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Come funziona questa storia dei grant da 3000 euro proposti da Nòva? Domande e risposte frequenti

Vuoi una borsa di studio di 3mila euro per lavorare sei mesi alla ricerca degli innovatori e raccontare quello che trovi su Nòva, Sole 24 Ore? L’opportunità è aperta, in questa prima edizione dei NòvaGrant, fino a fine gennaio 2015.

Magari ti incuriosisce. In questo caso, di certo ti domandi: “In che cosa consiste l’impegno richiesto a chi vince questa borsa”? “Quanto tempo dovrei dedicare a questa iniziativa”? “Chi mi guida nella ricerca”? “Che genere di persone dovrei incontrare”? “Come le dovrei raccontare”? “Che cosa devo fare per essere selezionato”? “Ho i requisiti richiesti”? “Come mando la mia candidatura e chi mi seleziona”? “Che beneficio ne traggo”?

Qui raccolgo le risposte a queste domande.

Se ti interessa partecipa: puoi anche mandare la tua risposta a grant.nova@ilsole24ore.com. Ma vediamo prima di che si tratta.

Perché si parla di innovazione?

Come si costruisce il futuro? Che cosa può cambiare il quadro delle possibilità offerte ai giovani, alle imprese, ai ricercatori, ai cittadini? Che cosa può accelerare la crescita dell’economia, la modernizzazione della società, il miglioramento della qualità culturale in questo paese? Come si aprono le possibilità di lavoro e sviluppo personale dei giovani in Italia? La parola sintetica di chi risponde con i fatti a queste domande è innovazione.

Ma chi la fa? Dove? Con quali mezzi? Con quale visione? E soprattutto: come si distingue la fuffa dalla realtà, quella che davvero costruisce il futuro?

Fino a che ne parlano soltanto gli esperti tra loro la questione sembra confinata agli addetti ai lavori. Fino a che ne parlano soltanto i demagoghi che se ne riempiono la bocca lascia il tempo che trova. Cambia le cose: parlane tu. Dopo aver fatto un lavoro vero per conoscere chi la fa, perché la fa, come la fa.

Se sei interessato, Nòva ha pensato a una soluzione. Ci sono alcuni sponsor dell’iniziativa: Banca Intesa, Unipol, StMicroelectronics. Questi offrono le borse. In otto città ci sono dei mentor, delle guide che di insegnano a trovare gli innovatori, a valutarne l’importanza, a entrare in contatto.

Se vinco la borsa, come si svolge il lavoro?

Chi vince la borsa lo saprà entro la metà di febbraio. Ci incontreremo intorno a quella data per conoscerci meglio e metterci bene d’accordo. Ci sarò io per Nòva e ci saranno le persone che nelle varie città si occuperanno di te.

Chi sono queste persone?

A Torino c’è l’incubatore del Politecnico, I3P: ambiente serissimo e gentile, di grande qualità, dove nascono imprese di valore e dove ci sono persone dedicate a riconoscere le buone idee e i team validi.

A Genova c’è l’IIT un grandissimo centro di ricerca di importanza mondiale, dove si fanno robot e nuovi materiali, dove le persone sono proiettate nel futuro.

A Pisa c’è il centro dell’università che si occupa di Big Data: chi impara a conoscere quello che si può fare con l’enorme flusso di dati che si sviluppano su internet trova opportunità di lavoro importanti.

A Napoli c’è il centro di progettazione della StMicroelectronics, la più grande e bella realtà dell’elettronica italiana.

A Perugia ci sono i professori dell’università per stranieri che si dedicano alla ricerca sulla comunicazione in un ambiente internazionale.

A Bologna ci sono i mentor di Kilowatt, una realtà molto attiva nell’innovazione in città e ci sono i contatti già stretti con il Comune, la fondazione Golinelli, la stessa Unipol, l’università e molte altre iniziative.

A Venezia c’è H-Farm un acceleratore di imprese innovative che si trova in un luogo magico nella campagna tra la laguna e Treviso e che è popolata da imprenditori e mentor di primissimo livello.

A Milano ci siamo noi di Nòva che ti indirizziamo a tutte le realtà locali da conoscere, con l’aiuto del Comune, di TalentGarden, della Bocconi e del Politecnico, dell’Assolombarda e di molte altre realtà locali.

In tutti questi luoghi ci saranno persone che penseranno alla tua esperienza di quei sei mesi. Ti aiuteranno a trovare gli innovatori da conoscere. A valutarne il lavoro. A comprenderne il percorso.

E poi andrai a trovare quegli innovatori, dovrai scriverne, oppure tirarne vuori un video: e in quella fase ci saremo noi di Nòva a indicarti come fare e soprattutto ad ascoltare le tue proposte. Per garantire a te e ai lettori che quello che proporrai all’attenzione del pubblico sia documentato, interessante, ben raccontato.

Insomma: in che cosa consiste l’impegno richiesto a chi vince questa borsa e quanto tempo dovrai dedicare a questa iniziativa?

Ecco come immagino che si lavori da quel momento in poi. In ogni team per ogni città facciamo un piano di un mese e mezzo con i mentor locali. Decidiamo insieme tre o quattro realtà innovative del territorio da andare a conoscere. Ciascuna di queste visite può produrre informazione da pubblicare su Nòva. Informazioni in varie forme, a scelta: intervista, video, analisi scritta, reportage, addirittura se ti piace infografica. Vediamo insieme. Ogni elemento di informazione viene visto e migliorato con Nòva in modo che se vale arrivi alla pubblicazione.

Supponiamo che ciascuno punti a pubblicare una cosa ogni due settimane. Per ogni pezzo si dovrà lavorare prima, per valutare le idee di articolo e per prepararsi all’incontro con gli innovatori. Poi si vanno a incontrare gli innovatori, si prendono appunti, si registra, si prendono eventualmente dei video. E poi si realizza il risultato.

Se questo è l’obiettivo, non ci sono orari fissi per il lavoro. Ci diamo l’obiettivo di una cosa ogni quindici giorni. All’inizio forse ci vorrà più tempo. Poi, una volta presa la mano, potrebbe essere un impegno quotidiano da mezza giornata, oppure un paio di giorni alla settimana. Ma secondo me vi piacerà tanto da volerci stare di più.

La maggior parte del tempo la passerai con i mentor o nei loro uffici. Conoscendo chi lavora con loro e lo spirito di innovazione che alegga in quei luoghi. Un po’ di tempo lo passerai con gli innovatori per conoscerli. E un po’ lo passerai scrivendo o montando i video, il che potrebbe avvenire sentendo le persone di Nòva che ti aiutano in questa parte del lavoro.

E dunque: chi mi guida nella ricerca e che genere di persone dovrei incontrare? Come le dovrei raccontare?

Ci siamo già capiti. I mentor nelle varie città ti indicano la strada. Soprattutto da dove partire. Spiegheranno prima di tutto quello che si fa nella loro organizzazione. Ma poi ti indicheranno come trovare altri anche nell’insieme del territorio. Le persone che ti indicheranno sono fondatori di startup, imprenditori, ricercatori universitari e intellettuali che hanno una testimonianza da dare sull’innovazione. Ti preparerai a incontrarli e poi li racconterai con un video o con un testo. O altre forme che ti verranno in mente e ci proporrai. Nòva ti aiuterà a scrivere o produrre informazione valida. Ricordati che tutto deve essere documentato e che nella produzione per Nòva il tuo pensiero deve essere prima di tutto rivolto al lettore.

Che cosa devo fare per essere selezionato? Ho i requisiti richiesti? Come mando la mia candidatura e chi mi seleziona?

Per essere selezionato devi essenzialmente dimostrare di aver capito lo spirito dell’iniziativa e di avere le motivazioni giuste. In generale dovresti essere agli ultimi anni dell’università o averla finita da un anno. Ma la motivazione conta di più dello statuto di studente. Manda la tua candidatura e le informazioni che ti descrivono a questa mail: grant.nova@ilsole24ore.com (basta che metti nel subject della mail il nome della città che ti interessa).

Che beneficio ne traggo?

In questo percorso imparerai che cosa fanno gli innovatori, come ragionano e che cosa vedono per il futuro. Ti farai conoscere da loro. E tu ti farai un’idea di loro. Nel tempo questo potrebbe farti scorprire che cosa vorresti fare e magari aprirti qualche importante opportunità. Imparerai a leggere criticamente le notizie sull’innovazione e a non credere ciecamente alla fuffa, ma saprai anche appassionarti alla vita vera e reale dell’innovazione. E poiché questa è la strada maestra per costruire il futuro, comincerai a vederne la parte che ti potrebbe interessare. Magari, imparando a esprimerti per Nòva, infine, imparerai un linguaggio utile per molte altre attività che vorrai svolgere.

Se ti interessa prova a partecipare alle selezioni. Ti ricordo che hai tempo fino al 31 gennaio. Ma non fare tutto l’ultimo momento.

Ancora una volta: manda la tua risposta a grant.nova@ilsole24ore.com (basta che metti nel subject della mail il nome della città che ti interessa).

Se hai altre domande scrivile qui nei commenti.

Per immaginare il futuro guarda che succede a scuola. Ma come si fa squadra?

Oggi all’Acquario a Roma una bella manifestazione per la scuola. Ogni intervento è proiettato verso il futuro. E non può essere diversamente.

Un bambino che entra a scuola oggi ne esce probabilmente nel 2032. Non abbiamo idea di che mondo sarà nel 2032.

La scuola è stata progettata per un mondo che cambiava in modo lineare, quasi prevedibile, perché si industrializzava seguendo una linea della storia relativamente chiara. Oggi il cambiamento è culturale, paradigmatico. La globalizzazione e internet sono certamente parte integrante di questo cambiamento e spingono il futuro a seguire un percorso non lineare, complesso. Un nuovo progetto di scuola si deve rivolgere a questa imprevedibilità.

Il modo per affrontare questa riprogettazione è darsi un obiettivo coerente. Si insegnano conoscenze ma soprattutto competenze adatte a vivere nel cambiamento: amore per la ricerca, sviluppo della visione e accettazione dell’errore che serve da esperienza, imprenditorialità e cultura del progetto, capacità di lavorare in squadra. Facendo squadra: la nuova scuola non nasce se ciascuno lavora per sé. Nasce quando ogni soggetto – docenti, famiglie, studenti, autorità pubbliche, aziende – comprende che la sua funzione fiorisce se il contesto si arricchisce: io mi arricchisco di cultura e di opportunità con il mio impegno, ma i risultati del mio impegno si moltiplicano in un contesto che li comprende e riconosce; è la logica dell’ecosistema, nella quale la ricchezza di tutti e di ciascuno convergono.

Se c’è una contraddizione italiana è che le persone e la cultura diffusa sono spesso orientate a fare squadra – fortissima cooperazione e volontariato lo dimostrano, come il senso civico della maggior parte degli italiani – ma l’idea di potere e la competizione per il potere è basata sulla divisione e la guerra di tutti contro tutti e contribuisce a indebolire i cittadini rendendoli passivi. Nell’ecosistema la responsabilità di ciascuno e la collaborazione di tutti sono ricchezza: il potere che divide è povertà e sfruttamento. La cultura ecologica è stata compresa – e in parte applicata – per quanto riguarda l’ambiente naturale: va compresa per quanto riguarda l’ambiente culturale.

Iniziative ce ne sono. Impara Digitale, Marco De Rossi e Andrea Latino, Educati di Telecom Italia, sono qui in questa manifestazione e molti altri sono là fuori in tutta Italia. Un’ecologia della cultura ha bisogno anche di una bonifica mentale: ripulire la mente dalle incrostazioni accumulate negli ultimi decenni senza rispetto per la qualità delle idee, senza conoscenza della loro genealogia e dunque senza riconoscimento per chi le genera. Grazie dunque a chi c’è oggi. Soprattutto perché non sono persone che fanno fuffa ma sono persone che si sbattono un sacco per realizzare progetti dotati di senso.

La liberazione dalle incrostazioni del potere che strumentalizza queste iniziative è il punto di partenza. La realizzazione dei progetti sendati per l’ecosistema è il percorso. La consapevolezza delle conseguenze è il metodo.

Vedi:
Educati
Impara digitale
La buona scuola
Greengeek
Oilproject

Un’inchiesta fantastica sulla sorveglianza a Oslo

Bellissima inchiesta dell’Aftenposten sulla sorveglianza a Oslo. A quanto pare, qualcuno ha piazzato delle false “stazioni base” per le telecomunicazioni piazzate vicino ai palazzi della politica norvegese che erano in grado di intercettare qualunque utilizzo di cellulari nella zona. La rilevanza dell’inchiesta sta nel suo contenuto, nella forma usata per raccontarlo e nella chiara ed esplicita metodologia usata per fare la ricerca. Inoltre, si tratta di una storia che potrebbe aprire la strada a scoprire che lo stesso avviene in molti altri posti.

Secret surveillance detected in Oslo

Norway’s prime minister and members of parliament may be subject to secret surveillance by means of fake mobile base stations in the centre of Oslo.

Investigations made by Norwegian daily Aftenposten during the past weeks have revealed a number of fake base stations on several locations, in and around the Norwegian capital. They were detected around the parliament building Stortinget, near several ministries and the prime minister’s residence in Parkveien.

Conversations and data may be monitored
The fake mobile base stations, known as IMSI-catchers, may be used for listening in on conversations and monitoring all kinds of mobile activity in the areas affected. The person running the equipment may in principle register anyone entering parliament or the government offices. The operator can easily select certain persons for eavesdropping.

L’inchiesta in norvegese e g-tradotta in inglese

Tecnologia per trovare le false stazioni base: progetto basato su Android. Come funziona e quanto costa un IMSI catcher.

Qualitative easing. Draghi’s possible way to deal with both deflation and growth

There is no best time for a monetary easing than a low inflation – or almost deflation – context. But “quantitative easing” is not the only solution. Which is good since buying national bonds with new digital money issued by the Central Bank seems to be an unconvincing solution. There could be a different way?

Quantitative easing effects are not easy to asses. The matter has generated important and controversial studies. One problem is about the real impact that a quantitative effect has on growth: by lowering real interest rates it should positively impact investments, but there is no guarantee that it works this way; on the other hand, it generates some kind of expectation about the Central Bank’s will to fight deflation while creating some concerns about governments’ will to fight for structural reforms.

But why should a Central Bank limit its choices only to buying or not buying any kind of national bonds? Why not trying to influence national policies by declaring the will to buy only a special quality of bonds? This approach could be called “qualitative easing”.

Here is just an example. The “qualitative easing” could be designed in such a way that gives money to the economy while still managing to avoid lesser attention to structural reforms. It could be done by the Central Bank buying not just any debt: the Central Bank could buy new bond only aimed at completing important infrastructural projects to be implemented through a transparent process. Italy, for example, badly needs a new digital infrastructure; it has hundreds of important investments to do in roads, railroads, airports and ports; it has to invest in its environment, which has been impoverished by decades of wild building and of industrial sites abandoned. Investing in such things could start a cicle of growth, but there is no money to do it. Qualitative easing could be a way to look differently at this problem: fighting deflation while investing in growth at the same time. Moreover: if one takes into account the idea that reforming the public administration is a very much needed structural reform in a country like Italy and that this could be done by investing in a modern and transparent digital platform for citizens dealing with public burocracy, then the country could issue special bonds only to finance this digitalization and the Central Bank could buy them. And the process could be internationally monitored in such a way to limit corruption and mismanagement.

In other words, qualitative easing could have the same impact as the

Un tedesco ci invita a fare i compiti a casa. Ma finalmente parla di scuola

Andreas Schleicher che guida il lavoro dell’Ocse sulla quantificazione della qualità dei processi educativi nelle scuole interviene sul tema dei compiti a casa. Che si dimostrano essenziali per il rendimento. Emerge tra l’altro che i giovani che vivono in famiglie disagiate spendono meno tempo degli altri a fare i compiti a casa e questo aumenta la distanza tra il loro rendimento scolastico e quello degli altri.

L’Italia presenta il peggiore spread in Europa tra il tempo che gli studenti di famiglie svantaggiate passano facendo i compiti a casa e il tempo che ci passano gli altri.

Nei prossimi mesi arriveranno altre pubblicazioni dell’Ocse: Education Policy Outlook, Education at a Glance, Skills Outlook.

The last Pisa in Focus of 2014 has new analysis on homework: the difference it makes to children’s school results and the wide gap between how much time disadvantaged and wealthy children spend on homework.

Across OECD countries in 2012, 15-year-old students reported that they spend almost five hours per week doing homework, one hour less per week than the average reported in 2003. Most time spent on homework is in Ireland, Italy, Kazakhstan, Romania, the Russian Federation and Singapore, where students reported that they spend seven hours or more per week, on average, while in Shanghai-China, students reported that they spend 14 hours per week, on average. By contrast, students in Finland and Korea reported that they spend less than three hours per week doing homework.
Socioeconomic gap
In every country and economy that took part in PISA 2012, socio-economically advantaged students spend more time doing homework or other study required by their teachers than disadvantaged students. In OECD countries, an advantaged student typically spends 1.6 more hours a week doing homework than a disadvantaged student: advantaged students spend an average of 5.7 hours per week, while disadvantaged students spend an average of 4.1 hours per week. The difference in homework time between advantaged and disadvantaged students is highest in Italy at 4 hours, and also large, at 3.5 hours or more, in Bulgaria, Romania, Shanghai-China and Chinese Taipei. (This data in Excel via the Statlink under the graphic on page 2 entitled “Advantaged students spend more time doing homework”)
According to OECD Education Director Andreas Schleicher, all of this has an impact on student performance. Students who spend more time doing homework tend to score higher in the PISA mathematics test. In fact, PISA results show that the net payoff in mathematics performance from attending a school where more homework is assigned, in general, is particularly large – 17 score points (the equivalent of nearly 6 months of schooling) or more per extra hour of homework – in Hong Kong-China, Japan, Macao-China and Singapore.
The report says that one way to make sure that homework doesn’t perpetuate differences in performance that are related to students’ socio-economic status is for schools and teachers to encourage struggling and disadvantaged students to complete their homework. This could involve providing facilities at school so that disadvantaged students have a quiet, comfortable place to work, and/or offering to help parents motivate their children to finish their homework before going out with friends or surfing the web.
The 4-page report is available at http://www.oecd.org/pisa/pisaproducts/pisainfocus.htm

Algoritmi, concentrazione del potere e architettura distribuita della rete (con un’esca da clic a forma di incubo)

Paolo Ratto ha co-fondato da tempo Zenfeed per avere un feedreader che consenta di leggere le notizie in modo essenziale, senza fronzoli, con concentrazione zen. Ma la sua tensione culturale è chiaramente ispirata a coltivare un’interpretazione architetturale della rete standard, interoperabile, distribuita. Nella quale il potere degli utenti bilancia il potere delle piattaforme. Mentre l’interpretazione opposta, quella che concentra negli algoritmi e nelle piattaforme di servizi, una grande e crescente intelligenza, tende a combattere quella condizione di standard, interoperabilità, architettura distribuita che era tipica dell’internet originaria e pionieristica.

Un dibattito su questo prende spunto da un pezzo di Mike Elgan sulla questione della “mediazione” algoritmica dei servizi web che conduce l’autore a prevedere che Gmail verrà chiusa, come è stato chiuso il servizio di feedreader di Google. Zenfeed risponde con un altro articolo. Indubbiamente il tema c’è, eccome.

Intanto, richiamo una riflessione complessa e importante di Francesco Carollo: The Algorithmic Power that shapes our lives. E’ un tema molto vicino all’argomento del mio prossimo libro (uscirà a febbraio, con Codice…).

Di certo, costruire piattaforme che mantengano in vita il sistema distribuito sarà importante, in un futuro nel quale la tentazione di concentrare tutto non mancherà. (Un tizio di CSS Insight e che Key4Biz ha ripreso si è inventato un’esca da clic supergustosa pubblicando la previsione secondo la quale Google vorrebbe comprare Netflix: bel titolo per fare, appunto, clic, ma anche incubo indicativo del clima in cui ci troviamo; se si può pensare che il gruppo che controlla YouTube e si prenda anche Netflix, senza conseguenze antitrust, allora si può temere che la rete distribuita e vitale di un tempo sia davvero un ricordo).

Grant da 3000 euro per raccontare l’innovazione su Nòva

C’è tempo fino al 31 gennaio per iscriversi alle selezioni per avere il grant da 3000 euro e partecipare alla narrazione dell’innovazione su Nòva con la guida di ottimi mentor in otto città: Milano, Torino, Genova, Pisa, Napoli, Perugia, Bologna, Venezia. Il programma è aperto e altre borse potranno essere offerte in futuro. Per conoscere i particolari della proposta si possono consultare le pagine di NòvaGrant.

Chi otterrà i grant potrà cercare gli innovatori nel territorio intorno alla città che ha scelto con l’aiuto dei mentor locali – persone che lavorano negli acceleratori e nelle università – e ne racconterà la storia su Nòva. Il tutto per un periodo di sei mesi. Il progetto è pensato per far fare a chi vince il grant un’esperienza importante e uscirne con una profonda conoscenza dell’ecosistema dell’innovazione e delle opportunità che offre. Sarà interessante incontrare e fare domande agli imprenditori, agli startupper, ai ricercatori per raccontare bene quello che dicono.

Se ci sono problemi a caricare i documenti, si possono mandare direttamente alla mail grant.nova@ilsole24ore.com (basta aggiungere nel subject il nome della città che si sceglie)

Grazie a chi ha segnalato l’opportunità:
Studenti.it
Mettersi in proprio
Ti consiglio
Città della scienza
Ponte di piave
Clic Lavoro Veneto
I3P
Impronta Etica
Balarm
Genova Today
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Finanza Utile
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Il notiziario
Noodls
Politocomunica
CityFreeProject
UnindustriaReggioEmilia
IIT

Merkel update. Il conflitto informale con l’America

La cancelliera Merkel e il presidente Obama sono divisi da un oceano digitale immenso e senza mediazioni possibili. Oggi Merkel ha detto che la rete internet attuale va vivisezionata: una parte deve restare all’internet e l’altra va sequestrata per dedicarla a servizi prioritizzati (Verge, Local). Obama aveva recentemente difeso con forza la neutralità della rete.

Dopo il discorso di Obama, la Fcc ha detto che rimanderà le decisioni sulla neutralità della rete. Dopo il discorso della Merkel gli osservatori hanno giudicato più lontano un compromesso in Europa.

Merkel ha parlato dopo – e contro – la grande presa di posizione del Parlamento a favore di neutralità, standardizzazione e interoperabilità della rete, che per altro era stata votata anche dal suo partito. E dopo il blocco delle decisioni del Consiglio e della Commissione sul mercato delle telecomunicazioni. Le contraddizioni sono evidenti. Ma la conseguenza è una sola: poiché le lobby delle corporation che vogliono controllare la rete vincono sia se ottengono una legge favorevole sia se ottengono che non venga fatta alcuna legge, sono avvantaggiate dalla confusione.

Vedi:
Contraddizioni tedesche
Google, Amazon: la geopolitica dei dati e l’efficienza dei paesi
Economist e monopoli internet
Europa avanzata a parole e indietro nei fatti
Chiose al Parlamento europeo
È possibile la neutralità delle piattaforme?

E Webeconoscenza: non è il nostro turno

E poi:
La strategia della disattenzione, la confusione programmata, il nudging stanno ipersfruttando l’irrazionalità delle persone per controllarle e ammorbidirle. Il conflitto sociale del futuro è culturale e passa per la consapevolezza.

I tedeschi alla guida della critica contro Google e piattaforme americane. Con qualche contraddizione

Come segnalato da Quintarelli, il Financial Times ha rivelato l’esistenza di un paper di 11 pagine scritto da alcuni ministri e personalità tedesche, con in testa Sigmar Gabriel, ministro per gli affari economici, che propone il concetto di neutralità delle piattaforme. Un’estensione dell’idea di neutralità della rete alle piattaforme come Google, Facebook e così via. Si tratta di una proposta che si inquadra nell’approccio antitrust ai problemi della rete. E che indubbiamente fa uso di un concetto fondamentale per internet anche se lo porta in una dimensione nuova (anche se esistono precedenti di questa proposta, non esistono applicazioni specifiche).

Sigmar_GabrielSigmar Gabriel, foto Wikipedia
La posizione delle personalità tedesche sarebbe più credibile se il loro paese difendesse con coerenza anche la neutralità della rete. Usare l’idea di neutralità per le piattaforme (che sono americane) e contrastarla nelle telecomunicazioni (che sono europee) appare vagamente insensato. Prima occorre la neutralità della rete e poi casomai si può parlare del resto. E invece proprio la cancelliera Merkel è contro la neutralità della rete (Verge)

Gli americani peraltro si tuffano in questa questione con tutte le loro armi di informazione e disinformazione. Sul New York Times si paventa la diffusione di un pregiudizio antitedesco per il prossimo futuro che si ritorcerà contro l’ecosistema dell’innovazione del paese europeo. Su Finance Townhall si contrattacca dicendo che sarebbe assurdo immaginare che la Gm sia obbligata a fare pubblicità alla Toyota. Si tratta di spostamenti dell’asse logico che ormai fanno parte del sistema della comunicazione, anche se si propongono come informazione (per inciso, si tratta di una “rovina del senso” piuttosto diffusa ovunque e, come sappiamo, l’Italia ne è un laboratorio mondiale).

Gli americani hanno modo di polemizzare. E hanno un sistema paese che lo fa in modo sistematico, come dimostravano le lettere dei deputati americani al Parlamento europeo il giorno prima del voto sulla risoluzione visionaria che ha definito sul piano della politica digitale la nostra istituzione.

Quello che penso è che solo un approccio attento all’insieme dell’ecosistema dell’innovazione e dell’informazione può definire un percorso sensato per il lungo termine. Che cosa vuol dire in pratica? Vuol dire che le decisioni in materia di internet vanno prese con la stessa mentalità delle decisioni che si prendono quando c’è di mezzo l’ecosistema naturale. Vuol dire che se si conosce come funziona l’ecosistema si sa trasformare la foresta amazzonica in una monocoltura di caffè avrebbe conseguenze sul prezzo del caffè, sull’occupazione dei lavoratori, sui profitti dei proprietari, ma anche sulla possibilità di sopravvivenza della vita sulla Terra. Di solito queste decisioni si prendono in modi diversi: con una costituzione che regola il sistema decisionale in modo che nessun potere possa prevaricare il diritto di tutti; oppure, con una varietà di accordi tra molti portatori di interessi che insistono sugli stessi beni comuni e che li manutengono perché non prevalga l’interesse di una parte sull’interesse di tutti; di certo, un ecosistema vive meglio nella biodiversità e quando l’impatto dell’innovazione crea più opportunità per tutti e non solo per una componente. Le conseguenze di questo approccio sono altrettanto diverse. Ma una su tutte è chiara: la neutralità della rete è importante per salvaguardare l’innovazione futura, la libertà di espressione, cioè le principali caratteristiche generative dell’internet.

Ebbene, questa logica si estende anche alle piattaforme? Supponendo che si accetti di prendere in considerazione soltanto le piattaforme che chi usa internet è virtualmente obbligato a usare (piattaforme che assomigliano a utility) è la neutralità il concetto chiave? Nell’ambito della Commissione per i diritti in internet si è preferito parlare di interoperabilità. La neutralità delle piattaforme, viene da pensare, sarebbe come obbligare le aziende private a fare soltanto “corporate social responsibility”. Mentre l’interoperabilità ha una storia più comprensibile per le tecnologie di rete, come da tempo avviene nelle telecomunicazioni, e ha l’effetto di aprire i mercati delle applicazioni e delle tecnologie alternative. In generale, si tradurrebbe in una standardizzazione di alcune tecnologie fondamentali, come i marketplace e i sistemi di identificazione per esempio; inoltre, potrebbe aprire la strada a un uso comune e non proprietario della raccolta di dati sui comportamenti degli utenti che metterebbe in grado i centri di ricerca sui big data di operare senza in nulla ridurre la capacità dei privati di innovare e restare in testa ai loro mercati non in base a una rendita di posizione acquisita ma in base al continuo avanzamento tecnologico. Sta di fatto, che la neutralità della rete resta il fondamento di tutto: anche un’azienda che abbia il massimo del controllo di un mercato che ha contribuito a inventare può temere l’innovazione altrui in un contesto neutrale, mentre se l’accesso fosse regolato dalle compagnie esistenti, questa possibilità competitiva sarebbe estremamente ridotta. La neutralità della rete è una sorta di antitrust preventivo contro il potere dominante degli esistenti sull’innovazione dei nuovi soggetti in competizione. Imho.

Vedi anche:
Google, Amazon: la geopolitica dei dati e l’efficienza dei paesi
Economist e monopoli internet
Europa avanzata a parole e indietro nei fatti
Chiose al Parlamento europeo
È possibile la neutralità delle piattaforme?

E Webeconoscenza: non è il nostro turno

Google, Amazon: la geopolitica dei dati e l’efficienza dei paesi

C’è un argomento geopolitico nella drôle de guerre che si sta svolgendo tra le capitali europee e la Silicon Valley, passando per le lobby di Washington e Bruxelles. Ma c’è anche un argomento economico.

Non passa giorno senza che qualche autorità europea non partecipi allo stillicidio di misure, critiche e dichiarazioni contro Google, Facebook, Amazon e altre piattaforme giganti americane. Oggi ha parlato in un’intervista di Beppe Severgnini sul Corriere Giovanni Buttarelli, anche il nuovo capo dell’Autorità per la privacy europea.

Critiche e misure non prive di buone ragioni in termini fiscali, di privacy appunto, di qualità e quantità di lavoro, antitrust, interoperabilità tecnologica e così via. Ma il punto è che queste critiche provengono da un continente che non ha saputo creare alternative, come hanno fatto altri, dalla Russia alla Cina.

C’è un tema di diritti. Che devono valere e si devono affermare. C’è un tema geopolitico. Ma c’è anche un tema economico generale: se queste tecnologie sono una delle vie dell’efficienza e dello sviluppo, un continente senza alternative che tenti di fermarle di fatto frena anche sé stesso.

Quindi le lobby europee antigoogle e compagni dovrebbero anche assumersi la responsabilità di investire nella costruzione di alternative, magari migliori. Altrimenti non fanno bene all’Europa. In un ecosistema le questioni sono sempre un po’ più complesse di quanto possano sembrare a prima vista. Imho.

Vedi anche:
Economist e monopoli internet
Europa avanzata a parole e indietro nei fatti
Chiose al Parlamento europeo

Icann e Presidenza italiana

Il presidente di Icann, Fadi Chehade, ha fatto i complimenti alla Presidenza italiana e, in particolare, il sottosegretario Antonello Giacomelli per le conclusioni del Consiglio dell’Ue per le telecomunicazioni (Icann).

ICANN Welcomes the EU Council’s Conclusions on Internet Governance

December 2, 2014 – The Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN) today welcome the EU Council on Telecommunication (TTE) for its Conclusions on Internet Governance adopted on 27 November 2014.

The Conclusions underline “that the governance of Internet is expected to include all stakeholders” and “the importance of strengthening the Internet Governance Forum (IGF)”, while endorsing the principles adopted by the global multi-stakeholder community at NETmundial.

“In this period of transition for Internet Governance, and for ICANN in particular, Europe has a substantial role to play. We welcome Europe’s public commitment to contribute proactively and constructively to the process of IANA stewardship transition and ICANN’s accountability and review process,” said Fadi Chehade, ICANN’s President and CEO.

The Conclusions by the Council of European Union governments mark an important step in supporting the continued development of the multistakeholder model of Governance of the Internet, based on inclusivity and underpinned by individual rights and democratic values.

“We recognize this is the first time that EU Council Conclusions focus in such detail on Internet Governance and on ICANN specifically, and I would like to thank the Italian Presidency and in particular Under Secretary Antonello Giacomelli for setting the agenda and their vision,” said Chehade. “They have worked hard to foster a single coherent approach among 28 Member States, based on the NETMundial principles.”

They also reaffirm that the Internet should remain a single, open, neutral, interoperable and un-fragmented network accessible to everyone, everywhere. The ICANN community is proud to have contributed to this goal and “the robust operation of the Internet” through ICANN’s role in the coordination of the domain name system over the past 16 years, and we will strive to fulfill this mission going forwards, as the organization evolves.

Building on the Council Conclusion, the Internet community and ICANN welcome Europe’s decision and fully support the forging ahead with the implementation of national and regional multistakeholder models of Internet governance.

Economist e monopoli internet

Con l’effetto-rete una piattaforma di successo su internet conquista naturalmente una posizione dominante. La prima questione dell’antitrust è assicurarsi che non ne abusi. La seconda questione è che resti facile per nuove piattaforme presentarsi sul mercato e portare alle piattaforme dominanti una concorrenza basata sull’innovazione.

L’Economist sostiene che questo è il ragionamento da fare per valutare una delle pieghe della presa di posizione del Parlamento europeo della settimana scorsa. Ma non cita nell’editoriale una condizione perché la concorrenza degli innovatori alle piattaforme dominanti resti possibile: la neutralità della rete.

L’inchiesta dell’Economist va letta. Ma è meglio tener conto dell’approccio più completo che il Parlamento ha scelto: la rete resta generativa se è neutrale, interoperabile, standard. I nuovi monopoli non sono quelli che hanno una grande quota di mercato, ma quelli che operano per bloccare l’innovazione rendendo la rete non neutrale, non standard, non interoperabile.

Internet. Google. Diritti. Europa avanzata a parole e indietro nei fatti. E allora ripartiamo dalle parole

E allora. L’Europa continua in uni stillicidio di annunci e decisioni su internet, Google, Facebook, ecc ecc. Come valutare la situazione?

L’Europa, in Parlamento – dove appunto si dicono le parole – ha dichiarato che internet è neutrale, standard, interoperabile. O non è internet. Parole giuste. Molto avanzate. Ma l’Europa in Consiglio e in Commissione – dove si fanno le policy – è bloccata: quasi sa che cosa è giusto, ma le lobby sanno che cosa vogliono, le urgenze sono poco chiare, gli interessi sono contrastanti, la visione è corta.

La ragione della contraddizione è nella storia europea in internet. Grandi contributi aperti, come il web del Cern, e molte idee poi cresciute altrove come Skype. Ma rarissime aziende in grado di definire un mercato su internet. Pochissime candidate a essere leader mondiali, almeno per ora. Se lo sono sono minacciate o sorpassate – come Nokia.

Se non ci sono aziende europee che per le loro caratteristiche strategiche sostengono in pieno l’idea forte di internet ben compresa dal Parlamento, la Commissione si confronta solo con aziende che giocano in difesa. E tende a guardare indietro, non avanti.

Nella scienza l’Europa va meglio. Anche perché i giganti europei della tecnologia tutto sommato sanno prendere dalla ricerca molta conoscenza da valorizzare. Nell’internet i campioni europei che pure esistono si fanno notare meno. Non sono, nella coscienza dei commissari europei, delle aziende leader mondiali. E allora la Commissione non è condotta a pensare a internet se non quando parla (in alcuni momenti visionari) di ciò che ancora non c’è: si comprende come sia difficile che scelga per le startup contro le compagne telefoniche.

Il punto è che tecnologicamente non ci manca nulla, in Europa. Ma non non è la tecnologia da sola a costruire la leadership. Perché la leadership che conta è la leadership culturale, quella che convince il mondo a seguire il leader.

Allora? Che si fa? Nelle parole c’è un valore. Da portare a coerenza con i fatti. Quello che dice il Parlamento è importante per fondare una leadership culturale del continente, in termini di diritti e visione di sistema. Ma da lì occorre passare all’azione: credere e dunque poter vedere che le startup e le nuove aziende che crescono sono possibili leader culturali, valorizzare la loro cultura come parte di una “civiltà dei diritti” che l’Europa dopo gli incubi del Novecento può candidarsi a rappresentare nel mondo. Softpower. Che accompagna e rafforza un potenziale economico esistente e una leadership culturale conquistabile. Le parole sono importanti se connesse a una consapevole azione pratica. Se non si fa però nulla per alimentare grandi leader europei nei business internettiani (in Corea, in Russia, in Cina, ci riescono perché da noi no?) allora lo stillicidio di decisioni e le prese di posizione di principio diventano solo operazioni di retroguardia.

Vedi assolutamente:
Google e la Ue, by Keinpfusch.

Dati:
Valore delle aziende in crescita

Chiose al Parlamento europeo

Mi pare che le decisioni odierne del Parlamento europeo siano state travisate dai difensori dell’attuale stato delle cose. In realtà, sono abbastanza semplici, giuste e tempestive. Nella decisione, sostenuta tra anche dal Pd e da altri partiti della maggioranza italiana, ci sono tre messaggi politici importanti (vedi il comunicato e il testo):

Sui motori di ricerca dice:

The resolution underlines that “the online search market is of particular importance in ensuring competitive conditions within the digital single market” and welcomes the Commission’s pledges to investigate further the search engines’ practices. It calls on the Commission “to prevent any abuse in the marketing of interlinked services by operators of search engines”, stressing the importance of non-discriminatory online search. “Indexation, evaluation, presentation and ranking by search engines must be unbiased and transparent”, MEPs say.

Sulla net neutrality dice:

MEPs stress that “all internet traffic should be treated equally, without discrimination, restriction or interference”. Parliament urges member states to start negotiations on the telecoms package, so as to “put an end to roaming charges inside the EU, provide more legal certainty as regards net neutrality and improve consumer protection”.

Infine sostiene la standardizzazione e l’interoperabilità delle piattaforme:

MEPs call on the Commission “to take the lead in promoting international standards and specifications for cloud computing” so as to ensure that it is privacy friendly, reliable, accessible, highly interoperable, secure and energy efficient.

In sostanza, non si occupa di antitrust ma di salvaguardare un’internet aperta, standard e neutrale. Prende una posizione politica motivata con l’esigenza di sviluppare il digitale in Europa. E chiede alla Commissione e agli organi competenti di perseguire una strategia coerente.

La disinformazione a favore dell’attuale assetto, che consente di fatto alle grandi compagnie di immaginare strategie che rischiano di snaturare internet, dovrebbe essere contrastata.

Domani un po’ di chiarezza sulla net neutrality europea. Intanto un po’ di immaginazione

Antonello Giacomelli ci farà sapere domani qual è la sua posizione sulla net neutrality e il resto in discussione in Europa. Finora, a quanto pare, aveva sacrificato le sue idee alla necessità di arrivare a una soluzione di compromesso. Ma fallito il tentativo di compromesso può finalmente uscire con contenuti suoi. Quali sono, lo si è un po’ capito all’Igf:
1. E’ d’accordo con il principio della net neutrality, ha detto che gli piace quello che pensano Obama e Rodotà
2. Coerentemente, pensa anche che la net neutrality sia garantita da una norma, non dalla mancanza di norme: perché lasciando fare alle compagnie, queste tenderanno a eliminare la net neutrality.

Intanto, il percorso normativo europeo si incaglia. Il parlamento, sempre domani, sarà ancora più chiaro a favore della net neutrality, si pensa. Il consiglio rimanderà e dovrà tentare di mettersi d’accordo con il parlamento. Tempo perso che – nell’ottica di Giacomelli – favorisce le compagnie.

Il labirinto di specchi farebbe pensare che ogni motivo che impedisca di normare a favore della net neutrality equivalga a una norma contro la net neutrality. Non è un pensiero insensato. Ma bisogna ammettere anche che un compromesso che portasse all’abolizione della net neutrality – come quello tentato in questi giorni – non sarebbe migliore. Come se ne esce?

Il parlamento sembra voler parlare forte e chiaro. La libertà di innovare e di esprimersi ha bisogno di net neutrality. E in fondo internet non sarebbe internet senza net neutrality. Ma le compagnie dicono che devono prioritizzare per sviluppare nuovi servizi innovativi più redditizi in grado di finanziare l’aumento della banda. Il muro contro muro è soltanto nella mancanza di immaginazione. L’innovazione vera è quella che viene adottata dal contesto. Una rete senza net neutrality è come una rete telefonica, come una tv via cavo, non è internet. E allora?

Ma perché non raccogliamo proposte vere che non puntino al minimo ma al massimo?

Un’idea potrebbe essere questa. Se le compagnie sono convinte di avere un mercato per servizi a pagamento a banda “garantita” nessuno può impedire loro di fare una rete apposta per realizzarli: il business plan dovrebbe essere convincente e motivare gli investimenti necessari. Essendo servizi innovativi avrebbero anche meno regolamentazioni. Perché non tentare? Purché sia chiaro che questo non avrebbe nulla a che fare con internet, a parte alcune tecnologie in comune per l’efficienza della rete. Internet continuerebbe a crescere liberamente come prima e la domanda organica di banda larga, magari aiutata da politiche ispirate a concetti come “servizio universale”, “agenda digitale”, modernizzazione delle pubbliche amministrazioni, scuola e innovazione nell’educazione, ecosistemi delle startup e così via.

Tra l’altro, nessuno mi pare, ha scritto che se si mischiano i due concetti (servizi a banda “garantita” da una parte e, dall’altra, internet aperta, standard, libera e neutrale) si ottengono bizzarri fenomeni come il seguente: supponiamo che le telco possano fare servizi prioritizzati per i content provider che pagano per raggiungere gli abbonati delle telco; allora a pagare dovrebbe essere anche la pubblica amministrazione, lo stato, l’ospedale, la scuola… Sbaglio? C’è qualche motivo per cui questo non dovrebbe avvenire?

Vedi anche:
Altroconsumo e net neutrality