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Month June 2012

Editoria alla TED.
Spunti di riflessione

Per partecipare a TED, in teatro o addirittura in diretta via cavo, alcune centinaia di persone pagano alcune migliaia di euro. Non conosciamo il fatturato finale che è probabilmente rafforzato da sponsor, i quali peraltro concorrono in modo significativo alle spese. L’organizzazione è non profit, anche se naturalmente chi ci lavora è pagato e non sappiamo quanto. Stiamo comunque parlando di una struttura che riesce a far circolare alcuni milioni di euro. E che cresce e guadagna. È un nuovo tipo di editore. Anzi, ha qualcosa da insegnare agli editori tradizionali.

La linea editoriale può far discutere, può piacere o non piacere, di certo si concentra sulla gratificazione e l’aggiornamento di un numero limitato di “membri” che partecipano pagando molto per accedere agli eventi fisici e sulla notorietà del marchio che è sostenuta dal successo indiscutibile dei video dei talk e sulla diffusione massiccia degli eventi chiamati TEDx, che consentono a chi lo voglia, seguendo delle guidelines precise, di organizzare un miniTED ovunque nel mondo. Ci sono poi i premi (il prossimo vale 1 milione di dollari), il programma dei traduttori volontari, le conversazioni online, il blog e tutto il resto. In sintesi: visto come editore, TED vende biglietti per eventi fisici e ne sostiene il valore diffondendo i suoi contenuti gratuitamente. Vince gratificando i membri paganti che sono certi di assistere sempre a eventi di grande valore. E in effetti TED riesce a generare questo effetto: i partecipanti appaiono davvero intensamente coinvolti nell’evento, come del resto gli speaker e gli organizzatori.

Si direbbe che sia un’esperienza analoga a quella di alcuni musicisti che si sono adattati alle condizioni tecnologiche e di mercato del nuovo millennio: cercano il fatturato con i concerti e accettano di fatto che i contenuti siano diffusi gratuitamente online o via radio per sostenere la propria notorietà. Anche in quel caso i partecipanti sentono che al concerto avviene qualcosa di speciale e per questo pagano molto.

I giornali si sono sempre presentati come oggetti prodotti in modo industriale, basso costo unitario e grande volume. E forse per questo hanno preso la strada del basso fatturato unitario e alto volume anche in rete. Ma qui il fatturato unitario è davvero molto basso: contenuti gratuiti e pubblicità molto molto conveniente. Per questa strada, il numero di utenti necessari a raggiungere il fatturato garantito dalla tecnologia della distribuzione cartacea è davvero troppo elevato perché il modello sia davvero conveniente. Inoltre, inseguire il volume non è necessariamente il modo migliore per sostenere sempre la qualità del contenuto. Anche perché esistono competitori che hanno meno problemi di difesa della qualità.

È chiaro che per i giornali la strada è quella di ritrovare una modalità per offrire contenuti di alto valore e alta qualità, per i quali le persone siano disposte a pagare. Che cosa sarà? Un insieme di servizi che cercheranno di essere percepiti per il loro valore elevato, forse per il design (iPad?), forse per la profondità (informazioni specialistiche?), forse per la fisicità (incontri in teatro con i protagonisti?). In tutti i casi, TED insegna una cosa: i pochi paganti devono sentirsi membri di un club speciale e, in quanto tali, devono poter accedere a informazioni di valore speciale. In quei casi, anche la pubblicità assume forme di valore più elevato, apparentemente.

Non si tratta di fare solo questo, naturalmente. La strada che gli editori di giornali hanno davanti è lunga e densa di sperimentazioni in molte direzioni.

Probabilmente che i giornali continueranno a fare tutto quello che hanno fatto: edizioni cartacee, siti web a basso valore aggiunto e altro volume, raccolta pubblicitaria di ogni genere; ma forse potranno aggiungere delle proposte per i “membri” della cerchia più stretta, quelli che ci tengono veramente. E per i quali il giornale deve tenere veramente. Questo potrebbe tra l’altro aggiungere orgoglio e passione a tutte le redazioni e alle varie produzioni, oltre che sincerità e autenticità di relazione tra professionisti e amatori dell’informazione. Su quest’ultimo punto, sottile e delicato, si gioca ovviamente la partita più importante e difficile. Anche per TED, ovviamente. Imho.

Metodo TED

L’ultimo giorno di TED Global è stato un discorso sul metodo. «Non basta l’apertura dei dati e la scoperta delle correlazioni a generare il cambiamento» ha detto Margaret Hefferman ricordando che ci sono voluti vent’anni perché si decidesse di tirare le conseguenze pratiche della scoperta che l’esposizione ai raggi X delle donne gravide aumentava drammaticamente il rischio di cancro nei figli. Occorre un metodo che convinca della necessità del cambiamento. Ogni teoria deve essere sottoposta a critica. E ogni organizzazione deve funzionare in modo da consentire la critica e la discussione empirica fino al raggiungimento di una conoscenza migliore e accettata. Le organizzazioni che non ammettono questo metodo non pensano. E con ogni probabilità sbagliano. «Openness is not the end, it’s the beginning».

Il metodo di derivazione scientifica diventa insomma l’ispirazione per il miglioramento del metodo con il quale funzionano le organizzazioni. Disponibilità dei dati, possibilità di usarli, teorizzazione, verifica empirica, critica, visioni alternative, verifica, e così via.

Certo è che se tutto parte dai dati e dalle informazioni disponibili, internet serve a far partire il processo. Ne ha parlato John Wilbanks per quanto riguarda i dati. E quei dati devono essere disponibili e utilizzabili. «Il copyright sulle opere creative, assomiglia al concetto di proprietà privata» ha detto Kirby Ferguson, cineasta e remixer: «Ma la creatività non funziona così». Ferguson ha fatto ascoltare alcune canzoni di Bob Dylan paragonandole a canzoni tradizionali e ha concluso: «Due terzi delle prime melodie di Bob Dylan erano “prese a prestito” dalla canzone tradizionale». Le opere d’autore sono sempre dei remix, dice Ferguson. «Perché la creatività non viene da dentro di noi, ma dalla nostra interrelazione con gli altri. Dipendiamo dagli altri». E Chris Anderson ha commentato che la vita vale la pena di essere vissuta se la vediamo attraverso idee interconnesse con quelle degli altri e comunque più grandi di noi. TED è un enorme successo proprio perché ha scelto di “aprire”: i video degli speech che la gente paga migliaia di dollari per vedere dal vivo in teatro, sono gratuiti in rete e milioni di persone li seguono, migliaia di persone li traducono. Lo stesso marchio è diventato aperto con il programma dei TEDx. Per un editore si tratta di un’esperienza tutta da studiare. Del resto internet alimenta anche l’abitudine alla critica, ha detto Michael Anti (Zhao Jing), blogger cinese: «In Cina c’è il firewall. Ma ci sono 500 milioni di utenti di internet. E 300 milioni condividono contenuti in rete. La Cinanet è separata da quella del resto del mondo. Ci sono i servizi copiati da Twitter, Facebook, Google, YouTube. E un numero incredibile di persone, paragonabile a tutta la popolazione degli Stati Uniti, li usa massicciamente. L’effetto della rete funziona anche all’interno del firewall». Il caso del deragliamento del treno che le autorità volevano coprire è diventato un motivo di critica talmente diffuso nella rete cinese che alla fine le autorità ne hanno parlato e hanno addirittura imprigionato i responsabili.

Fin qui, il metodo internet funziona. Ma che succede con le decisioni democratiche?

Clay Shirky ha ripercorso l’insieme del ragionamento. «Mary, alunna delle elementari, ha deciso un giorno di fare un blog con le fotografie dei pasti che riceveva a scuola. Un giorno ha scritto che c’era un capello nel piatto. Il suo seguito è aumentato e ha raggiunto le migliaia di persone». Fino a che fu richiamata per questa sua attività. E scrisse che la scuola le impediva di continuare il blog, quindi lo chiudeva. «Che osa pensate che sia successo? Una quantità incredibile di messaggi di protesta. Si censurava la bambina. Uno scandalo enorme. La scuola dichiarò che non aveva mai avuto intenzione di censurare la bambina. E il blog è di nuovo in piedi».

La quantità di punti di vista si moltiplica. Shirky dice: «Più ci sono idee in giro e più ci sono probabilità di discussioni con opinioni contrastanti. Ora si dice: tutta questa informazione e tutte queste discussioni sono piene di cavolate. Voglio ricordare che, dopo l’invenzione della stampa, il primo libro erotico è arrivato circa 150 anni prima dell’invenzione della prima rivista scientifica. Ma il problema è chiaro: non vogliamo più discussioni, vogliamo discussioni migliori».

Come? Shirky ripercorre la storia del sistema decisionale che ha portato alla realizzazione del sistema operativo Linux. Non un caos assoluto, un caos gestito. Linus Torvalds si è occupato per tre anni del sistema operativo ricevendo i pezzi di codice via mail e pensando come poteva migliorare la sua organizzazione. Alla fine scrisse che aveva capito come fare a garantire la collaborazione controllata tra persone libere. E inventò il Git che consentiva a tutti di cambiare il codice ma associava a ogni cambiamento un numero unico distintivo. La soluzione si rivelò molto buona per migliorare il sistema decisionale necessario alla produzione di Linux. In questo modo persone che non si conoscevano cominciavano a fidarsi le une delle altre. «Anche per fare le leggi in modo che la popolazione partecipi alla loro scrittura si può trovare una soluzione che generi fiducia e responsabilità. Una società migliora se trova un modo migliore per discutere».

Shirky segnala che la struttura della piattaforma ha una conseguenza sul comportamento delle persone che la usano. «Ogni strumento contiene un suo implicito sistema di management delle decisioni».

I media civici sono un’innovazione che favorisce la consapevolezza del metodo che accomuna le persone, anche quando hanno opinioni diverse.

I sette minuti e mezzo
di Jane McGonigal

Ok. Jane McGonigal, game designer, ha cominciato il suo discorso stamattina a TED. Ma mentre parlava, circa sette minuti dopo l’inzio, è saltata la luce. Era l’ultimo discorso della mattinata. Quindi, McGonigal ha finito il discorso prima della prima sessione del pomeriggio. Senonché si è scoperto che la prima parte non si era registrata. Quindi alla fine dell’ultima sessione ha dovuto ripetere la prima parte. Il tutto per registrare il video: che è il vero moltiplicatore della notorietà di coloro che intervengono a TED. E ricominciando ha ripetuto anche un dato che era sfuggito. «Mi dò una missione per questo intervento. Voglio aumentare la durata della vita di tutti quelli che l’ascoltano di 7 minuti e mezzo»… Sette minuti. Sembra proprio un gioco.

A proposito. La vita si allunga se si gioca di più, secondo Jane, se cioè si cerca di essere felici.

A bocca aperta.
Day three at TED Global

A proposito. Secondo un sondaggio compiuto a occhio, la quota di mercato della Apple tra la gente che sta qui a TED è dell’80%. Oggi sessioni da restare a bocca aperta. Non tanto per quel poco di “buonismo” caramelloso. Piuttosto per un intervento di un livello di “cattivismo” che farebbe Morozov un agnellino. E soprattutto per i passaggi di artisti o game designer che dimostrano quanto sia più grande il mondo di quello che si pensa nell’abituale dimensione dell’utilità.

Ecco le sessioni di oggi:
Parla con gli sconosciuti
Il bello della trasparenza
Reframing

Deyan Sudjic. E si scopre sa il design cita l’Italia. Non dovrebbe sorprendere

Deyan Sudjic, curatore e direttore del museo di design di Londra, conosce ovviamente molto bene l’Italia. Incontrandolo a TED si scopre il piacere di essere riconosciuti per qualcosa di diverso dalla crisi, le follie politiche e la pasta. È tempo che ci pensiamo seriamente. Il design non è stato sufficiente all’Olivetti per passare con successo dal mondo meccanico a quello digitale. Ma il ricordo dell’Olivetti è ancora vivo tra coloro che conoscono la storia. Possibile che non si riesca a fare qualcosa di importante a partire da questo fatto?

Sto giusto leggendo il suo libro: The language of things (recensione del Guardian). La strategia della disattenzione portata avanti con la quantità di cose che possediamo e che parlano di una cultura – come minimo – confusa.

Philip Campbell, Nature: le pubblicazioni scientifiche si aprono

Philip Campbell, direttore di Nature, incontrato a TED, osserva il più grande cambiamento editoriale del momento nel mondo della scienza: «Se i fondi pubblici finanziano la scienza, la scienza deve essere accessibile senza costi eccessivi per l’acquisto delle riviste». E, dimostrando molta lungimiranza, Campbell appoggia questo cambiamento. Non solo. La sua rivista rilancia. E avvia un dibattito sull’apertura culturale della scienza, la trasparenza delle regole per chi partecipa agli esperiementi, la qualità della partecipazione della società all’evoluzione della pratica scientifica. Mentre i grandi atenei americani aprono gli insegnamenti alla rete.

È un cambiamento che annuncia una nuova fase della ricerca scientifica. Più partecipata socialmente. Più giusta e aperta. Più creativa. Dopo una fase di chiusura ed esagerato orientamento alla protezione della proprietà intellettuale.

La cultura scientifica
è accessibile. O non è

L’oligopolio delle pubblicazioni scientifiche in effetti sta esagerando. La biblioteca di Harvard si difende e contrattacca. Un memorandum del consiglio degli insegnanti dell’università parla chiaro e forte: «La politica dei grandi editori di riviste scientifiche sta generando una condizione fiscalmente insostenibile e accademicamente restrittiva». I prezzi degli abbonamenti stanno andando alle stelle, con aumenti anche del 145% negli ultimi sei anni e prezzi che ormai raggiungono l’ordine delle decine di migliaia di dollari all’anno. Il presidente del consiglio dice: «La crescita è semplicemente spettacolare e ci sta danneggiando seriamente». Il consiglio suggerisce a tutti i professori e alle associazioni disciplinari di cominciare a lavorare con pubblicazioni aperte per riprendere il controllo della comunicazione accademica che rischia di diventare impossibile. Intanto, all’Mit, un gruppo di 45 ricercatori ha formato l’Open Access Working Group. Negli ultimi 25 anni circa il costo per gli abbonamenti alle riviste scientifiche dell’Institute è cresciuto del 426% nonostante che il numero di riviste acquistate sia stato ridotto del 16 per cento.

Non è soltanto una questione di costi, come dicono a Harvard e all’Mit. È anche – e forse soprattutto – un problema di accesso alla conoscenza. La ricerca si fonda sulla condivisione dei risultati di tutta la comunità scientifica e viene certamente frenata dalle difficoltà di comunicazione. Inoltre, come osservava l’Economist, c’è una profonda irrazionalità in una condizione nella quale una buona parte della spesa in ricerca è pubblica ma i suoi risultati sono privati e inaccessibili se non a prezzi esorbitanti. Col risultato che le biblioteche pubbliche devono svenarsi per comprare conoscenze che sono state generate da soldi pubblici.

Gli editori di pubblicazioni scientifiche godono di una situazione particolarmente privilegiata: non pagano per gli articoli e in generale non pagano per le valutazioni professionali sulla loro dignità di pubblicazione, sono centri di potere crescente visto che la carriera accademica è sempre più legata alle pubblicazioni e alle citazioni nei giornali più importanti e spesso costosi, lavorano in un mercato poco concorrenziale. La Elsevier, uno dei principali editori del settore, ha fatturato nel 2011 oltre 2 miliardi di dollari con un profitto del 37 per cento. La casa editrice ha fatto sapere di non ritenersi coinvolta nella critica mossa da Harvard.

Comunque sia, questa situazione potrebbe essere destinata a cambiare. Proprio a causa del fatto che la pubblicazione, la valutazione e la revisione degli articoli scientifici è realizzata gratuitamente dai ricercatori e serve ad altri ricercatori, si stanno moltiplicando le iniziative che consentono di accedere alle pubblicazioni liberamente online. Intanto, la varietà dei contributi si amplia, con la diffusione di working papers, riassunti per gli studenti, scambi di opinioni e informazioni nei social network anche specializzati: ResearchGate, una rete di scienziati nata in Germania, ha raggiunto il milione e mezzo di iscritti e si sta espandendo proprio sulla base di una sanissima convinzione: è probabile che la conoscenza sia potere ma è inaccettabile che il potere definisca la conoscenza.

ps. parte di questo post era uscito su Nòva alcune settimane fa.

ProPublica. Il mito della creazione di valore per gli azionisti

Lynn Stout ha scritto un libro sulla creazione di valore per gli azionisti: pensa che la concentrazione strategica sul profitto per gli azionisti sia un mito molto dannoso. La realtà è che la massimizzazione del valore delle azioni non è un indicatore sintetico del buon andamento di un’azienda. Non tiene conto del reale insieme di persone che un’azienda coinvolge e non consente alcun pensiero di lungo termine. E non ha dunque alcun significato pagare gli amministratori delegati solo in ragione di quel valore. Ne parla ProPublica, con la libertà che è consentita a un giornale che si regge sulla filantropia di una fondazione e l’esperienza di un grande direttore come Paul Steiger.

ps. Uno dei rifondatori di quel mito è Milton Friedman (1970). La realizzazione di quel mito è stata la coppia Thatcher-Reagan. L’altoparlante è stato il softpower televisivo degli ultimi trent’anni. Ma quei trent’anni sono finiti. E le persone possono cercare di riportare la realtà a governare l’economia.

La lunga durata è la «nostra» dimensione. Day two at TED Global

La prospettiva che ci accomuna, come specie, come cultura, come storia, è quella della lunga durata. È quella delle cose importanti. L’attrazione quotidiana per le questioni particolari non ci aiuta a vedere l’insieme. Sintonizzarsi sulla lunga durata è come fare un viaggio nello spazio e guardare il pianeta e l’umanità nell’insieme. Il secondo giorno di TED Global si è concluso con la sessione dedicata alla lunga durata. Il che, a TED, oggi si è declinato pensando fondamentalmente all’ambiente, all’adattamento della specie al cambiamento, alla nuova medicina.

Su Crossroads il resoconto:
IL mondo aperto
Luci e ombre
Comportamenti cerebrali
Lunga durata

Leslie Chang sa che cosa chiedere per i lavoratori delle fabbriche cinesi

Leslie Chang, bravissima autrice di “Factory Girls”, sulla condizione dei lavoratori nelle fabbriche di elettronica cinesi, ha un’idea di quello che occorrerebbe per migliorarne la condizione. Chris Anderson di TED l’ha intervistata chiedendole che cosa direbbe al capo della produzione della Apple in un minuto, in nome dei lavoratori cinesi. Chang ci ha pensato un attimo, ha chiesto se davvero avrebbe avuto solo un minuto, e poi ha spiegato che i lavoratori dimostrano un bisogno fondamentale, enorme, fortissimo. Vogliono imparare. Nonostante la loro vita durissima trovano il modo di frequentare piccoli corsi che insegnano a fare cose elementari con il computer o a scrivere qualcosa in inglese. È la strada che vedono per migliorare. «Per cambiare la loro vita, la Apple dovrebbe facilitare il loro percorso di apprendimento. Certo, qualcuno cambierebbe azienda. Ma per tutti il lavoro avrebbe più significato».

La Germania vista in Germania.
Manca un’esplicita roadmap

Sarebbe fantastico conoscere il tedesco e leggere gli stessi giornali che si leggono in Germania. In inglese c’è Expatica. Mostra che l’immagine di Angela Merkel in Germania è davvero molto diversa da quella che si è ormai formata all’estero. Merkel appare isolata ma vincente. Si riporta che già ottenuto straordinari cambiamenti nelle politiche degli altri paesi. Che ormai accettano l’impostazione della Merkel. E non solo per la forza della Germania. Ma anche per la qualità delle sue idee. Aggiunge, il giornale, una citazione dal Bild. Che osservando come il debito pubblico tedesco sia arrivato ormai a duemila miliardi di euro, dice che non solo la Germania non deve garantire il debito degli altri paesi, ma non può neppure permetterselo.

Probabilmente la visione della Germania dall’estero è parzialmente sbagliata. Ma un elemento mancante è certamente un errore.

Se la condizione per sostenere l’euro deve passare necessariamente per l’integrazione politica, allo scopo di controllare il comportamento fiscale degli stati che fanno parte dell’unione, prima che possa essere consentita una condivisione di qualche genere del debito degli stati stessi, non si vede perché questo percorso non possa essere detto esplicitamente: una roadmap, che mostri la successione dei passaggi e i tempi necessari a compierli, non significherebbe certamente risolvere i problemi urgenti, ma darebbe un’agenda e un percorso, forse persino una risposta.

(Potrebbe essere una risposta utile persino all’interno della Germania, magari per aggiungere qualche mossa urgente all’azione lungimirante che sarebbe così impostata).

Meraviglia Malte Spitz

È meraviglioso che un grande politico come Malte Spitz, verde tedesco attivista per la privacy e i diritti digitali, sia orgogliosamente e serenamente balbuziente. Un sistema politico che dia spazio a una persona che non ha le caratteristiche necessarie a vivere la politica come una chiacchierata televisiva ma è portatore di valori e contenuti significativi merita grande ammirazione. La Germania insegna anche questo.

Certo, non va dimenticato che anche l’Italia ha avuto, occasionalmente, alcuni politici che convivevano con difficoltà di espressione e movimento.

Ma si ha l’impressione che i tedeschi abbiano dovuto maturare una consapevolezza democratica di grande profondità: se vogliamo insegnare qualcosa a loro, dobbiamo imparare quello che loro hanno da insegnare a noi.

Imparare è un divertimento incomparabile. Day One at TED Global

Beh, bisogna ammettere che TED Global era cominciato so and so con una sessione di grande qualità sebbene un tantino scontata, a parte la sorpresa di Shyam Sankar (Critical Crossroads). La seconda sessione è decollata con Massimo Banzi e gli altri costruttori di opere aperte. La terza sessione è stata un divertimento e un giacimento di energia: come impariamo… L’oggetto della sessione è stato il suo risultato. E imparare è un divertimento incomparabile.

Antony Gormley, il papà di Ivo…

Chi è stato a State of the net, la settimana scorsa, ha incontrato Ivo Gormley, regista. Ha parlato di un suo progetto londinese per il quale le persone che vogliono fare ginnastica senza sprecare il tempo in una palestra: in pratica gli iscritti mettono a disposizione il loro tempo per aiutare chi ha bisogno; e quando c’è un’emergenza raggiungono il posto di corsa facendo così il loro allenamento. Questa settimana suo papà è a TED: Antony Gormley, scultore.

Massimo Banzi giganteggia a TED. E supera l’ansia della performance

Tra i molti speaker di TED Global il massimo successo di oggi è per Massimo Banzi. La sua presentazione è una serie di esempi straordinari. Il ritmo dei casi che Banzi racconta accelera e i 15 minuti passano a tutta velocità. Perché Banzi supera la paura della performance dopo pochi istanti e comincia a pensare a quello che deve raccontare: che è davvero una quantità di fatti veri, affascinanti, capaci di ispirare gli innovatori. Esce dalla questione teatrale (o addirittura televisiva) e un po’ autoreferenziale che sembra svilupparsi nella pratica di preparare uno speech al TED e ricomincia, come sa, a pensare al pubblico e alle persone che inventano. Gli esempi delle applicazioni di Arduino sono straordinari. Su Crossroads qualche appunto. Ma qui vale la pena di osservare che, sebbene TED sia concentrato sulla qualità di tutto, comprese le presentazioni, la pratica di trasformare le persone che parlano in attori che recitano la propria storia non è sempre giusta e conveniente: il trade off tra la qualità della presentazione e l’autenticità del racconto implica la ricerca di un equilibrio difficile.

Scoprendo Shyam Sankar

La scoperta di Shyam Sankar ha un grande valore (via TED). Il suo tema è comprendere che conoscenza si trova in un enorme insieme di dati apparentemente disorganizzato. E ritiene che la strada per lavorare su questo tema non sia l’intelligenza artificiale, ma l’intelligenza aumentata, nella quale algoritmi e cervelli lavorano insieme per risolvere problemi.

Intelligenza aumentata

L’intelligenza aumentata è una soluzione tecnica che aiuta gli umani a prendere decisioni migliori. Una sorta di primo passo verso un’emergente intelligenza collettiva. È composta di una “diversità di talenti”, si appoggia sulle abilità di persone dentro e fuori l’organizzazione, analisi iterativa e non lineare (il software abituale oggi prevede invece un processo lineare), il loop di feedback aumenta la varianza. Il lavoro è ispirato da “version control” una sorta di sistema semantico per i dati. L’output di qualcuno è l’input di un altro e il sistema diventa iterativo. Si devono abilitare diversi sentieri di ricerca contemporaneamente. I casi di ricerche citati da Sankar sono state realizzate in tempo limitato con volontari a part time. E hanno funzionato.