Chiose su “cambiare interfaccia”. In vista delle prossime scelte

Grande intuizione quella espressa ieri dal premier: “L’Italia deve cambiare intefaccia“. E’ un modo per dire che il cambiamento necessario non è di facciata, ma di sostanza: l’interazione tra i cittadini e lo stato, come tra il resto del mondo e l’Italia, avviene attraverso un’intefaccia. E quella che c’è stata finora era quella sbagliata. Troppo complicata, soggetta a corruzione, fuffologica. La riprogettazione dell’Italia, la sua modernizzazione da avviare attorno allo strumento dell’agenda digitale, può partire proprio dall’interfaccia: più facile da usare, più orientata al risultato, più piacevole. Più semplice e lineare.

La necessaria semplicità finora è stata spesso ricercata attraverso la banalizzazione. La fuffa della comunicazione ha esaurito gli italiani in una quantità di giochi d’artificio che servivano solo una strategia della disattenzione. Le cortine fumogene dell’ipercomunicazione, l’ottimismo forzoso, l’entusiasmo acritico, il cinismo tecnocratico e burocratico, sono la premessa per l’inazione. Perché la semplicità nasce dalla consapevolezza della complessità e la trasforma.

Può darsi che oggi o nei prossimi giorni il governo voglia decidere intorno alle nomine all’Agid e quello che ci starà intorno. Il percorso delle candidature è stato virtuosamente trasparente. Ma i criteri delle scelte, per ora, non sono stati espressi chiaramente.

Se l’Italia deve cambiare verso, le persone che applicheranno le scelte del governo sulla modernizzazione digitale del paese dovrebbero essere competenti, disinteressate e orientate all’obiettivo definito dalla visione del governo. Questo aiuta a trovare dei criteri per sceglierle. Perché quelle persone si trovano tra coloro che, pur essendo competenti, non sgomitano sguaiatamente mettendo in giro voci sui loro prossimi incarichi, che non hanno un’agenda personale, che non hanno simpatie per particolari aziende che chiedono al governo facilitazioni e protezioni, che non fanno parte di grandi cordate di potere. E in questo settore, gli interessi sono enormi.

Utopia? In un piccolo acquario di squali come il nostro sistema politico, non è facile trovare la gente giusta. Perché la gente giusta non passa il tempo a farsi notare: lavora e se c’è l’occasione si limita a mandare un curriculum o a dichiarare una disponibilità. Poi aspetta con fiducia le scelte di chi decide. Se ha ragione o se sbaglia lo deciderà la saggezza di chi decide.

Vedi anche:
Fuffa e manipolazione
Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia
Un architetto per la costruzione digitale. Francesco Caio ne scrive
Agenda digitale, riforma strutturale
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Porte a Venezia

Dal punto di vista politico l’apertura delle porte europee alle istanze proposte dall’Italia resta problematica. Almeno a giudicare dalle reazioni odierne ai discorsi sull’agenda digitale sui giornali internazionali.

Nonostante che la conferenza di oggi sul digitale con Matteo Renzi e Neelie Kroes sia stata in inglese, per ora su Google News appare poco. C’è una Reuters che ovviamente riguarda il deficit e gli investimenti: Italy PM says wants digital technology spending stripped from deficits. C’è Handelsblatt: Gegenwind für italienische Forderungen in der EU sullo stesso tema. C’è SvD: Flexibilitet – sydligt modeord i EU, stesso argomento. Kroes si era presa qualche rischio sostenendo che l’investimento digitale dovrebbe essere sottratto ai vincoli di bilancio antideficit.

Per adesso, nei titoli raccolti da Google News, Venezia appare più spesso, ancora, per le dimissioni del sindaco e gli scandali (ma è ancora presto).

In ogni caso, sia nei temi di oggi come il digitale sia nei temi di sempre come la corruzione, il trattamento internazionale è spesso concentrato su una domanda ossessiva (e non infondata): ci si può fidare dell’Italia?

Le porte a Venezia restano abbastanza socchiuse.

Il genio politico di Guido: il vero esperimento di Facebook

Guido Vetere ha avuto un’intuizione di prima grandezza scrivendo il suo post dell’altro giorno sul caso della manipolazione degli account Facebook a fini “scientifici”. Il pezzo è sul suo blog.

Guido si domanda quale sia stato il vero esperimento compiuto da Facebook. IL paper pubblicato e pubblicizzato nei giorni scorsi non scopre nulla di sorprendente. Ma il vero esperimento è cominciato adesso. Di che si tratta?

Azzardo un’ipotesi: il vero esperimento di Facebook inizia adesso. Si tratta di valutare l’impatto della notizia-shock sul mondo. Quanti utenti abbandoneranno la piattaforma? Calerà il numero dei nuovi iscritti? Governi e autorità sovranazionali metteranno mano a nuove regole?Se tutto continuerà come prima, Facebook avrà dimostrato una cosa assai meno banale e risaputa del priming: e cioè che il mondo è prono a qualsiasi manipolazione da parte di chi possegga porzioni significative delle reti di comunicazione sociale. Ottima notizia per chi sulla passività popolare lucra potere e soldi.

Vedi anche:
Fuffa e manipolazione
Facebook — the Big Tobacco of Social Media

Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia

Matteo Renzi ha dato le sue priorità per le proposte italiane durante il semestre in relazione al digitale:
1. Mercato unico per il digitale e autorità unica per il digitale in Europa. E’ il primo punto nella proposta del governo italiano.
2. Ogni euro investito in infrastruttura digitale è fuori dai limiti. Perché è un investimento per il futuro.
3. Cybersecurity. Cooperazione tra governi e aziende.
4. Open government, open data, trasparenza. Per la democrazia.

Ma questo è per l’Europa. Renzi peraltro sottolinea che l’Italia deve cominciare a riformare sé stessa. La prima riforma è cambiare il sistema per rilanciare le opportunità per i giovani. L’Italia deve smettere di piangersi addosso. E il digitale è la dimensione che crea più opportunità per i giovani.

Neelie Kroes ha confermato che l’investimento nella modernizzazione digitale dovrebbe essere escluso dalle pur sacrosante limitazioni imposte dai vincoli di bilancio europei.

Ma nel caso del digitale, l’investimento non è solo uno strumento per la crescita, da ottenere in cambio della promessa di riforme strutturali. Nel caso del digitale l’investimento sull’architettura internettiana per la pubblica amministrazione e l’ecosistema italiano coincide con le riforme strutturali (come si diceva sul Sole).

E le regole? Jeremy Rifkin ha sottolineato che tutto questo non è possibile e non è generativo senza net neutrality.

Compenso poco equo e difeso malamente. Parlano Caselli, Conte, Ghezzi, Guccini ecc

I veri cultori della poetica musicale italiana sono sempre stati disposti a pagare per ascoltarla. E sarebbero felici di farlo direttamente soprattutto a favore dei grandi artisti che hanno bisogno di sostentamento. E forse anche a favore degli artisti ricchi o benestanti, per gratitudine. Un fondo pubblico per loro pagato con tasse o meglio col 5 per mille non sarebbe probabilmente deserto.

Ma l’aumento del cosiddetto equo compenso recentemente approvato dal governo non cessa di provocare polemiche. I principali difensori lo vedono come un modo di ripagare la copia privata che si fa su una memoria digitale chi compra legalmente un bene soggetto a copyright. I principali oppositori dicono che è ingiusto far pagare questa cosa anche a chi non fa nessuna copia privata. Ma il sottotesto è un altro: gli editori e qualche autore difendono il cosiddetto equo compenso pensando che compensi della pirateria. Se ne parlava così ai tempi del ministro Bondi. Ma la corte di giustizia europea ha stabilito che così non può essere.

Sicché non si dice anche quando lo si pensa che l’equità del compenso è relativa alla pirateria. Lo si vede chiaramente anche nella nota diffusa l’altro giorno da alcuni autori attraverso la MnItalia e giunta via mail:

COPIA PRIVATA / GUCCINI, GUALAZZI E MORRICONE DIFENDONO L’IMPEGNO DI FRANCESCHINI
Roma, 6 luglio – ”Attaccare l’adeguamento delle tariffe sull’equo compenso e’ dare un ennesimo schiaffo alla creatività’, alla cultura italiana e alla sua indipendenza. Contrariamente a quanto generalmente e tristemente avvenuto in questo Paese, il ministro Franceschini si é impegnato, con il Governo, a sostenere la Cultura del nostro Paese, che é un bene pubblico ed economico da difendere, adeguando con questo provvedimento, che non e’ una tassa sulle intenzioni ma sulla realtà dei fatti e dei dati, la tutela degli artisti e degli autori italiani a quella degli altri più importanti paesi europei. Sarebbe bene iniziare a rispettare la cultura e non snobbarla”. Così, in una nota congiunta, Caterina Caselli, Paolo Conte, Dori Ghezzi, Francesco Guccini, Raphael Gualazzi ed Ennio Morricone.

La frase rivelatoria è “non e’ una tassa sulle intenzioni ma sulla realtà dei fatti e dei dati”. Si ammette in effetti che è una tassa, cosa che tutti i difensori più diplomatici negano e tutti i cittadini pensano. E la si connette a fantomatiche intenzioni (di chi?) e ancor più sfuggenti dati (raccolti da chi?) e fatti (che riguardano che cosa?). Si dice che è una tutela degli artisti e degli autori italiani. Ma da che cosa vanno tutelati? Dai temibili clienti che dopo aver comprato un disco se lo copiano sul computer per sentirlo anche con l’iPod? Oppure dai pirati? Non c’è risposta nella nota. Perché non c’è? Perché agli autori mancano le parole? O per non dire quello che non si può dire?

Ma mettiamo che sia un compenso per la copia privata. E mettiamo che sia ammissibile che quel compenso lo debba pagare sia chi si fa una copia privata sia chi non se la fa. Ma perché l’adeguamento? C’è forse stato un tale drammatico aumento delle copie private su telefonini che motivi il 500% di aumento del compenso per quegli apparecchi? Sbaglio o questo significherebbe che a monte c’è stato un aumento del 500% delle copie vendute legalmente (e poi copiate privatamente sui telefonini)? Non risulta che sia andata così. Quindi l’adeguamento deve essere riferito a un altro fenomeno, non alla copia privata. Ma non si può dire a quale fenomeno si pensi.

La pirateria peraltro è cambiata. La gente ormai scarica sempre meno copie piratate. Sempre più spesso guarda e sente in streaming. E se questa impressione è vera, il riferimento alle memorie come base per pagare l’equo compenso diventa obsoleto. In effetti, dopo anni un adeguamento era dovuto: ma al ribasso, non al rialzo.

Tutto questo non c’entra nulla con la difesa degli autori. Una tassa, come ammettono i beniamini del pubblico, per tutelare gli autori potrebbe essere persino ben accetta dai loro fan. Se gli autori devono campare di sostegno pubblico e riescono a motivare questo bisogno probabilmente otterrebbero l’appoggio di molti cittadini. La cultura è spesso oggetto di finanziamento pubblico.

Ma non si capisce perché passare per questo accrocchio, con metodi così indiretti e lontani dalla realtà.

La linea del tempo..

Citazione superfamosa di Agostino che ha detto, più o meno: «Se non me lo chiedono so che cos’è il tempo. Se me lo chiedono non lo so più». Tempo circolare dell’orologio e delle stagioni, tempo ritmico della musica, tempo lineare della successione dei giorni e degli anni, tempo come quarta dimensione. Tempo senza ritorno del passato, tempo senza certezza del futuro. La pluralità delle durate del tempo sociale.

Il tempo è anche un modo per aggregare i dati e i fatti per conoscerli e immaginarli insieme, con le storie. Forse indispensabile strumento cognitivo. Sintesi di emozione e ragione, notizia e ricostruzione, dato e struttura. Un bell’insieme di suggestioni è qui: il viaggio mentale nel tempo ci rende umani.

Il postumano è umano?

Nella discussione sul post-umano si aggiunge il contributo del numero 361 di Aut-Aut intitolato, in una sorta di gioco di parole, al passaggio dell’attenzione dalla “condizione postmoderna” alla “condizione postumana”. Ne parla Francesco Monico su Doppiozero.

Non occorre riassumere qui. Piuttosto chiosare.

autautPerché uno dei possibili sottotesti è condotto dalla domanda: “il postumano è umano”? Se ci si chiede se una o più entità collettive, incarnate in una costituzione o in una piattaforma digitale, diventino soggetti dell’azione che conta sul destino del pianeta più di quanto non siano le persone, si giunge alla tentazione di immaginare che quelle entità collettive evolvano per via robotica, neuroscientifica e biomedica incidendo sul destino della specie umana fino a fondare una sorta di nuovo “dna” di una specie postumana. Si tratta di entità generate dall’azione umana che però la superano abolendo ciò che c’era di umano nell’uomo? Oppure è semplicemente così che è la specie umana?

Il mito della singularity ha reso molto di moda la premessa di quella domanda. Ma non risponde.

Certo, un Frankenstein come la finanza è lì a dimostrare che un’entità collettiva è davvero in grado di governare il destino del pianeta senza che nessun singolo individuo la possa imbrigliare con le sue scelte: nessuna azione individuale sembra ormai in grado di incidere sulla logica, il funzionamento, le conseguenze della finanza. Soltanto un’altra logica collettiva, costituzionale per esempio, può servire a mettere limiti alla finanza. Sarebbe la premessa di un pensiero capace di avvalorare non per via mitica ma per via fattuale l’idea del postumano. Ma anche questo non risponde alla domanda.

In realtà, la condizione umana sembra proprio essere data dalla capacità di evolvere più di altre specie per via culturale. L’informazione neuronale sembra collaborare con l’informazione genetica nella costruzione della specie e della sua evoluzione. Ma più che nel campo della scienza, qui siamo nel campo della filosofia. O addirittura della fantasia. Del resto, questi “campi” stanno convergendo.

Un architetto per la costruzione digitale. Francesco Caio ne scrive

“Si scrive Agenda digitale. Si legge posti di lavoro e competitività”. Parole di Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane e, fino a qualche mese fa, commissario per l’Agenda digitale italiana. A partire da quell’esperienza ha scritto il libro “Lo Stato del digitale. Come l’Italia può recuperare la leadership in Europa” che esce mentre l’Italia assume la guida semestrale del continente e mentre il governo italiano decide sulla direzione dell’Agenzia per l’Agenda digitale.

libro_caio Sulla base della sua esperienza, Caio è convinto che si possa arrivare a riformare il funzionamento dello Stato con conseguenze fondamentali in termini di risparmi, crescita, benessere, cittadinanza. Purché si cessi di lavorare per competenze separate, soluzioni non interoperabili, progetti di digitalizzazione dell’esistente. “La digitalizzazione è un’occasione unica e irripetibile per costruire uno Stato più friendly, più trasparente, agile, che cosa molto meno”.

In effetti è possibile ottenere migliori risultati con minori costi, soprattutto centrando i progetti sulle esigenze dei cittadini e non sulle procedure dell’amministrazione nate nell’epoca della carta, dei bolli e delle megastrutture burocratiche.

Le frontiere della ricostruzione digitale dello Stato sono molteplici in qualche caso fantasiose, di certo affascinanti: si parla di semplificare e qualificare i servizi a partire dal design dell’interfaccia, specialmente mobile; si parla delle forme con le quali le leggi possono essere tradotte in software che ne semplifichi l’implementazione (Francesco Sacco ne sta studiando alcuni casi); si parla e si opera intorno alla apertura dei dati pubblici e dell’organizzazione di hackathon per la costruzione di applicazioni che usino quei dati (la Camera ne ha già organizzata una); di progetta la standardizzazione e l’interoperabilità delle piattaforme pubbliche in chiave cloud anche per facilitare il riuso delle applicazioni sviluppate in alcune amministrazioni da parte di altre amministrazioni, e così via. Ma è solo uno dei contesti nei quali si opera per implementare l’agenda digitale, perché la pubblica amministrazione è un abilitatore, ma gli altri capitoli non sono meno importanti: per esempio, alfabetizzazione e digital skills, infrastrutture di connessione, filiere della ricerca e delle startup, e così via.

Caio ha obiettivamente accelerato alcuni processi strategici per l’agenda digitale italiana, concentrandosi su temi abilitanti (anagrafe, fatturazione, identità), puntando sulla standardizzazione e semplificazione strutturale, avvalendosi delle sue indubbie capacità manageriali, contando sull’appoggio del governo. Ha incontrato ostacoli accettandone alcuni e asfaltandone altri. Ma ha dato una direzione e un esempio di prassi. Ora il lavoro avviato va concluso e con una prospettiva più lunga di quella che aveva Caio deve allargarsi e approfondirsi. E’ il momento. I vincoli di bilancio possono essere dilatati solo in cambio di riforme strutturali e se queste coincidono con gli investimenti necessari a realizzarle, la strada diventa piuttosto chiara: la riforma digitale della pubblica amministrazione è una riforma strutturale ed è un investimento. In quel contesto, nessuno può giocare con i termini e con i soldi. I partner europei possono vedere il valore dei soldi che ammettono siano spesi. E gli italiani possono vedere crescita e miglioramento qualitativo della vita civica.

In tutto questo, un insegnamento di Caio è fondamentale. E con esso si chiude il libro: al centro della costruzione digitale occorre chi svolga la funzione dell’architetto.

Vedi anche:
Agenda digitale, riforma strutturale
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Più importante dell’Ilva

Stavo riflettendo… Si stanno di nuovo accendendo i riflettori sulla policy per la filiera delle startup. A Milano, in Emilia Romagna, nel Lazio, a Torino, nel Veneto, in Puglia e in realtà un po’ dappertutto ci si pongono domande su come accelerare la creazione di nuove imprese innovative. Si parla di educazione, di finanziamenti, di exit, di internazionalizzazione. Si pensa agli ecosistemi.

Ma resta difficile valutare una misura del successo. Raggiungibile. D’impatto.

Supponiamo di arrivare presto a ventimila occupati nelle startup innovative (non è impossibile se sono quasi duemila e potrebbero arrivare a occupare dieci persone l’una). Supponiamo che la filiera delle startup arrivi a essere considerata da tutti strategica per il sistema economico italiano (non è impossibile visto che tanti opinion leader, ragazzi, imprenditori, finanziatori, esperti lo dicono e visto che la strada dell’innovazione è tanto oggettivamente importante per settori che devono accelerare di fronte al cambiamento dal turismo alle macchine per l’industria, dalle banche all’editoria e così via). Supponiamo che la filiera delle startup si presenti come poco o punto inquinante. E che abbia un indotto significativo in servizi e altro.

A queste tre condizioni, raggiungibili, dovremmo ammettere che la filiera delle startup apparirebbe immediatamente come una realtà economica più importante dell’Ilva.

Oppure, tabù, più importante dell’Alitalia.

Sarebbe uno svelamento. La cui conseguenza sarebbe chiara: una concentrazione del governo, dell’opinione pubblica, dell’imprenditoria sulla filiera delle startup uguale o superiore a quella che ha meritato l’Ilva. Che è importante ci mancherebbe. Ma con quella dimensione di importanza.

Se le startup nell’insieme sono viste come più importanti dell’Ilva si passa da un frame orientato alla conservazione a un frame orientato alla costruzione e all’innovazione. Senza fuffa. Con i fatti. Imho.

ps. Alla lunga saranno molto più importanti le startup, intendiamoci. Ci vogliono anche le grandi aziende, certo, eccome: ma per vederle innovare e non chiudere avrebbero anche loro bisogno di buone startup, no? È un ecosistema anche per loro, grandi e piccoli, innovativi e no. Una misura sintetica del valore della filiera delle startup è possibile?

Agenda digitale, riforma strutturale

Le riforme strutturali sono per tutti gli economisti – rigoristi e non – la via maestra per uscire dalla crisi in chiave macroeconomica.

Si parla di flessibilità nelle politiche di controllo del bilancio per poter fare investimenti e alimentare la crescita ma solo in cambio di riforme strutturali (Reuters e Prima).

Si potrebbe precisare.

La modernizzazione digitale della pubblica amministrazione, per esempio, è una riforma strutturale della macchina statale che a sua volta abilita ulteriori riforme strutturali.

Per realizzarla non occorrono spese per l’informatica pubblica, occorrono investimenti pensati per creare una nuova architettura digitale per la pubblica amministrazione che la riforma strutturalmente.

Quindi, da questo punto di vista, non c’è uno scambio tra flessibilità e riforme strutturali: c’è identità tra investimenti e riforme strutturali.

Vedi anche:
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

L’outsourcing della ragione

La Mu-Sigma è un’azienda da studiare (segnalazione di Euro Beinat). Si tratta di data scientist, matematici e ingegneri indiani che studiano i dati dei clienti, ne estraggono conoscenza e definiscono decisioni in condizioni complesse. Tipo decidere i prezzi dei biglietti delle compagnie aeree, individuare frodi in tempo reale e altro in chiave di data-driven decision making: una categoria di business che la Mu-Sigma ha praticamente definito. E il risultato è arrivato: 3000 data scientist lavorano per Mu-Sigma e l’azienda lavora per 125 delle prime 500 aziende della lista di Fortune.

Il fondatore Dhiraj Rajaram era un consulente per Booz Allen Hamilton, una grande società di consulenza, quando ha capito tre cose:

1. Learning was becoming much more important that knowing and Knowledge was becoming obsolete.
2. How people learn was becoming more inter-disciplinary
3. Extreme experimentation – throwing darts randomly and hoping to hit bulls eye

Ho l’impressione che un approfondimento dei white paper e delle attività di questa società sia un buon investimento di tempo.

Ricambio Euro con la segnalazione del Semeion.

Fuffa e manipolazione. Esperimenti di Facebook sugli utenti, tipo: “se ti selezioniamo solo i post degli amici contenti tu sei più contento?”

Che cosa succede se vediamo che gli amici e i conoscenti sono contenti? Proviamo invidia o siamo contenti anche noi? Secondo uno studio condotto su oltre 600 mila persone per una settimana, è probabile che se vediamo che gli altri sono contenti, anche noi lo siamo. E viceversa. La felicità e la gioia sono contagiose. Come la depressione e la noia.

Ma come è stato fatto questo studio? Manipolando i post che oltre 600 mila persone trovavano su Facebook. Stupisce un po’, ma a quanto pare Facebook ha condotto uno studio sugli utenti modificando per via algoritmica il genere di post che ricevevano per vedere l’effetto che faceva su di loro: se facevano vedere prevalentemente post contenti gli utenti diventavano più contenti; se facevano vedere solo post depressi gli utenti diventavano depressi (Forbes e AnimalNY). E i ricercatori hanno pubblicato un paper intitolato “Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks” che riporta i risultati del loro lavoro:

We show, via a massive (N = 689,003) experiment on Facebook, that emotional states can be transferred to others via emotional contagion, leading people to experience the same emotions without their awareness. We provide experimental evidence that emotional contagion occurs without direct interaction between people (exposure to a friend expressing an emotion is sufficient), and in the complete absence of nonverbal cues.

Uno degli autori, Adam Kramer, data scientist, spiega come essere a Facebook sia una fortuna per uno che voglia fare ricerca sulle emozioni collettive.

A quanto pare nessuno dei ricercatori si è posto il problema etico di manipolare le pagine che gli utenti vedono su Facebook senza avvertirli per studiare le loro reazioni e pubblicare un paper. Ovviamente i termini e condizioni di Facebook consentono tutto questo. Basta saperlo.

Ma la conseguenza di questo studio è anche un’altra. Con internet diventa abbastanza semplice inventare nuove forme di manipolazione della visione del mondo delle popolazioni. La televisione resta ancora la regina della manipolazione, evidentemente, ma internet comincia a essere usato in questo senso e può diventare piuttosto efficace (cfr: Agenda setting e altre forme di design della mente, per così dire, per via mediatica, con il famoso caso ricostruito da Ilvo Diamanti da non dimenticare mai sulla televisione e la sensazione di insicurezza degli italiani negli anni attorno al 2006-2007; cfr. Credimi!). Questo funziona tanto meglio quanto più l’attenzione e il traffico su internet si concentra sulle piattaforme giganti e quanto meno è distribuito tra molte modalità di utilizzo e partecipazione. Evidentemente questo è un altro motivo per considerare la net neutrality una garanzia fondamentale per i diritti degli utenti: almeno se qualcosa non va si può tentare di realizzare una soluzione alternativa. Ma la manipolazione via internet funziona anche per settori abbastanza di nicchie e su piattaforme meno gigantesche ma ben studiate per gestire messaggi a una direzione.

C’è anche, insomma, una conseguenza di merito: le emozioni sono contagiose e se i messaggi sono omogenei ci muoviamo in gruppo. Soprattutto quando abbiamo poca consapevolezza delle motivazioni possibilmente manipolatorie dei messaggi positivi o negativi che riceviamo.

Essere consapevoli operando sui media è una condizione di libertà. La fuffa emozionante è manipolatoria. I maestri del tifo sono manipolatori. La conseguenza che generano è che probabilmente una parte dei loro seguaci abbassano il livello del senso critico. Se abbassano il senso critico possono anche finire col compiere scelte sbagliate. Un ambiente gestito per alimentare un entusiasmo senza critica è un ambiente nel quale aumentano le probabilità di truffe e disillusioni. La cosa è più concreta di quanto sembri. Ci sono mille esempi di sette, comunità chiuse, sistemi per approfittare della debolezza dei singoli ma anche della forza di trascinamento dei gruppi: il contagio delle emozioni è un fenomeno ormai chiaro e alimenta precise tecniche di manipolazione.

È successo all’epoca della bolla delle dot.com. Tutti entusiasti. Molte persone hanno perso il senso critico. Tantissimi sono restati col cerino in mano.

Sta succedendo anche nella piccola bolla delle startup in Italia? Certo di qualche imbroglio si comincia a sentir parlare. E non stupisce che avvenga proprio negli ambienti che meglio gestiscono la generazione di entusiasmo, anche a scapito del senso critico e della competenza.

Come all’epoca delle dot.com la bolla non era causata da internet ma da chi approfittava della credulità della gente, così oggi i problemi non sono certo delle startup, ma di chi approfitta della debolezza degli altri.

Un sistema mediatico scoraggiante e tale da generare solo scetticismo è altrettanto negativo e in certi casi anche di più.

Occorre un’ecologia dei media. Alla ricerca di un equilibrio. Senza paura dell’apparente impopolarità di chi non segue acriticamente il gruppo ma con il coraggio di sviluppare progetti sensati.

Spesso negli ambienti in cui si coltiva la visione critica l’entusiasmo diminuisce e i numeri che segnalano l’attenzione delle persone si abbassano. Nel breve periodo. Ma nel lungo termine valgono di più. Può essere noioso cercare di entrare per esempio in un acceleratore professionale per sviluppare la startup, ma è anche così che si costruisce un’impresa. Occorre imparare tanto. E soprattutto saper distinguere, dentro e fuori di sé, tra la fuffa e i fatti. Il senso critico si apprende con l’esperienza. E facendo esperienza l’entusiasmo si rafforza con il feedback che arriva dai fatti e non solo dalle parole di chi ci incoraggia. Il senso critico, empirico, non è solo un crap detector per non prendere cantonate: è anche uno strumento per coltivare una gioia più profonda, che non dipende solo dal contagio degli altri, che nasce soprattutto da noi stessi in relazione ai nostri progetti e alle capacità che acquistiamo per realizzarli.

Transdiegetico: lezione di Luciano Floridi a Nexa e Scudo

Luciano Floridi ha tenuto ieri una lezione a Nexa e Scudo, Politecnico di Torino, con il titolo: “Transdiegetic information: what it is and why it matters”. E ha fatto emergere una parola meravigliosa che viene dalla cultura del cinema e dei videogiochi. La parola “diegetico”.

A quanto pare in un film la musica che viene ascoltata dagli spettatori e dai personaggi è “diegetica”. Quando la musica non interferisce con l’azione e viene ascoltata solo dagli spettatori è “non diegetica”. Tipo: John Wayne cavalca nel deserto dell’Arizona mentre gli spettatori sono caricati di attenzione da una bella musica che segnala qualcosa che sta per succedere (non diegetico o extradiegetico); John Wayne cavalca nel deserto e si trova nei guai ma stanno arrivando le giubbe blu e suonano la carica con la tromba sicché anche John Wayne si sente sollevato (diegetico o intradiegetico), vedi Treccani. La diegesi è una disciplina nata dalla scuola aristotelica dell’analisi del racconto e mi pare un soggetto stupendo.

Floridi ha trovato un punto di vista straordinario per qualificare l’evoluzione dell’informazione nel mondo contemporaneo nel quale l’informazione è diventata un tema strategico e, come il filosofo scrive, vitale. Si è domandato se l’informazione riguardi il contesto o l’azione della vita umana conteporanea e suggerisce che sta creando una situazione in cui l’informazione è transdiegetica, concetto nuovo e sul quale c’è un mondo di riflessioni da sviluppare: “Data is one of the few resources that is not only renewable and repurposable, it is also expandable and pervasive. As a result, we increasingly live in a world of information (infosphere). Borrowing some technical vocabulary from film studies and game design, in this lecture I shall argue that new Information and Communication Technologies are breaking the boundaries between diegetic and non-diegetic information, in favour of a transdiegetisation of the infosphere. The talk does not presuppose any previous knowledge and all technical concepts will be clearly and simply explained during the lecture.”

Vedi:
Philosophy of information

ps. sto recuperando perché ieri purtroppo ho perso questa lezione che come tutti mi hanno detto è stata fantastica

Libia: in sei mesi fatta la prima piattaforma mobile per registrazione elettorale

Ci hanno messo sei mesi in venti usando solo strumenti opensource. E ora in Libia i cittadini si possono registrare con il cellulare per le elezioni. Il sistema consente a una famiglia con un cellulare di registrare più di un elettore e servire al riconoscimento delle l’identità. Storia fantastica soprattutto per il modo e il luogo in cui è avvenuta (TechPresident). Altrove ci avrebbero messo sei mesi a fare il capitolato, sei mesi a fare la gara, sei mesi a gestire i ricorsi, sei mesi a fare il lavoro e sei mesi a scoprire che non c’erano ancora i regolamenti d’attuazione… Ma si può imparare dalla Libia. I progetti di p.a. Non devono guardare alla tecnologia, ma al cittadino: partire dall’obiettivo, progettare pensando all’interfaccia, risparmiare e far presto anche a base di ‘opensource, realizzare la soluzione e adeguare di conseguenza i regolamenti.

Corte suprema: lo smartphone è parte dell’anatomia umana

La privacy non è destinata al passato. La Corte suprema ha deciso che lo smartphone non può essere perquisito dalla polizia senza mandato. Perché contiene tanti e tali dati personali che una perquisizione senza mandato sarebbe sproporzionata. La ricerca di un equilibrio tra repressione del crimine e privacy deve tener conto del fatto che ormai lo smartphone è come se fosse parte del corpo umano (Nytimes)

Sarebbe interessante essere certi che questo si estenda ai computer (ormai connessi alle stesse cloud dei cellulari). E soprattutto sarebbe interessante scoprire come si possa estendere ai cittadini stranieri che in America – almeno da Bush Jr. in poi – sono considerati esseri umani un po’ meno uguali degli altri.