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Movimento per l’ecologia dei media

Le città diventano infosfere e i dati che generano sono parte integrante dell’ambiente che diventa più – o meno – vivibile. Più informazioni possono renderci più consapevoli dei nostri consumi e della nostra impronta ecologica ma anche ovviamente più soggetti alle strutture che concentrano il controllo e l’elaborazione delle informazioni. 

Big data e smart city fanno parte delle visioni e dei fatti che contano. Non solo telefoni ma sensori ovunque. Occorrono non solo piattaforme piatte pervase di ogni cosa tra le opportunità e gli inquinanti, ma pluralità di reti e dimensioni umane. Sorpresa e avventura in un mondo registrato e monitorato resteranno parte della nostra immaginazione. La consapevolezza, per chi chieda come ne usciamo, è sempre la parola chiave.

Tutto ciò che riguarda privacy, libertà e sicurezza dipende da consapevolezza: cioè il contrario della manipolazione. Per questo dobbiamo lanciare un grande movimento per l’ecologia dei media. Una Kyoto dei media può dare l’idea. Ma per arrivare a comprendere che ogni nostro gesto ha valore per l’infosfera e la qualità dell’infosfera ha valore per ognuno di noi.

Dal turismo delle cavallette alle risorse per rilanciare Venezia. Pass4Venice

prospettive

Venezia: il progetto Pass 4 Venice tenta di trasformare il turismo delle cavallette in una risorsa per il rilancio della città (Il Sole 24 Ore). A questo link si trova lo slideshow che presenta il progetto. Ambizioso, sistemico, concreto. Che si presenta in un contesto difficile con una città allo stremo.

Letto? Per chi ha seguito il link e letto il progetto, ecco alcuni commenti:

1. L’obiettivo è di aumentare la vita in questo sito archeologico, attraendo persone e ricchezze che lo avviino verso una nuova condizione di città leader
2. Per questo eviterei di cedere alla tentazione del paragone con i parchi a tema che sebbene sia sensata lo è solo a causa di ciò che vogliamo combattere (spopolamento e turisti-cavallette)
3. Vorrei discutere la gestione dei fondi: il sindaco può andar bene per le opere che deve fare il sindaco, avendo partecipato a definire una roadmap che deve sviluppare un piano di attrazione di talenti e capitali adatti alla specialità del luogo (che deve essere un centro propulsore nell’economia della conoscenza); mi pare che sia chiaro che i fondi vanno conquistati con i progetti e da diversi soggetti con diversi criteri (economici, sociali, culturali, di ricerca, ecologici ecc) con sistemi di valutazione di indiscutibile valore e indipendenza dalle corporazioni locali per gestire i vari fondi in modo che vadano a iniziative innovative e oneste; ma questo sarebbe più chiaro se fossero più chiare le regole del gioco a questo proposito. E non dubito che saranno chiarite.

L’obiettivo è trovare una missione di livello globale a una città che deve tornare ad attrarre abitanti e soldi per la produzione di valore nell’economia della conoscenza (mentre ora è solo un sito archeologico che si spopola per l’opera predatoria e conservatrice dei grandi e piccoli rentier).

Rilanciare in questo modo Venezia è rilanciare l’Italia.

Vedi anche:
Venezia Italia
M9 avventura culturale
Protocellule

Illegale non fu Snowden ma l’Nsa! 

Un tribunale Usa ha dichiarato illegale la pratica di sorveglianza di massa messa in atto dall’Nsa. I benpensanti che hanno finora visto in Snowden il fuorilegge si devono ricredere. Ma Snowden è in esilio, i capi dell’Nsa sono in America (Guardian).

Libertà e sicurezza: dibattuti come opposti, ricostruiti come simbiotici

libri-privacy-sicurezza

La presentazione del problema, in questi tempi, è semplice: se la società vuole più sicurezza – contro il terrorismo o contro il crimine che usa la rete per svilupparsi – occorre che rinunci a un po’ di privacy. Il che fa il paio con l’altra opinione secondo la quale se le persone vogliono social network e motori di ricerca proattivi in piena efficienza devono rinunciare a un po’ di privacy.

Ebbene, la risposta che ci si può attendere dalla società consapevole di questa alternativa è altrettanto semplice: se siete tecnologi tanto bravi come dite, trovate una soluzione che ci dia sicurezza e privacy, insieme.

Anche perché non si vede che senso abbia difendere una società libera dall’invadenza della violenza di una società autoritaria rinunciando alla libertà: sarebbe una sconfitta preventiva.

Nell’ecologia un tempo si pensava che l’efficienza delle aziende e la qualità dell’ambiente fossero obiettivi contrastanti e alternativi. C’è voluto un po’ di tempo, ma adesso si pensa che siano obiettivi coerenti: anzi, un’azienda che inquina è inefficiente e perde sul mercato. Le esternalità della produzione sono state inglobate nelle logiche interne di imprese sempre più orientate a coinvolgersi nei tempi più ampi della sostenibilità olistica – economica sociale e culturale – dei sistemi di produzione e consumo.

Allo stesso modo i grandi capitalisti dell’industria internettesca e le grandi forze militari e poliziesche statali non possono pensare che la fine della libertà personale – garantita anche dalla privacy – sia un’esternalità negativa della loro efficienza: è un disastro sociale e culturale pari al peggiore inquinamento anche se avviene nella dimensione immateriale.

Libri recenti che servono a discutere di queste cose:

Piero Dominici, Dentro la società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione, Franco Angeli.

Salvatore Sica con Giorgio Giannone Codiglione, La libertà fragile. Pubblico e privato al tempo della rete, Edizioni Scientifiche Italiane.

Giovanni Ziccardi, Internet, controllo e libertà. Trasparenza, sorveglianza e segreto nell’era tecnologica, Raffaello Cortina Editore.

Il tema è toccato anche in Homo Pluralis.

Vedi anche:

What are data security and data privacy?, IBM
Privacy and security notice, governo Usa
Cybersecurity and privacy, Privacy, Security, Commissione Ue

In Communications, Privacy And Security Are Illusions, Bob Ackerman
Privacy and securirity in the internet age, David Gorodyansky
Privacy And Security: Is It Really Dead?, Jacob Morgan
Apple’s Cook: ‘Everyone has a right to privacy and security’, Shara Tibken
Privacy v. security, Froma Harrop

Homo pluralis, oggi a Pisa

Grazie per questa bellissima riunione di oggi!

Alle 17:00, oggi alla libreria Blu Book, via Toselli 23, Pisa: Homo pluralis con Emanuele Baldacci, Adriano Fabris, Alberto Di Minin, Dino Pedreschi.  

Scrivono gli organizzatori:

Venerdì 10 aprile, alle ore 17, alla libreria Blu Book di Pisa, in via Toselli 23, il giornalista e scrittore Luca De Biase presenterà il suo libro “Homo pluralis. Essere umani nell’era tecnologica”. Ne discuteranno con lui il filosofo Adriano Fabris e l’informatico Dino Pedreschi, entrambi docenti dell’Università di Pisa, Alberto Di Minin, professore di Management della Scuola Superiore Sant’Anna, ed Emanuele Baldacci, direttore delle reti di produzione e ricerca dell’ISTAT. L’evento è promosso dall’Università di Pisa, dall’Associazione La Nuova Limonaia e dal Laboratorio SoBigData.
Con “Homo pluralis” Luca de Biase propone una riflessione sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente digitale che lo circonda, fatto di mercati finanziari automatizzati, relazioni umane mediate dai like su Facebook, un flusso d’informazioni incessante e invadente e protesi digitali che arricchiscono l’esperienza. In questo mondo, le macchine sembrano conquistare funzioni sempre più autonome dall’intervento dell’uomo, e le piattaforme online sulle quali ci informiamo e coordiniamo impongono i loro algoritmi, mentre raccolgono e analizzano enormi quantità di dati imparando dagli utenti. È una dinamica evolutiva digitale che richiede un drastico adattamento culturale: la necessità per l’uomo di diventare cittadino consapevole di questo nuovo ambiente digitale, imponendo la propria creatività, intelligenza e senso etico, e di conquistare così una dimensione più autentica. Perché, nelle parole di De Biase, “la tecnologia va più veloce degli umani, ma gli umani possono imparare ad andare più lontano.”​

Salute come filone innovativo e luogo delle decisioni controverse

E’ un filone di innovazione incredibilmente grande e dinamico, la salute. Le tecnologie attuali si stanno concentrando sulla distribuzione di soluzioni per la cura delle malattie e sul miglioramento preventivo delle condizioni di salute. VentureScanner a questo proposito segnala oltre 500 società finanziate complessivamente con 7 miliardi. L’estensione dei temi suggerisce una vastità di possibili sviluppi:

•Clinical Administration and Backend
•Digital Medical Devices and Diagnostics
•Population Health Management
•Electronic Health / Medical Records
•IOT Health Care
•Medical Big Data
•Genomics
•Doctor and Healthcare Service Search
•TeleHealth
•Patient Engagement and Education
•Remote Monitoring and Family Care Management
•Doctor Network and Resources
•Online Health Destination Sites
•Healthcare Marketing and Campaign Management
•Mobile Fitness / Health Apps
•IOT Fitness and Lifestyle
•Online Health Communities
•Healthcare Mobile Communications / Messaging
•Healthcare Robotics

In Italia, il filone è indagato abbondantemente ma ancora manca un polo di attrazione, se mai ce ne sarà uno. Di certo, il nostro costoso sistema sanitario ha bisogno di “cure” a base di innovazione, con obiettivi di risparmio e miglioramento qualitativo del servizio. E poiché siamo anche un paese di “fai-da-te” ci sono molte possibilità per ogni attività di community building. Ma c’è anche abbondanza di innovazione tecnologica. Big data, robot, farmaceutica, piattaforme… Varrebbe la pena di fare un quadro complessivo. Si tratta in ogni caso di un settore molto dinamico anche qui.

Si tratta peraltro di un settore destinato a essere anche supercontroverso. Il passato è costellato di problemi su Big Pharma, Big Tobacco, industrie inquinanti, e così via. Ma poiché ormai assistiamo a una convergenza tra salute, benessere, sicurezza, prevenzione, qualità dell’ambiente, della cultura, delle relazioni sociali, il tema diventa sempre più “politico”. C’è da aspettarsi molta discussione. Molti pregiudizi. Molta fatica. Anche perché la salute sembra una questione che lascia pochi spazi al compromesso, anche se di compromesso è destinata a vivere. Siamo di fronte a grandi cambiamenti di mentalità anche da questo punto di vista. E segni non mancano.

Antonio Casilli (BodySpaceSociety) segnala il tema dei siti nei quali si tratta di anoressia e disturbi connessi all’alimentazione. Il suo studio estensivo dimostra quanto il tema sia profondo: [Report] Young internet users and eating disorder websites: beyond the notion of “pro-ana”. E invita a discutere le decisioni prese dal parlamento francese in materia, con la censura dei siti che possono essere visti come favorevoli a comportamenti eccessivi in tema di alimentazione (Libération).

Eugenio Santoro (Mario Negri) studia i metodi con i quali si possono valutare le conseguenze delle soluzioni tecnologicamente più diffuse sulla salute tentando di trovare un approccio simile a quello che da tempo si dedica alla valutazione dell’efficacia dei farmaci. Se ne parlerà al Festival del giornalismo di Perugia.

Cristina Cenci dedica il suo blog a informare su come stia cambiando il discorso sociale sulla salute e la malattia. Giuliano Castigliego a sua volta informa su psicoanalisi, psichiatria e narrativa nel contesto digitale.

Siamo molto avanti con i fatti. Stiamo cercando le parole. Questi e altri pionieri stanno indagando un territorio della nostra mentalità che è ancora denso di tabù, pregiudizi, problemi veri e tante inutili polemiche. C’è da innovare: sia nella tecnologia che nel pensiero. Ed è un grandissimo compito. Grazie a chi se ne sta occupando con tanta autentica attenzione.

Diritti in internet e pensieri, verso la nuova bozza di Dichiarazione

Si è conclusa la fase di consultazione pubblica e le audizioni per arrivare a una nuova bozza di Dichiarazione dei diritti in internet (Camera). Ora la Commissione dovrà lavorare per integrare i suggerimenti. Poi si deciderà che cosa fare.

In questo percorso ho imparato che è molto difficile arrivare a qualcosa di veramente condiviso. Ed è già straordinario il percorso compiuto fin qui. Giustamente Arturo Di Corinto sottolinea che un compito di questo genere vale l’impegno che richiede. Il problema è quasi inestricabile se si tenta di risolvere ogni nodo: armonizzare gli interessi contrastanti, definire i diritti, tener conto delle condizioni politiche, guardare lontano e non ingabbiarsi in questioni di piccolo cabotaggio e persino superare in chiave costruttiva l’impeto polemico spesso alimentato da chi è contro per definizione a qualunque cosa non sia pensata sotto il suo cappello. L’unica strada è alzare il livello del dibattito e contribuire all’approfondimento della consapevolezza diffusa intorno alle questioni affrontate dalla Dichiarazione. Nella speranza di contribuire alla cultura dell’innovazione anche negli ambienti che elaborano le nuove regole per l’ecosistema dell’internet.

L’Italia sta compiendo un suo percorso in materia. Va collegato con quanto si fa a livello internazionale. E deve emergere un metodo per portare queste riflessioni alla concretezza necessaria per entrare efficacemente e correttamente nel sistema normativo. Storia lunga. Anche perché non si parla di norme semplici ma di meccanismi di ordine “costituzionale”: non servono a regolare i cittadini della rete ma le istituzioni, pubbliche e private, che generano le regole. Almeno si può sperare che la discussione alta sui diritti possa ridurre le probabilità che le forze politiche facciano proposte banalizzanti di regolamentazione della rete.

Una difficoltà specifica è data dalla confusione e la veloce evoluzione dei concetti rilevanti. I diritti fondamentali non cambiano, ma il contesto nel quale si sviluppano effettivamente cambia. La rete paradossalmente ne facilita alcuni e ne comprime altri. Mentre fa emergere nuove dimensioni delle relazioni umane che non possono essere tralasciate.

Queste nuove dimensioni sono importanti quanto sottili. La rete impone riflessioni per esempio su un tema come lo spazio intersoggettivo, che riguarda l’insieme della persona e dei suoi legami con gli altri, individuato dalle scienze cognitive, la psicologia e la teoria delle reti, appunto. Spesso i diritti fondamentali sono pensati partendo dall’idea che riguardano lo sviluppo degli individui. Ma il passaggio dalla dimensione individuale a quella collettiva non è un mero salto di contesto: si arricchisce dell’intreccio dei collegamenti tra le persone la cui importanza è testimoniata dal grafo sociale che garantisce il valore di Facebook. In questo senso, i diritti fondamentali riguardano le persone e i loro legami quando sono parte integrante delle persone stesse. Vedendola in questa maniera, per esempio, la netneutrality non solo è una precondizione per lo sviluppo dei diritti delle persone ma è anche un diritto che riguarda la libertà dei loro legami sviluppati nella rete. Lo stesso si potrebbe dire a maggior ragione per l’interoperabilità delle piattaforme che, per esempio, potrebbe significare che il profilo personale degli utenti dovrebbe appartenere alle persone e forse anche i legami che intrattengono con gli altri dovrebbero essere parte del concetto di privacy. In fondo il diritto all’oblio per ora si configura come un diritto che riguarda i link… Frontiere concettuali che non si difendono da sole di fronte alle critiche delle menti profonde che le affrontano. Ma queste riflessioni, prima o poi, andranno assorbite anche nel dibattito politico. Se mai questo avverrà, qualcuno forse ricorderà che il ricco dibattito sulla Dichiarazione dei diritti in internet ha dato il suo contributo. D’altra parte, l’idea della valutazione di impatto digitale come precondizione di ogni nuova normativa che riguardi internet discende dall’idea che internet sia un ecosistema e che la sua principale ricchezza discenda dalla capacità di pensarlo e gestirlo come “bene comune”: non è un diritto individuale ma l’estensione di un diritto che riguarda l’ambiente. Temi che altri comprendono certamente meglio ma la cui importanza è dimostrata ogni giorno che si vive con la rete.

Non parliamo abbastanza della Transatlantic Trade and Investment Partnership

Un video da rivedere. Il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ospite del Parlamento italiano nel 24 settembre 2014, ragiona sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Ed è profondamente critico su come viene interpretato da una parte degli americani. Sarà bene che gli europei ci pensino. Stiglitz dice che gli americani vogliono chiedere protezione per i loro futuri investimenti in Europa dalle regole che gli europei possono introdurre – o hanno già introdotto – e che li penalizzano. Mi pare che non ci si rifletta abbastanza pubblicamente: quindi anche se il video ha qualche mese, il suo interesse resta intatto, mi pare. L’informazione viene da Voci dall’estero. Ovviamente sarebbe interessante avere anche più informazioni favorevoli: finora ho trovato soprattutto critiche.

Vedi anche:
TTIP: The EU-US trade deal explained – BBC
What is TTIP? And six reasons why the answer should scare you – The Independent
The corporation invasion – Le Monde Diplomatique (en)

Transatlantic Trade and Investment Partnership (T-TIP) – Us Government
Transatlantic Trade and Investment Partnership – Commissione europea

Diritti in internet alla Camera (breve aggiornamento)

La consultazione sulla bozza di Dichiarazione dei diritti in internet sta per terminare. Le audizioni della Commissione terminano, per questa fase, oggi. L’iniziativa – che è fondamentalmente culturale – ora prosegue mettendo a frutto i suggerimenti raccolti per arrivare a una nuova bozza. E poi l’elaborazione dovrà svilupparsi a livello europeo. Il percorso è chiaro. Lo sforzo è grande. L’obiettivo è buono. Speriamo che i migliori suggerimenti continuino ad arrivare a questa iniziativa: che come minimo può essere vista come un movimento per la consapevolezza delle relazioni tra l’evoluzione di internet e lo sviluppo umano. La consapevolezza è il primo passo. Il codice può forse seguire (prima come software e poi come regola..)..

Sulla corruzione. Lawrence Lessig

Lawrence Lessig parla della corruzione del sistema democratico americano (video su Vimeo). Finissimo.

Se la sfida intellettuale e politica è alta occorrono menti elevate. In paesi come il nostro serve meno finezza per riconoscere la corruzione.

La bella scuola

A Rinascimente si espone la “bella scuola” che coinvolge la mente, il corpo e il cuore nell’educazione. Commovente esordio con musica e acrobazie tenerissime dei bambini. E prosecuzione con i valori di un movimento che conta sulla dedizione degli insegnanti. Ecco il manifesto.

Diritto d’accesso e servizio universale. Temi linkati

Quanto al piano ultrabanda sembra si sia discusso di servizio universale a 30 mega. Poi non si è stabilito nulla, almeno per ora. Nel frattempo esiste un dibattito sul diritto all’accesso, inteso come diritto umano alla possibilità di partecipare a grande bene comune della conoscenza che è internet. In Italia ne promotore soprattutto Stefano Rodotà. Il tema è in consultazione nell’ambito della bozza di Dichiarazione dei diritti in internet. Questo post è solo un link tra i due temi.

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Questi temi meritano approfondimenti. Chissà se i commentatori vorranno aggiungere link. Vedi:
Rodotà via Sarzana e Wired
Diritto accesso, Treccani
Accantonato il servizio universale, per ora

Venezia Italia

Venezia si spopola. In un centro storico fatto per circa 150 mila persone e che nel 1951 era abitato da 175 mila persone, oggi vivono 56 mila persone. Ogni anno, da tre anni a questa parte, la popolazione del centro di Venezia diminuisce di circa mille persone.

libro-settisIntanto, milioni di turisti ci passano per poco tempo, migliaia di case sono usate solo per qualche periodo di vacanza, le attività economiche si concentrano sull’offerta di servizi al volo per chi passa di lì.

Il sistema di governo della città non è aperto e visionario come meriterebbe un luogo tanto significativo e le posizioni di rendita prevalgono. Venezia è un punto di domanda che assomiglia all’insieme dell’Italia in versione estremizzata.

Salvatore Settis ha dedicato al tema un libro ispirato: Se Venezia muore, Einaudi. Il grande Nordest ha bisogno della sua città leader (vedi l’appello che merita una discussione di Venezie Post) anche per approfondire la relazione tra il territorio e il mondo. E le potenzialità sono straordinarie come mostrano le analisi bellissime – spesso centrate su aziende venete – di Marco Bettiol in Raccontare il made in Italy, Marsilio. La Biennale continua a dimostrarsi un attrattore di qualità tutto da valorizzare. Il nuovo M9 si presenta come un motore di sviluppo intelligente. Su tutto questo occorre tornare. La sfida per il nuovo sindaco non è che una delle molte da tenere d’occhio. Ma di certo da qui passa una delle questioni fondamentali per l’intero paese.

L’analfabetismo digitale va affrontato più in nome della cultura che della tecnologia

L’analfabetismo digitale non è una menomazione che affligge chi non sa usare internet e le piattaforme digitali. E non va combattuto insegnando a usare internet e le piattaforme digitali. L’analfabetismo digitale è la mancanza della capacità di produrre attivamente conoscenza attraverso le tecnologie digitali che deriva dalla credenza secondo la quale le tecnologie digitali sono quello che sono e occorre soltanto imparare a usarle. Distinzione troppo sottile? Eppure è da questa distinzione che passa il valore fondamentale: diffondere la cultura digitale per liberare le potenzialità delle persone e non semplicemente per ingrandire il mercato digitale.

C’è chi dice: iniziamo a insegnare a quel 35% circa di italiani che non usano internet l’arte di consultare la rete, di pigiare i bottoni, di toccare gli schermi e così li libereremo dall’analfabetismo. Ma usare le macchine così come sono, adattandosi alle macchine, non è conoscere il linguaggio, la grammatica, le potenzialità dell’internet. E’ semplicemente scoprire una nuova dimensione del consumo. Forse, è come imparare a guidare un’auto: serve, certamente, ma non è un diritto umano. Casomai è un diritto di tutti che chi guida, per esempio, conosca bene il codice della strada e impari il valore del rispetto delle regole. L’equivalente del codice della strada in internet è un sistema complesso di regole, consuetudini, norme implicite nel software, potenzialità tecniche. Può sembrare paradossale, ma diffondere l’utilizzo delle tecnologie non è necessariamente un valore se avviene in modo acritico, lanciando semplicemente nuovi users nelle piattaforme. L’analfabetismo digitale riguarda l’uso critico delle tecnologie, la conoscenza dei loro meccanismi e di ciò che fanno agli utenti, la consapevolezza che le tecnologie digitali sono diverse dalle altre essenzialmente perché si possono modificare e innovare costantemente. Solo così impararle è liberatorio.

E’ come imparare un linguaggio. Non si impara a leggere se non si impara a scrivere e a parlare.

Il giusto combattimento contro l’analfabetismo digitale non è dunque rivolto al 35% dei non utenti per trasformarli in utenti, consumatori, oggetti passivi di un mercato. E’ rivolto alla maggioranza di utenti e non utenti che non riescono a esprimersi attivamente di fronte alle tecnologie. Quindi l’analfabetismo digitale non si combatte con un atteggiamento paternalista, non va corretto con interventi elementari, non va combattuto frontalmente come se fosse sempre e soltanto un fenomeno di sottosviluppo. L’analfabetismo digitale può essere combattuto rendendo migliori le piattaforme in modo che siano sempre più liberatorie, mostrino trasparentemente i loro meccanismi, spieghino bene ciò che fanno delle informazioni che gli utenti vi pubblicano. E diffondendo e facilitando le tecnologie che consentono a chi voglia di esprimersi innovando con il digitale, non soltanto di usarlo. Quindi l’analfabetismo digitale si combatte con rispetto e umiltà nei confronti di chi non usa attivamente il digitale, partendo dal miglioramento delle piattaforme, delle interfacce, degli strumenti. Prima di portare i non utenti a “lezione” è meglio che chi sinceramente crede nel digitale come tecnologia potenzialmente liberatoria si concentri sull’innovazione dell’accessibilità, della trasparenza, della qualità contenutistica.

Perché in fondo, non è l’analfabetismo digitale che conta. E’ l’analfabetismo funzionale che colpisce forse persino più persone e che fondamentalmente riguarda chi sa leggere ma non comprende ciò che legge. Un analfabetismo che non si manifesta nella dimensione tecnica ma in quella culturale. E che si vince non con la diffusione di lezioncine elementari sulle vocali e le consonanti, ma con grandi lezioni critiche. Del resto, coloro che si sentono alfabetizzati – digitalmente e funzionalmente – sanno che quello della comprensione è un processo infinito e profondo. E dovrebbero pensare allo stesso modo quando tentano di includere gli altri nello stesso processo. E se lo si pensa così, allora il combattimento contro l’analfabetismo digitale si tradurrà nel più ampio combattimento contro l’analfabetismo funzionale, al quale gli ultimi decenni di concentrazione sulla televisione commerciale non hanno certo rivolto molta attenzione. Imho.

Vedi anche:
Analfabetismo
Analfabetismo funzionale in Italia
Così l’Italia si gioca il futuro
Volevamo battere la Corea. Il disordine mentale delle nuove norme su internet ha conseguenze. Occorre una valutazione di impatto digitale
Giovannini. Scegliere il futuro. Basandosi sui fatti
Chiose alla frontiera dell’istruzione informale

A Napoli per cominciare il racconto dell’innovazione con i grant offerti dalla St e la mentorship di Nòva

Il 26 febbraio, ad Arzano, il laboratorio per la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti e tecnologie della StMicroelectronics ospita una mattinata di presentazioni sull’innovazione nel napoletano e in Campania. Sarà l’occasione per lanciare anche le attività dei giovani che racconteranno l’innovazione in quel territorio con la mentorship e la piattaforma di Nòva. L’occasione sembra piuttosto rilevante.

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