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Volontariato a Lucca

Al Festival del volontariato si incontra la forza e la debolezza. La forza del numero e della rilevanza del volontariato, la forza della solidità intellettuale e della operatività pratica. La debolezza dell’attenzione che il volontariato conquista nel dibattito nazionale. Con grande intelligenza il ministro Giuliano Poletti e il premier Matteo Renzi sono qui: sono in un posto importante anche se non è considerato interessante dai media tradizionali che funzionano sulla struttura interessata e commerciale che è centrata – ancora – sulla logica della pubblicità. Un’eredità del vecchio regime dei media che la dinamica dell’attenzione fatica a superare.

Il volontariato non ha l’obiettivo di conquistare l’attenzione, a differenza della pubblicità. L’attenzione per il volontariato è casomai strumento per la raccolta delle risorse umane ed economiche che servono a raggiungere i suoi obiettivi. I media che possono aiutare il volontariato a raggiungere l’attenzione non sono quelli che si centrano sulla pubblicità ma quelli che si centrano sull’informazione che serve al raggiungimento degli obiettivi ai quali il volontariato è dedicato. Non mancano: sono i media civici, i siti pubblici, i siti delle associazioni che nel complesso raggiungono un numero enorme di persone, anche se ancora non fanno “agenda setting” e “framing”. Occorre aggiungere una coerente azione di creazione di contesti di senso, storytelling, framing: significa immaginare “format” per questo genere di media che si pongono al servizio del raggiungimento di obiettivi socialmente importanti (non al servizio della pubblicità). Le idee sono molte. Una continua ad apparirmi potenzialmente generativa.

Un format del genere può essere l’idea dell’informazione di mutuo soccorso: una pratica di documentazione continua su obiettivi e risultati delle azioni con la stessa prassi adottata nella scienza per documentare la sperimentazione che serve a verificare ipotesi e teorie. Un format orientato all’obiettivo di migliorare l’azione dei volontari aiutandoli ad accumulare esperienza e a proseguire l’azione contando sulla conoscenza dell’esperienza degli altri. Questo format potrebbe servire a connettere le molte presenze mediatiche che servono ai volontari e farne un insieme di grande impatto generale.

Tassa sulle memorie, Siae, Corte di giustizia: una novità importante

Quella sorta di “tassa” sulle memorie elettroniche che in Italia si paga per il diritto d’autore e che i sostenitori speravano di poter aumentare drasticamente incontra un problema. La Corte di giustizia europea ha stabilito che si può introdurre una “tassa” del genere per compensare i detentori di diritti della “copia privata” legale che i consumatori possono volersi fare dei “contenuti” che si sono comprati. Ma non può essere pensata come un compenso forteffario per le copie illegali (Genna).

Quella “tassa” è iniqua by design perché la paga anche chi non si fa nessuna copia privata. E’ una tassa che si paga anche se si memorizzano solo i propri file, le proprie foto, le proprie attività, senza nessun copyright altrui. Ma a questo punto è anche inutile se considerata come un sistema per ridurre le perdite che la pirateria causa ai detentori di copyright.

E non si vede neppure perché dovrebbe aumentare.

Il racconto in video. I televisivi e i computerari. Il nuovo mondo non è dei “contenuti” ma dei generatori di senso

Microsoft si mette a produrre serie televisive con uno studio a Santa Monica (Bloomberg). Segue un percorso avviato da Amazon e Netflix. Intanto, Yahoo! investe in video (Wsj). Storie nuove di un percorso lungo. I commenti si sprecano. Eccone un altro.

Poco dopo la metà degli anni Novanta, a Las Vegas, si teneva il Comdex, un raduno di decine di migliaia di persone che si occupavano di computer. In uno di quei consessi, Bill Gates prese la parola e raccontò della sua visione sulla televisione: disse che i telefilm non potevano restare come erano, che avrebbero dovuto imparare a essere interattivi e che la trasformazione della televisione avrebbe consentito al pubblico di scegliere il finale delle storie… Difficile sentire dire una cosa tanto grossolana da una persona tanto osannata per altri versi. Molti professionisti dei racconti in video reagirono con la loro tipica arroganza: la televisione, i film, i telefilm li sappiamo fare noi, meglio che i nerd e gli altri tipi che si occupano di computer se ne stiano al loro posto e ci lascino lavorare. Peccato che proprio in quegli anni stava diventando evidente a tutti che i più grandi successi di quegli anni nel mondo del racconto in video li stava firmando un’azienda fondata da un altro esperto di computer, Steve Jobs: il suo nome era Pixar. Di fronte a lui, i grandi del video tradizionale erano costretti a mettere da parte la loro arroganza e si dovevano inchinare di fronte ai fatti: il pubblico andava a vedere i film fatti da quel computeraro e dai suoi colleghi.

Da allora, è cambianto tanto che è difficile non coltivare un atteggiamento molto umile di fronte all’avvenire del video. Alcune cose sono chiare:
1. il grande sistema di distribuzione di video è internet: YouTube, Facebook, Yahoo!…; la tv non è certo sparita, ma non è più regina assoluta;
2. il palinsesto non è più solo quello lineare ma anche quello che fa comodo al pubblico, nei tempi e nei modi che il pubblico preferisce;
3. la gente ama i racconti lineari delle serie e dei film, da vedere senza fatica sul divano; come pure ama i giochi interattivi più contorti e impegnativi; come ama molte vie di mezzo, purché canoniche, famose, emozionanti, intriganti, sorprendenti, intelligenti o educative (probabilmente proprio in quell’ordine di aggettivazione del gradimento).

Alla fine, forse, si può dire che il pubblico va dove c’è il pubblico. Che non è soltanto una riedizione del goldoniano “non xe bel quel che xe bel ma quel che piase”. È anche l’osservazione che l’effetto-rete funziona anche qui. E quindi il denaro, l’attenzione, gli investimenti, i talenti si concentrano sui luoghi nei quali c’è pubblico; il che fa in modo che in quei luoghi ci siano da vedere le cose più interessanti; e dunque il pubblico di quei luoghi aumenta ancora.

Di certo, non ha senso quella regola – sostenuta da chi sa fare la televisione – secondo la quale solo chi ha sempre fatto televisione la sa fare, e gli altri non la possono capire. Stessa cosa per quanto riguarda i film. Altrimenti non si capirebbe da dove viene l’innovazione strutturale. E non si capirebbe da dove sono arrivate tutte quelle novità internettesche che assediano le industrie tradizionali del video.

Gli stessi modelli di business pubblicitari evolvono a favore dei “computerari” almeno a giudicare dalla velocità con la quale i budget vanno verso YouTube e simili.

IL giudizio sull’impegno di Amazon, Sony, Microsoft, Yahoo! nella produzione di video, resta però sospeso. In passato, i tecnologici che hanno fatto investimenti diretti nei “contenuti” non sono andati sempre bene. Ma neppure sempre male. Microsoft ha avuto molti successi nei videogiochi, qualche importanza nelle news televisive, poco successo nei magazine. Non ci può essere una regola. Al massimo si può osservare che per ora la Apple non ci si sta impegnando. Va bene con la musica senza certamente produrne. E nei film va abbastanza in alcuni mercati, senza qualificare la propria unicità con produzioni originali. Forse gli insuccessi dipendono proprio da quell’idea che i racconti in video siano “contenuti”: strumenti per vendere i “contenitori”. Il racconto, in realtà, ha successo se è autenticamente narrativo. Le storie hanno successo se alimentano mondi di significati. Nessuno ne ha il monopolio. Imho.

Vedi anche:
C’era una volta la tv. E c’è ancora

Don’t panic. Preparandosi a un convegno sui modelli familiari vale la pena di guardare questo video

Devo preparare un contributo di venti minuti sui modelli familiari emergenti. Già. A quanto pare, all’incrocio tra un passato di storico della famiglia e un presente di giornalista dell’innovazione si può trovare anche un compito tanto arduo.

È chiaro che l’evoluzione demografica mondiale è definita dalla trasformazione dei modelli di famiglia e che quelli che stiamo sperimentando oggi generano la demografia del prossimo secolo. Siamo arrivati al picco-bambini (gli umani tra 0-15 anni sono due miliardi da dieci anni e non crescono più). Ma le piattaforme che servono la relazione tra le persone hanno forse una conseguenza su questi modelli? Se sì, influenzerebbero le dinamiche più profonde e di lunga durata dell’evoluzione umana.

Hans Rosling intanto spiega la situazione globale così (da non perdere):

Zuck decide

La privacy di WhatsApp resterà com’è. Lo ha detto Mark Zuckerberg. Perché così vuole e gli conviene. Fa la legge, Zuck. E su questo occorre cominciare a riflettere: le regole le fanno anche alcune megamultinazionali della rete. Il diritto reale è frutto anche di “istituzioni private” (Sole).

Facebook e Whatsapp: tra vertigine e ragionamento

Tanti soldi: 19 miliardi di dollari più o meno. Tanti utenti paganti: 450 milioni di persone che spendono un dollaro all’anno per usare le chat e i messaggi di Whatsapp. Tanta crescita: erano 200 milioni solo qualche mese fa, ogni giorno gli utenti aumentano di un milione. Ormai il volume di messaggi scambiati su Whatsapp è grande quanto l’intero insieme di sms scambiati sui normali canali delle telco mobili. Un utente di Facebook vale quasi 7 dollari all’anno di fatturato con un paio di dollari di margine operativo. Whatsapp ha solo 32 ingegneri, niente marketing, niente sprechi, un margine probabilmente più alto.

C’è crescita elevata. C’è margine di profitto. C’è scalabilità. C’è un chiaro modello di business. Per Facebook è un ringiovanimento della base di utenti. C’è anche molto da innovare.

Se è bolla è una bolla diversa da quella delle aziende tecnologiche di fine millennio. La proiezione nel futuro dei profitti è enorme, ma non infinita come allora. C’è sicuramente un senso di vertigine di fronte a questi numeri e a questa dinamica. Ma non manca la possibilità di fare un ragionamento. E alla fine, la risposta è che si tratta di aziende costrette a innovare. Il rischio non è nel modello di business attuale, o nella valutazione abnorme, ma nella capacità di queste aziende di restare innovative. E di garantire gli utenti di fronte alle preoccupazioni per la loro sicurezza, privacy e qualità della vita. Ma questa è un’altra storia.

Vedi anche:
Facebook
Sequoia
Statistiche FB
Notizia di ieri
Whatsapp
Zuckerberg.

Che in particolare dice:

WhatsApp will complement our existing chat and messaging services to provide new tools for our community. Facebook Messenger is widely used for chatting with your Facebook friends, and WhatsApp for communicating with all of your contacts and small groups of people. Since WhatsApp and Messenger serve such different and important uses, we will continue investing in both and making them each great products for everyone.

Fcc: la net neutrality è un valore per l’innovazione

La Fcc riprende in mano il dossier net neutrality. Le motivazioni sono chiare: occorre proteggere le piccole aziende innovative dal potenziale freno che le grandi potrebbero introdurre senza neutralità della rete. (NyTimes via JC De Martin)

“The chairman of the Federal Communications Commission will propose new rules to encourage equal access to the web, by pushing Internet providers to keep their pipelines free and open.

The proposal on so-called net neutrality, to be introduced by Tom Wheeler, the chairman of the commission, will prohibit broadband companies from blocking any sites or services from consumers. It will also aim to prevent Internet service providers from charging content companies for access to a faster, express lane on the web.

The new rules, much like the old ones, would try to restrict discrimination…

The idea, regulators say, is to keep a level playing field on the web and encourage innovation among smaller businesses. Without the rules, large, rich companies could have an unfair advantage, regulators argue”.

L’Europa dovrebbe prendere nota.

Vedi anche:

Net neutrality: perché è importante
Dopo Kroes. Dibattito sulla neutralità della rete in Europa

Opera digitale tra regole e mercato. Prosperetti, Nicita. Copyright all’Isimm

Il tema del copyright nell’epoca di internet sta finalmente decollando per entrare in un nuovo contesto concettuale. Non più soltanto questioni di principio e “muro contro muro”, ma innovazione, adattamento, riconcettualizzazione. Antonio Nicita, commissario Agcom, ha contribuito in modo decisivo alla discussione sul copyright ieri all’Isimm, Roma, nel corso della presentazione del libro di Eugenio Prosperetti: “L’opera digitale tra regole e mercato“.

libro_prosperettiIl libro di Prosperetti imposta il problema spiegando come l’opera digitale sia caratterizzata su internet dall’assenza di supporto, il che la differenzia dalle altre opere il cui supporto è anche una sorta di implicita protezione del copyright (in generale, per esempio, se non compri il giornale di carta non accedi agli articoli). E come la questione della protezione del copyright si sia spostata per qualche tempo verso la questione del controllo dell’accesso. Mettendo in luce il fatto che questo rende obbligatorio incrociare l’argomento del diritto di copyright con l’argomento del mercato nel quale l’opera viene scambiata.

Nicita è fondamentalmente d’accordo. E aggiunge argomenti. Se nell’internet l’opera è priva di supporto allora si può fruire non solo di tutta l’opera ma anche di un pezzo dell’opera. E trattandola in questo modo si possono creare nuovi mercati che vanno pensati come tali. L’azione di una piattaforma che viola sistematicamente e massicciamente il copyright si traduce in una distorsione del mercato originario dell’opera. Ma lo scambio di pezzi di opera può essere collegato alla nascita di un nuovo mercato che offre al consumatore una nuova opportunità: il diritto del consumatore in questo caso potrebbe prevalere sul diritto di copyright su un pezzo di opera.

Nicita osserva che nel nuovo contesto i mercati e gli usi delle opere cambiano continuamente ed è difficile che i nuovi operatori possano chiedere il permesso a tutti gli interessati preesistenti. Sicché la regola generale potrebbe passare dalla centralità delle property rules alla centralità delle liability rules: le regole che garantiscono la proprietà tendono a impedire qualunque novità, mentre le regole che incentivano la negoziazione della proprietà per vari utilizzi consentono l’innovazione.

E’ chiaro che occorre arrivare a un bilanciamento dei vari diritti: espressione, copyright, rielaborazione, innovazione, convenienza del consumatore… Ne ha parlato anche Marilisa Cesaro di Vodafone. Ed è chiaro che questo spinge a pensare che sebbene il diritto di copyright sia un principio non negoziabile, come dice Gina Nieri di Mediaset, l’applicazione nella realtà sia continuamente negoziabile.

Commentando la nuova regolamentazione del ruolo dell’Agcom in materia Giuseppe Cerbone, Ansa, ha detto che è positiva, anche se il costo di difendere il copyright per gli editori è comunque alto. E positivo è anche il commento di Marco Valentini, di Sky. Mentre più sfumata per ovvie ragioni è la posizione di Antongiulio Lombardi, H3G, e Luigi Mechilli di Wind. Critico invece Paolo Nuti, Aiip, secondo il quale il controllo antipirateria rischia di avvenire in modo tale da imporre una sorta di ispezione profonda dei pacchetti di dati che viaggiano in internet che potrebbe rivelarsi incostituzionale (articolo 15: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”).

Enzo Mazza, Fimi, ha spiegato come l’innovazione nella negoziazione del copyright nel mondo della musica stia generando forme di business nuove. Per esempio, se un brano è usato da un consumatore per arricchire un video personale pubblicato su YouTube e se quel video ha molto successo, l’etichetta può scegliere di lasciarlo circolare liberamente aggiudicandosi una parte dei proventi pubblicitari. C’è una fioritura di opportunità in questo senso, nella linea suggerita appunto da Nicita, che sta portando il settore della musica a crescere finalmente dopo tanto tempo. Il muro contro muro ha fatto il suo tempo: era una sconfitta per tutti quando le etichette facevano causa al loro pubblico. L’innovazione produce crescita e nuove idee creative per i musicisti, gli editori e i consumatori.

Giorgia Abeltino di Google suggerisce che l’autoregolamentazione è la soluzione maestra e, da quanto ho capito, che l’iper-regolazione a protezione del copyright è un rischio per la creatività. In realtà, il punto è proprio comprendere il mercato. In rete, il valore è nel traffico, dice, e il punto è immaginare e realizzare nuovi modelli di business.

Innocenzo Genna, Euroispa, ha sottolineato come Bruxelles si occuperà seriamente di copyright con la prossima Commissione. E ha ricordato come nel frattempo sia uscita una decisione che mette in discussione la libertà di link (un commento). A questo proposito, Stefano Quintarelli ha chiosato, dicendo che se il link è una comunicazione di un’opera, il link raccorciato per la condivisione è un’opera derivata…

Su questo si crea un labirinto mentale senza uscita sensata, secondo me. La url è un indirizzo. Il link (cioè la url con il comando html che inizia con a href ecc ecc…) è un’applicazione di un linguaggio usato gratuitamente da tutti per scrivere in rete che facilita il raggiungimento di quell’indirizzo. Non toglie nulla all’opera, ma si limita ad indicare dove si trova quell’opera. Se la pagina è protetta da un paywall, del resto, seguendo il link si arriva di solito al paywall non alla pagina… Vabbè. In effetti, tra i link citati qui sotto – senza previa richiesta di permesso – alcuni portano a post tranquillizzanti. E meno male.

Vedi anche:
Questo blog
L’importanza del canale proprietario per dominare la Digital Resonance dei brand
Per l’UE non c’è violazione del diritto d’autore per chi linka su altri siti ma In Italia c’è l’AGCOM
British Library mette online un milione di foto
Editori e insegnanti nella scuola del futuro
Come difendere il “Diritto d’Autore” sul web
Il link è un diritto, lo dice l’Europa
Link per download da siti esterni non viola copyright, lo stabilisce la Corte di Giustizia

Non esiste la produzione di video virali. Esiste un pubblico che rende i video virali

Non esiste la produzione di video virali. Esiste un pubblico che riconosce i video interessanti e li rende virali. Ma chi produce i video può almeno sapere che cosa c’era nei video che in passato si sono rivelati virali. Ecco 9 suggerimenti:

Il web è un insieme di nodi collegati. Linkare è vitale per il web. Chi taglia il collegamento a suon di copyright vuole trasformare il web in una tv via cavo

L’incredibile massa di difficoltà che i giuristi del copyright stanno affastellando sulla schiena degli internettiani è difficilmente sostenibile. La discussione recente sulla relazione tra link e copyright è parte di quella catasta di pesanti complicazioni. La storia si legge bene su radiobruxelleslibera.

Il punto riguardava un problema specifico. Ma il tema generale agli occhi di un ingenuo del diritto come chi scrive questo blog era il seguente: la url di un sito è soggetta a copyright? si deve chiedere il permesso per linkare una pagina web? è un diritto valido solo se la pagina web è pubblica o anche quando è accessibile a pagamento?

Se si deve chiedere il permesso per linkare qualcosa che sia soggetto a copyright e sia pubblicato in rete in modo che sia accessibile liberamente si aggiunge una difficoltà in più allo sviluppo del web che non serve né a chi pubblica (che evidentemente spera di essere letto) né tantomeno a chi linka (che pensa di agire in funzione di un riconoscimento dell’importanza della pagina linkata). L’intera storia del pagerank di Google si basa su questo assunto. Se esiste un detentore di copyright che pubblica pagine liberamente accessibil e non vuole che altri le linkino vuol dire che esiste un pazzo: ogni link aumenta la rilevanza della sua pagina, può aumentare il numero di visitatori, può moltiplicare l’importanza della sua opera. Non può portare via niente al suo diritto d’autore.

Altra cosa è copiare il contenuto. Ma il link non è veramente un contenuto. È un indirizzo. Dunque è intrinsecamente qualcosa di pubblico. Non contiene nulla dell’opera: si limita a dichiarare dove si trova quell’opera. Una mappa deve chiedere il permesso per scrivere i nomi delle vie?

Se si interrompono i link e la pratica di linkare, si interrompe il web. Può essere che i detentori industriali di copyright che vengono dalla vecchia editoria sognino di riuscire a scardinare il web. Per tornare alla logica del controllo totale sulla conoscenza che pensavano di poter imporre nell’èra del Cartaceo e dell’Analogico. Ma quel tempo è passato. Il sistema giuridico può anche prestarsi alle loro confuse lobby. Ma in questo modo si allontanerà ulteriormente dalla realtà. Imho.

Vedi anche:
Alla fine, i blog si stanno riproponendo come una soluzione importante. Possono esserlo di più
Commento costruttivo sulla raffica di misure relative a internet prese in questi giorni in Italia
Volevamo battere la Corea. Il disordine mentale delle nuove norme su internet ha conseguenze. Occorre una valutazione di impatto digitale
Nel mondo delle informazioni collaborative la citazione della fonte è cortese e conveniente

Alla fine, i blog si stanno riproponendo come una soluzione importante. Possono esserlo di più

Per un certo periodo i blog sono stati tutto quello che avevamo come social network. Poi sono arrivati, appunto, i social network e l’attenzione sui blog è stata coperta dalle nuove piattaforme. Il discorso sulla condivisione e sull’interesse per quanto veniva scritto dai blogger è stato coperto dal discorso sull’importanza delle piattaforme social e del loro modo di funzionare. La comprensione del flusso dei messaggi nel suo complesso è diventata più importante, nel dibattito, dei singoli messaggi. E intanto i blog hanno subito la tentazione di assumere comportamenti da “giornali” riducendo, mi pare, il numero dei link che si concedevano a vicenda: probabilmente perché lo scambio di segnali avveniva sui social network, anche perché la standardizzazione dei link, compresi i like e i retweet, li ha resi contemporaneamente più facili e più banali. Ma il valore dei link tra blog va rivalutato.

I blog, nel flusso dei social network, si sono riposizionati. Hanno assunto un ruolo più vicino alla riflessione e all’approfondimento. E mantengono altre qualità. Per esempio funzionano di solito su piattaforme che non sono troppo ingombranti dal punto di vista dell’influenza sui comportamenti e possono svilupparsi contando spesso su piattaforme aperte. Il loro recupero di importanza potrebbe avvenire proprio in connessione con due problemi che si pongono: il primo è il bisogno di qualità, il secondo è il bisogno di apertura delle piattaforme. Ma occorre riprendere consapevolezza di un punto chiave: i blog sono rilevanti se si citano, se si comportano come un sistema che collabora, se si dichiarano reciprocamente rilevanti. La pratica di citare deriva ovviamente dalla pratica scientifica, sottolinea l’importanza del metodo che nell’attribuzione delle fonti trova un valore chiave, diventa un modo per accumulare il sapere in modo documentato, può sostenere l’ulteriore innovazione. I blog commerciali, i blog-giornali, i blog di cazzeggio sono certamente benvenuti. Ma i blog personali possono reggere soprattutto se si tengono insieme.

Vedi anche in tema di qualità e apertura:
Il tema della città e della narrazione della città
Il difficile esercizio di pensare
Noi stessi, anonimi
Europa chiama Italia
L’impertinenza democratica
BigData, Cloud ed OpenSource
La net neutrality è già storia

Contraddizioni turche

Il governo turco ha stanziato 3/4miliardi per dotare tutte le scuole di connessione e tablet (iPadItalia). E contemporaneamente è intenzionato a introdurre regole piuttosto stringenti contro la libertà di espressione in rete. (alJazeera, grazie per la segnalazione a Gianluca Quaglia, via Nexa)

In rete nulla è mai definitivo, per ora

Dice Vincos che il numero di utenti attivi di Facebook nella fascia di età tra i 13 e i 18 anni è diminuito del 10% nello scorso anno: 350mila ragazze e ragazzi in meno. Mentre Facebook diventa una utility, i posti cool dove andare cominciano a essere anche altri. Sembrava che il potere di Facebook sui social network fosse definitivo. E che inventare qualcosa di nuovo in questo settore fosse molto difficile. Ma è successo con Whatsapp e altro.

Quando Google era il dominatore assoluto della rete, Facebook sembrava una piccola alternativa di portata limitata. Ma è diventata a sua volta un gigante. Anche in questo momento, mentre scriviamo, da qualche parte del mondo si sta scrivendo una piattaforma destinata a diventare grande.

Sulla rete niente è definitivo. Fino a che resta un territorio adatto all’innovazione. La libertà di innovare è strettamente collegata alle neutralità della rete. Se n’è parlato spesso anche in questo blog. Ne ha parlato Guido Scorza su Nòva domenica in un articolo del nuovo servizio “augmented journal”. E ovviamente ne avevano parlato Quintarelli e Gambardella suscitando ampio dibattito. Ci sono molti altri interventi in materia: se i commentatori di questo blog vogliono contribuire con segnalazioni e punti di vista sono i benvenuti. La domanda è un po’ drastica forse: c’è qualche motivo per pensare che la rete senza la net neutrality resterebbe innovativa come è stata finora?

Vedi anche:
Critica della ragion telecomunicatoria
Dopo Kroes. Dibattito attualissimo sulla neutralità della rete in Europa. E due riflessioni

Gli intellettuali e l’ecologia dei media

Il dibattito sul destino delle forme di autorità culturale tradizionale viaggia tra due estremi, parrebbe: la critica dello “specialismo baronale o autoreferenziale” e l’orrore per la la “democratizzazione del sapere”. I contributi migliori, ovviamente, sono quelli che non si fermano alle posizioni estreme ma argomentano tenendo conto dei fenomeni nel complesso. Giuliano da Empoli ha scritto a proposito del primo punto di vista un libro importante. E Tom Nichols ha scritto recentemente un articolo sul Federalist che vale davvero la pena di leggere a proposito delle conseguenze negative della perdita di credibilità degli esperti. Naturalmente questo ha a che fare con la crisi dei giornali, la crisi dell’università, la crisi della fiducia negli argomenti della scienzamedica, la crisi del dibattito civico in politica e molto altro ancora.

Il problema nasce fondamentalmente dalla crisi di credibilità delle autorità culturali tradizionali, peraltro spesso molto ben meritata. Che d’altra parte non elimina il bisogno diffuso di attribuire fiducia all’opinione di qualcuno che si assuma il ruolo di pensa per gli altri. E dunque avviene che al posto delle autorità tradizionali sorgano al ruolo di generatori di opinioni persone che hanno percorsi si preparazione poco affini alle metodologie tradizionali di selezione dell’autorità culturale. Il loro punto di forza è essenzialmente nella capacità di farsi notare. Ne deriva una generale incertezza e una sfiducia diffusa, quasi un cinismo nei confronti di ogni sapere profondamente coltivato o semplicemente affermato, che rende ogni dibattito difficile da portare in fondo costruttivamente. Ma il punto è che, una volta si siano osservati questi fenomeni, occorre progettare una sorta di risposta. Anche qui il pensiero dell’innovazione è il principale percorso da avviare.

La crisi delle autorità culturali tradizionali, giornali, università, scienziati, è differenziata e non omogenea. La fiducia in alcuni tipi di esperti resiste meglio di altri e nei diversi ceti o gruppi sociali si osservano diverse opinioni in proposito. La credibilità della magistratura o dell’insegnamento scolastico regge in alcuni ambiti della società meglio che in altri. I giornali e i politici sono in ribasso più generalizzato. I finanzieri e i banchieri, in quanto esperti di economia, hanno avuto qualche grosso problema di recente. Gli scienziati sono tutto sommato ancora credibili per chiunque abbia studiato un po’, ma di fronte a dibattiti sulle medicine miracolose non reggono facilmente il confronto delle opinioni di massa più manipolabili.

Non si può dire che non ci siano buoni motivi per queste crisi:

1. La velocità del cambiamento epocale che viviamo svela la scarsa adattabilità di alcuni sistemi di selezione della qualità culturale. L’università baronale orientata più alla gestione delle cordate di carriera che alla generazione di conoscenze di qualità è giustamente messa in crisi dalla velocità culturale dell’epoca internettiana. La tenuta dell’élite culturale è meno forte in un contesto nel quale la rete consente di accedere a qualunque genere di informazione anche approfondita. I giornali non hanno più il monopolio dell’informazione in un contesto nel quale tutti possono contribuire con notizie, commenti e approfondimenti. E così via. La velocità di adattamento al nuovo contesto da parte delle autorità culturali tradizionali è stata troppo lenta per poter reggere al confronto delle soluzioni emergenti. D’altra parte, questo fenomeno lascia dei vuoti devastanti dei quali occorre tener conto.
2. Le forme di finanziamento del lavoro dei professionisti culturali che negli ultimi trent’anni si sono aperte a ogni forma di compromesso intellettuale con i detentori della ricchezza o del potere non hanno giovato alla credibilità di quel genere professionale; gli scienziati della medicina che hanno accettato si sostenere idee che avevano il solo valore di rafforzare la grande industria farmaceutica; gli esperti di economia che hanno accettato supinamente le richieste ideologiche delle grandi organizzazioni della finanza sostenendo nei confronti della politica riforme iperliberiste che si sono rivelate come minimo poco lungimiranti e delle quali paghiamo le conseguenze; i professori universitari che si sono prestati a sostenere le opinioni dei politici più ideologizzati e cinici pur di ottenere qualche vantaggio economico, politico, televisivo; i giornalisti che hanno abbandonato i criteri dell’indipendenza e della completezza per cedere alla tentazione di vivere nei flussi di attenzione generati dai dibattiti meno costruttivi… C’è molto da ammettere per queste categorie: la loro credibilità non era mai stata scontata ma alcuni l’hanno davvero svenduta mettendo a rischio l’insieme.
3. La tecnica della manipolazione delle opinioni nel contesto dei media di massa è stata adottata massicciamente per ridefinire i rapporti di autorità culturale a sfavore della paziente costruzione intellettuale e a favore della mera notorietà degli opinionisti. Insomma: a fare le spese del dissesto ecologico dei media di massa sono stati soprattutto coloro che esprimono conoscenze da argomentare, generate con metodo controllato e orientato all’analisi dei fatti; mentre se ne sono avvantaggiati coloro che erano disponibili a dire qualunque cosa purché in breve tempo, ad alta voce e davanti a audience gigantesche. Ne è uscito un sistema di generazione di idee fondato sul pregiudizio, la brevità sloganistica, la ricerca dell’applauso emotivo. E così via. Un contesto nel quale è stata penalizzata ogni forma di ricerca approfondita. E ha dato potere sulla selezione dell’autorità culturale ai gestori dei media di massa, televisione in testa.

Tutto questo ha messo in crisi l’autorità culturale tradizionale. Non è certo internet la causa del fenomeno. Casomai, internet è stata una via d’uscita contemporaneamente costruttiva e distruttiva. Ha accelerato la crisi. E ha aperto la strada a risposte, in alcuni casi ottime, in altri pessime. Ora è tempo di andare avanti: raccontata la crisi, direbbero gli americani, let’s move on.

L’approccio costruttivo per progettare la prossima struttura della selezione di autorità culturali non può partire dalla lode del passato. Ma dalla visione di un futuro di qualità migliore. Il lavoro intellettuale che serve alla società può essere riprogettato. I filtri all’information overload possono essere ripensati. La formazione profonda può essere riattivata. Ma occorre pensare avanti, non indietro.

Le novità si susseguono, in questa materia strategica per l’economia della conoscenza. Ma selezionare quelle che hanno conseguenze importanti da quelle che sono semplicemente attraenti richiede pensiero, visione e spirito empirico. Dobbiamo costruire.

Come sempre ci sono valori che superano le trasformazioni perché hanno una durata più lunga. Università, giornali, laboratori, centri di analisi economica non sono ancora macerie. Ma se non lo sono ancora è perché contengono un germe culturale fondamentale. Sono i portatori di un metodo. La conoscenza ha bisogno di metodo: ispirazione, visione-teoria, ipotesi-progetto, verifica-sperimentazione; indipendenza, completezza, accuratezza; rispetto dei diritti, spirito di servizio. Questi valori si possono inscrivere nelle nuove piattaforme di gestione e generazione della conoscenza che dobbiamo progettare e realizzare: che molti stanno progettando e realizzando. Ovunque nel mondo. I tentativi sono numerosi. Quelli che andranno in porto sono meno numerosi. Ma il compito è questo: riprogettare le piattaforme della conoscenza, perché su internet lo spazio di innovazione è ancora ampio.

In materia, qui è possibile solo andare per cenni. I temi di azione, per l’ecologia dei media digitali di rete sono molti. La qualità dei filtri. La critica della personalizzazione algoritmica. L’analisi dei big data in chiave commons. Le metafore civiche per la gestione delle discussioni. E così via. Cè abbastanza da lavorare per tutti. Questa è la “democratizzazione” di internet: non tutti i pensieri sono uguali a tutti gli altri; ma tutti i pensieri possono andare a verificare se reggono di fronte alla storia. Parlare di metodo e di conseguenze culturali del metodo, in questo senso, è strategico.

Critica della ragion telecomunicatoria

Ancora sulla net neutrality e le proposte Kroes. La risposta di Luigi Gambardella e Gianfranco Ciccarella a un post a commento di un precedente dibattito ipercompetente tra gli stessi e Stefano Quintarelli è molto gentile e paziente. E di questo li ringrazio.

Ma chi ha la pazienza di leggere tutto quello che hanno scritto, mi pare, può coltivare anche un’altra opinione: che tutto questo dibattito non sia altro che una questione di pregiudizi favorevoli o sfavorevoli nei confronti delle compagnie di telecomunicazioni. Pubblicare una tale valanga di parole, del resto, porta spesso i lettori a distrarsi. E qui si deve invece stare attenti: perché le regole di cui stiamo parlando non regolano l’esistente ma creano le condizioni per la realizzazione di qualcosa che ora non c’è e viene appunto consentito dalle nuove regole. Quindi tutta questa discussione si basa sulla nostra capacità di immaginare quello che succederebbe se le nuove regole fossero introdotte. Il che appunto apre la strada ai pregiudizi. Il nostro problema è basare invece queste considerazioni sull’esperienza, per quanto possibile.

E quindi rispondo ancora, tentando di essere sintetico. Per distinguere ciò che immaginiamo in base all’esperienza da ciò che speriamo o temiamo in base ai pregiudizi.

1. Esperienza numero uno. Esiste una rete basata sul protocollo ip ma senza net neutrality ed è la rete mobile. Su quella rete gli operatori possono scegliere di proporre un servizio ai clienti che esclude per esempio Skype. Oppure possono escludere Skype da tutte le offerte che propongono. Oppure possono consentire Skype. Dipende dagli operatori. Non dipende dai clienti, come dicono Gambardella e Ciccarelli, la scelta dell’esclusione di Skype. Ma dalla possibilità che i telco mobili hanno di escluderla. Dunque dipende dalla mancanza di net neutrality. Sulla rete neutrale Skype si può usare sempre: è sulla rete neutrale che i clienti scelgono di usare quel servizio o no. Se questo è vero, nella rete non neutrale, sono gli operatori a decidere d’autorità quali servizi offrire. Dunque si può dire che sono gli operatori a decidere a quali innovazioni consentire di svilupparsi.

2. Esperienza numero due. L’iptv era una rete ip prioritizzata e controllata dall’inizio alla fine dall’operatore che la proponeva. Compreso il bouquet di contenuti, l’abbonamento, il set-top-box eccetera. Non è andata da nessuna parte anche perché la telco non sapeva fare l’editoria del bouquet di contenuti. Avevano esclusive. Avevano tentativi di produzione. Avevano tentativi di localizzazione. Non ce l’hanno fatta. Se le telco hanno provato a fare la loro versione ip di “tv via cavo” e hanno fallito possono aver imparato a non tentare di entrare in questo modo nei contenuti. Ma potrebbero invece cercare una rivincita in modo nuovo. E senza legarsi soltanto all’idea di tv. Potrebbero comunque tentare di stringere accordi esclusivi, rapporti privilegiati con servizi in grado di pagare di più, pensando di fare molti soldi con questa nuova offerta e in qualche modo creando un’alternativa con una rete prioritizzata in concorrenza con la loro stessa rete neutrale. Per questo Kroes chiede che la rete prioritizzata sia tale da non mettere troppo in crisi la rete neutrale. Perché i telco che possono fare una rete prioritizzata in cui guadagnano di più in concorrenza con la rete neutrale con la quale guadagnano meno rischiano di essere tentati di peggiorare troppo la funzionalità della rete neutrale. C’è una probabilità che vadano in questa direzione? Kroes lo suggerisce con la sua stessa ambigua frase. Ma c’è davvero? Gambardella e Ciccarelli suggeriscono che non ne avrebbero convenienza perché perderebbero clienti. E sono d’accordo. Ma questo non esclude che le telco farebbero la scelta giusta. Anzi, a vedere quello che hanno fatto in passato si può dubitare della loro saggezza.

3. Pregiudizio numero uno. La frase precedente è sicuramente un pregiudizio. Che le telco siano tentate di fare qualunque cosa pur di alzare il loro valore aggiunto ed evitare di fare un mestiere da commodity non è un pregiudizio. Ma pensare che prendano una decisione sbagliata per ottenere quell’obiettivo, per esempio peggiorando la rete neutrale per favorire la rete prioritizzata che viaggia sulla stessa matassa di cavi, è un pensiero frutto di pregiudizio. A questo proposito non si può negare che il pregiudizio positivo di Gambardella e Ciccarelli secondo il quale le telco non faranno questo errore è a sua volta un pregiudizio.

4. Pregiudizio numero due. Le telco potrebbero essere indotte in errore, peggiorando la rete neutrale e favorendo la rete prioritizzata, soprattutto quando sono fortemente indebitate e hanno una posizione dominante in un mercato. E’ un pregiudizio. Potrebbe benissimo essere vero il contrario. Ma forse le regole da disegnare potrebbero aiutare i decisori a prendere le decisioni giuste. L’introduzione della possibilità di fare reti prioritizzate allora dovrebbe essere accompagnata da maggiori attenzioni antitrust e divieto di esclusive sui contenuti: il che peraltro contraddirebbe l’idea stessa delle reti prioritizzate come fonte di profitto ulteriore e come nuovo mercato.

Ne consegue che la regola Kroes per aprire il mercato unico europeo delle telecomunicazioni rischia di chiuderlo nelle regioni dove esistono operatori dominanti. Ma è soltanto l’immaginazione, basata sull’esperienza e, in parte, sul pregiudizio a suggerirlo.

Ovviamente non abbiamo preso qui in considerazione tutte le argomentazioni di Gambardella e Ciccarelli. Ma una questione finale va citata. La relazione problematica tra le dimensioni prioritizzata e neutrale della rete consiste nel fatto che si pensa che mentre gli operatori sperano di aumentare il profitto introducendo il nuovo servizio prioritizzato, gli altri non devono preoccuparsi che il normale servizio neutrale sia peggiorato. La risposta Kroes è ambigua: “The provision of specialised services shall not impair in a recurring or continuous manner the general quality of internet access services” (articolo 23 pacchetto Kroes). Gambardella e Ciccarelli dicono che la frase di Kroes è estrapolata dal contesto. Avviene a tutte le citazioni. Ma in effetti è scritta proprio così. E se gli avvocati potranno avventarsi su una frase del genere, a guadagnarci saranno soprattutto loro. Imho.