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Lloyd e Giugliano. Obiettività come principio ispiratore del giornalismo

Ferdinando Giugliano e John Lloyd hanno scritto Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia, Feltrinelli. Ed è un piacere leggerlo.

libri_lloydCon lucidità e libertà di pensiero garantite anche da una carriera giornalistica sviluppata in Inghilterra, dove il principio dell’obiettività non è considerato ingenuo come in Italia e dove possono vivere al riparo dall’influenza diretta del sistema dell’informazione italiano, Lloyd e Giugliano descrivono i fatti che hanno portato il giornalismo e il pubblico, in Italia, ad accettare l’idea cinica secondo a quale l’informazione è inevitabilmente schierata.

Secondo gli autori, quasi tutti i principali organi di informazione sono più o meno dichiaratamente orientati dal punto di vista politico. E citano la lottizzazione della Rai, la proprietà della Mediaset, le idee dei fondatori di Repubblica e Giornale, per descrivere alcuni dei vincoli che limitano la libertà dei giornalisti.

Ma quel che è peggio, scrivono gli autori, il pubblico è mitridatizzato: perché si è lentamente assuefatto all’idea tossica secondo la quale non è possibile fare giornalismo in modo obiettivo.

Non si tratta di fare una discussione epistemologica sulla possibilità di conoscere la “verità”. Si tratta di ispirarsi ai principi dell’indipendenza di giudizio, della completezza della ricerca, dell’accuratezza del trattamento delle informazioni e dal rispetto per i diritti e i doveri legalmente riconosciuti a chi raccoglie e racconta le informazioni.

Senza una tensione culturale onesta ed empiricamente avvertita verso l’obiettività, i fatti non esistono e vengono coperti dalle opinioni, il che impedisce di vedere la conoscenza su come stanno le cose come un terreno comune per la convivenza. In un contesto come questo i fatti che pure esistono e vengono raccolti non hanno importanza a confronto con le dinamiche della contrapposizione tra le fazioni e i portatori di interessi di parte.

Ma siamo arrivati al limite di questa deriva. Solo il senso civico può rifondare il comportamento di chi decide e di chi partecipa alle decisioni. Solo allargando lo spazio di attenzione dedicato a sapere come stanno le cose si può allargare anche lo spazio nel quale le decisioni vanno a vantaggio di tutti.

L’ecologia ha insegnato che un territorio degradato fa male a tutti e a ciascuno. E che le azioni di tutti e di ciascuno sono importante per migliorare la qualità dell’ambiente. Allo stesso modo, anche nella cultura dell’informazione il comportamento di ciascuno influisce sul benessere di tutti. L’inquinamento dell’informazione è la conseguenza di un’accettazione delle falsità e delle distorsioni della realtà come strumento di lotta politica e come metodo per imporrre particolari interessi economici. L’ecosistema dell’informazione italiano è profondamente inquinato. Ci vorrà molto tempo per ripulirlo. Ma, come nell’ecologia si è arrivati a comprendere che un ambiente di qualità fa bene a tutti e dipende dall’attenzione di ciascuno, così nella mediasfera si arriverà a vedere che un’informazione di qualità fa bene a tutti e dipende dall’attenzione di ciascuno.

libri_journalismI giornalisti possono fare qualcosa per andare in questa direzione. Lloyd e Giugliano, in proposito, citano i principi espressi da Bill Kovach e Tom Rosenstiel nel loro fondamentale The elements of journalism (Three Rivers Press, 2001):

1. Il primo dovere del giornalismo è l’onestà
2. La prima lealtà del giornalismo è con i cittadini
3. La sua essenza è la verifica scrupolosa dei fatti
4. I giornalisti devono mantenersi indipendenti dalle persone a proposito delle quali scrivono
5. Il giornalismo deve servire da monitoraggio indipendente nei confronti del potere
6. Deve fornire uno spazio pubblico comune per il compromesso e la critica
7. Deve fare il possibile per rendere interessante tutto ciò che è importante
8. Deve dare alle notizie il tono e la copertura giusta
9. Ai giornalisti deve essere permesso di scrivere secondo coscienza.

Si può prendere tutto questo con spirito cinico e considerare ingenue queste idee. Ma visto dove il cinismo ha portato il paese si potrebbe anche dedicare un po’ di tempo a riconsiderare questo atteggiamento.

Anche perché, in questa fase storica, una delle cause della crisi dell’editoria giornalistica potrebbe anche essere la perdita di fiducia nel contributo che i giornali possono dare alla costruzione di una comunità che possa fondarsi sulla conoscenza intelligente e critica di come stanno le cose.

I principi ispirano e danno la direzione. La difficoltà della vita quotidiana rende complessa l’applicazione continua e perfetta dei principi. Ma rinunciare ai principi significa perdere la direzione. E impedire a tutti di vedere una prospettiva.

Vedi:
The elements of journalism
Elements of journalism
Essence of journalism

Vedi anche:
Non sono gli avvocati a salvare i giornali
I giornalisti innovatori e lo sviluppo dell’ecosistema dei media
Philippe Kourilsky. Il tempo dell’altruismo
Spazi giornalistici di nuova generazione
Post Industrial Journalism. Anderson, Bell, Shirky
Orgoglio factchecking
Twitter, le agenzie, la rilevanza, i rumors, le verifiche

Citizenville. Gavin Newsom. Come decidere per la convivenza

Gavin Newsom è stato sindaco di San Francisco. Ora è Lieutenant Governor di California. Quando ha ricevuto il presidente dell’Estonia, anni fa, gli ha descritto la sua ultima innovazione con grande orgoglio: gli abitanti della sua città avrebbero potuto pagare il parcheggio con il cellulare. Il presidente estone sembrava non capire. Newsom pensò che fosse una tecnologia troppo avanzata perché potesse essere compresa da un capo di stato dell’Europa dell’est. Ma fu costretto a stupirsi. Il presidente estone lo guardava senza capire in che cosa consistesse la novità perché nel suo paese questa soluzione era una realtà normale da molti anni.

Newsom racconta questo aneddoto con la giusta umiltà che chiunque, anche chi vive a San Francisco, deve nutrire nei confronti dell’innovazione. Che coinvolge studiosi, tecnologi e, spesso, cittadini che sanno molto di più di chi è convinto di sapere.

Ma come decidere insieme sull’introduzione di innovazioni che riguardano la convivenza civile? Ne parla nel suo libro Citizenville che chi scrive sta leggendo. Ma già dalle prime pagine un punto è chiaro: il libro va letto. Il tentativo è suggestivo: visto l’impegno che le persone mettono nel gestire fattorie e città digitali online, perché non dovrebbero poter essere coinvolti con lo stesso impegno e molta più concretezza nella gestione delle decisioni pubbliche sulla città che abitano?

Questa è un’impostazione da prendere in considerazione quando si parla di politica e web. Perché può essere un gioco molto serio e divertente.

Intanto, si veda:
Massimo Chiriatti
Massimo Mantellini
Giuseppe Granieri
Giovanni Boccia Artieri

Web, politica, vita quotidiana. Gianni Riotta. La lunga durata

A Verona, contemplando lo scorrere dell’Adige. La realtà che passa e che resta, certo, a seconda dei punti di vista. Il grande colpo di scena, paradossalmente, si ripete ogni anno un giorno di primavera, quando il volo dei gabbiani è sostituito da quello delle rondini. Nessuno ricorda quando questo avvicendamento è cominciato. Per gli umani, è sempre stato così. Nonostante gli annunci, ripetuti e motivati, della grande trasformazione sociale, economica, culturale che il mondo attraversa, qualcosa cambia, qualcosa resta, qualcosa scorre e qualcosa si ripete. E, come insegnava Fernand Braudel, la lunga durata è parte integrante di qualunque comprensione del mutamento storico.

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Gianni Riotta scrive il suo testo sullo straordinario impatto della rete nella vita contemporanea con mente aperta. E la sua ricerca sembra – agli occhi di chi scrive questo blog – centrata sulla relazione tra l’innovazione e la lunga durata. Non disdegna di accettare i cambiamenti che la vorticosa avanzata della rete impone alla cultura contemporanea e, dunque, anche ai pensieri dei suoi osservatori più attenti. Ma ne cerca il senso senza riconoscerlo nella mera tecnologia. Perché, ricordando le parole di Melvin Kranzberg, la rete non è né buona né cattiva e neppure neutrale.

Con questo spirito, attraversa le questioni più dibattute e quelle più controverse. Dubita, si interroga, si indigna. E finisce per scoprire e far scoprire che gli umani, nella rete, si trovano soprattutto di fronte alle proprie responsabilità. Citando il cardinale Carlo Maria Martini: «Guardate in voi stessi, ai vostri motivi e animi, per capire dove andrà il web».

Vedi anche:
Ungaretti: nostalgia di un visionario
La scienza dell’immaginazione

Simone Arcagni. Citynet e screen city

Screen City di Simone Arcagni è un libro da leggere come una galleria di idee con un filo conduttore implicito che forse si sintetizza nella parola Citynet.

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La ricerca della città del futuro nelle parole dei grandi pensatori e nelle proposte artistiche o nelle piattaforme innovative che non cessano di proporsi all’attenzione in un mondo che cerca la sua nuova forma, appare come un percorso tra tutti i “post-” e gli infiniti “pre-” del mondo della sperimentazione digitale, intellettuale e narrativa. «Citynet è uno spazio espanso, ubiquo e sempre più geolocalizzato» dice Arcagni. Forse è la nuova utopia. Di certo è una nuova realtà, aumentata: con risposte ma anche molte domande.

Il filo conduttore non è tanto la guida alla lettura ma il vero e proprio problema da risolvere. Da un lato è una piattaforma, che consente un’incredibile quantità di collegamenti tra persone e cose, accessibili con un sistema di schermi che evolvono in nuove interfacce che penetrano progressivamente in ogni spazio della vita quotidiana; dall’altro lato è un ecosistema nel quale storie e innovazioni coevolvono. In un contesto teso dal ritmo dell’innovazione, ogni strumento di questa vicenda sembra sempre sul punto di raggiungere il confine tra successo e obsolescenza.

E la galleria di idee è consultabile con il cellulare usando una qualsiasi app che legge i QR code e consente di vedere le innovazioni citate, in un ipertesto di carta e digitale.

Javier Celaya. Autori, editori, pubblico

Secondo una ricerca presentata da AtKearney a IfBookThen i libri scritti e venduti dagli autori senza passare da un editore ma contando solo sulle piattaforme digitali sono entrati nella classifica dei 100 titoli più venduti solo nel 2011. Ma sono arrivati successivamente a occupare tra il 14% e il 26% dei posti in quella classifica, con una perdita per gli editori di 70-120 milioni di dollari solo nel 2011.

Qui sotto un intervento di Javier Celaya dopo una “long form question”.

A Cagliari: Tech and the city

A Cagliari oggi si parla di Tech and the city, il libro di Maria Teresa Cometto del Corriere della Sera e Alessandro Piol, Partner di Vedanta Capital, venture capital newyorkese.

Il libro racconta la nuova trasformazione di New York che dall’eredità di capitale della finanza, della moda, della pubblicità e dei media ha raccolto le energie per diventare un grande polo di attrazione per le startup innovative, internettesche e non solo. Le precondizioni, ovviamente, erano straordinarie. In termini di connessione, ricchezza culturale, disponibilità di capitali, attrattività per i talenti. Ma indubbiamente una forte strategia di facilitazione del processo voluta e portata avanti con competenza dal team del sindato Bloomberg è stata un acceleratore fondamentale per l’ottenimento dei risultati che sono stati raggiunti in poco tempo.

Il tema ovviamente non è quello di replicare lo stesso identico processo in una città italiana. Ma di trovare ispirazione in quell’esperienza. Perché l’energia imprenditoriale si libera nei territori che la riconoscono, la facilitano e la attirano. E perché a sua volta, l’imprenditoria germoglia sulla base di una cultura di fondo del territorio, trasformandola in valore e connettendola al mercato.

L’innovazione tecnologica e culturale sostenuta e incarnata dal fenomeno delle startup innovative che esplorano le opportunità offerte dalla nuova struttura del mercato, sulla base di un approccio empirico composto di visione e verifica, sostenuto dal capitale di rischio e dalla mentorship, orientato a collegare le capacità locali con le tendenze internazionali, aprono una delle strade sulle quali si può definire una prospettiva di sviluppo, che contribuisca alla crescita, alimenti le possibilità di occupazione e contamini il sistema italiano di innovazione. Il territorio diventa la piattaforma di questo tipo di sviluppo. E le forze che nel territorio operano sono chiamate a comprenderlo: non sbranandosi a vicenda per difendere la loro fetta di potere-rendita-ricchezza, ma unendo gli sforzi per allargare l’orizzonte. A vantaggio di tutti.

La società dei dati – Vincenzo Cosenza

Nel suo ebook “La società dei dati“, Vincenzo Cosenza studia le conseguenze sociali e culturali della grande quantità di informazioni quantitative, logiche e relazionali che si registrano sulle piattaforme digitali e sono disponibili per analisi metodologicamente innovative.

Cosenza si domanda anche che cosa si possa fare per governare la crescente asimmetria dell’informazione che acuisce il divario sociale. «I Big Data dovrebbero essere affrontati come una questione che coinvolge i diritti civili».

Di certo, il fenomeno è gigantesco e impressionante per le sue potenzialità conoscitive. Apre la strada a nuove iniziative imprenditoriali. E distingue chi sa e chi non sa in modo ancora più drastico. L’infografica diventa uno strumento narrativo strategico. La discussione epistemologica cresce di importanza. La competenza matematica si fa ancora più decisiva. La capacità di conoscere e rispettare le fonti per quello che davvero significano diventa sempre più fondamentale.

Life long forgetting. Fabrizio Tonello: L’età dell’ignoranza

«Il reale scopo del metodo scientifico è quello di accertare che la natura non ti abbia indotto a credere di sapere quello che non sai», Robert Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, 1987.

«Tutti i processi educativi potrebbero essere visti come un tentativo di attivare le parti del cervello che esaminano razionalmente e approfonditamente i dati disponibli, sopprimendo l’impulso di reagire senza sapere cosa facciamo», Fabrizio Tonello, L’età dell’ignoranza, 2012. Se ne parla con l’autore a Terni, al Centro Caos. È una connessione importante, questa, tra educazione e ragione. Proprio in un periodo storico di rimescolamento dei sistemi e delle istituzioni educative, la scelta, volutamente parziale, di circoscrivere l’educazione all’allenamento della corteccia frontale e della razionalità è una sfida utile per riqualificare la discussione in materia. Non è detto che sia la sola scelta da compiere: ma secondo Tonello, la sfida è prioritaria.

Stiamo parlando di un miglioramento delle capacità di ricorrere al Sistema 2 di Daniel Kahneman), il ragionamento controllato, proprio mentre si ha l’impressione che prevalga socialmente il Sistema 1. In altre parole, tutto intorno a noi sembra indurre le persone a scegliere in base all’intuizione, cioè alla prima opzione che viene in mente.

Per Tonello, come per altri compreso Mauro Magatti e chi scrive, la destrutturazione dell’educazione orientata alle capacità razionali è andata avanti negli ultimi trent’anni. E probabilmente questo è collegato a molti fenomeni, politici, economici, sociali, tecnologici… Ma per Tonello, questa tendenza non è necessariamente interrotta dal passaggio dalla centralità mediatica della televisione all’emergente centralità di internet. Indubbiamente, come le precondizioni della destrutturazione dell’educazione istituzionale disecolare sono state diverse, così le eventuali nuove tendenze non possono discendere dalla sola dinamica tecnologica. Il che non dovrebbe condurre a considerarla meno importante, ma semplicente a conoscerla bene, interpretandola in chiave storica ampia e visionaria, se si vuole progettare l’innovazione culturale in modo consapevole.

Tonello è molto critico nei confronti del tecno-ottimismo. Difficile dargli torto quando questo atteggiamento è un preconcetto sentimento di fiducia nelle magnifiche sorti e progressive della società tecnologica. Del resto anche della televisione non vede alcun valore tecnologico (Alberto Manzi è un caso vecchio e isolato, rispetto alla marea educativamente distruttiva che è seguita). Infine, non crede che i trent’anni post reaganiani siano finiti: «La scuola pubblica non riceve più attenzione, ora. Anzi, sempre meno. Anche le strategie post-crisi, in America e in Europa, non fanno che ribadire lo stesso concetto: la scuola pubblica deve ridursi».

Probabilmente, in effetti, la scuola pubblica non avrà più una quantità di risorse come quelle che aveva prima dell’epoca dell’iperfinanza. Anche se per la scuola pubblica è giusto combattere: perché è il luogo della socializzazione più importante. Ma, in effetti, è difficile pensare che gli stati recuperino a breve la forza e la quantità di risorse da dedicare alla scuola pubblica dell’epoca dell’industrializzazione. La popolazione però si accorge dell’importanza dell’educazione per il futuro. E potrebbe generare ulteriori innovazioni, anche facendo leva sulle opportunità offerte dalla rete.

Non sarà la rete a risolvere il problema. Sarà la società. E forse troverà in internet un modo per affrontare la questione. La relazione complessa tra democrazia e ignoranza, mostrata con grandissima competenza da Tonello, richiede una ricostruzione ampia e articolata: piattaforme civiche per mettere insieme le persone nel momento della definizione degli obiettivi (per ora vediamo i primi passi di cose come LiquidFeedback e NationBuilder); piattaforme educative per diffondere l’accesso ai saperi (per ora vediamo i primi passi di piattaforme come Kahn Academy e Coursera; piattaforme per l’informazione civica, per l’alfabetizzazione digitale, per la visione critica e documentata (forse qualcosa a questo proposito si trova anche nelle proposte sperimentate dalla Fondazione Ahref, alla quale collaboro).

A tempo indeterminato

Forse le aziende sono i nuovi villaggi. Le relazioni che si coltivano in azienda, la quotidianità ritmata dai progetti da portare a termine in comune, la competizione tra le persone che aspirano agli stessi riconoscimenti. La frustrazione di non partecipare a un progetto interessante. Sono elementi sempre più importanti dell’esistenza per chi ha un posto.

Già. Il posto. Quel film di tanto tempo fa con quel titolo era uno spaccato delle aspirazioni degli italiani che stavano dimenticando le tragedie della guerra e della fame. Era una sorta di punto d’arrivo il posto. Ma era anche un termine. Non una morte, ma la fine del cambiamento. La sicurezza dell’immobilità che si sperava. Da allora, le storie aziendali si sono moltiplicate, arricchite di cinismo e di finzione, di cattiveria e di competitività. Il mondo è cambiato. L’Italia è cambiata. Ma nel “posto” c’è ancora un mistero. Un’attrazione fatale.

Niccolò Valentini parla in prima persona della sua esperienza con il posto. Il suo libro d’esordio, A tempo indeterminato, è fresco e aperto. Un manuale di sopravvivenza in azienda che si rivolge ai pari, ai giovani come l’autore. Perché si liberino dei pregiudizi. Ma anche delle aspirazioni astratte. Con candore e con fiducia.

Certo, il problema fondamentale è quello degli esclusi dal posto. Ma anche la conoscenza di ciò che sta dopo quella barriera che per molti è tanto insuperabile da diventare ossessivamente ricercata, può alimentare un’energia inattesa. Per scoprire che il destino personale è nella consapevolezza personale. Non condotta dall’illusione, né ottimista né pessimista. Come si è visto quello che serve è un realismo energico e costruttivo. Come ha detto un saggio: “Per realizzare i tuoi sogni, devi prima svegliarti”.

George Dyson – La cattedrale di Turing

La ricerca senza scopo di lucro. The Usefulness of Useless Knowledge (l’utilità della conoscenza inutile): «La ricerca di queste soddisfazioni inutili finisce, inaspettatamente, per essere la fonte da cui sgorgano cose utili che prima non erano neanche immaginabili». Così Abraham Flexner esprime le sue idee per l’università, nel 1939. La sua creazione sarebbe diventata l’Institute for Advanced Study in Princeton. Lo spirito del progetto portò a Princeton Albert Einstein, John von Neumann, Hermann Weyl, James Alexander, Marston Morse.

È un passaggio del libro di George Dyson, La cattedrale di Turing, appena tradotto da Codice. Una meraviglia da leggere per esempio alla Digital Accademia una sera davanti al caminetto mentre comincia la parte dell’autunno che porta all’inverno. Perché è una storia che mostra come il sapere artigiano e la scienza più avanzata si siano uniti nella creazione pionieristica dei computer e dei programmi, inventando la distinzione tra i numeri che significano qualcosa e i numeri che fanno qualcosa, definendo l’informazione nelle sue unità minime, i bit, sulla base delle ricerche di Bacon e Leibnitz, per avviare una rivoluzione nell’elaborazione, memorizzazione e comunicazione della conoscenza le cui conseguenze, ancora oggi, tentiamo di comprendere mentre le viviamo. Una storia di pionieri. Che sapevano usare le mani, la matematica, la fantasia. Che si ponevano domande che restano largamente attuali.

È inutile anche leggere un libro di storia? Probabilmente nel senso di Flexner. Perché di certo è un’attività che genera idee nuove. Collegamenti imprevisti. Dà sostanza, dimensioni e relatività alle domande e visioni di oggi. È prospettiva. E calore.

Telmo Pievani parla della Vita Inaspettata (video originale)

L’evoluzione della vita, l’apparizione dell’homo, le varie specie di esseri umani che hanno convissuto, hanno popolato la terra, mescolandosi, emigrando, inventando soluzioni inaspettate per modificare a loro vantaggio l’ecosistema.

Nessuna eccezione rende gli umani in alcun modo una “specie speciale”, ultimo e terminale anello di una catena finalistica. Il motore dell’evoluzione non è il caso e neppure il disegno intelligente. Ma la contingenza storica. Concetto da comprendere a fondo.

Telmo Pievani è uno straordinario ricercatore, filosofo della scienza, maestro di umiltà e coraggio intellettuale. Porge i risultati delle sue esplorazioni con la gentilezza di chi le condivide e certo non le impone. Anche perché le sue scoperte, per certe sensibilità, scottano. In questo video parla della sua proposta interpretativa. Che sintetizziamo nella nozione di “contingenza”.

Nel frattempo c’è un nuovo libro di Telmo Pievani: La fine del mondo, Il Mulino 2012.

(Scommetto che la qualità di questi video si può migliorare…)

Riflessioni sulla conoscenza economica come bene comune

Vita ha chiamato alcuni intellettuali a riflettere intorno al rinnovamento delle strutture concettuali fondamentali dell’economia che si accosta alla realtà crescente dei beni comuni.

Ne è uscito un volume, edito da Feltrinelli, chiamato: “Del cooperare. Manifesto per una nuova economia”. Un titolo intellettualmente ambizioso e che impone a chi scrive un atteggiamento profondamente umile. Molti interventi sono importanti e visionari. Tutti si rivolgono, implicitamente o esplicitamente, alla valorizzazione concettuale delle nostre conoscenze intorno ai beni comuni e ai modi con i quali le società li gestiscono. Tutte le considerazioni sgorgano dalla presa di coscienza che la crisi attuale è in realtà un cambiamento di paradigma.

Che ne sia uscito un vero e proprio manifesto non si può dire. Forse anche questo concetto va modificato in un periodo storico di trasformazione. Di certo è un’esplorazione della mutazione economica, sociale, ambientale e culturale che stiamo vivendo, condotta con lo spirito di chi non intende subirla, ma cogliere l’occasione per costuire una nuova prospettiva.

David Weinberger spiega “La stanza intelligente”

Il libro di David Weinberger, Too Big To Know, esce tradotto come “La stanza intelligente“, con Codice. In questo video Weinberger spiega la sua idea.

Future perfect, present bizarre. Stranezze del commercio di libri digitali

Ebbene. Oggi esce il nuovo libro di Steven Johnson, “Future perfect”. Si va sullo store americano di Amazon e si scopre che la versione Kindle costa 20 dollari circa, mentre quella cartacea ne costa 15 circa. Vabbè.

Ma poiché il sistema rileva che la richiesta viene dall’Italia, questa viene deviata sullo store italiano. Il problema è che qui in Italia il libro non è disponibile, neppure in formato Kindle, fino ai primi di ottobre. Vabbè.

La soluzione è trovare un account americano. Se per caso se ne trova uno non di Amazon ma di Apple si scopre che su iBooks il prezzo della versione digitale è 12 dollari circa. Vabbè.

Future perfect. Present bizarre. Now I’m reading.

ps. Per quel che vale quanto ho potuto vedere, la prima grossa recensione al libro è arrivata prima su Twitter che su Google.

Dante. La vita nella Commedia

Siate autori della vostra vita, dicono i saggi.

Ma la Commedia di Dante è talmente gigantesca che la sua vita può apparire come un’opera minore, qualcosa che va nelle note. Marco Santagata dimostra che non è così, ovviamente.

Il suo libro è una miniera. E l’attività estrattiva continua in rete. Con un pdf. Un sito-blog. E una pagina Facebook.

La vita di un autore è crossmediale.