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Month February 2012

Windows 8 – la tensione è mobile

A quanto pare la tensione innovativa per i grandi produttori viene dall’internet mobile e ha conseguenze sull’internet fissa. I numeri e la crescita sono dalla parte del mobile, ovviamente (Apple ha venduto il doppio più iPhone e iPad negli ultimi due anni di Mac negli ultimi dieci). E anche la leadership culturale, il design più interessante, le nuove funzioni, sono più sincronizzate con il mobile che con il fisso. Per i grandi produttori.

Il mobile è un mondo nel quale le grandi piattaforme possono separarsi di più dai concorrenti, creare forme di lock-in nuove, abituare le persone a pagare e a dare la loro vera identità. E tutto questo, negli anni recenti, ha favorito Apple e Google più di Microsoft. Ora la Microsoft allude alla possibilità che anche nel suo mondo avvenga qualcosa di simile, con Windows 8, una nuova versione piuttosto importante, il cui design sembra dare il segnale che i pc vanno tirati dentro il flusso del mobile. Il problema della Microsoft è l’incredibile quantità di soldi che fa con i pc, per via di Windows e di Office. E quindi non li può certo trattare come strumenti di secondo piano. Per cui propone la nuova interfaccia di Windows 8 in modo che gli utenti vi ritrovino le forme piacevoli cui sono abituati con i loro telefonini Windows-Nokia. E persino agli sviluppatori, Microsoft dice di andare verso il mobile: anche qui c’è un negozio online dal quale scaricare il software per Windows e che chiede una commissione agli sviluppatori (un po’ meno di quella richiesta da Apple dopo una certa quantità di download).

Non è chiaro quante organizzazioni e aziende abbiano seguito Windows in tutte le sue recenti evoluzioni. Da Vista in poi l’upgrade è stato meno automatico di quanto non accadesse in passato. Vedremo se la consumerization e la conseguente domanda aziendale funziona anche per l’interfaccia del pc.

Ma un fatto è certo. Il ricentramento dei grandi sul mobile lascia ampi spazi innovativi nel fisso per chi lavora su Linux, per chi non intende lasciarsi troppo ingabbiare, per chi ha proposte che funzionano a favore di chi ama uscire dalla filter bubble delle grandi piattaforme. Ma anche costoro qualcosa possono e devono imparare da questa fase di leadership culturale del mobile: la grande innovazione dell’usabilità e del design.

Jeffrey Schnapp e la memoria dei media digitali

Sostiene Maurizio Ferraris che un oggetto sociale non esiste se non è documentato. E osserva che l’evento più importante di questa epoca è l’esplosione della registrazione. Ciò che davvero distingue i nuovi media è la memoria. Non per nulla le sue parole si sono incrociate benissimo con quelle di Jeffrey Schnapp, del MetaLab di Harvard, ieri alla Bocconi, con le Fondazioni Mondadori, Cariplo e Ibm, per una mattinata introdotta da Paola Dubini, director del centro ASK dell’Università Bocconi.

Schnapp sta cercando di esplorare le conseguenze profonde, colte, dell’avvento dei media digitali. La sua formazione di storico, la sua sensibilità per il design, la sua conoscenza delle possibilità offerte dalla tecnologia testimoniano tra l’altro la fine dei grandi confini disciplinari. E, con soddisfazione di chi ha la stessa formazione, dimostrano che lo studio della storia e l’esplorazione del futuro si possono fondare sullo stesso terreno culturale.

Non a caso, uno dei temi che si è posto Schnapp è la trasformazione dell’archivio. Dice Schnapp che i media nuovi di solito si aggiungono a quelli già sperimentati, casomai ridefinendone la collocazione nell’ecosistema. E questo crea un livello crescente di ridondanza. La rivoluzione digitale ha introdotto alcuni cambiamenti fondamentali. Nel mondo analogico il momento della pubblicazione era il “momento della verità” (in molti sensi, in effetti…): ora, dice Schnapp, la pubblicazione è un processo iterativo, fluido, nel quale il lavoro è fatto e rifatto continuamente, dagli autori e dai lettori, in un flusso incessante di aggiustamenti. In questo contesto, però, i contenuti digitali sono legati all’accensione o spegnimento di computer connessi alla rete e come appaiono istantaneamente possono scomparire in ogni momento. La domanda dei nuovi archivi è “per chi preserviamo?”. L’idea di Schapp, storico, è di non lavorare solo per gli storici del futuro. Il suo esperimento sui dati emersi per il disastro di Fukushima, realizzato con la piattaforma Zeega, dimostra che si può pensare un archivio non centrato sui documenti, ma sugli utenti. È un archivio nel quale gli utenti possono costruire il proprio racconto e il proprio punto di vista su quello che è accaduto. È disegnato per una molteplicità di utenti. E, si potrebbe commentare, che in un certo senso li trasforma in storici dell’attualità: o per lo meno dà loro la possibilità di sviluppare una ricostruzione documentata come quella alla quale pensano gli storici.

Thierry Grillet, della Bibliothèque Nationale de France, ha sottolineato come lo stesso atto della lettura sia sottoposto a cambiamenti profondi nel contesto dell’innovazione digitale. A partire da Marcel Mauss, la lettura è insieme un atto fisico, tecnico e magico. E il digitale cambia tutti tre gli aspetti. Ovviamente i primi due, ma anche il terzo, quello magico che attraverso le varie forme di immersione nel testo – da quelle rituali a quelle personali – trasporta i lettori in mondi diversi. Per Grillet la novità da questo punto di vista è l’insieme di search, ipertesto e sharing.

Di certo, direbbe Ferraris, tutto questo aumenta e trasforma lo spazio degli oggetti sociali. Quelli che esistono solo se sono documentati.

Tutto questo, riporta la riflessione sulla memoria sul palcoscenico del dibattito intellettuale. E allarga i limiti del possibile.

Tv e web: esperienza filter bubble

Esperienza filter bubble ieri al convegno sui rapporti tra tv e internet con i rappresentanti dei broadcaster italiani. Linguaggi e interessi diversi. La convergenza sarà forse tecnologica ma non è ancora culturale. Le preoccupazioni della Rai erano relative all’organizzazione interna, anche se Antonio Marano ha parlato a lungo delle iniziative della sua azienda nel mondo della rete. Gina Nieri di Mediaset ha fatto notare che i minuti passati alla tv sono ancora di un ordine di grandezza superiori ai minuti passati sui social network. E che il tema è avere una rete che rispetti il diritto d’autore. Laura Cioli di Sky ha dimostrato di comprendere il ruolo che la sua azienda può giocare per fertilizzare il mercato delle piccole e grandi aziende creative italiane. E Gianni Stella de la7 si è palesemente frenato dicendo che la sua azienda è concentrata sul risanamento del bilancio, quasi ultimato. Ha peraltro sottolineato l’inadeguatezza dell’auditel. 

Sono mancati accenni visionari e ce ne sarebbe stato forse il motivo vista la grande trasformazione attraversata dal sistema dei media. Ma forse è dipeso dall’intervistatore, che probabilmente vive in una diversa filter bubble. Imperdonabile.

Convegno Pd: internet e televisione

Carlo Rognoni e Paolo Gentiloni introducono un convegno organizzato dal Pd sulla televisione nell’epoca di internet. «Un governo italiano non può non pensare a questo tema» dice Rognoni. «I temi della concentrazione del potere e del ruolo del servizio pubblico non sono archiviati di fronte all’enorme cambiamento generato da internet» dice Gentiloni. «Ma ne sorgono di nuovi. L’allocazione più intelligente dello spettro delle frequenze. Il modello di business dei contenuti. Il copyright. La protezione dei dati».

Augusto Preta conferma che il motore dell’innovazione è internet. E osserva che alla luce dei cambiamenti introdotti da internet nella televisione si sta combattendo una battaglia globale tra i grandi player: quelli che fanno tecnologie e piattaforme digitali per conquistare spazi nella struttura televisiva del futuro e i broadcaster che devono ridefinire la loro posizione di mercato. Il punto è che stiamo parlando di un’offerta non lineare (cioè senza palinsesto lineare). Cioè di una modalità di fruizione della televisione completamente diversa da quella tradizionale. In questo contesto i broadcaster hanno punti di forza e di debolezza: sono deboli per la loro tradizionale mancanza di flessibilità, ma hanno il vantaggio di avere una solida base di abbonati, hanno contenuti pregiati, sono bravi ad aggregare i contenuti in modo che siano graditi agli utenti. Problemi: net neutrality, copyright… I giochi non sono fatti. Si fanno ora. Le somme si tireranno forse tra un paio d’anni. Dalle decisioni che i broadcaster prendono oggi dipende il loro futuro.

Leonardo Chiariglione passa a Nicola D’Angelo in attesa di avere un aiuto per installare sul computer la sua presentazione.

D’Angelo: «Non sono così convinto che oggi siamo capaci di prevedere gli scenari che si realizzeranno in futuro. Non abbiamo ancora colto l’effetto della congiuntura economica. Se la crisi per esempio blocca la nuova larga banda cambia anche la possibilità di immaginare il futuro. Lo sviluppo tecnologico non è necessariamente indipendente dalle regole: le regole invece danno la forma al sistema delle piattaforme internettiane. La rete non si è sviluppata fuori dalle regole: aveva le sue regole. E poiché il tema delle regole è centrale siamo indietro – si veda la mancanza della tv via cavo dovuta ai monopolisti telefonici che l’hanno impedita: con una conseguente arretratezza del mercato dei contenuti. Se non sappiamo quali saranno le regole non sappiamo quale sarà lo scenario. E poi, internet produce un nuovo problema per il servizio pubblico: internet offre ogni opportunità di accesso ai contenuti di orientamento pubblico ma crea nuovi bisogni di servizio pubblico; per esempio si può migliorare la qualità e l’affidabilità dell’informazione sulla base del lavoro giornalistico del servizio pubblico? E anche il livello minimo di servizio va pensato: il servizio pubblico se ne dovrebbe occupare? Quindi il servizio pubblico deve occuparsi di accesso? E se i contenuti di mercato vanno nella direzione del pagamento per l’accesso, il servizio pubblico deve continuare a garantire contenuti di qualità e che restano gratuiti? E poi non dovrebbe, il servizio pubblico, favorire la produzione digitale nazionale? E non è detto che il servizio pubblico vada svolto solo da un soggetto: il servizio pubblico può essere messo a gara? Ma teniamo presente che le grandi piattaforme hanno forza molto più grande di quella dei broadcaster e della Rai. Teniamo dunque presente che le regole antitrust più serie. Le regole insomma sono fondamentali per comprendere come sarà il futuro. E le regole devono essere pensate per l’insieme dell’ecosistema digitale». (già…).

Nicola D’Angelo non dimentica una nota fondamentale. «La neutralità della rete, una regola che garantisce che la rete non può discriminare i contenuti che passano, è necessaria. E dunque dobbiamo garantire una quota di banda a best effort e neutrale che mantenga in funzione un’area della rete che non si può gestire in modo distriminatorio».

E termina con un suggerimento al governo: «Quando si pensa all’agenda digitale non si può non pensare a come far crescere le piccole e grandi aziende nazionali che operano nella rete digitale».

Leonardo Chiariglione parla di storia del copyright. Dice che molti autori da duemila anni a questa parte hanno combattuto i plagiari e richiesto protezione per i loro diritti sulle loro opere. Ma lo stato ha concesso loro un privilegio sempre e limitato nel tempo. Da qualche tempo, però, gli stati occidentali non fanno che aumentare la lunghezza del copyright e moltiplicare le nuove leggi a protezione del copyright. Con risultati molto dubbi. «Adesso basta», suggerisce Chiariglione. Ma le cose sono sempre più complicate. «Finora erano gli editori a chiedere protezione per il copyright. Ora anche le aziende informatiche stanno diventando media company e cominciano a collaborare anch’esse alla tensione attorno agli interessi del copyright. E gli italiani? Dovrebbero sviluppare soluzioni che siano favorevoli alla loro economia: in passato avevamo presentato Digital Media in Italia. Le cui idee sono ancora valide». (vedi il sito Chiariglione e Dmin.it). Insomma: Chiariglione propone una piattaforma italiana intelligente che favorisca la capacità creativa economica italiana e le piccole imprese che si possono sviluppare con i media digitali, i micropagamenti, le forme di protezione ragionevoli del copyright.

Libri in assaggio – NET SMART – Howard Rheingold

net_smart.jpg

Howard Rheingold è uno dei saggi maestri della rete e da tempo lavora intorno all’alfabetizzazione digitale. Lo abbiamo incontrato su questo blog più volte per la sua ricerca del crap detector online: un’idea sorridente che arricchisce l’argomentazione che si sviluppa intorno al fact checking e che in sostanza è un primo modo per passare all’azione per diffondere la consapevolezza di un’ecologia dell’informazione. E combatterne l’inquinamento.

Il suo nuovo libro, Net Smart, è un contributo alla consapevolezza. Esempi, consigli e approfondimenti per non lasciarsi ingannare nei media sociali e per prendere coscienza dell’enorme importanza di una più diffusa alfabetizzazione digitale. (Questa era una prima segnalazione. Torneremo su questo libro al più presto).

Intanto si può vedere Rheingold che parla tra amici del suo libro via webcam.

Paper – YOUTH AND DIGITAL MEDIA. FROM CREDIBILITY TO INFORMATION QUALITY – Urs Gasser, Sandra Cortesi, Momin Malik, Ashley Lee

berkman_youth.jpgDal Berkman Center di Harvard, una ricerca sul rapporto tra giovani e media digitali per quanto riguarda la qualità dell’informazione (si tratta di giovani fino a 18 anni). Che cos’è l’informazione di qualità? Come viene valutata? Che cosa influenza la consapevolezza in questa materia? In che modo e con quali limitazioni le indicazioni normative degli adulti non sempre sono accolte e “vissute” dai giovani che usano i media digitali? Il paper realizzato da Urs Gasser, Sandra Cortesi, Momin Malik e Ashley Lee raccoglie in 150 pagine gran parte della ricerca che è stata svolta in materia e offre spunti di riflessione che aprono strade nuove al pensiero e alla pratica educativa e informativa. La sua impostazione concettuale fa riferimento alla ricchissima nozione di “ecosistema dell’informazione“.

C’è un nuovo territorio di ricerca e politica nell’alfabetizzazione ai media digitali e nella consapevolezza di ciò che distingue informazione da messaggistica più o meno manipolatoria. L’ecologia dell’informazione parte dalla conoscenza delle dinamiche fondamentali con le quali le persone reagiscono, si comportano e acquistano consapevolezza nella mediasfera. Le forme mutevoli e instabili della mediasfera digitale sono tutte da comprendere. E per gli adulti, con le loro istituzioni normative fondate in un contesto storico tecnologicamente diverso, ci sono nuove difficoltà per quanto riguarda il riconoscimento dell’autorità, dell’autorevolezza e della qualità intesta in modo tradizionale. Ecco alcune osservazioni, scelte tra le molte contenute nel paper:

1. Il cambiamento

«The increased and more diverse set of “speakers” online, the lack of traditional gatekeepers, the entrance of new intermediaries, the disappearance or replacement of mechanisms and standards aimed at ensuring certain quality levels, media convergence, and context shifts make quality judgments about information in the digital media ecosystem arguably more challenging and corresponding skills even more important».

2. L’approccio

«First, we suggest expanding the currently dominant theoretical model with its focus on credibility towards a more holistic notion and framework of information quality. Second, we suggest a stronger process-orientation when exploring information quality issues by looking at the entire process of youth interaction with information, which today includes not only the evaluation of a piece of information, but also the search, creation, and dissemination of information».

3. Ricerca di informazione

Dalla ricerca dei siti contenenti presumibilmente le informazioni ricercate si è ormai passati all’uso diretto del motore di ricerca e alla selezione dei risultati possibilmente interessanti sulla base della diretta corrispondenza dei titoli trovati alle parole ricercate. La quantità di risultati genera frustrazione e ansia. Esiste un implicito budget di tempo che i giovani allocano alla ricerca e oltre il quale avvertono eccesso di complessità, eccesso di quantità di informazione, con possibile abbandono della ricerca.

4. Valutazione dei risultati

«Perhaps the most important cue for youth–both in the search context as well as with respect to the evaluation of sites–is that of visual and interactive elements, as a number of studies indicate. Importantly, there is also some evidence that youth do see graphics and multimedia not just as indicators of overall quality, but also as information objects which are open to quality judgments».

«Social and cognitive development, which is usually a function of age, is among the most important variables shaping the ways in which youth perform evaluations. For instance, studies indicate that users’ ability to articulate quality criteria, for instance, differs among different age groups. Another study suggests that the skepticism about certain types of information found on the Internet (e.g. health information) decreases, as youth gets older. Though further research is warranted, some studies document the influence of socio-economic status on evaluation as well as the relevance of variables such as race and ethnicity, peer influence, and individual preferences».

5. Creazione di informazione

«A review of creative content categories such as social networking services, wikis, personal websites, blogs, self-authored content sharing, games, etc., suggests that a significant share of content creation happens within the personal and social contexts of a young person’s life.»

La partecipazione alla creazione di informazione, però, è il principale stimolo al miglioramento delle capacità di riconoscere l’informazione di qualità.

«Research shows that youth may acquire a number of skills as they create and disseminate content on the Internet. Broadly speaking, such practices allow youth to develop better skills in navigating the information environment and making judgments about the quality of information. In addition to the acquisition of digital fluency and technical skills, a growing body of literature further suggests that online spaces help youth develop language and writing skills, as well as social and collaborative skills.»

Esistono norme implicite nelle relazioni tra pari che emergono nell’azione di creazione di informazione online. Queste norme non sono sempre compatibili e connesse con le norme proposte dalle istituzioni educative.

«Though content creation and dissemination practices from the personal and social contexts are significant for the academic context because they relate to information quality issues, the practices and norms that youth form around their content creation activities in the personal/social context may frequently clash with classroom norms and expectations. This complicates hopes of straightforward “skill transfer,” but leaves open the possibility that engagement with the entire culture of content creation and dissemination can bring skills into the classroom context in a way that a decontextualized approach to and understanding of youth skills may fail to do».

I giovani sembrano apprendere ciò che attiene alla “qualità dell’informazione” anche a scuola e nelle istituzioni educative ma molto più dai pari che dalle lezioni formali.

«Youth acquire search, evaluation, and creation behaviors in personal, social and academic contexts. Ethnographic studies demonstrate that youth learn from engaging with games, creative activities, and virtual communities in personal and social contexts. These shape young users’ social experience of the Internet as well as their notions of information quality.»

Il paper è ricchissimo di altri spunti e dati. Siamo su una delle frontiere fondamentali della ricerca sulla mediasfera digitale e le sue conseguenze culturali. Si tratta della costruzione di una nuova consapevolezza in termini di ecologia dell’informazione.

Per un’ecologia dell’informazione. Inquinamento e consapevolezza

La metafora dell’ecosistema dell’informazione regge abbastanza bene ed è piuttosto utile per imparare ad approcciare la mediasfera pensando le complesse interazioni che esistono tra le sue componenti. Alle conseguenze inquinanti della produzione industriale di informazione e alla non sostenibilità della comunicazione meramente promozionale – i cui rendimenti sono peraltro decrescenti – avevo dedicato un articolo chiamato appunto “ecologia dell’attenzione” (2009). Ora possiamo fare molte chiose a quell’idea. Per aiutarci a immaginare una prospettiva ecologista anche per la dimensione dell’informazione.

Come nell’ecosistema naturale, anche in quello culturale ogni novità genera conseguenze prevedibili e imprevedibili a causa delle complesse connessioni tra gli elementi costitutivi. Ecco alcune note di aggiornamento.

1. La produzione industriale di messaggi promozionali – basata sui mezzi
di comunicazione di massa a loro volta connessi all’epoca del consumo di
massa – ha lasciato dietro di sé un sistema con enormi aziende dell’informazione che producevano notizie in batteria, con lo scopo principale di mantenere viva l’attenzione del pubblico e indurlo a consumare la pubblicità. Le conseguenze indesiderate di questo sistema sono state un importante inquinamento informativo, con la tendenziale trasformazione di ogni informazione in una comunicazione orientata a uno scopo promozionale. La cultura ne è rimasta inquinata – per la sempre maggiore difficoltà di distinguere l’informazione generata da una ricerca metodologicamente controllata e controllabile dalla comunicazione generata da scopi manipolatori. D’altra parte, in quel contesto, un messaggio non tentava più di convincere per dimostrazione ma per ripetizione, disinformazione, confusione e tono di voce urlato, sicché il costo di far passare un messaggio di comunicazione diventava sempre più alto a parità di risultato. I rendimenti decrescenti della promozione in un contesto di oligopolio degli spazi di informazione e nel quale tutti competono per l’attenzione hanno reso proibitivo il sistema per la maggior parte dei cittadini promotori di un’idea. Questo è stato uno dei motivi di successo dell’internet. Ma l’inquinamento delle menti non si poteva certo ripulire con una nuova tecnologia.

2. La traslazione sulla rete della centralità del modello pubblicitario non è stata priva di conseguenze. L’uso dei fertilizzanti aumenta la produzione agricola ma aumenta anche le erbacce indesiderate sicché richiede un aumento anche dei diserbanti. La pubblicità che si raccoglie facilmente online è stato un fertilizzante per la produzione di informazione ma ha fatto nascere un sacco di siti-clone, vagamente parassitari, e Google ha deciso di intervenire con il diserbante chiamato Panda (SearchEngineLand). Questo peraltro non cessa di preoccupare chi osserva che Panda può anche essere un’ulteriore trasformazione del motore di ricerca in uno strumento di iperpersonalizzazione (Filter Bubble) e di concentrazione nelle logiche decisionali di Google dell’accesso alla conoscenza online. Un ricorso sempre più massiccio alla chimica per la produzione agricola, con un’escalation di fertilizzanti e diserbanti, porta ai rischi di insostenibilità della monocoltura e a rendimenti decrescenti degli investimenti con impoverimento generale. E se la conoscenza si potesse raggiungere prioritariamente solo con poche piattaforme proprietarie che decidono che cosa si può trovare, peggiorerebbe l’infodiversità, creando le condizioni per un’escalation degli investimenti in promozione finalizzati a far passare i messaggi. Rischierebbe di emergerne un ecosistema dell’informazione desertificato e impoverito.

3. Naturalmente sia nel punto 1 che nel punto 2 le eccezioni abbondavano e non si può certo dire che si sia mai rischiata una vera monocoltura informativa in stile Grande Fratello. Ma sicuramente ci si è avvicinati. E ci si può allontanare. La consapevolezza dei rischi che corre l’ecosistema dell’informazione è la premessa per l’emergere di modelli alternativi. Tutto questo è già cominciato. E l’infodiversità si è arricchita dei tentativi di ogni genere avviati da gruppi di generosi cittadini che hanno contribuito fin dall’esordio del web ad alimentare l’ecosistema dell’informazione di notizie generate con metodi di qualità e con punti di vista che le altre componenti della mediasfera tenevano lontani dall’attenzione. E ovviamente il web ha anche aperto la strada anche a nuovi comportamenti inquinanti, capaci di generare confusione e di rendere più difficile la coltivazione dei pensieri più documentati, empiricamente sperimentati, costruittivamente orientati. Di fronte a questo si moltiplicano in tentativi di diffondere una certa consapevolezza di queste derive (uno tra i tanti esempi è Timu, a cui collaboro). Il punto è che un’ecologia dell’informazione ha prima di tutto bisogno di consapevolezza. Ed è anche chiaro che i primi che propugnano una nuova consapevolezza ecologica nel campo dell’informazione si trovano a dover affrontare una difficoltà gigantesca.

L’ecologia dell’informazione si trova probabilmente oggi al livello in cui l’ecologia dell’ambiente si trovava una trentina d’anni fa. Era allora chiaro a certe élite intellettuali che il sistema industriale privo di regole produceva inquinamento: oltre ai prodotti di consumo, l’industria generava esternalità negative sull’ambiente che consumavano risorse di tutti e peggioravano le condizioni di vita. Il tempo che è stato necessario perché da consapevolezza vagamente elitaria, il tema ecologico si sia trasformato in una consapevolezza diffusa in occidente è stato di alcuni decenni. Oggi l’Europa, il grande inquinatore del pianeta, è diventato uno dei luoghi più consapevoli delle conseguenze devastanti della disattenzione per le risorse naturali: ma ci è voluto parecchio tempo. E ci sono volute parecchie crisi.

Ebbene, se oggi alcuni si accorgono dell’inquinamento culturale generato dall’eccessivo ricorso alla produzione industriale di informazione – e se cominciano a esistere significative opportunità alternative – è anche grazie al fatto che la rete ha rivalutato le risorse culturali comuni e le possibilità di intervento delle persone e delle comunità. Ma la rete senza consapevolezza non può certo risolvere il problema. E per diffondere la consapevolezza occorre tempo, attenzione, cura, collaborazione, discussione, visione. L’ecologia dell’informazione ha bisogno di terreni coltivati con qualità: informazione documentata, testinomianze verificate, relazioni accurate, ricerca orientata a principi di completezza e indipendenza, pratica legalmente avvertita, orientamento alla cittadinanza e al bene comune… L’ecologia dell’informazione è sanità mentale. Ci si arriverà. Ma ogni aiuto è benvenuto. E, obiettivamente, la quantità di ecologisti dell’informazione sta crescendo.

Anche di questo si è parlato ieri al Master in Giornalismo e Comunicazione istituzionale della Scienza di Ferrara. Grazie a tutti per la qualità dell’organizzazione e della partecipazione.

Gamification e media ludici. Ortoleva ad Ahref

Via Stefano De Paoli: la Fondazione Ahref invita al primo seminario di “Little things for
big changes: informazione – innovazione – impresa”.

Il seminario di apertura dal titolo “Vederci giocare. La
ludicizzazione dei media” sarà tenuto da Peppino Ortoleva, docente di
Storia e teoria dei media all’università di Torino.

Nel corso di questi ultimi venti-venticinque anni la presenza della
ludicità, in termini di pratiche di gioco e anche in termini di
metafora e di paradigma, si è venuta imponente come uno degli aspetti
più visibili della società contemporanea: dal dilagare dei cosiddetti
casual game, allo sviluppo dei videogame fino a divenire una delle
principali industrie mediatiche, alla cosiddetta gamification di
pratiche che un tempo non sarebbero state neppure pensabili come
ludiche.

Questo insieme di processi è insieme almeno in parte conseguenza delle
trasformazioni del mondo della comunicazione, in particolare delle
caratteristiche del rapporto uomo-macchina, in parte matrice a sua
volta di cambiamenti di grande portate dei media, dallo sviluppo
generalizzato di simulazioni e ambienti virtuali alla ludicizzazione
di pratiche di relazione come i social network. Quali sono le
prospettive di una ludicizzazione generalizzata del nostro universo
mediatico?

Quando: venerdì 02 marzo, ore 15.00
Dove: Fondazione Ahref, Vicolo Dallapiccola 12, 38122 Trento

(Collaboro a questa iniziativa).

L’iTeam cresce alla Apple

L’ultima opera di Steve Jobs, il suo iTeam, la squadra che avrebbe preso il suo posto, sta crescendo. Tim Cook sta provando a dargli una sua voce. Dice che non passa giorno senza la nostalgia del suo antico leader, ma dice che lui avrebbe voluto che quella nostalgia si trasformasse in un’energia profonda per continuare con grande concentrazione il compito nella Apple nell’innovazione del pianeta. E promette che la sua azienda tirerà fuori altri prodotti che faranno andare “fuori di testa”. E ha dimostrato grande interesse per approfondire le collaborazioni con Facebook e Twitter. Ne ha parlato al board. (Forbes, AllThingsD).

È un passaggio difficile, questo, per l’iTeam. Come potrebbe essere diversamente? E in effetti le decisioni non sembrano uscire a tamburo battente. Si direbbe che attualmente si lavori a coltivare uno stile, a pensare una direzione, a tener botta contro le controversie. Passaggio da seguire: la Apple ha segnato la strada culturale per molto tempo, ma è interessante vedere se il valore di quella cultura supera il suo “rifondatore”.

In ogni caso, ancora non si sa come la Apple userà i 100 miliardi di dollari di liquidità che ha in banca. Ha deciso di spenderne 50 milioni per acquisire Chomp, un software per la ricerca delle apps. Ci sono 500mila apps ormai. Sono state scaricate 25 miliardi di volte. La ricerca dei siti web è per ora risolta da Google, ma la ricerca delle apps è ancora acerba. L’acquisizione potrebbe essere una premessa per un cambio di passo in questo settore. Anche perché Chomp cerca non solo tra le apps del mondo Apple ma anche tra quelle che stanno su Android. (TechCrunch, Bloomberg).

Intanto, come sempre, seguire i brevetti Apple è interessante. Gli ultimi riguardano il design e il nuovo funzionamento delle tastiere. Apparentemente potrebbero diventare più sottili. Con conseguenze sulla finezza e il design dei Mac portatili. (AppleInsider)

La disputa sul nome iPad va avanti. Ma si pensa che finirà in un patteggiamento. (Wsj, TheNextWeb).

La questione del lavoro nelle fabbriche cinesi della Apple sembrerebbe in via di trasformazione: dalla denuncia vagamente emotiva, per non dire superficiale, dei mesi scorsi, molti cominciano a rendersi conto che la Apple ha in effetti una politica di miglioramento delle condizioni di lavoro e la implementa da diversi anni. Di certo, lavorare in Cina non è come lavorare in Svezia. E purtroppo questo fa male prima di tutto ai cinesi, oltre che far male a tutti i sistemi industriali che sostengono costi superiori a quelli cinesi per il rispetto che riconoscono ai lavoratori. Ma è abbastanza assurdo che proprio la Apple – che comunque dimostra di avere una strategia destinata a quanto pare ad aiutare le fabbriche a perseguire una tendenza al miglioramento – sia la sola azienda nel mirino. Alcune inchieste recenti sembrano attestare che c’è un cambio di orientamento su questo argomento, se possibile alla ricerca di una migliore comprensione della situazione. Alla quale peraltro è giusto prestare molta attenzione. (Reuters, Bloomberg, Abc, UsaToday).

Background su ACTA

ACTA non va bene. Vedremo che cosa ne pensa la Corte di Giustizia Europea. Ma intanto, attraverso LizardWrangler, ecco una lista di motivi critici in materia.

ACTA (“Anti-Counterfeiting Trade Agreement”) è un accordo internazionale per combattere la contraffazione che è stato proposto con grande “discrezione” e poca discussione pubblica. Non è stato sviluppato ascoltando la voce degli utilizzatori e dell’ecosistema della rete. Questo ne è il difetto metodologico più apparente. E non a caso, appena se n’è saputo qualcosa, i cittadini si sono preoccupati e hanno manifestato un atteggiamento di rifiuto piuttosto acceso.

Un accordo discusso clandestinamente, sulla base di una relazione con soltanto una parte dell’ecosistema, finisce per non funzionare su internet. Perché la rete è di tutti. Metterla al servizio soltanto di una parte ne distrugge il significato profondo.

ACTA alla Corte Europea di Giustizia

La Commissione Europea ha deciso di chiedere alla Corte Europea di Giustizia di verificare se l’ACTA, un accordo internazionale contro la contraffazione, sia compatibile con i diritti fondamentali di libertà d’espressione garantiti dalla legge europea. (Bbc)

Privacy all’americana

L’amministrazione americana sta lavorando a una nuova legislazione per la garanzia della privacy online. E afferma che Google, Yahoo!, Microsoft e Aol stanno cooperando. Forse non ha ancora fatto in tempo a chiamare anche Apple e Facebook. (Cnet)

Per i centri media cresce la pubblicità online

Sul Sole di carta, notizie sulla pubblicità online. In un contesto di riduzione generale degli investimenti, anche quest’anno la pubblicità online dovrebbe crescere del 10-15%, rispetto agli 1,2 miliardi del 2011. Tra questi, il 5-6% sul totale, dovrebbe andare ai “social”, se così si possono definire Facebook e YouTube.

Mando questa mail o non la mando? Per una maggiore sostenibilità della posta elettronica

Un flow chart per decidere se mandare una mail. Può servire a razionalizzare il numero di messaggi di posta elettronica che inviamo e dunque anche a contribuire a una riduzione complessiva dei messaggi inutili. Almeno secondo gli autori, citati da Fastcodesign.

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L’oro del XXI secolo

I dati sono una grande ricchezza nell’epoca della conoscenza. E conoscerli meglio è vitale. A partire da chi fa informazione. Un contributo all’educazione ai dati arriva dal primo corso della Data Journalism School, organizzata dall’Istat e dalla Fondazione Ahref (alla quale collaboro). Grazie al presidente dell’Istat Enrico Giovannini e a tutto il suo staff che ha voluto fortemente e sapientemente questa iniziativa. E grazie all’entusiasmo e alla competenza dei ragazzi di Ahref. La qualità di questo corso si annuncia piuttosto speciale. (Ansa)