August 2009 Archives

In Italia ci sono 3,2 milioni di persone che leggono almeno un libro al mese. Ci sono 2901 case editrici. E in un anno si pubblicano circa 61mila titoli. Il 60% dei titoli stampati non vende neppure una copia. I piccoli editori hanno un invenduto del 95%. I 5 grandi editori (Mondadori, Rcs, Messaggerie, DeAgostini, Feltrinelli) vendono quasi il 90% dei primi 500 libri più venduti. L'Italia è il settimo mercato del mondo di libri.

Evidentemente si tratta di un business ad altissimo rischio, con una concentrazione enorme, con un pubblico piuttosto ridotto. Internet è una soluzione o una innovazione devastante in questo equilibrio?

Il direttore generale della divisione libri della Mondadori ha spiegato per un'ora e mezza, a Vedrò, vicino a Riva del Garda, quello che sta succedendo nel mondo dell'editoria libraria. In sintesi, ritiene che l'ebook sia una vera rivoluzione e che su internet si sia sviluppata un'ideologia inconsapevole, dalle conseguenze fortemente negative. 

Per Ferrari, la distinzione fondamentale del mercato è tra i libri a progetto e i libri d'autore. I primi sono progettati industrialmente dagli editori e sono prevedibili nei loro sviluppi economici, i secondi nascono spontaneamente per volontà degli autori e sono totalmente imprevedibili.

La rivoluzione fondamentale dei prossimi anni è l'ebook, per Ferrari. Abbasserà i costi, abbasserà i rischi, cambierà i rapporti tra autori ed editori. Ma avverrà prima di tutto sui libri a progetto, soprattutto quelli scolastici. Poi si svilupperà sui libri d'autore. 

Per gli editori sarà un grande cambiamento. E il loro valore si concentrerà sul possesso del marchio. E' possibile, dice Ferrari, che con la fine del rischio imprenditoriale di stampare i libri, gli editori non saranno più quelli che pagano gli autori, ma saranno gli autori a pagare gli editori per poter usare il loro marchio.

In tutto questo si inserisce, dice Ferrari, la variabile impazzita di internet. Un'ideologia dell'uguaglianza, del peer-to-peer, inconsapevole che non tiene conto dell'economia che sta dietro i libri e che tende semplicemente a diffondere libri senza pagamento.

Un po' a sorpresa, però, Ferrari dichiara che il problema principale dell'editoria italiana è che è troppo elitaria. Pochi lettori e un'idea di libro che non va nella direzione della sua popolarizzazione. "Nessuno aiuta i poveri". Ricetta? L'ebook abbasserà i costi, dunque i prezzi, e dunque aumenterà il numero di lettori.

Sintesi: "Tra vent'anni tutto sarà completamente diverso. Ma io lavorerò ancora per 15 anni. E dunque non me ne importa nulla".

Commento. Ferrari vede tutto dal punto di vista dell'editore tradizionale. Cerca di imporre al mercato una dinamica che cambi tutto per non cambiare molto con gli ebook che salvaguardano la filiera protetta del business. Teme internet e il peer-to-peer. Non vede alcun rapporto tra la diffusione di idee che si sviluppa liberamente in rete e i difetti strutturali dell'editoria tradizionale. 

Sarebbe interessante ricordargli che il punto di vista del pubblico e quello degli autori andrebbero presi meglio in considerazione per comprendere le dinamiche fondamentali in atto.

Per gli autori, già oggi, pubblicare un libro è un lavoro sostanzialmente gratuito. Gli autori che guadagnano con i libri, come dimostrano i dati forniti da Ferrari, sono una microscopica percentuale del totale. Gli altri lo fanno solo per contribuire alla cultura. Esattamente come lo farebbero con un blog: l'unica differenza è che con un libro possono avere un marchio editoriale accanto al loro nome. Ma questo, come appunto dice Ferrari, nella maggior parte dei casi non aggiunge alcun guadagno. Peraltro, un blog ha qualche probabilità in più di un libro di essere trovato da qualche persona interessata, mentre un libro di carta spesso non trova il suo lettore (nel 60% dei casi). Per gli autori, internet è una grande opportunità, dunque, e in effetti il boom di persone che pubblicano online lo dimostra. 

Per il pubblico, l'abbassamento dei costi e il cambiamento dell'ergonomia della lettura saranno cambiamenti importanti e di segno diverso. Ma la dinamica di accettazione dell'ebook non va data per scontata. Non c'è alcun motivo per il pubblico di comprare l'ebook che non offre un valore d'uso significativo rispetto alle alternative. Le architetteture ebook fondamentali alternative sono quelle che li vedono più simili a telefonini e quelle che li vedono più simili a computer. E anche se i ragazzi saranno costretti a studiare su libri di testo in ebook simili a telefonini, prima o poi, le alternative simili al computer salteranno fuori. E il peer-to-peer riprenderà il suo corso.

Gli autori e il pubblico hanno interessi in comune molto forti. E tenderanno a incontrarsi direttamente. In questo incontro ci sarà bisogno di nuovi mediatori: culturali, qualitativi, formativi, informativi, pubblicitari, organizzativi. Ci saranno squadre al lavoro per trasformare le esperienze librarie in esperienze crossmediali. E di nuovi modi di fruire delle idee nate per i libri. Non è detto che queste attività saranno svolte da editori tradizionali. Ma qualcuno si occuperà anche dei modelli di business. Chi?

Per gli editori tradizionali, tutto questo significa che non basta immaginare un futuro in cui la struttura del mercato resti protetta. E' molto più rilevante sperimentare nuovi modelli che consentano al loro ruolo di riacquistare legittimità e valore culturale. Non basta il marchio: il marchio è vivo se è viva la comunità che gli dà senso, altrimenti prima o poi si consuma. Se gli editori aggiungono cultura avranno un modello di valore sul quale costituire un business. Altrimenti tenderanno ad essere disintermediati. Prendersela con il modo con cui il pubblico usa internet è un errore: perché è come prendersela con i propri clienti potenziali. Meglio ascoltarli che additarli come ideologi strampalati e inconsapevoli. E una volta ascoltato quello che succede, rispondere con spirito di servizio. Ma sicuramente queste cose Ferrari le sa.

Almeno perché ha visto che cosa è successo alle major della musica. E non si vede perché dovrebbe ripercorrerne gli errori.

BlogBabel all'asta

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arà anche una provocazione. Ma è di quelle che lasciano il segno. L'idea di mettere BlogBabel all'asta su eBay è forte. Ludo da tempo ha altri progetti e vorrebbe che la sua creatura spiccasse il volo in un contesto che la faccia crescere. E BlogBabel merita di superare se stessa. Magari tenendo conto del fatto che non c'è ancora nulla in giro che metta insieme le coversazioni dei blog con quelle che spesso le stesse persone sviluppano su piattaforme di social networking. Via orientalia.

Segnali di influenza

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Ross Dowson suggerisce cinque idee su come la crescente centralità della dimensione dell'"influenza" (nell'ambito del "potere" almeno mediatico) stia trasformando la società. (via Vacellari). In vista del Future of influence Summit che parte domani.

Il tema sconfina nel marketing. E lo stesso Dowson suggerisce di dare un'occhiata a cose tipo Izea e Tweetroi piattaforme che in modo relativamente trasparente inducono gli utenti di Twitter a pensare di utilizzare la loro influenza come strumento per inserzionisti pubblicitari disposti a pagare per tweet favorevoli. Intanto, Sharlyn Lauby teorizza su come twittare e sostenere i valori aziendali. (via DonnaPapacosta). 

Ci sono ormai decine di migliaia di persone coinvolte in queste pratiche. Non si tratta di giudicarle. Ma di sapere che ci sono, riflettere, digerire. E cercare l'autenticità. Accettando le bizzarre contraddizioni di un mondo nel quale le idee sono valore. L'autenticità non è negarlo, ma saperlo. Dirlo in modo trasparente. E dare la priorità alle relazioni, non al denaro che possono produrre. Non è facile. Ma la sola difesa è la consapevolezza.

BookBlogging - L'ossimoro del potere intelligente

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More about Leadership e potere. Haed, soft, smart powerEsiste il potere intelligente? Oppure il potere è solo un meccanismo banale che offre a chi lo detiene l'unica priorità di esercitarlo per mantenerlo? 

Domande antiche. Che non si possono evitare. Specialmente in un'epoca in cui se non la sostanza, almeno l'espressione culturale del potere si trasforma profondamente, insieme a tutto l'ecosistema della conoscenza. Aprendo scenari nuovi per un esercizio più intelligente del potere ma anche per un esercizio ancor più sottile, manipolatorio e verticistico del potere.

Il momento storico richiede riflessioni vere su questi argomenti. E lo dimostra il fatto che i più generosi pensatori che si occupano dell'argomento non fanno mancare la loro voce.

Il maestro del "soft power", Joseph Nye, ha scritto un saggio divulgativo pubblicato negli Anticorpi di Laterza, sulle dimensioni "soft", "hard" e "smart" del potere, in relazione alla leadership. E il maestro della società della rete, Manuel Castells, ha scritto un saggio profondo, impegnativo e appassionante sulle trasformazioni del potere nella società della rete.

More about Communication PowerQuello che emerge, mi pare, è il bisogno intellettuale e pratico di sottolineare l'aspetto culturale del potere.

La forma istituzionale con la quale si attribuisce il potere non è sufficiente a definirlo. Anzi, in molti casi, il potere vero tende a sfuggire dalle mani di chi per ruolo istituzionale dovrebbe detenerlo.

Perché il potere non è soltanto un insieme di leve di comando. Esiste, da sempre ma soprattutto nell'epoca della conoscenza, solo in quanto si sa raccontare, legittimare, spiegare e motivare.

Tra leadership e potere non ci sono più troppe differenze in un momento in cui le forme della comunicazione si modificano tanto profondamente, acquisendo ogni giorno di più la capacità di influenzare le decisioni comuni e le tendenze storiche.

Ecco alcune citazioni:

Nye - Le dimensioni del potere. 1. "Tre cruciali abilità di soft power: intelligenza emotiva, capacità di visione progettuale e capacità di comunicazione"; 2. "Abilità organizzativa e abilità politica machiavellica, proprie dello hard power"; 3. "Intelligenza contestuale, che permette al leader di usare queste abilità in diverse combinazioni, producendo strategie di smart power".

Nye - "George W. Bush ha detto una volta che il suo ruolo di leader consisteva nell'essere colui che decide. Ma anche se Bush avesse preso decisioni migliori, di solito da un leader ci aspettiamo qualcosa di più: vogliamo qualcuno che rafforzi la nostra idendità e ci dica chi siamo. Un leader viene giudicato non soltanto per l'efficacia delle sue azioni, ma anche per il significato che sa creare e trasmettere".

Nye - "Il potere è la capacità di influenzare il comportamento altrui per ottenere i risultati che si desiderano".

Castells - "Power is the most fundamental process in society, since society is defined around values and institutions, and what is valued and institutionalized is defined by power relationships".

Castells - "Power is the relational capacity that enablea a social actor to influence asymmetrically the decisions of other social actors in wuays that favor the empowered actor's will, interests, and values. Power is exercised by means of coercion (or the possibility of it) and/or by the construction of meaning on the basis of the discourses through which social actors guide their action".

Castells - "Power in the network society is communication power".

La parola chiave e in entrambi autori "influenzare". È come se si dovesse sempre più pensare al potere come a un sistema che agisce non in base a condizionamenti fisici ma culturali, mentali. 

Se la questione che si pone è come "riprogrammare" il network che costituisce il principale ambiente con il quale i poteri e i contropoteri si confrontano, è chiaro che si tratta di un problema essenzialmente culturale. Il che significa che l'elaborazione di idee, la verifica alla luce dei fatti, la comunicazione, la disponibilità di sapere e informazione, la libertà di espressione e rielaborazione delle idee, la ricchezza di connessioni tra le persone e la qualità dei servizi che producono notizie, formazione, dibattito, elaborazione, incentivi al confronto pacifico delle opinioni, sono gli argomenti intorno ai quali si decide la pace, lo sviluppo, la possibilità per ciascuno di ricercare la felicità.

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Alcuni libri che ho comprato             
  Impressioni mentre leggo
Luca Castellitto
Il sogno del bambino stregone
Piemme

Kazuo Ishiguro

Nocturnes
Faber and faber
La storia vista con gli occhi
di un bambino cui la società chiede
troppo. Perché scrivere è agire.

Racconti. Da una piazza
italiana a un appartamento
londinese. In cerca di senso.
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Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Scrivono di libri: Clelia Mazzini (Akatalēpsìa), Luisa Carrada (Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d'Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio. E... VibrisseLipperaturaLitteratitudineWittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di LetturaPenna e mouseBookrepublicLa FrustaZamBooksblog. E MilanoNera. E Sottotomo... BooksWebTvPalagniacAmalteoCarmilla onlineAntonio Genna. E Nazione indiana.


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In libreriaEconomia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltreFeltrinelli



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Internet e il controllo del presidente

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Una proposta di legge in Usa. Altre perplessità. Cnet. Boing Boing.

Mistero Boffo

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Perché? Perché ora, perché così, perché in questo modo? 



Costituzione, titolo I, articolo 21

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Articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana. 

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Repubblica

Guardian

Gawker

Financial Times

Bloomberg

And... A modest suggestion from Newsweek

Fiegoogle

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La Fieg ha fatto intervenire l'Antitrust e la Guardia di Finanza per sapere se il motore di ricerca di Google discrimini i siti degli editori di giornali se questi non vogliono che Google News ne aggreghi le notizie. Ma motiva la richiesta segnalando tra l'altro il fatto che Google guadagna pubblicità usando i contenuti degli editori e senza pagare nulla per questo. Tra le due questioni c'è una certa differenza. E poiché è evidente a tutti, se ne deduce che la vicenda di ieri è parte del tentativo da parte della Fieg di avviare una trattativa con Google per ottenere una fetta maggiore nell'economia delle notizie online.

La questione di interesse pubblico internettiano più rilevante da risolvere è se Google distorca in qualche modo i risultati del suo motore di ricerca nel caso che un editore non voglia che Google News aggreghi le sue notizie. Google risponde con chiarezza: un editore può evitare come chiunque di essere trovato dal motore e dall'aggregatore usando robot.txt: ma in quel caso appunto non compare né in Google News né in Google. Gli editori faranno bene a verificare se i loro centri di calcolo abbiano usato questa scorciatoia. La soluzione migliore per gli editori che vogliano restare nel motore ma non nell'aggregatore di notizie è quella di contattare direttamente Google, che si dichiara pronto a soddisfare la richiesta.

Se così fosse, la questione principale sarebbe risolta.

Resta molto altro. Ma riguarda gli interessi particolari degli editori e di Google, più che quelli del pubblico. E si tratta di andamento del traffico e di distribuzione dei ricavi pubblicitari.

Traffico. E' chiaro che Google ha molti più visitatori di qualunque giornale online. Ed è chiaro che anche Google News ha moltissimi utenti. Una parte di questi si ferma ai titoli raccolti dall'aggregatore, una parte clicca e va sui giornali che danno le notizie. Chi ci perde e chi ci guadagna? La questione va vista caso per caso. Ma nella situazione attuale, visto che le notizie su Google News ci sono e la Fieg non riuscirà a convincere tutti coloro che le producono a non lasciarsi aggregare da Google News, è probabile che l'aggregatore continuerà a raccogliere traffico e a distribuirne una parte sui siti di provenienza delle notizie. Chi sta fuori non perde il traffico di chi vuole proprio le notizie del suo giornale ma perde il traffico di quelli che arrivano al suo giornale attraverso l'aggregatore. A ciascun editore sta di fare i suoi conti e di decidere. Vedi WebNotes.

Pubblicità. Non risulta che Google News raccolga pubblicità, ma è chiaro che l'insieme di Google raccoglie pubblicità anche grazie al traffico attratto da Google News. Il modo in cui Google e giornali si spartiscono la torta pubblicitaria dipende dal traffico (vedi sopra) e dalla forma delle inserzioni offerte: è chiaro che quelle di Google e quelle dei giornali non sono molto comparabili ma sono di fatto concorrenti. La soluzione migliore sarebbe che gli editori modernizzassero la loro offerta aggiungendo soluzioni che siano più direttamente confrontabili con quelle di Google, più facili da usare e più convenienti (senza rinunciare ai banner attuali che probabilmente hanno un valore unitario maggiore per gli editori): insomma, che gli editori facessero meglio concorrenza a Google sulla raccolta di pubblicità. Non è facile. Ma è la strada maestra.

L'idea alternativa che potrebbe emergere è quella di contrattare con Google una forma di risarcimento. Sarebbe una soluzione immediata, un vantaggio a breve termine, un ulteriore pratica vagamente elitaria nel commercio italiano: difficile pensare che quel risarcimento toccherebbe a tutti gli editori, probabile che toccherebbe soltanto a quelli della Fieg. Si vedrà. Piacerebbe di più vedere tutte le parti in causa lavorare per innovare, competere, migliorare la qualità del servizio. Ci vorrà tempo, certo.

Google News e la Fieg

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La notizia è stata data un po' in tutto il mondo. La Fieg ha chiesto un intervento all'Antitrust italiana su Google News sostenendo che i giornali che non vogliano apparire nell'aggregatore delle notizie vengono penalizzati anche nel motore di ricerca.

In effetti, digitando questo pomeriggio due parole nel motore di ricerca (antitrust fieg) la notizia data da repubblica.it appariva in 42esima posizione su Google (mentre non c'era in Google News). Insomma, la Repubblica non è nell'aggregatore, non è esclusa dal motore, non è in posizione elevata (arrivano prima molti altri siti giornalistici). Sul Sole interviste con le posizioni della Fieg e di Google. via Mante la risposta di Google.

Sul sito della Fieg non si trova una versione della vicenda (può essere che non l'abbia trovato io). C'è su quello dell'Antitrust. Non si sa chi siano i giornali coinvolti. Non si sa bene che cosa abbia effettivamente fatto l'Antitrust in collaborazione con la Guardia di Finanza.

Non è ovviamente chiaro quanto convenga agli editori evitare Google News: perdono o guadagnano con l'aggregatore? Dipende da quanto raccolgono con i visitatori che arrivano appunto dall'aggregatore al loro sito e da quanti visitatori in più avrebbero se molti non si fermassero alle poche righe riportate su Google News. Non c'è una prova a sostegno di una o dell'altra opinione. Ma è chiaro che se il motore di Google desse risposte che dipendono in qualche modo da come gli editori si pongono nei confronti di Google News, allora questo sarebbe un problema di credibilità per il motore. Google, appunto, lo esclude.

Ecco il comunicato dell'Antitrust:

COMUNICATO STAMPA


EDITORIA: ANTITRUST AVVIA ISTRUTTORIA NEI CONFRONTI DI GOOGLE ITALY PER POSSIBILE ABUSO DI POSIZIONE DOMINANTE

Procedimento avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali. Secondo la Federazione, nella gestione del servizio Google News Italia, Google impedirebbe agli editori di scegliere liberamente le modalità con cui consentire l'utilizzo delle notizie pubblicate sui propri siti internet. I siti editoriali che non vogliono apparire su Google News verrebbero infatti automaticamente esclusi anche dal motore di ricerca Google. Possibili effettivi distorsivi sul mercato della raccolta pubblicitaria on line.

L'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella riunione del 26 agosto 2009, ha deciso di avviare un'istruttoria nei confronti di Google Italy per verificare se i comportamenti della società, in considerazione della sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca on line, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria on line e a consolidare la sua posizione nella intermediazione di spazi pubblicitari. 
Il procedimento, notificato oggi alla società nel corso di un'ispezione condotta in collaborazione con le Unità Speciali della Guardia di Finanza, è stato avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali, relativa al servizio Google News Italia, con il quale Google aggrega, indicizza e visualizza parzialmente notizie pubblicate da molti editori italiani attivi online. Secondo gli editori Google News Italia, utilizzando parzialmente il prodotto dei singoli editori on line, avrebbe un impatto negativo sulla capacità degli editori online di attrarre utenti ed investimenti pubblicitari sulle proprie home page. Gli editori italiani, che non ottengono alcuna forma di remunerazione diretta per l'utilizzo dei propri contenuti su Google News, non avrebbero inoltre la possibilità di scegliere se includere o meno le notizie pubblicate sui propri siti internet sul portale stesso: Google renderebbe infatti possibile ad un editore di non apparire su Google News, ma ciò comporterebbe l'esclusione dei contenuti dell'editore dal motore di ricerca della stessa Google. Si tratta di una condizione estremamente penalizzante: la presenza sul motore di ricerca di Google è determinante per la capacità di un sito internet di attrarre visitatori e dunque ottenere ricavi dalla raccolta pubblicitaria, vista l'elevatissima diffusione di tale motore tra gli utenti.
L'istruttoria dell'Antitrust dovrà dunque verificare se i comportamenti di Google, resi possibili dalla sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca online, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria online, con l'ulteriore effetto di consolidare la sua posizione nell'intermediazione pubblicitaria online. 


Roma, 27 agosto 2009

Io, noi, ego, nos, mihi, nobis... I, me, mine

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L'articolo di Antonio Polito sulla questione dell'egoismo imperante e del noiosismo nostalgico è una buona lettura. Veltroni che sostiene il "noi" della grande storia contro l'"io" assurdamente piccolo eppure provondamente innovativo delle microstorie di interesse personale... Gli osservatori del neoliberismo thatcheriano che ancora si preoccupano di criticare lo statalismo come se fosse qualcosa di diverso dalla pratica di sparare sulla croce rossa: salvo poi chiederne l'intervento, della croce rossa statale, quando il capitalismo si approfitta troppo della liberalizzazione che ha ottenuto devolvendo tutto il potere dello stato alle lobby finanziarie... Visto dall'Italia questo dibattito è meno serio e più saggio di quanto sembri. (Ma scriverne ora col cellulare stando in coda all'aeroporto è troppo impegnativo. Valga questo post giusto come segnalazione del tema.. Via Marco).

Epistemologia del giornalismo

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Una riflessione onesta sul metodo di ricerca giornalistica, basato su ipotesi e fatti, dall'Unesco

La commozione della non-violenza

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Vent'anni fa, tra uno e due milioni di persone hanno fatto una catena umana di 600 chilometri, unendo Vilius, Riga e Tallin. Per manifestare contro l'occupazione sovietica di Lituania, Lettonia ed Estonia.

una manifestazione meravigliosa, che commuove solo a ripensarla.

anche perché ricorda un punto di vista sul Novecento che altrove si dimentica: la II Guerra Mondiale fu essenzialmente una tappa di un lungo processo di spartizione del mondo tra grandi potenze. All'inizio di quel periodo, tra l'altro, Germania nazista e Unione Sovietica decisero come dividersi le terre del Baltico senza tenere in alcun modo conto di quello che pensava chi ci abitava, dalla Polonia alla Finlandia, passando appunto per i tre paesi baltici. Terminata la guerra contro la Germania, altri trattati e altre potenze si spartirono il mondo.

estonia, Lettonia e Lituania hanno vissuto una guerra di 50 anni, durante i quali i loro popoli sono stati violentati, deportati, sterminati, altrernativamente, dai nazisti e dai sovietici. Qui la guerra è finita solo nel 1989.

Laboratorio musica per tutta l'editoria

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La musica è più avanti di tutti i vari comparti dell'editoria nell'adattamento alla rete digitale sociale. E le considerazioni di Rafat Ali vanno lette anche in questo senso. C'è da imparare per tutti, compresi i giornali.

1. Comunità strette intorno agli artisti, non ai loro editori
2. Piattaforme sulle quali può succedere di tuttto, non un solo modello di business
3. Nuovi servizi, da scoprire e sperimentare.

Il grilletto di Jay

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Jay Rosen si domanda perché dopo tutto il gran parlare che se n'è fatto nessun editore ha cominciato sul serio a far pagare i contenuti online: «perché l'estate dei contenuti a pagamento è diventata "qualcuno tiri il grilletto così vedremo tutti che è un errore?"». E cita Nanosaur. (Giornali da discutere).

Da Woodstock a Copenhagen

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Stewart Brand, vagamente hippie, ispirato dalla foto della Terra vista dalla Luna, scriveva quarant'anni fa nello Whole Earth Catalog: «Siamo come dei, e potremmo anche diventa bravi in questo ruolo».

Ora Stewart, preoccupato dal cambiamento climatico, dice: «Siamo come dei, e dobbiamo diventare bravi in questo ruolo». Su Edge.

Se Telco si scioglie

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Secondo Stefano, la Telco (proprietaria del pacchetto di azioni che controlla la Telecom Italia) è prossima allo scioglimento. Perché alcuni soci non vogliono metterci altri soldi.

Ma se si scioglie, e se le perdite vengono dunque registrate nei bilanci dei soci, che cosa succede? Il pacchetto più consistente, se non sbaglio, è ancora quello della Telefonica. Entro il 28 ottobre si dovrebbe sapere qualcosa di più.

A questa vicenda è evidentemente collegata quella della famosa ipotesi di scorporo della rete.

Smarphones e wi-fi

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I celllulari tipo iPhone e Android stanno rendendo il wi-fi interessante. Ne parla Om Malik. E Google Voice

Nonostante le mille difficoltà poste dalla legge italiana (e nonostante le controversie nate intorno alle iniziative come quella di Venezia), chi lavora sul wi-fi partecipa allo sviluppo.

Giornali da discutere

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E dunque. I giornali sono in crisi e cercano una soluzione per uscirne. Qualche editore pensa di poter vendere l'accesso ai giornali online. Altri pensano a provvidenze statali. Molti lamentano l'indebita interferenza degli aggregatori che vendono pubblicità usando le notizie pubblicate dai giornali. La discussione sul giornalismo che si è sviluppata grazie ai commenti su questo blog ha evidenziato alcuni temi che mi sembrano da riordinare e approfondire. Riassumo qui. E in fondo al post riporto i commenti originali.


1. Gli editori non hanno mai venduto le notizie; hanno sempre venduto il supporto che rendeva accessibili le notizie al pubblico, l'attenzione generata dalle notizie agli inserzionisti pubblicitari e la piattaforma di trasporto ai produttori di altri oggetti editoriali come i cosiddetti collaterali (libri, film, canzoni, ecc.).


Gli editori possono anche provare a mettere un prezzo alle loro notizie... ma non possono obbligare il pubblico a comprarle. Se nell'ecosistema dell'informazione continuano a prodursi notizie a costo zero per il lettore, saranno quelle a essere maggiormente ricercate e fruite. Le notizie a pagamento non sembrano una buona strada da seguire.


Quello che bisognerebbe approfondire nel contesto delle news online a pagamento anche in Italia è la domanda, sempre fatta da persone. Se è vero che il comitato della Fieg sta studiando le formule per far pagare le news online lasciando poi libertà di scelta all'editore proprio a seconda della domanda, nella stessa dichiarazione all'ANSA il presidente della Fieg dichiara di essere convinto che - nonostante l'abitudine alle news gratis online - "ci siano fruitori di contenuti di qualità, specialistici o di elevata professionalità che sarebbero disposti a pagare i servizi di cui hanno bisogno".


2. Nell'ecosistema dell'informazione, i giornali possono giocare un ruolo importante coltivando l'autorevolezza e la qualità dell'informazione e mettendole al servizio della comunità.

Sarà per la passione che ho le potenzialità dello strumento telematico, sarà perché non condivido le opinioni che fanno intravedere nella Rete un pericolo piuttosto che un'opportunità, ma ritengo che il problema di una possibile crisi della carta stampata sia imputabile più alla carenza nella qualità delle "firme giornalistiche" piuttosto che nella concorrenza del Web.
I giornali non devono continuare a veicolare informazioni, questo sarebbe assurdo in un mercato ormai reso saturo dalla contestuale offerta di informazioni che provengono dal web, dalla televisione satellitare (penso ai notiziari 24H) alle edizioni cartacee dei quotidiani pomeridiani gratuitamente distribuiti nelle stazioni metropolitane.
I giornali per conservare fette significative di mercato dovranno accaparrare le migliori "firme giornalistiche" e focalizzare l'attenzione su "commenti e approfondimenti" alle notizie.
Tutti pagheremmo volentieri un commento politico, sociale o semplicemente sportivo se ben scritto e capace di accrescere la nostra opinione.


A salvare dall'estinzione gli editori tradizionali potrebbe essere l'autorevolezza, perché notizie gratuite ma di livello scadente (in un mondo logico) non le vorrebbe nessuno. Tuttavia, nel passato soprattutto recente, tra gli editori sembra esserci stata una gara al ribasso e alla perdita di autorevolezza - su questo versante la situazione non è positiva.


3. I modelli di business sostenibili si trovano partendo da piattaforme attraenti perché arricchite da informazioni prodotte da buoni artigiani giornalisti sulle quali proporre una pubblicità innovativa, un insieme di contenuti speciali e servizi a valore aggiunto.

I giornalisti continueranno a fare i giornalisti ("ciò che è davvero il giornalismo: un lavoro artigiano, fondamentalmente di ricerca, dotato di un metodo di lavoro orientato alla raccolta e alla verifica dei fatti, con una linea interpretativa esplicita", scrivevi), la pubblicità continuerà a dovere e volere essere sempre presente dove passa lo struscio, la vera rivoluzione sta dove dici tu e quanto e come verrà convissuta da altri verrà dopo.


il tema dei servizi a valore aggiunto è fondamentale secondo me.
Ma quali però?
Quale valore aggiunto si può aggiungere a una notizia?
Forse un approfondimento di un Solone di ruolo (detto in senso buono si intende) che spieghi la notizia e dia delle informazioni che la rendono più intellegibile?
E quanto si è disposti a pagare per questo Solone di ruolo?
Il modello Freemium per la notizia può essere una soluzione forse ma la parte premium deve essere accettata come valida da un gran numero di persone, una bella sfida direi...


4. Per i giornalisti questo significa lavorare con metodo e condividere con i cittadini attivi la produzione e discussione delle notizie. In un'organizzazione rinnovata.

La struttura redazionale classica è nata e si è sviluppata perché - data l'infrastruttura tecnologica esistente - permetteva l'ottimizzazione della filiera dell'informazione con la conseguente ottimizzazione dei costi, in maniera non molto diversa da quanto avvenuto per l'industria classica.

Il modello è entrato in crisi quando è risultato evidente che Internet produce e distribuisce informazione in modo più efficiente.

Sfruttare a proprio vantaggio questa "nuova" infrastruttura significa modificare profondamente il modello redazionale classico, adottandone altri come la redazione distribuita e on demand e accettando di trasformare la piramide a senso unico editore-giornalista-lettore in un grafo fortemente connesso.


5. Non sarà facile sviluppare una collaborazione simbiotica tra il giornalismo professionale e il giornalismo dei cittadini fino a che ci saranno incomprensioni culturali e protezioni pubbliche che li separano.

Il concetto stesso di media e' quantomai obsoleto. Il vero problema e' che nellera dellinformazione diffusa non ha più senso un media ma ha senso un "media diffuso" la dove le persone si aggregano spontaneente. Dai discorsi che faccio periodicamente con importanti editori nazionali CIO spaventa non poco in quanto l'audience "diffusa" viene vissuta come una "perdita di potere mediatico" peccato che non si accorgano già di essere degli zombie. Come ci insegna l'evoluzione solo pochi sopravviveranno ...


Unaltro aspetto da non sottovalutare minimamente e' che la parte più importante dell'editoria e' letteralmente "sovvenzionata" dalle provvidenze (economiche) della presidenza del consiglio che finanziano i costi dei quotidiani e che vengono erogate sulla base della tiratura e del colore politico: quindi non esiste "informazione indipendente" per nessuno. Ritengo che visto che oggi il digitale spesso supera anche il cartaceo tali provvidenze debbano essere estese anche agli editori digitali degni di questo nome, proprio perché possano batterai ad armi pari con l'editoria tradizionale. Relativamente agli aggregatori di notizie,Google in testa, visto il potere informativo di cui dispongono nell'era digitale ritengo che sia assolutamente doveroso ( e legale) che dichiarino pubblicamente i meccanismi di ranking per i quali danno più o meno visibilità alle notizie ed alle testate orientando di fatto il traffico dei lettori. Il primato del digitale e la libertà di informazione passano sopratutto dalle regole chiare ed uguali per tutti. :-)


Andrea aka Pollicino 

@MIchele Ficara Manganelli: è vero che l'informazione on line merita rispetto, mi preoccupa quello che dici rispetto agli editori digitali degni di questo nome, probabilmente così finirà che i finanziamenti li prendono gli stessi controllati dal sistema di potere. Lo stato deve tutelare l'informazione e l'accesso all'informazione ma bisogna trovare criteri diversi per incentivare la produzione di informazione.


A me il problema continua a sembrare trovarsi all'inizio. Mentre riesco a vedere un mercato per le opinioni sulle notizie e l'aggregazione delle notizie, tutto questo presuppone che le notizie arrivino da qialche parte.
Con tutta la buona volontà, il "giornalismo dal basso" semplicemente non ce la può fare, un po' per ragioni pratiche - come fai ad avere notizie dirette su quanto accade in Madagascar? - un po' perché anche ammesso che qualcuno invii le informazioni non è affatto detto che siano utilizzabili; non ci si può improvvisare raccoglitori di informazioni


Intanto, le proposte si moltiplicano. Dopo i 12 consigli di Mashable, arriva Jeff Jarvis con la federazione di aggregatori locali (TechCrunch). E un'iniziativa di J-lab con cinque editori che sperimentano con l'università metodi innovativi per il giornalismo locale. Intanto Spot.us avanza. Le notizie locali sembrano al centro della questione. Intanto, la Huffington commenta la situazione (the future of news will be social). E lo fa sul blog di Facebook. Dopo avere sviluppato una soluzione per migliorare la partecipazione del pubblico attivo sul suo aggregatore-giornale.


Resta poi aperta la questione delle conseguenze sull'ecosistema dell'informazione di un passaggio ai notiziari online a pagamento. In proposito si diceva:

Se tutti gli editori volessero impedire la condivisione gratuita delle informazioni prodotte dai loro giornali, di fatto impoverirebbero l'ecosistema dell'informazione dal quale i loro stessi giornalisti attingono per migliorare il loro lavoro. Ne risulterebbe un peggioramento della qualità o un aumento dei costi.

Grazie a BolsoTumblr e a Pollicino per la citazione.

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Riporto qui la discussione originale. 


Ho dei dubbi che siano i giornalisti dei quotidiani a vendere le notizie, e non le agenzie.
I "30mila megawat" di Corriere e da dove arrivano?

Bella e stimolante osservazione ... MA forse il problema e un altro ovvero il concetto stesso di media e' quantomai obsoleto. Il vero problema e' che nellera dellinformazione diffusa non ha più senso un media ma ha senso un "media diffuso" la dove le persone si aggregano spontaneente. Dai discorsi che faccio periodicamente con importanti editori nazionali CIO spaventa non poco in quanto l'audience "diffusa" viene vissuta come una "perdita di potere mediatico" peccato che non si accorgano già di essere degli zombie. Come ci insegna l'evoluzione solo pochi sopravviveranno ...

Sarà per la passione che ho le potenzialità dello strumento telematico, sarà perché non condivido le opinioni che fanno intravedere nella Rete un pericolo piuttosto che un'opportunità, ma ritengo che il problema di una possibile crisi della carta stampata sia imputabile più alla carenza nella qualità delle "firme giornalistiche" piuttosto che nella concorrenza del Web.
I giornali non devono continuare a veicolare informazioni, questo sarebbe assurdo in un mercato ormai reso saturo dalla contestuale offerta di informazioni che provengono dal web, dalla televisione satellitare (penso ai notiziari 24H) alle edizioni cartacee dei quotidiani pomeridiani gratuitamente distribuiti nelle stazioni metropolitane.
I giornali per conservare fette significative di mercato dovranno accaparrare le migliori "firme giornalistiche" e focalizzare l'attenzione su "commenti e approfondimenti" alle notizie.
Tutti pagheremmo volentieri un commento politico, sociale o semplicemente sportivo se ben scritto e capace di accrescere la nostra opinione.

Luca, bel post sull'argomento più caldo del momento.
Condivido la perplessità che lucidamente hai sollevato sulla rivoluzione concettuale che si propone tra corrispettivo del supporto e corrispettivo dell'informazione (o se preferisci del contenuto).
Scrivevo in modo più "intuitivo" e meno lucido e riflettuto qualche settimana fa (http://www.guidoscorza.it/?p=961) che l'idea di un metodo "payperinformation" oltre a non convincermi sotto il profilo della sostenibilità economica (ma non ho competenze al riguardo) mi preoccupa sotto il profilo della qualità e libertà dell'informazione: la corrispettività diretta rischia di costituire una troppo forte tentazione per gli editori di caricare i giornali di informazioni cariche di appeal (nude&sex per esempio) e povere di contenuti e, soprattutto, di trasformare l'informazione in "comunicazione commerciale.
Ti segnalo, perché mi sembra vada nella stessa direzione concettuale del tuo post questo interessante link: http://paidcontent.org/article/419-the-fallacy-of-the-link-economy/.
Due ultime osservazioni: tra le leve per vendere i giornali che, forse romanticamente, ma non credo debbano morire ne siano condannati all'estinzione ce n'è una troppo a lungo sottovalutata proprio perché si pagava il supporto: la qualità dell'informazione.
La seconda osservazione: se la crisi dell'editoria è determinata dagli aggregatori di news allora è in quella direzione che occorre andare a recuperare utili e non addossare ai lettori il costo di un preteso danno arrecato all'impresa editoriale da altri imprenditori...
Ci siamo già passati con l'equo compenso - ed ancora paghiamo il prezzo - anziché affrontare il problema della pirateria (soprattutto commerciale) si è trovata la comoda via di addebitare subdolamente alla collettività il costo del danno da altri prodotto ad un'industria.
Scusa la lunghezza del commento e buon lavoro.

Una piccola curiosità OT (neanche tanto poi) assolutamente priva di qualsiasi vena polemica.

Luca, tu che scrivi per il Sole24Ore, mi sapresti spiegare come mai in questo momento (sono le 17,55) nelle home page di tutti i principali siti di informazione (e quando dico tutti intendo tutti, compreso Il Giornale) compare la notizia del crollo del pil e dei consumi con i soli telefonini in controtendenza, e la stessa notizia non compare nell'home page del Sole? (io almeno non l'ho tovata).

Gli editori possono anche provare a mettere un prezzo alle loro notizie... ma non possono obbligare il pubblico a comprarle. Se nell'ecosistema dell'informazione continuano a prodursi notizie a costo zero per il lettore, saranno quelle a essere maggiormente ricercate e fruite. Le notizie a pagamento non sembrano una buona strada da seguire.
A salvare dall'estinzione gli editori tradizionali potrebbe essere l'autorevolezza, perché notizie gratuite ma di livello scadente (in un mondo logico) non le vorrebbe nessuno. Tuttavia, nel passato soprattutto recente, tra gli editori sembra esserci stata una gara al ribasso e alla perdita di autorevolezza - su questo versante la situazione non è positiva.

Di questo post mi colpisce soggettivamente il titolo e la conclusione. Se non ho le competenze per paragonare le scelte di business delle etichette musicali all'editoria (posso solo consigliare la lettura dell'articolo di Mantellini, "Il futuro delle notizie di carta", dove partendo dall'intuizione di De Benedetti di voler fare di Repubblica.it l'iTunes delle notizie si passa anche attraverso un paragone critico con le case discografiche), di certo sono persone sia gli editori che i giornalisti, ed anche i sopramenzionati singloli autori. Tutti loro però fanno parte dell'offerta, mentre IMHO quello che bisognerebbe approfondire nel contesto delle news online a pagamento anche in Italia è la domanda, sempre fatta da persone. Se è vero che il comitato della Fieg sta studiando le formule per far pagare le news online lasciando poi libertà di scelta all'editore proprio a seconda della domanda, nella stessa dichiarazione all'ANSA il presidente della Fieg dichiara di essere convinto che - nonostante l'abitudine alle news gratis online - "ci siano fruitori di contenuti di qualità, specialistici o di elevata professionalità che sarebbero disposti a pagare i servizi di cui hanno bisogno". Non metto in dubbio questa autorevole convinzione, e per ora mi conforta pensare che i singoli editori faranno verosimilmente delle ricerche di mercato (mi auguro ad es. dei sondaggi e/o "forum", ma - sconfinando un po' - anche consulenza di autorevoli giornalisti-blogger quali obiettivamente Luca De Biase), che soggettivamente ritengo che in tutta questa annunciata trasformazione - piuttosto che una decisione presa dall'alto - sia l'elemento di inclusione di tutte le persone.

In un giornale grande e complesso come il Sole 24 Ore chi si occupa di un settore di solito tenta di non rispondere di ciò che fa chi si occupa di un altro settore. E io non ho l'incarico di occuparmi del sito del Sole. Ma posso dire che i colleghi ce la mettono tutta per fare un buon lavoro. Non ho visto il sito del Sole nel pomeriggio. Vedo ora che il dato Confcommercio è riportato in questa pagina:http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/08/confcommercio-consumi-italia.shtml?uuid=22d203e8-8b1d-11de-af46-a0df39fd03cb&DocRulesView=Libero&fromSearch
Ne approfitto per ringraziare di tutti i commenti. Che francamente ritengo siano la parte più interessante di questo blog. Tornerò sull'argomento prossimamente: come dicevo ne sto scrivendo. Anche se è davvero enormemente difficile: ho infatti l'impressione che le responsabilità dello stato in cui versa il sistema dell'informazione italiana siano condivise tra tutti gli attori coinvolti. Giornalisti compresi. Non è dunque facile scagliare una prima o un'ennesima pietra per chi fa comunque parte di una categoria che a modo suo e con il suo ruolo contribuisce alla crisi. E non è facile dover dire che per quanto attiene ai modelli di business - il tema principale del dibattito di questi giorni - la questione è fondamentalmente degli editori.

(io però avevo commentato... il mio messaggio si è perso perché aveva due link? :-(

"È una soluzione complicata perchè rivoluziona l'intero ecosistema dell'informazione: gli editori infatti, non hanno mai venduto le notizie; hanno sempre venduto il supporto che rendeva accessibili le notizie al pubblico".

Grazie per aver beccato il punto.

I giornalisti continueranno a fare i giornalisti ("ciò che è davvero il giornalismo: un lavoro artigiano, fondamentalmente di ricerca, dotato di un metodo di lavoro orientato alla raccolta e alla verifica dei fatti, con una linea interpretativa esplicita", scrivevi), la pubblicità continuerà a dovere e volere essere sempre presente dove passa lo struscio, la vera rivoluzione sta dove dici tu e quanto e come verrà convissuta da altri verrà dopo.

Non è ovviamente una delega: è solo che il mercato si muove là dove passano i soldi, e l'editore in questo campo è il media (economico) dei media (di notizie, i giornalisti e il supporto). Indipendentemente da quale tipo di editore sia, ovvio, vedi Spot.us

ciao .mau! non so perché si sia perso... ora ho liberato un tuo commento che si era impigliato in chissà quale perplessità di questa piattaforma, ma non conteneva due link... :-)

boh... chissà che era successo con il commento (alla fine i link non li avevo messi perché non erano così importanti :) )

La struttura redazionale classica è nata e si è sviluppata perché - data l'infrastruttura tecnologica esistente - permetteva l'ottimizzazione della filiera dell'informazione con la conseguente ottimizzazione dei costi, in maniera non molto diversa da quanto avvenuto per l'industria classica.

Il modello è entrato in crisi quando è risultato evidente che Internet produce e distribuisce informazione in modo più efficiente.

Sfruttare a proprio vantaggio questa "nuova" infrastruttura significa modificare profondamente il modello redazionale classico, adottandone altri come la redazione distribuita e on demand e accettando di trasformare la piramide a senso unico editore-giornalista-lettore in un grafo fortemente connesso.

Unaltro aspetto da non sottovalutare minimamente e' che la parte più importante dell'editoria e' letteralmente "sovvenzionata" dalle provvidenze (economiche) della presidenza del consiglio che finanziano i costi dei quotidiani e che vengono erogate sulla base della tiratura e del colore politico: quindi non esiste "informazione indipendente" per nessuno. Ritengo che visto che oggi il digitale spesso supera anche il cartaceo tali provvidenze debbano essere estese anche agli editori digitali degni di questo nome, proprio perché possano batterai ad armi pari con l'editoria tradizionale. Relativamente agli aggregatori di notizie,Google in testa, visto il potere informativo di cui dispongono nell'era digitale ritengo che sia assolutamente doveroso ( e legale) che dichiarino pubblicamente i meccanismi di ranking per i quali danno più o meno visibilità alle notizie ed alle testate orientando di fatto il traffico dei lettori. Il primato del digitale e la libertà di informazione passano sopratutto dalle regole chiare ed uguali per tutti. :-)

@MIchele Ficara Manganelli: è vero che l'informazione on line merita rispetto, mi preoccupa quello che dici rispetto agli editori digitali degni di questo nome, probabilmente così finirà che i finanziamenti li prendono gli stessi controllati dal sistema di potere. Lo stato deve tutelare l'informazione e l'accesso all'informazione ma bisogna trovare criteri diversi per incentivare la produzione di informazione.


A me il problema continua a sembrare trovarsi all'inizio. Mentre riesco a vedere un mercato per le opinioni sulle notizie e l'aggregazione delle notizie, tutto questo presuppone che le notizie arrivino da qialche parte.
Con tutta la buona volontà, il "giornalismo dal basso" semplicemente non ce la può fare, un po' per ragioni pratiche - come fai ad avere notizie dirette su quanto accade in Madagascar? - un po' perché anche ammesso che qualcuno invii le informazioni non è affatto detto che siano utilizzabili; non ci si può improvvisare raccoglitori di informazioni.

il tema dei servizi a valore aggiunto è fondamentale secondo me.
Ma quali però?
Quale valore aggiunto si può aggiungere a una notizia?
Forse un approfondimento di un Solone di ruolo (detto in senso buono si intende) che spieghi la notizia e dia delle informazioni che la rendono più intellegibile?
E quanto si è disposti a pagare per questo Solone di ruolo?
Il modello Freemium per la notizia può essere una soluzione forse ma la parte premium deve essere accettata come valida da un gran numero di persone, una bella sfida direi...

Ma come fanno le aziende a cinguettare

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Se non lo sanno, come cinguettano, le aziende possono dare un'occhiata a questo utile pezzo di Mashable.

La febbre del Tamiflu

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Un panel di esperti incaricato dal governo britannico di stabilire le linee guida per la cura della febbre suina ha detto che non era necessario distribuire massicciamente il Tamiflu per non rendere il virus resistente alla medicina in caso di una pandemia. Ma il governo ha deciso di mandare in giro la medicina della quale ha fatto amplissima scorta per non spazientire i sudditi britannici. E così il business, la cura, andrà avanti secondo i piani. Lo dice il Guardian di carta. In un articolo del quale non si trova in questo momento traccia online.

Organizzazione giornalistica 2.0

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Gli editori si domandano come dare ai loro giornali un modello di business che stia in piedi. E pensano di vendere le notizie online. I commenti a un post su questo argomento - che parlava di come gli editori non abbiano mai venduto le notizie in precedenza, ma abbiano venduto altro - sono molto stimolanti. Federico Bo sottolinea le conseguenze della rete sull'organizzazione giornalistica.

A questo proposito, va detto che la rete ha cambiato la produzione di notizie in modo profondo. La ricerca online è diventata, specialmente in alcuni settori più avanzati, necessaria per migliorare qualunque pezzo si scriva per un giornale. Ed è chiaro che la disponibilità gratuita dei giornali altrui serve ai giornalisti di ogni testata per approfondire l'argomento prima di scriverne.

Di fatto, conferire le notizie all'ecosistema dell'informazione in forma gratuta, migliora la conoscenza diffusa. E dunque migliora anche la conoscenza di coloro che producono informazione. E' come la ricerca scientifica: si mette in comune quello che si sa per poi aggiungere un pezzetto di conoscenza in più, oppure rielaborare quella che esiste già in forma nuova. (Naturalmente anche nel giornalismo c'è chi semplicemente copia).

Se tutti gli editori volessero impedire la condivisione gratuita delle informazioni prodotte dai loro giornali, di fatto impoverirebbero l'ecosistema dell'informazione dal quale i loro stessi giornalisti attingono per migliorare il loro lavoro. Ne risulterebbe un peggioramento della qualità o un aumento dei costi.

Il problema non è ovviamente risolto con queste osservazioni. Anche perché, appunto, non è risolto il tema di chi semplicemente copia. Ma queste osservazioni consentono di aggiungere un elemento al dibattito: se si facessero leggere le notizie gratuitamente come ora, pensando a far pagare eventualmente nuovi servizi di informazione a valore aggiunto che oggi non esistono, forse si potrebbe ottenere un risultato più soddisfacente.

In generale, la consapevolezza del valore di un ricco ecosistema dell'informazione porterebbe a ripensare in modo collaborativo la relazione organizzativa all'interno delle redazioni, tra diverse redazioni giornalistiche, cittadini che contribuiscono all'informazione. I modelli di business dovrebbero invece essere ricercati a livello di piattaforme e di servizi a valore aggiunto. Ma questa è un'altra storia...

Basta lamenti. Modelli di business per i giornali

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Le proposte si moltiplicano. Dopo i 12 consigli di Mashable, arriva Jeff Jarvis con
la federazione di aggregatori locali (TechCrunch). E un'iniziativa di J-lab con cinque
editori. Intanto Spot.us avanza. Le notizie locali sembrano al centro della questione.

Intanto, la Huffington commenta la situazione (the future of news will be social). E lo fa
sul blog di Facebook.




Emmanuel Jal... save Africa

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Invest in education to save Africa. Un impegno non-violento, una storia di artista tanto magnifica quanto era improbabile... e una donna che gli ha dato un'educazione, alla quale dedica la sua canzone... 


Editori, giornalisti, persone

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Si sa. Se ne parla fin troppo. I giornali sono in crisi. Una spirale perversa sembra aver preso di mira questo strumento dell'informazione. Meno lettori, meno pubblicità, meno soldi per gli editori, meno soldi per i giornalisti. Dov'è, se c'è, il bandolo dalla matassa?

gli editori sono al centro del problema, se il problema è essenzialmente quello del modello di business. E a quanto pare, in questi giorni sono concentrati sull'idea di vendere le notizie online per rispondere alla crisi dei lettori della carta e degli inserzionisti della pubblicità. Ma è una soluzione molto complicata. E lo sanno loro per primi. È una soluzione complicata perchè rivoluziona l'intero ecosistema dell'informazione: gli editori infatti, non hanno mai venduto le notizie; hanno sempre venduto il supporto che rendeva accessibili le notizie al pubblico, l'attenzione generata dalle notizie agli inserzionisti pubblicitari e la piattaforma di trasporto ai produttori di altri oggetti editoriali come i cosiddetti collaterali (libri, film, canzoni, ecc.).

in un certo senso, a vendere le notizie, agli editori, sono stati piuttosto i giornalisti.

lo spiazzamento concettuale e pratico non è di poco conto. Se le piattaforme per vendere le notizie saranno abbastanza facili - e non potranno non esserlo - anche singoli autori e non solo gruppi organizzati da editori, potrebbero pensare di vendere le notizie direttamente al pubblico.

per motivare la loro parte nella filiera dell'informazione, gli editori dovranno inventarsi qualcosa di meglio che una sorta di mega-accordo tra loro finalizzato a far pagare le notizie online. Ci possono riuscire tanto meglio quanto più attentamente studieranno le scelte di altre aziende simili - pur con le dovute differenze: le etichette musicali in primo luogo. Imho.

Agosto: meno tv e meno web

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Vacanze + esperienze in prima persona = meno tv

ferie + costi della connettività = meno web

il tempo mediatico è un tempo della routine. Il tempo inconsueto delle vacanze riduce un buon 30% del tempo dalle routine. E quel tempo non va ai media consueti ma ad altro. Le esperienze personali sono i veri concorrenti dei media?

Arriva

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Chrome per Mac...

berreb: We all want the fatest web browser on earth and today the answer is #Google #Chrome 4.0 for #Mac ;) http://ol.am/aD 9 minutes ago

La posta alle Poste

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Guido Scorza discute la vicenda della posta elettronica certificata.

Scrivendo per Problemi dell'informazione

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Scrivere in questi giorni per Problemi dell'informazione è straordinario. Ogni giorno, ogni minuto, arrivano stimoli e suggerimenti. Il tema sembra sempre più urgente: come fare per sviluppare forme di giornalismo sostenibili economicamente. E arriva anche il pezzo di Mashable.

Bisogna fare ordine. In particolare bisogna individuare quali sono le responsabilità e le opportunità dei giornalisti. E quali sono le responsabilità e le opportunità degli editori. Forse arriveranno a convergenza. Forse no. Il pubblico, intanto, sviluppa le sue soluzioni. E non perde tempo.

Il browser di Facebook

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Mark Andreessen aveva fatto Mosaic e Netscape. Ora è un finanziere. E sta finanziando una nuova società, la RockMelt, il cui scopo è scrivere un nuovo browser. Che potrebbe essere, in un certo senso, il browser di Facebook. (via New York Times)

Si spera che la moltiplicazione dei browser non sia anche una sorta di balcanizzazione della rete. A qualcuno piacerebbe che la rete fissa assomigliasse di più alla rete mobile (molto meno libera). Ma alla maggior parte degli internettari piacerebbe invece che la rete mobile assomigliasse di più alla rete fissa (molto più libera).

Le telco americane contro la net-neutrality

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Washington Post racconta che le grandi compagnie telefoniche americane stanno rifiutando i soldi pubblici offerti dall'amministrazione per migliorare i loro network a larga banda. Perché? Le ragioni sono legate alle condizioni che l'amministrazione impone in cambio del denaro. Tra quelle condizioni ce n'è una che riguarda tutti: l'amministrazione chiede alle compagnie impegni precisi per la salvaguardia della net-neutrality. E le compagnie non vogliono impegnarsi in quel senso. Pur di non garantire la net-neutrality rifiutano i soldi pubblici.

Facebook batte Twitter in luglio

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A quanto dicono le statistiche (via TechCrunch), la crescita di Facebook ha superato del doppio quella di Twitter in luglio. Intanto, Facebook ha comprato FriendFeed, mentre lavora a una versione leggera che sembra Twitter. Questo confronto tra le due piattaforme si annuncia come il più interessante, concettualmente, nel mondo dei social network. 

Ma per gli utenti, probabilmente, quello che davvvero conta è che non vinca nessuno: una sola piattaforma proprietaria che serva a tutte le comunicazioni sarebbe un disastro...

Non profit e giornalismo sostenibile

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La rete crea spazio per diverse dimensioni organizzative in molti settori economici. Compresa la produzione di informazione e il giornalismo. Accanto alle imprese orientate al profitto, piccole e grandi, locali e internazionali, ci sono le microiniziative individuali dei blog, con pubblicità e senza, con molti lettori o con pochi, con una specializzazione settoriale o generalisti. E in questo contesto si è formato, abbastanza naturalmente, lo spazio per il giornalismo non profit, organizzato e collettivo, dotato di risorse economiche ma non votato alla generazione di utili per gli editori. Essenzialmente, l'idea è che se il giornalismo è un servizio alla comunità, allora la comunità può essere interessata a sostenerlo. E in certi casi (ripeto, in certi casi), a sostenere solo l'attività giornalistica, non anche l'attività editoriale.

Se ne parla sempre di più sulla scia delle esperienze di ProPublica e Spot.us. E ne parla per esempio NiemanJournalismLab di Harvard.

Le conseguenze del giornalismo non profit sono piuttosto rilevanti. Non sostitutive del giornalismo for profit e tanto meno sostitutive del giornalismo dei cittadini che operano sui blog e i social network.

In realtà, il non profit è un argomento che riguarda il modo di finanziare inchieste costose o dedicate ad argomenti controversi e delicati. Gli editori, preoccupati dei costi, e i blog, che di costi non ne possono pagare, non sono sempre le strutture giuste per finanziare la ricerca giornalistica. E se poi gli editori sono incentivati a cercare di pubblicare storie che si limitino ad attrarre un grande pubblico alla pubblicità, magari senza dare troppo fastidio ai potenti di turno, l'investimento in ricerca giornalistica assume l'aspetto di una scelta troppo rischiosa. Il non profit in questo senso è una soluzione interessante. Talvolta importante.

Naturalmente, anche in questo caso ci sono dei rischi. Per esempio, il fatto di attrarre l'attenzione di un pubblico potenzialmente finanziatore su una particolare storia, aumenterà nel tempo la propensione a promuovere quella storia con i mezzi classici adottati dai movimenti non profit che sostengono una certa causa. Il rischio è che per attrarre i finanziamenti si usino degli argomenti preconcetti, cioè degli argomenti conosciuti prima di svolgere l'inchiesta giornalistica vera e propria che dovrebbe fare emergere i fatti; oppure che si faccia leva su ideologie, paure, convinzioni religiose. Col rischio di arrivare a risultati giornalistici poco fattuali e poco empirici.

Questo rischio, analogo ai rischi che corrono le attività giornalistiche che soggiacciono alle pur diversissime logiche incentivanti che governano l'attività degli editori e dei blogger, si mitiga soltanto lavorando sulla consapevolezza di ciò che è davvero il giornalismo: un lavoro artigiano, fondamentalmente di ricerca, dotato di un metodo di lavoro orientato alla raccolta e alla verifica dei fatti, con una linea interpretativa esplicita.

Qualunque modello di sostegno all'attività giornalistica, dal for profit editoriale al non profit delle grandi organizzazioni comunitarie al blogging dei cittadini, avrà tanto maggiore successo quanto più sarà consapevole delle qualità fondamentali del metodo giornalistico. Tutte da sviluppare e migliorare, naturalmente. Le comunità sosterranno gli editori, le organizzazioni non profit e i singoli blogger tanto più quanto meglio capiranno come e perché lavorano e quale giornalismo sostengono: in questo senso, il ricorso trasparente e onesto al metodo giornalistico è la motivazione principale, nel lungo termine, della sostenibilità del giornalismo.

Il prezzo lungimirante delle news

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Il sistema dell'informazione si dibatte sulla possibilità di far pagare i giornali online. E Dario si chiede come commentare le ipotesi formulate in un pezzo del Guardian che non brillano per originalità. Rispondere al volo usando il cellulare non è facile. Ma l'impressione generale è che non si pagano le news ma l'accesso a un servizio nel quale c'è un mondo di informazioni speciale nel quale le notizie sono un elemento di una metafora più ampia. Ci possono essere molte interpretazioni di quest'idea. Dalla soluzione di esclusività alla Wsj alla concezione del sostegno comunitario al lavoro di ricerca giornalistica alla Spot.us. Di certo non pare si paghino singole notizie o normali notiziari.

Social ventures

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A sentire economisti e politici, la crisi che viviamo è soprattutto una questione di fiducia. Il fatto è che la fiducia è generata da entità credibili. E nell'economia degli ultimi 50 anni è stata profondamente picconata la credibilità dello Stato, mentre negli ultimi 10 anni è stata picconata la credibilità del Mercato. Eccessi di sfiducia in queste super-entità hanno una base sensata ma hanno effetti devastanti.

Si parla invece pochissimo dell'economia sociale, quella basata sulle cooperative e sulle imprese orientate, dal punto di vista delle finalità e dell'organizzazione, alle persone. Non è chiaro il perché. Le realizzazioni delle imprese sociali sono enormi, soprattutto nei contesti meno facili. La qualità delle occupazioni in quell'ambito è motivante e spesso soddisfacente. Persino l'innovatività e la visione che ne emerge è accattivante. Eppure se ne parla poco. Come se le ideologie dello stato e del mercato avessero ottenuto lo scopo di far credere che solo loro sono la realtà economica, mentre l'economia sociale è nel mondo dei sogni. Ma posto che non è così e visto che la realtà è molto più ampia di quella descritta dalle ideologie, varrebbe la pena di approfondire. 

Gli studi in materia non mancano. In Italia per esempio c'è l'Euricse a Trento che se ne occupa. Uno studio recente della Young Foundation punta sull'innovazione nelle imprese sociali. E dimostra che si tratta ormai di un ambito economico sofisticato e dinamico. Che si connette molto bene - come si diceva - con l'emergere dei media sociali. L'insieme di questi fenomeni può forse far nascere una nuova consapevolezza. Aumentando la credibilità delle imprese sociali. E la fiducia.

Piattaforme libere

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Personalmente ho imparato una cosa nuova dalla vicenda di Georgy, il blogger georgiano che è stato la vittima di un attacco organizzato in modo da mettere in difficoltà il suo blog, il suo twitt e l'intera rete di social network, Twitter in testa.

Ho imparato che chi vuole bloccare la libertà di espressione può fare leva proprio sul principale punto di forza dei social media: il fatto che siano usati da molte persone.

La dinamica, ormai ricostruita, della vicenda. Georgy è il nome di un economista 34enne che vive a Tblisi dove si è rifugiato dopo la guerra dell'Abkhazia. Critico nei confronti del governo russo e del governo georgiano per la conduzione delle conseguenze della guerra di un anno fa, tiene un blog su LiveJournal, un twitt, varie partecipazioni a YouTube, Facebook, Google Blogger. Il suo nickname è Cyxymu. (Che si legge Sukhumi, nome della capitale dell'Abkhazia). È un opinionista che scrive in russo e georgiano, e raccoglie un certo seguito e diventa hub della dissidenza in quella regione. A qualcuno non piace. 

La tecnica utilizzata per impedirgli di scrivere online è attaccare il suo blog e le sue altre partecipazioni ai social media in modo che non solo la sua presenza sia irraggiungibile ma che le intere piattaforme che lo ospitano siano messe fuori uso. L'intento è quello di convincere le piattaforme a impedirgli di continuare a scrivere per salvaguardare le comunicazioni degli altri utenti.

Il ragionamento è sottile. E difficilissimo da smontare. Un dissidente è un eroe o comunque un isolato. E la piattaforma proprietaria che lo ospita pensa ai grandi numeri dei suoi utenti, non ai casi isolati. Ma il fatto che effettivamente una piattaforma come LiveJournal abbia chiuso - temporaneamente - il blog di Georgy lascia pensare che qualcosa non va nella relazione tra social media su piattaforme proprietarie e libertà di espressione.

Non è certo facile trovare una soluzione. Non è soltanto una questione tecnologica. Non basterà sviluppare un comunque non facile sistema per combattere gli attacchi con il metodo del denial of service. Ci vorrebbero piattaforme che danno a ciascuno - anche ai dissidenti isolati - una certa garanzia di poter continuare ad esprimersi indipendentemente dagli interessi degli altri utenti.

Il sistema delle piattaforme integrate private non è la fine dell'evoluzione dei media sociali. Perché questi problemi emergeranno in modo sempre più significativo. Non solo per questioni politiche. Potrebbero essere economiche, ideologiche, religiose, sociali...

Il blogger georgiano e il blocco di Twitter

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Cnet ha chiesto a Max Kelly, il capo della sicurezza di Facebook che cosa pensasse dell'attacco che ieri ha bloccato a lungo Twitter e rallentato molti social network. E Kelly ha rivelato che tutto è partito da un tentativo di mettere a tacere un blogger georgiano, Cyxymu, che scriveva su Twitter, Facebook, YouTube, LiveJournal, Google Blogger. Il Guardian ha parlato con Cyxymu scoprendo che è una persona molto critica nei confronti del governo russo. Alcuni blogger italiani stanno seguendo la vicenda (ho visto per esempio, Oneitsecurity, Passaggio notturno e il servizio di IoChatto). Antonella Beccaria segnala Osservatorio Balcani.

ps. Intanto, arrivano le parole di Evgeny. E mi sembrano decisive.

Morozov sul blocco di Twitter

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Hanno fermato Twitter con un denial of service. Non sembra sia difficile realizzare un attacco del genere. Salvo che ci vogliono solo muscoli informatici più potenti di quelli dell'azienda attaccata. Evgeny Morozov si chiede come ci si possa affidare a Twitter per l'informazione sulle proteste contro i governi antidemocratici se una banda di malfattori o un governo di dittatori possono buttare giù il servizio. Per sostenere la libertà di informazione, dice Evgeny, bisogna sostenere i dissidenti e migliorare le tecnologie anti-censura. Il che è possibile.

Microstoria nell'ecosistema dell'informazione

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Chiedevano a Radio Anch'io che cos'è Facebook e si chiedevano a che cosa serva. Ecco un esempio. Federico Bo mi ha segnalato un post su Vassar Stories che riporta un fatto importante ripreso dal blog di David Cohn, fondatore di Spot.us. Il fatto è che una giornalista freelance, Lindsey Hoshaw, ha proposto su Spot.us un'inchiesta (piuttosto costosa) sui rifiuti che galleggiano in un particolare posto del Pacifico. Grandi nomi decidono di finanziare l'inchiesta e di darle risonanza. La nota il New York Times che contribuisce alla sua notorietà e favorisce il finanziamento. E la pubblicherà. L'ecosistema dell'informazione evolve.

Pubblicità online in calo ma non troppo

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Idc registra che gli investimenti pubblicitari online sono calati nel mondo del 5% nel secondo trimestre del 2009. Le inserzioni collegate alle ricerche online sono calate solo del 3% (e su Google in America sono addirittura ad aumentate del 3%). Un calo più vistoso nei banner (-12%) e negli annunci classificati (-17%). A fronte del crollo registrato su altri media, questo calo è comunque considerato una buona notizia. via Brad Stone, New York Times.

Paul Romer: regole per lo sviluppo

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Qual è la scala giusta per una politica di sviluppo? Non la nazione. Non il villaggio rurale. Ma la città. Però ci vuole una città che sia governata con le regole giuste. Città nuove nelle quali le persone possano decidere di andare a vivere. È l'idea di Paul Romer, economista a Stanford. 



Informazione iperlocale by Aol

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Aol assume i giornalisti licenziati dai giornali tradizionali per costruire un sistema di giornali iperlocali. Ora ne ha già assunti mille a tempo pieno e 500 freelance. (via Antonio). TechCrunch.

Interessante tentativo. Non se Aol investe tanto solo per puntare alla pubblicità. Ma soprattutto se intende ottenere una posizione centrale nelle comunità che va a servire con le informazioni per sviluppare servizi e sperimentare nuovi modelli di business.

Firmiamo.it è una piattaforma

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Firmiamo.it è una piattaforma. E quindi non è responsabile di quanto i singoli utenti scrivono. E' il motivo che convince Marco Camisani Calzolari a non accettare una richiesta di cancellazione di una particolare petizione.

I diritti e i doveri delle piattaforme e quelli degli utenti sono distinti in modo chiaro nella cultura digitale. Molto meno nella cultura legale. Soprattutto perché la seconda è molto più lenta della prima. Questi casi servono a fare maturare una migliore comprensione della situazione.

Il legislatore, il sistema giudiziario, l'opinione pubblica, arriveranno a rendersi conto del valore di un sistema nel quale le piattaforme non sono implicate nel modo in cui gli utenti le usano con il tempo. Nessuno dice che le poste sono responsabili del contenuto delle lettere o che le compagnie telefoniche sono responsabili di quello che chi telefona si racconta, o se il telefonino è usato per far saltare a distanza una bomba. Se le piattaforme online sono qualcosa di più simile alla logistica della posta o all'infrastruttura del telefono che a una testata editoriale, cresceranno meglio e arricchiranno meglio il mondo dei servizi. A meno che loro stesse non dichiarino di essere testate, di dare un servizio selettivo e di assumersi la responsabilità di quanto ci si trova sopra: è una decisione imprenditoriale. Più questa decisione è espressa chiaramente più gli utenti sono consapevoli del servizio. Se poi una piattaforma promette un certo servizio e ne offre effettivamente un altro, allora è responsabile. Imho.

Found in translation

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Traduzioni realizzate da persone. Si accumulano in un wiki che si aggiorna con un'interfaccia piuttosto facile. E diventano, frase per frase, riutilizzabili da altri. Il computer mette insieme i pezzi, prova con traduzioni che non sono ancora state fatte da nessuno e chiede di migliorarle, aggiorna le traduzioni fatte in passato con i miglioramenti successivi. Una soluzione soggetta al vandalismo, ma anche alla solidarietà intelligente. Speriamo che prevalga quest'ultima: la vera cultura della rete. MyMemoryTranslated.

Ap: attenzione paranoia

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Si scopre che il sistema messo in piedi dalla Ap per far pagare i suoi articoli da chi li voglia ripubblicare online è concepito in modo assurdo, tanto da generare effetti comici non banali. C'è chi ha messo nel sistema le parole di Jefferson contro i monopoli culturali e ha provato a vedere che cosa avrebbe fatto la Ap, scoprendo che l'agenzia era disposta a venedere anche quel brano di pubblico dominio per 12 dollari e rotti. E c'è stato chi ha pagato 25 dollari per la licenza di ripubblicazione di un testo che lui stesso aveva scritto per il suo sito. Il sistema è insomma onnivoro. Vuole difendere i testi di proprietà dell'Ap ma non sa riconoscerli e distinguerli da tutti gli altri testi. Via TechDirt.

Apple, Google, Microsoft

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Apple non è mai stata forte in logica dell'internet. Ma è comprensibile: Apple ha sempre fatto prodotti disegnati per funzionare come sono. E per funzionare bene. Microsoft ha fatto persino più fatica di Apple ad adattarsi alla rete senza tentare di dominarla. E ora si trova a dover difendere i suoi prodotti core.

Google ovviamente è più avanti su tutta la linea, per quanto riguarda internet. Casomai ha difficoltà a capire come mantenere una cultura geek, producendo software ma vendendo pubblicità.

Ho l'impressione che ci siano dure battaglie strategiche in arrivo. Ma che non siano proprio tecnologiche, quanto piuttosto culturali ed emotive. E' sempre così del resto.

Alain de Botton e Sviluppina

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Un bel post di Sviluppina ha sottolineato recentemente la sofferenza connessa all'ideologia della meritocrazia e dell'achievement in un contesto che fatalmente non consente a tutti di raggiungere qualunque risultato. Alain de Botton ricorda come la sofferenza non consista nella difficoltà di realizzare se stessi, ma nel confronto con gli altri.


Approccio ormai molto indagato. Vedi anche Economia della felicità (appunti).

YouTube local news

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Il New York Times racconta come YouTube stia prendendo accordi con varie tv locali per ritrasmettere i loro notiziari. Storia da leggere. 

Lamenti sensati di giornalista

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Ian Shapira del Washington Post lamenta che Gawker ha copiato di sana pianta un bel po' di un suo articolo. Lo fa con consapevolezza e apertura mentale. Ma lo fa.

Un tempo questo argomento si sarebbe perso nella discussione tutta statistica tra coloro che si preoccupavano dei clic persi dal WashPost per il fatto che il contenuto era altrove e coloro che si entusiasmavano per i clic guadagnati dal WashPost per il fatto che il suo articolo era stato linkato da un importante blog.

Ora che la pubblicità non è più "infinitamente crescente" il dibattito si sposta su quanto Gawker dovrebbe pagare per ripubblicare il lavoro del reporter del WashPost. Ap ha una proposta. Non so se funzionerà o se farà fatturato. Ma di sicuro renderà più esplicito il tema del copyright nei giornali. E questo potrebbe diventare un incubo di uffici legali o un cambiamento nelle pratiche quotidiane dei produttori di contenuti online. Del resto, se c'è meno pubblicità e troppa roba da leggere per tutti, questo momento di ripensamento ha un suo senso. Il giornalismo nell'era della riproducibilità tecnica non è arte, ma artigianato: come sempre.

Innovazione nelle notizie a pagamento

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Ap ha rilasciato il suo sistema per far pagare le notizie a chi le vuole ripubblicare. L'approccio è interessante, come dice CJAhearn. via Jeff Jarvis.

6 ore di lezione di genomica sintetica

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Origine della vita, sintesi di esseri viventi in vitro, connessioni bio-elettroniche, nanoindustria, biosensori, ... Una lunga lezione di George Church e Craig Venter di genomica sintetica. Su Edge.


Sottotesto: che cos'è la vita? Bella domanda per tutti... E nonostante che in molti se la siano posta da secoli, la risposta è ancora una vicenda aperta e decisiva. Si direbbe che per Church un sistema genetico che si replica sia l'elemento essenziale della vita. Non sappiamo a che cosa servano la stragrande maggioranza dei geni. Ma l'idea è di intervenire e modificare. E' un percorso che può far paura. Ma è stato intrapreso. Meglio saperne di più.


Nel pubblico, tra gli altri: Larry Page, Nassim Taleb, Stewart Brand, Tim O' Reilly...


Apple contro Google

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Apple, Google, At&t... La Fcc ha aperto un'inchiesta sulla vicenda del rifiuto da parte della Apple dell'applicazione di Google che consente di telefonare in voip con l'iPhone. Bloomberg.

Ci saranno sviluppi.

Quello che interessa è sottolineare come si stiano confrontando due idee della tecnologia iPhone:
1. l'iPhone è una piattaforma (connessione, hardware, software) che promette di far girare i programmi che gli sviluppatori riescono a produrre, a parte casi di violazione delle leggi;
2. l'iPhone è un prodotto-servizio completamente disegnato da chi lo fa, che si riserva il diritto di accettare o non accettare qualunque cambiamento proposto da terze parti.

Di sicuro, non è uno standard di fatto né di diritto e non è un monopolio. Dunque non è necessariamente soggetto a regole che impongano l'apertura del prodotto ai prodotti o servizi di altri. Ma è altrettanto certo che il suo valore consiste in gran parte proprio nel fatto di poter contenere i software altrui. Il problema è se possa o non possa impedire un software come quello di Google, che fa concorrenza ad altri servizi offerti sullo stesso telefono. Come si risolve?

A voler essere ingenui, il tema è: qual è la promessa che fa Apple a chi compra il suo telefono e agli sviluppatori che comprano il kit per fare programmi per l'iPhone? Nel caso di Google la mantiene o la tradisce? Probabilmente, la mantiene alla lettera ma la tradisce nella sostanza.

Perché lo fa? Non per un'imposizione da parte di At&t, dicono alla compagnia telefonica. E dunque? Per il timore di tutto quello che ci può stare dietro l'applicazione di Google? Bisogna ammettere che la soluzione non è chiara, come spesso succede con la Apple. Che, almeno in questo è coerente di sicuro, ha fatto il suo successo anche controllando pienamente il design delle sue macchine e dei suoi servizi.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...