Area Syriana

È finita che Area Spa ha pagato 100mila dollari (Bis) per aver venduto tecnologie per spiare online al regime siriano proprio mentre gli americani considerano di preudoallearsi con quel regime contro lo stato islamico. Un contratto da 13 milioni che il titolare dell’azienda di Vizzola Ticino, Andrea Formenti, non sapeva fosse illegale (Corriere).

L’America non è neutrale. Ma discute a fondo

La neutralità della rete è diventata un argomento di discussione importante in America, anche perché le nuove regole proposte dalla FCC la aboliscono e il numero delle persone che hanno scritto qualcosa per la consultazione in materia ha taggiunto i 3,7 milioni. Segno che almeno là non è considerato un tema tecnico ma di civiltà.

Un passo avanti è stato segnato con l’apertura del dibattito sull’eliminazione della diversa interpretazione della net neutrality su internet mobile e fissa. Anche il mobile deve aprirsi.

Si legge su Wsj, sito a pagamento: “Federal Communications Commission Chairman Tom Wheeler last week raised the possibility that the agency would subject broadband mobile to proposed “open Internet” rules.”

Intanto pare si sviluppi un compromesso generale sulla prioritizzazione. Non sarebbe più una corsia preferenziale per i servizi che pagano di più gli operatori, ma una scelta degli abbonati che pagherebbero di più per certi servizi purché prioritizzati sulla loro connessione (WaPost).

Ci si domanda se questa strada apparentemente più giusta non condurrebbe chi offre i servizi a pagare i consumatori perché comprino la prioritizzazione. Ma a occhio non sembra tanto intelligente. Commenti benvenuti.

Vedi anche
L’opinione della folla sulla net neutrality
Concentrazione e net neutrality
Net neutrality. Perché è importante

Google sa di me quello che io non sapevo

Imitando The Verge si può andare a vedere che cosa sa Google di noi. La famosa questione di quanto il motore di ricerca riesca a individuare gli interessi dei navigatori per proporre pubblicità mirata resta un tema interessante. Ma a quanto pare non ci prende molto. Lo diceva anche Maciej Cegłowski commentato tra gli altri da Ethan Zuckerman sull’Atlantic qualche tempo fa in un pezzo da leggere.

Ebbene, questi sarebbero i miei interessi:
Arts & Entertainment
Baked Goods
Beverages
Bicycles & Accessories
Books & Literature
Celebrities & Entertainment News
Coffee & Tea
Computer & Video Games
Cooking & Recipes
Crime & Justice
Cuisines
Dance & Electronic Music
East Asian Cuisine
Fast Food
Finance
Fitness
Food
Food & Drink
Humor
Hunting & Shooting
Mobile Phones
Movies
Music & Audio
Online Video
Pets & Animals
Pop Music
Rap & Hip-Hop
Restaurants
Search Engine Optimization & Marketing
Service Providers
Shooter Games
Social Networks
TV & Video
TV Comedies
TV Shows & Programs

Quello che colpisce non è tanto la minoranza di argomenti che mi interessano in questa lista. Direi che Google ci ha preso abbastanza nel 22% dei casi. Invece, devo ammettere che stupisce di più il fatto che abbia incluso argomenti che non mi interessano per niente e tanto meno in termini di pubblicità: il 57%.

In particolare non ho nessun interesse e anzi una certa repulsione per la caccia e i giochi sparatutto. L’unica cosa veramente esatta nella ricostruzione di Google è che leggo libri.

D’altra parte, per Google, Cegłowski è una donna mediorientale..!

Può essere consolante che tutto questo lavoro di sorveglianza dia risultati tanto sbagliati. D’altra parte Google mi chiede anche di aiutare a targettizzare meglio i miei interessi. Vabbè un’altra volta.

La popolazione mondiale crescerà anche in questo secolo

La demografia ha scoperto che contrariamente a quanto si è pensato per vent’anni la popolazione non raggiungerà un picco nel 2050 ma continuerà a crescere, arrivando a 11 miliardi con molte probabilità sul finire del secolo (Guardian)

L’Italia è bella ma non attraente

Un’inchiesta di Claudio Gatti sul Sole mostra lo stato di incredibile discredito che patisce l’Italia sui mercati dei capitali internazionali. Scrive Gatti:

“I numeri sono a prova di gufi e disfattisti: tra il 1994 e il 2013, l’Italia ha attratto Investimenti diretti esteri per un totale di 290 miliardi di dollari. Nello stesso ventennio, la Spagna ne ha assorbiti 567, la Germania 799, la Francia 823 e la Gran Bretagna addirittura 1.418 – quasi cinque volte più di noi.”

Nel solo 2013, il Regno Unito ha attratto 37 miliardi, l’Irlanda 36, la Germania 27, l’Olanda 24. L’Italia ha attratto solo 17 miliardi, come la Colombia (fonte, World Investment Report 2014).

Evidentemente è un tema complesso. Ha motivazioni di lunga durata, come il sistema di pregiudizi (ben meritati) sulla corruzione dei politici, la scarsa certezza del diritto, la criminalità organizzata, la disorganizzazione burocratica, la difficoltà delle regole sul lavoro, e così via. E ha motivazioni di breve: la durezza della crisi congiunturale, l’acutezza della difficoltà finanziaria, e così via. Ma non è un tema sul quale non si possa fare qualcosa.

Come dimostra la nostra inabilità a recuperare i soldi europei, siamo poco attenti a cogliere le opportunità offerte dai capitali internazionali. E a maggior ragione ci occupiamo poco di attirare investitori.

Lavorare sulle cause strutturali è un obiettivo obblicato, non solo per attirare capitali ma anche per vivere in un paese decente. Se ci è riuscita la Colombia a mettere in discussione i pregiudizi sulla criminalità, per esempio, perché non dovremmo riuscire noi?

Ma non è con un convegno che si affronta la questione. È cominciando a negoziare in pratica con i potenziali investitori, mettendo a disposizione un metodo per migliorare la nostra capacità di accoglierli. Non chiacchiere, ma relazioni operative. In ballo c’è anche una decina di miliardi potenziali all’anno. E una metodologia per modernizzare il sistema che farebbe indubbiamente bene alla filiera delle startup e dell’innovazione. L’alternativa è che i capitali internazionali ci trattino solo come territorio da predare, comprando marchi presigiosi e aziende in transizione familiare. Non c’è motivo perché non ci si pensi con energia e costanza.

Separazione della rete Telecom. Un buon momento per pensarci meglio

Autorevole fonte che se vorrà – commentando il post potrà palesarsi – diceva che Venezia è perfettamente cablata ma i cittadini non hanno una connessione decente. Perché la cablatura è stata fatta dall’autorità pubblica e non può fornire accesso ai cittadini se non attraverso il wifi pubblico. Le compagnie private non usano la rete pubblica. E la gente mette il computer vicino alla finestra per poter prendere il wifi pubblico anche da casa.

La matassa delle reti veloci in Italia è fantasticamente ingarbugliata. La Telecom investe commisurando lo sforzo alla domanda che si attende di poter servire, il che è comprensibile. Ma il paese ha bisogno di spingere sull’offerta. Nell’infrastruttura l’offerta crea la domanda, molto spesso. Ma questo implica volontà politica. La Corea insegna. L’Europa lo suggerisce e in parte almeno è disposta a finanziare. L’Italia per ora nella confusione non sta attenta.

Un passaggio strategico è ora forse possibile. Tra le mille deviazioni strategiche della Telecom Italia, dovute alla ormai dichiaratamente sfortunata vicenda proprietaria, spesso ritorna il tema della separazione della rete. Più spesso rifiutata e qualche volta accettata, l’ipotesi di separare la rete dal servizio non cessa di essere riproposta. Come potrebbe funzionare? Ecco un’ipotesi.

La Telecom separa la rete, la cede a una nuova società nella quale entra la Cassa Depositi e Prestiti, insieme forse alle altre compagnie private e magari a quelle che gestiscono le reti pubbliche locali. La valorizzazione dell’apporto di Telecom è relativa alla stima del valore della rete meno l’ammontare di debiti che la nuova società si potrebbe accollare, calcolandolo in base a un piano che tenga conto da un lato del canone e dall’altro degli interessi, dei costi di gestione e manutenzione, degli investimenti da sostenere. In questo modo la Telecom come tutti gli operatori dovrebbe competere sul servizio, contando su un enorme insieme di clienti e liberandosi dal peso di una parte dei debiti. I concorrenti si troverebbero in condizioni di parità più facili da difendere. Le società pubbliche locali potrebbero contribuire con le loro reti al servizio per i cittadini. Venezia avrebbe migliore connessione e così molti altri luoghi.

Altre considerazioni che si fanno a sostegno di una strategia di offerta che crea la domanda sono legate alla tendenziale diminuzione dei costi dovuta alla facilitazione degli scavi già approvata dal governo e alle nuove tecnologie via etere che si stanno facendo strada. Naturalmente, in questo settore, le discussioni tecniche e quelle politiche si intrecciano, spesso nell’incomprensione di tutti contro tutti. Non si riesce a sapere se questa volta prevarrà la strategia unitaria di un paese che ha bisogno di un ordine mentale forte e chiaro per ripartire, anche dal punto di vista delle infrastrutture di rete. Imho.

Il governo Usa – Yahoo?!? – spudoratamente contro gli utenti

Un pezzo di Washington Post spiega come il governo americano abbia minacciato Yahoo! con una possibile multa da 250mila dollari al giorno se rifiutava di aprire la piattaforma alla sorveglianza degli utenti da parte dei suoi agenti segreti. Era giusto prima della fine dell’amministrazione Bush e ha contribuito a rendere le agenzie di sorveglianza libere di fare quello che vogliono anche sotto la nuova amministrazione.

“Surveillance is advertising’s new business model”

Controllare in modo intrusivo la vita delle persone senza farsi troppo notare è diventato il nuovo modello di business della pubblicità, dice l’Economist nel numero in uscita.

Era il tema di partenza del grande pezzo di Ethan Zuckerman per l’Atlantic: “The internet’s original sin”. Accompagnato negli stessi giorni da un grande speech di Maciej Cegłowski.

Da studiare poi: Engineering the public: Big data, surveillance and computational politics di Zeynep Tufekci.

Questo è un promemoria…

EFF: sosteniamo la net neutrality

Electronic Frontiers Foundation informa sul tentativo della FCC americana di abbattere la net neutrality e con essa la principale difesa contro il controllo monopolistico delle grandi compagnie sull’innovazione. La net neutrality che garantisce uguale trattamento a tutti i bit che circolano in rete – che siano contenuti o applicazioni – è una forma intelligente di antitrust preventiva.

“Right now the FCC is considering a set of rules that would allow Internet providers to offer faster access to some websites that can afford to pay. We need to stop them.

Let’s start with the obvious: The Internet is how we communicate and how we work, learn new things, and find out where to go and how to get there. It keeps us connected to those we love and informed of political events that affect our everyday lives.

At EFF, we have fought for almost 25 years to protect a free and open Internet. We depend on the Internet for everything we do, from our efforts to reform broken copyright laws, to our ongoing battles to end the NSA’s illegal mass surveillance. More fundamentally, we know that the open Internet makes possible not just our activism, but the work of many others around the world.

That’s why we’re fighting tooth and nail to defend a concept known as net neutrality. Net neutrality means that Internet providers should treat all data that travels over their networks equally, rather than slowing down or even blocking access to sites of their choosing.

Good net neutrality rules would forbid Internet providers from discriminating against sites that cannot afford to pay a toll for preferential treatment, or sites that are critical of Internet providers or undermine their business models.”

La net neutrality consente di innovare senza chiedere il permesso alle grandi compagnie. Va compresa. E protetta.

Il nuovo commissario all’Agenda digitale europea sono due

Sono state decisi nuovi commissari europei. La responsabilità per l’Agenda digitale viene suddivisa tra Günther Oettinger (“Digital Agenda and Society”) e Andrus Ansip (“Digital Single Market”). Oettinger, tedesco e popolare, viene dalla responsabilità per l’energia sempre alla commissione. Ansip, liberale, era premier estone e ha dunque molto da insegnare.

Una governance complicata sembra sempre più tipica dell’agenda digitale. In effetti, il tema è trasversale. E la logica della divisione delle funzioni è sempre discutibile. L’Italia lo sa bene. Ma almeno ora possiamo dirci che non siamo strani noi: è strana una materia che rivoluziona ogni cosa e che ha bisogno di visione e condivisione per un’azione coordinata ma incisiva. Difficile. Certo è che altri ci sono comunque riusciti finora meglio di noi. E’ tempo di accelerare.

Update: Intanto arriva (via @saved_mat su Twitter) la lettera motivazionale di Jean-Claude Junker a Oettinger (pdf).

organigramme_985_en

Vedi anche:
#OMGoettinger! Good or bad news for the Digital Agenda?

Apple Pay: la banca paga (e le compagnie telefoniche restano fuori)

Ieri si scherzava sul nome: iPay sembrava un po’ “io pago”; uPay era la risposta di chi diceva “paghi tu”; ma oggi Bloomberg racconta che paga la banca. Ed è un notevole risultato di Apple.

In pratica, la transazione effettuata con l’iPhone non costa nulla al consumatore o al negoziante, ma viene ripagata da una fettina della quota che va alla banca. In compenso la banca e il suo ecosistema entrano nei pagamenti col cellulare che per tanto tempo sono restati un problema. Questa sì che è una continuazione del 2007.

Già, perché per tanto tempo, il telefonino è stato pensato come un oggetto che sviluppava il business delle compagnie telefoniche e che dipendeva dalle loro strategie. Fino al 2007 si parlava di pagare col telefonino nel senso che si pagava attraverso la compagnia telefonica, addebitando sulla prepagata o sulla bolletta. Ma questa idea non è mai andata molto avanti. Per difficoltà normative (le banche centrali non erano d’accordo) e per lentezza delle compagnie. Fino al 2007 nessuno pensava di sfidare le compagnie telefoniche sul loro terreno della telefonia mobile e soprattutto nessun produttore di telefonini ci provava. Quando aveva tentato la Nokia l’aveva pagata cara. Nel 2007 è arrivato l’iPhone e le compagnie si sono trovare costrette ad allinearsi.

Ora l’iPhone ha scelto da che parte andare nei pagamenti. E’ andata dalla parte più logica. Ha abilitato le banche e le carte a entrare nella pratica quotidiana dei consumatori con il cellulare. E queste pagano volentieri. Le banche centrali sono ovviamente d’accordo. Le compagnie telefoniche restano vagamente tagliate fuori da un business che avrebbero potuto cercare di conquistare ma che non hanno saputo e potuto affrontare. Imho.

Vedi anche:
Cinque cose che non ho capito dell’Apple Watch (qualcuno mi dà suggerimenti?)
Apple, Google, tecnologie di rete, valore aggiunto…
Apple, Jobs e la parola “health”

Cinque cose che non ho capito dell’Apple Watch (qualcuno mi dà suggerimenti?)

Ci sono alcune cose che proprio non ho capito dell’Apple Watch. Cioè non sono cose sulle quali non sono d’accordo. Dico che non le ho capite.

1. Perché non ha la sim, l’antenna, la connessione autonoma? (Non mi dicano che non ci stava: pensando bene il cinturino ci stavano eccome. Dunque non le hanno volute mettere. Ma così è una periferica dell’iPhone)
2. Come si ascolta la musica dell’Apple Watch? Con le cuffie che penzolano dalle orecchie e si vanno a infilare sull’oggetto attaccato al polso? (Non credo proprio…)
3. Come si parla all’Apple Watch se vuoi che Siri ti risponda? (Tipo avvicinando il polso alla bocca?)
4. A quale applicazione serve lo schermo che riconosce la quantità di pressione che opera con il dito? (Magari lo hanno detto ma mi è sfuggito…)
5. C’è un utilizzo fondamentale e imprescindibile che convincerà tutti a rimettersi qualcosa al polso dopo tanti anni che ne fanno a meno? (La mia idea è che interesserà soprattutto per il fitness, almeno all’inizio. Ma allora c’è una sotto domanda: a che cosa rinuncio quando non porto anche l’iPhone quando vado a correre?)

Nessuno si mette più l’orologio da anni. O meglio chi lo mette è perché è abituato da oltre 50 anni, perché usa quello del nonno o non lo sostituisce con una cosa nuova, perché crede nel lusso di un bellissimo costosissimo orologio, perché gli piace una cosa colorata che cambia ogni giorno… Ma chi vuole sapere che ora è lo scopre col telefono, mi pare. E poiché il telefono me lo devo portare sempre dietro perché l’Apple Watch non vive da solo, finisce che devo scoprire un altro utilizzo fondamentale: credo che questo sia il mondo del fitness. Se non è questo, occorre comunque un motivo sintetico che convinca a mettere l’Apple Watch: la moda? uhmmm. Il buon gusto? uhmmm. Lo show off: roba vecchia. La sintesi viene da una cosa cui tengo: insisto che ha senso sul fitness, ma chissà se i commentatori hanno un’altra idea. E soprattutto se sanno rispondere alle cinque domande… Grazie per ogni aiuto…

ps. Mi suggeriscono una sesta domanda: perché lo hanno annunciato mesi prima dell’uscita? La Apple in passato annunciava nel giorno dell’uscita in negozio (via twitter da @StefanoPace5)…
pps. Non mi pare che abbiano usato la parola “health”: giusto?

Vedi anche:
Apple, Google, tecnologie di rete, valore aggiunto…
Apple, Jobs e la parola “health”

Risposte arrivate fin qui:
1. Perché la batteria sarebbe durata dieci minuti (via twitter da @smnbss)
6. Perché la concorrenza è già in pista (via twitter da @GerolamoFazzini)

Apple, Google, tecnologie di rete, valore aggiunto…

E’ difficile tenere a lungo in piedi un modello di business che faccia elevati margini di profitto a meno che non si sia un monopolista. Ci sono molti modi per avere un monopolio e non tutti sono sbagliati (cioè protetti dallo stato).

Se per esempio un’azienda è la prima a creare una nuova categoria di prodotto e non ha concorrenza è monopolista per un certo tempo. Così come se si produce una tecnologia di rete che molti utilizzano, di fatto si raggiunge una posizione di monopolio che è difficile intaccare.

Ma le due situazioni sono molto diverse. Non sempre gli innovatori riescono a tenere il mercato che hanno creato. Spesso anzi sono inseguiti e superati. E chi usa l’innovazione altrui in modo più intelligente sul piano della costruzione di un lock-in ha anche un modello che dura di più nel tempo. Non si riesce sempre a far bene entrambi i mestieri.

Microsoft ha inseguito sul piano del prodotto ma è riuscita a ottenere un effetto-rete di grande durata: ha ancora le caratteristiche del monopolista di fatto nei pc. I suoi problemi con l’antitrust non si sono verificati sul suo specifico terreno, ma si sono manifestati quando ha tentato di abusare della posizione dominante in un mercato per conquistarne altri.

Google è stata un po’ tutte e due le cose. Ha conquistato con l’innovazione nei motori di ricerca la sua posizione straordinaria nella gestione delle informazioni. Ha inventato poi una nuova interfaccia mobile con le mappe connesse a internet. Quanto ai video ha perso sull’innovazione ma ha comprato la rivale YouTube. La sua tecnologia di rete più redditizia è ovviamente il sistema di gestione della pubblicità, ispirata originariamente da altri. Nei cellulari ha inseguito ma è riuscita a riconquistare terreno e a costruire il suo effetto-rete anche sul mobile. Anche per Google l’antitrust interviene in casi che si avvicinano – secondo l’accusa – all’abuso di posizione dominante.

Apple ha sempre puntato di più sulla prima strategia. Ha creato nuove categorie di prodotto. Prima il Mac. Poi lo smartphone. Poi il tablet. E su quelle innovazioni ha conquistato una capacità di fare profitto straordinaria (soprattutto negli anni Duemila). Il tentativo di costruire un lock-in è stato basato su una forma di effetto-rete interno alle sue tecnologie, all’epoca del Mac. Poi nel tempo di internet ha costruito anche negozi speciali online che tenevano in piedi il lock-in per la musica e per le applicazioni, ma in qualche modo sempre puntando su una sua “autorialità” tecnologica che non consentiva completa compatibilità con altre tecnologie, riconosciuta dalla fedeltà di brand. In questo modo, inseguita si difende, per un po’. Ma poi per ripartire con il ciclo deve trovare una nuova innovazione.

Oggi è stato il giorno giusto per capire se ci può riuscire ancora una volta. Pagare col telefonino o l’orologio e l’impronta digitale. Il nuovo orologio con funzioni per il fitness. Il display che sente la pressione. Impressioni. Si dovrà approfondire il tema Apple Pay – potenzialmente importantissimo – in relazione alla diffusione di negozi attrezzati. Si vedrà l’anno prossimo per l’orologio. La funzione fitness acchiapperà, probabilmente: ci vuole un motivo forte per tornare a mettersi qualcosa al polso dopo anni. Comunque non è bello che abbia bisogno dell’iPhone (ma non si poteva usare il cinturino per mettere la sim e un po’ di aggeggi in più?). Si direbbe che questa innovazione non sia come l’iPhone ma come l’iPod: cioè non crea una nuova categoria di prodotto ma tenta di mettere ordine in un mercato interessante, molto affollato, senza un leader culturale.

Quanto a noi, secondo me, dobbiamo rispettare il profitto che gli innovatori si aggiudicano nel periodo che trascorre tra il momento in cui inventano una nuova categoria di prodotto al momento in cui, inseguiti, se lo vedono erodere. Ma ci dobbiamo porre delle domande sulla strategia usata per difendere l’innovazione fatta in passato attraverso soluzioni che puntano su una forma di lock-in. Sempre rispettando gli innovatori e il profitto che fanno creando nuovi “mondi”, dobbiamo riuscire a stabilire in che modo sostenere il valore dell’interoperabilità che ha reso il web tanto interessante e il valore della net neutrality che ha fatto di internet la tecnologia fondamentale a supporto di chi innova senza chiedere il permesso. Non c’è contraddizione intorno a questi valori in un’ecologia dei media sana e generativa. Imho.

Il web è mobile

Audiweb dice che gli italiani passano un’ora e nove minuti connessi a internet dal computer e un’ora e 25 minuti connessi a internet dallo smartphone…

Chi ha speso gli 80 euro?

Renato Mannheimer ha fatto un sondaggio per scoprire chi ha speso gli 80 euro in più ottenuti in busta paga con la manovra pre-estiva. E il risultato è chiaro: solo il 23% si è concesso qualche spesa in più. Gli altri li hanno usati per risparmiare o per arrivare più agevolmente a spendere quello che spendevano già prima. Il comunicato è qui (pdf).