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Il programma delle borse per gli innovatori che raccontano su Nòva è aperto: altri si possono aggiungere

Il programma delle borse per gli innovatori che raccontano su Nòva è aperto: altri si possono aggiungere. Attualmente sono state offerte borse per Torino, Genova, Pisa, Napoli, Perugia, Bologna, Venezia, Milano. Nel tempo si potranno aggiungere altri partner, altri mentor, altri sostenitori in grado di offrire una borsa e dunque si potranno realizzare progetti analoghi in altre città. Vincono tutti: chi contribuisce, chi fa il mentor, chi ospita le informazioni, i lettori che le possono trovare e le ragazze o i ragazzi che possono fare l’esperienza di incontrare gli innovatori nel loro territorio, di comprenderli abbastanza per raccontarli, di maturare strumenti per sviluppare un proprio progetto.

Chi si aggiungerà al programma?

Vedi anche:
Borse di studio per innovatori
Per chi vuole saperne su più di chi fa innovazione in città: con concretezza e allo scopo di passare all’azione
Ragazzi innovatori cercano prospettiva

Wow. Grazie Presidente: chiaro e forte. Internet è net neutrality

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha parlato chiaro e forte sulla net neutrality. È contro l’idea che i carrier possano discriminare i contenuti e i servizi in rete che non pagano per essere trattati meglio. È la net neutrality che ha reso internet tanto generativa. E internet è ormai essenziale per le persone. Obama difenderà la net neutrality. Lo aveva detto in campagna elettorale e ridetto qualche settimana fa. Ecco la pagina WhiteHouse.

A lot a lot. And I like David Weinberger’s take on the Italian draft “Declaration of Internet Rights”

David Weinberger has a set of comments about the Italian draft “Declaration of Internet Rights”. He says he likes the draft a lot. «A lot a lot». He quotes the draft, the opening for public comment and Fabio Chiusi’s report.

«I like the document a lot. A lot a lot. The principles are based on a genuine understanding of the value that the Net brings and what enables the Net to bring that value. This is crucial because so often those who seek to govern the Net do so because they see it primarily as a threat to order or a challenge to their power.

The Declaration focuses on the rights of individuals, taking the implicit stance (or so I read it) that the threat to those rights comes not only from Internet malefactors and giant Internet conglomerates run amok, but also from those who seek to govern the Net. It includes as rights not only access to the Net, but access to education about how to use the Net, a point too often forgotten.»

What is wonderful – and, sadly, rare – in David’s comment is the fact that he actually read the draft and found out what it is meant for. It isn’t about regulating the Net. It is about regulating those that want to regulate the Net. And it does so in the name of human rights by focusing on the actual character of the Net, which the draft describes as a great opportunity and not a threat: what’s threatening are governments and big companies that want to change the Net to control it.

Net neutrality, for example, is not a form of regulation that limits market’s freedom. On the contrary: it is an enabler for freedom in the market of innovation and expression. And samething similar can be said about the notions of “platforms’ interoperability” and “digital impact assessment” (meaning: the institution that wants to decide something about the Net must first demonstrate it understands the ecosystemic consequences of what it is trying to do).

David also stresses this aspect of the draft by suggesting that it contains something like “Every effort will be made to enable the governance of the Net bottom up and by the edges.” Which is a truly internettian wording that I personally like a lot a lot.

Yes. Because the draft – which I timidly helped writing at the Commission – can be improved. Maybe its wording could be even simpler, its goals should be clearer, its limits should be more understandable. That is why we should hope in a rich public debate about the draft.

I repubblicani e la net neutrality

Secondo Brendan Sasso, sul NationalJournal, con la vittoria repubblicana alle elezioni di midterm americane, si chiariscono anche le posizioni sulla net neutrality.

In pratica, i repubblicani interpretano la net neutrality come una regolamentazione del web e vogliono consentire alle compagnie telefoniche di fare quello che vogliono. I democratici interpretano la fine della net neutrality come il controllo esercitato dalle compagnie telefoniche su quello che i navigatori della rete possono trovare. Queste posizioni sono anche chiarificatorie per quanto riguarda il bizzarro dibattito in proposito che c’è in Italia.

La libertà di navigazione in rete può essere definita dalle strategie delle compagnie telefoniche o da uno standard architetturale della rete come la net neutrality. In ogni caso occorre una regolamentazione: o per dichiarare che le compagnie telefoniche sono padrone del traffico e per dichiarare che tutti si devono attenere allo standard architetturale. In nessun caso, lo stato si può chiamare fuori. Ma un fatto è certo: chi crede nel mercato vuole la net neutrality. Chi crede nelle grandi telco vuole dare loro il controllo del traffico in rete. Gli americani riescono sempre a rendere tutto molto semplice. Troppo semplice.

Vedi anche:
Obama soccorre i sostenitori della net neutrality!
Power law e net neutrality
Neutralità della rete: perché è importante
Tim Berners-Lee e la neutralità

Equivoci sulla bozza di Dichiarazione di diritti in internet

Le critiche sulla bozza di Dichiarazione di diritti in internet sono numerose. Spesso basate su pregiudizi. Talvolta su giudizi fondati. Ma quello che conta è che si tratta di una bozza. Sulla quale c’è una consultazione aperta. Chi ha critiche pregiudiziali non avrà certo molto da proporre, se non la speranza che non se ne parli. Chi ha critiche fondate potrà invece contribuire a cambiare la bozza per farla diventare più giusta.

Ma anche i pregiudizi contano e sono interessanti per una riflessione. Sembrano evocati soprattutto da tre fattori: dal linguaggio usato per la bozza, dal suo orientamento in favore dei diritti e non inerte di fronte al mercato, forse anche dai componenti della Commissione di studio.

Il linguaggio è forse il problema di “interfaccia” più rilevante perché non suggerisce lo stile entusiastico e veloce (o alternativamente reattivo e sprezzante) che spesso si usa nel contesto delle dichiarazioni su internet. È sicuramente un problema. Peraltro chi critica la bozza sulla scorta di una visione del mercato come autoregolamentatore principe dimentica che sia il discorso sui diritti umani che quello del mercato sono narrative settecentesche che si confrontano da secoli e continueranno a farlo: il risultato del confronto è più equilibrato della eventuale vittoria unilaterale di una delle due narrative. Sui componenti va detto che la bozza di Dichiarazione è stata scritta da una Commissione di studio nella quale nessuno ha votato nulla ma tutti hanno contribuito con le loro opinioni in uno stile pragmatico orientato a trovare un consenso. Quello che non si riusciva ad affrontare in questo modo è stato rimandato. Sta di fatto che la Commissione non è stata unanime. E la bozza è sempre stata considerata da tutti un risultato provvisorio adatto a provocare un ragionamento più allargato in consultazione.

Si spera dunque nella consultazione. E non nel silenzio dei critici pregiudiziali.

Ma va detto, anche allo scopo di orientare metodologicamente la consultazione, che il discorso affrontato dalla Commissione non è mai stato orientato a regolare internet. Casomai a regolare chi vuole regolamentare internet. Lo stato in primo luogo. Se valesse la bozza, lo stato non potrebbe più introdurre regole su internet senza una valutazione di impatto digitale. Cioè in modo unilaterale e basato su qualche ideologia anti-internet parziale e disattenta al contesto internazionale ed ecosistemico. Ma la bozza è consapevole anche del fatto che una parte importante delle regole di internet sono imposte da piattaforme private. E ad esse si chiede essenzialmente la massima lealtà possibile nei confronti degli utenti.

Ma, insomma, tutto questo è solo la bozza: la consultazione aspetta chi la possa migliorare.

Vedi anche:
Intervista a Rodotà
Ricostruzione di Fabio Chiusi
Quattro tesi di Antonio Casilli

Pubblicità nei media. By Economist

Mi scuso per l’impaginazione. Ma il contenuto vale la difficoltà di embeddarlo, spero.

Le prove ci sono: i carrier che lottano per farsi pagare di più dai grandi concorrenti degradano internet. La neutralità della rete è necessaria

Susan Crawford scrive su Medium una storia molto istruttiva sulla guerra dei giganti americani per il controllo e lo sfruttamento degli utenti della rete. Una guerra senza esclusione di colpi bassi, che sfrutta armi legali in America, che abbatte il valore di internet e rischia di trasformarla in un insieme di reti poco e male interconnesse, privatizzate, oligopolisticamente controllate. I carrier vogliono farsi pagare per ciò che è sempre stato gratuito e nin esitano a degradare il servizio. I grandi venditori di servizi e contenuti iperconcentrano il traffico mettendo in difficoltà i nodi strategici della rete. Gli ingegneri, coloro che avvicinano ciò che vogliamo a ciò che è possibile, saprebbero come fare. E se la regola fosse la neutralità e l’interoperabilità, come è nella sostanza di internet, risolverebbero con poca spesa. Ma in America è in corso una lotta di potere. E le prove ormai ci sono. Pezzo di Crawford da leggere.

Tre letture accurate sui diritti delle persone nell’era di internet

Fabio Chiusi ha riportato su TechPresident un buon racconto della costruzione della bozza di Dichiarazione dei diritti in internet messa in consultazione dalla Commissione di studio che si è riunita nei mesi scorsi alla Camera dei Deputati italiana.

Antonio Casilli ha pubblicato su Medium un articolo con quattro tesi sulla sorveglianza di massa e la negoziazione della privacy. La sua idea di partenza è che dalla sorveglianza del Big Brother si è passati alla sorveglianza del Big Other: una sorveglianza partecipata, realizzata con il contributo relativamente consapevole di un’enorme quantità di persone attive in rete.

We should not see the fact that citizens contribute to these social platforms as a symptom of technological illiteracy or ideological adherence. On the contrary, it should be viewed as a sign that their streams of communication are presently captured by a participatory architecture that uses traces of online presence to personalize usage and record data transfers in digital environments. The order of priorities between protecting privacy and personalizing digital user experience therefore seems reversed in the face of these traces, whose durability and secondary uses (for both commercial and securitarian purposes) are lost on users.

Un approccio ideologico tenta di cogliere in questo fenomeno la fine della privacy come norma sociale. È una trappola secondo Casilli. E la raltà è che l’esigenza di privacy genera un dibattito sempre più partecipato in rete, nonostante che gli utenti delle piattaforme non si astengano dall’usarle per l’evidente valore che vi riconoscono. E forse anche per una sorta di obbligo sociale.

In effetti, non manca chi ritenga che alcune piattaforme online sono sempre meno una libera scelta e sempre più una sorta di obbligo sociale. Secondo uno studio pubblicato su FirstMonday da Jessica Roberts e Michael Koliska, intitolato “The effects of ambient media: What unplugging reveals about being plugged in”. Roberts, che lavora alla Xi’an Jiaotong–Liverpool University in Suzhou, in Cina, e Koliska, che studia alla University of Maryland’s Philip Merrill College of Journalism, hanno sottoposto a test un gruppo di giovani, privandoli dei collegamenti online per un certo periodo e analizzandone le reazioni. «Il tema più frequente raccontato dai ragazzi è stata una sorta di dipendenza dai media, seguito da sentimenti di ansia causata dall’essere sconnessi. Il terzo argomento più frequente era il sollievo dalla necessità di consumare media. Seguivano problematiche relative alla confusione e all’isolamento: gli studenti denunciavano una deprivazione dovuta alla mancanza di informazioni su quello che stava succedendo ai loro circoli sociali diretti e al mondo. Una sorta di nostalgia per le comunicazioni con i genitori, amici e altre persone significative per la loro vita». Di fronte a un bisogno tanto sentito di connessione, certo, è forte la tentazione di accettare che qualcuno possa abusare dei dati personali.

In ogni caso, il ragionamento di Casilli tende verso la proposta di un nuovo equilibrio dei poteri come percorso per una nuova definizione operativa e realizzabile della privacy con il giusto coinvolgimento di molteplici stakeholder.

Stakeholders seek a consonance, compare their different interests and make mutual concessions in terms of disclosure and access to potentially sensitive information. The loss of privacy in certain areas is not equivalent to an uncontrolled debacle, but rather to a strategic withdrawal over subjects where negotiation proves challenging. It is through this collaborative disclosure accompanied by complex processes of selection and influence, that participatory surveillance is made possible — and can eventually be surpassed. From a citizen’s standpoint, mass surveillance programs cannot be countered by asserting an individual right to privacy as a sphere that resists all penetration, but rather by re-establishing a balance between the forces involved in this negotiation process – governments, market stakeholders and individuals.

Il percorso è condotto dunque in un quadro interpretativo che direi di tipo “costituzionale”. Coerente in fondo con il tentativo della bozza di Dichiarazione italiana. Che è pervasa da forma speciale di tensione utopistica che accompagna sempre i discorsi sui diritti, una forma di utopia pragmatica che riconosce il senso profondamente culturale dell’utopia che nel presentarsi come programma di organizzazione politica intende soprattutto accelerare il dinamismo intellettuale che serve a diffondere nuova consapevolezza, precondizione essenziale – anche se ovviamente non sufficiente – per migliorare la politica.

Obama soccorre i sostenitori della net neutrality!

Lo aveva detto in tempi non sospetti. Il presidente Barack Obama capisce la net neutrality e la sostiene con forza. Ma dopo mesi di campagna per la prioritizzazione della rete condotta col supporto del capo della FCC – che è stato nominato da Obama – il dubbio di incoerenza cominciava a circolare. Ma il presidente ha parlato di nuovo forte e chiaro (Slate):

President Obama reaffirmed his “unequivocal support” for network neutrality. Network neutrality is the principle that phone and cable companies shouldn’t create an unequal Web—one with new Internet “slow lanes” for (almost all) websites and special fast lanes sold to billion-dollar giants like Facebook and Apple.

È un conforto per i 3,7 milioni di americani intervenuti nella consultazione lanciata dalla FCC. Per tutti gli internettiani. Per la libertà di innovazione. E anche per la Commissione per i diritti in internet della Camera italiana che ha sempre pensato alla neutralità della rete come un diritto umano.

Le lobby anti-neutrali – vagamente telco-centriche – avevano conquistato posizioni anche in Europa ai tempi della Kroes e della sua idea di mercato unico delle telecomunicazioni. La loro vittoria non è ineluttabile. Ma non è finita: e non si deve cedere un passo.

Vedi anche:
Power law e net neutrality
Neutralità della rete: perché è importante
Tim Berners-Lee e la neutralità
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Promemoria. Lessig, la costituzione di internet e la regolamentazione

Come si è ricordato anche in passato, Lawrence Lessig, avvocato di cultura repubblicana, con una straordinaria storia di lotta per la libertà dell’accesso alla conoscenza, realizzata anche attraverso innovazioni fondamentali come la licenza creative commons ha scritto pagine da ricordare per il dibattito che si sta sviluppando intorno all’Internet Bill of Rights. Il suo contributo ha consentito di scoprire che la regolamentazione essenziale di internet è scritta nel codice e nell’architettura della rete. Nella riflessione sui diritti e la rete, l’alternativa esatta non è tra “regolamentare e non regolamentare”, ma tra “regolamentare a base di software e regolamentare a base di leggi”. E’ perfettamente chiaro che la politica delle leggine su internet è un pericolo per lo sviluppo della rete. Come peraltro è perfettamente chiaro – o lo sta diventando – che la politica delle grandi piattaforme extraterritoriali è una forma di regolamentazione di default per internet, solo in parte trascritta nei “terms and conditions”, molto più sottilmente implicita nel design e nelle strutture delle piattaforme: queste possono decidere quanto dare di privacy, quanto dare di interoperabilità, quanto dare di libertà di espressione.

IL punto di tutta la questione dell’Interet Bill of Rights non è dunque altro che l’emergere di un’esigenza “costituzionale”. Chi regola internet va regolamentato per salvaguardare l’equilibrio dei poteri: non può prevalere la logica delle lobby che governano la politica, come non può prevalere la logica del profitto privato extraterritoriale che governa le grandi piattaforme. Per questo serve una sorta di costituzione scritta in nome dei diritti umani, consapevole delle dinamiche specifiche dell’ecosistema internettiano. Lo sforzo compiuto dalla Commissione della Camera va in questa direzione. E non a caso è ispirato, come un po’ tutto questo movimento, dalla ricerca ventennale di Stefano Rodotà. Il suo risultato potrà essere migliorato con una consultazione e con il confronto internazionale che è già partito.

Ma il senso di questo post è semplicemente quello di ricordare che non si sta parlando di regolamentare internet: si sta parlando di regolamentare chi vuole regolamentare internet.

Ed ecco, a titolo di promemoria, quello che diceva Lessig.

Fin dai primi tempi del successo commerciale del web Lessig aveva maturato una intuizione. Con il libro “Code and other laws of cyberspace” e l’articolo per Harvard Magazine “Code is law” del gennaio 2000 – scritti al culmine della irrazionale euforia per la bolla delle dot-com – ha contribuito ad aprire una strada. Dice Lessig che in ogni epoca c’è un potere che minaccia la libertà e ci sono regole che la salvaguardano. La Costituzione è un insieme di regole pensato per impedire al potere federale di abolire la libertà degli americani. Il welfare è stato un insieme i misure per impedire al capitalismo di distruggere la libertà dei cittadini di vivere una vita decente. «La nostra è l’epoca del cyberspazio. E anche in quest’epoca c’è un potere che minaccia la libertà». Non è il governo. «Quel potere oggi è il codice: il software e lo hardware che danno al cyberspazio la forma che ha. Questo codice, o architettura, fissa le regole della vita nel cyberspazio. Determina quanto è facile proteggere la privacy, o quanto è facile la censura. Determina se l’accesso all’informazione è generalizzato o recintato. Influenza chi vede che cosa, o che cosa è monitorato». È un potere che non si vede se non lo si conosce.

A dimostrazione della sua straordinaria capacità visionaria, Lessig in tempi del tutto non sospetti, aggiungeva: «Il codice del cyberspazio sta cambiando. E questo cambiamento trasformerà il cyberspazio. Il cyberspazio era un posto che proteggeva l’anonimato, la libertà di espressione, il controllo individuale; diventerà un posto nel quale l’anonimato sarà più difficile, l’espressione meno libera, il controllo individuale confinato solo ai pochi superesperti». Quale sarebbe stato il percorso per questo cambiamento? E chi ne sarebbe stato protagonista? Per Lessig al fondamento della rete internet c’è un codice originario che ha conseguenze molto precise. «Internet originariamente è basata su un codice che implementa protocolli chiamati TCP/IP. Questi protocolli abilitano lo scambio di dati tra reti interconnesse. Questo scambio avviene senza che le reti conoscano il contenuto dei dati, senza conoscere chi invia i dati. Questo codice è neutrale in relazione ai dati, ignorante in relazione all’utente». Come conseguenza, in questa architettura, la singola persona è difficilmente tracciabile e lo scambio di dati è difficile da controllare: significa che per i governi è complicato regolamentare internet. Chiaramente questa difficoltà favorisce la libertà di espressione ma anche l’attività illegale: in un contesto autoritario ha la positiva conseguenza di difendere chi informa sui fatti; in un contesto criminale ha la conseguenza negativa di difendere chi commette illeciti. Lessig si chiede: che cosa ci possiamo fare? «Molti pensano che non ci si possa fare niente. Internet è così e non si tocca». È un approccio molto diffuso. Ma sempre più insostenibile. E non per motivi legali: per motivi che fanno parte integrante della stessa architettura della rete: «Ma nessun pensiero è più pericoloso per il futuro della libertà nel cyberspazio di questa fede nella libertà garantita dal sofware. Perché il codice non è fisso. L’architettura del cyberspazio non è un dato immodificabile. Altre architetture possono essere costruite sopra i protocolli internet di base. E queste nuove architetture possono rendere internet diversa e regolamentata in un modo diverso. Il commercio sta costruendo queste nuove archietture. Il governo sta aiutando. Insieme possono cambiare il carattere dell’internet. Possono farlo e lo stanno facendo». Se l’unica difesa della libertà è nel codice, dice Lessig, bisogna fare attenzione: perché il codice può essere cambiato. E quindi qualcuno lo sta cambiando. Generando forme di regolamentazione che non sono necessariamente desiderabili. E che comunque richiedono un pensiero.

Pubblicato nel 2000, questo articolo sembra scritto da chi ha visto il film dello sviluppo di internet negli anni successivi. Le piattaforme commerciali si sono sovrapposte a internet e hanno conquistato miliardi di utenti che non godono di alcun anonimato e i cui messaggi sono perfettamente controllabili. I governi hanno imparato a separare le reti nazionali da quella internazionale e le loro agenzie sono riuscite – come la Nsa – a raccogliere ogni genere di informazione su chi usa internet e su ciò che fa e scrive usando la rete. Le piattaforme e gli interventi governativi hanno completamente rovesciato la condizione di libertà che appariva il fondamento del protocollo TCP/IP per i cittadini che accettano di usare le piattaforme e che non sono capaci di aggirare le limitazioni e gli interventi delle autorità di governo. E in questo contesto, per i cittadini normali che usano le piattaforme e non si sanno o non si vogliono difendere dalle intrusioni del governo, la quantità di informazioni che può essere collegata alla loro identità e persona è enormemente superiore a quello che avveniva in contesti architetturali precedenti a internet. I cookies e le altre forme di raccolta di informazioni consentono di conoscere l’identità della persona, tutti i suoi dati anagrafici, tutte le sue attività, le sue preferenze anche le più intime, in base proprio a quello che le persone fanno volontariamente online, analizzando le attività e le interazioni con ogni genere di contenuto che si può pubblicare o ricevere in rete e con ogni tipo di relazione sociale che si può coltivare sulle piattaforme.

Il punto di Lessig è che quanto viene difesa la privacy o quanto viene infranta dipende dal codice. Chi scrive il codice scrive la regola. Può essere incentivato a scriverlo in un modo o in un altro dal mercato o dalla legge, ma sarà chi scrive il codice a decidere. Quello che conta, dunque, dice Lessig, sono i valori di chi scrive il software. E i loro valori diventeranno i valori che contano per le regole seguite da chi usa il software. I cavalieri dei bit agiranno in base a un codice d’onore o cederanno alla tentazione? «E noi dovremmo avere un ruolo nella scelta del codice, visto che questo codice influirà sui nostri valori?». Certo, si risponderà: dobbiamo avere un modo per influenzare le regole che il codice impone ai comportamenti delle persone. Ma chi e come decide? Molti pensano che si debbano lasciare andare le cose senza interventi governativi. Altri pensano a una pletora di decisioni che possono essere prese per intervenire punto per punto sui problemi emergenti. Probabilmente sono entrambe posizioni sbagliate. «La scelta non è tra regolamentazione o non regolamentazione. Il codice è una regola. Implementa dei valori. Abilita la libertà o la disabilita. Protegge la privacy o promuove la sorveglianza. Ci sono persone che operano delle scelte su tutte queste cose. Persone che scrivono il codice. Quindi la scelta non è “se regolamentare” ma se la comunità avrà un ruolo nelle scelte operate da chi scrive il codice».

Il riflesso condizionato che conduce a pensare che sia meglio che il governo resti fuori dalla regolamentazione di internet è un riflesso che nasce da un’ideologia diffusa secondo la quale il mercato o la tecnologia si autoregolamentano nel migliore dei modi possibile. Ma chi può dire che sia vero alla prova dei fatti? Il problema non è quello di limitare la libertà del mercato o della tecnologia. Ma di conoscere le conseguenze delle decisioni regolatorie delle aziende che scrivono il software. E cercare di mettere insieme un sistema che – come una costituzione – cerchi di mantenere un equilibrio tra gli interessi. Non c’è una soluzione preconfezionata chiara e semplice. Ma un approccio costituzionale è un modo per trovarla: Lessig suggerisce un sistema di equilibri in modo che la libertà di mercato sia salvaguardata e allo stesso tempo sia bilanciata dai valori definiti dalla comunità.

Una quantità di lavori di ricerca, di attività politiche, di discussioni tecniche si sono succedute a commentare l’evoluzione di internet e delle sue conseguenze sui valori e le regole che governano la società. Secondo Lessig non si può non tener conto di un nuovo soggetto “politico” fondamentale nell’epoca di internet: il potere dei programmatori e la forza regolamentatoria delle piattaforme che la programmazione sviluppa. Sono persone. Hanno interessi. Hanno valori. E sono manipolabili. Oppure possono manipolare. Il corollario è che che non esiste una deregolamentazione in questo settore, ma solo una scelta su chi sia chiamato a regolamentare. Forse non basta per risolvere il problema. Ma di certo lo pone in modo adeguato alla sfida posta da internet alla società umana.

Digitale europeo, neutralità e investimenti nella rete

Neelie Kroes ha lavorato con energia per il digitale in Europa. Il suo ultimo discorso è forte e accorato, non necessariamente del tutto coerente, come sul tema della net neutrality. Vedremo chi verrà dopo di lei che cosa farà. Il primo argomento in discussione è il mercato unico delle telecomunicazioni che è solo una parte del tema digitale.

La Commissione e i ministri delle telecomunicazioni sembrano intenzionati a portarlo avanti. Contiene una serie di obiettivi importantissimi, orientati a sostenere gli investimenti delle compagnie di telecomunicazioni, facilitazioni per i consumatori intorno ai temi del roaming, e alcune nuove regole. Molta parte del dibattito si concentra sulla revisione della net neutrality. Le telco sostengono che per investire hanno bisogno di entrate. E ritengono di potersele aggiudicare facendo pagare le piattaforme internet che vogliono un servizio prioritizzato. Una logica c’è: lo streaming video occupa un sacco di banda e riduce lo spazio per il resto. Deve pagare di più. Ma la logica finisce nel momento in cui questo diventa la richiesta di far pagare tutte le piattaforme che vogliono prioritizzazione, anche quelle che non richiedono particolare consumo di banda. Sarebbe la fine della net neutrality: se chi vuole avere un servizio prioritizzato può pagare e ottenerlo, chi non può pagare perché sta ancora sviluppando il suo modello di business è chiaramente penalizzato. Finisce che chi è già grande limita la crescita di chi è appena nato, anche se ha una grande e importante innovazione. Kroes per rispondere ha sostenuto che questa prioritizzazione non deve degradare troppo l’internet pubblica aperta e neutrale. Ma non ci sono modi per definire questa norma. Se le grandi società potessero si concentrerebbero sul fare tutto ciò che produce più entrate immediate anche a discapito di quelle eventuali future, come è probabile che accada se potranno decidere quanto “degradare” l’internet pubblica e quanto investimento dedicare all’internet prioritizzata: sarebbe una situazione molto difficile per la difesa dell’internet pubblica neutrale aperta all’innovazione imprevista di startup e nuove imprese. Che sono invece proprio quelle che producono occupazione e crescita.

Sarà meglio pensare prima alla rete pubblica e neutrale, difenderla e accrescerla: è lì che c’è occupazione, crescita, innovazione, miglioramento della qualità della vita, opportunità culturale. Se le piattaforme che occupano tanto spazio di banda vogliono una rete prioritizzata e le telco pensano di poter ripagare gli investimenti che comporta, potrebbero pensare a una loro rete che non si chiamerebbe internet perché non sarebbe neutrale, e dovrebbero investire insieme alle telco per crearla, separata chiaramente dall’internet. Internet a sua volta deve crescere come spazio pubblico della conoscenza, neutrale e libero: il luogo dove chi innnova non deve chiedere il permesso ai grandi. La net neutrality è – anche – una antitrust preventiva che garantisce la libertà per gli innovatori di fare concorrenza ai grandi incumbent. Imho.

L’America non è neutrale. Ma discute a fondo

La neutralità della rete è diventata un argomento di discussione importante in America, anche perché le nuove regole proposte dalla FCC la aboliscono e il numero delle persone che hanno scritto qualcosa per la consultazione in materia ha taggiunto i 3,7 milioni. Segno che almeno là non è considerato un tema tecnico ma di civiltà.

Un passo avanti è stato segnato con l’apertura del dibattito sull’eliminazione della diversa interpretazione della net neutrality su internet mobile e fissa. Anche il mobile deve aprirsi.

Si legge su Wsj, sito a pagamento: “Federal Communications Commission Chairman Tom Wheeler last week raised the possibility that the agency would subject broadband mobile to proposed “open Internet” rules.”

Intanto pare si sviluppi un compromesso generale sulla prioritizzazione. Non sarebbe più una corsia preferenziale per i servizi che pagano di più gli operatori, ma una scelta degli abbonati che pagherebbero di più per certi servizi purché prioritizzati sulla loro connessione (WaPost).

Ci si domanda se questa strada apparentemente più giusta non condurrebbe chi offre i servizi a pagare i consumatori perché comprino la prioritizzazione. Ma a occhio non sembra tanto intelligente. Commenti benvenuti.

Vedi anche
L’opinione della folla sulla net neutrality
Concentrazione e net neutrality
Net neutrality. Perché è importante

Google sa di me quello che io non sapevo

Imitando The Verge si può andare a vedere che cosa sa Google di noi. La famosa questione di quanto il motore di ricerca riesca a individuare gli interessi dei navigatori per proporre pubblicità mirata resta un tema interessante. Ma a quanto pare non ci prende molto. Lo diceva anche Maciej Cegłowski commentato tra gli altri da Ethan Zuckerman sull’Atlantic qualche tempo fa in un pezzo da leggere.

Ebbene, questi sarebbero i miei interessi:
Arts & Entertainment
Baked Goods
Beverages
Bicycles & Accessories
Books & Literature
Celebrities & Entertainment News
Coffee & Tea
Computer & Video Games
Cooking & Recipes
Crime & Justice
Cuisines
Dance & Electronic Music
East Asian Cuisine
Fast Food
Finance
Fitness
Food
Food & Drink
Humor
Hunting & Shooting
Mobile Phones
Movies
Music & Audio
Online Video
Pets & Animals
Pop Music
Rap & Hip-Hop
Restaurants
Search Engine Optimization & Marketing
Service Providers
Shooter Games
Social Networks
TV & Video
TV Comedies
TV Shows & Programs

Quello che colpisce non è tanto la minoranza di argomenti che mi interessano in questa lista. Direi che Google ci ha preso abbastanza nel 22% dei casi. Invece, devo ammettere che stupisce di più il fatto che abbia incluso argomenti che non mi interessano per niente e tanto meno in termini di pubblicità: il 57%.

In particolare non ho nessun interesse e anzi una certa repulsione per la caccia e i giochi sparatutto. L’unica cosa veramente esatta nella ricostruzione di Google è che leggo libri.

D’altra parte, per Google, Cegłowski è una donna mediorientale..!

Può essere consolante che tutto questo lavoro di sorveglianza dia risultati tanto sbagliati. D’altra parte Google mi chiede anche di aiutare a targettizzare meglio i miei interessi. Vabbè un’altra volta.

Il web è mobile

Audiweb dice che gli italiani passano un’ora e nove minuti connessi a internet dal computer e un’ora e 25 minuti connessi a internet dallo smartphone…

La net neutrality è politica. A New York. Grazie a Tim Wu

Tim Wu è accreditato per aver popolarizzato il termine net neutrality con il suo paper del 2003. E ora è candidato Lieutenant Governor di New York.