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Homo pluralis, oggi a Pisa

Grazie per questa bellissima riunione di oggi!

Alle 17:00, oggi alla libreria Blu Book, via Toselli 23, Pisa: Homo pluralis con Emanuele Baldacci, Adriano Fabris, Alberto Di Minin, Dino Pedreschi.  

Scrivono gli organizzatori:

Venerdì 10 aprile, alle ore 17, alla libreria Blu Book di Pisa, in via Toselli 23, il giornalista e scrittore Luca De Biase presenterà il suo libro “Homo pluralis. Essere umani nell’era tecnologica”. Ne discuteranno con lui il filosofo Adriano Fabris e l’informatico Dino Pedreschi, entrambi docenti dell’Università di Pisa, Alberto Di Minin, professore di Management della Scuola Superiore Sant’Anna, ed Emanuele Baldacci, direttore delle reti di produzione e ricerca dell’ISTAT. L’evento è promosso dall’Università di Pisa, dall’Associazione La Nuova Limonaia e dal Laboratorio SoBigData.
Con “Homo pluralis” Luca de Biase propone una riflessione sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente digitale che lo circonda, fatto di mercati finanziari automatizzati, relazioni umane mediate dai like su Facebook, un flusso d’informazioni incessante e invadente e protesi digitali che arricchiscono l’esperienza. In questo mondo, le macchine sembrano conquistare funzioni sempre più autonome dall’intervento dell’uomo, e le piattaforme online sulle quali ci informiamo e coordiniamo impongono i loro algoritmi, mentre raccolgono e analizzano enormi quantità di dati imparando dagli utenti. È una dinamica evolutiva digitale che richiede un drastico adattamento culturale: la necessità per l’uomo di diventare cittadino consapevole di questo nuovo ambiente digitale, imponendo la propria creatività, intelligenza e senso etico, e di conquistare così una dimensione più autentica. Perché, nelle parole di De Biase, “la tecnologia va più veloce degli umani, ma gli umani possono imparare ad andare più lontano.”​

Salute come filone innovativo e luogo delle decisioni controverse

E’ un filone di innovazione incredibilmente grande e dinamico, la salute. Le tecnologie attuali si stanno concentrando sulla distribuzione di soluzioni per la cura delle malattie e sul miglioramento preventivo delle condizioni di salute. VentureScanner a questo proposito segnala oltre 500 società finanziate complessivamente con 7 miliardi. L’estensione dei temi suggerisce una vastità di possibili sviluppi:

•Clinical Administration and Backend
•Digital Medical Devices and Diagnostics
•Population Health Management
•Electronic Health / Medical Records
•IOT Health Care
•Medical Big Data
•Genomics
•Doctor and Healthcare Service Search
•TeleHealth
•Patient Engagement and Education
•Remote Monitoring and Family Care Management
•Doctor Network and Resources
•Online Health Destination Sites
•Healthcare Marketing and Campaign Management
•Mobile Fitness / Health Apps
•IOT Fitness and Lifestyle
•Online Health Communities
•Healthcare Mobile Communications / Messaging
•Healthcare Robotics

In Italia, il filone è indagato abbondantemente ma ancora manca un polo di attrazione, se mai ce ne sarà uno. Di certo, il nostro costoso sistema sanitario ha bisogno di “cure” a base di innovazione, con obiettivi di risparmio e miglioramento qualitativo del servizio. E poiché siamo anche un paese di “fai-da-te” ci sono molte possibilità per ogni attività di community building. Ma c’è anche abbondanza di innovazione tecnologica. Big data, robot, farmaceutica, piattaforme… Varrebbe la pena di fare un quadro complessivo. Si tratta in ogni caso di un settore molto dinamico anche qui.

Si tratta peraltro di un settore destinato a essere anche supercontroverso. Il passato è costellato di problemi su Big Pharma, Big Tobacco, industrie inquinanti, e così via. Ma poiché ormai assistiamo a una convergenza tra salute, benessere, sicurezza, prevenzione, qualità dell’ambiente, della cultura, delle relazioni sociali, il tema diventa sempre più “politico”. C’è da aspettarsi molta discussione. Molti pregiudizi. Molta fatica. Anche perché la salute sembra una questione che lascia pochi spazi al compromesso, anche se di compromesso è destinata a vivere. Siamo di fronte a grandi cambiamenti di mentalità anche da questo punto di vista. E segni non mancano.

Antonio Casilli (BodySpaceSociety) segnala il tema dei siti nei quali si tratta di anoressia e disturbi connessi all’alimentazione. Il suo studio estensivo dimostra quanto il tema sia profondo: [Report] Young internet users and eating disorder websites: beyond the notion of “pro-ana”. E invita a discutere le decisioni prese dal parlamento francese in materia, con la censura dei siti che possono essere visti come favorevoli a comportamenti eccessivi in tema di alimentazione (Libération).

Eugenio Santoro (Mario Negri) studia i metodi con i quali si possono valutare le conseguenze delle soluzioni tecnologicamente più diffuse sulla salute tentando di trovare un approccio simile a quello che da tempo si dedica alla valutazione dell’efficacia dei farmaci. Se ne parlerà al Festival del giornalismo di Perugia.

Cristina Cenci dedica il suo blog a informare su come stia cambiando il discorso sociale sulla salute e la malattia. Giuliano Castigliego a sua volta informa su psicoanalisi, psichiatria e narrativa nel contesto digitale.

Siamo molto avanti con i fatti. Stiamo cercando le parole. Questi e altri pionieri stanno indagando un territorio della nostra mentalità che è ancora denso di tabù, pregiudizi, problemi veri e tante inutili polemiche. C’è da innovare: sia nella tecnologia che nel pensiero. Ed è un grandissimo compito. Grazie a chi se ne sta occupando con tanta autentica attenzione.

Diritti in internet e pensieri, verso la nuova bozza di Dichiarazione

Si è conclusa la fase di consultazione pubblica e le audizioni per arrivare a una nuova bozza di Dichiarazione dei diritti in internet (Camera). Ora la Commissione dovrà lavorare per integrare i suggerimenti. Poi si deciderà che cosa fare.

In questo percorso ho imparato che è molto difficile arrivare a qualcosa di veramente condiviso. Ed è già straordinario il percorso compiuto fin qui. Giustamente Arturo Di Corinto sottolinea che un compito di questo genere vale l’impegno che richiede. Il problema è quasi inestricabile se si tenta di risolvere ogni nodo: armonizzare gli interessi contrastanti, definire i diritti, tener conto delle condizioni politiche, guardare lontano e non ingabbiarsi in questioni di piccolo cabotaggio e persino superare in chiave costruttiva l’impeto polemico spesso alimentato da chi è contro per definizione a qualunque cosa non sia pensata sotto il suo cappello. L’unica strada è alzare il livello del dibattito e contribuire all’approfondimento della consapevolezza diffusa intorno alle questioni affrontate dalla Dichiarazione. Nella speranza di contribuire alla cultura dell’innovazione anche negli ambienti che elaborano le nuove regole per l’ecosistema dell’internet.

L’Italia sta compiendo un suo percorso in materia. Va collegato con quanto si fa a livello internazionale. E deve emergere un metodo per portare queste riflessioni alla concretezza necessaria per entrare efficacemente e correttamente nel sistema normativo. Storia lunga. Anche perché non si parla di norme semplici ma di meccanismi di ordine “costituzionale”: non servono a regolare i cittadini della rete ma le istituzioni, pubbliche e private, che generano le regole. Almeno si può sperare che la discussione alta sui diritti possa ridurre le probabilità che le forze politiche facciano proposte banalizzanti di regolamentazione della rete.

Una difficoltà specifica è data dalla confusione e la veloce evoluzione dei concetti rilevanti. I diritti fondamentali non cambiano, ma il contesto nel quale si sviluppano effettivamente cambia. La rete paradossalmente ne facilita alcuni e ne comprime altri. Mentre fa emergere nuove dimensioni delle relazioni umane che non possono essere tralasciate.

Queste nuove dimensioni sono importanti quanto sottili. La rete impone riflessioni per esempio su un tema come lo spazio intersoggettivo, che riguarda l’insieme della persona e dei suoi legami con gli altri, individuato dalle scienze cognitive, la psicologia e la teoria delle reti, appunto. Spesso i diritti fondamentali sono pensati partendo dall’idea che riguardano lo sviluppo degli individui. Ma il passaggio dalla dimensione individuale a quella collettiva non è un mero salto di contesto: si arricchisce dell’intreccio dei collegamenti tra le persone la cui importanza è testimoniata dal grafo sociale che garantisce il valore di Facebook. In questo senso, i diritti fondamentali riguardano le persone e i loro legami quando sono parte integrante delle persone stesse. Vedendola in questa maniera, per esempio, la netneutrality non solo è una precondizione per lo sviluppo dei diritti delle persone ma è anche un diritto che riguarda la libertà dei loro legami sviluppati nella rete. Lo stesso si potrebbe dire a maggior ragione per l’interoperabilità delle piattaforme che, per esempio, potrebbe significare che il profilo personale degli utenti dovrebbe appartenere alle persone e forse anche i legami che intrattengono con gli altri dovrebbero essere parte del concetto di privacy. In fondo il diritto all’oblio per ora si configura come un diritto che riguarda i link… Frontiere concettuali che non si difendono da sole di fronte alle critiche delle menti profonde che le affrontano. Ma queste riflessioni, prima o poi, andranno assorbite anche nel dibattito politico. Se mai questo avverrà, qualcuno forse ricorderà che il ricco dibattito sulla Dichiarazione dei diritti in internet ha dato il suo contributo. D’altra parte, l’idea della valutazione di impatto digitale come precondizione di ogni nuova normativa che riguardi internet discende dall’idea che internet sia un ecosistema e che la sua principale ricchezza discenda dalla capacità di pensarlo e gestirlo come “bene comune”: non è un diritto individuale ma l’estensione di un diritto che riguarda l’ambiente. Temi che altri comprendono certamente meglio ma la cui importanza è dimostrata ogni giorno che si vive con la rete.

Non parliamo abbastanza della Transatlantic Trade and Investment Partnership

Un video da rivedere. Il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ospite del Parlamento italiano nel 24 settembre 2014, ragiona sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Ed è profondamente critico su come viene interpretato da una parte degli americani. Sarà bene che gli europei ci pensino. Stiglitz dice che gli americani vogliono chiedere protezione per i loro futuri investimenti in Europa dalle regole che gli europei possono introdurre – o hanno già introdotto – e che li penalizzano. Mi pare che non ci si rifletta abbastanza pubblicamente: quindi anche se il video ha qualche mese, il suo interesse resta intatto, mi pare. L’informazione viene da Voci dall’estero. Ovviamente sarebbe interessante avere anche più informazioni favorevoli: finora ho trovato soprattutto critiche.

Vedi anche:
TTIP: The EU-US trade deal explained – BBC
What is TTIP? And six reasons why the answer should scare you – The Independent
The corporation invasion – Le Monde Diplomatique (en)

Transatlantic Trade and Investment Partnership (T-TIP) – Us Government
Transatlantic Trade and Investment Partnership – Commissione europea

Diritti in internet alla Camera (breve aggiornamento)

La consultazione sulla bozza di Dichiarazione dei diritti in internet sta per terminare. Le audizioni della Commissione terminano, per questa fase, oggi. L’iniziativa – che è fondamentalmente culturale – ora prosegue mettendo a frutto i suggerimenti raccolti per arrivare a una nuova bozza. E poi l’elaborazione dovrà svilupparsi a livello europeo. Il percorso è chiaro. Lo sforzo è grande. L’obiettivo è buono. Speriamo che i migliori suggerimenti continuino ad arrivare a questa iniziativa: che come minimo può essere vista come un movimento per la consapevolezza delle relazioni tra l’evoluzione di internet e lo sviluppo umano. La consapevolezza è il primo passo. Il codice può forse seguire (prima come software e poi come regola..)..

Sulla corruzione. Lawrence Lessig

Lawrence Lessig parla della corruzione del sistema democratico americano (video su Vimeo). Finissimo.

Se la sfida intellettuale e politica è alta occorrono menti elevate. In paesi come il nostro serve meno finezza per riconoscere la corruzione.

La bella scuola

A Rinascimente si espone la “bella scuola” che coinvolge la mente, il corpo e il cuore nell’educazione. Commovente esordio con musica e acrobazie tenerissime dei bambini. E prosecuzione con i valori di un movimento che conta sulla dedizione degli insegnanti. Ecco il manifesto.

Diritto d’accesso e servizio universale. Temi linkati

Quanto al piano ultrabanda sembra si sia discusso di servizio universale a 30 mega. Poi non si è stabilito nulla, almeno per ora. Nel frattempo esiste un dibattito sul diritto all’accesso, inteso come diritto umano alla possibilità di partecipare a grande bene comune della conoscenza che è internet. In Italia ne promotore soprattutto Stefano Rodotà. Il tema è in consultazione nell’ambito della bozza di Dichiarazione dei diritti in internet. Questo post è solo un link tra i due temi.

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Questi temi meritano approfondimenti. Chissà se i commentatori vorranno aggiungere link. Vedi:
Rodotà via Sarzana e Wired
Diritto accesso, Treccani
Accantonato il servizio universale, per ora

Venezia Italia

Venezia si spopola. In un centro storico fatto per circa 150 mila persone e che nel 1951 era abitato da 175 mila persone, oggi vivono 56 mila persone. Ogni anno, da tre anni a questa parte, la popolazione del centro di Venezia diminuisce di circa mille persone.

libro-settisIntanto, milioni di turisti ci passano per poco tempo, migliaia di case sono usate solo per qualche periodo di vacanza, le attività economiche si concentrano sull’offerta di servizi al volo per chi passa di lì.

Il sistema di governo della città non è aperto e visionario come meriterebbe un luogo tanto significativo e le posizioni di rendita prevalgono. Venezia è un punto di domanda che assomiglia all’insieme dell’Italia in versione estremizzata.

Salvatore Settis ha dedicato al tema un libro ispirato: Se Venezia muore, Einaudi. Il grande Nordest ha bisogno della sua città leader (vedi l’appello che merita una discussione di Venezie Post) anche per approfondire la relazione tra il territorio e il mondo. E le potenzialità sono straordinarie come mostrano le analisi bellissime – spesso centrate su aziende venete – di Marco Bettiol in Raccontare il made in Italy, Marsilio. La Biennale continua a dimostrarsi un attrattore di qualità tutto da valorizzare. Il nuovo M9 si presenta come un motore di sviluppo intelligente. Su tutto questo occorre tornare. La sfida per il nuovo sindaco non è che una delle molte da tenere d’occhio. Ma di certo da qui passa una delle questioni fondamentali per l’intero paese.

L’analfabetismo digitale va affrontato più in nome della cultura che della tecnologia

L’analfabetismo digitale non è una menomazione che affligge chi non sa usare internet e le piattaforme digitali. E non va combattuto insegnando a usare internet e le piattaforme digitali. L’analfabetismo digitale è la mancanza della capacità di produrre attivamente conoscenza attraverso le tecnologie digitali che deriva dalla credenza secondo la quale le tecnologie digitali sono quello che sono e occorre soltanto imparare a usarle. Distinzione troppo sottile? Eppure è da questa distinzione che passa il valore fondamentale: diffondere la cultura digitale per liberare le potenzialità delle persone e non semplicemente per ingrandire il mercato digitale.

C’è chi dice: iniziamo a insegnare a quel 35% circa di italiani che non usano internet l’arte di consultare la rete, di pigiare i bottoni, di toccare gli schermi e così li libereremo dall’analfabetismo. Ma usare le macchine così come sono, adattandosi alle macchine, non è conoscere il linguaggio, la grammatica, le potenzialità dell’internet. E’ semplicemente scoprire una nuova dimensione del consumo. Forse, è come imparare a guidare un’auto: serve, certamente, ma non è un diritto umano. Casomai è un diritto di tutti che chi guida, per esempio, conosca bene il codice della strada e impari il valore del rispetto delle regole. L’equivalente del codice della strada in internet è un sistema complesso di regole, consuetudini, norme implicite nel software, potenzialità tecniche. Può sembrare paradossale, ma diffondere l’utilizzo delle tecnologie non è necessariamente un valore se avviene in modo acritico, lanciando semplicemente nuovi users nelle piattaforme. L’analfabetismo digitale riguarda l’uso critico delle tecnologie, la conoscenza dei loro meccanismi e di ciò che fanno agli utenti, la consapevolezza che le tecnologie digitali sono diverse dalle altre essenzialmente perché si possono modificare e innovare costantemente. Solo così impararle è liberatorio.

E’ come imparare un linguaggio. Non si impara a leggere se non si impara a scrivere e a parlare.

Il giusto combattimento contro l’analfabetismo digitale non è dunque rivolto al 35% dei non utenti per trasformarli in utenti, consumatori, oggetti passivi di un mercato. E’ rivolto alla maggioranza di utenti e non utenti che non riescono a esprimersi attivamente di fronte alle tecnologie. Quindi l’analfabetismo digitale non si combatte con un atteggiamento paternalista, non va corretto con interventi elementari, non va combattuto frontalmente come se fosse sempre e soltanto un fenomeno di sottosviluppo. L’analfabetismo digitale può essere combattuto rendendo migliori le piattaforme in modo che siano sempre più liberatorie, mostrino trasparentemente i loro meccanismi, spieghino bene ciò che fanno delle informazioni che gli utenti vi pubblicano. E diffondendo e facilitando le tecnologie che consentono a chi voglia di esprimersi innovando con il digitale, non soltanto di usarlo. Quindi l’analfabetismo digitale si combatte con rispetto e umiltà nei confronti di chi non usa attivamente il digitale, partendo dal miglioramento delle piattaforme, delle interfacce, degli strumenti. Prima di portare i non utenti a “lezione” è meglio che chi sinceramente crede nel digitale come tecnologia potenzialmente liberatoria si concentri sull’innovazione dell’accessibilità, della trasparenza, della qualità contenutistica.

Perché in fondo, non è l’analfabetismo digitale che conta. E’ l’analfabetismo funzionale che colpisce forse persino più persone e che fondamentalmente riguarda chi sa leggere ma non comprende ciò che legge. Un analfabetismo che non si manifesta nella dimensione tecnica ma in quella culturale. E che si vince non con la diffusione di lezioncine elementari sulle vocali e le consonanti, ma con grandi lezioni critiche. Del resto, coloro che si sentono alfabetizzati – digitalmente e funzionalmente – sanno che quello della comprensione è un processo infinito e profondo. E dovrebbero pensare allo stesso modo quando tentano di includere gli altri nello stesso processo. E se lo si pensa così, allora il combattimento contro l’analfabetismo digitale si tradurrà nel più ampio combattimento contro l’analfabetismo funzionale, al quale gli ultimi decenni di concentrazione sulla televisione commerciale non hanno certo rivolto molta attenzione. Imho.

Vedi anche:
Analfabetismo
Analfabetismo funzionale in Italia
Così l’Italia si gioca il futuro
Volevamo battere la Corea. Il disordine mentale delle nuove norme su internet ha conseguenze. Occorre una valutazione di impatto digitale
Giovannini. Scegliere il futuro. Basandosi sui fatti
Chiose alla frontiera dell’istruzione informale

A Napoli per cominciare il racconto dell’innovazione con i grant offerti dalla St e la mentorship di Nòva

Il 26 febbraio, ad Arzano, il laboratorio per la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti e tecnologie della StMicroelectronics ospita una mattinata di presentazioni sull’innovazione nel napoletano e in Campania. Sarà l’occasione per lanciare anche le attività dei giovani che racconteranno l’innovazione in quel territorio con la mentorship e la piattaforma di Nòva. L’occasione sembra piuttosto rilevante.

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Orgoglio docente

«No school can be better than those who work in it» dice l’Economist. Scuole con insegnanti che non ci credono più, società che non valorizzano e rispettano gli educatori, sistemi pubblici che hanno dimenticato la missione per il bene comune, non servono al futuro, abbattono il morale e il senso dell’educazione. Mentre tutti noi ricordiamo quell’insegnante consapevole della sua missione che tanta parte ha avuto nell’appassionarci alla conoscenza. E che così ha indirizzato la nostra esistenza.

In Finlandia e in Corea gli insegnanti sono rispettati e molti grandi professionisti scelgono di fare gli insegnanti. Altrove non è così, ma evidentemente è possibile che sia così.

Una riforma della scuola può avvenire. E deve assolutamente avvenire. Anche in questo paese. Ma come in ogni paese, deve avere una bussola: ripristinare il rispetto per la professione dell’educatore a tutti i livelli. Forse non può partire dallo Stato. Forse deve partire da associazioni e nuove iniziative orientate al bene comune. Ma lo Stato ne deve essere consapevole, come l’impresa. E dare una mano.

Vedi:
Teach for America
Teach first
Economist: High-fliers in the classroom

Vedi anche:
Impara digitale
Fondazione Amiotti
La buona scuola

update: Alcuni commenti su Twitter mi dicono che invece deve partire proprio dallo Stato. Il fatto è che lo Stato negli ultimi trent’anni è stato il punto di partenza del processo che ha reso meno rispettata la professione dell’educatore. E ovviamente rispondeva a una quantità piuttosto complessa di dinamiche: la spinta dell’iperliberismo, la spinta dei valori sospinti dalla pubblicità e le televisioni commerciali, la spinta dei partiti “anti-stato”, e così via. Niente può togliere di mezzo la responsabilità dello Stato e soprattutto di cui lo guida. Ma chi guida lo stato non può che interpretare i giochi di forza e le evoluzioni culturali della società. Per questo dicevo che la responsabilità delle persone che vivono nella società e delle forme con le quali si associano non può essere tralasciata. Anzi, forse il cambio di rotta può avvenire a partire da spinte che vengono dalla società. Se aspettiamo che sia “lo Stato” non meglio identificato a prendere l’iniziativa probabilmente nel vuoto si una società distratta e disimpegnata o peggio passiva e succube, allora dovremo aspettare a lungo. L’ipotesi – perché di questo si tratta – è dunque che una mobilitazione costruttiva parta dalla società, con la spinta magari del sistema delle imprese che comprendono la situazione, e arrivi a chi guida lo Stato come un’onda tanto sferzante da trascinare via i “muri di gomma” dei quali è fatta tanta parte dello Stato e dia forza ai leader che possono davvero cambiare la situazione. Ma il rispetto per gli insegnanti – penso – parte da tutti noi: persone, insegnanti, associazioni. Imho.

Usa e Uk pensano a tassare correttamente i giganti di internet

La famosa web-tax all’italiana di qualche tempo fa non ha avuto successo: perché era una soluzione sbagliata a un problema giusto. In modi diversi, Usa e Uk stanno pensando allo stesso problema.

In Uk lo schema è quello di combattere i sistemi con i quali si deviano i profitti dal paese che li ha generati al paese che li tassa meno. George Osborne, cancelliere dello Scacchiere britannico, ha proposto una legge per tassare in Uk il valore aggiunto generato dai giganti internet e le società che usano sistemi simili ai loro per ridurre il carico fiscale sfruttando le caratteristiche dell’economia immateriale. I giganti di internet protestano vigorosamente, ma non c’è scandalo nel dibattito britannico. Perché la tecnica proposta è piuttosto sensata.

US multinationals fight UK chancellor George Osborne’s Google tax (Ft)

In Usa, il tentativo è quello di tassare i capitali liquidi accumulati all’estero dai giganti tecnologici e le società che usano sistemi simili per non riportare in America i profitti che generano. Riguarda Apple e Cisco ma non solo.

Cisco reports best revenue growth for 3 years

Evidentemente, quei paesi non sono “nemici del business”. Ma quando si pongono il problema di tassare chi elude troppo esageratamente le tasse, cercano di trovare una tecnica fiscale adeguata. Studiando un po’, forse, anche l’Italia potrebbe riprendere in considerazione il problema, per trovare una soluzione giusta.

Per il background sulla web-tax:
Commento costruttivo sulla raffica di misure relative a internet prese in questi giorni in Italia (con Paolo Barberis)
Dopo la webtax, prima di una soluzione: come gestire gli elusori internazionali?

La copertura mediatica sulla votazione per l’unità d’Italia digitale – #nazzarenostaisereno

L’immagine emersa sui media oggi della discussione alla Camera di ieri in materia di riforma costituzionale è stata concentrata sulle immagini dei deputati che gettano i fogli di carta per terra, che protestano, che litigano. Tutta la lettura dei fatti è andata nel frame “fine del patto del nazzareno”. Eppure ieri è stato il giorno in cui per la prima volta una riforma costituzionale è stata approvata all’unanimità dai deputati. Un fatto straordinario del quale in rete si parla moltissimo e con grande soddisfazione (perché riguarda l’attribuzione allo Stato delle competenze di coordinamento di tutta l’azione digitale pubblica, evitando l’attuale dispersione di azioni tra vari enti locali, vedere il verbale della seduta). Un fatto che contraddice il frame prevalente e che quindi esce un po’ troppo poco sui media.

In questo momento via Google News si vede che ne hanno parlato:
Webnews
DDay
CorCom
Il Sole 24 Ore
Punto Informatico
Webmasterpoint

Sicuramente ne hanno parlato anche altri. Di certo ne hanno parlato molto di più su Twitter, Facebook e blog, a partire da Mante e da questo blog.

La chiosa è questa. Il frame è più importante del fatto. L’immagine interpretativa semplificata del momento politico non può essere messa in discussione da un fatto che la contraddice dipingendo il Parlamento come un’istituzione capace di una sua libertà di dibattito e di un suo potere d’azione politica: in questo caso la politica parlamentare è riuscita a imporre una decisione più creativa di quella che sembrava provenire dalle posizioni dei partiti e del governo. Il frame è una semplificazione. E va bene. Ma quando è una banalizzazione non va bene. Quando oscura i fatti ancora meno.

Anche perché questo fatto ha un’infinità di implicazioni. Se non capisco male, la nuova norma costituzionale concentra sullo Stato il compito di coordinare la strategia e l’azione digitale di tutto il settore pubblico, regioni comprese. Prima si limitava alle questioni relative alla standardizzazione del trattamento dei dati. E’ stata ripresentata da Forza Italia nel momento in cui Stefano Quintarelli di Scelta Civica rinunciava all’emendamento. Ed è stata votata anche dalla Lega (che quindi accetta un emendamento “centralizzatore”). Ed è piaciuta al Movimento 5 Stelle, che l’ha votata convintamente e pragmaticamente, nonostante avesse quella provenienza. E poi il moto parlamentare è riuscito a farsi ascoltare dal Governo, che in quel momento sembrava deciso a tutto pur di non perdere tempo e che invece si è fermato a riflettere. Sicché alla fine anche il Pd ha votato la proposta. La “fine del nazzareno” non ha impedito agli eletti di pensare e decidere bene. All’unanimità. Una scena troppo bella perché non se ne dia conto attentamente sui media. Il che probabilmente avverrà. Sanremo è stata un motivo di distrazione, ma si può ancora rimediare.

Ecco qui il video del dibattito in aula:

Unanimità per l’unità digitale d’Italia. Vittoria costituzionale di Quintarelli e Palmieri

È passato, all’unanimità, un emendamento all’art. 117.r della Costituzione dove si parla della divisione dei poteri tra Stato centrale ed enti locali a proposito del digitale. L’articolo dava competenza esclusiva allo Stato sul “coordinamento informatico dei dati della PA”. Solo dei dati, non dei processi o delle infrastrutture. Il che generava duplicazioni, scarsa interoperabilità e altri errori architetturali.

Stefano Quintarelli e Paolo Coppola hanno presentato un emendamento che semplificava la questione attribuendo allo Stato “il coordinamento informatico della PA”.

Era un emendamento destinato a soffocare nella macchina di approvazione di altre riforme costituzionali. Per la fretta di andare avanti, il governo spinge per eliminare ogni discussione non strettamente necessaria. Coppola deve obbedire. E si giunge alla discussione in aula. Il racconto di Quintarelli è emozionante. Annuncia il ritiro dell’emendamento motivandolo con il suo primo discorso alla Camera. Antonio Palmieri prende la parola e fa suo l’emendamento spiegandone le ragioni e dimostrando che riguarda una modifica davvero essenziale della distribuzione dei poteri. Gli altri gruppi parlamentari lo sostengono. Anche M5S. Addirittura la Lega. Alla fine anche il governo deve dedicare un momento di attenzione alla sostanza dell’emendamento e si accorge che non può non approvarlo. E l’emendamento passa all’unanimità.

Quintarelli ha visto la storia passare davanti ai suoi occhi e ne ha scritto una pagina. Gli altri deputati l’hanno letta al volo e uno dopo l’altro hanno firmato il loro contributo. Il Parlamento ha dimostrato il ruolo che merita. Il governo ha dimostrato che può anche cambiare idea quando è bene che lo faccia. La Costituzione migliora. E l’agenda digitale degli italiani si fa più unitaria. Da leggere il verbale della seduta. In attesa del racconto di Quintarelli cui va un grandissimo applauso!