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Month June 2010

Il valore dello sfoglio

Si prende un po’ sottogamba l’introduzione degli “sfogliatori” dei giornali sui tablet. Ma forse è ingiusto. Perchè lo sfoglio ha un suo valore informativo.

La lettura su web dei siti dei giornali è diventata parte integrante della vita quotidiana ed è una modalià ormai indispensabile di accesso alle notizie più aggiornate, oltre che di confronto tra diversi giornali. Ma dal punto di vista cognitivo resta troppo legata alla logica del menu, che impone un approccio razionale alla tipologia di argomenti in base ai quali le notizie sono classificate. Lo sfoglio aggiunge lettura panoramica, sorpresa, manualità: aiuta a comprendere meglio le notizie.

Questo non chiude ovviamente il discorso aperto dall’idea che i giornali sono applicazioni. Si puó fare di più. Ma già il recupero dello sfoglio in chiave digitale è un passaggio interessante. In vista del percorso decisivo: affrontare con i mezzi digitali il tema dell’informazione delle persone che sono di fatto analfabete (una metà degli italiani): il digitale, invece di essere un divide, potrebbe essere un fattore di riunificazione per una società divisa sulla capacità di leggere.

Anti-censura

Servizio anti-censura di Reporter sans frontières.. (via Quinta)

Fragili commons

Oggi lezione di Lewis Hyde al Berkman Center sulla facilità con la quale i privati depredano i commons culturali. E su come si possono difendere e valorizzare.

“Lewis Hyde’s talk will be drawn from a book he has just finished, Common as Air:  Revolution, Art, and Ownership
One thesis of the book is that the founding generation in the United
States hoped to establish a cultural commons of art and ideas, a lively
public domain of created works that all of us use because nobody
controls it.  What has become apparent in recent years is that the
founders did not leave us with any good way to protect this commons. 
The public domain has turned out to be highly vulnerable to private
capture.  How might this vulnerability be reduced?  How might an
unguarded public domain be converted into a rule-governed and thus
durable cultural commons? “

Università: restart

Grande lavoro a Nexa, per ripensare l’università…

E’ un momento fondamentale per l’istituzione fondamentale della ricerca e dell’educazione. In Italia è in crisi. Ma non è accettabile che peggiori proprio nell’epoca storica che più di ogni altra può valorizzarla. Nexa ha organizzato un convegno di idee per superare il lamento e passare alla riprogettazione…

Senza negare i problemi, questo è l’approccio che assolutamente serve.

Pensa differente

Le neuroscienze e l’esperienza quotidiana insegnano: siamo multitasking nelle operazioni più o meno automatiche (masticare una gomma americana e camminare) ma non siamo in grado di dedicare attenzione a più di un’attività alla volta.

La parola chiave è attenzione. E la domanda che circola sempre più spesso è: internet ci sta cambiando il modo di pensare influendo sulla nostra capacità di concentrare l’attenzione? Se lo domandano per esempio oggi al Telegraph (che cita molti precedenti interventi in materia).

L’attenzione è precisamente il contrario del multitasking: è focalizzazione. La consapevolezza che dedichiamo a un’attività della quale siamo coscienti e alla quale dedichiamo attenzione è il solo modo per realizzarla efficientemente, velocemente, in modo da ricordarla e poterla elaborare ulteriormente.

La lettura e la scrittura, come la parola, richiedono un’attenzione focalizzata che non consente di fare altro nello stesso tempo. O meglio: si fa altro, ma non con lo stesso grado di attenzione, quasi in automatico (c’è chi ascolta musica mentre legge o scrive… tutti accumulano materiale inconscio mentre vivono la loro vita quotidiana… tutti pensano e parlano mentre mangiano e respirano…). Ma le cose cambiano: e allora può cambiare la scrittura e la lettura in modo da diventare un’attività semiautomatica? Può cambiare in modo da influire sul modo in cui pensiamo?

Dato che il cervello evolve lentamente, è più facile pensare che esista un’evoluzione della scrittura e della lettura. Il web è evidentemente molto efficiente per una lettura esplorativa e veloce. Il libro è chiaramente più orientato alla focalizzazione dell’attenzione. Entrambe le forme servono a quello che servono: ma è giusto pensare che il web diseduchi all’attenzione? Non è più probabile che una società dello zapping sia già abbastanza distratta da non aver bisogno anche del web per perdere abitudine alla concentrazione sui libri? Ed è poi vero che perdiamo attenzione per i libri?

La lettura dei libri non è mai stata diffusissima ma non sembra in crollo verticale. Anzi. E gli iPad, eReader e tablet arrivati e in arrivo dimostrano che le persone vogliono anche strumenti atti a favorire una lettura più concentrata e attenta. Il web può educare alla velocità, insegnare a trasferire rapidamente la focalizzazione da un’attività a un’altra e indurre nella tentazione di pensare di poter leggere e scrivere molte cose contemporaneamente: la lettura lineare del libro resta un elemento educativo fondamentale per allenare alla focalizzazione. Ma come finisce per sostenere anche l’articolo del Telegraph non c’è nessuna prova che il web abbia un potere diseducativo tanto forte da rendere di per se chi lo frequenta più debole nella lettura dei libri. In effetti, si può scommettere che la probabilità di trovare lettori di libri tra i frequentatori abituali del web (rapporto lettori/navigatori) è molto più alta della probabilità di trovare lettori di libri tra i frequentatori abituali della tv (rapporto lettori/telespettatori).

Certo, la capacità “educativa” della televisione e del web – per quanto riguarda la loro differente struttura tecnica – è ancora una materia di indagine. E si può scoprire di tutto. Un dato di buon senso è però quasi certamente giusto: il migliore allenamento della mente è la diversità e varietà dei modi in cui la nutriamo. 

A commento ulteriore, si può dire che il problema della sindrome della disattenzione denunciata da più parti non è tanto collegato al web, quanto a una vera e propria strategia della disattenzione. (Ringrazio Mante e Comizietto per le recenti citazioni). Un’intera industria della comunicazione sembra essere stata asservita a un potere soft che oltre a cercare l’attenzione dei sudditi per somministrare abbondanti dosi di propaganda, ha imparato a liberarsi da ogni controllo attraverso la confusione e a convincere attraverso un bombardamento di messaggi fatti per riempire orecchie distratte e per governare menti disattente.

Blogger e pubblico attivo sono chiamati a mantenere viva l’attenzione contro la strategia della disattenzione. E’ un compito che in molti si sono assunti. Un compito prezioso. Da svolgere con pazienza, senza stancarsi...

Analfabetismo

Dice Remo Lucchi, Eurisko: “Il 74% dei miei coetanei ha smesso di studiare alla quinta elementare e ora è analfabeta di ritorno. Io ho 64 anni. E l’analfabetismo riguarda un buon terzo della popolazione italiana. Queste persone si affidano a chi le rappresenta”.

Al recente Festival dell’Economia di Trento si sono sentite cifre simili e, comprendendo anche gli analfabeti veri e propri più coloro che sanno solo scrivere la propria firma, si sale ancora di più: verso la metà della popolazione italiana.

Non stupisce dunque che una buona metà degli italiani sia del tutto esclusa dalla lettura dei giornali e dalla consultazione del web. Dice il Censis che queste persone accedono alle informazioni solo attraverso il telegiornale. Ed eventualmente il passaparola.

Per quanto possano essere razionali e pienamente in grado di scegliere con la propria testa, queste persone decidono in base alle informazioni che hanno: dal telegiornale e dalle persone di cui si fidano, i loro leader culturali o coloro che ritengono li rappresentino. Questo è terreno fertile per il populismo. Da questo punto di vista si vede che il web e i giornali potrebbero – alla lunga – ritrovarsi dalla stessa parte: quella di un sistema dell’informazione dotato di diversità, critica, alternative interpretative, ricchezza di fatti in base ai quali costruire riflessioni.

Ilvo Diamanti ha mostrato come la popolazione italiana abbia visto come suo problema prioritario quello della sicurezza, tra il 2006 e il 2007, nonostante che il numero di reati in quel periodo non fosse aumentato: era aumentato invece il numero di servizi al telegiornale che parlavano di crimini. Si sceglie – anche – in base all’informazione cui si accede.

Ipercritica della ragione italica

Dice la Doxa che l’Italia ha un’immagine abbastanza buona all’estero. Ma se si fa il rapporto tra l’immagine all’estero e l’immagine dall’interno, l’Italia è la penultima in classifica, mentre l’ultimo è il Giappone.

Non è banale l’interpretazione. Siamo ipercritici? Ci conosciamo meglio di quanto non ci conoscano dall’estero? Siamo simpatici proprio perché non ce la tiriamo?

Domande: Fondazione Ahref

Chi ha visto cose nuove eccellenti nel mondo dei social media? Ha voglia di segnalarle? E che cosa sta succedendo ai blog? Stiamo attraversando una fase di stanca? O è solo l’approssimarsi dell’estate? E la concorrenza del mondiale?

Già: mentre si aspetta vengono in mente un sacco di domande.
Si aspetta che cosa? Intorno alla metà di aprile è stata creata davanti a un notaio la Fondazione Ahref, per contribuire alla crescita dei media sociali in Europa, a partire dall’Italia. Da quel momento, la burocrazia necessaria a far nascere una nuova persona giuridica ha preso in mano la situazione. Speriamo che la lenta procedura delle carte bollate e dei timbri ufficiali trovi presto il suo giusto coronamento. 
Ma l’indomabile ottimismo che contraddistingue i fondatori non li lascia in tranquilla attesa. 
Il tempo trascorso da allora è stato impiegato nel test delle idee che andiamo sviluppando con gli interlocutori che hanno la pazienza di ascoltare le nostre ipotesi di lavoro. E nella ricerca di persone disposte a dare una mano. 
Approfittando delle ultime settimane di inattività burocraticamente indotta, possiamo raccogliere le idee e chiedere il contributo di esperienze e visioni di chi voglia offrirle anche su questo blog. Domande che è necessario porsi, mentre si passa il tempo:
1. come si riconosce la qualità dell’informazione?
2. è vero che i blog sembrano attraversare una fase di stanca e linkano meno tra loro?
3. i social media possono influire non solo episodicamente sull’agenda generale di un paese?
Lo scopo di queste domande è raccogliere il più possibile di idee per configurare i servizi della Fondazione nel mondo più ragionevole e attento possibile… Sarà sempre così: una Fondazione a caccia di suggerimenti. Ma questo, prima che le prime scelte siano fatte, è un buon momento per contribuire.
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Per comodità di chi volesse contribuire, ecco il post di aprile e i commenti relativi:
Nell’ecosistema dell’informazione c’è ormai uno spazio evidente per le iniziative che siano sostenute dalla comunità, con motivazioni legate alla responsabilità sociale e culturale dei cittadini e, dunque, organizzate in una forma non profit. 
A Trento è appena nata la Fondazione Ahref. E’ pensata per studiare, diffondere e progettare iniziative di qualità nei media sociali al servizio dei cittadini che la sostengono. 
Il nome viene dal comando html per creare un link. E il suo compito è proprio quello di sviluppare collegamenti. Per contribuire allo sviluppo di un ecosistema sano dell’informazione. 
La Fondazione comincia in questi giorni. Tutti i particolari sono ancora in via di definizione. Solo il suo scopo è chiaro. E’ un buon momento per mandare alla Fondazione qualche consiglio…

7 Comments

si, am come? hanno un sito?

“La comunicazione globale, l’iper-informazione, minacciano tutte le difese umane. Lo spazio simbolico, lo spazio mentale del “giudizio”, non è più protetto da niente”. Jean Baudrillard

è appena cominciata e certamente il sito verrà fuori tra un po’ di tempo… ora c’è solo l’annuncio… http://www.ahref.eu/ (update: con i tempi dettati dalla burocrazia, ora c’è la descrizione delle finalità della fondazione contenuta nello statuto)

Bell’idea :)

ricordo che segnalai a suo tempo, sempre della fondazione kessler, il bando per giovani laureati “Progetto Esplorativo SoNet” http://is.gd/bGGwN

Credo che il contributo della fondazione <ahref in questo settore possa rivelarsi fondamentale.

L’informazione prodotta da aggregazioni spontanee di cittadini può davvero rappresentare il fulcro per un effettivo cambiamento.

“Il cambiamento non arriverà se aspettiamo altre persone o altri tempi…; SIAMO NOI QUELLI CHE STAVAMO ASPETTANDO”. [Barack Obama]

Nel nostro piccolo ci stiamo provando in provincia…

Vedi MIRANO Community Network @: http://40xmirano.ning.com

Auguri alla Fondazione ai blocchi di partenza!

Gli estremisti del copiadiritto

Un tribunale americano ha dato ragione a YouTube e torto a Viacom per una causa sul copyright sostenendo che la legge non impone alla piattaforma di fare il monitoraggio di ciò che fanno gli utenti con il copyright. Basta che sia cooperativa con gli aventi diritto. Non è obbligata a fare lo sceriffo. (Commenti di YouTube, Viacom, Electronic Frontier Foundation)

Gli estremisti del copyright vorrebbero imporre a tutta l’industria dell’internet di mettersi al loro servizio. E vorrebbero costantemente allargare lo spazio del copyright oltre i limiti attuali.

Un copyright equilibrato è attaccato dall’azione parallela dei pirati da una parte e degli estremisti del copyright dall’altra. L’Economist aveva pubblicato un fondamentale articolo su questo punto: il copyright è una lesione alla libertà che ha perfettamente senso per la remunerazione dei creatori ma non può andare oltre un limite equilibrato. La ricerca dell’equilibrio è difficile ma va perseguita con grande tenacia e ragionevolezza.

Storcere il naso in rete

Si vede che storcere il naso quando si parla di internet è diventato un modo per appartenere alla corrente di chi è controcorrente. Come se si potessero combattere gli ideologici che hanno dipinto la rete come una terra promessa – quindici anni dopo – dicendo che non è veramente meravigliosa. C’è rumore, si dice. C’è falsità, si afferma. C’è capziosità, settarismo, violenza, populismo… si lamenta. Ovviamente, si ammette anche che in rete c’è tanto di buono… ma insomma…

Insomma che?

Una rete di decine di milioni di persone in Italia, di quasi due miliardi di persone nel mondo, non si valuta come unità. Ma per quanto valgono le diverse fonti di contenuto, le piattaforme sulle quali si pubblica, le innovazioni che non cessano di alimentarla. E comunque, in un’epoca ancora dominata dalla televisione, che ha tutti i difetti della rete più uno, storcere il naso parlando di internet è come dire che la rivoluzione è scomoda.

Casomai, occorre digerire l’innovazione, pensare le conseguenze di quello che si sta facendo, credere nella possibilità di cambiare quello che può essere cambiato e smettere di fingere di poter cambiare ciò che non cambia. E casomai si può cercare una sintesi pratica: la televisione, si diceva, è il potere rassicurante della convenzione mentre internet è l’influenza inquietante dell’azione. Nel senso che la sua vera specificità è la facilità con la quale si può tentare di trovare e proporre alla rete una soluzione per i problemi che la rete sembra far emergere.

Tanto per fare un esempio. Tutti noi soffriamo per il “rumore” della rete: internet per ora non ha risolto il fastidioso “rumore” generale delle grida sconnesse che la società lancia attraverso tutti i suoi media (cfr. Ecologia dell’attenzione) e forse ha contribuito ad aumentarlo. Ma a fronte di questo, la gente che sta in rete non cessa di provare a proporre nuovi filtri, motori di ricerca, forme di collaborazione, che servono proprio a navigare meglio tra le molte sollecitazioni mediatiche, con meno disturbi. Di certo non siamo vicini alla “soluzione finale”, ma questa probabilmente non è desiderabile. Probabilmente, siamo invece molto vicini al punto di partenza di questo strumento: la cultura non lo ha ancora digerito. La gerarchia della qualità, la finezza intellettuale, l’eccellenza delle idee non si distingue ancora facilmente dalla bagarre generale. Ma è inutile accusare di questo la rete (dimenticando che la televisione ha fatto la sua parte, eccome): molto meglio farsi venire un’idea e agire. Si può.

(Con pazienza. Senza stancarsi).

Twimbow

Luca Filigheddu ha creato un client (web based) per Twitter che aiuta a filtrare i micropost con il colore. Mashable lo segnala. E prevede che la beta sarà disponibile in autunno. Dopo Sitofono e Tweefind, Luca va ancora avanti…

Televisione e internet

Appunti per un intervento alla Fondazione Cini, su “dalla televisione a internet”. 

Parlando di tecnologia dei media non ci potrebbero essere strutture più apparentemente opposte di quanto non siano internet e la televisione. La rete corrisponde alla struttura della società delle singole persone che ciascuna si esprime, si connette alle altre, cerca riconoscimento. Riflette la struttura sociale prima di poterla eventualmente modificare. La televisione corrisponde alla gerarchia della conoscenza e della narrazione pubblica: riflette la struttura del potere prima di potersi adattare alla società. È la differenza tra la dinamica top-down e la dinamica bottom-up. È la differenza tra gerarchia e rete. È la differenza tra broadcast e narrowcast. Non è la differenza tra modernità e postmodernità, tra industria e postindustria, tra moneta e gratuito: è la differenza tra il potere rassicurante della convenzione e l’influenza inquietante dell’azione.

La relazione storica tra televisione e internet non è quella del prima e del dopo. Internet è la versione informatica di relazioni molto tradizionali tra le persone, le istituzioni, le comunità. La televisione sembra resistere meglio di ogni altro elemento del sistema mediatico del secolo scorso, come ha spiegato recentemente l’Economist. Lo si comprende pensando al suo antenato: il campanile.

Il campanile è una struttura mediatica estremamente costosa che solo il potere massimo della chiesa poteva permettersi di far accettare, pagare e costruire dal gregge dei suoi fedeli sudditi. Il suo compito è quello di lanciare i messaggi fondamentali per la vita della comunità. Scandisce il tempo, riflettendo insieme le necessità operative della giornata di lavoro di ciascuno e le esigenze rituali e dunque educative della vita sociale, senza mancare di trasmettere gli allarmi e le notizie insolite ma importanti per la vita della comunità. La decodifica dei suoi messaggi avveniva in base a un pensiero convenzionale ben preciso (e stabile). Non c’era nessuna premessa di un dibattito sulla partecipazione alla produzione di messaggi da parte del pubblico.

La televisione non è stata molto diversa per i lunghi sessant’anni della sua storia. All’inizio si è inserita nel pensiero convenzionale che aiutava a decodificare i suoi messaggi. Poi, con la sua commercializzazione, ha costruito la nuova convenzione dalla quale ha fatto discendere la decodifica dei suoi nuovi messaggi, contribuendo a modificare e manipolare il pensiero collettivo in modo enorme.

Il campanile non ha però mai governato pienamente le coscienze. E nemmeno la televisione.

Altre istituzioni e altre strutture mediatiche hanno sempre reso relativo un potere che si pensava strutturalmente assoluto. La famiglia, le relazioni personali, il passaparola… Internet è stata la rivoluzione del recupero dell’autonomia della società dalla dominanza congiunturale della televisione. Ha riabilitato le persone a connettersi e riconoscersi indipendentemente dalla fiction televisiva. Non ha annullato la televisione. Ha creato una nuova dimensione della comunicazione nella quale ciò che la televisione non può fare ritrovava uno spazio. Ma internet può fare molto di più.

Il confronto è appena cominciato.

Maxxi, Ataman e un problema legale

La mostra di Kutlug Ataman al Maxxi di Roma è la porta d’accesso a una ricerca vera. La ricerca di un regista, artista, documentarista, esploratore dell’esperienza delle persone anche – senza farla troppo difficile – attraverso l’esplorazione del linguaggio narrativo. Siamo ai confini del Mediterraneo, facciamo domande alla sociologia francese e alla consapevolezza turca, camminiamo per la Mesopotamia e ci sdraiamo sul divano (parola araba) per guardare immagini oniriche-ironiche che scendono dal soffitto. Bello. Interessante. Divertente.

E meno male. Perché…
Dov’è il problema? In una curiosa – poco diffusa anche se non del tutto assente altrove – clausola delle note legali:
 
Qualsiasi forma di link al presente sito, se inserita
da soggetti terzi, non deve recare danno all’immagine ed alle attività
del MAXXI.”
Questo post contiene, appunto, due link al sito del Maxxi. Contiene anche una critica positiva. Se non fosse stata positiva avrebbe recato danno – con tutti i limiti di questo blog – all’immagine e alle attività del Maxxi. 
Ne consegue una curiosità: che valore ha e che cosa significa esattamente quella clausola?
ps. Cercando in Google, si trova meno di una trentina di siti che riportano una clausola analgoca, tra i quali:

Soru, Caio, Gentiloni

Francesco Caio e Renato Soru. Insieme per discutere dell’internet all’italiana, tra banda larga che non si allarga e politica che si restringe. L’occasione è stata ieri, sul finire di una giornata dedicata al tema, a Roma, organizzata da Paolo Gentiloni

Non era la serata per ritornare a parlare dei dettagli del piano per la banda larga, per vedere le possibili configurazioni tecnologiche, per ritornare sulle polemiche tra gli operatori… Era la serata per ascoltare due protagonisti veri che, con il cuore e il cervello, hanno fatto molto per l’infrastruttura dell’internet italiana. Ed era la serata per cercare di comprendere come si può sparigliare, come si può sbloccare il processo che serve a migliorare la connettività in questo paese, chi se ne deve occupare.
Entrambi hanno scelto di partire dalla visione. Per Caio è dimostrato che l’allargamento della banda è pienamente connesso allo sviluppo economico. Per Soru è chiaro che, come dice l’Europa, la rete è competitività e inclusione. Per entrambi è speranza di crescita culturale, sociale, economica. 
Caio ha sottolineato il fatto che un piano è necessario per essere al passo con il progresso globale. E che non ha senso lasciare che l’Italia resti indietro per poi affrontare la questione quando sarà diventata un’emergenza. 
Soru ha insistito sul fatto che la velocità del progresso tecnologico su internet è tale che, sebbene tanti treni passino e si perdano, ce ne sono sempre nuovi davanti a noi. Anche gli italiani hanno dimostrato di essere in grado di fare innovazione: avevano fatto il loro motore di ricerca, la loro voip, i loro social network. Altri hanno vinto in questi settori: ma gli italiani – come tutti – possono continuare a cercare e aprirsi nuove opportunità, perché la rete non si è fermata ed è in piena ebollizione innovativa. 
Occorre convinzione e orientamento fattivo. In rete vince chi sperimenta, investe, innova. E del resto questo vale per l’insieme dell’economia che non supererà la crisi se non torna a investire e non prende la strada dell’innovazione vera.
La politica, si direbbe, non è abbastanza convinta. Da una parte – la maggioranza – è concentrata su altre infrastrutture e certamente privilegia la televisione. Dall’altra parte – l’opposizione – non ha ancora fatto dell’internet un suo vero cavallo di battaglia e il terreno sul qualche puntare per vincere. Ma Paolo Gentiloni sta dando un contributo notevole in questa direzione. 

L’agricoltura è green business

All’agricoltura conviene essere il business verde per eccellenza. Perché lo è per definizione (di colore). E lo può diventare (in orientamento ecologico) per vantaggio economico. Perché ha pienamente a che fare con la sostenibilità da tutti i tre punti di vista: ambientale, sociale, culturale. E’ il senso di un incontro a Venezia, organizzato da Coldiretti e Ambrosetti. 

Giorgio Piazza, Coldiretti: “Siamo quello mangiamo. E in tema di energia in futuro saremo quello che consumeremo. In periodo di crisi è importante parlare di futuro. E per andare avanti, probabilmente, dovremo fare anche un passo indietro. Abbiamo consumato la sostanza organica di molto nostro terreno: ora dobbiamo ripensare tutto in funzione della sostenibilità della natura, che è il bene più prezioso che abbiamo”. 
Adesso parla Luca Zaia. “Abbraccio grande per tutti alla Coldiretti. Saluto Ermete Realacci: è un po’ in difficoltà con me perché si è accorto che sono più no-global di lui… Qui in Veneto dobbiamo passare dal 5 al 17 e rotti del 2020 di energia da fonti rinnovabili… Abbiamo investito. Ora dobbiamo fare un passo in più: l’energia rinnovabile deve essere l’energia rinnovabile degli agricoltori. Non degli speculatori che fanno andare alle stelle il valore dei terreni. Non di gente che non sa nulla del terreno. Bisogna che l’impianto di energia sia installabile solo da proprietari di terreni da almeno cinque-dieci anni. E non possiamo mettere il commestibile contro il combustibile. Non va bene che il mais sia usato per fare il bioetanolo. Noi vogliamo che gli agricoltori siano i protagonisti. Perché sono i veri conduttori dei fondi. E fare agricoltura per commestibile e combustibile: cibo a chilometro zero e energia rinnovabile”.
Peter Johnston, European Task Force on Innovation and the Transition to a Green Economy (e Club di Roma): “Forse viviamo una sensazione di crisi che non avevamo sentito per anni e che ci vorranno anni per superare. Ma è chiaro che il sistema economico come è fatto ora non è sostenibile. Crisi finanziaria ed economica ed ecologica sono parti della stessa questione. Non ci sarà fiducia per investire sul futuro senza una nuova prospettiva di innovazione. Innovazione è la chiave per creare più valore e meno anidride carbonica. Si può essere frustrati per molti fatti recenti in materia di clima, ma non c’è dubbio che abbiamo distrutto l’equilibrio dell’anidride carbonica su questo pianeta. Ma se sappiamo tutto questo, perché così difficile cambiare? Perché il mondo è tanto complesso che ciascuno si sente chiuso in un piccolo angolo del sistema, persino i governi e le aziende… Abbiamo bisogno di regole, incentivi, prezzo sulle emissioni, ma anche consapevolezza, come governi, aziende e consumatori: ciascuno in realtà ha un forte impatto. Ci sono enormi opportunità di business e di risparmio nei comportamenti più consapevoli. Abbiamo bisogno migliore informazione. Soprattutto sui tre grandi utilizzi del terreno del futuro: agricoltura, energia, management immagazzinamento e sequestro dell’anidride carbonica”.
Giovanni Vincenzo Fracastoro, Politecnico di Torino: “Perché fonti rinnovabili di energia? Sostenibilità: le fonti fossili sono costi, inquinamento, geopolitica sempre più difficile. Abbiamo accordi internazionali ed europei: dobbiamo arrivare al 17 per cento in Italia entro il 2020. E poi oggi è conveniente. E infine chiaro che il sole manda molta energia sulla terra, più di quanta ce ne sia in qualunque altra riserva di energia che è sul pianeta. E stiamo vivendo un cambio di scala: ogni tre anni raddoppia la potenza eolica installata e ogni due anni raddoppia la potenza solare installata. La metà della nuova energia prodotta in Europa è da rinnovabili. Il peso delle rinnovabili è destinato a crescere velocemente”. E poi c’è Masdar ad Abu Dhabi che ospiterà 50mila persone in una città completamente rinnovabile. E il progetto Desertech che produrrà energia elettrica nel deserto del Sahara… E la geotermia che con la pompa di calore sta climatizzando le case a basso costo, mentre poi andrà anche in profondità per raccogliere il calore naturale. Grandi investimenti visionari che sono destinati a cambiare la prospettiva. I costi dell’eolico e del fotovoltaico è crollato dell’80% negli ultimi venti anni. E quindi tenderà alla parità con altre fonti. Nel Sud Italia è già quasi pari. “Teniamo peraltro conto delle esternalità: che nelle altre fonti sono molto più grandi che nelle rinnovabili come l’eolico e il solare”. Ma che cosa abbiamo davanti? “Crescendo a questo ritmo le rinnovabili potrebbero soddisfare tutta la domanda in una ventina d’anni. Ci si arriva? No perché il ritmo attuale è spinto dagli incentivi, perché senza una smart greed l’energia rinnovabile si spreca, perché la vera sostenibilità viene dal risparmio”.
Gianni Silvestrini, Kyoto Club: “La crescita delle rinnovabili è velocissima. Non ce ne accorgiamo. Ma è destinata a farsi notare. Vento, gas naturale, solare fotovoltaico fanno il 63% della nuova potenza elettrica europea. L’Italia ha sonnecchiato per molti anni. Ora velocemente recupera: l’anno scorso siamo stati secondi al mondo nel fotovoltaico nuovo. Il Veneto sta cominciando anche a produrre le tecnologie. Intanto, non c’è più solo l’Europa (guidata dalla Germania): Stati Uniti e Cina hanno schiacciato l’acceleratore. Dobbiamo pensare oltre la speculazione: occupare col fotovoltaico le ex aree industriali, le cave, le discariche non il terreno agricolo. Le aziende agricole possono integrare le entrate della produzione alimentare con quella della produzione di energia. Che dobbiamo fare? Meno incentivi, per un processo più sostenibile. Il cambiamento è epocale. Ed è un’enorme opportunità per chi ha sole e vento. Per creare un’industria e un’agricoltura che sappia confrontarsi con le sfide che ha di fronte: producendo crescita. Verde”.
Andrea Quaranta, giurista: “Dal punto di vista giuridico il tema principale riguarda la localizzazione degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili. Il legislatore non ha ancora emanato norme che salvaguardino la valorizzazione del territorio e le specificità locali in chiave di attenzione all’agricoltura. Intanto sta lavorando sugli incentivi. Con una tendenza a ridurli. Il fotovoltaico in zona agricola è stato incentivato in funzione di sostenere gli agricoltori (energia considerata attività connessa dunque agricola). Agroenergetica: biomasse che derivano da recupero di materiali vegetali residuali e da coltivazioni orientate alla produzione di energia. Il che è un problema: perché riduce lo spazio della produzione alimentare e cambia il paesaggio, rischiando la monocoltura in funzione di produzione di energia”.
Ermete Realacci, PD: “Sono per una globalizzazione dal volto umano. Il chilometro zero è una cura omeopatica contro una globalizzazione disumana. Non basta, certo. La green economy non è l’introduzione delle politiche ambientali in economia è molto di più: innovazione. Nella crisi dobbiamo difenderci dalle sue conseguenze immediate. Ma dobbiamo capire come uscirne. E la green economy è un modo per uscirne”.
Francesco Starace, Enel: “Tutte le previsioni e le stime di crescita da sempre sottostimano le fonti rinnovabili. C’è molta più crescita rinnovabile di quanto ci accorgiamo e ce ne sarà di più quanto prevediamo”.
Pierluigi Guardise (Cai), Gaetano Maccaferri (Segi), Giuseppe Liso (Area), spiegano il progetto di filiera sulle energie rinnovabili da produzione agricola che riconverte gli impianti ex zuccherifici del gruppo Maccaferri e motiva con forme economiche molto interessanti la produzione agricola di essenze adatte alla produzione di energia elettrica (girasole e cippato di pioppo): 80 mila ettari, migliaia di lavoratori, 1,5 miliardi di valore economico. “Sempre che la manovra finanziaria non lo blocchi” segnala Maccaferri. div>
E Giancarlo Galan, ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, risponde: “Siamo un paese arrogante e orientato a sfuggire alle responsabilità individuali. Ma se continua così finirà che diventeremo incapaci di raccontarci un futuro nel quale credere. Occorre un impegno etico. E proprio in un momento in cui in Europa si prendono decisioni che fanno diventare burocratico un tema di sanità alimentare: mi riferisco alla Nutella, naturalmente, che io difenderò sempre, almeno perché ha donato felicità a generazioni di persone. L’inquinamento, l’irresponsabilità della produzione di petrolio, che si vede nel Golfo, sono il contesto del nostro ragionamento. Occorre rivisitare le finalità anche della produzione agricola. I luoghi di consumo devono essere il più vicino possibile ai luoghi di produzione dell’energia. Snellendo la burocrazia. Concentrando i fondi per la ricerca. Aiutando le imprese agricole a trovare nuove fonti di reddito anche nell’energia. E non facendo bloccare un progetto come quello di Maccaferri. E a questo proposito ho bisogno della Coldiretti: aiutatemi, dire no a un ministro è difficile, ma dire no alla Coldiretti è molto più difficile. La produzione di fonti di energia rinnovabile delle essere compatibile con la qualità della produzione alimentare, la qualità del territorio, l’economicità dell’agricoltura. Per la valorizzazione del territorio, con filiere corte e contro le filiere lunghe”.