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Maurizio Ferraris. Mobilitazione inconscia nel web

«Si ha torto a vedere nella tecnica qualcosa di moderno e, soprattutto, di cosciente. La tecnica, proprio come il mito, è una rivelazione in cui progressivamente si fanno avanti pezzi di un inconscio collettivo che non è stato programmato da nessuno».

Solo una citazione (p. 6) per un libro che andrà letto. E commentato bene. Maurizio Ferraris, Mobilitazione totale, Laterza 2015.

  

Homo Pluralis alla Camera

La presentazione di #homopluralis ieri alla Camera.. 

Se non ci credo non lo vedo. I media osservati dall’alto

Vista dall’Osservatorio astronomico di Padova, l’infosfera si presenta come un sistema complesso da vivere e da comprendere a fondo. Un’occasione c’è stata con la presentazione dei libri di Paolo Vidali e Federico Neresini, Il valore dell’incertezza (Mimesis) e di Gabriele Balbi e Paolo Magaudda, Storia dei media digitali (Laterza) con Homo pluralis.

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L’innovazione nell’infosfera sembra seguire una dinamica rovesciata rispetto al luogo comune “se non lo vedo non ci credo”. La creazione di una nuova piattaforma, l’evoluzione di un mondo di senso, l’adozione di un servizio di informazione sembrano piuttosto seguire un mantra che privilegia l’immaginazione: “se non ci credo non lo vedo”.

Di certo questo può portare a straordinarie innovazioni, ma purtroppo anche a bufale e radicalizzazioni ideologiche. Anche per questo la riflessione critica è essenziale.

L’occasione della presentazione dei libri di Pier Paolo Vidali e Federico Neresini e di Gabriele Balbi e Paolo Magaudda è stata fortunata in questo senso.

Vidali e Neresini partono della teoria dell’informazione lanciata da Claude Shannon. Il loro libro va letto per riconoscere la logica shannoniana nell’evoluzione delle piattaforme che gestiscono l’informazione intesa come processo di riduzione dell’incertezza, che non si accumula ma si limita ad esistere. Sicché l’informazione non è il dato ma appunto il processo che coinvolge insieme il mittente e il ricevente attraverso il quale l’incertezza aperta da un insieme di domande trova una sua riduzione. Ha più a che fare con il flusso che con lo stock.

Magaudda e Balbi guardano criticamente all’evoluzione dei media digitali. Osservano la sedimentazione di approcci diversi nella loro costruzione, dall’accademia alla finanza, passando per le tensioni pop e le culture alternative. La storia li aiuta a riconoscere una lunga durata nelle tecnologie che sembrano novità. E svolgono una critica del digitale come innovazione in sé.

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Nel frattempo questi argomenti si arricchiscono di nuovi importanti contributi sui quali certamente ritorneremo.

Paolo Granata, Ecologia dei media, Franco Angeli
Alessandro Lovari, Networked citizens, Franco Angeli
Paolo Magaudda, Innovazione Pop, Il Mulino

Libertà e sicurezza: dibattuti come opposti, ricostruiti come simbiotici

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La presentazione del problema, in questi tempi, è semplice: se la società vuole più sicurezza – contro il terrorismo o contro il crimine che usa la rete per svilupparsi – occorre che rinunci a un po’ di privacy. Il che fa il paio con l’altra opinione secondo la quale se le persone vogliono social network e motori di ricerca proattivi in piena efficienza devono rinunciare a un po’ di privacy.

Ebbene, la risposta che ci si può attendere dalla società consapevole di questa alternativa è altrettanto semplice: se siete tecnologi tanto bravi come dite, trovate una soluzione che ci dia sicurezza e privacy, insieme.

Anche perché non si vede che senso abbia difendere una società libera dall’invadenza della violenza di una società autoritaria rinunciando alla libertà: sarebbe una sconfitta preventiva.

Nell’ecologia un tempo si pensava che l’efficienza delle aziende e la qualità dell’ambiente fossero obiettivi contrastanti e alternativi. C’è voluto un po’ di tempo, ma adesso si pensa che siano obiettivi coerenti: anzi, un’azienda che inquina è inefficiente e perde sul mercato. Le esternalità della produzione sono state inglobate nelle logiche interne di imprese sempre più orientate a coinvolgersi nei tempi più ampi della sostenibilità olistica – economica sociale e culturale – dei sistemi di produzione e consumo.

Allo stesso modo i grandi capitalisti dell’industria internettesca e le grandi forze militari e poliziesche statali non possono pensare che la fine della libertà personale – garantita anche dalla privacy – sia un’esternalità negativa della loro efficienza: è un disastro sociale e culturale pari al peggiore inquinamento anche se avviene nella dimensione immateriale.

Libri recenti che servono a discutere di queste cose:

Piero Dominici, Dentro la società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione, Franco Angeli.

Salvatore Sica con Giorgio Giannone Codiglione, La libertà fragile. Pubblico e privato al tempo della rete, Edizioni Scientifiche Italiane.

Giovanni Ziccardi, Internet, controllo e libertà. Trasparenza, sorveglianza e segreto nell’era tecnologica, Raffaello Cortina Editore.

Il tema è toccato anche in Homo Pluralis.

Vedi anche:

What are data security and data privacy?, IBM
Privacy and security notice, governo Usa
Cybersecurity and privacy, Privacy, Security, Commissione Ue

In Communications, Privacy And Security Are Illusions, Bob Ackerman
Privacy and securirity in the internet age, David Gorodyansky
Privacy And Security: Is It Really Dead?, Jacob Morgan
Apple’s Cook: ‘Everyone has a right to privacy and security’, Shara Tibken
Privacy v. security, Froma Harrop

Homo pluralis, oggi a Pisa

Grazie per questa bellissima riunione di oggi!

Alle 17:00, oggi alla libreria Blu Book, via Toselli 23, Pisa: Homo pluralis con Emanuele Baldacci, Adriano Fabris, Alberto Di Minin, Dino Pedreschi.  

Scrivono gli organizzatori:

Venerdì 10 aprile, alle ore 17, alla libreria Blu Book di Pisa, in via Toselli 23, il giornalista e scrittore Luca De Biase presenterà il suo libro “Homo pluralis. Essere umani nell’era tecnologica”. Ne discuteranno con lui il filosofo Adriano Fabris e l’informatico Dino Pedreschi, entrambi docenti dell’Università di Pisa, Alberto Di Minin, professore di Management della Scuola Superiore Sant’Anna, ed Emanuele Baldacci, direttore delle reti di produzione e ricerca dell’ISTAT. L’evento è promosso dall’Università di Pisa, dall’Associazione La Nuova Limonaia e dal Laboratorio SoBigData.
Con “Homo pluralis” Luca de Biase propone una riflessione sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente digitale che lo circonda, fatto di mercati finanziari automatizzati, relazioni umane mediate dai like su Facebook, un flusso d’informazioni incessante e invadente e protesi digitali che arricchiscono l’esperienza. In questo mondo, le macchine sembrano conquistare funzioni sempre più autonome dall’intervento dell’uomo, e le piattaforme online sulle quali ci informiamo e coordiniamo impongono i loro algoritmi, mentre raccolgono e analizzano enormi quantità di dati imparando dagli utenti. È una dinamica evolutiva digitale che richiede un drastico adattamento culturale: la necessità per l’uomo di diventare cittadino consapevole di questo nuovo ambiente digitale, imponendo la propria creatività, intelligenza e senso etico, e di conquistare così una dimensione più autentica. Perché, nelle parole di De Biase, “la tecnologia va più veloce degli umani, ma gli umani possono imparare ad andare più lontano.”​

Architettura dell’informazione: Elizabeth Buie sul WIAD

Elizabeth Buie, autorità internazionale dell’architettura dell’informazione, ha fatto esperienze importantissime sull’innovazione dell’interfaccia dei sistemi pubblici a favore dei cittadini. Sottolinea come una interfaccia sensata favorisca i cittadini sia perché li facilita nell’interazione con gli uffici pubblici e il resto, sia perché motiva i funzionari pubblici a lavorare meglio. In fondo aggiunge senso a tutto.

Elizabeth ha raccolto le sue considerazioni sulla giornata dedicata all’architettura dell’informazione in un post sul suo blog: World Information Architecture Day 2015 – Bologna.

Da leggere assolutamente per chi voglia pensare all’interfaccia stato-cittadini il libro curato da Elizabeth: “Usability in government systems. User experience design for citizens and public servants“.

Khaled Fouad Allam e il senso

Khaled Fouad Allam scrive un saggio da leggere. La sua bella cultura aperta ai diversi punti di vista arricchisce per tutto il suo “Jihadista della porta accanto“. Compresi alcuni passaggi sulla realtà dell’infosfera: il senso della storia serve al senso del futuro. Ecco alcuni passaggi.

libro-allam«Internet, nell’uso che ne fanno i militanti dell’islam politico, consiste in una strategia della manipolazione del consenso. Ma questo consenso è reso possibile perché, negli anni passati, le stesse televisioni satellitari hanno preparato il terreno a un cambiamento di vedute delle popolazioni. La rete radicalizza un terreno già fertile a questo fenomeno».

«Ma internet non è soltanto uno strumento tecnologico in sé. Agisce, ad esempio, sulle modalità attraverso cui si definisce un concetto, si evidenzia una problematica. Semplicemente perché, essendo una rete fra le reti, inventa una modalità di linguaggio digitale, elettronico, che mette a confronto l’oralità con la scrittura, modificando così tutte le tecniche d’approccio».

«Fu Barthes, nella celebre lezione inaugurale al Collège de France, il 7 gennaio 1977 ad affermare: “La lingua come performance di ogni linguaggio, non è né reazionaria né progressista; è semplicemente fascista; il fascismo infatti non è impedire di dire ma obbligare a dire”. Filippo La Porta, in un suo studio, mette bene in evidenza che l’affermazione di Roland Barthes, in realtà, partiva da un’intuizione del linguista Roman Jakobson (…). Jakobson lo ha dimostrato, un idioma viene definito meno da ciò che permette di dire che da ciò che obbliga a dire”. Il linguista russo aveva infatti scritto che “le lingue differiscono essenzialmente in ciò che devono esprimere e non in ciò che possono esprimere”».

Homo pluralis: una lettura in breve

Forse qualcuno può gradire una lettura riassuntiva e schematica del libro Homo pluralis che ho scritto per Codice.

(null)La grande trasformazione del mondo attuale non è certo “determinata” da internet ma non si comprende se non si comprende internet.

Con tutto quello che è successo finora, dopo l’esordio del web e del browser nella prima metà degli anni Novanta, si potrebbe pensare che il più sia avvenuto. In fondo la digitalizzazione del sapere è compiuta al 98% (Hilbert). Ma non è così: intelligenza artificiale, attività finanziarie guidate dagli algoritmi, auto che si guidano da sole, robot e droni, grandi quantità di dati che aprono scenari nuovi per il potere e la conoscenza privatizzata in enormi compagnie globali, la convergenza di bio-nano-neuro-scienze abilitata dal digitale, e così via. Tutto questo può affascinare o anche incutere una certa paura.

Come comprendere la forma che tutto questo può assumere? Un’osservazione aiuta: la forma che l’infosfera assume è guidata dalla grande narrazione che costruisce la prospettiva nella quale operano i costruttori delle innovazioni più radicali.

Una prima narrazione è quella che affida al “mercato” la decisione sull’evoluzione tecnologica: una narrazione che tende a mimetizzare il ruolo del capitalismo autoreferenziale. Una seconda narrazione è quella che vede nella dinamica della tecnologia il motore dell’evoluzione: fideisticamente protesa a suggerire che il progresso tecnologico è la via maestra per risolvere i problemi col rischio di diventare fine in sé. Una terza grande narrazione è quella che mutua le sue metafore dall’ecologia e punta sulla pluralità delle dimensioni dell’umano per definire un percorso sostenibile di sviluppo economico e tecnologico. L’ecosistema dell’innovazione, l’infosfera, la rete neutrale sono altrettante nozioni che aiutano a immaginare come si possa armonizzare l’evoluzione tecnologica con la ricerca della felicità e dello sviluppo di qualità.

Se le prime narrazioni hanno con alti e bassi definito gli ultimi trent’anni dell’evoluzione, la terza appare conquistare maggiore attenzione di fronte alle emergenti sofferenze dell’ambiente, della cultura e della società umana. E ci si va accorgendo che internet come bene comune della conoscenza va manutenuto con consapevolezza “ecologica” altrimenti rischia di essere vittima delle esternalità negative del mercato e della tecnocrazia.

Chi porta avanti l’evoluzione con le sue innovazioni mantenendo la consapevolezza dell’impatto ecosistemico e umano delle sue scelte lo fa oggi sulla base di un suo codice d’onore o di una sua deontologia o di un suo senso dell’equilibrio nell’accesso ai media. Forme di istituzionalizzazione di un codice capace di garantire la pluralità delle dimensioni dell’umano e di salvaguardare i beni comuni della conoscenza non mancano – citatissima in proposito Wikipedia e non è sola – ma vanno sviluppate in modo molto più significativo. Non è solo un dovere. Può essere anche un grande percorso per uscire dal soffocamento del presente e immaginare una nuova prosperità. L’impossibile non è eterno.

(null)

Gershenfeld, Ratti. Artigianato e architettura open source

Da un pezzo scritto per Aspenia sul libro di Carlo Ratti, Architettura open source:

libro-ratti“Il digitale si fonde nell’ambiente, accelerando e generalizzando l’innovazione. L’architettura non può esimersi dal partecipare a questa evoluzione. Ma come? Continuando a pensarsi come il frutto – eroico o dittatoriale – del genio individuale che impone la sua visione al mondo? O abbandonando il campo alle dinamiche spontanee, collettive, dettate dalla complessità della vita attuale? Architettura dei professionisti o architettura dei cittadini? Forse è sempre stata altrove la risposta: dai fallimenti leggendari à la Le Corbusier alle interpretazioni devastanti del vernacolo architetturale nella sua applicazione all’urbanistica dei capannoni industriali, non basta mai il genio né mai è sufficiente la pratica senza riflessione. Forse l’architettura che funziona è sempre stata un dialogo: o meglio ancora è sempre stata il frutto di una grande deliberazione civica, impicita o esplicita, che senza togliere voce alle idee dei più sofisticati interpreti l’ha immersa nella dinamica culturale e organizzativa più ampia e comprensibile dei molti punti di vista sociali. Ma come si adatta questo processo alla sfida del presente? Come si realizza questo metodo multistakeholder di generazione architettonica utilizzando al meglio l’esperienza dell’internet?

Una risposta – tra le diverse possibili – sta emergendo dalla cultura sviluppata a partire dal 2001 in un seminterrato del Massachusetts Institute of Technology affollato di macchine semplici o sofisticatissime connesse a computer e dove studenti, professori e ricercatori con la comune passione degli artigiani-designer-hacker fabbricavano i loro oggetti. Quell’esperienza è diventata un caso globale quando, seguendo la visione di Neil Gershenfeld, si è trasformata riorganizzandosi in modo da diventare aperta e replicabile e avviando il movimento dei Fab Lab: laboratori accessibili per l’esplorazione educativa della relazione tra le informazioni digitali e la loro manifestazione fisica. Carlo Ratti era lì. Ed da quel seminterrato è uscito senza perdere la sua umiltà di ricercatore ma con l’entusiasmo di chi aveva scoperto una via importante per lo sviluppo dell’intelligenza progettuale”.

Neil Gershenfeld racconta la sua esperienza su Edge: Digital Reality.

…Today, you can send a design to a fab lab and you need ten different machines to turn the data into something. Twenty years from now, all of that will be in one machine that fits in your pocket. This is the sense in which it doesn’t matter. You can do it today. How it works today isn’t how it’s going to work in the future but you don’t need to wait twenty years for it. Anybody can make almost anything almost anywhere.

…Finally, when I could own all these machines I got that the Renaissance was when the liberal arts emerged—liberal for liberation, humanism, the trivium and the quadrivium—and those were a path to liberation, they were the means of expression. That’s the moment when art diverged from artisans. And there were the illiberal arts that were for commercial gain. … We’ve been living with this notion that making stuff is an illiberal art for commercial gain and it’s not part of means of expression. But, in fact, today, 3D printing, micromachining, and microcontroller programming are as expressive as painting paintings or writing sonnets but they’re not means of expression from the Renaissance. We can finally fix that boundary between art and artisans.

…I’m happy to take claim for saying computer science is one of the worst things to happen to computers or to science because, unlike physics, it has arbitrarily segregated the notion that computing happens in an alien world.

Vedi anche:
Il caso di Trieste
Il caso di Matera

I computer vanno più veloci, gli umani vanno più lontano. Internet assume la forma del racconto che ci diamo del futuro

Immersi nelle storie, come direbbe Frank Rose, gli umani tendono a interpretare i fatti in base ai racconti di cui sono capaci. Siamo le nostre narrazioni, dice il neuroscienziato Michael Gazzaniga, perché produciamo continuamente ipotesi per interpretare i fatti in modo da metterli in fila uno dopo l’altro, anche se talvolta questo costringe la realtà entro confini troppo stretti. Certi racconti si rivelano altrettante gabbie mentali. Ma anche questo ha delle conseguenze. I racconti che pervadono il presente spiegano il futuro. O contribuiscono a spiegarlo perché costruiscono le prospettiva in base alle quali i popoli operano le loro scelte fondamentali.

“Homo pluralis” serve a raccogliere i segnali lanciati dai fatti che possono essere considerati come sonde nel futuro, ma serve soprattutto a discutere i modi con i quali quei fatti vengono usati per parlare del futuro, in vista di una possibile rifondazione del nostro approccio al futuro. Non c’è un’interpretazione lineare, a una dimensione, che possa essere soddisfacente: ma di certo c’è che non si torna indietro e che l’impegno più intelligente che ci possiamo prendere è quello di comprendere meglio quello che sta accadendo per trasformarlo in occasione costruttiva.

Gli umani sanno fare qualcosa meglio dei computer: sanno porre domande. Se sono le domande giuste aprono nuove prospettive. Che a loro volta possono avviare nuove narrative: è forse di questo che abbiamo bisogno. Correggere le tendenze collettive, globali, è un’impresa titanica: se sono automatiche come per esempio quelle imposte dalla logica dei cosidetti mercati finanziari il compito sembra impossibile. Eppure l’impossibile – almeno questo lo sappiamo – non è eterno.

Chi ha scritto un capitolo della storia ha sempre coltivato un approccio critico, sviluppando una visione e una pratica, all’insegna dell’idea suggerita dal tecnologo Alan Kay secondo la quale il miglior modo di prevedere il futuro è inventarlo. “homo pluralis” è dedicato ai costruttori del futuro, quelli che non sono concentrati sull’apparenza ma sulla sfida ai limiti del possibile. Indaga intorno alle narrazioni che ingabbiano l’immaginazione e sembrano obbligare l’umanità a stare tra il fideismo tecnofilo e il conservatorismo dell’allarme post-umano. Lascia di lato ogni pratica di previsione. E cerca di interpretare le strutture fondamentali della rete che ne fanno l’alleata più fedele degli innovatori. Non per descriverne le doti salvifiche, ma per suggerire che ha forme ancora inespresse. Ancora da svelare. Il compito è porre domande, comprendere le dinamiche nascoste nelle strutture che gli umani stessi hanno creato, sviluppare nuove narrative liberatorie, porre l’accento sulla consapevolezza delle conseguenze. Distinguere tra ciò che è importante e ciò che è solo interessante. E fare l’ennesimo salto culturale. Ciascuno, insieme. In un approccio ecologico ai media. Perché, anche se i computer vanno più veloci, gli umani possono andare più lontano.

(null)

A Trieste. Città come piattaforma open source

A Trieste la pratica dell’idea di “città come piattaforma open source” va avanti. Grazie al lavoro di persone come Salvatore Iaconesi, dell’Isia di Firenze, di giovani progettisti come Mirko Balducci, Marina Bassani, Marta Maldini, Guido Marchesini, Mattia Mezzabotta, Francesco Puccinelli, Andrea Santarossa e Sara Ubaldini. E grazie a un Comune, dove evidentemente qualcuno ascolta. “L’intento di creare una Città Open Source dove l’amministrazione rilascia le API (Application Programming Interfaces) cittadine e un vero e proprio City Construction Kit, offerto ai cittadini come strumento per la libera creazione di applicazioni, esperienze, operazioni creative ed artistiche, di servizi, culture, coordinamenti, nuove filiere.” (smartinnovation).

Da non perdere, in questo contesto, il libro orchestrato da Carlo Ratti, Architettura open source, Einaudi.

Un paese senza sovranità e senza Processo di Norimberga. Due libri e un video per guardare dall’alto il labirinto italiano

Le tecniche per uscire da un labirinto prevedono di solito di trovare una regola tattica-analitica che consenta di provare tutte le strade e ricordare quelle già sperimentate con insuccesso. Ma la regola strategica-sintetica è tentare di guardarlo dall’esterno. Umberto Eco è un esperto. E leggere la storia d’Italia dalla fine della guerra a oggi è come un labirinto. Dal quale occorrebbe venire fuori per poter guardare avanti. Non è escluso che sia arrivato il momento per riuscirci.

Due libri letti nello stesso momento indicano una possibile visione sintetica. Con l’aggiunta di un documentario della Bbc su Gladio intitolato Operation Gladio del 1992, citato da Umberto Eco nel suo Numero Zero, il primo dei due libri. E il secondo è Il golpe inglese di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino.

libro-numero-zeroEco racconta la storia di una redazione di giornale vagamente grottesca e di un’inchiesta approssimativa e incredibile sull’Italia del dopoguerra che però sfocia in una tragedia che paradossalmente l’avvalora. Fasanella e Cereghino raccontano i risultati di un’inchiesta documentata dalla quale si esce con la convinzione che la disinformazione abbia sempre vinto in Italia, che sia impossibile distinguere tra gli accadimenti e le testimonianze che artatamete li interpretano o li nascondono in questo paese.

libro-golpe-ingleseEntrambe le storie mostrano aspetti dell’Italia uscita dalla Seconda Guerra Mondiale come paese sconfitto e costretto a vivere sotto la tutela delle potenze vincitrici. Fasanella e Cereghino offrono una dimensione di lettura originale centrando il racconto sulla politica estera della Gran Bretagna nei confronti dell’Italia. L’Inghilterra appare in tutta la sua decadente trasformazione da immenso impero globale in un paese europeo importante ma certo non decisivo per il pianeta. Ma un paese che intende in ogni modo rallentare questo processo comportandosi il più a lungo possibile come potenza coloniale. E l’originalità della lettura sta nel fatto che mentre di solito l’Italia si sente succube della politica americana, in realtà sulla Penisola ha gravato anche l’interferenza inglese, legittimata dal ruolo della Gran Bretagna come potenza vincitrice incaricata di influire sulla politica italiana all’indomani dell’armistizio e della definizione dell’Italia come paese cobelligerante destinato dai patti internazionali a giocare un ruolo di secondo piano nell’ordine mondiale uscito dalla guerra.

La vicenda della politica inglese in Italia è – per Fasanella e Cereghino – alimentata da tre assi:
1. proteggere gli interessi petroliferi britannici nel Medio Oriente, a lungo un protettorato inglese
2. combattere l’avanzata sovietica in Europa e l’avanzata dei comunisti in Italia
3. alimentare culturamente ed economicamente una rete di alleati di ogni genere purché adatti a favorire la politica britannica: fascisti, mafiosi, strani massoni, liberali, giornalisti…

Nel libro di Fasanella e Cereghino, i nemici dei britannici sono sempre gli italiani che pensano all’interesse nazionale e lo perseguono con una politica indipendente e rischiosa per gli interessi britannici, che intendono a lungo in base alla visione del mondo di una potenza imperiale, anche quando l’impero non c’è più. Entrano nel gioco, e perdono, personaggi come Matteotti, Mattei, Moro. E le tragedie che li riguardano sono allusivamente collegate da Fasanella e Cereghino agli interessi inglesi. Sono ossessionati dal petrolio: Matteotti e Mattei sono nel mirino per questo, anche se ovviamente per motivi diversi. E sono ossessionati dalla stabilità politica anticomunista: Moro è nel mirino perché conduce la Dc all’apertura al compromesso storico con il Pci. Il libro è convincente soprattutto nelle parti dove ricostruisce i legami tra gli inglesi e i fascisti che, invece di essere esclusi nell’Italia democratica, vengono aiutati in tutti i modi a pesare e molto sulla politica italiana. Le vicende di Gladio, di piazza Fontana, persino delle Brigate Rosse, sono – nel libro – chiaramente segnate da persone che hanno rapporti con i servizi inglesi e con i fascisti che gli inglesi proteggono a lungo.

Umberto Eco sottolinea una questione di metodo. I collegamenti tra i documenti, i fatti acclarati, le persone dalle biografie ambigue, gli interessi internazionali, le tragedie e le loro interpretazioni non sono mai esenti da possibili forzature e manipolazioni. Le ipotesi interpretative vanno sottoposte a ricerche condotte in base a un’epistemologia storica della quale non dovrebbero fare a meno neppure i giornalisti. Una narrazione convincente non è sempre una narrazione documentata. E i moventi per gli assassini – politici – non sono sufficienti a definire le resposabilità. Ma un’inchiesta improbabile come quella del giornalista immaginato da Eco può essere messa a confronto con un’inchiesta come quella della Bbc, che nel 1992 ricostruisce la vicenda Gladio: e mostra come l’Italia sia stata una nazione priva di vera sovranità, sottoposta a pressioni enormi perché non si rendesse autonoma nella scelta del proprio destino, governata da persone che non potevano scegliere, manipolata da una strategia della tensione motivata da interessi stranieri. Non è un caso che i governi non abbiano credibilità in un paese così. E la domanda è questa: finita la Guerra Fredda il paese è stato tenuto sotto tutela per altri vent’anni. Ma adesso è davvero finita?

La Germania è ripartita dal Processo di Norimberga. Ed è oggi una potenza indipendente. L’Italia non ha avuto un analogo processo. Ed è sempre alla ricerca di un’impossibile indipendenza. Lo scioglimento della sua sovranità nel nuovo contesto europeo potrebbe aiutarla a trasformarsi in quello che ha perso l’occasione di essere: se non può essere un paese indipendente, può almeno partecipare a un nuovo paese, l’Europa, che ha molto più senso alla scala delle sfide contemporanee? Questo dipende anche da noi: questo potrebbe essere il finale di una storia e, finalmente, l’inizio di una nuova storia. Perso il Novecento, potrebbe guadagnare il Millennio.

Crescita esponenziale e intelligenza artificiale

È difficile pensare l’andamento esponenziale. Una crescita esponenziale può portare talmente lontano dal punto di partenza e con un’accelerazione talmente significativa che il tempo che ci vuole per cambiare totalmente i connotati del fenomeno è sostanzialmente imprevedibile. Per di più, di solito non si pensa anche al dopo. Cioè al momento in cui – quasi fatalmente – un fenomeno in crescita esponenziale comincia a rallentare per assumere una più naturale forma “logistica”. Sicché ci si può ingannare due volte: quando non si vede la crescita e quando, nel pieno dell’esplosione, non si pensa al rallentamento.

La retorica esponenziale rischia di portare a ragionamenti troppo specializzati e poco attenti alla logica profonda dell’ecosistema. Occorre pensare di sciogliere contemporaneamente entrambi gli inganni. E quindi pensare l’esponenziale e pensare la logistica.

Exponential organization aiuta a sciogliere il primo inganno.

Our environment is changing exponentially, mainly driven by exponential technologies and globalization. As a result, the world is becoming increasingly open and transparent and we are slowly moving from a world of scarcity to a world of abundance.
However, our organizations are still linear: hierarchical, centralized, closed, top down and focusing on ownership due to scarcity of people, resources, assets and platforms. They evolved one hundred years ago for an era of economies of scale and relative stability and predictability.

Se si applica la narrazione esponenziale all’intelligenza artificiale viene fuori l’immagine di un percorso che fatalmente porterà a computer molto più intelligenti della specie umana. Un bel modo per raccontare questa idea lo ha trovato Tim Urban per WaitButWhy (prima parte).

This pattern—human progress moving quicker and quicker as time goes on—is what futurist Ray Kurzweil calls human history’s Law of Accelerating Returns. This happens because more advanced societies have the ability to progress at a faster rate than less advanced societies—because they’re more advanced. 19th century humanity knew more and had better technology than 15th century humanity, so it’s no surprise that humanity made far more advances in the 19th century than in the 15th century—15th century humanity was no match for 19th century humanity.

Il post è da leggere. Ma senza dimenticare una storia molto più ampia. Per guardare all’insieme criticamente.

L’Economist ha preso visione del dibattito in materia. E tiene conto anche di chi dice che l’innovazione sta rallentando (non accelerando). Alla fine suggerisce che l’idea del rallentamento è una posizione esagerata ma da non sottovalutare del tutto. “The great innovation debate” e “Has the ideas machine broken down?”

Il tema dell’intelligenza artificiale non è soltanto tecnologico. È culturale, economico, narrativo… Vale la pena di riprendere dall’insieme di visioni più ampie uscite recentemente: “Intelligenza artificiale. L’allarmismo non serve a nulla” e “Edge 2015 e le macchine pensanti“.

Ugo Morelli: il conflitto generativo

Ugo Morelli ha scritto “Il conflitto generativo. La responsabilità del dialogo contro la globalizzazione dell’indifferenza“, Città Nuova editrice 2014. Un libro che accompagna oltre un labirinto di pensieri vecchi e di pregiudizi fatti di parole poco indagate.

libri-conflittogenerativoL’indagine di Morelli è paziente. Ma svela realtà che i pregiudizi nascondono, oltre l’antitesi tra pace e guerra, oltre la confusione tra guerra e conflitto, oltre la confusione tra pace e indifferenza.

Se la diversità è ricchezza culturale, il confronto è necessario, il conflitto possibile. E può essere generativo. Il problema è comprenderlo, gestirlo, pensarlo: il discorso sul metodo resta il fondamento di una evoluzione culturale creativa che l’urgenza del presente e il disorientamento che essa diffonde sembrano mettere costantemente in discussione. Ma sarà un metodo largo e plurale quanto la pluralità e la complessità delle dimensioni dell’umano.

“Presumere che la strategia migliore per negoziare e gestire efficacemente i conflitti sia puramente razionale è prevalentemente insufficiente, se non errato. Quello che accade nella realtà è che i sentimenti di ostilità che possono intervenire alla base di una situazione conflittuale sono fondati in buona misura su una dimensione emozionale che si situa a livello di esigenze primarie. (…). In primo luogo sembra importante suggerire la rilevanza della presa d’iniziativa. Le situazioni conflittuali sono tali da diventare sempre più problematiche quanto più tempo si lascia trascorrere prima di intervenire. Nonostante le resistenze a prendere l’iniziativa, vale la pena di cercare di impegnarsi a non aspettare che le emozioni predominino e a non reagire quando è ormai tardi, assumendo un atteggiamento preventivo. Allo stesso tempo è molto importante cercare di concentrarsi sulla parte e non sul tutto ed è altrettanto importante affrontare il problema, non le emozioni che sottostanno al problema, in quanto una posizione di concretezza favorisce una buona riuscita nell’elaborazione del conflitto. Dare valore a tutte le posizioni in gioco, anche quelle che suscitano particolari resistenze a noi per la differenza che ci propongono, è una condizione fondamentale nella gestione del conflitto”.

Il conflitto va giocato salvaguardando la propria autonomia ma creando i collegamenti tra le persone che servono ad arrivare a uno scambio generativo il che avviene anche riconoscendo il valore delle posizioni degli altri.

Vedi:
Sito di Ugo Morelli
Podcast: Ugo Morelli e Loredana Lipperini dialogano su CONFLITTO GENERATIVO – Fahereneit Rai Radio3 (File MP3)

La vita è aria intessuta con la luce

“La vita è aria intessuta con la luce” disse Jacob Moleschott, fisiologo olandese che ha insegnato all’università di Torino dal 1860. Lo cita Piero Bianucci nel suo nuovo libro “Vedere, guardare. Dal microscopio alle stelle, viaggio attraverso la luce”. Un libro che esce all’esordio dell’anno internazionale della luce e soprattutto in un periodo storico in cui il tentativo di molti tecnologi di spostare l’asse dell’attenzione dall’elettronica alla fotonica sembra avere qualche probabilità in più di riuscire.

libro-Vedere_guardareNòva ha dedicato al tema un servizio piuttosto ampio:

La luce apre le porte dell’universo. Da Galilei in poi, le tecnologie hanno consentito il grande salto: dal colore che registrano è possibile capire la temperatura delle stelle e la composizione dell’atmosfera
Visioni fotoniche. La fotonica è una delle tecnologie abilitanti per un futuro sostenibile. Ecco come l’Europa (e l’Italia) si preparano a innovare in questo campo
La luce diventa più intelligente.Lampade che si accendono quando entriamo nella stanza o sanno quanti siamo e dove andiamo: è la rivoluzione dei led all’insegna dell’efficienza
La sostenibilità per lo sviluppo. La sostenibilità e la tecnologia efficiente, unite ai costi ridotti, possono contribuire alla risoluzione di emergenze umanitarie. Ecco tre esempi