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Month August 2009

Gian Arturo Ferrari contro l’”ideologia di internet”

In Italia ci sono 3,2 milioni di persone che leggono almeno un libro al mese. Ci sono 2901 case editrici. E in un anno si pubblicano circa 61mila titoli. Il 60% dei titoli stampati non vende neppure una copia. I piccoli editori hanno un invenduto del 95%. I 5 grandi editori (Mondadori, Rcs, Messaggerie, DeAgostini, Feltrinelli) vendono quasi il 90% dei primi 500 libri più venduti. L’Italia è il settimo mercato del mondo di libri.
Evidentemente si tratta di un business ad altissimo rischio, con una concentrazione enorme, con un pubblico piuttosto ridotto. Internet è una soluzione o una innovazione devastante in questo equilibrio?

Il direttore generale della divisione libri della Mondadori ha spiegato per un’ora e mezza, a Vedrò, vicino a Riva del Garda, quello che sta succedendo nel mondo dell’editoria libraria. In sintesi, ritiene che l’ebook sia una vera rivoluzione e che su internet si sia sviluppata un’ideologia inconsapevole, dalle conseguenze fortemente negative. 

Per Ferrari, la distinzione fondamentale del mercato è tra i libri a progetto e i libri d’autore. I primi sono progettati industrialmente dagli editori e sono prevedibili nei loro sviluppi economici, i secondi nascono spontaneamente per volontà degli autori e sono totalmente imprevedibili.
La rivoluzione fondamentale dei prossimi anni è l’ebook, per Ferrari. Abbasserà i costi, abbasserà i rischi, cambierà i rapporti tra autori ed editori. Ma avverrà prima di tutto sui libri a progetto, soprattutto quelli scolastici. Poi si svilupperà sui libri d’autore. 
Per gli editori sarà un grande cambiamento. E il loro valore si concentrerà sul possesso del marchio. E’ possibile, dice Ferrari, che con la fine del rischio imprenditoriale di stampare i libri, gli editori non saranno più quelli che pagano gli autori, ma saranno gli autori a pagare gli editori per poter usare il loro marchio.
In tutto questo si inserisce, dice Ferrari, la variabile impazzita di internet. Un’ideologia dell’uguaglianza, del peer-to-peer, inconsapevole che non tiene conto dell’economia che sta dietro i libri e che tende semplicemente a diffondere libri senza pagamento.
Un po’ a sorpresa, però, Ferrari dichiara che il problema principale dell’editoria italiana è che è troppo elitaria. Pochi lettori e un’idea di libro che non va nella direzione della sua popolarizzazione. “Nessuno aiuta i poveri”. Ricetta? L’ebook abbasserà i costi, dunque i prezzi, e dunque aumenterà il numero di lettori.
Sintesi: “Tra vent’anni tutto sarà completamente diverso. Ma io lavorerò ancora per 15 anni. E dunque non me ne importa nulla”.
Commento. Ferrari vede tutto dal punto di vista dell’editore tradizionale. Cerca di imporre al mercato una dinamica che cambi tutto per non cambiare molto con gli ebook che salvaguardano la filiera protetta del business. Teme internet e il peer-to-peer. Non vede alcun rapporto tra la diffusione di idee che si sviluppa liberamente in rete e i difetti strutturali dell’editoria tradizionale. 
Sarebbe interessante ricordargli che il punto di vista del pubblico e quello degli autori andrebbero presi meglio in considerazione per comprendere le dinamiche fondamentali in atto.
Per gli autori, già oggi, pubblicare un libro è un lavoro sostanzialmente gratuito. Gli autori che guadagnano con i libri, come dimostrano i dati forniti da Ferrari, sono una microscopica percentuale del totale. Gli altri lo fanno solo per contribuire alla cultura. Esattamente come lo farebbero con un blog: l’unica differenza è che con un libro possono avere un marchio editoriale accanto al loro nome. Ma questo, come appunto dice Ferrari, nella maggior parte dei casi non aggiunge alcun guadagno. Peraltro, un blog ha qualche probabilità in più di un libro di essere trovato da qualche persona interessata, mentre un libro di carta spesso non trova il suo lettore (nel 60% dei casi). Per gli autori, internet è una grande opportunità, dunque, e in effetti il boom di persone che pubblicano online lo dimostra. 
Per il pubblico, l’abbassamento dei costi e il cambiamento dell’ergonomia della lettura saranno cambiamenti importanti e di segno diverso. Ma la dinamica di accettazione dell’ebook non va data per scontata. Non c’è alcun motivo per il pubblico di comprare l’ebook che non offre un valore d’uso significativo rispetto alle alternative. Le architetteture ebook fondamentali alternative sono quelle che li vedono più simili a telefonini e quelle che li vedono più simili a computer. E anche se i ragazzi saranno costretti a studiare su libri di testo in ebook simili a telefonini, prima o poi, le alternative simili al computer salteranno fuori. E il peer-to-peer riprenderà il suo corso.
Gli autori e il pubblico hanno interessi in comune molto forti. E tenderanno a incontrarsi direttamente. In questo incontro ci sarà bisogno di nuovi mediatori: culturali, qualitativi, formativi, informativi, pubblicitari, organizzativi. Ci saranno squadre al lavoro per trasformare le esperienze librarie in esperienze crossmediali. E di nuovi modi di fruire delle idee nate per i libri. Non è detto che queste attività saranno svolte da editori tradizionali. Ma qualcuno si occuperà anche dei modelli di business. Chi?
Per gli editori tradizionali, tutto questo significa che non basta immaginare un futuro in cui la struttura del mercato resti protetta. E’ molto più rilevante sperimentare nuovi modelli che consentano al loro ruolo di riacquistare legittimità e valore culturale. Non basta il marchio: il marchio è vivo se è viva la comunità che gli dà senso, altrimenti prima o poi si consuma. Se gli editori aggiungono cultura avranno un modello di valore sul quale costituire un business. Altrimenti tenderanno ad essere disintermediati. Prendersela con il modo con cui il pubblico usa internet è un errore: perché è come prendersela con i propri clienti potenziali. Meglio ascoltarli che additarli come ideologi strampalati e inconsapevoli. E una volta ascoltato quello che succede, rispondere con spirito di servizio. Ma sicuramente queste cose Ferrari le sa.
Almeno perché ha visto che cosa è successo alle major della musica. E non si vede perché dovrebbe ripercorrerne gli errori.

BlogBabel all’asta

arà anche una provocazione. Ma è di quelle che lasciano il segno. L’idea di mettere BlogBabel all’asta su eBay è forte. Ludo da tempo ha altri progetti e vorrebbe che la sua creatura spiccasse il volo in un contesto che la faccia crescere. E BlogBabel merita di superare se stessa. Magari tenendo conto del fatto che non c’è ancora nulla in giro che metta insieme le coversazioni dei blog con quelle che spesso le stesse persone sviluppano su piattaforme di social networking. Via orientalia.

Segnali di influenza

Ross Dowson suggerisce cinque idee su come la crescente centralità della dimensione dell’”influenza” (nell’ambito del “potere” almeno mediatico) stia trasformando la società. (via Vacellari). In vista del Future of influence Summit che parte domani.

Il tema sconfina nel marketing. E lo stesso Dowson suggerisce di dare un’occhiata a cose tipo Izea e Tweetroi piattaforme che in modo relativamente trasparente inducono gli utenti di Twitter a pensare di utilizzare la loro influenza come strumento per inserzionisti pubblicitari disposti a pagare per tweet favorevoli. Intanto, Sharlyn Lauby teorizza su come twittare e sostenere i valori aziendali. (via DonnaPapacosta). 
Ci sono ormai decine di migliaia di persone coinvolte in queste pratiche. Non si tratta di giudicarle. Ma di sapere che ci sono, riflettere, digerire. E cercare l’autenticità. Accettando le bizzarre contraddizioni di un mondo nel quale le idee sono valore. L’autenticità non è negarlo, ma saperlo. Dirlo in modo trasparente. E dare la priorità alle relazioni, non al denaro che possono produrre. Non è facile. Ma la sola difesa è la consapevolezza.

BookBlogging – L’ossimoro del potere intelligente

More about Leadership e potere. Haed, soft, smart powerEsiste il potere intelligente? Oppure il potere è solo un meccanismo banale che offre a chi lo detiene l’unica priorità di esercitarlo per mantenerlo? 
Domande antiche. Che non si possono evitare. Specialmente in un’epoca in cui se non la sostanza, almeno l’espressione culturale del potere si trasforma profondamente, insieme a tutto l’ecosistema della conoscenza. Aprendo scenari nuovi per un esercizio più intelligente del potere ma anche per un esercizio ancor più sottile, manipolatorio e verticistico del potere.
Il momento storico richiede riflessioni vere su questi argomenti. E lo dimostra il fatto che i più generosi pensatori che si occupano dell’argomento non fanno mancare la loro voce.
Il maestro del “soft power”, Joseph Nye, ha scritto un saggio divulgativo pubblicato negli Anticorpi di Laterza, sulle dimensioni “soft”, “hard” e “smart” del potere, in relazione alla leadership. E il maestro della società della rete, Manuel Castells, ha scritto un saggio profondo, impegnativo e appassionante sulle trasformazioni del potere nella società della rete.
More about Communication PowerQuello che emerge, mi pare, è il bisogno intellettuale e pratico di sottolineare l’aspetto culturale del potere.
La forma istituzionale con la quale si attribuisce il potere non è sufficiente a definirlo. Anzi, in molti casi, il potere vero tende a sfuggire dalle mani di chi per ruolo istituzionale dovrebbe detenerlo.
Perché il potere non è soltanto un insieme di leve di comando. Esiste, da sempre ma soprattutto nell’epoca della conoscenza, solo in quanto si sa raccontare, legittimare, spiegare e motivare.
Tra leadership e potere non ci sono più troppe differenze in un momento in cui le forme della comunicazione si modificano tanto profondamente, acquisendo ogni giorno di più la capacità di influenzare le decisioni comuni e le tendenze storiche.
Ecco alcune citazioni:
Nye – Le dimensioni del potere. 1. “Tre cruciali abilità di soft power: intelligenza emotiva, capacità di visione progettuale e capacità di comunicazione”; 2. “Abilità organizzativa e abilità politica machiavellica, proprie dello hard power”; 3. “Intelligenza contestuale, che permette al leader di usare queste abilità in diverse combinazioni, producendo strategie di smart power”.
Nye – “George W. Bush ha detto una volta che il suo ruolo di leader consisteva nell’essere colui che decide. Ma anche se Bush avesse preso decisioni migliori, di solito da un leader ci aspettiamo qualcosa di più: vogliamo qualcuno che rafforzi la nostra idendità e ci dica chi siamo. Un leader viene giudicato non soltanto per l’efficacia delle sue azioni, ma anche per il significato che sa creare e trasmettere”.
Nye – “Il potere è la capacità di influenzare il comportamento altrui per ottenere i risultati che si desiderano”.
Castells – “Power is the most fundamental process in society, since society is defined around values and institutions, and what is valued and institutionalized is defined by power relationships”.
Castells – “Power is the relational capacity that enablea a social actor to influence asymmetrically the decisions of other social actors in wuays that favor the empowered actor’s will, interests, and values. Power is exercised by means of coercion (or the possibility of it) and/or by the construction of meaning on the basis of the discourses through which social actors guide their action”.
Castells – “Power in the network society is communication power”.
La parola chiave e in entrambi autori “influenzare”. È come se si dovesse sempre più pensare al potere come a un sistema che agisce non in base a condizionamenti fisici ma culturali, mentali. 
Se la questione che si pone è come “riprogrammare” il network che costituisce il principale ambiente con il quale i poteri e i contropoteri si confrontano, è chiaro che si tratta di un problema essenzialmente culturale. Il che significa che l’elaborazione di idee, la verifica alla luce dei fatti, la comunicazione, la disponibilità di sapere e informazione, la libertà di espressione e rielaborazione delle idee, la ricchezza di connessioni tra le persone e la qualità dei servizi che producono notizie, formazione, dibattito, elaborazione, incentivi al confronto pacifico delle opinioni, sono gli argomenti intorno ai quali si decide la pace, lo sviluppo, la possibilità per ciascuno di ricercare la felicità.
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Alcuni libri che ho comprato                Impressioni mentre leggo
Luca Castellitto
Il sogno del bambino stregone
Piemme

Kazuo Ishiguro
Nocturnes
Faber and faber

La storia vista con gli occhi
di un bambino cui la società chiede
troppo. Perché scrivere è agire.

Racconti. Da una piazza
italiana a un appartamento
londinese. In cerca di senso.

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Le puntate precedenti di questa specie di “rubrica”…
L’arte dell’artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L’imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l’intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L’indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L’arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L’arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa – 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L’Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L’organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L’identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l’incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L’organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell’autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l’identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)

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Scrivono di libri: Clelia Mazzini (Akatalēpsìa), Luisa Carrada&nbs
p;(Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d’Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio. E… VibrisseLipperaturaLitteratitudineWittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di LetturaPenna e mouseBookrepublicLa FrustaZamBooksblog. E MilanoNera. E Sottotomo… BooksWebTvPalagniacAmalteoCarmilla onlineAntonio Genna. E Nazione indiana.



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In libreriaEconomia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltreFeltrinelli

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Internet e il controllo del presidente

Una proposta di legge in Usa. Altre perplessità. Cnet. Boing Boing.

Mistero Boffo

Perché? Perché ora, perché così, perché in questo modo? 

Costituzione, titolo I, articolo 21

Articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana. 

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Repubblica

Guardian

Gawker

Financial Times

Bloomberg

And… A modest suggestion from Newsweek

Fiegoogle

La Fieg ha fatto intervenire l’Antitrust e la Guardia di Finanza per sapere se il motore di ricerca di Google discrimini i siti degli editori di giornali se questi non vogliono che Google News ne aggreghi le notizie. Ma motiva la richiesta segnalando tra l’altro il fatto che Google guadagna pubblicità usando i contenuti degli editori e senza pagare nulla per questo. Tra le due questioni c’è una certa differenza. E poiché è evidente a tutti, se ne deduce che la vicenda di ieri è parte del tentativo da parte della Fieg di avviare una trattativa con Google per ottenere una fetta maggiore nell’economia delle notizie online.

La questione di interesse pubblico internettiano più rilevante da risolvere è se Google distorca in qualche modo i risultati del suo motore di ricerca nel caso che un editore non voglia che Google News aggreghi le sue notizie. Google risponde con chiarezza: un editore può evitare come chiunque di essere trovato dal motore e dall’aggregatore usando robot.txt: ma in quel caso appunto non compare né in Google News né in Google. Gli editori faranno bene a verificare se i loro centri di calcolo abbiano usato questa scorciatoia. La soluzione migliore per gli editori che vogliano restare nel motore ma non nell’aggregatore di notizie è quella di contattare direttamente Google, che si dichiara pronto a soddisfare la richiesta.
Se così fosse, la questione principale sarebbe risolta.
Resta molto altro. Ma riguarda gli interessi particolari degli editori e di Google, più che quelli del pubblico. E si tratta di andamento del traffico e di distribuzione dei ricavi pubblicitari.
Traffico. E’ chiaro che Google ha molti più visitatori di qualunque giornale online. Ed è chiaro che anche Google News ha moltissimi utenti. Una parte di questi si ferma ai titoli raccolti dall’aggregatore, una parte clicca e va sui giornali che danno le notizie. Chi ci perde e chi ci guadagna? La questione va vista caso per caso. Ma nella situazione attuale, visto che le notizie su Google News ci sono e la Fieg non riuscirà a convincere tutti coloro che le producono a non lasciarsi aggregare da Google News, è probabile che l’aggregatore continuerà a raccogliere traffico e a distribuirne una parte sui siti di provenienza delle notizie. Chi sta fuori non perde il traffico di chi vuole proprio le notizie del suo giornale ma perde il traffico di quelli che arrivano al suo giornale attraverso l’aggregatore. A ciascun editore sta di fare i suoi conti e di decidere. Vedi WebNotes.
Pubblicità. Non risulta che Google News raccolga pubblicità, ma è chiaro che l’insieme di Google raccoglie pubblicità anche grazie al traffico attratto da Google News. Il modo in cui Google e giornali si spartiscono la torta pubblicitaria dipende dal traffico (vedi sopra) e dalla forma delle inserzioni offerte: è chiaro che quelle di Google e quelle dei giornali non sono molto comparabili ma sono di fatto concorrenti. La soluzione migliore sarebbe che gli editori modernizzassero la loro offerta aggiungendo soluzioni che siano più direttamente confrontabili con quelle di Google, più facili da usare e più convenienti (senza rinunciare ai banner attuali che probabilmente hanno un valore unitario maggiore per gli editori): insomma, che gli editori facessero meglio concorrenza a Google sulla raccolta di pubblicità. Non è facile. Ma è la strada maestra.
L’idea alternativa che potrebbe emergere è quella di contrattare con Google una forma di risarcimento. Sarebbe una soluzione immediata, un vantaggio a breve termine, un ulteriore pratica vagamente elitaria nel commercio italiano: difficile pensare che quel risarcimento toccherebbe a tutti gli editori, probabile che toccherebbe soltanto a quelli della Fieg. Si vedrà. Piacerebbe di più vedere tutte le parti in causa lavorare per innovare, competere, migliorare la qualità del servizio. Ci vorrà tempo, certo.

Google News e la Fieg

La notizia è stata data un po’ in tutto il mondo. La Fieg ha chiesto un intervento all’Antitrust italiana su Google News sostenendo che i giornali che non vogliano apparire nell’aggregatore delle notizie vengono penalizzati anche nel motore di ricerca.

In effetti, digitando questo pomeriggio due parole nel motore di ricerca (antitrust fieg) la notizia data da repubblica.it appariva in 42esima posizione su Google (mentre non c’era in Google News). Insomma, la Repubblica non è nell’aggregatore, non è esclusa dal motore, non è in posizione elevata (arrivano prima molti altri siti giornalistici). Sul Sole interviste con le posizioni della Fieg e di Google. via Mante la risposta di Google.
Sul sito della Fieg non si trova una versione della vicenda (può essere che non l’abbia trovato io). C’è su quello dell’Antitrust. Non si sa chi siano i giornali coinvolti. Non si sa bene che cosa abbia effettivamente fatto l’Antitrust in collaborazione con la Guardia di Finanza.
Non è ovviamente chiaro quanto convenga agli editori evitare Google News: perdono o guadagnano con l’aggregatore? Dipende da quanto raccolgono con i visitatori che arrivano appunto dall’aggregatore al loro sito e da quanti visitatori in più avrebbero se molti non si fermassero alle poche righe riportate su Google News. Non c’è una prova a sostegno di una o dell’altra opinione. Ma è chiaro che se il motore di Google desse risposte che dipendono in qualche modo da come gli editori si pongono nei confronti di Google News, allora questo sarebbe un problema di credibilità per il motore. Google, appunto, lo esclude.
Ecco il comunicato dell’Antitrust:
COMUNICATO STAMPA

EDITORIA: ANTITRUST AVVIA ISTRUTTORIA NEI CONFRONTI DI GOOGLE ITALY PER POSSIBILE ABUSO DI POSIZIONE DOMINANTE

Procedimento avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali. Secondo la Federazione, nella gestione del servizio Google News Italia, Google impedirebbe agli editori di scegliere liberamente le modalità con cui consentire l’utilizzo delle notizie pubblicate sui propri siti internet. I siti editoriali che non vogliono apparire su Google News verrebbero infatti automaticamente esclusi anche dal motore di ricerca Google. Possibili effettivi distorsivi sul mercato della raccolta pubblicitaria on line.

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella riunione del 26 agosto 2009, ha deciso di avviare un’istruttoria nei confronti di Google Italy per verificare se i comportamenti della società, in considerazione della sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca on line, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria on line e a consolidare la sua posizione nella intermediazione di spazi pubblicitari. 
Il procedimento, notificato oggi alla società nel corso di un’ispezione condotta in collaborazione con le Unità Speciali della Guardia di Finanza, è stato avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali, relativa al servizio Google News Italia, con il quale Google aggrega, indicizza e visualizza parzialmente notizie pubblicate da molti editori italiani attivi online. Secondo gli editori Google News Italia, utilizzando parzialmente il prodotto dei singoli editori on line, avrebbe un impatto negativo sulla capacità degli editori online di attrarre utenti ed investimenti pubblicitari sulle proprie home page. Gli editori italiani, che non ottengono alcuna forma di remunerazione diretta per l’utilizzo dei propri contenuti su Google News, non avrebbero inoltre la possibilità di scegliere se includere o meno le notizie pubblicate sui propri siti internet sul portale stesso: Google renderebbe infatti possibile ad un editore di non apparire su Google News, ma ciò comporterebbe l’esclusione dei contenuti dell’editore dal motore di ricerca della stessa Google. Si tratta di una condizione estremamente penalizzante: la presenza sul motore di ricerca di Google è determinante per la capacità di un sito internet di attrarre visitatori e dunque ottenere ricavi dalla raccolta pubblicitaria, vista l’elevatissima diffusione di tale motore tra gli utenti.
L’istruttoria dell’Antitrust dovrà dunque verificare se i comportamenti di Google, resi possibili dalla sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca online, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria online, con l’ulteriore effetto di consolidare la sua posizione nell’intermediazione pubblicitaria online. 

Roma, 27 agosto 2009

Io, noi, ego, nos, mihi, nobis… I, me, mine

L’articolo di Antonio Polito sulla questione dell’egoismo imperante e del noiosismo nostalgico è una buona lettura. Veltroni che sostiene il “noi” della grande storia contro l’”io” assurdamente piccolo eppure provondamente innovativo delle microstorie di interesse personale… Gli osservatori del neoliberismo thatcheriano che ancora si preoccupano di criticare lo statalismo come se fosse qualcosa di diverso dalla pratica di sparare sulla croce rossa: salvo poi chiederne l’intervento, della croce rossa statale, quando il capitalismo si approfitta troppo della liberalizzazione che ha ottenuto devolvendo tutto il potere dello stato alle lobby finanziarie… Visto dall’Italia questo dibattito è meno serio e più saggio di quanto sembri. (Ma scriverne ora col cellulare stando in coda all’aeroporto è troppo impegnativo. Valga questo post giusto come segnalazione del tema.. Via Marco).

Epistemologia del giornalismo

Una riflessione onesta sul metodo di ricerca giornalistica, basato su ipotesi e fatti, dall’Unesco

La commozione della non-violenza

Vent’anni fa, tra uno e due milioni di persone hanno fatto una catena umana di 600 chilometri, unendo Vilius, Riga e Tallin. Per manifestare contro l’occupazione sovietica di Lituania, Lettonia ed Estonia.

una manifestazione meravigliosa, che commuove solo a ripensarla.

anche perché ricorda un punto di vista sul Novecento che altrove si dimentica: la II Guerra Mondiale fu essenzialmente una tappa di un lungo processo di spartizione del mondo tra grandi potenze. All’inizio di quel periodo, tra l’altro, Germania nazista e Unione Sovietica decisero come dividersi le terre del Baltico senza tenere in alcun modo conto di quello che pensava chi ci abitava, dalla Polonia alla Finlandia, passando appunto per i tre paesi baltici. Terminata la guerra contro la Germania, altri trattati e altre potenze si spartirono il mondo.

estonia, Lettonia e Lituania hanno vissuto una guerra di 50 anni, durante i quali i loro popoli sono stati violentati, deportati, sterminati, altrernativamente, dai nazisti e dai sovietici. Qui la guerra è finita solo nel 1989.

Laboratorio musica per tutta l’editoria

La musica è più avanti di tutti i vari comparti dell’editoria nell’adattamento alla rete digitale sociale. E le considerazioni di Rafat Ali vanno lette anche in questo senso. C’è da imparare per tutti, compresi i giornali.

1. Comunità strette intorno agli artisti, non ai loro editori
2. Piattaforme sulle quali può succedere di tuttto, non un solo modello di business
3. Nuovi servizi, da scoprire e sperimentare.

Il grilletto di Jay

Jay Rosen si domanda perché dopo tutto il gran parlare che se n’è fatto nessun editore ha cominciato sul serio a far pagare i contenuti online: «perché l’estate dei contenuti a pagamento è diventata “qualcuno tiri il grilletto così vedremo tutti che è un errore?”». E cita Nanosaur. (Giornali da discutere).

Da Woodstock a Copenhagen

Stewart Brand, vagamente hippie, ispirato dalla foto della Terra vista dalla Luna, scriveva quarant’anni fa nello Whole Earth Catalog: «Siamo come dei, e potremmo anche diventa bravi in questo ruolo».

Ora Stewart, preoccupato dal cambiamento climatico, dice: «Siamo come dei, e dobbiamo diventare bravi in questo ruolo». Su Edge.