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Month April 2013

Link. Letture per domani. Telco, Sanchez, nevrosi, sottosegretari, giornali

Stefano Quintarelli smonta la retorica telco secondo la quale le reti sono costosissime. Con documenti per internettari impegnati.

Gennaro Carotenuto smonta la polemica anti Yoani Sánchez a Perugia. E soprattutto la sottopolemica anti Arianna Ciccone. Con riferimenti e citazioni per intenditori del continente latino-americano.

Giuliano Castigliego presenta un’analisi psichiatrica della politica italiana. Con una lettura profonda delle nevrosi di chi, in questo paese, nega la realtà.

Maurizio Cornacchia e Gigi Cogo discutono con punti di vista diversi intorno alla proposta di un sottosegretario allo sviluppo digitale. Questa è la settimana buona per discuterne.

Vincenzo Cosenza studia i numeri che descrivono il rapporto tra social network e giornali italiani. Suggerendo a questi ultimi, in generale, di prestare maggiore attenzione al fatto che il 19% degli italiani arriva alle notizie attraverso la condivisione degli amici.

Lloyd e Giugliano. Obiettività come principio ispiratore del giornalismo

Ferdinando Giugliano e John Lloyd hanno scritto Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia, Feltrinelli. Ed è un piacere leggerlo.

libri_lloydCon lucidità e libertà di pensiero garantite anche da una carriera giornalistica sviluppata in Inghilterra, dove il principio dell’obiettività non è considerato ingenuo come in Italia e dove possono vivere al riparo dall’influenza diretta del sistema dell’informazione italiano, Lloyd e Giugliano descrivono i fatti che hanno portato il giornalismo e il pubblico, in Italia, ad accettare l’idea cinica secondo a quale l’informazione è inevitabilmente schierata.

Secondo gli autori, quasi tutti i principali organi di informazione sono più o meno dichiaratamente orientati dal punto di vista politico. E citano la lottizzazione della Rai, la proprietà della Mediaset, le idee dei fondatori di Repubblica e Giornale, per descrivere alcuni dei vincoli che limitano la libertà dei giornalisti.

Ma quel che è peggio, scrivono gli autori, il pubblico è mitridatizzato: perché si è lentamente assuefatto all’idea tossica secondo la quale non è possibile fare giornalismo in modo obiettivo.

Non si tratta di fare una discussione epistemologica sulla possibilità di conoscere la “verità”. Si tratta di ispirarsi ai principi dell’indipendenza di giudizio, della completezza della ricerca, dell’accuratezza del trattamento delle informazioni e dal rispetto per i diritti e i doveri legalmente riconosciuti a chi raccoglie e racconta le informazioni.

Senza una tensione culturale onesta ed empiricamente avvertita verso l’obiettività, i fatti non esistono e vengono coperti dalle opinioni, il che impedisce di vedere la conoscenza su come stanno le cose come un terreno comune per la convivenza. In un contesto come questo i fatti che pure esistono e vengono raccolti non hanno importanza a confronto con le dinamiche della contrapposizione tra le fazioni e i portatori di interessi di parte.

Ma siamo arrivati al limite di questa deriva. Solo il senso civico può rifondare il comportamento di chi decide e di chi partecipa alle decisioni. Solo allargando lo spazio di attenzione dedicato a sapere come stanno le cose si può allargare anche lo spazio nel quale le decisioni vanno a vantaggio di tutti.

L’ecologia ha insegnato che un territorio degradato fa male a tutti e a ciascuno. E che le azioni di tutti e di ciascuno sono importante per migliorare la qualità dell’ambiente. Allo stesso modo, anche nella cultura dell’informazione il comportamento di ciascuno influisce sul benessere di tutti. L’inquinamento dell’informazione è la conseguenza di un’accettazione delle falsità e delle distorsioni della realtà come strumento di lotta politica e come metodo per imporrre particolari interessi economici. L’ecosistema dell’informazione italiano è profondamente inquinato. Ci vorrà molto tempo per ripulirlo. Ma, come nell’ecologia si è arrivati a comprendere che un ambiente di qualità fa bene a tutti e dipende dall’attenzione di ciascuno, così nella mediasfera si arriverà a vedere che un’informazione di qualità fa bene a tutti e dipende dall’attenzione di ciascuno.

libri_journalismI giornalisti possono fare qualcosa per andare in questa direzione. Lloyd e Giugliano, in proposito, citano i principi espressi da Bill Kovach e Tom Rosenstiel nel loro fondamentale The elements of journalism (Three Rivers Press, 2001):

1. Il primo dovere del giornalismo è l’onestà
2. La prima lealtà del giornalismo è con i cittadini
3. La sua essenza è la verifica scrupolosa dei fatti
4. I giornalisti devono mantenersi indipendenti dalle persone a proposito delle quali scrivono
5. Il giornalismo deve servire da monitoraggio indipendente nei confronti del potere
6. Deve fornire uno spazio pubblico comune per il compromesso e la critica
7. Deve fare il possibile per rendere interessante tutto ciò che è importante
8. Deve dare alle notizie il tono e la copertura giusta
9. Ai giornalisti deve essere permesso di scrivere secondo coscienza.

Si può prendere tutto questo con spirito cinico e considerare ingenue queste idee. Ma visto dove il cinismo ha portato il paese si potrebbe anche dedicare un po’ di tempo a riconsiderare questo atteggiamento.

Anche perché, in questa fase storica, una delle cause della crisi dell’editoria giornalistica potrebbe anche essere la perdita di fiducia nel contributo che i giornali possono dare alla costruzione di una comunità che possa fondarsi sulla conoscenza intelligente e critica di come stanno le cose.

I principi ispirano e danno la direzione. La difficoltà della vita quotidiana rende complessa l’applicazione continua e perfetta dei principi. Ma rinunciare ai principi significa perdere la direzione. E impedire a tutti di vedere una prospettiva.

Vedi:
The elements of journalism
Elements of journalism
Essence of journalism

Vedi anche:
Non sono gli avvocati a salvare i giornali
I giornalisti innovatori e lo sviluppo dell’ecosistema dei media
Philippe Kourilsky. Il tempo dell’altruismo
Spazi giornalistici di nuova generazione
Post Industrial Journalism. Anderson, Bell, Shirky
Orgoglio factchecking
Twitter, le agenzie, la rilevanza, i rumors, le verifiche

La questione di coscienza della gente che ha votato per il Partito Democratico

Non appartengo a nessun partito. Non mi intendo di politica più di una qualsiasi persona che viva in Italia. Ma sento che c’è un grande movimento nelle coscienze di chi ha votato per il Partito Democratico. E che questo è un momento storico per la cultura politica degli italiani e la consapevolezza di quelli che li devono rappresentare.

Il nuovo governo di Enrico Letta è la sintesi più intelligente che si potesse fare della situazione emersa dalle elezioni. Le cause sono, come sempre, molteplici: alcune condizioni di lunga durata, i vincoli posti dalla congiuntura e i rimbalzi dovuti agli avvenimenti recenti. Da ricordare senza andare troppo in profondità:
1. La furbata della riforma-blitz della legge elettorale voluta molti anni fa per limitare i danni di una sconfitta annunciata della destra
2. L’urgenza della crisi economica che ha portato alla manifesta necessità di sostituire un governo incapace di gestirla con i tecnici e la conseguente limitata libertà di manovra per i partiti
3. L’esito elettorale del 2013, i tentativi falliti del Pd di accordarsi con M5S, la goffaggine delle prime votazioni per il Presidente della Repubblica, il rifiuto di prendere in considerazione Stefano Rodotà.

Il governo di Letta può aprire una fase nuova. E si è già detto tutto o quasi su questo punto. Ma certamente mette in crisi la coscienza della gente che ha votato Pd.

Quello che importa è ribaltare la situazione. Non è la coscienza delle persone che hanno votato il Pd ad avere torto e a doversi sentire tradita. È il comportamento di chi ha fatto politica senza valorizzare quella coscienza ad avere sbagliato. L’errore di prospettiva non è stato tanto causato dalla concentrazione eccessiva dei politici di sinistra sulla contrapposizione alla destra, peraltro sacrosanta: l’errore di prospettiva è stato nel concentrare troppo la politica di sinistra sull’obiettivo di prendere i posti di comando sottraendoli ai politici di destra senza pensare e dire abbastanza su ciò che va fatto per modernizzare e migliorare il paese.

La cultura di destra è espressa con coerenza dalla destra: ciascuno fa i propri interessi con ogni mezzo e se ha successo produce ricchezza che finisce, forse, per generare indirettamente vantaggi per tutti. Altrove questo è un pensiero liberista che si sviluppa accettando il quadro delle regole e delle leggi, tentando casomai di cambiarle per via democratica: in Italia questa cultura sconfina spesso oltre le regole, legittimando questo sconfinamento con una critica radicale dell’eccesso di regolamentazione e di peso fiscale.

La cultura della sinistra è orientata da una grande bussola: le persone non possono essere felici da sole. E dunque occorre lavorare perché tutti possano esprimersi, crescere, educarsi, intraprendere, lavorare con soddisfazione, correggendo i fallimenti del mercato. In un paese arretrato come l’Italia questo avvicina molti mondi: chi crede nella legalità, chi crede nella giustizia sociale, chi crede nella libertà di innovare e di creare, chi lavora con professionalità e spirito di servizio, chi crede nella cultura; e così via. Mettere insieme quei mondi significa fare un salto di astrazione e raccontare una prospettiva in cui quei mondi riconoscano il proprio contributo e il progetto di fondo al quale sentono di voler partecipare.

Questa cultura è forte nelle coscienze. È difficile da sintetizzare in misure semplici e concrete come quelle che suggerisce la destra. Dunque rischia di sostenere posizioni massimaliste e di condurre a compromessi che scontentano più di quanto soddisfino.

Con tutta la buona volontà, se non si fa un discorso di prospettiva articolato e ben espresso, se si perde tempo a parlare di poltrone e di polemicuzze, finisce che il progetto di sinistra appare debole e fumoso. Se non ipocrita.

Il passaggio, empiricamente dovuto che stiamo vivendo, sarà giudicato in base ai fatti. Ma anche in relazione alle coscienze.

Ora è tempo di rendere quelle coscienze più consapevoli. Accetteranno i limiti delle condizioni esterne se sono ben spiegate e dimostrate. Ma si attiveranno con energia solo se si confronteranno con un progetto profondo, concreto, ben raccontato, con una visione dell’innovazione che va portata in ogni angolo di questo bellissimo e disgraziato paese. Si tratta di una visione nella quale ciascuno possa riconoscere che il proprio contributo è importante, per il bene di tutti e dunque per il proprio.

La coscienza della gente che ha votato per il Partito Democratico è più importante di quel partito. La modernizzazione del paese può avvenire solo interpretando quella coscienza. E avverrà con un movimento duplice: vera partecipazione, per la quale le piattaforme digitali vanno salvaguardate e innovate, e narrazione visionaria sintetica, per la quale il discorso si deve concentrare sui contenuti che interpretano la coscienza degli italiani innovatori e rispettosi del bene comune.

La strada è lunga e imboccarla è urgente.

La destra si avvia a governare con alcune idee ben precise in testa. La sinistra deve fare altrettanto:
1. salvaguardia e miglioramento della libertà di espressione in rete
2. sviluppo basato sull’innovazione, la cultura, la nuova impresa
3. metodi trasperenti nell’amministrazione e nella partecipazione
4. energia ai progetti delle città intelligenti e delle strategie territoriali
5. scuola e ricerca come investimenti per la crescita senza se e senza ma

Gli altri paesi ci fanno concorrenza su queste cose. Ma su queste cose possiamo fare concorrenza a loro.

L’agenda digitale è una roadmap da non dimenticare mai. Ma è meglio chiudere questo strano post. Altrimenti si fa un programma. Tutto questo va contestualizzato. Ci sono mille altre cose da fare delle quali si parlerà di più, dal fisco al lavoro, dalla giustizia all’integrazione sociale. Ma sarebbe bene avere una visione capace di definire alcune cose irrinunciabili e realizzabili. Quelle che costituiscono i fondamenti di un progetto di paese dotato di una prospettiva.

Il fatto è che se non si fa questo genere di discorsi, la questione di coscienza di chi ha votato il Pd si risolverà senza il Pd.

Non sono gli avvocati a salvare i giornali. Gli editori e Google. Giua, Barron, Ingram… #Ijf13

Google è amico o nemico degli editori? I casi della Francia e del Belgio, la lunga gestazione di nuove norme in Germania, una critica latente in molti altri paesi d’Europa dimostrano che gli editori sentono che sta succedendo qualcosa di sbagliato. Ma quando si passa dalla vaga sensazione all’analisi, le critiche si stemperano e sbiadiscono, lasciando però insoddisfazione e preoccupazione: perché da un lato pensano che Google faccia soldi sfruttando i contenuti pagati dagli editori e che dunque debba restituire qualcosa; dall’altro lato si rendono conto che Google porta una grande quantità di traffico ai loro siti con conseguenze positive per gli editori in termini di raccolta pubblicitaria. E in questo dilemma sentono di perdere terreno.

Peter Barron, di Google, ha difeso la sua azienda, ovviamente, nel corso di un panel organizzato al Festival del Giornalismo di Perugia. Dicendo che Google ha dimostrato di voler aiutare gli editori nel loro percorso di innovazione – come nei casi della Francia e del Belgio – e che il suo contributo alla generazione di fatturato degli editori è visibile perché il motore porta loro traffico, mentre è del tutto invisibile ciò che eventualmente sottrae agli editori, visto che su Google News non c’è raccolta pubblicitaria.

Claudio Giua, dell’Espresso, ha mostrato come l’evoluzione del business di Google sia orientata a fare della compagnia americana un editore, vista la crescita dei servizi di informazione che si trovano direttamente sul motore senza cliccare sui link (come nei casi di meteo, cinema, biografie). Ha inoltre ricordato che in Germania una nuova legge dovrebbe entrare in vigore: limiterà la lunghezza del testo preso dagli articoli dei giornali e che Google News può ripubblicare a un certo numero di parole.

Mathew Ingram, di GigaOm, ha detto che non sarà con le regole che gli editori si salveranno. Ma innovando. Nella tecnologia e nei modelli di business. Il suo contributo da questo punto di vista è forte. I contenuti si mettono online per creare una relazione di fiducia con il pubblico sulla base della quale si sviluppano altri business, come i servizi di informazione a pagamento, gli eventi fisici e così via.

Si possono tirare un po’ di conclusioni.

Google è un’azienda a due facce. Come azienda tecnologica cresce se cresce tutto l’insieme del web. La simbiosi è evidente posto che più ci sono cose online da cercare, trovare, mettere in qualche ordine, più occorre una tecnologia come quella di Google, che quindi non ha interesse a uccidere i produttori di informazioni. Come azienda che raccoglie pubblicità è invece una concorrente degli editori. Il problema è capire fino a che punto le spinte della remunerazione immediata del capitale finaziario e dei bonus per i manager porteranno la parte di Google orientata a tentare di espandere la raccolta pubblicitaria usando la tecnologia per competere con chi produce i contenuti indipendenti.

I problemi legali di Google sono molti. Ed è normale visto che l’azienda continua a spingere sul pedale dell’innovazione, mettendo molte abitudini sotto stress. Il più intricato problema legale di Google è probabilmente quello che riguarda la tutela dei dati personali. Potenzialmente, però, è molto importante anche il problema del potenziale abuso di posizione dominante: nei casi in cui Google dovesse abusare nella sua posizione dominante tra i motori di ricerca per conquistare in dumping altri mercati, l’Antitrust potrebbe essere interessata a indagare. Il problema del copyright, tanto caro agli editori, invece, non appare altrettanto importante: se le righe di testo che Google News potrà ripubblicare prendendole dagli articoli originali saranno due o tre, il mondo cambierà poco.

Quindi gli editori che si vogliono difendere dovrebbero stare più che altro attenti alla questione dell’abuso di posizione dominante. Che è un classico tema dei mercati innovativi, nei quali la tecnologia vincente tende a prendere una fetta larghissima del mercato che ha conquistato e induce nella tentazione dell’abuso, come è successo alla Microsoft con i browser.

Giua ha fatto notare che da questo punto di vista Google sta già facendo qualcosa: nella ricerca sui video, privilegia nettamente quelli che sono su YouTube rispetto agli altri.

Sta di fatto che gli editori non si salveranno senza innovare. E su questo non ci sono dubbi. Anche Giua ha ammesso che gli editori sono arrivati ad affrontare il mercato ipercompetitivo attuale con una mentalità antica e faticano ad adeguarsi. Ebbene: questo è il loro principale problema e la concorrenza di Google l’ha semplicemente reso evidente. Gli editori devono darsi una mossa. In fretta.

Vedi:
I dilemmi degli editori innovatori. L’innovazione necessaria agli editori è radicale. Molti tentano di gestire una fase di passaggio graduale al nuovo contesto del mercato editoriale. E forse è una strategia obbligata. Ma sta di fatto che la trasformazione del mercato e della tecnologia impone una visione di innovazione radicale. Ne scrive Clayton M. Christensen, importante teorico dell’innovazione radicale che insegna e fa ricerca a Harvard, in un articolo pubblicato con David Skok e James Allworth. Lo ha riportato Lsdi. E se n’è accennato in un paio di post precedenti, linkati sotto. (Continua…)

Vedi anche:
Giornalisti innovatori ed ecosistema
Publishing as a dating platform
Formule editoriali
Google in Francia

Trasparenza è opportunità. #Ijf13

Ernesto Belisario mostra come le regole sulla trasparenza dei dati della pubblica amministrazione stiano evolvendo in modo tale da favorire chi fa informazione ma con qualche confusione normativa. (vedi Sole e rapporto Diritto di sapere)

La trasparenza è opportunità. Da cogliere. Non è certo una soluzione ai problemi della relazione tra i cittadini e la pubblica amministrazione, di per se, ma è un grande generazione di possibili soluzioni. Sta aumentando la consapevolezza del diritto di conoscere come stanno le cose e si moltiplicano le iniziative di chi fa informazione, come si è visto al Festival del Giornalismo. Le difficoltà burocratiche non mancano. Come gli incredibili costi di chi si trova costretto a fare ricorsi contro le pubbliche amministrazioni inadempienti.

Un percorso però si è avviato. E sarà difficile interromperlo.

Cittadini reattivi. Messaggio da Castellanza. Zone industriali da bonificare

Rosy Battaglia ha avviato Cittadini reattivi per raccogliere informazioni sulle zone industriali da bonificare e diffondere la consapevolezza di uno dei temi più importanti della costruzione di un ambiente post-industriale sensato e vivibile. Se n’è parlato ieri a Perugia.

E subito sono arrivate le prime segnalazioni di cittadini che reagiscono e attivamente contribuiscono a diffondere per lo meno segnali da approfondire. Come è il caso della popolazione preoccupata per l’insediamento di un inceneritore di rifiuti tossici farmaceutici tra Busto, Castellanza, Legnano e Olgiate Olona.

Assemblea popolare
Informazione online
Legnano News
Varese News

Il caso va segnalato di per se. E offre spunti di riflessione. Per prendere coscienza dell’ampiezza ecosistemica del tema dell’innovazione nell’informazione.

1. I cittadini che rifiutano un insediamento che considerano pericoloso hanno tutte le ragioni di riunirsi, protestare, far sapere le proprie posizioni. E quindi il sistema dell’informazione si attrezza per la partecipazione dei cittadini alla circolazione dell’informazione.
2. L’informazione deve circolare sulle loro attività. Ma deve andare anche a fondo sulla reale nocività del progetto. La trasparenza dell’informazione in questo caso è un diritto. Ed è un dovere cercare di arrivare a informazioni accurate, legali, indipendenti e complete, per costruire un terreno comune sul quale la popolazione e le amministrazioni possono scegliere consapevolmente (i traffici riservati tra amministratori, proprietari terrieri, addetti all’assegnazione di permessi, ecc ecc, non sono il modo giusto per togliere di mezzo i sospetti e tranquillizzare la popolazione).
3. La ricerca deve trovare una strada per ridurre al minimo i rifiuti tossici farmaceutici modificando il design e il processo produttivo industriale dei farmaci. Su questo l’informazione deve cercare, interrogare, trovare ogni possibile soluzione sperimentata. È informazione di mutuo soccorso: fare tesoro dell’esperienza ovunque sia generata per migliorare i processi. Perché alla fine il tema ecologico si risolverà riducendo i rifiuti, gli sprechi, i materiali di risulta non utilizzati nella produzione, almeno tanto quanto si risolverà cercando fonti di energia rinnovabili.

La strada del rinnovamento dell’informazione è lunga. Impegnativa. E molto importante.

I giornalisti innovatori e lo sviluppo dell’ecosistema dei media

Chiariamo l’obiettivo. Una società sana dispone di un sistema efficiente, indipendente e qualitativamente ricco per sapere come stanno le cose. Internet alimenta le opportunità per costruire, manutenere, sviluppare un sistema del genere. Per cogliere queste opportunità occorre passare da una mentalità lineare caratteristica dell’epoca industriale a un approccio adatto alla complessità dell’epoca della conoscenza.

Uno dei problemi da affrontare riguarda la ricerca orientata alla generazione di informazione indipendente, che ha bisogno di professionisti delle inchieste, partecipazione delle fonti e dei cittadini, vasta attenzione del pubblico. La riduzione delle risorse che l’editoria tradizionale può destinare a questa ricerca rende necessaria una modernizzazione della mediasfera.

Per questo si stanno sviluppando nuove idee:
1. collaborazioni internazionali per ricerche di vasto raggio come quelle che hanno portato a conoscenza del pubblico la finanza offshore
2. informazione di mutuo soccorso tra cittadini che portano avanti iniziative orientate alla conoscenza, alla trasparenza dei dati, e che si scambiano esperienze, risultati, aiutandosi nelle difficoltà, magari con l’aiuto di professionisti che alimentano i flussi, come nel caso di Cittadini Reattivi avviato Rosy Battaglia per una ricerca sulle aree industriali da bonificare
3. assegnazione di risorse non profit per grant di ricerca indipendente su temi civici come quelli decisi dalla Fondazione Ahref e che si spera diventino una pratica molto più diffusa.

Le startup giornalistiche si moltiplicheranno, probabilmente. C’è spazio per molti tentativi. E c’è bisogno di un ecosistema che li renda possibili. Sia in ottica profit che non profit. Ma la cifra di tutto va ricercata nella qualità della ricerca di informazione, nell’indipendenza, accuratezza, completezza e legalità dell’azione.

Inutile ricordare ancora una volta come il percorso di sviluppo dell’informazione non sia sempre privo di ambiguità perché mentre mette in crisi vecchi sistemi, rendendo possibile l’ineluttabile modernizzazione, apre anche ovvi varchi per la disinformazione e la manipolazione. C’è un’infinità di cose da fare per migliorare la situazione, dalla diffusione delle pratiche di factchecking civico alla collaborazione costruttiva con le testate importanti e sensibili per l’innovazione. L’innovazione nel giornalismo è chiara e visibile anche in questo periodo tanto scuro. Ma ora c’è tanto lavoro da fare. Se ne parla oggi al Festival del giornalismo di Perugia. (vedi appuntamenti)

Sottosegretario allo sviluppo digitale

Il clima cambierà nei prossimi tempi, se è vero che si arriverà a un governo sostenuto da Pdl e Pd. L’infelice rifiuto di parlare al Pd manifestato nei primi giorni dopo le elezioni dal M5S, la confusione divisiva e ambigua del Pd, la vuota efficienza comunicatoria del Pdl, lo smarcamento tattico di Lega e Sel, stanno tradendo il senso del voto ma stanno ricompattando il sistema di potere di ancien régime.

Se tutto questo è vero, è anche vero che qualcuno sarà pur tentato dalla volontà costruttiva di fare qualcosa di sensato. Sì, mi rendo conto, è una forma di ottimismo forzato. Ma anche di realismo: le probabilità che qualche aspetto del nuovo governo sia orientato a rispondere ai problemi di fondo del paese non sono inesistenti. Qualcuno vorrà pur fare bella figura di fronte a una popolazione che, ridotta in sudditanza dalle urgenze economiche e dalle sordità politiche, avrà comunque la possibilità di farsi sentire.

Una questione strategica che non si può dimenticare è quella dello sviluppo digitale del paese. Mentre la Telecom Italia sembra orientata a ridefinire la sua struttura di controllo, ammettendo nella stanza dei bottoni il capitalismo cinese, e affidando al sistema pubblico il destino della rete fissa attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, con una doppia mossa che cambia radicalmente lo scenario dell’internet italiana, il governo è chiamato ad avere una posizione intelligente. E la questione dell’agenda digitale resta uno degli ambiti di strategia di sviluppo economico più rilevanti per il paese.

Certo, la destra non ha mai capito se internet è una minaccia alla televisione e, nel dubbio, ne ha osteggiato la crescita in Italia, soprattutto con l’indifferenza e l’ignoranza, quando non ha apertamente operato da freno. Ma la sinistra non ha corretto il tiro quando ne ha avuto la possibilità. E gli innovatori multipartisan hanno sempre dovuto operare in modalità anomale faticose.

Una funzione specifica di governo dedicata all’agenda digitale non sarebbe necessaria in un paese normale. Ma da questo ovviamente discende che lo è in Italia. In mancanza di una forte e unitaria strategia che comprenda le opportunità offerte dalla rete a tutti i cittadini, le imprese e i giovani, in un paese come l’Italia è necessario che sia istituita una figura istituzionalmente e politicamente preposta a mantenere viva l’attenzione intorno a questa fondamentale fonte di energia per lo sviluppo.

E allora un’opzione è la nomina di un sottosegretario allo sviluppo digitale per servire al coordinamento di alcuni temi fondamentali:
1. governo della razionalizzazione della pubblica amministrazione, per ridurre i costi e le duplicazioni
2. manutenzione dei progetti di smart city, per alimentare le strategie di sviluppo territoriale
3. governo dei cambiamenti strutturali nella rete fissa e mobile, in funzione della netneutrality
4. vigilanza a favore della libertà di impresa, di espressione, di creazione che la rete alimenta
5. agenda digitale, alfabetizzazione, superamento del digital divide
6. progetti di sviluppo della scuola nel contesto dei media digitali
7. miglioramento delle forme di partecipazione dei cittadini alle scelte amministrative
8. semplificazione del percorso per le startup innovative
… e così via

Di certo, un sottosegretario allo sviluppo digitale avrebbe vita difficile. Ma senza si rischia che queste cose debbano essere portate avanti senza coordinamento. E facilitando l’opposizione dei Muri di Gomma che in Italia hanno sempre tanto successo. A danno del paese.

Vedi anche:
Perché è tanto difficile cambiare l’Italia

Le strane guerre dei brevetti. Google non avanza di un centimetro

Per chi sosteneva che Google ha comprato la divisione cellulare della Motorola per controllare il suo pacchetto di brevetti con il quale contrastare i brevetti di Microsoft e Apple in battaglie legali che assomigliano al risiko le notizie non sono confortanti. Google non riesce a far valere quei brevetti secondo Fosspatents.

In effetti, un sistema brevettuale che popoli le aziende di avvocati per bloccarsi l’innovazione a vicenda, valorizzando peraltro i giganti contro i piccoli innovatori non è interessante. E il fatto che la cosa cominci a scricchiolare può essere uno sviluppo positivo.

Vedremo se, per conseguenza, Google finirà per prendere in considerazione l’idea di far fare a Motorola quello che è nata per fare: hardware.

Paradosso: una notizia sul Guardian dice che le notizie fanno male alla salute

Il paradosso fondamentale è quello che suppone che un cretese dica che tutti i cretesi sono mentitori. Quello che si legge oggi sul Guardian è un paradosso meno preciso ma piuttosto labirintico.

Sul Guardian esce la notizia che le notizie sono tossiche per la persona, il corpo e il cervello.

Ma leggere quel pezzo non fa male, di certo. Il punto è che va letto con la stessa capacità di guardarsi da fuori che si adotta quando si deve uscire da un labirinto.

Non sono le notizie a far male. E’ il modo in cui sono scelte, presentate, seguite, vendute, consumate, casomai. Allo stesso modo di ciò che avviene al cibo: il cibo non è tossico, lo può essere il modo in cui è preparato, venduto, assunto. Ecco i temi del pezzo:

1. le notizie si focalizzano sul punto sbagliato
2. le notizie sono irrilevanti
3. le notizie sono tossiche per il corpo
4. le notizie inducono a errori cognitivi
5. le notizie impediscono di pensare
6. le notizie creano dipendenza
7. le notizie fanno perdere tempo
8. le notizie ci rendono passivi
9. le notizie uccidono la creatività

Non sono le notizie ad avere quelle conseguenze. Ma l’eccesso di ricorso all’allarmismo, la focalizzazione sui protagonisti nei quali ci si può immedesimare, i quadri esplicativi e narrativi nei quali vengono presentate, le modalità con le quali sono interpretate. E anche, bisogna ammetterlo, la quantità delle notizie assunte senza riflessione.

L’informazione connessa all’azione, in un quadro di prospettiva che corrisponde in qualche modo a un progetto personale e di gruppo, non fa male: anzi, è indispensabile alla vita.

Vedi anche:
La dieta mediatica
Disinformazione educativa
Discorsi basati sui fatti

Uno slideshow di un manipolatore dei media…

Che cosa si fa adesso. La strategia è urgente

Alla luce della globalizzazione e dei grandi spostamenti storici di questo millennio, con l’avvento della Cina, le dimensioni che reggono hanno grandi spazi interni: come l’India, il Brasile, la Russia. Ovviamente gli Stati Uniti. La dimensione europea è compatibile con questo sviluppo. Le dimensioni degli stati nazionali molto meno.

Lo spazio di autonomia delle scelte politiche in uno stato nazionale come l’Italia è ridotto. Le scelte sono inquadrate nei binari impostati a livello europeo. Il debito pubblico è stata una cessione di sovranità. Che oggi si manifesta in un ceto politico obbligato a limitarsi alla gestione delle risorse amministrative senza impostare una politica ideale. E quindi tentato dall’impostazione personalistica del dibattito.

La simbologia della presidenza della Repubblica resta a ricordare quello che era lo stato nazionale ottocentesco, i partiti impotenti sono la conseguenza della perdita di autonomia decisionale dello stato nazionale, la dimensione della gestione amministrativa resta quella più produttiva, con differenze meno comprensibili tra i livelli nazionali e quelli territoriali. In altri stati nazionali che attraversano analoghe crisi, la decomposizione in autonomie locali si vede in Spagna e nel Regno Unito, la sapienza amministrativa ha conseguenze positive in Svezia e Danimarca. I soli che riescono a mantenere un livello politico piuttosto alto sono gli stati che impostano politiche a lungo termine, un ambito nel quale paradossalmente possono decidere con libertà maggiore di quanto non accada di fronte alle urgenze. L’Italia sembra bloccata sul breve termine, tesa ancora una volta a spaccarsi in autonomie locali e potentati personalistici, ma di certo non trova il suo ambito di libertà decisionale e subisce a tutti i livelli le limitazioni imposte dal contesto internazionale.

La riforma è obbligata per poter affrontare le questioni importanti, come il lavoro e la ripresa imprenditoriale. Probabile che non avvenga per autoriforma, ma per reazione a nuove condizioni.

Internet, come la globalizzazione, è una delle strutture che innovano le condizioni. Che cosa sta effettivamente succedendo in questo contesto?

1. Open data. La trasparenza genera più opportunità per fare affluire al dibattito le istanze più diverse e fondate sui fatti, anche se ovviamente non è un sistema per decidere.
2. Sistemi di supporto alle decisioni. Emergono piattaforme per la raccolta delle istanze, la loro elaborazione condivisa e la raccolta di consenso intorno alle decisioni alternative. Le più immature si limitano a sostenere le istanze con raccolte di firme e altro, le più mature tengono conto delle compatibilità generali che le singole decisioni alternative non possono violare. La strada è lunga, ma non troppo, per arrivare a modernizzare almeno il sistema delle consultazioni multistakeholder che le istituzioni possono imporsi di praticare per ogni scelta complessa.
3. Comunicazione tra eletti ed elettori. Tutto è partito come una forma di campagna elettorale permanente su Twitter. E fino a che resta lì non cambia nulla. Le piattaforme di gestione dei movimenti politici che organizzano le attività online possono avere un impatto molto più importante e modernizzante.

Il famoso perimetro dell’ingerenza dello stato è definito dalle leggi ma anche dalle condizioni, come quelle imposte dalla globalizzazione e offerte dall’internet.

I livelli della relazione costruttiva tra internet e funzionamento della politica per ora dunque sono tre:

1. Ciò che abbiamo in comune sono i fatti e la trasparenza li rende utilizzabili dalla società o dall’amministrazione.
2. Le istituzioni restano il luogo della decisione democratica ma imparano dalla rete a procedere nelle scelte in modo più efficiente e condiviso.
3. I partiti si riformano accettando un sistema organizzativo moderno, interattivo e coinvolgente per il loro elettorato.

Se il ceto politico non comprende quanto le condizioni del suo lavoro sono modificate dalla globalizzazione e dalle opportunità offerte dalla rete internet, non comprende il proprio ruolo e non riesce a farlo comprendere. Allontanandosi dalla popolazione inesorabilmente.

Vedi anche:
Citizenville
Capannori
Smart citizenship

Citizenville. Gavin Newsom. Come decidere per la convivenza

Gavin Newsom è stato sindaco di San Francisco. Ora è Lieutenant Governor di California. Quando ha ricevuto il presidente dell’Estonia, anni fa, gli ha descritto la sua ultima innovazione con grande orgoglio: gli abitanti della sua città avrebbero potuto pagare il parcheggio con il cellulare. Il presidente estone sembrava non capire. Newsom pensò che fosse una tecnologia troppo avanzata perché potesse essere compresa da un capo di stato dell’Europa dell’est. Ma fu costretto a stupirsi. Il presidente estone lo guardava senza capire in che cosa consistesse la novità perché nel suo paese questa soluzione era una realtà normale da molti anni.

Newsom racconta questo aneddoto con la giusta umiltà che chiunque, anche chi vive a San Francisco, deve nutrire nei confronti dell’innovazione. Che coinvolge studiosi, tecnologi e, spesso, cittadini che sanno molto di più di chi è convinto di sapere.

Ma come decidere insieme sull’introduzione di innovazioni che riguardano la convivenza civile? Ne parla nel suo libro Citizenville che chi scrive sta leggendo. Ma già dalle prime pagine un punto è chiaro: il libro va letto. Il tentativo è suggestivo: visto l’impegno che le persone mettono nel gestire fattorie e città digitali online, perché non dovrebbero poter essere coinvolti con lo stesso impegno e molta più concretezza nella gestione delle decisioni pubbliche sulla città che abitano?

Questa è un’impostazione da prendere in considerazione quando si parla di politica e web. Perché può essere un gioco molto serio e divertente.

Intanto, si veda:
Massimo Chiriatti
Massimo Mantellini
Giuseppe Granieri
Giovanni Boccia Artieri

Web, politica, vita quotidiana. Gianni Riotta. La lunga durata

A Verona, contemplando lo scorrere dell’Adige. La realtà che passa e che resta, certo, a seconda dei punti di vista. Il grande colpo di scena, paradossalmente, si ripete ogni anno un giorno di primavera, quando il volo dei gabbiani è sostituito da quello delle rondini. Nessuno ricorda quando questo avvicendamento è cominciato. Per gli umani, è sempre stato così. Nonostante gli annunci, ripetuti e motivati, della grande trasformazione sociale, economica, culturale che il mondo attraversa, qualcosa cambia, qualcosa resta, qualcosa scorre e qualcosa si ripete. E, come insegnava Fernand Braudel, la lunga durata è parte integrante di qualunque comprensione del mutamento storico.

libri-riotta

Gianni Riotta scrive il suo testo sullo straordinario impatto della rete nella vita contemporanea con mente aperta. E la sua ricerca sembra – agli occhi di chi scrive questo blog – centrata sulla relazione tra l’innovazione e la lunga durata. Non disdegna di accettare i cambiamenti che la vorticosa avanzata della rete impone alla cultura contemporanea e, dunque, anche ai pensieri dei suoi osservatori più attenti. Ma ne cerca il senso senza riconoscerlo nella mera tecnologia. Perché, ricordando le parole di Melvin Kranzberg, la rete non è né buona né cattiva e neppure neutrale.

Con questo spirito, attraversa le questioni più dibattute e quelle più controverse. Dubita, si interroga, si indigna. E finisce per scoprire e far scoprire che gli umani, nella rete, si trovano soprattutto di fronte alle proprie responsabilità. Citando il cardinale Carlo Maria Martini: «Guardate in voi stessi, ai vostri motivi e animi, per capire dove andrà il web».

Vedi anche:
Ungaretti: nostalgia di un visionario
La scienza dell’immaginazione

Cinque certezze non ne fanno una

1. Non è un golpe. Rodotà è d’accordo
2. Ci sono praterie per un governo che nessun elettore desiderava al momento del voto
3. I partiti non sono all’altezza del loro potere
4. I franchi tiratori saranno in agguato a ogni votazione ma faranno durare il governo per durare essi stessi
5. Vince chi scommette che la maggioranza degli italiani non sa se e per chi voterà la prossima volta.

Bene. E ora supponiamo che esista ancora il Pd. E che veda quello che vedono tutti…

Supponiamo che il Pd esista ancora dopo il parricidio. Supponiamo che abbia quindi assunto una fisionomia adulta. Supponiamo che la follia del momento sia superata da una bella e franca discussione. D’Alema farebbe la stessa fine di Marini, forse. E anche se eletto con il voto della destra e di qualche frangia del Pd che cosa si farebbe poi? Un governo di destra.

Supponiamo che il Pd diventato adulto ammetta la sconfitta di tutti i suoi tentativi di tenere il pallino in mano.

Allora la strada più chiara è quella con la quale tutto questo percorso era partito. Il Pd vota un uomo che può riconoscere, Stefano Rodotà, portato alla competizione per la presidenza della Repubblica dal M5S.

Stefano Rodotà diventa presidente. E poi si fa un governo tra il Pd che ce la fa ancora a stare in piedi e il M5S. Chiedendo anche ad altri di votare sulla base di un’agenda di riforme forte e precisa. Ce la si può fare. (Sole, Grillo)

Vedi anche:
L’occasione è perfetta, il Pd è lento… Le persone contano sempre di più
Per Stefano Rodotà presidente