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Month November 2011

Agenda digitale – L’occupazione si fa con le start up

Grazie a Erik Lumer vedo questo sommario di un rapporto Kauffman Foundation che mostra come la nuova occupazione negli Stati Uniti sia fatta essenzialmente dalle start up. Si tratta di una tendenza di lungo periodo segnalata dall’Ocse da vent’anni: la grande impresa tende a ridurre il personale, la piccola impresa e la nuova impresa crea occupazione.

È evidente che al momento in alcuni settori ci sono più probabilità per la nascita di imprese. L’energia è forse uno di questi. La ricerca scientifica è certamente un buon generatore di idee di impresa. L’edilizia lo è sempre, a modo suo. Ma forse la dimensione economica che più probabilmente produce nuove imprese è il digitale: in ogni caso, è piuttosto provato che internet e la digitalizzazione dei settori tradizionali siano occasioni per innovazione anche radicale e dunque per opportunità di far partire nuove aziende.

Se nella roadmap per i prossimi anni non c’è spazio per un’agenda digitale, si tralasciano le migliori occasioni per la creazione di nuova occupazione.

Vedi anche:
Dov’è l’agenda digitale del governo?
I cinque capitalismi e la sfida italiana

Impronta Etica pensa avanti dieci anni

Appunti presi al volo durante il convegno.

Impronta Etica è un’associazione di imprese che sviluppano una strategia di responsabilità sociale. E oggi riflette intorno a quello che diventa la responsabilità sociale nella prospettiva di ciò che andrà fatto nei prossimi dieci anni.

Al centro della discussione: la necessità di un nuovo patto sociale perché da solo non ce la fa nessuno, la responsabilità sociale come leva di innovazione e competitività, la trasparenza come elemento necessario per la costruzione di una vera consapevolezza intorno alle questioni della responsabilità delle imprese.

In sostanza c’è bisogno di una roadmap per uscire dalla crisi e crescere. Chi la definisce? Non più solo la politica. Le imprese devono recuperare un rapporto fiduciario con la società, la cittadinanza deve recuperare legalità e partecipazione alle necessità pubblche, i territori devono accogliere tutti. Che cosa significa?
1. Crescita e lotta al debito vanno insieme, crescita e innovazione sostenibile vanno insieme, crescita, ricerca e innovazione digitale vanno insieme
2. Il vecchio patto sociale nel quale la politica era il mediatore centrale e il leader del coordinamento sociale si è rotto, perché la realtà va molto più veloce della politica e non c’è molto da fare: con il vecchio governo non ne parlavamo neppure, ma anche con un governo che sarà all’altezza di quello degli altri paesi, la politica sarà un po’ più leader ma necessariamente non abbastanza, vista la complessità del mondo attuale; il nuovo patto sociale parte dai soggetti economici, sociali e culturali. Alla velocità della realtà: cioè anticipandola. Senza aspettare le leggi che rendono obbligatorio qualcosa, quando si è capito che si deve fare qualcosa di responsabile. Di fronte alla crisi, non ci si mettono avanti i diritti, ma la capacità di stringere un nuovo patto sociale.
3. Si innova per uno scopo socialmente comprensibile. La sfida che conduce all’innovazione è il complesso competitività-tecnologia-obiettivi condivisi. La qualità della vita (ambiente, relazioni, identità culturali) è il nuovo paradigma del progresso: lo si capisce guardando alla realtà, anche se i comportamenti non sono coerenti per pregiudizi inveterati dovuti alla difficoltà a uscire dal precedente paradigma; per arrivarci ci serve un nuovo patto sociale comprensibile senza aspettare la politica ma costruito come un sistema di ipotesi e verifiche.
4. Si comprendono gli obiettivi e il nuovo patto sociale solo nella piena e chiara informazione su come stanno le cose. Con una grande partecipazione dei cittadini, visto che il pubblico attivo è stato la vera leva innovativa nell’informazione.
5. Ogni potere e autorità si riconquista legittimità, di fronte alla crisi pesantissima che affrontiamo, partecipando alla ricostruzione. Fare squadra è conveniente in questo scenario, non ha più senso la difesa delle posizioni contrapposte. Ci si mette insieme a ricostruire.

Ecco alcuni appunti presi al volo mentre si susseguono gli interventi:

Claudio Casadio era sindaco di Faenza. Oggi è presidente della Provincia di Ravenna. Commenta il messaggio di fondo di Impronta Etica. L’associazione di imprese interessate alla loro responsabilità sociale si è data un manifesto – chiamato Impronta 2020 – per svilupparsi nei prossimi dieci anni. Per lui l’etica è fatta di valori che ciascuno coltiva, ma forse non gli piace molto che sia un elemento di marketing. Anche perché un’azienda deve fare l’azienda, la politica deve fare la politica, ed è difficile che l’etica le guidi in assoluto: l’etica assoluta nella politica e nelle imprese può far danni, diventando un elemento di divisione e di mancanza di ascolto. Come tensione utopistica va bene. Non come bandiera di marketing. Alla ricerca del bene comune, dice Casadio, si deve partire dal porsi l’obiettivo di fare un po’ il bene di ciascuno: inclusività, farsi carico di quelle parti di comunità che non riescono a stare al traino dei modelli di sviluppo o che soffrono di più per le crisi. Per andare avanti devi andare avanti insieme. Questo momento di difficoltà economico, al di là dei problemi specifici dell’Italia, ci insegna che nessuno se la cava più da solo. Negli ultimi anni, peraltro, abbiamo sviluppato molto il tema dei diritti, meno il tema del patto sociale: il diritto alla salute è giusto, ma un ricovero è un costo, che si può sostenere se tutti accettano di pagare le tasse; il tema dei diritti si sta trasformando nel tema del patto sociale. Siamo 7 miliardi, diventiamo 9 miliardi nel 2050, la crescita è altrove: è una presenza che non c’era, arriverà una moltitudine di consumatori, che avrà un impatto e delle conseguenze. Ebbene: come il diritto alla salute dipende da un patto sociale, anche la sostenibilità dipende da un patto globale. Le responsabilità dei cittadini, delle singole aziende, dei territori locali, nei confronti della sostenibilità sono grandi e tutti approvano l’aumento della consapevolezza in materia, ma dopodiché quando si tratta di fare ciascuno la propria parte, inizia tutto un sistema di obiezioni che porta a dire che va bene fare la sostenibilità ma purché le azioni le facciano gli altri. C’è irresponsabilità in una parte d’Italia sui rifiuti, c’è irresponsabilità in ogni altra parte d’Italia sul tema dell’energia. Descrivere obiettivi ambiziosi, molto spesso ammantati di valori come l’etica, valori assoluti, significa poi capire che quei valori e quei risultati vanno poi perseguiti con il contributo di tutti, ma per una parte è diritto e per una parte è responsabilità, una parte è soddisfazione e una parte è dolore. Se questa è una terra che ha raggiunto una qualità di vita eccellente è perché ciascuno ha messo sul piatto la propria volontà di migliorare insieme agli altri.

Maurizio Carini, amministratore delegato del gruppo Hera, e presidente di Impronta Etica. La sostenibilità sarà il principale fattore di crescita dei prossimi anni. Il cambiamento di scenario degli ultimi anni è enorme. Siamo in un contesto complessivo completamente diverso da quello che abbiamo conosciuto dal Dopoguerra in avanti. Il contesto nel quale lavorano le imprese è nuovo. Non attraversiamo una crisi finanziaria, ma molto più ampia e profonda. Si arriva a domandarsi se il sistema di mercato è giusto, visto che i suoi limiti sono così grandi. Le riflessioni da fare insomma sono enormi. Qual è il ruolo della sostenibilità in questo scenario? Che cosa è cambiato negli ultimi dieci anni? E come definisce le linee di sviluppo dei prossimi dieci anni? Kpmg dice che vanno dimenticati gli anni in cui la responsabilità sociale era un “abbellimento” dell’attività d’impresa e un elemento del suo marketing. Oggi la responsabilità sociale è un elemento di innovazione per migliorare la competitività delle imprese. La responsabilità spinge all’innovazione per accrescere il business. È un approccio completamente diverso. L’impresa non è più un’organizzazione concentrata a generare profitto e poi disposta a restituire alla società per “buonismo”. Oggi il profitto si fa solo innovando e gestendo il business in base al tema della responsabilità sociale. Dieci anni fa l’85% dei rifiuti andava in discarica, nessuno si lamentava. Oggi in Romagna siamo leader a livello nazionale nella raccolta differenziata ed è un punto fondamentale della nostra attività di impresa e se non la miglioriamo ci buttano fuori dal mercato: oggi portiamo solo il 25% in discarica ma ci criticano per questo e dobbiamo migliorare ancora. Il business in quel settore è strettamente condizionato dalla pratiche di sostenibilità. Stesso discorso sull’energia: dieci anni fa importava fare energia elettrica in qualunque modo; oggi tutte le aziende del settore fanno pubblicità solo in base alla loro capacità di produrre energia da fonti rinnovabili e questa è la principale leva commerciale. È così dappertutto. Nell’alimentare, tutto “bio”. Nell’edilizia, tutto risparmio energetico. Michael Porter dice: le imprese che stanno fuori dal ciclo della sostenibilità saranno espulse dal mercato, un po’ come un tempo si diceva delle imprese che stavano fuori dal ciclo dell’informatizzazione. Impronta Etica si è data un manifesto: l’impresa come soggetto dello sviluppo del suo territorio; impresa capace di interiorizzare i principi di responsabilità sociale facendo della sostenibilità una parte integrante dei propri processi e sistemi di gestione; il concetto della trasparenza per tutte le imprese è diventato un imperativo categorico.

Giovanni Panebianco, direttore per i rapporti istituzionali del Dipartimento politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri. Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. È chiaro che i tre aggettivi stanno insieme o non funzionano. La strategia 2020 è l’elemento fondamentale della nuova governance economica europea che succede alla strategia di Lisbona e che dimostra la consapevolezza che occorre dotarsi di un coordinamento più forte delle politiche economiche. Obiettivi chiave europei e nazionali. Obiettivi su quanti lavorano, quanto si fa ricerca, quante emissioni si possono accettare, sottrarre 20 milioni di persone alla povertà. Crescita verde, agenda digitale, riduzione della povertà. Intanto, la nazione deve avere conti a posto e darsi un percorso di crescita.

Seguono gli interventi delle aziende associate a Impronta etica: Giovanni Monti, Coop Adriatica; Ivano Minarelli, Camst; Giancarlo Ciani, CCC; Filippo Bucchi, Hera; Carlo Pezzi, Romagna Acque; Raffaele Nardi, Igd.

Dov’è l’Agenda digitale del governo?

Con la scelta dei sottosegretari si è conclusa la formazione del nuovo governo (Sole). E non c’è nessuno cui sia stato affidato il compito di gestire l’agenda digitale italiana. È una sorpresa. Non facile da digerire (Longo e Mac-e-Martello).

Ci sono due possibilità. Nella prima ipotesi, l’agenda digitale è una tale priorità del governo che non viene considerata come una funzione specialistica da affidare a un sottosegretario ma le azioni che richiede vengono assunte dalla collegialità del governo (infrastrutture e banda larga, istruzione e analfabetismo funzionale e tecnologico, sviluppo e facilitazione per l’avvio di nuove imprese, fisco e definizione delle aliquote nell’ecommerce, e così via). Nella seconda ipotesi, internet continua a essere vista come un giochino per amanti di Facebook, vagamente pericoloso per quelli che lavorano sui media tradizionali, poco comprensibile e dunque poco prioritario, e così via.

Eppure, il professor Monti conosce bene la Kroes, la McKinsey, e tutti gli studi che dimostrano come l’investimento nello sviluppo dell’economia digitale sia una delle migliori chance per il rilancio della crescita. Secondo questi studi, compresi quelli citati su Nòva24 domenica scorsa, le misure comprese nell’agenda digitale europea incentivano la nascita di nuove attività imprenditoriale, creano posti di lavoro, alimentano la crescita del Pil, migliorano l’inclusione sociale, diminuiscono l’analfabetismo, migliorano la trasparenza e la qualità delle pubbliche amministrazioni, con un ottimo rapporto tra investimenti e risultati.

Vale la pena di sperare che sia giusta la prima ipotesi.

Zynga, crisi di crescita

castleville.pngZynga ha 49 milioni e mezzo di utenti attivi ogni giorno (AppData). Ha lanciato recentemente un nuovo gioco sociale su Facebook, CastleVille, con quasi 7 milioni di utenti attivi ogni giorno. Manca poco alla quotazione dell’azienda e questi numeri assoluti sono di sicuro molto buoni. Ma il problema è che invece di crescere, gli utenti attivi sono piatti o diminuiscono (TechCrunch). E gli analisti cominciano a lanciare segnali di scetticismo (BusinessWeek).

Il fenomeno dei giochi sociali su Facebook è stato gigantesco. E lo è tutt’ora. I soldi effettivamente girano. E il modello di business sta in piedi. Quello che manca attualmente sembra l’entusiasmo dei primi tempi, la libertà creativa delle piccole aziende che esplorano un mondo nuovo, la certezza di un ritmo di crescita sostenuto per l’avvenire. Siamo apparentemente arrivati al tipico rallentamento delle curve logistiche. Ma che male c’è? Per la finanza speculativa è un problema vero. Per il resto del mondo non sembra un grande problema. Vedremo se Zynga saprà adattarsi all’epoca storica in cui si presenta sul mercato finanziario.

Ma un fatto è certo. La gamification della vita sociale è un fenomeno che vive di mode, di eventi, di aggregazioni di attenzione non necessariamente continuative. Per coinvolgere, le storie devono sorprendere, gli incentivi a vincere devono affascinare e i software devono funzionare. Quando un fenomeno passa dalla fase esplorativa a quella della stabilizzazione la qualità deve crescere più della quantità.

Resta però l’impressione che nella cultura del gioco ci sia di più che un insieme di passatempi. C’è uno dei misteri della motivazione delle persone a impegnarsi e fare qualcosa con energia. Il dibattito intorno alla questione può avere dei periodi di maggiore e minore interesse, ma la tendenza segnala qualcosa di più profondo e importante.

Vedi anche:
L’esodo nel videogioco
Gamification non è packaging
Gamify
McGonigal: 10 mila ore di educazione

Libri Classici – WISDOM OF CROWDS – James Surowiecki

Wisecrowds.jpg

Il libro di James Surowiecki, The Wisdom of Crowds, pubblicato da Random House nel 2004, è ormai un classico. E il suo titolo è diventato un modo di dire piuttosto diffuso. Perché ha colto un grande fenomeno emergente: un grande salto in avanti della qualità e dell’influenza di quella dimensione del coordinamento intellettuale e pratico delle persone che qualcuno chiama “intelligenza collettiva”. Il problema è che oggi è anche divenuto urgente sviluppare una visione critica di quel fenomeno. Perché si ha l’impressione che la qualità e l’influenza della dimensione collettiva del pensiero e delle motivazioni che portano all’azione coordinata delle persone non è ricca e innovativa senza un vero contributo individuale. Anzi, in qualche caso (o forse in molti casi) quando la dimensione collettiva prende troppa influenza, finisce per conculcare la libertà, ridurre la creatività, generare ansia e infelicità. Vale la pena di riprendere in mano il libro sincero e visionario di Surowiecki, anche per avviare una riflessione su un possibile aggiornamento del suo discorso.

In effetti, il sottotitolo del libro può apparire oggi piuttosto azzardato: Why the Many Are Smarter Than the Few and How Collective Wisdom Shapes Business, Economies, Societies and Nations. Il termine smart in effetti copre una vasta gamma di significati che vanno dalla brillante intelligenza alla veloce capacità di capire fino alla furbizia efficiente e all’eleganza esteriore. E dunque l’osservazione secondo la quale molte persone insieme sono più smart di pochi esperti non si comprende se non tenendo conto di quell’ambiguità. Surowiecki aveva descritto come un gruppo ben coordinato di persone può comprendere una situazione e decidere in modo migliore di un singolo esperto. Il che peraltro è coerente con le più interessanti teorie dell’evoluzione della specie umana, secondo le quali la nostra capacità di vincere nella dinamica della selezione naturale si è basata non solo sull’evoluzione genetica, ma anche sull’evoluzione culturale, cioè sulla nostra capacità di imparare a coordinarci collettivamente. Surowiecki ne aveva dedotto tra l’altro alcune conseguenze, abbastanza ottimistiche, su molti aspetti della vita sociale, sostenendo tra l’altro, seppure con molto pragmatismo, la saggezza e l’efficienza di alcune soluzioni emerse nel corso della storia per coordinare l’economia e la politica come i mercati e le democrazie.

Oggi, nel mezzo di una crisi essenzialmente dovuta all’interpretazione
populista e demagogica della democrazia, da un lato, e dall’altro
all’interpretazione speculativa e vorace del capitalismo finanziario,
abbiamo comprese che i mercati e le democrazie saranno anche ottime
soluzioni per il coordinamento delle persone ha hanno bisogno di una
buona innovazione nelle regole istituzionali che li tengano su solidi
binari, altrimenti tendono a deragliare. Ma non possiamo non vedere
anche il fatto che qualunque forma collettiva può evolvere in modi
diversi. La famiglia può essere la più bella delle espressioni della
vita sociale oppure trasformarsi nel familismo amorale. Il vicinato può
evolvere in una bella solidarietà tra le persone e le famiglie che
convivono nello stesso quartiere rispettandosi a vicenda, oppure può
trasformarsi in isolamento culturale aprendo la strada a comportamenti
violenti, dalle gang giovanili alla mafia. La democrazia nei diversi
contesti evolutivi può generare diversi gradi di saggezza o stupidità. E
il mercato nei diversi contesti evolutivi può essere un meccanismo
concorrenziale che produee efficienza, intelligenza e meritocrazia,
oppure diventare un capitalismo becero nel quale semplicemente prevale
il forte sul debole, lo stupidamente violenti sul pacificamente
intelligente, il criminale sull’onesto.

Il tema è enorme e certamente non si risolve in questo post. Meglio approfondire. Per farlo vale la pena di partire da alcuni link che portano a pagine utili per avere un quadro veloce del pensiero di Surowiecki. La voce di Wikipedia sul libro di Sorowiecki e sul concetto di wisdom of the crowd. Il riassunto dell’editore. Un riassunto veloce capitolo per capitolo di SqueezedBooks. La scheda su Google Books. E un piccolo intervento su YouTube dell’autore che riassume con le sue parole il suo pensiero:

Ma è vero? La crowd è sempre meglio dell’esperto? Come può il singolo influire
sulla tendenza collettiva quando vede che è necessaria un’innovazione o
un miglioramento? E soprattutto nel contesto internettiano come evolge l’equilibrio tra individuo e gruppo? Come individuo sono arricchito dalla grande opportunità intellettuali dell’intelligenza collettiva accelerata dalla rete, ma sono anche rafforzato nella mia capacità di generare un pensiero libero, autonomo, innovativo, creativo? Probabilmente le risposte sono in un mondo intellettuale più equilibrato di quello che si sviluppa nella fretta di ogni giorno. E vale la pena di dedicare all’argomento un pensiero. La strada della saggezza si aggiorna. Forse.

Apps e WebApps si avvicinano

Man mano che avanzano i sistemi per scrivere facilmente html5, si avvicina il momento in cui le webapps potranno competere dal punto di vista produttivo con le apps. Naturalmente dovranno esserci non solo editor di webapps ma anche sistemi per consentire a queste ultime di usare tutte le funzionalità dei cellulari e dei tablet (localizzazione, fotocamera, sensori di movimento, ecc). Ma la storia si sta muovendo anche in questa direzione. (GigaOm)

Le webapps hanno il vantaggio strutturale di poter essere distribuite con il web e usate con il browser, mentre le apps devono essere distribuite con i negozi di apps di proprietà dei costruttori delle piattaforme, come Apple e Google. Alla fine potrebbero diventare più vantaggiose per le aziende che non vogliono necessariamente dare il 30% del loro fatturato alla piattaforma che ospita le loro apps. Nell’editoria, questo sembra particolarmente interessante.

Vedi anche:
Mercato dei tablet
100mila utenti per la webapp di Ft
Apple newsstand e webapps
Web, apps e webapps

Herdict, per sapere chi censura cosa dove online

Herdict.orgDal Berkman Center arriva Herdict, un’iniziativa del professor Jonathan Zittrain per condividere le esperienze sull’accessibilità dei vari servizi online in ogni parte del mondo.

L’analisi della censura può essere in qualche modo effettuata centralmente dalle università, ma uno scambio delle notizie generate dagli utenti che incontrano difficoltà di accesso ai servizi web può risultare più facile e vantaggioso.

Se un utente incontra difficoltà ad accedere a un servizio può guardare Herdict e scoprire se altri utenti hanno la stessa esperienza, magari trovando anche qualche spiegazione.

Earbits & Co. La musica cambia ancora. Intanto, Facebook e Apple…

La musica è il laboratorio più avanzato della trasformazione dei media. E il adesso sembra il momento dei servizi streaming con un modello di business sensato e ottima integrazione con i social network.

Earbits per esempio si presenta come un servizio per scoprire nuovi musicisti e per ascoltarli come alla radio senza pubblicità. Earbits vive fondamentalmente dei dollari che le band spendono sulla sua piattaforma per farsi trovare e ascoltare.

Altri servizi in questo spazio anche se con modelli di business diversi ce ne sono. Per esempio Spotify, Rdio, Mog, Slacker.

Mashable mostra quanto questi servizi sono cresciuti da quando Facebook consente lo scambio di segnalazioni musicali con gli amici. Numeri da boom esponenziale.

Apple ha costruito dal nulla la prima grande piattaforma che è riuscita a rivoluzionare legalmente il business della musica. Era l’epoca dei download. Ora sembra piuttosto che lo streaming sia protagonista, anche perché ormai la banda larga always on è molto più diffusa. E Facebook sembra aver preso l’onda. Mentre Ping, della Apple, non pare ancora molto nel radar. Vedremo.

Aldo Bonomi – I cinque capitalismi e la sfida italiana

aldo_bonomi.jpgAldo Bonomi (nella foto) ha spiegato ieri a Vicenza, nell’ambito del convegno su Creatività High-Tech, la sua visione di quello che aspetta il capitalismo italiano. Bonomi ha trovato le parole che servivano a vedere realtà invisibili ai concetti precedentemente utilizzati, come il capitalismo molecolare dei piccoli imprenditori del Nord Italia e la città infinita che hanno costruito nel tempo. Ma sa aggiornare la sua visione.

In Europa, dice Bonomi, ci sono cinque capitalismi.
1. Il capitalismo anglosassone, quello che vede l’impresa come una molecola della finanza, per il quale il movimento è tutto nella circolazione del denaro: questo capitalismo ha puntato tutto sulla relazione tra finanza e consumo, mettendo al margine la manifattura.
2. Il capitalismo renano, fatto di grandi banche, grandi imprese e grandi sindacati, nel quale la concertazione e la cogestione hanno consentito di mantenere un equilibrio organizzato, in grado di lanciare le sue grandi strutture economiche a costruire reti lunghe, a investire precocemente in Cina, a finanziare la ricerca di base, a partecipare alla globalizzazione in modo strutturato.
3. Il capitalismo francese coordinato dallo Stato in base a un sistema relativamente efficiente nel quale lo Stato stesso non perde e non disperde soldi.
4. Il capitalismo anseatico fondato sulla ricerca e l’innovazione
5. Il capitalimo di territorio basato sulla manifattura e l’imprenditorialità diffusa.

Il nostro capitalismo, il quinto, quello dell’imprenditorialità diffusa che è riuscito con accorgimenti di ogni genere a restare dentro la ragnatela del valore, ha usato la tecnologia digitale per gestire la rete dei subfornitori, per controllare l’andamento delle vendite, per trovare nuovi clienti nel contesto della globalizzazione, a partire da grandi piattaforme produttive territoriali che nel loro complesso avevano dimensioni da grandi aziende ma erano formate da reticoli di microimprese.

Ebbene, quella fase è finita. Bonomi, nel dirlo, sa che sta aprendo a se stesso e a chi lo conosce una porta verso un percorso sconosciuto. Ma con la sua sincerità intellettuale non cessa di stupire: le categorie che lo hanno reso indispensabile per capire le piccole imprese reticolari italiane, non sembrano reggere alla grande trasformazione in atto. Lui vede però che al mondo tradizionale delle microimprese produttive si vanno aggiungendo nuove figure e tensioni: le avanguardie che esplorano le reti lunghe e le filiere non necessariamente territoriali, anche grazie a internet, i protagonisti dell’immobilismo, e gli imprenditori per necessità, quelli che si mettono in proprio perché hanno perduto un precedente lavoro, i migranti e quelli che, giovani, non immaginano di trovare un’occupazione stabile se non se la costruiscono da soli.

Non è una crisi da attraversare, dice Bonomi: è una metamorfosi. Che sfida ci attende, dunque?

Per Bonomi ci sono tre interpretazioni di quello che ci attende concentrandosi su idee che possono avere un’ispirazione in qualche modo positiva:
1. La decrescita à la Latouche. Bonomi non parla di declino perché in qualche misura sta proponendo una visione “scelta” dalla società, non subita. E un’ipotesi che a Bonomi sembra improbabile. Gli italiani non sceglieranno scientemente una strategia di riduzione dei consumi.
2. La delega ai nuovi leader che risolvono i problemi. In base a questa interpretazione, finita una fase di cattiva organizzazione dello Stato, i nuovi capi sapranno ridefinire il sistema e porteranno il paese fuori dalla spirale negativa nella quale si è avvitato. Bonomi non ci crede.
3. La riconversione. Una profonda trasformazione del capitalismo italiano centrata sull’integrazione nelle sue maglie costitutive del senso del limite. L’equilibrio ambientale viene incorporato nella produzione. La strategia aziendale si sintonizza con le necessità e il valore economico della sostenibilità (non usa questa parola, Bonomi, forse troppo sintetica, ma in un riassunto la può accettare). Niente a che fare con l’ecologismo valoriale. Ma la scoperta delle opportunità della “green economy” e delle sue declinazioni sistemiche. La ricostruzione delle città in chiave sostenibile. Il ridisegno dei territori. “E chi nel Veneto ce ne sarebbe un gran bisogno”. L’occupazione del suolo a base di capannoni è una fase terminata. Ma la nuova fase potrebbe essere estremamente produttiva e interessante.

Già. La nuova definizione di progresso, come si dice spesso in questo blog, non può che essere concentrata – oltre che sulla crescita quantitativa – anche sullo sviluppo qualitativo: qualità della vita di relazione, qualità dell’ambiente, qualità della dinamica culturale. Come sempre, una crisi profonda è anche una grande possibilità: dalle macerie culturali e sociali lasciate dal bombardamento insensato dell’epoca consumistica si avvia una fase guidata dall’energia della ricostruzione. La ricostruzione della qualità ambientale, sociale e culturale.

Vedi anche:
Dalle macerie alla ricostruzione – 14 novembre 2011
Una road map per gli italiani – 10 novembre 2011
Vergogna – 9 settembre 2011
Il peso e la leggerezza – 20 ottobre 2011
Individuo e comunità – 2 settembre 2011
La qualità non è decrescita – 19 novembre 2010
Riflessioni sulla qualità – 23 ottobre 2010
Il filo intermentale – 13 ottobre 2010
Qualità, quale qualità… – 11 ottobre 2010

Libri:
Zoja – Prossimo – 19 dicembre 2010
Clark – Rifare le città – 13 dicembre 2009
Latouche – Decrescita – 2 marzo 2008

Corte di giustizia europea: copyright con grano di sale

corte_giustizia_europea.jpgLa Corte di giustizia europea ha stabilito alcuni principi chiave sul copyright (via Quintarelli):
1. L’obbligo di filtrare i contenuti per trovare chi infrange il copyright non può essere imposto in modo generalizzato ai provider (“because the copyright is important but not inviolable”)
2. Quindi la protezione del copyright non può ridurre altri diritti come il diritto dei provider di non monitorare i casi di violazione del copyright, il diritto di privacy di terze parti, la libertà di espressione e di parola, il principio di proporzionalità

La sentenza sembra sostenere la posizione che si sta sviluppando alla Commissione e portata avanti in modo coraggioso da Neelie Kroes.

Vedi anche:
Kroes fa un salto di qualità sul copyright – 21 novembre 2011
Io editore tu rete – 21 novembre 2011
L’arte fuori di sé – 18 novembre 2011
Brevetti e copyright – 7 novembre 2011
Il buono dell’editore – 7 novembre 2011
Occupy museums – 25 ottobre 2011

Quegli 800 milioni su YouTube e Facebook

I dati più recenti sulla popolarità di YouTube (via GigaOm):

800 milioni di spettatori al mese
(oltre la metà non parlano l’inglese come prima lingua)

3,5 miliardi di video visti al giorno
(erano 3 miliardi sei mesi fa)
(erano 2 miliardi nel maggio 2010)

Anche Facebook ha 800 milioni di utenti. A quanto pare, almeno la metà usa il social network ogni giorno. (via Facebook)

Il coro di Groupon e la bolla

team-groupon.jpg

Il prezzo delle azioni di Groupon è sceso sotto il valore di ipo. (DealBook). L’ennesima raschiata ai risparmiatori gestita da Goldman Sachs e Morgan Stanley (Bloomberg) è avvenuta nonostante che questa volta non mancassero le perplessità nei confronti delle azioni offerte (Economist). Il coro dei suggeritori ha comunque sovrastato le voci critiche.

Ecco il prezzo di ipo e il valore attuale di alcune aziende che si sono quotate recentemente (DealBook):
Demand Media – prezzo ipo: $17
– chiusura di martedì $6.85
Groupon
– prezzo ipo: $20
– chiusura di mercoledì: $16.96
LinkedIn
– prezzo ipo: $45
– chiusura di mercoledì: $66.00
Pandora
– prezzo ipo: $16
– chiusura di mercoledì: $10.51
Renren
– prezzo ipo: $14
– chiusura di mercoledì: $3.75
Yandex
– prezzo ipo: $25
– chiusura di mercoledì: $20.05

Vedi anche:
Ipo – Groupon e Zynga stanno partendo
Chi si fida di Groupon

Nella foto: il team di Groupon nel 2009 canta in coro: si tratta di Bach BWV 248 No. 2 “Brich An, O Schones Morgenlicht”, alla Chicago Lyric Opera (dal sito di Groupon).

Rilevatore automatico di stupidaggini

Dan.jpgAl NeimanLab lo chiamano “automatic bullshit detector”. E’ il sogno del fact checking. Un software che trova le boiate dette dai politici: quelle cose che affermano e che non corrispondono ai fatti. E’ il progetto di Dan Schultz (nella foto), studente del Mit che sta dedicando al tema la sua ricerca. (NiemanLab)

In realtà, il software non distingue tra verità e menzogna. Semplicemente evidenzia le frasi dubbie. Confrontandole con il database di frasi contenuto su PolitiFact. Il progetto sarà completato in un anno e sarà rilasciato con licenza open source. (TheNextWeb)

Il tema del crap detector è stato posto da Hemingway come una capacità da coltivare per poter scrivere romanzi sensati. Ed è stato ripreso da molti osservatori. Howard Rheingold l’ha applicato al web.

Vedi anche:
Affidabilità dell’informazione
Sensore di boiate
Principi metodologici (via Timu)

Agenda digitale – La credibilità della roadmap

Ecco alcuni appunti sulla relazione tra l’agenda digitale, la crescita e le decisioni del governo. Una sorta di aggiornamento rispetto alle considerazioni sviluppate nei giorni scorsi e ai commenti che ne sono scaturiti.

Il nodo più difficile

I primi passi del nuovo governo sono stati sostenuti da un largo, apparente, consenso. Ma non sono mancate le critiche preventive. Critiche giustificate ma anche un po’ preconcette, fino a che mancano le informazioni. Se il governo Monti ha qualche chance di far passare la sua linea, questa è legata alla sua capacità di informare correttamente e pienamente sull’economia, le ipotesi sottostanti le misure che deciderà, i risultati attesi. Niente fiction per Monti, altrimenti perde. Purtroppo, se c’è un fattore di debolezza fondamentale per il suo governo sta nel fatto che a occhio e croce incontrerà notevoli difficoltà a riformare il sistema dell’informazione, specie televisiva. Ma dovrà trovare il modo di informare correttamente lo stesso. (“L’operazione credibilità passa anche per l’operazione verità” dice un ministro a Repubblica).

Running on the roadmap

Si dice che una strategia di lungo periodo, anche se appoggiata a concetti forti come “agenda digitale” sia troppo lenta. I tagli immediati non possono ridurre il deficit se non sono accompagnati da misure che rilancino la crescita: ma quali misure hanno efficacia immediata? Sulla strada definita dalla roadmap accadono molte cose. Alcune subito altre in seguito. E il punto di avere una roadmap è proprio questo: sapere e far sapere che le azioni urgenti non dimenticano le azioni importanti. Sicché una delle ipotesi è questa. La crescita può essere sostenuta da aumenti di spesa o riduzioni di tasse, ma il bilancio non se li può permettere: in realtà si possono spostare le risorse in modo che producano di più. Sappiamo che ci saranno un poco più risorse per gli investimenti delle imprese e per l’occupazione, mentre si ridurranno le risorse per il consumo. Il che è sano. Ma può funzionare se le imprese possono contare su uno scenario chiaro e stabile, nel quale possono credere di poter giocare a loro volta una partita strategica. E questo è il motivo per cui la roadmap è fondamentale e può avere effetti immediati: se le imprese ci credono agiscono subito.

Decisionismo non è verticismo

L’Europa sarà una grande alleata di questo governo. E noi cederemo sovranità all’Europa in cambio di una maggiore influenza sulle decisioni europee. Abbiamo anche qualche bella soddisfazione in tal senso. (Sole). Le manovre da adottare saranno complicate e andranno prese con decisione. Un certo decisionismo sarà necessario, nei confronti della palude del sottobosco politico. Le scelte del governo dovranno apparire ineluttabili come è stata ineluttabile la nomina di Monti, altrimenti si impantaneranno nelle discussioni più inutili. Ma il decisionismo non è verticismo: il meccanismo di ascolto delle istanze sociali, culturali ed economiche della popolazione andrà rilanciato. Anche per sostenere il punto citato sopra: Monti vince solo se informa molto bene sulle compatibilità della situazione economica e delle scelte da operare. Anche per alimentare le energie d’impresa che ci sono in Italia. Da questo punto di vista, per quanto riguarda l’agenda digitale, si ricorda che Antonio Catricalà non ha dato un contributo di chiarezza sostenendo misure contrarie alla net neutrality per aiutare i giganti delle telecomunicazioni a scapito delle piccole imprese e delle start up (Repubblica).

Vedi anche:
Vicoli e opportunità in Europa – 22 novembre 2011
Il migliore dei Monti possibile – 21 novembre 2011
Downsizing expectations – 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione – 16 novembre 2011
On the roadmap – 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione – 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani – 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state – 3 novembre 2011

On the roadshow – Opportunità non solo vincoli in Europa

neelie_kroes_small.jpgL’ipotesi di fondo è chiara. Vogliamo risanare i conti pubblici. Se lo facciamo solo tagliando le spese e aumentando le tasse, abbiamo un effetto macroeconomico molto semplice: in un primo momento miglioriamo i conti, ma immediatamente dopo abbiamo un effetto di contrazione del Pil che riduce le entrate fiscali e peggiora i conti pubblici. Quindi, mentre riduciamo la spesa pubblica e aumentiamo le tasse, dobbiamo anche fare politiche di crescita del Pil. E poiché le risorse per farlo non sono elevate ma addirittura si contraggono, dobbiamo trovare soluzioni di sostegno della crescita che abbiano molta efficacia moltiplicativa. Questo si può fare solo nel quadro di una roadmap che unisca le azioni di contenimento del deficit pubblico alle azioni di incentivazione alla crescita. L’agenda digitale è una delle forme di questa roadmap.

Non c’è dubbio che lo sia. Perché, da Itu a McKinsey, gli osservatori concordano sull’idea che l’investimento nelle infrastrutture e nei servizi digitali sia un fattore di crescita del Pil dotato di un moltiplicatore molto elevato: spesa limitata effetti potenzialmente molto grandi, grazie all’effetto network, alla dinamica “palla di neve”, alla logica non lineare e sostanzialmente esponenziale tipica della rete digitale. In quest’ambito, si danno parecchi insuccessi, ma alcuni successi tanto grandi da trascinare importanti accelerazioni economiche. Anche perché ogni digitalizzazione di successo ha effetti collaterali significativi sull’ecosistema a cui si riferisce, calizzando spiriti innovativi, migliorando la trasparenza dei mercati, rendendo più efficiente la collaborazione, abbassando i costi transazionali, moltiplicando le iniziative di imprenditoria sociale e di mercato. E così via. L’ottica è probabilistica, non deterministica. Ragionata, non meccanicamente burocratica.

Questa è l’ipotesi. La verifica si può operare solo agendo. Ma l’esperienza di altri paesi, dalla Corea alla Svezia e al Regno Unito, tanto per fare pochi esempi, dimostra che il risultato atteso non è irreale.

Il problema è che l’agenda digitale è spesso confusa con la spesa informatica della pubblica amministrazione locale e nazionale. Cioè appare come una qualunque delle forme di opportunità di potere, una tentazione per la corruzione, una pratica che rischia di alimentare lo spreco e comunque una delle questioni intorno alle quali si faranno fatalmente i tagli.

Invece, l’agenda digitale è un capitolo della roadmap. Tagli e investimenti, insieme: purché la ricchezza generata dagli investimenti sia superiore a quella sottratta con i tagli. L’agenda digitale si riferisce a un contesto tecnologico, economico, sociale e culturale dalle conseguenze così pervasive e ampie – e i suoi costi sono tanto orientati a diminuire nel tempo – che il suo risultato potrebbe essere proprio questo: crescita e tagli insieme.

Le azioni previste dall’agenda digitale non dipendono necessariamente solo da grandi azioni di concertazione o da ampi tavoli di discussione e governo dei diversi livelli dell’amministrazione. Forse dovrebbe essere anche una raccolta di idee di costo inferiore al risultato, una sorta di “imprenditorialità pubblica”, sostenuta e interpretata alla luce della roadmap. Non una programmazione, ma una forma di incentivazione economica, sociale e culturale, fondata su un quadro interpretativo capace di valutare le azioni che hanno le maggiori probabilità di essere più produttive. Sapendo che si può sbagliare.

Il roadshow europeo del governo italiano sarà tanto più forte quanto più riuscirà a tenere insieme i tagli e il sostegno alla crescita. Il piano di uscita dalla crisi dipende da entrambi i lati della contabilità nazionale. Dopo anni di inadempienze, anni in cui i rappresentanti italiani mancavano di partecipare ai tavoli di discussione sull’allocazione delle risorse europee per lo sviluppo, anni in cui abbiamo dimostrato disattenzione ai nostri conti e alle opportunità che l’Europa puà costituire (non solo ai limiti che pone), ora dobbiamo cambiare registro: sia sui vincoli sia sulle opportunità europee.

Del resto la stessa Commissione europea ha bisogno di interlocutori più qualificati per implementare l’agenda digitale nei vari paesi. Uno dei suoi programmi, il Cef (Connecting Europe Facility), è un piano da 50 miliardi di euro per il miglioramento delle reti e dei servizi di rete digitale. Perché, dice Neelie Kroes, possono produrre mille miliardi di valore economico aggiuntivo in dieci anni. 

Dove trovare notizie? Ecco un elenco non esaustivo, mi scuso per tutti i servizi che non riesco a citare, ma spero che nei commenti l’elenco si arricchisca:

Agenda Digitale. Ottimo sito dell’Unione Europea con gli argomenti fondamentali dell’agenda digitale e un sistema di comparazione di dati semplice ed efficace che consente di provare le correlazioni principali tra le variabili e i fenomeni connessi.

Going local. Sempre l’Europa lancia una serie di iniziative adattate ai territori dell’Unione e orientate a comprenderne la validità. Se ne parla a Palermo oggi in un ottimo convegno organizzato all’Albergo delle Povere dalla Commissione Europea, la presidenza del Consiglio dei Ministri, la Regione Sicilia, Provincia e Comune di Palermo, con rappresentanti locali, della commissione dell’imprenditorialità sociale ed economica.

Agenda digitale per l’Italia. Un’iniziativa di persone che dedicano una parte del loro tempo a sostenere l’importanza del tema in Italia. Dopo una forte pressione qualche mese fa, che ha potuto far salire l’attenzione sul tema ma è anche stata sovrastata dalla crisi finanziaria dell’estate, ora mantiene un blog e alcune iniziative aperte. Il suo tema sta tornando all’attenzione per i motivi citati in questo post.

Igf Italia 2011. Tappa trentina del grande sistema multistakeholder che custodisce la qualità del sistema con il quale la rete si autogoverna, discute di come migliorarla, si connette con le altre strutture che si occupano del tema.

Dati.gov. Una sorta di portale che serve a trovare le iniziative orientate ai dati aperti e alla trasparenza dell’informazione di base della pubblica amministrazione italiana.

Digital Advisory Group. Una trentina di organizzazioni, imprese e università che collaborano per aliementare la crescita dell’economia digitale in Italia.

Vedi anche:
Il migliore dei Monti possibile – 21 novembre 2011
Downsizing expectations – 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione – 16 novembre 2011
On the roadmap – 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione – 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani – 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state – 3 novembre 2011