July 2010 Archives

Molti temi sono sollevati dalla recente vicenda dei documenti pubblicati da Wikileaks, Guardian, New York Times e Spiegel. Alcuni sono stati affrontati nei commenti al precedente post (Fenomenologia della critica di Wikileaks). Altri sono in discussione sulla stampa. Molti restano sullo sfondo. Non si può certamente riassumere tutto. Ma vale la pena proporre un piccolo quadro della situazione.

Ho l'impressione che non si riesca a farsi un'idea compiuta della situazione se non si riescono a distinguere i temi relativi ai dati di fatto, da quelli relativi alle motivazioni di chi li ha pubblicati e da quelli relativi alla credibilità di chi li discute. Distinguere questi argomenti farebbe bene alla comprensione di quello che succede.

Domande:
1. che cosa succede in Afghanistan?
2. come deve proseguire la guerra?
3. chi fa uscire le notizie aiuta o non aiuta l'Occidente?
4. chi dice qualcosa sull'argomento è credibile?

Vediamo.

1. A quanto pare in Afghanistan la guerra va male, si commettono errori e si ammazzano troppi civili, mentre i pakistani fanno il triplo gioco. Fatti che gli esperti conoscevano. Ma che il resto del mondo ha capito meglio dopo le "rivelazioni". Nel frattempo si è saputo che alcuni informatori del governo afghano sono stati resi noti dai documenti pubblicati da Wikileaks e dunque messi in pericolo. Ma pare che la Casa Bianca non abbia voluto partecipare alla valutazione dei documenti prima della pubblicazione.

2. La guerra prosegue verso il progressivo disimpegno americano. I documenti però non aiutano molto a capire nulla di quello che succederà. Ma questo significa che torneranno i talebani? O il governo filo-occidentale resisterà? Perché Cina e India non sembrano in gioco? L'oppio è la spiegazione di tutto? Certamente, i documenti possono spingere i "moralisti" che sono contro i crimini di guerra o gli errori micidiali compiuti dagli occidentali ai danni dei civili a sostenere che è giunto il momento di lasciare l'Afghanistan. Ma questo non sarà certamente sufficiente a convincere coloro che - di fronte alle domande poste  - hanno un atteggiamento più "politico". Inoltre, i "moralisti" saranno di nuovo affranti vedendo le conseguenze di un'eventuale sconfitta in Afghanistan (vedi pezzo di Time)

3. I dati usciti con Wikileaks fanno sapere meglio come funziona la guerra in Afghanistan. E se la guerra è per la democrazia deve tener conto anche dell'opinione pubblica. Un sistema che sappia affrontare il rischio di gestire un'opinione pubblica informata è abilitato a fare una guerra in nome della democrazia. Un sistema che non accetti questo rischio non può presentarsi come democratico. Qualche dato pubbilcato da Wikileaks può essere pericoloso per la condotta della guerra? Può darsi. Ma come ci sono rischi per la popolazione civile quando i soldati "democratici" vanno in giro col fucile in paesi diversi dal loro, ci sono anche rischi per la strategia militare quando gente che fa informazione va in giro a pubblicare notizie. La valutazione non può essere assoluta: non si può accettare che tutto debba discendere dalla logica della guerra; altrimenti la democrazia cesserebbe di essere tale; e con essa cadrebbero le motivazioni per fare una guerra contro un regime autoritario, violento e dotato di una strategia imperialista a base terrorista (in pratica si ridurrebbe tutto a una lotta tra "opposti imperialismi").

4. Di Wikileaks si sa troppo poco dicono i critici. Logico, dicono i difensori, altrimenti i nemici di Wikileaks avrebbero buon gioco a eliminare l'avversario. (vedi il pezzo di Huffington). E allora? La credibilità di Wikileaks si dovrebbe giudicare sulla base dei fatti e di ciò che si può sapere delle sue motivazioni. Il famoso articolo del New Yorker su Assange resta un riferimento fondamentale. Di sicuro, gli avversari di Wikileaks sono molti: ma quando sono i governi occidentali, anche la loro credibilità è discutibile. E ovviamente molto discussa.

Forse è meglio considerare un nuovo scenario. E' fallita, sta fallendo, la strategia di tenere sotto controllo tutta l'informazione: manipolandola, embeddandola, riempiendola di ciancie, come ha fatto per esempio oggettivamente l'amministrazione guerrafondaia presieduta da GW Bush. Sta fallendo anche il buonismo attuale se non si decide a una strategia più chiara: l'amministrazione attuale non si può aspettare di poter controllare l'informazione solo sperando che chi fa informazione sia dalla parte dei "buoni". E non può indirizzarla se non ha a sua volta un indirizzo politico chiaro. Lo scenario secondo il quale il governo sa quello che si deve fare e per questo governa l'informazione sta finendo e deve finire. Allora c'è un nuovo scenario. Uno scenario nel quale una quantità incontrollabile di fonti di informazione e di canali di trasmissione è in gioco, liberamente, per i motivi più diversi, compresi quelli "buoni"; e nel quale se un governo davvero ritiene di fare le cose giuste, riesce a fare uscire informazioni coerenti perché i fatti sono coerenti e soprattutto le sue persone sono davvero motivate. L'informazione, per via bizzarra, tornerebbe a servire da watchdog, o almeno a equilibrare il potere politico.

L'equilibrio dei poteri è un bene. Anche se per ciascuno dei poteri, lasciarsi equilibrare sembra una limitazione inaccettabile, è proprio quello che il principio vuole ottenere. Nessun potere assoluto. Ogni potere relativo. E' più complesso per un sistema che si confronta con regimi autoritari ben più banali. Ma almeno serve a sapere da che parte stare.

Quanto è bello pagare

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Mentre tutti i giornali tentano di capire come farsi pagare il loro servizio in rete, pochi ci riescono davvero. Perché in rete c'è tale abbondanza di informazione gratuita che una via alternativa al pagamento del prezzo del biglietto sembra sempre disponibile.

In rete, dunque, si tende a pagare se è "bello", "giusto", "figo" pagare.

Per questo alcuni tentano la via della "membership": si invitano i lettori a partecipare a un progetto comune. Non è una strada per tutti. Occorre che il progetto sia davvero comune e accomunante. E' particolarmente difficile per gli editori molto "profit oriented" e percepiti come molto "potenti". Ma anche i nuovi entranti devono accreditarsi prima di riuscire su questa strada.

Gli esempi citati su NiemanJournalismLab: MinnPost, GlobalPost, Texas Tribune.

Il tempo che fa su Google

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Google Earth promette di mostrare la situazione meteorologica in tempo reale, da oggi. (Bisogna abilitare il layer chiamato clouds).

Intanto la gente moltiplica gli sforzi per restare un po' invisibile a Google e ai provider. Autodeterminazione della privacy.

Infine, i finanziari parlano di rallentamento futuro della crescita di Google. E penalizzano il titolo. Nonostante che sia uno dei business che vanno meglio al mondo.

Strani tempi per Google. Bizzarri Zeitgeist.
Se il governo italiano fosse molto interessato alla privacy, l'Italia sarebbe tra i paesi che richiedono regole più stringenti alle aziende che raccolgono in rete dati sulle abitudini e le opinioni delle persone. Invece, l'Italia non è in cima alla classifica dei paesi europei più attenti a salvaguardare la privacy dei cittadini nei confronti delle aziende, anzi, è proprio tra gli ultimi: la tabella è su wsj.

Eppure dicono che la legge contro le intercettazioni è intesa a salvaguardare la privacy dei cittadini.
Il Wsj vede un aumento significativo del fatturato pubblicitario dei siti dei giornali americani. Anche se non basta a coprire le perdite della pubblicità cartacea. Ma in questo fenomeno ci sono anche i motivi per aprire un dibattito sulle metriche che motivano i costi pubblicitari online.

Secondo ComScore, il Cpm (costo per mille pagine viste) è una misura abbastanza disordinata. Nei giornali il Cpm in America, in aprile, era 6,99 dollari, nei portali 2,60 e nei social network 56 centesimi. Nello stesso tempo le pagine viste dei giornali erano 8,5 miliardi, nei portali erano 69,7 miliardi e nei social network 98 miliardi. Il fatturato era rispettivamente di 59,4 milioni di dollari, di 181 milioni e di 54,7 milioni.

Perché un mercato dovrebbe accettare queste differenze di prezzo e performance? Probabilmente occorre un'unità di misura più coerente e omogenea. Il tempo per utente potrebbe andare meglio?

Telecom meno Telefonica

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Non è successo nulla. Ma le premesse per una liberazione strategica della Telecom Italia ci sono. Con la riuscita acquisizione di Vivo, operatore mobile brasiliano, da parte di Telefonica, le relazioni tra la compagnia spagnola e l'ex monopolista italiano sono paradossalmente più facili. Non essendo riuscita a prendere il controllo della compagnia italiana, non avendoci provato neppure troppo e non avendo più molto da volere su Tim Brazil, potrebbe cominciare a sciogliere i vincoli che aveva posto alla strategia della Telecom Italia.

Certo, non è ancora successo nulla e non succederà facilmente. Telefonica ha una quota importante della Telco che controlla Telecom Italia. E sostituirla non sarà facile. Ma forse porrà meno veti all'innovazione strategica della compagnia italiana.

Teoria e pratica del cambiamento

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La pratica del cambiamento è un'esperienza comune, specialmente in un periodo come il nostro. La teoria del cambiamento è questione molto più esoterica.

In generale le teorie del cambiamento sono passivamente orientate a interpretare i mutamenti storici avvenuti. E solo in qualche caso ne traggono indicazioni previsive o normative. La regola è contenuta nella famosa definizione della scienza economica proposta a suo tempo dall'Economist: "L'economia è la scienza che studia perché le sue previsioni non si sono avverate".

Le teorie dei generatori di cambiamento tendono a qualificarsi attualmente come pensieri che accompagnano la pratica del cambiamento in modo da - teoricamente - indirizzarlo:
1. Stabilire una visione, uno strumento preciso per realizzarla, scegliere un obiettivo misurabile, formulare un programma a tappe
2. Nello scegliere una visione occorre avere qualcosa su cui scommettere con decisione. Spesso questo viene dall'identificazione di un cambiamento esponenziale colto all'inizio. E provoca la convinzione che si possa innescare un elemento incentivante che attivi o rimuova i freni a un cambiamento esponenziale dal quale trarre vantaggio.
3. In generale, nelle reti, vale la regola secondo la quale più persone sono coinvolte e più sono elevate le probabilità che il progetto funzioni. E' dunque l'epoca del cambiamento collaborativo, nel quale i vantaggi e il lavoro sono condivisi.

Articolo 1, comma 29: non avere paura

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Il comma 29 per come è scritto sembra dire che qualunque sito è soggetto all'obbligo di rettifica e rischia una multa molto salata se non ottempera in 48 ore. (Fatto)

Io dico che i blog sono fatti apposta per rendere facilissime le rettifiche. Chi le vuole le mette nei commenti. Se non lo fa subito da solo vuol dire che non ha interesse a un'immediata rettifica della notizia. Se non ha quell'interesse e non lo dimostra, non può pretendere che ce l'abbia il blogger. (Che ne dici Guido?)

In ogni caso, queste norme (o minacce di norme) non devono mettere paura alla gente che usa la rete onestamente. Se lo scopo di quelle norme (o minacce di norme) è quello non devono realizzarlo.

(Che ne pensate joiyce, stopthecensure, ilmiopaesealtrove, ilviagradellamente?)
Bizzarra notizia Ap su AbcNews. Lo Utah ha deciso che non farà più domanda per importare 20mila tonnellate di scorie radioattive dall'Italia.

Ok. Abbiamo capito che il deserto dello Utah non vuole più essere una pattumiera nucleare del mondo. Non sapevamo, però, che nei costi del nucleare italiano era compreso, ipoteticamente, anche il trasporto di 20mila tonnellate di materiale radioattivo nello Utah.

Gli esperti probabilmente non si stupiranno quanto me. Ma i costi del nucleare saranno mai trasparenti?

Un'occasione persa per il retroscenismo

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John Hooper, Guardian, nota che in Italia si è persa un'occasione per il retroscenismo (è una notizia del tipo uomo morde cane). Si riferisce al fatto che Panorama ha attaccato duramente il Vaticano e che nessuno ha messo in relazione quel servizio del settimanale con la strategia politica del suo proprietario.

In altre occasioni si sarebbe vista una quantità di commenti sul perché di quell'attacco, ecc ecc. Ma questa volta, dice Hooper, no. Perché? C'è probabilmente un retroscena da rivelare...

Mon Quotidien

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Mon Quotidien è un giornale francese che ha lo scopo di servire i ragazzini che non vogliono (o che sono consigliati a non volere) vivere soltanto con l'informazione che viene dalla tv e da internet. Naturalmente non ha un granché di sito...

(in una precedente versione si diceva che era appena nato, ma era un errore)

Fenomenologia della critica di Wikileaks

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Accennava Marco (nei commenti a un post precedente) all'opinione secondo cui su Wikileaks vengono fuori informazioni che indeboliscono i paesi democratici nella loro guerra contro i paesi autoritari. Nel frattempo è saltata fuori una delle più grandi fughe di documenti segreti della storia: e tra gli americani alcuni hanno detto che Wikileaks indebolisce la posizione delle democrazie occidentali in Afghanistan.

Non è molto diverso dai tempi della guerra del Vietnam, quando i documenti segreti del Pentagono uscivano su Washington Post e New York Times. Salvo per un punto: gli occidentali non sono più tanto sicuri che questi documenti debbano venire fuori e tra loro si stanno insinuando i sostenitori dell'idea secondo la quale c'è fin troppa libertà di stampa.

Si ha l'impressione che se ci sono regole democratiche sul modo in cui una democrazia fa la guerra e se quelle regole sono disattese, è bene che il fatto venga fuori. Questo può indebolire la (già debole) posizione militare, ma rafforza la democrazia: alla lunga, paradossalmente, rafforzando la democrazia, rafforza il senso e la motivazione della guerra, dunque potrebbe addirittura favorire la vittoria.

(Ah: si scopre che devo scrivere intorno a questi argomenti sul giornale per domani... Vista la complessità del soggetto, i suggerimenti e i commenti sono molto ben accetti).

Sostiene Mafe

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More about World wide we"Se sei umile, sociopatica e paziente e cerchi un lavoro a Milano (da ottobre) mandami un dm".
"La mia definizione di community manager è molto semplice: è la voce dell'azienda all'esterno e la voce dei clienti all'interno" (Connie Bensen)
"Il marketing dell'ascolto. E' la sua semplicità che lo rende, per alcuni, impraticabile".
"Se non c'è alcun modo di far sì che i tuoi obiettivi coincidano con quelli dei tuoi utenti, lascia perdere".
E poi c'è un sacco da sapere: tipo che c'è una direttiva europea che vieta alle aziende di fingersi clienti disinteressati che parlano di un prodotto...
Mafe De Baggis, World Wide We, Apogeo.

Il valore del passaparola

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Sul McKinsey Quarterly, un saggio di razionalità per capire il valore del brand di un'azienda in base ai messaggi trasmessi per passaparola.

Il valore del brand in base ai messaggi trasmetti per passaparola è funzione del numero di messaggi più il loro impatto. L'impatto è tanto maggiore quanto più: 1. il network è compatto (non disperso); 2. i messaggi sono rilevanti (influiscono direttamente sulle decisioni di acquisto); 3. il mittente è influente; 4. il messaggio riguarda un'esperienza diretta (non è un "sentito dire").

Meglio pochi messaggi ma di grande impatto che molti messaggi di poco impatto, dicono alla McKinsey.

Cervello - Carr

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More about The ShallowsAvevo scritto un lunghissimo post sul libro di Nicholas Carr dedicato agli effetti cognitivi negativi dell'uso di internet. Avevo riportato i principali punti in discussione, le risposte di Steven Berlin Johnson e l'intervista di Open Culture. Aggiungevo qualche punto di vista in più sostanzialmente critico. Un problema tecnico alla connessione ha impedito la pubblicazione. Il post si è perso. Anche perché non avevo salvato, a causa di un atteggiamento superficialmente fideistico nei confronti della tecnologia. Carr non ha ragione, ma forse non ha nemmeno torto.

Ritrovando Rising Voices

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Marta Mainieri sottolinea giustamente l'importanza di iniziative come Rising Voices, lanciata da Global Voices per migliorare l'accesso attivo di popolazioni "sottorappresentate" al sistema dei media. Questa segnalazione fa parte della serie di suggestioni utili per Ahref.
Chi ha ancora voglia di parlare ai politici e pensa che facendolo si possa ottenere un po' di buon senso sulla legge "bavaglio" e le norme restrittive che riguardano potenzialmente anche i blog, puó dare un'occhiata alla lettera aperta di Valigia Blu.

La coda mozza

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Scrive Alberto Carnevale Maffè, su Link, che l'effetto "coda lunga" tradotto in redditività dei contenuti si trasforma in un effetto "coda mozza". I contenuti di larghissima audience e i contenuti di estrema nicchia hanno più possibilità di guadagnare di quanta ne abbiano i contenuti che stanno nel mezzo.

La ricostruzione di Tangentopoli

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Mani Pulite aveva limitato e in parte abbattuto Tangentopoli. Gli ultimi 17 anni di politica sembrano una lenta ma sempre più decisa ricostruzione. Adesso salta fuori che per indagare con le intercettazioni in merito a possibili reati di corruzione ci saranno altre difficoltà.

Esiste purtroppo un ceto "imprenditoriale" che considera la corruzione normale o per lo meno accettabile, in cambio di lavoro. E invece è una pratica profondamente ingiusta e inefficiente, che mette in difficoltà le imprese corrette e favorisce quelle che accantonano fondi neri e competono a suon di mazzette. Inoltre, apre la strada alle mafie mentre riduce gli incentivi all'innovazione.

Non c'è nessuna giustificazione per chi vuole ricostruire Tangentopoli. Nessuna.

Non è una faccenda solo italiana. Ma l'Italia non sta facendo abbastanza per liberarsi da questa imbecillità. Qui c'è un discorso di un grandissimo combattente contro la corruzione, Peter Eigen (Transparency.org):


Esperienza

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Una tv diversa è possibile. Tre giorni pieni di lavoro con il gruppo eccellente di Gregorio Paolini per realizzare un esperimento di trasmissione con camere, luci e ambientazione da cinema. Una narrazione spettacolare, una ricerca pienamente consapevole della modestia che di deve coltivare di fronte allo sviluppo della conoscenza. Un tentativo chiaramente "successivo" alla divulgazione scientifica. Per parlare dell'innovazione non si poteva che innovare.

Scoble entusiasta di Flipboard

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Robert Scoble è entusiasta di Flipboard, una nuova app che fa vedere il contenuto proveniente da Twitter, Facebook, feed di giornali e altro, nella forma di un magazine che si sfoglia e si aggiorna continuamente.

Il design del magazine si dimostra molto attraente. E' come se trasformasse contenuti piuttosto semplici in qualcosa di elaborato e critico. Una storia di user interface che si riprogetta per contenuti del tutto nuovi e per modalità produttive del tutto rinnovate.

In crisi non è l'utilità e la bellezza della forma del magazine.

Bavaglio di principio

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Se la legge bavaglio verrà approvata con le modifiche introdotte ieri sarà un po' meno penalizzante per la magistratura, ma non modificherà un principio: che i giornalisti e i giornali possono essere ritenuti colpevoli nel caso che pubblichino un documento rilevante per la cronaca ma non ancora uscito dalle maglie introdotte dalla nuova legge.

Il principio in America è diverso: e garantisce molto di più la libertà di stampa. Il giornale ha diritto di pubblicare. Se il documento è uscito illegalmente sarà colpevole chi lo ha fatto uscire non il giornale che lo ha pubblicato.

Nonostante la crisi dell'editoria, probabilmente nelle aziende editoriali continuerà a crescere il costo del lavoro di una categoria professionale: gli avvocati.

ItalyLeaks: la luce dell'ombra

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Mettiamo in chiaro le proporzioni. La maggioranza degli italiani ottiene notizie solo dal Tg, dice il Censis. Significa che le notizie che si trovano sui giornali e su internet sono note a una minoranza di italiani. Anche perché una buona metà degli italiani non legge e non scrive. La visione della realtà più diffusa è data dalla televisione. Sia a livello di fatti, sia a livello di interpretazioni dei fatti.

In questo contesto, non è assurdo che qualcuno pensi che quello che viene fuori in rete attraverso Wikileaks sia destinato a restare vagamente clandestino. 

Il risultato si potrebbe ribaltare contando sul passaparola della rete e il passaparola fisico tradizionale, cui si potrebbe aggiungere nei fatti l'alleanza dei giornali più lungimiranti. 

Si può essere contenti dell'arretramento del bavaglio. Ma non del fatto che un problema in più per pubblicare le notizie comunque ci sarà. Occorre prendere le misure del problema: non è possibile che le notizie più complesse e più importanti per farsi un'idea siano poco diffuse o semiclandestine. Ma paradossalmente proprio l'esorbitante potenza della tv generalista potrebbe finire col creare le condizioni di una strutturale alleanza tra gli altri media. Cui si potrebbe aggiungere una forma di alimentazione del passaparola tra coloro che a quei media non accedono o non possono accedere se tra il territorio e la rete si trovassero nuove connessioni.

ps. La segnalazione su ItalyLeaks è stata rilanciata da blogger attenti come Ppr, Dario, Alessandro, Delbo. E commentata da Guido Scorza. (Nei commenti anche alcune valutazioni controverse su Wikileaks che meriterebbero un'ulteriore discussione).

Italyleaks

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Alcuni giornali italiani hanno già contattato Wikileaks per distribuire le intercettazioni nel caso che fosse introdotta la legge che ne vieta la pubblicazione. Una domanda: ma poi linkare i documenti pubblicati su Wikileaks sarebbe consentito o vietato? È una domanda che ha senso solo in un paese con poca libertà di informazione.

Scoop ItalyLeaks

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Se passa la legge contro la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, l'Italia diventerà con ogni probabilità una delle principali nazioni che contribuisce a WikiLeaks.

E parlandone con Julian Assange, ci si accorge che il capo di WikiLeaks ne è ben consapevole.

Che cosa succederà? Ecco, riassumendo, quello che ha detto Julian: 1. La nuova legge islandese ha già convinto il parlamento europeo a sostenere l'introduzione di un'analoga legge in Europa; 2. Diversi giornali italiani hanno già preso contatto con WikiLeaks per pubblicare le notizie che diventeranno eventualmente proibite; 3. La legge evolverà in modo che si potranno intentare cause internazionali contro i paesi europei he non garantiscono protezione ai giornalisti che fanno il loro lavoro.

Probabile che la legge bavaglio nell'epoca di internet non bloccherà le notizie.

Ecologia della credibilità

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A quanto pare la credibilità si guadagna con un lungo lavoro e si perde in un attimo. E quando si perde non si ricostruisce se non con un lavoro almeno altrettanto lungo.

In questo, evidentemente, assomiglia all'equilibrio ambientale. Un sistema ecologico ci mette milioni di anni a formarsi, ma si può distruggere in breve tempo. 

Se resiste, quando resiste, è solo grazie alla biodiversità. Una monocultura come quella delle aragoste del Nordamerica, diceva Johan Rockström a Ted, sembra estremamente efficiente. Ma basta l'inserimento anche casuale di un organismo esterno per distruggerlo. L'equilibrio ecologico di lunga durata si forma attraverso la biodiversità.

La credibilità a sua volta resiste meglio se non è basata su un'unica caratteristica. Ma si attribuisce a una persona della quale si conoscono i caratteri distintivi, i valori, i fatti compiuti, le complessità e persino i difetti. La credibilità ottenuta per manipolazione di una o due caratteristiche della persona è fragile.

Un sistema dell'informazione è credibile se è dotato di infodiversità. Altrimenti è fragile. E prima o poi crolla. 

(Ma anche le persone hanno bisogno di infodiversità: se si chiudono in un ghetto culturale finiscono per avere una visione del mondo fragile).

Ethan Zuckerman

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Jamil Abu-Wardeh

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Dicono qui in Inghilterra che una commedia che ha successo "kills" mentre una che si dimostra un insuccesso "bombs". «Mi pareva molto adatto al nostro tipo di spettacolo: la commedia mediorientale» dice Jamil Abu-Wardeh. (Ethan riassume). Tanto che con altri colleghi - tra cui un iraniano e un coreano che parla arabo - è riuscito a mettere in piedi una compagnia chiamata "The Axis of Evil". Per combattere gli stereotipi li devi ridicolizzare...

Ecco una registrazione. Non quella di Ted che arriverà nei prossimi giorni con la solita fantastica qualità...


Ethan "Ted" Zuckerman

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Per chi vuole seguire Ted ci sono molte risorse proposte dalla stessa organizzazione. Ma per leggere i riassunti delle lezioni c'è una soluzione favolosa: il blog di Ethan Zuckerman. Un live blogging professionale...

Scienza dell'ebollizione

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Jean-Claude Burgelman, David Osimo e Marc Bogdanowicz scrivono un paper dal titolo Science 2.0 (change will happen...). Dimostrano come il cambiamento nei mezzi di lavoro scientifico e soprattutto nei mezzi di comunicazione e condivisione della conoscenza scientifica sono a una sorta di punto di flesso nella crescita per quanto riguarda il numero di ricercatori che scrivono, di paper pubblicati e di dati disponibili. Ci sarà una crescita esponenziale in tutte e tre le variabili.

Questo provocherà profondi cambiamenti, nella natura della scienza stessa, ipotizzano gli autori. Ci sarà una maggiore apertura e disponibilità di conoscenze ma anche una maggiore instabilità delle ipotesi e una maggiore ineguaglianza nella distribuzione delle risorse.

Quando qualcosa cresce esponenzialmente, all'inizio non sembra nulla, poi è enorme. In modo vagamente improvviso. Se questo dovesse in qualche modo succedere alla scienza, le conseguenze sarebbero enormi: vale la pena di prepararsi a gestire il cambiamento. Se non ci riescono gli scienziati...


Ma dov'è l'Italia?

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Grande Ethan Zuckerman a TED. Chiusi nel gregge di quelli che la pensano come noi, abbiamo una visione del mondo distorta. Elif Shafak dimostra la forza delle storie per costruire una cultura cosmopolita. E David McCandless usa la raffigurazione dei dati statistici per superare stereotipi e luoghi comuni.

Ci si accorge che l'Italia è il paese dei luoghi comuni. Il dibattito autoreferenziale rischia di produrra una cultura contemporaneamente cinica e poco critica.

Ma l'Italia è potenzialmente il posto perfetto per superare gli stereotipi: nessuno nell'occidente civilizzato ci considera degni di farne parte, i paesi mediterranei ci accettano solo perché siamo un posto dotato di soldi ma diverso da loro perché popolato di xenofobi; di certo non possiamo essere accolti tra i paesi emergenti e neppure tra i grandi costruttori di contemporaneità.. in effetti non siamo apparentemente in nessun posto stereotipato nel nostro tempo e nel nostro spazio.. siamo un nodo della rete globale dotato di caratteri locali visibili e unici.. tanto è vero che secondo la Doxa all'estero piaciamo più di quanto ci piaciamo da soli...

Sembra un po' incoerente? Non lo è. Siamo un bellissimo posto ma non siamo "come" nessun altro posto: potenzialmente uno degli ambienti più favorevoli al cosmopolitismo. Dobbiamo solo imparare a distinguerci dalle brutte figure che tendono a fare i nostri rappresentanti. Del resto, non siamo certo la prima democrazia che vota contro i suoi interessi.

Peter Molyneau

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Videogiochi: simulazione e storytelling. Peter Molyneau con trucco fa un'interfaccia che si governa coi gesti. E interagisce con un personaggio che ha una storia e che apprende dall'utente. È pensato per farti credere che stai davvero incontrando un personaggio non un computer. Ci si gioca senza oggetti in mano. Si risponde alle domande in voce. Ted..

Steven Berlin Johnson

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Steven Berlin Johnson pubblica in ottobre o novembre il suo nuovo libro intitolato alla domanda: da dove vengono le buone idee? "Un'idea non è un momento di illuminazione, è un network (non solo neuroni in nuova configurazione o una nuova forma di collaborazione tra persone portatrici di idee diverse)". Ted.

Matt Ridley

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L'autore del concetto di orrimismo nazionale spiega a Ted che cosa c'è di speciale nella specie umana. "Nessuno ha mai visto un cane scambiare lealmente un osso con un altro cane. Il commercio tra gli uomini è nato prima dell'agricoltura. Connessi facciamo cose che nessun individuo comprende interamente. La specializzazione e la connessione sono una forza di adattamento della specie umana che non ha eguali".
Un pezzo di bravura di Ethan Zuckerman che ha bloggato in tempo reale il discorso a TED di Nik Marks uno statistico che si occupa di felicità. Va letto..

Axess: discussioni sui giornali

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Il sistema dell'informazione costruisce lo spazio pubblico, nel quale si sviluppa la dimensione collettiva, sociale, della specie umana. Non stupisce che mentre questo sistema cambia, se ne discuta tanto.

Good news from TED

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And now the good news. È il tema di TED quest'anno. Cominciato con la marcia ironicamente trionfale dell'Aida. Buone notizie per un ottimismo razionale, basato sui fatti. Che dimostrano che le buone notizie non sono una specie in via di estinzione.

Nye dice che il potere è cambiato. L'Asia è tornata, riequilibrando l'effetto della rivoluzione industriale. Computing e comunicazioni costano sempre meno. Tutti hanno accesso a mezzi di comunicazione prima usabili solo da stati e potenti. Il potere si esercita con la paura, con pagamento, facendo in modo che gli altri vogliano quello che vuoi. Softpower.Vince chi racconta la storia che vince. La metafora del declino è ingannevole. La realtà è che la storia non è lineare. E credere nel declino lo provoca.

La nuova visione è relativa ai problemi che non si risolvono in modo unilaterale (come nel caso del cambiamento climatico). Il potere non è un gioco a somma zero. Diventa "smartpower": che è basato su un sistema di obiettivi che sono buoni per chi esercita il potere e per tutti gli altri. "La buona notizia è che lo possiamo fare".

Buone notizie

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Comincia TED, a Oxford. Dedicato alle buone notizie. O meglio: alle notizie buone. Non vago ottimismo: ma sana fiducia nelle persone che prendono i problemi di petto e fanno qualcosa di intelligente per risolverli. Inge Missmahl, per esempio, è una psicosociologa che ha avviato un progetto di ricostruzione della consapevolezza delle persone schiacciate dai traumi dell'infinita guerra dell'Afghanistan: 11mila persone si sono sentite meglio...

Robert Senior: la tv non è morta (per niente)

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Per Robert Senior, fondatore di Fallon e ora Saatchi & Saatchi Fallon, dice che le elezioni britanniche sono state stravinte dalla televisione. «Altro che internet. Proprio quest'anno, la tv ha ridefinito la politica inglese».

Paul Steiger senza bavaglio

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Paul Steiger, leader di Propublica, ha voluto sapere di più della legge "bavaglio". La descrizione della legge e dei motivi per i quali il governo italiano la vuole far passare lo hanno spinto a spiegare che negli Stati Uniti le intercettazioni non hanno limiti di tempo e se vengono per qualche motivo in possesso di un giornale possono essere pubblicate.

Ci possono essere casi in cui le intercettazioni non devono essere fatte uscire, ma anche in quei casi il responsabile dell'illecito è chi le dà a un giornale: resta chiaro che il giornale che ne venga in possesso le puó pubblicare anche in quel caso (se non ha pagato per averle diventando così complice). Questa è la libertà di stampa. E non è troppa libertà di stampa.

L'ultimo Grande Fratello

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In Gran Bretagna il Grande Fratello è ormai considerato noioso. Ha perso la metà dell'audience dal 2000. E Channel 4 ha deciso che lo trasmette quest'anno per l'ultima volta, riferisce John Lloyd.

"I ricchi sono diversi..."

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"I ricchi sono diversi. I ricchi sono spietati". Un commento che si trova in un fantastico articolo del New York Times che dimostra come i poveri che, per senso dell'onore, tentano in ogni modo di pagare le quote del loro mutuo in America, sono molti in percentuale; mentre i ricchi non pagano i debiti in proporzione maggiore.

Che cosa siamo se non europei?

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Jean-Claude Juncker, primo ministro del Lussemburgo ha detto, tempo fa: "Sappiamo esattamente quali politiche adottare per rilanciare l'Europa. Ma non sappiamo come farci rieleggere quando le avessimo adottate".

La citazione viene da un bel pezzo sull'Europa dell'Economist che propone una visione dotata di un sano ottimismo della ragione...

ps: intanto l'Economist continua a modificare la home del suo sito...

Il mito dell'obiettività nei giornali...

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L'ennesima storia di una giornalista di una testata americana che deve dimettersi per aver manifestato un'opinione personale su Twitter. In nome dell'obiettività del giornale, pare, che è molto simile a un mito. E Mike Arrington con il solito piglio semplice chiede più opinioni, non meno, da parte dei giornalisti.

La posizione più chiara è quella di David Weinberger che ha sostenuto come sul web la nuova forma dell'obiettività è la trasparenza. Meglio dichiarare le proprie opinioni piuttosto che nasconderle...

Naturalmente è un dibattito molto antico. Gli scienziati sociali hanno spesso fatto ricorso alla trasparenza per sostenere liberamente le loro idee, con un approccio generoso verso i lettori, ma senza per questo rinunciare alle regole metodologiche fondamentali della ricerca. I fatti e il modo in cui si trovano, le ipotesi e il modo in cui si verificano, le teorie e il modo in cui si elaborano e falsificano, destano alla base della ricerca.

L'equilibrio in questo settore del pensiero è molto delicato. Solo un buon metodo di ricerca dei fatti puó fondare un buon dibattito di opinioni. (E ci puó difendere tra l'altro dalla falsa obiettività di pubblicare tutte le opinioni, anche quelle espresse da persone potenti ma del tutto prive di rapporto con la realtà, e orientate solo a manipolarla). Imho...

Dov'è nato il web

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David Galbraith, in un post da leggere, per celebrare, ricostruisce con Tim Berners-Lee il luogo esatto dove al Cern è Stato concepito e poi scritto il codice che ha dato vita al web. Era il 1989. L'anno della caduta del muro di Berlino e della nascita del www...

Manifestation

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"I'm afraid that it doesn't come in that, ahm..., manifestation". Al Red Cat, un ristorante sulla 10a Avenue, Manhattan, un cliente ha chiesto un piatto di carne bovina con un'insalata. Ma la combinazione non era prevista dal menu. Il cameriere molto empatico ha risposto alla richiesta: "Temo che la carne bovina non possa essere, ahm..., manifestata in quella forma".

Il cameriere è uno studente di Lettere, si è poi scoperto.

Facebook vuole un miliardo di utenti

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Facebook vuole un miliardo di utenti. E pensa di arrivarci abbattendo le barriere all'adozione del suo prodotto nei paesi del Sud del mondo. Salvo la Cina, probabilmente.

YouTube mobile in html5

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YouTube ha scelto di svilupparsi in html5 per la fruizione mobile. E' chiaro che l'evoluzione del video si sta davvero liberando delle limitazioni di Flash-Adobe. Ma è anche una nuova tappa della competizione sana tra Google e Apple.

Evoluzione con le gambe

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A New York per incontrare Aimee Mullins un'icona che sintetizza come ci sia una tecnologia e un'estetica nella cultura delle opportunità...
Un'intervista da non perdere sul Guardian (restato gratuito) a Clay Shirky. Dice che il Times a pagamento non funzionerà. Ma il testo è fantastico per conoscere meglio il pensiero di Shirky, che affabula oltre ogni aspettativa.

Eccolo sul Times:

"Everyone's waiting to see what will happen with the paywall - it's the big question. But I think it will underperform. On a purely financial calculation, I don't think the numbers add up." But then, interestingly, he goes on, "Here's what worries me about the paywall. When we talk about newspapers, we talk about them being critical for informing the public; we never say they're critical for informing their customers. We assume that the value of the news ramifies outwards from the readership to society as a whole. OK, I buy that. But what Murdoch is signing up to do is to prevent that value from escaping. He wants to only inform his customers, he doesn't want his stories to be shared and circulated widely. In fact, his ability to charge for the paywall is going to come down to his ability to lock the public out of the conversation convened by the Times."

Ed eccolo sul suo nuovo libro, Cognitive Surplus:

"This criticism echoes the sentiment of Shirky's new book, Cognitive Surplus; Creativity and Generosity in a Connected Age. The book argues that the popularity of online social media trumps all our old assumptions about the superiority of professional content, and the primacy of financial motivation. It proves, Shirky argues, that people are more creative and generous than we had ever imagined, and would rather use their free time participating in amateur online activities such as Wikipedia - for no financial reward - because they satisfy the primal human urge for creativity and connectedness. Just as the invention of the printing press transformed society, the internet's capacity for "an unlimited amount of zero-cost reproduction of any digital item by anyone who owns a computer" has removed the barrier to universal participation, and revealed that human beings would rather be creating and sharing than passively consuming what a privileged elite think they should watch. Instead of lamenting the silliness of a lot of social online media, we should be thrilled by the spontaneous collective campaigns and social activism also emerging. The potential civic value of all this hitherto untapped energy is nothing less, Shirky concludes, than revolutionary."

Prospettiva internettara positiva

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Pew segnala un suo studio dal quale si vede che gli internettari considerano la rete come un motivo di miglioramento delle relazioni sociali. E in prospettiva pensano che continuerà a migliorarle ancora più chiaramente in futuro.

Tablet e libri: la velocità della lettura

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Jakob Nielsen, uno dei massimi esperti di usabilità, riporta i risultati di uno studio secondo il quale si leggerebbe più lentamente su iPad e Kindle di quanto non si legga sui libri di carta.

Molti hanno ripreso e, spesso, criticato la notizia: Mobile-ent (non è troppo più lento), Teleread (non è uno studio definitivo), TechSpot (sempre meglio del monitor del pc), Mulley, MobilitySite (studio affrettato), MacStories (ci vogliono altri studi), AppAdvice (non è detto che la velocità di lettura sia davvero così importante), iReaderReview (abbiamo un'antica abitudine a leggere sulla carta e poca sui tablet; inoltre, su certi dati, lo studio sembra poco significativo dal punto di vista statistico). Pasteris, eBookit (lo studio segnala comunque che gli utenti sono piuttosto soddisfatti).

Non è detto che la velocità sia tutto nella lettura. Certo è una componente. Sarebbe bello vedere anche se i tablet invitano a leggere più attentamente, o aiutano a ricordare meglio quello che si legge, sia paragonandoli alla carta che paragonandoli al web. E' vero che la carta è un'abitudine antica e il digitale no. Ed è vero che le logiche con le quali si impaginano le parole sulla carta non sono necessariamente le migliori quando si traspongono sul tablet. Ci sarà un'evoluzione.

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Altri commenti alla twittata su questo argomento dell'altro giorno:

FriendFeed
per la miseria, dateci il tempo! - Gaspar Torriero
il link corretto è http://mashable.com/2010... - alieb
like a Gaspar :) - roberta milano from iPhone
forse, ma si limitano le calorie spese nel girare pagina :P - Riccardo Cambiassi
che poi io per esempio probabilmente leggo piu 'lento ma alla fine leggo di piu', quindi... - massimo mantellini
io più che altro almeno ho un solo posto dove tengo i libri / note / commenti. la mia biblioteca cartacea è stata disintegrata da qualche trasloco di troppo - Riccardo Cambiassi

Twitter
  1. SandroMontagner @lucadebiase cosa abbastanza intuibile, visto che il comportamento degli occhi non è il medesimo se sta davanti a un libro o ad uno schermo.
  2. salvomizzi @lucadebiase dunque si assimila meglio?
  3. intermezzi @lucadebiase la pagina non si apre... comunque credo sia solo una questione di abitudine: d'altronde è su carta che si impara a leggere

Facebook
Romeo Bassoli
ci credo.Richiede una attenzione maggiore
sabato alle 20.06

Laura Biason
E non serviva uno studio per dirlo. Se poi vogliono farne un altro, possono verificare anche che ci si stanca prima...
sabato alle 20.10

Sara Cristaldi
ma tu sei d'accordo, luca?
sabato alle 20.17

Domenico Ferrara
Confidiamo ancora sulla carta...
sabato alle 20.20

Pietro Zanarini
io invece dall'iPad ho letto quello studio in un secondo (forse perchè quell'url mi da "Page Not Found" :-)
sabato alle 20.22

sabato alle 20.31

Pietro Zanarini
Grazie Jack!
sabato alle 20.37

Luca De Biase
grazie jack
sabato alle 20.44

Luca De Biase
@sara : sulla carta abbiamo imparato a scrivere.. per l'ipad dobbiamo ancora imparare..
sabato alle 21.00

Sara Cristaldi
E questa e' la cosa più challenging. Ma questo e' il futuro dei giornali e dei giornalisti. Prima lo capiranno e meglio sara'
sabato alle 21.39

Pietro Zanarini
io però nello "slow read" non ci vedo nulla di male, anzi!
sabato alle 22.35 ·

Fiorella Buzzi
secondo me il nodo non è come si legge, ma come si scrive. La digitalizzazione di un testo lineare che resti tale (quindi che non diventi ipertestuale) è un ibrido la cui efficienza, oggi, dipende dall'efficacia del dispositivo di fruizione. La sua ricaduta è solo sul piano della distribuzione, laddove per "testo" si intenda "prodotto editoriale... Mostra tutto".
I fatti sono due:
• la digitalizzazione è un processo generale e irreversibile. Tra l'altro, l'intera produzione editoriale è già digitale e si interrompe solo nel momento in cui il testo, fino a quel momento immateriale, viene "appoggiato" sulla carta (vedi Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Laterza).
• l'ipertesto è la migliore modalità di fruizione del testo in rete, potrebbe esserlo anche in ambiente digitale offline. I testi che funzionano in rete sono tendenzialmente brevi e soprattutto puntano ad altri contenuti.
I prodotti su carta, invece, sono della natura più varia. Per portarli dalla carta al digitale, e perché funzionino, occorre prima capire quale tipo di scrittura sia più adatta alla fruizione digitale offline. In altre parole, niente copia e incolla dal prodotto cartaceo. IMHO, ovviamente.
Ieri alle 12.21

Piattaforme bucate

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Non solo la piattaforma della BP si rompe. Anche quelle di Apple e YouTube, pare. Dicono che l'AppStore sia stato aperto e sfruttato da mani maligne, con tanto di furto di soldi a ignoti utenti e acquisto di apps non volute (TheNextWeb). Peraltro, MacRumors invita a non esagerare questo allarme, non particolarmente nuovo né diffuso. Intanto, TheNextWeb segnala anche un buco su YouTube, con una risposta di Google che dichiara di avere già risolto. Dario commenta. L'inquinamento della rete è latente. Motivo di più per essere prudenti. E cambiare spesso la password.

Ottimismo, tecnologia, design

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Ecco VeniceSessions: Design the future.

Justin McGuirck, direttore di Icon Magazine. "Il motivo per cui si può creare qualcosa è l'entusiasmo. Lo era quando tutto era da costruire. Lo è ora che abbiamo tutto. E ci manca l'ambiente pulito, il senso critico, comprensione della velocità cui siamo condannati dalla tecnologia... Ma ci manca l'utopia... La sostenibilità è l'essenza della vita ma è anche un nuovo dogma che sembra ridurre il romanticismo. La paura ci blocca, la paura della catastrofe o la paura dell'impopolarità... Dobbiamo governare un ritorno all'ottimismo. Il design thinking è considerato una soluzione. Il design influenza ogni azione. Come? La chiave è il potenziale del design come disciplina. Potrebbe rimpiazzare le discipline umanistiche? E' troppo tecnico. Il problema è non lasciare che il design diventi qualcosa di troppo nebuloso. Il metodo del design è una pratica, una disciplina, più che una materia di studio. Bruce Sterling dice che nel nostro mondo gli oggetti esistono come 'dati' e si materializzano se li 'stampi' e l'internet delle cose aumenta la maneggiabilità dei dati prima e invece di stamparli. Una sorta di 'personalizzazione di massa'. Per avere una comprensione di un cambiamento del genere occorre in effetti un pensiero generale, un design senza barriere, multidisciplinare, una disciplina che pensa sintetico. Non c'è una conclusione netta: ma un atteggiamento di fondo è necessario. Ottimismo... Arrabbiarsi è un modo per conoscere. E pensare che si possa superare la causa dell'arrabbiatura".

Tra i motivi di arrabbiatura e la soluzione che possiamo trovare per c'è un pensiero. Una ricerca. Una tensione utopistica. Il processo creativo del designer, una disciplina, una generazione di senso.

Guta Guedes, cofondatrice di Experimenta in Lisbona. "Non sono un designer, il mio lavoro è quello del catalizzatore. Sono curatrice di iniziative che raccontano il design. Il design ha vissuto una trasformazione profonda, il design è la disciplina che risponde alla globalità del problema di una società che è giunta al fondo di una fase storica. Il mio ottimismo non viene da una fede ma da un dato di fatto: una lettura della nostra storia. La globalizzazione, la nuova forma dello 'spazio', e i media, la nuova forma del 'tempo', sono i parametri della grande trasformazione che viviamo. Design è una metrica, è un tool box, una conoscenza flessibile: che forse consente di portare conoscenza che abbiamo sviluppato in un mondo a un altro mondo. Con la crisi finanziaria la gente ha scoperto il valore della cultura. Il design è il ponte che può portare la cultura nella vita quotidiana e nella nuova economia della quale abbiamo bisogno. Disegnare il futuro: tecnologie che entrano nel corpo, popolazioni diseguali, sostenibilità. Non ci sarà uno scenario radicale: ci sarà un merge di scenari perché il primo obiettivo dell'umanità è sopravvivere... Design come disciplina per organizzare il mondo".

Design come disciplina dotata di una sua ricerca, libera come l'arte, di una capacità di generare visione e di verificare le idee con un metodo.

Aldo Colonetti, filosofo, Ottagono, Ied. "Un mondo che non c'è ancora. Un cambiamento culturale. Una disciplina come il design carica di responsabilità. Ma il design ha un significato solo se è connesso con la produzione industriale. Visione e industria, come 'verifica' della visione. Il design più che una disciplina è un mestiere. E cito in proposito Richard Sennett che ha dedicato un libro all'uomo artigiano. Ma, in questo paese la cultura industriale non è intesa come conoscenza. Olivetti: la forma come comunicazione. Il design ha bisogno della verifica e della cultura industriale, ma fa diventare questa una forma di conoscenza e di comunicazione. Non può essere una sola disciplina è una governance di creativi, culture, mestieri e diverse competenze. Il design è il nostro paese: il nostro paese è dotato di una diffusione territoriale di piccole imprese che di fatto fanno design: non c'è però nessuna relazione tra le istituzioni e il design come elemento propulsore delle potenzialità economiche del nostro paese. Il fatto è che non abbiamo educazione a riconoscerlo: ma chi sta sul mercato sa che il design è il generatore di valore del quale gli imprenditori fanno ricchezza. Oggi è ancora più così. Sintesi? Renzo Piano manda i suoi giovani nel cantiere. E poi li fa firmare".

Il design è ricerca: sperimentazione - libera come l'arte - teorizzazione e verifica!

Elio Caccavale, designer. "Design the future? Macchè... Il presente è abbastanza eccitante e non occorre parlare del futuro. Il futuro è già qui: non è distribuito in modo equo, diceva qualcuno... Io mi occupo di design pensando alle sollecitazioni che vengono da bioetica, life sciences, sociale sciences, technology. Imparo la ricerca degli scienziati e i tecnologi e tento di dare un contributo... Per esempio quelli che impiantano i chip e gli rfid nel corpo e tento di reagire... Ne è venuto fuori, per esempio, il neuroscopio... Ma non c'è nulla di più affascinante del lavoro delle aziende che clonano gli animali (non si può clonare un uomo ma un animale sì, affascinante...)... Ne vengono fuori idee e speculazioni, scenari... Design della famiglia del futuro... la form da compilare per avere il materiale necessario alla riproduzione... pensando alle caratteristiche della famiglia e della progenie... Scenari... scenari... E la storia di Ian Mucklejohn... Privacy e proprietà del corpo... cose che fanno pensare e che hanno bisogno di un design...".

Stefano Mirti e Bruna Cortinovis, Id Lab. Interaction design. "Sennett dice che l'artigiano sa quello che fa ma non sa dire quello che fa. Oggi abbiamo un sacco di gente che non sa fare ma lo sa dire molto bene. Un progetto? 'Per divertirsi fino a morire'. La rovina verrà da quello di cui abbiamo paura? No: quello che ci piace ci porterà alla rovina. Sembra di essere in un quadro di Esher: complessità e fascino... Il museo è un medium che racconta le storie della collettività. Dove la cosa interessante non è il cosa ma il come... Il museo Olivetti è una storia straordinaria... La visione, l'artigianato tecnologico, la verifica...".

Un dittatore illuminato disegna per tutti? Oppure un facilitatore che abilita una società a far emergere il disegno che è capace di generare?

Joseph Grima, designer. "Le tecnologie consapevoli del luogo in cui si trovano possono avere un impatto sulla trasformazione della città. Come? iPhone per esempio uccide la guida di viaggio. Uccide il libro dei numeri di telefono della città. Ma diventa un'istituzione alternativa. Il che si vede particolarmente nelle città non organizzate da istituzioni analoghe prima, per esempio quelle giapponesi".

Un design delle conseguenze impreviste. Disegnare l'oggetto che ridisegna la città è probabilmente impossibile. Le sue conseguenze impreviste sono invece reali. Probabilmente il dittatore illuminato si deve porre gli obiettivi giusti. E per esempio creare oggetti perfetti che altri useranno in modo imprevisto, generando conseguenze incontrollabili e non progettabili.

Giacomo Pirazzoli, architetto. "Un'immaginaria architettura del futuro raccontata dai Jetsons è diventata architettura reale nel mondo. Intanto, il 95 per cento del mondo vive altrove. In un contesto da 'terzo mondo'. Come l'Albania. Memoria e disegno della città. Il museo recuperato".

Il design può essere profondamente guidato ma avrà sempre conseguenze impreviste sui sistemi che non controlla. Una bizzarra bellezza del design ben fatto è di ispirare conseguenze impreviste a loro volta bellissime. Qualcosa rende un particolare design capace di ispirare questo genere di conseguenze. E' genio, ascolto, abilità artigiana, verifica: ricerca aperta e concretezza umile.

VeniceSessions - DESIGN

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Domani un'edizione di VeniceSessions dedicata al design. Qualche defezione, pare. Ma è già arrivato a Venezia Justin McGuirck, di Icon Magazine. So che dovrebbe esserci Guta Moura Guedes, Experimenta. Credo che ci siano Stefano Mirti e Bruna Cortinovis di Id Lab...

Design, cultura del progetto, progetto culturale... prospettiva... il tema è talmente ricco che sarà interessante vedere da che parte si prende e dove porta.

Il design, peraltro - come tutti i grandi generatori di senso con spirito artigiano e senso olistico dell'estetica e del contenuto - ha una grande responsabilità. Rischia di evolvere sulla base di uno storytelling di breve prospettiva: ci casca quando risponde al bisogno di "contesto", tipico di ogni tentativo di generare senso sintetico, puntando sulla creazione di "mondi" e di "icone". Niente di male. Ma la fabbricazione "industriale" dei mondi e delle icone è una pratica che rischia di stancare. Un reality check è forse profondamente dovuto. E' questa la responsabilità: guardare alla lunga durata. Non alla novità, ma all'innovazione.

Fuori pista

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"In Italia c'è fin troppa libertà di stampa", diceva. C'è anche fin troppa libertà di dire balle. E di depistare

L'Fnsi si muove. La privacy non si difende limitando pericolosamente la libertà di stampa. Rodotà scrive di diritto di informazione e di cultura. 

Forse diventerà sempre più importante studiare il nuovo servizio di Reporters sans Frontières. E molti considereranno sempre più importante conoscere il funzionamento di Wikileaks.

Ma è chiaro che la storia, oggi, chiede al pubblico attivo capace di condividere notizie e informazioni liberamente online di farlo coscienziosamente e continuativamente. Se il pubblico attivo riuscirà a contribuire con indipendenza di giudizio, metodo fattuale, spirito di servizio, il sistema dell'informazione resterà almeno in parte sano.

Non è facile. Forse alcuni si stancheranno di lavorare nell'ombra per condividere informazioni in un paese che purtroppo sconta una condizione di difficile accesso alla lettura. Forse alcuni si stancheranno di linkare gli altri, si rinchiuderanno nel loro privato orticello. Sarebbe un peccato. Altri troveranno più comoda la via della faziosità o della polemica. Ma qualcuno continuerà a dare informazioni utilizzabili per farsi un'idea. La Fondazione Ahref, quando sarà attiva, darà un suo sostegno di ricerca e di iniziative al pubblico attivo con un metodo non partigiano e non orientato al profitto.

Alla lunga, in un paese nel quale il leader invita a boicottare i giornali, anche gli organi di stampa che non vogliano farsi cucinare a fuoco lento finiranno per cercare con umiltà l'alleanza del pubblico attivo. Sarà un buon momento, quello sì, contro il populismo e per la libertà.

L'occasione delle coop

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Sette milioni di iscritti alle coop di consumo, 150mila di questi vanno alle assemblee per eleggere i responsabili dell'organizzazione, un'opportunità per verificare l'importanza della "solidarietà" nella vita quotidiana dell'economia. Stranamente si autoaccusano di fare meno di quanto potrebbero con i media sociali. Ma la consapevolezza è il primo passo per innovare.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...