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Le contraddizioni italiane sulla net neutrality

Il complesso sistema decisionale europeo è al lavoro da tempo sulla riforma delle regole per le telecomunicazioni e internet. Nella complessità passano tentativi contraddittori di riforma. Uno di questi riguarda la net neutrality. L’unico modo per contrastare le manovre che contrastano con i diritti degli utenti di internet, la libertà di innovazione ed espressione, è farli conoscere. Le contraddizioni tra quanto si sostiene in linea di principio e quanto si tenta di far passare al riparo dall’opinione pubblica non reggono, si spera, di fronte alla semplice informazione sui fatti.

Molti stanno lavorando in queste ore per mostrare una di queste contraddizioni.

Fulvio Sarzana ne ha scritto tra i primi. Edri ha fatto circolare un documento “leaked” con la proposta italiana per la riforma delle tlc e di internet. Contiene norme che di fatto aboliscono la net neutrality e consentono agli operatori di creare servizi che discriminano il traffico in rete senza vere e proprie limitazioni. Una proposta totalmente diversa da quella che era passata al Parlamento europeo. (Edri)

La Quadrature du net informa sulle posizioni del commissario Oettinger, sostanzialmente contrario alla net neutrality. (LaQuadrature)

Gigaom commenta con molto pessimismo in proposito. (GigaOm)

Slashdot riprende la storia e osserva che la proposta europea rimuove aspetti “vitali” della net neutrality. E dichiara che questa volontà è espressa dalla presidenza europea (attualmente italiana). (Slashdot)

Punto Informatico sottolinea la responsabilità italiana in questa vicenda (PI)

Corriere delle comunicazioni informa che la proposta italiana non è passata al Coreper e che si passa a dicembre. (Cor.Com)

Non è detta l’ultima parola dunque. Intanto, nel Parlamento italiano c’è la proposta Quintarelli e altri alla Camera su queste questioni (Camera). La proposta difende la net neutrality e ne comprende profondamente l’importanza. Quintarelli è il presidente del Comitato d’indirizzo dell’Agid.

Anche di questo tema si parlerà all’Igf 2014, alla Camera, il prossimo 25 novembre. Ecco il programma.

Edutopia a Terni per la giornata internazionale sui diritti dell’infanzia

Ricevo e segnalo volentieri:

Beth Holland blogger di Edutopia della George Lucas Educational Foundation parla del futuro dell’apprendimento.

Regione Umbria, con Ambasciata USA in Italia, Cepell e AIB e ACP Umbria, organizza per il 20 novembre a Terni in occasione della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza l’evento dal titolo:
Far crescere l’Italia che legge: il patto umbro per la lettura (vedi
programma allegato) – Biblioteca comunale di Terni, Caffè letterario, ore 16,00

Oltre a Beth Holland, Giovanni Solimine e Flavia Cristiano.

L’evento Far crescere l’Italia che legge: il patto umbro per la lettura è il frutto di circa tre anni di lavoro svolto al fine si sensibilizzare e coinvolgere gran parte della comunità umbra sul tema dell’importanza della lettura.

Obiettivo del progetto in Umbria: unire le forze della Comunità per lavorare insieme ad unico obiettivo: favorire, attraverso la lettura (anche quella in digitale), maggiori opportunità di sviluppo ai bambini e un migliore benessere alle loro famiglie.

Obiettivo del progetto a livello nazionale: costruire una buona pratica di promozione della lettura “efficace” , “sostenibile” ed “esportabile” anche in altre regioni. La Regione Umbria ha coinvolto nel progetto 4 Servizi regionali degli Assessorati alla Cultura, Sanità, Istruzione e Welfare e tutte le Autonomie locali.

Diffondi la notizia: 19 grant di sei mesi per incontrare e raccontare gli innovatori

Sono aperte da una settimana le iscrizioni per partecipare alla selezione e vincere le borse di studio per incontrare gli innovatori e raccontarli su Nòva. Le istruzioni sono qui. Se non siete interessati ma conoscete qualcuno che lo possa essere non mancate di dirglielo…

Vedi anche:
Programma aperto
Per saperne di più
Ragazzi innovatori
Istruzioni per l’iscrizione

Il programma delle borse per gli innovatori che raccontano su Nòva è aperto: altri si possono aggiungere

Il programma delle borse per gli innovatori che raccontano su Nòva è aperto: altri si possono aggiungere. Attualmente sono state offerte borse per Torino, Genova, Pisa, Napoli, Perugia, Bologna, Venezia, Milano. Nel tempo si potranno aggiungere altri partner, altri mentor, altri sostenitori in grado di offrire una borsa e dunque si potranno realizzare progetti analoghi in altre città. Vincono tutti: chi contribuisce, chi fa il mentor, chi ospita le informazioni, i lettori che le possono trovare e le ragazze o i ragazzi che possono fare l’esperienza di incontrare gli innovatori nel loro territorio, di comprenderli abbastanza per raccontarli, di maturare strumenti per sviluppare un proprio progetto.

Chi si aggiungerà al programma?

Vedi anche:
Borse di studio per innovatori
Per chi vuole saperne su più di chi fa innovazione in città: con concretezza e allo scopo di passare all’azione
Ragazzi innovatori cercano prospettiva

Wow. Grazie Presidente: chiaro e forte. Internet è net neutrality

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha parlato chiaro e forte sulla net neutrality. È contro l’idea che i carrier possano discriminare i contenuti e i servizi in rete che non pagano per essere trattati meglio. È la net neutrality che ha reso internet tanto generativa. E internet è ormai essenziale per le persone. Obama difenderà la net neutrality. Lo aveva detto in campagna elettorale e ridetto qualche settimana fa. Ecco la pagina WhiteHouse.

Per chi vuole saperne su più di chi fa innovazione in città: con concretezza e allo scopo di passare all’azione

Dove sono gli innovatori? Come si aprono le porte per i ragazzi attivi? In che modo si creano condizioni per esperienze educative memorabili? Domande grandi. Un contributo per qualche risposta viene da una partnership aperta a ulteriori contributi della quale si parla oggi su Nòva.

Gli ecosistemi sono per ora a: Torino, Genova, Pisa, Napoli, Perugia, Bologna, Venezia, Milano. I sostenitori sono attualmente: Intesa, Unipol, StMicroelectronics. I mentor sono oggi: I3P, IIT, SoBigData, università per stranieri di Perugia, Kilowatt, H-Farm. E Nòva. Tutti al servizio di 19 giovani innovatori che vogliano esplorare il loro territorio e scoprire che cosa fanno le persone che costruiscono il futuro. I ragazzi selezionati in questo primo passo dell’iniziativa conosceranno persone che possono ispirarli a trovare la propria strada, impareranno qualcosa che resterà e racconteranno quello che trovano su Nòva. Per sei mesi, con un grant. Per saperne di più oggi su Nòva le prime informazioni.

A lot a lot. And I like David Weinberger’s take on the Italian draft “Declaration of Internet Rights”

David Weinberger has a set of comments about the Italian draft “Declaration of Internet Rights”. He says he likes the draft a lot. «A lot a lot». He quotes the draft, the opening for public comment and Fabio Chiusi’s report.

«I like the document a lot. A lot a lot. The principles are based on a genuine understanding of the value that the Net brings and what enables the Net to bring that value. This is crucial because so often those who seek to govern the Net do so because they see it primarily as a threat to order or a challenge to their power.

The Declaration focuses on the rights of individuals, taking the implicit stance (or so I read it) that the threat to those rights comes not only from Internet malefactors and giant Internet conglomerates run amok, but also from those who seek to govern the Net. It includes as rights not only access to the Net, but access to education about how to use the Net, a point too often forgotten.»

What is wonderful – and, sadly, rare – in David’s comment is the fact that he actually read the draft and found out what it is meant for. It isn’t about regulating the Net. It is about regulating those that want to regulate the Net. And it does so in the name of human rights by focusing on the actual character of the Net, which the draft describes as a great opportunity and not a threat: what’s threatening are governments and big companies that want to change the Net to control it.

Net neutrality, for example, is not a form of regulation that limits market’s freedom. On the contrary: it is an enabler for freedom in the market of innovation and expression. And samething similar can be said about the notions of “platforms’ interoperability” and “digital impact assessment” (meaning: the institution that wants to decide something about the Net must first demonstrate it understands the ecosystemic consequences of what it is trying to do).

David also stresses this aspect of the draft by suggesting that it contains something like “Every effort will be made to enable the governance of the Net bottom up and by the edges.” Which is a truly internettian wording that I personally like a lot a lot.

Yes. Because the draft – which I timidly helped writing at the Commission – can be improved. Maybe its wording could be even simpler, its goals should be clearer, its limits should be more understandable. That is why we should hope in a rich public debate about the draft.

La confusione tra oblio e la diffamazione

Non sono un giurista. Ma la nuova legge sulla diffamazione dedicata ai giornali registrati contiene un passaggio sul diritto all’oblio che appare del tutto fuori contesto. Non solo, a quanto pare, estende ai giornali la questione – già controversa – del diritto all’oblio. Ma mette a repentaglio la libertà dei cittadini di conoscere la storia passata.

Se il diritto all’oblio è pensato come una sorta di correzione dell’immagine identitaria di una persona che sarebbe distorta dagli algoritmi dei motori di ricerca che privilegiano le pagine molto linkate senza riguardo alla loro attualità, il diritto all’oblio sugli archivi dei giornali diventa una distorsione della realtà.

Spero che i commentatori più avvertiti di diritto mi illuminino se sbaglio.

Comunque, questa legge non sarebbe passata, a mio parere, se la bozza di Dichiarazione dei diritti in internet fosse in effetti una regola. Perché quella Dichiarazione avrebbe dato voce al diritto dei cittadini a una legislazione equilibrata su internet, attenta all’impatto non solo diretto ma anche indiretto delle novità normative. (Vale da esempio di quanto si diceva prima sugli equivoci intorno alla bozza di Dichiarazione).

Equivoci sulla bozza di Dichiarazione di diritti in internet

Le critiche sulla bozza di Dichiarazione di diritti in internet sono numerose. Spesso basate su pregiudizi. Talvolta su giudizi fondati. Ma quello che conta è che si tratta di una bozza. Sulla quale c’è una consultazione aperta. Chi ha critiche pregiudiziali non avrà certo molto da proporre, se non la speranza che non se ne parli. Chi ha critiche fondate potrà invece contribuire a cambiare la bozza per farla diventare più giusta.

Ma anche i pregiudizi contano e sono interessanti per una riflessione. Sembrano evocati soprattutto da tre fattori: dal linguaggio usato per la bozza, dal suo orientamento in favore dei diritti e non inerte di fronte al mercato, forse anche dai componenti della Commissione di studio.

Il linguaggio è forse il problema di “interfaccia” più rilevante perché non suggerisce lo stile entusiastico e veloce (o alternativamente reattivo e sprezzante) che spesso si usa nel contesto delle dichiarazioni su internet. È sicuramente un problema. Peraltro chi critica la bozza sulla scorta di una visione del mercato come autoregolamentatore principe dimentica che sia il discorso sui diritti umani che quello del mercato sono narrative settecentesche che si confrontano da secoli e continueranno a farlo: il risultato del confronto è più equilibrato della eventuale vittoria unilaterale di una delle due narrative. Sui componenti va detto che la bozza di Dichiarazione è stata scritta da una Commissione di studio nella quale nessuno ha votato nulla ma tutti hanno contribuito con le loro opinioni in uno stile pragmatico orientato a trovare un consenso. Quello che non si riusciva ad affrontare in questo modo è stato rimandato. Sta di fatto che la Commissione non è stata unanime. E la bozza è sempre stata considerata da tutti un risultato provvisorio adatto a provocare un ragionamento più allargato in consultazione.

Si spera dunque nella consultazione. E non nel silenzio dei critici pregiudiziali.

Ma va detto, anche allo scopo di orientare metodologicamente la consultazione, che il discorso affrontato dalla Commissione non è mai stato orientato a regolare internet. Casomai a regolare chi vuole regolamentare internet. Lo stato in primo luogo. Se valesse la bozza, lo stato non potrebbe più introdurre regole su internet senza una valutazione di impatto digitale. Cioè in modo unilaterale e basato su qualche ideologia anti-internet parziale e disattenta al contesto internazionale ed ecosistemico. Ma la bozza è consapevole anche del fatto che una parte importante delle regole di internet sono imposte da piattaforme private. E ad esse si chiede essenzialmente la massima lealtà possibile nei confronti degli utenti.

Ma, insomma, tutto questo è solo la bozza: la consultazione aspetta chi la possa migliorare.

Vedi anche:
Intervista a Rodotà
Ricostruzione di Fabio Chiusi
Quattro tesi di Antonio Casilli

Tre letture accurate sui diritti delle persone nell’era di internet

Fabio Chiusi ha riportato su TechPresident un buon racconto della costruzione della bozza di Dichiarazione dei diritti in internet messa in consultazione dalla Commissione di studio che si è riunita nei mesi scorsi alla Camera dei Deputati italiana.

Antonio Casilli ha pubblicato su Medium un articolo con quattro tesi sulla sorveglianza di massa e la negoziazione della privacy. La sua idea di partenza è che dalla sorveglianza del Big Brother si è passati alla sorveglianza del Big Other: una sorveglianza partecipata, realizzata con il contributo relativamente consapevole di un’enorme quantità di persone attive in rete.

We should not see the fact that citizens contribute to these social platforms as a symptom of technological illiteracy or ideological adherence. On the contrary, it should be viewed as a sign that their streams of communication are presently captured by a participatory architecture that uses traces of online presence to personalize usage and record data transfers in digital environments. The order of priorities between protecting privacy and personalizing digital user experience therefore seems reversed in the face of these traces, whose durability and secondary uses (for both commercial and securitarian purposes) are lost on users.

Un approccio ideologico tenta di cogliere in questo fenomeno la fine della privacy come norma sociale. È una trappola secondo Casilli. E la raltà è che l’esigenza di privacy genera un dibattito sempre più partecipato in rete, nonostante che gli utenti delle piattaforme non si astengano dall’usarle per l’evidente valore che vi riconoscono. E forse anche per una sorta di obbligo sociale.

In effetti, non manca chi ritenga che alcune piattaforme online sono sempre meno una libera scelta e sempre più una sorta di obbligo sociale. Secondo uno studio pubblicato su FirstMonday da Jessica Roberts e Michael Koliska, intitolato “The effects of ambient media: What unplugging reveals about being plugged in”. Roberts, che lavora alla Xi’an Jiaotong–Liverpool University in Suzhou, in Cina, e Koliska, che studia alla University of Maryland’s Philip Merrill College of Journalism, hanno sottoposto a test un gruppo di giovani, privandoli dei collegamenti online per un certo periodo e analizzandone le reazioni. «Il tema più frequente raccontato dai ragazzi è stata una sorta di dipendenza dai media, seguito da sentimenti di ansia causata dall’essere sconnessi. Il terzo argomento più frequente era il sollievo dalla necessità di consumare media. Seguivano problematiche relative alla confusione e all’isolamento: gli studenti denunciavano una deprivazione dovuta alla mancanza di informazioni su quello che stava succedendo ai loro circoli sociali diretti e al mondo. Una sorta di nostalgia per le comunicazioni con i genitori, amici e altre persone significative per la loro vita». Di fronte a un bisogno tanto sentito di connessione, certo, è forte la tentazione di accettare che qualcuno possa abusare dei dati personali.

In ogni caso, il ragionamento di Casilli tende verso la proposta di un nuovo equilibrio dei poteri come percorso per una nuova definizione operativa e realizzabile della privacy con il giusto coinvolgimento di molteplici stakeholder.

Stakeholders seek a consonance, compare their different interests and make mutual concessions in terms of disclosure and access to potentially sensitive information. The loss of privacy in certain areas is not equivalent to an uncontrolled debacle, but rather to a strategic withdrawal over subjects where negotiation proves challenging. It is through this collaborative disclosure accompanied by complex processes of selection and influence, that participatory surveillance is made possible — and can eventually be surpassed. From a citizen’s standpoint, mass surveillance programs cannot be countered by asserting an individual right to privacy as a sphere that resists all penetration, but rather by re-establishing a balance between the forces involved in this negotiation process – governments, market stakeholders and individuals.

Il percorso è condotto dunque in un quadro interpretativo che direi di tipo “costituzionale”. Coerente in fondo con il tentativo della bozza di Dichiarazione italiana. Che è pervasa da forma speciale di tensione utopistica che accompagna sempre i discorsi sui diritti, una forma di utopia pragmatica che riconosce il senso profondamente culturale dell’utopia che nel presentarsi come programma di organizzazione politica intende soprattutto accelerare il dinamismo intellettuale che serve a diffondere nuova consapevolezza, precondizione essenziale – anche se ovviamente non sufficiente – per migliorare la politica.

Lessig e Snowden

Per chi l’ha persa, questa intervista-lezione di Lawrence Lessig a Edward Snowden, in Harvard.

Obama soccorre i sostenitori della net neutrality!

Lo aveva detto in tempi non sospetti. Il presidente Barack Obama capisce la net neutrality e la sostiene con forza. Ma dopo mesi di campagna per la prioritizzazione della rete condotta col supporto del capo della FCC – che è stato nominato da Obama – il dubbio di incoerenza cominciava a circolare. Ma il presidente ha parlato di nuovo forte e chiaro (Slate):

President Obama reaffirmed his “unequivocal support” for network neutrality. Network neutrality is the principle that phone and cable companies shouldn’t create an unequal Web—one with new Internet “slow lanes” for (almost all) websites and special fast lanes sold to billion-dollar giants like Facebook and Apple.

È un conforto per i 3,7 milioni di americani intervenuti nella consultazione lanciata dalla FCC. Per tutti gli internettiani. Per la libertà di innovazione. E anche per la Commissione per i diritti in internet della Camera italiana che ha sempre pensato alla neutralità della rete come un diritto umano.

Le lobby anti-neutrali – vagamente telco-centriche – avevano conquistato posizioni anche in Europa ai tempi della Kroes e della sua idea di mercato unico delle telecomunicazioni. La loro vittoria non è ineluttabile. Ma non è finita: e non si deve cedere un passo.

Vedi anche:
Power law e net neutrality
Neutralità della rete: perché è importante
Tim Berners-Lee e la neutralità
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Una critica del Garante della Privacy a Stefano Rodotà e colleghi della Commissione Bill of Rights

Un intervento sulla bozza di Dichiarazione dei diritti in internet di Antonello Soro, presidente del Garante per la protezione dei dati personali, dal titolo esageratamente critico rispetto al contenuto: Privacy e diritto all’oblio, la Costituzione di Internet così non va. In effetti contiene molti apprezzamenti e una sola critica forte.

Per altro verso, suscita più di una perplessità la formulazione in tema di diritto all’oblio contenuta nella Dichiarazione. Perché nel tentativo di adeguare il diritto a una realtà segnata da incessante e rapida evoluzione tecnologica, non bisogna sottovalutare le implicazioni di sistema che ha ogni nuovo istituto giuridico. Il documento prevede la legittimazione di chiunque a conoscere i casi nei quali altri abbiano ottenuto la deindicizzazione di propri dati personali (ovvero la sottrazione alla reperibilità, con i motori di ricerca, di notizie a partire dal solo nominativo dell’interessato, pur conservandole, nella loro integralità, nel sito-sorgente). Si dovrebbe quindi, evidentemente, pubblicare (sempre in rete?) un elenco dei soggetti che abbiano esercitato questa prerogativa. In tal modo un diritto, quale quello all’oblio – affermatosi come garanzia di una ‘biografia non ferita’ dallo stigma della memoria eterna della rete – rischierebbe, con un’eterogenesi dei fini, di rivolgersi nel suo opposto. E questo non mi pare condivisibile, dovendosi invece preservare la natura autentica del diritto all’oblio, che già di per sé consente di coniugare memoria collettiva e storia individuale; giudizio pubblico e identità personale.

La formulazione scelta per la bozza uscita dalla Commissione è questa:

Ogni persona ha diritto di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati che, per il loro contenuto o per il tempo trascorso dal momento della loro raccolta, non abbiano più rilevanza. Il diritto all’oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata, che costituiscono condizioni necessarie per il funzionamento di una società democratica. Tale diritto può essere esercitato dalle persone note o alle quali sono affidate funzioni pubbliche solo se i dati che le riguardano non hanno alcun rilievo in relazione all’attività svolta o alle funzioni pubbliche esercitate.
Se la richiesta di cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati è stata accolta, chiunque ha diritto di conoscere tali casi e di impugnare la decisione davanti all’autorità giudiziaria per garantire l’interesse pubblico all’informazione.

E’ una ricerca di equilibrio tra l’interesse di chi valuta superata l’informazione e ne chiede l’oblio e l’interesse generale di accesso all’informazione. Il diritto all’oblio riguarda l’indicizzazione nei motori di ricerca, non c’entra con le fonti primarie che continuano a tenere online le informazioni. Riguarda il fatto che i motori di ricerca, quando restituiscono i link su una persona, ne costruiscono l’immagine. Sulla base di algoritmi che sopravvalutano le cose più interessanti e non quelle importanti. Ma sapere che cosa è successo è comunque un diritto generale. E se uno vuole fare una ricerca su chi abbia rimosso i dati che lo riguardano deve comunque intraprendere un viaggio tra molti siti perché non può andare sul motore di ricerca. Certo, si potrà indurre qualcuno a incuriosirsi. Ma il lavoro necessario per soddisfare la curiosità non sarà leggero. Servirà piuttosto agli storici e a chi fa ricerche sapere chi ha scelto di avvalersi del diritto all’oblio più che ai guardoni. Anche perché le persone pubbliche sono relativamente fuori da questo argomento. Del resto, il ricorso al diritto all’oblio non dovrebbe essere una scelta troppo leggera. Perché dunque impedire l’informazione su chi ha scelto il diritto all’oblio? Certo, la ricerca di una norma equilibrata è difficile. Ma la soluzione non si trova guardando i fatti solo da un punto di vista. La consultazione potrà forse fare emergere altri punti di vista.

Vedi anche:
Promemoria. Lessig, la costituzione di internet e la regolamentazione

Promemoria. Lessig, la costituzione di internet e la regolamentazione

Come si è ricordato anche in passato, Lawrence Lessig, avvocato di cultura repubblicana, con una straordinaria storia di lotta per la libertà dell’accesso alla conoscenza, realizzata anche attraverso innovazioni fondamentali come la licenza creative commons ha scritto pagine da ricordare per il dibattito che si sta sviluppando intorno all’Internet Bill of Rights. Il suo contributo ha consentito di scoprire che la regolamentazione essenziale di internet è scritta nel codice e nell’architettura della rete. Nella riflessione sui diritti e la rete, l’alternativa esatta non è tra “regolamentare e non regolamentare”, ma tra “regolamentare a base di software e regolamentare a base di leggi”. E’ perfettamente chiaro che la politica delle leggine su internet è un pericolo per lo sviluppo della rete. Come peraltro è perfettamente chiaro – o lo sta diventando – che la politica delle grandi piattaforme extraterritoriali è una forma di regolamentazione di default per internet, solo in parte trascritta nei “terms and conditions”, molto più sottilmente implicita nel design e nelle strutture delle piattaforme: queste possono decidere quanto dare di privacy, quanto dare di interoperabilità, quanto dare di libertà di espressione.

IL punto di tutta la questione dell’Interet Bill of Rights non è dunque altro che l’emergere di un’esigenza “costituzionale”. Chi regola internet va regolamentato per salvaguardare l’equilibrio dei poteri: non può prevalere la logica delle lobby che governano la politica, come non può prevalere la logica del profitto privato extraterritoriale che governa le grandi piattaforme. Per questo serve una sorta di costituzione scritta in nome dei diritti umani, consapevole delle dinamiche specifiche dell’ecosistema internettiano. Lo sforzo compiuto dalla Commissione della Camera va in questa direzione. E non a caso è ispirato, come un po’ tutto questo movimento, dalla ricerca ventennale di Stefano Rodotà. Il suo risultato potrà essere migliorato con una consultazione e con il confronto internazionale che è già partito.

Ma il senso di questo post è semplicemente quello di ricordare che non si sta parlando di regolamentare internet: si sta parlando di regolamentare chi vuole regolamentare internet.

Ed ecco, a titolo di promemoria, quello che diceva Lessig.

Fin dai primi tempi del successo commerciale del web Lessig aveva maturato una intuizione. Con il libro “Code and other laws of cyberspace” e l’articolo per Harvard Magazine “Code is law” del gennaio 2000 – scritti al culmine della irrazionale euforia per la bolla delle dot-com – ha contribuito ad aprire una strada. Dice Lessig che in ogni epoca c’è un potere che minaccia la libertà e ci sono regole che la salvaguardano. La Costituzione è un insieme di regole pensato per impedire al potere federale di abolire la libertà degli americani. Il welfare è stato un insieme i misure per impedire al capitalismo di distruggere la libertà dei cittadini di vivere una vita decente. «La nostra è l’epoca del cyberspazio. E anche in quest’epoca c’è un potere che minaccia la libertà». Non è il governo. «Quel potere oggi è il codice: il software e lo hardware che danno al cyberspazio la forma che ha. Questo codice, o architettura, fissa le regole della vita nel cyberspazio. Determina quanto è facile proteggere la privacy, o quanto è facile la censura. Determina se l’accesso all’informazione è generalizzato o recintato. Influenza chi vede che cosa, o che cosa è monitorato». È un potere che non si vede se non lo si conosce.

A dimostrazione della sua straordinaria capacità visionaria, Lessig in tempi del tutto non sospetti, aggiungeva: «Il codice del cyberspazio sta cambiando. E questo cambiamento trasformerà il cyberspazio. Il cyberspazio era un posto che proteggeva l’anonimato, la libertà di espressione, il controllo individuale; diventerà un posto nel quale l’anonimato sarà più difficile, l’espressione meno libera, il controllo individuale confinato solo ai pochi superesperti». Quale sarebbe stato il percorso per questo cambiamento? E chi ne sarebbe stato protagonista? Per Lessig al fondamento della rete internet c’è un codice originario che ha conseguenze molto precise. «Internet originariamente è basata su un codice che implementa protocolli chiamati TCP/IP. Questi protocolli abilitano lo scambio di dati tra reti interconnesse. Questo scambio avviene senza che le reti conoscano il contenuto dei dati, senza conoscere chi invia i dati. Questo codice è neutrale in relazione ai dati, ignorante in relazione all’utente». Come conseguenza, in questa architettura, la singola persona è difficilmente tracciabile e lo scambio di dati è difficile da controllare: significa che per i governi è complicato regolamentare internet. Chiaramente questa difficoltà favorisce la libertà di espressione ma anche l’attività illegale: in un contesto autoritario ha la positiva conseguenza di difendere chi informa sui fatti; in un contesto criminale ha la conseguenza negativa di difendere chi commette illeciti. Lessig si chiede: che cosa ci possiamo fare? «Molti pensano che non ci si possa fare niente. Internet è così e non si tocca». È un approccio molto diffuso. Ma sempre più insostenibile. E non per motivi legali: per motivi che fanno parte integrante della stessa architettura della rete: «Ma nessun pensiero è più pericoloso per il futuro della libertà nel cyberspazio di questa fede nella libertà garantita dal sofware. Perché il codice non è fisso. L’architettura del cyberspazio non è un dato immodificabile. Altre architetture possono essere costruite sopra i protocolli internet di base. E queste nuove architetture possono rendere internet diversa e regolamentata in un modo diverso. Il commercio sta costruendo queste nuove archietture. Il governo sta aiutando. Insieme possono cambiare il carattere dell’internet. Possono farlo e lo stanno facendo». Se l’unica difesa della libertà è nel codice, dice Lessig, bisogna fare attenzione: perché il codice può essere cambiato. E quindi qualcuno lo sta cambiando. Generando forme di regolamentazione che non sono necessariamente desiderabili. E che comunque richiedono un pensiero.

Pubblicato nel 2000, questo articolo sembra scritto da chi ha visto il film dello sviluppo di internet negli anni successivi. Le piattaforme commerciali si sono sovrapposte a internet e hanno conquistato miliardi di utenti che non godono di alcun anonimato e i cui messaggi sono perfettamente controllabili. I governi hanno imparato a separare le reti nazionali da quella internazionale e le loro agenzie sono riuscite – come la Nsa – a raccogliere ogni genere di informazione su chi usa internet e su ciò che fa e scrive usando la rete. Le piattaforme e gli interventi governativi hanno completamente rovesciato la condizione di libertà che appariva il fondamento del protocollo TCP/IP per i cittadini che accettano di usare le piattaforme e che non sono capaci di aggirare le limitazioni e gli interventi delle autorità di governo. E in questo contesto, per i cittadini normali che usano le piattaforme e non si sanno o non si vogliono difendere dalle intrusioni del governo, la quantità di informazioni che può essere collegata alla loro identità e persona è enormemente superiore a quello che avveniva in contesti architetturali precedenti a internet. I cookies e le altre forme di raccolta di informazioni consentono di conoscere l’identità della persona, tutti i suoi dati anagrafici, tutte le sue attività, le sue preferenze anche le più intime, in base proprio a quello che le persone fanno volontariamente online, analizzando le attività e le interazioni con ogni genere di contenuto che si può pubblicare o ricevere in rete e con ogni tipo di relazione sociale che si può coltivare sulle piattaforme.

Il punto di Lessig è che quanto viene difesa la privacy o quanto viene infranta dipende dal codice. Chi scrive il codice scrive la regola. Può essere incentivato a scriverlo in un modo o in un altro dal mercato o dalla legge, ma sarà chi scrive il codice a decidere. Quello che conta, dunque, dice Lessig, sono i valori di chi scrive il software. E i loro valori diventeranno i valori che contano per le regole seguite da chi usa il software. I cavalieri dei bit agiranno in base a un codice d’onore o cederanno alla tentazione? «E noi dovremmo avere un ruolo nella scelta del codice, visto che questo codice influirà sui nostri valori?». Certo, si risponderà: dobbiamo avere un modo per influenzare le regole che il codice impone ai comportamenti delle persone. Ma chi e come decide? Molti pensano che si debbano lasciare andare le cose senza interventi governativi. Altri pensano a una pletora di decisioni che possono essere prese per intervenire punto per punto sui problemi emergenti. Probabilmente sono entrambe posizioni sbagliate. «La scelta non è tra regolamentazione o non regolamentazione. Il codice è una regola. Implementa dei valori. Abilita la libertà o la disabilita. Protegge la privacy o promuove la sorveglianza. Ci sono persone che operano delle scelte su tutte queste cose. Persone che scrivono il codice. Quindi la scelta non è “se regolamentare” ma se la comunità avrà un ruolo nelle scelte operate da chi scrive il codice».

Il riflesso condizionato che conduce a pensare che sia meglio che il governo resti fuori dalla regolamentazione di internet è un riflesso che nasce da un’ideologia diffusa secondo la quale il mercato o la tecnologia si autoregolamentano nel migliore dei modi possibile. Ma chi può dire che sia vero alla prova dei fatti? Il problema non è quello di limitare la libertà del mercato o della tecnologia. Ma di conoscere le conseguenze delle decisioni regolatorie delle aziende che scrivono il software. E cercare di mettere insieme un sistema che – come una costituzione – cerchi di mantenere un equilibrio tra gli interessi. Non c’è una soluzione preconfezionata chiara e semplice. Ma un approccio costituzionale è un modo per trovarla: Lessig suggerisce un sistema di equilibri in modo che la libertà di mercato sia salvaguardata e allo stesso tempo sia bilanciata dai valori definiti dalla comunità.

Una quantità di lavori di ricerca, di attività politiche, di discussioni tecniche si sono succedute a commentare l’evoluzione di internet e delle sue conseguenze sui valori e le regole che governano la società. Secondo Lessig non si può non tener conto di un nuovo soggetto “politico” fondamentale nell’epoca di internet: il potere dei programmatori e la forza regolamentatoria delle piattaforme che la programmazione sviluppa. Sono persone. Hanno interessi. Hanno valori. E sono manipolabili. Oppure possono manipolare. Il corollario è che che non esiste una deregolamentazione in questo settore, ma solo una scelta su chi sia chiamato a regolamentare. Forse non basta per risolvere il problema. Ma di certo lo pone in modo adeguato alla sfida posta da internet alla società umana.

L’America non è neutrale. Ma discute a fondo

La neutralità della rete è diventata un argomento di discussione importante in America, anche perché le nuove regole proposte dalla FCC la aboliscono e il numero delle persone che hanno scritto qualcosa per la consultazione in materia ha taggiunto i 3,7 milioni. Segno che almeno là non è considerato un tema tecnico ma di civiltà.

Un passo avanti è stato segnato con l’apertura del dibattito sull’eliminazione della diversa interpretazione della net neutrality su internet mobile e fissa. Anche il mobile deve aprirsi.

Si legge su Wsj, sito a pagamento: “Federal Communications Commission Chairman Tom Wheeler last week raised the possibility that the agency would subject broadband mobile to proposed “open Internet” rules.”

Intanto pare si sviluppi un compromesso generale sulla prioritizzazione. Non sarebbe più una corsia preferenziale per i servizi che pagano di più gli operatori, ma una scelta degli abbonati che pagherebbero di più per certi servizi purché prioritizzati sulla loro connessione (WaPost).

Ci si domanda se questa strada apparentemente più giusta non condurrebbe chi offre i servizi a pagare i consumatori perché comprino la prioritizzazione. Ma a occhio non sembra tanto intelligente. Commenti benvenuti.

Vedi anche
L’opinione della folla sulla net neutrality
Concentrazione e net neutrality
Net neutrality. Perché è importante