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Consigli per Socialbombing

Di certo, l’idea del Socialbombing fa discutere. Si lancia una campagna e si usa la piattaforma per bombardare una persona di messaggi con il suo nome di Twitter. La persona, tipicamente una persona potente, se ne accorge di sicuro della campagna. Ma sebbene tecnicamente non sia proprio “spam”, la pratica abbassa il valore d’uso del suo account Twitter. Nessuno vorrebbe avere la casella delle notifications di Twitter intasata. E in effetti, appena nato, il socialbombing è stato fermato da Twitter, dice l’Ansa. Si può fare meglio?

Il concetto è che esiste una campagna per sostenere una causa. E che si vuole fare in modo che di quella campagna sia informato un potente che potrebbe fare qualcosa di utile. Ma perché mandargli migliaia di messaggi Twitter? Un suggerimento: se si vuole informare e non infastidire si potrebbero mandare pochi twitt ogni volta che il numero delle persone che sostengono la campagna raggiunge un certo numero (tipo, sono mille i sostenitori della campagna su questo argomento; sono duemila… e così via). I messaggi sarebbero informativi e si farebbero notare senza intasare le notifications e senza richiamare l’attenzione della piattaforma col rischio di un intervento che fermi tutto. E’ solo una proposta…: ce ne sono altre?

Open government. Renzi racconta una strategia di trasparenza

Al Festival del volontariato, il presidente Matteo Renzi ha parlato di una grande operazione di trasparenza e accessibilità dei dati della pubblica amministrazione che può cambiare il modo di governare. (C’è anche una citazione che ha fatto arrossire i citati..).

Vedi anche: Data Act

Volontariato a Lucca

Al Festival del volontariato si incontra la forza e la debolezza. La forza del numero e della rilevanza del volontariato, la forza della solidità intellettuale e della operatività pratica. La debolezza dell’attenzione che il volontariato conquista nel dibattito nazionale. Con grande intelligenza il ministro Giuliano Poletti e il premier Matteo Renzi sono qui: sono in un posto importante anche se non è considerato interessante dai media tradizionali che funzionano sulla struttura interessata e commerciale che è centrata – ancora – sulla logica della pubblicità. Un’eredità del vecchio regime dei media che la dinamica dell’attenzione fatica a superare.

Il volontariato non ha l’obiettivo di conquistare l’attenzione, a differenza della pubblicità. L’attenzione per il volontariato è casomai strumento per la raccolta delle risorse umane ed economiche che servono a raggiungere i suoi obiettivi. I media che possono aiutare il volontariato a raggiungere l’attenzione non sono quelli che si centrano sulla pubblicità ma quelli che si centrano sull’informazione che serve al raggiungimento degli obiettivi ai quali il volontariato è dedicato. Non mancano: sono i media civici, i siti pubblici, i siti delle associazioni che nel complesso raggiungono un numero enorme di persone, anche se ancora non fanno “agenda setting” e “framing”. Occorre aggiungere una coerente azione di creazione di contesti di senso, storytelling, framing: significa immaginare “format” per questo genere di media che si pongono al servizio del raggiungimento di obiettivi socialmente importanti (non al servizio della pubblicità). Le idee sono molte. Una continua ad apparirmi potenzialmente generativa.

Un format del genere può essere l’idea dell’informazione di mutuo soccorso: una pratica di documentazione continua su obiettivi e risultati delle azioni con la stessa prassi adottata nella scienza per documentare la sperimentazione che serve a verificare ipotesi e teorie. Un format orientato all’obiettivo di migliorare l’azione dei volontari aiutandoli ad accumulare esperienza e a proseguire l’azione contando sulla conoscenza dell’esperienza degli altri. Questo format potrebbe servire a connettere le molte presenze mediatiche che servono ai volontari e farne un insieme di grande impatto generale.

Agenda digitale a Montecitorio

Con grande orgoglio per i ragazzi di Ahref che danno una mano a un’importante iniziativa della Camera dei Deputati, segnalo:

#FACCIAMOLAGENDA
VENERDI’ PRIMO BARCAMP @MONTECITORIO SUGLI INDICATORI DELL’AGENDA DIGITALE EUROPEA
Conferenza stampa di presentazione giovedì alle 10 alla Camera

Venerdì 11 aprile, a partire dalle ore 9,30, si terrà presso la Sala del Mappamondo della Camera dei deputati il BarCamp #Facciamolagenda, con l’obiettivo di raccogliere dai partecipanti idee, progetti, proposte, contributi finalizzati al miglioramento della posizione dell’Italia in rapporto agli indicatori dell’agenda digitale europea. E’ il primo BarCamp di Montecitorio: un’innovazione comunicativa che si potrebbe ripetere su altre tematiche. L’evento sarà presentato giovedì 10 aprile alle ore 10 nella Sala Conferenze Stampa di Montecitorio da Anna Masera, Capo Ufficio Stampa e Comunicazione della Camera.

BarCamp è una rete internazionale di non conferenze aperte, i cui contenuti sono proposti dai partecipanti stessi. E’ un pensatoio informale, un incontro di esperti per raccogliere idee e proposte.
L’idea è di programmare una serie di BarCamp a Montecitorio per promuovere la cultura digitale all’interno delle Istituzioni e fare della Camera dei deputati un punto di riferimento per altre Istituzioni e amministrazioni pubbliche in tema di open data e open access.

In vista del prossimo avvio del semestre europeo, il tema prescelto per questo primo BarCamp è quello dell’Agenda Digitale Europea: i partecipanti individueranno uno degli indicatori dell’agenda digitale Ue (raccolti su questo sito: http://ec.europa.eu/digital-agenda/en/scoreboard) e contribuiranno all’evento presentando un’idea, un progetto, una proposta per migliorare la posizione dell’Italia in Europa.
L’Agenda Digitale è quell’insieme di norme che vogliono portare il Paese nel medio-lungo periodo verso le nuove tecnologie e l’innovazione. Realizzata in seguito alla sottoscrizione da parte di tutti gli Stati membri dell’Agenda Digitale Europea, presentata dalla Commissione Europea nel 2010, è una delle sette iniziative faro della strategia Europa 2020, che fissa obiettivi per la crescita da raggiungere entro il 2020.

Il format del BarCamp – che prevede proposte dai partecipanti con interventi brevi, suddivisione in gruppi di lavoro (in questo caso scegliendo un indicatore per gruppo) con tavoli di discussione separati, e infine le conclusioni in plenaria – è collaudato per ottenere risultati concreti.
In occasione del BarCamp, è stato inaugurato l’utilizzo da parte della Camera della piattaforma Media Civici (http://camera.civi.ci) per discutere, condividere e organizzare le proposte dei partecipanti.
Per partecipare al BarCamp ci si registra sul sito http://camera.civi.ci e si pubblica la propria proposta che deve avere un titolo, una descrizione in sintesi (max 200 caratteri) e il testo.
Durante il BarCamp ogni partecipante ha a disposizione 10 minuti per la propria presentazione.
Alla fine di ogni presentazione sono previsti 5 minuti per domande da parte della platea.

Il BarCamp può ospitare al massimo 75 proposte. Tuttavia Civi.ci, lo strumento scelto per pubblicare le proposte, resterà aperto anche dopo il BarCamp per raccogliere nuove proposte, valutazioni e commenti alle proposte presentate.

Inoltre, chiunque può iscriversi per assistere al BarCamp senza presentare proposte.
Entro giovedì 10 aprile sarà pubblicato sul sito http://camera.civi.ci il programma definitivo con la scaletta degli interventi.

Le introduzioni e le conclusioni dei lavori saranno trasmesse in diretta webtv.

Questo il programma di massima:
9.30 – 10.00 accoglienza e registrazione partecipanti
10.00 – 10.15 saluti istituzionali
10.15 – 13.15 presentazioni
13.15 – 14.00 pausa pranzo
14.00 – 16.40 presentazioni
16.40 – 17.00 sintesi dei contributi
17.00 conclusioni

Modesto contributo per una visione di lungo termine nel sistema “scuola, università, ricerca”

Stefania Giannini, ieri, alla presentazione italiana di Horizon 2020, ha detto che il suo scopo è portare il Miur a pensare per il lungo termine. È un’affermazione di grande importanza: fondamentalmente generosa, visto che significa lavorare probabilmente anche per il prossimo ministro; particolarmente ambiziosa, visto che significa lavorare sulle strutture più importanti del sistema del quale, attualmente, ha la responsabilità.

Il Miur si occupa di scuola, università, ricerca e innovazione. Difficile pensare a qualcosa di più importante.

Pensare alla lunga durata significa pensare a questioni relative a questi argomenti:
1. Visione
2. Metodo
3. Metafora
4. Interfaccia
5. Infrastruttura
6. Macchina organizzativa

Faccio qualche esempio di che cosa significa pensare a questi argomenti di lunga durata. Sapendo quando poco io sia qualificato per parlarne. Sono condotto solo dalla passione per un’impostazione che finalmente si orienta alla strategia e alla lunga durata. Per condividere l’impressione della grandezza dell’argomento.

1. Visione

Il tema della visione è chiaramente legato all’idea di società e di cittadinanza che immaginiamo stia evolvendo nell’epoca contemporanea. Una bambina che si iscriva alla prima elementare quest’anno arriverà a lavorare, se tutto va bene e riceve un’educazione relativamente completa, nel 2032. Non abbiamo un’idea di che mondo del lavoro si troverà di fronte.

Sappiamo che non smetterà mai di imparare. Sappiamo che il valore che saprà generare dipenderà da quanto potrà trasformare quello che impara in qualcosa che esprime le sue fondamentali capacità. Sappiamo che non esiste una formula buona per tutti: sappiamo che dovrà avere basi di conoscenze, punti di riferimento, informazioni, atteggiamenti necessari a facilitarne l’adattamento al contesto in cui si troverà. E di certo dovremmo sapere di più.

La scuola serve a fare in modo che la società sia una società che impara e si adatta velocemente al cambiamento. Serve a fare in modo che gli individui che la compongano siano capaci di convivere in modo tale che la loro contribuzione personale possa essere valorizzata dall’insieme e nello stesso tempo possa contribuire a valorizzare l’insieme.

In effetti, non sappiamo molto. Salvo che quel poco che sappiamo ci dice che la scuola attuale non ha moltissimo a che fare con la visione di cui stiamo parlando. Quindi occorre una grandissima innovazione. Quindi occorre ricerca. Quindi occorre una relazione molto più profonda tra l’università e la scuola. E tra il mondo del lavoro e i sistemi di apprendimento. Formali e informali.

La relazione tra scuola, università, ricerca va innovata. Stiamo parlando di sistemi diversi ma connessi profondamente. Possono diventarlo se si pongono insieme a confronto con le grandi sfide della società. È un po’ il messaggio di Horizon 2020. C’è una saggezza nei principi del nuovo programma quadro dell’Unione Europea. Che va declinata e applicata. La leadership del sistema Miur ha la responsabilità di questa declinazione e applicazione. È una visione importante: ed è una visione urgente.

2. Metodo

L’approccio alla conoscenza che serve per ottenere una società che si adatta meglio al cambiamento, nel quale il contributo dei cittadini all’insieme è valorizzato e contemporaneamente valorizza il carattere della società, ha bisogno di un rapporto di rispetto nei confronti della conoscenza. E data la visione che si è appena accennata, questo significa che il metodo fondamentale dell’insegnamento può tendere ad assomigliare al metodo fondamentale della ricerca: teoria, ipotesi, verifica; rispetto dei fatti; accettazione dell’errore; sperimentazione; mutua condivizione delle esperienze; costruzione della nuova conoscenza e diffusione dei suoi risultati come precondizione della ulteriore costruzione di conoscenza; apertura dell’accesso alla ricerca e didattica dell’espasione della ricerca. Imparare a imparare.

Condivisione delle nozioni basilari insieme alle fonti inesauribili di ispirazione: i linguaggi, dalla letteratura alla matematica e all’informatica; i contesti, dalla storia alla geografia; le frontiere, dalla scienza all’arte; le pratiche, dall’economia alla cura del corpo e alla produzione di beni; le regole della convivenza civica; e così via. Nello stesso tempo la sperimentazione personale con le nozioni acquisite, per favorire l’espressione individuale, la capacità di confronto e discussione costruttiva, la prova e l’errore e il risultato positivo. E infine, l’esperienza che insegna in modo informale ma denso di significato, in relazione con i protagonisti della società, dell’economia, della cultura, per accedere alle dinamiche evolutive reali. E per restituire al sapere di chi vive nelle dimensioni attive della contemporaneità il valore di materia di apprendimento di pari dignità di quella che è canonicamente contenuta nei manuali.

3. Metafora

Per descrivere un insieme complesso e poterlo trattare in modo efficiente in rapporto ai suoi obiettivi, occorre una metafora. A che cosa assomiglia l’insieme di scuola, università e ricerca? Scuola, università, ricerca, intese come dimensioni diverse di un’unica filiera della conoscenza generativa, orientata alla crescita e all’accelerazione dell’adattamento della società alle sfide contemporanee, possono essere descritte con una metafora nuova? Una metafora che spieghi ciò che la visione cerca di dipingere e il metodo per raggiungerla? Il sistema della generazione e diffusione di conoscenza, per la crescita delle idee e la loro sperimentazione, insomma il sistema che chiamiamo educazione può essere raccontato con la metafora di un incubatore? Forse.

Se la scuola fosse un grande incubatore di soluzioni per la diffusione di nozioni fondamentali, di idee creative, di progetti culturali, di metodi innovativi per l’apprendimento e per la connessione della conoscenza con la società e l’economia, potrebbe presentarsi come un’organizzazione adatta a gestire il cambiamento invece che subirlo. Una metafora non è mai precisa, ovviamente. Ma può indirizzare l’attenzione verso pensieri costruttivi.

4. Interfaccia

L’interfaccia del sistema è un ambiente formato di scuole, sedi universitarie, centri di ricerca e internet. La dimensione digitale è parte integrante del sistema, che lo si voglia o no. I giovani vivono in un ambiente digitalizzato. Se la scuola vuole restarne fuori si taglia le gambe da sola.

Per riprogettare un’organizzazione si può partire dal sistema produttivo o dallo scopo che si vuole raggiungere.

Pensare l’interfaccia significa partire dall’obiettivo. E l’obiettivo è servire al meglio la società e coloro che devono apprendere.

Allora l’interfaccia deve creare una considizione in cui sia facile usare la scuola, l’università e la ricerca. Venga voglia di farlo. Sia piacevole e interessante, mentre allo stesso tempo è importante. Riprogettare la scuola a partire dall’interfaccia non è incoerente con l’idea della scuola incubatore: perché sappiamo che quello che conta è la didattica e ciò che viene insegnato, il modo e la passione che gli insegnanti adottano per insegnare. Questo è ciò che conta. Un’interfaccia che valorizzi questi insegnanti e il loro rapporto con i discenti rende i loro sforzi ancora più importanti.

5. Infrastruttura

La rete di relazioni tra gli studenti, gli insegnanti, i ricercatori, le aziende e le organizzazioni sociali è un’infrastruttura che va pensata. Perché potenzialmente è il più grande laboratorio di apprendimento del paese, con tutta la gente che coinvolge. Se si pensa a Big data e Open data, la scuola ne è potenzialmente un generatore fantastico. Se si pensa a come la conoscenza sui comportamenti e le esigenze di nove-dieci milioni possono essere studiati in modo da garantire la privacy ma alimentare l’efficienza del sistema si può immaginare l’inizio di una grande stagione di grandi progetti: un’infrastruttura come questa potrebbe liberarsi dal peso delle infrastrutture private e internazionali per generare le condizioni di partenza di un’infrastruttura di rete davvero orientata al bene comune? Questo non potrebbe essere un grande progetto di ricerca che diventa insegnamento e viceversa? La condivisione di conoscenze che avverrebbe su un’infrastruttura del genere, standard e interoperabile, aperta e garante della privacy, non potrebbe diventare la premessa della reinvenzione degli strumenti didattici?

Viene voglia di pensare di sì. Viene voglia di sperare di sì.

6. Macchina organizzativa

Una macchina che riguarda quasi dieci milioni di persone, più le famiglie. Una macchina nella quale quasi mezzo milione è composto da persone che si definirebbero precari. Una macchina nella quale i risultati educativi sono profondamente diversi tra città e città, tra zone urbane e rurali. Una macchina nella quale alcuni insegnanti e dirigenti particolarmente illuminati hanno reso un grande servizio ai giovani fortunati che hanno frequentato le loro scuole. Chi fa il ritmo della macchina nel suo complesso? Dai problemi più gravi o dai battistrada?

È chiaro che il centro, il governo, deve dare un framework visionario e metodologico, garantire standard e interoperabilità per il riuso delle soluzioni. Ma in una macchina che va alla velocità definita da chi ha paura di perdere il poco che ha conquistato o che è indifferente al cambiamento perché ha speso la vita a contribuire senza essere riconosciuto o di chi non riesce ad accedere a un sistema che promette garanzie, una macchina che va alla velocità della conservazione non coglie le opportunità. La leadership centrale, in questo caso, deve dare il ritmo all’insieme.

Credo che ci siano pochi mestieri altrettanto difficili. E credo che si possa e debba rispettare qualunque impegno sincero orientato a portare una macchina così complessa nella direzione di darsi un ritmo strategico di innovazione adatto a costuire un futuro decente. Ma se l’azione riuscisse, non sarebbe un risultato importante: sarebbe il risultato più importante per tracciare una prospettiva in una società che ne ha disperato bisogno.

Ognuno dei sei capitoli citati meriterebbe un lavoro vero di analisi. E molti grandi esperti lo stanno conducendo. Mi scuso per la superficialità di queste righe. Servono, se servono, solo a mettere in fila i problemi di un lavoro di riflessione-azione sempre più necessario se si vuole guardare, come è necessario, al lungo periodo.

I nemici della rete hanno imparato dalla guerriglia: usano a loro favore la complessità facendo confusione

Una volta la disinformazione si faceva mettendo in giro notizie false. Oggi si fa mettendo in giro proposte di legge e varie pseudodecisioni che, per quanto poco sostenibili o realizzabili o ipercontroverse, generano una confusione significativa nella mente dei consumatori e delle piccole imprese, intimoriscono i navigatori meno pazienti nell’informarsi sui loro diritti, limitano l’innovazione e la fiducia nella rete. La semplicità normativa è un principio fondamentale cui tendere se si vuole innovare. La confusione normativa è una pratica molto efficace se si vuole conservare.

In Italia questo avviene per piccole mosse sagaci. Non stiamo parlando dell’arrivo del nuovo regolamento Agcom sul diritto d’autore, che peraltro non mancherà di generare altre controversie e incertezze. Stiamo parlando per esempio della strana battaglia in commissione parlamentare, sfociata nel respingimento degli emendamenti che dovevano cancellare alcune norme-strascico venute fuori con la webtax e non ancora abolite: lo spettro della webtax resta in alcune regole residue (Webnews). E poi stiamo parlando dello stillicidio di dibattiti sul cyberbullismo, delle storie che connettono qualche social network al crimine, del discorso ripetuto secondo il quale i troll sono una forma di violenza da bloccare con nuove norme e così via: non hanno alcuna importanza ma rendono l’idea di internet insicura per i meno avvezzi. Ma si tratta di questioni adatte a un contesto abbastanza analfabeta dal punto di vista digitale.

Il peggio è a livello europeo. Lo scontro sulla net neutrality è ampio e altrettanto confuso. Si vota in parlamento sulle idee della Kroes relative alla riforma del mercato delle telecomunicazioni. Cioè si vota sull’avanzata delle richieste delle lobby delle grandi compagnie di telecomunicazioni e sulle idee dei sostenitori della rete internet aperta, standard, neutrale, dunque generatrice di innovazione.

Sta di fatto che la confusione ha un effetto conservatore devastante in un paese predisposto alla conservazione. La quantità di lavoro che serve ai piccoli provider per corrispondere alle richieste della burocrazia è straordinariamente soffocante, come è stato detto oggi al convegno dell’Aiip. Ogni giorno una o più comunicazioni a qualche autorità competente su qualcosa. Si legifera e si norma a suon di pezze, non per tenere insieme un tessuto che nessuno capisce, ma per tamponare questa o quella preoccupazione di qualche politico o burocrate o lobbista. La “rule of law”, la riduzione dello spazio di azione arbitraria di qualche potente, in un disegno semplice da interpretare, è una precondizione importante per innovare. Altrimenti, la fatica raddoppia.

Però, si direbbe che la quantità di innovatori in azione stia arrivando a una massa critica importante. Dovrebbe favorire l’avvento di una grande semplificazione.

State of the net is near

La nuova edizione di State of the net, la bella manifestazione triestina sulla rete, quest’anno totalmente in inglese, si avvicina (12-14 giugno, a Trieste, Molo 4, piazza Duchi degli Abruzzi). Intanto, queste sono immagini dall’edizione 2013. C’era Marco Zamperini.

Innovazione sociale a Giuliano

Ricevo da Francesco Russo e rilancio una notizia importante per Giuliano e per tutti noi. Si tratta di Hub Spa. Enzo Moretti è andato a vedere il posto.

HUB S.p.a. è una società per azioni con 70 soci (professionisti, creativi, piccole e medie imprese, ricercatori, docenti, innovatori e giovani laureati) che, nata nel 2012, ha come missione l’INNOVAZIONE sociale.

Dove è (info@hubspa.it)
HUBspa ha la sua sede a Nord di Napoli, nella seconda area metropolitana d’Italia dopo quella di Milano e VIII in Europa, con circa 5.000.000 di abitanti, e con la più alta densità di popolazione. La sede è ospitata nel Palazzo Palumbo, già dei Principi Colonna di Stigliano, a Giugliano in Campania. La sede offre agli hubbers circa 800 mq di spazi, di cui oltre 450 già disponibili per attività di coworking, meeting, mostre, conferenze, laboratori e socializzazione. HUB spa dispone inoltre di strutture esterne accreditate per ospitare postazioni di coworking diffuso (@hubspa).

Le competenze dei soci sono trasversali e complementari (crowdsourcing): ogni socio ha conoscenze specialistiche in settori diversi e differenti livelli di esperienza; nella maggior parte dei casi fa un altro mestiere con passione, dedizione e successo, ma vuole dare un contributo all’innovazione del Paese, facendo rete, mettendo a disposizione le sue conoscenze, la sua energia di cambiamento che, evidentemente, solo insieme ad altri può diventare massa critica.

Il capitale sociale, di 200.000 Euro, è distribuito (crowdfunding): ogni azionista detiene una sola quota; ciò rappresenta una nuova modalità di fare impresa che consente il coinvolgimento di un capitale finanziario ed umano in forma più democratica.

Cosa fa
HUBspa ha lo scopo di aggregare competenze, costruire una grande rete di relazioni per potenziare le conoscenze, le opportunità ed offrire ai più giovani contatti preziosi.
E’ il primo spazio di coworking in Campania per proporre e sperimentare una nuova modalità di lavoro che modifica profondamente le prassi lavorative tradizionali del nostro Paese basate prevalentemente su luoghi divisi e competenze monovalenti. HUBspa aiuta le persone con idee e metodologie innovative; sostiene le startup e gli spinoff con servizi di consulenza, borse di studio, ricerca di seed capital.

Il progetto CHEESE
Inoltre HUBspa fa ricerca nell’ambito della digital fabrication (ospita, tra l’altro, il FABLAB Napoli) e dell’informatica.
A tal proposito HUBspa, con Decreto Direttoriale n. 00694 del 28 Febbraio 2014 del MIUR, è stata ammessa al finanziamento del progetto denominato C.H.E.E.S.E. (Cultural Heritage Emotional Experience See-through Eyewear) nell’ambito della linea di intervento 2 (CULTURA AD IMPATTO AUMENTATO) insieme ai diversi partner di ricerca ed industriali DICDEA (Seconda Università di Napoli), DIETI (Università Federico II), ICIB (ISTITUTO DI CIBERNETICA “E. CAIANIELLO” del C.N.R.), AEROMECHS srl , DIREZIONI srl.

Il progetto C.H.E.E.S.E. prevede lo sviluppo di soluzioni tecnologiche che valorizzano il processo di digitalizzazione dei beni culturali materiali e/o immateriali, al fine di arricchirne e incrementarne la fruizione e la distribuzione dei contenuti e dei significati. In particolare il progetto prevede la progettazione e realizzazione di un sistema integrato di prodotti e servizi per la fruizione e la valorizzazione, con l’ausilio della realtà aumentata, del patrimonio culturale e ambientale.

Nell’ambito del progetto C.H.E.E.S.E. è prevista la messa a punto di soluzioni tecnologiche, progettate e realizzate in collaborazione fra differenti soggetti industriali e di ricerca impegnati nelle varie fasi di traduzione, produzione, distribuzione e fruizione di contenuti culturali, integrando competenze e conoscenze in una innovativa catena del valore che integra settori economici quali: industria della cultura, ICT, ottica, design, elettronica.

Nelle prossime settimane HUBspa pubblicherà un bando per l’assunzione, per due anni, di 6 figure professionali da impiegare in diverse discipline (dall’elettronica, all’informatica al disegno industriale) per sviluppare il progetto C.H.E.E.S.E.

E’ una assoluta novità per la provincia a Nord di Napoli che una giovane startup come HUBspa, dopo pochi mesi dalla costituzione, lanci una call pubblica per l’assunzione di personale specializzato in un territorio difficile e, troppo spesso, all’attenzione della cronaca per problemi di criminalità ed inquinamento ambientale. E’ anche il segnale di una ritrovata fiducia tra pubblico (università e centri di ricerca) e privato (imprenditori e professionisti).

HUBspa vuole contribuire a costruire una nuova e rinnovata credibilità per il Mezzogiorno.

Coding è il nuovo rock ‘n’ roll e abbattere il digital divide è divertente

Un magnifico pezzo di Milverton sui ragazzi che imparano a essere autori e non solo consumatori di digitale.

In tutta Europa si diffonde Coderdojo e in Italia si fa strada grazie a persone magnifiche come Carmelo.

In Emilia Romagna ci pensano, al digital divide. Pane e internet è un programma pensato bene, che ha conseguenze. Ed è pure divertente. Altre regioni lo possono tranquillamente copiare. Lo stato non sembra riuscire a prendere il problema sul serio: forse ci arriverà anche lui. Le persone nuove che capiscono adesso ci sono. Ma le regioni e i territori hanno la possibilità di incidere.

Conoscere la rete è la premessa per partecipare attivamente alle opportunità offerte dalla società contemporanea. L’Italia in media è clamorosamente arretrata in Europa: i poli di sviluppo sono quelli che per primi comprendono e agiscono.

Veneto, Crimea, Scozia… Stati in difficoltà: diverse logiche ma un’unica ricerca di senso

La tensione indipendentista diffusa nel Veneto non è irrilevante. I dati raccolti da Ilvo Diamanti e pubblicati sulla Repubblica indicano l’esistenza di un tema molto sentito in una popolazione frustrata nei confronti dello stato nazionale.

I motivi dei veneti sono certamente diversi da quelli degli abitanti della Crimea. Come sono da quelli degli scozzesi. O degli abitanti del Quebec. Ma segnalano l’esistenza di una dinamica che, nella globalizzazione, fa emergere una tendenza alla ridefinizione dei contesti di senso della convivenza. Gli aggregati statali reggono solo se rispondono alle esigenze della popolazione, ma vengono messi in discussione dalla competizione tra i territori, dalle aggregazioni internazionali più grandi, dalle spinte innovative che si manifestano nelle relazioni online e molto altro ancora.

Non c’è dubbio che i contesti di senso “nazionalisti” siano frutto di narrazioni più o meno credibili e desiderabili in relazione alla legittimità delle aggregazioni statali. Il popolo della Crimea, apparentemente e sotto la minaccia delle armi di un esercito invasore infiltrato, ha comunque manifestato una sua adesione ideale alla narrazione nazionalista della madrepatria russa. Il popolo scozzese sta dibattendo intorno alla convenienza di restare aggregato al Regno Unito, sulla base di una commistione di piani (la relazione con l’Europa, il nazionalismo, la relazione con Londra, il progetto di convivenza civile…). IL Quebec ha una lunga storia di autonomia linguistica e organizzativa ed è già aggregato in una struttura “sovranazionale” dalla quale a ondate ricorrenti tenta di uscire, anche accettando dinamiche poco convenienti dal punto di vista economico (come dimostra il relativo declino di Montreal rispetto a Toronto avvenuto parallelamente alla progressiva concentrazione sul francese delle regole vigenti in Quebec). Il Veneto coltiva un rancore nei confronti della struttura statale italiana (in relazione a diverse tensioni: l’uso delle risorse pubbliche, le differenze culturali, le connessioni imprenditoriali, e così via), ma non sembra aver deciso come descrivere la propria prospettiva strutturale: una sovranità veneta non è mai esistita, le città hanno conosciuto tra loro una relazione politica mediata da Venezia, un’autonomia del tipo esistente in Trentino non è ancora stata provata… Probabilmente in Veneto si tratterà di inventare una soluzione innovativa. Anche perché nei dati di Diamanti non si parla di Europa, dunque non si sa a quale livello di separazione stanno pensando i veneti.

Ma quello che emerge è che gli stati hanno bisogno di ripensarsi organizzativamente se vogliono avere un ruolo politico e valoriale. Altrimenti perdono senso. E scompaiono.

Che cosa sono gli stati? Non una patria: la nazione si è separata dallo stato e anzi diventa un contesto di senso, per quanto obsoleto, abbastanza capace di scaldare gli animi. Non i monopolisti della sovranità: è stata distribuita tra una quantità di livelli, locali o internazionali. Non un concentrato di potere efficace: non vanno abbastanza veloci rispetto all’innovazione strutturale – tecnologica ed economica – del pianeta.

Potrebbe essere che vincano gli aggregati capaci di tenere insieme le “nazioni” sulla base di standard di organizzazione, relazione, decisione civica, alimentati da un’efficiente piattaforma digitale: il che significa semplice, usabile, adattabile al cambiamento.

Il design del nuovo stato è la sola strada per la sua sopravvivenza. E la piattaforma internet è la sola strada per ridisegnare lo stato in modo sensato. Una piattaforma standard, interoperabile, aperta; un metodo per lo scambio e il riuso della applicazioni; un’interfaccia utente pensata per essere usabile. A fronte di questo emergeranno semplificazione, risparmio di costi, cittadinanza. Ci vuole però una decisione drastica: si parte dall’immagine di un sistema statale facile da usare, si realizza un “sistema operativo” e una “piattaforma” aperta e standard, si butta nella spazzatura la pletora di pezzi di software inutilmente pensati per “digitalizzare la burocrazia esistente”.

Entrate e uscite. Dalla Russia

A Mosca, dal 1974, la visita precedente, nulla o tutto è cambiato, per un viaggiatore, purtroppo, veloce. La neve è la stessa presenza incombente. Quasi allegra perché qui tanto ovvia. I segni residui di un mondo che sarebbe andato in una storia di Tolstoj inceve non si trovano più. I quartieri dei palazzoni sovietici sono assediati dalle automobili. Servono a passare la settimana in coda e il weekend nella dacia: tutti o quasi ne hanno una. Una seconda enorme città del tempo libero cone un anello di Saturno che circonda la gigantesca metropoli. Ma c’è la festa per l’annessione della Crimea. E sembra di essere qui nel giorno giusto.

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Una festa nella Piazza Rossa circondata da soldati. Nel megaschermo riservato a chi non entra in piazza, si avvicendano gli oratori che stanno sul palco, personaggi più adatti a una squallida televisione che a una nobile celebrazione patriottica: citano l’Ucraina scandendo la parola “fascisti”, incitano a gridare slogan come “Russia, Crimea, Putin!”. Nella calorosa freddezza generale. Anche perché col vento la temperatura scende abbondantemente sotto lo zero per arrivare a meno 11 gradi verso sera.

I fratelli della Crimea sono tornati alla madrepatria. Sembra l’ovvio finale di un processo indiscutibile e inarrestabile. La capitale di un impero nazionalista è internazionale ma non cosmopolita.

Non sembra ci siano grandi del passato da osannare. Lelin e Stalin sono definiti “infami” sul giornale Moscow Times. Degli czar nessuna traccia. Difficile vedere la prospettiva senza il passato. C’è solo Putin e il denaro di pochissimi.

Al Gec si avvicendano i rappresentanti della città al bellissimo Manège, che non è più quello dell’imperatore. Se hai la fortuna di conoscere qualcuno di fidato qui, hai anche la sfortuna di sentir dire che è stato ristrutturato dopo un incendio, da una compagnia legata alla famiglia di uno dei soliti noti. Gli stranieri non parlano dei fatti di questi giorni forse per non apparire scortesi. Ma il contesto è più sottilmente omertoso. La televisione critica con il regime perde il posto nel cavo che la portava agli spettatori, mentre il giornalista critico con il regime perde il posto di direttore del portale più visitato da chi cerca notizie. Difficile non avvertire il terribile significato dell’involuzione democratica.

Al ristorante Puskin, il sapore ottocentesco finalmente si ritrova. Fuori da qualche parte, la pubblicità del concerto di Gianni Morandi riporta alla realtà. L’Occidente, occupato dalle sue angosce, va avanti per la sua strada.

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Ed è già ora di ripartire.

Praticamente democratici

C’è una crescente corrente di pensiero che mette in dubbio il funzionamento della democrazia.

I motivi non mancano. Chi prende in considerazione Julian Assange – ma anche chi non lo vede come un grande opinionista – può ragionevolmente prendere in considerazione anche il suo dubbio sui rapporti di potere tra Obama e la Nsa: chi comanda? l’apparato dei servizi di sicurezza o il presidente eletto democraticamente? (Politico). Ma non occorre una figura così controversa per nutrire qualche dubbio: l’Economist si chiedeva giusto una settimana fa se qualcosa è andato storto nell’evoluzione della democrazia.

Why has democracy lost its forward momentum?

THE two main reasons are the financial crisis of 2007-08 and the rise of China. The damage the crisis did was psychological as well as financial. It revealed fundamental weaknesses in the West’s political systems, undermining the self-confidence that had been one of their great assets. Governments had steadily extended entitlements over decades, allowing dangerous levels of debt to develop, and politicians came to believe that they had abolished boom-bust cycles and tamed risk. Many people became disillusioned with the workings of their political systems—particularly when governments bailed out bankers with taxpayers’ money and then stood by impotently as financiers continued to pay themselves huge bonuses. The crisis turned the Washington consensus into a term of reproach across the emerging world.

Meanwhile, the Chinese Communist Party has broken the democratic world’s monopoly on economic progress.

I temi in discussione sono ovviamente legati alla necessità di un’evoluzione del sistema a fronte del cambiamento globale. I cinesi sembrano aver adattato meglio il loro sistema negli ultimi decenni, dice Eric X Li. Sono abbastanza capaci le democrazie di prendere le decisioni giuste? E come si valutano giuste le decisioni? Se guardiamo alla crescita del Pil ha ragione la Cina; perché si possa dire che hanno ragione le democrazie occorre un diverso metro di giudizio.

Del resto il Pil di un’economia sviluppata cresce fatalmente meno di quello di un’economia in fase di decollo. La crescita in un’economia sviluppata che non può indebitarsi troppo è vincolata a tassi relativamente più bassi: e poiché i soldi vanno dove si fanno soldi, le distanze aumentano, per qualche tempo. Non è forse ora di darsi un nuovo obiettivo per la democrazia? La crescita del Pil, che pure è importante, non è il motivo per la democrazia: lo sviluppo della qualità della vita lo può essere.

Democratico è chi coltiva un metodo che favorisce l’evoluzione del sistema decisionale in base a un metodo condiviso. Democratico è chi innova in base a un metodo condiviso per per discussione, informazione, aggregazione e formulazione di istanze, fino a qualche forma di votazione. Democrazia non si esaurisce nella votazione ma esiste in relazione a una costituzione che regola il percorso complessivo – compresa l’informazione e la discussione libera – che porta alla deliberazione della quale l’elezione è una tappa. Quello che conta è la decisione presa con metodo democratico per dichiarare che è la decisione giusta per la maggior parte dei punti vista.

Sembra che questa crisi della democrazia possa far superare la logica delle decisioni prese solo in base ai sondaggi, che privilegiavano il gradimento sui risultati, per tornare a mettere l’accento sulla qualità delle conseguenze. A quel punto il vantaggio della democrazia ritornerà a essere visibile: perché la democrazia è probabilmente più adatta alla “biodiversità culturale” necessaria all’evoluzione equilibrata nell’ecosistema dell’innovazione e nell’economia della conoscenza rispetto alla “monocoltura autoritaria”. Imho.

Dopo la webtax, prima di una soluzione: come gestire gli elusori internazionali?

Finalmente la webtax è un’idea sbagliata che ci lasciamo alle spalle (CorriereComunicazioni). Ma di fronte a noi resta il tema aperto della fiscalità per le compagnie che riescono a eludere i sistemi con i quali gli stati controllano i flussi di denaro. Ed è un tema importante e più che legittimo: purché sia impostato a livello internazionale e orientato alla ricerca di tutti gli elusori, non solo quelli che operano su internet.

I settori di attività dove ci sono spazi di manovra per l’elusione sono diversi e io ne conosco solo alcuni (ma con l’aiuto di commentatori più esperti di me si potrebbe fare un elenco più corretto). In generale si elude più facilmente quando il prezzo di un servizio o prodotto si può fissare in modo piuttosto soggettivo e quando ci sono molti giri internazionali di soldi. Esempi noti: si può eludere nelle sponsorizzazioni sportive, si può eludere nella finanza, si può eludere con il gioco d’azzardo, si può eludere con la pubblicità online. E ovviamente in molti altri settori dove c’è copyright e proprietà intellettuale, dove i soldi girano in rete senza fermarsi alle frontiere, dove una parte di chi controlla è interessato a che i controllati possano agire indisturbati…

Per avere un’azione di contrasto intelligente contro l’elusione si può operare solo a livello internazionale. Le azioni portate avanti a livello Ocse, Ue e altri organismi internazionali contro il riciclaggio e contro i paradisi fiscali stanno cominciando a portare i loro frutti. E quello è il percorso anche per le operazioni vere contro le altre forme di “imbroglio” ai danni degli stati e dei loro cittadini. Se di vedrà un’azione vera ed efficace sulle banche, sui furbetti delle sponsorizzazioni, sui tanti ricchi che spostano le residenze in posti meno tassati anche se le loro attività restano in posti molto tassati, e così via, ci sarà legittimità anche per le azioni contro le aziende internettiane che erano state un po’ goffamente prese di mira dalla webtax.

Ma queste azioni non potranno in nessun modo essere pensate come era stata pensata la webtax, perché: quella legge non teneva conto delle conseguenze sull’ecosistema dell’innovazione, non teneva conto delle regole del mercato europeo, non teneva conto di come funziona internet e soprattutto non avrebbe mai dato un gettito sensato mentre avrebbe creato inutili problemi agli esportatori italiani.

Una nuova regola che affronti il tema dell’elusione delle grandi compagnie internettiane – un fenomeno del quale si lamentano tutti, dall’Europa agli Stati Uniti, salvo che i paesi che fanno con successo “concorrenza fiscale” ai danni degli altri paesi – deve tener conto di:
1. valutazione di impatto sull’ecosistema digitale (conseguenze dirette e indirette sull’innnovazione)
2. coordinamento delle azioni anti-elusione tra paesi europei, considerato che le regole del mercato unico europeo portano alla concorrenza dei sistemi fiscali ma anche considerato che in alcuni settori alcune multinazionali finanziarie, cinematografiche, televisive, sportive e internettiane possono approfittarne in modo squilibrato
3. innovazione nella raccolta di dati sulle operazioni svolte con le multinazionali elusive per migliorare la “contrattazione” con le stesse. Qui ci vuole un po’ di fantasia: i compratori di oggetti sui siti di ecommerce che non ricevono una fattura lasciano comunque una traccia con la carta di credito e potrebbero essere incentivati a comunicare le loro operazioni online? i compratori di pubblicità online potrebbero scaricarla a fronte delle foto delle schermate con le quali acquistano il servizio? le associazioni dell’ecommerce potrebbero aiutare lo stato a conoscere l’andamento vero degli acquisti online? se lo stato sapesse più esattamente di che cosa stiamo parlando potrebbe presentare un dossier più completo alla Commissione europea e cominciare a contrattare direttamente con Booking.com, Amazon, Apple, Google, Facebook e altri…
4. incentivazione alla realizzazione di piattaforme europee in competizione con quelle americane: non si può fare con la logica dell’airbus, altrimenti si va troppo lentamente, ma si deve fare qualcosa, visto che su internet le posizioni acquisite sono intoccabili solo fino a quando non arriva qualcosa di meglio (Altavista/Google, tanto per fare un esempio, oppure MySpace/Facebook…)
5. contrattazione diretta con le piattaforme per avere sostegno in attività legate all’innovazione, senza fare furbate legislative.

Sicuramente il tema è importante. Va preso a livello internazionale. E senza sudditanza provincialistica nei confronti di queste multinazionali. Ma non può essere risolto con una ricetta miracolistica destinata a ritorcersi contro chi la propone.

Che facciamo dunque? Cominciamo a raccogliere le idee. Qui si è solo accennato un percorso. Ma i commentatori potrebbero dare suggerimenti più competenti.

Vedi anche:
Commento costruttivo sulla raffica di misure relative a internet prese in questi giorni in Italia (18 dicembre 2013, via Paolo Barberis e Luca De Biase)

Movimenti

Ieri Corrado Passera e oggi Matteo Renzi hanno messo in luce la necessità e la possibilità di prendere decisioni forti che abbiamo un impatto fortissimo sulla società, l’economia, la politica. Sembra che il sentiero delle possibilità di politica economica si stia allargando. Sembra che il “movimento” stia prendendo il posto del “partito”. Una sorta di rimescolamento di posizioni che in passato erano blocchi. Non si tratta di discutere il rigore di bilancio, un vincolo che fa bene a un paese con la storia che ha il nostro: si tratta di interpretare anche il rigore in modo innovativo. Sono i primi passi, molto diversi, di una stagione politica che vorrebbe dimostrarsi capace di cambiare più di quanto appaia. Il contrario di quanto succedeva fino al 2011. Renzi lo ha detto, il paese è più avanti della sua politica.

TEDxRoncade. Biodiversità, infodiversità, intelligenza collettiva

La campagna sul limitare della trevigiana, verso la laguna, a fianco del lento scorrere del Sile, è una pianura aperta, solo apparentemente sterminata. Ci si muove di poco, nelle varie direzioni, e si incontra la modernità industriale mescolata alla tradizione più antica: l’aeroporto, l’autostrada, lo sterrato di campagna; il paesaggio dei capannoni, quello dei centri commerciali, il castello e le pievi; i canali, le macchine dell’agricoltura intensiva e le barche dei raccoglitori di frutti di mare.

Perché le case, nella zona di Ca’ Tron, sono tanto lontane tra loro?

Marco Cattini attraversa con lo sguardo la campagna dal finestrino del pulmino che ci conduce alla tenuta di Ca’ Tron. E risponde alla domanda con la naturalezza che avrebbe una persona vissuta qui da una mezza dozzina di secoli: «Qui c’era un grande bosco dove la Repubblica di Venezia raccoglieva il legname necessario alla costruzione delle sue navi. Poi, quando lo ha trovato conveniente, ha deciso di assegnare il territorio agli agricoltori in appezzamenti di ampiezza sufficiente a garantire loro una robusta sopravvivenza. E ciascuno ha costruito la sua casa in mezzo ai campi. Lontano dalle case degli altri».

La lunga durata è una dimensione della storia che ci portiamo tutti dentro. Più o meno inconsapevoli. Gli schemi che una civiltà ha sviluppato per modellare la sua geografia cambiano al ritmo dei millenni: sono schemi organizzativi e mentali talmente profondi da sfidare ogni apparente cambiamento. Le novità sono così costrette a dimostrare la loro importanza: sono innovazioni solo se vanno abbastanza a fondo da trasformare la traiettoria del futuro, adattando il territorio alla loro visione. Nella maggior parte dei casi, la sfida è vinta dalla lunga durata. Solo talvolta non è così. Ma di solito succede solo quando il presente è consapevole della trasformazione che sta vivendo.

Cattini racconta come per secoli questa terra è stata organizzata in modo che ciascuno si potesse coltivare il terreno con l’unica prospettiva di sopravvivere e dare una sopravvivenza ai proprietari: l’orizzonte di ciascuno era limitato dallo spazio nel quale produceva i mezzi del suo sostentamento, il tempo era ripetitivo, circolare, il benessere dipendeva dalla meteorologia, il comune aiutava a tenere da parte qualcosa per le annate difficili. Il mercato si subiva, come il tempo atmosferico. Il pubblico aiutava o, forse qualche volta, taglieggiava. Piccole aziende che ripevevano all’infinito sempre lo stesso schema, pensando alla propria sopravvivenza, immerse in meccanismi naturali, politici ed economici più grandi di loro e non controllabili. Uno schema secolare, difficile da cambiare, nell’organizzazione sociale e culturale. È probabilmente restato nelle menti durante i pochi decenni di trasformazione recente: lo stravolgimento dell’industrializzazione, il consumismo, l’epoca della conoscenza segnalata dalla presenza in questa campagna dell’H-Farm, incubatore di startup… Tutto è avvenuto molto in fretta. La cultura è più lenta a cambiare. Eppure cambia.

Ieri il TEDxRoncade è stato un’esperienza di ricerca e una boccata di ossigeno per almeno 300 persone che hanno seguito gli interventi con una partecipazione rara. Il format è evidentemente di grande aiuto. Il team che ha reso tutto possibile è stato delizioso. Gli interventi generosi. Le persone presenti sentivano che si parlava di loro. Le loro radici, il contesto nel quale sono cresciute, i dubbi epocali che le attanagliano, le prospettive che insieme stanno cercando. Gli interventi a loro volta hanno testimoniato una dimensione del possibile che pure riguardava tutti. Si è formato un equilibrio straordinario. Frutto dell’incontro di tutti.

Che cosa mi sono portato a casa? Niente riassunti, gli argomenti sono sul sito: i video arriveranno. Solo qualche idea:

Il design dell’informazione modella ciò che sappiamo del possibile

Si riparte cercando di sapere come stanno le cose. Si costruisce la società della conoscenza a partire dalla consapevolezza. Ma la qualità di ciò che sappiamo dipende dal metodo con il quale generiamo le informazioni. Sapientemente Jacopo Barigazzi ha accostato una foto di Karl Popper alle immagini delle testate giornalistiche che attraversano una crisi epocale. Dino Pedreschi ha mostrato come i big data possano illuminarci su temi fondamentali della vita quotidiana creando una struttura di conoscenza che, se aperta, può cambiare la prospettiva. Salvatore Iaconesi ha fatto vedere come il design possa hackerare le abitudini e Luca Chittaro ha raccontato come l’interfaccia possa influenzare le decisioni. Il possibile è ciò che sappiamo che sia. Ma possiamo sapere di più. E meglio.

L’ecosistema disegna la nuova prospettiva del progresso

Telmo Pievani, Marco Cattini, Roberto Cingolani, Giustino Mezzalira, Duccio Cavalieri, hanno dato conto dell’evoluzione “naturale”, tecnologica, storica, geografica, microbiologica e culturale con esempi che squarciavano il velo dell’abitudine. Mangiare assieme alle termiti migliora la resistenza alle malattie, curare le risorgive migliora la biodiversità, progettare robot imitando la natura può portare oltre l’elettronica per conquistare un’efficienza perduta. Ma soprattutto il pensiero lineare che ha caratterizzato l’interpretazione del mondo per secoli non ha più senso. L’ecosistema è la realtà in cui viviamo e nello stesso tempo la metafora generativa di una nuova prospettiva. Un ecosistema progredisce con la biodiversità. Una cultura progredisce con l’infodiversità. L’evoluzione e la sua dinamica hanno qualcosa di profondo in comune con ciò che diventerà l’idea di progresso. E di una nuova idea di progresso abbiamo bisogno, per accompagnare in un contesto di senso, lo sforzo necessario a innovare.

L’intelligenza collettiva ha tanto valore quanto le biografie che connette

Il movimento collettivo non si affida più a parole spersonalizzanti come “massa” e “target” ma cerca di emergere dalla connessione tra le persone attive. L’intelligenza collettiva è un concetto che può evolvere solo se riesce a dar conto contemporaneamente della potenza dell’insieme e della creatività, generosità, visione delle singole persone attive. Paola Maugeri e Marco Simonit hanno dimostrato quanto possa la passione, l’impegno, l’ascolto, l’estetica, la disciplina etica. Mimmo Cosenza e Gianni Gaggiani hanno condiviso i loro progetti mostrando a loro volta come la visione e la narrazione siano parte integrante del percorso concreto verso la realizzazione: almeno tanto quanto la competenza e la pazienza.

Cambiare la realtà è cambiare il punto di vista

Una città può cambiare recuperando un suo centro di senso e riprogettandolo in vista del futuro. Un’audience può cambiare aprendosi all’ascolto della ricerca di artista. Una mente può cambiare acquisendo la consapevolezza di quanto le sia difficile farlo. Barbara Baldan, Robert Gligorov, Ugo Morelli, ciascuno a suo modo hanno mostrato che cambiare la realtà è cambiare il punto di vista. Oggi sta accadendo.

Per arrivare a una nuova idea di prosperità, la prospettiva e la generazione di un’idea di progresso che accompagni il progetto, per diventare programma collettivo. I “pro” sono molti, in queste parole…

Ora aspettiamo i video. Ci sarà molto da pensare per migliorare la prossima edizione. Ma se riusciremo sarà grazie all’esperienza che i partecipanti ci hanno regalato in questa prima volta.