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Month July 2012

Il cervello non sembra un computer ma una rete

L’immagine del cervello cambia man mano che progrediscono le tecnologie di imaging. Ora siamo in grado di vedere le strutture fondamentali del cervello mentre è in funzione.

Qui accanto la struttura del cervello di una scimmia letta con le tecnologie di un gruppo di scienziati del Massachusetts General Hospital (MGH), A.A. Martinos Center for Biomedical Imaging e Harvard Medical School, con il finanziamento del National Institutes of Health. Le informazioni sono in questo comunicato dello stesso National Institutes of Health. In pratica vediamo che il cervello della scimmia – e presumibilmente degli umani – ha una struttura fondamentale piuttosto regolare anche se tutto l’insieme si struttura in modo estremamente complesso.

Assistiamo alla trasformazione dell’idea di cervello: secondo una vecchia metafora potevamo pensare il cervello come un computer (e pensare il computer come un cervello elettronico); ma oggi siamo in grado di pensarlo come una rete. E se aggiungiamo che i neuroni specchio servono ai cervelli per connettersi, con velocità ed efficienza aumentata da tecnologie che chiamiamo computer e smartphone, le reti umane che qualche volta abbiamo chiamato “intelligenza collettiva” cominciano ad assumere una forma piuttosto leggibile. Ovviamente, è solo l’ennesimo nuovo inizio della ricerca. Ma questo paradigma è probabilmente destinato a durare.

Imparando dal Financial Times

La pubblicità tira i giornali verso la distribuzione gratuita sul web e la moltiplicazione delle pagine nelle versioni di carta. Però si è visto che la pubblicità può diminure molto repentinamente: in quel caso, i giornali che si sono organizzati soprattutto per servirla, si trovano a confrontarsi con costi molto elevati. La soluzione ovviamente è scegliere la strada di vendere il servizio dell’informazione ai lettori. Ma questo richiede una cura speciale dei contenuti, che devono essere abbastanza preziosi da valere il loro prezzo, una forte identità, che i lettori devono considerare insostituibile, e modelli di business equilibrati. Il tutto in una visione di lunga durata.

Il Financial Times – come l’Economist del resto – sembra esserci riuscito. Ne parla GreensladeBlog sul Guardian. Mercato internazionale, identità forte, paywall, webapp, programmatori. C’è da imparare molto.

Aspettando SeeJay

Vista la pagina di presentazione di SeeJay, una piattaforma per gestire grandi quantità di informazione generata da moltissime persone e organizzarla per ottenere storie coerenti e comprensibili. Iscrizione fatta. Aspettiamo la beta.

Il caso Nbc v. Guy Adams via Twitter

Il giornalista dell’Independent Guy Adams è stato sospeso da Twitter. Le prime notizie di ieri collegavano questa decisione alle sue dure critiche rivolte alla copertura delle Olimpiadi da parte del network americano Nbc. Ma non si capiva esattamente per quale motivo Twitter avrebbe dovuto censurare il giornalista. Ora si scopre che probabilmente Adams ha commesso un errore invitando i suoi lettori a scrivere mail di protesta al responsabile delle trasmissioni della Nbc e pubblicandone l’indirizzo di posta elettronica. Per questo la stessa Twitter ha avvertito Nbc che ha chiesto di fermare l’account. Ora quello che non si capisce è se questa sia una prassi normale di Twitter o un’eccezione di fronte all’eccezionalità dell’evento e all’importanza del presunto danneggiato. (Telegraph, SearchEngineLand, Deadspin)

L’informazione di Luciano Floridi

Luciano Floridi ha scritto “La rivoluzione dell’informazione” un paio d’anni fa per l’Oxford University Press. Ora è arrivata la traduzione italiana di Codice (Wikipedia, Philosophy of information).

Floridi parte dal testo di Claude Shannon che, come inventore del “bit”, è diventato il principale artefice dell’enorme diffusione, trasformazione e ingegnerizzazione della nozione di informazione: Shannon dice che non è possibile avere una definizione di informazione che vada bene in tutti i contesti. E subito dopo Floridi passa a Warren Weaver che osserva come l’argomento dell’informazione riguardi almeno tre temi: gestione tecnica, semantica e effettività sul comportamento umano. In effetti, la questione è ormai indecifrabile se non la si approccia in modo consapevole della teoria della complessità. E in effetti Floridi si risolve a proporre una mappa per fissare la famiglia di concetti di informazione.

Chi abbia a cuore la convergenza della ricerca tecno-scientifica con quella umanistica dovrebbe studiare il libro di Floridi. Consente di proseguire nella ricerca con maggiore energia.

Scorrendo i dati Audiweb

Ci sono 14 milioni circa di italiani che mediamente passano un’ora e venti al giorno su internet, dice Audiweb.

Tra le mille cose che fanno c’è anche un po’ di spazio per i giornali e i siti di informazione. I giganti sono sempre i soliti, ovviamente. Ma scorrendo i dati e confrontando mele con pere – solo per seguire curiosità personali, non per fare una classifica – si leggono dati che forse non sono del tutto noti:

IL Sole 24 Ore – al quale collaboro – continua a fare bene con 444 mila utenti unici nel giugno 2012. Populis, un aggregazione di blog, ha fatto in giugno 430 mila utenti unici. La Rai 420 mila e il Fatto 303 mila. Varesenews, giornale locale di grande esperienza totalmente online, ha fatto in giugno 52 mila utenti unici, La7 33 mila e Wired Italia 30 mila. Tiscali portale con una vena di informazione più spinta di quella di altri operatori più grandi ha fatto 728 mila utenti unici. Il Post ha fatto 47 mila utenti, Lettera43 ne ha fatti 45 mila e Linkiesta 19 mila. Liquida in giugno ha avuto 243 mila utenti unici.

Qualunque cosa tutto questo significhi non è solo nei numeri. E quello che stanno facendo le diverse valorose organizzazioni che si occupano di tutte queste attività di informazione è segnato dalle diversità nei modelli di business, nell’approccio alle notizie, nel workflow redazionale, nella qualità tecnologica delle piattaforme utilizzate e molto altro ancora. E la stessa pubblicità si conteggia diversamente nei diversi contesti.

Ma un fatto è certo. Il web è una realtà grossa per il business editoriale ma è ancora più grossa per le persone. In questa differenza c’è un grande margine che va ancora coperto. E c’è dunque spazio per innovazione e miglioramento nei modelli di business.

Servizio di Al Jazeera sull’insanità delle regole del marketing olimpico

Ci sono davvero strani fenomeni nel marketing dei giganti che difendono il loro potere multinazionale. Compreso l’intervento repressivo contro un negozietto che aveva fatto una decorazione con la forma dei cinque cerchi. Ecco un servizio di Al Jazeera. (via Tigella). E stamattina se l’erano presa con gli spettatori che “esagerano” con Twitter…

E un servizio del National Post.

Identità di giornale. Membership. Innovazione.

Dice Clay Shirky che in fin dei conti il giornale ha bisogno di ritrovare un senso tale da convincere qualcuno a pagare perché il giornale continui a esistere. Valorizzando la relazione con quel qualcuno nella forma di una sorta di membership.

Questo significa che quel giornale deve avere un’identità. E che quell’identità deve avere senso per la vita dei lettori. Tanto da gratificarli, rassicurarli, interessarli per il fatto che esiste.

Una simile identità, oggi, è sempre più spesso connessa con la possibilità di orientarsi, in una prospettiva che aiuti a costruire il futuro. I giornali che non abbracciano fino in fondo l’innovazione non possono raccontarla e non possono avere posto nella costruzione di quella prospettiva. Se non innovano, passano velocemente tra coloro che temono l’innovazione e perdono legittimità. Perché se c’è una cosa che tante persone hanno capito meglio delle loro classi dirigenti è questa: occorre cambiare con razionalità, sicurezza, intelligenza e spirito civico per adattare il nostro modo di vivere in modo che regga di fronte al cambiamento profondo che sta attraversando la nostra società. Imho.

Il comitato olimpico si lascia scappare una frase assurda

Un portavoce del comitato olimpico avrebbe chiesto agli spettatori di frenare la loro attività su Twitter e Instagram per non peggiorare le cronache ufficiali degli eventi sportivi. (Reuters)

Si ha l’impressione che sia stata una emerita sciocchezza. Ma forse è peggio: le cronache degli eventi sportivi – sembra voler dire il portavoce di un comitato olimpico che non riesce a far trovare i biglietti per gli stadi agli aspiranti spettatori mentre i posti liberi abbondano – vanno raccontate dai professionisti e viste in tv.

Sulle sirene che suggeriscono l’uscita italiana dall’euro

In un post di qualche giorno fa si è discusso intorno allo scenario di un’uscita italiana dall’euro. Il post è stato molto arricchito dai commenti: grazie a tutti. Forse vale la pena di tornare sull’argomento, in un contesto in cui si ha l’impressione che il dramma valutario sia meno stringente grazie all’intervento di Mario Draghi a supporto dell’euro e contro l’uscita di qualunque paese dalla moneta unica europea (Sole).

A chi conviene uscire dall’euro

Succedono infatti tante cose. Mentre si direbbe che le banche centrali stiano per intervenire e i leader europei stiano per lasciarle fare, si discute ancora del rapporto della Bank of America / Merrill Lynch che suggerisce come l’Italia sarebbe tra i maggiori beneficiari di un’uscita dall’euro, mentre a perderci sarebbe soprattutto la Germania. (Vale la pena di ricordare che la Merrill Lynch è tra le grandi banche che incarnano l’idea di finanza onnipotente con la quale l’occidente sta purtroppo facendo i conti).

La banca americana sostiene che l’Italia guadagnerebbe dall’uscita dall’euro perché aumenterebbe le esportazioni del 3% sul Pil, supponendo una svalutazione della sua moneta (una volta che sia ritornata la lira) dell’11% e soprattutto che l’uscita dall’euro sia ordinata. La banca non esplicita un’altra ipotesi: che le esportazioni producano denaro che torna in Italia; vale a dire suppone che gli esportatori si fidino di riportare il denaro in Italia invece di preferire di farsi pagare all’estero. Inoltre, la banca suppone che l’uscita dall’euro sia un evento chiuso in se stesso e non produca effetti a catena nel lungo termine. Infine, considera che l’Italia continuerebbe a pagare il suo debito pubblico.

La banca infine non tiene conto di un aumento delle esportazioni che si potrebbe ottenere semplicemente con una svalutazione dell’euro rispetto alle altre grandi monete (il che sta già avvenendo). Né sembra tener conto esplicitamente dell’aumento del costo delle importazioni (per esempio di petrolio) a fronte di qualunque tipo di svalutazione.

Tra i commenti al post precendente, alcuni criticavano la mancanza di dati. Ma si può vedere che non è la presenza di dati a rendere un ragionamento cristallino: i dati possono essere usati in molti modi.

Lo scenario dell’uscita dall’euro

Al di là di questo, lo scenario di un’uscita dall’euro non può – secondo me – prescindere dalla perdita di fiducia in una moneta svalutata e che con ogni probabilità potrebbe continuare sulla via della svalutazione. In quel caso, gli esportatori – appunto – tengono i soldi all’estero, chi fa soldi in Italia li porta all’estero, chi importa paga di più. E chi ha stipendi fissi – specialmente statali – perde potere d’acquisto. Anche per via dell’inflazione che potrebbe ripartire. Basterebbe solo la paura dell’ulteriore svalutazione a provocare, probabilmente, un’ulteriore svalutazione. Non ci sono dati per definire questo scenario, è soltanto un’ipotesi logica.

Chi potrebbe sentirsi a posto? Chi potrebbe pensare di guadagnarci?

Restando nell’euro ci vorrebbero – ipotizziamo – vent’anni di aggiustamento. Perché il debito dovrebbe comunque essere tenuto sotto controllo. Perché i consumi non potrebbero continuare comunque come prima (lo spreco immenso del consumismo e del consumo a debito non ha più senso). Perché si dovrebbero riformare un sacco di cose difficili da riformare, come le varie protezioni alle categorie (dai politici ai lavoratori, dai commercianti ai professionisti, ecc ecc). Ma si potrebbe aggiungere un po’ di innovazione orientata al risparmio: energia, gestione dei rifiuti e del packaging, trasporti, produttività…

C’è uno scenario virtuoso per la svalutazione, ma passa per una forma di autarchia (supponendo che questa sia gestibile). C’è uno scenario virtuoso se si resta nell’euro che passa per l’innovazione del sistema (supponendo che siamo capaci di farla). C’è uno scenario vizioso per la svalutazione: conflitto sociale, povertà, autarchia governata dai furbi. C’è uno scenario vizioso se si resta nell’euro: crescita del potere dei potenti, aumento delle tasse, peggioramento dei servizi pubblici, incapacità di innovare.

Tutto passa per la scelta fondamentale. Vogliamo cedere sovranità oppure imparare a organizzarci da soli? Per rispondere dobbiamo domandarci: che Italia vogliamo costruire? E’ più probabile ottenerla con la nostra classe dirigente attuale, oppure con una nuova classe dirigente meravigliosa che dobbiamo trovare, oppure con una classe dirigente decente ma continuamente costretta a confrontarsi con le classi dirigenti europee? C’è da scrivere ancora a lungo. E dopo aver ragionato, c’è da fare i conti. Imho.

La Vita Nòva Cloud Update

Una versione “update” della Vita Nòva. La “rivistapp” del Sole 24 Ore alla quale collaboro esce con una versione sintetica tutta dedicata alla cloud. Un esperimento nell’esperimento.

Sporca politica anche nella concorrenza tra piattaforme americane

Il ceo di NationBuilder lamenta in una mail una forma di concorrenza sleale da parte di NgpVan. Sono entrambe piattaforme americane per gestire movimenti politici. La prima si dichiara rivolta a chiunque. La seconda è pensata per i candidati democratici e progressisti. Il ceo di NationBuilder dice che qualcuno mette in circolazione voci e sospetti per ridurre la credibilità della sua piattaforma. Gli avversari dicono che è un’invenzione volta a coprire il deficit tecnico di NationBuilder. Le due posizioni sono riportate da Chad Peace, un indipendente, su Ivn.

Si direbbe che questa sia un’altra forma di contagio. Se la politica fa uso anche della disinformazione o della maldicenza, questa pratica sembra aver contagiato anche la concorrenza tra piattaforme al supporto della politica. E noi, non sapendo come stanno veramente le cose, assistiamo e perdiamo fiducia nei confronti dell’insieme del sistema. La sola strada è aumentare l’impegno nei civic media e nell’informazione metodologicamente trasparente.

(Si può contribuire. Con molta umiltà, la fondazione Ahref alla quale collaboro, tenta di aiutare con le sue piattaforme CivicLinks).

Impronte digitali sulla Mela. Apple compra AuthenTech

Come riporta la Reuters, Apple vuole acquisire la AuthenTech, per 356 milioni di dollari. L’azienda, quotata, produce sensori per riconoscere le impronte digitali usati nei personal computer. Potrebbe essere un modo per superare l’incubo delle password.. (Reuters).

M9 è un’avventura culturale

Oggi è uno spazio vuoto nel centro, sorprendentemente interessante, di Mestre. Tra pochi anni sarà l’M9, un museo-avventura-culturale. Sarà un luogo dedicato a fare i conti con il Novecento per esprimere una prospettiva senzata nel XXI secolo. Un compito straordinariamente complesso. E ogni giorno più urgente. (M9 e Fondazione di Venezia).

Se quello di Venezia è destinato a essere il nome di un’area metropolitana meravigliosa e contraddittoria occorre unire la vitalità imprenditoriale dell’entroterra con la splendida e perennemente decadente città lagunare. Il che può avvenire soltanto rigenerando il senso di Mestre e Marghera, oggi barriere chiamate a essere domani poli della rinascita.

Tecnologie di “controllo” del cervello. La scienza apre una nuova frontiera. Tra cure e paure

Il cervello si può controllare con l’optogenetica (un filone di ricerca che combina l’intervento genetico su particolari neuroni o proteine e la tecnologia ottica per osservare o modificare il comportamento in circuiti neurali viventi con la velocità necessaria, nell’ordine dei millisecondi). Una ricerca realizzata tra Lovanio, Mit e Harvard ha dimostrato che si può controllare il comportamento delle scimmie con impulsi di luce. Ecco il comunicato e il link all’articolo:

Researchers from the University of Leuven (KU Leuven), Harvard and MIT have shown for the first time that they can successfully control the behaviour of monkeys by using light pulses to activate very specific parts of the brain. In the long term, a similar method could possibly be used for therapeutic treatments in humans with neurological disorders.

The researchers were able to control the behaviour of the monkeys using optogenetics, a state-of-the-art method for artificially steering brain activity in order to influence behaviour. In optogenetics, genes derived from certain light-sensitive microorganisms are inserted into brain cells or neurons. These genes code for light-sensitive proteins that are expressed in the neurons, which can then be ‘controlled’ by activating these neurons with short pulses of light. The advantage of this method is that it allows for the activation of very specific cell types without affecting others. Unlike more traditional methods such as electrical microstimulation, which is now being used in Parkinson’s patients, this technique allows scientists to manipulate the activity of certain networks in the brain with very high spatial and temporal precision.

The method has already proved its effectiveness in invertebrates, rodents and cell lines, but this is the first time it has been successfully tested on behaving monkeys. The researchers focused on manipulating the neurons in the network that controls eye movement. Using blue light pulses, they were able to activate very localised neurons in this network to bring about subtle changes in eye movements.

The findings are very promising for both further fundamental research into the link between brain activity in specific neural networks, and the study of perception, cognition, and behaviour. In humans, the method could possibly be used to treat Parkinson’s disease and other neurological disorders.

The research was published in the journal Current Biology.