Conversando di innovazione

Ho fatto i miei complimenti a Riccardo Luna per il primo numero di Wired Italia. Mi ha risposto con la consueta simpatia: «Grazie, ma è lunga per fare un vero Wired. Mi aiuti?». Penso che, anche se ne fossi capace, finché sono a Nòva non potrò fare molto di pratico per aiutare Riccardo a fare un vero Wired. Posso però contribuire con un brevissimo commento che in realtà si sintetizza con la domanda che riporto in fondo a questo post: non spero di riuscire ad aiutare davvero, ma non voglio neppure sottrarmi al tentativo.

Ebbene. Non sorprende che l’aspetto di Wired Italia richiami fedelmente quello bellissimo di Wired, benché la carta e la pubblicità non abbiano le stesse caratteristiche. Su questo non ci sono che complimenti da fare a tutti. 
Ma proprio per la somiglianza delle forme, nel confronto tra i due mensili risalta molto la differenza dei testi. Ho l’impressione che i testi di Wired Italia, con le dovute differenze tra i diversi autori, siano scritti pensando a un pubblico abituato a ritenere che nella maggior parte dei casi valga il motto lampedusiano secondo il quale si può sempre agire in modo che “tutto cambi perché nulla cambi”. A un pubblico così pensa, per esempio, Luca quando riporta un testo che afferma come così non è necessario che sia.
Il bellissimo pezzo di Paolo Giordano che incontra Rita Levi Montalcini testimonia il candore e la capacità di stupirsi di un grande scrittore. (vedi Mante). Ma non è fatto per testimoniare la partecipazione attiva di chi scrive al processo innovativo di chi è descritto. 
Generalizzando, il primo numero di Wired Italia dice che l’estetica dell’innovazione abbellisce il mondo che la produce anche quando c’è una distanza tra le due dimensioni. Il che però conduce a vedere Wired Italia come un mensile dedicato allo stile di vita innovativo, più che all’innovazione.
Il percorso di tutti noi è ancora lungo. E non si cessa di imparare. Tutti noi che pensiamo che il mondo possa essere cambiato e abbiamo incontrato sulla nostra strada Wired nei primi anni Novanta, sappiamo quanto fascino abbia una rivista che rappresenta un mondo di innovatori. E Nòva, con tutti i limiti di chi l’ha fatta, ne ha seguito in parte le tracce culturali, tentando di reinterpretarle alla nostra maniera. Ora Wired Italia si presenta dicendo esplicitamente per bocca del suo fin troppo gentile direttore Riccardo Luna che nasce sulle tracce di Nòva. La tensione culturale è simile. La forma è diversa. 
Ma la domanda è la stessa: che cosa succede alla cultura dell’innovazione passando dalla California all’Italia? La risposta, che va ancora trovata, potrebbe aiutare Nòva a migliorare. E forse ancor più Wired Italia. 
In bocca al lupo a tutti coloro che cercano sinceramente di capire come cambia e come si può cambiare il mondo.
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