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Net neutrality. E ora tocca all’Europa

Tom Wheeler, capo della Fcc, ha deciso di entrare in campo per la net neutrality e di regolare i servizi di accesso a internet come una utility pubblica. E’ la premessa per salvaguardare la neutralità della rete e impedire alle compagnie telefoniche di separare internet in due tronconi discriminando i dati e le informazioni che circolano in rete. Ora tocca all’Europa parlare. Le lobby con interessi alternativi sono al lavoro. In America, però, hanno parlato anche quasi 4 milioni di cittadini, preoccupati di perdere la rete libera e aperta che hanno sempre conosciuto. E questo ha cambiato la percezione politica della questione. In Europa appare ancora come un fatto tecnico: non lo è. (NyTimes)

Vedi anche:
Domani un po’ di chiarezza sulla net neutrality europea. Intanto un po’ di immaginazione
Digitale europeo, neutralità e investimenti nella rete
Altroconsumo e net neutrality
Wow. Grazie Presidente: chiaro e forte. Internet è net neutrality
I repubblicani e la net neutrality
EFF: sosteniamo la net neutrality
Power law e net neutrality
Neutralità della rete: perché è importante
Tim Berners-Lee e la neutralità

L’analfabetismo digitale va affrontato più in nome della cultura che della tecnologia

L’analfabetismo digitale non è una menomazione che affligge chi non sa usare internet e le piattaforme digitali. E non va combattuto insegnando a usare internet e le piattaforme digitali. L’analfabetismo digitale è la mancanza della capacità di produrre attivamente conoscenza attraverso le tecnologie digitali che deriva dalla credenza secondo la quale le tecnologie digitali sono quello che sono e occorre soltanto imparare a usarle. Distinzione troppo sottile? Eppure è da questa distinzione che passa il valore fondamentale: diffondere la cultura digitale per liberare le potenzialità delle persone e non semplicemente per ingrandire il mercato digitale.

C’è chi dice: iniziamo a insegnare a quel 35% circa di italiani che non usano internet l’arte di consultare la rete, di pigiare i bottoni, di toccare gli schermi e così li libereremo dall’analfabetismo. Ma usare le macchine così come sono, adattandosi alle macchine, non è conoscere il linguaggio, la grammatica, le potenzialità dell’internet. E’ semplicemente scoprire una nuova dimensione del consumo. Forse, è come imparare a guidare un’auto: serve, certamente, ma non è un diritto umano. Casomai è un diritto di tutti che chi guida, per esempio, conosca bene il codice della strada e impari il valore del rispetto delle regole. L’equivalente del codice della strada in internet è un sistema complesso di regole, consuetudini, norme implicite nel software, potenzialità tecniche. Può sembrare paradossale, ma diffondere l’utilizzo delle tecnologie non è necessariamente un valore se avviene in modo acritico, lanciando semplicemente nuovi users nelle piattaforme. L’analfabetismo digitale riguarda l’uso critico delle tecnologie, la conoscenza dei loro meccanismi e di ciò che fanno agli utenti, la consapevolezza che le tecnologie digitali sono diverse dalle altre essenzialmente perché si possono modificare e innovare costantemente. Solo così impararle è liberatorio.

E’ come imparare un linguaggio. Non si impara a leggere se non si impara a scrivere e a parlare.

Il giusto combattimento contro l’analfabetismo digitale non è dunque rivolto al 35% dei non utenti per trasformarli in utenti, consumatori, oggetti passivi di un mercato. E’ rivolto alla maggioranza di utenti e non utenti che non riescono a esprimersi attivamente di fronte alle tecnologie. Quindi l’analfabetismo digitale non si combatte con un atteggiamento paternalista, non va corretto con interventi elementari, non va combattuto frontalmente come se fosse sempre e soltanto un fenomeno di sottosviluppo. L’analfabetismo digitale può essere combattuto rendendo migliori le piattaforme in modo che siano sempre più liberatorie, mostrino trasparentemente i loro meccanismi, spieghino bene ciò che fanno delle informazioni che gli utenti vi pubblicano. E diffondendo e facilitando le tecnologie che consentono a chi voglia di esprimersi innovando con il digitale, non soltanto di usarlo. Quindi l’analfabetismo digitale si combatte con rispetto e umiltà nei confronti di chi non usa attivamente il digitale, partendo dal miglioramento delle piattaforme, delle interfacce, degli strumenti. Prima di portare i non utenti a “lezione” è meglio che chi sinceramente crede nel digitale come tecnologia potenzialmente liberatoria si concentri sull’innovazione dell’accessibilità, della trasparenza, della qualità contenutistica.

Perché in fondo, non è l’analfabetismo digitale che conta. E’ l’analfabetismo funzionale che colpisce forse persino più persone e che fondamentalmente riguarda chi sa leggere ma non comprende ciò che legge. Un analfabetismo che non si manifesta nella dimensione tecnica ma in quella culturale. E che si vince non con la diffusione di lezioncine elementari sulle vocali e le consonanti, ma con grandi lezioni critiche. Del resto, coloro che si sentono alfabetizzati – digitalmente e funzionalmente – sanno che quello della comprensione è un processo infinito e profondo. E dovrebbero pensare allo stesso modo quando tentano di includere gli altri nello stesso processo. E se lo si pensa così, allora il combattimento contro l’analfabetismo digitale si tradurrà nel più ampio combattimento contro l’analfabetismo funzionale, al quale gli ultimi decenni di concentrazione sulla televisione commerciale non hanno certo rivolto molta attenzione. Imho.

Vedi anche:
Analfabetismo
Analfabetismo funzionale in Italia
Così l’Italia si gioca il futuro
Volevamo battere la Corea. Il disordine mentale delle nuove norme su internet ha conseguenze. Occorre una valutazione di impatto digitale
Giovannini. Scegliere il futuro. Basandosi sui fatti
Chiose alla frontiera dell’istruzione informale

Doctorow e DRM: di chi è il mio browser, il mio computer, il mio libro?

Una persona consapevole del valore del copyright per l’attività economica degli autori non può che prendere in considerazione i temi che riguardano la protezione dei suoi diritti online. Ma una persona consapevole della struttura ecosistemica dell’internet non può che sperare che quei suoi diritti non siano protetti a scapito di altri diritti altrettanto importanti. Sulla rete occorre equilibrio. E quindi è importante ascoltare con attenzione quello che dice un autore come Cory Doctorow in relazione al DRM, software che serve a proteggere un’opera coperta da copyright online e che secondo lui sta cambiando il rapporto tra gli autori e il pubblico, oltre che il rapporto tra il pubblico e i loro computer (Gizmodo).

DRM, or digital rights management, is a digital lock placed on media content and devices. Supporters say DRM protects businesses and artists from piracy and theft. Sounds good, right? Opponents say it kills innovation, doesn’t stop piracy, and helps malware distributors. This month, a group led by the Electronic Frontier Foundation has assembled to come up with ways to fight DRM.

The World Wide Web Consortium, which just admitted the MPAA, has been pushing for every internet browser with HTML5 to ship with DRM since 2013. With Google, Netflix, and Microsoft on their side, it looks like DRM could very well become a requirement for browsers. But the opposition is about to take a stand. The Apollo 1201 project, led by the EFF with special consultant Cory Doctorow, is working with researchers and academics to try to repeal laws supporting DRM, including section 1201 of the Digital Millennium Copyright Act.

Per superare una delle questioni citate da Doctorow, peraltro, non sarebbe necessario combattere il DRM. Si potrebbe richiedere che tutti i DRM siano interoperabili, a me pare. In modo che per esempio un libro acquistato su Google possa essere usato su Amazon o Apple o altra piattaforma meno proprietaria: non si vede perché no, a mio parere. L’interoperabilità delle piattaforme resta un tema aperto che potrebbe innovare profondamente l’economia della rete.

Grant Nòva ancora qualche giorno. Quale città ha attratto di più?

Si stanno concludendo i giorni per presentare le candidature alle 20 borse di studio organizzate da Nòva in 9 città con altrettanti partner che si sono offerti di fare da mentor: I3P, IIT, università di Pisa e università per stranieri di Perugia, centro design di Stm a Napoli. Per chi si è perso qualche puntata qui c’è un post utile. Intanto, questa è la situazione per ora:

21,8 del totale delle candidature per 2 borse a Perugia
18,2 del totale delle candidature per 3 borse a Bologna
18,2 del totale delle candidature per 3 borse a Torino
14,5% del totale delle candidature per 3 borse a Milano
9,1 del totale delle candidature per 2 borse a Pisa
7,3 del totale delle candidature per 2 borse a Napoli
7,3 del totale delle candidature per 2 borse a Venezia
1,8 del totale delle candidature per 2 borse a Genova
1,8 del totale delle candidature per 1 borsa a Jesi

Perugia, Bologna e Torino hanno attratto più candidature. Seguono Milano e Pisa. Poi Napoli e Venezia. Genova sta crescendo. Jesi è entrata in gioco per ultima.

Il pianeta connesso. Domani giornata europea della privacy

Domani, 28 gennaio, è la giornata europea della privacy. E il Garante italiano organizza a Roma un incontro sui diritti umani nel “pianeta connesso“. Condivido un abstract su quanto si potrebbe dire. Nella speranza di ricevere consigli prima di domani. Il panel per il quale l’intervento è previsto si intitola “I diritti nell’infosfera”.

“L’infosfera è un ambiente arricchito da informazioni che si scambiano sulla rete e alle quali si accede ovunque con strumenti che si vanno trasformando in “protesi” del corpo umano e in particolare del cervello. La situazione è diversa da quella che si era creata nell’epoca dei media analogici. E i partecipanti alla produzione, scambio, memorizzazione, elaborazione, utilizzo delle informazioni sono diversi rispetto al mondo dell’informazione prevalentemente diviso in professionisti e fruitori tipico dell’epoca analogica. In questo contesto le piattaforme giocano un ruolo strategico di crescente importanza per la raccolta, l’elaborazione, la registrazione e la distribuzione delle informazioni. La logica non è simile a quella dell’epoca industriale, con una linea di montaggio di informazioni: si può comprendere meglio facendo riferimento alla metafora dell’ecosistema. Questo significa che affrontando il tema dei diritti umani nell’infosfera occorre pensare alle interdipendenze oltre che alle singole situazioni particolari. Il tema dei diritti fondamentali si può affrontare solo considerando queste interdipendenze: il che conduce a pensare più approfonditamente che in passato all’equilibrio da trovare tra i diritti e il modo che usiamo per salvaguardarli ed espanderli: espressione, trasparenza, privacy, oblio, innovazione, pubblico dominio, copyright, sono strumenti per la salvaguardia e lo sviluppo di diritti che non possono essere sostenuti senza pensare all’interdipendenza delle situazioni nelle quali si sviluppa la vita umana e quindi non possono essere fatti valere con normative che li considerino come elementi isolati, il cui enforcement non ha conseguenze su altri diritti. L’equilibrio è dunque un obiettivo fondamentale come i diritti stessi. Questo argomento conduce tra l’altro a sottolineare diritti propri del funzionamento dell’internet, come il tema della neutralità della rete, una condizione che definisce le specificità della rete in termini di relazioni umane, responsabilità e innovazione. Per affrontare questi argomenti occorre dunque superare un sistema normativo che si concentra sui singoli diritti, ma allargare il campo, da un lato, a una dimensione “costituzionale” che regolamenti i regolamentatori, e dall’altro considerare il codice con il quale vengono fatte le piattaforme che lungi dall’essere semplicemente una tecnologia funzionale è un vero e proprio sistema normativo che influisce profondamente sul comportamento e i diritti degli utenti.”

Il programma:

Apertura dei lavori
Antonello Soro – Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali

I diritti nell’Infosfera
Juan Carlos De Martin – Politecnico di Torino
Antonio Spadaro – Direttore de “La Civiltà Cattolica”
Luca De Biase – “Nòva – Il Sole 24 Ore”
Moderatore: Augusta Iannini – Vice Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali

IoT e protezione dei dati personali
Roberto Baldoni – Università degli studi di Roma “La Sapienza”
Massimo Russo – Direttore di “Wired Italia”
Lella Mazzoli – Università degli studi di Urbino “Carlo Bo”
Moderatore: Licia Califano – Componente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali

Tecnologie indossabili e intelligenza aumentata
Giovanni Boccia Artieri – Università degli studi di Urbino “Carlo Bo”
Andrea Granelli – Presidente di “Kanso”
Federico Maggi – Politecnico di Milano
Moderatore: Giovanna Bianchi Clerici – Componente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali

Chiusura dei lavori
Marina Sereni – Vice Presidente della Camera dei Deputati

Libri: i dati di un ereader mezzo vuoto e mezzo pieno

All’Aie non sono del tutto scontenti dei dati che vedono meno libri venduti e meno lettori. Anche perché questi dati sono più veri di quelli del passato.

Nel 2014 il mercato dei libri di carta è diminuito: -3,8% il giro d’affari, -6,5% le copie vendute. Il mercato degli ebook è arrivato al 4,4% del mercato dei libri, con un fatturato in aumento del 39,4% sul 2013. Intanto, gli italiani che leggono diminuiscono solo in apparenza: i lettori forti restano invariati, i lettori deboli diminuiscono. Vuol dire che i deboli non erano lettori, ma consultatori di ricette e guide turistiche: ora vanno online e tanti saluti. Non erano veri lettori di libri, come ha dimostrato Tullio De Mauro.

COMUNICATO STAMPA

Libri: resta stabile nel 2014 la spesa degli italiani per leggere
Peresson (AIE): “Segni meno per lettura e mercato 2014. Sommati, tutti i fattori, ci raccontano però un’altra storia: la trasformazione”

Resta stabile la spesa per leggere degli italiani. E’ un primo dato di quanto emerge dall’indagine dell’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sul mercato del libro 2014, che sarà presentato domani, 27 gennaio, nella giornata inaugurale del XXXII Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri, in programma fino al 30 gennaio a Venezia.
Il 2014 si conferma infatti un anno di grande trasformazione per il settore del libro: diversi indicatori risultano negativi ma, sommati, dimostrano complessivamente come l’andamento della spesa degli italiani in libri, ebook, e-reader e collaterali – in altre parole in ciò che serve a leggere – registri un +0,1% complessivo.
Quanto hanno speso dunque gli italiani nel 2014 per leggere? Quasi 1,5miliardi di euro (per la precisione 1,452miliardi): 51,7milioni di euro è la stima del mercato 2014 degli ebook venduti, 1,2miliardi il mercato dei libri di carta secondo Nielsen nei canali trade (librerie, librerie online, grande distribuzione), 111milioni di euro quanto pagato dagli italiani per gli e-reader (stima provvisoria su dati Assinform, non si sono considerati i tablet), 54,3milioni di euro la spesa per i collaterali. La somma dei fattori si traduce in un dato sorprendente e soprattutto in una sfida implicita: “La sfida – sottolinea Giovanni Peresson, responsabile Ufficio studi AIE – di fare in modo nuovo il mestiere del libraio o dell’editore, innovando tutti quegli elementi che ci obbligano a guardare in modo diverso i comportamenti del lettore e cliente. Alcuni dati, presi singolarmente, possono risultare negativi ma aggregati all’interno del “sistema lettura” ci possono raccontare una storia diversa. La storia di una trasformazione”.
Diminuisce la lettura in Italia ma… – Secondo i dati Istat si passa dal 43% di italiani con più di 6 anni che leggono almeno 1 libro all’anno del 2013 al 41,4% del 2014. I forti lettori restano sostanzialmente stabili (-0,02%), crollano i lettori occasionali. Se si vuole fotografare la lettura nel lungo periodo, tra 2010 e 2014 si sono persi qualcosa come 2,6milioni di lettori (il 10%).
Parallelamente nel 2014 cresce, secondo Istat, del 32,2% la lettura di ebook: quasi 7milioni di italiani (il 13,1% della popolazione) hanno letto un ebook nell’anno passato.
Diminuisce la produzione di libri di carta, cresce quella degli ebook – Gli editori hanno prodotto nel 2014 63.417 titoli, il 5,1% in meno rispetto al 2012 e con un prezzo di copertina alla produzione in media di 18,14 euro (il -7,2% rispetto al 2012). Parallelamente cresce la produzione di e-book: nel 2014, si stimano 53.739 titoli in digitale (esclusi i gratuiti) nei vari formati (epub, pdf, mobipoket), l’88,4% in più rispetto al 2012 e con un prezzo di copertina alla produzione in media di 6,96 euro (-22,8% sul 2012).
Cala il mercato del libro di carta nel 2014 rispetto all’anno precedente, ma progressivamente meno. Cresce del 40% il mercato e-book – Il 2014 si chiude per i libri di carta con il segno meno nei canali trade, secondo i dati Nielsen: -3,8% il giro d’affari, -6,5% le copie vendute, in ripresa rispetto ai primi mesi dell’anno e anche rispetto agli anni precedenti. Il libro di carta si compra prima di tutto nelle librerie di catena (pesano per il 40,6%, anche se in leggero calo rispetto al 2013), un pochino meno nelle librerie indipendenti (al 30,7%), sempre più nelle librerie online, che oggi pesano il 13,8% (+ 8% rispetto al 2013). Diminuisce invece in modo significativo la grande distribuzione. Parallelamente il mercato degli ebook si stima al 4,4% del mercato del libro, con un fatturato di 51,7milioni di euro (+39,4% sul 2013).
“Questo quadro – conclude Peresson – ci dice che siamo entrati in una nuova fase: di lettura, di acquisto, anche di produzione. I paradigmi stanno cambiando. Non è in crisi il libro. Siamo di fronte a un radicale cambiamento nel mix, in cui innovazione è la parola chiave per tenere conto di una società più liquida e fluida”.

Chiacchiere sui libri Mondadori e Rizzoli

Si chiacchiera di una possibile fusione dei libri Mondadori e Rizzoli. Inutile commentare quello che non si sa. Ma intanto i fatti alla Mondadori ci sono: tra l’altro ritorna Gian Arturo Ferrari (che sperava in una transizione dell’industria libraria nell’era di internet piuttosto lenta, come si scriveva anni fa su questo blog) e se ne va Riccardo Cavallero (che un paio d’anni fa aveva dato 18 mesi all’industria libraria per adeguarsi a internet, vedi Nòva 27-5-2012).

Edicola italiana è una sfida che gli editori lanciano a sé stessi

Edicola italiana è una sfida che gli editori lanciano a sé stessi. Funzionerà soprattutto se gli editori riusciranno a comprenderne le potenzialità innovative nel vasto e poco esplorato mondo della vendita di strumenti di informazione online. Funzionerà se ci si metterà la testa, se si cureranno gli elementi specifici di quel contesto. Esempi? A prima vista: la possibilità di nuovi bundle e di sciogliere vecchi bundle. La possibilità di innovare l’architettura dei mondi di senso che le testate incarnano. La possibilità di creare strutture di prezzo innovative. Vedremo.

Comunicato:

Sarà attiva da oggi EDICOLA ITALIANA, la piattaforma per comprare, leggere e abbonarsi a quotidiani e magazine su Tablet, PC e smartphone. L’iniziativa vede collaborare i più importanti editori, riuniti nel Consorzio Edicola Italiana, e la startup innovativa Premium Store.

Su www.edicolaitaliana.it sono in vendita oltre 60 fra quotidiani (nazionali e locali) e periodici in versione digitale. Gli utenti possono leggere gratuitamente la copia digitale del proprio quotidiano con la promozione PROVA PER 7 GIORNI e accedere in maniera illimitata ai mensili e ai settimanali attraverso gli abbonamenti ALL YOU CAN READ. Grazie all’esclusiva ricerca full text di EDICOLA ITALIANA si possono cercare argomenti o nomi in tutti gli articoli all’interno della piattaforma

EDICOLA ITALIANA nasce per volontà del Consorzio Edicola Italiana, costituito da Caltagirone Editore, Gruppo 24 ORE, Gruppo Editoriale L’Espresso, La Stampa – ITEDI, Gruppo Mondadori e RCS MediaGroup. Per lo sviluppo e la gestione commerciale di EDICOLA ITALIANA, il Consorzio ha scelto in esclusiva la startup innovativa Premium Store, controllata dall’incubatore Digital Magics (che nel maggio scorso ha finanziato l’iniziativa con 1 milione di Euro) e da importanti imprenditori e investitori italiani.

La governance multistakeholder di internet. Dodici casi di studio

Dal Berkman Center di Harvard e la Annenberg School, una ricerca su dodici casi di studio di governance multistakeholder (paper). Una ricerca che serve per mostrare come può evolvere la governance di internet che affronta sfide sempre più complesse e che non può essere appiattita alle logiche di pochi stakeholder se si vuole che la rete resti un sistema generativo basato sulla logica dei commons.

Abstract:

This paper synthesizes a set of twelve case studies of real-world governance structures. Together with the underlying case studies, it is the result of a globally coordinated, independent academic research pilot project by the Global Network of Interdisciplinary Internet & Society Research Centers (NoC). Facilitated by the Berkman Center for Internet & Society at Harvard University, this study examines existing multistakeholder governance groups with the goal of informing the evolution of — and current debate around — the future evolution of the Internet governance ecosystem in light of the NETmundial Principles and Roadmap, discussions at the Internet Governance Forum, and the NETmundial Initiative, as well as other forums, panels, and committees.

Internet governance is an increasingly complex concept that operates at multiple levels and in different dimensions, making it necessary to have a better understanding of both how multistakeholder governance groups operate and how they best achieve their goals. With this need in mind, at a point where the future of Internet governance is being re-envisioned, this project aims to deepen our understanding of the formation, operation, and critical success factors of governance groups (and even challenge conventional thinking) by studying a geographically diverse set of local, national, and international governance models, components, and mechanisms from within and outside of the sphere of Internet governance, with a focus on lessons learned.

The research effort is grounded in a diversity of global perspectives and collaborative research techniques. Adhering to objective and independent academic standards, it aspires to be useful, actionable, and timely for policymakers and stakeholders. More broadly, the Network of Centers seeks to contribute to a more generalized vision and longer-term strategy for academia regarding its roles in research, facilitation and convening, and education in and communication about the Internet age.

L’attacco via internet alla fabbrica in Germania. E la responsabilità di dare le notizie

Un attacco violento via internet contro una fabbrica siderurgica in Germania ha provocato danni fisici all’impianto (Secutiry Affairs). Il pericolo è sempre stato parte dell’attività umana ma quello che preoccupa è la nuova dimensione tecnologica della violenza: i gruppi terroristici o criminali possono realizzare azioni devastanti semplicemente sapendo come usare internet.

Una notizia come questa ha diverse conseguenze. Aggiunge paura, rende maggiormente consapevoli della delicatezza di tutte le procedure di sicurezza che si impongono in azienda o nelle altre organizzazioni, può generare emulazione da parte di altri gruppi più o meno organizzati per fare del male… Bilancio? Forse serve più alla difesa che all’attacco: perché in fondo la violenza ha funzionato perché qualcuno è cascato in una trappola spear-fishing (mail fraudolenta mirata a un’organizzazione); mentre non offre particolari informazioni in più a chi vorrebbe emulare quell’azione ma non sa come fare un attacco del genere. E’ bene pubblicarla dunque. Ma…

Dare le notizie quando ci sono (verificate, documentate, accuratamente descritte): sembra una responsabilità ovvia di chi fa informazione, ma ormai non è più una regola sufficiente. Perché le notizie hanno conseguenze diverse nei diversi contesti nei quali arrivano. E possono avere conseguenze positive o negative sull’azione umana. Conseguenze? Occorrono tre approfondimenti seri e importanti nella cultura della produzione di informazioni (imho):

1. Mondi di senso. I casi delle decapitazioni o della brutale freddezza dell’assassino del poliziotto a Parigi (Mante) insegnano che non tutto viene pubblicato da tutti. Perché le notizie sono molte e una scelta delle notizie costituisce un mondo di senso che ha delle conseguenze sull’identità dell’organo di informazione e sulla qualità della comunità che lo utilizza. In rete, più o meno, c’è tutto: ma i diversi organi di informazione creano mondi di senso scegliendo le notizie e la forma con le quali vengono date. I click-bait creano mondi di senso di bassa qualità intellettuale e alta efficacia nella generazione di traffico. Ma non sono l’unica strategia possibile per il successo di un organo di informazione. Per favorire la diversità, occorre moltiplicare le forme di valutazione del successo in rete e altrove: la misurazione della quantità di traffico non può essere l’unica base analitica da utilizzare. Su questo occorre una riforma degli analytics che vada verso la misurazione anche della qualità.
2. Bilanciamento. Le redazioni e le persone che fanno informazione e selezionano le notizie da offrire al pubblico fanno – implicitamente o esplicitamente – un bilancio delle conseguenze positive e negative delle notizie. Se tengono conto solo degli effetti positivi o negativi per le organizzazioni stesse non sono organi di informazione civicamente sensati: sono soltanto meccanismi tecnologici adatti a raccogliere traffico e attenzione o potere e denaro. Se tengono conto anche degli effetti positivi o negativi per la comunità alla quale si rivolgono entrano in una dimensione di ragionamento ipercomplessa che merita una quantità di nuovi capitoli per sviluppare la “cultura giornalistica” e il metodo dell’informazione. Oltre a documentazione, verifica, indipendenza, accuratezza, completezza, questo genere di disciplina ha bisogno di una riflessione metodologica sull’analisi del bilancio delle conseguenze della pubblicazione.
3. Responsabilità. Una scorretta gestione della coerente costruzione di mondi di senso e una imprecisa o poco meditata analisi del bilancio delle conseguenze della pubblicazione implica delle responsabilità per l’organo di informazione e le persone che lo portano avanti? Le regole del gioco che ci sono già sono più che sufficienti per la maggior parte delle situazioni. Non vanno modificate a caso (vedi ad esempio #nodiffamazione). E probabilmente vanno rese ancora più chiare e stabili, con la bussola ispirativa dei diritti umani. Nel nuovo contesto servono fondamentalmente nuove autoregolamentazioni, basate su culture professionali e civiche più avvertite dal punto di vista epistemologico e su pratiche trasparentemente dichiarate nella costruzione dei mondi di senso (incarnate nelle promesse contenute nelle linee editoriali). Forse anche il bilancio tra i pro e i contro della pubblicazione può essere reso esplicito.

Di certo c’è solo una considerazione. Fare informazione è più facile – le barriere all’entrata si sono abbassate, le tecnologie sono disponibili, le cose interessanti e importanti da dire sono nella disponibilità di moltissimi cittadini – e la diversità delle fonti di informazione è un arricchimento. Ma il pensiero metodologico che sottende questa attività, la conoscenza delle strutture mediatiche e delle regole da seguire, l’amore per i diritti umani e per la conseguenza pubblica dell’informazione, discendono da discipline che occorre rendere contemporaneamente più sofisticate e più conosciute. Non sono questioni da giornalisti. Sono questioni da cittadini. Non è una faccenda che possa restare confinata nel mondo del giornalismo professionale (che tra l’altro ne avrebbe certamente bisogno): deve diventare cultura condivisa. Anche perché il pubblico consapevole riconosce gli organi di informazione consapevoli. E alimenta il successo della qualità.

Festival del Pubblico Dominio

Si festeggia l’uscita di un libro o la presentazione di un lavoro artistico. Ma secondo gli organizzatori si dovrebbe celebrare anche la “liberazione” di un’opera dal copyright e la sua entrata nel pubblico dominio: Festival du Domaine Public. Comunicato in pdf.

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André Devambez

The Future is Now! Maxxi 19 dicembre 2014 – 15 marzo 2015

The Future is Now! Il titolo paradossale della mostra che si può visitare al Maxxi di Roma (sala Sala Gian Ferrari e Sala Carlo Scarpa: 19 dicembre 2014 – 15 marzo 2015) ridefinisce la relazione con l’avvenire costringendoci a pensarla come conseguenza di ciò che facciamo nel presente.

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THEFUTURE IS NOW MAXXI: Lim Minouk The Weight of hands 2006

Comunicato (versione non integrale):

THE FUTURE IS NOW!
Opere dalla collezione di New Media Art del MMCA, Corea
19 Dicembre 2014 – 15 Marzo 2015
www.fondazionemaxxi.it
People talk about the future being tomorrow, but the future is now!
Nam June Paik
Roma, 18 dicembre 2014. Più di trenta opere video e installazioni con diversi media, per raccontare la scena artistica coreana della New Media Art dalle opere pioneristiche di Nam June Paik alle sperimentazioni degli anni Ottanta, passando per la rivoluzione digitale e i cambiamenti culturali portati dalla rete e dai social network. E’ THE FUTURE IS NOW! La mostra organizzata dall’MMCA Museo Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Corea e coprodotta con il MAXXI che espone 41 opere di 33 artisti coreani dal 19 dicembre 2014 al 15 marzo 2015.

Il 2014 è l’anno del 130 anniversario dell’inizio delle relazioni diplomatiche tra Italia e Corea in seguito al trattato del 26 giugno del 1884. Da quel momento l’Italia e la Corea sono state strettamente legate e hanno lavorato costantemente per rafforzare l’amicizia tra i due paesi. Quest’anno entrambi i governi celebrano l’anniversario con molti eventi, di cui la mostra al MAXXI è uno dei momenti più significativi.

THE FUTURE IS NOW! presenta la collezione di New Media Art dell’MMCA con l’obiettivo di riflettere sui “futuri” analizzando la New Media Art dalla fondazione nel 1987 ad oggi. La mostra presenta non solo le opere provenienti dalle collezioni del museo, ma anche una vasta gamma di materiali audiovisivi.

Sembra un paradosso, ma se si sogna il futuro, bisogna concentrarsi completamente sul presente, perché sono le nostre scelte, decisioni e azioni di oggi a determinarlo. E’ questo il senso del titolo della mostra tratto dalla famosa frase di Nam June Paik con cui l’artista descriveva la sua idea di futuro.

Oggi sappiamo che le prime opere di New Media Art realizzate in tempi in cui c’era poca comprensione per questa nuova forma di espressione, sono il fondamento delle opere prodotte oggi, fatto che dimostra ancora come le azioni di oggi siano fondamento del nostro futuro.

L’esposizione realizzata nella Sala Gian Ferrari e nella Sala Carlo Scarpa è organizzata in quattro sezioni cronologiche: 1/I Pionieri della New Media Art in Corea, 2/La combinazione di Arte e Tecnologia: l’epoca dello sviluppo e della sperimentazione, 3/Lo sviluppo di internet e della New Media Art e 4/La cultura creativa nell’era del digitale.

Sezione 1 – I PIONIERI DELLA NEW MEDIA ART IN COREA
La prima parte della mostra presenta i lavori di alcuni pionieri coreani della New Media Art come Duck Jun Kwak, Hyun Ki Park e Nam June Paik. Organizzati in modo cronologico, questi lavori illustrano lo sviluppo di questa forma artistica in Corea a partire dalla metà degli anni Sessanta grazie a lavori pioneristici di Nam June Paik come Magnet, Zen for TV, e Highway Hacker.
Anche se Paik ha subito ottenuto un grande riconoscimento all’estero, all’epoca i suoi lavori furono esposti in Corea soltanto sporadicamente. Questa parte della mostra comprende anche i lavori di altri artisti che lavoravano all’estero come Kwak e quelle di artisti che vivevano e lavoravano in patria, e che stavano cercando di sviluppare una loro visione artistica come Hyun Ki Park.

Sezione 2 – LA COMBINAZIONE DI ARTE E TECNOLOGIA: L’EPOCA DELLO SVILUPPO E DELLA SPERIMENTAZIONE
Negli anni Ottanta, la diffusione della tecnologia video aiuta la diffusione della video arte anche su larga scala: dai tre progetti satellite di Nam June Paik del 1984, 1986 e 1988, l’installazione Dadaikseon (The More The Better) realizzata nel 1988 all’MMCA, passando per il Daejeon Expo del 1993 e la Biennale del Whitney. Eventi che sono stati di ispirazione per gli artisti coreani e spingendoli a considerare i new media come una disciplina artistica, tendenza che culmina nel 1992 con la mostra New Visions New Voices, dove un gruppo di artisti nati negli anni Sessanta, mettono in mostra i loro lavori sperimentali che combinano arte e tecnologia. Questi artisti tra cui Kong Sunghoon, Yook Taejin, Kim Haemin sono parte di una vera e propria “generazione video” che sviluppa una nuova sensibilità nei confronti di questo mezzo, e che si cresce guardando una grande quantità di programmi televisivi e film di Hollywood.

Sezione 3 – LO SVILUPPO DI INTERNET E DELLA NEW MEDIA ART
Con l’avvento del nuovo millennio, la rivoluzione digitale ha allargato in modo esponenziale l’accesso a internet e ha trasformato le modalità dell’arte contemporanea rendendo possibile la riproduzione illimitata di immagini, lo sviluppo di nuovi temi legati alla produzione e riproduzione delle opere, la possibilità di essere sempre connessi e raggiungibili, la globalizzazione.
Gli artisti nati nel 1970, che hanno cominciato le loro carriere alla fine degli anni Novanta, hanno creato lavori che riflettono il nuovo stato dell’arte in una società in cui internet, video e altri new media sono diventati strettamente connessi alla vita quotidiana di tutti. La video arte che una volta esisteva solo legata alla performance o alle installazioni, si è evoluta in una forma di arte indipendente, mezzo di riflessione dell’artista sulla società e pilastro della cultura visiva. Questi cambiamenti traspaiono dai lavori di Kim Sejin, Im Heungsoon, Ham Yangah e di altri. Per una generazione cresciuta nella cultura dell’immagine, i new media non sono più una forma espressiva sconosciuta ma uno strumento familiare, in grado di esprimere la società in cui operano.

Sezione 4 – LA CULTURA CREATIVA NELL’ERA DEL DIGITALE
In seguito alla diffusione dei dispositivi digitali e dei social network, la società coreana ha sperimentato grandi cambiamenti sociali e culturali, come il tentativo di superare il neoliberismo economico attraverso la condivisione, la cooperazione e le comunità locali. Per quanto riguarda la creazione artistica, i tentativi di sperimentazione integrata tra arte, design e ingegneria si sono progressivamente incrementati. In questo contesto di sperimentazione si incontrano personalità come Moon Kyung won e Jeon Joonho che lavorano con esperti in vari campi dall’architettura, alla danza, al design, BANG & LEE che lavorando contemporaneamente sia sulle possibilità sia sui pericoli dei media dal punto di vista storico e artistico, e Everyware che tentano una via tecnologica più morbida che combini la sensibilità analogica e tecnologia digitale. E’ stato grazie alla collaborazione tra discipline che il suono e la performance sono entrate nel campo artistico e nello stesso modo l’analisi di possibilità, significati e limiti dei new media li ha inseriti in un ampio contesto culturale, non riducendoli a semplici novità espressive.

La mostra è sostenuta dall’Ambasciata di Corea in Italia.

Arte alla frontiera della ricerca di senso dove è più difficile trovarne

Con Art Central Hong Kong cerca di diventare uno dei grandi poli nel mondo dell’arte. La città è probabilmente il luogo nel quale l’evoluzione del sistema cinese può accelerare. L’arte è una forma di ricerca non violenta che può sicuramente aiutare. Mentre un artista come Ai WeiWei simboleggia insieme la possibilità e la difficoltà di quell’evoluzione.

Un pezzo molto analitico e importante di Hans de Zwart (Bits of Freedom) su Medium prende spunto proprio dalla vicenda di Ai Weiwei per dire come può diventare l’esperienza umana in un contesto di sorveglianza capillare. Intanto a Genova una mostra sulla democrazia come illusione sembra adatta a vedere la questione da un punto di vista speculare.

Del resto, la sorveglianza si generalizza e banalizza con la gadgettistica che si va diffondendo. Come dimostra la Narrative, una macchinetta per riprendere tutto quello che succede a una persona tanto simile a quello che raccontava Dave Eggers in The Circle da avermi spinto a citarla nel mio prossimo libro (uscirà a febbraio).

Soffriamo della sorveglianza. E cerchiamo libertà. Con tecnologie analoghe che hanno effetti opposti. La fotografia e il video ci appaiono al servizio della sorveglianza e insieme formula di libertà. I poliziotti che riprendono ogni attimo di un loro contatto con persone che devono interrogare creano condizioni di migliore legalità. Nassim Taleb ha raccontato una sua esperienza: “The other day, in the NY subway corridor in front of the list of exits, I hesitated for a few seconds trying to get my bearings… A well dressed man started heaping insults at me ‘for stopping’. Instead of hitting him as I would have done in 1921, I pulled my cell and took his picture while calmly calling him a ‘Mean idiot abusive to lost persons’. He freaked out and ran away from me, hiding his face in his hands.”

La ricerca sulla fotografia e l’arte sta concentrandosi sulla ridefinizione del ruolo di questa tecnica meravigliosa. Lo mostrano le riflessioni di Ekaterina Degot, scrittrice e curatrice, direttrice dell’Academy of Arts of the World, Colonia, professoressa alla Rodchenko Moscow School of Photography. Photographers versus Contemporary Artists: Whose Crisis Is Deeper? E poi: Photography versus Contemporary Art: What’s Next? Si può sperare che l’esperienza artistica ci porti un po’ più avanti in questa bizzarra epoca nella quale ci lasciamo sorvegliare, ne soffriamo e ne godiamo, abbandonando la ragione e recuperandola a giorni alterni. Chissà se i commentatori vorranno segnalare altre letture.

Uno studio sulla neutralità della rete per il Parlamento europeo

J. Scott Marcus ha realizzato uno studio sulla neutralità della rete su richiesta del Parlamento europeo. E’ stato pubblicato a novembre 2014. E’ superprudente (in questo non si può dire che non favorisca il mantenimento dell’attuale situazione). Ma è un’importante referenza per definizioni, dati, stato delle discussioni. Deludente nella presa di posizione: tipo “pensiamoci meglio”. Comunque il Parlamento non si è lasciato impressionare e ha deciso a favore della net neutrality. Lo studio è su EuroParl.

Evgeny Morozov, internet freedom, sovranità digitale

Evgeny Morozov scrive sul Guardian un pezzo controverso sulla libertà in internet, la sovranità digitale e le politiche di Usa, Cina, Russia. E l’Europa?

Fa notare Morozov che la politica americana e quella degli altri paesi sono connesse a livello di libertà internettiana. E che l’aggressività americana – del governo e delle piattaforme private – è connessa con le politiche tese a generare un’internet autonoma, indipendente, locale nei grandi paesi che competono con gli americani. Morozov ovviamente tiene conto del fatto che i paesi come la Cina e la Russia non sono particolarmente famosi per il loro impegno sui diritti umani e la libertà di espressione. Ma aggiunge che il modo di agire americano li spinge e in un certo senso giustifica a creare condizioni di privilegio per le piattaforme e gli strumenti di accesso locali. Sostenere una politica estera internettiana basata sull’ideologia dell’internet freedom, secondo Morozov, è indice di una sorta di ipocrisia americana: che vorrebbe imporre agli altri comportamenti rispettosi degli stessi diritti che l’America non garantisce.

L’Europa ha reagito alle notizie sull’interferenza americana in vario modo (vedi qui) ma con quale efficacia?

Morozov è tra l’altro Schwartz fellow alla New America Foundation. Sul sito di quella fondazione si trova il link a uno studio sull’efficacia delle proposte di reazione europea all’interferenza straniera in nome della sovranità digitale. Lo studio è realizzato da Tim Maurer, Robert Morgus, Isabel Skierka, Mirko Hohmann. Sottolinea come tra i punti dell’accordo tra i partiti che hanno formato la coalizione di governo in Germania ci sia il comune proposito di “riconquistare la sovranità digitale”. I progetti per ottenere questo risultato, secondo lo studio, sono in gran parte destinati a fallire in termini di efficacia (mail e storage locale sono esempi di questo) mentre le migliori chance di successo sono connesse alle proposte che tentano di generare migliori forme di criptazione e un maggiore uso della stessa. Insomma: la sovranità digitale non si riconquisterebbe creando un’internet europea protetta ma usando sistemi di cifratura più potenti e indipendenti dagli americani. Chissà se tra i commentatori c’è chi ha informazioni od opinioni in proposito…

Vengono citati altri articoli (altri pezzi da leggere potrebbero essere citati dai commentatori…):
DEBATE ON LAW ENFORCEMENT VS. SMARTPHONE ENCRYPTION
Going Dark: Are Technology, Privacy, and Public Safety on a Collision Course?
The unstoppable rise of the global surveillance profiteers
STOPPING THE UNLAWFUL TRADE OF SURVEILLANCE TECH
The US Needs a New International Strategy for Cyberspace