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Obama soccorre i sostenitori della net neutrality!

Lo aveva detto in tempi non sospetti. Il presidente Barack Obama capisce la net neutrality e la sostiene con forza. Ma dopo mesi di campagna per la prioritizzazione della rete condotta col supporto del capo della FCC – che è stato nominato da Obama – il dubbio di incoerenza cominciava a circolare. Ma il presidente ha parlato di nuovo forte e chiaro (Slate):

President Obama reaffirmed his “unequivocal support” for network neutrality. Network neutrality is the principle that phone and cable companies shouldn’t create an unequal Web—one with new Internet “slow lanes” for (almost all) websites and special fast lanes sold to billion-dollar giants like Facebook and Apple.

È un conforto per i 3,7 milioni di americani intervenuti nella consultazione lanciata dalla FCC. Per tutti gli internettiani. Per la libertà di innovazione. E anche per la Commissione per i diritti in internet della Camera italiana che ha sempre pensato alla neutralità della rete come un diritto umano.

Le lobby anti-neutrali – vagamente telco-centriche – avevano conquistato posizioni anche in Europa ai tempi della Kroes e della sua idea di mercato unico delle telecomunicazioni. La loro vittoria non è ineluttabile. Ma non è finita: e non si deve cedere un passo.

Vedi anche:
Power law e net neutrality
Neutralità della rete: perché è importante
Tim Berners-Lee e la neutralità
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Una critica del Garante della Privacy a Stefano Rodotà e colleghi della Commissione Bill of Rights

Un intervento sulla bozza di Dichiarazione dei diritti in internet di Antonello Soro, presidente del Garante per la protezione dei dati personali, dal titolo esageratamente critico rispetto al contenuto: Privacy e diritto all’oblio, la Costituzione di Internet così non va. In effetti contiene molti apprezzamenti e una sola critica forte.

Per altro verso, suscita più di una perplessità la formulazione in tema di diritto all’oblio contenuta nella Dichiarazione. Perché nel tentativo di adeguare il diritto a una realtà segnata da incessante e rapida evoluzione tecnologica, non bisogna sottovalutare le implicazioni di sistema che ha ogni nuovo istituto giuridico. Il documento prevede la legittimazione di chiunque a conoscere i casi nei quali altri abbiano ottenuto la deindicizzazione di propri dati personali (ovvero la sottrazione alla reperibilità, con i motori di ricerca, di notizie a partire dal solo nominativo dell’interessato, pur conservandole, nella loro integralità, nel sito-sorgente). Si dovrebbe quindi, evidentemente, pubblicare (sempre in rete?) un elenco dei soggetti che abbiano esercitato questa prerogativa. In tal modo un diritto, quale quello all’oblio – affermatosi come garanzia di una ‘biografia non ferita’ dallo stigma della memoria eterna della rete – rischierebbe, con un’eterogenesi dei fini, di rivolgersi nel suo opposto. E questo non mi pare condivisibile, dovendosi invece preservare la natura autentica del diritto all’oblio, che già di per sé consente di coniugare memoria collettiva e storia individuale; giudizio pubblico e identità personale.

La formulazione scelta per la bozza uscita dalla Commissione è questa:

Ogni persona ha diritto di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati che, per il loro contenuto o per il tempo trascorso dal momento della loro raccolta, non abbiano più rilevanza. Il diritto all’oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata, che costituiscono condizioni necessarie per il funzionamento di una società democratica. Tale diritto può essere esercitato dalle persone note o alle quali sono affidate funzioni pubbliche solo se i dati che le riguardano non hanno alcun rilievo in relazione all’attività svolta o alle funzioni pubbliche esercitate.
Se la richiesta di cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati è stata accolta, chiunque ha diritto di conoscere tali casi e di impugnare la decisione davanti all’autorità giudiziaria per garantire l’interesse pubblico all’informazione.

E’ una ricerca di equilibrio tra l’interesse di chi valuta superata l’informazione e ne chiede l’oblio e l’interesse generale di accesso all’informazione. Il diritto all’oblio riguarda l’indicizzazione nei motori di ricerca, non c’entra con le fonti primarie che continuano a tenere online le informazioni. Riguarda il fatto che i motori di ricerca, quando restituiscono i link su una persona, ne costruiscono l’immagine. Sulla base di algoritmi che sopravvalutano le cose più interessanti e non quelle importanti. Ma sapere che cosa è successo è comunque un diritto generale. E se uno vuole fare una ricerca su chi abbia rimosso i dati che lo riguardano deve comunque intraprendere un viaggio tra molti siti perché non può andare sul motore di ricerca. Certo, si potrà indurre qualcuno a incuriosirsi. Ma il lavoro necessario per soddisfare la curiosità non sarà leggero. Servirà piuttosto agli storici e a chi fa ricerche sapere chi ha scelto di avvalersi del diritto all’oblio più che ai guardoni. Anche perché le persone pubbliche sono relativamente fuori da questo argomento. Del resto, il ricorso al diritto all’oblio non dovrebbe essere una scelta troppo leggera. Perché dunque impedire l’informazione su chi ha scelto il diritto all’oblio? Certo, la ricerca di una norma equilibrata è difficile. Ma la soluzione non si trova guardando i fatti solo da un punto di vista. La consultazione potrà forse fare emergere altri punti di vista.

Vedi anche:
Promemoria. Lessig, la costituzione di internet e la regolamentazione

Promemoria. Lessig, la costituzione di internet e la regolamentazione

Come si è ricordato anche in passato, Lawrence Lessig, avvocato di cultura repubblicana, con una straordinaria storia di lotta per la libertà dell’accesso alla conoscenza, realizzata anche attraverso innovazioni fondamentali come la licenza creative commons ha scritto pagine da ricordare per il dibattito che si sta sviluppando intorno all’Internet Bill of Rights. Il suo contributo ha consentito di scoprire che la regolamentazione essenziale di internet è scritta nel codice e nell’architettura della rete. Nella riflessione sui diritti e la rete, l’alternativa esatta non è tra “regolamentare e non regolamentare”, ma tra “regolamentare a base di software e regolamentare a base di leggi”. E’ perfettamente chiaro che la politica delle leggine su internet è un pericolo per lo sviluppo della rete. Come peraltro è perfettamente chiaro – o lo sta diventando – che la politica delle grandi piattaforme extraterritoriali è una forma di regolamentazione di default per internet, solo in parte trascritta nei “terms and conditions”, molto più sottilmente implicita nel design e nelle strutture delle piattaforme: queste possono decidere quanto dare di privacy, quanto dare di interoperabilità, quanto dare di libertà di espressione.

IL punto di tutta la questione dell’Interet Bill of Rights non è dunque altro che l’emergere di un’esigenza “costituzionale”. Chi regola internet va regolamentato per salvaguardare l’equilibrio dei poteri: non può prevalere la logica delle lobby che governano la politica, come non può prevalere la logica del profitto privato extraterritoriale che governa le grandi piattaforme. Per questo serve una sorta di costituzione scritta in nome dei diritti umani, consapevole delle dinamiche specifiche dell’ecosistema internettiano. Lo sforzo compiuto dalla Commissione della Camera va in questa direzione. E non a caso è ispirato, come un po’ tutto questo movimento, dalla ricerca ventennale di Stefano Rodotà. Il suo risultato potrà essere migliorato con una consultazione e con il confronto internazionale che è già partito.

Ma il senso di questo post è semplicemente quello di ricordare che non si sta parlando di regolamentare internet: si sta parlando di regolamentare chi vuole regolamentare internet.

Ed ecco, a titolo di promemoria, quello che diceva Lessig.

Fin dai primi tempi del successo commerciale del web Lessig aveva maturato una intuizione. Con il libro “Code and other laws of cyberspace” e l’articolo per Harvard Magazine “Code is law” del gennaio 2000 – scritti al culmine della irrazionale euforia per la bolla delle dot-com – ha contribuito ad aprire una strada. Dice Lessig che in ogni epoca c’è un potere che minaccia la libertà e ci sono regole che la salvaguardano. La Costituzione è un insieme di regole pensato per impedire al potere federale di abolire la libertà degli americani. Il welfare è stato un insieme i misure per impedire al capitalismo di distruggere la libertà dei cittadini di vivere una vita decente. «La nostra è l’epoca del cyberspazio. E anche in quest’epoca c’è un potere che minaccia la libertà». Non è il governo. «Quel potere oggi è il codice: il software e lo hardware che danno al cyberspazio la forma che ha. Questo codice, o architettura, fissa le regole della vita nel cyberspazio. Determina quanto è facile proteggere la privacy, o quanto è facile la censura. Determina se l’accesso all’informazione è generalizzato o recintato. Influenza chi vede che cosa, o che cosa è monitorato». È un potere che non si vede se non lo si conosce.

A dimostrazione della sua straordinaria capacità visionaria, Lessig in tempi del tutto non sospetti, aggiungeva: «Il codice del cyberspazio sta cambiando. E questo cambiamento trasformerà il cyberspazio. Il cyberspazio era un posto che proteggeva l’anonimato, la libertà di espressione, il controllo individuale; diventerà un posto nel quale l’anonimato sarà più difficile, l’espressione meno libera, il controllo individuale confinato solo ai pochi superesperti». Quale sarebbe stato il percorso per questo cambiamento? E chi ne sarebbe stato protagonista? Per Lessig al fondamento della rete internet c’è un codice originario che ha conseguenze molto precise. «Internet originariamente è basata su un codice che implementa protocolli chiamati TCP/IP. Questi protocolli abilitano lo scambio di dati tra reti interconnesse. Questo scambio avviene senza che le reti conoscano il contenuto dei dati, senza conoscere chi invia i dati. Questo codice è neutrale in relazione ai dati, ignorante in relazione all’utente». Come conseguenza, in questa architettura, la singola persona è difficilmente tracciabile e lo scambio di dati è difficile da controllare: significa che per i governi è complicato regolamentare internet. Chiaramente questa difficoltà favorisce la libertà di espressione ma anche l’attività illegale: in un contesto autoritario ha la positiva conseguenza di difendere chi informa sui fatti; in un contesto criminale ha la conseguenza negativa di difendere chi commette illeciti. Lessig si chiede: che cosa ci possiamo fare? «Molti pensano che non ci si possa fare niente. Internet è così e non si tocca». È un approccio molto diffuso. Ma sempre più insostenibile. E non per motivi legali: per motivi che fanno parte integrante della stessa architettura della rete: «Ma nessun pensiero è più pericoloso per il futuro della libertà nel cyberspazio di questa fede nella libertà garantita dal sofware. Perché il codice non è fisso. L’architettura del cyberspazio non è un dato immodificabile. Altre architetture possono essere costruite sopra i protocolli internet di base. E queste nuove architetture possono rendere internet diversa e regolamentata in un modo diverso. Il commercio sta costruendo queste nuove archietture. Il governo sta aiutando. Insieme possono cambiare il carattere dell’internet. Possono farlo e lo stanno facendo». Se l’unica difesa della libertà è nel codice, dice Lessig, bisogna fare attenzione: perché il codice può essere cambiato. E quindi qualcuno lo sta cambiando. Generando forme di regolamentazione che non sono necessariamente desiderabili. E che comunque richiedono un pensiero.

Pubblicato nel 2000, questo articolo sembra scritto da chi ha visto il film dello sviluppo di internet negli anni successivi. Le piattaforme commerciali si sono sovrapposte a internet e hanno conquistato miliardi di utenti che non godono di alcun anonimato e i cui messaggi sono perfettamente controllabili. I governi hanno imparato a separare le reti nazionali da quella internazionale e le loro agenzie sono riuscite – come la Nsa – a raccogliere ogni genere di informazione su chi usa internet e su ciò che fa e scrive usando la rete. Le piattaforme e gli interventi governativi hanno completamente rovesciato la condizione di libertà che appariva il fondamento del protocollo TCP/IP per i cittadini che accettano di usare le piattaforme e che non sono capaci di aggirare le limitazioni e gli interventi delle autorità di governo. E in questo contesto, per i cittadini normali che usano le piattaforme e non si sanno o non si vogliono difendere dalle intrusioni del governo, la quantità di informazioni che può essere collegata alla loro identità e persona è enormemente superiore a quello che avveniva in contesti architetturali precedenti a internet. I cookies e le altre forme di raccolta di informazioni consentono di conoscere l’identità della persona, tutti i suoi dati anagrafici, tutte le sue attività, le sue preferenze anche le più intime, in base proprio a quello che le persone fanno volontariamente online, analizzando le attività e le interazioni con ogni genere di contenuto che si può pubblicare o ricevere in rete e con ogni tipo di relazione sociale che si può coltivare sulle piattaforme.

Il punto di Lessig è che quanto viene difesa la privacy o quanto viene infranta dipende dal codice. Chi scrive il codice scrive la regola. Può essere incentivato a scriverlo in un modo o in un altro dal mercato o dalla legge, ma sarà chi scrive il codice a decidere. Quello che conta, dunque, dice Lessig, sono i valori di chi scrive il software. E i loro valori diventeranno i valori che contano per le regole seguite da chi usa il software. I cavalieri dei bit agiranno in base a un codice d’onore o cederanno alla tentazione? «E noi dovremmo avere un ruolo nella scelta del codice, visto che questo codice influirà sui nostri valori?». Certo, si risponderà: dobbiamo avere un modo per influenzare le regole che il codice impone ai comportamenti delle persone. Ma chi e come decide? Molti pensano che si debbano lasciare andare le cose senza interventi governativi. Altri pensano a una pletora di decisioni che possono essere prese per intervenire punto per punto sui problemi emergenti. Probabilmente sono entrambe posizioni sbagliate. «La scelta non è tra regolamentazione o non regolamentazione. Il codice è una regola. Implementa dei valori. Abilita la libertà o la disabilita. Protegge la privacy o promuove la sorveglianza. Ci sono persone che operano delle scelte su tutte queste cose. Persone che scrivono il codice. Quindi la scelta non è “se regolamentare” ma se la comunità avrà un ruolo nelle scelte operate da chi scrive il codice».

Il riflesso condizionato che conduce a pensare che sia meglio che il governo resti fuori dalla regolamentazione di internet è un riflesso che nasce da un’ideologia diffusa secondo la quale il mercato o la tecnologia si autoregolamentano nel migliore dei modi possibile. Ma chi può dire che sia vero alla prova dei fatti? Il problema non è quello di limitare la libertà del mercato o della tecnologia. Ma di conoscere le conseguenze delle decisioni regolatorie delle aziende che scrivono il software. E cercare di mettere insieme un sistema che – come una costituzione – cerchi di mantenere un equilibrio tra gli interessi. Non c’è una soluzione preconfezionata chiara e semplice. Ma un approccio costituzionale è un modo per trovarla: Lessig suggerisce un sistema di equilibri in modo che la libertà di mercato sia salvaguardata e allo stesso tempo sia bilanciata dai valori definiti dalla comunità.

Una quantità di lavori di ricerca, di attività politiche, di discussioni tecniche si sono succedute a commentare l’evoluzione di internet e delle sue conseguenze sui valori e le regole che governano la società. Secondo Lessig non si può non tener conto di un nuovo soggetto “politico” fondamentale nell’epoca di internet: il potere dei programmatori e la forza regolamentatoria delle piattaforme che la programmazione sviluppa. Sono persone. Hanno interessi. Hanno valori. E sono manipolabili. Oppure possono manipolare. Il corollario è che che non esiste una deregolamentazione in questo settore, ma solo una scelta su chi sia chiamato a regolamentare. Forse non basta per risolvere il problema. Ma di certo lo pone in modo adeguato alla sfida posta da internet alla società umana.

L’America non è neutrale. Ma discute a fondo

La neutralità della rete è diventata un argomento di discussione importante in America, anche perché le nuove regole proposte dalla FCC la aboliscono e il numero delle persone che hanno scritto qualcosa per la consultazione in materia ha taggiunto i 3,7 milioni. Segno che almeno là non è considerato un tema tecnico ma di civiltà.

Un passo avanti è stato segnato con l’apertura del dibattito sull’eliminazione della diversa interpretazione della net neutrality su internet mobile e fissa. Anche il mobile deve aprirsi.

Si legge su Wsj, sito a pagamento: “Federal Communications Commission Chairman Tom Wheeler last week raised the possibility that the agency would subject broadband mobile to proposed “open Internet” rules.”

Intanto pare si sviluppi un compromesso generale sulla prioritizzazione. Non sarebbe più una corsia preferenziale per i servizi che pagano di più gli operatori, ma una scelta degli abbonati che pagherebbero di più per certi servizi purché prioritizzati sulla loro connessione (WaPost).

Ci si domanda se questa strada apparentemente più giusta non condurrebbe chi offre i servizi a pagare i consumatori perché comprino la prioritizzazione. Ma a occhio non sembra tanto intelligente. Commenti benvenuti.

Vedi anche
L’opinione della folla sulla net neutrality
Concentrazione e net neutrality
Net neutrality. Perché è importante

Separazione della rete Telecom. Un buon momento per pensarci meglio

Autorevole fonte che se vorrà – commentando il post potrà palesarsi – diceva che Venezia è perfettamente cablata ma i cittadini non hanno una connessione decente. Perché la cablatura è stata fatta dall’autorità pubblica e non può fornire accesso ai cittadini se non attraverso il wifi pubblico. Le compagnie private non usano la rete pubblica. E la gente mette il computer vicino alla finestra per poter prendere il wifi pubblico anche da casa.

La matassa delle reti veloci in Italia è fantasticamente ingarbugliata. La Telecom investe commisurando lo sforzo alla domanda che si attende di poter servire, il che è comprensibile. Ma il paese ha bisogno di spingere sull’offerta. Nell’infrastruttura l’offerta crea la domanda, molto spesso. Ma questo implica volontà politica. La Corea insegna. L’Europa lo suggerisce e in parte almeno è disposta a finanziare. L’Italia per ora nella confusione non sta attenta.

Un passaggio strategico è ora forse possibile. Tra le mille deviazioni strategiche della Telecom Italia, dovute alla ormai dichiaratamente sfortunata vicenda proprietaria, spesso ritorna il tema della separazione della rete. Più spesso rifiutata e qualche volta accettata, l’ipotesi di separare la rete dal servizio non cessa di essere riproposta. Come potrebbe funzionare? Ecco un’ipotesi.

La Telecom separa la rete, la cede a una nuova società nella quale entra la Cassa Depositi e Prestiti, insieme forse alle altre compagnie private e magari a quelle che gestiscono le reti pubbliche locali. La valorizzazione dell’apporto di Telecom è relativa alla stima del valore della rete meno l’ammontare di debiti che la nuova società si potrebbe accollare, calcolandolo in base a un piano che tenga conto da un lato del canone e dall’altro degli interessi, dei costi di gestione e manutenzione, degli investimenti da sostenere. In questo modo la Telecom come tutti gli operatori dovrebbe competere sul servizio, contando su un enorme insieme di clienti e liberandosi dal peso di una parte dei debiti. I concorrenti si troverebbero in condizioni di parità più facili da difendere. Le società pubbliche locali potrebbero contribuire con le loro reti al servizio per i cittadini. Venezia avrebbe migliore connessione e così molti altri luoghi.

Altre considerazioni che si fanno a sostegno di una strategia di offerta che crea la domanda sono legate alla tendenziale diminuzione dei costi dovuta alla facilitazione degli scavi già approvata dal governo e alle nuove tecnologie via etere che si stanno facendo strada. Naturalmente, in questo settore, le discussioni tecniche e quelle politiche si intrecciano, spesso nell’incomprensione di tutti contro tutti. Non si riesce a sapere se questa volta prevarrà la strategia unitaria di un paese che ha bisogno di un ordine mentale forte e chiaro per ripartire, anche dal punto di vista delle infrastrutture di rete. Imho.

EFF: sosteniamo la net neutrality

Electronic Frontiers Foundation informa sul tentativo della FCC americana di abbattere la net neutrality e con essa la principale difesa contro il controllo monopolistico delle grandi compagnie sull’innovazione. La net neutrality che garantisce uguale trattamento a tutti i bit che circolano in rete – che siano contenuti o applicazioni – è una forma intelligente di antitrust preventiva.

“Right now the FCC is considering a set of rules that would allow Internet providers to offer faster access to some websites that can afford to pay. We need to stop them.

Let’s start with the obvious: The Internet is how we communicate and how we work, learn new things, and find out where to go and how to get there. It keeps us connected to those we love and informed of political events that affect our everyday lives.

At EFF, we have fought for almost 25 years to protect a free and open Internet. We depend on the Internet for everything we do, from our efforts to reform broken copyright laws, to our ongoing battles to end the NSA’s illegal mass surveillance. More fundamentally, we know that the open Internet makes possible not just our activism, but the work of many others around the world.

That’s why we’re fighting tooth and nail to defend a concept known as net neutrality. Net neutrality means that Internet providers should treat all data that travels over their networks equally, rather than slowing down or even blocking access to sites of their choosing.

Good net neutrality rules would forbid Internet providers from discriminating against sites that cannot afford to pay a toll for preferential treatment, or sites that are critical of Internet providers or undermine their business models.”

La net neutrality consente di innovare senza chiedere il permesso alle grandi compagnie. Va compresa. E protetta.

Il nuovo commissario all’Agenda digitale europea sono due

Sono state decisi nuovi commissari europei. La responsabilità per l’Agenda digitale viene suddivisa tra Günther Oettinger (“Digital Agenda and Society”) e Andrus Ansip (“Digital Single Market”). Oettinger, tedesco e popolare, viene dalla responsabilità per l’energia sempre alla commissione. Ansip, liberale, era premier estone e ha dunque molto da insegnare.

Una governance complicata sembra sempre più tipica dell’agenda digitale. In effetti, il tema è trasversale. E la logica della divisione delle funzioni è sempre discutibile. L’Italia lo sa bene. Ma almeno ora possiamo dirci che non siamo strani noi: è strana una materia che rivoluziona ogni cosa e che ha bisogno di visione e condivisione per un’azione coordinata ma incisiva. Difficile. Certo è che altri ci sono comunque riusciti finora meglio di noi. E’ tempo di accelerare.

Update: Intanto arriva (via @saved_mat su Twitter) la lettera motivazionale di Jean-Claude Junker a Oettinger (pdf).

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Vedi anche:
#OMGoettinger! Good or bad news for the Digital Agenda?

La net neutrality è politica. A New York. Grazie a Tim Wu

Tim Wu è accreditato per aver popolarizzato il termine net neutrality con il suo paper del 2003. E ora è candidato Lieutenant Governor di New York.

Per proteggere internet da chi la regola male: Tim Berners-Lee e la Magna Charta per internet

Tim Berners-Lee, con la sua eloquenza da nerd eternamente timido negli speech pubblici, spiega a TED perché occorre una Magna Charta per internet:

E’ un momento in cui chi non creda all’importanza di queste riflessioni può trovare il coraggio di ripensarci. Il Marco Civil in Brasile è stato adottato. Il Consiglio d’Europa ha raccolto in una guida i diritti dei cittadini che usano internet. Il Berkman Center studia il tema con la sua solita profondità. La Germania ci sta lavorando. In Africa se ne discute intensamente. Organizzazioni come Freedom Online riuniscono diversi governi per aiutarli a coordinare gli sforzi sulla valorizzazione dei diritti umani nell’epoca di internet. Edri continua a difendere i diritti civili nel contesto digitale e trova sempre nuova attenzione.

Zdnet ne ha parlato con la penna attenta di Federico Guerrini

Lo schema di lavoro è chiaro:

Che cosa sappiamo?

– Le istituzioni che regolano l’azione delle persone online devono a loro volta essere regolamentate in modo che non possano conculcare i diritti umani. Tra queste istituzioni ci sono prima di tutto i governi. Ma forse è tempo di tener conto del fatto che le regole vengono scritte anche dalle grandi piattaforme internazionali che a loro volta potrebbero dover essere regolamentate in modo che non conculchino i diritti umani. (Vedi: il codice è codice)

Perché è importante

– Le istituzioni pubbliche che possono regolare internet non sono necessariamente capaci di comprendere l’ecosistema dell’innovazione. Le istituzioni private che possono regolare internet non sono necessariamente orientate al bene comune e certamente prediligono il bene degli azionisti. I diritti dei cittadini che credono nell’innovazione, nella diversità, nell’apertura e che ne vedono il beneficio – dimostrato dall’internet che si è finora sviluppata – vanno non solo protetti ma addirittura valorizzati. In nome delle enormi sfide che ci troviamo di fronte e che possiamo affrontare solo con l’innovazione aperta, la salvaguardia della diversità e della creatività individuale, la libertà di espressione delle persone e dei gruppi.

Che cosa possiamo fare

– Diffondere queste sensibilità. Discutere le forme giuste per soddisfarle. Approfondire i temi. E partecipare alla consultazione, a partire da ottobre, che sarà aperta dalla Commissione della Camera dei Deputati che si occupa di questa vicenda (alla quale partecipo con umiltà e passione).

L’incomprensibile scelta di fare consultazioni via mail. L’ultima è del ministero del Lavoro

Qualcuno dovrebbe spiegare perché le istituzioni e le organizzazioni orientate al bene comune continuano a lanciare consultazioni via mail per raccogliere opinioni dalla cittadinanza. L’ultimo caso è quello del ministero del Lavoro sullo sviluppo dell’economia sociale in Europa. Le informazioni sono sul sito. Il Comitato incaricato di organizzare la consultazione pubblica on line e la call for speaker è composto da Carlo Borzaga, Danilo Giovanni Festa, Leonardo Becchetti, Gianluca Salvatori, Gianfranco Marzocchi, Paola Menetti, Alberto Zevi, tutte persone di grande esperienza nell’economia sociale ma evidentemente ancora poco desiderose di approfondire i temi della partecipazione civica. Comunque, l’iniziativa è importante e, nonostante il mezzo, va seguita.

Questo post è solo relativo al mezzo utilizzato per la consultazione. La mail è uno strumento fantastico, facile da usare e alla portata di tutti coloro che sono online. Ma per una consultazione presenta difetti importanti. Il principale consiste nel fatto che chi manda una mail non sa che cosa hanno scritto gli altri. Non può commentarli. Non può valutarli. Non può adattarsi al tono dei contributi. Rischia di ripetere quanto già detto. E così via. Confrontarsi con gli altri è una buona pratica quando si fa una raccolta di opinioni. Con la mail, l’unico gestore del confronto, l’unico analista delle opinioni, l’unico che decide quali sono le idee che devono emergere e quelle che devono passare sotto traccia è chi ha organizzato la consultazione. Perché scegliere questa strada? L’unica motivazione deve essere il bisogno di controllare la consultazione, il cui risultato – se raccolto via mail – resta oscuro a tutti salvo agli organizzatori.

Altri difetti sono naturalmente connessi. La moltiplicazione delle mail le può rendere tanto numerose da divenire ingestibili. Ma nessuno può aiutare gli organizzatori a filtrarle e fare emergere i temi più importanti se solo gli organizzatori le possono leggere. La varietà dei temi, la ripetitività delle proposte, la loro comprensibilità, sono piuttosto casuali nella raccolta di mail. E infine l’analisi dei dati di comportamento dei partecipanti è praticamente azzerata: non si sa quanto tempo ci mettono le persone a contribuire e quanto tempo sarebbero disposte a leggere le proposte degli altri, tanto per fare un esempio.

Non sarebbe un problema se non esistessero diverse piattaforme pensate per fare le consultazioni, da LiquidFeedback e le sue varianti all’americana IdeaScale alla stessa Civi.ci (cui ho dato un contributo ideativo e che è stata adottata in varie occasioni dal Governo italiano, dalle autorità locali un varie parti d’Italia e dalla stessa Camera dei Deputati per la consultazione sull’Internet Bill of Rights). Chi scrive può essere forse poco obiettivo, dato che si è occupato di queste questioni, ma un lavoro civico sulle consultazioni è stato fatto da molti altri e spesso più bravi ricercatori e programmatori.

La ricerca che sottende la produzione di piattaforme per le consultazioni è orientata a creare ambienti di lavoro collaborativo che valorizzino un rapporto civico tra i cittadini e le istituzioni, studiando l’interfaccia e la metodologia di lavoro in modo da incentivare l’afflusso di contributi costruttivi e da favorirne l’analisi da parte delle istituzioni che lanciano le consultazioni. Usare una di queste piattaforme è di per sé una dimostrazione di apertura alle opinioni dei cittadini, perché le mostra e ne fa vedere l’importanza – o almeno consente di valutarle – in modo trasparente. Inoltre, consentono di limitare la ripetitività delle proposte, di concentrare l’attenzione sulle questioni che sulle piattaforme emergono come più importanti, di partecipare anche a chi vuole soltanto dare una valutazione o un breve commento. In alcuni casi, consentono anche di dire se le proposte sono comprensibili, di dichiarare un metodo di lavoro, di favorire il dialogo costruttivo. E poi si mettono in funzione in un paio di giorni se si vuole qualcosa di semplice (del resto, la mail non consente certo qualcosa di più sofisticato). E dunque, perché non usarle? Forse c’è qualcosa che mi sfugge:

Un problema dimenticato del diritto all’oblio

È complicato. Il diritto all’oblio resta un principio in cerca di equilibrio. Come previsto (Guardian), la decisione della Corte Ue ha lasciato aperte troppe questioni e il problema della relazione tra diritto all’oblio e correttezza dell’informazione resta irrisolto.

Secondo indiscrezioni pubblicate da VentureBeat la situazione attuale non è soddisfacente per le autorità europee. In pratica, avendo lasciato le decisioni a Google e agli altri motori di ricerca la certezza del diritto non c’è. Inoltre, chi cerchi le notizie “delinkate” in Europa le trova sulle versioni extraeuropee di Google. Ma soprattutto in molti casi la rimozione dei link dal motore sembra aumentare l’attenzione intorno ai casi che si tenta di far dimenticare.

Il punto, probabilmente, è che la prima pagina restituita da Google quando si cerca una persona equivale a una sorta di immagine pubblica della persona stessa. Alla fine, forse, occorre cercare non di negare i fatti, ma di darli con maggiore completezza.

È possibile che i fatti negativi che sorprendono una persona – tipo le accuse di malversazioni – tendano a essere più linkati di quanto non avvenga alle eventuali soluzioni positive successive – tipo le assoluzioni. L’equilibrio dell’immagine pubblica della persona ne risente, ovviamente.

La soluzione è ancora lontana. Google dà conto soprattutto delle pagine più linkate, ma forse per le persone potrebbe tentare di modificare i risultati delle ricerche per renderle più equilibrate e diversificate. L’algoritmo viene costantemente modificato: potrebbe forse essere mutato anche per questo scopo.

È possibile la neutralità delle piattaforme?

Uno studio del Conseil National du Numerique analizza la possibilità di introdurre il concetto della neutralità nell’ambito delle piattaforme, come Apple, YouTube, Facebook e così via. Altri potrebbero chiedere una interoperabilità delle piattaforme, in modo che non siano mondi a parte. Ma nella neutralità, il Conseil vede qualcosa di più, in termini per esempio di accesso ai dati.

Le piattaforme hanno una posizione molto favorevole in un mercato a tre dimensioni:
1. offerta di servizi gratuiti agli utenti che in in cambio cedono dati su loro stessi
2. offerta di servizi per la pubblicità alle aziende che hanno messaggi pubblicitari da inviare agli utenti
3. offerta di una base di utenti ad aziende terze che producono software da vendere agli utenti stessi (le piattaforme trattengono una percentuale del business)

Nella prima dimensione, le piattaforme sembrano delle utility o produttori di software. Nella seconda sembrano editori. Nella terza sembrano negozi online. Se arrivano a conquistare una grande base di utenti con servizi di elevata utilità a prezzi bassi o nulli, giocando sull’esclusività tecnologica, le piattaforme si costruiscono posizioni dominanti nei mercati editoriali e commerciali. E poiché le tecnologie di rete hanno la tendenza a crescere geometricamente di valore con il numero di utenti (per la cosiddetta “legge di metcalfe”), questa posizione dominante diventa dirompente sui mercati adiacenti. Il punto di domanda in quel caso diventa: queste piattaforme vanno regolamentate? E se sì, devono essere regolamentate in base alla loro funzione di “utility”? Oppure devono sottostare a qualche forma di antitrust innovativo? Seguendo l’idea del Conseil si direbbe di sì: devono essere interoperabili, o addirittura neutrali.

Alexandre Bénétreau, Edri, che riassume il rapporto del Conseil, aggiunge peraltro una critica, individuando una sorta di contraddizione francese:

The approach of the French government has its own hypocritical storytelling. The Council of the European Union (EU member state governments) is currently negotiating on the “telecoms single market regulation”, which includes provisions on net neutrality. The French government is taking the position that net neutrality and platform neutrality should be regulated at the same time. The most likely outcome of this approach is to kill the possibility of the EU regulating in favour of net neutrality. If the French government is successful, there will be little or no possibility of the European Commission legislating on either net- or platform neutrality in the foreseeable future.

Probabilmente l’obiettivo dell’interoperabilità è il più coerente per cominciare a porre il tema e a sviluppare una cultura in materia. Si tratta per esempio di aprire alla concorrenza tra “negozi” diversi il sistema di vendita di servizi e applicazioni che è stato sviluppato sulle piattaforme (cloud, device, software). In ogni caso, sarebbe meglio evitare che un concetto di neutralità applicato alle piattaforme renda meno comprensibile la necessità di mantenere neutrale la “piattaforma delle piattaforme”: cioè internet. L’interoperabilità potrebbe essere sufficiente, almeno per cominciare, perché imporrebbe alle piattaforme dominanti di aprire ponti verso le piattaforme emergenti o concorrenti.

Alla base, la neutralità della rete è necessaria per consentire alle piattaforme nascenti di proporre la loro innovazione senza chiedere il permesso agli operatori dell’accesso a internet. Quando sono cresciute un po’, avrebbero bisogno dell’interoperabilità con le piattaforme esistenti e già affermate per potere offrire i loro servizi agli utenti. Neutralità della rete e interoperabilità delle piattaforme, in questo senso, si saldano in una visione aperta di internet.

Vedi anche:
Dibattito editori, autori, Amazon
Anche qui

Italia-Germania. Connessione possibile sull’agenda digitale

Grazie a Ubaldo Villani-Lubelli per aver segnalato il dibattito sull’agenda digitale in Germania. Bisogna ammettere che almeno sul piano delle parole non siamo poi così lontani. La consapevolezza dei temi e dell’importanza degli aspetti infrastrutturali, economici, scientifici, sociali, culturali è analoga e direi che i progetti in campo sono di ampio spettro in entrambi i paesi. Oltre a essere in entrambi i paesi visti come un po’ troppo poco concreti. Per ora.

Ecco il progetto del governo tedesco pubblicato da Netzpolitik. Per chi non comprenda la lingua, il traduttore di Google consente di avere un’idea abbastanza chiara di ciò che si discute e anche delle critiche.

Economia dell’innovazione, inclusione sociale, alfabetizzazione, e così via. Temi analoghi, indubbiamente. Ma vanno letti con più attenzione, indubbiamente. La governance, come in Italia, appare complessa. Si fa notare la politica europea: la Germania vuole, si direbbe, più integrazione. E correttamente sceglie il campione digitale non certo per fargli svolgere una funzione di “evangelista nazionale” ma proprio pensando al suo ruolo di “ambasciatore” in Europa per il digitale.

Grande attenzione è rivolta alla sicurezza e all’equilibrio dei diritti. Vale la pena di osservare che per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, la Germania partecipa alla Freedom Online Coalition.

Se le cose stanno così, varrebbe la pena di aprire un dialogo con il governo tedesco. Per imparare e connettersi. Anche per dimostrare che facciamo sul serio almeno quanto loro. E che la nostra riforma strutturale digitale va aiutata.

ps. A proposito: si discute anche in Africa sui diritti e internet. Si direbbe che grazie all’Nsa (ma non solo) ormai il tema è diventato mondiale.

Italia-Germania: meno zero virgola due. Ma non è un pareggio. Quali riforme strutturali? Pensiamo digitale

Ok. Ora anche la Germania ha segnato una riduzione del Pil dello 0,2 per cento. E quindi la difficoltà di crescita non è più solo un problema italiano. E poiché la politica economica che ha per obiettivo il controllo dell’inflazione non è quella giusta quando si attraversa una congiuntura di deflazione, qualunque mente ragionevole dovrebbe prendere in considerazione almeno una politica monetaria espansiva. Vediamo se questa volta ci si riesce – a espandere la moneta – senza far saltare i sani vincoli di bilancio pubblico ma indirizzando le risorse verso l’impresa e le riforme strutturali.

Quest’ultimo punto è il interessante per uno stato come l’Italia che non riesce a riformarsi. Vedremo che cosa succederà con il decreto sulla riforma delle regole del lavoro. Vedremo come andranno a finire le riforme istituzionali e il resto.

Ma possiamo anche avviare una politica che è contemporaneamente una “riforma strutturale” e un “investimento per la crescita” e che quindi dovrebbe essere chiaramente accettabile anche dai più accaniti rigoristi. La riforma della modernizzazione digitale – con infrastrutture, connessione e accesso dai luoghi pubblici, riforma del servizio della pubblica amministrazione a favore dei cittadini, e così via – è un investimento e una riforma strutturale nello stesso tempo. Genera crescita subito e crescita a lungo termine. Imho.

Vedi anche:
Agenda digitale, riforma strutturale
Un architetto per la costruzione digitale
Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia
Chiose su “cambiare interfaccia”
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda
Fuffa e manipolazione

Due notizie da mettere assieme. Due errori contrapposti. Facebook come servizio pubblico. Wikipedia come punto di vista privato. Le nuove istituzioni della rete vanno pensate meglio

La prima notizia riguarda Facebook che offre connessione gratuita in alcuni paesi africani ma limitando la navigazione ai siti e ai servizi che considera adatti. La seconda notizia è che Wikipedia è considerata parte dei siti il cui link può essere eliminato in nome del diritto all’oblio. Le decisioni in materia sono tutte prese da piattaforme private che fanno le regole per la vita delle persone nell’epoca di internet.

Attraverso internet.org, Facebook dunque offre connessione gratuita non a internet ma a una sua selezione di internet (Sole). Evgeny Morozov invita a riflettere su questa interpretazione pubblica della strategia molto privata di Facebook e tenta di smascherarne l’intento. Sta di fatto che Facebook è convinta che la sua idea sia corretta dal punto di vista pubblico e che porti valore alle popolazioni che non si possono permettere l’accesso pieno a internet.

Intanto, il Guardian fa sapere che un link a Wikipedia potrebbe essere eliminato da Google nel quadro di un’operazione di applicazione del diritto all’oblio: la Corte Ue ha imposto a Google di occuparsi delle esigenze di chi chiede l’applicazione di quel diritto e la società americana tenta di interpretare l’obbligo a modo suo. Google si è dotata di un gruppo di consiglieri indipendenti per far fronte a questo obbligo e Jimmy Wales di Wikipedia ne fa parte. Wales è ipercontrario all’eliminazione del link a Wikipedia da Google perché sostiene che l’informazione contenuta nell’enciclopedia è ottenuta legalmente e scritta accuratamente. Lo stesso si può pensare, peraltro, dell’informazione prodotta da molti giornali. Del resto la ratio dell’eliminazione dei link in nome del diritto all’oblio non è quella di censurare l’informazione ma quella di correggere l’immagine distorta che di una persona ricercata su Google può emergere dalla concentrazione di link negativi sulla prima pagina restituita dal motore di ricerca: quei link possono creare un’identità digitale distorta per una persona che ha avuto un guaio in passato e che lo ha superato, perché i link si concentrano sul guaio e non sulla sua soluzione. Ma Wales è convinto che lo spirito enciclopedico di Wikipedia non dovrebbe essere coinvolto da questa questione. Se Wikipedia è costruita per dare una storia equilibrata delle vicende personali di chi ne merita una voce, pensa Wales, non dovrebbe essere parte delle informazioni che vanno nascoste applicando il diritto all’oblio. Un’interpretazione del ruolo pubblico e super partes di Wikipedia che merita ascolto: ma che ogni singolo giornale o blog ben fatto potrebbe dichiarare applicabile anche al suo servizio. Non è questo il punto: il punto è che Wikipedia si è organizzata come un servizio pubblico, o almeno come bene comune. In questo, forse, c’è la differenza.

I grandi protagonisti della rete sono coinvolti nella strutturazione delle grandi decisioni sulla vita delle persone che usano la rete. Lo sono a livello pratico e lo sono a livello normativo. I termini e le condizioni di utilizzo dei loro servizi sono talmente indiscutibili e ignorati dagli utenti – a fronte dei vantaggi che le piattaforme offrono – da essere di fatto “leggi” imposte in modo relativamente arbitrario dai privati cittadini che le governano. Si adattano alle leggi nazionali e internazionali, ci mancherebbe. Ma le usano come meglio ritengono, giocando tra l’altro sulle differenze tra i diversi sistemi legislativi. E delle differenze si avvantaggiano, spesso, come avviene per esempio in modo evidente per quanto riguarda il fisco.

Se i governi e i parlamenti fossero capaci di dotarsi di una comprensione adeguata di internet e di una policy conseguente, se sapessero e potessero accordarsi per imporre un punto di vista democratico a un livello internazionale ed efficiente simile a quello nel quale si muovono le piattaforme, allora ci sarebbe da sperare nel loro intervento per rendere meno arbitrario il sistema normativo che di fatto – attraverso le piattaforme private – governa internet. Per esempio potrebbero dichiarare che le piattaforme usate da tutti possono essere considerate delle utility a forte valore pubblico e come tali devono comportarsi a vantaggio del pubblico prima che dei loro azionisti: e il pubblico apprezzerebbe, forse. Il problema è che non c’è molta fiducia in giro sulla capacità dei sistemi politici di generare norme efficaci e giuste che riguardano la rete.

Siamo nella situazione prevista da Lawrence Lessig nel suo Code. Le leggi le fa il software. La sfiducia nella politica impedisce di ritenere possibile e sensato un intervento democratico.

Che fare? Una Carta dei diritti non è fatta per regolare i cittadini: è fatta per regolare le istituzioni. Una Carta dei diritti internet non è un insieme di regole che le istituzioni impongono ai cittadini: è un insieme di regole che i cittadini impongono alle istituzioni per difendersi dalle loro decisioni arbitrarie, per dare linee guida alle istituzioni in modo che le loro decisioni siano prima di tutto rispettose dei diritti dei cittadini.

Chi sono queste istituzioni? I governi e i parlamenti, ovviamente. Ma non solo.

Nicholas Negroponte, incontrato ancora una volta all’epoca in cui giocava con la balzana campagna di marketing di un editore americano che chiedeva di assegnare a internet il premio Nobel per la pace, ebbe un’intuizione, come spesso gli succede: «Le grandi piattaforme e in grandi siti globali, come Google, Facebook, Wikipedia, vanno considerate come “istituzioni”». Perché? Perché fanno le regole della convivenza e sono i punti di riferimento stabili nell’organizzazione politica, sociale e culturale della vita in rete.

Una Carta dei diritti deve arrivare a regolare le istituzioni in modo che quando scrivono le leggi e il codice che regola la vita di chi usa delle persone all’epoca di internet rispettino i diritti umani, rispettino l’equilibrio tra i diversi interessi, rispettino la libertà di innovare garantita dalla neutralità della rete. Il copyright non può prevaricare il pubblico dominio. La privacy e la libertà di espressione non possono essere normate in modo che appaiano come interessi contrapposti. L’accesso non può essere garantito a scapito della neutralità. E ogni argomento che la legge normale già regola non deve essere sottoposto a leggi speciali per internet. Imho.

Le notizie degli ultimi giorni dimostrano che le piattaforme stanno facendo leggi e politica. Stanno scegliendo per tutti. E poiché offrono un servizio tanto efficiente, le persone accettano le leggi. Anche se non emergono da un processo democratico. Si può far meglio. Probabilmente partendo da un servizio pubblico altrettanto efficiente. E proseguendo con una forte azione di acculturazione internettiana del ceto politico. Con l’umiltà richiesta dalla grandezza del compito. Senza fuffa. Senza tifoseria acritica. Senza promozione esagerata. Ma con il forte e ragionevole ottimismo di chi sa che il futuro non è fatto da chi la spara più grossa ma da chi lavora per costruirlo. Questo è il senso del pubblico.

Vedi anche:
Il codice è codice
Chiose
Carta dei diritti all’epoca di internet