Category partecipazione

Sulla corruzione. Lawrence Lessig

Lawrence Lessig parla della corruzione del sistema democratico americano (video su Vimeo). Finissimo.

Se la sfida intellettuale e politica è alta occorrono menti elevate. In paesi come il nostro serve meno finezza per riconoscere la corruzione.

La bella scuola

A Rinascimente si espone la “bella scuola” che coinvolge la mente, il corpo e il cuore nell’educazione. Commovente esordio con musica e acrobazie tenerissime dei bambini. E prosecuzione con i valori di un movimento che conta sulla dedizione degli insegnanti. Ecco il manifesto.

Diritto d’accesso e servizio universale. Temi linkati

Quanto al piano ultrabanda sembra si sia discusso di servizio universale a 30 mega. Poi non si è stabilito nulla, almeno per ora. Nel frattempo esiste un dibattito sul diritto all’accesso, inteso come diritto umano alla possibilità di partecipare a grande bene comune della conoscenza che è internet. In Italia ne promotore soprattutto Stefano Rodotà. Il tema è in consultazione nell’ambito della bozza di Dichiarazione dei diritti in internet. Questo post è solo un link tra i due temi.

little-truck

Questi temi meritano approfondimenti. Chissà se i commentatori vorranno aggiungere link. Vedi:
Rodotà via Sarzana e Wired
Diritto accesso, Treccani
Accantonato il servizio universale, per ora

Venezia Italia

Venezia si spopola. In un centro storico fatto per circa 150 mila persone e che nel 1951 era abitato da 175 mila persone, oggi vivono 56 mila persone. Ogni anno, da tre anni a questa parte, la popolazione del centro di Venezia diminuisce di circa mille persone.

libro-settisIntanto, milioni di turisti ci passano per poco tempo, migliaia di case sono usate solo per qualche periodo di vacanza, le attività economiche si concentrano sull’offerta di servizi al volo per chi passa di lì.

Il sistema di governo della città non è aperto e visionario come meriterebbe un luogo tanto significativo e le posizioni di rendita prevalgono. Venezia è un punto di domanda che assomiglia all’insieme dell’Italia in versione estremizzata.

Salvatore Settis ha dedicato al tema un libro ispirato: Se Venezia muore, Einaudi. Il grande Nordest ha bisogno della sua città leader (vedi l’appello che merita una discussione di Venezie Post) anche per approfondire la relazione tra il territorio e il mondo. E le potenzialità sono straordinarie come mostrano le analisi bellissime – spesso centrate su aziende venete – di Marco Bettiol in Raccontare il made in Italy, Marsilio. La Biennale continua a dimostrarsi un attrattore di qualità tutto da valorizzare. Il nuovo M9 si presenta come un motore di sviluppo intelligente. Su tutto questo occorre tornare. La sfida per il nuovo sindaco non è che una delle molte da tenere d’occhio. Ma di certo da qui passa una delle questioni fondamentali per l’intero paese.

L’analfabetismo digitale va affrontato più in nome della cultura che della tecnologia

L’analfabetismo digitale non è una menomazione che affligge chi non sa usare internet e le piattaforme digitali. E non va combattuto insegnando a usare internet e le piattaforme digitali. L’analfabetismo digitale è la mancanza della capacità di produrre attivamente conoscenza attraverso le tecnologie digitali che deriva dalla credenza secondo la quale le tecnologie digitali sono quello che sono e occorre soltanto imparare a usarle. Distinzione troppo sottile? Eppure è da questa distinzione che passa il valore fondamentale: diffondere la cultura digitale per liberare le potenzialità delle persone e non semplicemente per ingrandire il mercato digitale.

C’è chi dice: iniziamo a insegnare a quel 35% circa di italiani che non usano internet l’arte di consultare la rete, di pigiare i bottoni, di toccare gli schermi e così li libereremo dall’analfabetismo. Ma usare le macchine così come sono, adattandosi alle macchine, non è conoscere il linguaggio, la grammatica, le potenzialità dell’internet. E’ semplicemente scoprire una nuova dimensione del consumo. Forse, è come imparare a guidare un’auto: serve, certamente, ma non è un diritto umano. Casomai è un diritto di tutti che chi guida, per esempio, conosca bene il codice della strada e impari il valore del rispetto delle regole. L’equivalente del codice della strada in internet è un sistema complesso di regole, consuetudini, norme implicite nel software, potenzialità tecniche. Può sembrare paradossale, ma diffondere l’utilizzo delle tecnologie non è necessariamente un valore se avviene in modo acritico, lanciando semplicemente nuovi users nelle piattaforme. L’analfabetismo digitale riguarda l’uso critico delle tecnologie, la conoscenza dei loro meccanismi e di ciò che fanno agli utenti, la consapevolezza che le tecnologie digitali sono diverse dalle altre essenzialmente perché si possono modificare e innovare costantemente. Solo così impararle è liberatorio.

E’ come imparare un linguaggio. Non si impara a leggere se non si impara a scrivere e a parlare.

Il giusto combattimento contro l’analfabetismo digitale non è dunque rivolto al 35% dei non utenti per trasformarli in utenti, consumatori, oggetti passivi di un mercato. E’ rivolto alla maggioranza di utenti e non utenti che non riescono a esprimersi attivamente di fronte alle tecnologie. Quindi l’analfabetismo digitale non si combatte con un atteggiamento paternalista, non va corretto con interventi elementari, non va combattuto frontalmente come se fosse sempre e soltanto un fenomeno di sottosviluppo. L’analfabetismo digitale può essere combattuto rendendo migliori le piattaforme in modo che siano sempre più liberatorie, mostrino trasparentemente i loro meccanismi, spieghino bene ciò che fanno delle informazioni che gli utenti vi pubblicano. E diffondendo e facilitando le tecnologie che consentono a chi voglia di esprimersi innovando con il digitale, non soltanto di usarlo. Quindi l’analfabetismo digitale si combatte con rispetto e umiltà nei confronti di chi non usa attivamente il digitale, partendo dal miglioramento delle piattaforme, delle interfacce, degli strumenti. Prima di portare i non utenti a “lezione” è meglio che chi sinceramente crede nel digitale come tecnologia potenzialmente liberatoria si concentri sull’innovazione dell’accessibilità, della trasparenza, della qualità contenutistica.

Perché in fondo, non è l’analfabetismo digitale che conta. E’ l’analfabetismo funzionale che colpisce forse persino più persone e che fondamentalmente riguarda chi sa leggere ma non comprende ciò che legge. Un analfabetismo che non si manifesta nella dimensione tecnica ma in quella culturale. E che si vince non con la diffusione di lezioncine elementari sulle vocali e le consonanti, ma con grandi lezioni critiche. Del resto, coloro che si sentono alfabetizzati – digitalmente e funzionalmente – sanno che quello della comprensione è un processo infinito e profondo. E dovrebbero pensare allo stesso modo quando tentano di includere gli altri nello stesso processo. E se lo si pensa così, allora il combattimento contro l’analfabetismo digitale si tradurrà nel più ampio combattimento contro l’analfabetismo funzionale, al quale gli ultimi decenni di concentrazione sulla televisione commerciale non hanno certo rivolto molta attenzione. Imho.

Vedi anche:
Analfabetismo
Analfabetismo funzionale in Italia
Così l’Italia si gioca il futuro
Volevamo battere la Corea. Il disordine mentale delle nuove norme su internet ha conseguenze. Occorre una valutazione di impatto digitale
Giovannini. Scegliere il futuro. Basandosi sui fatti
Chiose alla frontiera dell’istruzione informale

A Napoli per cominciare il racconto dell’innovazione con i grant offerti dalla St e la mentorship di Nòva

Il 26 febbraio, ad Arzano, il laboratorio per la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti e tecnologie della StMicroelectronics ospita una mattinata di presentazioni sull’innovazione nel napoletano e in Campania. Sarà l’occasione per lanciare anche le attività dei giovani che racconteranno l’innovazione in quel territorio con la mentorship e la piattaforma di Nòva. L’occasione sembra piuttosto rilevante.

st-nòva-napoli

Orgoglio docente

«No school can be better than those who work in it» dice l’Economist. Scuole con insegnanti che non ci credono più, società che non valorizzano e rispettano gli educatori, sistemi pubblici che hanno dimenticato la missione per il bene comune, non servono al futuro, abbattono il morale e il senso dell’educazione. Mentre tutti noi ricordiamo quell’insegnante consapevole della sua missione che tanta parte ha avuto nell’appassionarci alla conoscenza. E che così ha indirizzato la nostra esistenza.

In Finlandia e in Corea gli insegnanti sono rispettati e molti grandi professionisti scelgono di fare gli insegnanti. Altrove non è così, ma evidentemente è possibile che sia così.

Una riforma della scuola può avvenire. E deve assolutamente avvenire. Anche in questo paese. Ma come in ogni paese, deve avere una bussola: ripristinare il rispetto per la professione dell’educatore a tutti i livelli. Forse non può partire dallo Stato. Forse deve partire da associazioni e nuove iniziative orientate al bene comune. Ma lo Stato ne deve essere consapevole, come l’impresa. E dare una mano.

Vedi:
Teach for America
Teach first
Economist: High-fliers in the classroom

Vedi anche:
Impara digitale
Fondazione Amiotti
La buona scuola

update: Alcuni commenti su Twitter mi dicono che invece deve partire proprio dallo Stato. Il fatto è che lo Stato negli ultimi trent’anni è stato il punto di partenza del processo che ha reso meno rispettata la professione dell’educatore. E ovviamente rispondeva a una quantità piuttosto complessa di dinamiche: la spinta dell’iperliberismo, la spinta dei valori sospinti dalla pubblicità e le televisioni commerciali, la spinta dei partiti “anti-stato”, e così via. Niente può togliere di mezzo la responsabilità dello Stato e soprattutto di cui lo guida. Ma chi guida lo stato non può che interpretare i giochi di forza e le evoluzioni culturali della società. Per questo dicevo che la responsabilità delle persone che vivono nella società e delle forme con le quali si associano non può essere tralasciata. Anzi, forse il cambio di rotta può avvenire a partire da spinte che vengono dalla società. Se aspettiamo che sia “lo Stato” non meglio identificato a prendere l’iniziativa probabilmente nel vuoto si una società distratta e disimpegnata o peggio passiva e succube, allora dovremo aspettare a lungo. L’ipotesi – perché di questo si tratta – è dunque che una mobilitazione costruttiva parta dalla società, con la spinta magari del sistema delle imprese che comprendono la situazione, e arrivi a chi guida lo Stato come un’onda tanto sferzante da trascinare via i “muri di gomma” dei quali è fatta tanta parte dello Stato e dia forza ai leader che possono davvero cambiare la situazione. Ma il rispetto per gli insegnanti – penso – parte da tutti noi: persone, insegnanti, associazioni. Imho.

Usa e Uk pensano a tassare correttamente i giganti di internet

La famosa web-tax all’italiana di qualche tempo fa non ha avuto successo: perché era una soluzione sbagliata a un problema giusto. In modi diversi, Usa e Uk stanno pensando allo stesso problema.

In Uk lo schema è quello di combattere i sistemi con i quali si deviano i profitti dal paese che li ha generati al paese che li tassa meno. George Osborne, cancelliere dello Scacchiere britannico, ha proposto una legge per tassare in Uk il valore aggiunto generato dai giganti internet e le società che usano sistemi simili ai loro per ridurre il carico fiscale sfruttando le caratteristiche dell’economia immateriale. I giganti di internet protestano vigorosamente, ma non c’è scandalo nel dibattito britannico. Perché la tecnica proposta è piuttosto sensata.

US multinationals fight UK chancellor George Osborne’s Google tax (Ft)

In Usa, il tentativo è quello di tassare i capitali liquidi accumulati all’estero dai giganti tecnologici e le società che usano sistemi simili per non riportare in America i profitti che generano. Riguarda Apple e Cisco ma non solo.

Cisco reports best revenue growth for 3 years

Evidentemente, quei paesi non sono “nemici del business”. Ma quando si pongono il problema di tassare chi elude troppo esageratamente le tasse, cercano di trovare una tecnica fiscale adeguata. Studiando un po’, forse, anche l’Italia potrebbe riprendere in considerazione il problema, per trovare una soluzione giusta.

Per il background sulla web-tax:
Commento costruttivo sulla raffica di misure relative a internet prese in questi giorni in Italia (con Paolo Barberis)
Dopo la webtax, prima di una soluzione: come gestire gli elusori internazionali?

La copertura mediatica sulla votazione per l’unità d’Italia digitale – #nazzarenostaisereno

L’immagine emersa sui media oggi della discussione alla Camera di ieri in materia di riforma costituzionale è stata concentrata sulle immagini dei deputati che gettano i fogli di carta per terra, che protestano, che litigano. Tutta la lettura dei fatti è andata nel frame “fine del patto del nazzareno”. Eppure ieri è stato il giorno in cui per la prima volta una riforma costituzionale è stata approvata all’unanimità dai deputati. Un fatto straordinario del quale in rete si parla moltissimo e con grande soddisfazione (perché riguarda l’attribuzione allo Stato delle competenze di coordinamento di tutta l’azione digitale pubblica, evitando l’attuale dispersione di azioni tra vari enti locali, vedere il verbale della seduta). Un fatto che contraddice il frame prevalente e che quindi esce un po’ troppo poco sui media.

In questo momento via Google News si vede che ne hanno parlato:
Webnews
DDay
CorCom
Il Sole 24 Ore
Punto Informatico
Webmasterpoint

Sicuramente ne hanno parlato anche altri. Di certo ne hanno parlato molto di più su Twitter, Facebook e blog, a partire da Mante e da questo blog.

La chiosa è questa. Il frame è più importante del fatto. L’immagine interpretativa semplificata del momento politico non può essere messa in discussione da un fatto che la contraddice dipingendo il Parlamento come un’istituzione capace di una sua libertà di dibattito e di un suo potere d’azione politica: in questo caso la politica parlamentare è riuscita a imporre una decisione più creativa di quella che sembrava provenire dalle posizioni dei partiti e del governo. Il frame è una semplificazione. E va bene. Ma quando è una banalizzazione non va bene. Quando oscura i fatti ancora meno.

Anche perché questo fatto ha un’infinità di implicazioni. Se non capisco male, la nuova norma costituzionale concentra sullo Stato il compito di coordinare la strategia e l’azione digitale di tutto il settore pubblico, regioni comprese. Prima si limitava alle questioni relative alla standardizzazione del trattamento dei dati. E’ stata ripresentata da Forza Italia nel momento in cui Stefano Quintarelli di Scelta Civica rinunciava all’emendamento. Ed è stata votata anche dalla Lega (che quindi accetta un emendamento “centralizzatore”). Ed è piaciuta al Movimento 5 Stelle, che l’ha votata convintamente e pragmaticamente, nonostante avesse quella provenienza. E poi il moto parlamentare è riuscito a farsi ascoltare dal Governo, che in quel momento sembrava deciso a tutto pur di non perdere tempo e che invece si è fermato a riflettere. Sicché alla fine anche il Pd ha votato la proposta. La “fine del nazzareno” non ha impedito agli eletti di pensare e decidere bene. All’unanimità. Una scena troppo bella perché non se ne dia conto attentamente sui media. Il che probabilmente avverrà. Sanremo è stata un motivo di distrazione, ma si può ancora rimediare.

Ecco qui il video del dibattito in aula:

Unanimità per l’unità digitale d’Italia. Vittoria costituzionale di Quintarelli e Palmieri

È passato, all’unanimità, un emendamento all’art. 117.r della Costituzione dove si parla della divisione dei poteri tra Stato centrale ed enti locali a proposito del digitale. L’articolo dava competenza esclusiva allo Stato sul “coordinamento informatico dei dati della PA”. Solo dei dati, non dei processi o delle infrastrutture. Il che generava duplicazioni, scarsa interoperabilità e altri errori architetturali.

Stefano Quintarelli e Paolo Coppola hanno presentato un emendamento che semplificava la questione attribuendo allo Stato “il coordinamento informatico della PA”.

Era un emendamento destinato a soffocare nella macchina di approvazione di altre riforme costituzionali. Per la fretta di andare avanti, il governo spinge per eliminare ogni discussione non strettamente necessaria. Coppola deve obbedire. E si giunge alla discussione in aula. Il racconto di Quintarelli è emozionante. Annuncia il ritiro dell’emendamento motivandolo con il suo primo discorso alla Camera. Antonio Palmieri prende la parola e fa suo l’emendamento spiegandone le ragioni e dimostrando che riguarda una modifica davvero essenziale della distribuzione dei poteri. Gli altri gruppi parlamentari lo sostengono. Anche M5S. Addirittura la Lega. Alla fine anche il governo deve dedicare un momento di attenzione alla sostanza dell’emendamento e si accorge che non può non approvarlo. E l’emendamento passa all’unanimità.

Quintarelli ha visto la storia passare davanti ai suoi occhi e ne ha scritto una pagina. Gli altri deputati l’hanno letta al volo e uno dopo l’altro hanno firmato il loro contributo. Il Parlamento ha dimostrato il ruolo che merita. Il governo ha dimostrato che può anche cambiare idea quando è bene che lo faccia. La Costituzione migliora. E l’agenda digitale degli italiani si fa più unitaria. Da leggere il verbale della seduta. In attesa del racconto di Quintarelli cui va un grandissimo applauso!

EXPOST

Si è anche cercato di capire che cosa resterà dell’EXPO allo Hangar Bicocca, sabato 7 febbraio, dove c’è stato un bello show di ottimismo sulla prossima esposizione universale di Milano. L’ex presidente del Brasile Lula ha fatto notare al “compagno presidente del Consiglio” che “i poveri non hanno un sindacato” e il papa Francesco ha detto che “la radice di ogni male è l’iniquità”. Il consiglio di leadership del papa è stato il più efficace: “passare dalle urgenze alle priorità” è il modo migliore secondo il papa per operare delle scelte. E questa frase, semplice e fortissima, è stata la più apprezzata e ripetuta di tutta la giornata.

Ma a un tavolo si è discusso di “che cosa resterà dell’EXPO”. E le cose dette sono state molte e spesso molto importanti. Inutile riassumerle. Voglio solo far notare che anche l’organizzazione delle esposizioni universali, a sua volta, studia che cosa resta degli Expo. E la risposta è sorprendente: gli Expo sono essenzialmente fenomeni educativi.

In effetti, per otto anni una società si prepara a raccontare un futuro. Pensa in anticipo alle conseguenze del racconto del futuro che si incarnerà nell’Expo. Noi abbiamo perso sette di quegli otto anni. Ma all’ultimo momento, come spesso facciamo noi italiani, stiamo tirando fuori idee forti e concrete. Non sarà un successo della preparazione e della profondità dell’evento. Sarà l’ennesima dimostrazione della predisposizine di fondo che abbiamo a fare le cose sempre all’ultimo momento con una sorta di millenaria profondità, che spesso nascondiamo sotto le nostre sciocchezze fuffarole. L’EXPO sarà una narrazione dell’ecologia del futuro, della necessità degli umani di imparare la sostenibilità, della concretezza della relazione ecologicamente consapevole tra tradizione e innovazione, che si vede ovviamente meglio che in altri settori nella filiera globale dell’alimentazione.

Pensarci ex-ante, per gli italiani, sembra sempre impossibile. Ci arriviamo giusto prima di essere costretti a osservare la storia ex-post. In quei momenti, rarissimi, quando siamo uniti per fare bella figura all’ultimo momento, talvolta, ci riusciamo. Vedremo. Alla fine non possiamo non augurarcelo. Non solo per il bene nostro: perché questa volta si parla del bene di tutti.

A Trieste. Città come piattaforma open source

A Trieste la pratica dell’idea di “città come piattaforma open source” va avanti. Grazie al lavoro di persone come Salvatore Iaconesi, dell’Isia di Firenze, di giovani progettisti come Mirko Balducci, Marina Bassani, Marta Maldini, Guido Marchesini, Mattia Mezzabotta, Francesco Puccinelli, Andrea Santarossa e Sara Ubaldini. E grazie a un Comune, dove evidentemente qualcuno ascolta. “L’intento di creare una Città Open Source dove l’amministrazione rilascia le API (Application Programming Interfaces) cittadine e un vero e proprio City Construction Kit, offerto ai cittadini come strumento per la libera creazione di applicazioni, esperienze, operazioni creative ed artistiche, di servizi, culture, coordinamenti, nuove filiere.” (smartinnovation).

Da non perdere, in questo contesto, il libro orchestrato da Carlo Ratti, Architettura open source, Einaudi.

Economist. Contro la discriminazione dei dati su internet: tre domande e risposte

Un grande articolo dell’Economist rilancia il tema della neutralità della rete, mentre si avvicinano le decisioni della FCC in America e della Commissione in Europa. Il settimanale britannico mette in luce le varie posizioni ma in fondo mostra come la neutralità sia una condizione fondamentale per un fiorente mercato internettiano, suggerendo che questa forma di regolamentazione sarà sempre di un processo di sviluppo più che un sistema di principi. È il classico approccio britannico alla legge, orientato ai risultati più che ai dogmi. Il che è un bene. Ma soprattutto sottolinea come il mercato, con la sua capacità generativa, non discende dall’assenza di regole, ma dalla presenza di regole giuste. Chi critica la neutralità come regolamentazione antimercato fa lo stesso errore di chi critica le regole che limitano il potere delle banche: la deregolamentazione delle banche ha prodotto enormi disastri, un mercato ha bisogno di regole giuste. Quali sono le regole giuste? Quelle che non proteggono l’interesse di una sola parte forte del mercato ma che tentano di trovare un equilibrio tra le forze diverse. Per questo non si arriva mai alla fine, per questo è un processo. Ma per questo occorre avere ben chiara la barra strategica.

1. L’introduzione di regole a favore della neutralità della rete è contro il mercato?

No. Il mercato è un sistema concorrenziale nel quale chi innova non deve chiedere il permesso a nessuno. Una regola che garantisca un gioco competitivo leale a tutti gli operatori non è una limitazione del mercato ma la sua principale garanzia. Come dimostrano le autorità Antitrust, ci vuole una regola a favore della concorrenza per proteggerla dai monopoli. Ebbene: senza una regola a favore della neutralità della rete, i grandi operatori possono in ogni momento discriminare il traffico dei dati in funzione dei loro interessi. Vedere il caso olandese sul pezzo dell’Economist per credere. La deregolamentazione del settore bancario in America è stata una mossa antimercato, ha rafforzato il potere oligopolistico delle poche banche globali e ha distrutto il mercato in una quantità di settori, a partire da quello delle case. Il mercato è la legge della concorrenza non la legge del più forte.

2. La neutralità della rete impedisce agli operatori di investire?

A parte di fatto che molti operatori rispondono di no. A parte il fatto che la crescita dell’internet neutrale ha creato un enorme mercato per gli operatori telefonici che hanno finora investito molto sulla rete e con profitto. A parte il fatto che gli investimenti in banda ultralarga devono avere un ritorno ma non è detto che debbano averlo soltanto con la discriminazione dei dati e la costruzione di servizi discriminanti a più alto prezzo. Il punto è: sono sicuri gli operatori che se non investono loro non investirà nessuno? Google da una parte, i governi dall’altra, le reti come commons dall’altra ancora… Una remunerazione dell’ultrabanda con abbonamenti più elevati non può essere sufficiente? Perché visto che i costi di costruzione stanno scendendo? In realtà, la discriminazione cambia fondamentalmente la struttura dell’internet riportando gli operatori al potere sui contenuti e i servizi che si usano in rete. Da quel potere pensano di ottenere un vantaggio incommensurabile. Ma a svantaggio della libertà di innovare senza chiedere il permesso, impoverendo tutto il sistema e alla fine anche se stessi.

3. Come si fa a garantire servizi a qualità elevata senza creare una rete non neutrale?

Si dice che internet non sia lo strumento sicuro che dovrebbe essere per le comunicazioni con gli ospedali: una comunicazione salvavita dovrebbe avere una priorità, si dice. Si dice che le comunicazioni con gli impianti industriali o con le centrali nucleari dovrebbero avere una priorità nella sicurezza. Si dice che la trasmissione di contenuti video e audio di alta qualità dovrebbe essere prioritizzata per aumentare il servizio e la qualità. Bene. Nessuno, ma proprio nessuno impedisce a certi operatori di costruire altre reti, non neutrali per servire queste esigenze. Anzi. Forse varrebbe proprio la pena di farle. Reti dedicate ai militari ci sono già. Reti dedicate alla tv, alle centrali nucleari, alla sanità: non c’è tempo da perdere, si facciano, si rendano sicure e si facciano pagare. Basta che nessuno le chiami “internet”. Non sono internet, che è un ecosistema neutrale rispetto ai dati dei contenuti e dei servizi innovativi che vi si generano. Reti dedicate, prioritarie o a banda garantita peraltro non potrebbero esistere sull’attuale rete internet che è per forza “best effort”. Dunque: internet è neutrale e così crea una grande economia, innovazione, occupazione, come è dimostrato. Ma niente impedisce di fare nuove tecnologie di rete per servizi che richiedono qualcosa di diverso da internet. Imho.

Vedi anche:
Google: Strong net neutrality rules won’t hurt the future rollout of Google Fiber

Doctorow e DRM: di chi è il mio browser, il mio computer, il mio libro?

Una persona consapevole del valore del copyright per l’attività economica degli autori non può che prendere in considerazione i temi che riguardano la protezione dei suoi diritti online. Ma una persona consapevole della struttura ecosistemica dell’internet non può che sperare che quei suoi diritti non siano protetti a scapito di altri diritti altrettanto importanti. Sulla rete occorre equilibrio. E quindi è importante ascoltare con attenzione quello che dice un autore come Cory Doctorow in relazione al DRM, software che serve a proteggere un’opera coperta da copyright online e che secondo lui sta cambiando il rapporto tra gli autori e il pubblico, oltre che il rapporto tra il pubblico e i loro computer (Gizmodo).

DRM, or digital rights management, is a digital lock placed on media content and devices. Supporters say DRM protects businesses and artists from piracy and theft. Sounds good, right? Opponents say it kills innovation, doesn’t stop piracy, and helps malware distributors. This month, a group led by the Electronic Frontier Foundation has assembled to come up with ways to fight DRM.

The World Wide Web Consortium, which just admitted the MPAA, has been pushing for every internet browser with HTML5 to ship with DRM since 2013. With Google, Netflix, and Microsoft on their side, it looks like DRM could very well become a requirement for browsers. But the opposition is about to take a stand. The Apollo 1201 project, led by the EFF with special consultant Cory Doctorow, is working with researchers and academics to try to repeal laws supporting DRM, including section 1201 of the Digital Millennium Copyright Act.

Per superare una delle questioni citate da Doctorow, peraltro, non sarebbe necessario combattere il DRM. Si potrebbe richiedere che tutti i DRM siano interoperabili, a me pare. In modo che per esempio un libro acquistato su Google possa essere usato su Amazon o Apple o altra piattaforma meno proprietaria: non si vede perché no, a mio parere. L’interoperabilità delle piattaforme resta un tema aperto che potrebbe innovare profondamente l’economia della rete.

Rieti ripensa il suo cuore con una chiamata alle idee

Ragazzi di Rieti, professionisti di valore, hanno organizzato una chiamata per progetti, idee e persone allo scopo di costruire una visione per l’area dell’ex Snia Viscosa: 30 ettari di stabilimenti e magazzini da tempo abbandonati. I ragazzi contano sulla loro rete di intelligenze: Rena. E hanno lanciato la loro call internazionale con un evento, ieri, cui hanno partecipato almeno 500 cittadini, il sindaco e molte autorità strette intorno alla possibilità di rianimare un luogo nel quale i reatini hanno vissuto, lavorato, sperato per decenni. Un’iniziativa che non parte dalla ristrutturazione ma dalla visione. Che si sviluppa con un metodo coinvolgente che valorizza le esperienze internazionali e le conoscenze locali. Un’impostazione di valore da seguire. Qui la chiamata per progetti.