Non sarebbe un dibattito molto appassionante (e forse non lo è comunque) se non fosse per il fatto che la semplicità della questione viene continuamente complicata da confusioni di ruoli e di preoccupazioni tra editori e giornalisti. Inoltre, qualche eccezione alla regola c'è.
Sicché non mancano i motivi per tornare sull'argomento.
Gli editori non vendono le notizie ma il supporto che consente l'accesso alle notizie. Le notizie (o meglio i servizio di produrre le notizie) le vendono i giornalisti, di solito agli editori che poi fanno pagare l'accesso. Esistono editori che vendono le notizie (con il diritto di ripubblicarle): sono le agenzie. E gli editori che tentano di diventare agenzie per nuove forme di trasmissione delle notizie (siti di banche ecc ecc). Allo stesso modo esistono giornalisti che vendono il servizio di produzione delle notizie direttamente al pubblico (newsletter ecc ecc) o che costruiscono il loro "giornale" e lo fanno vivere di pubblicità (alcuni blogger specializzati ci sono riusciti eccome). In generale, però, la situazione standard è diversa. Può essere che sia proprio lo standard ad essere in crisi.
I giornalisti che si fanno imprenditori sono il tema di un pezzo interessante di Journalism. La questione è: possono i giornalisti-imprenditori mantenere ben chiara la distinzione tra i due ruoli? In altre parole: possono essere "indipendenti"? Forse è un falso problema: perché anche nell'editoria tradizionale i conflitti di interesse sono possibili e latenti. La questione è dunque come trasformare il livello di indipendenza in qualcosa di davvero riconoscibile, trasparente, dimostrabile. Non può essere impossibile.
La relazione degli editori con i motori di ricerca è altrettanto intricata. Il modello della pubblicità online che va per la maggiore è quello che tratta gli articoli come singoli item di informazione non necessariamente all'interno di un contenitore giornalistico: la pubblicità si aggrega di preferenza all'argomento dell'articolo non alla testata che lo ha pubblicato. D'altra parte la testata è una sorta di generatore di credibilità del quale il motore e la pubblicità hanno bisogno. Non per nulla Eric Pfanner ha l'impressione che Google e Murdoch abbiano bisogno l'uno dell'altro.
Intanto, nascono ogni giorno nuovi modelli. Demand Media paga una ventina di dollari a pezzo a chi risponde alle sue richieste di articoli che rivende in molti modi a diversissimi interlocutori che li vogliono comprare.
I modelli di business sono in movimento. La qualità necessaria è diversa a seconda dei contesti. Non è facile pensare che una soluzione standard sia possibile. E' sempre più chiaro che il nuovo sistema sarà la somma di tante soluzioni particolari. Tante.
Alla luce di questo, un pezzo di David Carr aiuta a rimettere in circolazione qualche speranza. I giovani che arrivano alla professione, sono da sempre carichi di voglia di "cambiare il mondo" raccontando la verità. E poi si smorzano nel corso della lunga trafila che li dovrebbe portare a lavorare nel giornalismo degli editori tradizionali. Ora, dice Carr, quegli stessi giovani hanno molti modi per sviluppare la loro voglia di contribuire e tutti gli strumenti che lo rendono possibile. Il futuro può essere duro per gli editori tradizionali. E per i giornalisti tradizionali. Ma non è necessariamente chiuso per i giovani. (David Carr su New York Times).
















Gli occhi sulla nuca: non si va lontano e si crede ( si fa credere ? ) di andare avanti.
Bisogna sempre ricordare chi è a governarci e dunque a prendere le decisioni che dovrebbero massimizzare il benessere pubblico. Le principali entrate del presidente del consiglio provengono da mediaset e publitalia 80. La prima, come tutti sanno, si occupa di produzione e distribuzione televisiva in libera visione e fattura 4,2 miliardi di euro l'anno. La seconda è una concessionaria per la raccolta pubblicitaria per la televisione (prima in Europa per fatturato, circa 3 miliardi) e detiene oltre il 60 per cento del mercato pubblicitario italiano. (Publitalia ha creato una concessionaria che si occupi della raccolta della pubblicità on line, ma solo qualche giorno fa e risulterà operativa solo dal 2010).
Oggi internet anche grazie all'avvento di socialnetwork come facebook è diventato anche in Italia un valido concorrente nella sfida per l'attenzione del pubblico, risulta dunque evidente come un ampliamento o un miglioramento dell'infrastruttura che consente connessioni a banda larga non venga visto come una priorità da chi deve guardare alla rete come si guarda ad un concorrente, quantomeno sul piano economico, tralasciando per ora quello politico.
La Federazione delle concessionarie di pubblicità online - Assointernet, grazie al suo presidente Carlo Poss, ha recentemente espresso un grande e chiaro dissenso per la scelta di abbandonare l'investimento di 800 milioni; purtroppo pero' nessun media, eccetto La Repubblica ed alcuni blog (tra cui questo) ne ha ripreso e commentato la notizia.
Non avendo quindi visibilità mediatica, il dissenso del mondo web rimane più o meno noto ad un ristretto pubblico.
beautiful ^_^
Che la banda larga sia un investimento che possa portare vantaggi al paese, nulla questio, ma non sarà quest'infrastruttura che farà aumentare il numero di utenti internet, e per due ragioni:
1) la maggior parte della popolazione italica non ha sufficiente scolarità.
2) l'accesso a Internet costa troppo per la famiglia media italica.
Per quanto riguarda la pubblicità che finisce sopratutto in TV, questo è funzione dei due fatti precedenti:
la TV non richiede scolarità e, sopratutto, è gratuita.
Caro Luca,
a volte trovo divertente andare a guardare l'etimologia delle parole. Si possono trovare i significati dei vocaboli in uso, ci si puo' sorprendere dei loro significati nascosti, oppure se ne rintraccia la storia e si interpreta la societa' che li usava.
Investimento e' parente stretto di "vestire" ed era inteso come addobbare, coprire d'ornamenti (http://www.etimo.it/?term=investire&find=Cerca), in questo "investimento" ed "investitura" erano perfetti sinonimi. Il significato di investimento come "denaro utilizzato per produrre profitto" a quanto pare nasce solo nel 17 secolo in connessione col commercio verso le "indie orientali" (http://www.etymonline.com/index.phpsearch=invest&searchmode=none).
L'investitura permetteva ai prescelti di acquisire meriti grazie ai titoli; l'investimento consentiva ai meritevoli di far fruttare i titoli ricevuti.
Oggi, temo che l'investimento sia tornato ad essere un'investitura.
All''opportunita' strategica di alcune scelte, perfettamente logica e razionale, spesso si preferisce la discrezionalita' illogica e irrazionale dei potenti. Mi viene in mente la risposta di un funzionario ministeriale alla richiesta di adottare una strategia nel suo campo di azione: "A strateggia nun se ppo' ffa'... pe 'ttanti motivi".
Ciao Luca, ti segnalo questa intervista di Giacomo Dotta: http://www.dariosalvelli.com/2009/10/un-laptop-per-alunno
E' un vero peccato.
Un'altra occasione persa.
E' un po' come conservare le medicine per quando uno sarà guarito.