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L’oscurantismo, la ricerca, i diritti umani. E la Commissione alla Camera per i principi dell’Internet Bill of Rights

Vale la pena di dedicare attenzione ai lavori della “Commissione di studio promossa dalla Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, per elaborare principi e linee guida in tema di garanzie, diritti e doveri per l’uso di Internet”?

Per rispondere positivamente occorrerebbe ipotizzare che il tema sia legittimo e importante, che la partecipazione allo studio sia aperta ai cittadini di buona volontà che vogliono contribuire civicamente e che il risultato possa effettivamente avere un valore intellettuale, politico e organizzativo.

Si tratta di ipotesi che possono effettivamente trovare una verifica solo all’atto pratico, cioè seguendo i lavori (e giusto per trasparenza avrò modo di seguirli direttamente avendo ricevuto l’onore di essere invitato a partecipare alla Commissione). Discutendo di questi aspetti, molti hanno già risposto positivamente o negativamente. Vale la pena di osservare in proposito che una valutazione preliminare su queste cose è necessaria, ma una risposta certa alle ipotesi citate rischia di essere vagamente ideologica – in positivo o in negativo – oppure basata su uno scetticismo radicato, non privo di motivazioni ma certamente inutile a chi speri che si possa tirar fuori un risultato positivo da una nuova sfida. Anche perché le previsioni sui risultati di un’azione non si possono basare solo sull’esperienza precedente: in effetti, ciò che avverrà dipende da chi partecipa, in aula e sui media civici. Sappiamo infatti che la Commissione funzionerà alimentando e ascoltando anche una consultazione aperta in rete: con questo almeno la seconda delle tre ipotesi trova già risposta. Per il resto, anche in questo caso, il futuro non è ciò che succederà ma la conseguenza di ciò che facciamo.

Per prepararci alla prima questione – se cioè il tema sia legittimo e importante – si deve affrontare di petto il tema di fondo di molte discussioni sulla relazione tra norme e internet. Esiste infatti un’idea diffusa secondo la quale internet non abbia bisogno di intervento normativo, perché funziona bene com’è e perché qualunque intervento normativo rischia di rovinarla. E – accidenti! – quel rischio è talmente reale, come si è dimostrato in una quantità di casi così grande, che si fatica a dipanare la matassa.

Ma prendiamo il caso fondamentale della net neutrality. Internet funziona bene com’è se la rete è neutrale nei confronti dei pacchetti di dati che la percorrono. Se non c’è net neutrality non c’è internet. E qualcuno che faccia la norma che garantisce la net neutrality c’è: può essere la compagnia telefonica che gestisce la rete, può essere la comunità dei tecnici che progettano la rete, può essere lo stato o una comunità di stati. Molte telco tendono a sperare di poter abolire la net neutrality per sostituirla con un concetto più vago di “internet aperta” ma il cui traffico può essere prioritizzato a loro discrezione. Un gruppo di società – tra le quali Google, Facebook, Netflix, eBay come si diceva – chiede invece che la net neutrality sia garantita per legge ed estesa anche alla rete mobile. Moltissimi cittadini non sanno di che cosa si sta parlando. Ma appena viene spiegata la questione, non si fatica a comprendere che dalla net neutrality dipende l’innovatività del sistema, perché essa non concede ai poteri economici esistenti l’arbitrio sull’innovazione – e sull’informazione – che può e non può arrivare a proporsi ai cittadini. In Brasile lo stato è intervenuto con il Marco Civil e ha stabilito che la net neutrality va garantita per legge. Se non c’è una legge, le compagnie non possono fare ciò che vogliono. Se non c’è una legge la net neutrality non è garantita. Questa è una scelta che può essere legittimamente posta all’attenzione di un organismo politico come il Parlamento. Altrimenti i cittadini sensibili al tema potranno difendersi soltanto costruendosi una nuova rete, neutrale non per legge ma per regola cooperativistica: ma, per la verità, questa è un’alternativa inutilmente utopistica.

La net neutrality garantita dalla legge è un esempio di una regola di tipo “costituzionale” per la rete.

Un altro esempio può essere il diritto di accesso universale in larga banda. Se la società della conoscenza può essere vissuta appieno solo avendo la possibilità di accedere alla rete in condizioni adeguate e se il mercato non è in grado di raggiungere ogni area abitata, è legittimo che un intervento normativo si occupi della questione.

Forse fin qui si può immaginare un consenso relativamente largo. Anche se gli avversari della net neutrality sono potenti lobbisti non si può negare che il tema – qualunque sia la scelta che si prenderà – sia legittimamente un tema adatto a essere preso in considerazione dalle norme. E anche se il diritto all’accesso universale andrebbe certamente accompagnato dal diritto a un’istruzione significaticamente diffusa all’uso della rete e dal diritto ad avere servizi pubblici adeguati che ne motivino l’utilizzo. Si tratta peraltro di corollari importantissimi che non mettono in discussione la legittimità di normare il diritto all’accesso.

Di certo, le controversie diventano più intricate quando si va su temi più puntuali come il copyright, le tasse, il cyberbullismo e molte altre questioni che inducono i legislatori a proporre leggi dedicate a internet.

A questo proposito la Commissione – va sottolineato – non si occupa delle singole norme ma del metodo con il quale si prendono in considerazione e si adottano. Quindi su questo si può arrivare a una forma “costituzionale”, una forma di metodo, che sia orientato a indirizzare le norme in materie collegate a internet in modo che tengano conto consapevolmente della complessità dell’ecosistema internettiano. Chissà se uscirà una indicazione sulla necessità di un processo multistakeholder. Chissà se si riuscirà a stabilire che le linee guida devono tener conto di una valutazione di impatto digitale. Chissà se si potrà arrivare a suggerire un approccio equilibrato in modo che l’intervento in un particolare settore non sia tale da produrre conseguenze negative in un altro settore nell’inconsapevolezza del legislatore. Questo è il tema costituzionale della Commissione: come garantire che le nuove leggi relative a internet non siano create se se ne può fare a meno e che se sono create siano consapevoli dell’equilibrio degli interessi e dei diritti che presumibilmente vanno a toccare. Tutto questo è estremamente complicato, ma se non si pone il problema non se ne esce e continuiamo a vivere in uno stillicidio di tentativi normativi pericolosi e inconsapevoli: con la conseguenza di continue fiammate di opposizione che finiscono per alimentare un approccio ideologico alle questioni internettiane che presenta limiti molto significativi.

Un’ideologia fondamentalista oscura ogni tentativo di ricerca volta alla comprensione di come stanno le cose in nome di un’interpretazione del mondo che conquista gli animi ma diventa potere. In “Edeologia, Critica del fondamentalismo digitale”, qualche anno fa, mi sono esercitato intorno all’idea che questo fenomeno appartenesse anche al modo con il quale qualcuno interpretava la rete internet. Libro ingenuo, Edeologia (con la “e” di elettronica ovviamente), reagiva alle catastrofiche conseguenze della strumentalizzazione finanziaria del senso di internet sul finire degli anni Novanta che era sfociata nella bolla e nel suo scoppio. Le crisi finanziarie non sarebbero mancate anche successivamente, separate da internet: ma l’edeologia avrebbe continuato latente e in alcuni casi evidente.

Un’ideologia può avere una funzione positiva. Nel caso della rete – una tecnologia che non ha alcun valore se nessuno la usa ma che acquista enorme valore se molti la usano – l’edeologia è servita a convincere le persone a dedicare tempo a internet prima che questa avesse valore in vista di un valore successivo che effettivamente si è realizzato. Ma questo si applica anche ad altre tecnologie di rete, meno neutrali e innocenti, come le piattaforme per la ricerca di informazioni in rete, i social network privati, i servizi che servono a cercare l’anima gemella e così via. Una tensione ideologica resta latente nella rete proprio perché ogni volta è indirizzata a convincere la gente a usare una tecnologia che all’inizio non ha valore e solo quando viene usata ne acquista. Creando non poche conseguenze negative.

Se si lascia solo alle piattaforme private e ai gestori privati delle reti il potere di fare le vere norme che guidano il comportamento delle persone in rete si rischia di perdere quello che la rete come bene comune è riuscita a creare finora. Un’ideologia che si opponga all’intervento pubblico in materia di internet in ogni situazione e su ogni aspetto finisce semplicemente per rafforzare il potere delle grandi compagnie private e ridurre conseguentemente quello dei cittadini. Un’ideologia americanofila che si accontenta di ripetere i mantra lanciati da Silicon Valley non serve all’evoluzione di internet come grande tecnologia innovativa e serve soltanto il successo delle proposte delle compagnie private.

Allo stesso modo, un approccio normativo statalista che pensa in modo distorto alla rete e interviene in modo capillare e inconsapevole è a sua volta enormemente negativo sullo sviluppo innovativo della rete. E imparare dagli americani non è certo un male da questo punto di vista.

Ma si può fare di più. Si può fare ricerca, senza oscurantismo, sulla possibilità di arrivare a una sorta di approccio costituzionale alla rete, in nome dei diritti umani e dell’equilibrio dell’ambiente digitale. È un percorso di ricerca che parte dalla tradizione illuminista intorno ai diritti umani e dalla prassi innovativa dell’ecologia. I successi di questi percorsi ci impediscono di pensare che sia impossibile arrivare a una consapevolezza sull’”ecologia di internet” e sul rilancio dei diritti umani in un’epoca in cui sembra ce ne sia crescente bisogno, non solo nei confronti dell’autocrazia politica ma anche nei confronti della tecnocrazia. Per questo discutere di un Internet Bill of Rights è legittimo e può anche finire con un risultato utile. Dipenderà dai membri della Commissione e soprattutto dai cittadini che parteciperanno alla consultazione.

Da leggere:
Vincenzo Ferrone, Storia dei diritti dell’uomo, Laterza 2014
Marc Augé, L’antropologo e il mondo globale, Cortina 2014 (v.o. 2013)
Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza 2012
Antonio Floridia, La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi, Carocci 2012
Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Nottetempo 2014 (v.o. 2012)

Al via commissione per Internet Bill of Rights

Con grande emozione e una rinnovata attenzione al tema dei diritti e internet leggo questo comunicato e lo condivido.

Camera dei Deputati- Ufficio stampa – Comunicato – 18 luglio 2014

BOLDRINI: AL VIA COMMISSIONE PER “INTERNET BILL OF RIGHTS”
PRIMA RIUNIONE IL 28 LUGLIO A MONTECITORIO

Prende il via la Commissione di studio promossa dalla Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, per elaborare principi e linee guida in tema di garanzie, diritti e doveri per l’uso di Internet.

L’iniziativa fa seguito ad alcuni incontri e seminari svolti proprio alla Camera dei deputati su questi temi. Anche in ambito internazionale vi sono stati recentemente significativi interventi al riguardo, tra cui ad esempio l’approvazione in Brasile della legge cosiddetta “Marco Civil” nell’aprile scorso, le sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione europea dell’8 aprile e del 13 maggio 2014, la Raccomandazione del Consiglio d’Europa anch’essa dell’aprile scorso e la sentenza della Corte Suprema USA del 25 giugno. Tutto ciò si aggiunge naturalmente alle molte iniziative provenienti dalla società civile che in questi ultimi anni si sono mosse nella direzione della elaborazione di un vero e proprio “Internet Bill of rights”.

A far parte della Commissione di studio sono stati chiamati deputati attivi sui temi dell’innovazione tecnologica e dei diritti fondamentali, studiosi ed esperti, tra cui il professor Stefano Rodotà, operatori del settore e rappresentanti di associazioni.

Le proposte che la Commissione elaborerà saranno sottoposte ad una consultazione pubblica per assicurare una partecipazione più larga possibile alla definizione di un testo finale.

I primi risultati saranno sottoposti altresì all’attenzione dei partecipanti alla riunione interparlamentare sui diritti fondamentali che si terrà proprio alla Camera il 13 e 14 ottobre 2014 nel corso del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea e che vedrà la partecipazione dei Parlamenti di tutti e 28 gli Stati membri dell’Unione europea.

Le conclusioni del lavoro della Commissione saranno quindi messe a disposizione delle Commissioni permanenti della Camera.

La prima riunione della Commissione di studio si terrà a Montecitorio il prossimo lunedì 28 luglio.

(Anche l’autore di questo blog è stato chiamato a partecipare alla Commissione)

Fcc, Google, Facebook, Netflix, eBay, e la net neutrality

La FCC ha chiuso con un crash del sito la consultazione sulla net neutrality. Gli oppositori associati per l’occasione – tra gli altri Google, Facebook, Netflix, eBay – chiedono regole semplici che impediscano la prioritizzazione sia sull’internet fissa che su quella mobile. (Variety, Reuters, ArsTechnica).

Il presidente dell’associazione, Michael Beckerman, ha detto alla Reuters: “We’re going to be getting pretty vocal about this issue. It doesn’t make sense anymore to differentiate the way net neutrality applies to mobile and wireline.”

Tom Wheeler presidente di FCC ha cercato di prendersi le sue responsabilità: “If it hurts competition, if it hurts consumers, if it hurts innovation, I’m against it and we’re not going to tolerate it.” (Reuters)

Chiose su “cambiare interfaccia”. In vista delle prossime scelte

Grande intuizione quella espressa ieri dal premier: “L’Italia deve cambiare intefaccia“. E’ un modo per dire che il cambiamento necessario non è di facciata, ma di sostanza: l’interazione tra i cittadini e lo stato, come tra il resto del mondo e l’Italia, avviene attraverso un’intefaccia. E quella che c’è stata finora era quella sbagliata. Troppo complicata, soggetta a corruzione, fuffologica. La riprogettazione dell’Italia, la sua modernizzazione da avviare attorno allo strumento dell’agenda digitale, può partire proprio dall’interfaccia: più facile da usare, più orientata al risultato, più piacevole. Più semplice e lineare.

La necessaria semplicità finora è stata spesso ricercata attraverso la banalizzazione. La fuffa della comunicazione ha esaurito gli italiani in una quantità di giochi d’artificio che servivano solo una strategia della disattenzione. Le cortine fumogene dell’ipercomunicazione, l’ottimismo forzoso, l’entusiasmo acritico, il cinismo tecnocratico e burocratico, sono la premessa per l’inazione. Perché la semplicità nasce dalla consapevolezza della complessità e la trasforma.

Può darsi che oggi o nei prossimi giorni il governo voglia decidere intorno alle nomine all’Agid e quello che ci starà intorno. Il percorso delle candidature è stato virtuosamente trasparente. Ma i criteri delle scelte, per ora, non sono stati espressi chiaramente.

Se l’Italia deve cambiare verso, le persone che applicheranno le scelte del governo sulla modernizzazione digitale del paese dovrebbero essere competenti, disinteressate e orientate all’obiettivo definito dalla visione del governo. Questo aiuta a trovare dei criteri per sceglierle. Perché quelle persone si trovano tra coloro che, pur essendo competenti, non sgomitano sguaiatamente mettendo in giro voci sui loro prossimi incarichi, che non hanno un’agenda personale, che non hanno simpatie per particolari aziende che chiedono al governo facilitazioni e protezioni, che non fanno parte di grandi cordate di potere. E in questo settore, gli interessi sono enormi.

Utopia? In un piccolo acquario di squali come il nostro sistema politico, non è facile trovare la gente giusta. Perché la gente giusta non passa il tempo a farsi notare: lavora e se c’è l’occasione si limita a mandare un curriculum o a dichiarare una disponibilità. Poi aspetta con fiducia le scelte di chi decide. Se ha ragione o se sbaglia lo deciderà la saggezza di chi decide.

Vedi anche:
Fuffa e manipolazione
Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia
Un architetto per la costruzione digitale. Francesco Caio ne scrive
Agenda digitale, riforma strutturale
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia

Matteo Renzi ha dato le sue priorità per le proposte italiane durante il semestre in relazione al digitale:
1. Mercato unico per il digitale e autorità unica per il digitale in Europa. E’ il primo punto nella proposta del governo italiano.
2. Ogni euro investito in infrastruttura digitale è fuori dai limiti. Perché è un investimento per il futuro.
3. Cybersecurity. Cooperazione tra governi e aziende.
4. Open government, open data, trasparenza. Per la democrazia.

Ma questo è per l’Europa. Renzi peraltro sottolinea che l’Italia deve cominciare a riformare sé stessa. La prima riforma è cambiare il sistema per rilanciare le opportunità per i giovani. L’Italia deve smettere di piangersi addosso. E il digitale è la dimensione che crea più opportunità per i giovani.

Neelie Kroes ha confermato che l’investimento nella modernizzazione digitale dovrebbe essere escluso dalle pur sacrosante limitazioni imposte dai vincoli di bilancio europei.

Ma nel caso del digitale, l’investimento non è solo uno strumento per la crescita, da ottenere in cambio della promessa di riforme strutturali. Nel caso del digitale l’investimento sull’architettura internettiana per la pubblica amministrazione e l’ecosistema italiano coincide con le riforme strutturali (come si diceva sul Sole).

E le regole? Jeremy Rifkin ha sottolineato che tutto questo non è possibile e non è generativo senza net neutrality.

Un architetto per la costruzione digitale. Francesco Caio ne scrive

“Si scrive Agenda digitale. Si legge posti di lavoro e competitività”. Parole di Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane e, fino a qualche mese fa, commissario per l’Agenda digitale italiana. A partire da quell’esperienza ha scritto il libro “Lo Stato del digitale. Come l’Italia può recuperare la leadership in Europa” che esce mentre l’Italia assume la guida semestrale del continente e mentre il governo italiano decide sulla direzione dell’Agenzia per l’Agenda digitale.

libro_caio Sulla base della sua esperienza, Caio è convinto che si possa arrivare a riformare il funzionamento dello Stato con conseguenze fondamentali in termini di risparmi, crescita, benessere, cittadinanza. Purché si cessi di lavorare per competenze separate, soluzioni non interoperabili, progetti di digitalizzazione dell’esistente. “La digitalizzazione è un’occasione unica e irripetibile per costruire uno Stato più friendly, più trasparente, agile, che cosa molto meno”.

In effetti è possibile ottenere migliori risultati con minori costi, soprattutto centrando i progetti sulle esigenze dei cittadini e non sulle procedure dell’amministrazione nate nell’epoca della carta, dei bolli e delle megastrutture burocratiche.

Le frontiere della ricostruzione digitale dello Stato sono molteplici in qualche caso fantasiose, di certo affascinanti: si parla di semplificare e qualificare i servizi a partire dal design dell’interfaccia, specialmente mobile; si parla delle forme con le quali le leggi possono essere tradotte in software che ne semplifichi l’implementazione (Francesco Sacco ne sta studiando alcuni casi); si parla e si opera intorno alla apertura dei dati pubblici e dell’organizzazione di hackathon per la costruzione di applicazioni che usino quei dati (la Camera ne ha già organizzata una); di progetta la standardizzazione e l’interoperabilità delle piattaforme pubbliche in chiave cloud anche per facilitare il riuso delle applicazioni sviluppate in alcune amministrazioni da parte di altre amministrazioni, e così via. Ma è solo uno dei contesti nei quali si opera per implementare l’agenda digitale, perché la pubblica amministrazione è un abilitatore, ma gli altri capitoli non sono meno importanti: per esempio, alfabetizzazione e digital skills, infrastrutture di connessione, filiere della ricerca e delle startup, e così via.

Caio ha obiettivamente accelerato alcuni processi strategici per l’agenda digitale italiana, concentrandosi su temi abilitanti (anagrafe, fatturazione, identità), puntando sulla standardizzazione e semplificazione strutturale, avvalendosi delle sue indubbie capacità manageriali, contando sull’appoggio del governo. Ha incontrato ostacoli accettandone alcuni e asfaltandone altri. Ma ha dato una direzione e un esempio di prassi. Ora il lavoro avviato va concluso e con una prospettiva più lunga di quella che aveva Caio deve allargarsi e approfondirsi. E’ il momento. I vincoli di bilancio possono essere dilatati solo in cambio di riforme strutturali e se queste coincidono con gli investimenti necessari a realizzarle, la strada diventa piuttosto chiara: la riforma digitale della pubblica amministrazione è una riforma strutturale ed è un investimento. In quel contesto, nessuno può giocare con i termini e con i soldi. I partner europei possono vedere il valore dei soldi che ammettono siano spesi. E gli italiani possono vedere crescita e miglioramento qualitativo della vita civica.

In tutto questo, un insegnamento di Caio è fondamentale. E con esso si chiude il libro: al centro della costruzione digitale occorre chi svolga la funzione dell’architetto.

Vedi anche:
Agenda digitale, riforma strutturale
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Corte suprema: lo smartphone è parte dell’anatomia umana

La privacy non è destinata al passato. La Corte suprema ha deciso che lo smartphone non può essere perquisito dalla polizia senza mandato. Perché contiene tanti e tali dati personali che una perquisizione senza mandato sarebbe sproporzionata. La ricerca di un equilibrio tra repressione del crimine e privacy deve tener conto del fatto che ormai lo smartphone è come se fosse parte del corpo umano (Nytimes)

Sarebbe interessante essere certi che questo si estenda ai computer (ormai connessi alle stesse cloud dei cellulari). E soprattutto sarebbe interessante scoprire come si possa estendere ai cittadini stranieri che in America – almeno da Bush Jr. in poi – sono considerati esseri umani un po’ meno uguali degli altri.

Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Alla fine degli anni Novanta l’Italia era avanti nell’agenda digitale. Oggi è indietro come quasi nessun altro paese, come mostra lo scoreboard europeo. La responsabilità è principalmente di chi ha governato i primi dieci anni del Duemila. Ovviamente tante altre strutture ci hanno messo la loro quota di ignavia. Ma quei governi che vedevano solo la televisione non potevano certo dimostrare attenzione per la rete.

Da due anni a questa parte, si è tornato a parlare di agenda digitale. La migliore realizzazione in proposito, secondo me, resta la nuova legislazione a favore dell’ecosistema delle startup: è un inizio ma è un buon inizio (*). Poi si sono riattivati alcuni programmi relativi alla modernizzazione della pubblica amministrazione: fatturazione elettronica, anagrafe nazionale, identità digitale (**). In entrambe le questioni c’è moltissimo da fare in termini di diffusione delle opportunità e del senso delle innovazioni introdotte. Il primo tema è stato portato a termine e ora ha bisogno di essere sostenuto e interpretato negli ecosistemi territoriali. Il secondo tema deve essere ancora completato, ma le prime concretizzazioni stanno arrivando proprio in questi giorni (Sole).

Il fatto è dunque che gli italiani sono tornati a parlare di agenda digitale e che questo argomento è ormai visto come una parte integrante di qualunque policy orientata alla crescita e all’innovazione economica, alla modernizzazione della vita civile e alla rigenerazione della democrazia. Non è più un argomento da pionieri o visionari: è sotto gli occhi di tutti, anche se molti potrebbero essere più coerentemente decisi nel riconoscimento della qualità prioritaria di questa policy. Questo fatto ha innalzato le aspettative tra tutti coloro che ne capiscono l’importanza.

Le aspettative elevate, quando non sono realizzate producono grandi delusioni.

Le grandi delusioni producono scetticismo, cinismo, disfattismo e spesso disperazione. Alimentare le aspettative senza occuparsi di soddisfarle è una manipolazione concentrata su obiettivi di breve termine. Definire le aspettative ragionevoli e raggiungerle è una tattica di medio termine. Definire una grande visione, spiegare come si può raggiungere in un tempo congruo è una strategia di lungo termine che costruisce prospettiva e speranza.

La modernizzazione digitale del paese richiede una visione di livello grandioso. Assomiglia, se si vuole, alla modernizzazione ricercata con le riforme istituzionali e con la riforma della burocrazia. Riguarda le relazioni tra i cittadini e la pubblica amministrazione, conducendo le sue strutture verso una nuova trasparenza e apertura dei dati, un nuovo rispetto dei diritti e delle relazioni civiche, una nuova partecipazione, ma va oltre: riguarda l’intera filiera dell’innovazione dell’economia, la moltiplicazione delle opportunità di lavoro, la rigenerazione del sistema educativo, la qualità della vita nelle città, la connessione internazionale del paese, l’inclusione sociale, le politiche per le aree meno sviluppate del paese, l’efficienza della sanità, il sistema dell’informazione, la sharing economy e dunque la cultura della cooperazione e del volontariato, il turismo, l’automazione industriale, il commercio, le esportazioni, la cultura, e così via.

Questa visione va realizzata. E non potrà esserlo da un solo governo da una sola persona o da un solo ente. Deve diventare una prospettiva verso la quale si sviluppa una collaborazione duratura della maggior parte del paese, delle sue istituzioni, delle sue aziende, delle sue comunità. A questa visione, va data una roadmap, con tappe raggiungibili, miglioramenti visibili e sistemi di valutazione dei risultati. Occorre stabilire un’architettura duratura, curare gli standard e l’interoperabilità delle piattaforme e delle soluzioni, puntare prima di tutto sull’usabilità per i cittadini in un quadro nel quale vengono finalmente messi in secondo piano i capitolati perché al primo posto vengono gli obiettivi. E tutte le strutture chiamate a collaborare devono essere celebrate per il loro contributo.

Questo mondo delle tecnologie digitali in chiave pubblica, purtroppo, ha vissuto nell’incomprensione e in qualche caso nel disinteresse dell’informazione e della politica, sicché ha lasciato spazio per vocianti fuffaroli, fornitori meno che innovativi, pratiche orientate più ai capitolati che ai risultati e molte altre brutture. Ha lasciato spazio a campanili ideologici e gruppi di interesse. Ha creato soluzioni il cui scopo era spendere i soldi non risolvere problemi. E ha fatto anche molto di buono.

Ma l’atteggiamento, ora, ha bisogno di cambiare. In base a una visione orientata al lungo termine e a realizzazioni orientate alla ragionevole raggiungimento degli obiettivi, in una prospettiva concretamente grandiosa. Con umiltà, imparando dai migliori e qualche volta superandoli: spesso succede che quando l’Italia è un outsider, alla fine, si comporta bene.

Non so come si organizzerà ora l’Italia su questi temi. Si sa che l’attesa dell’imminente nomina del nuovo direttore dell’Agid può essere vista come una tappa per saperne di più. E credo che verrà operata insieme alla definizione di un quadro più ampio, anche perché quella nomina pur importantissima non basta a definire il senso e a garantire la realizzazione di quella visione di cui c’è bisogno. In molti daranno una mano, ne sono certo. Ciascuno come sa.

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(*) Disclaimer: ho fatto parte della task force che se n’è occupata per il Mise nel 2012. Forse questo mi rende meno obiettivo nel giudizio. Ma per la verità non credo.
(**) Ridisclaimer: ho dato una mano anche al gruppetto di persone che si sono occupate di agenda digitale sotto la guida di Francesco Caio per la presidenza del Consiglio nel 2013-14. In entrambi i casi si è trattato di attività svolte gratuitamente. Con il modesto orgoglio di un intellettuale indipendente.

L’autodeterminazione dei bit e la costituzione

Bella discussione. Ieri alla Camera le riflessioni sulla Internet Bill of Rights. Suggestioni, esempi, confronti per pensare a una sorta di costituzione della rete. Poi Mantellini con il suo post Lasciate stare Internet, sostenuto da E-volution. E Ket con il suo ricordo della costituzione per i bambini in Brasile. Infine GG che sottolinea il valore delle regole emergenti dalla rete.

La rete si è sempre autoregolamentata. Ma, bisogna pur ammetterlo, nell’ambito delle regole esistenti. Implicite o esplicite. Le regole delle telecomunicazioni, come quando gli americani hanno obbligato le telco a consentire l’utilizzo delle reti telefoniche per ascoltare i primi vagiti di internet. Le regole del commercio. Le regole fiscali. Le regole del lavoro, della finanza, del copyright, della diffamazione. I divieti europei ai siti di estrema destra che invece non ci sono in America: con il primo caso incredibile allora della richiesta francese a Yahoo! di eliminare le pagine che promuovevano materiali filonazisti. L’attenzione europea alla privacy, molto superiore a quella riservata allo stesso argomento in America. Le regole sul brevetto del software, possibile in America e non in Europa. Senza contare le regole iraniane, cinesi, russe sui media, la libertà di espressione, la libertà d’impresa. Di regole ce ne sono fin troppe intorno a internet. Questo è chiaro. E il meglio, internet lo dà quando le regole sono chiare, semplici, abbastanza poco interventiste. L’autoregolamentazione a base di Icann ha funzionato, all’interno delle regole date. Ogni nuova regola ha sempre rischiato di produrre danni. Anche danni o solo danni.

All’interno di questi limiti normativi, la rete è effettivamente autogovernata da leggi matematiche e geometriche abbastanza misteriose ma molto potenti. Come la famosa regola individuata da Bernardo Huberman: il vincitore piglia tutto, diceva, nel senso che quando un servizio conquista una leadership nelle tecnologie di rete tende a sbaragliare i concorrenti. Fino a che non arriva un’altra tecnologia di rete spiazzante, che cambia le regole del gioco: sembrava che nelle tecnologie di rete il sistema operativo della Microsoft fosse il padrone assoluto, ma nel nuovo contesto spiazzante di internet non ha tenuto il centro della scena e quando si è diffuso l’accesso mobile è andato, per così dire, in secondo piano. Così, si può anche lamentare l’iperpotere di chi ha vinto con la power law. Google per esempio, ma sapendo che qualcuno potrebbe inventare la prossima struttura capace di spiazzare il potente di turno. E’ il bello di internet, in effetti: qualunque difetto, problema, ingiustizia, concentrazione di potere può trasformarsi nell’opportunità di innovare ulteriormente.

Può? Sì, fintanto che esiste la net neutrality. Si tratta di una regola che garantisce a tutti i pacchetti di viaggiare in rete senza privilegi. E una regola che consente di innovare senza chiedere il permesso agli incumbent, che siano telco o over-the-top. Ma la net neutrality è una regola. E’ una regola che protegge il bello di internet, non lo limita. E’ una regola che deriva dalla consapevolezza di un principio fondamentale dell’ecosistema dell’innovazione, che rende la rete tanto ospitale per l’innovazione. La net neutrality non c’è nell’internet mobile ed è attaccata in modo ossessivo da alcune lobby in America e persino in Europa. In Brasile, grazie al Marco Civil, la net neutrality è invece protetta per legge. Una legge che salvaguarda internet.

Non si dovrebbe pensare che ogni regola sia un limite. Ci sono regole che liberano. E che proteggono la libertà. L’antitrust è una regola: e protegge la libertà di fare concorrenza. La net neutrality è una regola e protegge la libertà di innovare, cioè la concorrenza futura o almeno potenziale.

La net neutrality è una regola pensata da chi comprende la dinamica dell’ecosistema internettiano.

Scommetto che persino Mantellini è abbastanza d’accordo. Ma ci sono altri temi di riflessione. Altre leggi pendenti. E altri rischi possibili, se le leggi sono introdotte senza comprendere internet. Sul copyright se ne sono viste tante del genere. Così come quando si è pensato di contrastare l’ottimizzazione fiscale di Google introducendo una furbata sull’iva in un solo paese, come l’Italia per di più. E sulla base di queste esperienze, Mantellini ha pienamente ragione a essere sospettoso.

Ma il tema costituzionale non è orientato alle regole specifiche. Nello stato la costituzione non regola le singole attività ma il modo con il quale si arriva a fare le regole sulle singole attività. La regola costituzionale è un metodo. E si concentra sulla salvaguardia dei principi umani o civili intorno ai quali tutti si dovrebbero riconoscere in nome del bene comune. Ovviamente non c’è nulla di oggettivo in una costituzione: ma la costituzione è una regola-ecosistema, non una regola-limite. E’ in base alla costituzione che poi emergono le regole specifiche, le regole scritte dalla matematica delle reti, le regole scritte dai parlamenti, le regole scritte dai softwaristi e le regole scritte dai consigli di amministrazione. Una costituzione può essere esplicita o implicita: internet ne ha avuta una implicita per molto tempo, ma in base alla net neutrality. Se dovesse essere abolita la net neutrality, ogni altra regola emergente troverebbe il limite delle regole decise dagli incumbent. Una regola che protegga la net neutrality è una liberazione non un vincolo.

In realtà, una regola di tipo costituzionale serve a salvaguardare e valorizzare i principi fondamentali. Questi principi, ispirati alla riflessione e codificazione dei diritti umani, costituiscono uno spazio civico orientato al bene comune di valore generale. Non sono la panacea di ogni male, ma un modo per fare avanzare la civiltà in una prospettiva di qualità della convivenza. Non risolvono le contraddizioni che si generano nei contesti nei quali i conflitti, l’ignoranza, la distrazione, la disinformazione, gli interessi di lobby e molti altri fenomeni favoriscono applicazioni normative poco desiderabili. Ma hanno un valore educativo e spesso impediscono che i conflitti tra interessi diversi degenerino.

In mancanza di regole, il mercato degenera nel capitalismo, si potrebbe dire con Fernand Braudel. La legge del più forte si impone se non c’è una costituzione che salvaguarda il debole. Internet non è altrove, rispetto a queste tematiche. Non la lasceranno stare, purtroppo. In Brasile hanno deciso di introdurre una regola che impedisca di rovinare internet con regole sbagliate. Gli altri paesi troveranno la loro via, forse. Se non ci si pensa, però, si rischia di veder prevalere le regole scritte nel software delle grandi piattaforme che le persone usano tanto volentieri anche quando ne va della loro privacy o della loro libertà di espressione.

Un modo di pensarci è scrivere nuovo software, nuove piattaforme, che siano basate su un codice civicamente avvertito. Nuove piattaforme che abbiano le stesse caratteristiche di utilità, divertimento, facilità delle piattaforme usate oggi: ma che garantiscano che i dati siano aperti, la privacy sia salvaguardata, la libertà di espressione sia salvaguardata. E’ possibile. No?

Internet Bill of Rights per proteggere internet

La discussione alla Camera dei Deputati sull’Internet Bill of Rights offre uno spazio di discussione che finalmente riesce a far apparire questo percorso come una tendenza concreta. Si può partecipare online.

I primi interventi:

Laura Boldrini. “Internet è un ponte essenziale per l’accesso alla conoscenza e per le relazioni con gli altri. Ma ha bisogno di regole. Le regole non sono una limitazione della libertà, le regole sono la garanzia della libertà. L’approccio costituzionale alle regole per internet è fondamentale per garantire che le regole da scrivere siano giuste”.

Antonello Soro. “Non esiste più il dualismo tra virtuale e reale. Non esiste più il dualismo tra regolamentazione e deregolamentazione. Il tema costituzionale è il tema del bilanciamento tra gli interessi. Che cosa occorre prendere in considerazione? Esiste la dittatura dell’algoritmo che indirizza i comportamenti. Esiste una concentrazione della raccolta dei dati. Esiste una doppia tendenza culturale da superare: una idea dell’autonomia della tecnologia dalle regole, da un lato, e dall’altro, la tecnofobia. E poi esiste il tema della sorveglianza globale emerso con le rivelazioni di Snowden. La Corte Ue, poi, ha stabilito un nuovo equilibrio tra sicurezza e protezione dei dati personali, tra diritto europeo e diritto statunitense. Diventa interesse anche delle grandi piattaforme coltivare la fiducia dei consumatori resi più consapevoli dalle vicende ricordate”.

Stefano Rodotà. “Le novità normative degli ultimi tempi sono una parentesi o una nuova condizione stabile? Negli ultimi anni, dopo tentativi di elaborazione di un Internet Bill of Rights, la rete era stata affidata solo alle logiche del mercato. Con un conseguente abbandono, per esempio, di ogni protezione dei dati personali. Invece l’aprile del 2014 è stato un mese di cambiamenti. Su privacy e net neutrality, per esempio, in Europa e Stati Uniti. C’è una redistribuzione dei poteri.

Era necessario dare una disciplina uniforme ai cittadini europei. Si è affermato che di fronte ai diritti fondamentali non possono essere subordinati alle logiche del mercato. Si è tentato di introdurre un metodo per correggere l’autoreferenzialità delle grandi piattaforme multinazionali che erano abituate a farsi le norme da sole a trasformare le persone in meri fornitori di dati. Ha creato un contesto anche alla logica di decisione multistakeholder: non può funzionare solo in base al consenso, perché ora deve comunque riferirsi al contesto dei diritti fondamentali che sono affermati anche per internet.

Io non credo che quello che è avvenuto possa essere limitato solo all’Unione europea. Non credo che Google potrà rifiutare a un non europeo gli stessi diritti che ora deve garantire agli europei. C’è una forza espansiva dei diritti. Ed è il senso dell’approccio dell’Internet Bill of Rights. Che ha conseguenze anche sulle scelte delle piattaforme, con la reazione costruttiva di Google, il nuovo atteggiamento di Facebook e la comunicazione spontanea di Vodafone sulle intercettazioni.

Tutta questa vicenda forse ha avuto origine da Julian Assange ed Edward Snowden. C’è stata molta ipocrisia nelle reazioni politiche. Ma ci sono stati anche cambiamenti fondamentali. La presidente del Brasile ha trovato l’appoggio della Cancelliera tedesca per andare all’Onu a chiedere diritti per le popolazioni sorvegliate. Le dinamic coalitions hanno sostenuto il percorso. Si è compreso che un’alleanza tra Europa e Brasile è possibile e sensata. Ha fatto emergere un divario tra l’amministrazione americana e l’Unione europea. Che forse si ritrovano invece nel comune interesse contro l’ottimizzazione fiscale delle grandi piattaforme. A partire dal nuovo trattato commerciale tra l’Europa e gli Stati Uniti. Ce la fa l’Europa a sostenere il proprio punto di vista?

I diritti fondamentali non vanno lasciati fuori. Il processo di costituzionalizzazione passa da qui. Rimette in discussione l’idea dell’autoregolamentazione della rete. La netiquette non basta più. Ci vuole hard law. E la Corte Ue ha fatto very hard law. Abbiamo di fronte a noi processi di inclusione, partecipazione, democrazia continua. Un punto costitutivo della costituzione di internet è la garanzia della partecipazione dei cittadini”.

La discussione è proseguita con l’esposizione delle novità provenienti dal Brasile e dall’Unione Europea. Il Marco Civil brasiliano in particolare si occupa di garantire la net neutrality, la privacy, il diritto di espressione il trattamento efficiente della responsabilità civile di terzi. Lo spirito è tutto ispirato dall’idea che le regole brasiliane non sono fatte per controllare internet ma per proteggere la rete.

La net neutrality in particolare protegge la ricerca, l’innovazione, la libertà di proporre nuova progettualità senza chiedere il permesso agli incumbent.

La riflessione sulla democrazia continua, come la chiama Rodotà, è necessaria alla maturazione della partecipazione della popolazione ai temi civici. E la riflessione ha efficacia, in rete, anche se si incarna in piattaforme che ancora non esistono o che servono a sperimentarne le ipotesi, le teorie, le visioni. Il nuovo equilibrio dei poteri, nel contesto dell’epoca della conoscenza, passa anche per l’innovazione degli strumenti attraverso i quali la vita delle istituzioni e la partecipazione dei cittadini si esprime. E la net neutrality protegge le nuove piattaforme che servono a questa funzione di innovazione. I diritti fondamentali superano la logica del mercato: dovrebbe essere evidente, ma negli ultimi anni è apparso meno ovvio.

Il tema è generare uno spazio concretamente sperimentabile dai cittadini nei quali il bene comune, l’informazione civica, la discussione costruttiva sono garantiti dalle tensioni verso la frammentazione della società in target e tribù ideologiche, dalla manipolazione politica e commerciale, per rigenerare una reale prospettiva collaborativa. Si possono interpretare le piattaforme anche come forme di enforcement delle regole: codice normativo e codice software potrebbero convergere.

Rodotà ha ricordato sul finale della mattinata i termini del discorso.

I principi costituzionali di internet:
1. Accesso a internet come diritto universale
2. Statuto della conoscenza in rete
3. Uguaglianza e non discriminazione
4. Net neutrality
5. Sottoporre soggetti globali alle regole locali
6. Rapporto mercato diritti fondamentali per bilanciamento
7. Equilibrio tra trasparenza e protezione dati personali

Per arrivarci? Tecniche wiki. Proposte di autoregolamentazione. Autorità locali, nazionali, internazionali.

FunkyPrize da Trieste

A State of the Net un momento dedicato a Marco Zamperini. Funky music in sottofondo e un video con il suo ultimo discorso a Trieste. Commozione incontenibile. E la speranza che la sua esperienza di narratore dell’innovazione continui. La conferenza triestina che Marco ha contibuito a realizzare è una delle forme nelle quali si incarna il ricordo. E il FunkyPrize è un’altra. Il premio serve a sostenere coloro che sapranno continuare quella storia che Marco ha raccontato. È realizzato il sostegno di tanti amici. Comprende un contributo di 15mila euro e un master alla scuola del Sole 24 Ore. Tutto è spiegato sul sito FunkyPrize.

Intel Business Challenge 2014

Ricevo e rilancio volentieri…

INTEL BUSINESS CHALLENGE 2014

Intel Business Challenge è una delle principali business plan competition a livello mondiale. Ogni anno giovani imprenditori di start-up, spin-off, ricercatori e studenti universitari presentano le proprie idee innovative e tentano la scalata verso la finale.

Per le migliori proposte sono previsti benefit molto interessanti come un percorso di tutoraggio personalizzato, altissima visibilità tra investitori internazionali e la possibilità di essere selezionati per le finali mondiali a U.C. Berkeley, California, insieme ad altri team provenienti dai diversi continenti.

Per partecipare alla prima fase di selezione, ogni team dovrà preparare una proposta di business. La procedura è semplicissima e completamente online. C’è tempo fino al 30 Giugno 2014. Maggiori informazioni al sito http://www.intelchallenge.eu/

Le finali europee si terranno a Vilnius (Lituania) dall’8 all’11 Settembre 2014, mentre le finali mondiali saranno in California (U.C. Berkeley) dal 3 al 6 Novembre 2014.

La Scuola Superiore Sant’Anna affianca Intel in qualità di Country Ambassador per promuovere questa iniziativa tra studenti, aspiranti imprenditori e start-up italiane.

Per maggiori informazioni e assistenza è possibile contattare Claudia Daniele e Andrea Paraboschi: ibceurope2014@gmail.com

Cercasi anche capo dell’Agid

Visto che parlavamo di come stanno scegliendo il nuovo presidente della Bbc, è giusto segnalare anche che in Italia stanno scegliendo il nuovo direttore dell’Agid con un metodo relativamente aperto che passa per una trasparente raccolta di candidature e cv. Mettiamola come vogliamo ma lo sviluppo è positivo.

Il commento casomai è solo per incoraggiare a migliorare ulteriormente. Il confronto tra le due operazioni che comunque rimandano a una scelta governativa, mostra una certa maturità in più da parte degli inglesi (che segnalano senza tante storie anche il salario e l’impegno) mentre gli italiani non ne parlano e sentono il bisogno di affermare (in modo pleonastico) che deciderà il governo.

Franceschini e Schmidt a Roma, lunedì. Consigli?

Lunedì prossimo mi troverò in mezzo tra Dario Franceschini, ministro della Cultura, ed Eric Schmidt, presidente di Google. Per un paio d’ore su “Turismo e industria digitale”. L’incontro è spiegato qui.

Dopo le decisioni prese sulla misurata defiscalizzazione del mecenatismo per la cultura in Italia, una bella mossa, e tutto un pacchetto del valore di 500 milioni entrato in Gazzetta ufficiale, il ministero di Franceschini sembra in fase costruttiva (notizia e approfondimento sul Sole).

Su turismo e digitale però la situazione è tosta. Si può e si deve fare molto di più. Non è detto che sia un compito del governo, ma in Italia il governo c’entra sempre almeno un po’. Di certo Google c’entra già molto. Con un’impostazione visionaria, si possono avviare cose importanti. Sarà una visione indipendente dalla mega-azienda americana, o sarà sviluppata in collaborazione con essa? Schmidt arriva in un momento in cui Google sembra sempre più un’entità politicamente impegnata. Che cosa si diranno i due? E che cosa possiamo domandare?

Questo post è solo per raccogliere consigli. Intanto, anch’io ci penso… Spero nei commentatori…

Condivido comunicato stampa: premio fertilità MerckSerono per giornalisti e cittadini

Per chi fosse interessato…

Comunicato Stampa

26 maggio 2014

Al via la prima edizione del Fertility 2.0 Award promossa da Merck Serono S.p.A.

• Premio innovativo rivolto ai professionisti della comunicazione online e a tutti gli utenti del web
• L’obiettivo è quello di promuovere una maggiore diffusione sul web delle conoscenze sui temi della fertilità e della prevenzione dell’infertilità

Roma, 26 maggio 2014 – Al via la prima edizione del Fertility 2.0 Award, un premio dal carattere fortemente innovativo promosso da Merck Serono S.p.A. Il Fertility 2.0 Award intende riconoscere l’importanza di una corretta diffusione su Internet delle conoscenze sulla fertilità e sulla prevenzione dell’infertilità e, al contempo, premiare coloro i quali danno un contributo importante alla divulgazione di questi temi, attraverso la condivisione sul Web delle proprie esperienze.

“Nella lotta all’infertilità – sottolinea Antonio Messina, Presidente ed Amministratore Delegato di Merck Serono S.p.A – è importante che le coppie sviluppino un approccio consapevole alla preservazione del loro potenziale riproduttivo e si pongano in maniera responsabile di fronte alla scelta del momento in cui cercare una gravidanza. In questo senso – conclude Messina – il ruolo dell’informazione è fondamentale e il contributo del web diventa sempre più importante”.

Il Fertility 2.0 Award si rivolge a due categorie: “Informazione giornalistica online”, diretta ai giornalisti, professionisti o pubblicisti, con articoli pubblicati su testate giornalistiche online registrate, e “Testimonianze e condivisione”, che si rivolge a tutti coloro che, pur non essendo professionisti dell’informazione, forniscono spunti di discussione e contributi di valore sul tema della fertilità, attraverso social network, blog, forum e siti internet [dettagli sul sito]. A entrambe le categorie la Giuria del Fertility 2.0 Award assegnerà tre premi del valore di 2.000 euro ciascuno. Fra i giornalisti verranno premiati gli autori degli elaborati ritenuti più meritevoli che avranno affrontato il tema della fertilità e, in particolare, i seguenti argomenti:

• I corretti stili di vita per la fertilità
• Cause note e meno note dell’infertilità
• Il fattore “età della donna”
• Infertilità femminile e maschile
• L’importanza di una diagnosi tempestiva e di una corretta informazione
• La Procreazione Medicalmente Assistita
Per la categoria “Testimonianze e condivisione” saranno invece premiati: il miglior contributo pubblicato su un sito web o blog; il miglior post su un forum o sul social network Facebook; il miglior video (Youtube e Vimeo).

Per maggiori informazioni sulle modalità di partecipazione è possibile visitare il sito www.fertility20award.it.”