October 2011
Mon Tue Wed Thu Fri Sat Sun
« Sep   Nov »
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31  

Month October 2011

Economia della musica

Roger McNamee, musicista e venture capitalist, parla del business della musica e tira fuori argomenti liberi da pregiudizi, ma basati su esperienza e fatti. «Non facciamo previsioni qui» dice molto correttamente «solo ipotesi». E le ipotesi sono tutte da ascoltare, rimuginare e provare.

Cose serie, in serie, per serie – Biennale 2011

Thumbnail image for biennale2011foto.JPGAlla Biennale 2011. L’Arsenale. Non c’è modo di non restare incantati dalla bellezza dell’ambiente nel quale si sviluppano le peripezie artistiche dei curatori, delle nazioni partecipanti, delle logiche di marketing e finanziarie.

Si dimentica volentieri tutto quello che la magnifica Sarah Thornton scrive in Seven days in the Art World. La Biennale come il luogo delle feste e gli eventi che generano e rinforzano la logica della comunità che guida e subisce il mondo dell’arte. (Se ne parlava).

Si dimentica, lasciandosi andare all’ascolto delle idee di chi è chiamato a esporle. Con fiducia.

Ho visto, tra l’altro, un tema e una soluzione. Non è un’idea nuova. Ma quest’anno sembrava particolarmente ripetuta. Una serie di serie.

biennale2011bfoto.JPG

Questa era al padiglione italiano. Ma non era sola. La ripetizione imposta dal contenitore.

Che dà senso a ogni elemento, in quanto si richiama con il precedente.

Si è dimostrata una soluzione molto diffusa, nell’esposizione di quest’anno.

Viene da domandarsi se non sia una soluzione fin troppo facile.

biennale2011ffoto.JPG

biennale2011gfoto.JPG

Che consente di mettere insieme particolari del paesaggio, fisico o mentale, ciascuno dei quali sfuggirebbe all’attenzione, ma che nell’insieme si impongono all’attenzione.

biennale2011ifoto.JPGbiennale2011hfoto.JPG

Eppure, ci si accorge che alla fine si possono guardare anche immagini non esplicitamente seriali, con la stessa attidudine.

biennale2011mfoto.JPGbiennale2011lfoto.JPG

Il che finisce con l’essere piuttosto divertente. E può persino produrre una serie.

biennale2011ofoto.JPGbiennale2011nfoto.JPG

Diaspora. È cominciata…

distributed.png

Aperto il profilo su Diaspora, il nuovo social network fatto da volontari che promette di essere open source e orientato a garantire gli utenti in termini di controllo dei contenuti che postano e di privacy. I contenuti si potranno anche portare su un server di proprietà dell’utente. Si connette facilmente ai social network esistenti. Già localizzato in italiano. Propone subito di presentarsi in base ad argomenti di interesse che poi si possono seguire indipendentemente dalla conoscenza o meno di chi ne scrive. E a pensare alle persone con le quali si dialoga in base agli “aspetti” della vita quotidiana: famiglia, amici, lavoro, conoscenti. Ma si possono aggiungere altri “aspetti”. C’è già anche la versione mobile, ovviamente. Ecco il blog di Diaspora.

Non si presenta come un attacco diretto a Facebook, ovviamente. Ottocento milioni di utenti non possono essere indotti in un giorno a pensare di avere sbagliato a scegliere la loro piattaforma in un giorno. Ma è una nuova alternativa. Ora non resta che provare la velocità della curva di apprendimento. Poi vedremo come va l’adozione.

Libri – OPEN LEADERSHIP – Charlene Li

More about Open LeadershipCharlene Li scrive Open Leadership (tradotto in italiano per Rizzoli Etas) per spingere i capi delle aziende ad aprirsi alla nuova epoca e alla rete.

L’innovazione non esiste se non viene adottata dalle persone che la devono usare, valorizzare, adattare alla loro vita. Ed è difficile che le persone adottino qualcosa che non capiscono, che pensano sia loro imposto, che non è progettato per adattarsi alle esigenze di chi lo deve usare.

Le tecnologie di rete, le piattaforme, la gran parte dei servizi che richiedono per funzionare una partecipazione degli utenti alla generazione del loro valore richiedono necessariamente apertura e trasparenza da parte di chi li progetta. Certo, devono avere funzioni importanti per le persone cui sono rivolte. E spesso il modo suggerito dai progettisti per assolvere a quelle funzioni sorprende. Ma a quel punto si instaura un “dialogo” dal quale emerge il valore.

Di tutto questo si sente spesso parlare. Anche se non con la dovuta consapevolezza. Charlene Li fa un passo in più, perché è particolarmente preoccupata per l’autenticità del messaggio di trasparenza e apertura che viene proposto dalle aziende che offrono servizi di questo genere. È quasi più importante essere autentici che flessibili. A quel punto, una proposta potrà piacere o non piacere, ma non genererà un’aura di sospetto e sfiducia che la potrebbe affossare anche tra coloro che la potrebbero apprezzare. Questa autenticità è in fondo la conseguenza dell’apertura e della trasparenza, quando sono intese sinceramente per quello che nei fatti sono: la consapevolezza del fatto che le tecnologie che offrono servizio sono contemporanemente il frutto del pensiero e dell’azione di chi propone e di chi utilizza. Il mercato – l’incontro della domanda e dell’offerta – si trasforma: in passato, dati i prodotti, determinava il prezzo e la quantità di beni scambiati; oggi, oltre a questo, preliminare a questo in un certo senso, soprattutto per i servizi di questo genere, è una conversazione che stabilisce prima di tutto il valore percepito attraverso il dialogo tra chi produce e chi usa.

I social network sono piattaforme di servizi che hanno valore in quanto le funzioni offerte vengono riconosciute dagli utenti che le trasformano ulteriori servizi agli altri utenti. Per l’effetto rete, se molti utenti le usano acquistano valore, altrimenti, per quante funzioni abbiano, non ne hanno. Dunque gli utenti concorrono alla formazione dell’offerta. Solo a quel punto entra in gioco la tipica dinamica del mercato che fissa i prezzi. Magari coinvolgendo soggetti diversi (come gli inserzionisti pubblicitari). Se l’esperienza degli utenti che danno valore alla piattaforma dovesse apparire inautentica, perché troppo soggetta per esempio, alla ricerca di pubblicità, probabilmente la piattaforma perderebbe valore. Di fatto, viene prima la costruzione di valore – culturale, sociale – poi la monetizzazione. Tra la piattaforma e gli utenti che le danno valore occorre vi sia una sorta di complicità. Che può realizzarsi solo se la relazione tra la piattaforma e gli utenti è trasparente, aperta e autentica.

Questo per Charlene Li è un insegnamento che va molto oltre il mondo delle tecnologie dei social network. Perché coinvolge in realtà la maggior parte dei sistemi di servizi. Il libro non è fatto per lanciare un nuovo mantra. Ma per aiutare i leader delle aziende e le persone responsabili a comprendere quanto il tema dell’apertura e della trasparenza coinvolga le organizzazioni che sono loro affidate. E quanto impegno debbano dedicare a perseguire questa strada. Per tutti, è una lettura che sfida a comprendere alcuni passaggi organizzativi fondamentali che si stanno verificando nel passaggio dalla società gerarchica e relativamente lineare dell’epoca industriale alla società della rete, fondamentalmente complessa, dell’epoca della conoscenza.

(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)

More about Steve JobsIntanto sto leggendo anche:
1. Steve Jobs, Walter Isaacson (Mondadori)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. John Kay, Il pensiero obliquo (Codice)

Discussioni anche su:
Facebook
Twitter
Google+
aNobii
Linkedin

Pirati e blogger a Bolzano

Thumbnail image for Thumbnail image for bolzano.JPG

A Bolzano l’acqua del rubinetto è buona come sono belle le montagne circostanti e la domenica mattina, quando le edicole sono chiuse, il giornale si compra lasciando i soldi in un ciotola accanto al posto dove si trovano le copie. Chi non sia nato qui ne parla con lo stupore di chi scopre un comportamento sano. Sicché quando alla libera università si organizza un incontro sui giovani, le tecnologie digitali e la partecipazione, si ha l’impressione che lo scambio culturale sia vero e intenso.

Ieri c’era una nuova puntata di Liberamente, International Youth Meeting. Gli ospiti internazionali erano Yassine Ayari (censurato prima della rivoluzione), blogger tunisino, e Samir Allioui, esponente del partito dei pirati olandese ed europeo. Esperienze forti e interessanti per i giovani che hanno ascoltato rapiti le parole di Yassine e hanno seguito divertiti o complici gli argomenti di Samir.

Uno scambio ha fatto riflettere, tra i molti. Samir, da hacker, diceva che bisogna entrare nel sistema e cambiarlo. Yassine diceva che se entri nel sistema è lui che ti cambia: se il sistema è sbagliato bisogna rovesciarlo.

Samir ha parlato di riformare la democrazia, per andare verso una “democrazia liquida”, più vicina ai cittadini, più adatta alla società dell’informazione. Yassine ha parlato con orgoglio di un paese moderno che non ha fatto una ribellione, ma una rivoluzione.

Internet è strumento adatto a questi cambiamenti. Non è sufficiente, ovviamente. Tanto che i pirati si fanno eleggere negli organi amministrativi e politici, dove – dice Samir – lavorano con i colleghi per il bene della comunità che li ha eletti). E tanto che i tunisini non si sono certo fermati alla rete: internet serve a parlare, dice Yassine, ma per fare la rivoluzione serve la strada e la piazza. I paragoni con l’Italia sono ovviamente molto interessanti. Se n’è parlato. E se ne parlerà. Al centro del problema democratico italiano, è difficile non vedere il problema del sistema dei media e le sue conseguenze sulla qualità del dibattito.

Ma per chi abbia a cuore la qualità dell’informazione in nome della convivenza civile, per voglia sostenere una causa sulla base di fatti che tutti possono riconoscere come credibili, per chi accetta le opinioni diverse se sono fondate su informazioni documentate, una forma di attivismo per l’informazione metodologicamente trasparente si può sperimentare con Timu.

Proporzione esatta? iPad:newsstand=iPod:iTunes

Jonathan Brownstein, sul blog di Paperlit, propone questa proporzione:

iPad : newsstand = iPod : iTunes

Insomma, anche la coppia iPad-newsstand rende più probabile un comportamento orientato all’acquisto del giornale (come la coppia iPod-iTunes rende più probabile l’acquisto della musica) senza ovviamente obbligare nessuno. Probabilità non è determinismo. Ma nei grandi numeri dei mercati globali, aumentare la probabilità di un comportamento può essere un risultato di grande soddisfazione.

I motivi di questo aumento della probabilità sono connessi all’aumento di valore percepito nella lettura che l’iPad sembra offrire alle persone. (Se ne parlava in un post precedente, citato da Brownstein).

I commenti a quel post, come sempre, hanno aggiunto completezza ed esperienza. Eccoli (i link si trovano nell’originale):

By Nando Cannone on October 26, 2011 11:26 AM

Il 28 Maggio 2010 (Data di commercializzazione dell’Ipad in Italia) l’IPAD era nella mia borsa. Occupandomi di web e comunicazione digitale avevo già tracciato un profilo del nuovo dispositivo. Intuivo le potenzialità ma usarlo è stata altra cosa. Finalmente la mobilità trovava un dispositivo completo. Gli usi? Con un dispositivo così leggero e portabile praticamente tutti quelli possibili. Consultare le diverse caselle email, ricevere ed inviare. Avete provato, mentre siete in macchina, al posto di guida in attesa, ad aprire il notebook per utilizzarlo? Un’esperienza deprimente, sistema operativo da caricare, difficoltà di collocazione, angolo visivo inidoneo, batteria pronta a cedere, calore. Con l’IPAD tutto questo viene superato in un attimo è operativo, luminosità ok, leggerezza, collocabilità. Da grande lettore di quotidiani in un attimo i giornali a disposizione, le notizie aggregate, mail inviate e ricevute, un occhio al web, una veloce chat in skype con un cliente, e si riparte. Un solo click e il dispositivo è spento si riparte.

By Alessandro on October 26, 2011 11:58 AM
Analisi e commento perfettamente condivisibili, mi sorge solo una domanda: quanto possono influire su questi dati gli smartphone, sia Apple che non Apple? Si dice che i dati non verrebbero stravolti, ma sono pronto a scommettere che salirebbero nella classifica delle preferenze di utilizzi gli aspetti ludici e social che mettono a disposizione questi dispositivi. Io uso il mio cellulare per consultare posta, social network, notizie, uso varie apps e spesso, avendo una tastiera qwerty, mi avvicino all’uso che è proprio di un pc, trascurando invece la navigazione sul web.

By Maurizio Benzi on October 26, 2011 1:00 PM
Come sempre le analisi di PEW sono molto interessanti.
Luca dici giustamente che “la scarsità fondamentale è il tempo di chi legge”, e questo è un cambiamento di paradigma che modifica completamente le regole del gioco.
Invece quasi sempre gli operatori si limitano a mutuare modelli di business dai media tradizionali. Non sono solo i comportamenti degli utenti che cambiano, è necessario che vengano ripensati anche ai modelli di business legati all’informazione.
Realizzare un App a pagamento con le stesse notizie del quotidiano cartaceo, è una soluzione che non porta da nessuna parte.
Si tratta di ripensare alla fruizione dell’informazione (ad esempio il concetto di “stream”) e al modo in cui il digitale, da solo, abbia una sua sostenibilità economica.
E se il tablet cambierà i giornali, vi assicuro che le Smart Tv, una volta diffuse, ci metteranno poco tempo a fare fuori la Televisione come la conosciamo (e lo dico dalla mia esperienza empirica).
Il mio parere è che tra 10 anni le nostre fonti di informazioni primarie non saranno quelle che ci hanno accompagnato in questi anni. E non saranno italiane.
ciao,
Maurizio

By Eugenio on October 26, 2011 1:08 PM
Quando si paragonano i tempi di lettura delle news del giornale rispetto a quelli sul tablet bisognerebbe distinguere il tempo di consultazione da quello di lettura vera e propria. In genere si impiega meno tempo a sfogliare il giornale e a far scorrere l’occhio sui titoli alla ricerca di ciò che interessa di quanto ne occorra per la stessa operazione su un sito o in una App. Altra differenza importante: il giornale si consulta sequenzialmente su web l’approccio è diverso, si consulta l’home page o si accede alla notizia da link esterni.
Vantaggi assoluti del tablet sono la velocità di accensione/spegnimento e la maneggiabilità.

By Giò on October 26, 2011 1:08 PM
Per tutti quelli che l’iPad non lo hanno ancora, ma lo vincerebbero molto volentieri:date un’occhiata a questo gioco www.yourgarage.tagliandodiretto.it

By Francesco on October 26, 2011 6:58 PM
Quest’analisi ha il merito di dire che i pasdaràn delle news gratis hanno torto quanto quelli delle news a pagamento. Ma, al di là della polemica, il punto è che chi produce contenuti, i grandi brand dell’informazione dovranno sempre di più progettare prodotti in grado di accontentare tanto chi è disposto a pagare, quanto chi no dando ad ogni nicchia il contenuto che si aspetta. Piccolo problema, questo significa costruire aziende che costano un sacco a fronte di ricavi che la struttura di mercato non sembra garantire.

Come testare un’idea di business per start up in breve tempo

Da leggere per la tranquilla professionalità dell’idea. David Berube è un imprenditore seriale, uno che ha fondato più aziende con un buon successo. Essendo libero da una settimana, ha deciso di valutare alcune idee di business che gli erano venute nel corso della realizzazione del suo precedente progetto. Ne ha scartate molte in base all’esperienza e al ragionamento. Ne ha tenute vive alcune. E ne ha testate tre con il metodo che racconta sul suo blog.

Prendiamo l’idea di un sistema per facilitare l’agenda di un medico per la gestione degli appuntamenti con i pazienti. Una statistica che David ha letto dice che la metà degli appuntamenti mancati dai pazienti è causata dal semplice fatto che i pazienti stessi se ne erano dimenticati.

Quindi che si fa? Il servizio che David vuole testare, per decidere quale delle tre idee è la più promettente viene descritto con sapienza in una pagina costruita in modo professionale su Unbounce, una piattaforma per fare landingpages. Una frase sagace e una promessa, con la richiesta di lasciare un’email. La pagina viene pubblicizzata – su Yahoo! o Bing – con una piccolissima campagna per parole chiave. La reazione del pubblico, in un ambito tanto vasto di possibili clienti che usano quei motori di ricerca è un indicatore sufficientemente interessante per capire quale delle tre idee può avere più probabilità di successo. Solo allora si comincia a realizzare il servizio vero e proprio. (Fare la stessa cosa su Google, semplicemente costa troppo).

Decisioni sulle start up basate su un approccio “sperimentale”. Con un drastico abbasssamento dei tempi e dei costi necessari a cominciare. Anche questa è una conseguenza dell’enorme conoscenza disponibile in rete e incarnata nelle persone che la usano e le danno vita. (Se si adotta questo metodo sperimentale, spero, si deve anche essere estremamente trasparenti con la rete, dicendo che la fase della start up è appunto quella sperimentale: ma questo sta alla sensibilità di chi adotta il metodo).

Economia della felicità secondo Bill Gates

«Ottima idea cercare di fare un po’ di milioni di dollari» dice Bill Gates «ma una volta raggiunta una certa soglia, la soddisfazione non aumenta più. La ricchezza è sopravvalutata. È sempre lo stesso hamburger». Come dire, a livelli da Bill Gates, che l’aumento del reddito o del patrimonio – oltre una certa soglia – non è correlato con l’aumento della felicità.

Anzi. Come dimostra la sua biografia, la sofferenza di vedere gli altri che soffrono rende più infelici di quanta soddisfazione possa mai venire dall’accumulazione di una grande fortuna. Non a caso, la strada che Gates ha preso, quella della beneficenza, gli dà molta soddisfazione, pur portandolo a perdere soldi invece che a guadagnarne.

Una settimana di data journalism

Una settimana di lavoro sul data journalism con i video delle lezioni di esperti di informazione di precisione, infografica, dati, software… Da vedere con calma su Ahref (la fondazione a cui collaboro):

Guido Romeo (Fondazione Ahref e Wired Italia): Data Driven Journalism
video: 1234
doc.: Data Journalism; Manuale WSJ

Maurizio Napolitano (SoNet – Fondazione Bruno Kessler): Come Trovare i Dati
video: 123
doc.: Open Data; Scraper Wiki

Martino Pizzol (Fondazione Ahref): Come Trovare i Dati
video: 12
doc.: Harvest Web Data

Luca Dello Iacovo (Fondazione Ahref): Interpretare i Dati
video: 12
doc.: Costruire storie; Informazione in diretta

Michele Forlin (Evo Solutions): Interpretare i Dati
video: 123
doc.: Elementi di Statistica; Datasets

Giorgio Meletti (Fondazione Ahref e Il Fatto Quotidiano): Interpretare i Dati
video: 123

Andrea Di Nicola (e-Crime): Presentare i Dati
video: 123

Elisabetta Tola (Formica Blu): Presentare i Dati
video: 12
doc.: A scuola in Italia

Giulio Frigieri (The Guardian): Visualizzazione dei Dati
video: 1234567

Crediti:
Salvatore Romano
ha realizzato le riprese.
Rocco Rampino ha effettuato il riversaggio.
Un sentito ringraziamento a entrambi.

Partito rivoluzionario istituzionale

Riflettendo sul prossimo incontro a Bolzano, nel corso dell’International Youth Meeting, con il blogger tunisino Thameur Mekki e con l’esponente del partito dei pirati olandese Samir Allioui, viene da pensare a molte cose.

Dovremo parlare di internet e democrazia, liberazione delle energie giovanili e innovazione, il tutto con un saggio senso critico e senza slogan e frase fatte. Pensare bene senza perdere di entusiasmo sembra difficile, ma è l’unico modo per coltivare l’entusiasmo di lunga durata.

Di certo, un angolo interessante è il passaggio dalla spinta rivoluzionaria e piratesca alla fase di istituzionalizzazione che fatalmente succede all’introduzione delle novità. Riuscire a mantenere vivo lo spirito innovatore una volta che i suoi iniziatori hanno raggiunto il potere è sempre molto difficile.

Viene in mente il messicano Partito rivoluzionario istituzionale, che nel suo nome conteneva esplicitamente le due tensioni opposte. Viene in mente il periodo di passaggio dalla rivoluzione russa alla costruzione della dittatura staliniana. Un pezzo sull’Independent racconta di come l’architettura del periodo rivoluzionario russo abbia avuto un’influenza molto oltre il territorio e il tempo della rivoluzione. Di certo, lo stesso non è avvenuto se non per imposizione con l’architettura generata dal sistema sovietico dopo la fine della spinta rivoluzionaria.

Come farà, per esempio, il partito dei pirati a restare se stesso una volta che i suoi esponenti abbiano conquistato dei posti nelle istituzioni rappresentative dei paesi nei quali si presentano alle elezioni? Le regole che seguono i pirati sono in un codice di onore non scritto, ma andare in parlamento significa voler scrivere delle leggi. Ma in fondo non è un problema strano: le innovazioni nascono spesso da atti di ribellione, ma se e quando vengono adottate cominciano a diventare quacosa di accettato e approvato nei codici di comportamento normali. L’innovazione è un processo complesso e non lineare. Anche in questo genere di cose.

Serve dedicare molta attenzione anche alle conseguenze di lungo termine delle innovazioni. Il che è, appunto, un modo per alimentare l’energia orientata alla lunga durata che serve per ralizzare innovazioni che contano.

Filog e workshop alla Digital Accademia

La Digital Accademia organizza oggi un workshop sugli attrezzi del mestiere offerti dai social network e che servono alle aziende. In questo momento sta parlando Gianluca Diegoli: il suo tema è chi sono e che cosa fanno gli utenti dei social network? La sua tesi: i consigli e il passaparola degli amici ha un’influenza molto importante sul commercio. Se i prodotti sono spesso più o meno equivalenti agli occhi degli utenti, basta una segnalazione di un amico per far propendere la scelta di consumo su un brand. Perché il passaparola è basato su relazioni personali, dunque i suoi messaggi sono accolti con fiducia ed è persistente.

Ieri c’è stato il primo filog (un filò, una chiacchierata serale) dedicato alle novità introdotte da Facebook sul profilo, l’integrazione delle applicazioni nel grafo sociale, l’evoluzione del grandissimo mondo che sta crescendo intorno alla creatura di Mark Zuckerberg. C’era Leopoldo Bianchi, responsabile Advertising & Platform di Facebook Dublin.

L’impressione è che Facebook sia concentrata sul miglioramento delle funzioni della piattaforma a favore degli sviluppatori di applicazioni. Ci sarà, come in Apple, un’approvazione preventiva delle apps. Gli utenti seguiranno più facilmente le attività degli amici con le applicazioni. Gli sviluppatori avranno la gran parte dello spazio delle pagine per attivare i loro modelli di business, comprese le inserzioni pubblicitarie autonome da quelle di Facebook. Acquisiranno le informazioni sugli utenti delle loro applicazioni sempre consultando le pagine delle statistiche offerte da Facebook stessa. Le applicazioni continueranno a farsi trovare come oggi: con inserzioni su Facebook, con link dal sito degli sviluppatori, soprattutto con le segnalazioni degli amici (niente search o elenchi…). La scarsità di informazione che deriva dalla mancanza di un modo più facile per trovare le apps valorizza il concetto generale di Facebook (segnalazioni tra amici) e forse alimenta il bisogno di promuoverle anche usando, e pagando, la piattaforma di Facebook. Tra le altre novità per le applicazioni c’è la libertà di scegliere il verbo che definisce l’azione delle persone che la usano: non più solo like, ma anche read, watch, listen e ogni altro verbo coerente…

Oggi Bianchi ha ripreso il discorso: dice che gli utenti di Facebook sono già 800 milioni (intanto il pianeta raggiungerà – si stima – lunedì i 7 miliardi di abitanti). Una persona che abbia 180 amici può arrivare all’ordine della decina di milioni di persone sul grafo sociale… L’impatto di un messaggio su Facebook è potenzialmente molto importante.

La pubblicità su Facebook è una storia che spesso parte dall’utente che racconta una cosa su un brand o diventa fan della pagina di un brand. È un’ottima idea per le aziende quella di assecondare le scelte e le preferenze rivelate dagli utenti invece di imporre la loro storia.

Tra l’altro queste scelte – grazie all’introduzione della timeline – non passano più velocemente, ma restano a lungo, sono messaggi persistenti. Meglio della televisione, in fondo, dice Bianchi. Timeline focalizza il profilo verso l’identità.

«Siamo un’azienda di 3mila persone. Siamo ancora pienamente una start up. È bello lavorarci. Per i clienti qualche volta è una frustrazione, se trovano qualche bug. Ma siamo appassionati» dice Bianchi. E in effetti, come in tutte queste imprese che nascono e crescono velocemente, ogni versione è un po’ una beta in continuo miglioramento.

Bronzo alla Vita Nòva

La Vita Nòva ha vinto un bronzo ai Lovie Awards di Londra. Dopo il premio Moebius, di Lugano, è un nuovo riconoscimento che gli osservatori internazionali hanno voluto regalare al lavoro di una grande squadra di giornalisti, designer e programmatori. Grazie!

Grazie al Sole 24 Ore che ci consente di continuare a esplorare le possibilità di espressione giornalistica che si sviluppano nel mondo digitale. E soprattutto grazie a tutti coloro che ci sostengono scaricando e usando l’applicazione.

Guardando alla meravigliosa lista delle creazioni che hanno vinto l’oro, l’argento e il bronzo dei Lovie Awards, scopriamo quanto abbiamo ancora da imparare. E con razionale ed entusiastica umiltà ci rimettiamo a lavorare. Augh!

Esperienze – L’iPad per leggere le news

Dopo un anno e mezzo, il rapporto tra l’iPad e l’editoria dell’informazione non è più soltanto una questione di visione ma anche di riflessione sui dati di fatto. E una ricerca di Pew Research Center’s Project for Excellence in Journalism in collaborazione con The Economist Group può servire come punto di partenza. (via Journalism.org)

Stiamo parlando del comportamento dell’11% degli adulti che vivono negli Stati Uniti. Sono i possessori di un tablet. E la metà di loro usano il tablet ogni giorno per accedere alle notizie.

Il 77% dei possessori di tablet usa questo strumento tutti i giorni. E queste persone passano in media 90 minuti al giorno sul loro tablet. L’attività di gran lunga più popolare è consultare il web: 67%. La seconda attività più popolare è leggere e mandare mail: 54%. La terza attività più popolare è leggere le notizie: 53%. Social network (39%) e giochi (30%) vengono nettamente dopo. Leggere i libri è limitato all’17%. I video sono ancora più in basso: 13%.

Il 77% dei possessori di tablet usa questo strumento per leggere le notizie almeno una volta alla settimana. E il 30% di loro dice di passare più tempo sulle notizie di quanto non facesse prima. Il 42% dice di leggere regolarmente articoli di approfondimento sul tablet.

Il tablet è uno strumento ergonomicamente diverso dal pc e non per nulla si usa in modo diverso. Ha due punti di forza: la mobilità e la leggerezza, quindi viene usato durante gli spostamenti e sul divano. Entrambe situazioni in cui si è più disposti a passare del tempo di approfondimento. In effetti, il tempo della lettura dei quotidiani sul web via pc è mediamente 70% (dice Hal Varian) mentre il giornale di carta è 25 minuti: e si direbbe che l’iPad si faccia leggere con tempi che vanno più verso quelli del giornale di carta che quelli dello schermo del pc.

Se le persone dedicano più tempo alle notizie sull’iPad e se sono più disposte a leggerci degli approfondimenti, saranno più condotte a riconoscere valore nelle informazioni che trovano sull’iPad. È un equivoco (anche sul pc troverebbero probabilmente contenuti di analogo valore) ma non un’assurdità: nel nuovo scenario dell’editoria, nel quale la scarsità fondamentale non è lo spazio sul quale si scrive ma il tempo di chi legge, il valore è definito dalla domanda, non dall’offerta. E se la domanda vede il valore nell’insieme di contenuto e strumento, allora quello è il valore che conta.

Quanto a usare il tablet per fare browsing sul web e per consultare le apps, si osserva un’ulteriore selezione per qualità di attenzione. Chi usa le apps appare dai dati come una persona ancora più attenta di chi usa il tablet per andare sul web. Quindi le apps interessano una parte degli utenti di tablet. La più disposta a dedicare tempo alle notizie. E di questi, una parte è disposta a pagare.

Insomma: si va formando una piramide di comportamenti. Dal velocissimo scambio di link a notizie sui social network (pochi secondi di attenzione), alla consultazione dei notiziari sul web col pc (70 secondi), alla consultazione delle notizie sul web con il tablet, alla lettura delle apps di notizie, al pagamento delle apps. Gruppi di persone sempre più ristretti ma disposte a riconoscere un valore sempre più largo. (Sì, non stiamo parlando di telefonini e smartphone in questo post, ma andrebbero tenuti in considerazione anche loro).

L’idea non può che essere quella di scegliere in quale posizione si vuole essere e stabilire un modello di costi adeguato a sostenersi con le dimensioni di pubblico che esistono nelle diverse scale di attenzione citate.

Di certo, per chi si occupa delle parti alte della scala, quelle dove ci sono lettori attenti e disposti a riconoscere il valore dell’informazione proposta, l’offerta deve essere adeguata. Qualunque tradimento delle aspettative di approfondimento e qualità, in quella dimensione, non potrebbe essere perdonato.

Scienza e ricerca spirituale, col Dalai Lama

Una decina di scienziati sono stati con il Dalai Lama a discutere di cambiamento climatico. Hanno trovato il Dalai Lama molto preparato e profondamente coinvolto dal metodo scientifico. Il fatto è abbastanza rilevante per chi è abituato a pensare al metodo scietifico come un’alternativa radicale a quello della ricerca spirituale. Anche in altre religioni questa vicinanza è possibile ed esplorata. Tabù e dogmi sono superabili nella dimensione della ricerca vera, sia quando sono abitudini mentali di origine religiosa, sia quando sono preconcetti tipici dell’ambiente scientifico. Senza volere e potere mescolare i due percorsi di ricerca, la fertilizzazione delle menti che avviene quando si incontrano approcci di ricerca sinceri è un valore da non dimenticare. Imho. (via NYTimes)

Strategia Occupy Museums

Insomma, a quanto pare la protesta contro la finanza globale che ha distrutto le prospettive di crescita dell’economia reale in Occidente ha rivolto l’attenzione contro un obiettivo inaspettato. Perdendo improvvisamente di mordente e comprensibilità.

Occupare Wall Street era chiaro e quella manifestazione aveva generato ondate di approvazione e imitazione in molte parti del mondo.

Ma ora il movimento americano si rivolge contro i musei d’arte accusandoli di far parte della stessa logica. Nelle spiegazioni di chi protesta, la finanza avrebbe preso possesso dell’arte moderna e ne avrebbe fatto una parte del suo perverso meccanismo. Occupare i musei è un gesto artistico che consente alla popolazione di riappropriarsi di un bene prezioso come, appunto, la generazione di senso artistica.

Rassegna:
Taking the Protests to the Art World
Monster Mash: Occupy Museums takes root
Occupy Wall Street Movement Declares War on NYC Museums as “Temples of Cultural Elitism”
Why is Occupy Wall Street Protesting NYC Museums, and Not Super Rich Galleries and Art Fairs?

Il programma di chi intende occupare i musei:

The game is up: we see through the pyramid schemes of the temples of cultural elitism controlled by the 1%. No longer will we, the artists of the 99%, allow ourselves to be tricked into accepting a corrupt hierarchical system based on false scarcity and propaganda concerning absurd elevation of one individual genius over another human being for the monetary gain of the elitest of elite. For the past decade and more, artists and art lovers have been the victims of the intense commercialization and co-optation or art. We recognize that art is for everyone*, across all classes and cultures and communities.

C’è un pensiero generoso e forse artistico in questo discorso. Certo, c’è anche un sapore ideologico molto forte. Ma è pur vero che il successo economico degli artisti era a sua volta diventando troppo l’unico metro di misura della loro arte.

Solo la non-violenza e il disinteresse faranno di questo messaggio una
forza da ascoltare per rinnovare l’energia creatrice dell’arte.
 
Vale la pena di segnalare due libri in proposito.

More about Seven Days in the Art World
Da leggere Seven days in the Art World. Un libro disincantato e informato sul mondo dell’arte contemporanea che collega i pezzi del mosaico in modo divertente da leggere. Sarah Thornton ne emerge come una scrittrice da seguire.

More about L'arte fuori di sé. Un manifesto per l'età post-tecnologica
L’innovazione nell’arte è legata, come in molti settori anche all’innovazione dei mezzi digitali. E a questo proposito si segnala il libro di Andrea Balzola e Paolo rosa: L’arte fuori di sé.