L’estetica protestataria e lo spettro del capitalismo

Il gran libro di Mauro Magatti e Laura Gherardi, “Una nuova prosperità. Quattro vie per una crescita integrale” (Feltrinelli 2014) sulla ricerca di una nuova idea di prosperità arriva al momento giusto. Magatti peraltro aveva avuto il grande merito di iniziare la riflessione storica sull’esperienza dei trent’anni tra il 1980 e il 2010. E ora si domanda con Gherardi che tipo di prospettiva si apre.

libro_magattigherardi3La credibilità dell’idea che sia possibile una crescita illimitata è ormai in profonda crisi. E al suo posto si cercano nuove prospettive, più collegate alla qualità della vita, dell’ambiente, delle relazioni sociali, della profondità culturale. La ricerca di Magatti e Gherardi conduce gli autori a pensare all’emergere di un capitalismo ridefinito dal “valore contestuale” nel quale il senso dell’azione economica torna a far parte integrante del percorso di crescita. Il libro va letto.

Contiene un passaggio che motiva il titolo di questo post. Quando gli autori ricordano come l’epoca della contestazione degli anni Sessanta abbia avuto due aspetti: uno più operaista e un secondo più artistico. In effetti, il clima da lotta di classe alimentato da una parte dei sessantottini si sovrapponeva all’atmosfera della trasformazione culturale sostenuta e testimoniata dal grande movimento artistico, esistenziale, musicale di quell’epoca. Ebbene, dicono gli autori, che il capitalismo degli anni Ottanta-Duemila è riuscito ad assorbire una larga parte delle istanze affermate dall’interpretazione artistica degli anni Sessanta. Dall’apprezzamento per le forme d’arte sperimentali alla liberazione dei costumi sessuali. Ma quei valori, artistici, sono stati trasformati dal capitalismo che ne ha fatto spesso elementi di marketing, connettendo i temi liberisti a quelli libertari. Certo, nel processo, molti di quei valori hanno perso il loro senso biografico, ribelle, esplorativo.

È un passaggio chiave. Tra le molte devastazioni che la società ha subito nel corso degli anni che forse sono ormai superati, oltre alle questioni ambientali, ci sono certamente quelle relazionali e culturali. La ricostruzione della prospettiva di sviluppo basata sulla qualità, piuttosto che sulla quantità di prodotti, è un progetto straordinariamente importante.

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