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Month March 2009

Emergenza del racconto

Appunti su Venice Sessions. Mi scuso: sono proprio appunti presi al volo.

Nell’era della complessità, la storia non è lineare come all’epoca dell’industrializzazione. Ma anche oggi c’è bisogno di racconto: per conoscere, per conoscersi, per sincronizzare le vite degli individui… Il problema è che molti racconti recenti, dal consumismo alla finanziarizzazione, appaiono vagamente virtuali, incredibili, non corrispondenti alla realtà. Dai racconti degli innovatori che li sanno condividere, può sgorgare il materiale dal quale può emergere la capacità sociale di ricominciare a raccontarsi.

Non sono i giornalisti che devono raccontare le storie. Il loro imprinting professionale è quello della spersonalizzazione. Forse questo è in via di correzione. I blog lo insegnano. Ma intanto i giornalisti possono mettersi al servizio di coloro che sono protagonisti di storie importanti per aiutarli a raccontarle se occorre.

Sono i protagonisti che devono volerle raccontare. Sperando che credano fino in fondo che sono importanti, che trovino un modo per capire che è importante raccontarle, anche se non devono andare in borsa o se non si sentono di esprimere la propria biografia.

In realtà, il racconto di ciascuno costruisce networking e abilita l’emergere di un discorso comune nell’epoca della complessità.

Quanto ci crediamo alle storie italiane?

Eppure ce ne sono di storie italiane. Franco Bernabè, una biografia intorno all’idea di portare in Italia la public company e ridurre il peso della politica nell’economia. L’Arduino di Massimo Banzi è una storia che risponde alla speranza che sia vera. E qui in sala ce ne sono di storie… 

Federico Di Chio, perché ci sono storie che non sappiamo raccontarci? Il racconto è un’esperienza guidata di senso. Non solo i film e i telefilm assomigliano alla vita: ma soprattutto la vita assomiglia ai film e ai telefilm. Il senso è fare un grande montaggio della vita. Le storie degli altri sono molto importanti per noi: abbiamo bisogno di rispecchiarci negli altri per conoscere noi stessi. In questo “metabolismo simbolico” la vicenda non è schematica come dice Salmon: è schematico dire che la narrazione è diventata la tecnica dell’ammaestramento negli anni Novanta e che è diventata la forza dell’impero; forse non lo capisco perché mi sento un funzionario dell’impero; forse perché non capisco che le narrazioni pensate dal marketing siano di per sé manipolatorie e ingiuste, perché penso che siamo anche quello che consumiamo.

Andrea Pontremoli, l’Italia è stata maestra nel racconto di storie. Mio padre mi ha insegnato che una storia può cominciare anche quando hai perso tutto. E mi ha avviato alla vita dicendo: “Io ho fiducia in te”. E nel mulino dove ho passato l’infanzia ho imparato l’umiltà, come ascoltare il matto: “Tirava una corda dove non c’era attaccato niente. Noi lo prendevamo in giro. Lui disse beh provate a spingerla…; già ti ricordi chi ti trascina, non ci ti spinge…”. Seguire le passioni: sogno, forza, disordine “Come diceva una scritta che ho visto sotto un monumento a Colombo: ha raccontato una storia, ma in fondo si era perso”. Il racconto di Bardi e della Dallara. E ora? La crisi ti forza a pensare. Strategia non è pensare alle decisioni che prenderai domani: è prendere decisioni oggi che influenzeranno il nostro domani.

Ilaria Capua, l’influenza aviaria, l’allarme. Mi ricordo quando se ne parlava e mi dicevo: “questi sono tutti matti. Qui è pierino e il lupo”.  L’aviaria si è trasformata in una leggenda metropolitana. Ma resta un virus terribile. Insomma, c’è stata una pandemia mediatica. E la malattia continua a infettare gli animali. E a ucciderne milioni. Quindi uccide le proteine nobili dei paesi in via di sviluppo. Pensavo fosse ovvio quello che ho fatto…

Maria Luisa Lavitrano, stupire non è facile con le persone smaliziate. La rete ha condizionato enormemente la medicina. Perché ha reso possibile la condivisione immediata di quello che scopriviamo. Moltiplicando la massa critica di lavoro intorno a un problema, rendendo tutta la ricerca più veloce. La scoperta, che contraddice la teoria darwiniana, dell’impermeabilità dei gameti: la difficoltà di provarla contro ogni pregiudizio. Ma spiegava alcune mutazioni che non si spiegavano in altro modo. La modificazione genetica di animali. Il cuore di maiale modificato che si lascia attivare dal sangue umano.

Maurizio Ferraris, previsioni che non si sono avverate. Nell’astronave di Odissea nello spazio non ci sono personal computer. Il computer non scriveva, parlava. Si pensava alla fine della scrittura. Una società in cui si parla soltanto e non si registra non può essere una società. Invece, come prevedeva Derrida c’è un’esplosione della scrittura. E poi si pensava che sarebbe scomparsa la carta. E invece non è accaduto. Nulla di sociale esiste fuori dal testo. Anche nel telefonino la funzione del parlare diventa meno importante dello scrivere.  Non è un fatto accidentale: siamo circondati da oggetti sociali che non esistono se non sono registrati e, spesso, scritto.

Stefano Moriggi, imparare a cancellare… Ogni scrittura è una riscrittura, un’approssimazione, una costruzione di modelli. La tecnologia aiuta in questa perenne riscrittura. La riscrittura è una forma di comprensione, nella forma di simulazione. La storia della tecnologia è la storia di una progressiva emancipazione. Certo, nel quadro di una grande continuità. Siamo la costante reinvenzione delle nostre invenzioni. Ma alcuni fatti sono decisivi. Il pollice opponibile ha fatto diventare oggetti le cose intorno all’uomo. La scrittura ha cambiato definitivamente il ragionamento. E infatti Platone la usa però restando sulla forma del dialogo quasi per ridurne la portata. Narrazione del futuro come profonda riscrittura delle nostre capacità di pensare.

Goffredo Haus, ho cominciato costruendo una chitarra… Ho passato la vita a studiare le tecnologie del trattamento dell’informazione musicale. Per capire la musica. E per crearla. Ho creato uno strumento per separare ogni informazione musicale e renderla fruibile in modo completamente nuovo. Posso immaginare che i materiali musicali siano in rete e che la questione dei diritti sia risolta: la musica cambierà profondamente…

Giorgio Barberio Corsetti, regista di teatro, arte antica quanto la città, viaggio nel tempo… Compete a me rivendicare il silenzio. Rivendico la parola poetica. Che si può incarnare nel presente e trasmettere un’esperienza. Il progresso, il mito, gli eroi dell’innovazione e della scienza. In una società che rinuncia ai simboli che parlano dei segreti più terribili e di ciò di cui non si può parlare. E penso alla televisione. Il luogo è fondamentale, il luogo fisico, la presenza. Esigenza del segreto che c’è nella presenza e che solo la presenza può rivelare.

Luca Mastrantonio, il racconto è un presente, vale Agostino. Abbiamo un futuro alle nostre spalle, con data di scadenza. In Italia ci è difficile liberarci dal passato, altro che parlare del futuro. Non parlare del futuro, parlare per il futuro.

Alessandro Baricco, riassunto. Salmon dice una cosa che è largamente condivisa da tutti qui: se dobbiamo guardare al presente oggi accade uno scontro tra narrazioni. E collettivamente si aderisce a una narrazione oppure a un’altra. E nel momento in cui aderiamo alla narrazione che dice “scoppierà una guerra”, allora in effetti scoppia una guerra. Ma attenzione: i rischi di questo sistema sono enormi. Quando optiamo per una narrazione optiamo per la velocità e contro la complessità. Perdiamo un reale dominio della complessità del reale. I racconti sono sintesi messi in linea: la narrazione è lineare e sintetizza una complessità. Perché operiamo questa semplificazione? Per masochismo, per pigrizia? Scoprire qual è la domanda rispetto a una risposta data è la prima cellula della narrazione. Senza la domanda tutto è dato. Dunque inamovibile. La narrazione è prima di tutto il bisogno di scoprire il perché, di dare un senso a quello che accade. Bene: oggi sappiamo che la narrazione è importante e come dice Salmon è proprio con la narrazione che decidiamo. Non è che con questo abbiamo semplificato troppo? Oggi o si litiga o si narra… Possibile che sia tanto difficile ragionare profondamente? Esiste forse una “narrazione buona” e una “narrazione cattiva”. Una narrazione che uccide e una narrazione che fa vivere. Tre cose per chiudere:

1. La reazione alla narrazione più forte è la reazione di Platone all’educazione scolastica del suo tempo. Ma nel contestare la suola basata solo sulla narrazione e proponendo la filosofia come centro dell’educazione, Platone fa proprio narrazione. 

2. Le narrazioni da sempre ci accompagnano. Da sempre hanno questa doppia natura. Il grosso della narrazione pronuncia quello che è. Lo racconta e lo rende usabile. Dall’Odissea… Ma accanto alla narrazione che dice quello che è, c’è la narrazione che sfascia quello che c’è. E molto di quanto è sofisticato è fatto per sfasciare: non vogliono perpetuare il mondo, vogliono rendere inservibile il mondo. Solo i narratori che rendono inservibile il mondo costruiscono il futuro. Gli altri servono per vivere bene. Ma chi spinge oltre è chi non accetta il mondo.

3. La differenza tra le due sta nella voce. Quello che ti colpisce è chi racconta la storia. Lui mentre racconta la storia. Che cosa può incrinare il mondo? Quelle voci che fanno pensare che c’è un mondo del quale ignoravi l’esistenza. Una voce che mostra un mondo che non conoscevo e che non mi spiego. Quello incrina il mondo. Quello lo sfascia. E quello parla del futuro. Quella narrazione dove la voce è forte dobbiamo tenercela bene. Quel che penso si debba fare è che si debba difendere la voce forte. E difendere le altre forme: spiegare, dire… non solo raccontare. Lasciamo spazio alla voce.

Christian Salmon

Christian Salmon, autore di Storytelling, edito in Italia da Fazi, parla a VeniceSessions

«Ne parliamo tanto di storytelling, oggi. Una sorta di tirannia dello storytelling. Quando diciamo racconto pensiamo a Don Chisciotte o ai Cavalieri della tavola rotonda? O a Madame Bovary? Che cos’è lo storytelling di un Berlusconi o di un Sarkozy? Nello storytelling di oggi c’è un’ambiguità. C’è un lato negativo nello storytelling del quale sentiamo di doverci liberare. E c’è un’opportunità. Nella storia raccontata da Barack Obama, molto basata su internet tra l’altro, si impara qualcosa di importante a questo proposito».
«Obama: un discorso emozionale con molta biografia personale. Risponde ai caratteri fondamentali della dinamica culturale attuale. Ai tempi di Roosevelt la gente ascoltava i discorsi dei politici e aveva il tempo di riflettere. Oggi non più. Si reagisce ai fatti velocemente. Il discorso è disperso e spezzettato. Ai tempi di George W. Bush si raccontavano storie alla John Waine per portare gli elettori al voto con lo spirito di compiere un gesto simbolico. L’idea però è che la creazione di un mondo “virtuale” alla quale le persone devono assistere, perché la storia è scritta dai suoi autori…».
«Obama si pone come un dissidente retorico. Per tutta la campagna si oppone alla costruzione di quel mondo “virtuale”. Invita a tuffarsi nella realtà. I giornalisti che seguono la sua campagna si stupiscono di non essere oggetto di attenzioni particolari. Per lo staff di Obama sono solo un problema logistico. Non sono pensati come strumento di manipolazione. Lo storytelling al quale si oppone, Obama, è tanto lontano dal racconto della realtà da condurre tutti quelli che ci lavorano al più profondo cinismo del quale poi tutti soffrono».
«Obama incarna una biografia adatta all’epoca della globalizzazione. E dimostra attraverso la sua biografia incontrovertibile il realismo del suo racconto».
Le forme della sua narrazione, a partire dalla costruzione metaforica che emerge dalla sua biografia, sono fondate sulla concentrazione sul timing, il framing, il networking…
Un discorso positivo, attraente, innovativo. Che recupera le tradizioni leggendarie della storia americana. E le adatta al presente riuscendo a dimostrare che il suo discorso descrive la prospettiva più invitante per dire il futuro.

Le conseguenze del futuro sono domani

Domani una nuova puntata delle Venice Sessions: il modo in cui ci raccontiamo il futuro ha delle conseguenze. (Purché qualcuno ascolti… :-).

Finiranno per farci dire che non se ne può più

Ci mancavano anche i grandi fratellini che controllavano chi volevano via internet, azionando persino le telecamere incorporate nei computer delle vittime per registrare quello che accadeva nelle loro segrete stanze. Lo studio che ne parla è serio, dice Markoff.

Google è spesso accusata di ridurre la privacy. Hacker con i server cinesi o con le basi in Russia sembrano capaci di spiare chiunque. Facebook è descritta come un luogo in cui le informazioni personali non sono al sicuro. 
E’ chiaro che non c’è sicurezza totale per la privacy in rete. Ed è chiaro dunque che dobbiamo darci una mano e diffondere informazioni di mutuo soccorso che ci rendano consapevoli di quello che accade (come dice sempre Gigi).
L’allarme non serve a nessuno se non ai politici che eventualmente volessero frenare lo sviluppo della rete. A noi serve sapere che livello di sicurezza c’è in rete. E dunque usarla in modo ragionevole. L’unica difesa è la consapevolezza.

Iht: l’Europa insegna a fare i giornali…

Il sito rinnovato dell’International Herald Tribune è diventato anche graficamente la versione “global” di quello del New York Times, il suo editore.

Dedica un lungo articolo ai giornali europei di fronte alla crisi, osservando che in alcuni casi si mostrano molto abili nell’adattarsi a internet, spesso molto più di quanto non accada ai giornali americani.
Per chi fosse stupito da questa osservazione, va precisato che i giornali europei di cui si parla nell’articolo sono prevalentemente tedeschi e norvegesi…

BookBlogging – La valanga della crisi

Immagine di La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globaleLa particolare gravità della crisi economica che stiamo attraversando è soprattutto nella difficoltà di spiegarla e di vederne i contorni. Fin dove si spinge la distruzione di valore causata dai banchieri senza scrupoli e senza intelligenza? Quanti titoli tossici ci sono in giro, chi li ha, quante perdite sono state comunicate e quante sono ancora ignote?

Dall’agosto del 2007 al settembre del 2008, il circo finanziario-mediatico-politico è riuscito a far credere che la crisi dei mutui fosse una faccenda seria ma non catastrofica e soprattutto che il sistema finanziario nel suo complesso sapesse quello che stava facendo. Ma la successione dei fatti minava ogni giorno di più quella convinzione. Quando la Jp Morgan con l’aiuto del governo americano salvò la Bear Stearns si capì che la situazione era grave ma si poteva ancora controllare. Perché la credibilità delle istituzioni finanziarie era ancora alta: perché credibilità e speranza coincidevano nella mente di moltissimi, perché non si voleva vedere che cosa stava davvero succedendo. Vederlo e dirlo avrebbe avuto effetti catastrofici. E anche per non vedere, si accettò la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac da parte del governo americano. Ma le bende sugli occhi del mondo non poterono resistere al fallimento della Lehman Brothers: 158 anni di storia bancaria scomparivano, con il valore degli investimenti e dei risparmi di tutti coloro che avevano continuato a credere che nulla di tutto ciò potesse mai accadere.
Massimo Gaggi, editorialista e inviato del Corriere della Sera, ricostruisce le vicende della Valanga finanziaria dopo che il mondo ha visto l’assurda vuotezza che si celava dietro la finzione della credibilità delle banche d’affari, ma mentre la maggior parte delle persone ancora si domanda quanto grave sia il danno che quelle banche hanno lasciato in eredità. Le misure del governo di Barack Obama sembrano essere riuscite a tranquillizzare parzialmente i mercati, ma certamente non risolvono il problema di lungo termine che la crisi ha prodotto.
Per comprenderne i contorni, il primo passo è ricostruire le vicende della crisi. Come fa Gaggi. A cominciare dalla cifra scomparsa: tra settembre 2007 e novembre 2008 sono spariti 9 trilioni di dollari, secondo le stime della Global Insight, una cifra quasi pari ai Pil di Francia, Italia, Germania e Gran Bretagna messi insieme! Il 63 per cento del Pil degli Stati Uniti… (Anche se è sempre sbagliato confrontare un patrimonio scomparso con il reddito generato in un anno…).
Le conseguenze della crisi saranno di lungo termine. Le banche d’affari sono scomparse e con esse un’idea della finanza totale, capace di gestire il rischio per via matematica, senza alcuna relazione con la realtà. Scompare un’idea della gerarchia del sapere economico, perché ne scompare un vertice. Scompaiono modelli sociali e culturali. 
Anche queste bende sugli occhi dell’immaginazione vanno eliminate: perché ormai riusciamo a vedere i guasti economici di breve termine ma non siamo ancora concentrati sulle strutture di lungo termine dell’economia. Solo così possiamo immaginare quello che può venire dopo. Per tentare di limitare le sofferenze immediate e costruire qualcosa di migliore…

Alcuni libri che ho comprato Impressioni mentre leggo
Andrea Vitali
Olive comprese
Garzanti

Marta Dassù
Mondo privato
Bollati Boringhieri

Il lavoro di un narratore
non è la storia che racconta
ma la storia che sa evocare
negli occhi della mente di chi legge.

Un’intellettuale che agisce
racconta la sua esperienza
tra potenti e pensanti.
Il sito del libro.

Le puntate precedenti di questa specie
di “rubrica”…
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l’intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L’indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L’arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L’arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa – 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L’Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L’organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L’identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l’incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L’organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell’autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l’identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)

Scrivono di libri: Clelia Mazzini (Akatalēpsìa), Luisa Carrada (Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d’Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio. E… Vibrisse, Lipperatura, Litteratitudine. Wittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di Lettura, Penna e mouse, Bookrepublic. La Frusta. Zam. Booksblog. E MilanoNera. E SottotomoBooksWebTv. Palagniac. Amalteo. Carmilla online. Antonio Genna. E Nazione indiana.


Pagina aNobii (social network sui libri)

In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli

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Unico popolo unico governo

Ci si chiede che cosa voglia dire la frase: «siamo l’unico governo possibile oggi in Italia». 

Soprattutto accanto alla frase: «Popolo ha un significato costituzionale. La Costituzione dà il potere al Popolo. Noi siamo il Popolo». 
Scommetto che scherzava. Sta di fatto che è l’unico partito che si chiama Popolo. Se non ci fosse stato, il Popolo della Libertà, lo si sarebbe dovuto inventare.

Pessimismo al silicone

Al di sotto della narrazione esasperatamente cinetica delle star di Silicon Valley, la zona sembra pervasa da un vago pessimismo. Ne parla Lance Knobel, via Dave Winer. Knobel ha parlato con molti ceo di aziende che si occupano di tecnologie poco note e molto avanzate che fanno andare avanti l’aerospaziale e l’elettronica, il software e i semiconduttori. E…:

“And without violating any confidences, these CEOs are worried. Not
about lowered sales and plummeting share prices, although that’s a
factor. What they are worried about is that they no longer believe the
age-old mantra that the Valley will always come back. They no longer
see California as a particularly good place to do business. They look
at the state’s staggering fiscal problems, the poor public education
system, the still-high cost of housing for their workers, the
continuing immigration restrictions for non-American scientists and
engineers, and what many of them see as a shift against business and
entrepreneurship in American culture, and they start looking westward,
across the Pacific.
All of these companies have operations in Asia. And that’s where
they see growth for the future. They are shifting resources and
workforce numbers to China, to Korea, to Singapore, to India, to
Vietnam”.

Sarà. Ma troppo pessimismo non è credibile per un posto come la Valley. Il potere globale di Google e l’influenza di Facebook sono realtà enormi. Dalle quali usciranno attività indotte di fortissimo impatto. Non solo. Sebbene adesso l’attrazione di quelle aziende sia grande per gli studenti e i creatori di nuove imprese, sebbene non si possa dare per scontato che la tecnologia dura e pura resterà per sempre nei pressi di Stanford, può benissimo accadere che la polvere di stelle degli imprenditori internettari si depositi, nella nuova epoca della concretezza che abbiamo di fronte, per fare riemergere il valore dell’innovazione realizzata giorno per giorno dagli ingegneri e gli scienziati senza lustrini.

(Promemoria. Intanto, Google licenzia…).

Stream of numberness

Il numero di bambini con un QI eccezionale in India è superiore al numero di bambini che ci sono negli Usa. La velocità dell’innovazione tecnologica è tale che la metà di quello che uno studente universitario di facoltà tecnica impara al primo anno sarà obsoleta al terzo anno… E così via… Un flusso di dati curiosi che danno il senso della perdita di senso della quale talvolta sembriamo soffrire.


 
Dalla Viral Video Chart del Guardian.

Business model mania

Dan Zambonini, di BoxUk, analizza i modelli di business dei servizi sul web preferiti dal pubblico secondo un’indagine partecipata di Webware. Solo il 34% è pubblicità pura e semplice. Il resto, parrebbe, è una pletora di varianti che oltre alla pubblicità o senza la pubblicità, vendono qualcosa…via Chris Anderson. via Comunità digitali.

I pirati de la Garbatella

Soprattutto mi piace la spiega: “Dibattiti, presentazioni, spettacoli, corsi pratici. Per imparare gioiosamente a costruire una rete libera”. Per i contenuti, me ne scuso, non sono in grado di giudicare. Me lo ha segnalato Luca Neri autore de La baia dei pirati.

Social network .gov

Il governo americano è riuscito a superare una serie di ostacoli legali alla possibilità di postare notizie sui social network. via Rww.

Ave Caesar, morituri te salutant

Non solo i giornalisti sono di troppo. Anche i parlamentari. Cesare ne ha abbastanza di chiacchiere e dibattiti; cfr: Wikipedia.

Il prof riassume il dibattito sul giornalismo

Il professor Jay Rosen riassume in modo magistrale le linee fondamentali del dibattito sul giornalismo.

E Xarc aggiunge:

xarc.jpg

“As you can see, opportunity abounds.”

Basta con il panico dei giornali

Non è certo con il panico che gli editori e i giornalisti possono reagire costruttivamente alla crisi. Anche se i fatti non sono facili da digerire, l’unica strada è comprendere sul serio la situazione che si sta creando, costruire una visione del servizio che il giornalismo può svolgere nella società e innovare con coraggio per arrivarci.

Su questa strada vanno avanti le iniziative, le proposte intellettuali, le discussioni.

Steven Berlin Johnson fa un riassunto della conversazione seguita al suo discorso di Austin. Il suo contributo è gratificante per il “tenutario” di questo blog: perché è basato sulla metafora dell’ecosistema dell’informazione. Il centro della discussione è intorno al modello di business emergente per il giornalismo. E le proposte che emergono sono piuttosto interessanti.

E cita tra gli altri le idee sull’economia del giornalismo locale futuro di Jonathan Weber: “As a four-year veteran of a journalism-driven local online media
start-up, I believe there’s a very viable business formula that’s
actually quite simple, and here today: take advantage of new tools and
techniques to cover the news creatively and efficiently; sell
sophisticated digital advertising in a sophisticated fashion; keep the
Web content free, and charge a high price for content and interaction
that are delivered in-person via conferences and events. And don’t
expect instant results”.

Guido Romeo, intanto, descrive un’interessante iniziativa di alcuni giornalisti d’inchiesta americani che si mettono in proprio per servire direttamente grandi clienti che vogliono informazioni profonde su argomenti complessi.

In effetti, i servizi giornalistici non sono necessariemente destinati a essere pubblicati su giornali. E i singoli giornalisti possono sviluppare l’espressione delle loro scoperte in molti modi. Alcuni dei quali possono certamente essere tali da meritare un pagamento. Dai report per singoli lettori al racconto teatrale delle loro scoperte… Purché sappiano ben mantenere la barra sull’indipendenza della ricerca che conducono.

Ma per i notiziari gratuiti che si pagano con la pubblicità il tema è quello di migliorare il modello. E vale la pena di pensare anche all’evoluzione della pubblicità. Perché non può essere la sua lentezza a rallentare tutto il processo.

La pubblicità non sarà sempre la ripetitiva occupazione di spazi riservati nei notiziari. Diventerà parte del flusso innovativo e creativo. Le novità nella forma espressiva della pubblicità non possono essere soltanto legate alla sua invasività. Devono essere piuttosto concentrate sulla qualità delle proposte creative, per andare verso inserzioni divertenti, intriganti, ispirative.

Inoltre, specialmente nel settore della stampa locale ma non necessariamente soltanto in quel settore, la pubblicità potrebbe fondersi nella vendita: inserzioni che conducono a un servizio molto più attivo per il cliente, persino appunto a una vera e propria vendita, dovrebbero avere molto più valore. E rivelarsi molto più adatte a sostenere i media che le ospitano.

Insomma. Basta panico. Meglio cominciare a pensare davvero.

Alcuni post precedenti
Salvataggio pubblico dei giornali
I soldi dei giornali
Senza giornalisti