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Month November 2009

Diversità emergente nei giornali

E’ chiaro che gli editori devono trovare i nuovi modelli di business dei giornali. Ed è chiaro che i giornalisti devono fare giornali migliori. Pena un aggravamento continuo della crisi scoppiata in tutta la sua forza quest’anno ma partita da qualche tempo.

Non sarebbe un dibattito molto appassionante (e forse non lo è comunque) se non fosse per il fatto che la semplicità della questione viene continuamente complicata da confusioni di ruoli e di preoccupazioni tra editori e giornalisti. Inoltre, qualche eccezione alla regola c’è.

Sicché non mancano i motivi per tornare sull’argomento.

Gli editori non vendono le notizie ma il supporto che consente l’accesso alle notizie. Le notizie (o meglio i servizio di produrre le notizie) le vendono i giornalisti, di solito agli editori che poi fanno pagare l’accesso. Esistono editori che vendono le notizie (con il diritto di ripubblicarle): sono le agenzie. E gli editori che tentano di diventare agenzie per nuove forme di trasmissione delle notizie (siti di banche ecc ecc). Allo stesso modo esistono giornalisti che vendono il servizio di produzione delle notizie direttamente al pubblico (newsletter ecc ecc) o che costruiscono il loro “giornale” e lo fanno vivere di pubblicità (alcuni blogger specializzati ci sono riusciti eccome). In generale, però, la situazione standard è diversa. Può essere che sia proprio lo standard ad essere in crisi.

I giornalisti che si fanno imprenditori sono il tema di un pezzo interessante di Journalism. La questione è: possono i giornalisti-imprenditori mantenere ben chiara la distinzione tra i due ruoli? In altre parole: possono essere “indipendenti”? Forse è un falso problema: perché anche nell’editoria tradizionale i conflitti di interesse sono possibili e latenti. La questione è dunque come trasformare il livello di indipendenza in qualcosa di davvero riconoscibile, trasparente, dimostrabile. Non può essere impossibile.

La relazione degli editori con i motori di ricerca è altrettanto intricata. Il modello della pubblicità online che va per la maggiore è quello che tratta gli articoli come singoli item di informazione non necessariamente all’interno di un contenitore giornalistico: la pubblicità si aggrega di preferenza all’argomento dell’articolo non alla testata che lo ha pubblicato. D’altra parte la testata è una sorta di generatore di credibilità del quale il motore e la pubblicità hanno bisogno. Non per nulla Eric Pfanner ha l’impressione che Google e Murdoch abbiano bisogno l’uno dell’altro.

Intanto, nascono ogni giorno nuovi modelli. Demand Media paga una ventina di dollari a pezzo a chi risponde alle sue richieste di articoli che rivende in molti modi a diversissimi interlocutori che li vogliono comprare.

I modelli di business sono in movimento. La qualità necessaria è diversa a seconda dei contesti. Non è facile pensare che una soluzione standard sia possibile. E’ sempre più chiaro che il nuovo sistema sarà la somma di tante soluzioni particolari. Tante.

Alla luce di questo, un pezzo di David Carr aiuta a rimettere in circolazione qualche speranza. I giovani che arrivano alla professione, sono da sempre carichi di voglia di “cambiare il mondo” raccontando la verità. E poi si smorzano nel corso della lunga trafila che li dovrebbe portare a lavorare nel giornalismo degli editori tradizionali. Ora, dice Carr, quegli stessi giovani hanno molti modi per sviluppare la loro voglia di contribuire e tutti gli strumenti che lo rendono possibile. Il futuro può essere duro per gli editori tradizionali. E per i giornalisti tradizionali. Ma non è necessariamente chiuso per i giovani. (David Carr su New York Times).

Dainik Jagran (e Axel Springer): cronaca senza crisi

Si chiama Dainik Jagran. Ha 56 milioni di lettori. E’ scritto in hindi. Ha 1000 giornalisti e 240 edizioni locali. Fa cronaca. Arriva più velocemente della polizia sui luoghi degli avvenimenti. E’ grande e nello stesso tempo iperlocale. E non conosce crisi. (LeMonde)

In fondo, è la stessa ricetta (cambiato quello che va cambiato) che fa il successo – senza apparente crisi – di Axel Springer per come l’ha raccontata Giuseppe Vita a VeniceSessions.

Ritratto per un maestro

Un maestro di giornalismo dice che questo ritratto di Michele Ferrero, pubblicato da Ft, è un esempio della perfetta struttura del ritratto giornalistico.

E’ utile riconoscere la struttura degli articoli giornalistici. Il giornalismo è un lavoro artigiano. Si impara guardando i maestri che lo fanno. L’artigiano sa fare ma non sa dire che cosa sa fare (dice Sennett). Ma spesso si pensa alla ricerca delle informazioni, alla verifica, all’indipendenza di giudizio, alla coerenza nella linea editoriale. Meno spesso si dedica attenzione alla struttura degli articoli.

Il giornalismo non è programmaticamente letteratura autoriale. Il suo programma è di mettersi umilmente al servizio del pubblico. E la struttura standard dei pezzi serve a costruire un testo che sia facilmente leggibile, contenga tutte le informazioni rilevanti, abbia una linearità adatta alla lettura veloce.

Quella struttura, poi, può essere interpretata dal giornalista in modo personale. E allora l’articolo riconquista una sua autorialità. Ma soltanto dopo essere passato attraverso lo spirito di servizio.

Per questo vale la pena di riportare quanto suggerito da un vero maestro. E di leggere il pezzo dell’Ft.

Controversia YouTube

Viene in mente ripensando al caso del video assurdo pubblicato da
YouTube. Stefano ha pubblicato un ottimo post in proposito. E credo che
a questo punto valga la pena di ricominciare il discorso da quel post.

La questione sembra essere essenzialmente: che cosa è YouTube? Imho, si può rispondere così: se YouTube è fondamentalmente una macchina e se il suo valore deriva da una vasta
popolazione di utenti che comunicano attraverso YouTube, allora YouTube è
più come un videotelefono che come un editore televisivo (ovviamente non è né l’uno né l’altro, ma è un po’ più come il primo che come il secondo). E allora non dovrebbe essere il gestore della macchina a decidere – come se fosse un giudice e un poliziotto – che cosa vada o non vada pubblicato, che cosa vada o non vada rimosso. Salvo i casi in cui siano esplicitamente definiti i criteri di comportamento – in modo che la “macchina” (o una procedura standard e trasparente che possa essere eseguita dalle persone che operano la macchina) li possa applicare senza discrezionalità. In tutti gli altri casi ci vuole purtroppo un intervento interpretativo e applicativo della legge da parte di autorità competenti. Ripeto: imho.

Ogni problema ha una soluzione

Diceva l’altra sera Cesare Romiti che un suo mantra è sempre stato questo: “ogni problema ha almeno una soluzione”. Sembra rassicurante, ma detto dal boss della Fiat – che aggiungeva: “casomai ha più di una soluzione” – a qualcuno poteva apparire anche un po’ minaccioso. In realtà, oggi, Romiti è diventato molto più colloquiale (è stato premiato dal sindaco di Santa Margherita Ligure perché ha sempre lottato per le sue idee e perché negli ultimi tempi ha saputo cambiare idea). 

Come da copione

Per chi avesse pensato che il vocio sul coinvolgimento dei vertici del governo nel processo per i crimini mafiosi in corso a Firenze fosse più che altro un attacco di comunicazione preventiva, teleguidato da un’accorta gestione dei messaggi mediatici, Libero offre una conferma. Citando addirittura l’esistenza di un “copione“.

Del resto, la dimostrazione che la fiction è da qualcuno considerata più importante della realtà viene dalle dichiarazioni secondo le quali a meritare le maggiori critiche in tema di mafia sono proprio coloro che hanno scritto il copione della Piovra.

BookBlogging – Capitale e condivisione

More about Lo spettro del capitale

Il libro di Sergio Bellucci e Marcello Cini è un saggio politico sull’economia della conoscenza. Riparte da Marx (Karl) e dal progetto di ricerca che il pensatore ottocentesco aveva annunciato nei Gründrisse: immaginare lo sviluppo del capitalismo anche oltre la fase dell’industrializzazione. «Marx aveva una visione più estesa di quella descritta ne Il Capitale, che è una sorta di “fotografia del presente”: la visione di un futuro in cui “la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato”, ma dipende invece da quello che chiama general intellect, cioè “dallo stato generale della scienza e del progresso della tecnologia o dall’applicazione di questa scienza alla produzione”». E si sviluppa in una critica del capitalismo per come si è trasformato nell’epoca della conoscenza. Con l’obiettivo di suggerire una nuova prospettiva d’analisi per l’azione dei partiti di sinistra. 
Di certo, con la fine del sistema di produzione fordista, la sinistra tradizionale ha faticato a ritrovare un’analisi adatta all’azione di difesa dei lavoratori. Anche perché il lavoro post-fordista è organizzato in modo tale da mettere i lavoratori (consumatori) in competizione individuale tra loro. Il che rende difficile e obsoleta qualunque strategia basata su forme di mobilitazione che abbiano bisogno del concetto di “classe” per generare la coscienza di un interesse comune.
Ma per Bellucci e Cini, l’economia della conoscenza sta facendo emergere diverse forme di collaborazione e condivisione che si possono interpretare come alternativa almeno potenziale al capitalismo.
Al di là delle radici culturali del saggio e delle sue finalità, la lucidità della ricostruzione delle linee generali del dibattito sull’economia della conoscenza fa del libro una bella lettura anche per chi non sia particolarmente orientato politicamente.
Sta di fatto che il punto politico è rilevante e originale. Di fatto, i partiti di sinistra sembrano un po’ in difficoltà nell’elaborazione di una strategia che li candidi a rappresentare non solo i valori culturali (che tendono ad essere “dati” perché di origine territoriale o soggettiva) ma anche gli interessi di quel nuovo genere di lavoratori che emerge con la smaterializzazione del processo produttivo del valore. Anche perché quegli stessi lavoratori faticano a riconoscere esattamente in che cosa li potrebbe favorire una fazione politica che sembra tradizionalmente orientata a occuparsi dei lavoratori in base al tipo di contratto che hanno più che al tipo di lavoro che fanno, una fazione che pensa al loro status normativo (di dipendenti o professionisti o nei casi più moderni “partite iva”) piuttosto che alla loro identità sociale ed economica più complessa e a quello che potrebbe dare alla società.
Il valore del libro di Bellucci e Cini è nell’intuizione che la collaborazione emergente tra le persone in rete si possa tradurre in una forma di dichiarazione di ciò che i lavoratori dell’economia della conoscenza potrebbero dare alla società. 
Anche se resta da chiarire meglio in base a quale insieme di concetti essi potranno ricreare per se e per il loro entourage la consapevolezza di poter avere qualcosa in comune non solo al livello di community online ma anche nella dimensione territoriale che resta ancora fondamentale per le aggregazioni politiche.
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Alcuni libri che ho in mano                Impressioni mentre leggo

Claudio Cerasa
La presa di Roma
Rizzoli – Bur

Pietro Greco 
Nico Pitrelli 
Scienza e media
Codice Edizioni

Che cosa è successo a Roma
prima, durante e dopo la conquista
del governo da parte della destra?

La comunicazione è ormai parte integrante
integrante della pratica della ricerca
scientifica. E ne condiziona le prospettive.

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Le puntate precedenti di questa specie di “rubrica”…
Miseria del millennio (22 novembre 2009)
Che cos’è la coscienza (15 novembre 2009)
Pirati e designer (11 ottobre 2009)
Scrivere la musica (6 settembre 2009)
L’arte dell’artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L’imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l’intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L’indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L’arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L’arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008) />Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa – 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L’Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L’organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L’identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l’incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L’organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell’autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l’identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)

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Scrivono di libri: Clelia Mazzini (Akatalēpsìa), Luisa Carrada (Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d’Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio. E… VibrisseLipperaturaLitteratitudineWittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di LetturaPenna e mouseBookrepublicLa FrustaZamBooksblog. E MilanoNera. E Sottotomo… BooksWebTvPalagniacAmalteoCarmilla onlineAntonio Genna. E Nazione indiana.


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In libreriaEconomia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltreFeltrinelli

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L’epoca delle campagne crossmediali

Una forma di relazione cooperativa tra giornali tradizionali e nuovi media sociali sembra crescere intorno ad alcune campagne di sensibilizzazione sociale e culturale. I casi della campagna per la liberazione del wi-fi in Italia, le varie raccolte di firme (come quella contro il processo breve) di Repubblica, l’Internet for peace (Riccardo) sono alcuni esempi, seppure diversi e accolti diversamente dalla blogosfera (vedi per esempio Simone e Iabicus). 

E’ una dimostrazione della possibilità di una relazione più costruttiva tra vecchi e nuovi media. Che potrebbe essere sviluppata.

Readings #8 – Coscienza, media, Pil

«Questi sono i miei principi. Se non vi piacciono ne ho altri» diceva Marx, nel senso di Groucho. Pare che questo marxismo abbia vinto, grazie alla strategia della disattenzione e al minestrone mediatico. Uno sguardo nuovo è possibile? La discussione sulle metriche che utilizziamo per valutare come stiamo è uno dei filoni di ricerca in questo senso. Su Les Echos il resoconto di un dibattito in materia.

Il concetto di coscienza ha generato un dibattito molto complicato. Il lato morale o forse del “super-io” si è trovato minoritario rispetto al lato che riguarda il rapporto tra coscienza e inconscio. Il libro di Humphrey lavora intorno all’idea di presente soggettivo. Stanislas Dehaene dà conto dei risultati dei suoi esperimenti e del suo processo di teorizzazione. Ovviamente, l’osservazione mostra che la circolazione dei “pensieri” non è lineare.
Non c’è un osservatorio sulle trasformazioni dei media che non dia conto dell’enorme crescita del ruolo di internet nell’accesso alla conoscenza. Ecco Mediawatch.

Pubblici misteri su YouTube

I pubblici ministeri che hanno preso posizione sul tema della rimozione di un video offensivo contro i disabili hanno scelto un argomento inequivocabilmente sensibile per l’opinione pubblica. Ma non hanno definito pienamente il problema. E poiché Ninja chiede un’opinione, ci si può tornare.

Il video è offensivo? Lo può stabilire soltanto un giudice. Qualcuno lo ha pubblicato usando le funzioni di una piattaforma. I gestori della piattaforma lo rimuovono se glielo chiede qualcuno che ha l’autorità per giudicare illegale quel video. Non intervengono a giudicare il contenuto, a meno che non sia stata stabilita una precisa normativa. Perché non fanno il giudice. Proprio per questo esistono i pm: fare in modo che sia rispettata la legge. E quando sono loro a intervenire, la piattaforma si affretta a eseguire. Mi pare semplice.

Richiedere che siano le piattaforme a fare i giudici è una rinuncia dei giudici a fare il loro mestiere. Ed è praticamente impossibile.

Insomma. O c’è una legge che dice che cosa il gestore della piattaforma deve fare, o non c’è. Se non c’è e un’illegalità è commessa su una piattaforma interviene l’autorità giudiziaria e prende una decisione.

Questo non impedisce di solidarizzare con l’associazione Vivi Down che ha giustamente ottenuto la decisione di rimozione del video.

Opinioni ben più circostanziate in materia:

Vittorio Zambardino su Repubblica

Anna Masera sulla Stampa

Internazionale

Corriere della Sera

Short message strike

Altroconsumo dice che la decisione dell’Agcom in materia di sms è per lo meno ambigua. I prezzi in Itaila restano molto alti. E Facciamocisentire continua la sua protesta chiedendo lo sciopero degli sms.

Agcom dice che invece con la sua decisione i consumatori possono aspettarsi prezzi degli sms in linea con quelli europei.

I consumatori dovranno attivarsi per ottenere gli eventuali vantaggi della tariffazione al secondo.

L’agenda di Kroes

Neelie Kroes è il nuovo commissario europeo all’Agenda digitale (ex portafoglio Tlc e Società dell’informazione) in sostituzione di Viviane Reding. Kroes era all’antitrust dove aveva lavorato ai dossier Microsoft e Sun-Oracle. In questo momento, il suo sito non è aggiornato. (Per chi ne sorridesse in base a una sorta di hubris internettara vale la pena di osservare che in questo momento non è aggiornata neppure wikipedia).

Dolcetto scherzetto

I cookies vanno bene anche all’Europa. E quindi gli utenti non avranno il diritto di accettarli prima che vengano installati sui loro browser (il che avrebbe comportato una finestra pop-up aperta ogni volta che i cookies avessero chiesto il permesso di entrare). Iab soddisfatta.

Microwebtv

Giampaolo Colletti ha scoperto decine di web tv iperlocali un po’ dappertutto in Italia, ne ha parlato su Nòva per anni ed è riuscito ad avviare un’iniziativa associativa molto rilevante. E’ una bella cosa. Altratv.

Coraggio blogosfera

Se si vuole trovare facile consenso in Italia, basta fare una bella lamentazione: ben scritta, ben sintetizzata in uno slogan, proposta con buona scelta di tempo. Ma alla fine non ci porta molto avanti. L’informazione equilibrata sa mettere insieme i fatti, la diversità delle opinioni, una critica di quello che non funziona e un’agenda costruttiva di quello che si può fare. E direi che l’obiettivo di una rivoluzione dell’informazione in Italia non sarebbe tanto quello di avere più critica, quanto avere più equilibrio, attenzione, consapevolezza che il nostro futuro dipende da quanto siamo capaci di fare in base a quanto siamo capaci di capire. Ma vabbè: metto queste considerazioni generali in piccolo perché si possono anche saltare.

Meno male, dunque, che proprio mentre si spegne lentamente il dibattito sulla “blogosfera molle” arrivi la giusta proposta sulla liberazione del wi-fi, sostenuta dagli stessi media sociali in modo molto efficace. Si annuncia una dimostrazione di critica costruttiva della blogosfera (che evidentemente, almeno a fiammate, non è poi tanto molle).

La riflessione sulla forza dell’impatto dei nuovi media sociali sulla capacità della società italiana di costruire una visione critica, costruttiva, coraggiosa dell’epoca che viviamo è necessaria. Ma è importante anche tirarne fuori qualcosa di propositivo.

I temi si dimostrano molto diversi. Difficile tenerne traccia ordinatamente.

C’è un approccio cinico che genera una domanda del tiop: “se l’intera società italiana non è capace di critica costruttiva, come può farlo la blogofera?” La risposta può essere: “eh, già”, oppure “è proprio dalla novità della blogofera e della microblosfera che può partire un rinnovamento, ma bisogna imparare dall’esperienza”.

Imparare dall’esperienza significa abbandonare l’ingenuità di un puro e semplice approccio tecno del tipo: “le nuove piattaforme sono tanto liberatorie che l’innovazione verrà fuori per forza, perché nella quantità enorme di informazioni generate dagli utenti ci saranno anche quelle che migliorano l’informazione nel suo complesso”. Questo approccio non funziona perché se è vero che nella grande quantità di informazione c’è anche quella buona, è anche vero che non è per tutti facile trovarla e che comunque si infiltra anche l’informazione cattiva. Anzi, per la verità, chi punta sulla strategia della disattenzione è perfettamente in grado di estenderla anche sui media sociali.

Probabilmente le piattaforme e le soluzioni tecniche non sono la risposta al problema di migliorare l’efficacia culturale dei media sociali. Perché naturalmente questa dipende molto di più dalle persone. Ma è anche vero che le regole implicite – tecniche – con le quali le piattaforme e i servizi di aggregazione sono organizzati contengono elementi incentivanti che possono valorizzare comportamenti costruttivi o alimentare forme di competizione distruttiva. Un punto di riflessione è dunque: possiamo pensare a regole implicite più intelligenti di quelle attuali? Può darsi.

Uno dei problemi più belli in questo senso è come si può migliorare la valorizzazione dei contributi che contengono più ricerca, più informazione nuova e verificata, più apertura culturale? Sembra impossibile. Ma in certi contesti è stato affrontato. Anche se oggi il problema va posto in modo totalmente diverso, ci sono state epoche e territori in cui la qualità culturale è stata in qualche modo notata e valorizzata da sistemi incentivanti intelligenti. Un contributo di avanzamento culturale, in questo senso, è stato prodotto da alcune regole implicite nell’università originaria medievale (quella che nasceva istituzionalmente come territorio intellettuale libero dai condizionamenti del papato e dell’impero). E un contributo di avanzamento culturale derivò in seguito dal mecenatismo, rinascimentale (politico e mercantile). Altri esempi spesso emergono dalle logiche delle fondazioni statunitensi o nei sistemi museali innovativi o nei network culturali (tipo enciclopedisti, impressionisti, e chi più ne ha più ne metta…). Ci mancherebbe: si possono citare e discutere mille di questi esempi. Ma in tutti ci sarà sempre una qualche regola incentivante che ha aggregato un movimento culturale e lo ha portato a migliorarsi qualitativamente. Perché non potremmo pensare a qualcosa del genere anche per il mondo dei media sociali? E’ il lancio di una palla lunga, mi rendo conto. Ma perché no? Questo sarebbe il primo caso di movimento culturale nel quale ciascuno può pensare quello che vuole: perché non sarebbe orientato a definire i contenuti, ma a valorizzare il modo trasparente e aperto con il quale vengono generati e condivisi. Senza imporre niente a nessuno. Ma gratificando in modo non competitivo l’impegno culturale che ciascuno decide di regalare agli altri.

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Reminder sul dibattito relativo alla blogosfera molle:
Molte reazioni al pezzo di Giuseppe… A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d’uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l’avanguardia. Pasteris lo cita. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l’arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d’occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.
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