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Sulla scienza del giornalismo scientifico

Ha ragione Alessandro Longo a segnalare il pezzo di Silvia Bencivelli sul giornalismo scientifico. Che alla fine, probabilmente, è sul giornalismo in generale. Perché riguarda il metodo con il quale il giornalista attribuisce credibilità alle fonti.

Bencivelli si domanda come si fronteggia la figura del ciarlatano che si presenta come un innovatore talmente avanti che gli altri non lo capiscono. E si dà una serie di ottime risposte di buon senso e di esperienza. (Non ci sono risposte su questo punto se non sono di buon senso e di esperienza).

Quando il giornalismo si applica all’innovazione, alla ricerca, all’arte e a ogni tipo di frontiera culturale dispone di alcune soluzioni standard:

1. cerca di basarsi su quello che dicono gli altri giornali in base alla regola che mette al primo posto l’obbligo di non “prendere buchi”. Ne emergono mode, bolle e comportamenti convenzionali di ogni genere. Rischiosissimi nella sostanza ma prudentissimi nella forma.

2. si basa sull’autorità consolidata, puntando su quello che dicono i più sperimentati, i più grandi, quelli che hanno avuto più successi in passato. Il rischio è intrinseco in questa soluzione: i successi passati non garantiscono i successi futuri; spesso anzi generano potere e dunque avversione alla novità che potrebbe mettere in discussione il potere acquisito. Ma si tratta di una soluzione che nella maggior parte dei casi va meglio della prima.

3. cerca di sintonizzarsi con il processo culturale e pratico di chi genera l’innovazione ed esplora la frontiera per imparare a valutare i fatti con la stessa arte dell’immaginazione delle conseguenze che attiene agli innovatori. Poiché non si può verificare oggi la conseguenza di un fatto occorre interpretare il fatto imparando a pensare le conseguenze. E’ un atto arbitrario se non è condotto secondo un metodo trasparente. L’interpretazione in questo caso non può essere distorta da ideologia, speranza, ottimismo, pessimismo, interesse… Deve nascere dalla conoscenza, il più possibile accurata, indipendente e completa. Deve esprimersi per quello che è: interpretazione. E non può limitarsi al gioco delle “due campane”, perché altrimenti si fa strumento di chi usa questo gioco per trovare spazio mediatico come “contrarian” o come “tifoso”.

In fondo, è un giornalismo sperimentale, che pensa con un metodo empirico, orientato a teorie e ipotesi, aperto alle verifiche, strutturato per raccontare i fatti e valutarli in base a una prospettiva “storica”: cioè consapevole della durata, dell’ecosistema, della relazione tra la visione del passato e del futuro, della meravigliosa quantità di possibiità che uniscono le azioni e le loro conseguenze. In fondo, è un giornalismo che migliorerebbe non solo il giornalismo scientifico, ma qualunque giornalismo.

Le difficoltà di chi lavora con un metodo serio in un mondo come quello attuale, ben descritta da Longo, è enorme. Ma credo che sia una scommessa da operare, in un contesto nel quale il vecchio giornalismo sta perdendo credibilità.

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Luca De Biase

Knowledge and happiness economy Media and information ecology

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