Specializzazioni ad assetto variabile

Chissà perché, in certi giorni, si discute dello stesso argomento con diverse persone senza che apparentemente ci sia un collegamento. Oggi è stata la volta di specializzazione e interdisciplinarietà.

Domani esce un bel servizio di Ventiquattro sull’interdisciplinarietà (la url arriverà appunto domani). C’è in preparazione un convegno che discuterà l’importanza della specializzazione. E la progettazione del prossimo numero di Nòva è stata come sempre una discussione sui confini mobili tra gli argomenti.

Si direbbe che esistano almeno due tipi di specializzazioni.

Le specializzazioni esclusive, quelle fatte da chi considera la propria materia un feudo da difendere. E le specializzazioni inclusive, quelle che sono portate avanti da chi conosce bene un argomento e non cessa di linkarlo ad altri.

Le specializzazioni esclusive sono proprie dell’epoca delle gerarchie: tutti competono per risorse culturali ed economiche scarse, e chi riesce a conquistare una posizione tende a costruire una muraglia per difenderla. Le specializzazioni inclusive sono proprie dell’epoca della rete: risorse culturali abbondanti, necessità di collegare gli argomenti, libertà di ridefinizione dei confini intellettuali tra le discipline.

Oggi, in piena crisi di risorse economiche ma in piena abbondanza di risorse culturali, si assiste a una scissione tra la pratica della difesa delle professioni intellettuali e la dinamica dell’avanzamento intellettuale. La prima è delegittimata dalla seconda: perché è chiaro che la difesa professionale non corrisponde alla qualità delle idee. Nel giornalismo e in un sacco di altri ambienti. Imho.

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5 Commenti su “Specializzazioni ad assetto variabile

  1. Anche perché i tempi delle discussioni cambiano: nel giornalismo, nella ricerca scientifica e altrove. I commenti arrivano durante la giornata, acquistano valore se aggiungi continuamente valore, è un flusso costante. Non c’è più bisogno di aspettare la pubblicazione di un articolo o di uno studio. La capacità di condividere, diffondere e far salire nell’agenda (delle decisioni e dell’attenzione) le idee diventa più importante che averne l’esclusiva (il valore d’uso supera il valore di scambio?). E questo pone un questioni legate alla verità e alla credibilità, ai confini con la politica. Ma è un’altra storia.

  2. Facendo un’analogia con gli ecosistemi naturali, esistono specie perfettamente adattate alla loro nicchia ecologica. Questo va bene nei periodi in cui non avvengono grossi cambiamenti nell’habitat ma nel momento in cui vi sono trasformazioni profonde nell’ecosistema, causate da forti spinte esterne, queste specie tendono a soccombere, soppiantate da altre che sono riuscite ad adattarsi perché più “flessibili” e perché meglio riescono a “interpretare” il cambiamento.
    Le specializzazioni inclusive (o collaborative) riescono a ridefinire se stesse attraverso lo scambio, permettendo al loro “ospite” di sopravvivere e trarre vantaggio dal cambiamento.

  3. La specializzazione esclusiva è tendenzialmente più complessa (e debole), imho. Nell’epoca della società della conoscenza deve essere sempre più focalizzata, altrimenti non è, rischia di essere travolta dalla ricchezza dell’ecosistema (bello l’esempio, Federico). Nelle professioni, poi, è retrogada, perché spesso si limita a perimetrare lo status, non le competenze.
    Personalmente preferisco chi lavora sulla frontiera tra sistemi di competenze, e quindi, per definizione deve essere inclusivo

  4. Concordo Luca,
    chi si occupa professionalmente di web non può più prescindere da una visione olistica.
    Non amo certo il fritto misto degli esperti di tutto.
    Penso infatti che una fortissima specializzazione debba essere supportata da una visione generale superiore (olistica) che comprenda tanti altri aspetti dell’online.
    A SMAU infatti ricordavo che la progettazione per il web che tenga conto degli aspetti prettamente tecnologici degli script non possa essere dissociata né dagli aspetti sociali/etici, né da quelli economici né tantomeno da quelli di business.
    Da tempo infatti non parlo più di “web site” ma di “web projet”, anche per i piccoli e (apparentemente) ignari clienti.

  5. Finchè si condividono conoscenze tecniche e teoriche, siamo tutti d’accordo, ma ormai da un pezzo. il problema nasce quando si pone l’esigenza di condividere conoscenze economico-sociali: clienti, mercati, progetti, fonti di risorse, fornitori. Solo la liberazione delle informazioni di mercato in senso stretto porterà ad un ambiente intellettuale e imprenditoriale vivace e vivo.

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