September 2009 Archives

Raccolta frasi intelligenti, please

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Immaginate la scena. Domani, a parlare del futuro del giornalismo, in un convegno organizzato dall'Ordine, mi froverò insieme a colleghi preoccupati e speranzosi, attirati anche dalla presenza di alcuni dei più importanti direttori dei quotidiani italiani. Come ci si può esprimere in una situazione simile senza suscitare irritazione, senza dire banalità e senza andare oltre i limiti di quanto è davvero utile alla costruzione di un futuro intelligente per il giornalismo al servizio della società? Questa è una chiamata a raccolta: con quale frase sarà meglio cominciare? :)

Pirati anche in Australia

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Si sta formando un partito di pirati anche in Australia. Dopo il successo svedese e il 2% raccolto alle recenti elezioni tedesche, questo genere di partito sembra farsi largo.

Leistungsschutzrecht a mezzo di KulturFlatrate

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Lsdi segnala la proposta tedesca di un'addizionale da pagare per ogni computer collegato alla rete destinata a sostenere il fatturato dell'editoria cartacea di qualità. Pare dunque che in Germania si sappia che cos'è la l'editoria di qualità. Per noi invece il concetto di leistungsschutzrecht resta piuttosto oscuro.

Non profit journalism

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Secondo Newsosaur, dopo mille difficoltà, sta davvero decollando il non profit journalism. Il giornalismo sostenuto con le donazioni.

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Intanto, da queste parti si discute di:


Shirky e gli editori
Le Monde, Le Figaro, Médiapart
Giornali da non credere
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Android è open?

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Secondo Michael Klurfeld di Techgeist, Android non è poi tanto open source. Le valutazioni in materia stanno diventando labirintiche.

Chi fa il tifo per la crisi

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Di sicuro, non fanno il tifo per la crisi i 984.286 disoccupati che si sono registrati dall'agosto 2008 al luglio 2009. Sole. Repubblica.

Sinistra sinistra

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La Germania vota a destra. La Francia lo fa da tempo immemorabile. Il Regno Unito forse lo farà alla prossima occasione. Si fa qualche ragionamento tipo: il messaggio della sinistra è in crisi in tanti posti, anche dove non c'è una destra che possiede i media (che dunque sono meno importanti di quanto non si creda).

Sarà. Non pretendo di capire la politica. Ma a me pare che la sinistra abbia vinto in America. E che le destre francese e tedesca siano parecchio diverse. Il punto è che la politica comparata si fa sui sistemi politici, non sulle assonanze tra i nomi dei partiti o sulle loro collocazioni relative. Temo che invece la capacità di conquistare l'agenda sia ovunque decisiva per i candidati. E lo si può fare con un messaggio migliore di quello degli avversari. Oppure in altro modo.

Ghezzi, Galimberti, Erice e la specie mutante

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Il paragone della giornata, pensando all'ambiente.. La specie umana è come una specie di batteri che uccide il proprio ospite. E allora muore anch'essa. A meno che non evolva attraverso una mutazione che la trasformi da parassita in simbionte. Ma mentre per i batteri la mutazione non è che genetica, per gli umani è anche e soprattutto culturale. E i pensatori o gli artisti che provocano mutazioni culturali sono la salvezza dell'umanità.

umberto Galimberti ha apprezzato il paragone. Lui del resto aveva detto: l'umanità è ospite, non dominatore, della natura. Ghezzi non sa del paragone, ma lo incarna. Con il suo "Vento del cinema" di Procida, può provocare feconde mutazioni. Oggi ha presentato La Morte Rouge, di Victor Erice, ed è stato una meraviglia.

Educa

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Oggi a Rovereto c'è Educa. Argomento decisivo. L'investimento più importante di tutti, quello che riguarda l'educazione dei ragazzi. E di tutti, in fondo.


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Intanto, vista la confusione di html che è uscita con i due post precedenti, riporto
qui i temi in discussione:


Shirky e gli editori
Le Monde, Le Figaro, Médiapart
Il giornalismo migliora (secondo i giornalisti)
Giornali da non credere
Tutti parlano di FastFlip
Il problema è chiaro
Intanto, l'audience in calo dell'informazione troppo gerarchizzata si dimostra da sola
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Dopo il post che analizzava la proposta di CarloDe Benedetti di dare una quota di quanto gli utenti pagano per l'Adsl ai quotidiani c'è stata una notevole discussione. A tratti satirica, generalmente critica. Alcuni approvano. Ecco alcuni blog che hanno commentato. Luca BonesiniAntonio DiniPenne Digitali. Ed ecco i commenti (su questo blog, su Facebook e su FriendFeed):
E quest'obolo come lo chiamiamo? Perché la chiesa cattolica non dovrebbe chiedere l'8 per mille sull'ADSL? Perché noi blogger non dovremmo chiedere la nostra fett(ina)? E perché non darne un tot alla ricerca scientifica o alla fame nel mondo?

De Benedetti pensi a trovare un modello di business online funzionante e smetta di pensare a trasferimenti dallo Stato che tanto gratta gratta sempre quello vogliono i nostri imprenditori. Perché, la butto lì, il gruppo l'Espresso non è capace di entrare nel mercato delle ADSL? Scommetto che se domani arriva a una quota rilevante di mercato poi non ha più voglia di cederne un po' all'Eco di Bergamo o al Manifesto.

La verità vera (ci ho scritto un capitolo intero) è che i giornali perdono dagli anni '60 ininterrottamente e Internet ha rappresentato al massimo un'accelerazione. Quindi pensassero a rifondarsi riprendendo a guardare ad essere leali verso i lettori e non solo ai politici e agli sponsor...

Visto che ho appreso questa sorprendente notizia dal blog di De Biase e non dal sito del Sole 24 Ore, mi chiedo a chi dovrebbe andare la quota del prezzo dell'ADSL.

Una sorta di canone Rai versione web. E' autoevidente che i provider si rifarebbero dell'intera quota sull'utenza, così come ha fatto Murdoch con l'aumento dell'Iva a Sky. Ci troveremmo quindi a pagare una percentuale in più per un servizio non richiesto: io, per esempio, i quotidiani ITALIANI online (mi peerdoni il buon Luca) li clicco sì e no una volta ogni tanto. Se in cambio mi chiedessero un centesimo, smetterei di cliccarli del tutto. Con la coscienza totalmente pulita. Già pagare il canone Rai mi fa girare gli zebedei, per gli evidenti motivi che tutti sappiamo, pure quast'altro balzello devo aspettarmi? Poi, si spalancherebbe un portone dove, a buona ragione, chiederebbero di passare le majors discografiche e musicali, i produttori di videogames, le case di software. E perché no, i produttori di materiale porno che sono un traino ben più forte delle news di De Benedetti?
Alla fine della giostra, quanto verrebbe a costare una connessione Adsl? Torneremmo tutti al doppino a 56k. Il che, magari, scopriremmo essere pure un bene: si tornerebbe a considerare Internet come un servizio utile, da sfruttare solo quando serve.

Ho sentito che i sindaci delle principali località balneari,letta la brillante proposta dell'Ingegnere, pretendono ora che Società Autostrade, Trenitalia, Alitalia, oltre che ad IP, Erg ecc. gli destinino una quota dei ricavi poichè evidentemente guadagnano sulla gente che deicide di andare al mare e sul lavoro degli abitanti della costa...Da come parla De Benedetti sembra che i tre milioni di visitatori unici che quotidianamente finiscono su Repubblica.it rappresentino un problema e non un'opportunità.

Le fonti di quel 30%?

E comunque: tassare gli utenti di un'infrastruttura per sovvenzionare servizi che non riescono ad utilizzare con profitto l'infrastruttura stessa ai danni dei servizi che invece ci riescono?

mi sembra una provocazione, piu' che una idea... ci sono modelli di business alternativi molto piu' onesti e coerenti con il rapporto valore generato -- utenza.
per esempio, perche' non fare pagare il giornale con una subscription fee ragionevole, differenzaiando l'offerta tra versione a pagamento e versione gratuita. banalita'?
Del resto, non e' vero che il pubblico su internet dirotta sempre verso la soluzione A GRATIS. qualita' e serieta' del servizio offerto vengono sempre ricompensate. ma questi estimatori del libero mercato fanno orecchio da mercante (sovvenzionato)

Ha senso quello che dice De Benedetti. Certo, l'equazione: giornali stampati-giornali resi = lettori migrati su internet, mi sembra un po' forzata, e sicuramente dovrebbe tener conto di variabili e parametri che la rendano più complessa... Un dubbio, però, mi viene spontaneo; da uomo della strada: visto che l'Adsl consente di scroccare senza dover andare fino all'edicola, e quindi si configura come un servizio da far pagare all'utente finale, non è che i 20 euro (in media) attuali lieviteranno di quella quantità tale che tlc, o chi altri nel mercato, non vorranno accollarsi? Poi: a quel punto, i quotidiani saranno soltanto gratuiti (introiti da adsl + pubblicità), e tutti si metteranno a fare i quotidiani on-line... Tutti. La qualità? Certo, i peggiori siti d'informazione avranno un traffico scarso che non ne giustificherà la presenza, ma sarà comunque un far west...

Quella di De Benedetti mi sembra una soluzione con la quale fare soldini facili e immediati per recuperare quello che si sta perdendo con il pauroso calo di pubblicità. La soluzione, invece, andrebbe trovata negli investimenti in innovazione.

Mi chiedo, ancora: come verranno divisi questi soldini? Saranno dati soltanto ai giornali e alle televisioni ? - perché le tv non dovrebbero pretenderli? - E un bloger ne avrebbe diritto, visto che lo stato pretende una registrazione presso il tribunale della sua attività di informazione? Non si ribellerà qualunque altra attività, quel 70%, che su internet genera traffico? Youtube che male ha fatto...? Allora si procederà a una suddivisione dei proventi (tassa?) adsl proporzionale al traffico generato?

Come tu dici, andrebbero premiate le idee virtuose; gli imprenditori che investono in innovazione. La carta sono alberi tagliati... I quotidiani, a pagamento o free press, sono un costo sociale non da poco per quanto riguarda smaltimento ed eco-danni. Il loro posto è davvero solo su internet, visto che c'è la tecnologia e gli unici dati di aumento di pubblicità riguardano...

Allora incentiviamo questo passaggio epocale (con soldi pubblici e varie tassine...) trovando soluzioni tecnologiche che coinvolgono tutti i nuovi supporti mediatici, e per chi non ci capisce un'acca di internet ed è in ritardo sulle nuove tecnologie, utilizzando la televisione (Ormai a 42, 50 e passa pollici, al plasma e altri schermi, che anche un 90enne può leggere agevolmente... Magari, utilizzando un semplice telecomando a 3 pulsanti e basta...). Il televideo ha fatto epoca.

Basta soldi facili, ma idee idee vincenti ed ecosostenibili. Allora sono disposto a dare, direttamente o indirettamente, anche più di 2 euro dei miei soldi per essere informato (se la qualità non cala...).

Ah ah sono veramente alla frutta! ;)

Lo 0.1% della mia ADSL a te, Luca, che mi hai portato a conoscenza di questa notizia! Ah ah!

E lo 0.1% a twitter dove l'ho vista per la prima volta. Ah Ah!

E lo 0.01% twitter lo gira al tuo account twitter poiche' l'hai scritta tu su twitter. Ah Ah!

Ma in realta' io ho letto il tuo twitter del commento fatto da Gennaro e un 0.001% lo voglio dare anche a lui perche' in fin dei conti il pensiero originale l'ha avuto lui mentre il Sole24Ore non ha fatto altro che ricopiare una agenzia di stampa ... Ah ah!

Ah ... io uso una connessione ad Internet (diritto all'accesso all'informazione come diritto basico!) offerta gratuitamente dal comune, quindi io tecnicamente pago 0 euro.

Beh 0.1% di 0 e', se non erro, 0 euro. E via zerando ... ;)

Ah ah ah

Ok. Ok. Idea attaccabilissima. Addirittura risibile, come suggerisce bene il commento di Paolo. Una sola considerazione a favore: ad oggi e da sempre gli unici che guadagnano veramente sono i carrier che sfruttanoo il traffico generato esclusivamente da contenuti di terzi. Che gli editori tradizionali siano risibili nel loro tentativo di sopravvivere, dopo sottovalutato se non addirittura contato sul fattore "kill the cat" stile minitel, è indubbio. Che non sia più possibile che migliaia di editori online siano strozzati nel vuoto del "gratis" e debbano sottostare ai ricatti di Google Adds è una dato incontrovertibile.
Siamo poi così certi che un meccanismo come quello della famigerata SIAE, certo rivisitato per l'occasione, e, appunto, finanziato dai carrier non potrebbe essere un aiuto credibile?
My 2 cents.



Marco Rubino
Marco Rubino
è una buona proposta!
Ieri alle 16.59 · Elimina
Renato Sartini
Renato Sartini
vado a leggere...
Ieri alle 17.11 · Elimina
Juan Carlos De Martin
Juan Carlos De Martin
Bella la tua analisi, Luca. Io pero' chioserei che prima di chiedere nuovi soldi sarebbe forse il caso di ripensare da zero i 700 milioni di euro di soldi pubblici dati a fondo perduto all'editoria con criteri spesso molto discutibili.
Ieri alle 17.14 · Elimina
Francesco Sullo
Francesco Sullo
Mi suona male. A voler essere onesti bisognerebbe prendere una parte dell'abbonamento ADSL e dividerlo fra tutti i produttori di contenuti, giornali o blog che siano. In fondo il *lavoro* è il medesimo.
Ieri alle 17.29 · Elimina
Daniele Salvaggio
Daniele Salvaggio
Lo tzunami del digitale sta arrivando anche nei media...la musica in questo senso può davvero rappresentare una case history interessante, è l'unica realtà al momento che ha saputo trovare una risposta legale
Ieri alle 17.31 · Elimina
Davide Ferrari
Davide Ferrari
è accanimento terapeutico su di un moribondo. Una proposta simile a tassare i CD vergini con la presunzione che servano a ledere i diritti d'autore.
Ieri alle 17.33 · Elimina
Alessandro Nasini
Alessandro Nasini
ma per favore! sembra la storia del bollino siae sui cd vergini...
Ieri alle 17.34 · Elimina
Agnese Vardanega
Agnese Vardanega
ma andiamo! dovranno passare sul mio cadavere per estirparmi i soldi dal portafogli ...
Ieri alle 19.21 · Elimina
Rachele Gonnelli
Rachele Gonnelli
free Internet e per noi vada come deve andare
Ieri alle 19.24 · Elimina
Francesco Sullo
Francesco Sullo
La stampa deve semplicemente recuperare una dignità ed un valore, dopodiché la gente sceglierà di spendere per seguirla. Fintanto che fanno tutti avanti a forza di notizi d'agenzia, perché mai si dovrebbe pagare per avere sempre la stessa brodaglia?
Ieri alle 19.26 · Elimina
Giorgio Meletti
Giorgio Meletti
Diciamo che si va per tentativi... Poi se i giornali devono avere una parte della bolletta Adsl perché generano il 30% del traffico, quanto potrebbero pretendere quelli del restante 70%? Per esempio: i siti porno? E i produttori di musica e cinema che vengono scaricati? E le banche online? E le biglietterie elettroniche?
11 ore fa · Elimina
Luca De Biase
Luca De Biase
c'è questo commento al post segnalato sopra: 

By emilio raiteri on September 24, 2009 5:58 PM

Ho sentito che i sindaci delle principali località balneari,letta la brillante proposta dell'Ingegnere, pretendono ora che Società Autostrade, Trenitalia, Alitalia, oltre che ad IP, Erg ecc. gli destinino una quota dei ricavi poichè evidentemente guadagnano sulla gente che deicide di andare al mare e sul lavoro degli abitanti della costa...
11 ore fa · Elimina
Giorgio Meletti
Giorgio Meletti
Ah ecco... in realtà la logica è quella di finanziare i giornali con una tassa, tipo canone Rai: quello propongono di infilarlo nella bolletta elettrica, questo nella bolletta telefonica. Da qui la fantasia si sbizzarrisce: perché non devolvere una quota dei ticket sanitari alla Philip Morris e ai comuni di Langhirano, San Daniele e Felino (per tacere di Colonnata)?
11 ore fa · Elimina
Renato Sartini
Renato Sartini
@Meletti
E' quello che penso anche io, e che ho riportanto in una nota anche quì pubblicata. Un blogger con un elevato traffico di contatti (visto anche che lo stato vorrebbe che la sua attività d'informazione venisse registrata, alla pari di una testata, al tribunale...) non potrebbe pretendere di avere una giusta quota dei proventi (tassa?) sull'Adsl?
11 ore fa · Elimina
Luca De Biase
Luca De Biase
i blogger sanno che se vogliono essere "stampa" dovranno sottostare anche alle regole speciali della stampa, mentre se vogliono essere persone che si esprimono saranno libere sia degli obblighi che dei vantaggi...
9 ore fa · Elimina
Francesco Sullo
Francesco Sullo
Voglio precisare che quando si parla di qualcosa prelevato direttamente dall'ADSL che siamo tutti portati a pensare che per noi non cambi nulla. Ma ovviamente non è così perché il provider mica ci può rimettere. E di conseguenza saremo noi a pagare quel più. Pertanto preferisco pagare ciò che voglio io e non ciò che decidano gli altri.
9 ore fa · Elimina


ottimo. allora visto che io cliccando sui siti dei quotidiani genero revenue per loro, in base a questa logica (parola grossa) voglio anch'io la mia parte di grana ;) - vanz


non mi convince per nulla. Chi sono gli editori che ne dovrebbero beneficiare? Perché non fare lo stesso per musica e altri contenuti piratati? Chi stabilisce quanto? Il traffico fatto dall'estero? Non lo vedo praticabile - Luca Conti
a me pare un modo per aggirare il problema. una sorta di autotassazione per la sopravvivenza. - davide turi
non mi sembra corretto. e' come quando hanno aumentato il costo dei cd vergini perché si presupponeva che la più parte di qusti fosse utilizzata per fini illeciti. De Benedetti, che pure stimo, pensa purtroppo con una mentalità ancora vecchia e legata a vecchi schemi. Qui si cerca la pezza anziché progettare e ridefinire totalmente il business. Mi ricorda la situazione che Elserino Piol descriveva per la sua Olivetti degli anni '70, quella che ha preferito la macchina da scrivere elettronica al personal computer. Miopia del vincitore, la chiamava Piol. Anzi, la situazione è ben peggiore. ciao, zeno - zeno
io vedo la questione da un altro punto di vista: perché salvare i giornali (ma potrebbero essere le banche, la FIAT, Alitalia o qualunque azienda privata)? Se il loro modello di business è sostenibile si salveranno da soli. Se non lo è, l'evoluzione farà il suo corso. - Matteo
tanto l'80% del mercato ISP è direttamente o indirettametne in mano a telecom (che si mettano d'accordo tra loro, eventualmente). - gluca - [mini]marketing
Significa semplicemente replicare i criteri della Siae per la musica agli editori sul web. io invece aiuterei i giornalisti che vogliono mettere su una testata propria facilitando l'apertura di nuovi giornali. Pensa che pazzo che sono. -valentino spataro
@Valentino: io inizierei ad eliminare l'ordine dei giornalisti e le anacronistiche leggi italiane sulla stampa, più che altro. - Matteo
io spero si tratti di una provocazione... - Massimo MaxKava Cavazzini
bella l'analisi di Quintarelli sull'argomento. la domanda finale è: saremmo disposti a spendere 120€/mese per il collegamento internet? Mi sa che la soluzione sta da un'altra parte, micropagamenti? - franco aka Aiace
Mi sembra un'ottima idea! Ma mi spingerei più a fondo. Proseguendo su questo ragionamento, oltre a pagare gli editori per quel 30% di traffico, bisognerebbe anche ricompensare adeguatamente chi genera l'altro 70% dei contenuti che vengono visti. Di questi tempi direi che circa il 50% di questi contenuti sono generati da utenti (credo che la mia valutazione vale tanto quanto quella di de benedetti). Ovvero da noi stessi. Quindi se dobbiamo pagare 2 euro al mese per i quotidiani, mi aspetto di ricevere 3 euro al mese per i contenuti che genero. Non vedo l'ora di poter godere di questo euro di sconto. - Paolo Valdemarin
bravo Paolo - zeno
Io ho una mia idea, non dimostrabile. GLi editori non sono stupidi ma sanno benissimo che l'informazione deve cambiare e questo deve passare attraverso una profonda ristrutturazione (leggere licenziamenti in massa) e stanno aspettando di entrare in grave crisi per poter licenziare a palla e ristrutturarsi con l'aiuto dello stato. - wolly
l'affermazione meno convincente di tutte in quello'articolo è l'ultima e cioè che la sua ricetta sarebbe un modo per difendere la libertà del giornalismo indipendente. Questo è un tranello in cui non cadere: giornalismo ed editoria sono due cose diverse. - Nicola Mattina da fftogo
Secndo quintarelli le news valgono meno del 5% del traffico, altro che 30%! http://blog.quintarelli.it/blog... - franco aka Aiace
L'affermazione è poco convincente, parafrasando quanto ha detto Nike "non siamo nel business di salvare l'editoria, ma in quello di offrire informazione di qualità al pubblico" Sta all'editoria trovare nuovi modelli di business all'interno della propria offerta di valore, non cercare di recuperare risorse altrove ed esternamente. Questo non è mercato. - Maurizio Goetz
tassare gli utenti di un'infrastruttura per sovvenzionare servizi che non riescono ad utilizzare con profitto l'infrastruttura stessa ai danni dei servizi che invece ci riescono? - Federico Bo
ma perchè bisogna salvarli al posto di investire le proprie risorse in modo più adeguato al mondo in cui ormai viviamo? potrebbero chiudere bottega ed investire nel campo dei rollable screen (scherzo) oppure, seriamente, nel rendere adeguati al mezzo internet i portali dei giornali .. se vogliono salvare il giornalismo potrebbero iniziare a valutare il grado di trustness raggiunto dalla rete oggi.. è il sistema dell'editoria che va riformato e aggiornato, a mio vedere... - Alessandro Fontana
@Matteo, l'unica differenza e' che produrre informazione e' costitutivo per la democrazia, produrre thema, punto o 500 non lo e'. - Alessandro Lanni
@Alessandro lo è fino a che non hai un editore a cui fare riferimento - wolly
@wolly, non so ti riferivi a me. se si', non so bene cosa significa "fare riferimento a un editore". per fare informazione fino a ora ci voleva qualcuno che ti pagasse per farla, ossia un editore (o una coperativa, ma vabbe'). il prodotto notizia e' un "prodotto" sui generis e per questo non e' sul mercato nello stesso modo delle lavatrici. -Alessandro Lanni
Si Alessandro mi riferivo al tuo intervento, io credo che il futuro dell'informazione sarà di cooperative tra giornalisti, liberi dal peso di un editore di riferimento. Ora come ora non esiste un informazione libera(secondo me ovviamente). - wolly
l'unica possibilità è la multicanalità e la diversificazione delle revenue - Maurizio Goetz
Il mondo dell'editoria deve trovare dei nuovi modelli di business. Di sicuro è finita l'epoca delle vacche grasse e dei profitti iperbolici. Sono rimasti indietro ed ora cercano di conservare la loro rendita di posizione.......... Mi preoccupa piuttosto l'asse potere politico/lobby editoriale che può provocare danni enormi alla libertà di espressione ed alla libera circolazione delle idee. - Mario Sabatino
È sbagliato il presupposto, cioé la presunzione di meritare dei soldi a prescindere. - Nicola D'Agostino
@Alessandro: è costitutivo per la democrazia produrre informazione libera e uno dei presupposti della libertà dell'informazione è la sua indipendenza economica. Come fare? Con le piccole cose, leggi semplici che producano circoli virtuosi. Per cominciare: mi quereli per diffamazione o intenti una causa civile contro di me e vinci? Bene, ne pago le conseguenze. Ma se perdi la causa mi paghi i danni: salati, subito e automaticamente. - Matteo
Anche i beni primari sono fondamentali, ma non per questo devo dare un sussidio a chi produce pane, latte e beni di prima necessità. Se un'azienda non sa stare sul mercato deve chiudere. - Maurizio Goetz
@maurizio piano con il mercato davanti a tutto, l'informazione non è un bene come il pane o il latte. E' un servizio, è il quarto potere (ancora?). Quindi bisogna trovare una quadra. Personalmente vedo una frammentazione del giornalismo con editori (di news e di giornali, per i libri è un'altra storia) che devono trovare un nuovo modello di business (micropagamenti su web, e-book con abbonamenti a tema, con tariffa flat+ a consumo?). Occorrerà anche trovare un sistema di ranking dei contenuti e degli autori... - franco aka Aiace
Per me occorre garantire libero accesso a tutti e pari opportunità, poi è il mercato che si deve sostenere, prevederei anche possibilità di aggregazione di contenuti per giornalisti indipendenti, ma non riesco a spiegarlo in poche righe. - Maurizio Goetz
poi uno si alza e chiede a De Benedetti: quindi visto che il 30% del tuo traffico arriva da google poi tu giri quei soldi a Mountain View? - massimo mantellini
aggiungo, massimo: e quei soldi che guadagni dai banner sul tuo portale di notizie, me li ristorni alla fine dell'anno? - gluca - [mini]marketing
Ok. Ok. Idea attaccabilissima. Una sola considerazione a favore: ad oggi e da sempre gli unici che guadagnano veramente sono i carrier sfruttando quanto generato dai contenuti di altri.. Che gli editori tradizionali siano risibili nel loro tentativo di sopravvivere è indubbio. Che non sia più possibile che migliaia di editori online siano strozzati nel vuoto del "gratis" e debbano sottostare ai ricatti di Google Adds è una dato incontrovertibile. Siamo poi così certi che un meccanismo come quello della famigerata SIAE, rivisitato per l'occasione, finanziato dai carrier non possa essere un aiuto credibile? - Bonsarto
"ad oggi e da sempre gli unici che guadagnano veramente sono i carrier che sfruttanoo il traffico generato esclusivamente da contenuti di terzi." A parte che su questo, in Italia, l'unico carrier che ci guadagna veramente, per ragioni storiche e regolamentari pregresse, è Telecomitalia. - gluca - [mini]marketing 

Discussioni: verificare il nostro adsl

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Dopo il post "facciamoci un favore", molte prove e molte critiche al software della Ipsosure che serve a verificare la velocità del nostro adsl e confrontarla con quella dei vicini.

Stefano Quintarelli e Guido Tripaldi hanno detto che la qualità è un valore ben più complesso (riassunto appena possibile), mentre Simone Brunozzi segnala qualche possibile dubbio tecnico.

Intanto, ecco la discussione:

peccato non ci sia una versione x Linux, io farei volentieri il beta tester...

io lo uso da una ventina di giorni e se non ricordo male (ce l'ho a casa), il risultato medio della mia Alice casa 7mega è sui 4mega...e (sempre se non mi sbaglio) in confronto agli altri operatori, è il risultato migliore della mia zona...stasera metto dati più precisi se mi ricordo ;)

Lo provo, ma usare http://speedtest.net è così differente? A me pare faccia le stesse cose dall'interno di un browser.

Ho fatto il test.

Qui ho Fastweb da 6M e mi dà che scarico a 5,25 Mbps. Devo dire che ho fatto il confronto con gli altri e mi sembra di essere fra quelli che hanno uno scarto minore rispetto alla velocità massima prevista. Ho visto un Tele2 da 20M andare a 2.8. Ma qui c'è da dire che l'opzione che ho attivata io è vecchia e mi sa che non c'è più per cui magari nei fatti ho qualcosa di differente.

Ad ogni modo di software che ti misurano la velocità della rete ce ne sono tanti. Questo ha in più il fatto che raccoglie i dati aggregati e quindi genera una statistica dei diversi provider facendo i test sul campo.

Luca,

di certo una buona idea, sia per gli utenti che ricavano informazioni ma soprattutto parametri di confrontro, sia per Between che ne ricava qualche soldino vendendo i dati agli isp.

Qualche dubbio solo su la quantità dei dati prelevati (l'ID per esempio è a rischio privacy).

La cosa buffa è che l'Autorità ha appena assegnato alla fondazione Bordoni il compito (e un po' di soldini) per misurare la qualità delle adsl italiani con dati che da contratto non arriveranno prima dell'ottobre 2010.

Se a pensare ad idea "collaborativa" come questa fosse stato "il pubblico" magari ero più contento.

http://www.lorenzoc.net/index.php?itemid=1720

c'è un'inesattezza nel mio commento di prima: per quanto riguarda la Bordoni i costi delle misurazioni sono a carico degli isp.

Luca, a quanto vedo http://speedtest.net fa le stesse cose. Ti dà anche le statistiche degli altri utilizzatori. E gira su tutti i sistemi dove c'è Flash. Provalo :)

@ S. e Paolo Sammicheli. In entrambi i casi di tratta di software che misurano le prestazioni delle nostre connessioni domestiche: le differenze principali risiedono nelle funzionalità offerte.

A differenza di speedtest.net, isposure:

- Effettua un monitoraggio continuo del collegamento e, se vogliamo registrarci, ne tiene traccia anche se non abbiamo un IP fisso

- Permette di memorizzare più profili (utile se ci colleghiamo con lo stesso pc attraverso connessioni differenti)

- misura non solo velocità in upload e download (velocità di linea venduta dal nostro ISP) e tempi di latenza, ma anche la velocità di navigazione (quella con cui facciamo la maggior parte dei download per intenderci)

- permette di confrontare semplicemente i vostri risultati con quelli degli ISP attivi nella stessa zona (e valutare il più conveniente in termini di qualità e prezzo)

- vi permette di consultare in pochi click i risultati di tutti i vostri test, calcolando le medie delle ultime settimane

Per avere qualche elemento in più: www.bandometro.com e www.isposure.com/faq.htm

@Lorenzo Campani. Preciso che ci atteniamo rigorosamente alle leggi sulla tutela della privacy. In generale tutti i dati, che sono esclusivamente di natura tecnica (non chiediamo nessun dato sensibile), vengono trattati in forma anonima e aggregata, e, in ogni caso, con i dati a disposizione non siamo in grado di identificare l'utente.

Per ulteriori dettagli, ti consiglio di visitare l'apposita sezione delle FAQ sul sito di isposure: http://www.isposure.com/faq.htm

Ciao Alessio,

avevo già letto le faq prima di scrivere e non mettevo in dubbio le intenzioni di non raccogliere dati sensibili o abitudini di navigazione. Esprimevo solo un dubbio su un singolo dato che viene raccolto ovvero l'ID, che può coincidere in alcuni casi con il nome e il cognome dell'utente.

Tutto qui.

Tuttoincluso 8 Mega (Infostrada)
Download 6,46 Mbps
Upload 0,41 Mbps
HTTP 413,7 KB/s
Ping 30 ms
DNS 50 ms

Valori medi della zona:
Download 5,09 Mbps
Upload 0,37 Mbps
HTTP 94,17 KB/s
Ping 56 ms
DNS 105 ms

Posso ritenermi più che soddisfatto!!

Grazie @Lorenzo Campani e in generale grazie a tutti quelli che vorranno provare Isposure e darci qualsiasi tipo di consiglio o riscontro. Le vostre segnalazioni sono preziose per migliorare il progetto.

Per fugare ogni dubbio sul tema ID precisiamo che l'ID identifica l'agente installato e serve a noi come chiave per i database di raccolta dati. Ovviamente non è possibile associare l'ID ai nominativi, per il semplice fatto che non chiediamo nome e cognome dell'utente in fase di registrazione.

Grazie ancora e buone misurazioni!

Fastweb Fibra 10Mb

isposure:
Velocità di download (4.42 Mbps)
Velocità di upload (5.09 Mbps)

Speedtest.net
Velocità di download (7.22 Mbps)
Velocità di upload (5.76 Mbps)

che faccio chiamo il call center?

Sono Cristoforo Morandini, di Between. Ci tenevo a precisare che Between non ha obiettivi di profitto sull'operazione bandometro (i diritti commerciali sono del nostro partner Isposure). Il nostro scopo è di cercare di rendere più trasparente la reale qualità del servizio a banda larga e di creare le condizioni per garantire che anche in Italia si affrontino quei temi che condizioneranno lo sviluppo delle reti e dei servizi di nuova generazione. In questo senso questo non è un progetto Between o Epitiro, ma di tutti quanti installeranno e terranno il bandometro Isposure sul loro PC, contribuendo a ridurre le asimmetrie informative del mercato, a livello nazionale e a livello locale. Su questi temi vi terremo costantemente aggiornati anche attraverso il blog ufficiale dell'iniziativahttp://www.bandometro.com
Grazie a tutti

mah 
stessa cosa qui per me
ipsosure
upload= 0.36
download = 4.07
speedtest
upload = 0.37
download = 6.44

temo che i server di isposure siano un po' lentini...

Ecco la mia velocità di connessione ad internet con Fastwebhttp://www.speedtest.net/result/572985455.png

Io vado a quasi 10Mb/s e risulta che non ci sia niente di meglio nel vicinato :) Fastweb fibra è straordinaria, quando va... Quando non va: "attendere prego..." :)

ADSL 8 Mega (Italy,Veneto,Abano Terme,35031)

Velocità di download (1.35 Mbps)
Velocità di upload (0.36 Mbps)

Telecom Italia Alice casa 7m
d: 5,55 Mbps 
u: 0,39 Mbps 
http: 80,71 KB/s
ping: 51 ms
dns: 810 ms

Ma Isposure è solo per i PC! Speedtest posso usarlo con il mio Apple.

Ad Altroconsumo avevamo realizzato qualcosa del genere un po' di anni fa, con provailtuoprovider. Misuravamo gi stessi parametri di isposure, tranne i tempi DNS. Però poi abbiamo deciso di smettere, per due motivi.

a) i fattori di indeterminazione non sono trascurabili. Per esempio: come si può essere sicuri che mentre il software sta andando, l'utente non si è dimenticato eMule che lavora in sottofondo? Nella giungla di tariffe proposte dai vari gestori, spesso con nomi similissimi, come si fa a sapere che l'utente ha selezionato quella giusta? Con molti dati e una validi analisi statistica sono problemi mitigabili, ma restano d'attualità. Mi interesserebbe sapere isposure che ne pensa.

b) Ma soprattutto, siamo sicuri che siano questi i dati più interessanti da misurare per valutare la bontà di un provider? Per chi ha un'adsl 8 mega, sapere che va a 5 o 6 mega che differenza fa? (certo, c'è il discorso che il provider non ha mantenuto le promesse, che è importante, ma a parte quello, che differenza *pratica* c'è?). Non sarebbe meglio avere altri dati, quali la costanza del servizio (inclusa la posta elettronica) o l'eventuale filtraggio di protocolli p2p o voip?

Altroconsumo, nei rarissimi casi nei quali si può fare un confronto sul campo, la differenza c'è.
Nel mio caso ho due ADSL una accanto all'altra, quindi stesso doppino e stessa centrale Telecom:

Fastweb Full (75€ al mese, modem incluso)
dld 1,73 Mbps
upl 0,57 Mbps

Infostrada Absolute ADSL (25€/mese senza modem)
dld 6,81 Mbps
upl 0,43 Mbps

La seconda era stata presa come back-up, ma Infostrada viaggia in ADSL2, mentre Fastweb no.
Il bello è che a settimane alterne Fastweb chiama proponendo insistentemente di sottoscrivere il servizio televisivo, quando non sono evidentemente in grado di fornire nemmeno un servizio base all'altezza del costo.

Interessante, grazie. Resto però dell'opinione che i valori numerici non siano importantissiimi, ciò che conta è la soddisfazione legata all'uso personale. Se ti leggi le news online sul tuo sito preferito e mandi tre mail alla settimana, anche un servizio come quello di fastweb ti va bene (non commento il prezzo). Se usi bittorrent e ci metti due giorni a scaricare un file, o se ti abboni al servizio televisivo e non vedi niente, lo capisci da te che il servizio non va bene, senza nemmeno fare delle prove di velocità.

Ad ogni modo specifico che non ritengo questi test del tutto inutili: sapere prima di stipulare un abbonamento com'è lo stato della rete nella tua zona è importante. Il mio commento era volto principalmente a spiegare perché secondo me (noi) questi test non sono utili abbastanza, e come, a mio avviso, potrebbero migliorare. 

Infatti, purtroppo i test non bastano. Puoi avere un'idea molto vaga delle condizioni nella tua zona, ma non del tuo doppino, e finché non ti colleghi ad un provider non puoi sapere come andrà effettivamente. E successivamente può migliorare o peggiorare, soprattutto a seconda di quanti altri utenti vengono collegati allo stesso MUX e delle loro "abitudini di navigazione".

ciao Luca
vedo che non ti è piaciuto lo screenshot linkato che ti avevo messo qui ieri, e allora riporto i dati a manina
telecom alice 20mega
download a 15 Mbps
http a 230 KBps
ping a 37 ms
dns a 74 ms

ho rifatto il test stamane
download 17Mbps
http a 80 KBps (!!!)

cioè, sono connesso veloce, ma navigo abbastanza lento

@altroconsumo. Consapevoli delle difficoltà di realizzare delle misurazioni precise e obiettive, intendiamo sfruttare l'esperienza maturata in questi anni nei diversi paesi in cui operiamo.

Tieni poi presente che il progetto isposure è uno, ma non il solo, degli strumenti che utilizziamo per misurare in modo oggettivo le prestazioni della banda larga e che mettiamo a disposizione dell'utente finale.

Altre e più dettagliate misure vengono fatte direttamente sulle reti degli operatori e in location apposite (alcune di queste le abbiamo attivate anche in Italia).


Nello specifico:

a)E' vero. Sulla base dell'esperienza che stiamo maturando in particolare nel Regno Unito vogliamo anche contribuire a diffondere una maggiore conoscenza degli interventi che si possono fare autonomamente (ad esempio all'interno dell'abitazione) per migliorare il servizio. Riguardo agli errori di profilazione il problema vale per tutti i paesi e stiamo anche qui introducendo delle modalità di compilazione che faciliteranno sempre di più la corretta identificazione del profilo. L'analisi dei dati non può poi essere una semplice valutazione statistica, ma deve tenere ovviamente conto della bontà delle osservazioni elementari, anche attraverso un confronto con i dati che rileviamo mediante altri nostri strumenti.

b)Come avrai notato, le misure che effettua isposure sono più articolate rispetto alla media degli altri software che trovi in rete, perché siamo consapevoli che queste metriche debbano evolvere, anche in funzione dello sviluppo dei servizi in rete e dei comportamenti degli operatori. Andremo sicuramente nella direzione che indichi tu, ma non sempre sarà possibile svelare l'arcano attraverso le misure fatte attraverso l'agente software.

La Elena
condivido volentieri (e magari controllo anche la banda)
Mer alle 19.54 · Elimina
Carlo Malaguzzi
Mer alle 19.59 · Elimina
Davide Ferrari
Davide Ferrari
questo lo usano anche i tecnici Telecom anche se è di altro gestore http://www.mclink.it/Assistenza/Strumenti/Connection-Meter
Mer alle 20.03 · Elimina
Monticelli Luca
Monticelli Luca
Lo sto provando... interessante...
Mer alle 20.39 · Elimina
Gaetano Anzisi
Gaetano Anzisi
Per fare un testo si può usare anche uno dei tanti servizi web come ad esempiohttp://www.speedtest.net/
Mer alle 21.19 · Elimina
Edoardo Bellocchi
Edoardo Bellocchi
cmq questi servizi web danno sempre risultati poco scientifici, anche se ne usi uno svizzero e per di più in lingua tedesca come questohttp://www.sunrise.ch/privatkunden/angebote/free-internet/internet-dienste/speedometer.htm
Mer alle 22.32 · Elimina

interessante Luca, adesso sono al lavoro e mi sa che se lo faccio girare mi chiamano quelli del networking :-) ma l'ho installato e lo provo da casa (Fastweb fibra). Ti aggiorno. - Mauro Rubin
ti ho risposto sul blog... mi vien voglia di chiamare il callcenter... anche se speedtest da altri valori - Mauro Rubi

I piu' onesti sono quelli di NGI, e di gran lunga. Almeno quando feci l'ultimo controllo. Riproviamo.. - Luigi Gioni
ok, proviamo... - Felter Roberto da twhirl
risultato, come con altri test, circa 10Mb in Download e 0,4Mb in Upload (Alice 20 Mb) se non fosse per l'upload ridicolo è una soddisfazione... :) - Felter Roberto da twhir

De Benedetti: ai giornali una parte del prezzo adsl

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Finalmente gli editori si muovono con delle proposte concrete per il loro business. Abbiamo visto qualche giorno fa i francesi. Oggi sul Sole è arrivata la proposta di Carlo De Benedetti: una quota di quanto gli utenti pagano per l'Adsl dovrebbe andare ai quotidiani, visto che a suo dire "fonti" americane e tedesche sostengono che il 30% del traffico in rete è generato da siti di quotidiani e reti tv.

Non basterà. Se in Italia ci sono 13 milioni di connessioni ad alta velocità che costano in media 20 euro al mese quanto ne vogliamo dare ai giornali (mica pure alle televisioni, spero)? Un euro al mese sono 13 milioni al mese. Due euro sono 26 milioni. Più di due è difficile.

Perché? Vado alla cieca: quale può essere il punto di riferimento? Un'idea può essere questa: quanti lettori smettono di pagare per il giornale di carta e passano a una fruizione totalmente online e gratuita?

Diffidate dei conti che sto per fare. Perché non sono un editore e non ho i numeri che servono, ma posso fare un ragionamento spannometrico. Su 6 milioni di circa 5 anni fa, oggi le copie vendute sono un po' più di 5 milioni e supponendo che siano tutte di persone andate su internet significano 30 milioni in meno al mese per il totale del costo dei giornali, ma per gli editori a voler essere generosi 20 milioni in meno al mese (togliendo la quota di edicola ecc). Insomma, due euro al mese di adsl più pareggiano la perdita dovuta a internet.

Non bastano perché gli editori non sanno far fruttare il web come la carta per la raccolta pubblicitaria online. Ma questo non è un problema dei lettori (quelli che attraverso l'adsl dovrebbero pagare per i giornali). Potrebbe essere un problema delle tlc? Allora queste dovrebbero pagare una quota aggiuntiva di altri due euro (togliendole dai loro utili) per compensare quella perdita? Sarebbero altri 26 milioni di euro al mese. Bastano? Forse per ora, ma certamente non per il futuro, a meno che gli editori non si sbrighino a rimettere in piedi il loro business, trovando molti nuovi modelli di redditività. Come diceva Shirky.

La spannometria può avermi indotto in errori grossolani. Ma c'è un altro elemento da tenere in considerazione.

Quel presunto 30% del traffico - uhmmm - che viene generato da siti di quotidiani e televisioni è anche il destinatario di quei soldi derivanti dall'Adsl? Come vengono ripartiti quei soldi? Tutto via Audiweb? Solo per gli editori che pagano il servizio? E se è solo l'Audiweb a contare per avere quei soldi, valgono anche i calendari che arricchiscono di traffico anche i siti dei quotidiani? O soltanto gli editoriali e le notizie? Se vale solo l'Audiweb come facciamo a non far scadere la qualità in una rincorsa al traffico simile a quella della tv (a proposito: sicuri che anche le tv commerciali non vorranno la loro fetta?). Gli editori dei giornali di qualità, sono sicuri di poter reggere la concorrenza dei giornali orientati soltanto a fare traffico?

Sicuramente la proposta di De Benedetti è interessante. E interesserà. Ma non risolve. Occorre urgentemente trasformare gli editori in aziende innovative, capaci di fare ricerca, sperimentare, sbagliare, investire nella qualità, investire nella tecnologia, assumere giovani...

Tutto questo, riguarda gli editori. E non essendolo, sono forse uscito dal posto dove dovrei essere come giornalista. Ma la passione, talvolta, fa strabordare.

(update: vedi anche Stefano)

Shirky e gli editori (update)

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NiemanJournalismLab pubblica l'intervento di Shirky citato e commentato ieri. E lo intitola efficacemente:

Clay Shirky: Let a thousand flowers bloom to replace newspapers; don't build a paywall around a public good


Nel frattempo arriva questa idea di Post-media publishing che conferma un'idea anticipata qui.
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La discussione continua su:
Shirky e gli editori
Le Monde, Le Figaro, Médiapart
Il giornalismo migliora (secondo i giornalisti)
Giornali da non credere
Tutti parlano di FastFlip
Il problema è chiaro
Intanto, l'audience in calo dell'informazione troppo gerarchizzata si dimostra da sola
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Agcom e Mediaset

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Ricevo questo comunicato stampa di Altroconsumo che dà una notizia sull'Agcom (non ho trovato analogo comunicato stampa sull'Agcom stessa):

24.9.2009
 
COMUNICATO STAMPA
       
AGCOM APRE UN'ISTRUTTORIA SU MEDIASET
PER VERIFICA CONTENUTI CANALI
 
 
L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha aperto un'istruttoria su Mediaset (RTI) per accertare le caratteristiche dei contenuti dei diversi canali. Obiettivo: verificare l'eventuale sforamento della soglia del 20% nel numero complessivo di programmi nazionali editi e diffusi su frequenze terrestri analogiche e digitali, al di là delle formali autorizzazioni concesse.
 
E' quanto dichiarato dai rappresentanti dell'AGCOM dopo la conclusione del consiglio, che si è riunito ieri.
 
L'analisi dovrebbe valutare se nel conteggio dei canali Mediaset rientrano anche i Pay per view e i cosiddetti canali +1, trasmessi in differita di un'ora.
Altroconsumo considera questi canali parte integrante dell'offerta di contenuti e su questa base aveva presentato un esposto lo scorso 18 marzo.
Oggi RTI secondo i calcoli di Altroconsumo detiene il 29,7% del totale dei programmi televisivi, essendo titolare di almeno quattordici palinsesti tv, in violazione della legge.
 
La soglia del 20% è indicata nel Testo Unico della radiotelevisione (il decreto legislativo n.177 del 31 luglio 2005), proprio a tutela del pluralismo e della concorrenza nel sistema integrato delle comunicazioni, il SIC.
 
L'esposto era stato inviato anche all'Antitrust e alla DG Concorrenza della Commissione europea. Proprio sul tavolo della Commissione è ancora aperto il fascicolo di procedura di infrazione contro il Governo italiano, in seguito all'esposto di Altroconsumo del 2005 per evidente duopolio televisivo e mancanza di concorrenza nel passaggio dall'analogico al digitale.

press@altroconsumo.it

Shirky e gli editori

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Allora si diceva. David Weinberger e Ethan Zuckerman riportano un discorso di Clay Shirky sul giornalismo. Il tema è: come sopravviverà il giornalismo nella sua forma più affidabile?

Shirky dice che non c'è proprio niente di bello nell'osservare che molti giornali sono destinati a chiudere. Gli utopisti che vedono nell'informazione spontanea della rete la soluzione a ogni problema, dice Shirky, hanno torto. I giornali tradizionali hanno reso possibile almeno un po' di giornalismo affidabile e la loro scomparsa lo mette a rischio.

La crisi dei giornali tradizionali, però, è strutturale. In passato, i giornali controllavano il business e potevano imporre prezzi molto alti ai lettori e agli inserzionisti pubblicitari. Questo è terminato. Il resoconto di David e Ethan a questo proposito è supergodibile.

Il problema è che la scomparsa dei giornali lascia le comunità prive di un contropotere informativo che, in qualche caso, aveva funzionato. Qualche giornale sopravviverà. Qualcuno farà esperimenti. Qualche nuovo modello emergerà. Si vedranno i risultati. Ma è chiaro che ci saranno meno giornali tradizionali.

Il problema conseguente è come accelerare l'emergere di nuove forme di giornalismo affidabile per aiutare le comunità a disporre di informazioni in grado di equilibrare e controllare il potere. Tutti da leggere, si diceva, i resoconti citati.

Aggiungerei che ci sono due argomenti intrecciati:
1. che cosa devono fare i giornalisti e tutti coloro che vogliono contribuire all'informazione seguendo un metodo di ricerca condiviso
2. che cosa devono fare gli editori attuali e quelli potenziali.

I due argomenti sono intrecciati ma si possono affrontare meglio se si vedono separatamente.

L'attività degli informatori è quella di cercare e sperimentare ogni possibilità di utilizzo dei mezzi allo scopo di scoprire, criticare, trasmettere l'informazione. Cercando di volta in volta di puntare sulla qualità della ricerca, sulla qualità del servizio, sul piacere di fruire delle loro opere. Il loro tema è proporre l'informazione in modalità che possano essere adottate dalle reti sociali. Nulla più si impone: tutto si propone sperando che sia adottato. Tutto questo significa che il lavoro di ricerca e racconto dei fatti deve migliorare drasticamente. Senza questa condizione non c'è nulla altro da dire.

L'attività degli imprenditori e delle organizzazioni che svilupperanno i modelli di business e di sostenibilità economica. Tutte le soluzioni saranno tentate. Solo alcune ce la faranno. Sottoscrizioni, carte prepagate, sostegno alle inchieste in forma volontaria da parte delle comunità... E nuove forme di pubblicità, orientata al servizio o addirittura alla vendita...

Intanto, con ogni probabilità, il ruolo del pubblico attivo crescerà. Alcune iniziative individuali o di gruppo diventeranno in un certo senso "giornali" ed "editori" alternativi a quelli tradizionali. Già ora si vede che è così soprattutto in alcuni settori come l'informazione sulla tecnologia.

In generale, non è possibile sapere che cosa funzionerà nel lungo termine. Sappiamo anche che molti editori tradizionali riusciranno a stare in piedi. Qualche volta con l'aiuto dei governi. Qualche altra volta con le proprie gambe. E questo sarà un bene. Perché comunque, grazie al pubblico attivo, agiranno in un contesto molto più esigente. Che esigerà una qualche forma di qualità.

Facciamoci un favore

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Quanto è larga davvero la banda che il mio provider di accesso a internet mi vende per un prezzo fisso al mese? E il mio vicino di casa ha un trattamento migliore?

Se ci fosse un software che risponde a questa domanda potrei scegliere il più conveniete. Se ci fosse un software del genere le compagnie telefoniche dovrebbero migliorare per forza.

Io non posso saperlo, perché ho un Mac. Ma chi ha un computer che gira su Windows può saperlo.

Perché c'è un software che si scarica su Ipsosure che gira solo su Windows ma che risponde proprio a quelle domande. (Segnalato da François de Brabant, di Between, uno che segue le telecomunicazioni da una vita).

Questo è quello che Ipsosure promette:
  • isposure misura la reale velocità del tuo collegamento broadband
  • isposure confronta le prestazioni della tua connessione broadband con quelle degli altri Internet Service Provider
  • isposure ti consente di monitorare nel tempo il livello delle prestazioni offerte dal tuo Internet Service Provider
  • isposure è facile da usare perché presenta i risultati sotto forma di semplici grafici
  • isposure non contiene funzionalità nascoste, non viola la privacy, non invia annunci pubblicitari

Se qualcuno che passa di qui ha voglia di scaricarlo sul suo pc e provare a vedere l'effetto che fa, magari potrebbe anche segnalarmi i risultati e le sue considerazioni qui nei commenti. E se ne tirerebbe fuori un buon pezzo per Nòva.
David Weinberger e Ethan Zuckerman riportano un discorso di Clay Shirky sul giornalismo. Il tema è: come sopravviverà il giornalismo nella sua forma più affidabile? Sperimentazione, varietà di modelli di business, chiarimento delle relazioni con la pubblicità. (Tra poco aggiungo un paio di cose: perché mi pare che il tema sia affrontato confondendo il ruolo dei giornalisti e quello degli editori).

Aggregatori giornalistici di tweet

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Il New York Times pensa di costruire un sistema per seguire in modo organizzato i tweet specializzati su vari argomenti. E' un'attività editoriale e giornalistica che dovrebbe aggiungere una sorta di contestualizzazione alle notizie emergenti su Twitter, facilitandone l'utilizzazione come fonte di informazione.

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Business con Facebook

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Scorrendo il libro di Luca Conti, Fare business con Facebook (Hoepli), viene voglia di usare più a fondo il maggiore social network del mondo. "Facebook è un organismo vivente, in continua evoluzione e trasformazione, modellato dall'azienda che lo gestisce e influenzato dagli oltre 200 milioni di persone che lo usano mese dopo mese". Insomma, viene voglia di influenzarlo. E il libro aiuta a capire come.

Licenza di utilizzo di un libro

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Mattew Battles propone le sue specialissime condizioni di utilizzo per i libri. Tra le suggestive regole (riassunto drastico):

Privacy
Quello che avviene nello scambio tra il tuo cervello e il contenuto del Libro riguarda solo te
Proprietà intellettuale
Spesso un Libro contiene idee e informazioni create da altri. Questo è possibile perché esiste un diritto di proprietà limitato che i creatori possono vantare sulle loro idee e informazioni. (...) Non esiste una licenza che copra i pensieri del lettore mentre legge il Libro.
Registrazione
Per accedere al Libro non occorre registrarsi.
Altre regole
Il Libro non ti proporrà pubblicità.
Il libro non può rifiutare un utente per nessuna ragione.

Tecnologia è antropologia

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In una Parigi ormai lontana, dove si andava a lezione da Fernand Braudel e Claude Lévi-Strauss, maestri che hanno ridefinito la storia e l'antropologia, si poteva incontrare il geografo Pierre Gourou che a sua volta contribuiva a rivoluzionare la sua disciplina. Gourou diceva che la "cultura è la tecnologia". Dunque, per lui studiare l'antropologia partiva dalla ricerca sulla tecnologia.

Sicché genera una straniante nostalgia leggere che il nuovo servizio dell'Huffington Post dedicato alla tecnologia e all'innovazione, seguito da Jose Antonio Vargas, si presenta dicendo che "technology is anthropology".

Il giornalismo migliora (secondo i giornalisti)

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Secondo la European Digital Journalism Survey 2009 la crisi dei giornali è reale e bruciante, rischia di far chiudere molte testate, ma avviene in un contesto nel quale il giornalismo sta migliorando. In particolare, secondo il 40% dei giornalisti, l'informazione giornalistica migliora, solo il 20% pensa che stia peggiorando. (Paidcontent). La ricerca è basata su un numero piuttosto limitato di interviste. I dati su EuropeanDigitalJournalism.

Facebook chiude il caso Beacon con 9,5 milioni

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La discussione sulle modalità della comunicazione è andata avanti per un pezzo. Perché Facebook ha dato una cattiva notizia sul suo business a un'ora piuttosto tarda di venerdì. Ma il fatto è che l'azienda ha chiuso il caso Beacon (un sistema pubblicitario che implicava l'utilizzo delle reti di relazioni degli utenti) destinando 9,5 milioni di dollari a soddisfare le persone che avevano avviato una causa collettiva contro Facebook perché avevano sentito la loro privacy minacciata da quel sistema. (Guardian)

Il valore del venture capital

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Vivek Wadhwa, imprenditore divenuto professore (UC-Berkeley, Senior Research Associate a Harvard Law School e Executive in Residence at Duke University) discute sull'importanza del venture capital nel sistema dell'innovazione.

Poiché l'assenza di venture capital è una delle tipiche lagnanze italiche, vale la pena di leggere il suo pezzo su TechCrunch.

Wadhwa non è d'accordo con l'idea che il venture capital sia la causa dello sviluppo dell'innovazione. Sostiene che una minoranza di start up americane è nata grazie al venture capital. E pensa che il venture capital non sia il motore ma eventualmente l'amplificatore del successo di un'impresa innovativa. I venture capitalist non generano innovazione, vanno dove vedono che c'è già innovazione e probabilità di successo. L'innovazione, dice, la fanno gli imprenditori.

Si può aggiungere che il venture capital è particolarmente utile per le innovazioni che puntano a servire alla crescita aziendale, quanto più grande tanto meglio. E i venture capitailst agiscono di solito con metodi relativamente standardizzati. Ne consegue che sostengono soprattutto (non solo ma soprattutto) innovazioni orientate a generare piattaforme scalabili e a prodotti in grado di arrivare a grandi volumi. (Ripeto: non solo ma soprattutto). Il che significa che sono meno rilevanti per aziende che non puntino alla crescita indefinita e che si muovano in business con ampiezza relativamente limitata e contenuti relativamente specialistici. Come sono le tipiche start up italiane. Donde un motivo per comprendere come fa l'Italia a essere sempre ai primi posti nella nascita di nuove imprese e a non avere un vasto sistema di venture capital.

Non c'è dubbio che servirebbe all'Italia crescere anche nell'utilizzo di questi strumenti finanziari. Ma è anche chiaro che non sono gli unici che servono a sostenere l'ecosistema dell'innovazione. Se non ce n'è tanto in Italia di venture capital è perché le aziende che producono innovazioni all'italiana non hanno tipicamente le caratteristiche e le strategie adatte a quello strumento. E' un problema. Uno dei tanti. Ma la soluzione non è nel lamento.

(update: un commento critico nei confronti di Wadhwa da Chris di Adventures in capitalism)

Mercato dei brevetti

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Un'inchiesta del New York Times sul boom di nuove imprese che si occupano di rispondere alla necessità di un "mercato delle invenzioni". Il senso è nelle parole di Robert P. Merges, a professor at the University of California, Berkeley and a director of the Berkeley Center for Law and Technology: "What you want is a market that can promote innovation and reduce the huge costs of litigation. And that market is starting to take shape."

Le Monde, Figaro, Médiapart

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Alcuni editori francesi non sembrano presi dal panico per la crisi. Ecco alcuni appunti presi al convegno di Asti in materia.

David Guiraud, direttore generale del gruppo Le Monde

"La crisi dei giornali? È apocalisse o metamorfosi? Di sicuro è una sfida. Si è passati dalla logica dell'offerta alla logica della domanda. E poi a una nuova situazione nella quale tutti offrono e domandano. In questo percorso si è distrutto molto valore. (Ma Le Monde non resterà a lungo gratuito su iPhone). Il valore che resta e che conta è quello del marchio. Che fare? Ricentrare l'organizzazione dei giornali sui lettori. Ricreare forme di scarsità: con articoli speciali. Allargare il territorio del marchio. Sviluppare un marketing complesso. E comprendere meglio le specificità cognitive dei diversi supporti".

Luciano Bosio, direttore della comunicazione, strategia e ricerca del gruppo Le Figaro

"Il fatturato del gruppo è solo per una parte minoritaria generato dal quotidiano, ma tutto il valore di quello che facciamo è generato dalla qualità del giornale. Che fare? Tagliare i costi e ridurre le redazioni, oltre un certo limite, riduce la qualità del giornale. Dobbiamo puntare sulla qualità se ci vogliamo far pagare. Siamo riusciti a rimontare su internet e a diventare il primo giornale online francese: sicché mentre la pubblicità online cala, in Francia, per noi aumenta del 17% e tende ad arrivare al 20% del fatturato del gruppo. Ma anche il giornale deve migliorare. C'è un restyling. E c'è una nuova stampa che produce un oggetto che non sporca più le mani. Inoltre la linea editoriale decisa dal direttore è concentrata su tre funzioni: prestigio, pedagogia, piacere. La crescita del quotidiano passa per gli abbonamenti: con consegna alle 7:30 ogni mattina".

Gérard Desportes, fondatore del sito d'informazione Médiapart

"Dare le notizie gratuitamente è stato un errore per i giornali. Ha abbassato la qualità delle notizie su internet. Noi facciamo giornalismo, andiamo in Afghanistan e seguiamo con le nostre forze i fatti. E abbiamo oltre 400 blogger che aggiungono informazioni di prima mano. Il nostro notiziario si può leggere soltanto con abbonamento: 9 euro al mese. Rifiutiamo la pubblicità. E abbiamo 16.500 abbonati paganti".

Project Retweet

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Twitter sta prendendo in considerazione l'idea di cominciare a gestire i retweet. Il sistema è attualmente autogestito dagli utenti, spesso con l'aiuto di qualche client. Ma nella forma attuale produce una quantità di tweet giudicati poco comprensibili per gli utenti non tecnici. Il fatto è che Twitter è particolare proprio perché le sue funzionalità sono state moltiplicate dalle idee degli utenti e non sono chiuse a quelle previste dai creatori della piattaforma come è il caso nella maggior parte di quelle di Facebook. La storia è su Mashable.

Editori tosti

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Un'impressione su tutte da Asti (convegno segnalato ieri): ci sono editori tosti, che non si fanno prendere dal panico ma costruiscono. Come Le Monde e Le Figaro. (Cenni su twitter.com/lucadebiase). E c'è una piattaforma per giornalisti tosti che riesce a farsi pagare per i contenuti, rifiutando la pubblicità: Médiapart. (Domani altre info: ora sono di corsa col cellulare).

Domani sui giornali

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Domani il dibattito: "L'ultima edicola: crisi, bulimia e cambiamenti dell'informazione nel nuovo millennio". Ad Asti, in collaborazione con l'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Tra i partecipanti annunciati: David Ghiraud direttore generale di Le Monde, Werner De Schepper del gruppo svizzero Aargauer Zeitung Medien, Peter Rothenbuelher direttore di Edipress e caporedattore de Le Matin, Luciano Bosio Direttore studio marketing di Figaro Medias.

Credo che sia finita la discussione sulla fine dei giornali. E che sia ora di parlare di transizione. I giornalisti e chi fa informazione vanno avanti. Casomai quelli che sviluppano i modelli di business si devono inventare una quantità di nuove idee. Nessuna formula generale. Tante sperimentazioni. Ma alla fine un dato chiaro: di informazione c'è bisogno e tutti i modi per condividerla sono utili. La sofferenza della transizione è anche la sorpresa possibile di vedere come le gerarchie tradizionali possono essere messe in discussione.

Per fare ordine, il tema si può articolare così.

Un giornale è fatto da persone organizzate per produrre informazione. Il pubblico attivo che lo adotta dà al giornale il suo senso. L'imprenditore tenta di renderlo sostenibile ed indipendente economicamente. Il tutto si sintetizza nella linea editoriale, che è una promessa alla quale chi fa l'informazione e chi vende l'accesso all'informazione si attengono per dichiarare al pubblico che cosa faranno. Si può essere laici sulla linea editoriale, ma non sulla coerenza alla promessa. Questo genere di semplici regole sono un po' saltate nel tempo recente. Ma la rete sta costringendo un po' tutti a recuperarle. Pena perdita di audience, lettori, ascoltatori. Che in quanto persone vanno a informarsi altrove.

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Basta comunicazione dal basso

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è ora di smettere di usare la locuzione "comunicazione dal basso". Perché è una locuzione succube della struttura gerarchica, mentre oggi è più interessante parlare delle conseguenze della struttura di rete. Nella quale l'alto e il basso si conquista sul campo, in funzione del servizio che si svolge nell'ecosistema.

Google reCaptcha

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cquisendo reCaptcha, Google tenta di connettere le capacità degli uomini di leggere quello che i computer non sanno leggere. Per migliorare la qualità di progetti come per esempio Google Books. GoogleBlog.

Chi non risica non rosica

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Meditando sulla notizia secondo la quale un eventuale bocciatura del lodo Alfano rischierebbe di provocare importanti dimissioni. Corriere.

Il problema è chiaro

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Mettiamola così. Il problema di fare buoni giornali e buona informazione è il problema dei giornalisti. Il problema di fare un modello di business che serva a rendere economicamente indipendenti i giornali è il problema degli editori.

Ovviamente le cose sono collegate. Ma è sempre utile sapere chi dovrebbe fare cosa... Imho.

Intanto, questo tema è sempre acceso:
Giornali da non credere
Giornali online a pagamento
Quale pubblicità online è apprezzata

Chi l'ha visto tutto

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Gilioli l'ha visto tutto. E l'ha rattristato. Inevitabilmente. Non solo per il contenuto.

Ma anche per la sensazione - che si legge in alcune sue parole - che tutto questo si possa superare solo pensando a come guarderemo questa puntata in un contesto diverso, in qualche giorno futuro nel quale la sanità mediatica sarà riconquistata. Forse allora ci saremo dimenticati il senso dei siparietti con il Vespa birichino. E le benevolmente burbere battute del presidente. E tutto il resto.

Ma dirci oggi di pensarlo con distacco non dovrebbe rattristare: ci fa bene. Ci induce a guardare ai fatti in una prospettiva più ampia. E ci fa superare la paranoia. Che è il primo passo per cominciare a raccontare una storia diversa. Meno legata alla critica dei leader attuali. (Che per carità ci vuole, ma non può e non deve essere una monomania). Imho.

(Ah, se non capisco male i dati Auditel, la trasmissione di ieri non è stata un gran successo).

Tutti parlano di FastFlip

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FastFlip sta conquistando la fantasia di tutti gli interessati ai giornali. Il nuovo lavoro dei GoogleLabs fa una "rassegna" stampa da sfogliare con una bella impaginazione, in accordo con gli editori che accettano di concedere le loro pagine e dividendo il fatturato con loro.

Per David Carr è sempre più ingiusto considerare Google come un parassita dell'editoria. Del resto, qualunque parassita che uccida il suo ospite deve evolvere in una forma meno pericolosa o rischia egli stesso di soccombere...

(update: in Italia, non ci sono accordi del genere, per ora, si direbbe. Ma resta il tema Fiegoogle)

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A proposito di parlare. Continuano le conversazioni su:
Immigrazione in Veneto, dati e interpretazioni
Vrm, il potere ai consumatori
Bizarre, i giornali di carta e online che non vanno come previsto
Con i soldi degli altri, le informazioni proposte da Gallino
Gentiloni e internet, un riassunto veloce
Gian Arturo Ferrari, il capo dei libri Mondadori è duro su internet
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Scettici a Forbes

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Secondo Brian Rich, che scrive su Forbes, le aziende editoriali tradizionali sono in difficoltà, ma le nuove imprese web 2.0 sono ancora più deboli. Il suo punto di vista è finanziario. Ma manca di visione: le grandi imprese editoriali vivono in un sistema lineare e quando falliscono fanno un grande tonfo lasciando un vuoto difficile da colmare; le piccole aziende web 2.0 sono in un sistema complesso, nel quale i fallimenti e la nascita di nuove imprese sono la norma e il ricambio una costante. In questo senso, non si dovrebbero paragonare le singole aziende, ma i due sistemi. E concludere che alla fine l'ecosistema ha bisogno sia dei piccoli innovativi che dei grandi tradizionali. Ma ammettere che nel nuovo scenario i grandi sono costantemente soggetti all'erosione del loro business, a meno che non imparino anch'essi a innovare.

Giornali da non credere...

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Pew registra in un'interessantissima ricerca un calo significativo nella credibilità dei giornali americani. Il pubblico, insomma, crede meno a quello che legge sui giornali. Solo il 29% degli americani pensa che i giornali raccontino in fatti come sono, il 60% pensa che siano molto imprecisi. Inoltre, la maggioranza pensa che i giornali siano troppo schierati politicamente e non siano indipendenti dalle pressioni dei poteri economici. Alla luce di questi dati, stupisce meno il calo delle vendite.

Gli americani per lo meno cercano numeri per comprendere meglio le loro impressioni. A noi restano solo le impressioni.

Cara Italia... in albergo

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Un comunicato stampa informativo da Hotels.com:

I PREZZI DEGLI HOTEL NEL MONDO SONO SCESI DEL 17%.
 
Hotels.com, leader mondiale nella sistemazione in hotel, svela l'andamento dei prezzi in Europa e nel mondo: l'Italia è il quarto Paese in Europa con le camere di hotel più care.
 
I prezzi in Italia sono calati in misura minore rispetto agli altri Paesi in Europa e nel mondo  (-12% vs -16% dell'Europa e -17% del mondo) e, nonostante la diminuzione globale del costo delle camere, l'Italia, nei primi sei mesi di quest'anno, è risultato il quarto paese con i soggiorni più cari in Europa, subito dopo Svizzera, Danimarca e Norvegia.
 
Venezia, nonostante il calo dei prezzi del 12%, si riconferma la città più costosa d'Italia e terza in tutta Europa; subito seguita da Milano e Roma, che hanno subito un taglio rispettivamente del 17% e 13%.

La città in Italia che ha subito il taglio di prezzi più drastico è Firenze, i cui costi sono scesi più della media europea (-20%).
 
La crisi del settore non ha invece colpito Siena e Rimini che, anzi, hanno visto un incremento dei prezzi rispettivamente del 3% e 1%. Sono le uniche due città in Italia con segno positivo.

Immigrazione in Veneto

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L'immigrazione nel Veneto secondo i dati elaborati dalla Fondazione Nordest.

2002 nuovi iscritti 26.668 saldo 23.207
2003 nuovi iscritti 54.949 saldo 50.455
2004 nuovi iscritti 48.506 saldo 43.272
2005 nuovi iscritti 37.834 saldo 31.927
2006 nuovi iscritti 34.184 saldo 27.502
2007 nuovi iscritti 58.880 saldo 51.840
2008 nuovi iscritti 58.265 saldo 49.354

In Veneto, dove l'immigrazione è fondamentale per molte lavorazioni industriali, questo tema è sentito come un problema sempre più pressante, per la scuola e la vita quotidiana. I numeri certo aiutano a capirlo. Anche perché riguardano soltanto i casi di persone ufficialmente registrate. Tra dinamiche dell'emergenza e mancanza di profondità del progetto collettivo, l'argomento sembra sfuggire di mano. Con tutta l'umiltà che occorre di fronte a un tale problema, si percepisce nell'aria che è tempo di fare un salto di qualità civile. Da dove emergerà?

Ancora sui quotidiani online a pagamento

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Negli Stati Uniti, il 51% dei quotidiani pensa di poter far pagare con successo i suoi articoli online, secondo una ricerca dell'American Press Institute. Un dato enormemente più alto di quello che ci sarebbe stato un anno fa. Anche perché solo il 58% dei giornali sta studiando l'argomento.

Indicatori di progresso, oggi

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La critica del senso del Pil come indicatore di progresso umano è ormai consolidata. Meno le alternative. Il gruppo di lavoro affidato in Francia a Sen, Siglitz e Fitoussi sta procedendo con gli studi. C'è un paper (in pdf) che descrive lo stato dell'arte: molto utile. Gli indicatori esistenti sono descritti e criticati, mentre quelli che si vanno elaborando sono definiti per lo scopo che intendono raggiungere: trovare un modo per registrare la crescita economica in modo da tener conto delle istanze di benessere delle popolazioni e del modo con il quale esse le percepiscono.

Anche la Commissione Europea ha il suo paper (sempre pdf). via Eurispes.

Egemonia del romanzo: Tiziano Scarpa

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Tiziano Scarpa dice che viviamo un'epoca di egemonia del romanzo. Dei vari generi letterari, il romanzo prevale perché, secondo Scarpa, tutti lo possono leggere. Moccia. Harry Potter. Larson. Noire. Gialli.

Il romanzo prevale, dice Scarpa, perché ha convinto di essere capare di raccontare la realtà e nello stesso tempo divertire. La consapevolezza del fatto che il romanzo è documento per la lettura della storia non è scontata (non lo era neppure quando negli anni Settanta Marc Soriano suggeriva la possibilità di studiare "scientificamente" la storia di Venezia a partire dai testi di Goldoni). Ma è un'impressione che ai romanzieri aggrada. E però li condiziona anche un po'. Scrivere un romanzo come un documento lo rende un monumento anche quando il racconto è già tutto quello che vuole fare il romanziere.

Ma è un bisogno sociale ineludibile. Forse, come dice Scarpa, porta a indagare la realtà in chiave individualista (soggettiva). Ma si trasforma quando ha successo in un fenomeno comunitario, perché risponde al bisogno di una rappresentanza che è soddisfatto non dalla leadership ma dalla rappresentazione. Le storie sono, si direbbe, il percorso che risponde alla domanda di prospettiva.

Scegliere l'università

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Bello questo speciale del Sole sulla scelta dell'università. Da consultare. E da accompagnare con un senso della prospettiva tutto da coltivare, insieme a una profonda introspezione. L'università non è - solo - uno strumento per imparare un mestiere. Non è neppure pura accademia. E' forse il periodo più libero intellettualmente che si possa vivere. E' un'esperienza che può essere bellissima. In bocca al lupo a tutti i ragazzi che si avviano a vivere quel periodo della loro vita.

Radio e Nòva

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Dopo una settimana di Nòva a Radio24, forse stiamo un poco migliorando. I limiti posti dal contesto pratico sono piuttosto grandi - dal nome alla formula - ma quello che conta è il senso: anche alla radio, Nòva è il posto dove le persone che sentono l'urgenza di contribuire all'innovazione possono parlare. E' bello sentirli perché per loro i problemi non sono il tema della lamentazione ma il punto di partenza dell'azione. Gente da ammirare per questo.

Selezione innaturale

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Un bel pezzo sull'Economist sulla innaturale selezione nel mondo finanziario. Con un suggerimento: che le banche più rischiose siano costrette a sostenere costi maggiori per finanziarsi. Con un'impressione: difficile far funzionare il mercato davvero.

You are what you Tweet!

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Le condizioni di utilizzo di Twitter sono piuttosto brevi e relativamente standard. Le preoccupazioni principali sono relative all'identità e al diritto di proprietà intellettuale.

Alcune citazioni sono significative
You are what you Tweet!
You own your conten.
These rules exist to enable an open ecosystem with your rights in mind.

Le novità sono relative ad alcuni chiarimenti su argomenti non sorprendenti. Twitter potrà dare più spazio alla pubblicità. Crede nelle sua API e le svilupperà. Combatte lo spam e la pornografia. Può usare il contenuto degli utenti come vuole anche se gli utenti sono proprietari e responsabili. Da questo punto di vista, sembra di capire che ciò può avvenire solo sulla piattaforma di Twitter, non su una qualunque piattaforma. Anche perché nel momento in cui utilizzasse quel contenuto su una piattaforma diversa da quella per la quale l'aveva scritta l'autore, e in un contesto di significati diverso, dovrebbe assumersi le sue responsabilità.

Una cosa invece è chiarissima. Molti faticheranno a riconoscersi nella frase: You are what you Tweet (tu sei quello che cinguetti).

Con i soldi degli altri

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More about Con i soldi degli altri Oggi a Mantova, Festival Letteratura, Luciano Gallino parla della montatura finanziaria gigantesca che è scoppiata nella crisi attuale. Spunto il suo libro: "Con i soldi degli altri". In un contesto in cui il Pil mondiale è meno di 60mila miliardi di dollari, i derivati valevano 600mila miliardi di dollari... 

Alle 15,30, Palazzo di San Sebastiano.

Bizarre...

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L'Economist, settimanale fondamentalmente di carta, va benissimo. Salon, magazine fondamentalmente online, va malissimo

Vrm, again

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Ieri Paolo Valdemarin. Oggi Sergio Maistrello. Hanno citato il Vrm. Significa forse che è ora di citarlo anche qui. Basta Crm. Si va oltre l'architettura che consente alle aziende di gestire la relazione con i clienti. Si passa al Vrm. Vendor relationship management. Sono i clienti che gestiscono le aziende. L'invenzione è naturalmente di Doc Searls.

Brand online apprezzati

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Pepe Möder, capo del digitale a Barilla, dice che il brand è l'abilitatore del rapporto tra le persone e un'azienda. «Le persone non comunicheranno mai dicendo quello che noi vogliamo». Ma se diamo le informazioni apertamente, la gente farà naturalmente quello che vorrà, ma con informazioni complete e corrette.

Pubblicità online apprezzata

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Edmondo Lucchi, di Eurisko, dice, sulla base delle sue rilevazioni, che non è vero che la gente non apprezza la pubblicità online. La apprezza invece. Purché sia informativa e pertinente.

Pubblicità informativa e pertinente.

Asta annullata di BlogBabel

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La vendita di BlogBabel su eBay è stata annullata prima del previsto dal venditore, si dice nella conseguente discussione sul FriendFeed di Mcc. Naturalmente, se eBay consente questa pratica vuol dire che tutti sanno che può essere praticata. Che sia più o meno seria lo può giudicare chiunque sia interessato a farlo. Ma sarebbe bello vedere che cosa succederebbe nel caso che i potenziali compratori chiamassero direttamente il venditore per sapere se vuole aprire una contrattazione offline con loro. Giusto per verificare.

update: BlogBabel è stata venduta. A Liquida.

Si misura l'innovazione?

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Rileggendo un pezzo dell'anno scorso pubblicato su BusinessWeek sulla misurazione dell'innovazione si capisce perché è molto lontano il momento in cui arriveremo a un modello condiviso di misurazione dell'innovazione.

Nel pezzo si citano i cinque metodi oggi più diffusi nelle aziende per misurare l'innovazione:
  1. R&D spending as a percentage of sales (77%)
  2. Total patents filed/pending/awarded/rejected (61%)
  3. Total R&D headcount (59%)
  4. Current-year percentage sales due to new products released in the past six years (56%)
  5. Number of new products released (53%)

Enginepistemologia

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Guido Vetere discute sulle conseguenze della dichiarazione di Erick Schmidt, il capo di Google, secondo la quale il motore di ricerca deve passare dalle parole ai significati per consentire agli utenti di trovare le informazioni che veramente cercano. Per Vetere questo significa passare dal "detto" al "fatto". Oggi, dice Vetere, Google cerca tra le parole che i siti dicono. Sta agli utenti valutare se ci sono informazioni vere o sbagliate. Ma se Google vuole andare al loro significato e restituire agli utenti quello che veramente cercano, alla fine dovrà cercare tra i fatti ai quali i siti si riferiscono. Qualcosa, dice Vetere, che Wolfram Alpha sta tentando di fare.

Ne aveva parlato anche Marco Varone. Un accenno pure in questo blog.

Internet Manifesto tedesco

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Jeff Jarvis sta traducendo su Twitter l'internet manifesto di alcuni autori tedeschi. Ecco la traduzione in italiano by Google...

Tra le battute fondamentali: internet è diversa; internet è un impero mediatico in tasca; internet è la società è internet; la libertà di internet è inviolabile; internet è la vittoria delle informazioni; internet sta migliorando il giornalismo; ...; la nuova libertà di stampa e la libertà di espressione... ecc ecc...

Il racconto della prospettiva

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Una volta, nel 1989, l'allora semplice imprenditore, il fondatore della Fininvest, mi disse: «Abbiamo cambiato l'Italia mettendo Dallas in tv». All'inizio degli anni Ottanta, l'Italia era stata l'ipocrisia costruttiva della Dc e la serietà quasi impotente del Pci, era stata l'oscuro territorio della mafia e del terrorismo, era stata il miracolo economico e l'imperinflazione. I socialisti erano solo all'inizio della loro ascesa. Gli ex fascisti non erano nominati quando si parlava dei partiti dell'"arco costituzionale". I valori, affermati più che seguiti, riempivano la cultura di tabù. E la revisione dell'immaginario partita da Dallas fu la progressiva distruzione dei tabù. Per aprire la strada a un nuovo insieme di valori, considerati trasversali, non ideologici, universali, per quanto bassi e violenti: sesso, soldi, potere. Valori che dettavano la prospettiva sulla quale ciascuno poteva scommettere.

Il mondo all'inizio degli anni Ottanta andava nella stessa direzione. Reagan e Thatcher davano la linea. La deregolamentazione la metteva in pratica. Il risultato è stato il trentennio che potrebbe essere finito nell'esplosione finanziaria. O forse no. Dipende da quanti soffrono per l'esagerata preponderanza di quei valori trasversali e bassi che sono stati imposti a partire da Dallas. E dipende dalla possibilità che emerga un nuovo racconto della prospettiva. Basato su valori altrettanto trasversali per l'umanità, ma più umani e visionari, come per esempio felicità, equilibrio ambientale, cosmopolitismo, empatia, intelligenza. La ricostruzione dell'immaginario, passato per la forse giusta distruzione dei tabù, ma deprivato di slanci costruttivi per il bene comune, è un'ineludibile bisogno.

(Se n'è parlato con Loredana Lipperini e Giovanna Cosenza)

Punto di vista. Paolo Gentiloni

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Paolo Gentiloni parla del rapporto tra rete e sistema dei media da tempo. Un'opportunità. Come la si può cogliere? (Appunti al volo.)

1. Che cosa capita al sistema dei media e come la rete cambia? La rete tende a conquistare sempre più tempo. E supererà il tempo che gli italiani trascorrono davanti alla televisione. Oggi la tv è al terzo posto, dopo sonno e lavoro. Questo terzo posto è insidiato da internet. Ma non si passa da un vecchio mondo a un nuovo mondo: siamo di fronte a una lunga convivenza tra vecchi e nuovi media. Detto questo, il cambiamento è enorme. E investe tutto il sistema dei media. Internet non è soltanto la blogosfera che si aggiunge ai mezzi tradizionali, ma un motivo di cambiamento di tutti i media. Anche la televisione cambia, anche a causa della rete. Dal prime time al mine time: ognuno sceglie il proprio palinsesto televisivo. I telefonini alimentano intanto la snack tv. E poi alla fine arriveremo a una piena integrazione tra internet e televisione. La tv digitale terrestre è solo un passaggio temporaneo. Alla fine il protocollo internet sarà la tecnologia fondamentale anche per la televisione.

2. E per la politica? Se la rete cambia la televisione, questa è una buona notizia. E' una grandissima occasione democratica. Specialmente in un paese con una concentrazione enorme dei media come l'Italia. L'intreccio tra la rete e i vecchi media scriverà una storia destinata a riservare molte sorprese. I giornalisti si sono aperti alla rete: l'influenza è reciproca, sicché i media tradizionali influenzano la rete e la rete influenza i media tradizionali. Per la politica, tutto questo è un insegnamento. La televisione ha avuto un impatto micidiale sulla politica. Internet potrebbe avere un impatto sulla politica analogo. Correggerà alcune conseguenze della televisione sulla politica? Non tutto. Il presentismo, per esempio, con i politici costretti a reagire immediatamente 24 ore su 24 senza approfondimento e senza riflessione. La personalizzazione: il rapporto tra leadership, corpo del leader, vita privata del leader politico. La rete non correggerà il presentismo e la personalizzazione. Ma invece correggerà altre cose: aumenterà lo scambio, il rapporto, la conversazione tra i politici e i cittadini. Una straordinaria opportunità offerta ai partiti, ai politici, ai sostenitori di cause sociali, per un migliore rapporto tra leader e cittadini. Anche se c'è sempre maggiore problema della rilevanza dell'opinione dei cittadini nel contesto di una, positiva, moltiplicazione delle persone che si esprimono. E anche se la rete non fotografa certamente la realtà: è uno spazio particolare, forse un po' più fazioso. Ma è chiaro che potenzialmente aggiunge un insieme di straordinarie possibilità.

3. Chi fa politica ha a disposizione uno strumento nuovo, diretto, per fare il suo lavoro di agenda setting. La rete consente ai politici di porre direttamente questioni capaci di influire sull'agenda setting. Contente di facilitare il fact checking: quello che i politici hanno detto a confronto con quello che hanno fatto. Inoltre, la rete è una parte della necessaria riorganizzazione dei modelli di partito. Finiti i modelli vecchi, avviata la loro irreversibile crisi, i partiti possono sviluppare nuovi modelli: il partito di proprietà del leader a vita, oppure il partito democraticamente aperto a strumenti di innovazione organizzativa. La rete consente alla vita del partito di diventare parte della comunità in modo più trasparente. Infine, cambia il modo di fare campagna elettorale: guardiamo, senza timidezza, all'America. Howard Dean è stato una bolla. Ma Obama è stato un successo straordinario. Impariamo dalla Blue State Digital. Primo: il database con informazioni articolate sulle persone - consenzienti naturalmente - che andranno a votare (la politica incredibilmente fatica a comprenderne l'importanza; abbiamo perso l'occasione delle primarie precedenti, quando non abbiamo raccolto bene i dati). Secondo: pensare alla rete come strumento per spostare voti, nel quadro di un insieme di strumenti, pubblicità, mail, porta-a-porta. (Per spostare un voto ci vogliono 100mila volantini; ma per spostare un voto con il porta-a-porta ci vogliono 14 visite fisiche ai cittadini).

La consapevolezza di quello che provoca la rete non può essere qualcosa che resta nei convegni. Deve comportare delle modifiche all'organizzazione dei partiti. Il tesseramento online non è una cosa da poco. Inoltre, deve influire sul programma: diffondere la banda larga in tutto il territorio; lasciare in pace la rete, tutti i discorsi di controllo pubblico sulla rete - anche quelli animati dalle migliori intenzioni - sono disastrosi. E' chiaro che ci si preoccupa della pedofilia e dell'industria culturale: ma la conseguenza non è il controllo della rete, casomai di migliorare il lavoro della polizia postale. 

In sintesi. Banda larga per tutti e lasciare in pace la rete.

Infine: fusione della rete e del territorio. Straordinarie opportunità della rete e necessità della politica locale vanno viste insieme. Se si pensa che l'orientamento degli elettori è deciso dalla televisione se si pensa che sia deciso solo dai media: ma in realtà è deciso molto di più dalle relazioni tra le persone. Tradurre il coinvolgimento che si può sviluppare in rete con un coinvolgimento più ampio che si svolge sul territorio.

Informazione, politica, democrazia. E la rete

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Si parla a Frattocchie 2.0, a Pesaro, di informazione, politica, democrazia e rete. Con il coordinamento di Marino Sinibaldi. Sinibaldi, lancia la discussione alludendo a una possibile contrapposizione tra blogosfera e media tradizionali. E domanda agli intervenuti come la vedono. (Ecco gli appunti presi al volo).

Alessandro Gilioli: l'emergenza dell'informazione dipende dal conformismo dell'informazione. I blogger hanno la possibilità di portare il loro contributo di diversità dell'informazione. Non ci sono regole da dare a chi vuole far partire un nuovo blog: il conformismo dell'informazione è un'opportunità enorme per i blogger, soprattutto per chi scrive in modo autentico, in quanto anche quando scrive è se stesso. Non è necessario pensare alla validità dei blog solo pensando al compito di dare notizie, magari che non escono altrove; il citizen journalism e il giornalismo tradizionale devono crescere insieme (la contrapposizione ha fatto bene a far scendere un po' di giornalisti dai loro troni, ma ora non è più attuale, la convergenza è sempre più assodata); quello che conta, per la crescita della società civile, è partecipare con idee, commenti, riferimenti, richiami, mantenendo un ritmo di pubblicazione frequente, tendenzialmente quotidiano.

Paola Concia: dal 1994 a oggi, il lavoro della Camera è cambiato profondamente, in termini di apertura e accessibilità dell'informazione. Su quello che fanno i deputati, i gruppi parlamentari, le commissioni... E questo si deve alla rete, prima di tutto. La rete è uno straordinario strumento di trasparenza, di accesso alla conoscenza, di controinformazione. Chi è interessato a sapere che cosa faccio può trovare tutto quello che succede. Anche se i media nazionali non seguono quello che mi accade o quello che faccio. Non potrei stare nella Camera senza il mio computer. Il problema grande oggi è che l'informazione è nascosta: c'è bisogno di raccontare un'altra storia. I mass media non fanno da cassa di risonanza di tutto, solo di qualcosa. Mentre nascondono altro. Le storie delle donne per esempio non sono raccontate: le donne "di potere" non ci sono sui mass media quando le donne "del potere".

Matteo Orfini: sono stato più diligente, scrivo meno. Non sono un sostenitore della rivoluzione informatica. Blog e giornali non sono momenti distinti, lo sono ma sempre meno. L'autonomia della blogosfera è stata fagocitata dall'informazione giornalistica tradizionale. I giornalisti fanno blog e i blogger citano e si riferiscono continuamente ai giornali. Ma avviene anche che i vizi del giornalismo tradizionale si stanno ripresentando anche nella blogosfera. E' sempre meno una cosa diversa. Ovviamente, in un momento in cui c'è un attacco alla libertà di informazione bisogna sostenere tutto ciò che aiuta. Quali sono i motivi di difficoltà? C'è un problema di maturità del sistema nel suo complesso. Siamo in un paese in cui la vita è scandita da intercettazioni, spesso illegali, pubblicate a amplificate dai media. Ci dobbiamo interrogare su queste cose. Del resto, ci dobbiamo interrogare sul narcisismo del blogger, sull'isolamento della persona che sta sola davanti al computer: la notte bianca per le strade è meglio della notte bianca sul blog. A parte che ogni aumento dello spazio pubblico è positivo, quello che dobbiamo fare è non rendere inutile l'aumento dello spazio pubblico generato dal web.

(E vabbè.)

Pulsatilla: il narcisismo non è una cosa sentimentale, è molto una vetrina. Il blog nasce come un blog sui cavoli miei. Poi è diventato un'altra cosa. Sono d'accordo con Matteo e non con Gilioli. Tutti abbiamo uno speakers corner. Ma uno speakers corner ha senso se ce n'è uno. Se tutti ne hanno uno si crea confusione e disorientamento. Per me è stato il lancio di una carriera di scrittrice, grazie al fortunato incontro con l'editore Castelvecchi. La rete è fantastica per uno scrittore, perché la gente ti dice "questo fa ridere, questo fa piangere, questo fa schifo". Ma non è che tutto ciò che viene pubblicato sia positivo. Non è che esprimersi sia un bene in se. Se esprimi monnezza è monnezza. Ma non c'è differenza tra blog e libri, su questo. Ci sono libri e blog veri e libri e blog finti. Imparare a scrivere se hai qualcosa da dire che ha senso. E imparare a non scrivere se non hai niente da dire.

(Garbage in garbage out, yes. Ma lo speakers corner è uno: la rete. O meglio: ciascuna persona parla quanto vuole, le piattaforme che aiutano gli altri ad ascoltarle sono un numero più limitato; la rete è l'abilitatore dell'insieme)

Loredana Lipperini: cito Jenkins, cultura convergente. I blog lanciano e i media tradizionali amplificano. E questo va compreso. Perché mai come oggi c'è bisogno di un racconto diverso: ed è chiaro che i blog possono agire sull'immaginario. Si parla in prima persona, sui blog. Ma tutto va fatto in modo professionale, cioè sapendo che quello che si scrive è destinato a restare. Va inoltre compreso che i blog sono rete. Un gran numero di blog italiani adulti sono fatti da mamme, che si mettono in contatto e sviluppano rete sociale. Questo conta di più di ogni altra cosa. La rete non è il fine ultimo, per esempio, non è il sistema per vendere più libri: i libri più letti su Anobii non sono i libri più venduti in libreria.

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Intanto su questo blog:
Poiché i commenti a questo blog ne sono spesso la parte più interessante, 
vale la pena tener d'occhio le discussioni ancora aperte nate intorno a post precedenti: 
Il capo dei libri della Mondadori parla del futuro dei libri e della "minaccia" internettiana
Il Noi di Veltroni
Il browser di Google stenta a sfondare
Idee profonde di Stefano Rodotà e Fausto Colombo
Come cambia la sostanza del lavoro dei sondaggisti
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BookBlogging - Scrivere la musica

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More about NocturnesMeravigliose favole di musica vissuta. Commoventi come ascoltare ritmi e note che si conoscono e non cessano di stupire.

Partendo da Venezia. Dove un ragazzo venuto da un paese dell'Est europeo, liberato, suona in Piazza e vede, nel pubblico, un cantante americano i cui dischi erano stati la colonna sonora della sua vita.

Canzoni d'amore che avevano accompagnato sempre il ragazzo perché amate dalla madre, indomita romantica, sola con il figlio nel piccolo appartamento che lo stato comunista le concedeva. Una musica che era stata per lui l'educazione sentimentale. 

Ma chi è l'uomo che le cantava? Il ragazzo proietta su di lui i significati che aveva ascoltato nei testi, nelle melodie, nella fascinazione della libertà del mondo americano. Decide di parlargli. E l'uomo lo invita a sedersi al suo tavolino. Quando arriva la moglie del grande cantante americano, una signora ancora bella nonostante l'età.

La storia che segue è un'esplorazione oltre le proiezioni romantiche, autentiche del ragazzo. Per scoprire, lentamente, l'inopinata verità. Che non è certo una cinica banalizzazione. Ma una commovente rivelazione.

Il libro di Ishiguro è una raccolta di racconti. Che però supera i limiti del genere. Perché ogni racconto è una finestra sullo stesso mondo. Che la musica nasconde e svela.

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Alcuni libri che ho comprato             
  Impressioni mentre leggo
Luca Castellitto
Il sogno del bambino stregone
Piemme

Daya Kishan Thussu

Internationalizing media studies
Routledge
La storia vista con gli occhi
di un bambino cui la società chiede
troppo. Perché scrivere è agire.

Sui media si svolge la storia del
presente. Il presente è globale. Chi
li studia, cambia prospettiva.
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Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Data mining attivo

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Si scopre che le Poste Italiane, come del resto pare la Telecom Italia, sono interessate a sviluppare prodotti da offrire alle aziende, con sistemi di raccolta di dati sui consumatori basati sull'utilizzo dei media sociali. Dati aggregati, naturalmente, che non mettono in discussione la privacy dei singoli. E fino a prova contraria questa è la realtà.

Il potenziale conoscitivo che i movimenti online delle persone è enorme. Ad Amazon, 35 milioni di utenti, fanno addirittura esperimenti sui movimenti dei consumatori, cambiando un po' la forma delle pagine, il numero di prodotti offerti alternativi in una stessa pagina, i prezzi e gli sconti, per studiare le reazioni e le preferenze dei consumatori.

Un gioco lanciato su Facebook può diventare un sistema di raccolta di idee e atteggiamenti degli utenti in relazione a un particolare valore, prodotto, concetto. Una tecnica di lettura della società che è tutta da sviluppare.

E' un bene o un male? Il miglioramento della conoscenza è un bene, a priori. Le azioni che gli utenti fanno online sono in effetti significati e possono servire a chi li legga attentamente per migliorare. Ne emergerà una migliore conoscenza della società su di sé, soprattutto se i risultati saranno pubblici e disponibili. Il rischio è che queste conoscenze restino confinate negli uffici marketing di poche imprese. E che siano pensate con una griglia interpretativa vecchia, tipo quella dei target teorizzati dal marketing tradizionale: le persone non sono target e non vogliono più esserlo. Se si sentiranno pensate così, reagiranno limitando le informazioni su di loro che lasciano utilizzare. E la società avrà meno possibilità di conoscere se stessa.

Una conclusione però si può già trarre. E' nata un'alternativa ai sistemi sondaggistici tradizionali. Le informazioni che le persone lasciano in rete sono molto più ricche. Resta la capacità di porre le domande, che è fondamentale, ma le risposte sono già online da qualche parte. Gli istituti di ricerca tradizionali si adatteranno. E insegneranno alle aziende che esistono modi molto più avanzati per conoscere e dialogare con il loro pubblico.

Le idee e l'azione

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Molte riflessioni di grande qualità su internet e politica. Un intervento dal pubblico al Pd di Pesaro indica un bisogno latente. Dice l'intervenuto: ma il web ha una sua dinamica della comunicazione, veloce e pragmatica. Se sul sito del Pd non si trovano facilmente i dieci punti fondamentali sulle posizioni del Pd rispetto ai temi più sentiti, le persone vanno velocemente altrove. E in effetti questo intervento segnala due cose: primo, che il Pd fatica a far capire bene e in fretta che cosa pensa sulle questioni rilevanti; secondo, che se è vero che il Pd può cogliere l'occasione di internet per sparigliare i rapporti di forza nel mondo dei media, è vero anche che ci riuscirà soltanto se migliora il suo messaggio politico. Insomma: non è internet è che risolve i problemi del Pd; ma riflettere su internet potrebbe spingere il Pd a darsi una regola di elaborazione e diffusione delle sue idee diversa da quella che ha seguito finora (forse perché finora ha pensato troppo alla televisione e troppo poco a internet).

Le idee sono azione. L'azione è anche una forma di espressione di idee. Questo è tanto più vero quanto più è importante organizzativamente e non solo culturalmente il sistema dei media in una società. Da questo punto di vista, la struttura della televisione sottolinea le idee (e l'azione) della gerarchia; la struttura di internet invece sottolinea la rete. 

(Una chiosa, gerarchia non significa vertice e rete non significa "basso". Sono concetti che riguardano dinamiche di circolazione delle idee: in rete ci sono élite, specializzazioni, aggregazioni non tra pari; come nella gerarchia c'è un modo per mettere in relazione l'alto e il basso. La gerarchia è una struttura più bloccata, mentre la rete è una struttura più aperta. La gerarchia definisce le relazioni tra le persone in funzione della loro posizione di potere relativa; la rete impone a ciascuno di dimostrare in ogni momento che ha senso ascoltarlo. La gerarchia tende a valorizzare le idee preconfezionate, la rete tende a chiedere dimostrazione, critica e fattuale - anche se lascia spazio a sottoaggregazioni che riproducono le strutture preconcette e ideologiche; nell'insieme è probabile che la storia non vedrà una sostituzione dell'una con l'altra, ma un'integrazione della gerarchia e la rete, capace di rigenerare le capacità di creazione ed elaborazione di idee).

Alberto Castelvecchi suggerisce di leggere La coda lunga e Cluetrain Manifesto. Concordo sul fatto che si tratta di capisaldi. Il suo suggerimento sintetico? Le idee e l'azione sono un processo unitario: studiare e fare su internet. Senza se e senza ma.

Sarebbe molto interessante vedere come discutono di queste cose sull'altra sponda politica italiana.

Media sociali: riflessioni di Colombo e Rodotà

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Fausto Colombo ha detto al Pd di Pesaro che internet non si interpreta come antagonista degli altri media, ma come parte di un insieme che ha chiamato, sulla scorta dei saggi di Roger Silverstone, Mediapolis. Fausto aveva scritto sul suo blog.

Internet, dice Colombo, non risolve i problemi di carenza di qualità nella produzione mediatica. Non è di per sé il generatore di una nuova opinione pubblica. Ma casomai un correttivo alla crisi della democrazia. Perché un sistema progredisce in una direzione di maggiore democraticità per una quantità di variabili sociali, culturali e istituzionali. Ma una di quelle variabili è la diversità del sistema mediatico. E non c'è dubbio che l'introduzione dell'internet nel sistema aumenta la diversità. Ma per giudicare internet occorre, dice Colombo, valutarne le conseguenze e i risultati: alla fine, se non migliora davvero il dibattito democratico, se non migliora l'informazione in circolazione, se non fa aumentare la quantità di persone che partecipano alla democrazia, allora non può essere valutato positivamente. Non c'è un automatico rapporto, dice Colombo, tra l'esistenza dell'internet e la democraticità. L'occasione offerta da internet va colta, oppure si perde.

Stefano Rodotà contesta alcune idee diffuse sulla dinamica internettiana. Rodotà dice che internet non è una soluzione sostitutiva di altri media, ma una dinamica che si aggiunge a quello che c'è. La diffusa disillusione che si lamenta di questi tempi sulla rete è in fondo frutto di un eccesso di fretta nel giudizio sulle conseguenze di internet. Se si riesce a comprendere che i tempi storici del cambiamento - anche quello connesso a internet - sono diversi da quelli che qualcuno aveva sperato. E abbandonando l'ipotesi sostitutiva per passare a quella dell'integrazione con gli altri media, ne consegue che mentre procede il cambiamento, restano in campo anche vecchie dinamiche. Che, si potrebbe chiosare, si difendono contro il cambiamento. E il cambiamento avviene quando si formano dinamiche che catalizzano diverse dimensioni mediatiche, per esempio, l'insieme di web, piazza, televisione.

Se questo è vero, per Rodotà internet non è un mondo a parte. E' lo spazio pubblico più ampio che l'umanità abbia mai conosciuto, ma occorre riflettere. Se non è un mondo a parte anche la libertà di espressione e le libertà personali non si difendono in modo autonomo su internet ma tenendo conto dei sistemi giuridici nel loro complesso. Il che significa anche che è possibile pensare regole che salvaguardino la libertà e la neutralità di internet, perché internet non è probabilmente capace di difenderle solo per via tecnologica. Il grande movimento della carta dei diritti di internet ne è un esempio (Rodotà ne ha parlato spesso e in rete si trovano svariati approfondimenti, tipo il resoconto di un discorso all'Igf a Cagliari). Un fatto importante successo recentemente è la decisione della corte costituzionale tedesca che ha stabilito il principio secondo il quale esiste un diritto alla riservatezza e integrità del proprio apparato tecnologico, con la conseguenza di avere definito l'esistenza di un continuum persona-macchina che lascia intuire l'emergere di una nuova antropologia.

Sta di fatto che la libertà di espressione è aumentata dalla presenza di internet. E che la difesa della libertà di espressione online è decisiva perché la società possa cogliere l'opportunità offerta da internet per migliorare il sistema dell'informazione. Non è una condizione suffiente per migliorare la democrazia. Ma è necessaria. 

Come vanno i giornali a pagamento

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PaidContent ha fatto una piccola inchiesta sui risultati dei giornali online che fanno pagare l'accesso al servizio. Ne emerge un quadro piuttosto poco incoraggiante: 

The newspapers tend to be located in smaller, often rural markets; online-only subscriptions are typically priced at a substantial discount to the print edition (in general, about 75 percent of what the print product costs); where numbers are available, the number of online subscribers is still a tiny percentage of their print counterparts (less than 5 percent); and many of these papers say they began charging not so much to make money online, but rather to protect sales of their print editions.

L'idea è insomma per ora poco sviluppata e ben poco risolutiva. Come ci si poteva peraltro aspettare che fosse. Ecco i dati.

Dalle parole al significato

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Eric Schmidt risponde a un'intervista di TechCrunch sul futuro dei motori di ricerca. E concentra il suo pensiero su un'idea centrale: Google e i motori di ricerca devono passare dalla focalizzazione sulle parole alla focalizzazione sul significato.

Insomma. Si passa dalla modalità "database", con parole chiave e risposte in qualche misura preordinate a una modalità più complessa, nella quale il motore si chiede "che cosa intendi chiedere davvero?"

Si direbbe però che di fronte a questo problema ci siano due strade. 

La prima, apparentemente preferita da Google, è quella di conoscere sempre meglio gli utenti, uno per uno, e quindi rispondere alle loro domande in modo sempre più puntuale. Ma questa strada è anche quella che si scontra più frequentemente con i problemi della privacy. Perché se Google conosce sempre meglio gli utenti può vendere - in un certo senso - questa conoscenza anche ad altri, come gli inserzionisti pubblicitari.

La seconda, testimoniata in Italia da ExpertSystem, prevede che le macchine sapranno comprendere sempre meglio le domande che gli umani pongono senza conoscere le persone che le pongono ma imparando a riconoscere sempre meglio il significato delle parole e delle frasi. Dal punto di vista teorico e pratico è una strada molto più complessa. Ma straordinariamente affascinante.

Anche perché è vero che le macchine si adattano alle persone. Ma è anche vero che, persino più spesso, le persone si adattano alle macchine. Imparando a modificare il loro linguaggio per avere un'efficiente interazione con le macchine. Ma impoverendo, in un certo senso, il loro linguaggio.

La strada delle ricerche basate sulla condivisione di conoscenze, ancora indietro in certi luoghi ma già avanzata in Corea per esempio, è forse un percorso più ricco di conseguenze equilibrate sul piano culturale. Le search su Twitter sono un esempio di sviluppo in questo senso piuttosto rilevante. Ma siamo ancora ai primi passi.

Quello che è chiaro è che la conoscenza è sempre più sul web. E i sistemi con i quali si ricerca sul web saranno sempre più centrali nella formazione e nella crescita della qualità della conoscenza accessibile. Il che non può essere appannaggio di poche aziende private quotate in borsa. Ma è una preoccupazione che deve condurre all'azione, non alla lamentazione.

Feeling Hype

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Esagerazioni. Se ne vedono ovunque. Anche per sostenere l'importanza di innovazioni che in effetti hanno qualcosa di fondamentalmente interessante. 

Lo hype è parte integrante del processo innovativo per molte tecnologie che richiedono uno sforzo iniziale per l'adozione. Il problema è che si può fare hype, si può fare una comunicazione esagerata anche su tecnologie che non hanno nulla di veramente interessante. Si chiama processo di illusione-delusione ben conosciuto specialmente in Italia.

Ma anche il processo successivo (ho-avuto-troppe-delusioni-dunque-non-mi-illudo-più) è negativo e paralizzante. 

L'unica soluzione è stare dentro i processi innovativi e considerarli criticamente. Un bell'esercizio è quello di immaginare quali tecnologie sono più importanti di quanto si percepisca e quali sono invece meno importanti di quanto si esageri a raccontare.

Ci si può domandare per esempio se sia nella prima o nella seconda categoria la realtà aumentata (vedi esempi su webvolution). Un motivo che fa pensare che ci sia esagerazione sta nel fatto che grazie al frame della realtà aumentata trovano attenzione idee piuttosto controverse come le lenti a contatto che informano direttamente dall'occhio (vedi NextNature). Ma il motivo che spinge invece a prendere in considerazione attentamente l'idea di un browser trasparente capace di sovrapporre informazioni su un'immagine presa dalla realtà è legato principalmente al successo dei cellulari con grande schermo buona fotocamera e grande diffusione. In questo caso la realtà aumentata è un "di cui" di un fenomeno già avviato e provato. Il vero freno, lo sforzo che manca, è editoriale: se la realtà aumentata darà soltanto informazioni su quello che viene prodotto da un'unica centrale vagamente automatica come GoogleMaps o se gli incentivi a pubblicare informazioni saranno legati soltanto alla pubblicità di negozi e locali, tutta la questione potrebbe finire in una bolla di sapone. Se gente con spirito editoriale vero, orientata a informare, si mettesse a lavorare questa cosa, invece, potrebbe trarne uno spunto interessante per un nuovo piccolo (forse nemmeno tanto) modello di business iperlocale, di servizio, di connessione tra pari. 

È chiaro che per dedicarsi a questo genere di pensiero lo hype può servire un po' come conforto per la fatica che dovrà essere fatta, ma non basta.

Conversazioni

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Poiché i commenti a questo blog ne sono spesso la parte più interessante, vale la pena raccogliere in un post le discussioni ancora aperte: 

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