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Month October 2012

George Dyson – La cattedrale di Turing

La ricerca senza scopo di lucro. The Usefulness of Useless Knowledge (l’utilità della conoscenza inutile): «La ricerca di queste soddisfazioni inutili finisce, inaspettatamente, per essere la fonte da cui sgorgano cose utili che prima non erano neanche immaginabili». Così Abraham Flexner esprime le sue idee per l’università, nel 1939. La sua creazione sarebbe diventata l’Institute for Advanced Study in Princeton. Lo spirito del progetto portò a Princeton Albert Einstein, John von Neumann, Hermann Weyl, James Alexander, Marston Morse.

È un passaggio del libro di George Dyson, La cattedrale di Turing, appena tradotto da Codice. Una meraviglia da leggere per esempio alla Digital Accademia una sera davanti al caminetto mentre comincia la parte dell’autunno che porta all’inverno. Perché è una storia che mostra come il sapere artigiano e la scienza più avanzata si siano uniti nella creazione pionieristica dei computer e dei programmi, inventando la distinzione tra i numeri che significano qualcosa e i numeri che fanno qualcosa, definendo l’informazione nelle sue unità minime, i bit, sulla base delle ricerche di Bacon e Leibnitz, per avviare una rivoluzione nell’elaborazione, memorizzazione e comunicazione della conoscenza le cui conseguenze, ancora oggi, tentiamo di comprendere mentre le viviamo. Una storia di pionieri. Che sapevano usare le mani, la matematica, la fantasia. Che si ponevano domande che restano largamente attuali.

È inutile anche leggere un libro di storia? Probabilmente nel senso di Flexner. Perché di certo è un’attività che genera idee nuove. Collegamenti imprevisti. Dà sostanza, dimensioni e relatività alle domande e visioni di oggi. È prospettiva. E calore.

Telmo Pievani parla della Vita Inaspettata (video originale)

L’evoluzione della vita, l’apparizione dell’homo, le varie specie di esseri umani che hanno convissuto, hanno popolato la terra, mescolandosi, emigrando, inventando soluzioni inaspettate per modificare a loro vantaggio l’ecosistema.

Nessuna eccezione rende gli umani in alcun modo una “specie speciale”, ultimo e terminale anello di una catena finalistica. Il motore dell’evoluzione non è il caso e neppure il disegno intelligente. Ma la contingenza storica. Concetto da comprendere a fondo.

Telmo Pievani è uno straordinario ricercatore, filosofo della scienza, maestro di umiltà e coraggio intellettuale. Porge i risultati delle sue esplorazioni con la gentilezza di chi le condivide e certo non le impone. Anche perché le sue scoperte, per certe sensibilità, scottano. In questo video parla della sua proposta interpretativa. Che sintetizziamo nella nozione di “contingenza”.

Nel frattempo c’è un nuovo libro di Telmo Pievani: La fine del mondo, Il Mulino 2012.

(Scommetto che la qualità di questi video si può migliorare…)

Un milione e mezzo di complimenti ad AppsBuilder

AppsBuilder è una startup che aiuta i clienti a produrre facilmente apps per divese piattaforme. Fondata da Daniele Pelleri e Luigi Giglio (di 27 e 25 anni), usciti dal Politecnico di Torino, e sostenuta da Mario Mariani e Massimiliano Magrini (TheNetValue e Annapurna Ventures) ha ottenuto una linea di finanziamento in capitale da 1,5 milioni dai fondi Vertis Venture e Zernike Meta Ventures (Sole). In questo modo AppsBuilder potrà sviluppare più velocemente il servizio e mantenere la posizione di leadership che si è conquistata sulla base di un’idea semplice: se tanti vogliono fare apps, ci vuole una macchina per fare apps. La realizzazione online e il listino prezzi ha trovato l’equilibrio giusto. E attualmente, dicono in azienda, AppsBuilder fa circa 3mila apps al mese. Complimenti.

E-commerce italiano a 9,5 miliardi

Secondo Politecnico di Milano e Netcomm il valore delle vendite di siti di e.commerce con operatività in Italia ha raggiunto i 9,5 miliardi di euro. Il 46% riguarda il turismo.

Da vedere: un progetto di libro di carta elettronico

via LauraCattaneo

Riflessioni sulla conoscenza economica come bene comune

Vita ha chiamato alcuni intellettuali a riflettere intorno al rinnovamento delle strutture concettuali fondamentali dell’economia che si accosta alla realtà crescente dei beni comuni.

Ne è uscito un volume, edito da Feltrinelli, chiamato: “Del cooperare. Manifesto per una nuova economia”. Un titolo intellettualmente ambizioso e che impone a chi scrive un atteggiamento profondamente umile. Molti interventi sono importanti e visionari. Tutti si rivolgono, implicitamente o esplicitamente, alla valorizzazione concettuale delle nostre conoscenze intorno ai beni comuni e ai modi con i quali le società li gestiscono. Tutte le considerazioni sgorgano dalla presa di coscienza che la crisi attuale è in realtà un cambiamento di paradigma.

Che ne sia uscito un vero e proprio manifesto non si può dire. Forse anche questo concetto va modificato in un periodo storico di trasformazione. Di certo è un’esplorazione della mutazione economica, sociale, ambientale e culturale che stiamo vivendo, condotta con lo spirito di chi non intende subirla, ma cogliere l’occasione per costuire una nuova prospettiva.

Orgoglio FactChecking – I lettori del Corriere sperimentano la piattaforma per prendersi cura dell’informazione

Il Corriere della Sera e i suoi lettori, insieme per prendersi cura della qualità dell’informazione, sperimentano la piattaforma FactChecking. Alla Fondazione Ahref sono tutti molto orgogliosi di questa considerazione. Dopo i social network stanno emergendo i media civici. E questo è un altro passo in tale direzione.

Vedi anche:

Daniele Manca commenta l’iniziativa.
Un articolo per il background scritto al momento della presentazione della piattaforma
Un articolo sulla scuola già segnalato per il factchecking
La pagina alla quale i lettori del Corriere arrivano se vogliono partecipare: la prima volta si devono iscrivere per prendere visione ed eventualmente dichiarare di ispirarsi ai principi dell’accuratezza, completezza, indipendenza e legalità; tutte le volte successive che si collegheranno andranno direttamente alle pagine dedicate alla verifica dei fatti citati negli articoli.

Programma liquido. Servizio Pubblico e LiquidFeedback

Per un programma liquido, non per un partito televisivo.

Il programma Servizio Pubblico ha deciso di usare LiquidFeedback: «L’obiettivo è dimostrare che si può creare un programma politico dal basso, sulla scia dei Pirati tedeschi» dice il comunicato. Naturalmente questa scelta arricchisce i contenuti del programma e la relazione con il pubblico. Ma l’abitudine alla condizione irreale nella quale si trova il pubblico televisivo, condizionato, manipolato, stupito da un’informazione che spesso accetta di essere incompleta purché resti spettacolare, lascia una quantità di dubbi metodologici. Che vale la pena di porre subito.

1. LiquidFeedback servirà a produrre un programma televisivo o un programma politico?

Servirà certamente a contribuire nella produzione di un programma televisivo. Per quanto riguarda il programma politico occorre intendersi. Se Servizio Pubblico vuole proporsi con un’immagine di giornalismo indipendente, in nome appunto del servizio pubblico, e non vuole scendere nell’arena della competizione partitica, l’eventuale programma politico che potrebbe produrre con questa iniziativa dovrebbe rivolgersi all’insieme del sistema dei partiti e non a uno specifico partito. Né tantomeno diventare la premessa per la trasformazione del programma televisivo in un partito. Poiché il pubblico di Servizio Pubblico non rappresenta certo l’insieme della società italiana, il programma politico che produrrà sarà, con ogni probabilità, piuttosto orientato a favore di un particolare – per quanto popolare – punto di vista. E potrebbe quindi tradursi in un movimento che articola gli interessi del pubblico della trasmissione nella speranza che i partiti li sappiano sintetizzare e interpretare correttamente.

2. Che cosa significa attivare il pubblico di una trasmissione televisiva con la metafora della costruzione di un programma politico?

Servizio Pubblico, erede della lunga serie di trasmissioni di Michele Santoro, ha dimostrato di sapersi reggere in condizioni particolarmente difficili con un pubblico numeroso anche quando ha perso la sua collocazione alla Rai. È un programma che interessa milioni di persone che lo hanno sentito come uno spazio alternativo a quello dell’informazione afferente al grande potere televisivo italiano. La crisi politica di quel potere potrebbe risultare paradossalmente in una perdita di audience per Servizio Pubblico. Un rinnovamento radicale si impone. E potrebbe essere che la diluizione del potere di scelta delle istanze da sostenere in trasmissione attraverso un confronto ben organizzato con il pubblico sia una strada capace di portare a una maturazione del programma stesso, per costruire il suo successo oltre la fine della fase storica nella quale godeva di un’identità molto chiara di alternativa informativa al potere.

3. Il principale rischio è che la metafora prenda il sopravvento e venga scambiata per la realtà?

Sì. Se la metafora prendesse il sopravvento sulla realtà, se il conduttore della trasmissione si lasciasse andare a sostenere che il pubblico di Servizio Pubblico forma una sorta di partito con un suo programma e lo volesse imporre con una logica di parte orientata alla conquista del potere, perderebbe la funzione di organo di informazione. E verrebbe decodificato come un sistema di interessi. L’indipendenza e la credibilità dell’informazione sarebbero compromesse. Alcuni tra i promotori dell’iniziativa, tra i quali il sottoscritto, smetterebbero immediatamente di partecipare.

4. Ma il pubblico capirà? Sarà attivo e indipendente o passivo nei confronti della trasmissione?

Non sarà facile. Molto dipenderà dal modo in cui la trasmissione gestirà la relazione con il pubblico su LiquidFeedback. In quella piattaforma, le istanze vengono portate avanti da chiunque, discusse da tutti e votate secondo un sistema piuttosto articolato ma efficace. Il problema è che in un contesto nel quale partecipano persone di normale notorietà e persone di enorme notorietà, come quelle che vanno in tv, le istanze sostenute da queste ultime rischiano di generare uno squilibrio significativo nel dibattito e nelle conseguenti votazioni. Si potrebbe inoltre generare all’interno della piattaforma una corsa alla notorietà da parte di alcuni che vogliano ottenere attenzione intorno alle istanze che sostengono, in una sorta di spirale emulativa di quanto avverrebbe con l’entrata in gioco dei partecipanti alla trasmissione. In tutti i casi ci sono alcune persone che godono di una fama superiore alle altre. E la fama si traduce in un accumulo di potere: perché le discussioni e le votazioni, su questa piattaforma, avvengono spesso attribuendo una delega alle persone nelle quali si ripone fiducia. Ma il trade off è chiaro: se gli autori della trasmissione lasceranno molta libertà all’auto-organizzazione del pubblico, rischieranno che sia questo a dettare l’agenda del programma; se si imporranno troppo finiranno per impedire l’equilibrato svolgimento delle discussioni e votazioni. Vedremo.

5. Populismo o democrazia?

Impossibile impedire alla democrazia di sconfinare nel populismo se non c’è una regola di tipo “costituzionale” che protegga i “corpi intermedi” e le minoranze. E soprattutto se non c’è un sistema di informazioni indipendente e metodologicamente corretto, dunque non interessato al prevalere di una parte sull’altra. L’esperimento del LiquidFeedback di Servizio Pubblico sarà prima di tutto un esperimento di innovazione nel metodo con il quale lavorano le persone che fanno informazione. Se prevarrà una maturazione metodologica orientata alla completezza e indipendenza informativa il risultato sarà un miglioramento sostanziale della mediasfera italiana. Se invece prevarranno le logiche di governo del pubblico da parte della conduzione del programma l’esperimento si esaurirà in un cinico e corale “ve l’avevo detto”.

Insomma: o si avvia davvero un movimento per la partecipazione popolare alla formulazione di un programma politico pre-partitico arricchito da un sistema di informazioni sistematicamente indipendente, oppure si avvia un’ulteriore finzione televisiva.

La mia modesta partecipazione a questa prima fase dell’esperimento è motivata dall’apertura alla possibilità che questa iniziativa provochi un’evoluzione del lavoro di chi fa informazione all’interno del sistema – dunque della funzione di chi fa il programma televisivo e dell’insieme dei produttori professionali o amatoriali di informazione – nella direzione di una maggiore consapevolezza metodologica. Accuratezza, indipendenza, completezza, legalità sono i principi verso i quali una maturazione metodologica di questo genere può e deve tendere. Altrimenti l’esperimento porterà alla constatazione del suo fallimento.

In ogni caso, avremo imparato qualcosa di nuovo.

Ben venga dunque questo tentativo. Una sfida alla televisione che la televisione si lancia da sola. Un esperimento che genera nuova conoscenza. Un’occasione per vedere un insieme numeroso di persone confrontarsi per generare forme di partecipazione politica nuove. Un’iniziativa che, vista senza preconcetti e con mente aperta, non può che alimentare una stima preliminare per chi la lancia.

Quanto si paga alla Siae per fotocopiare qualche pagina di un libro?

Per fotocopiare qualche pagina di un libro si deve pagare la Siae. Anche per uso personale. A qualcuno è sfuggito? Giusto una vecchia cosa. Tanto per infilarsi in un labirinto. Ma siccome tutti quelli che comprano libri possono incappare in questa norma, tanto vale osservarlo.

La domanda è: quanto si deve pagare?

Dovrebbe essere chiaramente indicato ogni copia di libro che vuole essere protetta, no? Prendi un libro. In una delle prime pagine ci sono tutte le attribuzioni del diritto d’autore. Molti editori non dicono che si deve pagare la Siae per le fotocopie. Altri editori precisa che: “Le fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di ciascun volume dietro pagametno alla Siae del compenso previsto dall’articolo 68, commi 4 e 5, della legge 22 aprile 1941 n. 633″.

Vuoi pagare? Cerca la legge.

La legge si trova online, per esempio, sul sito della Siae. Cerchiamo l’articolo 68. I commi 4 e 5 dicono che il prezzo è determinato in base ai criteri previsti dall’articolo 181ter. Si può andare a quell’articolo e si viene rimandati alle decisioni del Consiglio dei ministri e del comitato permanente per il diritto d’autore del ministero della Cultura. Si cerca online quel comitato o qualche decisione in materia e ci si perde.

Si può tornare alla legge. C’è un passaggio rivolto essenzialmente ai centri che fanno professionalmente fotocopie che suggerisce come il prezzo di una pagina fotocopiata non può essere inferiore, salvo eccezioni, al prezzo medio di una pagina di libro rilevato annualmente dall’Istat.

A questo proposito, prima di Istat Google propone calamandrei.it. Che dice che nel 2005 una pagina di libri di varia per adulti aveva un prezzo medio di 11 centesimi, la scolastica 5,3…

Altre informazioni? Ben accetto ogni commento e suggerimento.

L’ideologia della tecnologia che abbatte i costi di tutto. Il caso della benzina presa dall’aria e dall’acqua

L’Independent ha dato la notizia di una nuova tecnica – inventata da un’azienda britannica che si chiama Air Fuel Synthesis – per generare un combustibile che potrebbe essere usato nelle auto attuali e che si può produrre con la CO2 estratta dall’aria e con l’idrogeno estratto dall’acqua. E ha poi ribatito la notizia aggiungendo il giorno dopo che la Air Fuel Synthesis rifiuterà qualunque offerta di acquisto da parte di compagnie petrolifere. La Repubblica ha ripreso la storia sottolineando i costi elevati della tecnica ma concludendo con un richiamo a un’idea spesso ripetuta secondo la quale la tecnologia prima o poi riesce ad abbattere i costi.

È vero che quando una tecnologia raggiunge un livello per cui possono partire le economie di scala i costi scendono. Ma non è detto che questo possa essere vero in ogni caso se per esempio esistono limiti fisici invalicabili. Per ora i costi di estrazione dell’idrogeno dall’acqua non sono stati ridotti in modo significativo. Del resto l’estrazione della CO2 dai filtri che la sequestrano dall’aria continua a costare. In realtà, questo genere di costi potranno probabilmente essere abbattuti non attraverso economie di scala o miglioramenti tecnologici, ma eventualmente a partire da nuove scoperte scientifiche.

A meno di non ridefinire lo scopo della tecnologia proposta. Se invece di parlare di una nuova fonte di energia, volessimo parlare di un nuovo modo per immagazzinare energia allora si potrebbero raggiungere interessanti risultati. Se per esempio si usano grandi centrali solari per estrarre l’idrogeno dall’acqua, il risultato è un idrogeno che di fatto serve come una batteria per immagazzinare l’energia solare. Il problema è comunque il costo e l’efficienza del processo. Che può diventare conveniente o attraverso un miglioramento scientifico e tecnologico o in rapporto all’eventuale aumento del prezzo del petrolio.

In breve. Non è che il processo della tecnologia abbatta i costi con certezza: questa è una sorta di idelogia. In realtà, i costi possono scendere solo attraverso un lungo processo di invenzioni tecnologiche, finanziamenti alla ricerca, investimenti in start-up, informazioni corrette sul piano tecnico, apertura mentale ed empirismo imprenditoriale, e così via. Anche per questo vale la pena di partecipare al processo: non è vero che il primo che arriva a far parlare i giornali di un’idea sarà necessariamente quello che ne trarrà il vantaggio economico, perché il processo innovativo è largo e offre spazio a molti contributi. Imho.

Il ministro Terzi dice la cosa giusta

All’Igf2012 di Torino, il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, in un messaggio registrato in video, dice la cosa giusta: «Internet è il più grande spazio pubblico mai creato. Ed è un bene comune».

Stefano Rodotà, nel suo keynote, approva. Ma fa notare che lo stesso governo ha introdotto in un articolo del disegno di legge sulle semplificazioni che dichiarerebbe che nell’esercizio dell’impresa non si applicherebbe il diritto alla protezione dei dati personali. Sicché i dati sarebbero proprietà dell’impresa con detrimento degli interessi di lavoratori e consumatori. Questo è avvenuto pochi giorni fa.

Giustamente Juan Carlos De Martin, di Nexa, ha introdotto i lavori dicendo che l’Igf quest’anno avviene in un contesto diverso, positivamente: per la prima volta avviene in un’Italia che si è data un’agenda digitale e ha un governo consapevole dell’importanza di internet.

Ma sta di fatto che lo stillicidio di norme e indicazioni politiche che di volta in volta favoriscono o contrastano la necessaria crescita di consapevolezza intorno ai cambiamenti introdotti dalla rete nella società. Per spingere sulla capacità della società e dell’economia di cogliere le opportunità offerte dalla rete, invece che averne paura. La confusione politica, ovviamente, è comprensibile, in un contesto tanto innovativo. Ma questo richiede anche un’accelerazione dell’aggiornamento culturale dei politici. Che in effetti, resta piuttosto dubbio.

Marc Augé e i tre ordini della surmodernità: oligarchi, consumatori, esclusi

Marc Augé l’antropologo che ha saputo portare i suoi strumenti di ricerca al servizio della comprensione della civiltà occidentale contemporanea ha creato nozioni di grande forza interpretativa. Come l’idea di “surmodernité” e l’elaborazione intorno ai “non luoghi”. Oggi era a Bologna, per la conferenza “Cultura e giustizia sociale” organizzata da Unipolis nel quadro di Culturability.

Riasssumo. Marc Augé ha esordito osservando come la contraddizione tra le prospettive aperte dalla scienza e la paura del futuro che pervade la popolazione sia connessa con i limiti raggiunti dalla cultura tradizionale dello spazio e del tempo sia connessa a una sorta di iperpresente che conduce a un paradosso (che riassumo sperando di non tradire il pensiero di Augé): per guadagnare tempo aumentiamo i tempi morti e li riempiamo di consumi operati con i nuovi media. La logica del consumo si insinua nella geografia cambiando le distanze: l’aereo avvicina i luoghi lontani ma la città trafficata si allontana dal suo proprio aeroporto; le multinazionali comparano le condizioni dell’offerta di lavoro tra paesi lontani ma li avvicinano con i trasporti navali più efficienti della storia. Il civismo e la solidarietà si spezzano di fronte alle logiche del consumo. La solitudine aumenta.

Se Duby studiava i tre ordini medievali – aristocrazia, clero e popolo – oggi emergono tre nuovi ordini sociali: gli oligarchi, i consumatori e gli esclusi. Gli oligarchi vivono in un mondo a parte dove coltivano l’enorme potere e ricchezza che accumulano nella loro posizione, tra la finanza, l’alta politica e il governo delle multinazionali. I consumatori sono il grosso della popolazione. Ma negli interstizi della loro società, a loro volta in un mondo a parte, vivono gli esclusi.

IL mondo attuale ci chiede di ripensare il tempo: che non è un eterno presente. Ci accorgiamo che il denaro e gli oggetti di consumo finiscono.

Si riscopre il valore del rito. Che a sua volta affonda le radici nel passato, che rispetta, ma non funziona se non apre la visione verso l’avvenire. L’arte in questo senso è rituale.

I festival culturali – che hanno tanto successo in Italia e testimoniano della “fame” di cultura di questa popolazione – potrebbero a loro volta essere dei riti. Di certo, la gente si ritrova in piazza a celebrare un accesso alla cultura che però non risolve le divisioni: le persone comprendono ciò che possono in base alla loro diversa preparazione.

A fronte di tutto questo emerge la priorità più chiara e netta del mondo attuale. Un’utopia dell’educazione che aiuti le persone a svilupparsi, che risponde a domante esistenziali e scientifiche, che riconosce – con Sartre – in ciascun uomo l’intera umanità. Che culturalmente tiene conto dell’uomo individuale e cosciente di sé, dell’uomo culturale che trova i suoi riferimenti in un insieme che lo accomuna agli altri uomini, dell’uomo generico, universale, che rappresenta la specie umana.

Un’utopia realizzabile e necessaria. Perché la scuola venga prima della piazza.

Disintermediazione e opportunità nell’editoria di libri digitali – Update

Le dinamiche dell’editoria libraria digitale sono aperte anche agli italiani. Marco Ferrario, Paolo Giovine sono solidi professionisti che stanno costruendo. Mondadori con Kobo sta ampliando il mercato. E’ evidente che Amazon fa scuola. E che Apple disegna nuove dimensioni del mercato. Ma questi giganti non occupano necessariamente tutto lo spazio.

Marco Ferrario, BookRepublic, ha tenuto una lezione sull’editoria digitale allo Iulm. La visione è chiara: la tecnologia sta decollando, anche se il mercato è ancora molto da costruire. Ecco un brevissimo update.

Le piattaforme tecnologiche consentono la disintermediazione nella relazione tra autori e pubblico. Mettono i lettori in condizione di influenzare fortemente la produzione libraria. E aprono a un florilegio di nuove inziative che si specializzano in un segmento della filiera che un tempo era tutta concentrata nel processo degli editori tradizionali.

Segnalazioni, in materia, da seguire:
BiblioCrunch: professionisti editoriali al servizio, online, degli autori che si autopubblicano
GoodReads: come trovare libri da leggere (alternativa ad Anobii): ma poi ci sono anche ReadMill e Jelly Book
Literary death match: una forma di promozione degli autori di libri vagamente pop
Zeega: grande sperimentazione remix crossmediale

Per aggiornamenti profondi e continuativi va consultato il blog di IfBookThen.

Intanto, avanza il progetto di Paolo Giovine e Conversa che con SkipCoder hanno realizzato una piattaforma per creare facilmente bookapps. E’ usata per esempio da PaddyBooks per realizzare e pubblicare il suo divertente libro per bambini Cercami.

AntiMap: Big Data fai-da-te in tasca

La AntiMap è un progetto – open source – per registrare e visualizzare i dati che si possono raccogliere con lo smartphone. E’ uno dei progetti segnalati agli Information is beautiful Awards.

Sul business dell’editoria in digitale, questioni aperte da troppo tempo

In un’intervista di qualche giorno fa a Lo spazio della politica, Andrea Santagata di Banzai offre alcuni spunti di riflessione importanti sull’editoria dell’informazione.

Aiuta a fare un bilancio di cose osservate e tendenze chiare. Per arrivare a conseguenze che impongono due vie: o si cambia radicalmente o si riducono le risorse per il business degli editori che si occupano di informazione in versione cartacea tradizionale. L’urgenza non è più una questione per visionari. E’ una questione stringente per tutti.

IL punto di partenza di Santagata è la constatazione del fatto che la vendita di contenuti di informazione in rete è molto difficile.

Quindi resta la pubblicità. La pubblicità digitale aumenta. E’ arrivata a 1.3 miliardi e se cresce come ha fatto finora può arrivare a 2.2 miliardi nel giro di cinque anni. Contemporaneamente la pubblicità convenzionale diminuisce. E in valore assoluto diminuisce di più di quanto quella digitale aumenti. Non solo. Mentre la competizione per la pubblicità cartacea resta confinata alle aziende editoriali, su internet competono per la stessa pubblicità anche le piattaforme di distribuzione e ricerca delle notizie: un po’ come se gli edicolanti e i trasportatori si facessero pagare dagli inserzionisti dei giornali di carta. La forza delle piattaforme è tale che raccolgono almeno 700 milioni (sui citati 1,3 miliardi). Per gli editori tradizionali in versione online la competizione è durissima.

Inoltre, il tempo mediatico si divide molto. Quando si comprava un giornale di carta l’attenzione del lettore restava su quel giornale per lungo tempo. Ora sul sito di informazione può restarci pochissimo tempo e il passaggio a un concorrente è abbastanza facile.

La competizione per la pubblicità e per il tempo mediatico è estremamente dura. Difficile, conclude Santagata, che il bilancio si risolva positivamente per gli editori se non cominciano a concentrarsi fortemente sulla riduzione dei costi.

Questo ragionamento è perfettamente razionale. Ci sarà una spirale di riduzione delle risorse per gli editori tradizionali. A meno che…

A meno che non si introducano innovazioni radicali.

Le domande si accavallano e le proposte di soluzione fin qui sperimentate sono molte. Gli obiettivi immaginabili da questa innovazione radicale, alternativi o cumulativi, sono:
1. Trovare il modo di far pagare le notizie (dalla narrazione dei fatti in teatro al servizio digitale personalizzato e oltre)
2. Trovare il modo di convincere i lettori a sostenere il servizio di informazione con formule di “membership”
3. Passare a una formula non profit e cercare il sostegno della comunità dei “benefattori”
4. Creare piattaforme più efficienti e interessanti di quelle create dai motori algoritmici e sociali esistenti.
5. Embedding delle notizie in contenitori non replicabili di tipo ispirato all’esperienza dei sistemi iTunes-iPod o Amazon-Kindle.

Nessuna di queste strade è facile. Sicuramente andranno perseguite in modo molteplice, sperimentale, non ideologico. Ma con energia.

La competizione sulle notizie atomiche messe in rete valorizza i sistemi per trovarle. E le home page dei siti editoriali sono solo un modo per trovarle: gli utenti di Facebook, Twitter e Google spesso le trovano in altro modo.

Il coinvolgimento del pubblico nelle vicende dell’informazione può avvenire in modi vari. Le decisioni collettive hanno bisogno di informazione metodologicamente corretta. Perché una o più tra le cinque strade citate possa funzionare occorre inevitabilmente un insieme di scelte decise per ottenere una riconoscibile qualità del servizio di informazione a favore del pubblico – e non dei sistemi di potere – con un’innovazione tecnologica e di design che cambi radicalmente il ritmo e la leadership nel settore. C’è molto da fare. Con passione, visione e spirito empirico. Imho.