Falling Walls: oggi il lab e domani la conferenza. In diretta. Per onorare la caduta del Muro di Berlino guardando avanti

La conferenza Falling Walls ricorda ogni anno la caduta del Muro di Berlino chiamando a parlare scienziati e visionari che suggeriscono quali altri muri devono cadere.

Oggi c’è il lab. Domani la conferenza. Si può seguire in diretta.

Lux Leaks: 80 giornalisti per 28mila pagine. E i documenti originali

Gran lavoro giornalistico per l’analisi delle 28mila pagine di documenti che spiegano come le aziende riducessero le loro tasse passando per il Lussemburgo (ICIJ). E qui sono raccolti i documenti originali.

IPCC. Quello che si può sapere del cambiamento climativo

Un’iniziativa importante. Realizzata da persone autorevoli. Che fanno ricerca intensamente. Quello che si può sapere sul cambiamento climatico e le informazioni raccolte dall’IPCC si trovano su clima2014.

I repubblicani e la net neutrality

Secondo Brendan Sasso, sul NationalJournal, con la vittoria repubblicana alle elezioni di midterm americane, si chiariscono anche le posizioni sulla net neutrality.

In pratica, i repubblicani interpretano la net neutrality come una regolamentazione del web e vogliono consentire alle compagnie telefoniche di fare quello che vogliono. I democratici interpretano la fine della net neutrality come il controllo esercitato dalle compagnie telefoniche su quello che i navigatori della rete possono trovare. Queste posizioni sono anche chiarificatorie per quanto riguarda il bizzarro dibattito in proposito che c’è in Italia.

La libertà di navigazione in rete può essere definita dalle strategie delle compagnie telefoniche o da uno standard architetturale della rete come la net neutrality. In ogni caso occorre una regolamentazione: o per dichiarare che le compagnie telefoniche sono padrone del traffico e per dichiarare che tutti si devono attenere allo standard architetturale. In nessun caso, lo stato si può chiamare fuori. Ma un fatto è certo: chi crede nel mercato vuole la net neutrality. Chi crede nelle grandi telco vuole dare loro il controllo del traffico in rete. Gli americani riescono sempre a rendere tutto molto semplice. Troppo semplice.

Vedi anche:
Obama soccorre i sostenitori della net neutrality!
Power law e net neutrality
Neutralità della rete: perché è importante
Tim Berners-Lee e la neutralità

Innovarti. Imprese artigiane che innovano. Appunti su “Efficienza nel dna dei mutanti”

Oggi a Innovarti si parla di “Efficienza nel dna dei mutanti”. Come dire: le imprese artigiane nell’ecosistema dell’innovazione sono chiamate a fenomeni di mutazione e una delle loro specialità fondamentali è – o deve essere – l’efficienza. Il tema è dei più ampi e piuttosto controverso. Non si può affrontare senza tentare una visione d’insieme per i progetti di mutazione. Tanto per fare uno schema di lavoro, ecco una mappa molto veloce. (Per zoommare o rimpicciolire il comando in alto a sinistra).

La metafora dei mutanti è interessante ma non perfettamente calzante dal momento che le mutazioni non avvengono per caso ma per progetto. E i progetti sono realizzabili in base alle risorse di cui si dispone ma sono sensati in base alle domande che si pongono.

L’efficienza è una specie di cultura della realizzabilità, ma deve servire ad avvicinare ciò che si vuole e ciò che si può fare. L’efficienza può essere intesa, sbagliando, come una limitazione di quello che si può fare. Oppure può essere intesta come il motivo dell’innovazione che sposta la frontiera del possibile per avvicinarlo agli obiettivi.

Non si tratta di farne un trattato, ovviamente. Ma dare un’occhiata a qualche caso. Vediamo quelli che mi sono stati segnalati recentemente. Le fonti delle segnalazioni sono persone che se ne occupano in un modo o in un altro. La selezione è stata fatta soprattutto per le idee che questi casi suggeriscono: riorganizzare la relazione tra aziende per valorizzare la creatività, cercare di arrivare più avanti nella filiera per conquistare una maggiore fetta del valore aggiunto, puntare su piattaforme che risolvano in modo efficiente la vendita online e la logistica.

Desall

Una piattaforma incubata in H-Farm che lancia contest di design per connettere aziende e clienti privati a una comunità globale di talenti creativi.

TX3

«Un incubatore virtuale dedicato ai giovani stilisti per offrire loro visibilità e supporto al fine di promuovere l’eccellenza del Made in Italy nel design e nella manifattura in tutto il mondo. Con la collaborazione delle più importanti Scuole di Moda italiane, ogni anno selezioniamo 15 giovani stilisti che possano interpretare ed innovare i fashion trend. Grazie al mentoring della nostra direzione stile, gli stilisti realizzano nel corso dell’anno diverse collezioni che vengono commercializzate esclusivamente attraverso il nostro e-shop. Tutte le collezioni sono finanziate da noi, ma siete voi a decretare il successo degli stilisti, votandoli e acquistando uno dei capi da loro ideati. Tutti i capi e gli accessori prodotti sono di altissima qualità, progettati e realizzati interamente in Italia. Vogliamo sfruttare l’enorme bagaglio di conoscenza che il nostro territorio offre nella scelta dei fornitori più qualificati, dalla ricerca dei materiali alla costruzione dei capi, abbinando ad uno stile di impresa innovativo, la tradizione dell’eccellenza italiana nel fashion.»

Neronote

Camice custom da ordinare online e fatte in Italia. Due miliardi di possibili prodotti diversi. Prezzi trasparenti e, dichiara il sito, del 30-50% più bassi di quelli dei negozi con camicie paragonabili. «Le camicie Neronote vengono realizzate interamente in Italia con la cura e l’esperienza di chi produce camicie da oltre un secolo. Neronote coniuga la qualità del made in Italy con le nuove tecnologie adottate lungo tutta la filiera produttiva, per rendere possibile un livello di servizio al cliente senza precedenti. Le camicie proposte sono completamente modificabili in ogni parte e vengono confezionate appositamente per te, secondo i tuoi gusti personali e le tue misure, offrendoti un’ampia varietà di tessuti e una grande libertà nella scelta dei particolari.»

Brandon Ferrari

Un sistema per portare i prodotti al mercato internazionale, supercompetente per quello che riguarda le specificità della produzione italiana e capace di sviluppare uno sguardo globale.

BaldiFlex

Facevano taglio della resina espansa. I giovani eredi decidono di andare al consumatore. Con i materassi. «I fratelli tentano la carta della vendita al dettaglio: ciascuno si occupa di un canale differente, assecondando le attitudini personali. “Francesco era più orientato al business tradizionale, con un negozio fisico e la partecipazione alle fiere. Io avevo invece una passione per l’online”, racconta Andrea.
Ed è proprio la motivazione di Andrea a permettergli di trasformare in realtà l’idea, niente affatto scontata, di vendere materassi online: “In famiglia non erano pienamente convinti, ma io non ho mai smesso di crederci. La sera, l’unico momento in cui riuscivo a ritagliarmi un po’ di tempo, studiavo il linguaggio html e i meccanismi delle piattaforme di vendita online per creare il negozio e le inserzioni”. Grazie all’impegno dei fratelli, Baldiflex debutta sul web nel 2010. Nel 2012 approda su Amazon.
Le vendite online iniziano a crescere, lentamente ma con costanza. “Amazon ha cambiato il nostro modo di operare”, racconta Andrea, “ci siamo dovuti adeguare per offrire un servizio in linea con quello fornito da Amazon in termini di tempistiche, feedback ed esperienza d’acquisto. Abbiamo migliorato i nostri standard grazie anche ad un supporto continuo”.
Nel tempo gli ordini continuano ad aumentare anche a livello internazionale; ben presto Andrea e Francesco assumono due nuovi collaboratori.
Incuriositi dalla possibilità di incrementare le spedizioni all’estero, i fratelli scelgono di appoggiarsi ai servizi logistici di Amazon: “La Logistica ci ha permesso di risparmiare molto tempo nella preparazione delle spedizioni, raggiungendo facilmente i clienti in tutta Europa”, dice Andrea; “Abbiamo appena iniziato e già riceviamo ordini da paesi lontani come la Norvegia e Cipro”.»

Valigeria Polli

«Franco vende valigie, borse e trolley in un negozio storico della cittadina ligure. “Mio nonno era sceso da Stresa, in Piemonte, per vendere i primi ombrelloni da sole ai turisti inglesi che frequentavano le nostre spiagge all’inizio del secolo scorso”. Nel tempo l’attività si è trasformata in un negozio di valigeria che, dopo 86 anni, è entrato a far parte della storia locale.
Nel 2008 contrae un mutuo importante per poter avviare alcuni lavori di restauro e acquistare la proprietà del negozio. “I primi anni sono riuscito a cavarmela abbastanza bene”, ricorda. “Nel periodo di alta stagione, fra luglio e settembre, si lavorava sodo, ma con l’avvento della crisi le cose hanno iniziato progressivamente a complicarsi, e nel 2012 la situazione si è fatta veramente difficile. Il pensiero del mutuo era diventato assillante.”
Invece di cedere alla preoccupazione, Franco cerca soluzioni. È in questo momento che inizia a vendere online: “All’inizio le vendite non erano nulla di che, molti clienti mi contattavano per chiedermi sconti. La gestione era molto faticosa”.
Franco non demorde, e nell’estate del 2013 la Valigeria Polli inaugura la sua presenza su Amazon.it. È il periodo che precede l’inizio dell’anno scolastico e gli zaini coloratissimi vanno a ruba. “Bisogna imparare a capire i nuovi clienti e i loro desideri, impostare una nuova strategia”, racconta Franco, “è un mondo diverso, ma ci si abitua in fretta”.
Con il passare dei mesi la sua attività online decolla: “Quello che avevo considerato come un canale di sostegno per rientrare nelle spese del mutuo si è trasformato rapidamente in una delle fonti principali dei miei ricavi”, commenta.
Le sue valigie riscuotono un grande successo anche all’estero: “Vendo su tutti i marketplace europei di Amazon: ad esempio, il giro di affari in Francia è paragonabile a quello italiano. Secondo me è una questione di colore: nei mercati nordeuropei chi vende valigie predilige i colori scuri, io invece ho uno spirito giovane e punto sulle tonalità vivaci, meno comuni”. Franco ha da poco iniziato ad utilizzare i servizi della Logistica di Amazon: “Mi sta alleggerendo il lavoro, soprattutto per quanto riguarda eventuali resi e comunicazioni post vendita”.»

Nati con la camicia

Tutto col tessuto di una camicia. «”Sartorialfashion” è la nostra parola chiave: eleganza, unicità e alto tasso di customizzazione. Il bi tessuto è il contrasto perfetto che caratterizza tutti i nostri prodotti. Nel 2010 a Berlino la fiera Bread and Butter aprì i nostri occhi e innestò la nostra creatività figlia di spiriti Italiani viziati dal gusto. Il cambiamento del mercato che iniziava a premiare nuovamente la cura di ogni singolo dettaglio e la produzionemanifatturiera di alta qualità del nostro territorio ci hanno portato a pensare alla camicia come simbolo di Made in Italy che andava svecchiato con una nuova visone. La combinazione tra portafoglio e camicia ha dato il nome al nostro brand “NATI CON LA CAMICIA”.»

Illa

Borse uniche, artigiane, in serie limitata. «Siamo orgogliosi di sviluppare collaborazioni con l’artigianato artistico d’eccellenza del territorio che rende grande il Made in Italy nel mondo, perché il “saper pensare” unito al “saper fare” della tradizione italiana continua a rappresentare un ingrediente essenziale di qualità e di innovazione. Vogliamo offrire ai nostri clienti un accessorio esclusivo, prodotto in serie limitata e assicurare l’eccellenza dell’autentico Made in Italy.» Vendita in negozio e online con l’aiuto di una piattaforma che fa pagine speciali per Illa (milanoventuno.com).

221e

Sensori e algoritmi per rendere intelligenti i prodotti più diversi, da insossare e usare in modo facile e quotidiano. «221e is an innovative firm, active in the development of ideas, projects and products exploiting the technological advances in the field of inertial and motion control systems.
Recent technological advancement in the field of MEMS (Micro Electro-Mechanical Systems) allowed the realization of miniaturized sensors that can be easily applied to the human body in a non-invasive fashion; empowering researchers to collect extensive data series and information over cinematic and biomechanical movements of the body of the user.
Sensors supervision techniques have been applied to the study of everyday activities, the long-term analysis of deambulatory pathologies, movements interpretation for automation control (i.e. videogames, smartphones) and the study of the dynamics peculiar of sport discipline.
Such data series form extensive databases of information that are analyzed with techniques of pattern recognition, statistical interpolation and machine learning in order to find a mathematical definition of a particular movement or action or cluster of those.
It’s therefore through the combination of MEMS sensors, extensive data logging, and techniques of Artificial Intelligence, that is possible to arrive at a definition of a control algorithm able to interpret the activities of the user of the system.
Once the system is able to “understand” the outside world, it can be programmed to perform a specific action when a specific event is recognized.»

MilanoBike

Bici fatte a mano ma super tecnologiche.

La confusione tra oblio e la diffamazione

Non sono un giurista. Ma la nuova legge sulla diffamazione dedicata ai giornali registrati contiene un passaggio sul diritto all’oblio che appare del tutto fuori contesto. Non solo, a quanto pare, estende ai giornali la questione – già controversa – del diritto all’oblio. Ma mette a repentaglio la libertà dei cittadini di conoscere la storia passata.

Se il diritto all’oblio è pensato come una sorta di correzione dell’immagine identitaria di una persona che sarebbe distorta dagli algoritmi dei motori di ricerca che privilegiano le pagine molto linkate senza riguardo alla loro attualità, il diritto all’oblio sugli archivi dei giornali diventa una distorsione della realtà.

Spero che i commentatori più avvertiti di diritto mi illuminino se sbaglio.

Comunque, questa legge non sarebbe passata, a mio parere, se la bozza di Dichiarazione dei diritti in internet fosse in effetti una regola. Perché quella Dichiarazione avrebbe dato voce al diritto dei cittadini a una legislazione equilibrata su internet, attenta all’impatto non solo diretto ma anche indiretto delle novità normative. (Vale da esempio di quanto si diceva prima sugli equivoci intorno alla bozza di Dichiarazione).

Equivoci sulla bozza di Dichiarazione di diritti in internet

Le critiche sulla bozza di Dichiarazione di diritti in internet sono numerose. Spesso basate su pregiudizi. Talvolta su giudizi fondati. Ma quello che conta è che si tratta di una bozza. Sulla quale c’è una consultazione aperta. Chi ha critiche pregiudiziali non avrà certo molto da proporre, se non la speranza che non se ne parli. Chi ha critiche fondate potrà invece contribuire a cambiare la bozza per farla diventare più giusta.

Ma anche i pregiudizi contano e sono interessanti per una riflessione. Sembrano evocati soprattutto da tre fattori: dal linguaggio usato per la bozza, dal suo orientamento in favore dei diritti e non inerte di fronte al mercato, forse anche dai componenti della Commissione di studio.

Il linguaggio è forse il problema di “interfaccia” più rilevante perché non suggerisce lo stile entusiastico e veloce (o alternativamente reattivo e sprezzante) che spesso si usa nel contesto delle dichiarazioni su internet. È sicuramente un problema. Peraltro chi critica la bozza sulla scorta di una visione del mercato come autoregolamentatore principe dimentica che sia il discorso sui diritti umani che quello del mercato sono narrative settecentesche che si confrontano da secoli e continueranno a farlo: il risultato del confronto è più equilibrato della eventuale vittoria unilaterale di una delle due narrative. Sui componenti va detto che la bozza di Dichiarazione è stata scritta da una Commissione di studio nella quale nessuno ha votato nulla ma tutti hanno contribuito con le loro opinioni in uno stile pragmatico orientato a trovare un consenso. Quello che non si riusciva ad affrontare in questo modo è stato rimandato. Sta di fatto che la Commissione non è stata unanime. E la bozza è sempre stata considerata da tutti un risultato provvisorio adatto a provocare un ragionamento più allargato in consultazione.

Si spera dunque nella consultazione. E non nel silenzio dei critici pregiudiziali.

Ma va detto, anche allo scopo di orientare metodologicamente la consultazione, che il discorso affrontato dalla Commissione non è mai stato orientato a regolare internet. Casomai a regolare chi vuole regolamentare internet. Lo stato in primo luogo. Se valesse la bozza, lo stato non potrebbe più introdurre regole su internet senza una valutazione di impatto digitale. Cioè in modo unilaterale e basato su qualche ideologia anti-internet parziale e disattenta al contesto internazionale ed ecosistemico. Ma la bozza è consapevole anche del fatto che una parte importante delle regole di internet sono imposte da piattaforme private. E ad esse si chiede essenzialmente la massima lealtà possibile nei confronti degli utenti.

Ma, insomma, tutto questo è solo la bozza: la consultazione aspetta chi la possa migliorare.

Vedi anche:
Intervista a Rodotà
Ricostruzione di Fabio Chiusi
Quattro tesi di Antonio Casilli

Pubblicità nei media. By Economist

Mi scuso per l’impaginazione. Ma il contenuto vale la difficoltà di embeddarlo, spero.

Master Big Data a Pisa

sobigdata

Comunque la si voglia mettere, i Big Data stanno creando il bisogno di data scientist. E di aziende capaci di assumerli o utilizzarne la professionalità per comprendere il mondo nel quale operano e valorizzare i dati che, operando, raccolgono. Come dice Alfonso Fuggetta, questi professionisti dovranno lavorare in team composti di persone con competenze matematiche, giuridiche, sociologiche, ingegneristiche: ma è chiaro che si tratta di un’opportunità da non perdere, per chi lavora e per le aziende. Big Data Value dà conto della ricerca intorno alle opportunità offerte dai Big Data in Europa.

A Pisa, come in altre università, nasce un master orientato a creare professionalità di questo tipo. Con una caratteristica: propone conoscenze tecniche e consapevolezza etica. Sul sito c’è tutto.

Gli argomenti del corso sono organizzati secondo 5 aree tecnico-scientifiche:

Big Data Technology (Data Management for Business Intelligence, High Performance & Scalable Analytics, NO-SQL Big Data Platforms)
Big Data Sensing & Procurement (Analytical Web Crawling, Web Search and Information Retrieval, Text Annotation, Big Data Sources and Crowdsensing)
Big Data Mining (Data Mining, Machine Learning, Social Network Analysis, Mobility Data Analysis, Web Mining, Nowcasting, Sentiment analysis)
Big Data Story Telling (Visualization, Visual analytics and Data Journalism)
Big Data Ethics (Privacy-by-design, EU-Data Protection Regulation, Data Scientist’s Responsibility)
e 2 aree di innovazione socio-economica:

Big Data for Social Good (Analisi della mobilità da record di telefonia mobile, tracce di navigatori satellitari, sensoristica smart-city, etc.). Diffusione delle opinioni, reputazione, sentiment ed engagement nei social media. Big data and official statistics.
Big Data for Business (Big data in finance and economics, Recommendation Systems, novel CRM applications, Data journalism e l’uso dei Big Data nell’editoria elettronica)

Post hoc ergo propter hoc. Da Joan Robison a Susan Etlinger

Susan Etlinger, a TED, cita la famosa formula che Joan Robinson aveva pensato per spiegare come si può sbagliare guardando ai dati senza senso critico: post hoc ergo propter hoc è l’errore tipico di pensare che siccome una cosa segue nel tempo un’altra cosa, allora la prima è la causa della seconda. Il senso critico, dice Etlinger, non viene guardando semplicemente i dati, ma cercandone il senso: dunque viene dallo studio della filosofia e della storia, dalla sociologia. Probabilmente dall’arte.

La ricerca umanistica che si confronta con quella scientifica e tecnica: è una risposta intelligente alla formula (nata vecchia) di Chris Anderson che aveva annunciato la fine della teoria. Vale la pena di dare un’occhiata ad alcune correlazioni assurde. Per poi guardare il video di Etlinger.

Le prove ci sono: i carrier che lottano per farsi pagare di più dai grandi concorrenti degradano internet. La neutralità della rete è necessaria

Susan Crawford scrive su Medium una storia molto istruttiva sulla guerra dei giganti americani per il controllo e lo sfruttamento degli utenti della rete. Una guerra senza esclusione di colpi bassi, che sfrutta armi legali in America, che abbatte il valore di internet e rischia di trasformarla in un insieme di reti poco e male interconnesse, privatizzate, oligopolisticamente controllate. I carrier vogliono farsi pagare per ciò che è sempre stato gratuito e nin esitano a degradare il servizio. I grandi venditori di servizi e contenuti iperconcentrano il traffico mettendo in difficoltà i nodi strategici della rete. Gli ingegneri, coloro che avvicinano ciò che vogliamo a ciò che è possibile, saprebbero come fare. E se la regola fosse la neutralità e l’interoperabilità, come è nella sostanza di internet, risolverebbero con poca spesa. Ma in America è in corso una lotta di potere. E le prove ormai ci sono. Pezzo di Crawford da leggere.

Tre letture accurate sui diritti delle persone nell’era di internet

Fabio Chiusi ha riportato su TechPresident un buon racconto della costruzione della bozza di Dichiarazione dei diritti in internet messa in consultazione dalla Commissione di studio che si è riunita nei mesi scorsi alla Camera dei Deputati italiana.

Antonio Casilli ha pubblicato su Medium un articolo con quattro tesi sulla sorveglianza di massa e la negoziazione della privacy. La sua idea di partenza è che dalla sorveglianza del Big Brother si è passati alla sorveglianza del Big Other: una sorveglianza partecipata, realizzata con il contributo relativamente consapevole di un’enorme quantità di persone attive in rete.

We should not see the fact that citizens contribute to these social platforms as a symptom of technological illiteracy or ideological adherence. On the contrary, it should be viewed as a sign that their streams of communication are presently captured by a participatory architecture that uses traces of online presence to personalize usage and record data transfers in digital environments. The order of priorities between protecting privacy and personalizing digital user experience therefore seems reversed in the face of these traces, whose durability and secondary uses (for both commercial and securitarian purposes) are lost on users.

Un approccio ideologico tenta di cogliere in questo fenomeno la fine della privacy come norma sociale. È una trappola secondo Casilli. E la raltà è che l’esigenza di privacy genera un dibattito sempre più partecipato in rete, nonostante che gli utenti delle piattaforme non si astengano dall’usarle per l’evidente valore che vi riconoscono. E forse anche per una sorta di obbligo sociale.

In effetti, non manca chi ritenga che alcune piattaforme online sono sempre meno una libera scelta e sempre più una sorta di obbligo sociale. Secondo uno studio pubblicato su FirstMonday da Jessica Roberts e Michael Koliska, intitolato “The effects of ambient media: What unplugging reveals about being plugged in”. Roberts, che lavora alla Xi’an Jiaotong–Liverpool University in Suzhou, in Cina, e Koliska, che studia alla University of Maryland’s Philip Merrill College of Journalism, hanno sottoposto a test un gruppo di giovani, privandoli dei collegamenti online per un certo periodo e analizzandone le reazioni. «Il tema più frequente raccontato dai ragazzi è stata una sorta di dipendenza dai media, seguito da sentimenti di ansia causata dall’essere sconnessi. Il terzo argomento più frequente era il sollievo dalla necessità di consumare media. Seguivano problematiche relative alla confusione e all’isolamento: gli studenti denunciavano una deprivazione dovuta alla mancanza di informazioni su quello che stava succedendo ai loro circoli sociali diretti e al mondo. Una sorta di nostalgia per le comunicazioni con i genitori, amici e altre persone significative per la loro vita». Di fronte a un bisogno tanto sentito di connessione, certo, è forte la tentazione di accettare che qualcuno possa abusare dei dati personali.

In ogni caso, il ragionamento di Casilli tende verso la proposta di un nuovo equilibrio dei poteri come percorso per una nuova definizione operativa e realizzabile della privacy con il giusto coinvolgimento di molteplici stakeholder.

Stakeholders seek a consonance, compare their different interests and make mutual concessions in terms of disclosure and access to potentially sensitive information. The loss of privacy in certain areas is not equivalent to an uncontrolled debacle, but rather to a strategic withdrawal over subjects where negotiation proves challenging. It is through this collaborative disclosure accompanied by complex processes of selection and influence, that participatory surveillance is made possible — and can eventually be surpassed. From a citizen’s standpoint, mass surveillance programs cannot be countered by asserting an individual right to privacy as a sphere that resists all penetration, but rather by re-establishing a balance between the forces involved in this negotiation process – governments, market stakeholders and individuals.

Il percorso è condotto dunque in un quadro interpretativo che direi di tipo “costituzionale”. Coerente in fondo con il tentativo della bozza di Dichiarazione italiana. Che è pervasa da forma speciale di tensione utopistica che accompagna sempre i discorsi sui diritti, una forma di utopia pragmatica che riconosce il senso profondamente culturale dell’utopia che nel presentarsi come programma di organizzazione politica intende soprattutto accelerare il dinamismo intellettuale che serve a diffondere nuova consapevolezza, precondizione essenziale – anche se ovviamente non sufficiente – per migliorare la politica.

#unlibroèunlibro

Ricevo un comunicato su una campagna importante e volentieri ne ripropongo una parte qui:

ci teniamo a comunicarti la partenza, proprio oggi, della campagna europea promossa da AIE, Associazione Italiana Editori, per l’equiparazione dell’IVA di libri cartacei ed ebook. Ecco brevemente di cosa si tratta:

Una storia è una storia e #unlibroèunlibro, indipendentemente dal supporto di lettura: non é così per l’Europa che classifica la versione digitale come “servizio elettronico” accomunandola al software e ai videogame. Per questo motivo l’IVA di un ebook è al 22%, al contrario di quella di un libro cartaceo, che beneficia dell’IVA agevolata al 4%.

Vogliamo far sentire la voce degli editori, degli autori ma soprattutto dei lettori approfittando del ruolo centrale dell’Italia in questo semestre di Presidenza Europea.

Ti va di darci una mano?

Basta scattare una foto con il pollice in basso mentre dici NO alla discriminazione dell’ebook e condividerla con l’hashtag #unlibroèunlibro.

Tutti i contributi raccolti entreranno a far parte di una gallery sul sito www.unlibroeunlibro.org

Definizioni di bilancio facili da usare

Ok non si tratta di cose complicate. Ma vale la pena di essere tutti d’accordo su certi termini e definizioni nel bilancio. La narrazione base di un’impresa è in fondo quella che si ottiene andando a leggere i dati che riguardano le variabili contenute in questa presentazione.

Lessig e Snowden

Per chi l’ha persa, questa intervista-lezione di Lawrence Lessig a Edward Snowden, in Harvard.