June 2010 Archives

Il valore dello sfoglio

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Si prende un po' sottogamba l'introduzione degli "sfogliatori" dei giornali sui tablet. Ma forse è ingiusto. Perchè lo sfoglio ha un suo valore informativo.

La lettura su web dei siti dei giornali è diventata parte integrante della vita quotidiana ed è una modalià ormai indispensabile di accesso alle notizie più aggiornate, oltre che di confronto tra diversi giornali. Ma dal punto di vista cognitivo resta troppo legata alla logica del menu, che impone un approccio razionale alla tipologia di argomenti in base ai quali le notizie sono classificate. Lo sfoglio aggiunge lettura panoramica, sorpresa, manualità: aiuta a comprendere meglio le notizie.

Questo non chiude ovviamente il discorso aperto dall'idea che i giornali sono applicazioni. Si puó fare di più. Ma già il recupero dello sfoglio in chiave digitale è un passaggio interessante. In vista del percorso decisivo: affrontare con i mezzi digitali il tema dell'informazione delle persone che sono di fatto analfabete (una metà degli italiani): il digitale, invece di essere un divide, potrebbe essere un fattore di riunificazione per una società divisa sulla capacità di leggere.

Anti-censura

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Servizio anti-censura di Reporter sans frontières.. (via Quinta)

Fragili commons

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Oggi lezione di Lewis Hyde al Berkman Center sulla facilità con la quale i privati depredano i commons culturali. E su come si possono difendere e valorizzare.

"Lewis Hyde's talk will be drawn from a book he has just finished, Common as Air:  Revolution, Art, and Ownership.  One thesis of the book is that the founding generation in the United States hoped to establish a cultural commons of art and ideas, a lively public domain of created works that all of us use because nobody controls it.  What has become apparent in recent years is that the founders did not leave us with any good way to protect this commons.  The public domain has turned out to be highly vulnerable to private capture.  How might this vulnerability be reduced?  How might an unguarded public domain be converted into a rule-governed and thus durable cultural commons? "

Università: restart

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Grande lavoro a Nexa, per ripensare l'università...

E' un momento fondamentale per l'istituzione fondamentale della ricerca e dell'educazione. In Italia è in crisi. Ma non è accettabile che peggiori proprio nell'epoca storica che più di ogni altra può valorizzarla. Nexa ha organizzato un convegno di idee per superare il lamento e passare alla riprogettazione...

Senza negare i problemi, questo è l'approccio che assolutamente serve.

Pensa differente

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Le neuroscienze e l'esperienza quotidiana insegnano: siamo multitasking nelle operazioni più o meno automatiche (masticare una gomma americana e camminare) ma non siamo in grado di dedicare attenzione a più di un'attività alla volta.

La parola chiave è attenzione. E la domanda che circola sempre più spesso è: internet ci sta cambiando il modo di pensare influendo sulla nostra capacità di concentrare l'attenzione? Se lo domandano per esempio oggi al Telegraph (che cita molti precedenti interventi in materia).

L'attenzione è precisamente il contrario del multitasking: è focalizzazione. La consapevolezza che dedichiamo a un'attività della quale siamo coscienti e alla quale dedichiamo attenzione è il solo modo per realizzarla efficientemente, velocemente, in modo da ricordarla e poterla elaborare ulteriormente.

La lettura e la scrittura, come la parola, richiedono un'attenzione focalizzata che non consente di fare altro nello stesso tempo. O meglio: si fa altro, ma non con lo stesso grado di attenzione, quasi in automatico (c'è chi ascolta musica mentre legge o scrive... tutti accumulano materiale inconscio mentre vivono la loro vita quotidiana... tutti pensano e parlano mentre mangiano e respirano...). Ma le cose cambiano: e allora può cambiare la scrittura e la lettura in modo da diventare un'attività semiautomatica? Può cambiare in modo da influire sul modo in cui pensiamo?

Dato che il cervello evolve lentamente, è più facile pensare che esista un'evoluzione della scrittura e della lettura. Il web è evidentemente molto efficiente per una lettura esplorativa e veloce. Il libro è chiaramente più orientato alla focalizzazione dell'attenzione. Entrambe le forme servono a quello che servono: ma è giusto pensare che il web diseduchi all'attenzione? Non è più probabile che una società dello zapping sia già abbastanza distratta da non aver bisogno anche del web per perdere abitudine alla concentrazione sui libri? Ed è poi vero che perdiamo attenzione per i libri?

La lettura dei libri non è mai stata diffusissima ma non sembra in crollo verticale. Anzi. E gli iPad, eReader e tablet arrivati e in arrivo dimostrano che le persone vogliono anche strumenti atti a favorire una lettura più concentrata e attenta. Il web può educare alla velocità, insegnare a trasferire rapidamente la focalizzazione da un'attività a un'altra e indurre nella tentazione di pensare di poter leggere e scrivere molte cose contemporaneamente: la lettura lineare del libro resta un elemento educativo fondamentale per allenare alla focalizzazione. Ma come finisce per sostenere anche l'articolo del Telegraph non c'è nessuna prova che il web abbia un potere diseducativo tanto forte da rendere di per se chi lo frequenta più debole nella lettura dei libri. In effetti, si può scommettere che la probabilità di trovare lettori di libri tra i frequentatori abituali del web (rapporto lettori/navigatori) è molto più alta della probabilità di trovare lettori di libri tra i frequentatori abituali della tv (rapporto lettori/telespettatori).

Certo, la capacità "educativa" della televisione e del web - per quanto riguarda la loro differente struttura tecnica - è ancora una materia di indagine. E si può scoprire di tutto. Un dato di buon senso è però quasi certamente giusto: il migliore allenamento della mente è la diversità e varietà dei modi in cui la nutriamo. 

A commento ulteriore, si può dire che il problema della sindrome della disattenzione denunciata da più parti non è tanto collegato al web, quanto a una vera e propria strategia della disattenzione. (Ringrazio Mante e Comizietto per le recenti citazioni). Un'intera industria della comunicazione sembra essere stata asservita a un potere soft che oltre a cercare l'attenzione dei sudditi per somministrare abbondanti dosi di propaganda, ha imparato a liberarsi da ogni controllo attraverso la confusione e a convincere attraverso un bombardamento di messaggi fatti per riempire orecchie distratte e per governare menti disattente.

Blogger e pubblico attivo sono chiamati a mantenere viva l'attenzione contro la strategia della disattenzione. E' un compito che in molti si sono assunti. Un compito prezioso. Da svolgere con pazienza, senza stancarsi...

Analfabetismo

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Dice Remo Lucchi, Eurisko: "Il 74% dei miei coetanei ha smesso di studiare alla quinta elementare e ora è analfabeta di ritorno. Io ho 64 anni. E l'analfabetismo riguarda un buon terzo della popolazione italiana. Queste persone si affidano a chi le rappresenta".

Al recente Festival dell'Economia di Trento si sono sentite cifre simili e, comprendendo anche gli analfabeti veri e propri più coloro che sanno solo scrivere la propria firma, si sale ancora di più: verso la metà della popolazione italiana.

Non stupisce dunque che una buona metà degli italiani sia del tutto esclusa dalla lettura dei giornali e dalla consultazione del web. Dice il Censis che queste persone accedono alle informazioni solo attraverso il telegiornale. Ed eventualmente il passaparola.

Per quanto possano essere razionali e pienamente in grado di scegliere con la propria testa, queste persone decidono in base alle informazioni che hanno: dal telegiornale e dalle persone di cui si fidano, i loro leader culturali o coloro che ritengono li rappresentino. Questo è terreno fertile per il populismo. Da questo punto di vista si vede che il web e i giornali potrebbero - alla lunga - ritrovarsi dalla stessa parte: quella di un sistema dell'informazione dotato di diversità, critica, alternative interpretative, ricchezza di fatti in base ai quali costruire riflessioni.

Ilvo Diamanti ha mostrato come la popolazione italiana abbia visto come suo problema prioritario quello della sicurezza, tra il 2006 e il 2007, nonostante che il numero di reati in quel periodo non fosse aumentato: era aumentato invece il numero di servizi al telegiornale che parlavano di crimini. Si sceglie - anche - in base all'informazione cui si accede.

Ipercritica della ragione italica

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Dice la Doxa che l'Italia ha un'immagine abbastanza buona all'estero. Ma se si fa il rapporto tra l'immagine all'estero e l'immagine dall'interno, l'Italia è la penultima in classifica, mentre l'ultimo è il Giappone.

Non è banale l'interpretazione. Siamo ipercritici? Ci conosciamo meglio di quanto non ci conoscano dall'estero? Siamo simpatici proprio perché non ce la tiriamo?

Domande: Fondazione Ahref

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Chi ha visto cose nuove eccellenti nel mondo dei social media? Ha voglia di segnalarle? E che cosa sta succedendo ai blog? Stiamo attraversando una fase di stanca? O è solo l'approssimarsi dell'estate? E la concorrenza del mondiale?

Già: mentre si aspetta vengono in mente un sacco di domande.

Si aspetta che cosa? Intorno alla metà di aprile è stata creata davanti a un notaio la Fondazione Ahref, per contribuire alla crescita dei media sociali in Europa, a partire dall'Italia. Da quel momento, la burocrazia necessaria a far nascere una nuova persona giuridica ha preso in mano la situazione. Speriamo che la lenta procedura delle carte bollate e dei timbri ufficiali trovi presto il suo giusto coronamento. 

Ma l'indomabile ottimismo che contraddistingue i fondatori non li lascia in tranquilla attesa. 

Il tempo trascorso da allora è stato impiegato nel test delle idee che andiamo sviluppando con gli interlocutori che hanno la pazienza di ascoltare le nostre ipotesi di lavoro. E nella ricerca di persone disposte a dare una mano. 

Approfittando delle ultime settimane di inattività burocraticamente indotta, possiamo raccogliere le idee e chiedere il contributo di esperienze e visioni di chi voglia offrirle anche su questo blog. Domande che è necessario porsi, mentre si passa il tempo:

1. come si riconosce la qualità dell'informazione?
2. è vero che i blog sembrano attraversare una fase di stanca e linkano meno tra loro?
3. i social media possono influire non solo episodicamente sull'agenda generale di un paese?

Lo scopo di queste domande è raccogliere il più possibile di idee per configurare i servizi della Fondazione nel mondo più ragionevole e attento possibile... Sarà sempre così: una Fondazione a caccia di suggerimenti. Ma questo, prima che le prime scelte siano fatte, è un buon momento per contribuire.


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Per comodità di chi volesse contribuire, ecco il post di aprile e i commenti relativi:

Nell'ecosistema dell'informazione c'è ormai uno spazio evidente per le iniziative che siano sostenute dalla comunità, con motivazioni legate alla responsabilità sociale e culturale dei cittadini e, dunque, organizzate in una forma non profit. 

A Trento è appena nata la Fondazione Ahref. E' pensata per studiare, diffondere e progettare iniziative di qualità nei media sociali al servizio dei cittadini che la sostengono. 

Il nome viene dal comando html per creare un link. E il suo compito è proprio quello di sviluppare collegamenti. Per contribuire allo sviluppo di un ecosistema sano dell'informazione. 

La Fondazione comincia in questi giorni. Tutti i particolari sono ancora in via di definizione. Solo il suo scopo è chiaro. E' un buon momento per mandare alla Fondazione qualche consiglio...

7 Comments

si, am come? hanno un sito?

"La comunicazione globale, l'iper-informazione, minacciano tutte le difese umane. Lo spazio simbolico, lo spazio mentale del "giudizio", non è più protetto da niente". Jean Baudrillard

è appena cominciata e certamente il sito verrà fuori tra un po' di tempo... ora c'è solo l'annuncio... http://www.ahref.eu/ (update: con i tempi dettati dalla burocrazia, ora c'è la descrizione delle finalità della fondazione contenuta nello statuto)

ricordo che segnalai a suo tempo, sempre della fondazione kessler, il bando per giovani laureati "Progetto Esplorativo SoNet" http://is.gd/bGGwN

Credo che il contributo della fondazione <ahref in questo settore possa rivelarsi fondamentale.

L'informazione prodotta da aggregazioni spontanee di cittadini può davvero rappresentare il fulcro per un effettivo cambiamento.

"Il cambiamento non arriverà se aspettiamo altre persone o altri tempi...; SIAMO NOI QUELLI CHE STAVAMO ASPETTANDO". [Barack Obama]

Nel nostro piccolo ci stiamo provando in provincia...

Vedi MIRANO Community Network @: http://40xmirano.ning.com

Auguri alla Fondazione ai blocchi di partenza!

Gli estremisti del copiadiritto

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Un tribunale americano ha dato ragione a YouTube e torto a Viacom per una causa sul copyright sostenendo che la legge non impone alla piattaforma di fare il monitoraggio di ciò che fanno gli utenti con il copyright. Basta che sia cooperativa con gli aventi diritto. Non è obbligata a fare lo sceriffo. (Commenti di YouTube, Viacom, Electronic Frontier Foundation)

Gli estremisti del copyright vorrebbero imporre a tutta l'industria dell'internet di mettersi al loro servizio. E vorrebbero costantemente allargare lo spazio del copyright oltre i limiti attuali.

Un copyright equilibrato è attaccato dall'azione parallela dei pirati da una parte e degli estremisti del copyright dall'altra. L'Economist aveva pubblicato un fondamentale articolo su questo punto: il copyright è una lesione alla libertà che ha perfettamente senso per la remunerazione dei creatori ma non può andare oltre un limite equilibrato. La ricerca dell'equilibrio è difficile ma va perseguita con grande tenacia e ragionevolezza.

Storcere il naso in rete

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Si vede che storcere il naso quando si parla di internet è diventato un modo per appartenere alla corrente di chi è controcorrente. Come se si potessero combattere gli ideologici che hanno dipinto la rete come una terra promessa - quindici anni dopo - dicendo che non è veramente meravigliosa. C'è rumore, si dice. C'è falsità, si afferma. C'è capziosità, settarismo, violenza, populismo... si lamenta. Ovviamente, si ammette anche che in rete c'è tanto di buono... ma insomma...

Insomma che?

Una rete di decine di milioni di persone in Italia, di quasi due miliardi di persone nel mondo, non si valuta come unità. Ma per quanto valgono le diverse fonti di contenuto, le piattaforme sulle quali si pubblica, le innovazioni che non cessano di alimentarla. E comunque, in un'epoca ancora dominata dalla televisione, che ha tutti i difetti della rete più uno, storcere il naso parlando di internet è come dire che la rivoluzione è scomoda.

Casomai, occorre digerire l'innovazione, pensare le conseguenze di quello che si sta facendo, credere nella possibilità di cambiare quello che può essere cambiato e smettere di fingere di poter cambiare ciò che non cambia. E casomai si può cercare una sintesi pratica: la televisione, si diceva, è il potere rassicurante della convenzione mentre internet è l'influenza inquietante dell'azione. Nel senso che la sua vera specificità è la facilità con la quale si può tentare di trovare e proporre alla rete una soluzione per i problemi che la rete sembra far emergere.

Tanto per fare un esempio. Tutti noi soffriamo per il "rumore" della rete: internet per ora non ha risolto il fastidioso "rumore" generale delle grida sconnesse che la società lancia attraverso tutti i suoi media (cfr. Ecologia dell'attenzione) e forse ha contribuito ad aumentarlo. Ma a fronte di questo, la gente che sta in rete non cessa di provare a proporre nuovi filtri, motori di ricerca, forme di collaborazione, che servono proprio a navigare meglio tra le molte sollecitazioni mediatiche, con meno disturbi. Di certo non siamo vicini alla "soluzione finale", ma questa probabilmente non è desiderabile. Probabilmente, siamo invece molto vicini al punto di partenza di questo strumento: la cultura non lo ha ancora digerito. La gerarchia della qualità, la finezza intellettuale, l'eccellenza delle idee non si distingue ancora facilmente dalla bagarre generale. Ma è inutile accusare di questo la rete (dimenticando che la televisione ha fatto la sua parte, eccome): molto meglio farsi venire un'idea e agire. Si può.

(Con pazienza. Senza stancarsi).

Twimbow

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Luca Filigheddu ha creato un client (web based) per Twitter che aiuta a filtrare i micropost con il colore. Mashable lo segnala. E prevede che la beta sarà disponibile in autunno. Dopo Sitofono e Tweefind, Luca va ancora avanti...

Televisione e internet

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Appunti per un intervento alla Fondazione Cini, su "dalla televisione a internet". 



Parlando di tecnologia dei media non ci potrebbero essere strutture più apparentemente opposte di quanto non siano internet e la televisione. La rete corrisponde alla struttura della società delle singole persone che ciascuna si esprime, si connette alle altre, cerca riconoscimento. Riflette la struttura sociale prima di poterla eventualmente modificare. La televisione corrisponde alla gerarchia della conoscenza e della narrazione pubblica: riflette la struttura del potere prima di potersi adattare alla società. È la differenza tra la dinamica top-down e la dinamica bottom-up. È la differenza tra gerarchia e rete. È la differenza tra broadcast e narrowcast. Non è la differenza tra modernità e postmodernità, tra industria e postindustria, tra moneta e gratuito: è la differenza tra il potere rassicurante della convenzione e l'influenza inquietante dell'azione.


La relazione storica tra televisione e internet non è quella del prima e del dopo. Internet è la versione informatica di relazioni molto tradizionali tra le persone, le istituzioni, le comunità. La televisione sembra resistere meglio di ogni altro elemento del sistema mediatico del secolo scorso, come ha spiegato recentemente l'Economist. Lo si comprende pensando al suo antenato: il campanile.


Il campanile è una struttura mediatica estremamente costosa che solo il potere massimo della chiesa poteva permettersi di far accettare, pagare e costruire dal gregge dei suoi fedeli sudditi. Il suo compito è quello di lanciare i messaggi fondamentali per la vita della comunità. Scandisce il tempo, riflettendo insieme le necessità operative della giornata di lavoro di ciascuno e le esigenze rituali e dunque educative della vita sociale, senza mancare di trasmettere gli allarmi e le notizie insolite ma importanti per la vita della comunità. La decodifica dei suoi messaggi avveniva in base a un pensiero convenzionale ben preciso (e stabile). Non c'era nessuna premessa di un dibattito sulla partecipazione alla produzione di messaggi da parte del pubblico.


La televisione non è stata molto diversa per i lunghi sessant'anni della sua storia. All'inizio si è inserita nel pensiero convenzionale che aiutava a decodificare i suoi messaggi. Poi, con la sua commercializzazione, ha costruito la nuova convenzione dalla quale ha fatto discendere la decodifica dei suoi nuovi messaggi, contribuendo a modificare e manipolare il pensiero collettivo in modo enorme.


Il campanile non ha però mai governato pienamente le coscienze. E nemmeno la televisione.


Altre istituzioni e altre strutture mediatiche hanno sempre reso relativo un potere che si pensava strutturalmente assoluto. La famiglia, le relazioni personali, il passaparola... Internet è stata la rivoluzione del recupero dell'autonomia della società dalla dominanza congiunturale della televisione. Ha riabilitato le persone a connettersi e riconoscersi indipendentemente dalla fiction televisiva. Non ha annullato la televisione. Ha creato una nuova dimensione della comunicazione nella quale ciò che la televisione non può fare ritrovava uno spazio. Ma internet può fare molto di più.


Il confronto è appena cominciato.

Maxxi, Ataman e un problema legale

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La mostra di Kutlug Ataman al Maxxi di Roma è la porta d'accesso a una ricerca vera. La ricerca di un regista, artista, documentarista, esploratore dell'esperienza delle persone anche - senza farla troppo difficile - attraverso l'esplorazione del linguaggio narrativo. Siamo ai confini del Mediterraneo, facciamo domande alla sociologia francese e alla consapevolezza turca, camminiamo per la Mesopotamia e ci sdraiamo sul divano (parola araba) per guardare immagini oniriche-ironiche che scendono dal soffitto. Bello. Interessante. Divertente.

E meno male. Perché...

Dov'è il problema? In una curiosa - poco diffusa anche se non del tutto assente altrove - clausola delle note legali:
 
"Qualsiasi forma di link al presente sito, se inserita da soggetti terzi, non deve recare danno all'immagine ed alle attività del MAXXI."

Questo post contiene, appunto, due link al sito del Maxxi. Contiene anche una critica positiva. Se non fosse stata positiva avrebbe recato danno - con tutti i limiti di questo blog - all'immagine e alle attività del Maxxi. 

Ne consegue una curiosità: che valore ha e che cosa significa esattamente quella clausola?

ps. Cercando in Google, si trova meno di una trentina di siti che riportano una clausola analgoca, tra i quali:

Soru, Caio, Gentiloni

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Francesco Caio e Renato Soru. Insieme per discutere dell'internet all'italiana, tra banda larga che non si allarga e politica che si restringe. L'occasione è stata ieri, sul finire di una giornata dedicata al tema, a Roma, organizzata da Paolo Gentiloni

Non era la serata per ritornare a parlare dei dettagli del piano per la banda larga, per vedere le possibili configurazioni tecnologiche, per ritornare sulle polemiche tra gli operatori... Era la serata per ascoltare due protagonisti veri che, con il cuore e il cervello, hanno fatto molto per l'infrastruttura dell'internet italiana. Ed era la serata per cercare di comprendere come si può sparigliare, come si può sbloccare il processo che serve a migliorare la connettività in questo paese, chi se ne deve occupare.

Entrambi hanno scelto di partire dalla visione. Per Caio è dimostrato che l'allargamento della banda è pienamente connesso allo sviluppo economico. Per Soru è chiaro che, come dice l'Europa, la rete è competitività e inclusione. Per entrambi è speranza di crescita culturale, sociale, economica. 

Caio ha sottolineato il fatto che un piano è necessario per essere al passo con il progresso globale. E che non ha senso lasciare che l'Italia resti indietro per poi affrontare la questione quando sarà diventata un'emergenza. 

Soru ha insistito sul fatto che la velocità del progresso tecnologico su internet è tale che, sebbene tanti treni passino e si perdano, ce ne sono sempre nuovi davanti a noi. Anche gli italiani hanno dimostrato di essere in grado di fare innovazione: avevano fatto il loro motore di ricerca, la loro voip, i loro social network. Altri hanno vinto in questi settori: ma gli italiani - come tutti - possono continuare a cercare e aprirsi nuove opportunità, perché la rete non si è fermata ed è in piena ebollizione innovativa. 

Occorre convinzione e orientamento fattivo. In rete vince chi sperimenta, investe, innova. E del resto questo vale per l'insieme dell'economia che non supererà la crisi se non torna a investire e non prende la strada dell'innovazione vera.

La politica, si direbbe, non è abbastanza convinta. Da una parte - la maggioranza - è concentrata su altre infrastrutture e certamente privilegia la televisione. Dall'altra parte - l'opposizione - non ha ancora fatto dell'internet un suo vero cavallo di battaglia e il terreno sul qualche puntare per vincere. Ma Paolo Gentiloni sta dando un contributo notevole in questa direzione. 

L'agricoltura è green business

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All'agricoltura conviene essere il business verde per eccellenza. Perché lo è per definizione (di colore). E lo può diventare (in orientamento ecologico) per vantaggio economico. Perché ha pienamente a che fare con la sostenibilità da tutti i tre punti di vista: ambientale, sociale, culturale. E' il senso di un incontro a Venezia, organizzato da Coldiretti e Ambrosetti. 

Giorgio Piazza, Coldiretti: "Siamo quello mangiamo. E in tema di energia in futuro saremo quello che consumeremo. In periodo di crisi è importante parlare di futuro. E per andare avanti, probabilmente, dovremo fare anche un passo indietro. Abbiamo consumato la sostanza organica di molto nostro terreno: ora dobbiamo ripensare tutto in funzione della sostenibilità della natura, che è il bene più prezioso che abbiamo". 

Adesso parla Luca Zaia. "Abbraccio grande per tutti alla Coldiretti. Saluto Ermete Realacci: è un po' in difficoltà con me perché si è accorto che sono più no-global di lui... Qui in Veneto dobbiamo passare dal 5 al 17 e rotti del 2020 di energia da fonti rinnovabili... Abbiamo investito. Ora dobbiamo fare un passo in più: l'energia rinnovabile deve essere l'energia rinnovabile degli agricoltori. Non degli speculatori che fanno andare alle stelle il valore dei terreni. Non di gente che non sa nulla del terreno. Bisogna che l'impianto di energia sia installabile solo da proprietari di terreni da almeno cinque-dieci anni. E non possiamo mettere il commestibile contro il combustibile. Non va bene che il mais sia usato per fare il bioetanolo. Noi vogliamo che gli agricoltori siano i protagonisti. Perché sono i veri conduttori dei fondi. E fare agricoltura per commestibile e combustibile: cibo a chilometro zero e energia rinnovabile".

Peter Johnston, European Task Force on Innovation and the Transition to a Green Economy (e Club di Roma): "Forse viviamo una sensazione di crisi che non avevamo sentito per anni e che ci vorranno anni per superare. Ma è chiaro che il sistema economico come è fatto ora non è sostenibile. Crisi finanziaria ed economica ed ecologica sono parti della stessa questione. Non ci sarà fiducia per investire sul futuro senza una nuova prospettiva di innovazione. Innovazione è la chiave per creare più valore e meno anidride carbonica. Si può essere frustrati per molti fatti recenti in materia di clima, ma non c'è dubbio che abbiamo distrutto l'equilibrio dell'anidride carbonica su questo pianeta. Ma se sappiamo tutto questo, perché così difficile cambiare? Perché il mondo è tanto complesso che ciascuno si sente chiuso in un piccolo angolo del sistema, persino i governi e le aziende... Abbiamo bisogno di regole, incentivi, prezzo sulle emissioni, ma anche consapevolezza, come governi, aziende e consumatori: ciascuno in realtà ha un forte impatto. Ci sono enormi opportunità di business e di risparmio nei comportamenti più consapevoli. Abbiamo bisogno migliore informazione. Soprattutto sui tre grandi utilizzi del terreno del futuro: agricoltura, energia, management immagazzinamento e sequestro dell'anidride carbonica".

Giovanni Vincenzo Fracastoro, Politecnico di Torino: "Perché fonti rinnovabili di energia? Sostenibilità: le fonti fossili sono costi, inquinamento, geopolitica sempre più difficile. Abbiamo accordi internazionali ed europei: dobbiamo arrivare al 17 per cento in Italia entro il 2020. E poi oggi è conveniente. E infine chiaro che il sole manda molta energia sulla terra, più di quanta ce ne sia in qualunque altra riserva di energia che è sul pianeta. E stiamo vivendo un cambio di scala: ogni tre anni raddoppia la potenza eolica installata e ogni due anni raddoppia la potenza solare installata. La metà della nuova energia prodotta in Europa è da rinnovabili. Il peso delle rinnovabili è destinato a crescere velocemente". E poi c'è Masdar ad Abu Dhabi che ospiterà 50mila persone in una città completamente rinnovabile. E il progetto Desertech che produrrà energia elettrica nel deserto del Sahara... E la geotermia che con la pompa di calore sta climatizzando le case a basso costo, mentre poi andrà anche in profondità per raccogliere il calore naturale. Grandi investimenti visionari che sono destinati a cambiare la prospettiva. I costi dell'eolico e del fotovoltaico è crollato dell'80% negli ultimi venti anni. E quindi tenderà alla parità con altre fonti. Nel Sud Italia è già quasi pari. "Teniamo peraltro conto delle esternalità: che nelle altre fonti sono molto più grandi che nelle rinnovabili come l'eolico e il solare". Ma che cosa abbiamo davanti? "Crescendo a questo ritmo le rinnovabili potrebbero soddisfare tutta la domanda in una ventina d'anni. Ci si arriva? No perché il ritmo attuale è spinto dagli incentivi, perché senza una smart greed l'energia rinnovabile si spreca, perché la vera sostenibilità viene dal risparmio".

Gianni Silvestrini, Kyoto Club: "La crescita delle rinnovabili è velocissima. Non ce ne accorgiamo. Ma è destinata a farsi notare. Vento, gas naturale, solare fotovoltaico fanno il 63% della nuova potenza elettrica europea. L'Italia ha sonnecchiato per molti anni. Ora velocemente recupera: l'anno scorso siamo stati secondi al mondo nel fotovoltaico nuovo. Il Veneto sta cominciando anche a produrre le tecnologie. Intanto, non c'è più solo l'Europa (guidata dalla Germania): Stati Uniti e Cina hanno schiacciato l'acceleratore. Dobbiamo pensare oltre la speculazione: occupare col fotovoltaico le ex aree industriali, le cave, le discariche non il terreno agricolo. Le aziende agricole possono integrare le entrate della produzione alimentare con quella della produzione di energia. Che dobbiamo fare? Meno incentivi, per un processo più sostenibile. Il cambiamento è epocale. Ed è un'enorme opportunità per chi ha sole e vento. Per creare un'industria e un'agricoltura che sappia confrontarsi con le sfide che ha di fronte: producendo crescita. Verde".

Andrea Quaranta, giurista: "Dal punto di vista giuridico il tema principale riguarda la localizzazione degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili. Il legislatore non ha ancora emanato norme che salvaguardino la valorizzazione del territorio e le specificità locali in chiave di attenzione all'agricoltura. Intanto sta lavorando sugli incentivi. Con una tendenza a ridurli. Il fotovoltaico in zona agricola è stato incentivato in funzione di sostenere gli agricoltori (energia considerata attività connessa dunque agricola). Agroenergetica: biomasse che derivano da recupero di materiali vegetali residuali e da coltivazioni orientate alla produzione di energia. Il che è un problema: perché riduce lo spazio della produzione alimentare e cambia il paesaggio, rischiando la monocoltura in funzione di produzione di energia".

Ermete Realacci, PD: "Sono per una globalizzazione dal volto umano. Il chilometro zero è una cura omeopatica contro una globalizzazione disumana. Non basta, certo. La green economy non è l'introduzione delle politiche ambientali in economia è molto di più: innovazione. Nella crisi dobbiamo difenderci dalle sue conseguenze immediate. Ma dobbiamo capire come uscirne. E la green economy è un modo per uscirne".

Francesco Starace, Enel: "Tutte le previsioni e le stime di crescita da sempre sottostimano le fonti rinnovabili. C'è molta più crescita rinnovabile di quanto ci accorgiamo e ce ne sarà di più quanto prevediamo".

Pierluigi Guardise (Cai), Gaetano Maccaferri (Segi), Giuseppe Liso (Area), spiegano il progetto di filiera sulle energie rinnovabili da produzione agricola che riconverte gli impianti ex zuccherifici del gruppo Maccaferri e motiva con forme economiche molto interessanti la produzione agricola di essenze adatte alla produzione di energia elettrica (girasole e cippato di pioppo): 80 mila ettari, migliaia di lavoratori, 1,5 miliardi di valore economico. "Sempre che la manovra finanziaria non lo blocchi" segnala Maccaferri.

E Giancarlo Galan, ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, risponde: "Siamo un paese arrogante e orientato a sfuggire alle responsabilità individuali. Ma se continua così finirà che diventeremo incapaci di raccontarci un futuro nel quale credere. Occorre un impegno etico. E proprio in un momento in cui in Europa si prendono decisioni che fanno diventare burocratico un tema di sanità alimentare: mi riferisco alla Nutella, naturalmente, che io difenderò sempre, almeno perché ha donato felicità a generazioni di persone. L'inquinamento, l'irresponsabilità della produzione di petrolio, che si vede nel Golfo, sono il contesto del nostro ragionamento. Occorre rivisitare le finalità anche della produzione agricola. I luoghi di consumo devono essere il più vicino possibile ai luoghi di produzione dell'energia. Snellendo la burocrazia. Concentrando i fondi per la ricerca. Aiutando le imprese agricole a trovare nuove fonti di reddito anche nell'energia. E non facendo bloccare un progetto come quello di Maccaferri. E a questo proposito ho bisogno della Coldiretti: aiutatemi, dire no a un ministro è difficile, ma dire no alla Coldiretti è molto più difficile. La produzione di fonti di energia rinnovabile delle essere compatibile con la qualità della produzione alimentare, la qualità del territorio, l'economicità dell'agricoltura. Per la valorizzazione del territorio, con filiere corte e contro le filiere lunghe".

Cara carta

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Un comunicato stampa è un comunicato stampa. Qualche volta vale la pena di condividerlo, come documento:

SETTORE CARTARIO NAZIONALE:

pesante contrazione di produzione (-11,2%) e fatturato (-16%) nel 2009

 E' urgente completare le riforme del mercato del gas e attuare la Direttiva Cogenerazione

 Senza rilancio dell'industria manifatturiera non ci sono né sviluppo né politiche ambientali

 

 

 

Milano, 16 giugno 2010 - Si è tenuta oggi, presso l'Associazione Civita a Roma, l'Assemblea Annuale di Assocarta  con la partecipazione del Sottosegretario allo Sviluppo Economico, Stefano Saglia, del Presidente e del Commissario dell'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas, Alessandro Ortis e Tullio Fanelli, del Vice Presidente di Confindustria, Antonio Costato e del Direttore Generale di CEPI - Confederazione Europea dell'Industria Cartaria - Teresa Presas.

 

Le cartiere italiane nel 2009 hanno realizzato una produzione di 8,4 milioni di tonnellate per un fatturato di poco superiore ai 6 miliardi di Euro con una contrazione rispettivamente dell'11,2% e del 16% rispetto al 2008.

"Nel confronto con il livello massimo di produzione e fatturato toccati nel 2007" afferma Paolo Culicchi, Presidente di Assocarta "le nostre imprese hanno perso ben oltre 1,7 milioni di tonnellate di produzione e 1,6 miliardi di Euro di fatturato riportando il settore alla fine degli anni '90. Se poi consideriamo il cartario come primo anello della filiera produttiva Editoria, Carta, Stampa e Trasformazione, il fatturato che nel 2007 aveva superato i 42,6 miliardi di Euro, è sceso a poco più di 35,1 miliardi nel 2009 con una contrazione complessiva di 7,6 miliardi di Euro e una contestuale perdita di 10 mila addetti, sempre per il biennio 2007-2009, che si triplica se consideriamo l'indotto".

Qualche modesto segnale positivo si rileva nei primi quattro mesi dell'anno dove, nonostante gli elevati costi energetici, i continui rincari delle materie prime fibrose e la difficoltà nel loro approvvigionamento, si è registrato un incremento tendenziale generalizzato nei vari comparti del 7,8% nei volumi e del 5,8% in termini di fatturato.

 

"Senza rilancio dell'industria manifatturiera" evidenzia Culicchi "non ci sono né sviluppo né politiche ambientali e per recuperare competitività è indifferibile il completamento delle riforme del mercato del gas e l'attuazione della Direttiva Cogenerazione adottata a livello europeo nel 2004. Riguardo invece alla difficoltà nell'approvvigionamento delle materie prime" conclude Culicchi "Assocarta apprezza l'iniziativa del Presidente di Confindustria Marcegaglia e l'intenzione del Vice Presidente della Commissione Europea Tajani di adottare una lista di materiali strategici per l'Europa che includa legno, cellulosa e carta da macero".  E per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di riciclo previsti dalla Direttiva Europea in materia di rifiuti (n.8/2008), in corso di recepimento, è essenziale preservare la competitività dell'industria promuovendo le capacità industriali in Italia anziché esportare i materiali raccolti in Europa senza alcun beneficio in termini di valore aggiunto e di efficace gestione delle risorse.

 

 Questi interventi sono indispensabili per ridare slancio a un'industria cartaria che ha una grande storia e un grande futuro da raccontare. Un'industria verde che produce un materiale, la carta, che è rinnovabile, riciclabile e naturale. La sostenibilità del settore cartario è stata oggetto dell'intervento di Teresa Presas, Direttore Generale di CEPI - Confederazione Europea dell'Industria Cartaria - che ha sottolineato come le cartiere europee abbiano saputo disallineare la produzione cartaria dal suo impatto ambientale ad esempio attraverso una riduzione delle emissioni di CO2 del 42% per tonnellata se consideriamo il periodo 1990-2008.

Anche la crescita del riciclo si è rilevata per il settore più veloce della produzione: dal 1991 ad oggi si registra un +56% nella produzione e un +123% nell'utilizzo di macero. Basti pensare che entro quest'anno, in Europa, saranno riciclati più di 2000 Kg di carta ogni secondo.

 

La sostenibilità del prodotto carta unitamente alla sua efficacia sono i temi su cui incentra il nuovo progetto europeo di comunicazione Print Power presentato da Massimo Medugno, Direttore Generale di Assocarta. "Dopo l'iniziativa italiana sui luoghi comuni della carta" afferma Medugno "Assocarta anche grazie all'impegno di Paolo Mattei e delle aziende del comparto grafico ha sostenuto la costituzione di Print Power, un'iniziativa promossa da tutta la filiera in ben tredici Paesi europei che ha l'obiettivo di promuovere la comunicazione su carta come strumento efficace e sostenibile presso i decisori degli investimenti pubblicitari".

La fisicità della carta consente contatti reiterati e tempi più lunghi di esposizione al messaggio mentre la sua permanenza è sinonimo di credibilità in quanto il soggetto che comunica risulta maggiormente coinvolto in termini di responsabilità. Inoltre, l'esperienza tattile legata alla carta coinvolge il lettore stimolandone l'immaginazione e l'attenzione.

Print Power promuoverà anche il marchio TwoSides - Il lato verde della carta - che documenta la sostenibilità della comunicazione su carta anche presso il grande pubblico sfatando con evidenze luoghi comuni che vedono la carta come sinonimo di inquinamento e deforestazione.

"E' bene ricordare" conclude Medugno "che più del 60% della carta e del cartone prodotti in Italia proviene da impianti con sistemi di certificazione ambientale (ISO 14001 e/o EMAS) e che la totalità della fibra vergine impiegata in Italia proviene da foreste gestite in modo sostenibile mentre il 60% della fibra è anche dotato di certificazione forestale".

 

 

 

 

 

 

Per maggiori informazioni:

Maria Moroni - Comunicazione e Ufficio Stampa Assocarta

maria.moroni@assocarta.it


Ibm naturale

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Dicono all'Ibm che il progetto Watson serve ad arrivare a un computer che sa rispondere alle domande poste in linguaggio naturale.

La sfida è sempre bella. Ma non si può dire che sia la prima volta che si pone... Evidentemente è una questione di capacità di calcolo enorme e di intelligenza di software ancora più grande. Vedremo.

(Watson è il nome del leggendario leader della Ibm del passato: quello del quale si dice abbia detto che al mondo si poteva prevedere che ci sarebbe stato bisogno di cinque o sei computer... Pare sia una leggenda metropolitana, per fortuna).

Editing YouTube

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Dice YouTube che ora si può fare un po' di editing dei video direttamente sulla piattaforma (tipo: mettere insieme più video, tagliare l'inizio e la fine, aggiungere una colonna sonora...). (YouTube)

Anela la noia

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Tra tutte le motivazioni sentite recentemente per spiegare la voglia di fare a meno dell'iPad, quella di Peter Bregman (Harvard Business Review) è la peggiore: dice Bregman che ha restituito l'iPad alla Apple perché è troppo interessante, troppo ben fatto, troppo divertente. Dunque lo tenta tanto da non lasciargli tempo per molte altre cose. E soprattutto gli toglie dalla vita i momenti che per lui hanno enorme valore: i momenti di noia. (Bregman)

1984 online

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Non si dice "bavaglio" in Islanda

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L'Islanda ha appena approvato la legge IMMI (Icelandic Modern Media Initiative) che protegge le fonti delle storie giornalistiche in modo più stringente. E diventa il paradiso della libertà di espressione, annuncia un twitt di Wikileaks.

In islandese la parola ginkefli (bavaglio) sembra fuori moda.


IMMI tweets (#IMMI)




Facebook cambia ancora regole

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PeteSearch fa notare che Facebook ha imposto nuove regole ai robot che visitano le sue pagine e raccolgono informazioni. E non sono né chiare né standard. Mettono in difficoltà i piccoli e impongono ai grandi di trattare. Soprattutto non salvaguardano gli utenti ma soltanto quello che Facebook pensa di possedere perché gli utenti lo hanno prodotto e di fatto donato al social network.

E' un'epoca in cui tutti si fanno le loro regole e gli standard di comportamento online sono messi in discussione dalle grandi piattaforme.

Dice PeteSearch:

"What it means in practice is that large established companies are able to crawl (though always with the threat of legal action hanging over them) but smaller, newer startups will be attacked by Facebook's lawyers as soon as they look threatening. Google definitely fall foul of the new rules (caching web pages, the use of data for advertising purposes), so I'd be interested to know if they've signed up? I know these changes would make it impossible for them to get started today, since they'd have to contact each and every website before they crawled them and respond to things like "an accounting of all uses of data collected through Automated Data Collection within ten (10) days of your receipt of Facebook's request for such an accounting". Avoiding that sort of mess was exactly why the industry agreed on robots.txt as a standard.

To be completely clear, I understand that Facebook need to protect their users' privacy. This does nothing to help that, anyone malicious is free to gather and analyze all the information they have made public about people, Facebook has left it all completely in the open with no technical safeguards. What this does is gives Facebook a legal stick to beat anyone legitimate who tries to openly use the data they've made available in a way they decide they don't like."

Freesouls

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Joi Ito e Christopher Adams seguono il progetto Freesouls. Arrivato alla seconda versione.

Basta guardare la presentazione per aver voglia di leggere e sfogliare:

"This book is made with the wish that words and images be means of expression, rather than objects of control. Creative expression is a release of human energy. Copyright is a law, used to protect and forbid. So we have tried to make this book as free as possible. We invite you to read it, share it... and use it. The photographs in this book were taken over the course of a year, after the 1st quarter of 2007 and before the 3rd quarter of 2008. As Joi tells it, these photographs became possible after a breakthrough in technology. But we believe the cultural movement that Joi has captured here is a breakthrough of the human spirit. The essays in this book are meant to offer a synchronic slice of contemporary free culture theory. In his foreword to the book, Lawrence Lessig has described Joi Ito as a member of a new class of amateurs, enabled by new thinking as well as bleeding-edge technology. In a special interview, Joi Ito answers questions about photography after the death of the darkroom, and his own role in the free culture movement. Howard Rheingold kindly shares some of his reminiscences while enthusing about how to "teach" the future. In his very topical essay, Lawrence Liang cross-examines the moment in legal history when photography became art. Cory Doctorow, very true to form, gets righteous about the false ownership of knowledge. Yochai Benkler expounds on human systems and finds a little bit of heaven in the disaster area of modern life. Isaac Mao tries to incite a mind revolution with the his first full treatment of the theory of Sharism. And Marko Ahtisaari contemplates the future of travel and a life lived at jet speed. We also asked many of the generous people who appear in this book to give us their thoughts about what 'A freesoul is...' This is a work of amateurs. Please share it!"

L'Osce sul bavaglio

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Anche l'Osce di preoccupa del bavaglio.

Studi sulle news

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Twitt about BP

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Tweets about BP (#BP)




Wifi a Starbucks

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Nei caffè di Starbucks ci sarà un wifi libero e gratuito che consentirà di accedere a contenuti predisposti essenzialmente per essere consultati in quei luoghi (Techcrunch). La catena tenta di creare una nuova abitudine: andare al caffè e trovarci anche un accesso a informazioni pensate per quel luogo e per chi lo frequenta. Le dimensioni separate della rete si moltiplicano, forse, sulla scorta dell'esempio proposto da alcuni produttori di device mobili. I caffè diventano piattaforma? Finirà che si faranno anche le applicazioni per Starbucks?

Bavaglio a Fini

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Basta. Basta?

Il nome del tablet. E BlackBerry

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BlackBerry sta preparando il suo tablet, dice Wsj. Ma pare piuttosto in difficoltà con il browser e l'interfaccia. Le applicazioni disponibili sono poche in confronto a quelle dell'iPad. E la categoria sembra per ora essere destinata a vivere ancora per qualche tempo in un contesto di leadership culturale della Apple.

E' forse questo il tema del momento. La leadership culturale sembra quasi importante quanto la leadership nelle quote di mercato.

La competizione sarà accesa su entrambi i fronti. BlackBerry è riuscita a creare una categoria di prodotti con il nome del suo device. Ma Apple è fortissima in questo gioco. Si può immaginare che nei tablet, per la Apple, non sarà facile come nei lettori di mp3, dove il nome della categoria di device coincide - quasi per tutti - con il nome del prodotto della Mela, l'iPod. Attualmente, peraltro, si può dire che il termine tablet sia meno usato e attraente del termine iPad. Il momentum dell'iPad è molto forte. Fino a che la percezione generale è questa, le maggiori difficoltà in questo settore saranno per i concorrenti.

Oltre la carta

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Visioni e pratiche sulla vita oltre la carta. Oggi a Milano. GG promette di scriverne su Twitter.

Bavaglio in 11 lingue

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Italiano: bavaglio
Africaans: gag
Arabo: أسكت
Catalano: mordassa
Cinese: 插科打諢 (Chākēdǎhùn)
Ebraico: בדיחה
Giapponese: ギャグ (Gyagu)
Greco: φίμωτρο (fímo̱tro)
Persiano: دهان باز کن
Russo: кляп (klyap)
Turco: öğürmek

(via Google)

BookBlogging - CITIZEN - Maistrello

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More about Giornalismo e nuovi media

Maistrello ha l'esperienza per guardare al cambiamento del mondo dell'informazione con prospettiva, calma e precisione. E ha la cultura per guardare avanti: non occorreva, dice, un altro saggio sulla crisi, ma serve ogni contributo alla costruzione del nuovo ecosistema dell'informazione. 

Maistrello parte, giustamente, dal più grande cambiamento: l'emergere del pubblico attivo, di una società in grado di contribuire al sistema dell'informazione. E cerca di scoprire per quali processi il lavoro di chi professionalmente si occupa dell'informazione sarà rivalutato, troverà un nuovo modello di sostenibilità, soprattutto ridefinirà il suo ruolo nel contesto della società. 

"Le persone non hanno più bisogno a tutti i costi di mediatori", osserva Maistrello - sagacemente usando quella locozione "a tutti i costi" che spiega moltissimo senza troppe parole. Quindi ci vorrà "un professionista consapevole di non avere più né l'esclusiva né deleghe in bianco"... Lavorare insieme è la formula finale. Il senso culturale e pratico della vita quotidiana nel nuovo ecosistema dell'informazione.
 
Il libro offre un panorama completo delle tecnologie dei media sociali e nelle loro implicazioni sul giornalismo. E dimostra che per chi voglia servire la società come giornalista, nonostante le apparenze e le lamentazioni, questo è un ottimo momento per darsi da fare.

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Alcuni libri che ho in mano             
  Impressioni mentre leggo

Arianna Dagnino
Fossili
Fazi Editore

Aldo Schiavone  

L'Italia contesa
Laterza

L'amore e l'Africa, alla ricerca
 delle radici della specie umana. E di
una specie di umanità delle persone. 

Due metamorfosi: l'epoca post-industriale
nell'Italia post-democristiana. 
Alla ricerca di un'identità e di una prospettiva.
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Nel frattempo continuano le riflessioni sul libro di Jeremy Rifkin, sull'empatia, espresse in breve in un post precedente.

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Altre letture citate:
Potter - design
Patel - il valore
Sun - media cinesi
Dazieri - gorilla
Conner - scienza popolare
Brokman - ottimismo
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Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica" vagamente domenicale...
Risorgimento, Villari (9 maggio 2010)
Mediologia, Régis Debray (14 febbraio 2010)
Tempo, Roberto Peregalli (31 gennaio 2010)
Repressione, Cory Doctorow (10 gennaio 2010)
Miti, Umberto Galimberti (27 dicembre 2009)
Città esemplari (20 dicembre 2009)
Rifare la città (13 dicembre 2009)
Ricchezza della famiglia (6 dicembre 2009)
Capitale e condivisione (29 novembre 2009)
Miseria del millennio (22 novembre 2009)
Che cos'è la coscienza (15 novembre 2009)
Pirati e designer (11 ottobre 2009)
Scrivere la musica (6 settembre 2009)
L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Giornali equilibrati

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Dice l'Economist che l'annunciata morte dei giornali non è più così imminente. Aumentare il prezzo di copertina e ridurre i costi consente a molti editori americani di ritrovare un equilibrio economico. Anche se non ritroveranno facilmente i margini da 20% del fatturato che avevano in un non lontanissimo passato. E anche se altri tagli sono prevedibili.

L'equilibrio economico è necessario a qualunque struttura che voglia fare informazione con un minimo di indipendenza. Non è sufficiente, naturalmente. Anche perché in certi casi l'equilibrio economico si trova proprio attraverso l'asservimento. Ma - sebbene per la sufficienza ci voglia altro - è pur sempre una condizione necessaria.

La tendenza dunque è chiara: la carta costa di più e la si fa pagare di più, mentre si adeguano i costi alla nuova struttura tecnologica. Il passaggio va governato in modo da non andare a gambe all'aria. E da salvaguardare il bene più importante di una testata: la sua credibilità.

Dunque:
1. per far pagare di più la carta e per sprecarne di meno occorre scrivere cose che abbiano grande valore; il che significa che occorre investire sulla qualità dei contenuti, non disinvestire su questo fronte
2. per trovare la modalità più adatta a valorizzare l'informazione prodotta e distribuita per i media digitali occorre investire sulla sperimentazione, non disinvestire su questo fronte
3. per traghettare il business editoriale dalla situazione tradizionale alla nuova occorre ridurre i costi, ma non in modo indiscriminato, orientando i tagli in una direzione coerente con la tendenza di fondo che a questo punto appare piuttosto chiara... 

Ogni azione burocraticamente amministrativa che non distingue la qualità e la strategicità delle risorse da coltivare da quelle che possono essere tagliate senza impoverire il business può essere piuttosto pericolosa. Imho.

Ma se questo vale per gli editori, ai giornalisti compete di migliorare la qualità del loro lavoro e l'apertura alla sperimentazione. Con umiltà. Ma credendoci. L'Economist ha scritto un pezzo incoraggiante. E l'Economist in passato aveva pubblicato una copertina dal titolo "who killed the newspaper?" (testo, ora, a pagamento).

Apple e la killer app

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Secondo Hank Williams, la Apple scrive le sue regole del gioco per il mondo della apps in modo da disincentivare chi "pensa differente":

"Ok, so were finally getting down to it. On at least two fronts, Apple has now essentially thrown out its draconian rules on what developers can and cannot do on its platform, and replaced them with essentially, no rules. The new "rules" appear to be, "its OK to do what you want in your app if we say so. And we'll figure that out *after* you've fully invested in our platform." In other words, you serve at the pleasure of the queen.

Now the truth is for the vast majority of app developers this is totally fine. People developing the uninspiring apps that mainly make up the App Store have nothing to fear. But those creative few that want to do something interesting with a UI, or want to use hardware in a new way, or who want to use a more advanced code execution technique are at grave risk."

Forse c'è un po' di pregiudizio in questa riflessione. Ma vedremo se nella pratica si verifica o meno. Vale la pena di tener d'occhio questo filo di ragionamento.

Intanto, il Wsj riporta che la Ftc sta mettendo sotto osservazione la Apple per verificare se le sue pratiche di business stanno mettendo in difficoltà la competizione nel mercato del software per i cellulari. Può non essere un male per la Apple: meglio avere un punto di riferimento come la Ftc che indaga e arriva a conclusioni "ufficiali" piuttosto che subire uno stillicidio di sospetti e accuse. 

E' vero che la Apple non è più un operatore di micronicchia (come ricorda Paolo) e che in certi settori è molto grande (come nei lettori di mp3). Ma è anche vero che non arriva neppure lontanamente a un potere sul mercato paragonabile per esempio a quello della Microsoft di anni fa, lasciata crescere senza problemi legali da tutti per un paio di decenni. Certo è che la lobby anti-Apple si sta muovendo massicciamente. E che la Apple farà bene a tenerne conto.

La difficoltà di scomparire

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Una bella pagina di SmashingMagazine mostra i diversi gradi di difficoltà che incontra chi si voglia cancellare da un social network. E' molto difficile uscire da Facebook. Impossibile da Wikipedia. Per gli altri è un po' più facile. Ma la memoria della rete è enorme...

Marco Bardazzi elogia i professionisti

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Marco Bardazzi pubblica un post sul senso del lavoro dei giornalisti. Si propone, in sostanza, di dimostrare che i giornalisti professionisti servono alla qualità dell'informazione. Perché, in sintesi, hanno un metodo sviluppato nel tempo che consente loro di produrre informazioni affidabili. Naturalmente il post è molto più articolato e va letto per intero.

E merita una riflessione. La qualità dell'informazione dipende certamente dal metodo con il quale si ricerca l'informazione e dall'abilità artigiana con la quale si racconta l'informazione. E' possibile che questo metodo e questa abilità artigiana siano particolarmente diffusi tra chi fa professionalmente il lavoro del giornalista. Ma bisogna ammettere che fare il lavoro del giornalista non è condizione né necessaria né sufficiente perché lo si faccia con qualità, metodo e abilità. Mentre è altrettanto possibile che persone che non fanno il lavoro del giornalista offrano sui loro blog delle informazioni ricercate correttamente, dimostrate da documentazione adeguata e raccontate con abilità.

E' il metodo che conta. Non la posizione professionale.

Il tentativo di connettere aprioristicamente la professione giornalistica e la qualità dell'informazione, purtroppo, non riesce.

Ma non è certo questa la fine della storia.

Il problema dell'epistemologia della ricerca dell'informazione, la questione del metodo, è al centro di ogni riflessione importante sull'informazione. Se n'è accennato spesso anche qui: "informazione silenziosa", "la rete tivù", "Zambardino preferisce il conflitto", "l'alba di un nuovo giornalismo", "informazione: chi spera non aspetta", "il business è il messaggio?", "newsapp", "la difficile indipendenza dei giornali", "credibilità"... E' chiaro che un metodo condiviso di ricerca, verifica, esposizione dell'informazione è necessario a una società che voglia essere consapevole di ciò che le accade. L'esistenza di professionisti dell'informazione è di pubblica utilità soprattutto se si mettono al servizio dell'insieme della società con un metodo del genere. E bisogna ammettere che non sempre i giornalisti lo hanno fatto.

Quando si dice che non si può essere soddisfatti di una società nella quale l'informazione sia fatta soltanto da blogger non professionisti si dice una verità, ma non in base alla falsa considerazione secondo la quale solo i giornalisti hanno un metodo: la si dice in quanto l'infodiversità e al ricchezza di informazioni dipendono da una pluralità di fonti e di punti di vista che certamente non si arricchisce se si eliminano i professionisti dell'informazione. Non si potrebbe essere soddisfatti neppure in una società con molti giornalisti professionisti ma nella quale i cittadini che vogliono donare le loro informazioni gratuitamente alla rete non lo potessero fare... E' chiaro che un ecosistema dell'informazione equilibrato richiede l'esistenza di tutte le componenti: e probabilmente è anche vero che l'esistenza dei blogger può essere uno stimolo per il miglioramento del lavoro dei professionisti. Perché in una società con un forte pubblico attivo, i professionisti dell'informazione sono costretti a dimostrare quello che raccontano molto di più di quanto non avvenga in una società nella quale esiste soltanto un pubblico passivo. Imho.

Sguardi update

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Una lettura straordinaria sulla ricerca intorno al senso delle espressioni, degli sguardi e delle interfacce... Malcolm Gladwell, "The Naked Face" (2002, The New Yorker), segnalato da Howard Liptzin nei commenti, tutti molto interessanti, al post "ricerche sullo sguardo".

Poll sull'informazione

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Prova:

Ricerche sullo sguardo

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sguardovangogh.jpg



Esistono ricerche sullo sguardo? Molte. Il cinema dello sguardo ne ha sugerite diverse. Così come la fotografia e l'arte figurativa. I link sono del tutto insufficienti a dare un'idea della vastità dell'argomento. C'è persino chi, come Ninjia, presenta il tema del tracciamento dello sguardo sui banner nei social network.

Ci starebbero anche ricerche sullo sguardo in senso antropologico e neuroscientifico. Lo sguardo è un insieme di espressione e funzione. Nasce dall'attività di vedere, sboccia nel momento in cui incrocia un oggetto o una persona da vedere, esprime il modo in cui si sente chi vede e persino come reagisce a ciò che vede.

Lo sguardo è una traccia momentanea della cultura e della fisiologia dell'interazione tra le persone e il resto del mondo.

Ma le domande si moltiplicano. Esistono sguardi cinesi, americani, italiani, indiani? Esistono sguardi da suddito, da violento, da furbo, da pacifista? Esistono gli sguardi di società aperte e chiuse, imperiali e democratiche, competitive e cooperative? O esistono solo le interpretazioni individuali della condizione umana?

Lo sguardo cambia mentre entrano in funzione i neuroni specchio e si immagina che cosa significhi il gesto dell'altro appena incontrato. Cambia in funzione delle emozioni. E dei pensieri razionali.

Ma lo sguardo cambia, si adatta, si abitua alle circostanze: in una società nella quale tutti possono essere spie di un governo autoritario, oppure nella quale tutti portano una pistola in tasca, oppure nella quale la maggior parte della gente lavora in una cooperativa. Oppure, dove la religione, l'ideologia dominante, l'educazione diffusa propongono una vita non violenta, orientata a incentivare comportamenti morali. Oppure, dove tutti sono lupi e ci si aspetta che ogni giorno si possa essere sbranati o si sia costretti a sbranare.

Lo sguardo cambia. Può far paura. O sancire la pace. O essere, come quello di Vincent Van Gogh, uno sguardo di chi guarda, destinato alla ricerca, umile e curioso, sempre più stupito che giudicante.

Le critiche a Steve Jobs

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Non passa giorno che qualcuno non lamenti lo strapotere della Apple. Perché impone regole assurdamente unilaterali agli sviluppatori di apps. Perché vuole togliere di mezzo Flash. Perché si dimostra violentemente difensiva sui suoi segreti industriali. E altro.

C'è chi si preoccupa che Jobs voglia controllare il web e creare un mondo chiuso, fatto solo di utenti e consumatori di contenuti a pagamento, non più libero e spontaneo come l'internet origianaria.

Ebbene.

E' chiaro che nel mondo Apple le regole le fa la Apple. E' sempre stato così. Non per niente il Mac ha vissuto in una dimensione tutta sua e per anni ha sofferto di non essere compatibile con la maggior parte dei computer. E la stessa logica ora si trova nell'insieme di prodotti-servizi che la Apple mette a disposizione. Per cui è prodotto Apple anche AppStore, iTunes, Sdk, ecc ecc. Anche all'interno di questi servizi le regole le fa la Apple.

La Apple paga questa politica. Non è in grado di diventare standard. E chi offre soluzioni più aperte finisce per conquistare una maggiore diffusione (pare che Android abbia già superato iPhone come diffusione). Accetta questa limitazione per avere un maggiore controllo sul prodotto e un maggiore margine di profitto. Riesce in questa politica solo se fa prodotti eccezionali.

Nell'epoca di internet, però, questo coinvolge molti altri soggetti. Le etichette musicali, i produttori di film, gli sviluppatori di apps, gli editori, gli operatori telefonici... Se il mondo Apple è molto più avanzato degli altri, tanto che diventa una sorta di monopolio della dimensione più attraente per i consumatori, i soggetti che subiscono il preponderante decisionismo della Apple tendono a lamentarsi.

Ma poiché Apple non viola nessuna legge, ed è per la verità molto prevedibile e coerente nella sua strategia di controllo del prodotto, l'unica cosa che possono fare i suoi critici è darsi da fare per realizzare un prodotto migliore. (Precisazione: per un tempo anche lungo l'innovazione della Apple può restare leader non solo culturale ma anche di mercato, o mantenere forti quote; ma di solito si tratta più della conseguenza dell'inabilità degli altri di raggiungere la sua innovazione piuttosto che di un vero e proprio lock-in sui consumatori; persino nell'iPod-iTunes esiste un blocco tra il device e il servizio ma esistono molti altri servizi e molti altri decive analoghi... senza dimenticare che la quota di mercato di iTunes è alta, ma solo nella musica legale...).

Nel frattempo, vale sul serio la pena di imparare da Jobs sul piano dell'innovazione, della visione, della narrazione, della caparbia ricerca della qualità e dell'equilibrio tra divertimento e serietà nel lavoro.

Fino a questo momento è andata così, mi pare. Se la cosa dovesse cambiare, questo post sarà aggiornato.

FaceTime o FaceBook

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Può FaceTime diventare lo standard per le videochiamate sui telefonini? Jobs lo rende open e promette che sarà su milioni di terminali. Basterà?

Un fatto è certo: la videochiamata non è mai andata molto giù ai consumatori, mobili o fissi; mentre sembra ormai un must su Skype via computer.

Si direbbe che il concetto di videochiamata non piaccia per nulla. Mentre Skype è un concetto per i fatti suoi: è una conversazione senza ansia, senza prezzo, senza fretta, molto collaudata, davanti al computer.

Perché questo fenomeno? Beh, su Skype c'è una sorta di social network di utenti che ci lavorano o ci fanno cose rilevanti. FaceTime è tutt'altro che diffuso, per ora: per questo non può vincere se non è open. Ma, appunto, basterà?

Un passaggio del discorso di Jobs fa pensare qualcosa: dice Jobs che per ora FaceTime si usa solo su wifi tra iPhone e iPhone, ma che in futuro dovrebbe riuscire a funzionare anche su rete 3G. Se Skype non potesse fare altrettanto comincerebbe a perdere, nei confronti di una tecnologia più accettata dagli operatori.

I trucchi del mago

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Su Gawker qualche trucco usato nel video di presentazione del nuovo iPhone...Quando il mago tira fuori il suo coniglio dal cappello fa di tutto per divertire il pubblico...

Il prezzo degli scoop

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Il costo dell'inchiesta di ProPublica che ha vinto il Pulitzer è arrivato alla fine intorno a 400mila dollari.

Non è molto diverso dai 150-450mila euro che gli editori - si dice - dovrebbero pagare per la pubblicazione di intercettazioni "proibite".

iAd vuole il 48% della pubblicità mobile

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Steve Jobs dice che iAd conquisterà il 48% del mercato della pubblicità mobile degli Stati Uniti. "Abbiamo inserzionisti che si sono impegnati per 60 milioni di dollari" dice Jobs. Effettivamente il "target" è interessantissimo. Ma è soprattutto interessante come iAd cambierà il modo di fare la pubblicità. Attivando nuova creatività.

Società aperta, un pensiero di Arango

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Si parlava ieri a Trento di open data, opportunità di crescita e nascita di nuove iniziative a partire dalla libera disponibilità di tutti i dati pubblici. Oltre ai casi americano e britannico, sono state citate le iniziative esemplari sul catasto Trentino, sulla cultura della Sardegna, sui dati pubblici del Piemonte. Grazie ai commenti: Pierluca Santoro, Fioretti, Roberto Marsicano, Gigi Cogo, Pm; più che a conoscere nuovi dati specifici, il convegno è forse servito a condividere esperienze e linee guida.

Un'obiezione di fronte all'apertura dell'accesso alle informazioni e la libertà di riutilizzo è spesso l'idea che la trasparenza possa generare convinzioni sbagliate e azioni sconsiderate.

Viene in mente Arturo Arango, uno scrittore cubano, intervistato in uno dei tanti periodi difficili per i pensatori liberi all'epoca di Fidel Castro. (Il suo "Lista d'attesa" è un racconto ironico, da non perdere, divenuto film e visto in tutto il mondo: alcune persone aspettano un mezzo di trasporto per andare altrove, ma l'attesa si prolunga per giorni e quelle persone nel frattempo litigano, si organizzano, si divertono, si innamorano, vivono. Se ne parlava in un libro disponibile qui sul blog).

Arango diceva che Fidel considerava i suoi cittadini come dei bambini da proteggere dalle informazioni. E questo è il caso in tutti i regimi autoritari, soffici o duri che siano.

La società aperta e i dati liberi sono invece per società che considerano i cittadini degli adulti. Che possono sbagliare. Che possono imparare. Che possono prendere in mano la loro vita e creare qualcosa di impensato. O sbagliare ancora. E poi forse imparare ancora.

Dati aperti

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Al Festival Economia di Trento oggi si discute del valore dei dati pubblici resi disponibili per i cittadini e le imprese. E' un argomento che diventa ogni giorno più affascinante. Certo,  è dura trasformare la pubblica amministrazione in un generatore di coolness. Ma il fatto è che i cittadini ne possono trarre vantaggi, opportunità e divertimento. Ne parlava su Nòva un gruppo di esperti, il cui lavoro curato da Gianluigi Cogo, Matteo Brunati, Nicola Mattina, Ernesto Belisario, Titti Cimmino, è ora raccolto in una Review.

Jigme Thinley

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Jigme Thinley, primo ministro del Buthan, è stato al Festival dell'Economia di Trento, dove ha raccolto grandissimi consensi con la sua idea di guidare la sua gente non in base agli indicatori definiti per calcolare il Pil ma in base a misure che possano avere a che fare con la felicità. Tra gli altri entusiasti, lo stesso Giuseppe Laterza: all'editore brillavano gli occhi raccontando a tutti la straordinaria qualità intellettuale e politica di Thinley.

Un pezzo del New York Times ne aveva dato conto tempo fa. Si tratta di un approccio molto razionale che non nega l'importanza fondamentale della crescita economica ma si occupa anche della qualità ambientale, culturale, relazionale, identitaria, delle persone. In questo, Thinley sta contribuendo in modo fattivo e pragmatico all'evoluzione della narrazione del progresso (vedi per esempio il suo discorso all'Onu).

Bull Schmidt

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Pare che Eric Schmidt abbia commentato la sentenza italiana sul caso del cosiddetto video del bambino down con la parola "bullshit". Ft lo riporta così: 

«By contrast, Mr Schmidt shows no contrition when responding to the recent court ruling in Italy convicting three top Google executives of criminal wrongdoing after its YouTube video website showed footage of a disabled boy being bullied by classmates. "The judge was flat wrong. So let's pick at random three people and shoot them. It's bullshit. It offends me and it offends the company. "But this is not an indictment of Italy," says Mr Schmidt, who earlier noted that Europe was a highly profitable market for the company».

Steve Jobs aveva detto a sua volta che il motto don't be evil di Google è "bullshit" (Register).

Tutto molto edificante.

Vedere i fatti

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Matteo Brunati risponde con ottime segnalazioni e considerazioni a un problema che si pone sempre più spesso, man mano che aumenta la disponibilità di dati: come visualizzarli. Anche Oecd e Banca Mondiale ci stanno lavorando. E' forse l'inizio di un rinnovamento del linguaggio statistico.

Come sa di sale il nostro pane

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Roberto La Pira segnala uno studio sul consumo di sale in Italia. E scopre che è troppo altro. Il doppio del quantitativo consigliato...

Storie nere

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ProPublica segue con le inchieste i fatti della fuoriuscita di petrolio dal pozzo BP nel Golfo del Messico. E aiuta a comprendere come il governo americano sia stato per decenni succube delle compagnie petrolifere. Come i conflitti di interessi e le relazioni personali tra chi doveva controllare e chi doveva essere controllato nelle attività estrattive fossero troppo stretti. E come le compagnie abbiano fatto di tutto per avere pochissimi obblighi per quanto riguarda la sicurezza ambientale, il monitoraggio, la preparazione nei confronti di un incidente.

Sviluppo e informazione, a Trento

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Informazioni, scelte e sviluppo. Al Festival dell'Economia di Trento. Sappiamo quanto sia reale e importante che la relazione tra i termini della questione sollevata dal titolo del Festival di quest'anno. Non sappiamo bene come evolve quella relazione.

Conosciamo l'ipotesi di base: con informazioni equamente distribuite e ben conosciute da tutti, un sistema economico popolato da persone razionali, in condizioni di concorrenza, alloca le risorse nel miglior modo possibile e questo crea le condizioni dello sviluppo equilibrato. Purtroppo sappiamo anche che questa ipotesi non si verifica mai. Le informazioni sono asimmetriche, il segreto e l'informazione sono potere, non c'è mai vera concorrenza, le persone non sono quasi mai razionali. Che cosa resta dunque della relazione tra informazione, scelte e sviluppo? Non resta la teoria, ma di certo resta l'esperienza e la pratica.

Un miglioramento del sistema dell'informazione può fare avanzare la consapevolezza, ampliare lo spazio di una certa razionalità socialmente distribuita, attivare un'evoluzione virtuosa dei comportamenti e liberare le forze che possono generare sviluppo. Nulla è automatico. Molto è sottoposto a una precisa conflittualità contro le forze che invece prediligono la strategia della disattenzione e la manipolazione, frenando lo sviluppo per mantenere una situazione di potere. Ma vedremo che cosa emergerà da Trento: il tema è cruciale.

Segnalazioni

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Forme diverse di informazione sul web, Giornalaio.
Cultura, qualità e tecnologie mediatiche, Gino Tocchetti.
Agenda, blog e media tradizionali, Luca Nicotra.
Diritti, Cina, innovazione, Jobs, Orientalia4all.
Open data, Webeconoscenza.

Jobs parla di camion

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Steve Jobs dice che in passato, quando l'America era una nazione agricola, tutti avevano un camion. Poi si è passati alle automobili di tutti i tipi e i camion sono restati a quelli che li usano per lavori specifici. I pc gli sembrano un po' come i camion. E in futuro tutti useranno vari tipi di strumenti, mentre i pc resteranno necessari a quelli che ci lavorano: un po' come i camion di oggi.

Stats apps

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Le applicazioni sono un mercato in espansione. Stanno avvalorando l'idea di una divisione dell'internet mobile in settori separati da sistemi operativi non compatibili: Apple, Google, Nokia, Facebook... Di fatto, sotto a quello resta l'unità del web. E alla fine quello dovrebbe e potrebbe prevalere.

Ma quali sono le apps più scaricate? In generale al top c'è proprio Facebook, su tutte le piattaforme. Questi e altri dati.

Sorprende poi che la maggior parte delle apps di Facebook siano scaricate dal pubblico femminile. Demografia apps e altri dati.

I don't "like"

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Migliaia di siti hanno aggiunto la funzione "like" che connette a Facebook e fa cose. Se ne discute in termini più ampi di privacy e influenza di Facebook sul web. Ma l'assurdo è che spesso non funziona. Pare che la stiano aggiustando. (Mashable)

Informazione silenziosa

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Per quanta esperienza razionale abbia fatto la civiltà, resta il fatto che la maggior parte delle azioni individuali e collettive sono irrazionali e dominate dall'inconsapevolezza, dalle mentalità indiscusse, dall'emozione, dall'intuizione, dall'istinto. Si reagisce senza pensare molto più di quanto si agisca dopo una riflessione.

Vale anche per l'informazione?

Un articolo di Harry Collins dimostra che la stragrande maggioranza delle cose che sappiamo riguarda cose che non sappiamo di sapere.

Daniel Kahneman dimostra che la stragrande maggioranza delle nostre scelte sono fatte in base alla prima cosa che ci viene in mente e non sono successive a un ragionamento controllato.

Gli antropologi fanno riferimento al concetto di cultura, spesso, come a un enorme contenitore di idee sedimentate nei gesti, nelle tecnologie, negli oggetti, nelle mentalità, che in una comunità le persone considerano tanto ovvi da non dover essere continuamente ridiscussi.

E Richard Sennet spiega l'artigiano come un professionista che sa quello che fa ma non sa spiegare quello che sa.

Tutte forme di conoscenza implicita.

Nella produzione di informazione sui fatti che riguardano una comunità molto è implicito. Nella maggior parte dei casi, il contesto è implicito, il senso è implicito, il metodo di ricerca delle informazioni è dato per scontato. E l'interpretazione è spesso lasciata più all'emozione, all'intuizione, all'ideologia, piuttosto che al ragionamento controllato ed esplicito. Questo rende l'informazione debole. E i fatti meno distinti dalle opinioni. Il che rende l'informazione meno efficace per incidere sulle scelte di una comunità.

L'idea che la democrazia viva di una comunità consapevole che sceglie in base a informazioni metodologicamente corrette è in larga parte una bella e buona utopia. Il che non ne riduce l'importanza. Semplicemente ci insegna a pensare che il bello e il buono di quell'idea che è già diventato realtà è meno grande di quello che resta ancora da costruire.

Almeno questa consapevolezza dovrebbe diventare largamente esplicita. Se vogliamo migliorare il modo che abbiamo di informarci. Per scegliere.

Fusione nella ricerca nucleare europea

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Il progetto Iter che deve arrivare a dimostrare e realizzare il nucleare a fusione è in crisi perché il capitale necessario alla sua prosecuzione rischia di essere tra le rinunce cui l'Europa potrebbe essere costretta per far fronte alla crisi finanziaria e alla speculazione contro l'euro. (Nature)

Ma intanto vanno avanti esperimenti più piccoli per la fusione. Come quello basato sulla tecnologia di Bruno Coppi, che insegna e lavora all'Mit. (TechReview)

Faceback update

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Per ora non si vedono particolari aggiornamenti nella privacy su Facebook. Intanto, qualcuno dice che è fallito il "quit facebook day". Non sappiamo peraltro quanti, tra quelli che non lo hanno lasciato, stanno diventando meno attivi su Facebook. E non sappiamo se il comportamento diventa progressivamente più attento alla privacy, cioè orientato a pubblicare - giustamente - solo quello che può essere in qualche modo pubblico.

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  • The case for an Italian rebellion

    The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.

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  • Sul prossimo futuro di Nòva

    Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

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  • Strategie della disattenzione

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    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


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    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









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