August 2009 Archives
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Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
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Nothing ends (27 aprile 2008)
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L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
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Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
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Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)
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In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
Articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana.
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
And... A modest suggestion from Newsweek
EDITORIA: ANTITRUST AVVIA ISTRUTTORIA NEI CONFRONTI DI GOOGLE ITALY PER POSSIBILE ABUSO DI POSIZIONE DOMINANTE
Procedimento avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali. Secondo la Federazione, nella gestione del servizio Google News Italia, Google impedirebbe agli editori di scegliere liberamente le modalità con cui consentire l'utilizzo delle notizie pubblicate sui propri siti internet. I siti editoriali che non vogliono apparire su Google News verrebbero infatti automaticamente esclusi anche dal motore di ricerca Google. Possibili effettivi distorsivi sul mercato della raccolta pubblicitaria on line.
L'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella riunione del 26 agosto 2009, ha deciso di avviare un'istruttoria nei confronti di Google Italy per verificare se i comportamenti della società, in considerazione della sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca on line, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria on line e a consolidare la sua posizione nella intermediazione di spazi pubblicitari.
Il procedimento, notificato oggi alla società nel corso di un'ispezione condotta in collaborazione con le Unità Speciali della Guardia di Finanza, è stato avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali, relativa al servizio Google News Italia, con il quale Google aggrega, indicizza e visualizza parzialmente notizie pubblicate da molti editori italiani attivi online. Secondo gli editori Google News Italia, utilizzando parzialmente il prodotto dei singoli editori on line, avrebbe un impatto negativo sulla capacità degli editori online di attrarre utenti ed investimenti pubblicitari sulle proprie home page. Gli editori italiani, che non ottengono alcuna forma di remunerazione diretta per l'utilizzo dei propri contenuti su Google News, non avrebbero inoltre la possibilità di scegliere se includere o meno le notizie pubblicate sui propri siti internet sul portale stesso: Google renderebbe infatti possibile ad un editore di non apparire su Google News, ma ciò comporterebbe l'esclusione dei contenuti dell'editore dal motore di ricerca della stessa Google. Si tratta di una condizione estremamente penalizzante: la presenza sul motore di ricerca di Google è determinante per la capacità di un sito internet di attrarre visitatori e dunque ottenere ricavi dalla raccolta pubblicitaria, vista l'elevatissima diffusione di tale motore tra gli utenti.
L'istruttoria dell'Antitrust dovrà dunque verificare se i comportamenti di Google, resi possibili dalla sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca online, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria online, con l'ulteriore effetto di consolidare la sua posizione nell'intermediazione pubblicitaria online.
Roma, 27 agosto 2009
una manifestazione meravigliosa, che commuove solo a ripensarla.
anche perché ricorda un punto di vista sul Novecento che altrove si dimentica: la II Guerra Mondiale fu essenzialmente una tappa di un lungo processo di spartizione del mondo tra grandi potenze. All'inizio di quel periodo, tra l'altro, Germania nazista e Unione Sovietica decisero come dividersi le terre del Baltico senza tenere in alcun modo conto di quello che pensava chi ci abitava, dalla Polonia alla Finlandia, passando appunto per i tre paesi baltici. Terminata la guerra contro la Germania, altri trattati e altre potenze si spartirono il mondo.
estonia, Lettonia e Lituania hanno vissuto una guerra di 50 anni, durante i quali i loro popoli sono stati violentati, deportati, sterminati, altrernativamente, dai nazisti e dai sovietici. Qui la guerra è finita solo nel 1989.
Ma se si scioglie, e se le perdite vengono dunque registrate nei bilanci dei soci, che cosa succede? Il pacchetto più consistente, se non sbaglio, è ancora quello della Telefonica. Entro il 28 ottobre si dovrebbe sapere qualcosa di più.
A questa vicenda è evidentemente collegata quella della famosa ipotesi di scorporo della rete.
Gli editori possono anche provare a mettere un prezzo alle loro notizie... ma non possono obbligare il pubblico a comprarle. Se nell'ecosistema dell'informazione continuano a prodursi notizie a costo zero per il lettore, saranno quelle a essere maggiormente ricercate e fruite. Le notizie a pagamento non sembrano una buona strada da seguire.
Quello che bisognerebbe approfondire nel contesto delle news online a pagamento anche in Italia è la domanda, sempre fatta da persone. Se è vero che il comitato della Fieg sta studiando le formule per far pagare le news online lasciando poi libertà di scelta all'editore proprio a seconda della domanda, nella stessa dichiarazione all'ANSA il presidente della Fieg dichiara di essere convinto che - nonostante l'abitudine alle news gratis online - "ci siano fruitori di contenuti di qualità, specialistici o di elevata professionalità che sarebbero disposti a pagare i servizi di cui hanno bisogno".
Sarà per la passione che ho le potenzialità dello strumento telematico, sarà perché non condivido le opinioni che fanno intravedere nella Rete un pericolo piuttosto che un'opportunità, ma ritengo che il problema di una possibile crisi della carta stampata sia imputabile più alla carenza nella qualità delle "firme giornalistiche" piuttosto che nella concorrenza del Web.
I giornali non devono continuare a veicolare informazioni, questo sarebbe assurdo in un mercato ormai reso saturo dalla contestuale offerta di informazioni che provengono dal web, dalla televisione satellitare (penso ai notiziari 24H) alle edizioni cartacee dei quotidiani pomeridiani gratuitamente distribuiti nelle stazioni metropolitane.
I giornali per conservare fette significative di mercato dovranno accaparrare le migliori "firme giornalistiche" e focalizzare l'attenzione su "commenti e approfondimenti" alle notizie.
Tutti pagheremmo volentieri un commento politico, sociale o semplicemente sportivo se ben scritto e capace di accrescere la nostra opinione.
A salvare dall'estinzione gli editori tradizionali potrebbe essere l'autorevolezza, perché notizie gratuite ma di livello scadente (in un mondo logico) non le vorrebbe nessuno. Tuttavia, nel passato soprattutto recente, tra gli editori sembra esserci stata una gara al ribasso e alla perdita di autorevolezza - su questo versante la situazione non è positiva.
I giornalisti continueranno a fare i giornalisti ("ciò che è davvero il giornalismo: un lavoro artigiano, fondamentalmente di ricerca, dotato di un metodo di lavoro orientato alla raccolta e alla verifica dei fatti, con una linea interpretativa esplicita", scrivevi), la pubblicità continuerà a dovere e volere essere sempre presente dove passa lo struscio, la vera rivoluzione sta dove dici tu e quanto e come verrà convissuta da altri verrà dopo.
il tema dei servizi a valore aggiunto è fondamentale secondo me.
Ma quali però?
Quale valore aggiunto si può aggiungere a una notizia?
Forse un approfondimento di un Solone di ruolo (detto in senso buono si intende) che spieghi la notizia e dia delle informazioni che la rendono più intellegibile?
E quanto si è disposti a pagare per questo Solone di ruolo?
Il modello Freemium per la notizia può essere una soluzione forse ma la parte premium deve essere accettata come valida da un gran numero di persone, una bella sfida direi...
La struttura redazionale classica è nata e si è sviluppata perché - data l'infrastruttura tecnologica esistente - permetteva l'ottimizzazione della filiera dell'informazione con la conseguente ottimizzazione dei costi, in maniera non molto diversa da quanto avvenuto per l'industria classica.
Il modello è entrato in crisi quando è risultato evidente che Internet produce e distribuisce informazione in modo più efficiente.
Sfruttare a proprio vantaggio questa "nuova" infrastruttura significa modificare profondamente il modello redazionale classico, adottandone altri come la redazione distribuita e on demand e accettando di trasformare la piramide a senso unico editore-giornalista-lettore in un grafo fortemente connesso.
Il concetto stesso di media e' quantomai obsoleto. Il vero problema e' che nellera dellinformazione diffusa non ha più senso un media ma ha senso un "media diffuso" la dove le persone si aggregano spontaneente. Dai discorsi che faccio periodicamente con importanti editori nazionali CIO spaventa non poco in quanto l'audience "diffusa" viene vissuta come una "perdita di potere mediatico" peccato che non si accorgano già di essere degli zombie. Come ci insegna l'evoluzione solo pochi sopravviveranno ...
Unaltro aspetto da non sottovalutare minimamente e' che la parte più importante dell'editoria e' letteralmente "sovvenzionata" dalle provvidenze (economiche) della presidenza del consiglio che finanziano i costi dei quotidiani e che vengono erogate sulla base della tiratura e del colore politico: quindi non esiste "informazione indipendente" per nessuno. Ritengo che visto che oggi il digitale spesso supera anche il cartaceo tali provvidenze debbano essere estese anche agli editori digitali degni di questo nome, proprio perché possano batterai ad armi pari con l'editoria tradizionale. Relativamente agli aggregatori di notizie,Google in testa, visto il potere informativo di cui dispongono nell'era digitale ritengo che sia assolutamente doveroso ( e legale) che dichiarino pubblicamente i meccanismi di ranking per i quali danno più o meno visibilità alle notizie ed alle testate orientando di fatto il traffico dei lettori. Il primato del digitale e la libertà di informazione passano sopratutto dalle regole chiare ed uguali per tutti. :-)
@MIchele Ficara Manganelli: è vero che l'informazione on line merita rispetto, mi preoccupa quello che dici rispetto agli editori digitali degni di questo nome, probabilmente così finirà che i finanziamenti li prendono gli stessi controllati dal sistema di potere. Lo stato deve tutelare l'informazione e l'accesso all'informazione ma bisogna trovare criteri diversi per incentivare la produzione di informazione.
A me il problema continua a sembrare trovarsi all'inizio. Mentre riesco a vedere un mercato per le opinioni sulle notizie e l'aggregazione delle notizie, tutto questo presuppone che le notizie arrivino da qialche parte.
Con tutta la buona volontà, il "giornalismo dal basso" semplicemente non ce la può fare, un po' per ragioni pratiche - come fai ad avere notizie dirette su quanto accade in Madagascar? - un po' perché anche ammesso che qualcuno invii le informazioni non è affatto detto che siano utilizzabili; non ci si può improvvisare raccoglitori di informazioni
Resta poi aperta la questione delle conseguenze sull'ecosistema dell'informazione di un passaggio ai notiziari online a pagamento. In proposito si diceva:
Se tutti gli editori volessero impedire la condivisione gratuita delle informazioni prodotte dai loro giornali, di fatto impoverirebbero l'ecosistema dell'informazione dal quale i loro stessi giornalisti attingono per migliorare il loro lavoro. Ne risulterebbe un peggioramento della qualità o un aumento dei costi.
Grazie a BolsoTumblr e a Pollicino per la citazione.
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Riporto qui la discussione originale.
Ho dei dubbi che siano i giornalisti dei quotidiani a vendere le notizie, e non le agenzie.
I "30mila megawat" di Corriere e da dove arrivano?
Bella e stimolante osservazione ... MA forse il problema e un altro ovvero il concetto stesso di media e' quantomai obsoleto. Il vero problema e' che nellera dellinformazione diffusa non ha più senso un media ma ha senso un "media diffuso" la dove le persone si aggregano spontaneente. Dai discorsi che faccio periodicamente con importanti editori nazionali CIO spaventa non poco in quanto l'audience "diffusa" viene vissuta come una "perdita di potere mediatico" peccato che non si accorgano già di essere degli zombie. Come ci insegna l'evoluzione solo pochi sopravviveranno ...
Sarà per la passione che ho le potenzialità dello strumento telematico, sarà perché non condivido le opinioni che fanno intravedere nella Rete un pericolo piuttosto che un'opportunità, ma ritengo che il problema di una possibile crisi della carta stampata sia imputabile più alla carenza nella qualità delle "firme giornalistiche" piuttosto che nella concorrenza del Web.
I giornali non devono continuare a veicolare informazioni, questo sarebbe assurdo in un mercato ormai reso saturo dalla contestuale offerta di informazioni che provengono dal web, dalla televisione satellitare (penso ai notiziari 24H) alle edizioni cartacee dei quotidiani pomeridiani gratuitamente distribuiti nelle stazioni metropolitane.
I giornali per conservare fette significative di mercato dovranno accaparrare le migliori "firme giornalistiche" e focalizzare l'attenzione su "commenti e approfondimenti" alle notizie.
Tutti pagheremmo volentieri un commento politico, sociale o semplicemente sportivo se ben scritto e capace di accrescere la nostra opinione.
Luca, bel post sull'argomento più caldo del momento.
Condivido la perplessità che lucidamente hai sollevato sulla rivoluzione concettuale che si propone tra corrispettivo del supporto e corrispettivo dell'informazione (o se preferisci del contenuto).
Scrivevo in modo più "intuitivo" e meno lucido e riflettuto qualche settimana fa (http://www.guidoscorza.it/?p=961) che l'idea di un metodo "payperinformation" oltre a non convincermi sotto il profilo della sostenibilità economica (ma non ho competenze al riguardo) mi preoccupa sotto il profilo della qualità e libertà dell'informazione: la corrispettività diretta rischia di costituire una troppo forte tentazione per gli editori di caricare i giornali di informazioni cariche di appeal (nude&sex per esempio) e povere di contenuti e, soprattutto, di trasformare l'informazione in "comunicazione commerciale.
Ti segnalo, perché mi sembra vada nella stessa direzione concettuale del tuo post questo interessante link: http://paidcontent.org/article/419-the-fallacy-of-the-link-economy/.
Due ultime osservazioni: tra le leve per vendere i giornali che, forse romanticamente, ma non credo debbano morire ne siano condannati all'estinzione ce n'è una troppo a lungo sottovalutata proprio perché si pagava il supporto: la qualità dell'informazione.
La seconda osservazione: se la crisi dell'editoria è determinata dagli aggregatori di news allora è in quella direzione che occorre andare a recuperare utili e non addossare ai lettori il costo di un preteso danno arrecato all'impresa editoriale da altri imprenditori...
Ci siamo già passati con l'equo compenso - ed ancora paghiamo il prezzo - anziché affrontare il problema della pirateria (soprattutto commerciale) si è trovata la comoda via di addebitare subdolamente alla collettività il costo del danno da altri prodotto ad un'industria.
Scusa la lunghezza del commento e buon lavoro.
Una piccola curiosità OT (neanche tanto poi) assolutamente priva di qualsiasi vena polemica.
Luca, tu che scrivi per il Sole24Ore, mi sapresti spiegare come mai in questo momento (sono le 17,55) nelle home page di tutti i principali siti di informazione (e quando dico tutti intendo tutti, compreso Il Giornale) compare la notizia del crollo del pil e dei consumi con i soli telefonini in controtendenza, e la stessa notizia non compare nell'home page del Sole? (io almeno non l'ho tovata).
Gli editori possono anche provare a mettere un prezzo alle loro notizie... ma non possono obbligare il pubblico a comprarle. Se nell'ecosistema dell'informazione continuano a prodursi notizie a costo zero per il lettore, saranno quelle a essere maggiormente ricercate e fruite. Le notizie a pagamento non sembrano una buona strada da seguire.
A salvare dall'estinzione gli editori tradizionali potrebbe essere l'autorevolezza, perché notizie gratuite ma di livello scadente (in un mondo logico) non le vorrebbe nessuno. Tuttavia, nel passato soprattutto recente, tra gli editori sembra esserci stata una gara al ribasso e alla perdita di autorevolezza - su questo versante la situazione non è positiva.
Di questo post mi colpisce soggettivamente il titolo e la conclusione. Se non ho le competenze per paragonare le scelte di business delle etichette musicali all'editoria (posso solo consigliare la lettura dell'articolo di Mantellini, "Il futuro delle notizie di carta", dove partendo dall'intuizione di De Benedetti di voler fare di Repubblica.it l'iTunes delle notizie si passa anche attraverso un paragone critico con le case discografiche), di certo sono persone sia gli editori che i giornalisti, ed anche i sopramenzionati singloli autori. Tutti loro però fanno parte dell'offerta, mentre IMHO quello che bisognerebbe approfondire nel contesto delle news online a pagamento anche in Italia è la domanda, sempre fatta da persone. Se è vero che il comitato della Fieg sta studiando le formule per far pagare le news online lasciando poi libertà di scelta all'editore proprio a seconda della domanda, nella stessa dichiarazione all'ANSA il presidente della Fieg dichiara di essere convinto che - nonostante l'abitudine alle news gratis online - "ci siano fruitori di contenuti di qualità, specialistici o di elevata professionalità che sarebbero disposti a pagare i servizi di cui hanno bisogno". Non metto in dubbio questa autorevole convinzione, e per ora mi conforta pensare che i singoli editori faranno verosimilmente delle ricerche di mercato (mi auguro ad es. dei sondaggi e/o "forum", ma - sconfinando un po' - anche consulenza di autorevoli giornalisti-blogger quali obiettivamente Luca De Biase), che soggettivamente ritengo che in tutta questa annunciata trasformazione - piuttosto che una decisione presa dall'alto - sia l'elemento di inclusione di tutte le persone.
In un giornale grande e complesso come il Sole 24 Ore chi si occupa di un settore di solito tenta di non rispondere di ciò che fa chi si occupa di un altro settore. E io non ho l'incarico di occuparmi del sito del Sole. Ma posso dire che i colleghi ce la mettono tutta per fare un buon lavoro. Non ho visto il sito del Sole nel pomeriggio. Vedo ora che il dato Confcommercio è riportato in questa pagina:http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/08/confcommercio-consumi-italia.shtml?uuid=22d203e8-8b1d-11de-af46-a0df39fd03cb&DocRulesView=Libero&fromSearch
Ne approfitto per ringraziare di tutti i commenti. Che francamente ritengo siano la parte più interessante di questo blog. Tornerò sull'argomento prossimamente: come dicevo ne sto scrivendo. Anche se è davvero enormemente difficile: ho infatti l'impressione che le responsabilità dello stato in cui versa il sistema dell'informazione italiana siano condivise tra tutti gli attori coinvolti. Giornalisti compresi. Non è dunque facile scagliare una prima o un'ennesima pietra per chi fa comunque parte di una categoria che a modo suo e con il suo ruolo contribuisce alla crisi. E non è facile dover dire che per quanto attiene ai modelli di business - il tema principale del dibattito di questi giorni - la questione è fondamentalmente degli editori.
(io però avevo commentato... il mio messaggio si è perso perché aveva due link? :-(
"È una soluzione complicata perchè rivoluziona l'intero ecosistema dell'informazione: gli editori infatti, non hanno mai venduto le notizie; hanno sempre venduto il supporto che rendeva accessibili le notizie al pubblico".
Grazie per aver beccato il punto.
I giornalisti continueranno a fare i giornalisti ("ciò che è davvero il giornalismo: un lavoro artigiano, fondamentalmente di ricerca, dotato di un metodo di lavoro orientato alla raccolta e alla verifica dei fatti, con una linea interpretativa esplicita", scrivevi), la pubblicità continuerà a dovere e volere essere sempre presente dove passa lo struscio, la vera rivoluzione sta dove dici tu e quanto e come verrà convissuta da altri verrà dopo.
Non è ovviamente una delega: è solo che il mercato si muove là dove passano i soldi, e l'editore in questo campo è il media (economico) dei media (di notizie, i giornalisti e il supporto). Indipendentemente da quale tipo di editore sia, ovvio, vedi Spot.us
ciao .mau! non so perché si sia perso... ora ho liberato un tuo commento che si era impigliato in chissà quale perplessità di questa piattaforma, ma non conteneva due link... :-)
boh... chissà che era successo con il commento (alla fine i link non li avevo messi perché non erano così importanti :) )
La struttura redazionale classica è nata e si è sviluppata perché - data l'infrastruttura tecnologica esistente - permetteva l'ottimizzazione della filiera dell'informazione con la conseguente ottimizzazione dei costi, in maniera non molto diversa da quanto avvenuto per l'industria classica.
Il modello è entrato in crisi quando è risultato evidente che Internet produce e distribuisce informazione in modo più efficiente.
Sfruttare a proprio vantaggio questa "nuova" infrastruttura significa modificare profondamente il modello redazionale classico, adottandone altri come la redazione distribuita e on demand e accettando di trasformare la piramide a senso unico editore-giornalista-lettore in un grafo fortemente connesso.
Unaltro aspetto da non sottovalutare minimamente e' che la parte più importante dell'editoria e' letteralmente "sovvenzionata" dalle provvidenze (economiche) della presidenza del consiglio che finanziano i costi dei quotidiani e che vengono erogate sulla base della tiratura e del colore politico: quindi non esiste "informazione indipendente" per nessuno. Ritengo che visto che oggi il digitale spesso supera anche il cartaceo tali provvidenze debbano essere estese anche agli editori digitali degni di questo nome, proprio perché possano batterai ad armi pari con l'editoria tradizionale. Relativamente agli aggregatori di notizie,Google in testa, visto il potere informativo di cui dispongono nell'era digitale ritengo che sia assolutamente doveroso ( e legale) che dichiarino pubblicamente i meccanismi di ranking per i quali danno più o meno visibilità alle notizie ed alle testate orientando di fatto il traffico dei lettori. Il primato del digitale e la libertà di informazione passano sopratutto dalle regole chiare ed uguali per tutti. :-)
@MIchele Ficara Manganelli: è vero che l'informazione on line merita rispetto, mi preoccupa quello che dici rispetto agli editori digitali degni di questo nome, probabilmente così finirà che i finanziamenti li prendono gli stessi controllati dal sistema di potere. Lo stato deve tutelare l'informazione e l'accesso all'informazione ma bisogna trovare criteri diversi per incentivare la produzione di informazione.
A me il problema continua a sembrare trovarsi all'inizio. Mentre riesco a vedere un mercato per le opinioni sulle notizie e l'aggregazione delle notizie, tutto questo presuppone che le notizie arrivino da qialche parte.
Con tutta la buona volontà, il "giornalismo dal basso" semplicemente non ce la può fare, un po' per ragioni pratiche - come fai ad avere notizie dirette su quanto accade in Madagascar? - un po' perché anche ammesso che qualcuno invii le informazioni non è affatto detto che siano utilizzabili; non ci si può improvvisare raccoglitori di informazioni.
il tema dei servizi a valore aggiunto è fondamentale secondo me.
Ma quali però?
Quale valore aggiunto si può aggiungere a una notizia?
Forse un approfondimento di un Solone di ruolo (detto in senso buono si intende) che spieghi la notizia e dia delle informazioni che la rendono più intellegibile?
E quanto si è disposti a pagare per questo Solone di ruolo?
Il modello Freemium per la notizia può essere una soluzione forse ma la parte premium deve essere accettata come valida da un gran numero di persone, una bella sfida direi...
la federazione di aggregatori locali (TechCrunch). E un'iniziativa di J-lab con cinque
editori. Intanto Spot.us avanza. Le notizie locali sembrano al centro della questione.
sul blog di Facebook.
gli editori sono al centro del problema, se il problema è essenzialmente quello del modello di business. E a quanto pare, in questi giorni sono concentrati sull'idea di vendere le notizie online per rispondere alla crisi dei lettori della carta e degli inserzionisti della pubblicità. Ma è una soluzione molto complicata. E lo sanno loro per primi. È una soluzione complicata perchè rivoluziona l'intero ecosistema dell'informazione: gli editori infatti, non hanno mai venduto le notizie; hanno sempre venduto il supporto che rendeva accessibili le notizie al pubblico, l'attenzione generata dalle notizie agli inserzionisti pubblicitari e la piattaforma di trasporto ai produttori di altri oggetti editoriali come i cosiddetti collaterali (libri, film, canzoni, ecc.).
in un certo senso, a vendere le notizie, agli editori, sono stati piuttosto i giornalisti.
lo spiazzamento concettuale e pratico non è di poco conto. Se le piattaforme per vendere le notizie saranno abbastanza facili - e non potranno non esserlo - anche singoli autori e non solo gruppi organizzati da editori, potrebbero pensare di vendere le notizie direttamente al pubblico.
per motivare la loro parte nella filiera dell'informazione, gli editori dovranno inventarsi qualcosa di meglio che una sorta di mega-accordo tra loro finalizzato a far pagare le notizie online. Ci possono riuscire tanto meglio quanto più attentamente studieranno le scelte di altre aziende simili - pur con le dovute differenze: le etichette musicali in primo luogo. Imho.
ferie + costi della connettività = meno web
il tempo mediatico è un tempo della routine. Il tempo inconsueto delle vacanze riduce un buon 30% del tempo dalle routine. E quel tempo non va ai media consueti ma ad altro. Le esperienze personali sono i veri concorrenti dei media?
berreb: We all want the fatest web browser on earth and today the answer is #Google #Chrome 4.0 for #Mac ;) http://ol.am/aD 9 minutes ago
ps. Intanto, arrivano le parole di Evgeny. E mi sembrano decisive.
Interessante tentativo. Non se Aol investe tanto solo per puntare alla pubblicità. Ma soprattutto se intende ottenere una posizione centrale nelle comunità che va a servire con le informazioni per sviluppare servizi e sperimentare nuovi modelli di business.
I diritti e i doveri delle piattaforme e quelli degli utenti sono distinti in modo chiaro nella cultura digitale. Molto meno nella cultura legale. Soprattutto perché la seconda è molto più lenta della prima. Questi casi servono a fare maturare una migliore comprensione della situazione.
Il legislatore, il sistema giudiziario, l'opinione pubblica, arriveranno a rendersi conto del valore di un sistema nel quale le piattaforme non sono implicate nel modo in cui gli utenti le usano con il tempo. Nessuno dice che le poste sono responsabili del contenuto delle lettere o che le compagnie telefoniche sono responsabili di quello che chi telefona si racconta, o se il telefonino è usato per far saltare a distanza una bomba. Se le piattaforme online sono qualcosa di più simile alla logistica della posta o all'infrastruttura del telefono che a una testata editoriale, cresceranno meglio e arricchiranno meglio il mondo dei servizi. A meno che loro stesse non dichiarino di essere testate, di dare un servizio selettivo e di assumersi la responsabilità di quanto ci si trova sopra: è una decisione imprenditoriale. Più questa decisione è espressa chiaramente più gli utenti sono consapevoli del servizio. Se poi una piattaforma promette un certo servizio e ne offre effettivamente un altro, allora è responsabile. Imho.
Google ovviamente è più avanti su tutta la linea, per quanto riguarda internet. Casomai ha difficoltà a capire come mantenere una cultura geek, producendo software ma vendendo pubblicità.
Ho l'impressione che ci siano dure battaglie strategiche in arrivo. Ma che non siano proprio tecnologiche, quanto piuttosto culturali ed emotive. E' sempre così del resto.
Origine della vita, sintesi di esseri viventi in vitro, connessioni bio-elettroniche, nanoindustria, biosensori, ... Una lunga lezione di George Church e Craig Venter di genomica sintetica. Su Edge.
Sottotesto: che cos'è la vita? Bella domanda per tutti... E nonostante che in molti se la siano posta da secoli, la risposta è ancora una vicenda aperta e decisiva. Si direbbe che per Church un sistema genetico che si replica sia l'elemento essenziale della vita. Non sappiamo a che cosa servano la stragrande maggioranza dei geni. Ma l'idea è di intervenire e modificare. E' un percorso che può far paura. Ma è stato intrapreso. Meglio saperne di più.
Nel pubblico, tra gli altri: Larry Page, Nassim Taleb, Stewart Brand, Tim O' Reilly...