Category partecipazione

Separazione della rete Telecom. Un buon momento per pensarci meglio

Autorevole fonte che se vorrà – commentando il post potrà palesarsi – diceva che Venezia è perfettamente cablata ma i cittadini non hanno una connessione decente. Perché la cablatura è stata fatta dall’autorità pubblica e non può fornire accesso ai cittadini se non attraverso il wifi pubblico. Le compagnie private non usano la rete pubblica. E la gente mette il computer vicino alla finestra per poter prendere il wifi pubblico anche da casa.

La matassa delle reti veloci in Italia è fantasticamente ingarbugliata. La Telecom investe commisurando lo sforzo alla domanda che si attende di poter servire, il che è comprensibile. Ma il paese ha bisogno di spingere sull’offerta. Nell’infrastruttura l’offerta crea la domanda, molto spesso. Ma questo implica volontà politica. La Corea insegna. L’Europa lo suggerisce e in parte almeno è disposta a finanziare. L’Italia per ora nella confusione non sta attenta.

Un passaggio strategico è ora forse possibile. Tra le mille deviazioni strategiche della Telecom Italia, dovute alla ormai dichiaratamente sfortunata vicenda proprietaria, spesso ritorna il tema della separazione della rete. Più spesso rifiutata e qualche volta accettata, l’ipotesi di separare la rete dal servizio non cessa di essere riproposta. Come potrebbe funzionare? Ecco un’ipotesi.

La Telecom separa la rete, la cede a una nuova società nella quale entra la Cassa Depositi e Prestiti, insieme forse alle altre compagnie private e magari a quelle che gestiscono le reti pubbliche locali. La valorizzazione dell’apporto di Telecom è relativa alla stima del valore della rete meno l’ammontare di debiti che la nuova società si potrebbe accollare, calcolandolo in base a un piano che tenga conto da un lato del canone e dall’altro degli interessi, dei costi di gestione e manutenzione, degli investimenti da sostenere. In questo modo la Telecom come tutti gli operatori dovrebbe competere sul servizio, contando su un enorme insieme di clienti e liberandosi dal peso di una parte dei debiti. I concorrenti si troverebbero in condizioni di parità più facili da difendere. Le società pubbliche locali potrebbero contribuire con le loro reti al servizio per i cittadini. Venezia avrebbe migliore connessione e così molti altri luoghi.

Altre considerazioni che si fanno a sostegno di una strategia di offerta che crea la domanda sono legate alla tendenziale diminuzione dei costi dovuta alla facilitazione degli scavi già approvata dal governo e alle nuove tecnologie via etere che si stanno facendo strada. Naturalmente, in questo settore, le discussioni tecniche e quelle politiche si intrecciano, spesso nell’incomprensione di tutti contro tutti. Non si riesce a sapere se questa volta prevarrà la strategia unitaria di un paese che ha bisogno di un ordine mentale forte e chiaro per ripartire, anche dal punto di vista delle infrastrutture di rete. Imho.

EFF: sosteniamo la net neutrality

Electronic Frontiers Foundation informa sul tentativo della FCC americana di abbattere la net neutrality e con essa la principale difesa contro il controllo monopolistico delle grandi compagnie sull’innovazione. La net neutrality che garantisce uguale trattamento a tutti i bit che circolano in rete – che siano contenuti o applicazioni – è una forma intelligente di antitrust preventiva.

“Right now the FCC is considering a set of rules that would allow Internet providers to offer faster access to some websites that can afford to pay. We need to stop them.

Let’s start with the obvious: The Internet is how we communicate and how we work, learn new things, and find out where to go and how to get there. It keeps us connected to those we love and informed of political events that affect our everyday lives.

At EFF, we have fought for almost 25 years to protect a free and open Internet. We depend on the Internet for everything we do, from our efforts to reform broken copyright laws, to our ongoing battles to end the NSA’s illegal mass surveillance. More fundamentally, we know that the open Internet makes possible not just our activism, but the work of many others around the world.

That’s why we’re fighting tooth and nail to defend a concept known as net neutrality. Net neutrality means that Internet providers should treat all data that travels over their networks equally, rather than slowing down or even blocking access to sites of their choosing.

Good net neutrality rules would forbid Internet providers from discriminating against sites that cannot afford to pay a toll for preferential treatment, or sites that are critical of Internet providers or undermine their business models.”

La net neutrality consente di innovare senza chiedere il permesso alle grandi compagnie. Va compresa. E protetta.

Il nuovo commissario all’Agenda digitale europea sono due

Sono state decisi nuovi commissari europei. La responsabilità per l’Agenda digitale viene suddivisa tra Günther Oettinger (“Digital Agenda and Society”) e Andrus Ansip (“Digital Single Market”). Oettinger, tedesco e popolare, viene dalla responsabilità per l’energia sempre alla commissione. Ansip, liberale, era premier estone e ha dunque molto da insegnare.

Una governance complicata sembra sempre più tipica dell’agenda digitale. In effetti, il tema è trasversale. E la logica della divisione delle funzioni è sempre discutibile. L’Italia lo sa bene. Ma almeno ora possiamo dirci che non siamo strani noi: è strana una materia che rivoluziona ogni cosa e che ha bisogno di visione e condivisione per un’azione coordinata ma incisiva. Difficile. Certo è che altri ci sono comunque riusciti finora meglio di noi. E’ tempo di accelerare.

Update: Intanto arriva (via @saved_mat su Twitter) la lettera motivazionale di Jean-Claude Junker a Oettinger (pdf).

organigramme_985_en

Vedi anche:
#OMGoettinger! Good or bad news for the Digital Agenda?

La net neutrality è politica. A New York. Grazie a Tim Wu

Tim Wu è accreditato per aver popolarizzato il termine net neutrality con il suo paper del 2003. E ora è candidato Lieutenant Governor di New York.

Per proteggere internet da chi la regola male: Tim Berners-Lee e la Magna Charta per internet

Tim Berners-Lee, con la sua eloquenza da nerd eternamente timido negli speech pubblici, spiega a TED perché occorre una Magna Charta per internet:

E’ un momento in cui chi non creda all’importanza di queste riflessioni può trovare il coraggio di ripensarci. Il Marco Civil in Brasile è stato adottato. Il Consiglio d’Europa ha raccolto in una guida i diritti dei cittadini che usano internet. Il Berkman Center studia il tema con la sua solita profondità. La Germania ci sta lavorando. In Africa se ne discute intensamente. Organizzazioni come Freedom Online riuniscono diversi governi per aiutarli a coordinare gli sforzi sulla valorizzazione dei diritti umani nell’epoca di internet. Edri continua a difendere i diritti civili nel contesto digitale e trova sempre nuova attenzione.

Zdnet ne ha parlato con la penna attenta di Federico Guerrini

Lo schema di lavoro è chiaro:

Che cosa sappiamo?

– Le istituzioni che regolano l’azione delle persone online devono a loro volta essere regolamentate in modo che non possano conculcare i diritti umani. Tra queste istituzioni ci sono prima di tutto i governi. Ma forse è tempo di tener conto del fatto che le regole vengono scritte anche dalle grandi piattaforme internazionali che a loro volta potrebbero dover essere regolamentate in modo che non conculchino i diritti umani. (Vedi: il codice è codice)

Perché è importante

– Le istituzioni pubbliche che possono regolare internet non sono necessariamente capaci di comprendere l’ecosistema dell’innovazione. Le istituzioni private che possono regolare internet non sono necessariamente orientate al bene comune e certamente prediligono il bene degli azionisti. I diritti dei cittadini che credono nell’innovazione, nella diversità, nell’apertura e che ne vedono il beneficio – dimostrato dall’internet che si è finora sviluppata – vanno non solo protetti ma addirittura valorizzati. In nome delle enormi sfide che ci troviamo di fronte e che possiamo affrontare solo con l’innovazione aperta, la salvaguardia della diversità e della creatività individuale, la libertà di espressione delle persone e dei gruppi.

Che cosa possiamo fare

– Diffondere queste sensibilità. Discutere le forme giuste per soddisfarle. Approfondire i temi. E partecipare alla consultazione, a partire da ottobre, che sarà aperta dalla Commissione della Camera dei Deputati che si occupa di questa vicenda (alla quale partecipo con umiltà e passione).

L’incomprensibile scelta di fare consultazioni via mail. L’ultima è del ministero del Lavoro

Qualcuno dovrebbe spiegare perché le istituzioni e le organizzazioni orientate al bene comune continuano a lanciare consultazioni via mail per raccogliere opinioni dalla cittadinanza. L’ultimo caso è quello del ministero del Lavoro sullo sviluppo dell’economia sociale in Europa. Le informazioni sono sul sito. Il Comitato incaricato di organizzare la consultazione pubblica on line e la call for speaker è composto da Carlo Borzaga, Danilo Giovanni Festa, Leonardo Becchetti, Gianluca Salvatori, Gianfranco Marzocchi, Paola Menetti, Alberto Zevi, tutte persone di grande esperienza nell’economia sociale ma evidentemente ancora poco desiderose di approfondire i temi della partecipazione civica. Comunque, l’iniziativa è importante e, nonostante il mezzo, va seguita.

Questo post è solo relativo al mezzo utilizzato per la consultazione. La mail è uno strumento fantastico, facile da usare e alla portata di tutti coloro che sono online. Ma per una consultazione presenta difetti importanti. Il principale consiste nel fatto che chi manda una mail non sa che cosa hanno scritto gli altri. Non può commentarli. Non può valutarli. Non può adattarsi al tono dei contributi. Rischia di ripetere quanto già detto. E così via. Confrontarsi con gli altri è una buona pratica quando si fa una raccolta di opinioni. Con la mail, l’unico gestore del confronto, l’unico analista delle opinioni, l’unico che decide quali sono le idee che devono emergere e quelle che devono passare sotto traccia è chi ha organizzato la consultazione. Perché scegliere questa strada? L’unica motivazione deve essere il bisogno di controllare la consultazione, il cui risultato – se raccolto via mail – resta oscuro a tutti salvo agli organizzatori.

Altri difetti sono naturalmente connessi. La moltiplicazione delle mail le può rendere tanto numerose da divenire ingestibili. Ma nessuno può aiutare gli organizzatori a filtrarle e fare emergere i temi più importanti se solo gli organizzatori le possono leggere. La varietà dei temi, la ripetitività delle proposte, la loro comprensibilità, sono piuttosto casuali nella raccolta di mail. E infine l’analisi dei dati di comportamento dei partecipanti è praticamente azzerata: non si sa quanto tempo ci mettono le persone a contribuire e quanto tempo sarebbero disposte a leggere le proposte degli altri, tanto per fare un esempio.

Non sarebbe un problema se non esistessero diverse piattaforme pensate per fare le consultazioni, da LiquidFeedback e le sue varianti all’americana IdeaScale alla stessa Civi.ci (cui ho dato un contributo ideativo e che è stata adottata in varie occasioni dal Governo italiano, dalle autorità locali un varie parti d’Italia e dalla stessa Camera dei Deputati per la consultazione sull’Internet Bill of Rights). Chi scrive può essere forse poco obiettivo, dato che si è occupato di queste questioni, ma un lavoro civico sulle consultazioni è stato fatto da molti altri e spesso più bravi ricercatori e programmatori.

La ricerca che sottende la produzione di piattaforme per le consultazioni è orientata a creare ambienti di lavoro collaborativo che valorizzino un rapporto civico tra i cittadini e le istituzioni, studiando l’interfaccia e la metodologia di lavoro in modo da incentivare l’afflusso di contributi costruttivi e da favorirne l’analisi da parte delle istituzioni che lanciano le consultazioni. Usare una di queste piattaforme è di per sé una dimostrazione di apertura alle opinioni dei cittadini, perché le mostra e ne fa vedere l’importanza – o almeno consente di valutarle – in modo trasparente. Inoltre, consentono di limitare la ripetitività delle proposte, di concentrare l’attenzione sulle questioni che sulle piattaforme emergono come più importanti, di partecipare anche a chi vuole soltanto dare una valutazione o un breve commento. In alcuni casi, consentono anche di dire se le proposte sono comprensibili, di dichiarare un metodo di lavoro, di favorire il dialogo costruttivo. E poi si mettono in funzione in un paio di giorni se si vuole qualcosa di semplice (del resto, la mail non consente certo qualcosa di più sofisticato). E dunque, perché non usarle? Forse c’è qualcosa che mi sfugge:

Un problema dimenticato del diritto all’oblio

È complicato. Il diritto all’oblio resta un principio in cerca di equilibrio. Come previsto (Guardian), la decisione della Corte Ue ha lasciato aperte troppe questioni e il problema della relazione tra diritto all’oblio e correttezza dell’informazione resta irrisolto.

Secondo indiscrezioni pubblicate da VentureBeat la situazione attuale non è soddisfacente per le autorità europee. In pratica, avendo lasciato le decisioni a Google e agli altri motori di ricerca la certezza del diritto non c’è. Inoltre, chi cerchi le notizie “delinkate” in Europa le trova sulle versioni extraeuropee di Google. Ma soprattutto in molti casi la rimozione dei link dal motore sembra aumentare l’attenzione intorno ai casi che si tenta di far dimenticare.

Il punto, probabilmente, è che la prima pagina restituita da Google quando si cerca una persona equivale a una sorta di immagine pubblica della persona stessa. Alla fine, forse, occorre cercare non di negare i fatti, ma di darli con maggiore completezza.

È possibile che i fatti negativi che sorprendono una persona – tipo le accuse di malversazioni – tendano a essere più linkati di quanto non avvenga alle eventuali soluzioni positive successive – tipo le assoluzioni. L’equilibrio dell’immagine pubblica della persona ne risente, ovviamente.

La soluzione è ancora lontana. Google dà conto soprattutto delle pagine più linkate, ma forse per le persone potrebbe tentare di modificare i risultati delle ricerche per renderle più equilibrate e diversificate. L’algoritmo viene costantemente modificato: potrebbe forse essere mutato anche per questo scopo.

È possibile la neutralità delle piattaforme?

Uno studio del Conseil National du Numerique analizza la possibilità di introdurre il concetto della neutralità nell’ambito delle piattaforme, come Apple, YouTube, Facebook e così via. Altri potrebbero chiedere una interoperabilità delle piattaforme, in modo che non siano mondi a parte. Ma nella neutralità, il Conseil vede qualcosa di più, in termini per esempio di accesso ai dati.

Le piattaforme hanno una posizione molto favorevole in un mercato a tre dimensioni:
1. offerta di servizi gratuiti agli utenti che in in cambio cedono dati su loro stessi
2. offerta di servizi per la pubblicità alle aziende che hanno messaggi pubblicitari da inviare agli utenti
3. offerta di una base di utenti ad aziende terze che producono software da vendere agli utenti stessi (le piattaforme trattengono una percentuale del business)

Nella prima dimensione, le piattaforme sembrano delle utility o produttori di software. Nella seconda sembrano editori. Nella terza sembrano negozi online. Se arrivano a conquistare una grande base di utenti con servizi di elevata utilità a prezzi bassi o nulli, giocando sull’esclusività tecnologica, le piattaforme si costruiscono posizioni dominanti nei mercati editoriali e commerciali. E poiché le tecnologie di rete hanno la tendenza a crescere geometricamente di valore con il numero di utenti (per la cosiddetta “legge di metcalfe”), questa posizione dominante diventa dirompente sui mercati adiacenti. Il punto di domanda in quel caso diventa: queste piattaforme vanno regolamentate? E se sì, devono essere regolamentate in base alla loro funzione di “utility”? Oppure devono sottostare a qualche forma di antitrust innovativo? Seguendo l’idea del Conseil si direbbe di sì: devono essere interoperabili, o addirittura neutrali.

Alexandre Bénétreau, Edri, che riassume il rapporto del Conseil, aggiunge peraltro una critica, individuando una sorta di contraddizione francese:

The approach of the French government has its own hypocritical storytelling. The Council of the European Union (EU member state governments) is currently negotiating on the “telecoms single market regulation”, which includes provisions on net neutrality. The French government is taking the position that net neutrality and platform neutrality should be regulated at the same time. The most likely outcome of this approach is to kill the possibility of the EU regulating in favour of net neutrality. If the French government is successful, there will be little or no possibility of the European Commission legislating on either net- or platform neutrality in the foreseeable future.

Probabilmente l’obiettivo dell’interoperabilità è il più coerente per cominciare a porre il tema e a sviluppare una cultura in materia. Si tratta per esempio di aprire alla concorrenza tra “negozi” diversi il sistema di vendita di servizi e applicazioni che è stato sviluppato sulle piattaforme (cloud, device, software). In ogni caso, sarebbe meglio evitare che un concetto di neutralità applicato alle piattaforme renda meno comprensibile la necessità di mantenere neutrale la “piattaforma delle piattaforme”: cioè internet. L’interoperabilità potrebbe essere sufficiente, almeno per cominciare, perché imporrebbe alle piattaforme dominanti di aprire ponti verso le piattaforme emergenti o concorrenti.

Alla base, la neutralità della rete è necessaria per consentire alle piattaforme nascenti di proporre la loro innovazione senza chiedere il permesso agli operatori dell’accesso a internet. Quando sono cresciute un po’, avrebbero bisogno dell’interoperabilità con le piattaforme esistenti e già affermate per potere offrire i loro servizi agli utenti. Neutralità della rete e interoperabilità delle piattaforme, in questo senso, si saldano in una visione aperta di internet.

Vedi anche:
Dibattito editori, autori, Amazon
Anche qui

Italia-Germania. Connessione possibile sull’agenda digitale

Grazie a Ubaldo Villani-Lubelli per aver segnalato il dibattito sull’agenda digitale in Germania. Bisogna ammettere che almeno sul piano delle parole non siamo poi così lontani. La consapevolezza dei temi e dell’importanza degli aspetti infrastrutturali, economici, scientifici, sociali, culturali è analoga e direi che i progetti in campo sono di ampio spettro in entrambi i paesi. Oltre a essere in entrambi i paesi visti come un po’ troppo poco concreti. Per ora.

Ecco il progetto del governo tedesco pubblicato da Netzpolitik. Per chi non comprenda la lingua, il traduttore di Google consente di avere un’idea abbastanza chiara di ciò che si discute e anche delle critiche.

Economia dell’innovazione, inclusione sociale, alfabetizzazione, e così via. Temi analoghi, indubbiamente. Ma vanno letti con più attenzione, indubbiamente. La governance, come in Italia, appare complessa. Si fa notare la politica europea: la Germania vuole, si direbbe, più integrazione. E correttamente sceglie il campione digitale non certo per fargli svolgere una funzione di “evangelista nazionale” ma proprio pensando al suo ruolo di “ambasciatore” in Europa per il digitale.

Grande attenzione è rivolta alla sicurezza e all’equilibrio dei diritti. Vale la pena di osservare che per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, la Germania partecipa alla Freedom Online Coalition.

Se le cose stanno così, varrebbe la pena di aprire un dialogo con il governo tedesco. Per imparare e connettersi. Anche per dimostrare che facciamo sul serio almeno quanto loro. E che la nostra riforma strutturale digitale va aiutata.

ps. A proposito: si discute anche in Africa sui diritti e internet. Si direbbe che grazie all’Nsa (ma non solo) ormai il tema è diventato mondiale.

Italia-Germania: meno zero virgola due. Ma non è un pareggio. Quali riforme strutturali? Pensiamo digitale

Ok. Ora anche la Germania ha segnato una riduzione del Pil dello 0,2 per cento. E quindi la difficoltà di crescita non è più solo un problema italiano. E poiché la politica economica che ha per obiettivo il controllo dell’inflazione non è quella giusta quando si attraversa una congiuntura di deflazione, qualunque mente ragionevole dovrebbe prendere in considerazione almeno una politica monetaria espansiva. Vediamo se questa volta ci si riesce – a espandere la moneta – senza far saltare i sani vincoli di bilancio pubblico ma indirizzando le risorse verso l’impresa e le riforme strutturali.

Quest’ultimo punto è il interessante per uno stato come l’Italia che non riesce a riformarsi. Vedremo che cosa succederà con il decreto sulla riforma delle regole del lavoro. Vedremo come andranno a finire le riforme istituzionali e il resto.

Ma possiamo anche avviare una politica che è contemporaneamente una “riforma strutturale” e un “investimento per la crescita” e che quindi dovrebbe essere chiaramente accettabile anche dai più accaniti rigoristi. La riforma della modernizzazione digitale – con infrastrutture, connessione e accesso dai luoghi pubblici, riforma del servizio della pubblica amministrazione a favore dei cittadini, e così via – è un investimento e una riforma strutturale nello stesso tempo. Genera crescita subito e crescita a lungo termine. Imho.

Vedi anche:
Agenda digitale, riforma strutturale
Un architetto per la costruzione digitale
Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia
Chiose su “cambiare interfaccia”
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda
Fuffa e manipolazione

Due notizie da mettere assieme. Due errori contrapposti. Facebook come servizio pubblico. Wikipedia come punto di vista privato. Le nuove istituzioni della rete vanno pensate meglio

La prima notizia riguarda Facebook che offre connessione gratuita in alcuni paesi africani ma limitando la navigazione ai siti e ai servizi che considera adatti. La seconda notizia è che Wikipedia è considerata parte dei siti il cui link può essere eliminato in nome del diritto all’oblio. Le decisioni in materia sono tutte prese da piattaforme private che fanno le regole per la vita delle persone nell’epoca di internet.

Attraverso internet.org, Facebook dunque offre connessione gratuita non a internet ma a una sua selezione di internet (Sole). Evgeny Morozov invita a riflettere su questa interpretazione pubblica della strategia molto privata di Facebook e tenta di smascherarne l’intento. Sta di fatto che Facebook è convinta che la sua idea sia corretta dal punto di vista pubblico e che porti valore alle popolazioni che non si possono permettere l’accesso pieno a internet.

Intanto, il Guardian fa sapere che un link a Wikipedia potrebbe essere eliminato da Google nel quadro di un’operazione di applicazione del diritto all’oblio: la Corte Ue ha imposto a Google di occuparsi delle esigenze di chi chiede l’applicazione di quel diritto e la società americana tenta di interpretare l’obbligo a modo suo. Google si è dotata di un gruppo di consiglieri indipendenti per far fronte a questo obbligo e Jimmy Wales di Wikipedia ne fa parte. Wales è ipercontrario all’eliminazione del link a Wikipedia da Google perché sostiene che l’informazione contenuta nell’enciclopedia è ottenuta legalmente e scritta accuratamente. Lo stesso si può pensare, peraltro, dell’informazione prodotta da molti giornali. Del resto la ratio dell’eliminazione dei link in nome del diritto all’oblio non è quella di censurare l’informazione ma quella di correggere l’immagine distorta che di una persona ricercata su Google può emergere dalla concentrazione di link negativi sulla prima pagina restituita dal motore di ricerca: quei link possono creare un’identità digitale distorta per una persona che ha avuto un guaio in passato e che lo ha superato, perché i link si concentrano sul guaio e non sulla sua soluzione. Ma Wales è convinto che lo spirito enciclopedico di Wikipedia non dovrebbe essere coinvolto da questa questione. Se Wikipedia è costruita per dare una storia equilibrata delle vicende personali di chi ne merita una voce, pensa Wales, non dovrebbe essere parte delle informazioni che vanno nascoste applicando il diritto all’oblio. Un’interpretazione del ruolo pubblico e super partes di Wikipedia che merita ascolto: ma che ogni singolo giornale o blog ben fatto potrebbe dichiarare applicabile anche al suo servizio. Non è questo il punto: il punto è che Wikipedia si è organizzata come un servizio pubblico, o almeno come bene comune. In questo, forse, c’è la differenza.

I grandi protagonisti della rete sono coinvolti nella strutturazione delle grandi decisioni sulla vita delle persone che usano la rete. Lo sono a livello pratico e lo sono a livello normativo. I termini e le condizioni di utilizzo dei loro servizi sono talmente indiscutibili e ignorati dagli utenti – a fronte dei vantaggi che le piattaforme offrono – da essere di fatto “leggi” imposte in modo relativamente arbitrario dai privati cittadini che le governano. Si adattano alle leggi nazionali e internazionali, ci mancherebbe. Ma le usano come meglio ritengono, giocando tra l’altro sulle differenze tra i diversi sistemi legislativi. E delle differenze si avvantaggiano, spesso, come avviene per esempio in modo evidente per quanto riguarda il fisco.

Se i governi e i parlamenti fossero capaci di dotarsi di una comprensione adeguata di internet e di una policy conseguente, se sapessero e potessero accordarsi per imporre un punto di vista democratico a un livello internazionale ed efficiente simile a quello nel quale si muovono le piattaforme, allora ci sarebbe da sperare nel loro intervento per rendere meno arbitrario il sistema normativo che di fatto – attraverso le piattaforme private – governa internet. Per esempio potrebbero dichiarare che le piattaforme usate da tutti possono essere considerate delle utility a forte valore pubblico e come tali devono comportarsi a vantaggio del pubblico prima che dei loro azionisti: e il pubblico apprezzerebbe, forse. Il problema è che non c’è molta fiducia in giro sulla capacità dei sistemi politici di generare norme efficaci e giuste che riguardano la rete.

Siamo nella situazione prevista da Lawrence Lessig nel suo Code. Le leggi le fa il software. La sfiducia nella politica impedisce di ritenere possibile e sensato un intervento democratico.

Che fare? Una Carta dei diritti non è fatta per regolare i cittadini: è fatta per regolare le istituzioni. Una Carta dei diritti internet non è un insieme di regole che le istituzioni impongono ai cittadini: è un insieme di regole che i cittadini impongono alle istituzioni per difendersi dalle loro decisioni arbitrarie, per dare linee guida alle istituzioni in modo che le loro decisioni siano prima di tutto rispettose dei diritti dei cittadini.

Chi sono queste istituzioni? I governi e i parlamenti, ovviamente. Ma non solo.

Nicholas Negroponte, incontrato ancora una volta all’epoca in cui giocava con la balzana campagna di marketing di un editore americano che chiedeva di assegnare a internet il premio Nobel per la pace, ebbe un’intuizione, come spesso gli succede: «Le grandi piattaforme e in grandi siti globali, come Google, Facebook, Wikipedia, vanno considerate come “istituzioni”». Perché? Perché fanno le regole della convivenza e sono i punti di riferimento stabili nell’organizzazione politica, sociale e culturale della vita in rete.

Una Carta dei diritti deve arrivare a regolare le istituzioni in modo che quando scrivono le leggi e il codice che regola la vita di chi usa delle persone all’epoca di internet rispettino i diritti umani, rispettino l’equilibrio tra i diversi interessi, rispettino la libertà di innovare garantita dalla neutralità della rete. Il copyright non può prevaricare il pubblico dominio. La privacy e la libertà di espressione non possono essere normate in modo che appaiano come interessi contrapposti. L’accesso non può essere garantito a scapito della neutralità. E ogni argomento che la legge normale già regola non deve essere sottoposto a leggi speciali per internet. Imho.

Le notizie degli ultimi giorni dimostrano che le piattaforme stanno facendo leggi e politica. Stanno scegliendo per tutti. E poiché offrono un servizio tanto efficiente, le persone accettano le leggi. Anche se non emergono da un processo democratico. Si può far meglio. Probabilmente partendo da un servizio pubblico altrettanto efficiente. E proseguendo con una forte azione di acculturazione internettiana del ceto politico. Con l’umiltà richiesta dalla grandezza del compito. Senza fuffa. Senza tifoseria acritica. Senza promozione esagerata. Ma con il forte e ragionevole ottimismo di chi sa che il futuro non è fatto da chi la spara più grossa ma da chi lavora per costruirlo. Questo è il senso del pubblico.

Vedi anche:
Il codice è codice
Chiose
Carta dei diritti all’epoca di internet

Chiose a valle dei post sul codice e l’algoritmo

Queste sono chiose e appunti di lavoro.

Belle discussioni a valle dei post recenti sul codice, l’algoritmo, la legge..

Luca Terzaroli da esperto di informatica e Carlo Blengino da giurista si sono soffermati soprattutto sul terzo punto del post sul codice e l’algoritmo. E da punti di vista diversi mi hanno detto che la progettazione della policy in un’epoca internettiana non può essere la digitalizzazione dell’esistente: come non essere d’accordo?

Terzaroli dice che la soluzione informatica deve essere rivoluzionaria.

Blengino dice che la legge e la sua applicazione non si può automatizzare.

Credo che abbiano ragione, paradossalmente, entrambi. La legge com’è non si automatizza e il progetto che ci possiamo porre deve andare oltre la sistemazione in digitale della legge che c’è.

Blengino dice che la legge si interpreta a partire dall’obiettivo che si pone: proprio come il software si progetta a partire dal risultato che deve raggiungere. E la capacità normativa del software è un fatto pacifico come sa chiunque stia dentro Facebook. Il problema casomai è come definire il dominio di applicazione di una soluzione basata sul codice informatico ai problemi della vita civile.

Viene in mente un’ipotesi (ipotesi): probabilmente si deve partire dalla soluzione che si vuole raggiungere e dall’analisi; poi si studia un’interfaccia utente-cittadino piacevole, funzionante, che facilita la comprensione del programma; infine si fa l’applicazione e la si fa girare sulla piattaforma standard, neutrale e interoperabile della comunità… (Approccio utopistico? Si potrebbe aggiungere che questo processo potrebbe semplificare alcune leggi: ancora più utopistico).

Controindicazione: ogni automatismo può essere hackerato e addirittua crackato: qualcuno ne approfitterà. Come peraltro fa già con le regole di adesso. Controindicazione: nei litigi tra persone i punti di vista e i rapporti di forze contano per interpretare le regole in funzione dell’obiettivo: vero, l’interfaccia può aiutare, la base dati può servire, ma alla fine giudici, avvocati e pubblici ministeri restano determinanti.

Non può essere un approccio buono per tutto.

Nel diritto penale non si dovrebbe tendere e neppure sperare in una situazione tipo “Minority report” (con la polizia che previene i delitti arrestando chi sta per commetterli): anche se non ci si può nascondere che i Big Data potrebbero indurre qualcuno in tentazione (se si pensa all’Nsa qualche idea viene in mente). I diritti umani sono il faro e a quelli occorre ispirarsi.

Ma nelle regole che riguardano l’amministrazione, l’apertura e la trasparenza, la semplicità e per quanto possibile l’automatismo sono valori connessi alla praticità e alla riduzione della corruzione. Nelle norme fiscali si danno alcune possibilità del genere e sono vagamente già esplorate. Nei registri scolastici e nelle regole d’uso della sanità qualche cosa si sta facendo. La fatturazione elettronica apre ad automatismi dei pagamenti della pubblica amministrazione che superano una pletora di vincoli burocratici.

Tutto questo è ipotesi e ragionamento aperto. Non completo assolutamente. Ma questi appunti erano dovuti soprattutto al valore dei commenti ricevuti. In puro spirito di condivisione di idee. E comunque sono idee che suppongono che il lungo post precedente sia stato letto… Mi scuso per questo.

L’idea base di quel post era: “Il codice è legge, l’algoritmo è regola, l’intefaccia è interpretazione.”

Carta dei diritti dei cittadini all’epoca di internet

La prima riunione della Commissione di studio per la redazione di principi e linee guida in tema di garanzie, diritti e doveri per l’uso di internet si è svolta ieri alla Camera dei Deputati con la presidenza di Laura Boldrini. Ne verrà fuori una Carta dei diritti dei cittadini che vivono in un’epoca nella quale internet è tanto importante per tutti. I diritti fondamentali sono sempre gli stessi, ma la loro concreta salvaguardia non può non tener conto di una realtà tanto pregnante che è diventata la rete. Che in parte li valorizza, in parte li comprime.

I filoni tematici proposti all’attenzione della Commissione da Boldrini sono:
1. garantire la neutrality e la trasparenza della rete
2. assicurare i diritti umani e le libertà fondamentali, in particolare sia il rispetto della dignità e della integrità della sfera personale di ciascuno sia la libertà di espressione
3. tutelare l’autonomia di ciascuno anche nella propria identità digitale e la riservatezza dei dati personali
4. garantire la cittadinanza in rete, attraverso l’accesso universale all’infrastruttura, l’apertura dei dati del settore pubblico e la loro libera utilizzazione nei limiti della legge e la fruizione da parte di tutti come mezzo di diffusione e condivisione
5. favorire la circolazione della conoscenza e dei contenuti in rete
6. promuovere la sicurezza in rete, sia essa di interesse pubblico sia essa di interesse individuale (ad esempio soggetti più deboli, a partire dai minori e i disabili)
7. promuovere azioni positive per l’educazione a internet e la tutela dei diritti.

Non mancano i punti di partenza dai quali trarre ispirazione. Dal Marco Civil al lavoro del Consiglio d’Europa su Human Rights for internet users. E sicuramente non manca la riflessione già da tempo avviata, soprattutto da Stefano Rodotà che è presente nella Commissione.

Le prime opinioni condivise in Commissione sono state espresse in un clima di fondamentale consonanza di vedute. Se si tiene la barra dritta sui diritti fondamentali e sulla loro affermazione “costituzionalista” si possono ottenere risultati interessanti. In effetti, la questione di base da risolvere è come riconoscere ciò che è specifico di internet. Occorre a parere di tutti, direi, sviluppare un lavoro di studio che possa eventualmente diventare normativo nelle sedi competenti evitando di ingerirsi in questioni particolaristiche, evitando suggerimenti centrati sulla forma specifica assunta in questo periodo da internet, evitando di intrappolare il discorso in temi troppo soggetti alle discussioni di moda. È un’occasione per fare un lavoro che si rivolga alla lunga durata, proattivo rispetto ai fenomeni, anche se ben consapevole dei fenomeni.

Ci sono alcune osservazioni – personali – che si possono fare a questo proposito:
– La maggior parte del tempo che le persone passano in rete è sottoposto alle regole imposte dalle grandi piattaforme composte di software-hardware-servizi che normano i comportamenti in base alle loro visioni del mondo.
– La rete neutrale è la massima garanzia per la libertà di innovazione e la sua salvaguardia non può essere lasciata alle forze del mercato e del capitalismo: la neutralità della rete è una sorta di antitrust preventivo contro l’occupazione di eccessive quote di mercato dell’innovazione che i grandi attuali possono mettere in atto; la neutralità della rete è la libertà di innovare senza chiedere il permesso ai grandi attuali.
– L’approccio fondamentale alla produzione normativa in materie collegate a internet deve essere un approccio rispettoso dell’ecosistema della rete, dunque orientato all’equilibrio tra gli interessi diversi e talvolta contrastanti; le decisioni multistakeholder dovranno cercare questo equilibrio, anche in presenza di stakeholder di dimensione e potere diverso tra loro.
– I diritti umani si fanno valere se ci sono organismi che li fanno valere e se i cittadini possono rivolgersi a organismi facili da usare che li possano difendere. È probabile dunque che con la Carta che eventualmente uscirà dallo studio della Commissione e dalle successive decisioni delle istituzioni competenti sarà anche formato un organismo che possa difendere i diritti così affermati.

Si tratta comunque di principi. Non di norme specifiche. E la Commissione è di studio, non produce norme. Il lavoro si annuncia intenso. E si può approcciare ragionevolmente solo con grande umiltà e un po’ di umano entusiasmo.

ps. Anche perché la complessità del lavoro è immensa. Negli ultimi giorni mi sono dedicato a qualche riflessione su temi che rasentano il rapporto tra codice software, codice giuridico, politica e policy. I primi tentativi di riflessione sono sempre un modo per porre problemi più che per fare affermazioni. La vita giuridica non si blocca facilmente in algoritmi, come insegna Carlo Blengino, e la vita del software non si limita alle intenzioni dei programmatori ma anche alle reali modalità di utilizzo come suggerisce Luca Terzaroli. Senza contare la grande questione della difficoltà di fare leggi che riguardino internet posta da Mante e altri.

Vedi:
Il codice è codice, la legge è software: la cultura digitale è un diritto
Matematica della distanza tra aspettative e realizzazioni. Le regole su internet
Chi vince piglia tutto: concentrazione, power law e net neutrality

Il pezzo di Fabio Malagnino: Se la cultura digitale è diritto, la conoscenza è patrimonio da organizzare

Il codice è codice, la legge è software: la cultura digitale è un diritto

Questo post è un po’ lungo…

L’approccio

Lawrence Lessig ha avuto l’intuizione fondamentale. Con il libro “Code and other laws of cyberspace” e l’articolo per Harvard Magazine “Code is law” del gennaio 2000 – scritti al culmine della irrazionale euforia per la bolla delle dot-com – ha contribuito ad aprire una strada:

lessig-column

“Every age has its potential regulator, its threat to liberty. Our founders feared a newly empowered federal government; the Constitution is written against that fear. John Stuart Mill worried about the regulation by social norms in nineteenth-century England; his book On Liberty is written against that regulation. Many of the progressives in the twentieth century worried about the injustices of the market. The reforms of the market, and the safety nets that surround it, were erected in response.

Ours is the age of cyberspace. It, too, has a regulator. This regulator, too, threatens liberty. But so obsessed are we with the idea that liberty means “freedom from government” that we don’t even see the regulation in this new space. We therefore don’t see the threat to liberty that this regulation presents.

This regulator is code—the software and hardware that make cyberspace as it is. This code, or architecture, sets the terms on which life in cyberspace is experienced. It determines how easy it is to protect privacy, or how easy it is to censor speech. It determines whether access to information is general or whether information is zoned. It affects who sees what, or what is monitored. In a host of ways that one cannot begin to see unless one begins to understand the nature of this code, the code of cyberspace regulates.”

E aggiungeva, a dimostrazione della sua straordinaria capacità visionaria:

“This regulation is changing. The code of cyberspace is changing. And as this code changes, the character of cyberspace will change as well. Cyberspace will change from a place that protects anonymity, free speech, and individual control, to a place that makes anonymity harder, speech less free, and individual control the province of individual experts only.”

Quale sarebbe stato il percorso per questo cambiamento? E chi ne sarebbe stato protagonista? Per Lessig al fondamento della rete internet c’è un codice originario che ha conseguenze molto precise. “The basic code of the Internet implements a set of protocols called TCP/IP. These protocols enable the exchange of data among interconnected networks. This exchange occurs without the networks knowing the content of the data, or without any true idea of who in real life the sender of a given bit of data is. This code is neutral about the data, and ignorant about the user”. La conseguenza è che in questa architettura è che la singola persona è difficilmente tracciabile e che lo scambio di dati è difficile da controllare il che significa che per i governi è complicato regolamentare internet. Chiaramente questa difficoltà favorisce la libertà di espressione ma anche l’attività illegale: in un contesto autoritario ha la positiva conseguenza di difendere chi informa sui fatti; in un contesto criminale ha la conseguenza negativa di difendere per esempio la pedofilia, la diffusione di materiali filonazisti e altro. Lessig si chiede: che cosa ci possiamo fare? “There are many who think that nothing can be done: that the unregulability of the Internet is fixed; that there is nothing we can do to change it; that it will, so long as it is the Internet, remain unregulable space. That its ‘nature’ makes it so”. E’ un approccio molto diffuso. Ma sempre più insostenibile. E non per motivi legali: per motivi che fanno parte integrante della stessa architettura della rete: “But no thought is more dangerous to the future of liberty in cyberspace than this faith in freedom guaranteed by the code. For the code is not fixed. The architecture of cyberspace is not given. Unregulability is a function of code, but the code can change. Other architectures can be layered onto the basic TCP/IP protocols, and these other architectures can make behavior on the Net fundamentally regulable. Commerce is building these other architectures; the government can help; the two together can transform the character of the Net. They can and they are”. Se l’unica difesa della libertà è nel codice, dice Lessig, bisogna fare attenzione: perché il codice può essere cambiato. E quindi qualcuno lo sta cambiando. Generando forme di regolamentazione che non sono necessariamente desiderabili. E che comunque richiedono un pensiero.

Pubblicato nel 2000, questo articolo sembra scritto da chi ha visto il film dello sviluppo di internet negli anni successivi. Le piattaforme commerciali si sono sovrapposte a internet e hanno conquistato miliardi di utenti che non godono di alcun anonimato e i cui messaggi sono perfettamente controllabili. I governi hanno imparato a separare le reti nazionali da quella internazionale e le loro agenzie sono riuscite – come la Nsa – a raccogliere ogni genere di informazioni su chi usa internet e su ciò che fa e scrive usando la rete. Le piattaforme e gli interventi governativi hanno completamente rovesciato la condizione di libertà che appariva il fondamento del protocollo TCP/IP per i cittadini che accettano di usare le piattaforme e che non sono capaci di aggirare le limitazioni e gli interventi delle autorità di governo. E in questo contesto, per i cittadini normali che usano le piattaforme e non si sanno o non si vogliono difendere dalle intrusioni del governo, la quantità di informazioni che può essere collegata alla loro identità e persona è enormemente superiore a quello che avveniva in contesti architetturali precedenti a internet. I cookies e le altre forme di raccolta di informazioni consentono di conoscere l’identità della persona, tutti i suoi dati anagrafici, tutte le sue attività, le sue preferenze anche le più intime, in base proprio a quello che le persone fanno volontariamente online, analizzando le attività e le interazioni con ogni genere di contenuto che si può pubblicare o ricevere in rete e con ogni tipo di relazione sociale che si può coltivare sulle piattaforme.

Il punto di Lessig è che quanto viene difesa la privacy o quanto viene infranta dipende dal codice. Chi scrive il codice scrive la regola. Può essere incentivato a scriverlo in un modo o in un altro dal mercato o dalla legge, ma sarà chi scrive il codice a decidere. Quello che conta, dunque, dice Lessig, sono i valori di chi scrive il software. E i loro valori diventeranno i valori che contano per le regole seguite da chi usa il software. “So should we have a role in choosing this code, if this code will choose our values? Should we care about how values emerge here?”. Certo, si risponderà: dobbiamo avere un modo per influenzare le regole che il codice impone ai comportamenti delle persone. Ma chi e come decide? Molti pensano che si debbano lasciare andare le cose senza interventi governativi. Altri pensano a una pletora di decisioni che possono essere prese per intervenire punto per punto sui problemi emergenti. Probabilmente sono entrambe posizioni sbagliate. Perché chi decide c’è sicuramente.

“Our choice is not between “regulation” and “no regulation.” The code regulates. It implements values, or not. It enables freedoms, or disables them. It protects privacy, or promotes monitoring. People choose how the code does these things. People write the code. Thus the choice is not whether people will decide how cyberspace regulates. People—coders—will. The only choice is whether we collectively will have a role in their choice—and thus in determining how these values regulate—or whether collectively we will allow the coders to select our values for us”.

Il riflesso condizionato che conduce a pensare che sia meglio che il governo resti fuori dalla regolamentazione di internet è un riflesso che nasce da un’ideologia diffusa secondo la quale il mercato o la tecnologia si autoregolamentano nel migliore dei modi possibile. Ma chi può dire che sia vero alla prova dei fatti? “For here’s the obvious point: when government steps aside, it’s not as if nothing takes its place. It’s not as if private interests have no interests; as if private interests don’t have ends that they will then pursue. To push the antigovernment button is not to teleport us to Eden. When the interests of government are gone, other interests take their place. Do we know what those interests are? And are we so certain they are anything better?”.

Il problema non è quello di limitare la libertà del mercato o della tecnologia. Ma di conoscere le conseguenze delle decisioni regolatorie. E cercare di mettere insieme un sistema che – come una costituzione – cerchi di mantenere un equilibrio tra gli interessi. Non c’è una soluzione preconfezionata chiara e semplice. Ma un approccio costituzionale è un modo per trovarla: “Our first response should be hesitation. It is proper to let the market develop first. But as the Constitution checks and limits what Congress does, so too should constitutional values check and limit what a market does. We should test both the laws of Congress and the product of a market against these values. We should interrogate the architecture of cyberspace as we interrogate the code of Congress”.

Una quantità di lavori di ricerca, di attività politiche, di discussioni tecniche si sono succedute a commentare l’evoluzione di internet e delle sue conseguenze sui valori e le regole che governano la società. Secondo Lessig non si può non tener conto di un nuovo soggetto “politico” fondamentale nell’epoca di internet: il potere dei programmatori e la forza regolamentatoria delle piattaforme che la programmazione sviluppa. Sono persone. Hanno interessi. Hanno valori. E sono manipolabili. Oppure possono manipolare. Il corollario è che che non esiste una deregolamentazione in questo settore, ma solo una scelta su chi sia chiamato a regolamentare. Forse non basta per risolvere il problema. Ma di certo lo pone in modo adeguato alla sfida posta da internet alla società umana.

Tutto questo svela due ordini di realtà piuttosto importanti.

Chi ritiene che il mercato sia in grado di autoregolarsi e non debba subire l’interento del governo può avere se sue ragioni sul piano economico, ma queste si fermano di fronte alla scoperta che il codice ha conseguenze normative: le scelte dei programmatori possono essere influenzate dalle logiche del mercato ma non ne sono completamente governate. Perché esiste una dimensione indipendente nella quale valgono i valori dei programmatori, le logiche evolutive della tecnologia, la stessa capacità di interpretare le conseguenze della programmazione sui comportamenti degli utenti. Anzi, questa dimensione non è ininfluente sulla struttura del mercato: la forza normativa del codice software entra in gioco e contribuisce a regolare, implicitamente o esplicitamente, le stesse relazioni di mercato, limitandone alcune e favorendone altre.

Analogamente, chi ritiene invece che il governo debba intervenire per dare una voce democratica alla regolamentazione dei comportamenti umani nel mondo della rete dovrebbe tener conto a sua volta del fatto che il codice ha conseguenze normative. In una certa misura, si può dire che le leggi scritte sulla carta hanno conseguenze mediate dalla tecnologia. La tecnologia, si scopre, ha conseguenze normative autonome e in qualche caso indipendenti dalla lettera delle leggi. Un po’ come la qualità della burocrazia influisce sulla qualità dell’applicazione delle decisioni del governo, così la qualità del software influisce sulla qualità dell’applicazione delle norme decise dal governo. E così come la capacità della burocrazia di interpretare interessi e momenti storici è importante nell’applicazione delle decisioni politiche, allo stesso modo l’interpretazione normativa del codice è importante per comprendere quanto e come le norme politiche saranno davvero efficaci.

Di fronte a tutto questo, la storia ci dice che i governi democratici tendono a subire l’influenza delle lobby finanziarie e ad essere limitati nella loro azione da una conseguente ideologia economicista. Da questo punto di vista gli spazi di manovra per gli interventi regolamentari da parte dei governi sembrano essersi ridotti di fronte alla libertà d’azione della finanza e, grazie agli spazi così aperti nelle normative, le piattaforme tecnologiche di maggior successo si sono rese fondamentalmente autonome dagli stati: dal punto di vista fiscale e dal punto di vista normativo, quasi fossero repubbliche – o imperi – indipendenti.

Ma non è la fine della storia. Forse perché la storia non ha fine. La politica ritorna in mille modi a farsi sentire: nel confronto tra le potenze globali, tra le democrazie occidentali, il nazionalismo russo, la partitocrazia capitalistica cinese, le diverse interpretazioni politiche dell’islam e così via; nella gestione delle tensioni sociali che emergono durante la grande trasformazione che pervade le vecchie economie dominanti che lasciano spazio alle nuove economie emergenti; e nell’invenzione continua di innovazioni anche politiche che emergono dalle profondità dell’internet originaria, ancora generativa e relativamente libera.

La politica

Il codice è legge, l’algoritmo è regola, l’intefaccia è interpretazione. Questo è quanto abbiamo appreso dall’evoluzione del dibattito sul tema posto da Lessig.

Byung_Chul_HanAndrebbe letto il libro di Byung-Chul Han “La società della trasparenza”: il filosofo coreano che insegna a Berlino discute con straordinaria lucidità del mito della trasparenza e lo accosta all’ideologia della perfetta circolazione della moneta, alla concezione efficientista della tecnologia dell’informazione, alla società dell’apparire. Ne emerge una critica fortissima del mito secondo il quale la trasparenza è giusta, bella e vera di per sé. Un’argomentazione da discutere ma che lascia il segno. E andrebbero letti mille altri contributi, sulle conseguenze della rete, comprese quelle politiche. Come per esempio il libro di Antonio Floridia, “La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi” (Carocci 2012), oppure Stefano Rodotà, “Il diritto di avere diritti” (Laterza 2012, segnalazione), o addirittura per chi abbia tempo in eccesso, il libro dell’autore di questo testo “Media civici” (Feltrinelli 2013). Ma la bibliografia è sterminata. Non è possibile ricostruire tutto in poche righe. Ma si può scegliere. A partire dalla premessa: Il codice è legge, l’algoritmo è regola, l’intefaccia è interpretazione.

In un contesto nel quale le regole fondamentali poste dalla legge del software sono strutturali, cioè vagamente simili a forme costituzionali, il primo passo è quello di individuare i modi con i quali la politica consapevole, se non addirittura democratica, riprende una libertà di manovra e una capacità di influenza sul modo con il quale la società prende decisioni che riguardano i fondamenti della convivenza.

In assenza di politica, la tecnologia pone le sue regole. E le regole dei media sociali influiscono sulla convivenza in un modo molto preciso. Facebook, la più diffusa piattaforma per il social networking, sceglie di condurre le persone che la usano a connettersi sulla base della regola del “mi piace”. Ogni volta che si dichiara che un post “mi piace” la selezione viene registrata e un algoritmo che funziona di default sulla piattaforma fa in modo che le prossime volte che si entra su Facebook le prime informazioni che si vedono sono quelle postate da persone alle quali in passato si è dato un “mi piace”. Poiché il tempo che si passa sulla piattaforma non è infinito, le prime informazioni sono probabilmente molto più viste di quelle che apparirebbero andando avanti nella lettura: alla lunga ci si connette prevalentemente con le persone alle quali si è fatto “mi piace”. Questo algoritmo è un filtro contro l’eccesso di informazione. Comodo, gradevole e con importanti conseguenze. Si formano secondo Eli Pariser (“The filter bubble”) delle bolle mentali e sociali all’interno delle quali le persone incontrano solo persone simili a loro, per curiosità, interessi, ideologie. E’ un modo divertente di socializzare e piuttosto gratificante perché come i “mi piace” si danno, in queste bolle è probabile che i “mi piace” si ricevano. Ma non è necessariamente un buon modo per prendere decisioni che abbiano una valenza politica per una popolazione.

In effetti, le decisioni politiche si prendono anche insieme a chi non piace. Anzi il problema è proprio questo: come costruire regole “costituzionali” che servano a decidere con gli altri cittadini che non hanno necessariamente le stesse opinioni ma secondo un metodo legittimato da tutti. E a questo proposito sta emergendo una nuova ondata innovativa per la generazione di piattaforme che abbiano questa funzione, fatte con un condice, delle regole e un’intefaccia che favoriscano comportamenti adatti a svolgere questa funzione.

Fino a che al di sotto delle piattaforme più utilizzate dalla popolazione connessa in rete esiste sempre una internet neutrale resta possibile l’emergere di nuove piattaforme governante da nuove regole. Nelle profondità della rete, programmatori e innovatori continuano a costruire forme diverse di interpretazione della realtà e dunque nuove opzioni di convivenza connessa. Comprese quelle che riguardano i modi con i quali le società prendono decisioni politiche. E i primi segni di questo lavoro stanno conquistando lentamente il loro posto in rete. Dopo i media sociali, potrebbe essere ora dell’avvento dei media civici.

Le soluzioni in proposito non mancano. Uno studio offerto al Senato della Repubblica Italiana dalla Fondazione Ahref ne ha fatto una sintesi in uno studio che si trova online: I media civici in ambito parlamentare. Liquid Feedback, IdeaScale, Civi.ci e molte altre piattaforme si stanno affacciando all’attenzione delle istituzioni che cercano modi per rigenerare la loro relazione con la popolazione e rivitalizzare la democrazia. La ricerca che li conduce è consapevole del fatto che il codice è legge, l’algoritmo è regola e l’interfaccia è interpretazione: il che significa che i comportamenti degli utenti sono influenzati – spesso profondamente – dalla forma delle piattaforme. La civicità di quei comportamenti è il risultato probabile del design di quelle piattaforme, oltre che di molte altre cose relative al contesto storico e geografico nel quale vengono applicate. L’adozione di quelle piattaforme da parte delle popolazioni nelle loro relazioni con le istituzioni non dipende certo solo dalla forma delle piattaforme, ma di certo le conseguenze di quell’eventuale adozione sono precise per quanto riguarda il comportamento delle persone e dunque la qualità delle decisioni che prendono.

I media civici tengono conto, implicitamente o esplicitamente, di regole che riguardano il modo con il quale le persone si informano, si scambiano opinioni, aggregano le opinioni in istanze operative, votano per mettere in ordine di priorità le loro istanze e confrontano le istanze con i vincoli posti dalla realtà per verificarne la compatibilità per ritornare a generare informazioni e riaprire eventualmente il ciclo. Si danno media civici usati da popolazioni o gruppi che intendono auto-organizzarsi e si danno media civici usati per riqualificare la relazione tra le popolazioni e le istituzioni o addirittura i partiti e le aziende.

Quello che importa sottolineare è che le regole dei media civici sono regole strutturali che influenzano le decisioni. Quindi se la tradizione costituzionale viene presa in conto si possono ispirare i programmatori a costruire piattaforme che per regola tendano a generare comportamenti equilibrati nello scambio di informazioni, nella proposta di opinioni, nelle discussioni per organizzare le istanze, nella qualità della relazione tra le priorità desiderate e le compatibilità storiche vincolanti. Un equilibrio che riguarda la salvaguardia delle minoranze, l’efficacia dei sistemi decisionali, la qualità della documentazione che serve alle informazioni, la condivisione sui vincoli che definiscono le compatibilità, e così via. Non esiste ancora una piattaforma che faccia tutto questo. Ma la strada è segnata e non è detto che sarà mai serviva da una sola piattaforma.

Ma un fatto è certo: queste nuove proposte emerse dalle profondità della rete e dalla sua qualità generativa non potrebbero innovare il panorama socio-politico se l’internet non fosse neutrale, come diceva Lessig, rispetto alle persone e alle idee che fa circolare. E senza regole politiche non esisterebbe alcuna motivazione per pensare che internet possa restare neutrale, o che tenda ad essere facilmente accessibile a tutti. Gli incentivi di mercato, le esigenze delle grandi corporation capitalistiche, o altre forme di influenza sull’evoluzione dei valori e delle decisioni dei programmatori che fanno le piattaforme potrebbero benissimo fare evolvere la rete verso una condizione di accesso non universale a una internet non neutrale. Come è già avvenuto per esempio per quanto riguarda la rete mobile, un enorme successo scaturito da innovazioni tecnologiche, da posizioni conquistate sul mercato, da regolamentazioni sulle aste delle frequenze pubbliche, ma non da un dibattito democratico intorno a questa questione: se gli operatori controllano quello che può e non può passare sulla rete, gli innovatori possono presentare le loro idee solo chiedendo il permesso. E questo limita enormemente l’innovazione. Compresa quella politica, che in un certo senso potrebbe avere conseguenze sul potere dei tecnici e degli operatori. In realtà, la generatività di un sistema dell’innovazione sta nell’equilibrio tra le tensioni legate alle logiche della politica, le evoluzioni legate alla dinamica del mercato e, da non dimenticare, le collaborazioni e le opportunità legate alle condizioni dei beni comuni, risorse che non rispondono né allo stato né al mercato essendo di tutti e ciascuno, manutenute in base a consuetudini e regole sociali e culturali come la vecchia internet neutrale.

rodotà_democrazia_tecnologiaNe viene fuori il dibattito sull’Internet Bill of Rights. Che alla Camera dei deputati italiana ha dato vita a una Commissione dedicata. Il tema è arrivare a una dichiarazione dei diritti, come appunto il secentesco Bill of Rights britannico, per indirizzare le successive normative che riguardano internet tenendo conto degli equilibri che vanno mantenuti per sviluppare il bene comune della conoscenza rappresentato dall’internet salvaguardando e valorizzando i diritti umani che le diverse interpretazioni della rete possono sviluppare oppure comprimere. Il Brasile ha approvato il Marco Civil. E l’Italia, nel semestre del suo speciale servizio all’Europa, si prepara a contribuire a un tema decisivo per la vita civile.

Gli argomenti in discussione sono: la neutralità della rete, privacy e libertà di espressione, accesso universale, apertura dei dati pubblici, sicurezza. Questa è politica nel senso della costruzione di una visione costituzionale che serva a indirizzare le decisioni operative che si prendono in rete, con la rete, per la rete. Ovviamente è solo un aspetto della politica. Ma è quello fondamentale. Le policy non ne sono una conseguenza, ma se tutto va bene, non emergono senza tener conto dei principi costituzionali. E altrettanto si potrebbe dire del software che sostanzia quelle policy.

Già, perché alla fine dei conti, il modo più efficiente di fare le leggi e di farle funzionare è immaginare che siano a loro volta costruite come software.

La policy

Ci avevano pensato in molti. Anche gli scrittori di fantascienza Vernor Vinge e Tom Maddox. La loro visione era quella di uno stato che scrive le leggi come software e le fa applicare come tecnologie. Avevano, in quel lontano 1996, una visione un po’ troppo ispirata al terrore del Grande Fratello, ritenendo che l’efficienza del governo sia sempre collegata alla tentazione di raggiungere un maggiore potere autoritario e non avendo ancora visto quanto le piattaforme private possono ottenere in assenza di interventi statali.

Oggi le premesse per allargare la relazione tra policy e software si sono create. E andrebbero colte, nel rispetto del potenziale Internet Bill of Rights, per ottenere alcune conseguenze piuttosto decisive:

1. più facile accesso alla conoscenza delle leggi
2. più facile innovazione e semplificazione delle leggi
3. più chiaro funzionamento delle leggi
4. più chiare modalità per fare rispettare le leggi
5. più semplice valutazione dell’impatto delle leggi

Sacco_FrancescoViene da pensare, con l’economista Francesco Sacco che ne ha scritto su Nòva Il Sole 24 Ore, che al di là della domanda di diritti elaborata a fondo nel XX secolo, le popolazioni del XXI secolo chiedano anche e forse soprattutto risultati. “In Italia” scrive per esempio Sacco “gli imprenditori chiedono meno burocrazia e il Governo vorrebbe accontentarli. Ma ridurre la burocrazia, che si nutre di leggi, con nuove leggi, è una cura che funziona con difficoltà. Va cambiato alla radice il sistema operativo del Paese, il modo in cui esso stesso funziona. Da analogico-burocratico andrebbe trasformato in digitale-applicativo”. Quella di Sacco non è una metafora ma una proposta: “La maggior parte delle norme prescrivono – come farebbe un algoritmo – ciò che va fatto o potrebbe esser fatto al ricorrere di certe condizioni oppure, come fa un modello entità-relazioni per definire un database, sono definitorie di entità – soggetti o fattispecie – e/o delle loro relazioni”. Inoltre, per Sacco, questa proposta non è utopistica ma già in corso di attuazione: “In parte la trasformazione delle leggi in formato digitale-applicativo è già in corso. Ad esempio, l’intero Codice di Procedura Civile italiano, ma anche le statistiche di funzionamento di tutti i tribunali, sono già stati incorporati in un software (Epc) che è usato in Italia da tutte le principali banche e assicurazioni con circa 20mila operatori che gestiscono quotidianamente circa 150 miliardi di crediti incagliati in 1,5 milioni di pratiche distribuite su più di 15mila legali. I costi legali del recupero crediti si sono ridotti anche del 30%, ma, soprattutto, si sono ridotti enormemente gli errori procedurali con notevoli impatti sull’efficienza del recupero. Considerando che un miglioramento dell’1% vale 1,5 miliardi di euro, è un investimento sicuramente redditizio. Se fosse incorporato anche solo in parte nella gestione della giustizia italiana o dell’amministrazione, sarebbe una concreta rivoluzione” (Nòva). La stessa interpretazione delle norme è “digitalizzabile” almeno per quanto riguarda i temi più noti e stabilizzati e il sistema di condivisione della conoscenza giuridica progettato e realizzato dallo Studio Toffoletto De Luca Tamajo è una risposta già operativa che ha conseguenze rilevanti sul funzionamento dello studio e sul suo servizio ai clienti (Nòva).

I passaggi di maturazione di questa tendenza in altri paesi lasciano pensare che possa essere qualcosa di più di un’ipotesi. Nel Regno Unito tutto il corpus legislativo è ufficialmente online in un sistema che consente interrogazioni ed elaborazioni ampie ed efficienti (Nòva). In pratica ogni legge e ogni comma sono dotati di un identificativo unico e sono disponibili in formato aperto usando un’interfaccia programmabile (Legislation). Non è facilissimo, naturalmente. Ma si può immaginare che un buon sistema di programmazione su una base di dati come questa possa arrivare a riconoscere le leggi definitivamente abrogate, quelle che sono in funzione anche se sono state emendate e le renda più leggibili connettendo le norme e gli emendamenti in modo meno astruso di quello che si usa sulla carta (dove le nuove leggi sono infarcite di rimandi alle precedenti e non si riescono a leggere in modo semplice). In Italia, Normattiva è un inizio in questa direzione, anche se non gode dell’ufficialità che è invece attribuita alla versione inglese.

La digitalizzazione della normativa, la sua utilizzabilità con programmi che la analizzino, la sua interpretazione con l’ausilio di basi di dati giurisprudenziali efficienti rispondono all’esigenza di facilitare la conoscenza della legge e probabilmente aprono la strada a una concreta semplificazione.

Ma per quanto riguarda la facilità di applicazione delle leggi e delle modalità con le quali si fanno rispettare i passaggi progettuali vanno ancora approfonditi e sperimentati. Sacco ha un’idea, in proposito: “Partendo dalla ridefinizione recente delle banche dati d’interesse nazionale e dalle tre priorità definite dalla task force del precedente Governo (anagrafe unica digitale, fatturazione elettronica e identità digitale), l’intero processo legislativo potrebbe essere rivisto, puntando a definire prima ancora di una nuova legge la sua implementazione software e la sua integrazione all’interno del sistema informatico pubblico. La si potrebbe immaginare come una lunga serie di scelte fatta su un’app su Internet, ma che alla fine produce gli effetti desiderati in modo trasparente, eliminando tutta la carta che va in giro. Questa soluzione rispetto ad una norma “analogica” non solo sarebbe più flessibile per i piccoli aggiustamenti o chiarimenti, che sono sempre necessari ma avrebbe un costo di controllo e di enforcement praticamente nullo, perché ciò che non è possibile scegliere in un menu non può semplicemente essere fatto”.

Forse non tutte le leggi sono applicabili in questo modo. Ma di certo molte leggi che hanno un impatto pratico sulla vita quotidiana potrebbero essere fatte così. Non c’è nulla di strano: già oggi, ogni giorno seguiamo le leggi imposte dalla nostra applicazione preferita sul cellulare e non abbiamo problemi a rispettarle.

C’è poi una conseguenza in più di un’impostazione del genere. Poiché le leggi di questo tipo si rispettano usandole, cioè applicandole, il sistema in cloud che offre il servizio raccoglie informazioni. Potrebbe essere un Grande Fratello. Ma potrebbe essere un modo per valutare i risultati raggiunti da una legge. E correggerla in funzione della sua efficacia. Ma che si vada nella prima o nella seconda direzione dipende dal contesto costituzionale e politico. Oltre che educativo e culturale.

La rivalutazione della cultura tecnica in questo contesto politico, giuridico e amministrativo serve a impedire una rinuncia implicita alla capacità di governare la convivenza democraticamente che potrebbe avvenire in una società che non sia consapevole del fatto che il codice è codice. Serve a responsabilizzare i tecnici sottilineando come i loro valori e i loro comportamenti hanno una conseguenza culturale e sociale di primissimo ordine. Serve a motivare una politica di profondo investimento nell’educazione digitale della popolazione di una società che voglia almeno un po’ essere autrice del proprio destino.

Vedi anche
Rodotà: democrazia e tecnologia
L’oscurantismo, la ricerca, i diritti umani. E la Commissione alla Camera per i principi dell’Internet Bill of Rights

Questo post è un work in progress ovviamente. Spero molto nei contributi e nelle segnalazioni dei commentatori per arricchire di esempi esperienze e segnalazioni questa ricerca.

Matematica della distanza tra aspettative e realizzazioni. Le regole su internet

Il modello matematico che si usa per studiare la distanza tra aspettative e realtà è di solito basato sulla velocità. Ma dovrebbe essere basato sull’accelerazione. Questo cambia le previsioni e soprattutto la soddisfazione.

Per esempio. Le previsioni à la Mantellini sull’impossibilità di un contributo intelligente della politica italiana su internet sono basate su un metodo che prolunga il passato in una linea che prosegue verso il futuro. Non è una forma di scetticismo, è un metodo di previsione. (Che forse è migliorabile, ma questo lo vediamo dopo).

Il contesto teoretico di questo genere di “scetticismo razionale” è abbastanza chiaro: in passato, la politica politicante ha mantenuto alte le aspettative, ma le realizzazioni sono state deludenti. A fronte di questo fatto, per mantenere il controllo, si dovevano rilanciare le aspettative (magari cambiando governo) per allontanare di un po’ il momento della fatale delusione. Non è un modello che vale per il 100% dei casi: in qualche caso, mettiamo nel 2% dei casi, forse per errore, si arriva a una conclusione concreta e si apre la porta alla delusione. Il 98% della politica, dice infatti Mante, è una lunga chiacchiera che rilancia costantemente l’attenzione verso le aspettative e nasconde i motivi di delusione. Il 2% invece per qualche motivo esce dal circolo teatrale della politica ed entra nella realtà della policy: ma poiché siamo in Italia, dice Mante, nella maggior parte dei casi porta alla luce i motivi di delusione. Solo in casi sporadici arriva a un risultato soddisfacente. Proiettando in avanti questa esperienza non resta che astenersi dalla politica e dal tentativo di raggiungere qualche obiettivo, almeno nel settore che riguarda internet. E’ un approccio basato sulla linearità della velocità alla quale va di solito la politica italiana.

Coerentemente con questo approccio, Mante suggerisce di non fare nulla e aspettare che altri decidano. Questi altri per Mante sono all’estero (chissà se pensa all’Icann, all’Nsa, o ai regolatori degli stati stranieri oppure alle grandi piattaforme come Google e Facebook, questo Mante non lo dice). Degli italiani che oggi decidono sull’internet, come la Telecom Italia e gli altri grandi operatori, Mante non si cura, anche se sono proprio i principali generatori di alcune importanti regole sull’uso di internet in questo paese, per esempio quelle che regolano attualmente il diritto all’accesso. Questi operatori potrebbero fare altre regole se per esempio non fossero costretti da un regolatore a salvaguardare la net neutrality. Il punto a questo proposito è: se non le fa lo stato, le regole le fanno i privati e le piattaforme. Qualcuno le fa.

Inoltre, le cose non succedono in modo lineare, ma in modo geometrico. Se si apre un momento storico particolare, le nuove regole esplodono: ci si ricorderà di come, poco prima dell’avvento di internet, l’allora monopolista del servizio telefonico introdusse la Tut per far pagare le telefonate urbane a tempo. Quella regola rese molto costoso connettersi a internet con il modem, abbattendo le possibilità di un accesso universale a internet e aprendo la strada a nuove regole inventate da operatori che usavano l’interconnessione per offrire internet gratis in cambio di una quota di traffico di terminazione. Un esplosione di regole nuove, accelerate, avvenute in un particolare contesto storico, di fronte alle quali il regolatore pubblico non fece molto altro che deregolamentare e lasciar fare. Fu un grande momento positivo per internet, finito nella bolla, ma indubbiamente interessante. Le fase successive sono state scandite da altre accelerazioni: l’adsl, l’umts, l’avvento di Google, l’avvento di Facebook, l’internet mobile in versione Apple e poi Android, i cookies che seguono le persone ovunque vadano, l’Nsa… In un mondo fatto di accelerazioni, alcune tecnologiche, altre economiche, altre culturali, è improbabile che le previsioni basate sull’approccio lineare abbiano senso.

Che cosa se ne deduce sul piano delle regole pubbliche? Che sicuramente le regole pubbliche che inseguono i fenomeni non sono destinate a deludere, peggio: sono destinate quasi sempre a far danni. Sono invece interessanti le regole pensate per indirizzare proattivamente i fenomeni o per costruire un contesto di lunga durata per i fenomeni. L’approccio costituzionale è di questo tipo.

Ci sono fatti politici proattivi. Quando colgono i fenomeni interpretando i momenti storici di accelerazione. I casi in cui una policy proattiva ha modellato nuove opportunità non mancano. La normativa sulle startup, fatta da un ministro, uno staff adeguato, una task force (ne ero orgogliosamente parte), riunioni e consultazioni, un nuovo ministro con staff adeguato, un insieme di leggi e regolamenti attuativi portati a termine nel corso di un paio d’anni, ha effettivamente creato uno scenario nuovo per una delle questioni centrali anche per la realtà internettiana italiana: la possibilità di partecipare alla generazione di innovazioni con la logica delle startup. Se la gente della task force non avesse partecipato perché partiva da un approccio previsivo lineare la cosa non sarebbe venuta come è venuta. In realtà, l’approccio fu orientato all’interpretazione di un momento storico che avrebbe visto un’accelerazione di fenomeni e che poteva essere favorito da una normativa liberalizzante proattiva. Analogamente, per motivi diversi, è andata alla fatturazione elettronica, che potrebbe avere l’effetto significativo di facilitare l’accelerazione dei pagamenti della pubblica amministrazione ai fornitori. E se non ci avesse lavorato un’unità di missione (ne ero orgogliosamente parte) non sarebbe andata in fondo come è andata. I risultati delle azioni di una policy proattiva, insomma, possono avere risultati positivi. Quello che conta è valutare quei risultati in quanto tali. Se funzionano bene, se non funzionano male: ma questo è un lavoro da fare. Le probabilità che la policy riesca non sono pari a zero. Non è molto importante, invece, valutare i risultati delle policy in relazione alle aspettative elevate che si formano nel teatro politico. Anzi, varrebbe la pena di non considerare le aspettative per niente.

La grande politica è chiamata però a formulare una visione. E’ chiamata a cogliere i segni dei tempi e le accelerazioni che rendono possibile ciò che sembrava impossibile. Segni che giungono dalla società e dalla storia del presente, qualche volta anche dagli esperti, intellettuali, visionari che interpretano un momento storico e che contribuiscono per quanto sono capaci. Certo, non è detto che questi debbano stare nei tavoli. Se ci capitano non sarà certo per trasformarsi in qualcosa che non sono. Sarà casomai per portare le loro riflessioni. E sperare che servano a qualcosa. Le probabilità, nei momenti di accelerazione, non sono pari a zero. Imho.

Vedi anche:
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda
Gli intellettuali e il potere nel nuovo contesto culturale. Riflessioni molto personali
Gli intellettuali e l’ecologia dei media