Smart city. Smart citizenship

La dimensione “tecnologica” delle smart city si accompagna alla dimensione “costituzionale” della smart citizenship. La città intelligente non emerge senza una riflessione sulla cittadinanza intelligente. E anzi, i due aspetti potrebbero finire con l’essere profondamente connessi.

Il codice del software che costituisce la materia fondamentale della tecnologia delle smart city può incorporare il codice di comportamento della cittadinanza intelligente nel caso che la progettazione delle nuove città non si limiti a considerare i temi dell’efficienza dei servizi cittadini ma anche la loro efficacia in termini di miglioramento della convivenza civile.

Gli algoritmi decisionali applicabili a piattaforme digitali studiati per esempio da Pietro Speroni lo dimostrano.

Il dibattito sulla “democrazia all’epoca di internet”, svoltosi giovedì scorso alla Fondazione Basso di Roma, nell’ambito della Scuola di buona politica 2013, ha mostrato i limiti di un approccio alla questione della partecipazione democratica alle decisioni in rete che non tenga conto delle regole repubblicane e non si prenda in carico la relazione tra il codice software e il codice di comportamento. I mezzi digitali possono incorporare entrambi i sensi del concetto di “codice” e di fatto è proprio ciò che fanno, implicitamente o esplicitamente.

Il punto di partenza, alla Fondazione Basso, era un riassunto delle problematiche più dibattute in materia compresi i pregiudizi che ne sottendono una larga parte:

La diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione ha cambiato sensibilmente lo scenario della democrazia. Sono rimessi in questione confini istituzionali e cognitivi. La cittadinanza, e le sue trasformazioni, non solo dunque come concetto giuridico-formale, vengono a configurarsi sempre più come campo di tensione e di contestazione. Emergono rischi di piattezza, omologazione, conformismo, approssimazione e anche di nuovo isolamento e atomismo a fronte dell’incredibile ampliamento dei contatti e degli scambi. Al centro di questo quadro problematico si colloca l’universo di relazioni che le persone istituiscono con le tecnologie di rete: tra rischi di isolamento e possibilità di socializzazione. Quali effetti produce internet sulla interazione sociale? Rafforza o indebolisce i legami e gli impegni sociali? In altri termini: Comunità virtuali o società in rete? Riflettere intorno al concetto di “Comunità virtuale” può contribuire a ridefinire anche storicamente la presunta “comunità reale” ad esso contrapposta, per verificare se la fonte della socialità sia ancora il confine spaziale o lo sia diventata la comunità spaziale.

E, ancora, come si collocano le nuove tecnologie all’interno di un sistema di relazioni sociali imperniato sull’individuo, su “comunità personalizzate” fabbricate su reti ego-centrate? L’individualismo in rete è il nuovo modello di socialità con cui Internet si confronta e a cui offre un eccezionale “supporto materiale” per esprimersi e per affermare il proprio dominio. In quanto modello sociale, l’individualismo si manifesta attraverso network incentrati su interessi e valori parziali, talvolta in grado di costituire delle comunità virtuali stabili, più spesso frammentate e cangianti.

Chi scrive questo blog si è trovato inesplicabilmente a sostituire Stefano Rodotà nel programma del 21 marzo al quale hanno partecipato Carlo Formenti, che ha elaborato il suo vasto discorso critico intorno alla struttura fondamentalmente orientata alla concentrazione del potere che è propria del modo con il quale si è sviluppata la rete; Sara Bentivegna, che ha visto nella trasparenza e nell’accountability i termini più importanti del rapporto tra internet e democrazia; e Giancarlo Monina che ha tenuto le fila della discussione. Il mio contributo si è configurato come una discussione su tre punti:
1. La prospettiva aperta da internet per la democrazia non si comprende se non si tiene conto che arriva in un contesto dominato dall’influenza della televisione sulla democrazia.
2. Internet non è la dimensione del virtuale in quanto separato dal reale ma è semplicemente parte integrante dell’ambiente, del paesaggio umano, della geografia.
3. La massima specificità di internet è la sua modificabilità in modo più facile e partecipato di quanto non siano altri mezzi di comunicazione come la televisione, sia dal punto di vista della partecipazione alla produzione e trasmissione delle informazioni, sia dal punto di vista della progettazione e realizzazione di piattaforme e strutture mediatiche.

Se c’è un mezzo di comunicazione che ha contribuito a piattezza, omologazione, conformismo, approssimazione, isolamento e atomismo quel mezzo è la televisione. Internet arriva storicamente in un contesto tv-centrico: in molti casi viene adottato con una mentalità definita dalla cultura televisiva, ma il suo contributo è casomai quello di aprire la porta anche a elementi di approfondimento, differenziazione, anticonformismo e ricostruzione di relazioni. Anche se il lavoro da fare a questo proposito è ancora enorme. Le piattaforme internettiane, in effetti, sono fatte di codice, algoritmi, metafore che favoriscono comportamenti che risultano in molti casi incapaci di rendersi indipendenti dal contesto della cultura televisiva. Ma un fatto è certo: non è troppo difficile inventare e proporre nuove piattaforme, tali da curare e superare i limiti delle piattaforme esistenti. In questa dinamica si inserisce la storia delle varie ondate innovative della rete, dai siti, ai portali, dai motori algoritmici ai blog, dai wiki ai social network. E ora si direbbe si prepara una nuova ondata (che potrebbe superare l’interpretazione pseudo-televisiva della rete pensata essenzialmente come un nuovo mezzo di propaganda): quella dei sistemi decisionali condivisi dei quali Liquid Feedback è soltanto un primo aspetto, ma il cui contesto sono le piattaforme per il consumo collaborativo, quelle per il co-design, quelle per la produzione customizzata.

Ebbene: queste piattaforme saranno l’occasione per ripensare non solo al modo in cui si vota e si prendono decisioni, ma anche al modo in cui ci si informa allo scopo di prendere decisioni insieme, sulla base di regole che garantiscano non solo le maggioranze ma anche le minoranze e la continuità del gioco democratico. La dimensione “costituzionale”, repubblicana, peraltro, appartiene in modo profondamente codificato alla realtà della rete che è un bene comune e la cui neutralità costitutiva è codice in ogni senso, come forma tecnologica e come forma di autoregolamentazione degli utilizzatori. La cittadinanza intelligente si sviluppa in un contesto consapevole di tutto questo. Le regole che la cittadinanza intelligente si darà, non calate dall’alto ma incorporate nel codice delle piattaforme che emergeranno dall’iniziativa dei cittadini, avranno importanti conseguenze sulla qualità delle città intelligenti in costruzione.

Vedi:
Dieci tesi sulla democrazia continua, Stefano Rodotà
Lunga vita a All Our Ideas, Pietro Speroni
Wikicrazia, Alberto Cottica
Tecnopolitica, tesi riassuntiva del libro di Stefano Rodotà elaborata da Mario Turco
Tecnopolitica, Stefano Rodotà per Treccani

Vedi anche:
Democrazia e tecnologia
Maturazione del rapporto tra internet e democrazia
Intelligenza collettiva e democrazia
L’intelligenza delle smart city

Altri link:
Stefano Rodotà, Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione, Roma-Bari 2004
Manuel Castells, Comunicazione e potere nel XXI secolo, in Saperi e poteri, a cura di P. Corsi, Milano 2008
Carlo Formenti, Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media, Milano 2008
Beth Noveck, Wiki government
Michele Vianello, Smart cities, Maggioli 2013
Andrea Granelli, Città intelligenti?, Luca Sossella Editore 2012

I post che parlano di smart city si moltiplicano ogni giorno. Ecco Catania, Farespazio, Modena, I love green, GreenMind, L’Aquila, Genova. Negli ultimi tre giorni.

Comments

2 Comments so far. Leave a comment below.
  1. Caro Luca mi dispiace di non aver saputo in tempo dell’incontro , sarei sicuramente venuto, proprio su questi temi sto lavorando da tempo. Mi sarebbe piaciuto discutere con voi oltre che delle forme della democrazia continua,anche dei suoi contenuti, e sopratutto delle sue figure sociali.Trovo infatti singolare che in particolare una cultura che nasce proprio nel gorgo del materialismo storico, oggi rimuova del tutto una straordinaria metodologia che rimane ancora vitale del marxismo, che individua nella base sociale dei processi sociali il motore del processo stesso. Quali sono in reLta’ le nuove figure che stanno trainando la democrazia continua? I fernet e’ solo luogo e linguaggio o anche fabbrica, ossia modello produttivo che profila ceti e classi sociali? Io credo che questi quesiti possano aiutare a mettere ulteriormente a fuoco il ragionamento proposto.A presto

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