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Chi vince piglia tutto: concentrazione, power law e net neutrality

La stima che non si può non provare per Carlo Alberto Carnevale Maffè, anche quando fa i suoi giochi di ruolo, impedisce di lasciar passare sotto silenzio la sua provocazione sulla net neutrality.

Dice Carlo Alberto che i dati parlano chiaro (a lui): la net neutrality (secondo lui) è un gioco in cui chi vince piglia tutto, cioè determina forme di mercato in cui ci sono pochi player dominanti e poco spazio per le piccole imprese; per provare questa idea mostra una tabella che dice qualcosa di molto diverso, cioè che nella app economy c’è una forte concentrazione (da DeveloperEconomics).

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Si è sbagliato, Carlo Alberto? Che c’entra la tabella con quello che dice? Ovviamente il suo è un ragionamento più sottile. Troppo sottile.

Che ci sia concentrazione nella app economy è un fenomeno emergente collegato alle regolarità tipiche di ogni rete.

Come scriveva Bernardo Huberman già negli anni Novanta nella competizione che avviene in ogni struttura a rete tende a esserci un grande vincitore per ogni categoria. L’effetto-rete infatti tende a dare geometricamente maggior valore alla tecnologia che viene usata di più e quindi quando una tecnologia decolla i competitori restano indietro, le risorse si concentrano sulla tecnologia vincente e alla fine ne resta una sola. Per ogni categoria.

Non ci stupisce la concentrazione nella app economy, dunque. Stupisce il collegamento “originale” di Carlo Alberto con la net neutrality. Andiamo a fondo.

In ogni rete c’è una tendenza alla concentrazione. La Microsoft degli anni Novanta aveva il sistema operativo dominante per effetto-rete. Google è il motore dominante per effetto-rete. Facebook è il social network dominante per purissimo effetto-rete. Che cosa c’entra la net neutrality? Un momento, ancora un passaggio…

Non solo nelle reti c’è concentrazione. Nell’automobile c’è concentrazione. Nella produzione di aerei per i passeggeri c’è iperconcentrazione. Qui la net neutrality proprio non c’entra. Anche nelle televisioni c’è concentrazione. E anche qui la net neutrality non c’entra. Anche nelle compagnie telefoniche c’è concentrazione: e sono loro che preferirebbero abolire la net neutrality…

Allora.

1. La concentrazione è un fenomeno del capitalismo che si collega a diversi fattori: mercati maturi, forti economie di scala, protezionismo statale, deregolamentazione del settore finanziario. (L’ultima è per provocare Carlo Alberto, ma è anche vera…).

2. La concentrazione nelle reti è un fenomeno tecnico delle reti. Ma vale per ogni categoria come spiegava Huberman. Cioè chi vince nei motori di ricerca non è detto che vinca nei social network. Chi vince nei sistemi operativi per pc non è detto che vinca nei sistemi operativi per telefonini. E così via.

3. La net neutrality è collegata alla concentrazione: ma esattamente al contrario di quanto sostiene Carlo Alberto.

In una rete neutrale nella quele improvvisamente si elimini la net neutrality, le forme di concentrazione acquisita rimangono. Niente le elimina. Quello che viene eliminato è la possibilità di nuove idee di provare a cercare il successo senza chiedere il permesso a chi controlla le reti. Viene eliminata la possibilità di fare concorrenza ai player dominanti esistenti.

Nelle reti neutrali chi innova può provare a cercare il successo senza chiedere il permesso a nessuno. Se riesce a inventare una nuova categoria di rete (come ha fatto Steve Jobs con l’iPhone) o a giocare meglio di altri in una categoria emergente (come è successo a Facebook), può sperare di acquisire una certa forza di mercato e dominare la sua categoria. Abbassando dunque la concentrazione nel sistema internet nel suo complesso. Se non c’è net neutrality questo non può avvenire.

La prova è data da ciò che avviene nella rete mobile dove non c’è neutralità: in quel contesto, gli operatori possono scegliere a quali applicazioni concedere la loro rete e alcuni di essi hanno impedito per esempio l’uso di Skype. Il che significa che senza neutralità non si fa innovazione senza chiedere il permesso degli operatori. Se un’innovazione non piace agli operatori non può andare sul mercato, come sarebbe accaduto a Skype se non ci fosse stata neutralità nella rete fissa. Senza neutralità dunque c’è più concentrazione non meno concentrazione.

L’oscurantismo, la ricerca, i diritti umani. E la Commissione alla Camera per i principi dell’Internet Bill of Rights

Vale la pena di dedicare attenzione ai lavori della “Commissione di studio promossa dalla Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, per elaborare principi e linee guida in tema di garanzie, diritti e doveri per l’uso di Internet”?

Per rispondere positivamente occorrerebbe ipotizzare che il tema sia legittimo e importante, che la partecipazione allo studio sia aperta ai cittadini di buona volontà che vogliono contribuire civicamente e che il risultato possa effettivamente avere un valore intellettuale, politico e organizzativo.

Si tratta di ipotesi che possono effettivamente trovare una verifica solo all’atto pratico, cioè seguendo i lavori (e giusto per trasparenza avrò modo di seguirli direttamente avendo ricevuto l’onore di essere invitato a partecipare alla Commissione). Discutendo di questi aspetti, molti hanno già risposto positivamente o negativamente. Vale la pena di osservare in proposito che una valutazione preliminare su queste cose è necessaria, ma una risposta certa alle ipotesi citate rischia di essere vagamente ideologica – in positivo o in negativo – oppure basata su uno scetticismo radicato, non privo di motivazioni ma certamente inutile a chi speri che si possa tirar fuori un risultato positivo da una nuova sfida. Anche perché le previsioni sui risultati di un’azione non si possono basare solo sull’esperienza precedente: in effetti, ciò che avverrà dipende da chi partecipa, in aula e sui media civici. Sappiamo infatti che la Commissione funzionerà alimentando e ascoltando anche una consultazione aperta in rete: con questo almeno la seconda delle tre ipotesi trova già risposta. Per il resto, anche in questo caso, il futuro non è ciò che succederà ma la conseguenza di ciò che facciamo.

Per prepararci alla prima questione – se cioè il tema sia legittimo e importante – si deve affrontare di petto il tema di fondo di molte discussioni sulla relazione tra norme e internet. Esiste infatti un’idea diffusa secondo la quale internet non abbia bisogno di intervento normativo, perché funziona bene com’è e perché qualunque intervento normativo rischia di rovinarla. E – accidenti! – quel rischio è talmente reale, come si è dimostrato in una quantità di casi così grande, che si fatica a dipanare la matassa.

Ma prendiamo il caso fondamentale della net neutrality. Internet funziona bene com’è se la rete è neutrale nei confronti dei pacchetti di dati che la percorrono. Se non c’è net neutrality non c’è internet. E qualcuno che faccia la norma che garantisce la net neutrality c’è: può essere la compagnia telefonica che gestisce la rete, può essere la comunità dei tecnici che progettano la rete, può essere lo stato o una comunità di stati. Molte telco tendono a sperare di poter abolire la net neutrality per sostituirla con un concetto più vago di “internet aperta” ma il cui traffico può essere prioritizzato a loro discrezione. Un gruppo di società – tra le quali Google, Facebook, Netflix, eBay come si diceva – chiede invece che la net neutrality sia garantita per legge ed estesa anche alla rete mobile. Moltissimi cittadini non sanno di che cosa si sta parlando. Ma appena viene spiegata la questione, non si fatica a comprendere che dalla net neutrality dipende l’innovatività del sistema, perché essa non concede ai poteri economici esistenti l’arbitrio sull’innovazione – e sull’informazione – che può e non può arrivare a proporsi ai cittadini. In Brasile lo stato è intervenuto con il Marco Civil e ha stabilito che la net neutrality va garantita per legge. Se non c’è una legge, le compagnie non possono fare ciò che vogliono. Se non c’è una legge la net neutrality non è garantita. Questa è una scelta che può essere legittimamente posta all’attenzione di un organismo politico come il Parlamento. Altrimenti i cittadini sensibili al tema potranno difendersi soltanto costruendosi una nuova rete, neutrale non per legge ma per regola cooperativistica: ma, per la verità, questa è un’alternativa inutilmente utopistica.

La net neutrality garantita dalla legge è un esempio di una regola di tipo “costituzionale” per la rete.

Un altro esempio può essere il diritto di accesso universale in larga banda. Se la società della conoscenza può essere vissuta appieno solo avendo la possibilità di accedere alla rete in condizioni adeguate e se il mercato non è in grado di raggiungere ogni area abitata, è legittimo che un intervento normativo si occupi della questione.

Forse fin qui si può immaginare un consenso relativamente largo. Anche se gli avversari della net neutrality sono potenti lobbisti non si può negare che il tema – qualunque sia la scelta che si prenderà – sia legittimamente un tema adatto a essere preso in considerazione dalle norme. E anche se il diritto all’accesso universale andrebbe certamente accompagnato dal diritto a un’istruzione significaticamente diffusa all’uso della rete e dal diritto ad avere servizi pubblici adeguati che ne motivino l’utilizzo. Si tratta peraltro di corollari importantissimi che non mettono in discussione la legittimità di normare il diritto all’accesso.

Di certo, le controversie diventano più intricate quando si va su temi più puntuali come il copyright, le tasse, il cyberbullismo e molte altre questioni che inducono i legislatori a proporre leggi dedicate a internet.

A questo proposito la Commissione – va sottolineato – non si occupa delle singole norme ma del metodo con il quale si prendono in considerazione e si adottano. Quindi su questo si può arrivare a una forma “costituzionale”, una forma di metodo, che sia orientato a indirizzare le norme in materie collegate a internet in modo che tengano conto consapevolmente della complessità dell’ecosistema internettiano. Chissà se uscirà una indicazione sulla necessità di un processo multistakeholder. Chissà se si riuscirà a stabilire che le linee guida devono tener conto di una valutazione di impatto digitale. Chissà se si potrà arrivare a suggerire un approccio equilibrato in modo che l’intervento in un particolare settore non sia tale da produrre conseguenze negative in un altro settore nell’inconsapevolezza del legislatore. Questo è il tema costituzionale della Commissione: come garantire che le nuove leggi relative a internet non siano create se se ne può fare a meno e che se sono create siano consapevoli dell’equilibrio degli interessi e dei diritti che presumibilmente vanno a toccare. Tutto questo è estremamente complicato, ma se non si pone il problema non se ne esce e continuiamo a vivere in uno stillicidio di tentativi normativi pericolosi e inconsapevoli: con la conseguenza di continue fiammate di opposizione che finiscono per alimentare un approccio ideologico alle questioni internettiane che presenta limiti molto significativi.

Un’ideologia fondamentalista oscura ogni tentativo di ricerca volta alla comprensione di come stanno le cose in nome di un’interpretazione del mondo che conquista gli animi ma diventa potere. In “Edeologia, Critica del fondamentalismo digitale”, qualche anno fa, mi sono esercitato intorno all’idea che questo fenomeno appartenesse anche al modo con il quale qualcuno interpretava la rete internet. Libro ingenuo, Edeologia (con la “e” di elettronica ovviamente), reagiva alle catastrofiche conseguenze della strumentalizzazione finanziaria del senso di internet sul finire degli anni Novanta che era sfociata nella bolla e nel suo scoppio. Le crisi finanziarie non sarebbero mancate anche successivamente, separate da internet: ma l’edeologia avrebbe continuato latente e in alcuni casi evidente.

Un’ideologia può avere una funzione positiva. Nel caso della rete – una tecnologia che non ha alcun valore se nessuno la usa ma che acquista enorme valore se molti la usano – l’edeologia è servita a convincere le persone a dedicare tempo a internet prima che questa avesse valore in vista di un valore successivo che effettivamente si è realizzato. Ma questo si applica anche ad altre tecnologie di rete, meno neutrali e innocenti, come le piattaforme per la ricerca di informazioni in rete, i social network privati, i servizi che servono a cercare l’anima gemella e così via. Una tensione ideologica resta latente nella rete proprio perché ogni volta è indirizzata a convincere la gente a usare una tecnologia che all’inizio non ha valore e solo quando viene usata ne acquista. Creando non poche conseguenze negative.

Se si lascia solo alle piattaforme private e ai gestori privati delle reti il potere di fare le vere norme che guidano il comportamento delle persone in rete si rischia di perdere quello che la rete come bene comune è riuscita a creare finora. Un’ideologia che si opponga all’intervento pubblico in materia di internet in ogni situazione e su ogni aspetto finisce semplicemente per rafforzare il potere delle grandi compagnie private e ridurre conseguentemente quello dei cittadini. Un’ideologia americanofila che si accontenta di ripetere i mantra lanciati da Silicon Valley non serve all’evoluzione di internet come grande tecnologia innovativa e serve soltanto il successo delle proposte delle compagnie private.

Allo stesso modo, un approccio normativo statalista che pensa in modo distorto alla rete e interviene in modo capillare e inconsapevole è a sua volta enormemente negativo sullo sviluppo innovativo della rete. E imparare dagli americani non è certo un male da questo punto di vista.

Ma si può fare di più. Si può fare ricerca, senza oscurantismo, sulla possibilità di arrivare a una sorta di approccio costituzionale alla rete, in nome dei diritti umani e dell’equilibrio dell’ambiente digitale. È un percorso di ricerca che parte dalla tradizione illuminista intorno ai diritti umani e dalla prassi innovativa dell’ecologia. I successi di questi percorsi ci impediscono di pensare che sia impossibile arrivare a una consapevolezza sull’”ecologia di internet” e sul rilancio dei diritti umani in un’epoca in cui sembra ce ne sia crescente bisogno, non solo nei confronti dell’autocrazia politica ma anche nei confronti della tecnocrazia. Per questo discutere di un Internet Bill of Rights è legittimo e può anche finire con un risultato utile. Dipenderà dai membri della Commissione e soprattutto dai cittadini che parteciperanno alla consultazione.

Da leggere:
Vincenzo Ferrone, Storia dei diritti dell’uomo, Laterza 2014
Marc Augé, L’antropologo e il mondo globale, Cortina 2014 (v.o. 2013)
Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza 2012
Antonio Floridia, La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi, Carocci 2012
Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Nottetempo 2014 (v.o. 2012)

Educazione come dimensione della vita: il nuovo spazio da creare per la scuola

Nell’economia della conoscenza l’educazione è come l’investimento e la ricerca è il generatore di valore aggiunto che consente di tenere a distanza i concorrenti. Non si compete senza conoscenza, diffusa e generativa. La riprogettazione della scuola deve partire da una visione e concretizzarsi in un piano d’azione.

Le persone e le strutture che ci lavorano sono straordinariamente importanti. Per aiutarle occorre riuscire a condividere un modo di vedere innovativo.

Innanzitutto prendiamo atto che l’educazione non è una dimensione limitata al mondo della scuola, ma avviene nel corso di tutta l’esistenza. Dunque non hanno senso le progettazioni autoreferenziali che non si confrontano con il contesto nel quale la scuola vive e si sviluppa. Inoltre, non hanno senso le concezioni che pensano alla scuola come a un erogatore di servizi a fronte del pagamento che le famiglie e le imprese sono chiamate a erogare in forma di tasse di vario genere. La crisi della relazione tra la scuola e il resto della società è profonda, legata alla grande trasformazione in atto, alla quale sia la scuola che le famiglie e le imprese arrivano dopo decenni di sfruttamento. I docenti hanno subito un attacco concentrico che ne ha abbattuto il prestigio e il tenore di vita, segregandoli in una parte della società meno patinata di quella proposta dalla televisione: la banalità del male consumistico, con la sua proposta di scorciatoie per il benessere, si è abbattuta sull’impegno richiesto dalla scuola demotivando molti. Nello stesso tempo, famiglie e imprese hanno subito una pressione fiscale sempre più significativa limitando la loro volontà di partecipare attivamente all’educazione pubblica e casomai costringendo a investimenti in educazione particolaristici, orientati alle skills dei figli o dei dipendenti ma non al miglioramento delle opportunità per l’insieme della società.

In secondo luogo, teniamo conto che parlare di educazione significa distinguere tra addestramento, istruzione e formazione. Prendiamo atto che nella nuova società della conoscenza il grande successo è valorizzare i talenti di tutti, nelle loro diversità e peculiarità. E che la valorizzazione dei talenti richiede connessione con la società nel suo insieme, perché è nella complessità della vita sociale che ciascuno può scoprire i propri talenti, esprimerli ed essere riconosciuto.

L’addestramento riguarda il saper fare. L’istruzione riguarda le conoscenze intellettuali di base. La formazione è la maturazione della personalità nel suo insieme in relazione al contesto. I talenti si valorizzano solo in relazione alle diverse opportunità offerte dalla vita sociale ed esistono se si scoprono, si esprimono e sono riconosciuti.

Tutto questo abbatte concettualmente le tradizionali barriere tra scuola e resto della società. Ma come si riparte da qui?

La nuova didattica, la formazione dei docenti, la gamification dei metodi, sono elementi della soluzione. Ma vanno rivalutate le connessioni alla vita sociale.

Per esempio, riconoscendo che la struttura mediatica sulla quale avviene l’educazione non è solo chiusa nelle quattro mura della scuola e nei libri di testo. La guida dei docenti si rivaluta in relazione alla sua capacità di interpretazione dei saperi in relazione alla società, al suo passato e al suo futuro. E’ possibile ripensare la piattaforma dell’educazione. Gli algoritmi di base vanno ripensati: non è più vero che la regola d’oro a scuola è “non sbagliare” rispondendo alle domande del docente. E’ vero piuttosto che vanno rigenerati nuovi algoritmi che sviluppino le forme di apprendimento che avvengono per imitazione, per memorizzazione e per sperimentazione. Il nuovo algoritmo, dunque, è che in alcuni casi, si può sbagliare, purché si faccia esperienza. E poi la gamification introduce tutta una nuova serie di algoritmi, che tra l’altro prevedono la collaborazione, spesso, o talvolta addirittura la copiatura (specialmente nel caso dell’apprendimento del software).

Tutto questo non si risolve in un colpo solo. Anzi. Probabilmente si svolgerà attraverso una quantità di progetti che vedano la partecipazione di diversi elementi della scuola, della società, delle imprese, delle famiglie. Questi progetti potrebbero essere incentivati.

Si può creare uno spazio incentivante per questi progetti, un po’ come è stato fatto per le startup. Un ambiente liberato da eccessi di burocrazia e fisco che favorisca la progettualità. Accompagnato da una piattaforma nella quale i progetti vengono comunicati: obiettivi, strumenti, risultati. In modo che in chiave di mutuo soccorso chi lancia i nuovi progetti possa contare sull’esperienza di chi ne ha lanciati di simili in passato.

Il paese può pensare all’educazione come una grande piattaforma che acceleri le iniziative progettuali orientate alle funzioni dell’apprendimento, dell’istruzione, della formazione. In un’ottica aperta alle diversità. Per valorizzare i talenti. A partire da quelli compressi, spesso ingiustamente, dei docenti. E per favorire le famiglie e le imprese che contribuiscono. Imho.

Fuffa e manipolazione. Esperimenti di Facebook sugli utenti, tipo: “se ti selezioniamo solo i post degli amici contenti tu sei più contento?”

Che cosa succede se vediamo che gli amici e i conoscenti sono contenti? Proviamo invidia o siamo contenti anche noi? Secondo uno studio condotto su oltre 600 mila persone per una settimana, è probabile che se vediamo che gli altri sono contenti, anche noi lo siamo. E viceversa. La felicità e la gioia sono contagiose. Come la depressione e la noia.

Ma come è stato fatto questo studio? Manipolando i post che oltre 600 mila persone trovavano su Facebook. Stupisce un po’, ma a quanto pare Facebook ha condotto uno studio sugli utenti modificando per via algoritmica il genere di post che ricevevano per vedere l’effetto che faceva su di loro: se facevano vedere prevalentemente post contenti gli utenti diventavano più contenti; se facevano vedere solo post depressi gli utenti diventavano depressi (Forbes e AnimalNY). E i ricercatori hanno pubblicato un paper intitolato “Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks” che riporta i risultati del loro lavoro:

We show, via a massive (N = 689,003) experiment on Facebook, that emotional states can be transferred to others via emotional contagion, leading people to experience the same emotions without their awareness. We provide experimental evidence that emotional contagion occurs without direct interaction between people (exposure to a friend expressing an emotion is sufficient), and in the complete absence of nonverbal cues.

Uno degli autori, Adam Kramer, data scientist, spiega come essere a Facebook sia una fortuna per uno che voglia fare ricerca sulle emozioni collettive.

A quanto pare nessuno dei ricercatori si è posto il problema etico di manipolare le pagine che gli utenti vedono su Facebook senza avvertirli per studiare le loro reazioni e pubblicare un paper. Ovviamente i termini e condizioni di Facebook consentono tutto questo. Basta saperlo.

Ma la conseguenza di questo studio è anche un’altra. Con internet diventa abbastanza semplice inventare nuove forme di manipolazione della visione del mondo delle popolazioni. La televisione resta ancora la regina della manipolazione, evidentemente, ma internet comincia a essere usato in questo senso e può diventare piuttosto efficace (cfr: Agenda setting e altre forme di design della mente, per così dire, per via mediatica, con il famoso caso ricostruito da Ilvo Diamanti da non dimenticare mai sulla televisione e la sensazione di insicurezza degli italiani negli anni attorno al 2006-2007; cfr. Credimi!). Questo funziona tanto meglio quanto più l’attenzione e il traffico su internet si concentra sulle piattaforme giganti e quanto meno è distribuito tra molte modalità di utilizzo e partecipazione. Evidentemente questo è un altro motivo per considerare la net neutrality una garanzia fondamentale per i diritti degli utenti: almeno se qualcosa non va si può tentare di realizzare una soluzione alternativa. Ma la manipolazione via internet funziona anche per settori abbastanza di nicchie e su piattaforme meno gigantesche ma ben studiate per gestire messaggi a una direzione.

C’è anche, insomma, una conseguenza di merito: le emozioni sono contagiose e se i messaggi sono omogenei ci muoviamo in gruppo. Soprattutto quando abbiamo poca consapevolezza delle motivazioni possibilmente manipolatorie dei messaggi positivi o negativi che riceviamo.

Essere consapevoli operando sui media è una condizione di libertà. La fuffa emozionante è manipolatoria. I maestri del tifo sono manipolatori. La conseguenza che generano è che probabilmente una parte dei loro seguaci abbassano il livello del senso critico. Se abbassano il senso critico possono anche finire col compiere scelte sbagliate. Un ambiente gestito per alimentare un entusiasmo senza critica è un ambiente nel quale aumentano le probabilità di truffe e disillusioni. La cosa è più concreta di quanto sembri. Ci sono mille esempi di sette, comunità chiuse, sistemi per approfittare della debolezza dei singoli ma anche della forza di trascinamento dei gruppi: il contagio delle emozioni è un fenomeno ormai chiaro e alimenta precise tecniche di manipolazione.

È successo all’epoca della bolla delle dot.com. Tutti entusiasti. Molte persone hanno perso il senso critico. Tantissimi sono restati col cerino in mano.

Sta succedendo anche nella piccola bolla delle startup in Italia? Certo di qualche imbroglio si comincia a sentir parlare. E non stupisce che avvenga proprio negli ambienti che meglio gestiscono la generazione di entusiasmo, anche a scapito del senso critico e della competenza.

Come all’epoca delle dot.com la bolla non era causata da internet ma da chi approfittava della credulità della gente, così oggi i problemi non sono certo delle startup, ma di chi approfitta della debolezza degli altri.

Un sistema mediatico scoraggiante e tale da generare solo scetticismo è altrettanto negativo e in certi casi anche di più.

Occorre un’ecologia dei media. Alla ricerca di un equilibrio. Senza paura dell’apparente impopolarità di chi non segue acriticamente il gruppo ma con il coraggio di sviluppare progetti sensati.

Spesso negli ambienti in cui si coltiva la visione critica l’entusiasmo diminuisce e i numeri che segnalano l’attenzione delle persone si abbassano. Nel breve periodo. Ma nel lungo termine valgono di più. Può essere noioso cercare di entrare per esempio in un acceleratore professionale per sviluppare la startup, ma è anche così che si costruisce un’impresa. Occorre imparare tanto. E soprattutto saper distinguere, dentro e fuori di sé, tra la fuffa e i fatti. Il senso critico si apprende con l’esperienza. E facendo esperienza l’entusiasmo si rafforza con il feedback che arriva dai fatti e non solo dalle parole di chi ci incoraggia. Il senso critico, empirico, non è solo un crap detector per non prendere cantonate: è anche uno strumento per coltivare una gioia più profonda, che non dipende solo dal contagio degli altri, che nasce soprattutto da noi stessi in relazione ai nostri progetti e alle capacità che acquistiamo per realizzarli.

Rai servizio pubblico per la rete

L’Associazione dirigenti Rai ha organizzato ieri un convegno sul futuro dell’azienda. I giornali ne hanno parlato in vario modo, sottolineando gli aspetto più legati all’attualità. Ovviamente il tema dei tagli è stato in prima linea. Sono state riportate le principali posizioni anche delle persone che per competenza ed esperienza erano davvero titolate a parlare in quella sede. A me hanno chiesto un parere sulla relazione tra Rai e rete.

Ho detto questo che un servizio pubblico fiorisce in un contesto che riconosce il valore della sfera pubblica, nella quale si incontrano civicamente le persone che convivono in un territorio anche se non si piacciono o non hanno valori simili. Lo spazio pubblico è lo spazio in cui abbiamo qualcosa in comune da coltivare e sviluppare insieme. Internet è un bene comune e la sua progressiva privatizzazione rischia di portare a uno sfruttamento eccessivo di quel bene comune. Un servizio pubblico lavora anche per salvaguardare e sviluppare quel bene comune della conoscenza che internet rappresenta e aiuta a manutenere. Piattaforme, informazioni, formazione che rafforzino internet come bene comune sono compiti di una Rai coraggiosa. E torneranno alla Rai in termini di riconoscimento, valorizzandone e legittimandone il senso speciale di servizio pubblico.

Ecco il video:

La corte suprema, la proprietà intellettuale e l’applicazione dei principi

C’è chi riesce a fermarsi alla seguente affermazione: “i brevetti sono un modo per ripagare l’industria degli investimenti che compie in ricerca”. Non approfondisce di quali brevetti parla e di quali conseguenze genera l’interpretazione della normativa sui brevetti. Allo stesso modo c’è chi riesce a fermarsi a un’analoga affermazione sul copyright (“ripaga gli autori della loro fatica”) senza riconoscere le diverse conseguenze che provoca la durata del copyright, l’estensione della sua applicazione, le modalità del suo enforcement.

Chi parla solo per principi indiscutibili e generici provoca danni, per esempio difendendo cose come il “brevetto dei metodi incarnati in un software” in America e l’”equo” compenso per la copia privata in Italia.

Ma la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso che un brevetto concesso su un’idea consolidata incarnata in un software non poteva essere valido. Con questa decisione secondo molti osservatori, la Corte ha bloccato l’espasione e in parte minato l’esistenza dei brevetti sul software che non sono legati al funzionamento delle macchine.

Che cosa significa? Per chi ragiona solo in termini di principio significa che la Corte ha attaccato il libero mercato e il finanziamento della ricerca. In realtà, ha abbattuto uno dei motivi di litigio inutile e dannoso nell’industria tecnologica, aprendo la strada a un approccio più europeo alla questione. E l’incremento esplosivo dell’”equo compenso” sui telefonini italiani per ripagare autori ed editori è invece una soluzione che dimostra quanto l’Italia sia governata da veri liberisti? In realtà, dimostra che una lobby (Siae) ha vinto su un’altra (Confindustria digitale), come riporta la Stampa.

L’autodeterminazione dei bit e la costituzione

Bella discussione. Ieri alla Camera le riflessioni sulla Internet Bill of Rights. Suggestioni, esempi, confronti per pensare a una sorta di costituzione della rete. Poi Mantellini con il suo post Lasciate stare Internet, sostenuto da E-volution. E Ket con il suo ricordo della costituzione per i bambini in Brasile. Infine GG che sottolinea il valore delle regole emergenti dalla rete.

La rete si è sempre autoregolamentata. Ma, bisogna pur ammetterlo, nell’ambito delle regole esistenti. Implicite o esplicite. Le regole delle telecomunicazioni, come quando gli americani hanno obbligato le telco a consentire l’utilizzo delle reti telefoniche per ascoltare i primi vagiti di internet. Le regole del commercio. Le regole fiscali. Le regole del lavoro, della finanza, del copyright, della diffamazione. I divieti europei ai siti di estrema destra che invece non ci sono in America: con il primo caso incredibile allora della richiesta francese a Yahoo! di eliminare le pagine che promuovevano materiali filonazisti. L’attenzione europea alla privacy, molto superiore a quella riservata allo stesso argomento in America. Le regole sul brevetto del software, possibile in America e non in Europa. Senza contare le regole iraniane, cinesi, russe sui media, la libertà di espressione, la libertà d’impresa. Di regole ce ne sono fin troppe intorno a internet. Questo è chiaro. E il meglio, internet lo dà quando le regole sono chiare, semplici, abbastanza poco interventiste. L’autoregolamentazione a base di Icann ha funzionato, all’interno delle regole date. Ogni nuova regola ha sempre rischiato di produrre danni. Anche danni o solo danni.

All’interno di questi limiti normativi, la rete è effettivamente autogovernata da leggi matematiche e geometriche abbastanza misteriose ma molto potenti. Come la famosa regola individuata da Bernardo Huberman: il vincitore piglia tutto, diceva, nel senso che quando un servizio conquista una leadership nelle tecnologie di rete tende a sbaragliare i concorrenti. Fino a che non arriva un’altra tecnologia di rete spiazzante, che cambia le regole del gioco: sembrava che nelle tecnologie di rete il sistema operativo della Microsoft fosse il padrone assoluto, ma nel nuovo contesto spiazzante di internet non ha tenuto il centro della scena e quando si è diffuso l’accesso mobile è andato, per così dire, in secondo piano. Così, si può anche lamentare l’iperpotere di chi ha vinto con la power law. Google per esempio, ma sapendo che qualcuno potrebbe inventare la prossima struttura capace di spiazzare il potente di turno. E’ il bello di internet, in effetti: qualunque difetto, problema, ingiustizia, concentrazione di potere può trasformarsi nell’opportunità di innovare ulteriormente.

Può? Sì, fintanto che esiste la net neutrality. Si tratta di una regola che garantisce a tutti i pacchetti di viaggiare in rete senza privilegi. E una regola che consente di innovare senza chiedere il permesso agli incumbent, che siano telco o over-the-top. Ma la net neutrality è una regola. E’ una regola che protegge il bello di internet, non lo limita. E’ una regola che deriva dalla consapevolezza di un principio fondamentale dell’ecosistema dell’innovazione, che rende la rete tanto ospitale per l’innovazione. La net neutrality non c’è nell’internet mobile ed è attaccata in modo ossessivo da alcune lobby in America e persino in Europa. In Brasile, grazie al Marco Civil, la net neutrality è invece protetta per legge. Una legge che salvaguarda internet.

Non si dovrebbe pensare che ogni regola sia un limite. Ci sono regole che liberano. E che proteggono la libertà. L’antitrust è una regola: e protegge la libertà di fare concorrenza. La net neutrality è una regola e protegge la libertà di innovare, cioè la concorrenza futura o almeno potenziale.

La net neutrality è una regola pensata da chi comprende la dinamica dell’ecosistema internettiano.

Scommetto che persino Mantellini è abbastanza d’accordo. Ma ci sono altri temi di riflessione. Altre leggi pendenti. E altri rischi possibili, se le leggi sono introdotte senza comprendere internet. Sul copyright se ne sono viste tante del genere. Così come quando si è pensato di contrastare l’ottimizzazione fiscale di Google introducendo una furbata sull’iva in un solo paese, come l’Italia per di più. E sulla base di queste esperienze, Mantellini ha pienamente ragione a essere sospettoso.

Ma il tema costituzionale non è orientato alle regole specifiche. Nello stato la costituzione non regola le singole attività ma il modo con il quale si arriva a fare le regole sulle singole attività. La regola costituzionale è un metodo. E si concentra sulla salvaguardia dei principi umani o civili intorno ai quali tutti si dovrebbero riconoscere in nome del bene comune. Ovviamente non c’è nulla di oggettivo in una costituzione: ma la costituzione è una regola-ecosistema, non una regola-limite. E’ in base alla costituzione che poi emergono le regole specifiche, le regole scritte dalla matematica delle reti, le regole scritte dai parlamenti, le regole scritte dai softwaristi e le regole scritte dai consigli di amministrazione. Una costituzione può essere esplicita o implicita: internet ne ha avuta una implicita per molto tempo, ma in base alla net neutrality. Se dovesse essere abolita la net neutrality, ogni altra regola emergente troverebbe il limite delle regole decise dagli incumbent. Una regola che protegga la net neutrality è una liberazione non un vincolo.

In realtà, una regola di tipo costituzionale serve a salvaguardare e valorizzare i principi fondamentali. Questi principi, ispirati alla riflessione e codificazione dei diritti umani, costituiscono uno spazio civico orientato al bene comune di valore generale. Non sono la panacea di ogni male, ma un modo per fare avanzare la civiltà in una prospettiva di qualità della convivenza. Non risolvono le contraddizioni che si generano nei contesti nei quali i conflitti, l’ignoranza, la distrazione, la disinformazione, gli interessi di lobby e molti altri fenomeni favoriscono applicazioni normative poco desiderabili. Ma hanno un valore educativo e spesso impediscono che i conflitti tra interessi diversi degenerino.

In mancanza di regole, il mercato degenera nel capitalismo, si potrebbe dire con Fernand Braudel. La legge del più forte si impone se non c’è una costituzione che salvaguarda il debole. Internet non è altrove, rispetto a queste tematiche. Non la lasceranno stare, purtroppo. In Brasile hanno deciso di introdurre una regola che impedisca di rovinare internet con regole sbagliate. Gli altri paesi troveranno la loro via, forse. Se non ci si pensa, però, si rischia di veder prevalere le regole scritte nel software delle grandi piattaforme che le persone usano tanto volentieri anche quando ne va della loro privacy o della loro libertà di espressione.

Un modo di pensarci è scrivere nuovo software, nuove piattaforme, che siano basate su un codice civicamente avvertito. Nuove piattaforme che abbiano le stesse caratteristiche di utilità, divertimento, facilità delle piattaforme usate oggi: ma che garantiscano che i dati siano aperti, la privacy sia salvaguardata, la libertà di espressione sia salvaguardata. E’ possibile. No?

Asimmetrie internettiane in contesti di crisi, repressione, liberazione

Appunti di background, in riferimento alle discussioni sulla costituzione per internet che domani si terranno alla Camera.

Il sistema mediatico tradizionale strutturato in base al broadcast era caratterizzato da un’asimmetria fondamentalmente coincidente con l’asimmetria nella distribuzione del potere e della ricchezza. Una gerarchia piuttosto stabile nel sistema economico e politico correva parallelamente a una gerarchia piuttosto stabile nei media che governavano l’informazione e la notorietà. Con la crescita della complessità della società, il potere politico si è trovato a dipendere in modo crescente dal potere dei media tradizionali.

Il sistema mediatico strutturato in base a internet modifica profondamente la logica delle asimmetrie, tendendo a farle coincidere non con l’ordine gerarchico tradizionale ma con la complessità contemporanea dell’ecosistema economico, politico, sociale, culturale. Le gerarchie non vengono certo abolite, anzi giganteggiano, ma non sono date, piuttosto emergono in un’ebollizione continua di coevoluzioni. Il flusso di informazioni in rete è un enorme insieme di fenomeni contraddittori: un’infinita serie di conflitti per la conquista di ogni possibile nicchia di sviluppo si accompagna a una fantastica varietà di operazioni simbiotiche generative. La competizione si accompagna alla cooperazione, la shark economy convive con la sharing economy.

Occorre un nuovo pensiero sull’equilibrio dei poteri nel mondo di internet?

In contesti di crisi la nuova struttura appare in grado di sorpassare le forme censorie tradizionali in modo inarrestabile. I casi sono innumerevoli, sia in paesi autoritari che in paesi democratici. Ovviamente, una rivolta che riesca a superare i limiti posti dalla censura non diventa una vera rivoluzione se non si accompagna con una elaborazione intellettuale profonda e vasta nella visione di ciò che si vuole distruggere e di ciò che si vuole costruire. Ma, tanto per fare un esempio, il blog di Patrick Meier offre una messe di esempi di momenti storici nei quali la struttura mediatica internettiana ha reso possibile l’impossibile. E ovviamente è imprescindibile per la discussione intorno a questi aspetti il blog di Ethan Zuckerman. Quando le crisi sono gigantesche, come nel caso di un disastro naturale, la quantità di persone che offrono spontaneamente informazioni è troppo grande per poter essere controllata. E anche in un paese come l’Inghilterra, nel caso dell’attacco terroristico del 2005, la versione ufficiale sostenuta dalle autorità nelle prime due ore è stata spazzata via da migliaia di foto, video, resoconti spontanei delle persone che vedevano quello che stava succedendo in prima persona. La disponibilità a costo relativamente basso di telefonini, droni, sensori, connessi a internet rende praticamente impossibile bloccare il flusso di informazione che emerge dalla rete nei casi di crisi, anche se i regimi imparano a disturbare la rete in modo sempre più sofisticato.

Insomma, una sorta di asimmetria a favore delle grandi quantità di persone connesse in caso di crisi è una novità rispetto all’antico regime mediatico. Ma occorre una crisi oggettiva che spinge la maggior parte delle persone a intervenire informando in modo oggettivo. In modo tale da ottenere una concentrazione di consenso imbattibile.

Quando invece una crisi è generata da un gruppo di persone con un’agenda la situazione è diversa. Una serie di rivolte può prendere di sorpresa i regimi. Ma i sistemi di controllo dei poteri tecnocratici tendono ad adattarsi e a crescere in modo almeno altrettanto veloce dei sistemi degli oppositori. In primo luogo, per le stesse dinamiche della competizione per le nicchie di attenzione intrinsecamente connesse alla logica della rete, qualunque agenda trova il suo sistema di troll che ne erode la credibilità. In secondo luogo, i regimi imparano a costruire lentamente ma inesorabilmente una fitta maglia di punti di osservazione che avviluppa gli oppositori e li mette in difficoltà, come si vede in Cina, in Iran, nell’occidente spiato dagli Usa e in molti altri luoghi. L’asimmetria che emerge col tempo nei regimi che conoscono la rete e sanno come sviluppare la maglia dei controlli capillari è peraltro difficile da smontare. E si accompagna alla potenza sempre più svincolata dai limiti nazionali delle grandi piattaforme private che governano la grande parte delle comunicazioni attuali su internet. La rivolta può funzionare ma la rivoluzione ha bisogno di molta elaborazione in più per trasformarsi in un’innovazione di regime sostenibile. Probabilmente non ci si dovrebbe aspettare una rivoluzione se non si vede uno sviluppo culturale diffuso e profondo nella popolazione interessata.

L’elaborazione illuminista, nel XVIII secolo, ha preceduto e conferito una forza straordinaria alla Rivoluzione Francese. Oggi esiste un’elaborazione metodologica sulla democrazia del XXI secolo messa in questione dall’emergere delle tecnocrazie pubbliche e private, dall’inquinamento informativo diffuso dalla disinformazione e dal trollismo, dalla tecnica dell’emotività mediatica che non è difficile da imparare e continua a raggiungere i suoi effetti contraddittori dovunque. Ma questa elaborazione metodologica può accelerare se si incarna in piattaforme che sviluppano l’abitudine a riconoscere il valore delle forme di informazione e discussione rispettose delle relazioni civiche: una forma di cooperazione emergente che appare più vicina all’evoluzione simbiotica che all’evoluzione conflittuale. La non violenza è una rivoluzione culturale profonda, pragmatica: le piattaforme di collaborazione civica ne possono essere uno strumento. E trasformare radicalmente anche l’immagine di rivoluzione: non necessariamente più un cambiamento distruttivo, ma piuttosto un passaggio a una nuova forma di costruttività critica e innovativa che travolge i privilegi e riqualifica la ricerca culturale: la nuova epoca della conoscenza ha bisogno anche di una “rivoluzione della conoscenza”.

Cercasi nuovo presidente della Bbc. Con un annuncio di lavoro

La Bbc cerca un nuovo presidente. E il ministro della cultura, l’ex banchiere Sajid Javid, pubblica un annuncio per ricercare il professionista adatto. Lavorerà tre o quattro giorni alla settimana. E verrà pagato 110mila sterline l’anno. Lord Coe è tra coloro che stanno pensando di candidarsi. C’è tempo fino al 20 giugno. Gli aspiranti verranno ascoltati in un colloquio a partire dal 28 luglio. La decisione finale sarà ratificata dal premier Cameron.

Chissà se il prossimo presidente della Rai sarà trovato nello stesso modo.

Già che ci siamo e che anche le relazioni tra Rai e stato si stanno ridiscutendo in vista dei prossimi contratti e convenzioni, vale la pena di dare un’occhiata alla semplice intelligenza della missione della Bbc:

“The BBC exists to serve the public interest. Its mission is to ‘inform, educate and entertain’ and the main activity of the BBC is the promotion of its six Public Purposes, which are:
• sustaining citizenship and civil society;
• promoting education and learning;
• stimulating creativity and cultural excellence;
• representing the UK, its nations, regions and communities;
• bringing the UK to the world and the world to the UK; and
• in promoting its other purposes, helping to deliver to the public the benefit of emerging communications technologies and services.”

Anche i principi che regolano la Rai sono abbastanza buoni, meno chiari ma buoni. Chi li faccia rispettare resta meno chiaro. Più che sulla carta queste cose devono essere oggi scritte nella mentalità e nell’etica di chi le vive e concretizza. Ma i prossimi accordi con la Rai potrebbero essere pensati in modo che la strategia del servizio pubblico sia più vicina alla realizzazione dei principi ispiratori.

Data la situazione ereditata dal passato e in mancanza di una forma più precisa di accountability, però, tutti sono autorizzati a dire che quei principi vengono già perseguiti. Si può far meglio? Come si può connettere di più l’azione della Rai ai risultati strategici che si vorrebbero ottenere?

Andando avanti con l’immaginazione si potrebbero collegare una parte dei finanziamenti pubblici alla Rai con i risultati informativi ed educativi che ottiene. In relazione a che cosa? In relazione alle strategie economiche e culturali del paese. Per esempio: quante persone hanno imparato a usare internet dopo un anno e quanto la Rai aiuta a ridurre il ritardo nell’agenda digitale? Quante hanno visto per la prima volta un’opera lirica o hanno sostenuto un’iniziativa culturale, vista la strategia del paese tesa a rilanciare l’economia della cultura? Quanti hanno cominciato un nuovo lavoro con gli insegnamenti appresi guardando la Rai, sia in termini di skills, sia in termini di mentalità? Si fissano delle forme di misurazione e si valuta l’azione della Rai. Per ottenere una parte dei soldi, la Rai deve ottenere risultati, fissati correttamente in relazione alle strategie del paese. In questo modo i programmi utili dovrebbero essere presentati in modo divertente e in fasce orarie con un buon ascolto: qualcuno dovrebbe pensare e creare nuovi format per raggiungere gli obiettivi. Se una parte dell’azienda dovrà andare avanti nella sua ricerca di risultati commerciali, l’altra parte può essere sostenuta dal finanziamento pubblico: non perché sostiene i partiti, ma perché sostiene la politica economica, culturale, tecnologica, sociale del paese. Così la nuova Rai sarebbe premiata per i risultati raggiunti in relazione agli obiettivi fissati per sostenere con l’informazione e l’educazione l’agenda del governo italiano ed europeo. Non è che non si possa fare, imho.

Ci si può ancora sentire fortunati con Google?

Scrivevo di interfaccia. E sono andato alla home di Google… E ora ho una domanda.

La meravigliosa interfaccia del Google originario non è cambiata molto in fondo. C’è sempre quella splendida finestra centrale con i due bottoni: uno lancia la search, l’altro (“mi sento fortunato”) manda al primo risultato trovato dal motore. Per molto tempo questo secondo bottone è stato un gesto di generosità da parte di Google che naturalmente perdeva click sulle pagine con la sua pubblicità se la gente di sentiva fortunata e andava subito al sito di destinazione.

Ovviamente ci sono mille novità nella pagina spartana di Google. E forse alcune non le proviamo mai. In particolare, visto che è da un pezzo che non vado sulla home di Google perché uso il motore direttamente dalla finestrella-indirizzo del browser, non mi ero accorto che “mi sento fortunato” è diventato – almeno per me – molto più difficile da usare.

Appena metto una lettera nella finestrella centrale della pagina base di Google, il motore comincia a suggerirmi delle parole da cercare e mi manda in una nuova pagina già pronta per contenere le risposte alla search. In questo caso non riesco ad andare a “mi sento fortunato” perché sparisce. Se vado nei settings e tolgo i suggerimenti mi lascia nella pagina originaria e mi consente di dire “mi sento fortunato”. Ma ovviamente questo avverrà con infinitamente meno probabilità di prima.

Il famoso bottone generoso c’è ancora, ma è trattato meno generosamente. (La prova è stata fatta su un MacBookPro e con Safari 6.1.3 senza essere loggato sul servizio Google). A voi succede la stessa cosa?

America ed Europa divergono sulla net neutrality. Europa ha ragione

La Fcc ha approvato un piano che potrebbe cambiare radicalmente l’esperienza della rete in America, avviando la distruzione della net neutrality anche sulla rete fissa (WashingtonPost).

“The Federal Communications Commission on Thursday voted in favor of advancing a proposal that could dramatically reshape the way consumers experience the Internet, opening the possibility of Internet service providers charging Web sites for higher-quality delivery of their content to American consumers.”

Può essere difficile da comprendere questa questione. David Auerbach su Slate prova a spiegarla. Ha una documentazione a supporto della scarsità artificiosamente generata di banda di connessione e discute del collegamento di questo fatto con la lobby anti net neutrality. Vale la pena di leggere anche se non si è d’accordo. Ma il punto è che l’internet competitiva che valorizza l’innovazione è in pericolo. Ne parla Vox:

“Conservatives love the internet. They don’t just love using it, they also love to point to it as an example of the power of free markets. And they’re right. The internet has had a remarkable 20-year run of rapid innovation with minimal government regulation.

That was possible because the internet has a different structure than other communications networks. Most networks, like the 20th century telephone market, are natural monopolies requiring close government supervision. But the internet is organized in a way that allows markets, rather than monopolists or government regulators, to set prices.

That structure has been remarkably durable, but it’s not indestructible. And unfortunately, it’s now in danger. In recent years, Comcast has waged a campaign to change the internet’s structure to make it more like the monopolistic telephone network that came before it, making Comcast more money in the process.

Conservatives are naturally and properly skeptical of government regulation. But this is a case where the question isn’t whether to regulate, but what kind of regulation is preferable. If federal regulators don’t step in now to preserve the structures that make internet competition possible, they will be forced to step in later to prevent the largest ISPs from abusing their growing monopoly power.”

L’internet neutrale consente di innovare senza chiedere il permesso, dice David Weinberger. Un’internet governata come un vecchio sistema telefonico riporta alle telco il potere di decidere se consentire o meno un’innovazione. Sulla rete mobile – che non è neutrale – alcuni operatori hanno deciso per qualche tempo di non consentire Skype. Se fosse nata nella rete non neutrale che gli americani vogliono creare, Skype avrebbe potuto trovare enormi difficoltà a nascere e svilupparsi. Quali altre innovazioni saranno bloccate se si passa a un regime non neutrale? La Fcc dice che si batterà per impedire abusi di questo tipo. Ma ci saranno spesso gli avvocati a intervenire nelle decisioni.

In Europa, il Parlamento si batte per la neutralità della rete. E l’Italia è al suo fianco riporta Euractiv. Sarà una strada lunga. La confusione ideologica interessata generata da chi vuole abolire la neutralità della rete rende questa discussione difficile e nebbiosa. Anche questa è una strategia della disattenzione.

Vedi anche:
Tim Berners-Lee: libertà di innovazione, netneutrality e internet mobile
Net neutrality. Perché è importante. Molto importante…

La legge e l’algoritmo. Google, la Corte Ue e l’ecosistema di internet

L’immagine di una persona che non conosciamo è quella che Google restituisce nella prima schermata quando ne cerchiamo il nome online. E’ l’esperienza raccontata da Aaron Balick nel suo bellissimo libro The Psychodynamics of Social Networking: Connected-up Instantaneous Culture and the Self (via Giuliano Castigliego). Ed è un’esperienza che appare condivisibile in una quantità di casi. Potrebbe cambiare quando Facebook riuscisse davvero a costruire un nuovo motore di ricerca basato sulle segnalazioni degli utenti piuttosto che su un algoritmo. Oppure potrebbe cambiare a causa della sentenza della Corte Ue che ha ritenuto Google responsabile dei link che portano a pagine che violano il diritto all’oblio.

libro_balickUna delle conseguenze fondamentali della sentenza – della quale non discutiamo qui l’aspetto giuridico – è che il motore di ricerca non è più uno strumento neutro, ma il prodotto di una specifica attività umana: dunque ha una sua responsabilità nella scelta delle informazioni che mette in luce o che nasconde. In effetti, lo sapevamo dal punto di vista logico, ma non ancora da quello giuridico. A questo punto viene fuori la responsabilità di chi decide come lo strumento costruisce le pagine che gli utenti si trovano davanti quando fanno una ricerca online. E ci si può domandare come cambierà quello strumento dopo una sentenza che impone a Google di tutelare il diritto all’oblio.

Commentiamo questo primo punto. Lavorando di fantasia si può immaginare che – a parte tentare di difendersi in tutte le sedi competenti, chiedendo magari anche modifiche legislative che superino la decisione della Corte – Google dovrà prendere provvedimenti. Con milioni di persone che potenzialmente possono chiedere a Google di modificare i link che portano a pagine indesiderate, Google potrebbe pensare di dotarsi di una struttura dedicata, oppure di inventarsi uno strumento da mettere a disposizione del pubblico desideroso di oblio, o chissà che cos’altro. Sta di fatto che non è più solo l’algoritmo a dettare legge nell’organizzazione dell’informazione in rete: è anche l’azione sociale degli utenti. Questo ha conseguenze imprevedibili, in un ecosistema complesso come internet. C’è una sorta di precedente: YouTube ha messo a disposizione di una certa categoria di utenti uno strumento per intervenire sulla pubblicazione di video da parte di altri utenti, quando i primi sono detentori di copyright e i secondi sono da loro considerati pirati. Lo strumento è abbastanza oggettivo. Ma è comunque una forma di cessione di potere: dalla macchina agli utenti.

L’algoritmo era fatto da persone. Il potere dell’algoritmo era il potere di quelle persone. Non si può dire che non avessero delle responsabilità. Le loro scelte avevano importanza. Se avessero pensato di dare pesi diversi alle pagine in base alla data di pubblicazione, oppure se avessero tentato di costruire pagine specifiche per le ricerche sulle persone che restituissero informazioni più complete sulla loro identità online, oppure se avessero inventato un altro modo per dar conto delle informazioni controverse, insomma se avessero pensato soggettivamente al diritto all’oblio, forse la sentenza sarebbe stata diversa. Ma avrebbero dovuto scegliere soggettivamente di favorire il diritto all’oblio sul diritto a fare ricerche storiche oppure alla libertà di espressione o altro. Hanno scelto come hanno scelto e la Corte ora impone un altro punto di vista. Un potere si è opposto al loro potere. E apre la strada a una cessione di potere dalla macchina agli utenti.

L’algoritmo non era logicamente neutro in passato di fronte alle informazioni, ma di sicuro non lo sarà più in futuro. L’algoritmo non è più un manufatto di ingegneri: diventa un lavoro anche di avvocati, sociologi e altro.

Google può essere molto scontenta di tutto questo. Gli esperti commentatori non hanno, mi pare, preso una posizione decisa sulla questione. La sua ambiguità è notevolissima. Anche perché le sue conseguenze sono imprevedibili, per la logica dell’ecosistema.

Ipotesi? Alla lunga, sempre che non cambi nulla, verrebbe da ipotizzare che Google verrà spinta a diventare una media company sempre più simile a un editore. In fondo, se i suoi link alle pagine sono un costrutto intellettuale dotato di responsabilità e, vagamente, autorialità, c’è il rischio che alla lunga Google evolva più velocemente verso il ruolo di un editore del futuro, sempre molto ingegneristico ma – volente o nolente – con un punto di vista culturale. Per gli editori del passato sarebbe una guerra frontale, che finora è stata evitata per l’identità strumentale del motore. E non sarebbe una guerra facile da vincere. Oppure si potrebbe ipotizzare che Google venga spinta a diventare utility, dunque molto regolamentata. E’ il sogno delle compagnie telefoniche, probabilmente. Ma sbaglierebbero a pensare che in questo modo ne trarrebbero un gran vantaggio. O ancora potrebbe diventare qualcosa di diverso nei vari paesi in cui opera: poiché le leggi variano nei vari paesi, si adatterebbe ai diversi mercati. E’ anche possibile che, in Europa, Google si adatti chiudendo le sedi nei paesi più difficili e tenendole aperte solo nei paesi più facili per il suo business (dal punto di vista fiscale e da quello dei diritti degli utenti) contando sul mercato unico.

L’ecosistema internettiano si aggiusterà al cambiamento. Ma una questione diventa sempre più urgente. Con l’aumentato potere delle autorità politiche e giudiziarie occorre che ne aumenti anche la competenza tecnica: come la tecnologia diventa meno neutrale dal punto di vista culturale e giuridico, anche le leggi e chi le interpreta devono diventare più competenti tecnicamente, più “ingegneristiche”, semplici da usare, chiare e il più possibile obiettive. L’algoritmo era una legge chiara e semplice: fosse stata anche trasparente, Google avrebbe avuto più sostenitori, forse; ma le leggi che intervengono a correggerlo devono essere altrettanto chiare e semplici. Altrimenti l’ecosistema ci perde. Insieme a tutti noi.

Memo scuola

Una serie di slide che riassume i temi della ricerca sulla scuola del futuro. Dalla preparazione a un futuro imprevedibile alla riconfigurazione del sistema educativo. Con una convinzione: prima la didattica.

Sul potere, l’informazione e i giornalisti

Il potere è tante cose. E anche la libertà. Il potere è la libertà di scegliere, la disponibilità di strumenti e risorse che realizzino ciò che si è scelto, è la manipolazione delle persone che le induce a credere che le prime due frasi siano vere. E un mix di tutto ciò.

Il potere sembra mezzo per ottenere un fine, ma spesso diventa fine. Il potere sembra libertà, ma spesso diventa prigione. Il potere non è una realtà lineare: è un verbo divenuto sostantivo, è un’azione che rischia di trasformarsi in freno.

Gli uomini di potere sono i primi a credere di essere liberi di scegliere. Ciò che li conferma in questa convinzione è per loro prezioso. L’informazione che li esalta, anche criticandoli ma più spesso raccontandoli come potenti, è parte integrante della loro condizione.

L’informazione diventa in questo modo potere. I giornalisti che lo sanno sono tentati di manipolare l’informazione in modo da gestire il potere. Spesso l’immagine che scrivono sul volto dei potenti diventa la gabbia che li rinchiude proprio nel momento in cui li mostra come tali. Il potere subdolo dei giornalisti che scelgono di esercitare il loro potere è in grado di strumentalizzare i potenti. Anche se questi spesso ritengono di essere in controllo della situazione.

L’anello del potere rischia di dominare tutti coloro che lo indossano.

Nessuno però è obbligato a cadere in queste tentazioni. E solo chi non ci cade è libero.

Solo le donne e gli uomini liberi possono davvero scegliere. La consapevolezza è la precondizione della loro libertà. L’esperienza e la visione che si conquistano vivendo sono strumenti che li mettono in grado di esercitare un potere. La condizione che li mantiene liberi è un ecosistema dell’informazione che non si lascia tentare dal potere e non esercita la manipolazione.

L’informazione delle persone libere è lo strumento della libertà.

È una questione di etica per le singole persone. Ma è difficile che basti l’etica: se qualcuno la coltiva, altri la abbandonano, sicché il risultato per la società non è necessariamente positivo alla fine dei conti. Anche perché i prepotenti non sono ancora potenti ma mettono di certo in difficoltà le persone non violente. Occorre incentivare la qualità dell’informazione progettando consapevolmente nuove piattaforme che per design tendano a ridurre per quanto possibile il rischio di inquinamento dell’informazione.

L’ecologia dei media è sempre più il contesto generativo del rilancio democratico nella nuova epoca che stiamo costruendo.

È una ricerca infinita. Che richiede un’umiltà altrettanto infinita. E alla quale due parole in un post – di una persona che a sua volta fa il mestiere del giornalista – non possono che alludere.

Chiose alla frontiera dell’istruzione informale

Un precedente post dedicato alla progettazione dell’istruzione informale è stato commentato in modo profondamente istruttivo: grazie a Marco, Maurizio, Piero, Annamaria, Paolo, Alessandro. Ci torniamo e rilanciamo, a partire da questo vecchio ma interessante dato di fatto (via Leonardo Tosi di Indire):

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In pratica, impariamo la maggior parte di ciò che sappiamo in modo informale, anche se spendiamo la maggior parte di quello che ci costa l’educazione in attività di istruzione formale. Ci sono delle differenze da tener presente nelle diverse dimensioni dell’apprendimento: addestramento, istruzione, educazione.

Alcune tendenze favoriscono un’ulteriore accelerazione di questo fenomeno nell’addestramento. Basta pensare al fatto che gli strumenti più complessi che usiamo più spesso – come il cellulare – sono progettati in modo da non obbligare agli utenti a leggere un manuale. L’interfaccia è organizzata in modo da guidare l’utente. Quello che non capiamo direttamente lo chiediamo agli amici. Alcuni strumenti complessi quindi concentrano il contenuto educativo nella progettazione e ne liberano la fruizione.

Questo può accelerare l’adozione dell’utilizzo e contemporaneamente aumentare l’analfabetismo tecnico generando una genia di utenti troppo guidati dallo strumento e da chi lo progetta. La capacità di valutazione e confronto dei diversi strumenti viene meno se si sanno usare solo gli strumenti che hanno un’interfaccia facilitante. L’istruzione alla partecipazione attiva sui linguaggi che generano gli strumenti è fondamentale per coltivare una visione critica e favorire il confronto tra le soluzioni diverse: d’altra parte l’istruzione non si limita alla lettura ma insegna anche alla scrittura.

L’educazione è a sua volta un motore della dinamica culturale che non può più essere concepita se non in relazione all’innovazione.

Si arriva a comprendere che la progettazione di soluzioni per guidare e rigenerare l’educazione informale equivale alla progettazione di:
1. metodi per l’espressione dei contenuti educativi formali allo scopo di aggiungere la trasmissione informale di passione e interesse per le materie
2. piattaforme per lo scambio di conoscenze tra pari che garantiscano la gradevolezza dell’esperienza e l’efficacia informativa delle attività
3. percorsi per l’accesso a esperienze necessarie all’apprendimento di materie non codificabili in modo formale

L’educazione informale non si fa col manuale, per definizione. Ma si fa pensando alle strutture nelle quali si fanno esperienze di valore culturale. Ogni passaggio della vita ha un valore educativo informale, in fondo. E c’è una responsabilità educativa nei progettisti. Ma, senza andare tanto per le generali, queste considerazioni possono condurre ad architettare nuove strutture dell’istruzione che valorizzino lo scambio informale di conoscenze per cambiare i connotati della tabella mostrata in alto.

Vedi anche:
Modesto contributo per una visione di lungo termine nel sistema “scuola, università, ricerca”