January 2012
Mon Tue Wed Thu Fri Sat Sun
« Dec   Feb »
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Month January 2012

Google e la competizione

E dunque da qualche tempo si discute della trasformazione di Google. Da motore di ricerca basato su un algoritmo abbastanza segreto ma fondamentalmente trasparente che serve a trovare i link alle pagine più rilevanti, starebbe diventando un motore di ricerca che trova link alle pagine rilevanti ma privilegiando quelle dei suoi servizi rispetto a quelle della concorrenza. In particolare, privilegierebbe le pagine che si trovano su Google+ rispetto a quelle che si trovano su piattaforme come Facebook e Twitter. Questo video (fatto dai concorrenti) lo mostra:

Quintarelli se n’è già occupato. E Paolo Ratto ha analizzato il fenomeno in diverse occasioni.

Google sostiene che l’inserimento delle pagine “social” nel motore di ricerca ne arricchisca i risultati. Ma ne sta anche modificando il senso, almeno se è vero che allo scopo di promuovere Google+, i risultati generati da Facebook o Twitter vengono messi in secondo piano anche quando sono “oggettivamente” più rilevanti.

Yahoo! ha cominciato a perdere quando ha moltiplicato gli sforzi per tenere gli utenti dentro il suo “portale”. Altavista ha cominciato a perdere quando è arrivata un’alternativa in grado di dare risultati più rilevanti. Google ha stravinto nei primi dieci anni del nuovo millenno. Ed è riuscita sempre a non lasciarsi intrappolare nella gabbia dell’autoreferizialità commerciale. Un eccesso di sfruttamento del suo fantastico servizio potrebbe ritorcersi contro la stessa Google. Purché ci sia un’alternativa. Qualcuno dice che sarà la coppia Microsoft-Facebook. Sarebbe un bizzarro ritorno al futuro. Altri sperano in nuove soluzioni ancora nella mente dei loro creatori.

Ma un fatto è certo. Se si dovesse implementare una regolazione della net neutrality favorevole ai grandi servizi capaci di spendere molto per ottenere condizioni vantaggiose dagli operatori di rete (vedi un post precedente), l’accoppiata di autoreferenzialità commerciale dei grandi servizi e di maggiori costi per le alternative emergenti potrebbe essere la premessa di una quantità di problemi per gli utenti. Che si potrebbero difendere solo impegnandosi a fondo per informarsi davvero su queste intricate vicende.

Anche per queste strade, la Filter Bubble avanza e si trasforma in qualcosa che rischia di essere vagamente manipolatorio. La consapevolezza, in questo momento, è la strada maestra per le persone che non si lasciano abbagliare. E la sperimentazione di nuove piattaforme si può prendere sempre più concretamente in considerazione. Chissà se nei commenti emergeranno dei consigli in proposito…

Studenti Iulm2012 su Twitter

Ecco una lista di twitt dei ragazzi iscritti al corso “Information technology e nuove piattaforme culturali” allo Iulm. Il corso è cominciato ieri.

Agcom e net neutrality: rischi per l’innovazione oppure no?

Internet continuerà a essere innovativa come è stata in passato? O migliore? O peggiore? Una delle risposte sta nella regolamentazione a garanzia della net neutrality, il principio codificato nel design della rete che prevede l’assenza di qualunque discriminazione dei pacchetti in base al loro contenuto e a chi li invia. E che è costantemente messa in discussione. Già oggi è scarsamente garantita nell’internet mobile. E già oggi è sottoposta a qualche “compromesso” per garantire efficienza alle reti. Inoltre, già oggi una parte di rete internet è riservata a trasmissioni speciali, tipo alcune iptv, che non vanno a best effort ma a banda garantita. Ma nella gran parte dei casi, la net neutrality ha tenuto sulla rete fissa.

C’è una novità. L’introduzione delle reti di nuova generazione potrebbe corrispondere anche all’introduzione di forme di regolazione del traffico finalizzate alla maggiore efficienza dei collegamenti su internet. Si tratta di un tema connesso alla net neutrality. Molto sensibile. Ma che andrebbe compreso meglio. Le novità arrivano dall’Agcom. (Il riassunto di Key4biz. Grazie al tweet di Gianluigi Negro).

Ci sono molti aspetti della questione posta dall’Agcom dopo vasta consultazione. Ma se non sbaglio un elemento di novità è l’accettazione da parte dell’Autorità del ragionamento secondo il quale gli operatori che costruiscono le reti di nuova generazione devono poter essere remunerati in modo speciale per questo e in particolare, tra l’altro, possono chiedere un pagamento maggiorato ai content provider che vogliano avere un servizio premium per raggiungere meglio i loro utenti.

Come dire che Google e Facebook, se pagano qualcosa alle telco, vanno più veloci di molti siti e blog che non pagano, se ho capito bene.

Se ho capito bene, dunque, chi eroga un servizio online e può pagare di più, sarà avvantaggiato in termini di efficienza rispetto a chi eroga un servizio online e non può pagare di più. Come una start up appena nata, non troppo finanziata, per esempio.

Bisogna ammettere che trattare meglio, con un servizio migliore, chi paga di più è parte delle opzioni che una qualunque azienda di solito è libera di fare. Ma in questo modo la rete è meno neutrale: e chi è più uguale degli altri è chi può pagare di più. A fronte di questo, però, gli operatori hanno una remunerazione per gli investimenti nella ngn. Sarebbe meglio avere qualche chiarimento in più:
1. Questa nuova possibilità per gli operatori sarà davvero collegata ai loro investimenti nel miglioramento delle reti? E come sarà collegata? Oppure gli operatori guadagneranno di più anche se non investiranno di più?
2. Quale sarà esattamente il servizio premium che sarà garantito ai content provider che pagano di più?
3. Il servizio per i content provider che non pagheranno di più resterà come adesso, migliorerà o peggiorerà?

Si potrebbe dunque immaginare la nascita di una dimensione super della rete, nella quale tutti pagano di più e tutti ottengono di più, ma senza peggiorare la situazione degli altri che non pagano di più. Sarebbe una soluzione di compromesso ma comprensibile. Se dovesse invece accadere che sulla parte di rete riservata a chi non paga per il servizio premium il servizio cominciasse a decadere per mancanza di investimenti e manutenzione, la novità si tradurrebbe in un peggioramento chiarissimo delle possibilità di emergere per gli innovatori appena nati, per le start-up non abbastanza finanziate, per i cittadini che hanno un blog o altro tipo di attività non commerciale, e così via. Alcune delle dinamiche innovative più importanti della rete sarebbero messe in discussione.

Tutto questo, ripeto, se ho capito bene. E se ne traggo correttamente le conseguenze.

Comincia il corso: internet e cultura allo Iulm

Oggi comincia un corso allo Iulm che l’università, nell’affidarmelo, ha deciso di intitolare “Information technology e nuove piattaforme culturali“. Spero che possa servire a chi intende non solo prepararsi a “lavorare” nell’economia della cultura, ma  anche immaginare come contribuire a progettare l’innovazione in quell’ambito.

Perché se c’è una scommessa che si può tranquillamente vincere sul futuro dell’economia della cultura è che le tecnologie digitali avranno sempre più imporanza. E per innovare non si potrà fare a meno di sintonizzarsi sul ritmo della loro evoluzione. Il che non si impara se non partecipando e riflettendo sull’esperienza che si ottiene partecipando.

L’economia della cultura, in questo senso, diventa una disciplina sperimentale: nella quale gli osservatori sono anche le cavie…

Oggi bisognerà mettersi d’accordo sulla conoscenza che la classe ha già e vuole sviluppare intorno a questi strumenti digitali. E poi cominciare a discutere due o tre concetti basilari (tipo: l’intelligenza è ai margini, internet è come una bicicletta per il cervello, il modo migliore per prevedere il futuro è costruirlo…). Buon lavoro a tutti.

Intanto, nelle pagine linkate in questo blog nella colonna più a destra, ci sono alcuni appunti forse utili per le lezioni e le letture tra una lezione e l’altra. Sono davvero solo appunti. E ne mancano un bel po’:

Pubblicità mobile

Uno studio dell’Osservatorio Mobile Marketing & Service del Politecnico di Milano:

“Nel 2011 quasi la metà dei 100 top spender italiani in advertising ha sviluppato almeno un’applicazione Mobile. Il Mobile Advertising è cresciuto del 50%, passando da 38 a 56 milioni di euro, pari al 5% del totale mercato ADV su Internet. Entro 2 anni previsto il sorpasso della quota 10%. Spicca, in crescita dell’81%, il settore dell’automotive, che scalza banche-finanza-assicurazioni”.

Linkedin: il testimonial sei tu

Sollecitati da un pezzo di Attitudo, possiamo andare a dare un’occhiata alle impostazioni di Linkedin, per vedere se davvero usano l’immagine degli utenti come se fossero testimonial di pubblicità. E in effetti nelle impostazioni dell’account Linkedin chiede se sei d’accordo a essere trattato come un testimonial. Il default è che sei d’accordo. Se non lo sei devi deselezionare l’autorizzazione e salvare la nuova impostazione.

Ecco la richiesta di Linkedin:

LinkedIn may sometimes pair an advertiser’s message with social
content from LinkedIn’s network in order to make the ad more relevant.
When LinkedIn members recommend people and services, follow companies,
or take other actions, their name/photo may show up in related ads shown
to you. Conversely, when you take these actions on LinkedIn, your
name/photo may show up in related ads shown to LinkedIn members. By
providing social context, we make it easy for our members to learn about
products and services that the LinkedIn network is interacting with.

Inoltre:

LinkedIn works with partner websites to show advertisements
to LinkedIn members on their sites. This collection of partner sites is
called the LinkedIn Audience Network.

Advertisements shown to you on the LinkedIn
Audience Network are selected based on non-personally identifiable
information. For example, advertisers are allowed to target their
products and services based on broad categories such as Industry, Job
Function, and Seniority.

Your personal information is not shared with
or sold to any 3rd party. LinkedIn is committed to clarity, consistency,
and member control in all matters related to privacy and data.

Conversazione sul metodo: Wikipedia, scienza e documentazione

Wikipedia è una minaccia per il metodo scientifico, sosteneva qualche giorno fa Alessio Di Domizio su Appunti Digitali. Non lo è, rispondeva Maurizio Codogno nelle sue Notiziole. Lo scambio era partito da un pezzo di Stacy Schiff sul New Yorker.

Ci saranno sicuramente altri approfondimenti in materia. Gli argomenti passano accanto alle infinite riflessioni dell’ermeneutica e dell’epistemologia. Non siamo vicini a una conclusione della conversazione, anche perché il fenomeno è in piena evoluzione. Ma un problema, ricorrente, si va chiarendo e riguarda come arrivare alla consapevolezza della specifica qualità delle informazioni pubblicate su Wikipedia, per come emerge dalla complessa relazione tra le dinamiche sociali che si sviluppano nella produzione e valutazione delle voci di Wikipedia, da un lato, e, dall’altro, le regole metodologiche sostenute dall’organizzazione.

Schiff e, in parte, Di Domizio osservano alcune bizzarrie che si stanno sviluppando nel sistema sociale che produce Wikipedia. Come è ben noto, questo sistema sociale non sembra orientato a favorire chi è per curriculum più esperto di una materia quando si tratta di scrivere una voce che la riguarda; il sistema appare più orientato ad appellarsi all’intelligenza collettiva che all’esperienza specialistica dei singoli. C’è il rischio, per Di Domizio, che la voce scritta da uno scienziato possa essere editata da un adepto di una qualunque fede, anche nascosto dall’anonimato, che può avere una sua agenda non scientifica (o anti-scientifica) nella trattazione di un argomento. E Schiff racconta di episodi che fanno pensare alla possibilità che l’originaria società anarchica che produceva Wikipedia si stia trasformando in una società governata addirittura da gang che gestiscono un loro potere su certe aree dell’enciclopedia. Scenari borgesiani. Certo, tutto questo è ancora aneddotico e poco analizzato quantitativamente: gli aneddoti però lasciano il segno.

Codogno ricorda che Wikipedia non è scienza. Casomai è uno sforzo collettivo di divulgazione. E si basa, proprio per questo, volontariamente, su fonti secondarie o terziarie. In effetti, è ovviamente più utile per conoscere la data di qualcosa che per seguire la teorizzazione intorno all’ultimo esperimento sulla velocità dei neutrini. E poiché occorre un metodo anche nella divulgazione, Wikipedia suggerisce di privilegiare i contributi che danno una fonte esistente sul web piuttosto che quelli che si poggiano su un sapere che sta solo nella mente di chi lo conferisce all’enciclopedia.

Non sappiamo se la società che produce Wikipedia evolverà in un sobborgo urbano governato da bande che si spartiscono il territorio o se la collaborazione riuscirà a prevalere. Ma di certo occorre un metodo che sia allo stesso tempo trasparente e facile da comprendere, per coinvolgere tante persone di orientamenti diversi nella produzione di un sapere considerato comune.

La documentabilità di quanto si scrive è certamente il passo fondamentale. Almeno rende possibile ad altri il controllo e il confronto. Creando l’abitudine a considerare il territorio di Wikipedia come un bene comune, da gestire per evitare la classica tragedia del suo ipersfruttamento o del suo degrado vandalistico. Sono anni che questo problema si pone e sono anni che bene o male il sistema regge. Dunque la documentabilità è una forza culturale piuttosto potente.

Ma quali saranno i prossimi sviluppi, visto che i problemi si allargheranno con l’ampiezza dell’enciclopedia stessa? L’anonimato resterà legittimo? La scala gerarchica dei controllori resterà fondamentalmente basata sul numero di edit che essi avranno fatto? E le relazioni tra le voci in diverse lingue tenderanno a convergere o a divergere in base alle culture delle varie popolazioni? Infine, ci sarà una evoluzione del controllo sociale non solo sulle voci ma anche sulle relazioni sociali tra i contributori per ridurre i rischi di formazione di gang e sistemi di potere tali da rallentare l’innnovazione? Gli anticorpi, in Wikipedia, sono presenti quanto i virus e, a giudicare dai risultati, reggono. Ma non sarebbe ora di divulgare anche di più il metodo di produzione, sociale e culturale, dell’enciclopedia per rendere il pubblico maggiormente consapevole di quello che consulta quando consulta Wikipedia? Forse, il pubblico potrà essere maggiormente coinvolto nel governo dell’enciclopedia e nella salvaguardia dei suoi caratteri di bene comune se sarà maggiormente consapevole di quello che accade alla società che edita Wikipedia e al metodo che segue per editarla.

Agenda digitale, pagina uno

Oggi anche l’agenda digitale è entrata ufficialmente nelle priorità del governo italiano (LaStampa). Reazioni come sempre contrastanti. C’è già chi dice che l’istituzione di una cabina di regia è troppo poco. E c’è chi dice che è troppo, almeno se c’è il rischio che poi non se ne faccia nulla. Ma il fatto è che ora abbiamo un governo con un’agenda digitale.

Il compito storico di questo governo è prendere misure fatte come dei binari sui quali viaggeranno anche i prossimi governi. L’agenda digitale è una roadmap, un impegno. Il punto è tradurla in decisioni visionarie e allo stesso tempo concrete.

Perché per favorire la crescita un governo può fare molto se riesce a stabilire alcune linee guida fondamentali abbastanza solide, sia dal punto di vista concettuale che dal punto di vista pratico, da poter diventare davvero un binario dal quale sia difficile deragliare in futuro.

È un libro tutto da scrivere, certo. Ma la prima pagina di questo libro è stata scritta oggi. Secondo me, questa è una buona giornata.

Vedi anche (per la serie “on the roadmap”):
E allora, l’agenda digitale – 20 gennaio 2012
Crescita: i progetti del governo – 8 gennaio 2012
e i precedenti:

Internet, tendenze come opportunità - 20 dicembre 2011
La falsa contraddizione tra rigore e crescita - 19 dicembre 2011
Agenda digitale in ritardo - 13 dicembre 2011
L’occupazione si fa con le start-up - 30 novembre 2011
Agenda digitale e roadmap - 23 novembre 2011
Vicoli e opportunità in Europa - 22 novembre 2011
Il migliore dei Monti possibile - 21 novembre 2011
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione - 16 novembre 2011
On the roadmap - 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani - 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011

Facebook: una conferenza stampa con NDA

A quanto pare Facebook ha invitato un po’ di giornalisti a una conferenza stampa chiedendo di firmare un Non Disclosure Agreement su qualunque cosa i giornalisti vedessero e sentissero che non fosse direttamente l’oggetto dell’annuncio previsto per l’occasione. (Kplu, Lnr, Romenesko). Ci devono essere state delle proteste perché poi la richiesta è stata ritirata.

Il caso è paradossale. Ma è vero che le aziende convocano talvolta di giornalisti per prepararli a comprendere le informazioni quando diventeranno pubbliche e chiedendo riservatezza. La pratica è diffusa nella scienza, dove l’embargo delle notizie è considerato normale per coordinare le uscite dei giornali che ne sono la “fonte” con la possibilità di comprenderle dei giornalisti e la programmazione dei giornali che le devono riprendere.

Si tratta comunque di cose da discutere, almeno un po’. Aiutano la collaborazione tra i giornali a comprendere i fatti ma almeno in parte riducono la concorrenza. Del resto, coltivare le fonti significa anche concordare con loro i tempi delle uscite. Difficile prendere posizioni nettissime e solo di principio in materia. Ma non si possono neppure abbandonare completamente i principi… Mi domando che cosa ne pensano i commentatori a questo blog…

Emissioni di gas-serra: le quote di agricoltura e industria in Nuova Zelanda

Uno schema pubblicato dal ScienceMediaCentre della Nuova Zelanda mostra che, per quanto riguarda i tre principali gas-serra, le emissioni agricole sono superiori a quelle dell’industria (ma non alla somma di industria e trasporto).

Greenhouse-gas-emissions.jpg

Quando i governi intervengono per rimuovere cose dal web

Finora è andata così, mi pare. In Occidente, la battaglia legislativa per il controllo di quello che si pubblica in rete vive di un lavorio vagamente clandestino dei politici sensibili alle richieste delle lobby più attive in questo settore, che però prima o poi si traduce in proposte di legge ed emendamenti delle quali quasi sempre qualcuno si accorge prima che vengano approvate: questi dà l’allarme e genera una fiammata di attenzione nella rete fino a che le proposte sono accantonate o ridimensionate. E il processo ricomincia. (dopo Sopa, Pipa, Fava, ora si parla di Acta).

Ma nello stesso tempo, i governi intervengono costantemente su casi particolari. Ed è interessante dare un’occhiata al rapporto che Google pubblica in questo senso. Un rapporto esplicitamente incompleto ma comunque significativo. Nella sintesi non mi pare si parli di Wikileaks. Ma si parla di una richiesta americana per rimuovere un video relativo a comportamenti brutali della polizia che Google non ha rimosso. E si parla anche di un caso italiano sull’ex primo ministro. (Transparency Report). Ma c’è anche una mappa più completa.

I pagamenti rapidi accelerano la crescita

Tra le misure importanti che il governo dichiara di voler rilasciare in tempi rapidi c’è il recepimento della direttiva europea che impone il pagamento delle fatture entro 2 mesi. (Sole)

Per le piccole imprese italiane è una grandissima boccata d’ossigeno. Ora fanno da banca allo stato e alle grandi imprese. In futuro, stato e grandi imprese non potranno imporre la loro forza contrattuale per dilazionare i pagamenti dovuti. E per le piccole imprese significa un aumento della crescita potenziale: ora in molti casi non si possono permettere di fare ulteriore fatturato perché non hanno i soldi per anticipare i pagamenti (fornitori, collaboratori, materiali, iva) in attesa che i clienti paghino. (Vedi: crescita)

Fantastico sarebbe: lavori e ti pagano senza tante storie. Senza dover sollecitare. Perché è giusto e basta. O perché è la legge… Ma il nuovo tribunale delle imprese servirà anche a snellire le pratiche per aiutare chi ha lavorato a farsi pagare se il cliente, eventualmente, non vuole?

ps. In un quadro di ottimismo per queste misure, continuiamo a citare la necessità di discutere l’assurda differenza dell’iva tra i prodotti editoriali cartacei, 4%, e gli stessi prodotti venduti online, 21%. (Vedi: perché?). E restiamo attenti alle misure per favorire l’energia di chi intraprende e l’avvio forte e chiaro dell’agenda digitale.

Noi e le piattaforme che modellano il web

Non è che la tecnologia sia priva di conseguenze. La tecnologia ha una sua logica. Gli strumenti non sono solo oggetti a nostra disposizione e che noi possiamo usare bene o male, ma sono in un certo senso anche soggetti che influenzano i comportamenti, limitano il possibile, abituano a pensare in modo coerente con le loro caratteristiche. A meno che…

Con una certa malinconia, Euan Semple ha scritto su Twitter: «It’s kind of depressing the degree that people’s experience of the web and sense of what is possible is so shaped by Facebook». Euan conosce la rete molto bene. Ha contribuito a cambiare l’approccio della Bbc nei confronti dei social media. E poi ha lavorato per Nokia, World Bank e Nato. Ha scritto un libro eccellente: Organizations don’t tweet, people do, per continuare la sua opera di diffusione della conoscenza dei media sociali, con un approccio, insieme, visionario e pragmatico. Eppure, avverte che una piattaforma modella l’evoluzione di ciò che si fa in rete. Che cosa gli manca?

Evidentemente vorrebbe una alfabetizzazione internettiana non riservata solo ai professionisti della tecnologia, che generi una consapevolezza comune: primo, conoscere ciò che ci induce a fare una tecnologia, per come è fatta e, secondo, sapere che si può contribuire alla sua innovazione. Come si diceva un paio di giorni fa, internet è una tecnologia in piena ebollizione innovativa quindi nel momento stesso in cui pone dei limiti induce a sperimentare tutte le strade possibili per superarli.

La domanda è: ci lasciamo modellare da ciò che esiste oppure tentiamo di modellare il futuro?

C’è qualche motivo per pensare alla possibile entrata in gioco di nuove piattaforme più adatte a incentivare comportamenti favorevoli a un’informazione di maggiore qualità, a una disponibilità maggiore al confronto costruttivo, alla solidarietà? È forse obbligatorio pensare che gli editori italiani possano al massimo usare bene le piattaforme esistenti invece di crearne una propria? È tanto insensato immaginare che un’iniziativa non basata in California possa conquistare il tempo e l’attenzione di milioni di persone nel mondo? Russia e Cina, Giappone e Corea, ci riescono. In Europa sembra si riesca a fare molto nelle fasi ideative ma poi gli europei passano in America per creare qualcosa di grande. Skype non è l’unico caso.

Ma su internet la storia non finisce in fretta. E poiché ogni piattaforma presenta vantaggi ma anche difetti c’è sempre spazio per ulteriore innovazione e per la ricerca di successi anche ambiziosi. È una strada aperta però solo a chi conosce davvero la tecnologia, sa immaginare le sue conseguenze, ha una visione di sistema e empatia per la società e le persone che dovrebbero adottare le innovazioni. Non è impossibile. Ma non è banale. È un impegno vero. Che si può prendere solo chi abbia finalmente capito che internet è una realtà importante.

Forse questo è la principale difficoltà italiana. Per qualche motivo in questo paese non si riesce ancora a comprendere fino in fondo quanto internet sia importante. Per la popolazione in generale, per la qualità delle relazioni, per le opportunità dei giovani, per la nascita di nuove imprese, per la produttività di quelle esistenti, per l’efficienza della pubblica amministrazione… Eppure non manca, anche in Italia, un dibattito sui limiti delle piattaforme internettiane attuali: perché non se ne tirano le conseguenze e non si parte nella creazione di piattaforme migliori?

Se esistesse (e non esiste) il manuale dell’innovatore, al primo capitolo ci sarebbe la spiegazione del fatto che per innovare occorre prima di tutto crederci. Lo scetticismo non aiuta. E nel caso di internet deriva soprattutto da una conoscenza superficiale dei limiti e delle opportunità che ci sono. Ma “non è mai troppo tardi”.

I profitti della Apple, i notai e i cambiamenti nelle parole “monopolio” e “concorrenza”

La Apple ha il monopolio delle innovazioni che lei stessa ha introdotto e che il mercato ha acquistato con entusiasmo: e quindi fa profitti oceanici. Anche se non ha quote di mercato maggioritarie se non nei lettori di musica. Questo tipo di monopolio minaccia la concorrenza? Ovviamente no, ma se e solo se non impedisce ulteriore innovazione da parte di altri. 

Si direbbe che in un settore dinamico, l’idea di monopolio si riconfiguri: non soltanto come posizione di controllo nel mercato attuale, ma anche come posizione di controllo del mercato futuro. Questo potrebbe avere conseguenze più ampie di quanto non sembri a prima vista. Ecco alcuni appunti attorno a queste questioni complicatissime (almeno per me).

In un mercato tradizionale e poco innovativo, che quindi presumibilmente sarà simile a se stesso anche in futuro, il tema del monopolio riguarda le quote di mercato: se un solo soggetto controlla da solo tutto il mercato o ha una quota talmente enorme da poter influire in tutto e per tutto sul mercato allora è un monopolista. Può determinare i prezzi. E può sfruttare i consumatori. Se in un mercato di questo genere un operatore ne compra un altro e raggiunge una quota di mercato troppo estesa, l’Autorità Antitrust interviene e blocca l’operazione. In un mercato di questo tipo la concorrenza va direttamente a vantaggio dei consumatori e a svantaggio dei profitti degli imprenditori. Questo genere di monopolio si può ottenere sia con una grande azienda, sia con un accordo tra tutti i potenziali concorrenti: i sospetti in materia sono ricorrenti, dalle compagnie petrolifere alle banche; ma una situazione analoga a un cartello riguarda alcuni generi di professionisti come per esempio i notai, gli avvocati, i farmacisti, i giornalisti (come me), categorie almeno in parte considerate nel recente decreto liberalizzazioni del governo.

In teoria, in concorrenza, i profitti marginali sono zero. Chi fa profitti è solo chi è più produttivo o riesce comunque a innovare e mantenersi a una certa distanza dai concorrenti. Cioè si conquista una piccola porzione di tempo nella quale è monopolista e riesce a imporrre un prezzo diverso da quello degli altri, o nella vendita dei prodotti o nell’acquisto dei fattori. Il brevetto è un monopolio autorizzato anche nei regimi che si dichiarano favorevoli alla concorrenza perché si dice che serva a difendere quel vantaggio dell’innovazione per un periodo certo. Un innovatore fortissimo come la Apple usa tutti i mezzi per mantenersi a distanza dai concorrenti e arricchirsi per tutto il periodo che intercorre tra l’intruduzione della sua novità, il raggiungimento del successo e l’arrivo in gioco di forti concorrenti. Se dopo un certo periodo i concorrenti, da Google-Android-Samsung a Microsoft-Nokia riescono a fare telefoni che si confrontano con gli iPhone, li superano in qualche feature o magari hanno prezzi migliori, i profitti della Apple sullo specifico prodotto dovrebbero cominciare a contrarsi. E la Apple deve aprire un nuovo fronte, per esempio quello dei tablet, ricominciando il ciclo.

Oppure può essere tentata di mettersi a difendere le posizioni conquistate in passato con mosse tese a ridurre la capacità di innovare dei concorrenti o dei potenziali concorrenti. Oppure può tentare di sfruttare il suo temporaneo monopolio in un settore per conquistare una temporanea posizione dominante in un altro settore. La tentazione è forte, tanto che qualche volta ci sono cascati tutti: da Microsoft a Google, da Apple a Facebook. Hanno ridotto l’innovatività altrui comprando potenziali concorrenti e lasciandoli poi a languire. Oppure entrando con prodotti propri in settori che si sviluppavano sulle loro piattaforme e nei quali altri facevano profitti. Queste sono pratiche difficili da definire per le Autorità Antitrust. Se le acquisizioni non spostano molto le quote di mercato attuali, le Antitrust non riescono a dire che spostano le quote di mercato future bloccando l’innovazione. Un po’ più facile per le Antitrust entrare in gioco quando devono contrastare un abuso di posizione dominante, la concorrenza l’attacco di chi domina un settore a un settore limitrofo. Tipicamente le aziende che vivono bene come piattaforme non dovrebbero lasciarsi tentare da queste pratiche: la loro ricchezza è la ricchezza dell’ecosistema che si sviluppa sulle loro piattaforme e di solito stanno bene attente a non avvizzire quell’ecosistema trasformandolo in una monocoltura. Insomma, il migliore Antitrust per i settori innovativi sembra proprio essere la convenienza stessa delle aziende, anche perché le Autorità faticano a intervenire.

Ok. E allora? Se si considera il termine monopolio come relativo alla situazione presente il caso dei notai e quello della Apple è molto diverso. I notai vivono in un mercato legalmente controllato da un, diciamo, “cartello”. La Apple vive in un mercato competitivo. I primi fanno profitti controllando la loro quota di mercato, la seconda fa profitti innovando. Se non ci sono interventi di liberalizzazione nel primo settore e se non ci sono interventi per garantire la concorrenza futura nel secondo settore, i due soggetti non si considerano concorrenti. Se invece si liberalizzano certe categorie professionali e si lascia agli innovatori tecnologici la piena libertà di sfruttare in tutte le direzioni la loro innovazione, questi ultimi o il loro ecosistema potrebbero essere tentati di esplorare nuove possibilità aperte nei settori precedentemente protetti. Non ci sarebbe nulla di insensato nel tentare di inventare una app-notaio o un robot-giornalista nel caso che quei mercati si liberalizzassero davvero. Se infine le autorità riuscissero a liberalizzare i mercati tradizionali monopolistici e a impedire che gli innovatori indulgessero in strategie volte a impedire l’innovazione degli altri, ci sarebbe spazio per un notaio che, compreso il cambiamento storico che avviene nel suo settore, si mette a studiare e lancia una app che gli conquista una nuova prospettiva economica. Ovviamente sono casi paradossali usati solo per fare degli esempi. (Andrebbe altrettanto bene una cosa analoga tra giornalisti e piattaforme per la ricerca automatica delle notizie). Una misura di liberalizzazione in un mercato potrebbe essere anche accompagnata da incentivi all’innovazione che possono partire da quel mercato, magari proprio per renderla più comprensibile agli stessi appartenenti a quella categoria.

Non si sa se si riuscianno a trasformare gli appartenenti a categorie ex-protette in innovatori. Ma si sa che il futuro è degli innovatori.

Deloitte: il contributo all’economia di Facebook in Italia, Germania e Regno Unito

Uno studio Deloitte registra che l’indotto di Facebook ha generato 232mila posti di lavoro in Europa nel 2011 e che ha aggiunto 15,3 miliardi al Pil europeo. Interessante notare questo contributo suddiviso per paesi. In Italia in particolare ha generato 2,5 miliardi di euro in più per il Pil, nel Regno Unito 2,6 miliardi, lo stesso in Germania. (via Venturebeat).

Non era scontato. Significa che, come si sa, l’Italia è fortissima su Facebook. Ma significa anche che la sua economia è abbastanza reattiva alle opportunità che si generano con il social network.