Il postumano è umano?

Nella discussione sul post-umano si aggiunge il contributo del numero 361 di Aut-Aut intitolato, in una sorta di gioco di parole, al passaggio dell’attenzione dalla “condizione postmoderna” alla “condizione postumana”. Ne parla Francesco Monico su Doppiozero.

Non occorre riassumere qui. Piuttosto chiosare.

autautPerché uno dei possibili sottotesti è condotto dalla domanda: “il postumano è umano”? Se ci si chiede se una o più entità collettive, incarnate in una costituzione o in una piattaforma digitale, diventino soggetti dell’azione che conta sul destino del pianeta più di quanto non siano le persone, si giunge alla tentazione di immaginare che quelle entità collettive evolvano per via robotica, neuroscientifica e biomedica incidendo sul destino della specie umana fino a fondare una sorta di nuovo “dna” di una specie postumana. Si tratta di entità generate dall’azione umana che però la superano abolendo ciò che c’era di umano nell’uomo? Oppure è semplicemente così che è la specie umana?

Il mito della singularity ha reso molto di moda la premessa di quella domanda. Ma non risponde.

Certo, un Frankenstein come la finanza è lì a dimostrare che un’entità collettiva è davvero in grado di governare il destino del pianeta senza che nessun singolo individuo la possa imbrigliare con le sue scelte: nessuna azione individuale sembra ormai in grado di incidere sulla logica, il funzionamento, le conseguenze della finanza. Soltanto un’altra logica collettiva, costituzionale per esempio, può servire a mettere limiti alla finanza. Sarebbe la premessa di un pensiero capace di avvalorare non per via mitica ma per via fattuale l’idea del postumano. Ma anche questo non risponde alla domanda.

In realtà, la condizione umana sembra proprio essere data dalla capacità di evolvere più di altre specie per via culturale. L’informazione neuronale sembra collaborare con l’informazione genetica nella costruzione della specie e della sua evoluzione. Ma più che nel campo della scienza, qui siamo nel campo della filosofia. O addirittura della fantasia. Del resto, questi “campi” stanno convergendo.

Un architetto per la costruzione digitale. Francesco Caio ne scrive

“Si scrive Agenda digitale. Si legge posti di lavoro e competitività”. Parole di Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane e, fino a qualche mese fa, commissario per l’Agenda digitale italiana. A partire da quell’esperienza ha scritto il libro “Lo Stato del digitale. Come l’Italia può recuperare la leadership in Europa” che esce mentre l’Italia assume la guida semestrale del continente e mentre il governo italiano decide sulla direzione dell’Agenzia per l’Agenda digitale.

libro_caio Sulla base della sua esperienza, Caio è convinto che si possa arrivare a riformare il funzionamento dello Stato con conseguenze fondamentali in termini di risparmi, crescita, benessere, cittadinanza. Purché si cessi di lavorare per competenze separate, soluzioni non interoperabili, progetti di digitalizzazione dell’esistente. “La digitalizzazione è un’occasione unica e irripetibile per costruire uno Stato più friendly, più trasparente, agile, che cosa molto meno”.

In effetti è possibile ottenere migliori risultati con minori costi, soprattutto centrando i progetti sulle esigenze dei cittadini e non sulle procedure dell’amministrazione nate nell’epoca della carta, dei bolli e delle megastrutture burocratiche.

Le frontiere della ricostruzione digitale dello Stato sono molteplici in qualche caso fantasiose, di certo affascinanti: si parla di semplificare e qualificare i servizi a partire dal design dell’interfaccia, specialmente mobile; si parla delle forme con le quali le leggi possono essere tradotte in software che ne semplifichi l’implementazione (Francesco Sacco ne sta studiando alcuni casi); si parla e si opera intorno alla apertura dei dati pubblici e dell’organizzazione di hackathon per la costruzione di applicazioni che usino quei dati (la Camera ne ha già organizzata una); di progetta la standardizzazione e l’interoperabilità delle piattaforme pubbliche in chiave cloud anche per facilitare il riuso delle applicazioni sviluppate in alcune amministrazioni da parte di altre amministrazioni, e così via. Ma è solo uno dei contesti nei quali si opera per implementare l’agenda digitale, perché la pubblica amministrazione è un abilitatore, ma gli altri capitoli non sono meno importanti: per esempio, alfabetizzazione e digital skills, infrastrutture di connessione, filiere della ricerca e delle startup, e così via.

Caio ha obiettivamente accelerato alcuni processi strategici per l’agenda digitale italiana, concentrandosi su temi abilitanti (anagrafe, fatturazione, identità), puntando sulla standardizzazione e semplificazione strutturale, avvalendosi delle sue indubbie capacità manageriali, contando sull’appoggio del governo. Ha incontrato ostacoli accettandone alcuni e asfaltandone altri. Ma ha dato una direzione e un esempio di prassi. Ora il lavoro avviato va concluso e con una prospettiva più lunga di quella che aveva Caio deve allargarsi e approfondirsi. E’ il momento. I vincoli di bilancio possono essere dilatati solo in cambio di riforme strutturali e se queste coincidono con gli investimenti necessari a realizzarle, la strada diventa piuttosto chiara: la riforma digitale della pubblica amministrazione è una riforma strutturale ed è un investimento. In quel contesto, nessuno può giocare con i termini e con i soldi. I partner europei possono vedere il valore dei soldi che ammettono siano spesi. E gli italiani possono vedere crescita e miglioramento qualitativo della vita civica.

In tutto questo, un insegnamento di Caio è fondamentale. E con esso si chiude il libro: al centro della costruzione digitale occorre chi svolga la funzione dell’architetto.

Vedi anche:
Agenda digitale, riforma strutturale
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Più importante dell’Ilva

Stavo riflettendo… Si stanno di nuovo accendendo i riflettori sulla policy per la filiera delle startup. A Milano, in Emilia Romagna, nel Lazio, a Torino, nel Veneto, in Puglia e in realtà un po’ dappertutto ci si pongono domande su come accelerare la creazione di nuove imprese innovative. Si parla di educazione, di finanziamenti, di exit, di internazionalizzazione. Si pensa agli ecosistemi.

Ma resta difficile valutare una misura del successo. Raggiungibile. D’impatto.

Supponiamo di arrivare presto a ventimila occupati nelle startup innovative (non è impossibile se sono quasi duemila e potrebbero arrivare a occupare dieci persone l’una). Supponiamo che la filiera delle startup arrivi a essere considerata da tutti strategica per il sistema economico italiano (non è impossibile visto che tanti opinion leader, ragazzi, imprenditori, finanziatori, esperti lo dicono e visto che la strada dell’innovazione è tanto oggettivamente importante per settori che devono accelerare di fronte al cambiamento dal turismo alle macchine per l’industria, dalle banche all’editoria e così via). Supponiamo che la filiera delle startup si presenti come poco o punto inquinante. E che abbia un indotto significativo in servizi e altro.

A queste tre condizioni, raggiungibili, dovremmo ammettere che la filiera delle startup apparirebbe immediatamente come una realtà economica più importante dell’Ilva.

Oppure, tabù, più importante dell’Alitalia.

Sarebbe uno svelamento. La cui conseguenza sarebbe chiara: una concentrazione del governo, dell’opinione pubblica, dell’imprenditoria sulla filiera delle startup uguale o superiore a quella che ha meritato l’Ilva. Che è importante ci mancherebbe. Ma con quella dimensione di importanza.

Se le startup nell’insieme sono viste come più importanti dell’Ilva si passa da un frame orientato alla conservazione a un frame orientato alla costruzione e all’innovazione. Senza fuffa. Con i fatti. Imho.

ps. Alla lunga saranno molto più importanti le startup, intendiamoci. Ci vogliono anche le grandi aziende, certo, eccome: ma per vederle innovare e non chiudere avrebbero anche loro bisogno di buone startup, no? È un ecosistema anche per loro, grandi e piccoli, innovativi e no. Una misura sintetica del valore della filiera delle startup è possibile?

Agenda digitale, riforma strutturale

Le riforme strutturali sono per tutti gli economisti – rigoristi e non – la via maestra per uscire dalla crisi in chiave macroeconomica.

Si parla di flessibilità nelle politiche di controllo del bilancio per poter fare investimenti e alimentare la crescita ma solo in cambio di riforme strutturali (Reuters e Prima).

Si potrebbe precisare.

La modernizzazione digitale della pubblica amministrazione, per esempio, è una riforma strutturale della macchina statale che a sua volta abilita ulteriori riforme strutturali.

Per realizzarla non occorrono spese per l’informatica pubblica, occorrono investimenti pensati per creare una nuova architettura digitale per la pubblica amministrazione che la riforma strutturalmente.

Quindi, da questo punto di vista, non c’è uno scambio tra flessibilità e riforme strutturali: c’è identità tra investimenti e riforme strutturali.

Vedi anche:
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

L’outsourcing della ragione

La Mu-Sigma è un’azienda da studiare (segnalazione di Euro Beinat). Si tratta di data scientist, matematici e ingegneri indiani che studiano i dati dei clienti, ne estraggono conoscenza e definiscono decisioni in condizioni complesse. Tipo decidere i prezzi dei biglietti delle compagnie aeree, individuare frodi in tempo reale e altro in chiave di data-driven decision making: una categoria di business che la Mu-Sigma ha praticamente definito. E il risultato è arrivato: 3000 data scientist lavorano per Mu-Sigma e l’azienda lavora per 125 delle prime 500 aziende della lista di Fortune.

Il fondatore Dhiraj Rajaram era un consulente per Booz Allen Hamilton, una grande società di consulenza, quando ha capito tre cose:

1. Learning was becoming much more important that knowing and Knowledge was becoming obsolete.
2. How people learn was becoming more inter-disciplinary
3. Extreme experimentation – throwing darts randomly and hoping to hit bulls eye

Ho l’impressione che un approfondimento dei white paper e delle attività di questa società sia un buon investimento di tempo.

Ricambio Euro con la segnalazione del Semeion.

Fuffa e manipolazione. Esperimenti di Facebook sugli utenti, tipo: “se ti selezioniamo solo i post degli amici contenti tu sei più contento?”

Che cosa succede se vediamo che gli amici e i conoscenti sono contenti? Proviamo invidia o siamo contenti anche noi? Secondo uno studio condotto su oltre 600 mila persone per una settimana, è probabile che se vediamo che gli altri sono contenti, anche noi lo siamo. E viceversa. La felicità e la gioia sono contagiose. Come la depressione e la noia.

Ma come è stato fatto questo studio? Manipolando i post che oltre 600 mila persone trovavano su Facebook. Stupisce un po’, ma a quanto pare Facebook ha condotto uno studio sugli utenti modificando per via algoritmica il genere di post che ricevevano per vedere l’effetto che faceva su di loro: se facevano vedere prevalentemente post contenti gli utenti diventavano più contenti; se facevano vedere solo post depressi gli utenti diventavano depressi (Forbes e AnimalNY). E i ricercatori hanno pubblicato un paper intitolato “Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks” che riporta i risultati del loro lavoro:

We show, via a massive (N = 689,003) experiment on Facebook, that emotional states can be transferred to others via emotional contagion, leading people to experience the same emotions without their awareness. We provide experimental evidence that emotional contagion occurs without direct interaction between people (exposure to a friend expressing an emotion is sufficient), and in the complete absence of nonverbal cues.

Uno degli autori, Adam Kramer, data scientist, spiega come essere a Facebook sia una fortuna per uno che voglia fare ricerca sulle emozioni collettive.

A quanto pare nessuno dei ricercatori si è posto il problema etico di manipolare le pagine che gli utenti vedono su Facebook senza avvertirli per studiare le loro reazioni e pubblicare un paper. Ovviamente i termini e condizioni di Facebook consentono tutto questo. Basta saperlo.

Ma la conseguenza di questo studio è anche un’altra. Con internet diventa abbastanza semplice inventare nuove forme di manipolazione della visione del mondo delle popolazioni. La televisione resta ancora la regina della manipolazione, evidentemente, ma internet comincia a essere usato in questo senso e può diventare piuttosto efficace (cfr: Agenda setting e altre forme di design della mente, per così dire, per via mediatica, con il famoso caso ricostruito da Ilvo Diamanti da non dimenticare mai sulla televisione e la sensazione di insicurezza degli italiani negli anni attorno al 2006-2007; cfr. Credimi!). Questo funziona tanto meglio quanto più l’attenzione e il traffico su internet si concentra sulle piattaforme giganti e quanto meno è distribuito tra molte modalità di utilizzo e partecipazione. Evidentemente questo è un altro motivo per considerare la net neutrality una garanzia fondamentale per i diritti degli utenti: almeno se qualcosa non va si può tentare di realizzare una soluzione alternativa. Ma la manipolazione via internet funziona anche per settori abbastanza di nicchie e su piattaforme meno gigantesche ma ben studiate per gestire messaggi a una direzione.

C’è anche, insomma, una conseguenza di merito: le emozioni sono contagiose e se i messaggi sono omogenei ci muoviamo in gruppo. Soprattutto quando abbiamo poca consapevolezza delle motivazioni possibilmente manipolatorie dei messaggi positivi o negativi che riceviamo.

Essere consapevoli operando sui media è una condizione di libertà. La fuffa emozionante è manipolatoria. I maestri del tifo sono manipolatori. La conseguenza che generano è che probabilmente una parte dei loro seguaci abbassano il livello del senso critico. Se abbassano il senso critico possono anche finire col compiere scelte sbagliate. Un ambiente gestito per alimentare un entusiasmo senza critica è un ambiente nel quale aumentano le probabilità di truffe e disillusioni. La cosa è più concreta di quanto sembri. Ci sono mille esempi di sette, comunità chiuse, sistemi per approfittare della debolezza dei singoli ma anche della forza di trascinamento dei gruppi: il contagio delle emozioni è un fenomeno ormai chiaro e alimenta precise tecniche di manipolazione.

È successo all’epoca della bolla delle dot.com. Tutti entusiasti. Molte persone hanno perso il senso critico. Tantissimi sono restati col cerino in mano.

Sta succedendo anche nella piccola bolla delle startup in Italia? Certo di qualche imbroglio si comincia a sentir parlare. E non stupisce che avvenga proprio negli ambienti che meglio gestiscono la generazione di entusiasmo, anche a scapito del senso critico e della competenza.

Come all’epoca delle dot.com la bolla non era causata da internet ma da chi approfittava della credulità della gente, così oggi i problemi non sono certo delle startup, ma di chi approfitta della debolezza degli altri.

Un sistema mediatico scoraggiante e tale da generare solo scetticismo è altrettanto negativo e in certi casi anche di più.

Occorre un’ecologia dei media. Alla ricerca di un equilibrio. Senza paura dell’apparente impopolarità di chi non segue acriticamente il gruppo ma con il coraggio di sviluppare progetti sensati.

Spesso negli ambienti in cui si coltiva la visione critica l’entusiasmo diminuisce e i numeri che segnalano l’attenzione delle persone si abbassano. Nel breve periodo. Ma nel lungo termine valgono di più. Può essere noioso cercare di entrare per esempio in un acceleratore professionale per sviluppare la startup, ma è anche così che si costruisce un’impresa. Occorre imparare tanto. E soprattutto saper distinguere, dentro e fuori di sé, tra la fuffa e i fatti. Il senso critico si apprende con l’esperienza. E facendo esperienza l’entusiasmo si rafforza con il feedback che arriva dai fatti e non solo dalle parole di chi ci incoraggia. Il senso critico, empirico, non è solo un crap detector per non prendere cantonate: è anche uno strumento per coltivare una gioia più profonda, che non dipende solo dal contagio degli altri, che nasce soprattutto da noi stessi in relazione ai nostri progetti e alle capacità che acquistiamo per realizzarli.

Transdiegetico: lezione di Luciano Floridi a Nexa e Scudo

Luciano Floridi ha tenuto ieri una lezione a Nexa e Scudo, Politecnico di Torino, con il titolo: “Transdiegetic information: what it is and why it matters”. E ha fatto emergere una parola meravigliosa che viene dalla cultura del cinema e dei videogiochi. La parola “diegetico”.

A quanto pare in un film la musica che viene ascoltata dagli spettatori e dai personaggi è “diegetica”. Quando la musica non interferisce con l’azione e viene ascoltata solo dagli spettatori è “non diegetica”. Tipo: John Wayne cavalca nel deserto dell’Arizona mentre gli spettatori sono caricati di attenzione da una bella musica che segnala qualcosa che sta per succedere (non diegetico o extradiegetico); John Wayne cavalca nel deserto e si trova nei guai ma stanno arrivando le giubbe blu e suonano la carica con la tromba sicché anche John Wayne si sente sollevato (diegetico o intradiegetico), vedi Treccani. La diegesi è una disciplina nata dalla scuola aristotelica dell’analisi del racconto e mi pare un soggetto stupendo.

Floridi ha trovato un punto di vista straordinario per qualificare l’evoluzione dell’informazione nel mondo contemporaneo nel quale l’informazione è diventata un tema strategico e, come il filosofo scrive, vitale. Si è domandato se l’informazione riguardi il contesto o l’azione della vita umana conteporanea e suggerisce che sta creando una situazione in cui l’informazione è transdiegetica, concetto nuovo e sul quale c’è un mondo di riflessioni da sviluppare: “Data is one of the few resources that is not only renewable and repurposable, it is also expandable and pervasive. As a result, we increasingly live in a world of information (infosphere). Borrowing some technical vocabulary from film studies and game design, in this lecture I shall argue that new Information and Communication Technologies are breaking the boundaries between diegetic and non-diegetic information, in favour of a transdiegetisation of the infosphere. The talk does not presuppose any previous knowledge and all technical concepts will be clearly and simply explained during the lecture.”

Vedi:
Philosophy of information

ps. sto recuperando perché ieri purtroppo ho perso questa lezione che come tutti mi hanno detto è stata fantastica

Libia: in sei mesi fatta la prima piattaforma mobile per registrazione elettorale

Ci hanno messo sei mesi in venti usando solo strumenti opensource. E ora in Libia i cittadini si possono registrare con il cellulare per le elezioni. Il sistema consente a una famiglia con un cellulare di registrare più di un elettore e servire al riconoscimento delle l’identità. Storia fantastica soprattutto per il modo e il luogo in cui è avvenuta (TechPresident). Altrove ci avrebbero messo sei mesi a fare il capitolato, sei mesi a fare la gara, sei mesi a gestire i ricorsi, sei mesi a fare il lavoro e sei mesi a scoprire che non c’erano ancora i regolamenti d’attuazione… Ma si può imparare dalla Libia. I progetti di p.a. Non devono guardare alla tecnologia, ma al cittadino: partire dall’obiettivo, progettare pensando all’interfaccia, risparmiare e far presto anche a base di ‘opensource, realizzare la soluzione e adeguare di conseguenza i regolamenti.

Corte suprema: lo smartphone è parte dell’anatomia umana

La privacy non è destinata al passato. La Corte suprema ha deciso che lo smartphone non può essere perquisito dalla polizia senza mandato. Perché contiene tanti e tali dati personali che una perquisizione senza mandato sarebbe sproporzionata. La ricerca di un equilibrio tra repressione del crimine e privacy deve tener conto del fatto che ormai lo smartphone è come se fosse parte del corpo umano (Nytimes)

Sarebbe interessante essere certi che questo si estenda ai computer (ormai connessi alle stesse cloud dei cellulari). E soprattutto sarebbe interessante scoprire come si possa estendere ai cittadini stranieri che in America – almeno da Bush Jr. in poi – sono considerati esseri umani un po’ meno uguali degli altri.

Rai servizio pubblico per la rete

L’Associazione dirigenti Rai ha organizzato ieri un convegno sul futuro dell’azienda. I giornali ne hanno parlato in vario modo, sottolineando gli aspetto più legati all’attualità. Ovviamente il tema dei tagli è stato in prima linea. Sono state riportate le principali posizioni anche delle persone che per competenza ed esperienza erano davvero titolate a parlare in quella sede. A me hanno chiesto un parere sulla relazione tra Rai e rete.

Ho detto questo che un servizio pubblico fiorisce in un contesto che riconosce il valore della sfera pubblica, nella quale si incontrano civicamente le persone che convivono in un territorio anche se non si piacciono o non hanno valori simili. Lo spazio pubblico è lo spazio in cui abbiamo qualcosa in comune da coltivare e sviluppare insieme. Internet è un bene comune e la sua progressiva privatizzazione rischia di portare a uno sfruttamento eccessivo di quel bene comune. Un servizio pubblico lavora anche per salvaguardare e sviluppare quel bene comune della conoscenza che internet rappresenta e aiuta a manutenere. Piattaforme, informazioni, formazione che rafforzino internet come bene comune sono compiti di una Rai coraggiosa. E torneranno alla Rai in termini di riconoscimento, valorizzandone e legittimandone il senso speciale di servizio pubblico.

Ecco il video:

Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda

Alla fine degli anni Novanta l’Italia era avanti nell’agenda digitale. Oggi è indietro come quasi nessun altro paese, come mostra lo scoreboard europeo. La responsabilità è principalmente di chi ha governato i primi dieci anni del Duemila. Ovviamente tante altre strutture ci hanno messo la loro quota di ignavia. Ma quei governi che vedevano solo la televisione non potevano certo dimostrare attenzione per la rete.

Da due anni a questa parte, si è tornato a parlare di agenda digitale. La migliore realizzazione in proposito, secondo me, resta la nuova legislazione a favore dell’ecosistema delle startup: è un inizio ma è un buon inizio (*). Poi si sono riattivati alcuni programmi relativi alla modernizzazione della pubblica amministrazione: fatturazione elettronica, anagrafe nazionale, identità digitale (**). In entrambe le questioni c’è moltissimo da fare in termini di diffusione delle opportunità e del senso delle innovazioni introdotte. Il primo tema è stato portato a termine e ora ha bisogno di essere sostenuto e interpretato negli ecosistemi territoriali. Il secondo tema deve essere ancora completato, ma le prime concretizzazioni stanno arrivando proprio in questi giorni (Sole).

Il fatto è dunque che gli italiani sono tornati a parlare di agenda digitale e che questo argomento è ormai visto come una parte integrante di qualunque policy orientata alla crescita e all’innovazione economica, alla modernizzazione della vita civile e alla rigenerazione della democrazia. Non è più un argomento da pionieri o visionari: è sotto gli occhi di tutti, anche se molti potrebbero essere più coerentemente decisi nel riconoscimento della qualità prioritaria di questa policy. Questo fatto ha innalzato le aspettative tra tutti coloro che ne capiscono l’importanza.

Le aspettative elevate, quando non sono realizzate producono grandi delusioni.

Le grandi delusioni producono scetticismo, cinismo, disfattismo e spesso disperazione. Alimentare le aspettative senza occuparsi di soddisfarle è una manipolazione concentrata su obiettivi di breve termine. Definire le aspettative ragionevoli e raggiungerle è una tattica di medio termine. Definire una grande visione, spiegare come si può raggiungere in un tempo congruo è una strategia di lungo termine che costruisce prospettiva e speranza.

La modernizzazione digitale del paese richiede una visione di livello grandioso. Assomiglia, se si vuole, alla modernizzazione ricercata con le riforme istituzionali e con la riforma della burocrazia. Riguarda le relazioni tra i cittadini e la pubblica amministrazione, conducendo le sue strutture verso una nuova trasparenza e apertura dei dati, un nuovo rispetto dei diritti e delle relazioni civiche, una nuova partecipazione, ma va oltre: riguarda l’intera filiera dell’innovazione dell’economia, la moltiplicazione delle opportunità di lavoro, la rigenerazione del sistema educativo, la qualità della vita nelle città, la connessione internazionale del paese, l’inclusione sociale, le politiche per le aree meno sviluppate del paese, l’efficienza della sanità, il sistema dell’informazione, la sharing economy e dunque la cultura della cooperazione e del volontariato, il turismo, l’automazione industriale, il commercio, le esportazioni, la cultura, e così via.

Questa visione va realizzata. E non potrà esserlo da un solo governo da una sola persona o da un solo ente. Deve diventare una prospettiva verso la quale si sviluppa una collaborazione duratura della maggior parte del paese, delle sue istituzioni, delle sue aziende, delle sue comunità. A questa visione, va data una roadmap, con tappe raggiungibili, miglioramenti visibili e sistemi di valutazione dei risultati. Occorre stabilire un’architettura duratura, curare gli standard e l’interoperabilità delle piattaforme e delle soluzioni, puntare prima di tutto sull’usabilità per i cittadini in un quadro nel quale vengono finalmente messi in secondo piano i capitolati perché al primo posto vengono gli obiettivi. E tutte le strutture chiamate a collaborare devono essere celebrate per il loro contributo.

Questo mondo delle tecnologie digitali in chiave pubblica, purtroppo, ha vissuto nell’incomprensione e in qualche caso nel disinteresse dell’informazione e della politica, sicché ha lasciato spazio per vocianti fuffaroli, fornitori meno che innovativi, pratiche orientate più ai capitolati che ai risultati e molte altre brutture. Ha lasciato spazio a campanili ideologici e gruppi di interesse. Ha creato soluzioni il cui scopo era spendere i soldi non risolvere problemi. E ha fatto anche molto di buono.

Ma l’atteggiamento, ora, ha bisogno di cambiare. In base a una visione orientata al lungo termine e a realizzazioni orientate alla ragionevole raggiungimento degli obiettivi, in una prospettiva concretamente grandiosa. Con umiltà, imparando dai migliori e qualche volta superandoli: spesso succede che quando l’Italia è un outsider, alla fine, si comporta bene.

Non so come si organizzerà ora l’Italia su questi temi. Si sa che l’attesa dell’imminente nomina del nuovo direttore dell’Agid può essere vista come una tappa per saperne di più. E credo che verrà operata insieme alla definizione di un quadro più ampio, anche perché quella nomina pur importantissima non basta a definire il senso e a garantire la realizzazione di quella visione di cui c’è bisogno. In molti daranno una mano, ne sono certo. Ciascuno come sa.

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(*) Disclaimer: ho fatto parte della task force che se n’è occupata per il Mise nel 2012. Forse questo mi rende meno obiettivo nel giudizio. Ma per la verità non credo.
(**) Ridisclaimer: ho dato una mano anche al gruppetto di persone che si sono occupate di agenda digitale sotto la guida di Francesco Caio per la presidenza del Consiglio nel 2013-14. In entrambi i casi si è trattato di attività svolte gratuitamente. Con il modesto orgoglio di un intellettuale indipendente.

La corte suprema, la proprietà intellettuale e l’applicazione dei principi

C’è chi riesce a fermarsi alla seguente affermazione: “i brevetti sono un modo per ripagare l’industria degli investimenti che compie in ricerca”. Non approfondisce di quali brevetti parla e di quali conseguenze genera l’interpretazione della normativa sui brevetti. Allo stesso modo c’è chi riesce a fermarsi a un’analoga affermazione sul copyright (“ripaga gli autori della loro fatica”) senza riconoscere le diverse conseguenze che provoca la durata del copyright, l’estensione della sua applicazione, le modalità del suo enforcement.

Chi parla solo per principi indiscutibili e generici provoca danni, per esempio difendendo cose come il “brevetto dei metodi incarnati in un software” in America e l’”equo” compenso per la copia privata in Italia.

Ma la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso che un brevetto concesso su un’idea consolidata incarnata in un software non poteva essere valido. Con questa decisione secondo molti osservatori, la Corte ha bloccato l’espasione e in parte minato l’esistenza dei brevetti sul software che non sono legati al funzionamento delle macchine.

Che cosa significa? Per chi ragiona solo in termini di principio significa che la Corte ha attaccato il libero mercato e il finanziamento della ricerca. In realtà, ha abbattuto uno dei motivi di litigio inutile e dannoso nell’industria tecnologica, aprendo la strada a un approccio più europeo alla questione. E l’incremento esplosivo dell’”equo compenso” sui telefonini italiani per ripagare autori ed editori è invece una soluzione che dimostra quanto l’Italia sia governata da veri liberisti? In realtà, dimostra che una lobby (Siae) ha vinto su un’altra (Confindustria digitale), come riporta la Stampa.

L’autodeterminazione dei bit e la costituzione

Bella discussione. Ieri alla Camera le riflessioni sulla Internet Bill of Rights. Suggestioni, esempi, confronti per pensare a una sorta di costituzione della rete. Poi Mantellini con il suo post Lasciate stare Internet, sostenuto da E-volution. E Ket con il suo ricordo della costituzione per i bambini in Brasile. Infine GG che sottolinea il valore delle regole emergenti dalla rete.

La rete si è sempre autoregolamentata. Ma, bisogna pur ammetterlo, nell’ambito delle regole esistenti. Implicite o esplicite. Le regole delle telecomunicazioni, come quando gli americani hanno obbligato le telco a consentire l’utilizzo delle reti telefoniche per ascoltare i primi vagiti di internet. Le regole del commercio. Le regole fiscali. Le regole del lavoro, della finanza, del copyright, della diffamazione. I divieti europei ai siti di estrema destra che invece non ci sono in America: con il primo caso incredibile allora della richiesta francese a Yahoo! di eliminare le pagine che promuovevano materiali filonazisti. L’attenzione europea alla privacy, molto superiore a quella riservata allo stesso argomento in America. Le regole sul brevetto del software, possibile in America e non in Europa. Senza contare le regole iraniane, cinesi, russe sui media, la libertà di espressione, la libertà d’impresa. Di regole ce ne sono fin troppe intorno a internet. Questo è chiaro. E il meglio, internet lo dà quando le regole sono chiare, semplici, abbastanza poco interventiste. L’autoregolamentazione a base di Icann ha funzionato, all’interno delle regole date. Ogni nuova regola ha sempre rischiato di produrre danni. Anche danni o solo danni.

All’interno di questi limiti normativi, la rete è effettivamente autogovernata da leggi matematiche e geometriche abbastanza misteriose ma molto potenti. Come la famosa regola individuata da Bernardo Huberman: il vincitore piglia tutto, diceva, nel senso che quando un servizio conquista una leadership nelle tecnologie di rete tende a sbaragliare i concorrenti. Fino a che non arriva un’altra tecnologia di rete spiazzante, che cambia le regole del gioco: sembrava che nelle tecnologie di rete il sistema operativo della Microsoft fosse il padrone assoluto, ma nel nuovo contesto spiazzante di internet non ha tenuto il centro della scena e quando si è diffuso l’accesso mobile è andato, per così dire, in secondo piano. Così, si può anche lamentare l’iperpotere di chi ha vinto con la power law. Google per esempio, ma sapendo che qualcuno potrebbe inventare la prossima struttura capace di spiazzare il potente di turno. E’ il bello di internet, in effetti: qualunque difetto, problema, ingiustizia, concentrazione di potere può trasformarsi nell’opportunità di innovare ulteriormente.

Può? Sì, fintanto che esiste la net neutrality. Si tratta di una regola che garantisce a tutti i pacchetti di viaggiare in rete senza privilegi. E una regola che consente di innovare senza chiedere il permesso agli incumbent, che siano telco o over-the-top. Ma la net neutrality è una regola. E’ una regola che protegge il bello di internet, non lo limita. E’ una regola che deriva dalla consapevolezza di un principio fondamentale dell’ecosistema dell’innovazione, che rende la rete tanto ospitale per l’innovazione. La net neutrality non c’è nell’internet mobile ed è attaccata in modo ossessivo da alcune lobby in America e persino in Europa. In Brasile, grazie al Marco Civil, la net neutrality è invece protetta per legge. Una legge che salvaguarda internet.

Non si dovrebbe pensare che ogni regola sia un limite. Ci sono regole che liberano. E che proteggono la libertà. L’antitrust è una regola: e protegge la libertà di fare concorrenza. La net neutrality è una regola e protegge la libertà di innovare, cioè la concorrenza futura o almeno potenziale.

La net neutrality è una regola pensata da chi comprende la dinamica dell’ecosistema internettiano.

Scommetto che persino Mantellini è abbastanza d’accordo. Ma ci sono altri temi di riflessione. Altre leggi pendenti. E altri rischi possibili, se le leggi sono introdotte senza comprendere internet. Sul copyright se ne sono viste tante del genere. Così come quando si è pensato di contrastare l’ottimizzazione fiscale di Google introducendo una furbata sull’iva in un solo paese, come l’Italia per di più. E sulla base di queste esperienze, Mantellini ha pienamente ragione a essere sospettoso.

Ma il tema costituzionale non è orientato alle regole specifiche. Nello stato la costituzione non regola le singole attività ma il modo con il quale si arriva a fare le regole sulle singole attività. La regola costituzionale è un metodo. E si concentra sulla salvaguardia dei principi umani o civili intorno ai quali tutti si dovrebbero riconoscere in nome del bene comune. Ovviamente non c’è nulla di oggettivo in una costituzione: ma la costituzione è una regola-ecosistema, non una regola-limite. E’ in base alla costituzione che poi emergono le regole specifiche, le regole scritte dalla matematica delle reti, le regole scritte dai parlamenti, le regole scritte dai softwaristi e le regole scritte dai consigli di amministrazione. Una costituzione può essere esplicita o implicita: internet ne ha avuta una implicita per molto tempo, ma in base alla net neutrality. Se dovesse essere abolita la net neutrality, ogni altra regola emergente troverebbe il limite delle regole decise dagli incumbent. Una regola che protegga la net neutrality è una liberazione non un vincolo.

In realtà, una regola di tipo costituzionale serve a salvaguardare e valorizzare i principi fondamentali. Questi principi, ispirati alla riflessione e codificazione dei diritti umani, costituiscono uno spazio civico orientato al bene comune di valore generale. Non sono la panacea di ogni male, ma un modo per fare avanzare la civiltà in una prospettiva di qualità della convivenza. Non risolvono le contraddizioni che si generano nei contesti nei quali i conflitti, l’ignoranza, la distrazione, la disinformazione, gli interessi di lobby e molti altri fenomeni favoriscono applicazioni normative poco desiderabili. Ma hanno un valore educativo e spesso impediscono che i conflitti tra interessi diversi degenerino.

In mancanza di regole, il mercato degenera nel capitalismo, si potrebbe dire con Fernand Braudel. La legge del più forte si impone se non c’è una costituzione che salvaguarda il debole. Internet non è altrove, rispetto a queste tematiche. Non la lasceranno stare, purtroppo. In Brasile hanno deciso di introdurre una regola che impedisca di rovinare internet con regole sbagliate. Gli altri paesi troveranno la loro via, forse. Se non ci si pensa, però, si rischia di veder prevalere le regole scritte nel software delle grandi piattaforme che le persone usano tanto volentieri anche quando ne va della loro privacy o della loro libertà di espressione.

Un modo di pensarci è scrivere nuovo software, nuove piattaforme, che siano basate su un codice civicamente avvertito. Nuove piattaforme che abbiano le stesse caratteristiche di utilità, divertimento, facilità delle piattaforme usate oggi: ma che garantiscano che i dati siano aperti, la privacy sia salvaguardata, la libertà di espressione sia salvaguardata. E’ possibile. No?

Internet Bill of Rights per proteggere internet

La discussione alla Camera dei Deputati sull’Internet Bill of Rights offre uno spazio di discussione che finalmente riesce a far apparire questo percorso come una tendenza concreta. Si può partecipare online.

I primi interventi:

Laura Boldrini. “Internet è un ponte essenziale per l’accesso alla conoscenza e per le relazioni con gli altri. Ma ha bisogno di regole. Le regole non sono una limitazione della libertà, le regole sono la garanzia della libertà. L’approccio costituzionale alle regole per internet è fondamentale per garantire che le regole da scrivere siano giuste”.

Antonello Soro. “Non esiste più il dualismo tra virtuale e reale. Non esiste più il dualismo tra regolamentazione e deregolamentazione. Il tema costituzionale è il tema del bilanciamento tra gli interessi. Che cosa occorre prendere in considerazione? Esiste la dittatura dell’algoritmo che indirizza i comportamenti. Esiste una concentrazione della raccolta dei dati. Esiste una doppia tendenza culturale da superare: una idea dell’autonomia della tecnologia dalle regole, da un lato, e dall’altro, la tecnofobia. E poi esiste il tema della sorveglianza globale emerso con le rivelazioni di Snowden. La Corte Ue, poi, ha stabilito un nuovo equilibrio tra sicurezza e protezione dei dati personali, tra diritto europeo e diritto statunitense. Diventa interesse anche delle grandi piattaforme coltivare la fiducia dei consumatori resi più consapevoli dalle vicende ricordate”.

Stefano Rodotà. “Le novità normative degli ultimi tempi sono una parentesi o una nuova condizione stabile? Negli ultimi anni, dopo tentativi di elaborazione di un Internet Bill of Rights, la rete era stata affidata solo alle logiche del mercato. Con un conseguente abbandono, per esempio, di ogni protezione dei dati personali. Invece l’aprile del 2014 è stato un mese di cambiamenti. Su privacy e net neutrality, per esempio, in Europa e Stati Uniti. C’è una redistribuzione dei poteri.

Era necessario dare una disciplina uniforme ai cittadini europei. Si è affermato che di fronte ai diritti fondamentali non possono essere subordinati alle logiche del mercato. Si è tentato di introdurre un metodo per correggere l’autoreferenzialità delle grandi piattaforme multinazionali che erano abituate a farsi le norme da sole a trasformare le persone in meri fornitori di dati. Ha creato un contesto anche alla logica di decisione multistakeholder: non può funzionare solo in base al consenso, perché ora deve comunque riferirsi al contesto dei diritti fondamentali che sono affermati anche per internet.

Io non credo che quello che è avvenuto possa essere limitato solo all’Unione europea. Non credo che Google potrà rifiutare a un non europeo gli stessi diritti che ora deve garantire agli europei. C’è una forza espansiva dei diritti. Ed è il senso dell’approccio dell’Internet Bill of Rights. Che ha conseguenze anche sulle scelte delle piattaforme, con la reazione costruttiva di Google, il nuovo atteggiamento di Facebook e la comunicazione spontanea di Vodafone sulle intercettazioni.

Tutta questa vicenda forse ha avuto origine da Julian Assange ed Edward Snowden. C’è stata molta ipocrisia nelle reazioni politiche. Ma ci sono stati anche cambiamenti fondamentali. La presidente del Brasile ha trovato l’appoggio della Cancelliera tedesca per andare all’Onu a chiedere diritti per le popolazioni sorvegliate. Le dinamic coalitions hanno sostenuto il percorso. Si è compreso che un’alleanza tra Europa e Brasile è possibile e sensata. Ha fatto emergere un divario tra l’amministrazione americana e l’Unione europea. Che forse si ritrovano invece nel comune interesse contro l’ottimizzazione fiscale delle grandi piattaforme. A partire dal nuovo trattato commerciale tra l’Europa e gli Stati Uniti. Ce la fa l’Europa a sostenere il proprio punto di vista?

I diritti fondamentali non vanno lasciati fuori. Il processo di costituzionalizzazione passa da qui. Rimette in discussione l’idea dell’autoregolamentazione della rete. La netiquette non basta più. Ci vuole hard law. E la Corte Ue ha fatto very hard law. Abbiamo di fronte a noi processi di inclusione, partecipazione, democrazia continua. Un punto costitutivo della costituzione di internet è la garanzia della partecipazione dei cittadini”.

La discussione è proseguita con l’esposizione delle novità provenienti dal Brasile e dall’Unione Europea. Il Marco Civil brasiliano in particolare si occupa di garantire la net neutrality, la privacy, il diritto di espressione il trattamento efficiente della responsabilità civile di terzi. Lo spirito è tutto ispirato dall’idea che le regole brasiliane non sono fatte per controllare internet ma per proteggere la rete.

La net neutrality in particolare protegge la ricerca, l’innovazione, la libertà di proporre nuova progettualità senza chiedere il permesso agli incumbent.

La riflessione sulla democrazia continua, come la chiama Rodotà, è necessaria alla maturazione della partecipazione della popolazione ai temi civici. E la riflessione ha efficacia, in rete, anche se si incarna in piattaforme che ancora non esistono o che servono a sperimentarne le ipotesi, le teorie, le visioni. Il nuovo equilibrio dei poteri, nel contesto dell’epoca della conoscenza, passa anche per l’innovazione degli strumenti attraverso i quali la vita delle istituzioni e la partecipazione dei cittadini si esprime. E la net neutrality protegge le nuove piattaforme che servono a questa funzione di innovazione. I diritti fondamentali superano la logica del mercato: dovrebbe essere evidente, ma negli ultimi anni è apparso meno ovvio.

Il tema è generare uno spazio concretamente sperimentabile dai cittadini nei quali il bene comune, l’informazione civica, la discussione costruttiva sono garantiti dalle tensioni verso la frammentazione della società in target e tribù ideologiche, dalla manipolazione politica e commerciale, per rigenerare una reale prospettiva collaborativa. Si possono interpretare le piattaforme anche come forme di enforcement delle regole: codice normativo e codice software potrebbero convergere.

Rodotà ha ricordato sul finale della mattinata i termini del discorso.

I principi costituzionali di internet:
1. Accesso a internet come diritto universale
2. Statuto della conoscenza in rete
3. Uguaglianza e non discriminazione
4. Net neutrality
5. Sottoporre soggetti globali alle regole locali
6. Rapporto mercato diritti fondamentali per bilanciamento
7. Equilibrio tra trasparenza e protezione dati personali

Per arrivarci? Tecniche wiki. Proposte di autoregolamentazione. Autorità locali, nazionali, internazionali.

Asimmetrie internettiane in contesti di crisi, repressione, liberazione

Appunti di background, in riferimento alle discussioni sulla costituzione per internet che domani si terranno alla Camera.

Il sistema mediatico tradizionale strutturato in base al broadcast era caratterizzato da un’asimmetria fondamentalmente coincidente con l’asimmetria nella distribuzione del potere e della ricchezza. Una gerarchia piuttosto stabile nel sistema economico e politico correva parallelamente a una gerarchia piuttosto stabile nei media che governavano l’informazione e la notorietà. Con la crescita della complessità della società, il potere politico si è trovato a dipendere in modo crescente dal potere dei media tradizionali.

Il sistema mediatico strutturato in base a internet modifica profondamente la logica delle asimmetrie, tendendo a farle coincidere non con l’ordine gerarchico tradizionale ma con la complessità contemporanea dell’ecosistema economico, politico, sociale, culturale. Le gerarchie non vengono certo abolite, anzi giganteggiano, ma non sono date, piuttosto emergono in un’ebollizione continua di coevoluzioni. Il flusso di informazioni in rete è un enorme insieme di fenomeni contraddittori: un’infinita serie di conflitti per la conquista di ogni possibile nicchia di sviluppo si accompagna a una fantastica varietà di operazioni simbiotiche generative. La competizione si accompagna alla cooperazione, la shark economy convive con la sharing economy.

Occorre un nuovo pensiero sull’equilibrio dei poteri nel mondo di internet?

In contesti di crisi la nuova struttura appare in grado di sorpassare le forme censorie tradizionali in modo inarrestabile. I casi sono innumerevoli, sia in paesi autoritari che in paesi democratici. Ovviamente, una rivolta che riesca a superare i limiti posti dalla censura non diventa una vera rivoluzione se non si accompagna con una elaborazione intellettuale profonda e vasta nella visione di ciò che si vuole distruggere e di ciò che si vuole costruire. Ma, tanto per fare un esempio, il blog di Patrick Meier offre una messe di esempi di momenti storici nei quali la struttura mediatica internettiana ha reso possibile l’impossibile. E ovviamente è imprescindibile per la discussione intorno a questi aspetti il blog di Ethan Zuckerman. Quando le crisi sono gigantesche, come nel caso di un disastro naturale, la quantità di persone che offrono spontaneamente informazioni è troppo grande per poter essere controllata. E anche in un paese come l’Inghilterra, nel caso dell’attacco terroristico del 2005, la versione ufficiale sostenuta dalle autorità nelle prime due ore è stata spazzata via da migliaia di foto, video, resoconti spontanei delle persone che vedevano quello che stava succedendo in prima persona. La disponibilità a costo relativamente basso di telefonini, droni, sensori, connessi a internet rende praticamente impossibile bloccare il flusso di informazione che emerge dalla rete nei casi di crisi, anche se i regimi imparano a disturbare la rete in modo sempre più sofisticato.

Insomma, una sorta di asimmetria a favore delle grandi quantità di persone connesse in caso di crisi è una novità rispetto all’antico regime mediatico. Ma occorre una crisi oggettiva che spinge la maggior parte delle persone a intervenire informando in modo oggettivo. In modo tale da ottenere una concentrazione di consenso imbattibile.

Quando invece una crisi è generata da un gruppo di persone con un’agenda la situazione è diversa. Una serie di rivolte può prendere di sorpresa i regimi. Ma i sistemi di controllo dei poteri tecnocratici tendono ad adattarsi e a crescere in modo almeno altrettanto veloce dei sistemi degli oppositori. In primo luogo, per le stesse dinamiche della competizione per le nicchie di attenzione intrinsecamente connesse alla logica della rete, qualunque agenda trova il suo sistema di troll che ne erode la credibilità. In secondo luogo, i regimi imparano a costruire lentamente ma inesorabilmente una fitta maglia di punti di osservazione che avviluppa gli oppositori e li mette in difficoltà, come si vede in Cina, in Iran, nell’occidente spiato dagli Usa e in molti altri luoghi. L’asimmetria che emerge col tempo nei regimi che conoscono la rete e sanno come sviluppare la maglia dei controlli capillari è peraltro difficile da smontare. E si accompagna alla potenza sempre più svincolata dai limiti nazionali delle grandi piattaforme private che governano la grande parte delle comunicazioni attuali su internet. La rivolta può funzionare ma la rivoluzione ha bisogno di molta elaborazione in più per trasformarsi in un’innovazione di regime sostenibile. Probabilmente non ci si dovrebbe aspettare una rivoluzione se non si vede uno sviluppo culturale diffuso e profondo nella popolazione interessata.

L’elaborazione illuminista, nel XVIII secolo, ha preceduto e conferito una forza straordinaria alla Rivoluzione Francese. Oggi esiste un’elaborazione metodologica sulla democrazia del XXI secolo messa in questione dall’emergere delle tecnocrazie pubbliche e private, dall’inquinamento informativo diffuso dalla disinformazione e dal trollismo, dalla tecnica dell’emotività mediatica che non è difficile da imparare e continua a raggiungere i suoi effetti contraddittori dovunque. Ma questa elaborazione metodologica può accelerare se si incarna in piattaforme che sviluppano l’abitudine a riconoscere il valore delle forme di informazione e discussione rispettose delle relazioni civiche: una forma di cooperazione emergente che appare più vicina all’evoluzione simbiotica che all’evoluzione conflittuale. La non violenza è una rivoluzione culturale profonda, pragmatica: le piattaforme di collaborazione civica ne possono essere uno strumento. E trasformare radicalmente anche l’immagine di rivoluzione: non necessariamente più un cambiamento distruttivo, ma piuttosto un passaggio a una nuova forma di costruttività critica e innovativa che travolge i privilegi e riqualifica la ricerca culturale: la nuova epoca della conoscenza ha bisogno anche di una “rivoluzione della conoscenza”.