e attribuisce al web la responsabilità della confusione tra reale e irreale, visto che – a giudicare dall’esperienza televisiva italiana e non solo – riguarda l’insieme di una mediasfera divenuta ormai “ambiente”.

Questa è la peculiarità che contraddistingue il mondo di oggi: una linea sfumata tra ciò che è reale e ciò che è falso; tra ciò che accade veramente e ciò che è solo inscenato; tra ciò che è importante e ciò che è assolutamente insignificante (…).
Le notizie false non si limitano a ingannarci. Il problema dell’irrealtà e degli pseudoeventi non risiede soltanto nel loro essere irreali, bensì nel fatto che non rimangono irreali. Per quanto esistano essi stessi in qualche limbo tra realtà e finzione, il dominio in cui vengono fruiti e in cui generano reazioni è indubbiamente reale. Riportati al pubblico come notizie, tali eventi contraffatti subiscono un processo simile al riciclaggio di denaro sporco: da banconote inutilizzablil diventano soldi puliti con cui possiamo comprare cose vere.
Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudoambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto preudoazioni, bensì azioni reali”.

Le tecniche di manipolazione della percezione della realtà sono emerse già all’epoca della televisione. E per quanto Holiday le descriva soprattutto come fenomeni internettiani e bloggeristici, è proprio dalla manipolazione televisiva che sono nate. Internet le ha generalizzate, abbattendo le barriere all’entrata in gioco di manipolatori di nuova concezione.

Il fatto è che la qualità dell’informazione, documentata e verificata, discende da una cultura del consenso intorno al metodo con il quale viene generata. E si rivolge a una cultura che valorizza e apprezza i fatti ricercati e descritti con accuratezza, completezza, indipendenza e legalità. In tutte le epoche, la maggior parte delle persone non ha tempo e attenzione per verificare tutte le notizie e, in tutte le epoche, coltiva un senso critico in una minoranza di argomenti – magari quelli dei quali si occupa di più – lasciandosi guidare da altri per la maggior parte delle questioni. La razionalità controllata, dice Kahneman, si riserva a una minoranza di argomenti e decisioni, mentre la maggior parte dei comportamenti sono guidati dall’intuizione, cioè dalla prima cosa che viene in mente: spesso l’intuizione emerge da informazioni manipolabili, ripetute più che documentate. Internet non è altro che uno strumento in più per questa pratica.

Ma proprio tra gli esempi citati da Holiday, il più grosso è quello dell’amministrazione americana che ha convinto i suoi cittadini dell’opportunità di andare a fare la guerra in Iraq: lo ha fatto usando tecniche di manipolazione che non si concentravano solo su internet, ma anzi facevano largo uso della televisione. Internet però ha aperto la strada a una genìa di nuovi manipolatori. E il libro di Holiday consente di rendersene conto in modo documentato. Con un caveat che assomiglia al paradosso del cretese che dichiara “tutti i cretesi sono mentitori”. Ma questa è un’altra storia.

Dominici: «La comunicazione è condivisione di conoscenza». Il resto è discussione

libro_dominiciPiero Dominici ha scritto un libro che va letto da chi voglia riflettere con profondità sulla trasformazione culturale e filosofica che attraversa la contemporaneità con l’accelerazione impressa alla dinamica culturale dalle comunicazioni digitali.

Dominici è condotto dalla convinzione secondo la quale la comunicazione non sia un femoneno meramente tecnico o economico o relazionale, ma sia il modo con il quale le persone condividono conoscenza. Insomma: si riconosce la comunicazione dalla sua conseguenza e non dal mezzo attraverso il quale avviene. Se due persone sono connesse ma non condividono conoscenza, allora non comunicano. La connessione è necessaria, non sufficiente. Questo ha conseguenze etiche e organizzative molto rilevanti. E da questa impostazione discendono i diritti e doveri della cittadinanza in rete, secondo Dominici. Perché il conflitto è collegato fondamentalmente alla cattiva gestione delle conoscenze o peggio all’impossibilità di accedere alle conoscenze e a farne, dice Dominici, un uso consapevole e razionale.

La conseguenza di questa impostazione è che l’organizzazione della condivisione della conoscenza è strategica per lo sviluppo culturale e sociale. La comunicazione è parte dell’organizzazione, per Dominici. Non del marketing. E questo è un approccio molto importante. Lo scambio di conoscenza che avviene in un’organizzazione che ha un progetto e uno scopo condiviso e trasparente è molto più credibile e interessante di quanto non sia lo scambio di messaggi in un sistema di relazioni di alterità tra promotore di un’idea e spettatore.

Queste poche righe tagliano un libro complesso come quello di Dominici in modo troppo sbrigativo. Ma era urgente sottolineare la distinzione tra “condizioni di connessione” e “effettivo scambio di conoscenza”. Perché in un paese come il nostro, arretrato sul primo aspetto e distratto sul secondo aspetto, è necessaria una maggiore chiarezza progettuale.

L’estetica protestataria e lo spettro del capitalismo

Il gran libro di Mauro Magatti e Laura Gherardi, “Una nuova prosperità. Quattro vie per una crescita integrale” (Feltrinelli 2014) sulla ricerca di una nuova idea di prosperità arriva al momento giusto. Magatti peraltro aveva avuto il grande merito di iniziare la riflessione storica sull’esperienza dei trent’anni tra il 1980 e il 2010. E ora si domanda con Gherardi che tipo di prospettiva si apre.

libro_magattigherardi3La credibilità dell’idea che sia possibile una crescita illimitata è ormai in profonda crisi. E al suo posto si cercano nuove prospettive, più collegate alla qualità della vita, dell’ambiente, delle relazioni sociali, della profondità culturale. La ricerca di Magatti e Gherardi conduce gli autori a pensare all’emergere di un capitalismo ridefinito dal “valore contestuale” nel quale il senso dell’azione economica torna a far parte integrante del percorso di crescita. Il libro va letto.

Contiene un passaggio che motiva il titolo di questo post. Quando gli autori ricordano come l’epoca della contestazione degli anni Sessanta abbia avuto due aspetti: uno più operaista e un secondo più artistico. In effetti, il clima da lotta di classe alimentato da una parte dei sessantottini si sovrapponeva all’atmosfera della trasformazione culturale sostenuta e testimoniata dal grande movimento artistico, esistenziale, musicale di quell’epoca. Ebbene, dicono gli autori, che il capitalismo degli anni Ottanta-Duemila è riuscito ad assorbire una larga parte delle istanze affermate dall’interpretazione artistica degli anni Sessanta. Dall’apprezzamento per le forme d’arte sperimentali alla liberazione dei costumi sessuali. Ma quei valori, artistici, sono stati trasformati dal capitalismo che ne ha fatto spesso elementi di marketing, connettendo i temi liberisti a quelli libertari. Certo, nel processo, molti di quei valori hanno perso il loro senso biografico, ribelle, esplorativo.

È un passaggio chiave. Tra le molte devastazioni che la società ha subito nel corso degli anni che forse sono ormai superati, oltre alle questioni ambientali, ci sono certamente quelle relazionali e culturali. La ricostruzione della prospettiva di sviluppo basata sulla qualità, piuttosto che sulla quantità di prodotti, è un progetto straordinariamente importante.

Se ne parla mercoledí:

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