Il web è mobile

Audiweb dice che gli italiani passano un’ora e nove minuti connessi a internet dal computer e un’ora e 25 minuti connessi a internet dallo smartphone…

Chi ha speso gli 80 euro?

Renato Mannheimer ha fatto un sondaggio per scoprire chi ha speso gli 80 euro in più ottenuti in busta paga con la manovra pre-estiva. E il risultato è chiaro: solo il 23% si è concesso qualche spesa in più. Gli altri li hanno usati per risparmiare o per arrivare più agevolmente a spendere quello che spendevano già prima. Il comunicato è qui (pdf).

Agenzia del lavoro. In Germania

L’agenzia del lavoro tedesca ha 100 mila dipendenti. Paga i sussidi di disoccupazione, organizza la formazione per chi cerca lavoro, connette chi cerca lavoro e chi ha bisogno di lavoratori. È incentivata a metterci poco tempo per trovare il lavoro alla gente perché meno ci mette meno sussidi paga. È impegnata a diffondere costantemente le pratiche che si sono dimostrate efficaci in una città nelle altre città. Riesce a tenere il tempo tra un lavoro e l’altro intorno ai 150 giorni nelle città più dinamiche. E lavora a livello nazionale quindi connette tutti i mercati del lavoro della Germania. La governance è affidata insieme a Stato, sindacati, organizzazioni degli imprenditori. Funziona, secondo il panel che ha parlato oggi a Cernobbio, all’Ambrosetti. L’Italia è lontana. Ma non è impossibile prendere esempio dagli altri. Imparare certe volte è meglio che reinventare. Anche tenendo conto che, mentre i tedeschi hanno costruito l’agenzia in dieci anni, noi possiamo fare prima usando saggiamente le tecnologie di rete. Imho.

Apple, Jobs e la parola “health”

Ieri, David Agus, un leader nella biomedicina, ha parlato a Cernobbio, all’Ambrosetti. E ha raccontato un aneddoto che riguarda Steve Jobs.

Aveva scritto un libro e lo aveva dedicato al futuro del sistema sanitario usando nel titolo la parola “health”. Ma Steve Jobs, interessato alla distribuzione digitale, ha parlato all’editore convincendolo a cambiare il titolo in “The end of illness”. L’autore ne chiese conto a Jobs che gli disse che il suo mestiere di autore era scrivere non vendere. E che nessuno avrebbe regalato un libro che usava una parola che avrebbe scoraggiato i lettori a comprare e regalare il libro. In effetti il titolo aiutò il libro a diventare un grande bestseller.

Tra pochi giorni Apple farà uscire altre soluzioni sull’uso della rete per la cura e la salute. Le aggregheranno sotto un concetto come iHealth?

Ferrone sulla storia dei diritti dell’umanità. E una chiosa per l’epoca di internet

La storia dell’idea dei diritti dell’umanità, centro generativo della cultura illuminista, è ricostruita da Vincenzo Ferrone nel suo gran libro, pubblicato recentemente con Laterza.

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«La soluzione dell’enigma dell’illuminismo sta per larga parte racchiusa nella scoperta e nella sua appassionata lotta a favore dei diritti dell’uomo» dice Ferrone. Più che un movimento filosofico o intellettuale, l’illuminismo è stato una rivoluzione culturale. «Attraverso i suoi insegnamenti sulla necessaria identificazione dell’io nell’altro per conoscere se stessi, sulla pietà che suscita la sofferenza del proprio simile, la cultura illuministica portò a maturazione il riconoscimento del principio della sostanziale unitarietà del genere umano e allo stesso tempo dell’esistenza di civiltà e culture dissomiglianti da noi, rivendicandone però la piena digità umana».

Ferrone CS 0614.qxdAlla radice, ovviamente, un pensiero che cercava le sorgenti della verità indipendentemente dai diversi percorsi religiosi. Ma dichiarandone sostanzialmente legittimo l’impegno. E quindi arrivando a una sorta di metodo della conoscenza “enciclopedica”, dell’informazione fattuale e della convivenza politica che resta alla base di molti tentativi di migliorare la qualità della vita delle persone nel pianeta. Il concetto di diritti dell’umanità passa attraverso diverse fasi, alcune ideologiche altre giuridiche, mantenendo però la sua forza emozionante e pacificante.

Scriveva Claude Lévi-Strauss: «La nozione di umanità, che include, senza distinzione di razza o di civiltà, tutte le forme della specie umana, è di apparizione assai tardiva e di espansione limitata. Proprio là dove sembra aver raggiunto il suo sviluppo più elevato, non è affatto certo – come prova la storia recente – che sia stabilita al riparo di equivoci e da regressioni. Ma per vaste frazioni della specie umana e per decine di millenni, questa nozione sembra essere totalmente assente. L’umanità cessa alle frontiere della tribù, del gruppo linguistico, talvolta perfino del villaggio; a tal punto che molte popolazioni cosiddette primitive si autodesignano con un nome che significa gli “uomini” sottintendendo così che le altre tribù, gli altri gruppi, o villaggi non partecipino delle virtù – magari della natura – umane».

Una cultura dei diritti che fin dalle origini si presenta come un disvelamento di una realtà “naturale”. Non a caso Thomas Jefferson scrive – a 33 anni – che i diritti umani incisi nella dichiarazione d’indipendenza del 1776 erano verità inutili da spiegare perché “self-evident”. Insomma, quelle verità erano chiare e sotto gli occhi di tutti: anche se paradossalmente ci era voluta la luce dell’illuminismo per mostrarle.

Le prime pagine del libro di Ferrone catturano. Il resto è intenso, informativo ed equilibrato. Ma è una lettura importante in un momento in cui la necessità di ridefinire i diritti umani nell’epoca trasformativa di internet è diventata un compito importante di diverse istituzioni, in Italia e nel mondo. Tim Berners-Lee parla di una Magna Charta della rete. Alla Camera dei deputati si parla di Internet Bill of Rights. Nomi emozionanti che peraltro vengono da reminescenze pre-illuministiche (la Magna Charta è del XIII secolo e il Bill of Rights del XVII). In passato si è parlato anche di un concetto più settecentesco come la Declaration of the Independence of Cyberspace di John Perry Barlow (1996) che tenta di dimostrare la costruzione di un nuovo mondo nel quale il codice tecnologico e il codice dei diritti (almeno uguaglianza ed espressione) coincidono e che consente alle leggi nazionali di continuare a governare i corpi delle persone ma non le loro menti.

Ma, come nel XVIII secolo, l’idea dei diritti umani è generativa di conseguenze a largo raggio e spinge incessantemente per la realizzazione di politiche innovative, per lo sviluppo di conoscenze documentate e per la creazione di condizioni più giuste in nome della dignità umana. Ferrone aiuta a focalizzarsi sulla dinamica che dalla rivoluzione culturale contagia la politica e il resto. Ma in qualche misura sfida a vedere nei diritti all’epoca di internet una nuova fase di riequilibrio delle relazioni tra istituzioni e cittadini: sono le istituzioni che si adeguano e si mettono al servizio dei diritti, non viceversa. Le tendenze del capitalismo internettiano e dei governi interventisti sulla rete sono spesso poco sincrone con la salvaguardia e lo sviluppo dei diritti umani: ma viene un giorno in cui una cultura rinnovata riesce a farsi comprendere e a imporsi alle logiche tradizionali del potere. Lasciando dietro di se principi e pratiche costitutive di una migliore convivenza civile. La ricerca è in corso. La difficoltà grandissima. La speranza inesauribile.

Fantafinanza? Nel labirinto delle trattative che circolano attorno al destino di Telecom Italia alcune domande restano aperte

Tutto sembra essersi chiarito. Sembra. Vivendi prosegue la trattativa in esclusiva con Telefonica. L’offerta degli spagnoli per la brasiliana GVT è stata alzata. E oltre ai soldi e al resto, contiene la possibilità di rilevare dalla Telefonica l’8,3% di Telecom Italia. Questo agli spagnoli serve per ridurre i loro problemi con l’antitrust brasiliano. La proposta italiana è passata in secondo piano. Se mai era stata davvero presa in considerazione. (Sole)

Sembra tutto chiaro. Ma molte domande restano aperte.

Perché la Telecom Italia ha detto che alla fine dell’operazione che aveva proposto, Vivendi avrebbe avuto circa il 20% del capitale della Telecom Italia, quando in realtà secondo i calcoli che si possono fare avrebbe avuto addirittura il 28% delle sue azioni ordinarie? (Il conteggio in effetti è lungo ma si basa sulla valutazione presumibile di quanto Telecom Italia intendeva pagare con un aumento di capitale la parte di GVT che non restava a Vivendi con la prevista quota della GVT+TIM; si tratta di 4,5 miliardi di euro: su una capitalizzazione di Telecom Italia da 11,6 miliardi il calcolo è: 4.5/(4.5+11.6) = 27.9%)

Forse non si voleva arrivare troppo a ridosso della linea dell’opa obbligatoria?

E perché si è parlato di sinergie con i contenuti di Vivendi quando questa ha contenuti in francese e altre lingue ma non in italiano? C’entra con le voci secondo le quali ci sarebbe stato un interesse di Vivendi a parlare anche con Mediaset in Italia? (Di certo, i contenuti Universal non hanno bisogno di questo deal).

Forse la cessione di qualche parte di Telecom Italia a Fininvest o a Mediaset in cambio di una parte del servizio premium della società televisiva italiana a Vivendi o a Telecom Italia avrebbe creato troppe reazioni politiche nel nostro paese? E forse avrebbero portato a una rivitalizzazione del cambiamento della soglia dell’opa della quale si era parlato non molto tempo fa?

Del resto, non c’è alcuna ragione che dimostri che un venditore di contenuti deve avere per forza una quota di una compagnia telefonica per veicolare sulla rete telefonica i suoi contenuti. Sky lo ha fatto con Telecom Italia e non ha avuto bisogno di possedere una quota di Telecom Italia.

Quindi, alla fine Vivendi sembra andare a prendere i soldi veri offerti dalla Telefonica. E sembra intenzionata a dotarsi di una quota di Telecom Italia che le consente di tenere aperte le trattative – per ora fantasiose – con Mediaset. Se avesse quell’8,3% di Telecom Italia potrebbe rivenderlo a Mediaset o a Fininvest in cambio del servizio Premium? E a Mediaset converrebbe?

Domande aperte. Che continueranno ad agitare gli osservatori.

Almeno fino a quando non arriverà qualcuno con un’idea industriale per Telecom Italia, che nel frattempo non sta certo guadagnando quote in Italia, ci si faranno tante domande e difficilmente si troveranno risposte. Forse è tempo di concentrarsi su questa partita. Perché rischiamo di perdere altro tempo. Una compagnia come Telecom Italia che avrebbe dovuto essere un motore di innovazione digitale nel paese, resta in balia dei suoi debiti, lasciati in eredità dai padroni che se la sono rosicchiata negli ultimi quindici anni. E’ davvero tempo di ridarle una visione e un ordine strategico. Al servizio degli italiani.

La net neutrality è politica. A New York. Grazie a Tim Wu

Tim Wu è accreditato per aver popolarizzato il termine net neutrality con il suo paper del 2003. E ora è candidato Lieutenant Governor di New York.

Per proteggere internet da chi la regola male: Tim Berners-Lee e la Magna Charta per internet

Tim Berners-Lee, con la sua eloquenza da nerd eternamente timido negli speech pubblici, spiega a TED perché occorre una Magna Charta per internet:

E’ un momento in cui chi non creda all’importanza di queste riflessioni può trovare il coraggio di ripensarci. Il Marco Civil in Brasile è stato adottato. Il Consiglio d’Europa ha raccolto in una guida i diritti dei cittadini che usano internet. Il Berkman Center studia il tema con la sua solita profondità. La Germania ci sta lavorando. In Africa se ne discute intensamente. Organizzazioni come Freedom Online riuniscono diversi governi per aiutarli a coordinare gli sforzi sulla valorizzazione dei diritti umani nell’epoca di internet. Edri continua a difendere i diritti civili nel contesto digitale e trova sempre nuova attenzione.

Zdnet ne ha parlato con la penna attenta di Federico Guerrini

Lo schema di lavoro è chiaro:

Che cosa sappiamo?

– Le istituzioni che regolano l’azione delle persone online devono a loro volta essere regolamentate in modo che non possano conculcare i diritti umani. Tra queste istituzioni ci sono prima di tutto i governi. Ma forse è tempo di tener conto del fatto che le regole vengono scritte anche dalle grandi piattaforme internazionali che a loro volta potrebbero dover essere regolamentate in modo che non conculchino i diritti umani. (Vedi: il codice è codice)

Perché è importante

– Le istituzioni pubbliche che possono regolare internet non sono necessariamente capaci di comprendere l’ecosistema dell’innovazione. Le istituzioni private che possono regolare internet non sono necessariamente orientate al bene comune e certamente prediligono il bene degli azionisti. I diritti dei cittadini che credono nell’innovazione, nella diversità, nell’apertura e che ne vedono il beneficio – dimostrato dall’internet che si è finora sviluppata – vanno non solo protetti ma addirittura valorizzati. In nome delle enormi sfide che ci troviamo di fronte e che possiamo affrontare solo con l’innovazione aperta, la salvaguardia della diversità e della creatività individuale, la libertà di espressione delle persone e dei gruppi.

Che cosa possiamo fare

– Diffondere queste sensibilità. Discutere le forme giuste per soddisfarle. Approfondire i temi. E partecipare alla consultazione, a partire da ottobre, che sarà aperta dalla Commissione della Camera dei Deputati che si occupa di questa vicenda (alla quale partecipo con umiltà e passione).

Approccio europeo alla valutazione delle università

Invece di fare una classifica delle università, u-Multirank raccoglie tutti i dati che possono servire a valutare gli atenei e poi consente agli utenti di confrontarne la performance in base a quello che per loro è più importante. Non emergono classifiche ma confronti. Non si nascondono i dati e i criteri valutativi dietro la comunicazione dei risultati di una competizione, le cui regole sono decise dalle istituzioni che stilano le classifiche con un approccio piuttosto top-down, ma si danno alle persone gli strumenti per farsi un’idea propria del valore delle università. Chissà che cosa ne pensano gli esperti. Vista da qui, non pare una brutta idea. Ma aspettiamo e speriamo in qualche commento da esperti veri…

L’incomprensibile scelta di fare consultazioni via mail. L’ultima è del ministero del Lavoro

Qualcuno dovrebbe spiegare perché le istituzioni e le organizzazioni orientate al bene comune continuano a lanciare consultazioni via mail per raccogliere opinioni dalla cittadinanza. L’ultimo caso è quello del ministero del Lavoro sullo sviluppo dell’economia sociale in Europa. Le informazioni sono sul sito. Il Comitato incaricato di organizzare la consultazione pubblica on line e la call for speaker è composto da Carlo Borzaga, Danilo Giovanni Festa, Leonardo Becchetti, Gianluca Salvatori, Gianfranco Marzocchi, Paola Menetti, Alberto Zevi, tutte persone di grande esperienza nell’economia sociale ma evidentemente ancora poco desiderose di approfondire i temi della partecipazione civica. Comunque, l’iniziativa è importante e, nonostante il mezzo, va seguita.

Questo post è solo relativo al mezzo utilizzato per la consultazione. La mail è uno strumento fantastico, facile da usare e alla portata di tutti coloro che sono online. Ma per una consultazione presenta difetti importanti. Il principale consiste nel fatto che chi manda una mail non sa che cosa hanno scritto gli altri. Non può commentarli. Non può valutarli. Non può adattarsi al tono dei contributi. Rischia di ripetere quanto già detto. E così via. Confrontarsi con gli altri è una buona pratica quando si fa una raccolta di opinioni. Con la mail, l’unico gestore del confronto, l’unico analista delle opinioni, l’unico che decide quali sono le idee che devono emergere e quelle che devono passare sotto traccia è chi ha organizzato la consultazione. Perché scegliere questa strada? L’unica motivazione deve essere il bisogno di controllare la consultazione, il cui risultato – se raccolto via mail – resta oscuro a tutti salvo agli organizzatori.

Altri difetti sono naturalmente connessi. La moltiplicazione delle mail le può rendere tanto numerose da divenire ingestibili. Ma nessuno può aiutare gli organizzatori a filtrarle e fare emergere i temi più importanti se solo gli organizzatori le possono leggere. La varietà dei temi, la ripetitività delle proposte, la loro comprensibilità, sono piuttosto casuali nella raccolta di mail. E infine l’analisi dei dati di comportamento dei partecipanti è praticamente azzerata: non si sa quanto tempo ci mettono le persone a contribuire e quanto tempo sarebbero disposte a leggere le proposte degli altri, tanto per fare un esempio.

Non sarebbe un problema se non esistessero diverse piattaforme pensate per fare le consultazioni, da LiquidFeedback e le sue varianti all’americana IdeaScale alla stessa Civi.ci (cui ho dato un contributo ideativo e che è stata adottata in varie occasioni dal Governo italiano, dalle autorità locali un varie parti d’Italia e dalla stessa Camera dei Deputati per la consultazione sull’Internet Bill of Rights). Chi scrive può essere forse poco obiettivo, dato che si è occupato di queste questioni, ma un lavoro civico sulle consultazioni è stato fatto da molti altri e spesso più bravi ricercatori e programmatori.

La ricerca che sottende la produzione di piattaforme per le consultazioni è orientata a creare ambienti di lavoro collaborativo che valorizzino un rapporto civico tra i cittadini e le istituzioni, studiando l’interfaccia e la metodologia di lavoro in modo da incentivare l’afflusso di contributi costruttivi e da favorirne l’analisi da parte delle istituzioni che lanciano le consultazioni. Usare una di queste piattaforme è di per sé una dimostrazione di apertura alle opinioni dei cittadini, perché le mostra e ne fa vedere l’importanza – o almeno consente di valutarle – in modo trasparente. Inoltre, consentono di limitare la ripetitività delle proposte, di concentrare l’attenzione sulle questioni che sulle piattaforme emergono come più importanti, di partecipare anche a chi vuole soltanto dare una valutazione o un breve commento. In alcuni casi, consentono anche di dire se le proposte sono comprensibili, di dichiarare un metodo di lavoro, di favorire il dialogo costruttivo. E poi si mettono in funzione in un paio di giorni se si vuole qualcosa di semplice (del resto, la mail non consente certo qualcosa di più sofisticato). E dunque, perché non usarle? Forse c’è qualcosa che mi sfugge:

Un problema dimenticato del diritto all’oblio

È complicato. Il diritto all’oblio resta un principio in cerca di equilibrio. Come previsto (Guardian), la decisione della Corte Ue ha lasciato aperte troppe questioni e il problema della relazione tra diritto all’oblio e correttezza dell’informazione resta irrisolto.

Secondo indiscrezioni pubblicate da VentureBeat la situazione attuale non è soddisfacente per le autorità europee. In pratica, avendo lasciato le decisioni a Google e agli altri motori di ricerca la certezza del diritto non c’è. Inoltre, chi cerchi le notizie “delinkate” in Europa le trova sulle versioni extraeuropee di Google. Ma soprattutto in molti casi la rimozione dei link dal motore sembra aumentare l’attenzione intorno ai casi che si tenta di far dimenticare.

Il punto, probabilmente, è che la prima pagina restituita da Google quando si cerca una persona equivale a una sorta di immagine pubblica della persona stessa. Alla fine, forse, occorre cercare non di negare i fatti, ma di darli con maggiore completezza.

È possibile che i fatti negativi che sorprendono una persona – tipo le accuse di malversazioni – tendano a essere più linkati di quanto non avvenga alle eventuali soluzioni positive successive – tipo le assoluzioni. L’equilibrio dell’immagine pubblica della persona ne risente, ovviamente.

La soluzione è ancora lontana. Google dà conto soprattutto delle pagine più linkate, ma forse per le persone potrebbe tentare di modificare i risultati delle ricerche per renderle più equilibrate e diversificate. L’algoritmo viene costantemente modificato: potrebbe forse essere mutato anche per questo scopo.

È possibile la neutralità delle piattaforme?

Uno studio del Conseil National du Numerique analizza la possibilità di introdurre il concetto della neutralità nell’ambito delle piattaforme, come Apple, YouTube, Facebook e così via. Altri potrebbero chiedere una interoperabilità delle piattaforme, in modo che non siano mondi a parte. Ma nella neutralità, il Conseil vede qualcosa di più, in termini per esempio di accesso ai dati.

Le piattaforme hanno una posizione molto favorevole in un mercato a tre dimensioni:
1. offerta di servizi gratuiti agli utenti che in in cambio cedono dati su loro stessi
2. offerta di servizi per la pubblicità alle aziende che hanno messaggi pubblicitari da inviare agli utenti
3. offerta di una base di utenti ad aziende terze che producono software da vendere agli utenti stessi (le piattaforme trattengono una percentuale del business)

Nella prima dimensione, le piattaforme sembrano delle utility o produttori di software. Nella seconda sembrano editori. Nella terza sembrano negozi online. Se arrivano a conquistare una grande base di utenti con servizi di elevata utilità a prezzi bassi o nulli, giocando sull’esclusività tecnologica, le piattaforme si costruiscono posizioni dominanti nei mercati editoriali e commerciali. E poiché le tecnologie di rete hanno la tendenza a crescere geometricamente di valore con il numero di utenti (per la cosiddetta “legge di metcalfe”), questa posizione dominante diventa dirompente sui mercati adiacenti. Il punto di domanda in quel caso diventa: queste piattaforme vanno regolamentate? E se sì, devono essere regolamentate in base alla loro funzione di “utility”? Oppure devono sottostare a qualche forma di antitrust innovativo? Seguendo l’idea del Conseil si direbbe di sì: devono essere interoperabili, o addirittura neutrali.

Alexandre Bénétreau, Edri, che riassume il rapporto del Conseil, aggiunge peraltro una critica, individuando una sorta di contraddizione francese:

The approach of the French government has its own hypocritical storytelling. The Council of the European Union (EU member state governments) is currently negotiating on the “telecoms single market regulation”, which includes provisions on net neutrality. The French government is taking the position that net neutrality and platform neutrality should be regulated at the same time. The most likely outcome of this approach is to kill the possibility of the EU regulating in favour of net neutrality. If the French government is successful, there will be little or no possibility of the European Commission legislating on either net- or platform neutrality in the foreseeable future.

Probabilmente l’obiettivo dell’interoperabilità è il più coerente per cominciare a porre il tema e a sviluppare una cultura in materia. Si tratta per esempio di aprire alla concorrenza tra “negozi” diversi il sistema di vendita di servizi e applicazioni che è stato sviluppato sulle piattaforme (cloud, device, software). In ogni caso, sarebbe meglio evitare che un concetto di neutralità applicato alle piattaforme renda meno comprensibile la necessità di mantenere neutrale la “piattaforma delle piattaforme”: cioè internet. L’interoperabilità potrebbe essere sufficiente, almeno per cominciare, perché imporrebbe alle piattaforme dominanti di aprire ponti verso le piattaforme emergenti o concorrenti.

Alla base, la neutralità della rete è necessaria per consentire alle piattaforme nascenti di proporre la loro innovazione senza chiedere il permesso agli operatori dell’accesso a internet. Quando sono cresciute un po’, avrebbero bisogno dell’interoperabilità con le piattaforme esistenti e già affermate per potere offrire i loro servizi agli utenti. Neutralità della rete e interoperabilità delle piattaforme, in questo senso, si saldano in una visione aperta di internet.

Vedi anche:
Dibattito editori, autori, Amazon
Anche qui

Italia-Germania. Connessione possibile sull’agenda digitale

Grazie a Ubaldo Villani-Lubelli per aver segnalato il dibattito sull’agenda digitale in Germania. Bisogna ammettere che almeno sul piano delle parole non siamo poi così lontani. La consapevolezza dei temi e dell’importanza degli aspetti infrastrutturali, economici, scientifici, sociali, culturali è analoga e direi che i progetti in campo sono di ampio spettro in entrambi i paesi. Oltre a essere in entrambi i paesi visti come un po’ troppo poco concreti. Per ora.

Ecco il progetto del governo tedesco pubblicato da Netzpolitik. Per chi non comprenda la lingua, il traduttore di Google consente di avere un’idea abbastanza chiara di ciò che si discute e anche delle critiche.

Economia dell’innovazione, inclusione sociale, alfabetizzazione, e così via. Temi analoghi, indubbiamente. Ma vanno letti con più attenzione, indubbiamente. La governance, come in Italia, appare complessa. Si fa notare la politica europea: la Germania vuole, si direbbe, più integrazione. E correttamente sceglie il campione digitale non certo per fargli svolgere una funzione di “evangelista nazionale” ma proprio pensando al suo ruolo di “ambasciatore” in Europa per il digitale.

Grande attenzione è rivolta alla sicurezza e all’equilibrio dei diritti. Vale la pena di osservare che per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, la Germania partecipa alla Freedom Online Coalition.

Se le cose stanno così, varrebbe la pena di aprire un dialogo con il governo tedesco. Per imparare e connettersi. Anche per dimostrare che facciamo sul serio almeno quanto loro. E che la nostra riforma strutturale digitale va aiutata.

ps. A proposito: si discute anche in Africa sui diritti e internet. Si direbbe che grazie all’Nsa (ma non solo) ormai il tema è diventato mondiale.

Italia-Germania: meno zero virgola due. Ma non è un pareggio. Quali riforme strutturali? Pensiamo digitale

Ok. Ora anche la Germania ha segnato una riduzione del Pil dello 0,2 per cento. E quindi la difficoltà di crescita non è più solo un problema italiano. E poiché la politica economica che ha per obiettivo il controllo dell’inflazione non è quella giusta quando si attraversa una congiuntura di deflazione, qualunque mente ragionevole dovrebbe prendere in considerazione almeno una politica monetaria espansiva. Vediamo se questa volta ci si riesce – a espandere la moneta – senza far saltare i sani vincoli di bilancio pubblico ma indirizzando le risorse verso l’impresa e le riforme strutturali.

Quest’ultimo punto è il interessante per uno stato come l’Italia che non riesce a riformarsi. Vedremo che cosa succederà con il decreto sulla riforma delle regole del lavoro. Vedremo come andranno a finire le riforme istituzionali e il resto.

Ma possiamo anche avviare una politica che è contemporaneamente una “riforma strutturale” e un “investimento per la crescita” e che quindi dovrebbe essere chiaramente accettabile anche dai più accaniti rigoristi. La riforma della modernizzazione digitale – con infrastrutture, connessione e accesso dai luoghi pubblici, riforma del servizio della pubblica amministrazione a favore dei cittadini, e così via – è un investimento e una riforma strutturale nello stesso tempo. Genera crescita subito e crescita a lungo termine. Imho.

Vedi anche:
Agenda digitale, riforma strutturale
Un architetto per la costruzione digitale
Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia
Chiose su “cambiare interfaccia”
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda
Fuffa e manipolazione

Drôle de guerre: Hachette, Amazon and authors. Something needs to be fixed, but looking ahead

A commercial dispute between Amazon and Hachette has led quite a few authors to take a stand. On which side? Well, they surely are against Amazon. But are they also with Hachette?

Authors United sent a letter to their readers through an advertisment. They claim Amazon has boycotted Hachette and made the works of some authors more difficult to find at the right price. Amazon answered by accusing Hachette to impose the wrong price on their books (adding a little gaffe about Orwell). Hachette just said that they want to go on negotiating. John Kay suggests that the real problem is in publisher’s strategy.

It’s been a sort of “drôle de guerre” until now. But the future is not going to be nice for some of the players. Amazon is winning on the technology side and there is little that Hachette and other publishers have been doing to prevent their complete defeat. Authors are asking Amazon – rightly – for fair competitive tactics. But in the long run, this is not enough. If they like publishers they should be asking them to improve their vision and strategy.

Publishers buy authors’ copyright in exchange of some services they still give, such as financing, marketing and editing, but they can pay for it only if the also make a great delivering. As a matter of fact, marketing and editing can be done by someone else, maybe financing too, delivering is done more and more by Amazon. Publishers’ problem is not about negotiating: it is about creating a real strategy.

Where to look? Where is Amazon going to find problems?

Amazon is a scalable platform that has the ability to lower the price for delivering content – and many other things – to the consumer. The more customers they have the more margins they do in an exponential manner. What prevents them to make huge and stable profits now is their choice and will: it is because they are investing tons of dollars in innovation and in acquiring customers. In the long run they will have a base they think is right and start getting more and more profitable. The problem with that is that they also want to lock-in customers. Their platform is not interoperable with any other platform. This is because in their technical world they want control. And this fundamentally changes the idea of Amazon as the place where you find anything you need to find at a very good price.

Amazon is competing against publishers, and winning. But it is also competing against other platforms: such as Apple and Google. In the book world they win because customers feel that Amazons has the best choice of books – and a very good device to read them. If Amazons starts not to sell everything, if it excludes some publishers or authors, it will be chaos: people will have to have a device for every platform to get to every author. So they need to fight publishers without helping Apple and Google.

There is a technical flaw in Amazons’ stategy. If the net is neutral somewhere can be created a new platform that starts from skratch with the idea that it will allow to deliver, pay and read any book that is published by any author. A new interoperable platform that levels the field for competition between authors, publishers and device makers can be a prospect: if someone starts to invest in it before Amazon has completely won.

Authors could ask publishers to invest in this platform, now. Or they could start thinking about a new platform that will help all professionals to find they business model: editors, markerters, financers, stylists, authors and every other profession can gather in a new book project, make a deal about how to divide revenues and deliver the work. It is not impossible.

What’s impossible is to win by just complaining.