March 2009 Archives

Emergenza del racconto

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Appunti su Venice Sessions. Mi scuso: sono proprio appunti presi al volo.


Nell'era della complessità, la storia non è lineare come all'epoca dell'industrializzazione. Ma anche oggi c'è bisogno di racconto: per conoscere, per conoscersi, per sincronizzare le vite degli individui... Il problema è che molti racconti recenti, dal consumismo alla finanziarizzazione, appaiono vagamente virtuali, incredibili, non corrispondenti alla realtà. Dai racconti degli innovatori che li sanno condividere, può sgorgare il materiale dal quale può emergere la capacità sociale di ricominciare a raccontarsi.


Non sono i giornalisti che devono raccontare le storie. Il loro imprinting professionale è quello della spersonalizzazione. Forse questo è in via di correzione. I blog lo insegnano. Ma intanto i giornalisti possono mettersi al servizio di coloro che sono protagonisti di storie importanti per aiutarli a raccontarle se occorre.


Sono i protagonisti che devono volerle raccontare. Sperando che credano fino in fondo che sono importanti, che trovino un modo per capire che è importante raccontarle, anche se non devono andare in borsa o se non si sentono di esprimere la propria biografia.


In realtà, il racconto di ciascuno costruisce networking e abilita l'emergere di un discorso comune nell'epoca della complessità.


Quanto ci crediamo alle storie italiane?


Eppure ce ne sono di storie italiane. Franco Bernabè, una biografia intorno all'idea di portare in Italia la public company e ridurre il peso della politica nell'economia. L'Arduino di Massimo Banzi è una storia che risponde alla speranza che sia vera. E qui in sala ce ne sono di storie... 


Federico Di Chio, perché ci sono storie che non sappiamo raccontarci? Il racconto è un'esperienza guidata di senso. Non solo i film e i telefilm assomigliano alla vita: ma soprattutto la vita assomiglia ai film e ai telefilm. Il senso è fare un grande montaggio della vita. Le storie degli altri sono molto importanti per noi: abbiamo bisogno di rispecchiarci negli altri per conoscere noi stessi. In questo "metabolismo simbolico" la vicenda non è schematica come dice Salmon: è schematico dire che la narrazione è diventata la tecnica dell'ammaestramento negli anni Novanta e che è diventata la forza dell'impero; forse non lo capisco perché mi sento un funzionario dell'impero; forse perché non capisco che le narrazioni pensate dal marketing siano di per sé manipolatorie e ingiuste, perché penso che siamo anche quello che consumiamo.


Andrea Pontremoli, l'Italia è stata maestra nel racconto di storie. Mio padre mi ha insegnato che una storia può cominciare anche quando hai perso tutto. E mi ha avviato alla vita dicendo: "Io ho fiducia in te". E nel mulino dove ho passato l'infanzia ho imparato l'umiltà, come ascoltare il matto: "Tirava una corda dove non c'era attaccato niente. Noi lo prendevamo in giro. Lui disse beh provate a spingerla...; già ti ricordi chi ti trascina, non ci ti spinge...". Seguire le passioni: sogno, forza, disordine "Come diceva una scritta che ho visto sotto un monumento a Colombo: ha raccontato una storia, ma in fondo si era perso". Il racconto di Bardi e della Dallara. E ora? La crisi ti forza a pensare. Strategia non è pensare alle decisioni che prenderai domani: è prendere decisioni oggi che influenzeranno il nostro domani.


Ilaria Capua, l'influenza aviaria, l'allarme. Mi ricordo quando se ne parlava e mi dicevo: "questi sono tutti matti. Qui è pierino e il lupo".  L'aviaria si è trasformata in una leggenda metropolitana. Ma resta un virus terribile. Insomma, c'è stata una pandemia mediatica. E la malattia continua a infettare gli animali. E a ucciderne milioni. Quindi uccide le proteine nobili dei paesi in via di sviluppo. Pensavo fosse ovvio quello che ho fatto...


Maria Luisa Lavitrano, stupire non è facile con le persone smaliziate. La rete ha condizionato enormemente la medicina. Perché ha reso possibile la condivisione immediata di quello che scopriviamo. Moltiplicando la massa critica di lavoro intorno a un problema, rendendo tutta la ricerca più veloce. La scoperta, che contraddice la teoria darwiniana, dell'impermeabilità dei gameti: la difficoltà di provarla contro ogni pregiudizio. Ma spiegava alcune mutazioni che non si spiegavano in altro modo. La modificazione genetica di animali. Il cuore di maiale modificato che si lascia attivare dal sangue umano.


Maurizio Ferraris, previsioni che non si sono avverate. Nell'astronave di Odissea nello spazio non ci sono personal computer. Il computer non scriveva, parlava. Si pensava alla fine della scrittura. Una società in cui si parla soltanto e non si registra non può essere una società. Invece, come prevedeva Derrida c'è un'esplosione della scrittura. E poi si pensava che sarebbe scomparsa la carta. E invece non è accaduto. Nulla di sociale esiste fuori dal testo. Anche nel telefonino la funzione del parlare diventa meno importante dello scrivere.  Non è un fatto accidentale: siamo circondati da oggetti sociali che non esistono se non sono registrati e, spesso, scritto.


Stefano Moriggi, imparare a cancellare... Ogni scrittura è una riscrittura, un'approssimazione, una costruzione di modelli. La tecnologia aiuta in questa perenne riscrittura. La riscrittura è una forma di comprensione, nella forma di simulazione. La storia della tecnologia è la storia di una progressiva emancipazione. Certo, nel quadro di una grande continuità. Siamo la costante reinvenzione delle nostre invenzioni. Ma alcuni fatti sono decisivi. Il pollice opponibile ha fatto diventare oggetti le cose intorno all'uomo. La scrittura ha cambiato definitivamente il ragionamento. E infatti Platone la usa però restando sulla forma del dialogo quasi per ridurne la portata. Narrazione del futuro come profonda riscrittura delle nostre capacità di pensare.


Goffredo Haus, ho cominciato costruendo una chitarra... Ho passato la vita a studiare le tecnologie del trattamento dell'informazione musicale. Per capire la musica. E per crearla. Ho creato uno strumento per separare ogni informazione musicale e renderla fruibile in modo completamente nuovo. Posso immaginare che i materiali musicali siano in rete e che la questione dei diritti sia risolta: la musica cambierà profondamente...


Giorgio Barberio Corsetti, regista di teatro, arte antica quanto la città, viaggio nel tempo... Compete a me rivendicare il silenzio. Rivendico la parola poetica. Che si può incarnare nel presente e trasmettere un'esperienza. Il progresso, il mito, gli eroi dell'innovazione e della scienza. In una società che rinuncia ai simboli che parlano dei segreti più terribili e di ciò di cui non si può parlare. E penso alla televisione. Il luogo è fondamentale, il luogo fisico, la presenza. Esigenza del segreto che c'è nella presenza e che solo la presenza può rivelare.


Luca Mastrantonio, il racconto è un presente, vale Agostino. Abbiamo un futuro alle nostre spalle, con data di scadenza. In Italia ci è difficile liberarci dal passato, altro che parlare del futuro. Non parlare del futuro, parlare per il futuro.


Alessandro Baricco, riassunto. Salmon dice una cosa che è largamente condivisa da tutti qui: se dobbiamo guardare al presente oggi accade uno scontro tra narrazioni. E collettivamente si aderisce a una narrazione oppure a un'altra. E nel momento in cui aderiamo alla narrazione che dice "scoppierà una guerra", allora in effetti scoppia una guerra. Ma attenzione: i rischi di questo sistema sono enormi. Quando optiamo per una narrazione optiamo per la velocità e contro la complessità. Perdiamo un reale dominio della complessità del reale. I racconti sono sintesi messi in linea: la narrazione è lineare e sintetizza una complessità. Perché operiamo questa semplificazione? Per masochismo, per pigrizia? Scoprire qual è la domanda rispetto a una risposta data è la prima cellula della narrazione. Senza la domanda tutto è dato. Dunque inamovibile. La narrazione è prima di tutto il bisogno di scoprire il perché, di dare un senso a quello che accade. Bene: oggi sappiamo che la narrazione è importante e come dice Salmon è proprio con la narrazione che decidiamo. Non è che con questo abbiamo semplificato troppo? Oggi o si litiga o si narra... Possibile che sia tanto difficile ragionare profondamente? Esiste forse una "narrazione buona" e una "narrazione cattiva". Una narrazione che uccide e una narrazione che fa vivere. Tre cose per chiudere:

1. La reazione alla narrazione più forte è la reazione di Platone all'educazione scolastica del suo tempo. Ma nel contestare la suola basata solo sulla narrazione e proponendo la filosofia come centro dell'educazione, Platone fa proprio narrazione. 

2. Le narrazioni da sempre ci accompagnano. Da sempre hanno questa doppia natura. Il grosso della narrazione pronuncia quello che è. Lo racconta e lo rende usabile. Dall'Odissea... Ma accanto alla narrazione che dice quello che è, c'è la narrazione che sfascia quello che c'è. E molto di quanto è sofisticato è fatto per sfasciare: non vogliono perpetuare il mondo, vogliono rendere inservibile il mondo. Solo i narratori che rendono inservibile il mondo costruiscono il futuro. Gli altri servono per vivere bene. Ma chi spinge oltre è chi non accetta il mondo.

3. La differenza tra le due sta nella voce. Quello che ti colpisce è chi racconta la storia. Lui mentre racconta la storia. Che cosa può incrinare il mondo? Quelle voci che fanno pensare che c'è un mondo del quale ignoravi l'esistenza. Una voce che mostra un mondo che non conoscevo e che non mi spiego. Quello incrina il mondo. Quello lo sfascia. E quello parla del futuro. Quella narrazione dove la voce è forte dobbiamo tenercela bene. Quel che penso si debba fare è che si debba difendere la voce forte. E difendere le altre forme: spiegare, dire... non solo raccontare. Lasciamo spazio alla voce.


Christian Salmon

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Christian Salmon, autore di Storytelling, edito in Italia da Fazi, parla a VeniceSessions

«Ne parliamo tanto di storytelling, oggi. Una sorta di tirannia dello storytelling. Quando diciamo racconto pensiamo a Don Chisciotte o ai Cavalieri della tavola rotonda? O a Madame Bovary? Che cos'è lo storytelling di un Berlusconi o di un Sarkozy? Nello storytelling di oggi c'è un'ambiguità. C'è un lato negativo nello storytelling del quale sentiamo di doverci liberare. E c'è un'opportunità. Nella storia raccontata da Barack Obama, molto basata su internet tra l'altro, si impara qualcosa di importante a questo proposito».

«Obama: un discorso emozionale con molta biografia personale. Risponde ai caratteri fondamentali della dinamica culturale attuale. Ai tempi di Roosevelt la gente ascoltava i discorsi dei politici e aveva il tempo di riflettere. Oggi non più. Si reagisce ai fatti velocemente. Il discorso è disperso e spezzettato. Ai tempi di George W. Bush si raccontavano storie alla John Waine per portare gli elettori al voto con lo spirito di compiere un gesto simbolico. L'idea però è che la creazione di un mondo "virtuale" alla quale le persone devono assistere, perché la storia è scritta dai suoi autori...».

«Obama si pone come un dissidente retorico. Per tutta la campagna si oppone alla costruzione di quel mondo "virtuale". Invita a tuffarsi nella realtà. I giornalisti che seguono la sua campagna si stupiscono di non essere oggetto di attenzioni particolari. Per lo staff di Obama sono solo un problema logistico. Non sono pensati come strumento di manipolazione. Lo storytelling al quale si oppone, Obama, è tanto lontano dal racconto della realtà da condurre tutti quelli che ci lavorano al più profondo cinismo del quale poi tutti soffrono».

«Obama incarna una biografia adatta all'epoca della globalizzazione. E dimostra attraverso la sua biografia incontrovertibile il realismo del suo racconto».

Le forme della sua narrazione, a partire dalla costruzione metaforica che emerge dalla sua biografia, sono fondate sulla concentrazione sul timing, il framing, il networking...

Un discorso positivo, attraente, innovativo. Che recupera le tradizioni leggendarie della storia americana. E le adatta al presente riuscendo a dimostrare che il suo discorso descrive la prospettiva più invitante per dire il futuro.


Le conseguenze del futuro sono domani

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Domani una nuova puntata delle Venice Sessions: il modo in cui ci raccontiamo il futuro ha delle conseguenze. (Purché qualcuno ascolti... :-).

Ci mancavano anche i grandi fratellini che controllavano chi volevano via internet, azionando persino le telecamere incorporate nei computer delle vittime per registrare quello che accadeva nelle loro segrete stanze. Lo studio che ne parla è serio, dice Markoff.

Google è spesso accusata di ridurre la privacy. Hacker con i server cinesi o con le basi in Russia sembrano capaci di spiare chiunque. Facebook è descritta come un luogo in cui le informazioni personali non sono al sicuro. 

E' chiaro che non c'è sicurezza totale per la privacy in rete. Ed è chiaro dunque che dobbiamo darci una mano e diffondere informazioni di mutuo soccorso che ci rendano consapevoli di quello che accade (come dice sempre Gigi).

L'allarme non serve a nessuno se non ai politici che eventualmente volessero frenare lo sviluppo della rete. A noi serve sapere che livello di sicurezza c'è in rete. E dunque usarla in modo ragionevole. L'unica difesa è la consapevolezza.

Iht: l'Europa insegna a fare i giornali...

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Il sito rinnovato dell'International Herald Tribune è diventato anche graficamente la versione "global" di quello del New York Times, il suo editore.

Dedica un lungo articolo ai giornali europei di fronte alla crisi, osservando che in alcuni casi si mostrano molto abili nell'adattarsi a internet, spesso molto più di quanto non accada ai giornali americani.

Per chi fosse stupito da questa osservazione, va precisato che i giornali europei di cui si parla nell'articolo sono prevalentemente tedeschi e norvegesi...

BookBlogging - La valanga della crisi

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Immagine di La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globaleLa particolare gravità della crisi economica che stiamo attraversando è soprattutto nella difficoltà di spiegarla e di vederne i contorni. Fin dove si spinge la distruzione di valore causata dai banchieri senza scrupoli e senza intelligenza? Quanti titoli tossici ci sono in giro, chi li ha, quante perdite sono state comunicate e quante sono ancora ignote?

Dall'agosto del 2007 al settembre del 2008, il circo finanziario-mediatico-politico è riuscito a far credere che la crisi dei mutui fosse una faccenda seria ma non catastrofica e soprattutto che il sistema finanziario nel suo complesso sapesse quello che stava facendo. Ma la successione dei fatti minava ogni giorno di più quella convinzione. Quando la Jp Morgan con l'aiuto del governo americano salvò la Bear Stearns si capì che la situazione era grave ma si poteva ancora controllare. Perché la credibilità delle istituzioni finanziarie era ancora alta: perché credibilità e speranza coincidevano nella mente di moltissimi, perché non si voleva vedere che cosa stava davvero succedendo. Vederlo e dirlo avrebbe avuto effetti catastrofici. E anche per non vedere, si accettò la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac da parte del governo americano. Ma le bende sugli occhi del mondo non poterono resistere al fallimento della Lehman Brothers: 158 anni di storia bancaria scomparivano, con il valore degli investimenti e dei risparmi di tutti coloro che avevano continuato a credere che nulla di tutto ciò potesse mai accadere.

Massimo Gaggi, editorialista e inviato del Corriere della Sera, ricostruisce le vicende della Valanga finanziaria dopo che il mondo ha visto l'assurda vuotezza che si celava dietro la finzione della credibilità delle banche d'affari, ma mentre la maggior parte delle persone ancora si domanda quanto grave sia il danno che quelle banche hanno lasciato in eredità. Le misure del governo di Barack Obama sembrano essere riuscite a tranquillizzare parzialmente i mercati, ma certamente non risolvono il problema di lungo termine che la crisi ha prodotto.

Per comprenderne i contorni, il primo passo è ricostruire le vicende della crisi. Come fa Gaggi. A cominciare dalla cifra scomparsa: tra settembre 2007 e novembre 2008 sono spariti 9 trilioni di dollari, secondo le stime della Global Insight, una cifra quasi pari ai Pil di Francia, Italia, Germania e Gran Bretagna messi insieme! Il 63 per cento del Pil degli Stati Uniti... (Anche se è sempre sbagliato confrontare un patrimonio scomparso con il reddito generato in un anno...).

Le conseguenze della crisi saranno di lungo termine. Le banche d'affari sono scomparse e con esse un'idea della finanza totale, capace di gestire il rischio per via matematica, senza alcuna relazione con la realtà. Scompare un'idea della gerarchia del sapere economico, perché ne scompare un vertice. Scompaiono modelli sociali e culturali. 

Anche queste bende sugli occhi dell'immaginazione vanno eliminate: perché ormai riusciamo a vedere i guasti economici di breve termine ma non siamo ancora concentrati sulle strutture di lungo termine dell'economia. Solo così possiamo immaginare quello che può venire dopo. Per tentare di limitare le sofferenze immediate e costruire qualcosa di migliore...



Alcuni libri che ho comprato
Impressioni mentre leggo
Andrea Vitali
Olive comprese
Garzanti



Marta Dassù
Mondo privato
Bollati Boringhieri

Il lavoro di un narratore
non è la storia che racconta
ma la storia che sa evocare
negli occhi della mente di chi legge.


Un'intellettuale che agisce
racconta la sua esperienza
tra potenti e pensanti.
Il sito del libro.



Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


Scrivono di libri: Clelia Mazzini (Akatalēpsìa), Luisa Carrada (Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d'Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio. E... Vibrisse, Lipperatura, Litteratitudine. Wittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di Lettura, Penna e mouse, Bookrepublic. La Frusta. Zam. Booksblog. E MilanoNera. E Sottotomo... BooksWebTv. Palagniac. Amalteo. Carmilla online. Antonio Genna. E Nazione indiana.


Pagina aNobii (social network sui libri)

In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli



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Unico popolo unico governo

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Ci si chiede che cosa voglia dire la frase: «siamo l'unico governo possibile oggi in Italia». 

Soprattutto accanto alla frase: «Popolo ha un significato costituzionale. La Costituzione dà il potere al Popolo. Noi siamo il Popolo». 

Scommetto che scherzava. Sta di fatto che è l'unico partito che si chiama Popolo. Se non ci fosse stato, il Popolo della Libertà, lo si sarebbe dovuto inventare.

Pessimismo al silicone

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Al di sotto della narrazione esasperatamente cinetica delle star di Silicon Valley, la zona sembra pervasa da un vago pessimismo. Ne parla Lance Knobel, via Dave Winer. Knobel ha parlato con molti ceo di aziende che si occupano di tecnologie poco note e molto avanzate che fanno andare avanti l'aerospaziale e l'elettronica, il software e i semiconduttori. E...:

"And without violating any confidences, these CEOs are worried. Not about lowered sales and plummeting share prices, although that's a factor. What they are worried about is that they no longer believe the age-old mantra that the Valley will always come back. They no longer see California as a particularly good place to do business. They look at the state's staggering fiscal problems, the poor public education system, the still-high cost of housing for their workers, the continuing immigration restrictions for non-American scientists and engineers, and what many of them see as a shift against business and entrepreneurship in American culture, and they start looking westward, across the Pacific. All of these companies have operations in Asia. And that's where they see growth for the future. They are shifting resources and workforce numbers to China, to Korea, to Singapore, to India, to Vietnam".

Sarà. Ma troppo pessimismo non è credibile per un posto come la Valley. Il potere globale di Google e l'influenza di Facebook sono realtà enormi. Dalle quali usciranno attività indotte di fortissimo impatto. Non solo. Sebbene adesso l'attrazione di quelle aziende sia grande per gli studenti e i creatori di nuove imprese, sebbene non si possa dare per scontato che la tecnologia dura e pura resterà per sempre nei pressi di Stanford, può benissimo accadere che la polvere di stelle degli imprenditori internettari si depositi, nella nuova epoca della concretezza che abbiamo di fronte, per fare riemergere il valore dell'innovazione realizzata giorno per giorno dagli ingegneri e gli scienziati senza lustrini.

(Promemoria. Intanto, Google licenzia...).

Stream of numberness

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Il numero di bambini con un QI eccezionale in India è superiore al numero di bambini che ci sono negli Usa. La velocità dell'innovazione tecnologica è tale che la metà di quello che uno studente universitario di facoltà tecnica impara al primo anno sarà obsoleta al terzo anno... E così via... Un flusso di dati curiosi che danno il senso della perdita di senso della quale talvolta sembriamo soffrire.


 
Dalla Viral Video Chart del Guardian.

Business model mania

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Dan Zambonini, di BoxUk, analizza i modelli di business dei servizi sul web preferiti dal pubblico secondo un'indagine partecipata di Webware. Solo il 34% è pubblicità pura e semplice. Il resto, parrebbe, è una pletora di varianti che oltre alla pubblicità o senza la pubblicità, vendono qualcosa...via Chris Anderson. via Comunità digitali.

I pirati de la Garbatella

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Soprattutto mi piace la spiega: "Dibattiti, presentazioni, spettacoli, corsi pratici. Per imparare gioiosamente a costruire una rete libera". Per i contenuti, me ne scuso, non sono in grado di giudicare. Me lo ha segnalato Luca Neri autore de La baia dei pirati.

Social network .gov

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Il governo americano è riuscito a superare una serie di ostacoli legali alla possibilità di postare notizie sui social network. via Rww.

Ave Caesar, morituri te salutant

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Non solo i giornalisti sono di troppo. Anche i parlamentari. Cesare ne ha abbastanza di chiacchiere e dibattiti; cfr: Wikipedia.

Il prof riassume il dibattito sul giornalismo

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Il professor Jay Rosen riassume in modo magistrale le linee fondamentali del dibattito sul giornalismo.

E Xarc aggiunge:

xarc.jpg

"As you can see, opportunity abounds."

Basta con il panico dei giornali

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Non è certo con il panico che gli editori e i giornalisti possono reagire costruttivamente alla crisi. Anche se i fatti non sono facili da digerire, l'unica strada è comprendere sul serio la situazione che si sta creando, costruire una visione del servizio che il giornalismo può svolgere nella società e innovare con coraggio per arrivarci.

Su questa strada vanno avanti le iniziative, le proposte intellettuali, le discussioni.

Steven Berlin Johnson fa un riassunto della conversazione seguita al suo discorso di Austin. Il suo contributo è gratificante per il "tenutario" di questo blog: perché è basato sulla metafora dell'ecosistema dell'informazione. Il centro della discussione è intorno al modello di business emergente per il giornalismo. E le proposte che emergono sono piuttosto interessanti.

E cita tra gli altri le idee sull'economia del giornalismo locale futuro di Jonathan Weber: "As a four-year veteran of a journalism-driven local online media start-up, I believe there's a very viable business formula that's actually quite simple, and here today: take advantage of new tools and techniques to cover the news creatively and efficiently; sell sophisticated digital advertising in a sophisticated fashion; keep the Web content free, and charge a high price for content and interaction that are delivered in-person via conferences and events. And don't expect instant results".

Guido Romeo, intanto, descrive un'interessante iniziativa di alcuni giornalisti d'inchiesta americani che si mettono in proprio per servire direttamente grandi clienti che vogliono informazioni profonde su argomenti complessi.

In effetti, i servizi giornalistici non sono necessariemente destinati a essere pubblicati su giornali. E i singoli giornalisti possono sviluppare l'espressione delle loro scoperte in molti modi. Alcuni dei quali possono certamente essere tali da meritare un pagamento. Dai report per singoli lettori al racconto teatrale delle loro scoperte... Purché sappiano ben mantenere la barra sull'indipendenza della ricerca che conducono.

Ma per i notiziari gratuiti che si pagano con la pubblicità il tema è quello di migliorare il modello. E vale la pena di pensare anche all'evoluzione della pubblicità. Perché non può essere la sua lentezza a rallentare tutto il processo.

La pubblicità non sarà sempre la ripetitiva occupazione di spazi riservati nei notiziari. Diventerà parte del flusso innovativo e creativo. Le novità nella forma espressiva della pubblicità non possono essere soltanto legate alla sua invasività. Devono essere piuttosto concentrate sulla qualità delle proposte creative, per andare verso inserzioni divertenti, intriganti, ispirative.

Inoltre, specialmente nel settore della stampa locale ma non necessariamente soltanto in quel settore, la pubblicità potrebbe fondersi nella vendita: inserzioni che conducono a un servizio molto più attivo per il cliente, persino appunto a una vera e propria vendita, dovrebbero avere molto più valore. E rivelarsi molto più adatte a sostenere i media che le ospitano.

Insomma. Basta panico. Meglio cominciare a pensare davvero.

Alcuni post precedenti
Salvataggio pubblico dei giornali
I soldi dei giornali
Senza giornalisti

Salvataggio pubblico dei giornali

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Non sta in piedi l'idea che i giornali siano salvati dall'autorità pubblica. Non si può fare informazione indipendente come dipendenti dello stato. Anche se in America ne stanno parlando (e Jeff Jarvis lo critica duramente, via Felice). E anche se in Italia le dinamiche stato-mercato restano vagamente immature (sì, l'understatement non mi dispiace...).

A parte gli scherzi, i salvataggi in questo periodo possono essere visti come una soluzione immediata agli effetti dolorosi dei cambiamenti in atto. Ma non sono un modo per evitare i cambiamenti fondamentali. Dei quali bisogna pur prendere atto. Non per lamentarsene. Per coglierne l'opportunità.

Un lato particolare della discussione americana è peraltro interessante: l'idea che i giornali non debbano essere necessariamente condotti da aziende orientate al profitto. Non deve essere vietato che lo siano, naturalmente. Ma se alcuni giornali fossero sane organizzazioni non profit non ci sarebbe forse nulla di male.

Il ciclo dell'immigrazione

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Uno studio di Harvard mostra le dinamiche demografiche dei grandi spostamenti della popolazione mondiale. E' centrato sull'immigrazione negli Stati Uniti, ma mostra tendenze che possono essere importanti anche per l'Europa e l'Italia. E dice che l'emigrazione dai paesi meno sviluppati verso quelli sviluppati non va vista come una tendenza perpetua, ma come un ciclo. Ci sono chiari segni di rallentamento per l'emigrazione dall'Asia, mentre l'Africa sub-sahariana continua nella crescita dell'emigrazione. via MarginalRevolution.

I governi vogliono governare anche internet

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Non c'è dubbio che l'attenzione dei governi, con una decina d'anni di ritardo, si sta addensando su internet. Non è detto che ne capiscano qualcosa. E non è detto che sappiano dove vogliono arrivare. Ma sanno da che parte cominciare.

Cominciano dalle cose che fanno paura. Come la pedopornografia, il punto di attacco in Germania. Ecco l'Ansa di poco fa:

PREVISTO BLOCCO DI MILIONI DI PAGINE CON SISTEMA NORVEGESE
   (ANSA) - BERLINO, 25 MAR - Il governo tedesco ha approvato
oggi misure più rigide nella lotta alla pedopornografia via
Internet, con un piano che promette di bloccare migliaia di siti
illegali - per milioni di pagine web - attraverso una stretta
collaborazione tra autorità e provider.
   Le iniziative approvate oggi dall'Esecutivo della cancelliera
Angela Merkel, erano state proposte dalla ministra per la
Famiglia, Ursula von Der Leyen, che ha sette figli. Nell'ambito
del progetto, i provider non sono saranno obbligati a
collaborare con la polizia, ma dovranno chiudere eventuali siti
ritenuti illegali.
   In Germania, questo fenomeno assume dimensioni sempre più
grandi, tanto da coinvolgere anche i membri del Parlamento, e il
governo ha deciso così di mettere in campo tutte le sue forze
per arginarlo.
   Il sei marzo scorso, un deputato socialdemocratico indagato
per pedopornografia si è dimesso dalla carica di portavoce
della Spd per la formazione, i media e la ricerca dopo che la
polizia aveva trovato nella sua abitazione materiale
compromettente. Non più tardi dello scorso gennaio, inoltre, la
polizia ha lanciato una tra le più grandi operazioni nella
lotta a questo crimine con centinaia di perquisizioni a livello
nazionale che hanno portato al sequestro di decine di migliaia
tra computer, telefoni cellulari, Dvd, Cd e periferiche per la
trasmissione dei dati.
   «Non tollereremo più il fatto che lo stupro di bambini sia
visibile su Internet in modo così diffuso in Germania», ha
detto la Leyen. Da parte sua, il capo dell'Europol, Max-Peter
Ratzel, ha detto che finora solo cinque dei paesi dei 27 hanno
messo a punto liste nazionali di siti Internet bloccati.
Tuttavia, ha detto, l'iniziativa di un Paese come la Germania,
darà una forte spinta a tutta l'Europa per intervenire.
   Molti provider, inclusi Deutsche Telekom, Vodafone e Arcor,
hanno già accettato di partecipare al programma, che utilizza
il sofisticato sistema 'Circamp', sviluppato in Norvegia nel
2004, per bloccare l'ingresso degli utenti a questi siti. Il
sistema, già adottato da nove paesi - tra cui Olanda, Belgio e
Regno Unito - invia uno 'Stop' rosso accompagnato da un
messaggio quando si cerca di accedere al sito illegale. (ANSA).

     CB
25-MAR-09 17:19 NNN

Difficile opporsi a una politica del genere. L'opinione pubblica non può che essere favorevole. Perché il tema è tanto orribile che risolve ogni controversia. E lo dimostra anche il fatto che tutti si sono dichiarati disponibili a collaborare.

Altrove le strategie sono più difficili da far approvare. In Francia, il governo si batte contro la pirateria e per il diritto d'autore. Forse l'Europa si opporrà a Sarkozy. In Italia stanno entrando in molti modi, come sappiamo. Dall'emendamento D'Alia al disegno Carlucci. Se dovessero malauguratamente passare non sarà certo perché sono stati presentati con l'intelligenza del governo tedesco, ma casomai perché nessuno dedica abbastanza attenzione alla questione.

Quello che colpisce è che in molti casi le soluzioni proposte dai governi non sono applicabili tecnicamente. Ma bisogna ammettere che l'attivismo dei governi può riuscire nell'intento di controllare le persone facendo loro paura.

Nòva online: ontheroad

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Un piccolo sito di un grande editore come quello di Nòva ha il compito di sperimentare. E le idee non mancano. Ora che una buona parte dell'archivio di Nòva è online, abbiamo finalmente creato un link strutturale tra la "piattaforma" dei blog e la "piattaforma" della redazione tradizionale.

Il senso di questo link verrà fuori dalle persone che ne faranno uso. Secondo me, Nòvaonline si utilizzerà più come un luogo di navigazione che di consultazione. E la mappa delle parole segnala proprio questa - spero non soltanto ipotetica - possibilità di andare in giro tra le idee e le esperienze proposte dalle persone che usano Nòva per esprimersi. Speriamo che nel tempo questa forma di esplorazione del mondo di Nòva risulti gradevole e utile. Ma non ci sarà modo di capirlo se non attraverso il sistema dei commenti, dei suggerimenti e delle proposte del pubblico attivo.

Quello che pare fondamentale, però, è imporsi una disciplina di miglioramento continuo e di sperimentazione incessante. E soprattutto convincere tutta l'organizzazione a imboccare questa strada. Perché Nòva è online. Ma sopratuttto on the road.

Mkt by pzl

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Neuromarketing dice che uno slogan in formato puzzle spesso funziona. Chi risolve l'indovinello è tanto gratificato che viene condotto a gradire anche il messaggio pubblicizzato.

Vederci chiaro

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Nasce Closr.it per condividere foto da vedere ad alta risoluzione. I fondatori sono italiani: Daniele Galiffa e Gabriele Venier. via Infoservi.

Archivio di Nòva online

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Abbiamo avuto il permesso dall'editore di pubblicare in rete una buona parte degli articoli usciti su Nòva nei suoi tre anni e mezzo di vita. La prima versione di questo servizio è già online. Deve certamente migliorare. Ma è un passo avanti.

La mappa delle parole è in fieri, naturalmente. Il search è alle prime armi. E l'elenco degli articoli è organizzato per filoni di ricerca giornalistica. Mi pare che siamo riusciti a fare un sito che si fa navigare. Dobbiamo migliorare nella consultabilità. Ma spero che risulti utile e divertente.

Nel frattempo, è nato anche il Twitter di Nòva. E il FriendFeed...

Grazie a tutti coloro che ci hanno lavorato con passione. Sarebbe bello ricevere impressioni e suggerimenti....

Moneta per gioco

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Anche nei videogiochi online molti sono ossessionati dalla "monetizzazione". Ma a quanto pare, riescono a ottenere risultati. Meglio vendere giochi che notizie... Almeno per ora.

Infrazioni europee ad personam

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La Commissione Europea ha avviato una procedura d'infrazione contro l'Italia sulla questione del riutilizzo dell'informazione del settore pubblico (via Jc).

La questione, che per esempio riguarda i dati catastali, è fondamentale in un contesto nel quale la politica anti-crisi è tutta basata sull'edilizia.

Ma si può anche osservare che non a tutte le istanze che vengono dall'Europa si dà altrettanta importanza di quella che a suo tempo di è attribuita alla richiesta di armonizzazione dell'Iva sulle televisioni satellitari...

Telefonici competitori alleati

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Si scopre che Vodafone e Telefonica si sono alleate per risparmiare. Era peraltro una delle motivazioni dell'alleanza tra Telefonica e Telecom Italia.

Analogamente, si erano alleati a livello internazionale, i gruppi cui fanno capo le italiane Wind e 3. E adesso che 3 cerca soluzioni ai suoi problemi finanziari, una delle soluzioni è proprio che intervenga la Wind. E, in alternativa o insieme, la Telecom Italia. Alleata della Telefonica. Che è alleata di Vodafone....

Dopo la pubblicità

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La pubblicità online è cresciuta molto negli ultimi anni. Può anche continuare a farlo, anche se qualche segno di cedimento si è visto (novembre scorso ha segnato addirittura un lieve arretramento). Di certo, non può rimpiazzare ogni modello di business basato sulla vendita di prodotti e servizi. Non può rimpiazzare tutta la vendita di software, tutta la musica, tutta l'informazione. Anche perché la pubblicità ha un effetto incentivante per la quantità di traffico, non necessariamente per la qualità dell'attenzione che il pubblico dedica ai contenuti. Dopo la mania di rielaborare ogni modello di business in funzione della pubblicità che cosa si può pensare?

Eric Clemons, professore alla Wharton School, sostiene l'idea che si possa ricominciare a pensare alla vendita di prodotti e servizi. Il suo post è da leggere perché in un certo senso propone un ritorno ai fondamentali. E d'altra parte anche la pubblicità online evolve e non sono pochi coloro che ritengono che tenderà a convergere con un'attività di vera e propria "vendita".

Ma non sarà facile. Se mai si riuscisse a intraprendere la strada della vendità di prodotti e servizi onilne, specialmente nel campo dell'informazione, sarà soltanto attraverso un impegno enorme nella direzione della qualità. E dell'adeguatezza dei prodotti al contesto della rete. Poca paranoia per il copyright e molta attenzione al valore del servizio.

Alcune possibili situazioni favorevoli, appunto nell'informazione, potrebbero stare tra un'offerta di altissima qualità, con un mix di informazioni di valore e oggetti di carta preziosi per design e contenuto, capaci magari di facilitare non solo la pubblicità ma addirittura la vendita dei prodotti promossi (esempio Monocle); oppure un'attività condotta con una tale specchiata attenzione ai valori della trasparenza nel servizio di informazione che le persone saranno disposte a sostenerla volontariamente (esempio super-preliminare ProPublica).

Babele di pensieri su internet

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Una lezione per un master di politica internazionale, a Sciences Po. Tanti studenti di diverse nazionalità. Si discute di libertà di espressione e controllo di internet. Le idee degli studenti sono diverse come in una vera e propria babele.

Eccone un riassunto preceduto dal paese di origine:

Cina. La discussione online libera le opinioni e fa emergere i problemi. E quindi ci aiuta a migliorare. Ma occorre che tutti siano costruttivi. Coloro che intervengono solo per distruggere non sono d'aiuto a nessuno

Corea del Sud. Da noi tutti sono connessi e tutti o quasi partecipano. Ci sono giornali dei cittadini e motori di ricerca collaborativi che vanno meglio dei servizi commerciali. Ma succedono cose strane. Qualche tempo fa, c'era una signora in metropolitana con il suo cane; il cane ha fatto la cacca e la signora non ha pulito; un tizio ha visto la scena, ha fatto una foto alla signora e al cane e ha pubblicato tutto sul blog; la signora è diventata l'oggetto di una vera e propria campagna di stampa contro la maleducazione...

Singapore. Da noi c'è una sola televisione e un solo giornale. Ma vediamo tutto quello che si trasmette all'estero col satellite e possiamo leggere tutto online. Anche da noi tutti sono connessi. È una grande liberazione. Ed è molto interessante.

Colombia. Da noi i media, i giornali, la tv, sono molto critici con il potere politico. Troppo. Ogni cosa è discussa. Non c'è nessun orgoglio nazionale. Almeno internet dovrebbe contribuire a renderci una società più orgogliosa di se stessa. Ma è difficile.

Argentina. Da noi tutti i media sono molto influenzati dal potere. Internet è una possibilità importante per migliorare la libertà di espressione e l'informazione.

La democrazia ha bisogno di un sistema dell'informazione di qualità che consenta ai cittadini di decidere in modo consapevole e informato. La repubblica ha bisogno che si salvaguardi il bene comune, il che talvolta può significare occuparsi di salvaguardare il consenso sulle regole e i motivi di unità di fondo anche culturale della popolazione. La rete è un'enorme opportunità. Ma per riflettere sulle sue conseguenze, senza preconcetti, occorre tener presente la diversità delle esperienze che gli internettari fanno nei vari sistemi politici e sociali. Non tutti i contesti sono come quello americano o italiano. Lo stesso Joi Ito, per esempio, coltiva il metodo del dubbio, da pragmatico esploratore del possibile: secondo lui, c'è da riflettere su quali sarebbero le conseguenze di una maggiore libertà di espressione su internet nei paesi del Medio Oriente. In alcuni, forse, si favorirebbe la democrazia, in altri, probabilmente la violenza.

Un fatto è certo. In un contesto come quello italiano, internet è una grande opportunità di modernizzazione. Non è una certezza, va presa con pragmatismo e senza ideologia. Ma l'opportunità, per un paese come l'Italia, va salvaguardata perché molte persone la possano cogliere. E una posizione chiara e netta a favore della libertà di espressione online, spesso invece messa in discussione da varie iniziative di legge da parte della precedente e soprattutto dell'attuale maggioranza, è necessaria. Posto questo, non possiamo non renderci conto che sono benvenute tutte le iniziative che favoriscono la crescita di una discussione matura e di un'informazione di buona qualità. Perché i cittadini italiani non siano destinati a sentirsi ospiti in un paese che si imbarbarisce.

Quanto è vero Facebook

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Sempre la Nielsen segnala che il numero di utenti unici di Facebook è aumentato del 228% tra il febbraio del 2008 e il febbraio del 2009, arrivando a oltre 65 milioni.

Considerando però che Facebook vanta tra i 180 e i 200 milioni di iscritti, questo significa che meno di un terzo ha effettivamente usato il servizio nel mese di febbraio.

Cinguettio assordante

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Gli utenti unici di Twitter sono aumentati del 1382% dall'anno scorso, dice la Nielsen: 7 milioni di persone hanno visitato Twitter in febbraio 2009, contro meno di mezzo milione nel febbraio dell'anno scorso.

I soldi dei giornali

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Alessandro Gilioli ha commentato il post di ieri, nel quale si parlava dell'eventuale ruolo dei giornalisti nel contesto mediatico che si va costruendo. Così:

"Sì, Luca, ma forse sarebbe sottolineare il fatto che la pubblicità on line paga un decimo - ad andar bene - di quella su carta, e che quindi se questa cosa non cambia parecchio, e in fretta, le aziende di media saranno per forza costrette a produrre - sul Web o altrove - un giornalismo di qualità più bassa.
A me non frega nulla della carta in sé, non è una piattaforma a cui sono in alcun modo affezionato.
Quello di cui si deve discutere non è questo, è il fatto che l'informazione professionale - quella che permette le inchieste, gli approfondimenti, la ricerca delle notizie spendendo tempo e denaro - se non trova un modello di business pubblicitario nelle nuove piattaforme rischia di essere molto più povera e ricattabile - altro che giornalismo libero e autorevole!
Credo che sarebbe utile se il dibattito si spostasse su questo".

L'assunto del mio buon amico Alessandro è purtroppo discutibile: se gli editori guadagnano, finanziano giornalismo di qualità. Alessandro, come del resto - direbbe Mantellini - il tenutario di questo blog, non è un imprenditore né un manager. Ma è un ottimo osservatore. E certamente non può non vedere che il suo assunto è quanto meno ottimistico.

Si può essere d'accordo con Alessandro sulla considerazione a rovescio: se gli editori non guadagnano, non finanziano giornalismo di qualità.

Ma il problema è che molte aziende dei media hanno deciso di produrre giornalismo di bassa qualità pensando di guadagnare di più. E ora pagano l'errore.

Siamo circondati da un'editoria giornalistica di bassa qualità. Siamo circondati da notizie assurdamente ansiogene, come dice Antonio Scurati, in un'epoca che per questo paese è la più sicura e non violenta che sia capitata da secoli a questa parte. Siamo circondati da media che titillano le più basse voglie e i meno qualificanti istinti. Che confondono ambiguamente informazione, spettacolo e comunicazione. Che giocano con la strategia della disattenzione. E questo avviene perché si è pensato consciamente di costruire una realtà virtuale mediatica nella quale attirare ipnoticamente le persone e imprigionarle in una spirale pubblicitaria e promozionale che le ha fatte sentire semplici spettatori, consumatori, elettori. Non più persone attive e informate. Non abbastanza cittadini. Anche per questo, quei media che hanno inseguito strategie di breve termine, si trovano disarmati e poco credibili di fronte alla crisi. Per non parlare dei giovani che, anche prima della crisi, se n'erano già andati altrove. 

Certo, anche in questo contesto, il giornalismo di qualità non è mai mancato. Anche in questo contesto alcuni giornalisti, compreso Alessandro, hanno fatto ottime inchieste e reportage, mentre alcuni editori hanno finanziato la ricerca delle notizie costosa e appassionata. Per la verità, più spesso ultimamente con i libri e i documentari e i blog che con i giornali. Ma anche nei giornali si è fatto molto di buono. In un frame, però, molto confuso. E che nella confusione è stato capace di mettere la sordina all'importanza di quelle inchieste e di quella ricerca giornalistica sincera e appassionata.

A dirla tutta, il giornalismo di qualità che si è fatto negli ultimi tempi, è stato fatto nonostante tutto, grazie alla passione di alcuni giornalisti, alla lungimiranza di alcuni direttori, alla illuminazione di alcuni editori. E si può dire con buona sicurezza che proprio i giornali che hanno maggiormente mantenuto la barra della qualità saranno quelli che emergeranno meglio da questa crisi. Ma è pur vero che non c'è una correlazione forte tra la quantità di soldi che gli editori guadagnano e la qualità del loro giornalismo. Si può trovare ottimo giornalismo sui blog gratuiti, come si può trovare pessimo giornalismo, anche se molto costoso, nelle aziende mediatiche più ricche. Il guadagno degli editori è garanzia della possibilità che facciano un lavoro serio e indipendente: solo della possibilità però. Non è purtroppo garanzia che lo facciano davvero.

Alessandro però, ripeto, ha ragione nel dire che non ci può essere ottimo giornalismo se dall'ecosistema dell'informazione spariscono le aziende mediatiche che trovano un'indipendenza economica solida e duratura. Un impoverimento generalizzato e totale dei media non può avere che la conseguenza di impoverire l'intero ecosistema, perché riduce drasticamente le probabilità di un buon giornalismo. E ha ragione nel dire che la pubblicità online non può rispondere da sola alla crisi dei media tradizionali.

Ma va detto che gli imprenditori hanno proprio la funzione di trovare le innovazioni giuste per costruire modelli di business adatti a sopravvivere nelle diverse fasi dell'evoluzione dei sistemi economici. Sta a loro, prima di tutto, trovare le soluzioni aziendali. I giornalisti dovrebbero concentrarsi sull'obiettivo di comprendere bene quale può essere il loro ruolo nel nuovo sistema mediatico. E perseguire una trasformazione della loro funzione, in modo da servire il pubblico in sincronia con le sue esigenze.

Ma non ci possiamo neppure esimere dal ragionare intorno ai modelli di business. E dunque diamoci qualche ipotesi:
1. La crisi editoriale di questi mesi non è la fine del mondo dei media tradizionali. Ci sarà un consolidamento ma non una sparizione. L'estremismo non è una buona pratica previsiva. È piuttosto un atteggiamento ideologico. E i giornali che hanno fatto comunque più giornalismo di qualità avranno, almeno in parte, una sorte migliore.
2. La pubblicità cercherà sempre nuove strade per trovare il suo pubblico. Non avrà bisogno dell'informazione se potrà contare su forme più dirette di contatto, come il viral marketing. Non avrà bisogno di contenitori di qualità se cercherà soltanto la quantità di potenziali consumatori da colpire con i suoi messaggi. Basterà cercare i luoghi di intenso traffico. Ma avrà bisogno di contesti di qualità ogni volta che vorrà rafforzare la credibilità dei marchi. E sarà disposta a pagare di più per questo. Già oggi, le inserzioni sui siti di semplice traffico costano dieci volte meno di quelle che vanno sui siti più accreditati. Bisogna capirlo e valorizzare l'opportunità.
3. La pubblicità comunque non pagherà tutto quello che oggi è pagato dal prezzo dei prodotti. Ma non è detto che il pubblico non sia mai più intenzionato a pagare i servizi editoriali che lo meritano. Non necessariamente in termini di prezzo di accesso all'informazione. Ma per esempio in termini di sostegno volontario all'attività professionale di chi informa. E c'è già chi ci sta pensando. Il caso di ProPublica - con 7 premi Pulitzer in redazione - è solo un esempio.

Si pensa che non sia abbastanza? Le forme di esposizione della ricerca giornalistica si moltiplicheranno. E così le forme delle relazioni economiche tra i giornalisti e il loro pubblico. Si farà giornalismo in teatro e sul web, al cinema e con i libri. E questo non sarà che l'inizio di un rinnovamento mediatico necessario. Come una purificazione.

Sarà dolorosa. Ma occorre qualcosa di nuovo. I giovani devono poter ricominciare ad accedere alla professione giornalistica. I giornali devono potersi ridefinire in base al proprio scopo: distinguendo quelli che si dedicano più all'ideologia o alla comunicazione o all'entertainment, che all'informazione. Quelli che ritroveranno la strada saranno ripagati. Perché se la società ha bisogno di persone che, accanto ai volontari dell'informazione, si dedichino a fare informazione professionalmente con un metodo empirico e trasparente, probabilmente troverà il modo di pagarle.

(da vedere su questi argomenti, sempre in chiave giustamente problematica, State of the News Media, via il friendfeed di GG).

ps. Quanto alla carta. Non si vede perché debba sparire. Si andrà riposizionando. È un display molto costoso. Dunque dovrà contenere informazioni molto preziose.

Senza giornalisti

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Ebbene. Si può fare a meno dei giornalisti, ipotizza qualcuno. Gaspar ha efficacemente ricordato che le stesse fonti possono dare al pubblico l'informazione che serve. Dave lo ha ridetto nel suo modo simpaticamente burbero. E non c'è nulla di assurdo nell'ipotesi che un giorno non lontanissimo i giornalisti scompaiano con i giornali che non stanno più in piedi. E se nessun giornale stesse più in piedi... Chiunque sano di mente sa che se una categoria professionale è obsoleta non può essere tenuta in vita con le flebo. Ma anche questa, come tutte le ipotesi riferite a una possibilità futura, non può essere verificata empiricamente se non aspettando. E dunque si può discutere dal punto di vista logico e storico. O addirittura si può reagire alla sua formulazione, impegnandosi a cambiare le condizioni per le quali quell'ipotesi è valida, fino a superarla. Un pezzo importante da questo punto di vista è quello di Steven Berlin Johnson.

Vediamo i confini di questa discussione. 

Da un lato, non è detto che i giornali debbano esistere per sempre. E non è detto che si possano salvare, come fa pensare Shirky. Dall'altro lato, non è detto che debbano scomparire, anche se qualcuno di essi è in gravi difficoltà. 

E allora: c'è qualcosa che li possa sostenere in un mondo nel quale le fonti possono informare direttamente il pubblico, in un mondo nel quale le opinioni più qualificate possono essere espresse da chi le sa formulare usando per esempio i blog, in un mondo in cui i modelli di business tradizionali dei giornali sono messi in discussione? Possiamo in effetti immaginare che se è davvero importante che i giornali sopravvivano, riusciranno a trovare il modo per farlo. Se non lo è, dal punto di vista sociale, economico, politico, culturale, allora non sopravviveranno.

Varrebbe la pena di chiarire che si dovrebbe distinguere il destino dei giornali e quello dei giornalisti. È sbagliato definire i giornalisti come la categoria delle persone che scrivono i giornali (essendo i giornali tautologicamente quelle cose che sono scritte dai giornalisti...). E sebbene quella sia stata la definizione adottata dall'Ordine, non pare più molto azzeccata. Forse si potrebbe proporre l'idea di giornalisti come professionisti impegnati nella produzione di informazione per il pubblico con un metodo di ricerca empirico e trasparente (informazione, non comunicazione). In quel caso il loro destino non sarebbe necessariamente quello di seguire la sorte dei giornali. I giornali, invece, sono i prodotti di un'industria editoriale molto importante che a sua volta non vive solo del lavoro dei giornalisti, ma anche di quello delle concessionarie di pubblicità, di sostegno pubblico, di collaterali e altro.

Ho l'impressione che in una crisi come questa tutto diventi più semplice da capire. Se una cosa serve e viene fatta bene resiste di più di una cosa che non serve e viene fatta male. E questo vale anche per i giornali e per il lavoro dei giornalisti. 

I giornali hanno diverse opzioni.
1. possono diventare entertainment
2. possono diventare puri contenitori pubblicitari
3. possono diventare puri mezzi di propaganda
4. possono mettersi al servizio della comunità che ha bisogno di informazione
5. possono diventare piccoli circoli culturali nostalgici

Tutte queste opzioni sono già praticate. Il mercato non sembra sostenerle tutte. Lo stato ne sostiene alcune. Quali resisteranno in futuro? La quarta opzione, in particolare, resisterà e si svilupperà solo se i giornali che la praticheranno sapranno essere davvero di servizio, trasparenti, chiari nella linea editoriale e intelligenti nell'interpretazione. In questo senso, la crisi potrebbe migliorare la situazione, scremando il panorama e offrendo al pubblico una maggiore consapevolezza di quello che comprano. 

E i giornalisti a che cosa serviranno? Nessuno ha la soluzione in tasca. Le opzioni sono diverse:
1. diventeranno persone di spettacolo
2. diventeranno testimonial pubblicitari
3. diventeranno addetti alle relazioni pubbliche
4. si concentreranno sul mestiere di fare informazione per il pubblico
5. si chiuderanno in alcuni scantinati a lamentarsi pensando di fare cultura

Tutte queste opzioni sono già praticate. Ma se i giornalisti faranno informazione per il pubblico, il pubblico troverà il modo di sostenerne il lavoro. Le soluzioni sono molte da questo punto di vista. 

Se giornali e giornalisti faranno informazione insieme, purificando un po' il clima che si è creato in un contesto nel quale informazione, comunicazione, propaganda e pubblicità hanno perso di vista i loro confini, allora anche questa crisi sarà servita a qualcosa. 

E se intanto su internet cresceranno le fonti di informazione diretta, i blogger di qualità, i nuovi modelli di business, il sistema dell'informazione avrà soltanto da guadagnarci.

Per un lavoro sulla qualità, sulla ricerca che richiede tempo e pazienza, sulla indipendenza di giudizio, i professionisti della ricerca giornalistica capace di seguire un metodo empirico e trasparente potrà ancora servire. Su qualunque piattaforma.

Perché il giornale non è la sua carta. E il giornalista non è condannato a fare il pesce incartato.

Foto in cc

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Un fotografo professionista offre le sue opere gratis online. Ecco perché. via cc.

Scoop sgradito ai giornali

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Dave Winer non è certo tenero con l'informazione tradizionale. E oggi racconta di come i giornalisti si lamentino inutilmente della crisi dei giornali. Pensa che a fare informazione saranno le fonti delle notizie da una parte e i blogger o i cittadini stessi dall'altra. All'insegna del motto di Wes Scoop Nisker: If you don't like the news, go out and make some of your own.

Già: Scoop.

The big picture

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Da non perdere le megafoto del Boston Globe.

Post assertivo

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Dicono che un blog deve essere assertivo. Poche parole, ben decise, con una posizione forte e pochi dubbi. Contro qualcuno o a favore. Niente pro e contro. Niente distacco e niente dubbio.

Non dovrebbe essere necessariamente così. Si può immaginare invece l'incontro di convinzioni diverse. L'analisi accurata. L'attenzione per i diversi punti di vista, i fatti, le esperienze divergenti. Nell'ipotesi che alla fine un discorso fatto da più voci sia migliore di quello espresso da una sola.

Una convivenza pacifica, o una conversazione, non è fatta solo di persone che affermano le loro idee e di altre che applaudono o fischiano. Non è un talk show. I blog sono anche, forse soprattutto, una palestra per la convivenza.

Non è necessario che questa impostazione funzioni sempre. E' importante che funzioni almeno qualche volta. Perché è in quel caso che da una discussione la conoscenza fa un passo avanti.

L'ultimo giorno di lavoro a Seattle

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Domani esce l'ultima copia del Seattle Post-Intelligencer, un giornale nato 146 anni fa. Quindi stasera la redazione scrive per la carta per l'ultima volta.

Come annunciato in precedenza, i giornalisti andranno avanti a realizzare soltanto la versione online. La cronaca delle ultime ore sullo stesso Seattlepi.com.

Il fatturato del Nytimes online

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La classifica dei siti che fatturano di più (via Montemagno). Da notare, al trentesimo posto, il servizio online del New York Times: 175milioni di dollari.

Cose che non servono all'umanità

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Il famoso discorso di Davide Rossi, tra l'altro presidente di Univideo e consigliere dell'onorevole Carlucci. La frase di Rossi su internet che non serve all'umanità perché non ha risolto il problema della fame nel mondo. Alcune reazioni. Un intervento dell'onorevole Carlucci.

L'avvocato Rossi sa perfettamente di aver sostenuto una posizione paradossale. Ma lo ha fatto con una consapevolezza profonda del modo in cui funzionano i dibattiti nell'epoca della disattenzione. In quest'epoca in cui non si approfondisce ma si afferma, non importa la qualità di quello che si dice ma l'effetto che si vuole ottenere sulla struttura del dibattito.

Il perimetro di ogni dibattito è definito dalle convinzioni accettate da tutti i partecipanti. Se si sposta il perimetro del consenso si influsce sull'insieme del dibattito. Se si dice che la democrazia parlamentare non ha bisogno di parlamentari abilitati a votare in parlamento (perché fanno perdere tempo mentre basterebbero i voti dei capigruppo) si sposta il perimetro della discussione sulla democrazia. Se si afferma che internet non serve a niente (e anzi è pericolosa per le vendite di dvd) si sposta il perimetro della discussione costruttiva sulla libertà di espressione e internet.

Bisogna ammettere però che la scelta delle parole di Davide Rossi è simile a un boomerang. I dvd non hanno risolto il problema della fame nel mondo. La tv non ha risolto il problema della fame nel mondo. Dunque non serve all'umanità. E se si ragionasse come Rossi si arriverebbe a sostenere che la tv andrebbe messa sotto controllo. O meglio che i controlli andrebbero accentuati. Non solo perché i bambini la possono guardare quando mostra scene di violenza inaudita o discussioni a talk show di assurdità inaudita. Ma anche perché la si può accusare di copiare i saperi che appartengono al pubblico dominio, trasformandoli in luoghi comuni per costruirci sopra un gigantesco business pubblicitario e una sistematica disinformazione. Ma nessuno sostiene questo. E analogamente Rossi non dovrebbe sostenere quello che sostiene su internet: a meno che appunto non voglia semplicemente creare un nuovo perimetro di dibattito, non costruttivo per la libertà di espressione ma soltanto per la conservazione del sistema dei media tradizionale.

Nicola, Mante, Scacciamennule.

Enakapata

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Soltanto una segnalazione, prima di ritornarci. Enakapata è un colpo di genio. Il racconto scritto in forma di diario da Enzo e Luca Moretti sul loro viaggio da Secondigliano al Giappone. Nello stupore di ogni gesto, di ogni differenza, di ogni pensiero. Nell'approfondimento delle dinamiche antropologiche e tecniche del Riken, un megacentro di ricerche genetiche di Tokyo. Bellissimo libro, ispirato dalle persone che lo popolano, come lo scienziato Piero Carninci, il Nobel Ryoji Noyori e don Peppe detto "Testolina". Un colpo di genio. Che in lingua napoletana "è 'na capata". Enakapata.

Altrimenti chiamo la ronda

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Passaparola racconta. Di ieri, in un negozio. 

Un ragazzo disturbava, dicono. Il ragazzo aveva la pelle nera. Un commesso è intervenuto in malo modo, intimando al ragazzo di andarsene: "altrimenti chiamo la ronda". Ma il ragazzo non si muoveva: "sono un cliente". Il commesso ha chiamato davvero la ronda. Ed è arrivato un tipo con la camicia verde che ha cacciato il ragazzo dal negozio.

La storia è riportata. Non è controllabile. Di certo, segnala un clima di tensione. E l'idea che la ronda sia un sostituto socialmente accettabile delle forze dell'ordine.

Steven Berlin Johnson

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Grande discorso di Steven Berlin Johnson a Austin, South By Southwest Interactive Festival.  Il futuro del giornalismo. E il futuro dei giornali. Ormai sta emergendo da più parti una visione credibile.

E buon pezzo di Clay Shirky. Vale la pena di riassumere e commentare: link.

Magico Steve

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missieri.jpg

Centimetri di pensieri per Nòva

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Gaspar Torriero è un amico. La sua critica dell'editoria tradizionale è pungente e profonda. Specialmente quando sottolinea le distorsioni informative che possono essere provocate dagli interessi economici, le ideologie o la malavoglia dei professionisti che fanno i giornali tradizionali.

Questa volta ha proposto un'originale analisi del nuovo formato di Nòva, arrivando alle conclusioni giuste attraverso un procedimento sbagliato. Un piccolo errore che forse lo potrà indurre a qualche indulgenza per le mille prossime volte che ne commetteranno i criticabili professionisti di cui sopra. via Mantellini.

Il suo conteggio dei centimetri di Nòva occupati da lavoro giornalistico e pubblicità è preciso. Il confronto è tra un'edizione di Nòva di novembre, a 20 pagine grandi, e il tabloid di ieri. Ovviamente conclude che è tutto più piccolo e che la pubblicità diminuisce. Se avesse superato la sua naturale ritrosia a prendere il mano un giornale di carta in gennaio e avesse fatto lo stesso confronto tra il Nòva di novembre e il Nòva di gennaio, entrambi in grande formato, avrebbe avuto gli stessi risultati: perché in gennaio Nòva era a 12 pagine grandi con poca pubblicità. Dunque, la differenza non è il tabloid. Il tabloid è pensato per trasformare la "crisi" nell'opportunità di migliorare il giornale. Opportunità, non certezza: infatti è presentato come "più portatile, più maneggevole, meno panoramico, più sintetico" (non solo più portatile e maneggevole come scrive Gaspar) perché il nuovo formato presenta inevitabilmente dei pro e dei contro. Ma la conclusione giusta resta: c'è meno pubblicità. Un fatto che non ha bisogno del metro per essere dimostrato. A me casomai importa capire se con gli strumenti messi a nostra disposizione abbiamo fatto un lavoro decente.

Anche perché l'idea è di migliorare se possibile nell'equilibrio tra quello che pubblichiamo sulla carta e quello che facciamo online. L'equilibrio è lontano dall'essere raggiunto. Se mai si potrà raggiungere. Avremo la possibilità di usare di più internet per pubblicare gli approfondimenti che non ci stanno più sulla carta. E anche per tenere viva la nostra ricerca giornalistica dimostrata per qualche tempo su NòvaReview e ora in stand by come la nostra rivista bimestrale. (Grazie, a proposito, a tutti coloro che hanno detto che NòvaReview era una buona idea: lo penso anch'io...).

Appunti su politica e social network

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Un dibattito piuttosto profondo va avanti in molte sedi: ci si interroga sulla relazione tra partiti e social network. Un piccolissimo contributo è negli appunti: ci sono alcune idee scaturite da una riflessione condotta oggi con amici di grande competenza sul caso del Pd.

Proposte Nòva

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E dunque oggi Nòva è in tabloid. Pregi e difetti di un formato piccolo ce ne sono. Si cerca per esempio l'equilibrio, se mai si troverà, tra le informazioni in breve e i pezzi più lunghi. Ci vorranno alcuni numeri per vedere emergere le soluzioni grafiche più giuste. Nel frattempo dovrebbe arrivare anche una nuova versione della presenza online di Nòva, da integrare nel discorso. E per qualche settimana coltiveremo dubbi, tentativi, sperimentazioni. Si spera molto nei suggerimenti e nelle proposte di chi avrà voglia di condividerli.

Boing italian blog

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Cory Doctorow su Boing Boing regala una risonanza mondiale ai rischi che corre il pubblico attivo in Italia per effetto dei ripetuti tentativi di ridurre la libertà di espressione in rete. via Luca Boschi.

Il fatturato dei social network

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Molti sostengono che Facebook, MySpace e Twitter faticano a trovare un fatturato o addirittura un modello di business. Di sicuro, Facebook guadagna parecchio con la pubblicità, ma il suo fatturato per utente è molto basso. Chi fosse preoccupato per il reddito di Mark Zuckerberg e soci può dare un'occhiata a un post molto interessante di AboveTheCrowd, nel quale è analizzata la situazione. Le informazioni sulla soluzione praticata con successo da TenCent, un social network cinese, per "monetizzare" il tempo che gli utenti passano su quel servizio sono piuttosto rilevanti: TenCent non si preoccupa di disturbare troppo gli utenti che comunicano tra loro con la pubblicità, ma punta piuttosto sulla vendita di piccoli software e giochi online.

Apple e le parolacce

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Prima di rinsavire, la Apple ha pensato di impedire la pubblicazione sull'AppStore per iPhone della nuova versione di un software che serve a scrivere e leggere Twitter. La motivazione: consentiva di scrivere e leggere parolacce. 

Chissà che il ripensamento non sia dovuto al fatto che anche alcune telco particolarmente puritane pensavano di impedire la vendita di iPhone perché qualcuno si lascia andare a pronunciare frasi scurrili parlando in quei telefoni con amici e concorrenti.

Università, casa e bottega

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Da non perdere la vicenda del G8 della scienza in una sede di proprietà della Fininvest (su Repubblica). 

Quanti sacrifici per farli studiare...

Risparmi di democrazia

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L'idea di far votare solo i capigruppo in Parlamento, seppure limitata a certi casi, è l'ennesimo tentativo di abbattere un tabù democratico. Risparmiare tempo non è una ragione per trasformare i parlamentari in un inutile orpello che rappresenta soltanto le percentuali di voti raggiunte alle elezioni. La discussione tra i parlamentari evidentemente non fa parte delle possibili sorgenti di buone idee nella mente di chi ha lanciato la proposta. Fortunatamente, dicono che la proposta non passerà. E vabbè.

Ma se invece dovesse passare, perché non portare l'idea alle sue naturali conseguenze? Perché lo stato dovrebbe pagare tutti quei parlamentari? Basterebbe calcolare quanti parlamentari si otterrebbero con i dati elettorali, sulla base di liste virtuali stilate dai capi dei partiti, e dichiarare che gli eletti hanno semplicemente ottenuto un'onorificenza, tipo "cavaliere". Ma poi mica dovrebbero andare a Roma davvero, prendere uno stipendio, farsi pagare viaggi e spese di rappresentanza. Quelle scomodità inutili sarebbero evitate. Con un buon risparmio per la democrazia.

Dormire, forse sognare

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Tim O'Reilly parla del futuro. Il sogno, l'ipotesi e la verifica. Per costruire qualcosa che serva davvero. Con meno ideologia. E più immaginazione. Il resoconto sul Guardian.

Ecco le slide di Tim.

Rai e media digitali

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All'Isimm per parlare di Rai. Una premessa e tre idee.

Premessa. La nascita e la rapida crescita del medium sociale fatto dalle persone che si esprimono e si connettono in rete è una realtà con i suoi pregi e i suoi difetti che però ha cambiato i connotati del sistema mediatico in modo profondo e duraturo.

La Rai, che non è la Bbc, può fare di più ma non dovrebbe fare di tutto. Perché è un servizio pubblico. Quindi può scegliere di giocare un ruolo unico. Contribuendo all'economia della conoscenza in modo originale e importante. Può farlo senza perdere efficienza economica e anzi guadagnandone.

Tre idee per pensare alla rete in modo costruttivo e pubblico (in parte lo sta facendo ma dovrebbe diventare una strategia dichiarata e tale da definire l'azienda):
1. Lavorare ovunque e in ogni caso per gli standard nelle trasmissioni, nei decoder, negli encoding, ecc ecc. Evitare di concedere esclusive a particolari piattaforme. Chiedere che nessuna piattaforma escluda programmaticamente la Rai
2. Aiutare i giovani artisti e le opere emergenti con produzioni sperimentali da distribuire in rete in vario modo (anche pensando a innovare nella pubblicità online)
3. Distribuire una gran parte dei contenuti della Rai in creative commons con licenze adatte al riutilizzo per scuole e privati creativi.

Perché la Rai può fare del servizio pubblico un sostegno all'innovazione, alla sperimentazione, alla standardizzazione e al pubblico dominio: il che a sua volta è una ricchezza nell'economia della conoscenza.

Iva

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Perché l'iva è aumentata al 20% per un medium digitale come quello messo in piedi da Sky ed è diminuita al 10% per l'edilizia? E' una politica industriale. Ma è fatta per privilegiare l'innovazione o la maturità dei settori?

ROD

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Seth parla di "return on design". Quanto rende l'investimento in design? La domanda è buona. La risposta difficile. E' l'ennesimo esempio del bisogno di un diverso modo per "misurare" la qualità. Sarà bene che non sia pensata ad uso finanziario. Ma per la soddisfazione degli utenti.

Modernità della tribù

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Bruce Sterling twitta un apprezzamento per questo pezzo scritto da John Robb sul possibile ritorno della tribù come forma sociale fondamentale.

L'epoca moderna aveva introdotto concetti come "stato", "mercato", "professionalità", "merito"... ma la tribù, come struttura sociale, ha i suoi pregi, dice Robb.

L'Italia era restata più avanti senza saperlo...

Tiscali in the Sky and no diamonds

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Periodo difficile per Tiscali. Il Guardian la mette giù dura. Certamente, il fallimento dell'accordo con Sky è grave. Ma è anche vero che Sky ha sempre più chiaramente bisogno di un canale di ritorno per i suoi programmi: il satellite non sa chi guarda che cosa, l'adsl lo sa. Chissà che agli attuali prezzi di mercato non si rimettano tutti a trattare.

Intanto, resta da capire se il fondatore e principale azionista, Renato Soru, deciderà che è ora di tornare a occuparsi della sua azienda.

I verbi al futuro che finiscono in Rai

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Mille titoli di giornale finiscono in Rai. Ma cambieRai è meno frequente di aspetteRai. In queste condizioni, ha grande valore interpretativo il "rifiuteRai" del mio direttore.

Sta di fatto che la Rai è ancora l'azienda del servizio pubblico e che le sue attività sono decisive per dare il tono all'informazione e al dibattito in Italia. Le occasioni per una sperimentazione della Rai nei nuovi media non mancano. Ma non si colgono in mancanza di una forte visione e con minimi investimenti. La Bbc, in questo senso, appare un modello inarrivabile. Ma una riflessione vera sarebbe doverosa. Domani se ne parla all'Isimm.

L'identità di Twitter

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Che cos'è Twitter? Milioni di persone lo usano. Non ha ancora un modello di business. Ha ottenuto finanziamenti giganteschi. Ma non è chiaro che cosa sia, dice Farhad Manjoo. Non è destinato a sostituire Google e non è destinato a sostituire Facebook. Questo è chiaro, anche se la pubblicistica ha fatto qualche allusione a queste possibilità. 

E' cominciato come un sistema per lanciare micromessaggi (in risposta alla domanda standard: "che cosa stai facendo?") agli amici. Se l'utente voleva poteva chiudere la lettura ai soli autorizzati. Ma in generale si lasciava aperta a chiunque fosse interessato. E per questo è diventato un sistema di microblogging. Che in qualche misura facevano informazione veloce. Quindi è stato popolato non solo da persone ma anche da organizzazioni e giornali che vogliono informare. Ma con milioni di utenti è anche un sistema per valutare la rilevanza delle notizie che possono essere rilanciate, commentate, criticate dagli utenti. 

Insomma. Twitter è stato concepito pensando a una forma di utilizzo e poi le persone lo hanno trasformato più volte in qualcosa d'altro. Le applicazioni nate su Twitter, come il motore di ricerca, hanno accompagnato questi cambiamenti. Il suo sviluppo, penso, resta nelle mani delle persone che lo usano più che nelle strategie dei suoi progettisti. Questi, piuttosto, devono saper bene interpretare e accompagnare anche in futuro le invenzioni degli utenti. Che poi ci si possano fare soldi, al di là della pubblicità ed evitando invasioni di campo sui temi della privacy, resta un tema aperto. A quanto pare in ogni caso, tutti pensano che con svariati milioni di utenti, una forma di redditività si troverà.

Critiche al sistema dei brevetti

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I brevetti non sono l'unico e forse non sono il migliore sistema per tutelare l'invenzione. Lo dice uno studio pubblicato su Science e realizzato tra gli altri anche da una ricercatrice della Bocconi.

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Comunicato stampa del 06/03/2009 12:00

Piu' invenzioni se aboliamo i brevetti

Secondo un paper pubblicato oggi su Science, di un team guidato da Debrah Meloso della Bocconi, un nuovo sistema di retribuzione per inventori e ricercatori è più efficace nello stimolare la creatività intellettuale.

Il sistema ultra centenario dei brevetti frena l'innovazione e per stimolare nuove idee bisognerebbe abolirlo a favore di un nuovo metodo di retribuzione per gli inventori. Questa la conclusione a cui giunge lo studio 'Promoting intellectual discovery: patents versus markets' condotto da Debrah Meloso (Università Bocconi) con Jernej Copic (UCLA) e Peter Bossaerts (Caltech), pubblicato oggi su Science. Secondo i ricercatori, un sistema dove gli inventori possono comprare e vendere sul mercato titoli dei componenti chiave delle loro scoperte supera infatti il sistema 'il vincitore prende tutto' dei brevetti nello stimolare curiosità e creatività intellettuale. 

Partendo dal presupposto che il sistema dei brevetti ha dei limiti dal momento che premia solo il primo, i ricercatori hanno ideato una serie di esperi! menti per mettere a confronto il sistema dei brevetti e le forze di mercato sul modo in cui influenzano la propulsione delle persone ad inventare. 

I ricercatori hanno svolto l'esperimento noto come il "problema dello zaino" ("the knapsack problem") in cui i partecipanti hanno un numero di oggetti superiore a quello che lo zaino può effettivamente contenere e la sfida è trovare la soluzione per massimizzare il valore degli oggetti che si riesce ad inserire. 

Per vincere con il sistema basato sui brevetti era sufficiente indovinare la soluzione prima degli altri. I ricercatori hanno però notato che questo approccio disincentivava gli altri giocatori nella ricerca della soluzione. Nel sistema basato su un regime di libero mercato, invece, i partecipanti guadagnano quanto più sono in grado di individuare anche singole parti della soluzione del problema. Come in una borsa virtuale, infatti, i titoli! dei singoli oggetti salgono o scendono di valore a seconda se! fanno p arte o meno della soluzione ovvero se entreranno o meno nello zaino. Chi avrà acquistato titoli di uno o più oggetti contenuti nello zaino realizzerà quindi un guadagno anche se non sarà stato il primo a individuare la soluzione. 

I ricercatori hanno calcolato che con il sistema dei brevetti solo il 17 % dei partecipanti all'esperimento dello zaino raggiungeva la soluzione mentre con il sistema della borsa virtuale la percentuale saliva al 27% e i giocatori si impegnavano sempre di più nella ricerca di soluzioni diverse. 

"Le persone sono consapevoli che le scoperte sono difficili e sono più motivate se sanno che i premi non sono esclusivamente per i primi," spiega Meloso, docente presso il Dipartimento di scienze delle decisioni della Bocconi. "E la promozione di un numero più ampio di idee e di grande beneficio per la creatività intellettuale e può essere stimolata ! tramite dei mercati creati su misura."

Secondo i ricercatori, infatti, per stimolare l'innovazione si potrebbe dunque pensare ad un sistema di retribuzione non più basato sui brevetti ma dove le persone detengono titoli dei componenti delle loro invenzioni. Per esempio, gli scienziati impegnati nello studio sulle celle a combustibile che pensano che il platino sia il migliore catalizzatore potrebbero acquistare dei future sul platino nella consapevolezza che una volta che la loro invenzione diventa di dominio pubblico il loro investimento crescerebbe di valore. Il presupposto per il funzionamento di questo sistema sarebbe l'introduzione di mercati per tutti gli oggetti potenzialmente componenti di scoperte future. 

Tale sistema lascerebbe così intatta la motivazione di altri scienziati a continuare a lavorare ma premierebbe comunque i primi perché acquisterebbero i titoli al prezzo minore. Gli inventori sarebbero ! anche incentivati a divulgare al più presto le loro sco! perte pe r fare crescere il valore dei loro titoli, accelerando così lo sviluppo di applicazioni basate sulle nuove scoperte.
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Imperfezioni Google

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Dopo il blocco prolungato della Gmail e gli altri problemi degli ultimi mesi, Google ha manifestato qualche difetto anche nel sistema della condivisione dei documenti. Segnala TechCrunch che alcuni documenti sono stati condivisi senza che chi li aveva preparati lo volesse. 

L'email si è rotta

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Dice il Guardian: "Email is broken". Tutte le strategie per tenerla a bada sono buone ma non eliminano la battaglia quotidiana che si ingaggia con la mail, scrive Jemima Kiss. E si può aggiungere che Facebook non risolve.

La tv si spezza ma non si piega

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Spettacolari schermi flessibili per video da Sony. Video segnalato da Loic...

Innovazione notevolissima. Ma quali saranno le applicazioni?
1. Vedere la tv sul parabrezza dell'automobile...
2. Far vedere agli amici che si possiede uno schermo flessibile per i video...
3. Appiccicare una tv al giornale di carta...
...

Bad vibrations

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Problemi a NetVibes, dicono a ReadWriteWeb: "The service has been suffering frequent, extended downtime, hasn't been fully functioning even when up and can't possibly be making as much money as its backers hoped it would".

Nova Tabloid

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Nòva esce oggi per l'ultima volta in formato grande. Dalla prossima settimana sarà tabloid. Si ripensa, si sperimenta, si discute. Ogni suggerimento è gradito...

Giardini sociali chiusi

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David Recordon osserva che i social network sono oggi organizzati come piattaforme chiuse ma aggiunge che fatalmente dovranno aprirsi. 

E' un'idea suggestiva perché risponde a una chiara ambiguità della situazione attuale: per ora solo l'etica illuminata del padrone del social network può tranquillizzare gli utenti che si chiedono «di chi è l'informazione che mettiamo online?».

La competizione al metodo Facebook è per ora piuttosto debole. Ma concettualmente non è impossibile immaginare l'emergere di strumenti standard e aperti che svolgano lo stesso lavoro che adesso è svolto da piattaforme proprietarie. D'altra parte Zuckerberg sa di doversi muovere con i piedi di piombo. E continua a sviluppare la sua piattaforma governando con attenzione il processo. Le sue affermazioni e innovazioni sono spesso rivolte a rispondere alla competizione reale o potenziale. Ma se nascesse un sistema per cui i profili personali sono davvero su una piattaforma standard e di pubblico dominio e si potessero connettere a ogni genere di sistema di condivisione, privato o pubblico, qualche problema per le piattaforme totalizzanti potrebbe anche sorgere. Imho.

Il Grande Fardello. E il diritto di cronaca

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In un giro di comunicati stampa, Mediaset e Rcs hanno dato la loro versione dell'ordinanza di ieri del Tribunale di Milano sulla pubblicazione nel sito del Corriere della Sera di spezzoni di trasmissioni televisive di Mediaset.

In realtà, si scopre che l'ordinanza stabilisce che il Corriere deve togliere dal sito 5 filmati tratti dal Grande Fratello. Ma non è obbligata a togliere oltre 50 filmati tratti da altre trasmissioni di Mediaset. Per il diritto di cronaca.

In pratica, il Corriere può pubblicare spezzoni di trasmissioni quando sussista il diritto di cronaca. Ed evidentemente il Tribunale ha pensato che il Grande Fratello non abbia la dignità di essere oggetto di diritto di cronaca.

Il bello è che una delle ragioni del successo del Grande Fratello è stata proprio la sua ambiguità: è un reality, dunque si presenta come qualcosa che avviene davvero e che dice qualcosa della società; ma è anche un prodotto autoriale, dunque interessante e soggetto al copyright. Ora il giudice scioglie l'ambiguità. Anche se i giornali ne hanno parlato spesso come di un fatto - e dunque hanno pensato che potesse essere raccontato ricorrendo al diritto di cronaca - il giudice lo interpreta come una fiction e decide di tutelare soprattutto il diritto degli autori.

(Il comunicato di Mediaset. Il pezzo di Pratellesi).

Autoregolamentazione pubblicitaria

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Iab Uk propone agli associati un codice di autoregolamentazione per la pubblicità targettizzata e la raccolta di informazioni sul comportamento degli utenti che la rende possibile. Una decina di aziende ha già aderito, dice il Guardian.

Play it again, world

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Si sa. In inglese la musica si gioca. Come un ruolo in una commedia e una partita di monopoli. Ma questa lettura è dedicata a chi davvero con la musica ci gioca: Andrew Webster scrive una storia dei games musicali per computer che pare da leggere.

La musica si sta liberando delle incrostazioni industriali degli ultimi vent'anni e ritorna un territorio di ricerca importantissimo. Collega ritmo, cervello, cultura, corpo, movimento. Socializzazione. Cosmopolitismo. Identità locali. Gusto, stile, sperimentazione. Psicologia. Tecnologia.

Anche se è economicamente in crisi, la musica è culturalmente in fioritura.

Pagine a strisce

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Comics online. Un vero boom, dovuto alla passione dei disegnatori e degli sceneggiatori, alla mancanza di costi di pubblicazione e alla libertà dagli editori e dalla pubblicità. Un post di Sean P. Aune segnala qualche punto di partenza per cercare belle storie.

Technologies of cooperation

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L'Institute for the Future propone il breve paper Technologies of cooperation. Con il classico approccio visionario che parte da una veloce ricostruzione storica. Grappoli di tecnologie che facilitano e organizzano la collaborazione. E influiscono sull'evoluzione delle culture. L'Institute ne propone una rilettura strategica.

La scissione del pc e la Cosa mobile

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Il declino dei pc segnalato per quest'anno da Gartner non è solo statistico. E' probabilmente anche concettuale. 

I pc perdono quasi il 12%, aumentano i mini-notebook, mentre le persone con un cellulare sono arrivate a 4,1 miliardi

Intanto, la navigazione in internet con un terminale mobile migliora, soprattutto con gli iPhone e i suoi nuovi competitori.

I pc restano ovviamente importanti. Ma è chiaro che non sono alla testa dell'innovazione. La Cosa che li sostituisce è probabilmente un insieme di cose generate dalla gigantesca spinta innovativa del web, cui i pc solo in parte riescono a star dietro. E attualmente le connessioni mobili, i terminali che rendono il web portatile, alle applicazioni che si usano online, sembrano decisamente più sincronizzate con lo spirito dei tempi di quanto non appaiano i pc.

Vabbè. Si sapeva. Ma bisogna ammettere che questi numeri danno conferme spettacolari.

Traduzioni automatiche

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Robin Good segnala diversi servizi di traduzione automatica. Questi strumenti sono utili in mille occasioni. Sono anche divertenti per le bizzarre traduzioni che talvolta producono.

Proviamo a tradurre il post che Robin aveva scritto su Twitter per descrivere questi servizi. Il post originale è: "Free Online Language Translation: Best Services To Translate Your Documents". Ed ecco le traduzioni con:
Systranet:
Traduzione di lingua online libera: Migliori servizi per tradurre i vostri documenti
Google Translate:
Free Online Language Translation: I migliori servizi per tradurre il vostro Documenti
Reverso:
Traduzione di lingua on-line e gratis: Migliori servizi per tradurre i Suoi documenti
Yahoo Babelfish:
Traduzione di lingua in linea libera: Migliori servizi per tradurre i vostri documenti
Worldlingo:
Traduzione in linea libera di lingua: Servizi migliori per tradurre i vostri documenti
Freetranslator:
Liberare Traduzione di Lingua in linea: I migliori Servizi Di Tradurre I Suoi Documenti

Mobilita' insostenibile

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Il citatissimo video "visionario" della Microsoft sul futuro delle interazioni tra miniterminali mobili dedicati a varie funzioni pare scontrarsi con i prezzi delle comunicazioni wireless che non accennano a ridursi (via ArsTechnica). Il centro dell'analisi è statunitense, ma in Europa la situazione non è poi molto diversa. E in Italia, con i mille impedimenti frapposti allo sviluppo del wi-fi nei luoghi pubblicit, la situazione non è certo migliore.

Giornale istantaneo

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Via Steve si arriva alla pagina di Marco Arment - lead developer a Tumblr - con gli aggiornamenti sul progetto Instapaper. Si naviga online e si clicca "read later". Poi quando si ha tempo si legge tutto online, offline, con iPhone o con Kindle...

BookBlogging - Il destino della storia

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Immagine di Storia e destinoCi si può domandare perché alla teoria dell'evoluzione della specie, una parte del mondo cristiano abbia voluto rispondere con la teoria del disegno intelligente. Apparentemente si tratta di una risposta strategicamente importante: la teoria darwiniana affiderebbe infatti al caso il ruolo principale nella generazione di specie mutanti che poi competono in relazione all'ambiente, mentre il disegno intelligente divino sarebbe una spiegazione ben più ampia e interessante. Una sorta di creazione continua che avviene nella forma dell'evoluzione, ma non per caso. Ma andando a fondo, si scopre che più che strategica, quella è una risposta tattica. Serve a tenere ferma la convinzione, consolante, secondo cui il percorso della vita ha un senso e che quel senso è divino. Non si vede perché negare tale consolazione: perché non lasciarci pensare che il grande architetto dell'universo abbia scelto di attivare un percorso evolutivo tanto meraviglioso come quello che stiamo leggendo nella storia della natura? Quello che se ne deduce, però, se questo è l'approccio, è chiaro: la scienza, la ricerca empirica e teorica intorno all'evoluzione avviata da Darwin, l'epistemologia popperiana e kuhniana, sono percorsi del pensiero che hanno una piena dignità anche dal punto di vista di chi crede al divino, visto che (se è giusta l'idea del disegno intelligente) ci aiutano a leggere il progetto divino almeno tanto quanto la ripetizione letterale delle parole tradizionalmente tramandate nei testi sacri e soprattutto nella loro interpretazione integralista secondo la quale non solo vi è contenuta la verità, ma vi è contenuta tutta la verità. Insomma: se la storia della vita è un "disegno intelligente", allora la scienza con i suoi limiti ne legge il libro sacro incarnato nella natura e nell'universo.

Il problema è che la scienza non si limita a leggere. Ma ormai tende a correggere.

O meglio, da millenni la conoscenza - e da secoli la scienza - alimenta processi tecnici, culturali, economici, che modificano la natura in profondità.

L'evoluzione della specie umana è indissolubilmente collegata all'evoluzione della cultura. Abbiamo messo in campo una tale mescolanza di azioni, tecnologie, forme di produzione e di organizzazione della vita sociale che le condizioni "naturali" dell'evoluzione sono ormai profondamente intrecciate con le condizioni "artificiali" dell'evoluzione. E poiché sappiamo che l'evoluzione non si ferma, affrontare l'interrogativo intorno a quali forme evolutive prenderà la specie umana e a quale influenza avrà questo sul futuro del pianeta, diventa contemporaneamente una ricerca, una scelta e una necessità. Sapendo che le risposte non avranno facilmente una forma stabile e chiara, ma resteranno complesse e indefinite.

Aldo Schiavone si pone queste domande e insegna a percorrere senza paura i sentieri della ricerca di risposte. La specie umana, per Schiavone, ha avviato un processo dal quale uscirà essa stessa modificata. Già eliminando le malattie con gli antibiotici aveva eliminato alcune importanti forme di selezione della specie, consentendo al dna di elementi diversi della sua specie di tramandarsi nel futuro e aprendo la strada a una sempre maggiore diversità nella specie. Ma quello che può fare ora è immenso, connettendo l'informatica e la biologia (si potrebbe aggiungere anche la nanotecnologia e la neuroscienza).

La scelta del destino è il momento culminante del piccolo ma intensissimo libro di Schiavone.  Mette in discussione il senso stesso di destino. E affida alla responsabilità dell'intelligenza umana una quantità di conseguenze che non può non fare vacillare ogni mente personale. Stiamo prendendo in mano l'inizio e la fine della vita individuale, stiamo ridefinendo la famiglia, stiamo modificando l'ecologia planetaria in modo tale che non solo l'ambiente stesso non è minacciato dalla specie umana ma una quantità straordinaria di specie animali e vegetali possono salvarsi solo se la specie umana le salverà... L'ingegneria del pianeta (geoengineering) è un pensiero che qualcuno considera ineludibile. 

Perché se qualcosa è tecnicamente possibile, qualcuno potrà realizzarlo: e bisogna pur ammettere che lo realizzerà, in assenza di un pensiero collettivo intelligente. A guardare la stupidità che ci circonda si potrebbe disperare. Ma abbiamo finora dimostrato di saper capire che cosa è importante davvero, per esempio in un caso: di fronte alla possibilità di usare le armi atomiche per risolvere una guerra. Non lo abbiamo fatto avendo capito prima di provarlo che una guerra nucleare sconfigge l'umanità e non solo l'avversario. Questo può essere un percorso culturale da generalizzare a mille altre "armi atomiche" (tecnologiche, economiche, culturali) che abbiamo attivato per vincere qualche competizione limitata, ma che stanno mettendo a rischio la vita sul pianeta.

In tutto questo, una certezza. Non ci salveremo con i dogmi. Ma con la ricerca. Non ci salveremo con gli obblighi e i divieti. Ma con la responsabilità. Non ci salveremo e non salveremo il nostro pianeta senza pensare in modo molto molto più intelligente, sensibile e consapevole.




Alcuni libri che ho comprato              
Impressioni mentre leggo
Emilio Gentile (a cura di)
Modernità totalitaria
Laterza



Antonia Arslan

La masseria delle allodole
Rizzoli

Il totalitarismo italiano
come percorso di modernizzazione
e come distruzione di modernità.
Attraverso la religione, l'arte la ritualità.


Storia di armeni. Dalla
felicità tradizionale delle piccole
preoccupazioni quotidiane
alla catastrofe.



Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...