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Month July 2010

Su Wikileaks, la guerra e i retropensieri sull’informazione

Molti temi sono sollevati dalla recente vicenda dei documenti pubblicati da Wikileaks, Guardian, New York Times e Spiegel. Alcuni sono stati affrontati nei commenti al precedente post (Fenomenologia della critica di Wikileaks). Altri sono in discussione sulla stampa. Molti restano sullo sfondo. Non si può certamente riassumere tutto. Ma vale la pena proporre un piccolo quadro della situazione.

Ho l’impressione che non si riesca a farsi un’idea compiuta della situazione se non si riescono a distinguere i temi relativi ai dati di fatto, da quelli relativi alle motivazioni di chi li ha pubblicati e da quelli relativi alla credibilità di chi li discute. Distinguere questi argomenti farebbe bene alla comprensione di quello che succede.

Domande:
1. che cosa succede in Afghanistan?
2. come deve proseguire la guerra?
3. chi fa uscire le notizie aiuta o non aiuta l’Occidente?
4. chi dice qualcosa sull’argomento è credibile?

Vediamo.

1. A quanto pare in Afghanistan la guerra va male, si commettono errori e si ammazzano troppi civili, mentre i pakistani fanno il triplo gioco. Fatti che gli esperti conoscevano. Ma che il resto del mondo ha capito meglio dopo le “rivelazioni”. Nel frattempo si è saputo che alcuni informatori del governo afghano sono stati resi noti dai documenti pubblicati da Wikileaks e dunque messi in pericolo. Ma pare che la Casa Bianca non abbia voluto partecipare alla valutazione dei documenti prima della pubblicazione.

2. La guerra prosegue verso il progressivo disimpegno americano. I documenti però non aiutano molto a capire nulla di quello che succederà. Ma questo significa che torneranno i talebani? O il governo filo-occidentale resisterà? Perché Cina e India non sembrano in gioco? L’oppio è la spiegazione di tutto? Certamente, i documenti possono spingere i “moralisti” che sono contro i crimini di guerra o gli errori micidiali compiuti dagli occidentali ai danni dei civili a sostenere che è giunto il momento di lasciare l’Afghanistan. Ma questo non sarà certamente sufficiente a convincere coloro che – di fronte alle domande poste  – hanno un atteggiamento più “politico”. Inoltre, i “moralisti” saranno di nuovo affranti vedendo le conseguenze di un’eventuale sconfitta in Afghanistan (vedi pezzo di Time)

3. I dati usciti con Wikileaks fanno sapere meglio come funziona la guerra in Afghanistan. E se la guerra è per la democrazia deve tener conto anche dell’opinione pubblica. Un sistema che sappia affrontare il rischio di gestire un’opinione pubblica informata è abilitato a fare una guerra in nome della democrazia. Un sistema che non accetti questo rischio non può presentarsi come democratico. Qualche dato pubbilcato da Wikileaks può essere pericoloso per la condotta della guerra? Può darsi. Ma come ci sono rischi per la popolazione civile quando i soldati “democratici” vanno in giro col fucile in paesi diversi dal loro, ci sono anche rischi per la strategia militare quando gente che fa informazione va in giro a pubblicare notizie. La valutazione non può essere assoluta: non si può accettare che tutto debba discendere dalla logica della guerra; altrimenti la democrazia cesserebbe di essere tale; e con essa cadrebbero le motivazioni per fare una guerra contro un regime autoritario, violento e dotato di una strategia imperialista a base terrorista (in pratica si ridurrebbe tutto a una lotta tra “opposti imperialismi”).

4. Di Wikileaks si sa troppo poco dicono i critici. Logico, dicono i difensori, altrimenti i nemici di Wikileaks avrebbero buon gioco a eliminare l’avversario. (vedi il pezzo di Huffington). E allora? La credibilità di Wikileaks si dovrebbe giudicare sulla base dei fatti e di ciò che si può sapere delle sue motivazioni. Il famoso articolo del New Yorker su Assange resta un riferimento fondamentale. Di sicuro, gli avversari di Wikileaks sono molti: ma quando sono i governi occidentali, anche la loro credibilità è discutibile. E ovviamente molto discussa.

Forse è meglio considerare un nuovo scenario. E’ fallita, sta fallendo, la strategia di tenere sotto controllo tutta l’informazione: manipolandola, embeddandola, riempiendola di ciancie, come ha fatto per esempio oggettivamente l’amministrazione guerrafondaia presieduta da GW Bush. Sta fallendo anche il buonismo attuale se non si decide a una strategia più chiara: l’amministrazione attuale non si può aspettare di poter controllare l’informazione solo sperando che chi fa informazione sia dalla parte dei “buoni”. E non può indirizzarla se non ha a sua volta un indirizzo politico chiaro. Lo scenario secondo il quale il governo sa quello che si deve fare e per questo governa l’informazione sta finendo e deve finire. Allora c’è un nuovo scenario. Uno scenario nel quale una quantità incontrollabile di fonti di informazione e di canali di trasmissione è in gioco, liberamente, per i motivi più diversi, compresi quelli “buoni”; e nel quale se un governo davvero ritiene di fare le cose giuste, riesce a fare uscire informazioni coerenti perché i fatti sono coerenti e soprattutto le sue persone sono davvero motivate. L’informazione, per via bizzarra, tornerebbe a servire da watchdog, o almeno a equilibrare il potere politico.

L’equilibrio dei poteri è un bene. Anche se per ciascuno dei poteri, lasciarsi equilibrare sembra una limitazione inaccettabile, è proprio quello che il principio vuole ottenere. Nessun potere assoluto. Ogni potere relativo. E’ più complesso per un sistema che si confronta con regimi autoritari ben più banali. Ma almeno serve a sapere da che parte stare.

Quanto è bello pagare

Mentre tutti i giornali tentano di capire come farsi pagare il loro servizio in rete, pochi ci riescono davvero. Perché in rete c’è tale abbondanza di informazione gratuita che una via alternativa al pagamento del prezzo del biglietto sembra sempre disponibile.

In rete, dunque, si tende a pagare se è “bello”, “giusto”, “figo” pagare.

Per questo alcuni tentano la via della “membership”: si invitano i lettori a partecipare a un progetto comune. Non è una strada per tutti. Occorre che il progetto sia davvero comune e accomunante. E’ particolarmente difficile per gli editori molto “profit oriented” e percepiti come molto “potenti”. Ma anche i nuovi entranti devono accreditarsi prima di riuscire su questa strada.

Gli esempi citati su NiemanJournalismLab: MinnPost, GlobalPost, Texas Tribune.

Il tempo che fa su Google

Google Earth promette di mostrare la situazione meteorologica in tempo reale, da oggi. (Bisogna abilitare il layer chiamato clouds).

Intanto la gente moltiplica gli sforzi per restare un po’ invisibile a Google e ai provider. Autodeterminazione della privacy.

Infine, i finanziari parlano di rallentamento futuro della crescita di Google. E penalizzano il titolo. Nonostante che sia uno dei business che vanno meglio al mondo.

Strani tempi per Google. Bizzarri Zeitgeist.

La privacy non è il motivo della legge anti-intercettazioni

Se il governo italiano fosse molto interessato alla privacy, l’Italia sarebbe tra i paesi che richiedono regole più stringenti alle aziende che raccolgono in rete dati sulle abitudini e le opinioni delle persone. Invece, l’Italia non è in cima alla classifica dei paesi europei più attenti a salvaguardare la privacy dei cittadini nei confronti delle aziende, anzi, è proprio tra gli ultimi: la tabella è su wsj.

Eppure dicono che la legge contro le intercettazioni è intesa a salvaguardare la privacy dei cittadini.

Innovazione nei costi della pubblicità online

Il Wsj vede un aumento significativo del fatturato pubblicitario dei siti dei giornali americani. Anche se non basta a coprire le perdite della pubblicità cartacea. Ma in questo fenomeno ci sono anche i motivi per aprire un dibattito sulle metriche che motivano i costi pubblicitari online.

Secondo ComScore, il Cpm (costo per mille pagine viste) è una misura abbastanza disordinata. Nei giornali il Cpm in America, in aprile, era 6,99 dollari, nei portali 2,60 e nei social network 56 centesimi. Nello stesso tempo le pagine viste dei giornali erano 8,5 miliardi, nei portali erano 69,7 miliardi e nei social network 98 miliardi. Il fatturato era rispettivamente di 59,4 milioni di dollari, di 181 milioni e di 54,7 milioni.

Perché un mercato dovrebbe accettare queste differenze di prezzo e performance? Probabilmente occorre un’unità di misura più coerente e omogenea. Il tempo per utente potrebbe andare meglio?

Telecom meno Telefonica

Non è successo nulla. Ma le premesse per una liberazione strategica della Telecom Italia ci sono. Con la riuscita acquisizione di Vivo, operatore mobile brasiliano, da parte di Telefonica, le relazioni tra la compagnia spagnola e l’ex monopolista italiano sono paradossalmente più facili. Non essendo riuscita a prendere il controllo della compagnia italiana, non avendoci provato neppure troppo e non avendo più molto da volere su Tim Brazil, potrebbe cominciare a sciogliere i vincoli che aveva posto alla strategia della Telecom Italia.

Certo, non è ancora successo nulla e non succederà facilmente. Telefonica ha una quota importante della Telco che controlla Telecom Italia. E sostituirla non sarà facile. Ma forse porrà meno veti all’innovazione strategica della compagnia italiana.

Teoria e pratica del cambiamento

La pratica del cambiamento è un’esperienza comune, specialmente in un periodo come il nostro. La teoria del cambiamento è questione molto più esoterica.

In generale le teorie del cambiamento sono passivamente orientate a interpretare i mutamenti storici avvenuti. E solo in qualche caso ne traggono indicazioni previsive o normative. La regola è contenuta nella famosa definizione della scienza economica proposta a suo tempo dall’Economist: “L’economia è la scienza che studia perché le sue previsioni non si sono avverate”.

Le teorie dei generatori di cambiamento tendono a qualificarsi attualmente come pensieri che accompagnano la pratica del cambiamento in modo da – teoricamente – indirizzarlo:
1. Stabilire una visione, uno strumento preciso per realizzarla, scegliere un obiettivo misurabile, formulare un programma a tappe
2. Nello scegliere una visione occorre avere qualcosa su cui scommettere con decisione. Spesso questo viene dall’identificazione di un cambiamento esponenziale colto all’inizio. E provoca la convinzione che si possa innescare un elemento incentivante che attivi o rimuova i freni a un cambiamento esponenziale dal quale trarre vantaggio.
3. In generale, nelle reti, vale la regola secondo la quale più persone sono coinvolte e più sono elevate le probabilità che il progetto funzioni. E’ dunque l’epoca del cambiamento collaborativo, nel quale i vantaggi e il lavoro sono condivisi.

Articolo 1, comma 29: non avere paura

Il comma 29 per come è scritto sembra dire che qualunque sito è soggetto all’obbligo di rettifica e rischia una multa molto salata se non ottempera in 48 ore. (Fatto)

Io dico che i blog sono fatti apposta per rendere facilissime le rettifiche. Chi le vuole le mette nei commenti. Se non lo fa subito da solo vuol dire che non ha interesse a un’immediata rettifica della notizia. Se non ha quell’interesse e non lo dimostra, non può pretendere che ce l’abbia il blogger. (Che ne dici Guido?)

In ogni caso, queste norme (o minacce di norme) non devono mettere paura alla gente che usa la rete onestamente. Se lo scopo di quelle norme (o minacce di norme) è quello non devono realizzarlo.

(Che ne pensate joiyce, stopthecensure, ilmiopaesealtrove, ilviagradellamente?)

Le scorie radioattive italiane non andranno nello Utah

Bizzarra notizia Ap su AbcNews. Lo Utah ha deciso che non farà più domanda per importare 20mila tonnellate di scorie radioattive dall’Italia.

Ok. Abbiamo capito che il deserto dello Utah non vuole più essere una pattumiera nucleare del mondo. Non sapevamo, però, che nei costi del nucleare italiano era compreso, ipoteticamente, anche il trasporto di 20mila tonnellate di materiale radioattivo nello Utah.

Gli esperti probabilmente non si stupiranno quanto me. Ma i costi del nucleare saranno mai trasparenti?

Un’occasione persa per il retroscenismo

John Hooper, Guardian, nota che in Italia si è persa un’occasione per il retroscenismo (è una notizia del tipo uomo morde cane). Si riferisce al fatto che Panorama ha attaccato duramente il Vaticano e che nessuno ha messo in relazione quel servizio del settimanale con la strategia politica del suo proprietario.

In altre occasioni si sarebbe vista una quantità di commenti sul perché di quell’attacco, ecc ecc. Ma questa volta, dice Hooper, no. Perché? C’è probabilmente un retroscena da rivelare…

Mon Quotidien

Mon Quotidien è un giornale francese che ha lo scopo di servire i ragazzini che non vogliono (o che sono consigliati a non volere) vivere soltanto con l’informazione che viene dalla tv e da internet. Naturalmente non ha un granché di sito

(in una precedente versione si diceva che era appena nato, ma era un errore)

Fenomenologia della critica di Wikileaks

Accennava Marco (nei commenti a un post precedente) all’opinione secondo cui su Wikileaks vengono fuori informazioni che indeboliscono i paesi democratici nella loro guerra contro i paesi autoritari. Nel frattempo è saltata fuori una delle più grandi fughe di documenti segreti della storia: e tra gli americani alcuni hanno detto che Wikileaks indebolisce la posizione delle democrazie occidentali in Afghanistan.

Non è molto diverso dai tempi della guerra del Vietnam, quando i documenti segreti del Pentagono uscivano su Washington Post e New York Times. Salvo per un punto: gli occidentali non sono più tanto sicuri che questi documenti debbano venire fuori e tra loro si stanno insinuando i sostenitori dell’idea secondo la quale c’è fin troppa libertà di stampa.

Si ha l’impressione che se ci sono regole democratiche sul modo in cui una democrazia fa la guerra e se quelle regole sono disattese, è bene che il fatto venga fuori. Questo può indebolire la (già debole) posizione militare, ma rafforza la democrazia: alla lunga, paradossalmente, rafforzando la democrazia, rafforza il senso e la motivazione della guerra, dunque potrebbe addirittura favorire la vittoria.

(Ah: si scopre che devo scrivere intorno a questi argomenti sul giornale per domani… Vista la complessità del soggetto, i suggerimenti e i commenti sono molto ben accetti).

Sostiene Mafe

More about World wide we“Se sei umile, sociopatica e paziente e cerchi un lavoro a Milano (da ottobre) mandami un dm”.
“La mia definizione di community manager è molto semplice: è la voce dell’azienda all’esterno e la voce dei clienti all’interno” (Connie Bensen)
“Il marketing dell’ascolto. E’ la sua semplicità che lo rende, per alcuni, impraticabile”.
“Se non c’è alcun modo di far sì che i tuoi obiettivi coincidano con quelli dei tuoi utenti, lascia perdere”.
E poi c’è un sacco da sapere: tipo che c’è una direttiva europea che vieta alle aziende di fingersi clienti disinteressati che parlano di un prodotto…
Mafe De Baggis, World Wide We, Apogeo.

Il valore del passaparola

Sul McKinsey Quarterly, un saggio di razionalità per capire il valore del brand di un’azienda in base ai messaggi trasmessi per passaparola.

Il valore del brand in base ai messaggi trasmetti per passaparola è funzione del numero di messaggi più il loro impatto. L’impatto è tanto maggiore quanto più: 1. il network è compatto (non disperso); 2. i messaggi sono rilevanti (influiscono direttamente sulle decisioni di acquisto); 3. il mittente è influente; 4. il messaggio riguarda un’esperienza diretta (non è un “sentito dire”).

Meglio pochi messaggi ma di grande impatto che molti messaggi di poco impatto, dicono alla McKinsey.

Cervello – Carr

More about The ShallowsAvevo scritto un lunghissimo post sul libro di Nicholas Carr dedicato agli effetti cognitivi negativi dell’uso di internet. Avevo riportato i principali punti in discussione, le risposte di Steven Berlin Johnson e l’intervista di Open Culture. Aggiungevo qualche punto di vista in più sostanzialmente critico. Un problema tecnico alla connessione ha impedito la pubblicazione. Il post si è perso. Anche perché non avevo salvato, a causa di un atteggiamento superficialmente fideistico nei confronti della tecnologia. Carr non ha ragione, ma forse non ha nemmeno torto.