L'Italia appare forte nella disponibilità di capitale umano e innovatori, ma appare debole nel sistema imprenditoriale che li valorizza. Ci sono segnali di crescita nell'impegno imprenditoriale e nell'attrattività della ricerca. Gli investimenti in innovazione sono però in contrazione. Studio da leggere attentamente.
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L'Italia appare forte nella disponibilità di capitale umano e innovatori, ma appare debole nel sistema imprenditoriale che li valorizza. Ci sono segnali di crescita nell'impegno imprenditoriale e nell'attrattività della ricerca. Gli investimenti in innovazione sono però in contrazione. Studio da leggere attentamente.
In effetti, di Volunia hanno parlato molti blog e giornali e - senza pretesa di completezza - si segnalano tra gli altri Forbes, BusinessWeek, Times of India, TechEye, TechEconomy, Wired.it, e molti altri. Commenti decisi su Querdenker, Zeus e Pandemia.
Una convinzione emergente è nel fatto che si tratta più di un servizio social che di un motore di ricerca. E vedremo se saprà risalire la china e riuscirà a farsi adottare nonostante le prime impressioni. Alle quali sono arrivati alcuni commenti che ringrazio e riporto:
1. Un servizio social deve trovare attenzione ma anche gratificare il pubblico fin dal primo impatto. E la presentazione di Volunia, come del resto la grafica del prodotto, non sembra essere riuscita nell'intento di gratificare il pubblico peraltro abbastanza vasto della rete italiana. Pare ci fossero 12mila persone connesse in streaming, ma i commenti su Twitter si sono divisi tra i molto critici, gli abbastanza critici e i semplicemente confidenti.
2. L'idea centrale del servizio preoccupa chi è preoccupato per la privacy. Per quello che si sa si usa Volunia come anonimo per vedere quanta gente frequenta quali siti, oppure si usa come utente non anonimo che concede solo agli amici di vedere su quali siti web si trova, oppure si usa come non anonimo che concede a chiunque di sapere dove si trova alla ricerca di connessioni nuove e serendipity. Ovviamente a questo si aggiunge la possibilità di praticare il nickname, un po' anonimo un po' no...
3. La novità dell'idea è messa in questione da chi pensa che lo spazio delle webmaps e del social browsing siano stati già esplorati e in larga misura abbandonati o assorbiti da altri servizi. Questa è la critica più forte. In effetti, se il servizio non trova una specificità vera e unica in questo settore rischia di non convincere. Ma davvero da questo punto di vista va provato.
La sfida di Volunia è difficilissima. Il primo giorno non è stato un trionfo. Vedremo l'evoluzione. Ma un fatto è certo: o un servizio come questo riesce a gratificare chi lo usa o non funziona. Perché per un servizio come questo la profezia della rete sociale si autoavvera: sia quando si convince che funzionerà sia quando si convince che non funzionerà. E l'empatia che il servizio riesce a trasmettere è un elemento fondamentale del mix.
Vedi la reazione a caldo di Tech-Economy.
Antonio Larizza ne ha parlato ieri sul Sole (ho fatto un breve commento). La grafica va sviluppata. E il funzionamento è tutto da verificare sul campo. Ma l'idea c'è. E dimostra che i giochi non sono mai fatti, su internet. Ci vediamo dopo le prove in campo aperto.
C'è una novità. L'introduzione delle reti di nuova generazione potrebbe corrispondere anche all'introduzione di forme di regolazione del traffico finalizzate alla maggiore efficienza dei collegamenti su internet. Si tratta di un tema connesso alla net neutrality. Molto sensibile. Ma che andrebbe compreso meglio. Le novità arrivano dall'Agcom. (Il riassunto di Key4biz. Grazie al tweet di Gianluigi Negro).
Ci sono molti aspetti della questione posta dall'Agcom dopo vasta consultazione. Ma se non sbaglio un elemento di novità è l'accettazione da parte dell'Autorità del ragionamento secondo il quale gli operatori che costruiscono le reti di nuova generazione devono poter essere remunerati in modo speciale per questo e in particolare, tra l'altro, possono chiedere un pagamento maggiorato ai content provider che vogliano avere un servizio premium per raggiungere meglio i loro utenti.
Come dire che Google e Facebook, se pagano qualcosa alle telco, vanno più veloci di molti siti e blog che non pagano, se ho capito bene.
Se ho capito bene, dunque, chi eroga un servizio online e può pagare di più, sarà avvantaggiato in termini di efficienza rispetto a chi eroga un servizio online e non può pagare di più. Come una start up appena nata, non troppo finanziata, per esempio.
Bisogna ammettere che trattare meglio, con un servizio migliore, chi paga di più è parte delle opzioni che una qualunque azienda di solito è libera di fare. Ma in questo modo la rete è meno neutrale: e chi è più uguale degli altri è chi può pagare di più. A fronte di questo, però, gli operatori hanno una remunerazione per gli investimenti nella ngn. Sarebbe meglio avere qualche chiarimento in più:
1. Questa nuova possibilità per gli operatori sarà davvero collegata ai loro investimenti nel miglioramento delle reti? E come sarà collegata? Oppure gli operatori guadagneranno di più anche se non investiranno di più?
2. Quale sarà esattamente il servizio premium che sarà garantito ai content provider che pagano di più?
3. Il servizio per i content provider che non pagheranno di più resterà come adesso, migliorerà o peggiorerà?
Si potrebbe dunque immaginare la nascita di una dimensione super della rete, nella quale tutti pagano di più e tutti ottengono di più, ma senza peggiorare la situazione degli altri che non pagano di più. Sarebbe una soluzione di compromesso ma comprensibile. Se dovesse invece accadere che sulla parte di rete riservata a chi non paga per il servizio premium il servizio cominciasse a decadere per mancanza di investimenti e manutenzione, la novità si tradurrebbe in un peggioramento chiarissimo delle possibilità di emergere per gli innovatori appena nati, per le start-up non abbastanza finanziate, per i cittadini che hanno un blog o altro tipo di attività non commerciale, e così via. Alcune delle dinamiche innovative più importanti della rete sarebbero messe in discussione.
Tutto questo, ripeto, se ho capito bene. E se ne traggo correttamente le conseguenze.
Con una certa malinconia, Euan Semple ha scritto su Twitter: «It's kind of depressing the degree that people's experience of the web and sense of what is possible is so shaped by Facebook». Euan conosce la rete molto bene. Ha contribuito a cambiare l'approccio della Bbc nei confronti dei social media. E poi ha lavorato per Nokia, World Bank e Nato. Ha scritto un libro eccellente: Organizations don't tweet, people do, per continuare la sua opera di diffusione della conoscenza dei media sociali, con un approccio, insieme, visionario e pragmatico. Eppure, avverte che una piattaforma modella l'evoluzione di ciò che si fa in rete. Che cosa gli manca?
Evidentemente vorrebbe una alfabetizzazione internettiana non riservata solo ai professionisti della tecnologia, che generi una consapevolezza comune: primo, conoscere ciò che ci induce a fare una tecnologia, per come è fatta e, secondo, sapere che si può contribuire alla sua innovazione. Come si diceva un paio di giorni fa, internet è una tecnologia in piena ebollizione innovativa quindi nel momento stesso in cui pone dei limiti induce a sperimentare tutte le strade possibili per superarli.
La domanda è: ci lasciamo modellare da ciò che esiste oppure tentiamo di modellare il futuro?
C'è qualche motivo per pensare alla possibile entrata in gioco di nuove piattaforme più adatte a incentivare comportamenti favorevoli a un'informazione di maggiore qualità, a una disponibilità maggiore al confronto costruttivo, alla solidarietà? È forse obbligatorio pensare che gli editori italiani possano al massimo usare bene le piattaforme esistenti invece di crearne una propria? È tanto insensato immaginare che un'iniziativa non basata in California possa conquistare il tempo e l'attenzione di milioni di persone nel mondo? Russia e Cina, Giappone e Corea, ci riescono. In Europa sembra si riesca a fare molto nelle fasi ideative ma poi gli europei passano in America per creare qualcosa di grande. Skype non è l'unico caso.
Ma su internet la storia non finisce in fretta. E poiché ogni piattaforma presenta vantaggi ma anche difetti c'è sempre spazio per ulteriore innovazione e per la ricerca di successi anche ambiziosi. È una strada aperta però solo a chi conosce davvero la tecnologia, sa immaginare le sue conseguenze, ha una visione di sistema e empatia per la società e le persone che dovrebbero adottare le innovazioni. Non è impossibile. Ma non è banale. È un impegno vero. Che si può prendere solo chi abbia finalmente capito che internet è una realtà importante.
Forse questo è la principale difficoltà italiana. Per qualche motivo in questo paese non si riesce ancora a comprendere fino in fondo quanto internet sia importante. Per la popolazione in generale, per la qualità delle relazioni, per le opportunità dei giovani, per la nascita di nuove imprese, per la produttività di quelle esistenti, per l'efficienza della pubblica amministrazione... Eppure non manca, anche in Italia, un dibattito sui limiti delle piattaforme internettiane attuali: perché non se ne tirano le conseguenze e non si parte nella creazione di piattaforme migliori?
Se esistesse (e non esiste) il manuale dell'innovatore, al primo capitolo ci sarebbe la spiegazione del fatto che per innovare occorre prima di tutto crederci. Lo scetticismo non aiuta. E nel caso di internet deriva soprattutto da una conoscenza superficiale dei limiti e delle opportunità che ci sono. Ma "non è mai troppo tardi".
Si direbbe che in un settore dinamico, l'idea di monopolio si riconfiguri: non soltanto come posizione di controllo nel mercato attuale, ma anche come posizione di controllo del mercato futuro. Questo potrebbe avere conseguenze più ampie di quanto non sembri a prima vista. Ecco alcuni appunti attorno a queste questioni complicatissime (almeno per me).
In un mercato tradizionale e poco innovativo, che quindi presumibilmente sarà simile a se stesso anche in futuro, il tema del monopolio riguarda le quote di mercato: se un solo soggetto controlla da solo tutto il mercato o ha una quota talmente enorme da poter influire in tutto e per tutto sul mercato allora è un monopolista. Può determinare i prezzi. E può sfruttare i consumatori. Se in un mercato di questo genere un operatore ne compra un altro e raggiunge una quota di mercato troppo estesa, l'Autorità Antitrust interviene e blocca l'operazione. In un mercato di questo tipo la concorrenza va direttamente a vantaggio dei consumatori e a svantaggio dei profitti degli imprenditori. Questo genere di monopolio si può ottenere sia con una grande azienda, sia con un accordo tra tutti i potenziali concorrenti: i sospetti in materia sono ricorrenti, dalle compagnie petrolifere alle banche; ma una situazione analoga a un cartello riguarda alcuni generi di professionisti come per esempio i notai, gli avvocati, i farmacisti, i giornalisti (come me), categorie almeno in parte considerate nel recente decreto liberalizzazioni del governo.
In teoria, in concorrenza, i profitti marginali sono zero. Chi fa profitti è solo chi è più produttivo o riesce comunque a innovare e mantenersi a una certa distanza dai concorrenti. Cioè si conquista una piccola porzione di tempo nella quale è monopolista e riesce a imporrre un prezzo diverso da quello degli altri, o nella vendita dei prodotti o nell'acquisto dei fattori. Il brevetto è un monopolio autorizzato anche nei regimi che si dichiarano favorevoli alla concorrenza perché si dice che serva a difendere quel vantaggio dell'innovazione per un periodo certo. Un innovatore fortissimo come la Apple usa tutti i mezzi per mantenersi a distanza dai concorrenti e arricchirsi per tutto il periodo che intercorre tra l'intruduzione della sua novità, il raggiungimento del successo e l'arrivo in gioco di forti concorrenti. Se dopo un certo periodo i concorrenti, da Google-Android-Samsung a Microsoft-Nokia riescono a fare telefoni che si confrontano con gli iPhone, li superano in qualche feature o magari hanno prezzi migliori, i profitti della Apple sullo specifico prodotto dovrebbero cominciare a contrarsi. E la Apple deve aprire un nuovo fronte, per esempio quello dei tablet, ricominciando il ciclo.
Oppure può essere tentata di mettersi a difendere le posizioni conquistate in passato con mosse tese a ridurre la capacità di innovare dei concorrenti o dei potenziali concorrenti. Oppure può tentare di sfruttare il suo temporaneo monopolio in un settore per conquistare una temporanea posizione dominante in un altro settore. La tentazione è forte, tanto che qualche volta ci sono cascati tutti: da Microsoft a Google, da Apple a Facebook. Hanno ridotto l'innovatività altrui comprando potenziali concorrenti e lasciandoli poi a languire. Oppure entrando con prodotti propri in settori che si sviluppavano sulle loro piattaforme e nei quali altri facevano profitti. Queste sono pratiche difficili da definire per le Autorità Antitrust. Se le acquisizioni non spostano molto le quote di mercato attuali, le Antitrust non riescono a dire che spostano le quote di mercato future bloccando l'innovazione. Un po' più facile per le Antitrust entrare in gioco quando devono contrastare un abuso di posizione dominante, la concorrenza l'attacco di chi domina un settore a un settore limitrofo. Tipicamente le aziende che vivono bene come piattaforme non dovrebbero lasciarsi tentare da queste pratiche: la loro ricchezza è la ricchezza dell'ecosistema che si sviluppa sulle loro piattaforme e di solito stanno bene attente a non avvizzire quell'ecosistema trasformandolo in una monocoltura. Insomma, il migliore Antitrust per i settori innovativi sembra proprio essere la convenienza stessa delle aziende, anche perché le Autorità faticano a intervenire.
Ok. E allora? Se si considera il termine monopolio come relativo alla situazione presente il caso dei notai e quello della Apple è molto diverso. I notai vivono in un mercato legalmente controllato da un, diciamo, "cartello". La Apple vive in un mercato competitivo. I primi fanno profitti controllando la loro quota di mercato, la seconda fa profitti innovando. Se non ci sono interventi di liberalizzazione nel primo settore e se non ci sono interventi per garantire la concorrenza futura nel secondo settore, i due soggetti non si considerano concorrenti. Se invece si liberalizzano certe categorie professionali e si lascia agli innovatori tecnologici la piena libertà di sfruttare in tutte le direzioni la loro innovazione, questi ultimi o il loro ecosistema potrebbero essere tentati di esplorare nuove possibilità aperte nei settori precedentemente protetti. Non ci sarebbe nulla di insensato nel tentare di inventare una app-notaio o un robot-giornalista nel caso che quei mercati si liberalizzassero davvero. Se infine le autorità riuscissero a liberalizzare i mercati tradizionali monopolistici e a impedire che gli innovatori indulgessero in strategie volte a impedire l'innovazione degli altri, ci sarebbe spazio per un notaio che, compreso il cambiamento storico che avviene nel suo settore, si mette a studiare e lancia una app che gli conquista una nuova prospettiva economica. Ovviamente sono casi paradossali usati solo per fare degli esempi. (Andrebbe altrettanto bene una cosa analoga tra giornalisti e piattaforme per la ricerca automatica delle notizie). Una misura di liberalizzazione in un mercato potrebbe essere anche accompagnata da incentivi all'innovazione che possono partire da quel mercato, magari proprio per renderla più comprensibile agli stessi appartenenti a quella categoria.
Non si sa se si riuscianno a trasformare gli appartenenti a categorie ex-protette in innovatori. Ma si sa che il futuro è degli innovatori.
Non era scontato. Significa che, come si sa, l'Italia è fortissima su Facebook. Ma significa anche che la sua economia è abbastanza reattiva alle opportunità che si generano con il social network.
Un ramo dal quale può partire un pensiero laterale è l'ottavo: "In quanto abilitatore e non causa del cambiamento, i media digitali in quanto tali non sono belli o brutti, giusti o sbagliati, utili o pericolosi. Il tecnodeterminismo (di qualunque segno) è solo un escamotage per guadagnare il palcoscenico."
A proposito di palcoscenico. C'era un canovaccio per la commedia dell'arte che parlava della vicenda di un marito che uccide la moglie e viene portato in tribunale. Il marito si difende dicendo: "Non sono stato io. E' stato il coltello...".
Il tecnodeterminismo fa ridere in quel caso. E in quasi tutti i casi. Ma va ben compreso che cosa questo significhi. Uno può accoltellare con un coltello ma non può sparare. La tecnologia è anche il limite del possibile. L'innovazione, invece, è il superamento dei limiti del possibile.
Anche le piattaforme che si sviluppano su internet sono così. Uno ci può accoltellare la moglie o tagliare una mela. Offrono delle possibilità e dei limiti alle possibilità. In questo, incentivano a dei comportamenti e non ad altri. Questo non è tecnodeterminismo: è alfabetizzazione internettiana che non va riservata, nei limiti del possibile, ai professionisti, ma deve anche diventare un po' consapevolezza comune. Conoscere ciò che ci induce a fare una tecnologia, per come è fatta, è libertà e creatività. Anche perché...
Anche perché il bello di internet è che è una tecnologia in piena ebollizione innovativa quindi nel momento stesso in cui pone dei limiti induce a innovare per superarli.
Ma ce la fa anche questa volta, la Apple? O ha sbagliato qualcosa?
Primo modo di vedere la novità. Un signore sa di poter insegnare molto bene qualcosa a qualcuno. E scrive un manuale, un libro di testo, un oggetto divertente e divulgativo. Mette insieme un po' di materiale di supporto, come foto e video, aggiunge un po' di sale, assembla il tutto con il software gratuito iBooks Author, si fa accettare dalla Apple per vendere la sua opera sull'iBookstore e guadagna il 70% del prezzo di vendita. Più o meno. Con un normale editore avrebbe tipicamente guadagnato il 10% o meno. Apple si impegna a combattere le duplicazioni della sua opera. Sembra l'inizio di una disintermediazione/reintermediazione. A meno che gli editori non riescano a far valere molto il loro apporto di garanti della qualità e di vendita nelle scuole. Peraltro, il prodotto dovrebbe apparire piuttosto bello sull'iPad, con costi limitati.
Secondo modo di vedere la novità. La Apple approfitta della sua favorevole posizione nel mercato dei tablet (meritatamente conquistata, per la verità) per costruire un mercato chiuso di libri di testo. Chi usi la sua tecnologia deve restare nella piattaforma Apple. Con una licenza che cambia profondamente il tipico modo di usare il software di produttività che stabilisce: se fai un libro con il software che ti regalo lo puoi regalare a tua volta, ma se lo vendi devi dare alla Apple una quota del guadagno. Un po' come se la Microsoft regalasse Word ma obbligasse tutti quelli che fanno soldi con i testi scritti in Word a dare una quota alla Microsoft. Le critiche sono state asperrime: da Dan Wineman a Ed Bott.
Le reazioni all'annuncio della Apple sull'editoria scolastica si sono girate progressivamente al pessimo. La Apple prosegue sulla strada di costruirsi un ecosistema tutto suo. Certo, si è conquistata la posizione di vantaggio nei tablet innovando prima e meglio di tutti gli altri. E ha interpretato il suo ruolo da un punto di vista sistemico molto intelligentemente. Forse ha chiesto troppo a chi è abituato a pensare alla tecnologia come un mezzo e non una piattaforma totalizzante. È pur vero che un autore può sempre assemblare la sua opera con iBooks Author e seguire le regole di Apple, ma riassemblare la stessa opera in altro modo e con altro software per commercializzarla in altro modo. Ma sta di fatto che i compratori di tecnologia non erano abituati a una licenza come quella di iBooks Author.
Quello che resta:
1. un vantaggio della Apple per la produzione di libri di testo innovativi, basato sul vantaggio della Apple nei tablet; ma questo vantaggio fatalmente si eroderà man mano che arriveranno a maturazione altre piattaforme (per adesso i concorrenti sono piuttosto indietro, ma Amazon incalza)
2. finalmente ha inizio la produzione di libri di testo adatti alla distribuzione e fruizione digitale con attento studio dell'interfaccia e alta fruibilità; si tratta di una strada molte volte tentata ma che questa volta potrebbe avere più chance di decollare
3. un aumento della libertà di manovra degli autori in cerca di un mercato internazionale e una rinnovata messa in discussione del ruolo degli editori.
Non sappiamo se la pessima impressione fatta dalla licenza Apple finirà per frenare il successo di quell'azienda. Ma sappiamo che l'annuncio della Apple potrebbe aver scatenato la verve innovativa in questo settore, sia degli autori che degli editori. Nell'editoria scolastica i costi di produzione cartacea sono enormi e il vantaggio industriale del digitale è evidente. Finora non c'erano gli strumenti per creare un mercato vero di queste soluzioni, ma con l'avvento dei tablet e dei mercati online la situazione è cambiata. La Apple forse non sarà per sempre al centro di questo nuovo settore, ma ancora una volta la sua visione lo ha descritto per tutti in modo attento alle varie sfaccettature del sistema. E ha aperto nuove opportunità per quel mondo che sta al confine tra la tecnologia e l'industria culturale, generando attenzione, curiosità e disponibilità all'acquisto nel pubblico.
1. C'è un effetto-rete, compresa una logica di emulazione, che induce i talenti tecnologici a pensare di creare una start-up invece di aspettare di trovare un posto in un'università o in una grande impresa. Come si innesca questo orientamento?
2. Le precondizioni che attirano e generano i talenti tecnologici possono variare. In Israele sono legate all'immigrazione di tecnici, ai forti investimenti militari e alle connessioni con il capitale americano. Ma la generazione di competenze e la disponibilità di denaro possono essere accelerate in qualunque modo.
3. Il problema è creare un sistema nel quale sia molto facile e chiaro come creare un'azienda e ci siano una grande quantità di occasioni che fanno vedere come dalla creazione di un'azienda si possa ricavare un successo economico e intellettuale.
4. La grande forza trainante delle start-up in un paese piccolo con poca domanda interna è il collegamento operativo e concreto con i mercati internazionali. Questo va coltivato con precisione ed energia senza pari, perché è questa l'infrastruttura fondamentale che consente di rendere sostenibile il sistema.
5. L'approccio pragmatico è essenziale. Non si tratta di spendere soldi per sostenere start-up ma si tratta di investire nella generazione delle risorse che producono start-up in grado di stare sul mercato internazionale e attirare capitale più grande di quello che è stato investito. L'innesco dell'effetto-rete non si costruisce come i muri degli incubatori: si incentiva con i collegamenti al mercato, la visibilità dei risultati, la facilità di creare un'impresa, la disponibilità di mentor e servizi, l'innovazione culturale, il contesto comprensivo e favorevole.
ps. È chiaro che questo avviene per poli di aggregazione più che per investimenti a pioggia.
Una misura interessante per rilanciare l'attività delle start-up che producono oggetti da vendere online potrebbe essere quella di rivedere l'iva in questo settore, nel senso di abbassarla?
Un argomento a favore di una forte politica a favore delle transazioni online si trova osservando che quando i pagamenti sono effettuati con carta di credito sono operati al momento dell'acquisto (dunque riducono ritardi e complesse procedure di riscossione) e sono meglio tracciabili (dunque tendono a ridurre l'evasione fiscale).
Vedi anche:
L'energia che serve per trasformare le liberalizzazioni in sviluppo
E allora l'agenda digitale
Con l'acquisizione i team che ha fatto Summify si sposta da Vancouver e San Francisco per lavorare a Twitter. E il prodotto viene chiuso. (AllThingsD)
Chi ha usato finora Summify è scontento della novità. Chi è venuto a conoscenza di questo prodotto grazie all'acquisizione non se ne fa nulla ma può aspettarsi qualche novità da Twitter nei prossimi mesi. Chi è interessato al mondo delle start-up può domandarsi come l'incubatore di Vancouver sia riuscito ad attirare il talento dei fondatori di Summify e di come abbia favorito il passaggio a Twitter.
In generale, si può osservare che il capitale, le persone e i prodotti, in rete sono risorse il cui valore si rimescola continuamente in rete. E guardare ai fatti con gli occhi dell'economia industriale è sempre meno adeguato per comprendere come stanno andando le cose nelle dimensioni più innovative dell'economia.
Osservazioni. Grazie alla loro abolizione, si scopre che c'erano un sacco di vincoli all'impresa, talvolta incredibilmente bizantini: li conoscevano solo i pochi che ne traevano vantaggio. Con il decreto diventa più facile aprire un'impresa e cercare di trovare un mercato, il che è una premessa di ogni altra strategia. I giovani sono favoriti dalla riduzione delle barriere al cambiamento, anche se i loro genitori, che finora si sono protetti anche per il fatto di dover mantenere i figli precari, devono superare la paura del futuro e aiutare i figli a superarla (il che significa anche trovare i motivi per pensare che impresa non è lo stesso che fare il precario)
Nel confronto che si è aperto c'è un pensiero equivoco latente, che andrebbe superato: finora sul tema delle liberalizzazioni si contrappongono, da un lato, le categorie che vedono nei cambiamenti una grande minaccia e, dall'altro, la generalità della popolazione che vede nei cambiamenti un piccolo vantaggio. Il problema è far vedere a tutti un grande vantaggio di sistema a fronte di piccoli svantaggi di particolari categorie.
La crescita del prodotto e della produttività, la maggiore facilità di accesso al mercato per i giovani, la diminuzione dei momenti della vita economica nei quali l'autorità pubblica può intervenire per decidere qualcosa che attiene alla vita dell'impresa, sono elementi di un cambiamento di fondo che solo la visione di sistema può svelare. Le sue conseguenze non sono necessariamente una maggiore precarietà, anche se il periodo di cambiamento effettivamente alimenta le incertezze. Ma, in primo luogo, l'incertezza di sistema è peggiore. In secondo luogo, l'incertezza è anche opportunità (soprattutto se ci si rende conto che l'unica certezza che deriva dalla resistenza al cambiamento è la chiusura di ogni opportunità).
Ma tutte queste sono motivazioni vagamente astratte. Il punto è creare condizioni che rendano chiaro quanto sia ora più facile fare un'impresa e facilitare la nascita di imprese specialmente giovanili con ogni mezzo, informativo, formativo e organizzativo. In secondo luogo, si devono incessantemente creare occasioni per creare nuove imprese. Quindi, da un lato, mettere più facilmente le risorse a disposizione di chi vuol far nascere imprese, e dall'altro lato, aumentare la visibilità delle occasioni che si possono presentare o favorire.
È una lunga strada che va percorsa il più velocemente possibile. Si può fare solo chiarendoci le idee.
Conoscendo meglio come stanno le cose, abbandonando la paura di perdere posizioni che già di per sé si stanno erodendo, imparando dall'esempio di chi ha già compreso qual è la strada da imboccare, si pongono le condizioni mentali per superare la stanchezza di tanti anni di lento peggioramento del sistema e ritrovare l'energia necessaria per trasformare le liberalizzazioni in libertà e la libertà in azione.
stefano mirti
La carta stampata
Francesco Lunelli
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RT
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Pier Luigi Sacco
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Stefania Croce
Stefano Pedone
Pier Luigi Sacco
Luca De Biase
la soluzione proposta da apple per i libri di scuola -http://blog.debiase.com/2012/01/annuncio-apple-ipad-per-impara.html
E allora che cosa aspettiamo?
Il punto è che non è facile prendere decisioni in un insieme così complesso di fenomeni e agire di conseguenza. Per gestire questa questione probabilmente sarà necessario semplificare. E soprattutto non centralizzare i processi, ma favorire l'azione intraprendente di tutti i possibili protagonisti.
Questo significa che occorre generosità intellettuale e pratica, da parte dei politici e dei privati. Occorre contribuire e facilitare, non solo le proprie azioni, ma anche quelle degli altri. Riuscendo nel contempo a mantenere una prospettiva unitaria del processo. Quest'ultima è una questione di leadership e di informazione.
Quello che forse si può fare è un elenco di misure semplici e chiare, fatte in modo che da quelle decisioni non si possa tornare indietro quando cambiasse l'aria politica. Perché gli imprenditori, i giovani e tutti i soggetti interessati possano scommetterci davvero. In relazione a banda larga, apertura dei dati, facilitazione alle start-up.
Ma forse occorre che il punto di partenza non sia tecnico e, invece, teso a raccontare le opportunità che si aprono. In modo trasparente e orientato all'obiettivo.
E l'obiettivo non è a sua volta tecnico: non è semplicemente la crescita (che è un effetto derivato, benché desiderabile in chiave finanziaria, pratica e di consenso) ma l'aumento delle possibilità dei giovani, la qualità della vita nelle città, la libertà di ciascuno di ricercare la propria felicità.
Come si diceva un tempo: ask not what the web can do for you, ask what you can do for the web. (Vale per i privati, per i politici, per le comunità... imho).
Poi è arrivata l'industria cartografica. Che, nell'epoca digitale, è a sua volta in discussione.
Oggi il satellite risolve fondamentalmente il problema dei grandi disegni dei contorni geografici. Ma i dati su ciò che la geografia contiene, di nuovo, derivano spesso dalla partecipazione dei cittadini e degli utenti. Specialmente nei territori dove il mercato non ripaga dell'investimento di realizzare centralmente le rilevazioni. Come in Africa. Ushahidi ha dimostrato magnificamente che si può fare.
Per la World Bank, le mappe in crowdsourcing sono uno strumento fondamentale per lo sviluppo.
Il problema è probabilmente di approccio: non partire dalle tecnologie ma dall'intelligenza della relazione tra la cultura dell'educazione e la società che ha bisogno di educazione. Di certo, in un contesto di crisi di ogni autorità tradizionale, nel quale le forme di apprendimento informale si moltiplicano e spiazzano le forme di apprendimento formale, la ricerca va indirizzata nella ricostruzione di una relazione di fiducia e rispetto, condita dell'abilità di interessare a ciò che è importante, alla qualità, alla corrispondenza tra apprendimento e qualità della vita.
I nuovi strumenti peraltro si moltiplicano anche grazie alla capacità di sperimentazione degli insegnanti di buona volontà. Un ennesimo esempio è stato realizzato da un professore dell'università del Michigan che ha creato un'app per trasformare l'iPad in una tavoletta sulla quale gli studenti possono condividere appunti alle slide e altri materiali mostrati a lezione direttamente sul tablet. (Wiredcampus). È un terreno di innovazione da esplorare. Per il quale non si vede perché non possano trovare successo anche soluzioni italiane che nel frattempo si stanno provando.
L'elearning è andato avanti a grandi annunci e grandi flop per troppo tempo. Forse perché non riusciva a staccarsi dall'idea barbosa di simulare le aule con i computer. Ma ormai le cose si stanno aggiustando. Kahn Academy è già un enorme successo nella ridefinizione del modo di insegnare/imparare la matematica. I tablet e i reader sono già enormi successi nella strumentazione comoda e utile per leggere. Gli editori che si stanno muovendo sono moltissimi. Vanno sperimentate le formule nuove. E vanno superate le barriere al cambiamento dei sistemi tradizionali di produzione e vendita dei libri di testo.
Chissà che l'annuncio della Apple, previsto per il 19 gennaio non dia qualche nuova ulteriore indicazione alla prospettiva che abbiamo davanti in questo fondamentale settore. (Wsj)
Se il processo creativo si disegna come la mappa di una città si scopre che la città non è americana ma casomai europea. Insomma, non è bella squadrata, ma molto complessa. Forse perché la semplicità è il risultato e non il percorso della creatività.
L'infografica è di Viruscomix, pubblicata su Visual.ly, segnalata da Fastcodesign.
Questo inevitabilmente vale anche per le nuove aziende. Le start-up sono progetti, possono essere considerati frutto di un pensiero di design, vivono nella relazione progettuale che le persone vi riconoscono. Per questo vale la pena di leggere le storie di designer che hanno fondato un'azienda, delle quali parla Enrique Allen su Fastcodesign.
Le nuove feature del motore includono, dice Amit Singhal di Google:
«Personal Results, which enable you to find information just for you, such as Google+ photos and posts--both your own and those shared specifically with you, that only you will be able to see on your results page;
Profiles in Search, both in autocomplete and results, which enable you to immediately find people you're close to or might be interested in following; and,
People and Pages, which help you find people profiles and Google+ pages related to a specific topic or area of interest, and enable you to follow them with just a few clicks. Because behind most every query is a community. »
Google serve il 65% delle ricerche negli Stati Uniti, Bing il 30% (Comscore via Wsj). Bing integra nelle ricerche i contenuti proposti su Facebook. Google non poteva restare troppo indietro sul fronte delle ricerche basate sul grafo sociale.
«I contributi sono finalizzati a sostenere:
la creazione e l'avvio di micro, piccole e medie Imprese ad alto contenuto creativo ed innovativo;
iniziative progettuali ad alto contenuto creativo ed innovativo di micro, piccole e medie Imprese di recente formazione (meno di ventiquattro mesi a far data dal 9 gennaio 2012).
E' possibile partecipare con un progetto nei settori: architettura, arte, artigianato artistico, disegno industriale, moda, pubblicità e comunicazione, fotografia, editoria, industria dello spettacolo, audiovisivo.
La domanda di partecipazione, da presentare utilizzando esclusivamente i modelli in allegato, in carta semplice e con le modalità descritte dall'articolo 3 del Bando, va spedita obbligatoriamente entro il 29 febbraio 2012 e farà fede il timbro dell'ufficio di spedizione ovvero la ricevuta di accettazione, con relativa attestazione temporale, della PEC.»
Tutti i moduli sono qui.
Ma non era un imbroglio. Era la difficoltà di comprendere la molteplicità delle durate del tempo sociale, la convivenza delle strutture storiche che cambiano lentamente e delle congiunture che accelerano e rallentano alternativamente, come spiegava Fernand Braudel...
E naturalmente Renzo Piano ne sorride un po', di quella parola imbroglio, quando non la pensa come una vera e propria manipolazione ideologica derivata dall'idea industriale di progresso che ha poco a che fare con la sostenibilità ambientale, sociale e culturale cui il maestro si ispira. Renzo Piano racconta il suo mestiere con la consapevolezza di quanto siano importanti le conseguenze di quello che fa. Nel mestiere dell'architetto c'è la congiuntura economica e la lunga durata. Quello che si costruisce resta. E si impone alla storia successiva...
La responsabilità dell'architetto è uno di quei libri che mentre si legge fa venire voglia di parlarne. Un paio di interviste, una cortissima e una lunghissima, di Enzo Siciliano e Renzo Cassigoli. In queste, Renzo Piano parla di architettura. Ma in modo tanto intenso da aprire la mente anche a chi, pur non essendo architetto, si accorge che ciò che fa ha delle conseguenze e incide in modo strutturale sul mondo che stiamo costruendo.
L'idea è forte. Le iniziative messe in mostra al Maxxi di Roma sono di varia natura e potenza progettuale. In qualche caso era capitato di incontrarle anche altrove, dal museo dell'Architettura di Vienna al DLD di Monaco. In generale questo filone progettuale dimostra che dalla nozione allargata di sostenibilità culturale, ambientale e sociale si trovano le sorgenti di una nuova energia creativa, gioiosa, ironica e costruttiva.
Da notare il parco pensato per Barcellona, trasformando alcune vie del centro in vero e proprio giardino (una prosecuzione di High Line di New York). E poi il palazzo della neve di Copenaghen fatto da Bjarke Ingels per riunire la zona industriale e qualla abitativa della città con un luogo nel quale valga la pena andare... E poi tante idee. Confortanti per la generosità che trasmettono.
Secondo Gartner (via PracticalEcommerce), il numero di strumenti di accesso alla rete in mobilità venduti quest'anno nel mondo ha superato il numero di computer fissi. Considerando lo stock di terminali di accesso a internet, ovviamente, i pc sono ancora più numerosi degli smartphone e dei tablet. Ma il fatto è che l'anno scorso c'è stato un cambiamento tendenzialmente molto importante.
(A maggior ragione, tenendo conto del fatto che molti pc venduti sono iperportatili e in molti casi vengono connessi anch'essi con la chiavetta attraverso la rete mobile...).
L'internet mobile è molto diversa da quella fissa: gli operatori garantiscono una ridotta neutralità della rete, le funzioni della maggior parte dei device mobili sono comunque ridotte rispetto a quelle dei normali computer fissi, i servizi sono semplificati... C'è il vago rischio che la rete sia vissuta un po' più con lo spirito dei "consumatori" che dei "produttori". Non stupirebbe ed è normale che una tecnologia si semplifichi con la sua popolarizzazione. Ma per tenere viva la forza innovativa dello strumento, occorre coltivare anche la competenza e la consapevolezza che deriva dalla conoscenza di come si manipolano e funzionano le tecnologie. E salvaguardare la neutralità della rete.
Thierry Breton ha detto che la sua Atos abbandonerà la mail entro il 2014 (attualmente i suoi manager passano tra 5 e 25 ore alla settimana sulla mail). Leeron Segal, ceo di Klick dice che la mail è stupita: non ha prioritizzazione, non ha workflow, troppa roba da leggere, molta si perde. Quindi alla Klick usano la mail solo per parlare con l'esterno, mentre all'interno usano un sistema che si sono disegnati loro per gestire le comunicazioni in modo intelligente. Altre aziende usano soluzioni di social networking come Yammer: Capgemini dice di aver ridotto il traffico di mail interno del 40% usando Yammer. L'Intel ha proposto ai dipendenti di non usare la mail il venerdì.
Ma c'è qualcosa di nuovo da inventare in questo settore.
La mail è asimmetrica in termini di sforzo: quasi sempre costa di più leggerla che scriverla mettendo insieme documenti e soprattutto inviarla. I cc sono un'enormità. E le persone non sanno quasi mai definire con precisione quanto sia per loro importante aprire un messaggio. Un riequilibrio tra lo sforzo richiesto a chi riceve e lo sforzo richiesto a chi invia potrebbe essere una chiave di ragionamento. Anche la semantica sembra essere una via di sviluppo. E di certo si possono pensare molte altre soluzioni. Probabilmente, dietro questi ragionamenti, c'è un potenziale di business piuttosto significativo. (cfr. un cenno ieri)
1. A furia di ripeterle, le previsioni si avverano?
a. L'internet delle cose. La comunicazione tra macchine dotate di un indirizzo ip è una previsione ripetuta (Dècina). Andrà avanti di sicuro, ma quando? Forse il termine generale ha meno importanza di alcuni particolari. I temi più importanti, mi pare, sono i pagamenti con il cellulare, i sistemi industriali, il controllo del territorio con sensori senza batterie che prendono energia dall'ambiente (NiPS Lab di Perugia).
b. Linguaggio naturale, se ne parla da mille anni, sembra sempre la grande tendenza del futuro, non arriva mai. Forse Siri è una novità decisiva.
c. Gamification. La logica del gaming si potrebbe estendere a molte altre questioni. Per rendere più coinvolgenti le attività ripetitive. E aumentare la creatività. (una scheda qui e Digital Accademia)
d. Cloud coumputing. Un grande cambiamento industriale per internet (Forbes).
e. Lean start up. La logica supermagra per far nascere imprese con un metodo pratico (LeanStartUp)
f. Big data. Se ne parla un sacco. Intorno al fenomeno sta nascendo un ecosistema di attività, connesso anche all'open data, perché i dati pubblici vanno pubblicati (McKinsey).
2. Quanto durano i temi che dominano il presente?
a. Si dice che Facebook è ormai una realtà difficilmente battibile. Di certo non è più una questione di "amici". In realtà sta diventando una piattaforma che si sovrappone alla maggior parte delle attività di comunicazione su internet e il cui sviluppo sembra essere legato alle applicazioni, soprattutto di terzi.
b. Come facciamo con la mail? Un numero crescente di persone non riesce più a gestire la mail. Se si lancia il discorso si scopre che in ogni ambiente il discorso è lo stesso. L'overload non è più lo spam è la vera e propria mail. Il primo che riesce davvero a trovare una soluzione vince un premio grosso, probabilmente. Si dice che la semantica possa aiutare. Di certo, non vale più dire: "ma come non lo sapevi? ti ho mandato una mail!".
c. Chi va a un convegno o si trova a una riunione vede alcune applicazioni della sindrome di disattenzione continua. Ci si ascolta, ma contemporaneamente si fa twitter e mail... Abbiamo bisogno di una nuova riflessione sulla netiquette o sulla normale buona educazione?
d. Gli aggregatori guadagnano traffico. Ma mettono in confusione i messaggi perché rendono imprevedibili i contesti. Soprattutto i pubblicitari se ne dovrebbero preoccupare, dice Luca Lani.
3. A che servono i megatrend?
a. Meno della metà dei computer connessi a internet è un personal computer. Quindi Windows non è più lo standard di fatto.
b. Sicché l'ecosistema degli sviluppatori di applicazioni si è aperto in diversi continenti, legati alle diverse piattaforme (da Apple iOS ad Android ecc ecc).
c. Le apps non sono contro il web. Le web apps e l'html5 sono un bel fenomeno, standard e pubblico. In realtà, le funzioni delle pagine web sono destinate ad ampliarsi.
d. Google cerca per tutto. Ma molti siti e apps cercano per qualcosa di specializzato (viaggi, incontri, numeri, ecc ecc). Non è detto che Google domini la ricerca, dopo tutto.
Domanda finale. L'effetto-rete rafforza i vincenti. Ma l'effetto-iperinnovazione in rete rafforza gli outsider. L'importanza dell'effetto-rete è sopravvalutata?
Vabbè. Tutte queste tendenze - più quelle che non sono state citate qui - sono opportunità per chi non ha conquistato grandi posizioni in passato, ma spera di poter competere negli scenari che si svilupperanno. Una discussione sulle conseguenze di queste tendenze potrebbe essere interessante per l'Agenda digitale di un paese che ha tantissimo da recuperare...
C'è contraddizione l'approccio alla crescita orientato al breve termine e quello orientato al lungo termine. Nel primo prevale la speculazione e il fatturato immediato, nel secondo si pensa alla costruzione di qualità della vita, all'innovazione, al fatturato sostenibile. La mancanza di rigore aiuta l'orientamento al breve termine, il rigore rende obbligatorio un orientamento al lungo termine.
La mancanza di rigore nella gestione della cosa pubblica rende infatti evidente che la strada per far soldi è quella delle scorciatoie, nelle quali si infilano i furbi.
Il rigore implica invece che le scorciatoie non ci sono e dunque i furbi e gli intelligenti sono almeno allo stesso livello.
In un contesto di rigore però c'è anche bisogno di un'agenda condivisa che conduca chi ha iniziativa a scommettere sul lungo termine, l'innovazione, la costruzione di qualità della vita migliore. Questa agenda è compito di chi coordina il paese. Se l'agenda punta all'innovazione, chi fa parte dell'ecosistema dell'innovazione ci scommette e diventa una fonte di energia per realizzarla.
Non è facile. Soprattutto non è facile passare da un contesto tutto orientato al breve termine e alla furbizia a un sistema orientato alla ricerca, al rigore e al lungo termine. Il compito fa tremare i polsi. Ma è probabilmente necessario.
L'esperienza insegna che il consenso si ottiene dichiarando un'agenda credibile e sostenibile. L'agenda digitale europea, con i finanziamenti connessi, ha per esempio una struttura credibile. Inoltre, dicono le statistiche, tendenzialmente si ripaga perché genera una crescita che nel tempo la finanzia. La Commissione europea induce a pensare che, perché non si impantani in mille discussioni interessate a che nulla cambi, la definizione dell'agenda parte da un progetto coerente e compatibile, ambizioso e, appunto, credibile. Viene rafforzata con ampie consultazioni. Ma va lanciata con lo stesso senso di ineluttabilità che è stato riservato all'adozione delle misure di rigore finanziario.
In questo senso non c'è contraddizione tra rigore e crescita. In tutti gli altri sensi, probabilmente, sì. Imho.
(Oggi era l'argomento dell'ottimo programma Tutta la città ne parla, su Rai Radio 3)
Il viaggiatore racconta la sua esperienza. Agli amici o al mondo. Il suo punto di vista è diverso da quello abituale di chi vive nel luogo che incontra. E il territorio accogliente a sua volta si racconta. Il mito, l'attrazione, la curiosità si alimentano di storie.
Gli studi di eTourism, un progetto di ricerca internazionale centrato all'università di Trento, ha cercato le radici del valore di quella che un tempo si poteva chiamare industria turistica nello storytelling.
Da vedere in proposito i lavori di Caspar Diederik, viaggiatore olandese che ha incontrato la Basilicata ed è rimasto a viverci. Decidendo di raccontarla. Su Storytravellers.
Pomodori Vivaldi from StoryTravelers on Vimeo.
Il cambiamento strutturale del turismo è spiegato da Umberto Martini, dell'università di Trento. Emozione, condivisione, rete, socialità, cambiano le regole del gioco nel marketing turistico, trasformandolo in una ricerca epistemologicamente diversa.
Dal punto di vista economico, un tempo si poteva immaginare che un territorio fosse monopolista delle sue risorse attrattive e che l'offerta potesse controllare il mercato. Servizi come Tripadvisor hanno invece aumentato il potere della domanda, consentendo ai turisti di confrontare prezzi e condizioni, segnalarsi esperienze, critiche e suggerimenti. La nuova relazione tra domanda e offerta in questo mercato è molto più equilibrata. E l'offerta deve fare passi in avanti nello spirito di servizio, nell'apertura all'esperienza dei viaggiatori, nella qualità della sua disponibilità al dialogo culturale. La qualità dell'offerta di servizi si dimostra anche con la qualità della narrazione. Non ci sono più target da colpire, ma persone da affascinare, con sincerità. Almeno per i territori che vogliono coinvolgere il turismo in un percorso di sviluppo verso la qualità della vita più intelligente e sostenibile. Ci saranno sempre i posti che puntano al turismo mordi e fuggi. Ma non è certo l'unica opzione disponibile.
L'accoglienza dei viaggiatori in questa ottica diventa parte di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale, culturale e sociale.
Un ottimo pezzo di Rohan Gunatillake sul Guardian per spiegare il concetto e la rilevanza del design dei servizi. Una metodologia per la progettazione delle esperienze. Della quale c'è bisogno anche se la definizione e la pratica e soprattutto il modello di business della disciplina sono sempre sottoposte a discussione.
Il design dei servizi è particolarmente complesso da definire anche perché le espezienze possono essere suggerite da un contesto progettato ma chi le prova le rigenera dentro di se.
Le piattaforme online ci stanno abituando all'idea che un sistema di esperienze possa essere progettato più velocemente di quanto non fossimo abituati in passato, quando questo design era molto più collegato ai luoghi e al territorio. Ma i luoghi e il territorio sono tutt'ora il principale terreno di prova delle idee di design dei servizi.
Forse una delle ambiguità sta nel fatto che siamo immersi nelle esperienze che siamo in grado di cogliere, a prescindere dalla volontà esplicita di chi ha disegnato un servizio. E proprio la consapevolezza di questa circostanza caratterizza le migliori sensibilità nel design dei servizi.
Rohan sottolinea che:
1. Le persone non vogliono necessariamente quello che vogliono le organizzazioni
2. Non possiamo permetterci di limitare l'innovazione alla tecnologia
3. Dobbiamo adattare la ruota non reinventare la ruota
4. Dobbiamo coltivare una più solida cultura della prototipizzazione
Se vogliamo sostenere la nascita di gruppi di giovani che si occupano di informazione civile, per esempio, dobbiamo fare design dei servizi. Che cosa ci dobbiamo domandare per fare proposte adatte a chi le dovrebbe poi adottare e farle proprie? (Riflessioni in materia sono benvenute anche per migliorare il lavoro di Ahref).
ColourLovers è una start-up che propone ai creativi un luogo nel quale scambiarsi notizie, suggestioni, esperimenti, palettes, patterns e strumenti vari per il colore digitale.
Grazie ai contributi che persone gentilissime stanno inviando o segnalando. Pier Luca Santoro ha scritto un post di notizie e link per collegare game e impegno sociale. Giorgio Massaro ha reso disponibile la sua tesi di laurea sull'etnografia dei giocatori italiani di World of Warcraft. Stefano De Paoli ha terminato e diffuso il paper che ha realizzato con Aphra Kerr sulle dinamiche di critica sociale che emergono in una piattaforma di gaming. Una scheda in proposito si trova in questo blog.
Intanto, da non perdere, il servizio dell'Economist sul mondo del game.
Il concetto potrebbe partire dalla osservazione secondo la quale il valore di moltissimi prodotti e servizi di aziende orientate al profitto è generato dagli utenti che li usano, li trasformano, li migliorano. E dunque perché questo non potrebbe avvenire per i prodotti e servizi pubblici?
Il rapporto dell'Ocse in realtà parte dalla considerazione della fine dell'epoca dell'abbondanza di fondi per i servizi pubblici e dallo studio di come di fronte a questa circostanza si stanno attrezzando alcune pubbliche amministrazioni in giro per il mondo.
Di certo, la crisi della spesa pubblica è un fenomeno generalizzato nell'Occidente. E in Italia ne sappiamo molto. Il rapporto dell'Ocse mostra come in alcuni paesi analizzati - a partire dal Regno Unito - in quasi tutti i settori del servizio pubblico siano state disegnate soluzioni che coinvolgono i cittadini nella produzione dei servizi stessi. In Italia, a leggere lo studio, questo avviene abbondantemente nel servizio sanitario. Per esperienza sappiamo che questo da noi è avvenuto piuttosto "spontaneamente" e senza un vero piano di lavoro. Ma secondo l'Ocse, se ben disegnata, la collaborazione tra le strutture pubbliche e i cittadini nella produzione dei servizi pubblici produce risultati di migliore qualità e minor costo.
A quanto pare sta finendo l'epoca thatcheriana del "value for money" che assimilava il servizio pubblico a una prestazione per la quale i cittadini pagavano con le tasse e potevano pretendere un valore simile a quello offerto dalle aziende. Ora all'Ocse si parla di cooperazione tra pubblico e privato. Non solo perché il pubblico non ce la fa più. Ma anche per migliorare il servizio e ricreare condizioni di partecipazione alla cittadinanza e riformare un tessuto sociale vitale. Stiamo esplorando territori che non sono quelli del vecchio mondo del welfare. E che vale la pena di studiare.
Io l'ho scaricata ma al momento dell'installazione mi diceva che non poteva installarsi. Riprovo più tardi.
È evidente che al momento in alcuni settori ci sono più probabilità per la nascita di imprese. L'energia è forse uno di questi. La ricerca scientifica è certamente un buon generatore di idee di impresa. L'edilizia lo è sempre, a modo suo. Ma forse la dimensione economica che più probabilmente produce nuove imprese è il digitale: in ogni caso, è piuttosto provato che internet e la digitalizzazione dei settori tradizionali siano occasioni per innovazione anche radicale e dunque per opportunità di far partire nuove aziende.
Se nella roadmap per i prossimi anni non c'è spazio per un'agenda digitale, si tralasciano le migliori occasioni per la creazione di nuova occupazione.
Vedi anche:
Dov'è l'agenda digitale del governo?
I cinque capitalismi e la sfida italiana
Impronta Etica è un'associazione di imprese che sviluppano una strategia di responsabilità sociale. E oggi riflette intorno a quello che diventa la responsabilità sociale nella prospettiva di ciò che andrà fatto nei prossimi dieci anni.
Al centro della discussione: la necessità di un nuovo patto sociale perché da solo non ce la fa nessuno, la responsabilità sociale come leva di innovazione e competitività, la trasparenza come elemento necessario per la costruzione di una vera consapevolezza intorno alle questioni della responsabilità delle imprese.
In sostanza c'è bisogno di una roadmap per uscire dalla crisi e crescere. Chi la definisce? Non più solo la politica. Le imprese devono recuperare un rapporto fiduciario con la società, la cittadinanza deve recuperare legalità e partecipazione alle necessità pubblche, i territori devono accogliere tutti. Che cosa significa?
1. Crescita e lotta al debito vanno insieme, crescita e innovazione sostenibile vanno insieme, crescita, ricerca e innovazione digitale vanno insieme
2. Il vecchio patto sociale nel quale la politica era il mediatore centrale e il leader del coordinamento sociale si è rotto, perché la realtà va molto più veloce della politica e non c'è molto da fare: con il vecchio governo non ne parlavamo neppure, ma anche con un governo che sarà all'altezza di quello degli altri paesi, la politica sarà un po' più leader ma necessariamente non abbastanza, vista la complessità del mondo attuale; il nuovo patto sociale parte dai soggetti economici, sociali e culturali. Alla velocità della realtà: cioè anticipandola. Senza aspettare le leggi che rendono obbligatorio qualcosa, quando si è capito che si deve fare qualcosa di responsabile. Di fronte alla crisi, non ci si mettono avanti i diritti, ma la capacità di stringere un nuovo patto sociale.
3. Si innova per uno scopo socialmente comprensibile. La sfida che conduce all'innovazione è il complesso competitività-tecnologia-obiettivi condivisi. La qualità della vita (ambiente, relazioni, identità culturali) è il nuovo paradigma del progresso: lo si capisce guardando alla realtà, anche se i comportamenti non sono coerenti per pregiudizi inveterati dovuti alla difficoltà a uscire dal precedente paradigma; per arrivarci ci serve un nuovo patto sociale comprensibile senza aspettare la politica ma costruito come un sistema di ipotesi e verifiche.
4. Si comprendono gli obiettivi e il nuovo patto sociale solo nella piena e chiara informazione su come stanno le cose. Con una grande partecipazione dei cittadini, visto che il pubblico attivo è stato la vera leva innovativa nell'informazione.
5. Ogni potere e autorità si riconquista legittimità, di fronte alla crisi pesantissima che affrontiamo, partecipando alla ricostruzione. Fare squadra è conveniente in questo scenario, non ha più senso la difesa delle posizioni contrapposte. Ci si mette insieme a ricostruire.
Ecco alcuni appunti presi al volo mentre si susseguono gli interventi:
Claudio Casadio era sindaco di Faenza. Oggi è presidente della Provincia di Ravenna. Commenta il messaggio di fondo di Impronta Etica. L'associazione di imprese interessate alla loro responsabilità sociale si è data un manifesto - chiamato Impronta 2020 - per svilupparsi nei prossimi dieci anni. Per lui l'etica è fatta di valori che ciascuno coltiva, ma forse non gli piace molto che sia un elemento di marketing. Anche perché un'azienda deve fare l'azienda, la politica deve fare la politica, ed è difficile che l'etica le guidi in assoluto: l'etica assoluta nella politica e nelle imprese può far danni, diventando un elemento di divisione e di mancanza di ascolto. Come tensione utopistica va bene. Non come bandiera di marketing. Alla ricerca del bene comune, dice Casadio, si deve partire dal porsi l'obiettivo di fare un po' il bene di ciascuno: inclusività, farsi carico di quelle parti di comunità che non riescono a stare al traino dei modelli di sviluppo o che soffrono di più per le crisi. Per andare avanti devi andare avanti insieme. Questo momento di difficoltà economico, al di là dei problemi specifici dell'Italia, ci insegna che nessuno se la cava più da solo. Negli ultimi anni, peraltro, abbiamo sviluppato molto il tema dei diritti, meno il tema del patto sociale: il diritto alla salute è giusto, ma un ricovero è un costo, che si può sostenere se tutti accettano di pagare le tasse; il tema dei diritti si sta trasformando nel tema del patto sociale. Siamo 7 miliardi, diventiamo 9 miliardi nel 2050, la crescita è altrove: è una presenza che non c'era, arriverà una moltitudine di consumatori, che avrà un impatto e delle conseguenze. Ebbene: come il diritto alla salute dipende da un patto sociale, anche la sostenibilità dipende da un patto globale. Le responsabilità dei cittadini, delle singole aziende, dei territori locali, nei confronti della sostenibilità sono grandi e tutti approvano l'aumento della consapevolezza in materia, ma dopodiché quando si tratta di fare ciascuno la propria parte, inizia tutto un sistema di obiezioni che porta a dire che va bene fare la sostenibilità ma purché le azioni le facciano gli altri. C'è irresponsabilità in una parte d'Italia sui rifiuti, c'è irresponsabilità in ogni altra parte d'Italia sul tema dell'energia. Descrivere obiettivi ambiziosi, molto spesso ammantati di valori come l'etica, valori assoluti, significa poi capire che quei valori e quei risultati vanno poi perseguiti con il contributo di tutti, ma per una parte è diritto e per una parte è responsabilità, una parte è soddisfazione e una parte è dolore. Se questa è una terra che ha raggiunto una qualità di vita eccellente è perché ciascuno ha messo sul piatto la propria volontà di migliorare insieme agli altri.
Maurizio Carini, amministratore delegato del gruppo Hera, e presidente di Impronta Etica. La sostenibilità sarà il principale fattore di crescita dei prossimi anni. Il cambiamento di scenario degli ultimi anni è enorme. Siamo in un contesto complessivo completamente diverso da quello che abbiamo conosciuto dal Dopoguerra in avanti. Il contesto nel quale lavorano le imprese è nuovo. Non attraversiamo una crisi finanziaria, ma molto più ampia e profonda. Si arriva a domandarsi se il sistema di mercato è giusto, visto che i suoi limiti sono così grandi. Le riflessioni da fare insomma sono enormi. Qual è il ruolo della sostenibilità in questo scenario? Che cosa è cambiato negli ultimi dieci anni? E come definisce le linee di sviluppo dei prossimi dieci anni? Kpmg dice che vanno dimenticati gli anni in cui la responsabilità sociale era un "abbellimento" dell'attività d'impresa e un elemento del suo marketing. Oggi la responsabilità sociale è un elemento di innovazione per migliorare la competitività delle imprese. La responsabilità spinge all'innovazione per accrescere il business. È un approccio completamente diverso. L'impresa non è più un'organizzazione concentrata a generare profitto e poi disposta a restituire alla società per "buonismo". Oggi il profitto si fa solo innovando e gestendo il business in base al tema della responsabilità sociale. Dieci anni fa l'85% dei rifiuti andava in discarica, nessuno si lamentava. Oggi in Romagna siamo leader a livello nazionale nella raccolta differenziata ed è un punto fondamentale della nostra attività di impresa e se non la miglioriamo ci buttano fuori dal mercato: oggi portiamo solo il 25% in discarica ma ci criticano per questo e dobbiamo migliorare ancora. Il business in quel settore è strettamente condizionato dalla pratiche di sostenibilità. Stesso discorso sull'energia: dieci anni fa importava fare energia elettrica in qualunque modo; oggi tutte le aziende del settore fanno pubblicità solo in base alla loro capacità di produrre energia da fonti rinnovabili e questa è la principale leva commerciale. È così dappertutto. Nell'alimentare, tutto "bio". Nell'edilizia, tutto risparmio energetico. Michael Porter dice: le imprese che stanno fuori dal ciclo della sostenibilità saranno espulse dal mercato, un po' come un tempo si diceva delle imprese che stavano fuori dal ciclo dell'informatizzazione. Impronta Etica si è data un manifesto: l'impresa come soggetto dello sviluppo del suo territorio; impresa capace di interiorizzare i principi di responsabilità sociale facendo della sostenibilità una parte integrante dei propri processi e sistemi di gestione; il concetto della trasparenza per tutte le imprese è diventato un imperativo categorico.
Giovanni Panebianco, direttore per i rapporti istituzionali del Dipartimento politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri. Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. È chiaro che i tre aggettivi stanno insieme o non funzionano. La strategia 2020 è l'elemento fondamentale della nuova governance economica europea che succede alla strategia di Lisbona e che dimostra la consapevolezza che occorre dotarsi di un coordinamento più forte delle politiche economiche. Obiettivi chiave europei e nazionali. Obiettivi su quanti lavorano, quanto si fa ricerca, quante emissioni si possono accettare, sottrarre 20 milioni di persone alla povertà. Crescita verde, agenda digitale, riduzione della povertà. Intanto, la nazione deve avere conti a posto e darsi un percorso di crescita.
Seguono gli interventi delle aziende associate a Impronta etica: Giovanni Monti, Coop Adriatica; Ivano Minarelli, Camst; Giancarlo Ciani, CCC; Filippo Bucchi, Hera; Carlo Pezzi, Romagna Acque; Raffaele Nardi, Igd.
Le webapps hanno il vantaggio strutturale di poter essere distribuite con il web e usate con il browser, mentre le apps devono essere distribuite con i negozi di apps di proprietà dei costruttori delle piattaforme, come Apple e Google. Alla fine potrebbero diventare più vantaggiose per le aziende che non vogliono necessariamente dare il 30% del loro fatturato alla piattaforma che ospita le loro apps. Nell'editoria, questo sembra particolarmente interessante.
Vedi anche:
Mercato dei tablet
100mila utenti per la webapp di Ft
Apple newsstand e webapps
Web, apps e webapps
Non c'è dubbio che lo sia. Perché, da Itu a McKinsey, gli osservatori concordano sull'idea che l'investimento nelle infrastrutture e nei servizi digitali sia un fattore di crescita del Pil dotato di un moltiplicatore molto elevato: spesa limitata effetti potenzialmente molto grandi, grazie all'effetto network, alla dinamica "palla di neve", alla logica non lineare e sostanzialmente esponenziale tipica della rete digitale. In quest'ambito, si danno parecchi insuccessi, ma alcuni successi tanto grandi da trascinare importanti accelerazioni economiche. Anche perché ogni digitalizzazione di successo ha effetti collaterali significativi sull'ecosistema a cui si riferisce, calizzando spiriti innovativi, migliorando la trasparenza dei mercati, rendendo più efficiente la collaborazione, abbassando i costi transazionali, moltiplicando le iniziative di imprenditoria sociale e di mercato. E così via. L'ottica è probabilistica, non deterministica. Ragionata, non meccanicamente burocratica.
Questa è l'ipotesi. La verifica si può operare solo agendo. Ma l'esperienza di altri paesi, dalla Corea alla Svezia e al Regno Unito, tanto per fare pochi esempi, dimostra che il risultato atteso non è irreale.
Il problema è che l'agenda digitale è spesso confusa con la spesa informatica della pubblica amministrazione locale e nazionale. Cioè appare come una qualunque delle forme di opportunità di potere, una tentazione per la corruzione, una pratica che rischia di alimentare lo spreco e comunque una delle questioni intorno alle quali si faranno fatalmente i tagli.
Invece, l'agenda digitale è un capitolo della roadmap. Tagli e investimenti, insieme: purché la ricchezza generata dagli investimenti sia superiore a quella sottratta con i tagli. L'agenda digitale si riferisce a un contesto tecnologico, economico, sociale e culturale dalle conseguenze così pervasive e ampie - e i suoi costi sono tanto orientati a diminuire nel tempo - che il suo risultato potrebbe essere proprio questo: crescita e tagli insieme.
Le azioni previste dall'agenda digitale non dipendono necessariamente solo da grandi azioni di concertazione o da ampi tavoli di discussione e governo dei diversi livelli dell'amministrazione. Forse dovrebbe essere anche una raccolta di idee di costo inferiore al risultato, una sorta di "imprenditorialità pubblica", sostenuta e interpretata alla luce della roadmap. Non una programmazione, ma una forma di incentivazione economica, sociale e culturale, fondata su un quadro interpretativo capace di valutare le azioni che hanno le maggiori probabilità di essere più produttive. Sapendo che si può sbagliare.
Il roadshow europeo del governo italiano sarà tanto più forte quanto più riuscirà a tenere insieme i tagli e il sostegno alla crescita. Il piano di uscita dalla crisi dipende da entrambi i lati della contabilità nazionale. Dopo anni di inadempienze, anni in cui i rappresentanti italiani mancavano di partecipare ai tavoli di discussione sull'allocazione delle risorse europee per lo sviluppo, anni in cui abbiamo dimostrato disattenzione ai nostri conti e alle opportunità che l'Europa puà costituire (non solo ai limiti che pone), ora dobbiamo cambiare registro: sia sui vincoli sia sulle opportunità europee.
Del resto la stessa Commissione europea ha bisogno di interlocutori più qualificati per implementare l'agenda digitale nei vari paesi. Uno dei suoi programmi, il Cef (Connecting Europe Facility), è un piano da 50 miliardi di euro per il miglioramento delle reti e dei servizi di rete digitale. Perché, dice Neelie Kroes, possono produrre mille miliardi di valore economico aggiuntivo in dieci anni.
Dove trovare notizie? Ecco un elenco non esaustivo, mi scuso per tutti i servizi che non riesco a citare, ma spero che nei commenti l'elenco si arricchisca:
Agenda Digitale. Ottimo sito dell'Unione Europea con gli argomenti fondamentali dell'agenda digitale e un sistema di comparazione di dati semplice ed efficace che consente di provare le correlazioni principali tra le variabili e i fenomeni connessi.
Going local. Sempre l'Europa lancia una serie di iniziative adattate ai territori dell'Unione e orientate a comprenderne la validità. Se ne parla a Palermo oggi in un ottimo convegno organizzato all'Albergo delle Povere dalla Commissione Europea, la presidenza del Consiglio dei Ministri, la Regione Sicilia, Provincia e Comune di Palermo, con rappresentanti locali, della commissione dell'imprenditorialità sociale ed economica.
Agenda digitale per l'Italia. Un'iniziativa di persone che dedicano una parte del loro tempo a sostenere l'importanza del tema in Italia. Dopo una forte pressione qualche mese fa, che ha potuto far salire l'attenzione sul tema ma è anche stata sovrastata dalla crisi finanziaria dell'estate, ora mantiene un blog e alcune iniziative aperte. Il suo tema sta tornando all'attenzione per i motivi citati in questo post.
Igf Italia 2011. Tappa trentina del grande sistema multistakeholder che custodisce la qualità del sistema con il quale la rete si autogoverna, discute di come migliorarla, si connette con le altre strutture che si occupano del tema.
Dati.gov. Una sorta di portale che serve a trovare le iniziative orientate ai dati aperti e alla trasparenza dell'informazione di base della pubblica amministrazione italiana.
Digital Advisory Group. Una trentina di organizzazioni, imprese e università che collaborano per aliementare la crescita dell'economia digitale in Italia.
Vedi anche:
Il migliore dei Monti possibile - 21 novembre 2011
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione - 16 novembre 2011
On the roadmap - 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani - 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011
Nel discorso, il commissario europeo all'Agenda Digitale porta all'attenzione dei potenti un'innovazione concettuale di enorme importanza e una conseguenza normativa molto seria.
L'innovazione concettuale è che la ricchezza della produzione culturale viene generata dagli autori. E la conseguenza è che la normativa va centrata a salvaguardia e incentivo dell'attività degli autori.
Il salto concettuale è fondamentale. Perché prima di questo intervento, nei piani alti del potere si faceva una gravissima confusione tra il ruolo degli autori e quello degli editori. Con la conseguente ossessione per il tema del copyright.
Il copyright è il punto di incontro tra gli interessi degli editori e quelli degli autori. Ma mentre per gli editori è fondamentale, e infatti lo difendono con ogni mezzo, è solo uno dei modelli di business che servono agli autori. Alcuni di loro ne traggono enormi guadagni, ma la maggior parte non ne tira fuori un reddito soddisfacente.
Kroes sa che gli autori sono i grandi generatori di senso e i creatori di nuova cultura. La capacità innovativa di un paese, la sua consapevolezza, l'apertura mentale della quale ha bisogno sono alimentate dal lavoro degli autori e degli artisti. Questi sono troppo spesso pagati pochissimo e sostenuti in modo del tutto insoddisfacente dall'attuale sistema governato dagli editori e dal loro modello di business basato sul copyright e concentrato ossessivamente sulla difesa del copyright.
Sarebbe assurdo annullare il sistema del copyright. Ma è altrettanto assurdo puntare tutto sul copyright, in un contesto nel quale è sempre meno facile difenderlo e sempre più facile creare modelli alternativi.
Il problema è che gli editori hanno gestito finora il migliore sistema possibile per trovare un reddito agli autori. Ma le difficoltà di quel sistema non si devono riversare sugli autori come se non esistessero altre strade.
È un discorso giusto anche per gli stessi editori, alla fine. Gli editori cercano giustamente di rigenerare il loro business, ma non dovrebbero farlo puntando a loro volta tutto sulla difesa a oltranza, ossessiva, del copyright. O addirittura sull'allargamento dello spazio culturale coperto dal copyright. Questo va contro i loro stessi interessi perché vede nel pubblico - che gli editori dovrebbero servire - il loro nemico: il pubblico, nella doppia accezione di pubblico dominio e audience - è referente e partecipante della produzione culturale. Senza il suo appoggio, la cultura resta confinata nelle opere di chi pensa di produrla: l'arte e le opere autoriali hanno senso solo quando sono adottate dal pubblico. È in quel momento che il senso che generano emerge davvero. Il pubblico della produzione culturale non può essere più considerato alla stregua di un insieme di consumatori: è parte integrante della produzione culturale e come tale va rispettato. E se sta cambiando, coinvolgendo anche i vecchi modelli di business, il rispetto impone l'ascolto. Gli artisti e gli autori questo lo sanno. Gli imprenditori della cultura lo devono imparare.
Questo passaggio avviene attraverso l'innovazione nel business editoriale. Questo significa anche una moltiplicazione dei sistemi di generazione di reddito per gli artisti e gli autori. La Kroes lo sostiene. E ha ragione.
Vedi anche:
Io editore tu rete - 21 novembre 2011
L'arte fuori di sé - 18 novembre 2011
Brevetti e copyright - 7 novembre 2011
Il buono dell'editore - 7 novembre 2011
Occupy museums - 25 ottobre 2011
«La tecnologia ci avvicina all'arte che ci avvicina alla tecnologia».
Una ha bisogno dell'altra. La tecnologia crea nuove opportunità per l'arte e alimenta e accompagna un'accelerazione della complessità. L'accelerazione della complessità ha bisogno di un senso. L'arte è la ricerca di un senso. E influisce sullo sviluppo della tecnologia, in modo che per esempio non sia più soltanto generata dalle logiche della finanza o della ricerca militare.
Ma l'arte esaurisce la sua capacità di comprendere il mondo se si avvita su se stessa (come spesso avviene nell'arte contemporanea tutta definita dal suo successo finanziario e dalla notorietà mediatica che raccoglie). L'arte ha senso se serve la comunità a riconoscersi: i riti e gli oggetti dell'arte possono essere un modo per la comunità di riconoscersi. Ma se la comunità si riconosce nell'arte, l'arte si ritrova fuori di se. Fuori dal suo oggetto e dalle sue pratiche autoreferenziali.
Allora l'arte è necessaria.
Si introduce un rapporto vero e generativo con il pubblico. È in quel riconoscimento che si vive l'arte come esperienza. L'arte in un certo senso vive nel momento in cui vive nella memoria, quando è esperienza.
Ed è artista chi fa cose che hanno belle conseguenze.
Non fa più una bella forma, ma genera belle relazioni. E non c'è arte se non si occupa di sensibilità. L'artista disincaglia il sentire e sensibilizza. Contro l'anestesia culturale che la società attuale rischia o sperimenta.
Sicché alla fine l'arte è dono. Perché non può essere fatta per raccogliere denaro, altrimenti è al servizio del denaro. E questo la rende ribelle ma per una ribellione non distruttiva: diventa costruttiva.
Alla Classe dell'arte hanno parlato anche Antonella Sbrilli e Patrick Ohnewein che hanno portato importanti insegnamenti sulla ricerca e la didattica per la comprensione dell'arte ed esempi di innovazione tecnologica utilizzata dagli artisti. I riflessi dei loro contributi si troveranno sul sito dell'organizzazione.
Certo, ci sarà da fare una cura urgente sulla finanza pubblica. Ma in parallelo ci sarà da fare una cura importante sulle piattaforme territoriali e di comunicazione per attivare un circolo virtuoso di crescita e sviluppo.
Lo stato si ritirerà con le privatizzazioni da molte attività operative, ma nello stesso tempo entrerà di più in gioco attraverso il miglioramento delle condizioni di contesto per le iniziative imprenditoriali e per la qualità della vita.
La forza italiana è la creazione di valore aggiunto, ma le imprese che lo fanno possono essere valorizzate solo se vengono connesse meglio alle reti fondamentali che stanno sorreggendo la globalizzazione.
E' un pensiero fondamentalmente credibile. La finanza pubblica si sana se si sana il paese. I tagli hanno effetto se c'è crescita. Se questa accoppiata riesce, ce la caviamo.
Se questa accoppiata viene compresa davvero, anche il governo lo dimostrerà presto, a partire da una roadmap vera e coraggiosa per accelerare lo sviluppo delle opportunità offerte da internet in Italia.
Vedi anche:
On the roadmap
Dalle macerie alla ricostruzione
Una roadmap per gli italiani
Apple fa sistemi che derivano dal mondo dei computer personali. Il software si downloada e la cloud ha una funzione limitata fondamentalmente alla sincronizzazione di oggetti. Amazon è un negozio di contenuti e fa oggetti che servono a comprarli e consumarli con la cloud come vero centro concettuale.
La forza della Apple non è certo nell'iCloud. La forza della Amazon non è certo nel design e nella funzionalità dello hardware. Entrambi hanno capito benissimo il rapporto tra device e negozio online. Ma l'equilibrio tra il personale e l'online è diverso. Enrambe sanno dove mettere il baricentro per massimizzare il proprio distinto valore aggiunto. Apple più nel device, Amazon più nella vendita online. Le strade sono diverse. Non è necessario chiedersi chi vincerà. Ma di certo il confronto è aperto.
Gli appunti in diretta da Falling Walls sono su Crossroads.
Intanto, il contest sui muri che devono ancora cadere svolto su Timu è finito. La giuria ha preferito il piccolo documentario sul gay pride di Praga. Di questo fa un cenno anche la 27ora pensando a sostenere l'attenzione intorno a questa idea anche per l'anno prossimo. Da Falling Walls hanno detto che ne sono molto contenti. A proposito di Timu, anche Web Notes sulla Stampa ha deciso di appoggiare e adottare la dichiarazione sul metodo di ricerca per chi fa informazione online: un grande sostegno per un'idea che può forse dare un contributo all'allargamento dello spazio pratico comune tra coloro che offrono il loro tempo per la conoscenza di come stanno le cose. Poche parole semplici, ma che quando vengono pronunciate fanno incontrare le persone su un terreno di lavoro comune, dal quale scaturisce una pratica di collaborazione e scambio potenzialmente molto ricca.
La tecnologia mobile sta crescendo non solo in termini di device, reti e numero di utenti. Cresce qualitativamente. Le connessioni mobili, i sensori di movimento, le telecamere, la localizzazione, e molto altro fanno del mobile un mondo di innovazione qualitativamente enorme. La mancanza di una vera neutralità della rete mobile non consente tutta la libertà d'azione della rete fissa. Ma le applicazioni che si possono fare godono di uno spazio inventivo straordinario. Nel marketing, nella vendita, nelle relazioni sociali, nei giochi, nei viaggi... E se si riesce a connettere sagacemente il wifi possono essere anche aggirate alcune limitazioni alla neutralità. Inoltre, i giochi non sono fatti, Nokia sta forse tornando, con un impatto probabilmente calmieratore dei prezzi. Infine, il valore percepito dal pubblico è tale che nel mobile c'è una diversa disponibilità alla spesa da parte dei consumatori.
Tutto questo può essere interpretato in vario modo da imprenditori vecchi e nuovi, orientati al profitto o alla comunità. E in Italia il mercato mobile è tradizionalmente ricettivo. La sola cosa certa è che c'è molto da studiare e comprendere la dimensione digitale mobile. E il prossimo workshop della Digital Accademia (con un mio modestissimo contributo) si occupa con taglio molto pratico proprio di questo argomento.
Quindi Tim Porter, che per Google si occupa della questione dei brevetti, non è del tutto neutrale nei suoi giudizi. Ma le sue affermazioni vanno comunque lette e meditate. Perché toccano una questione che l'Europa per ora ha regolato meglio degli Stati Uniti. E che ha conseguenze abbastanza generali.
Il sistema dei brevetti, per Porter, non funziona. L'innovazione nel software si fa anche senza brevetti. Anzi, spesso i brevetti la frenano invece che sostenerla. Il software era meglio protetto con il copyright. Ma in ogni caso, quando una tecnologia non è definita in modo da avere confini chiarissimi, la brevettazione non ha senso.
Il principio fondatore del sistema dei brevetti era stato pensato in modo certamente consapevole di tutto questo. E infatti Porter non pensa tanto ai principi quanto alla pratica applicazione che recentemente si è dimostrata fallimentare in America, a suo parere.
Ma volendo essere un po' più larghi di vedute, si può dire che quei principi erano scritti per un mondo in cui gli oggetti brevettabili erano materiali e non per un mondo in cui le tecnologie sono immateriali. D'altra parte, il copyright funzionava meglio in un mondo nel quale i supporti per le opere d'autore erano materiali e funziona meno ora che si sono smaterializzate o comunque in un contesto nel quale i supporti sono digitali, fatti di reti, computer, oggetti mobili di ogni genere che hanno trasformato le opere a loro volta in software.
Significa che la riforma sempre più necessaria è la riforma del sistema della proprietà intellettuale applicata al software, nelle sue varie forme.
Questa riforma dovrebbe partire dalla consapevolezza di alcune esperienze fatte finora nel mondo del software:
1. l'innovazione avviene indipendentemente dal brevetto,
2. il brevetto serve se riesce davvero a monetizzare il valore dell'innovazione
3. se in un settore il brevetto non riesce a garantire quella monetizzazione e viene usato solo per frenare l'innovazione altrui, non dovrebbe essere applicato a quel settore.
C'è da domandarsi: in qualche modo, questo vale anche per il copyright, quando le opere sono fatte essenzialmente di software?
In ogni caso, questo non significa lasciare il software senza protezione o senza modello di business. Significa trovare un modello di business adeguato al software. Imho.
Se questa fosse la definizione di un editore, sarebbe il lato buono dell'editoria. E in fondo, lo è. Significa anche che fare l'editore non è vendere prodotti editoriali. Ma disegnare l'organizzazione che li genera, con un gusto e un pensiero strategico inaffondabili. Con un orientamento fondamentale a servire e stupire e ispirare il pubblico.
«L'ipotesi di base di questo lavoro è che ricerca e innovazione siano fra i più importanti fattori di sviluppo e di miglioramento della qualità della vita di una qualsivoglia comunità». Correttamente, De Maio parla di ipotesi. Ma in un mondo che cambia tanto velocemente, è ben difficile non accettarla. Fare ricerca e innovare sono le attività più direttamente connesse alla possibilità di adattare un sistema al cambiamento, di migliorarne le capacità di competere e di conquistare una leadership culturale che attiri i talenti, i capitali e le risorse fondamentali. Creando un flusso di attività e visioni che contribuiscono a costituire nell'insieme una prospettiva per la qualità e il senso della vita delle persone e soprattutto dei giovani.
Se si accetta dunque questa ipotesi, De Maio suggerisce di dare un'occhiata ai principi proposti dall'Ocse per formulare una strategia di innovazione, orientata a sviluppare economia e società, perseguendo uno sviluppo sostenibile, incentivando una visione di lungo termine.
I principi proposti dall'Ocse sono questi:
Empowering people to innovate
Unleashing innovation in firms
Investing in innovation and reaping its returns
Applying innovation to address global challenges
Improving the governance of policies for innovation
De Maio si occupa dell'ultimo principio, concentrando l'attenzione non solo sulla quantità di risorse destinate all'innovazione e alla ricerca, ma anche alle modalità con le quali sono assegnate: perché dalle strutture decisionali emegono i messaggi fondamentali che incentivano i comportamenti virtuosi e costruttivi, o che al contrario rischiano di suggerire comportamenti parassitari e distruttivi.
«Non è soltanto la quantità di risorse messe a disposizione che determina uno sviluppo efficace per una comunità: il fattore chiave è, prima e soprattutto, il metodo seguito per la decisione; anzi, quanto più è efficace il metodo seguito, tanto più è probabile che si generi una moltiplicazione di risorse, sia pubbliche sia private».
E il metodo riguarda la definizione degli scopi che si intendono raggiungere, la qualificazione dei soggetti in gioco e le modalità con le quali le risorse sono allocate.
Il libro si struttura in una profonda analisi di ipotesi e casi che le verificano, relativi alle strategie e alle pratiche di sostegno e incentivazione alla ricerca e all'innovazione, spesso vissuti in prima persona da De Maio, per poi passare a una importante analisi del sostrato fondamentale: il sistema della formazione. Non c'è dubbio che le contraddizioni e facilonerie con le quali l'Italia ha pensato e gestito la sua strategia e la sua pratica del sostegno alla ricerca e all'innovazione, insieme alla progressiva riduzione dell'attenzione al sistema della formazione, hanno a che fare con la difficilissima sfida che il paese attraversa in questa fase cruciale della storia del mondo. Non solo dal punto di vista dell'economia, ma anche da quello sociale e culturale.
Il libro parla di temi importanti e urgenti. Se il mercato e la politica sono troppo imbrigliati nella trappola del breve termine per occuparsi costruttivamente e saggiamente di ciò che è importante, occorre che la comunità ne prenda consapevolezza e cerchi di rispondere proattivamente. Ma De Maio scrive per l'amministrazione, supponendo che possa ritornare a comportarsi in modo razionale, saggio e lungimirante.
(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)
1. Steve Jobs, Walter Isaacson (Mondadori)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. John Kay, Il pensiero obliquo (Codice)
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L'educazione si trasforma, anche se non ce ne occupiamo.
Non è più una questione solo di bambini. Diventa un'attività fondamentale a tutte le età. Non è più una questione solo di scuole. Diventa una rete di istituzioni e persone, socialmente pervasiva. È probabile che le risorse per l'educazione tradizionale continuino a diminuire ancora per un po', purtroppo. Dobbiamo trovarle altrove: anche nel mercato, nella beneficenza, nella comunità. Senza smettere di chiedere attenzione allo stato.
Molti stanno cercando di sviluppare opportunità in questo settore. E credo che le iniziative siano attualmente più in mano all'offerta, spesso derivante da start up. La Digital Accademia è una di queste. E cerco di dare una mano.
Intanto, la Kahn Academy sta guadagnando terreno con i suoi supporti educativi, concentrati per ora sulla matematica, che divertono e insegnano, costruendo relazioni tra i bambini in modo piuttosto efficace. È un esempio.
Top Hat Monocle mette a disposizione degli insegnanti un sostegno per le lezioni che si dimostra abbastanza divertente, comprende domande e risposte, dimostrazioni interattive e presentazioni preconfezionate. L'azienda, a quanto pare, ha già raggiunto il pareggio dopo meno di un anno di attività.
Ohanarama punta a divertire la famiglia con giochi educativi che possono nello stesso tempo sviluppare le relazioni tra generazioni.
Stickery produce apps per smartphone che i genitori possono dare ai bambini in età prescolare per farli giocare e nello stesso tempo per prepararli al curriculum scolastico. Le statistiche sui risultatti ottenuti dai bambini sono a disposizione dei genitori che possono così controllare il divertente lavoro fatto dai ragazzi.
Ci sono molte cose da fare in questo spazio. Dobbiamo rendere contemporaneamente divertente, importante e affascinante un qualsiasi percorso educativo. Ce la possiamo fare. Non c'è investimento più rilevante. Imho.
Più che di ingenuità della Rete si parla di ingenuità degli approcci ideologici, utopistici, tecnocratici alla rete. Morozov contesta le interpretazioni che vedono nella tecnologia internettesca una leva che di per se libera i popoli e le persone. I tecnocentrici e i cyberutopisti che Morozov descrive nel suo libro hanno avuto forse una funzione. Ma il pericolo di prenderne le opinioni alla lettera è evidente. Come ogni errore di prospettiva anche questo può condurre su strade sbagliate.
Le tecnologie di rete sono speciali: se non hanno utenti non hanno valore, anche se le loro funzionalità sono fantastiche. Ed è chiaro che per farle adottare, all'inizio può valere anche un approccio ideologico o utopistico o deterministico. Ma il mezzo raramente giustifica il fine. Se l'eredità culturale di questo approccio finisce per diventare un equivoco è importante che qualcuno lo dichiari e lo mostri con la lucidità di Evgeny.
Resta, a mio parere, il valore dell'utopia. L'energia culturale e sociale che serve a migliorare il mondo può incarnarsi di volta in volta in forme specifiche che la storia si incarica di superare. Ma resta il senso di superamento del limite che il pensiero utopistico può sostenere, quando è sincero.
E resta, casomai, un tratto specifico della tecnologia internettiana: che non risolve i problemi automaticamente ma sostiene le persone che intendono affrontarli, facilitando con le sue caratteristiche il passaggio all'azione. La rete aiuta a mettere insieme le forze, a collaborare, a creare soluzioni nuove, perché abbatte barriere che prima della sua diffusione erano molto più alte. La strada del progresso non è tecnologicamente determinata. Ma la tecnologia può aiutare chi la sa usare e chi ne comprende le conseguenze.
I programmatori di questo genere di giochi, di solito, sono obbligati a prevedere moltissime situazioni e impiegano tantissimo tempo per realizzare il prodotto. Con Robotany, sono gli utenti stessi a inserire le situazioni e i comportamenti che i robottini che coltivano il bosco devono tenere. Da questo vengono fuori gli algoritmi del comportamento degli oggetti del gioco e il risultato si produce più in fretta e in modo più divertente.
Aperto il profilo su Diaspora, il nuovo social network fatto da volontari che promette di essere open source e orientato a garantire gli utenti in termini di controllo dei contenuti che postano e di privacy. I contenuti si potranno anche portare su un server di proprietà dell'utente. Si connette facilmente ai social network esistenti. Già localizzato in italiano. Propone subito di presentarsi in base ad argomenti di interesse che poi si possono seguire indipendentemente dalla conoscenza o meno di chi ne scrive. E a pensare alle persone con le quali si dialoga in base agli "aspetti" della vita quotidiana: famiglia, amici, lavoro, conoscenti. Ma si possono aggiungere altri "aspetti". C'è già anche la versione mobile, ovviamente. Ecco il blog di Diaspora.
Non si presenta come un attacco diretto a Facebook, ovviamente. Ottocento milioni di utenti non possono essere indotti in un giorno a pensare di avere sbagliato a scegliere la loro piattaforma in un giorno. Ma è una nuova alternativa. Ora non resta che provare la velocità della curva di apprendimento. Poi vedremo come va l'adozione.
L'innovazione non esiste se non viene adottata dalle persone che la devono usare, valorizzare, adattare alla loro vita. Ed è difficile che le persone adottino qualcosa che non capiscono, che pensano sia loro imposto, che non è progettato per adattarsi alle esigenze di chi lo deve usare.
Le tecnologie di rete, le piattaforme, la gran parte dei servizi che richiedono per funzionare una partecipazione degli utenti alla generazione del loro valore richiedono necessariamente apertura e trasparenza da parte di chi li progetta. Certo, devono avere funzioni importanti per le persone cui sono rivolte. E spesso il modo suggerito dai progettisti per assolvere a quelle funzioni sorprende. Ma a quel punto si instaura un "dialogo" dal quale emerge il valore.
Di tutto questo si sente spesso parlare. Anche se non con la dovuta consapevolezza. Charlene Li fa un passo in più, perché è particolarmente preoccupata per l'autenticità del messaggio di trasparenza e apertura che viene proposto dalle aziende che offrono servizi di questo genere. È quasi più importante essere autentici che flessibili. A quel punto, una proposta potrà piacere o non piacere, ma non genererà un'aura di sospetto e sfiducia che la potrebbe affossare anche tra coloro che la potrebbero apprezzare. Questa autenticità è in fondo la conseguenza dell'apertura e della trasparenza, quando sono intese sinceramente per quello che nei fatti sono: la consapevolezza del fatto che le tecnologie che offrono servizio sono contemporanemente il frutto del pensiero e dell'azione di chi propone e di chi utilizza. Il mercato - l'incontro della domanda e dell'offerta - si trasforma: in passato, dati i prodotti, determinava il prezzo e la quantità di beni scambiati; oggi, oltre a questo, preliminare a questo in un certo senso, soprattutto per i servizi di questo genere, è una conversazione che stabilisce prima di tutto il valore percepito attraverso il dialogo tra chi produce e chi usa.
I social network sono piattaforme di servizi che hanno valore in quanto le funzioni offerte vengono riconosciute dagli utenti che le trasformano ulteriori servizi agli altri utenti. Per l'effetto rete, se molti utenti le usano acquistano valore, altrimenti, per quante funzioni abbiano, non ne hanno. Dunque gli utenti concorrono alla formazione dell'offerta. Solo a quel punto entra in gioco la tipica dinamica del mercato che fissa i prezzi. Magari coinvolgendo soggetti diversi (come gli inserzionisti pubblicitari). Se l'esperienza degli utenti che danno valore alla piattaforma dovesse apparire inautentica, perché troppo soggetta per esempio, alla ricerca di pubblicità, probabilmente la piattaforma perderebbe valore. Di fatto, viene prima la costruzione di valore - culturale, sociale - poi la monetizzazione. Tra la piattaforma e gli utenti che le danno valore occorre vi sia una sorta di complicità. Che può realizzarsi solo se la relazione tra la piattaforma e gli utenti è trasparente, aperta e autentica.
Questo per Charlene Li è un insegnamento che va molto oltre il mondo delle tecnologie dei social network. Perché coinvolge in realtà la maggior parte dei sistemi di servizi. Il libro non è fatto per lanciare un nuovo mantra. Ma per aiutare i leader delle aziende e le persone responsabili a comprendere quanto il tema dell'apertura e della trasparenza coinvolga le organizzazioni che sono loro affidate. E quanto impegno debbano dedicare a perseguire questa strada. Per tutti, è una lettura che sfida a comprendere alcuni passaggi organizzativi fondamentali che si stanno verificando nel passaggio dalla società gerarchica e relativamente lineare dell'epoca industriale alla società della rete, fondamentalmente complessa, dell'epoca della conoscenza.
(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)
1. Steve Jobs, Walter Isaacson (Mondadori)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. John Kay, Il pensiero obliquo (Codice)
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Prendiamo l'idea di un sistema per facilitare l'agenda di un medico per la gestione degli appuntamenti con i pazienti. Una statistica che David ha letto dice che la metà degli appuntamenti mancati dai pazienti è causata dal semplice fatto che i pazienti stessi se ne erano dimenticati.
Quindi che si fa? Il servizio che David vuole testare, per decidere quale delle tre idee è la più promettente viene descritto con sapienza in una pagina costruita in modo professionale su Unbounce, una piattaforma per fare landingpages. Una frase sagace e una promessa, con la richiesta di lasciare un'email. La pagina viene pubblicizzata - su Yahoo! o Bing - con una piccolissima campagna per parole chiave. La reazione del pubblico, in un ambito tanto vasto di possibili clienti che usano quei motori di ricerca è un indicatore sufficientemente interessante per capire quale delle tre idee può avere più probabilità di successo. Solo allora si comincia a realizzare il servizio vero e proprio. (Fare la stessa cosa su Google, semplicemente costa troppo).
Decisioni sulle start up basate su un approccio "sperimentale". Con un drastico abbasssamento dei tempi e dei costi necessari a cominciare. Anche questa è una conseguenza dell'enorme conoscenza disponibile in rete e incarnata nelle persone che la usano e le danno vita. (Se si adotta questo metodo sperimentale, spero, si deve anche essere estremamente trasparenti con la rete, dicendo che la fase della start up è appunto quella sperimentale: ma questo sta alla sensibilità di chi adotta il metodo).
Il rito costeggia le due possibilità che l'iTeam, la squadra costruita da Steve Jobs, può cogliere ora. Una è sbagliata. Una è giusta.
La prima è vivere nel ricordo di Steve. Pensare di continuare la sua opera. E costruire una sorta di religione laica intorno all'eredità del pensiero, dei valori e delle opere di Steve Jobs.
La seconda è assorbire profondamente l'esperienza di Steve Jobs, interpretarla, e andare avanti. Move on.
Il rito continua a dichiarare con i gesti e le emozioni che per la Apple questa è la scelta. Quello che stanno facendo ora costruisce quello che sarà. Il pericolo è che scelgano la prima strada. Sarebbero affari loro, in fondo, se non fosse che l'insegnamento è per tutti.
Steve Jobs, campione di empatia, lo aveva previsto, questo momento. E disse a Tim Cook poco prima di morire: «Adesso non vivere cercando di immaginare quello che avrei fatto io. Invece, sii te stesso: fai quello che è giusto fare».
Tutto di Jobs insegna che non si può vivere tentando di essere Jobs, o chiunque altro. La sua meravigliosa frase resta: «Il tempo che avete è limitato. Quindi non sprecatelo vivendo una vita scritta da altri. Siate gli autori della vostra vita». Ecco, per questo possiamo non dirci jobsiani. E una volta detto, move on.
Il tema esplicito della mostra è questo: sappiamo dov'è l'Italia come penisola, ma potremmo sapere meglio in che relazione è rispetto al resto del mondo, almeno per quanto riguarda la cultura dell'innovazione. Ma c'è anche un tema implicito: per migliorare questa relazione che cosa possiamo fare? E la risposta si deduce: migliorare i collegamenti fisici, le infrastrutture, l'educazione...
Già. Perché i collegamenti tra gli innovatori italiani e il resto del mondo sono spesso la condizione necessaria perché le loro innovazioni si possano realizzare. E perché la loro "italianità" non è definita se non dalla loro educazione.
Perché se anche sappiamo dov'è l'Italia non sappiamo moltissimo su "chi sono gli italiani". O meglio abbiamo una molteplicità di idee in proposito. Sono italiani quelli che sono nati in Italia, da genitori italiani? Sono italiani quelli che hanno la cittadinanza italiana? Sono italiani quelli che hanno studiato in Italia? O hanno espresso la loro creatività in Italia? Tutto questo è un po' vero e un po' no. A seconda dei punti di vista. Ma che cosa è importante?
Se pensiamo agli italiani come diaspora di emigranti, pensiamo a un popolo con una sua sorta di genealogia e patria originaria comune. Un tempo si emigrava perché mancavano i mezzi materiali per campare nella terra di origine e ci si faceva una nuova vita in un nuovo mondo. Poi si emigrava per mancanza di lavoro nella terra d'origine con l'idea di tornarci per l'epoca in cui non occorrerrà più lavorare, nel frattempo costruendosi una casa al proprio paese. Oggi molto spesso si emigra per mancanza di prospettive professionali sofisticate e meritocratiche nella terra di origine, pensando che forse un giorno si tornerà o forse non sarà possibile. Quando queste diaspore sono legate a un territorio, vale di più quello che l'Italia, come pensiero dell'origine: forse si sente pù spesso di una diaspora genovese o napoletana o siciliana che di una diaspora italiana; e l'ultima interpretazione dell'emigrazione, che dà sempre meno importanza al territorio originario, non fa che ridurre l'idea di diaspora italiana a un'ipotesi astratta.
Se pensiamo agli italiani come coloro che hanno la cittadinanza italiana, la loro origine e genealogia non interessa più. Interessa la loro capacità di conoscere e seguire le regole costituzionali italiane. È un po' come dire che è italiano chi vive in Italia, così come l'Istat dice che la famiglia è composta da coloro che vivono nella stessa abitazione. Ma allora quando si va all'estero e si ottiene anche una nuova cittadinanza si è meno italiani?
In realtà, la mostra indica che la soluzione è che siamo italiani perché abbiamo ricevuto una cultura italiana. E questo tra l'altro dimostra il valore del nostro sistema educativo, premessa di un grande potenziale ritorno economico - nell'epoca della conoscenza - nel caso che facendo conoscere questa alta qualità del sistema educativo si riesca ad attrarre talenti oltre che lasciarne partire.
L'Italia dov'è è una buona domanda. Ovviamente, l'Italia dove va è una domanda altrettanto buona.
L'economia della conscenza è il nuovo contesto di generazione di valore nel mercato che si sta aprendo. Laboratori, fabbriche e commercio non sono parte di una filiera lineare; i laboratori non vanno pensati come input produttivo della fabbrica; sono elementi di un sistema complesso dal quale emerge il possibile sviluppo.
Molti hanno discusso intorno al sospetto che la comunicazione pubblica di quel post non fosse un errore ma una mossa fatta apposta. In realtà, quello che diceva era interessante di per sé.
Quindi anche il suo post di oggi va letto per quello che dice, su Google e su Amazon. Anche se contiene un'assicurazione apparentemente sentita: non ha fatto apposta a pubblicare quel post, è stato un errore. Davvero.
In un contesto forse più attento agli equilibri dei vari poteri locali che alla liberazione delle enegie innovative, ci sono tuttavia forze davvero orientate a costruire il futuro. Una bella lezione. Da ripassare.
Probabilmente è tutto vero. Troppa gente collegata in un momento solo (c'era peraltro da aspettarselo). Troppe funzionalità tutte da testare. E troppa complessità di comandi da settare.
MobileMe non era stata la migliore delle tecnologie della Apple. iCloud, quando finalmente se ne doma il settaggio appare certamente più utile ed efficiente. Ma per ora il lavoro online della Apple continua a essere migliorabile. Una centralina di controllo per governare i settaggi in modo più semplice, per gli utenti, non sarebbe stata una soluzione impossibile e avrebbe facilitato la vita a molte persone. Meglio peraltro essere riusciti a comprendere lo strumento attraverso un attento lavorio di prove ed errori: chi ci è passato è più consapevole di come funziona lo strumento e può scegliere meglio il suo rapporto con la "nuvola" in versione Apple.
Insomma, ora iCould funziona.
Ed era colpa sua. Aveva creato da solo una decina di calendari in più che nessuno gli aveva detto di creare. Alcuni veramente assurdi e ripetuti. Che duplicavano i segnali e rendevano impossibile alla cloud di capire quale comando era quello giusto. Li ho eliminati, con sprezzo del pericolo, e magicamente tutto funziona.
È magnifico! Aggiungi un appuntamento e dopo poco arriva anche sul computer. Aggiungi un contatto sul telefono e lo ritrovi quando apri la rubrica del computer. Senza connettere più nulla. I terminali si sono liberati di vincoli che non avevano più senso. Il passaggio è effettivamente epocale. È anche una sfida alla nostra consapevolezza: non possiamo permetterci di non sapere come funziona se vogliamo coltivare anche la nostra privata capacità di elaborare. Se non vogliamo che la frase pragmatica di Steve Jobs quando ha presentato la sua nuvola («la verità sta nella nuvola») diventi una religione.
Può darsi che averci messo una settimana a connettere la mia roba ad iCloud sia servito anche a capirne meglio il funzionamento. In questo senso non è stato solo un male. Di cerco, la lezione è stata interessante pur avendo lasciato qualche ipotesi aperta.
Può darsi che i milioni di persone che si sono collegati tutti insieme siano stati difficili da gestire. Può anche darsi che il mio account si sia trovato in coda e abbia aspettato a propagarsi. Per finire può essere che i miei contatti e appuntamenti fossero veramente molti. Sta di fatto che eliminate le scorie che ha prodotto da solo il sistema ora va.
Ma mi domando: ci voleva molto a mettere sempre sulla cloud una centralina di comando che coordinasse i setting sui terminali, in modo che su questi ultimi ci fossero pochissimi comandi da attivare? E invece che ne sono decine in ogni terminale e diversi in diversi programmi e applicazioni. Questa volta Apple ha deciso di rendere la vita un po' più facile a se stessa e un po' meno facile agli utenti. (Ma ho l'impressione che arriveranno anche alla centralina, prima o poi).
Ora, però, ho connesso un Mac e un telefono. Mi resta da affrontare un altro Mac e un iPad. Ma non ora.
I post precedenti:
Il passaggio su iCloud non è facile
Update: iCloud non è facilissimo
Giustamente, nel 1969, Niel Postman, co-autore di Teaching as a subversive activity (qui un pdf libero), riprendeva la frase di Heminway per spiegare quale fosse il ruolo dell'educazione in un'epoca che non poteva permettersi di non coltivare il pensiero critico: il suo metodo di insegnamento tendeva a indurre all'apprendimento critico i ragazzi attraverso un percorso di lezioni a base soprattutto di domande. Qui un discorso di Postman. (Peraltro non esiste un'epoca in cui ci si possa permettere di non colvitare il pensiero critico e Nathan Gilmour propone una piccola bibliografia storica in materia di crap detection). A TED alcuni speech sono orientati a discutere e sostenere il pensiero critico.
E Howard Rheingold offre una serie di consigli pratici per riconoscere le boiate e alimentare il crap detector quando si consulta quello che è pubblicato in rete. Rheingold è chiaramente un grande sostenitore dell'innovazione provocata dalla rete, ma non si nasconde la quantità di spazzatura culturale che contiene. E anzi, proprio per proteggere la rete da un'involuzione che la renderebbe praticamente inutilizzabile, Rheingold propone di diffondere un sistema di crap detection sempre più diffuso. Che parte da noi e dalla nostra capacità di apprenderne e scambiarne i rudimenti fondamentali. (È bello questo argomento, perché è serio, ma chiunque se ne occupi, Hemingway per primo, scrive con una bella dose di ironia). «L'inquinamento online è enorme, ma risolvibile» dice Rheingold. I principi fondamentali per riconoscere le pagine web credibili e quelle che sono fondamentalmente boiate):
1. Chiediti chi è l'autore (se non c'è autore l'indicatore del crap detector sale molto)
2. Quando trovi l'autore vedi che cosa ha fatto in passato e che cosa ne dicono gli altri (ma cerca di qualificare anche questi altri che dicono qualcosa di lui)
3. Valuta il design del sito (mica deve essere superavanzato, ma se è troppo, troppo amatoriale può indicare un autore troppo solitario per essere davvero attendibile)
4. Vedi se l'autore offre documenti e link per attestare quello che afferma
5. Cerca se altri hanno linkato e citato questa pagina (e se l'hanno condivisa su posti come Delicious)
6. Non sei paranoico se sospetti che qualche sito sia fatto apposta per imbrogliarti
7. La regola generale è: triangola, fai verifiche. Se per esempio ti occupi di questioni di ricerca o scientifiche, prova a cercare l'autore anche nelle pubblicazioni che tengono traccia della conoscenza da lui generata (Rheingold cita: «use the scholarly productivity index that derives a score from the scholar's publications, citations by other scholars, grants, honors, and awards. If you want to get even more serious, download a free copy of Publish or Perish software, which analyzes scientific citations from Google Scholar according to multiple criteria.»)
Rheingold fa molti altri esempi e cita diversi altre letture da fare per sviluppare un buon crap detector. Tra questi: John McManus per identificare il giornalismo affetto da partigianeria; Snopes per riconoscere le leggende metropolitane; e Factchecked.org, di Annenberg.
In italiano, sappiamo naturalmente del grande lavoro che fa Attivissimo. Nel nostro contesto, probabilmente siamo dotati di un termometro del crap detector che segna sempre qualche cosa vicino al massimo: ma il sospetto e la malfidenza sono talmente costanti da diventare scetticismo e cinismo. Finisce che non crediamo a niente, neanche a noi stessi. Sarebbe meglio fare di più per individuare le boiate con metodo e costanza, in modo da distinguere anche le buone idee. E valorizzarle. Per essere autori della nostra vita, dobbiamo riconoscere le boiate. E poi sviluppare le buone idee. Fare migliori servizi di documentazione delle boiate e un'ottima idea. Imho.
Faggin ha lavorato ai primissimi passi della realizzazione dei chip Intel e ha poi continuato anche come imprenditore all'evoluzione della microelettronica. Oggi è impegnato soprattutto nella ricerca ed esplora le frontiere più avanzate del suo mondo, là dove forse si troveranno macchine capaci di apprendere. Sappiamo ancora troppo poco di come funziona il cervello umano. E uno dei misteri più affascinanti è la consapevolezza: indagando intorno a questo concetto si stanno cercando nuove teorie e nuove tecnologie.
Pistorio ha costruito la Stm, il gigante della microelettronica che conosciamo oggi. È un padre per migliaia di persone che si sono trovate a vivere nel mezzo della rivoluzione elettronica anche stando in Italia. Murari è stato per la Stm un motore di innovazione e tra l'altro ha favorito la crescita della competenza dell'azienda nei sensori di movimento, un enorme successo costruito con il lavoro di una squadra straordinaria di tecnici e manager italiani. E Romano oggi guida la Stm lavorando per alimentarne lo spirito innovativo.
L'occasione di vederli e ascoltarli parlare insieme non potrà che essere istruttiva.
Alla faccia del posizionamento del brand. Oggi sui social network le imprese fanno business. Così un commento sulla fanpage diventa l'occasione per attivare una conversazione e modulare una proposta economica. Facebook, Twitter, LinkedIn, Foursquare iniziano a impattare le vendite e i processi aziendali. E alla lunga l'intero business.
Lo afferma una ricerca dell'Osservatorio business intelligence dell'Università Bocconi, che fotografa il ruolo dei media sociali per le imprese italiane.ALCUNI DIRITTI RISERVATI (CC BY-NC-SA)
A questo proposito, la Digital Accademia ha organizzato un workshop di due giorni intitolato proprio "Social media per far crescere il business", orientato ad aiutare le aziende a comprendere come agire sui social network. Ci saranno Gianluca Diegoli, Leopoldo Bianchi, Valentino Spataro, Vincenzo Cosenza, Mafe De Baggis, Davide Casali, Alberto Chiapponi. Il concept è di Valentina Paruzzi. (Disclosure: ho una piccola parte attiva nelle linee di sviluppo culturale della Digital Accademia).
Non è che ci volesse molta intelligenza per capire che sarebbe successo. Se ne parla dal 1995. Certo, con l'avvento degli ereader o tablet di successo, dal Kindle all'iPad, il processo sembra aver subito un'accelerazione significativa.
L'ipotesi strategica deriva dalla storia dell'editoria. È un'ipotesi centrata sulla tecnologia.
Oggi gli editori tradizionali non controllano più la tecnologia. Tentano di salvaguardare il copyright come principio. Ma non possono obbligare gli autori a cederlo proprio a loro. La competizione tra gli editori si è complicata con l'arrivo di nuovi protagonisti, come Amazon, che guardacaso, sono quelli che controllano lo sviluppo della nuova tecnologia per pubblicare, leggere, distribuire e vendere i libri.
Si direbbe che la tecnologia sia il punto di partenza dell'industria editoriale. Ovviamente la cultura e la produzione autoriale si appoggiano in parte su questa industria, ma hanno una dinamica relativamente indipendente e possono spostarsi da un'industria a un'altra, da un modello di business a un altro. Per gli editori, invece, la tecnologia è decisiva: perché chi controlla la tecnologia ha le carte vincenti per controllare il flusso del denaro.
Oggi gli editori hanno la chance di difendersi. Ma solo imparando la tecnologia e cominciando a innovare a loro volta. Altrimenti saranno soppiantati dai nuovi innovatori della tecnologia per la pubblicazione.
In questo caso, la filiera editoriale attualmente conosciuta si spaccherà in molte diverse funzioni: scelta e valutazione del valore qualitativo delle opere, marketing, editing, titoli e copertine, forme di archiviazione, e così via. Non c'è ragione perché queste funzioni spariscano: anzi, dovranno crescere. Non c'è ragione perché non continuino a essere svolte dai vecchi editori, ridimensionati. Ma non c'è ragione perché non vengano svolte anch'esse da nuovi soggetti.
L'editoria tradizionale, dopo quindici anni di internet, si stupisce ancora delle conseguenze dell'innovazione tecnologica. È ora che smetta di stupirsi e cominci a innovare. La competenza degli editori è ancora enorme e preziosa. Nel tempo, alle funzioni industriali e commerciali hanno aggiunto una rara capacità di influire - spesso positivamente - sulla produzione culturale. Sono diventati a loro volta protagonisti dell'avanzamento culturale. Questa competenza non andrà dispersa, perché anche i nuovi potenziali soggetti emergenti nasceranno da quella storia, ma non è sicuro che l'equilibrio culturale migliore sia quello in cui da una parte ci sono pochissime piattaforme globali e dall'altra ci sono miriadi di piccoli soggetti che fanno gli autori, gli scopritori di talenti, i recensori, i consulenti di marketing, e così via. Un buon equilibrio richiederebbe forme di aggregazione più ampie non solo dalla parte della commercializzazione ma anche dalla parte della produzione di idee. Probabilmente.
In ogni caso da innovare c'è molto. Penso per esempio alle forme di memorizzazione che il sistema della biblioteca con gli scaffali di libri garantivano e che invece si volatilizzano con i reader che a loro volta contengono metafore di scaffali molto meno efficaci per chi debba ricordare dove ha letto che cosa. I reader sono fantastici invece per selezionare e ritrovare le sottolineature e le citazioni, anche se si può fare molto di più di quanto si faccia ora, per aiutare la memoria a non abbandonarsi completamente all'idea che tanto tutto è registrato in una macchina: il pensiero ha bisogno di ricordare non solo di sapere come ritrovare. Ci sono innovazioni nella gestione della conoscenza, ma anche nella valutazione delle autorità culturali emergenti che poche piattaforme tenderanno sempre a dare attraverso formule più o meno quantitative e che invece richiederebbero a loro volta percorsi qualitativi più attenti. Sono solo piccole idee sui filoni di indagine che si possono sviluppare. Del resto, l'archiviazione della conoscenza e il suo riutilizzo sono decisivi per non abbassare il livello complessivo della cultura. E qui c'è tecnologia da innovare. Per adesso le piattaforme surfano sulla superfice del fenomeno. L'innovazione profonda è ancora tutta da fare. Ma qualcuno di certo ci sta lavorando. E quindi per gli editori tradizionali, nell'ipotesi qui formulata, non c'è più moltissimo tempo da perdere. Imho.
Steve Yegge posta per errore un memo interno per Google. E dunque si leggono idee molto interessanti
Scrivere una piattaforma richiede un pensiero generoso, aperto e orientato al lungo termine. Da leggere assolutamente. Non solo per le aspre critiche a Google e, per motivi diversi. a Microsoft e Amazon.. Per Yegge, in effetti, Amazon ha capito l'idea di piattaforma anche se ci è voluto un atto quasi "violento" di Bezos per imporla. Google dice sta ancora pensando di fare prodotti. Sono idee sue, ovvuamente. Ma il concetto di piattaforma, come oggetto il cui valore è definito dagli utenti e degli altri sviluppatori esterni, è ben descritto. La piattaforma è struttura, lungo termine.
Il passaggio è enorme e difficile, come documentano le difficoltà segnalate da Tuaw.
Molti gradiranno la sincronizzazione facilitata di tutta la memoria dei vari apparecchi. Specialmente gli iPhone e gli iPad ci guadagnano enormemente. I Mac si adattano al nuovo ruolo. Ma mantengono i gradi di libertà in più che i sistemi operativi mobili non hanno.
In questo passaggio noi utenti possiamo seguire l'onda o pensare in modo consapevole.
Per essere consapevoli, dobbiamo ricordare che:
1. nell'internet mobile non c'è network neutrality, nell'internet fissa c'è
2. i sistemi operativi mobili hanno capacità orientate alla fruizione più che alla creazione, mentre i sistemi operativi dei computer sono ancora orientati più alla creazione che alla fruizione
3. la memoria personale che sta sul computer è un valore non paragonabile alla memoria spersonalizzata che sta nella nuvola
Per essere pragmatici possiamo pensare che:
1. quello che è comodo è comodo e va usato, come la sincronizzazione remota di ogni oggetto che contenga cose "pubblicabili"
2. quello che è riservato è riservato e va tenuto sulla propria memoria "personal"
3. mantenere e coltivare la conoscenza di come funzionano le cose che usiamo ci salva dalla dipendenza da quelle cose e dalle aziende che le producono
La registrazione dei fatti della vita quotidiana va nella nuvola. Gli strumenti che servono ai nostri atti creativi e liberi non sono tutti nella nuvola.
Oggi acquistiamo una libertà in più. Ma solo se non dimentichiamo la libertà che ci conquistiamo da soli.
Il progetto Zoia vuole creare a Milano nuove abitazioni e botteghe, a prezzi sensati, attirando intelligenze che vogliano usare i servizi dell'incubatore di imprese cooperative. E raccontando tutto il processo di progettazione, assegnazione dei lavori, realizzazione e sviluppo sul web, con Zoiablog. (via Federica Verona, architetto e coordinatore del progetto). Buon lavoro...
Puntate precedenti - Il tema della ribellione in Italia visto dall'estero
Viaggiando all'estero, dicevo in due post di qualche giorno fa, mi chiedono spesso: «perché gli italiani non si ribellano?». Non voglio riassumere quei post. Solo ricontestualizzare il tema per aggregare i commenti. Per chi si stupisca di questa domanda la spiegazione è semplice.
Le cronache dedicate all'Italia di molti notiziari stranieri danno conto del fatto che l'Italia sta mettendo a rischio la stabilità dell'economia globale e la causa, semplificata ma realistica di molti media internazionali, è l'incapacità del suo governo di gestire la crisi. L'urgenza del momento e la difficoltà del sistema politico a rinnovarsi per via normale, essendo piuttosto bloccato da un gruppo di potere incredibilmente arroccato sulle sue poltrone, fa emergere l'opzione a prima vista stupefacente della ribellione.
Ma lo stupore è meno vivo se si guarda alla situazione con occhi distaccati. Vista dall'estero, l'Italia è un ottimo produttore di merci di qualità, è una meta turistica di prima importanza, è un luogo della cultura antica e tradizionale, è un paese di mafia e spazzatura, certamente conta poco politicamente. Ma in questo momento è al centro dell'attenzione perché il suo debito pubblico fa venire l'acquolina in bocca agli speculatori e mette a rischio la tenuta dell'euro e della finanza globale. Visto dall'estero il governo è guidato da una persona che pare pensare a tutto salvo che a tenere la rotta dell'economia del paese. I suoi comportamenti scandalosi non appaiono perdonabili in molte democrazie occidentali dove i politici si dimettono per infinitamente meno: ma sarebbero affari degli italiani se non fossero collegati con l'incapacità di guidare il paese fuori dalla crisi. Cambiare capo del governo appare dunque una necessità, è l'opinione prevalente per chi accetta quest'analisi, ma se il parlamento non ci riesce, allora la popolazione deve intervenire.
Se gli italiani non fanno nulla, la vergogna per questa situazione non è più solo del capo del governo e diventa anche la vergogna anche dei governati. Certo, i più avvertiti sanno che il sostegno al governo è dovuto anche all'incredibile controllo dei media da parte del capo della forza politica di maggioranza. Questo, però, significa che la democrazia italiana non è compiuta e il sistema si configura come semi-autoritario.
In altri paesi del Mediterraneo a dubbia democrazia, la ribellione popolare è riuscita a cambiare governi autoritari e inefficienti, perché non succede in Italia?
Ovviamente, l'assunzione di partenza, quella secondo la quale l'Italia non è una vera democrazia, appare piuttosto estrema. Molti italiani pensano di essere in una democrazia e sono convinti che la situazione si possa riformare per via elettorale.
La chiara vittoria della visione critica nei confronti della politica attuale che si è realizzata nel caso delle elezioni di Milano, Napoli e Cagliari, e soprattutto nel caso dei referendum, avvalora questa tesi. Anche perché è stata una vittoria che ha dimostrato come la televisione non sia in grado di controllare le coscienze fino al punto di impedire l'espressione della volontà popolare: la televisione ha osteggiato in modo palese i referendum, non dandone conto se non in modo sporadico e qualche volta impreciso, in piena coerenza con la campagna favorevole alla diserzione delle urne, mentre l'informazione che si è prodotta in rete appoggiata da molti giornali cartacei tradizionali è riuscita a mobilitare le persone e a convincerle ad andare a votare. La via democratica al rinnovamento, insomma, appare ancora aperta. E, per chi consideri importante quella vicenda, questo significa che la ribellione può attendere.
Purtroppo però le conseguenze delle elezioni locali e del referendum sono restate limitate a quei casi. Il governo è restato al suo posto e il blocco decisionale che impedisce di affrontare la crisi attuale resta.
Di fronte alla crisi il governo ha prima tentato di negare ancora una volta l'urgenza, poi sulla scorta delle pressioni della Bce ha deciso una manovra, per poi modificarla un'infinità di volte. Attualmente, si è bloccato sulla nomina chiave della guida della Banca d'Italia. In ogni caso, le decisioni sembrano prese in reazione alle pressioni dei mercati e dei partner europei, non c'è strategia di crescita economica, non c'è visione. Il tappo al rinnovamento del paese resta. Con esso resta l'ipotesi della ribellione.
Le spiegazioni storiche della mancata, per ora, ribellione degli italiani
La ribellione, tuttavia, per ora non si vede. Ci sono molti gruppi di protesta, certo, molte aggregazioni critiche nei confronti del governo spesso organizzate online, discussioni infinite sulla casta, la classe politica, l'inadeguatezza dell'opposizione, gli scandali, e quant'altro. Ma certo non c'è niente che si possa chiamare "ribellione" e che abbia la forza di fare l'agenda del paese con qualche possibilità di rinnovare la politica.
Nei post precedenti si sono ricordate alcune radici storiche di questa situazione.
Gli anni Settanta sono ancora presenti nella memoria del paese. Il terrorismo di destra e di sinistra non ha mai raggiunto una capacità di attrazione significativa nel paese e ha invece lasciato il ricordo dell'unico risultato di quel genere di azione: la devastazione inutile e insensata della violenza.
Gli episodi successivi, con i casi delle dimostrazioni di alcuni gruppi di no global, le vetrine rotte e gli scontri con la polizia, hanno lasciato altre terribili immagini nella memoria.
Lo stato non ci ha fatto mai una gran figura, ma di certo non l'hanno fatta neppure i violenti. La ribellione distruttiva non è un'opzione che possa raggiungere una qualche forma di consenso significativo in Italia. Per ora.
D'altra parte, la società italiana è profondamente divisa. C'è una parte importante della popolazione che viene definita dall'Ocse "funzionalmente analfabeta": addirittura un terzo degli italiani non sanno comprendere quello che leggono. Il loro accesso all'informazione è completamente legato alla televisione e corretto solo dal passaparola nel loro entourage. Un decimo della popolazione è ipercollegato, legge e si informa con una dieta mediatica ricchissima, non manca di informazioni dall'estero e ha la capacità critica sufficiente a comprendere la gravità della situazione. Ma non è certo una categoria unitaria. I giovani sono quasi tutti connessi ma spesso non hanno modo di coltivare speranze, in moltissimi casi basano la loro sussistenza sull'aiuto dei genitori, potrebbero essere disposti a rischiare se vedessero qualcosa per cui rischiare: una politica di protesta, un'opzione imprenditoriale, una fuga all'estero, sono possibili ma solo per coloro che vedono come realizzarle. In molti casi, la loro storia è legata alla conquista di un brandello di contratto a breve termine, con pochissime chance di sviluppo che verrebbero annullate se il loro comportamento fosse meno che disciplinato. Poi ci sono i leader dell'innovazione, presenti nelle università, nelle imprese, nelle associazioni e fondazioni, persino nelle amministrazioni pubbliche: ma si tratta di persone apparentemente isolate, che portano avanti il loro senso del dovere e la loro passione rinnovatrice in un contesto che certo non li aiuta. Altri sono criminali: evadono le tasse, costruiscono dove è proibito, fanno attività illegali. Altri hanno fede e aspettano. Altri sono connessi e lavorano per costruire network, ma il loro lavoro è ancora ai primi passi: influiscono sull'agenda sporadicamente e non stabilmente.
Una ribellione è spesso l'iniziativa di una minoranza che riesce però a interpretare una domanda di rinnovamento maggioritaria.
In passato, una ribellione di successo veniva portata avanti dalle élite sociali e culturali oppure dalle avanguardie rivoluzionarie e le sue probabilità di ottenere risultati erano dovute al contesto di una società compatta, nella quale i modelli sociali e i legami organizzativi erano facilmente leggibili. Ceti sociali ben individuati, aristocrazia, borghesia, proletariato: pochi leader potevano far crescere un cambiamento di valenza generale.
Nella società dei media di massa questa condizione si è progressivamente sciolta in una struttura sociale molto meno coesa. I ceti sociali sono in un certo senso spariti, mentre sono cresciute le aggregazioni informali e si sono sviluppati i cosiddetti "target": gruppi di interessi comuni, aggregazioni omogenee per capacità di spesa, età, localizzazione geografica, hobby, professioni e quant'altro. I media hanno cercato di interpretare la popolazione in termini di target e l'hanno raccontata coerentemente, fino a influire sulla realtà e fare emergere davvero dei gruppi separati di persone. Il disorientamento è stato gestito dalle poche centrali emittenti di senso e informazione. Fino a che ha tenuto, questo sistema è servito ad aumentare i consumi e ridurre le tensioni sociali. Ma era troppo artificiale per tenere a lungo. Non tiene più. Non corrisponde alla realtà e all'esperienza. Anche perché i media di massa stanno rifluendo nel passato.
Le persone oggi non si riconoscono in un target, sentono di vivere identità multiple, interessi insieme contrastanti e coerenti, linguaggi e ideologie divisive, senza corrispondenza con le classificazioni tradizionali e con quelle del marketing. Inoltre, la rete consente loro di unirsi in gruppi che possono scegliere di volta in volta, non necessariamente con coerenza, molto spesso però in modo più curioso che strutturato. La società è diventata un insieme di minoranze nessuna delle quali sembra capace di esprimere qualcosa di generale. Ma la stessa rete offre opportunità nuove anche per la riunificazione dei comportamenti. Suggerendo la sperimentazione di soluzioni continuamente nuove. Il cui effetto finale deve ancora essere valutato appieno. Si sta coltivando l'emergere di un nuovo modo di rappresentare la società. Non ne vediamo ancora la forma intera.
Lo spaesamento è evidente. La capacità di leggere le conseguenze delle proprie azioni è scarsissima, almeno per quanto va oltre il quotidiano o poco più. L'ipotesi di rischiare qualcosa per una ribellione non trova il punto di appoggio intellettuale, culturale e politico per dar modo all'azione di svilupparsi. Si direbbe che prima di tutto occorra una ristrutturazione culturale. Un passaggio intellettuale che ricostruisca una visione condivisa. Dalla quale può emergere anche velocemente non una ribellione di breve termine ma una rivoluzione orientata al qualcosa di più lungo termine. E i commenti apparsi dopo i primi due post lo confermano.
I commenti - Le reazioni delle persone che hanno voluto partecipare alla discussione
Cerco di riassumere per punti le posizioni emerse nel corso della discussione sull'opzione della ribellione in Italia.
1. Non è un fatto solo italiano. L'Italia ha le sue specificità. La ribellione non sarà violenta.
Joi Ito, direttore del MediaLab: «I've called for the overthrow of the Japanese government many times and the funny thing is that many government and corporate leaders agree with me. However, rebellion never happens in Japan. There are many differences but many similarities.
It's very interesting to read your post and reflect on these similarities and differences, but I think the Arab Spring shows us that even in very unlikely places, a dash of courage and timing can cause unexpected results.
Good luck in your reform/rebellion. When you finish, come and help me in Japan. ;-)».
John Lloyd, capo del Reuters Institute for the Study of Journalism: «I dont think, like you, Italy needs a rebellion. There is a world of difference between Italy and the Arab states; most of all, in that Italians freely elect governments (it seems, very sadly, that the rebellions there will not achieve anything like democracy, or even better rule: though we should still hope) the issue is perhaps allied most closely to what you write: that many depend more or less completely on TV for news and opinions, and vote accordingly. Thus there must be a crisis - as there now is - to force change. At root is the corruption of the media».
Alex Roe, di ItalyCronicles: «An interesting piece. As a foreigner who has lived in Italy for over 10 years and who has written about this nation since 2005, I'd agree that a bloody revolution is not the answer to Italy's ills.
What Italy badly needs is a credible leader who believes in the country and Italy needs direction - it has none and is going round in ever decreasing circles.
This country has huge potential - but does not realise this, nor is it capable of realising its potential. Perhaps it's because Italians are too small minded.
Look at other nations - see what works and emulate it. Find out what does not work in Italy and make it work. It can be done - where there is a will, there is a way.
And to kick things off, Italians need to trust each other more and not try to rip each other off.
Forza, Italia! You can do it - if you want to...».
Giuliano, psichiatra e psicoterapeuta: «Splendido articolo dai tantissimi meriti:
- innanzitutto la volontà e la capacità di mettersi nei panni di una straniero, meglio se d'oltreoceano, e di guardare all'Italia senza tabù. Solo così è possibile quell'ipotetico raffronto con il Nord-Africa e con le sue rivoluzioni, raffronto che istintivamente ferisce la nostra vanità di europei.
- la riuscita sintesi di un ventennio di storia politica e sociale - e dunque anche massmediale - senza semplificazioni superficiali e/o forzature ideologiche. Certo manca il riferimento all'opera del principale partito di opposizione ma tale assenza è metafora dell'assenza di incisività della sinistra.
- capacità di differenziare gruppi e complesse dinamiche sociali ma di cogliere dietro le differenze quell'atmosfera diffusa di sfiducia in cui viviamo con la terribile quanto veritiera constatazione "And cynism leads to terror or to helplessness. We had terror in the past. Now we are experiencing helplessness".
- l'intuizione di una soluzione in un processo culturale di lunga durata in cui esperire insieme il nuovo, ri-raccontarsi (i traumi passati, i presenti timori, le speranze ma anche le paure future) in una sorta di collettiva terapia della parola, "talking cure" di gruppo, in cui lo spazio "terapeutico" di ripstto e dialogo è dato da nuove regole condivise.
- e soprattutto, quello che più ammiro, il coraggio di mostrare anzichè reprimere una personale contagiosa passione umana e civile senza la quale nessuno sviluppo, nessun rinnovamento culturale è possibile.
Grazie di cuore»
Marcello Barnaba, Sindro-me: «Man,
thank you for writing this. I share your ideas and your analysis, and I feel that we have to overcome the cultural barriers that separate ourselves and inhibit us to think that we're all on the same boat, with the same needs and issues, and by working together for a common goal we can accomplish everything we need.
It's a golden dream, but maybe it's not too far - as long as we keep pushing :).
Peace!»
Carlo Nardone, tecnologo: «Grande! Mi ricorda una considerazione di Umberto Eco riguardo alle domande che gli rivolgono i suoi amici stranieri sull'Italia.
Secondo me la chiave del "conundrum" e' come smuovere quel 55% medio non completamente illiterato e non ultraconnesso.
Attenzione a un paio di "were" che dovrebbero essere "where" e ancora complimenti per aver tratteggiato una perfetta storia dell'Italia recente per chi, nonostante tutto, ci vuole bene all'estero.»
2. Segnaliamo, discutiamo, connettiamo....
Da Twitter:
EthanZ Ethan Zuckerman
The possibility of an Italian revolution, from @lucadebiase, who explains why it hasn't happened yet: bit.ly/py90ID
madroot11 Matteo Radice
yes we need the change u talk about. We only need to learn again who we are as Italians picking up good things of our history.
cleliabrigitta brigitta
Acuta e interessante la tua analisi sull'assenza di ribellione in Italia. Concordo: è necessario un mutamento culturale.
LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase if the people are not #aware, can not win any battle
newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas.
newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas. @lucadebiase
LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase the problem is the #insane stubbornness to always be guided by someone. When the #civil conscience ?
newsfromitaly News from Italy
Many Italians are angry, very angry, but not rebellious bit.ly/oeJTi3 #Italy #comment @lucadebiase
alessiobau Alessio Baù
Su "The case for an Italian ribellion" di @lucadebiase e i desideri di noi giovani per l'Italia e per la rivoluzione goo.gl/AjC3F
eriklumer Erik Lumer
@lucadebiase great post! IMHO, Italians are lacking more than a shared vision. Also shared ethics and contemporary role models.
fedecherubini Federica Cherubini
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen. bit.ly/rouyYG
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MagriBellabarba Magrì Bellabarba
Tecnopassioni Daily is out! bit.ly/e1jG6O ▸ Top stories today via @lucadebiase
timetit Tiziana Metitieri
Helplessness. Shared vision. Rebellion. Italy. Mi torna in mente il bel post di @lucadebiase
clovisml Clóvis Montenegro
The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - @LucaDeBiase bit.ly/oewxG4
lucad1 luca dello iacovo
@lucadebiase ricordo bruce sterling a milano: disse che l'Italia era all'avanguardia nell'innovazione politica (risorgimento, fascismo, ecc)
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bitforbit ronniescott
@lucadebiase la ribellione è generata dalla necessità di un cambiamento. Se succederà come in Grecia allora la ribellione sarà sicura
mecoio mecoio
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pescegiallo Luca
@lucadebiase l'unica rivoluzione possibile in Italia: popolo di Facebook vs quello di Twitter. (preferibilmente lun - ven 8:30 - 18:00)
jessima Jessima Timberlake
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lucasofri Luca
@lucadebiase perché in inglese?
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@lucadebiase pls follow me back! ellie goulding, music & fun tweets here!! xD thx, it means a lot to me #TEAMFOLLOWBACK #goulddigger
ruggerotonelli Ruggero Tonelli
The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. http://j.mp/pdI1a8 A worth-reading #Italian #politics #howto by @lucadebiase
mediatoro Mediatoro
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25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...
ProgettoRENA ProgettoRENA
the wind of change _ the case for an italian rebellion _ [ via @lucadebiase ] _ why it doesn't happen. and what... fb.me/1h0qG6FwD
negoziatore Gian Marco Boccanera
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25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...
piranology Alessandro Pirani
RT @lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...
Youstitia YouStitia
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev
fondazioneahref Fondazione ahref
"The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen" @lucadebiase http://ow.ly/6EeBN
timetit Tiziana Metitieri
Anche stavolta preferisco Nova con Arduino e @lucadebiase in prima (+ altro ben trattato su neuroscienze) al @24Domenica. Alla prossima!
lawrenceoluyede Lawrence Oluyede
@lucadebiase @alessiobau being in English and on a blog an interesting analysis like this one will be read only by those 10% you mention :-)
HopeTeamBurton Marco Speranza
blog.debiase.com/2011/09/the-ca... /via @lucadebiase
Francesca3176 Francesca Frigeri
molto interessante "@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. - blog.debiase.com/2011/09/the-ca..." via @tigella
giulicast Giuliano Castigliego
RT @lucadebiase The case for an Italian rebellion. "Un profondo cambiamento culturale è il movimento tl.gd/da2e2k
dettoManzari Max detto Manzari
Interesting "@lucadebiase: The case for an Italian rebellion.Why it doesn't happen.And what could happen blog.debiase.com/2011/09/the-ca..."
gmboccanera Gian Marco Boccanera
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev
IdeaSqueezer Emanuele Capoano
@beppesevergnini @twitt_and_shout @francescocosta @lucadebiase @dissapore @Tatarella TUTTI I VINI ORMAI SANNO DI TAPPO? #colpadifiniecasini
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glipari Giuseppe
@lucadebiase: Ci manca il futuro - goo.gl/juyjq e ci mancano i giovani
Paoloexe paolo eugeni
"@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca..."
3. I giovani al centro della storia, per la loro presenza, per la loro assenza.
By y.l. on September 27, 2011 3:25 PM
ciao luca, mesi fa sul manifesto uscì questo pezzo:
http://www.micciacorta.it/home/naviga-tra-le-categorie/15-movimenti/3612-i-giovani-e-la-rivoluzione-.html?ml=2&mlt=yoo_phoenix&tmpl=component
è legato essenzialmente alla questione giovanile e con l'eco nelle orecchie dei movimenti spagnoli, ma fornisce buone indicazioni generali a mio avviso. poi il problema è sicuramente molto complesso e stratificato.
Alessio Bau, su SocialMilano
Da Facebook:
Francesco Rigatelli è la questione del momento secondo me. vediamo se all inizio delle università succede qualcosa
Tiziana Metitieri Difatti il silenzio degli studenti è inquietante.
4. Tra cinismo, discordie e preconcetti non se ne esce...
By sara on September 25, 2011 8:28 PM
Non sono d'accordo con l'analisi, che per molti aspetti non è chiaro da che presupposti parta (non è la democrazia sostanziale che abbiamo oggi il problema, ma la cultura democratica che non si è alimentata negli anni... e di questo bisogna tener conto quando si pensa al dopo possibile...), ma ritengo che le conclusioni siano corrette.
Purtroppo oggi mancano i laboratori capaci di costruire/pensare visione per il futuro, ed è questa la grande sofferenza e paura che, almeno io, vivo.
By Vronsky on September 25, 2011 8:45 PM
Foreigners (and Americans specifically) don't see the difference between Italy and Libya because very often they can't tell which is which when they look at the map. In less than two years we will have elections and there's no need of a blood bath in the meanwhile, as you say. However, I think that a vast, peaceful rebellion is rapidly spreading all around the Country. The popularity of the current government is as low as 26%, which means that even illiterate people who spend much time watching at tv are proving able to understand the situation. The rebellion is in every post against the current state of affairs, like this great one, is whenever serious and respectable professionals speak loud in face of our miserable governors, is in every 'no' that honest people say to compromises.
By Roberto on September 25, 2011 10:20 PM
I think that the world does not know very well the Italians!
Who does not know the historical reality of Italy, from 1968 to today can not understand! We have lived for decades in an "excess" of democracy: I mean, in any discussion, in the '70s and '80s, you had to put into question, put yourself constantly in crisis, not to overwhelm the others. A continuous search for what could be more intellectually right
There were a continuous research for the "cultural avant-garde"; to searche a way of being socially useful, and democratic. The trade union movements, the labor rights, were in first place in public discussions. The cultural factors were all in the first place, (for not to be "retreau"! This happened for 20 years and over in Italy, every day...... In these 20 years the prevailing culture was of course left, always and absolutely liberal and democratic left-wing, super-democratic. The expectations of the people were great huge, everyone was expecting major reforms, major changes in the system of government, both central and local levels. Here in Italy we have lived for 20 years as if we were in Berkeley
in the years '67-71! Just like Charlie Brown and friends, in the same way!
I myself was first, in this way,at the high school, at thecollege and when I was professiona! I experienced everything!
At some point (in the 90s) the the reality fell upon Italy!Tthe true economic reality has rained down Italy: there were no more fascists to fight! There were no more perfects men of the labor movement ! Power was also pleasing to the left ! Came to the government
Craxi's Socialists, the opportunists-calculated with the system of bribes to political parties (phase "Clean Hands" 1993-94). Since then, Italian, disappointed by all the political Left, that for 30 years had made promises, began to think only of themselves, only of their interests, their economic affairs ..................=> and here comes Berlusconi, that represents all these things, (we say " like cheese on maccheroini ")!!! . In practice, the Italian says:" If they do not care of nothing and of the people, thinking only of their power, why should not I do it myself?
Even today we live in this condition, which is why the Italians did not rebel anymore! Who taught them for 30 years, being incorruptible, and gave constant cultural-reformist-revolutionary messages, was detected only an opportunist. A whole political class has so much disappointed that the Italian thinks: "In the end it's better as an entrepreneur Berlusconi, who is is not at least double ! It 'done so, think about the women, success in power, as most of the people of the Western world" So is the "disappointment", the disillusionment and disappointment, only the explanation of the behavior of Italian peolple; that's because they are tired of rebelling and they do not care to change this government! Very simple.
By Lampo on September 26, 2011 12:19 AM
Sì, Roberto, poi mi spieghi quando sono stati i 30 anni in cui la sinistra ha fatto promesse ma non ha voluto mantenerle. Forse al governo c'era qualcun altro? Forse nella situazione politica la generale arretratezza culturale, causata anche dalle strutture cattoliche, ha avuto un qualche peso?
La rivolta in Italia non è possibile perché siamo un popolo di pigri invidiosi. Finché c'è da stare dietro ad un monitor siam tutti bravi, ma quando si tratta di fare anche solo le manifestazioni pacifiche ci si ritrova in pochissimi. Figuriamoci cosa succederebbe durante una "ribellione"...
By Barbara Barbieri on September 26, 2011 4:25 AM
I don't agree with this analysis.Firstly because it's centred only on media and I think that focus our attention over the media it was the greatest political mistake in the last twenty years. Moreover in this article nothing has been said about opposition political organisations such as PD and their absence, or better their lack of strenght during these years, gave a great contribute to make vague democracy balance in Italy. I think that opposition parties powerless action gave during these years an extraordinary possibility of growth to the judiciary power and this lack of balance between state powers is the real problem for italian democracy
By Franco on September 26, 2011 7:20 AM
See, dear readers?
The comments in this post explain very well why Italy is in a mess. We are divided.
Everyone in the country knows that if we keep on voting Berlusconi we are fucked. But voting something else would be like acknowledging a cultural defeat for some people. It's like switching football team. A big no,no. No Italian supporter will move from a team to another. At maximum we will just avoid going to the stadium, but supporting another team is not at option, you stick to your team all the way down to the silliest league. We just LOVE to be divided. Burn, Italy, burn!
By Maurizio on September 26, 2011 11:29 AM
Splendido articolo. Davvero complimenti per la lucidissima analisi.
By Canablach on September 26, 2011 2:05 PM
Bel testo, analisi appassionata.
Drammaticamente mi riporta alla mente una discussione di classe, scandalo Lockheed, 1975: la conclusione di alcuni studenti, allora sedicenni, fu che quell'Italia non era democraticamente riformabile.
Quest'Italia? Sono passati più di 30 anni e il paese non sa (mai saputo) distinguere tra melodramma e tragedia.
Un appunto, su una "dinamica" non considerata nell'analisi: il paese è vecchio. Ogni politica, ogni azione, ogni forza al potere, mira a non scontentare una maggioranza, sempre più larga, di anacronistici vecchi.
Old men hate revolutions and want no news.
By Sissi on September 26, 2011 3:54 PM
It's not a matter of right and left. It's the all Italian politics which sucks. And Italians, at least those 55% of them, are totally tired of its caste. I share the analysis and the ideas of this post. And hope we'll find a new creative (arn't we creative?), peaceful but effective way to generate a new one of a kind revolution.
By Francesco on September 26, 2011 3:54 PM
I can't agree with this.The only rebellion italian people have to do is not against politics, but against themselves. Against their own spoiled culture.Unfortunately the 70s and 80s governaments,help by unions have created a certain mentality among people, especially in southern Italy,but not only. According to this mentality we all think that a certain standard of wealth is adequate to our nation.We think having one of the best(and most expansive)health systems of the world,having a welfare comparable to other rich european nations,having all a job which doesn't require working more then 35 hours per week,having a pension for 60 years old people,having cheap public transportation services(cheap trains for instance) is MANDATORY in Italy,it is our own divine right to get all of those things. But do we really deserve being treated that good?Have we italians ever asked ourselves this easy question?
There are nation where those things are not even coceived,and I m not talking about third world countries.We should just understand that we have all lived furher beyond our possibilities and that its time to change this mentality, and to understand that nobody in europe,even nation with far stronger economies than our, have the privileges that we have.I wouldn't say this is just a politics related problem,whereas I d say a cultural related one.
Cheers.
By Canablach on September 26, 2011 4:54 PM
@Francesco It just shows how great this place could be. We sustained these privileges; and might as well have done so in the future, had we not forfeited our wealth in order to keep up the boon
of some parasitic groups.
By Marco on September 26, 2011 6:35 PM
Womderfull, gentlemen, See you on the mountains. Don't forget to carry rifles and ammo. And, no, iPhones aren't useful up there, battling the obscure forces of tiranny. What ? Everyone has another affair downtown ? Ah, the meeting of the LastDaysOfItaly Club... Understand. See you another time. Bye.
By Marco on September 27, 2011 12:04 AM
"A 35% of Italians are... functionally illiterate [who] only rely on television for news."
I'm not 100% sure that the percentage of functionally illiterate Italians is that high. I agree that is not far from that figure, and in any case, even if it were 10% it would still be untolerably high. However, I wanted to point out that, while this is true:
"[Many Italians] sort of live in a TV fiction, which is created by the very power source of the present political leadership. When they vote, they vote accordingly"
it would be a very big mistake to assume that all the Italians who "live in a TV fiction" and base their political decisions on it, eventually vote for the "present political leadership", at least if by leadership you mean "the leadership that constitutes the current cabinet". There are plenty of Italians who vote for the current opposition, or don't vote at all, who only get their "facts" from mainstream TV.
By sgramtius on September 27, 2011 7:31 AM
da dove si comincia?
By Marco on September 27, 2011 11:52 AM
Smettendola di pensare, dire, agire, come se gli italiani fossero sempre gli altri
By romualdo on September 28, 2011 2:55 PM
Signori capisco la vostra preoccupazione e la condivido.
Tuttavia ritengo che i commenti esteri siano corretti evidenziando una naturale mancanza di pianificazione e coesione degli Italiani.
Prendere il potere politico a livello nazionale, è solo una questione di numeri ed un buon piano di Marketing, come sa perfettamente il nostro attuale presidente del Consiglio.
Invece cambiare l'attuale sistema Italia è ben più complesso in quanto prevede una presa di coscienza di ciò che siamo e di dove vogliamo andare.
Se questa presa di coscienza non parte dal dibattito culturale che i giornalisti possono avviare.... come faremo mai a crescere come coscienza collettiva.
Grazie Luca per aver lanciato il sasso nello stagno ;))
Da Google+:




La progenie italiana poi, così votata all'inerzia sarà la prima vittima sacrificale.


Obiettivamente bsogna riconoscere che l'Italia , rispetto agli altri paesi europei, ha fatto negli ultimi 20 anni dei notevoli passi indietro sulla strada della democrazia.







5. E ora?
By Maurizio on September 28, 2011 3:22 AM
Credo che la chiave di lettura migliore sia che, se pur a passi incerti, stiamo andando verso una nuova consapevolezza globale. Che nasce soprattutto nelle giovani generazioni che interagiscono su internet, si informano e capiscono che ci vuole una nuova idea di sviluppo.
Sarebbe bello che l'Italia fosse capace di anticipare questo cambiamento ed esserne il motore. Ci riscatterebbe da 15 anni di Berlusconismo e di incompetenti al governo.
Ho 31 anni, due lauree, e so quello che dico. Molti di noi sanno tutte le cose che non vanno in Italia e tutte le cose che dovrebbero essere fatte. Non mancano le risorse, le capacità umane, le competenze nelle nuove generazioni, che spesso capiscono meglio e prima di questa classe politica ormai obsoleta.
E' evidente come il Paese sia ormai in caduta libera, guidato da una banda di INCOMPETENTI nel senso letterale del termine, a destra e a sinistra (se una tale divisione ormai ha ancora senso), e come l'inazione sia ormai intollerabile.
Io dico che bisogna affrontare la cosa come un problema e cercare una soluzione efficace per risolverlo. Che funzioni e che sia realistica. Prima che sia troppo tardi
Allora cosa vogliamo fare?
Una rivoluzione violenta è assolutamente non percorribile e fuori discussione. Ma questa gente, questi incompetenti (quando non criminali) che pretendono di guidare un paese, non se ne andrà mai da sola. Quindi?
Io dico che è arrivato il momento di agire. Come? Muovendosi in 2 opposte direzioni:
1) Usando La rete come collettore. Far convergere su un unico sito/progetto tutte le idee di sviluppo/operazioni nei vari ambiti, selezionando le migliori e usandole come piattaforma programmatica per un "partito del web". Un soggetto politicamente neutro ma, con strumenti politici e democratici, totalmente trasparenti permetta la presentazione di idee e candidature alle prossime elezioni.
2) Organizzando con una manifestazione unica e prolungata, sulla base di quelle degli indignados, che costringa l'attuale governo alle dimissioni.
Beh. Le idee non mancano. Spero che questo commento avrà tanti reply. E' tempo di muoverci: per i nostri figli e tutti quelli che verranno dopo di noi. Credo che la nostra sfida, come generazione, sia quella di lasciare un paese migliore di quello che abbiamo trovato e in questo tempo dove tutto sembra scuro, abbiamo le capacità e le possiblità (anche se ancora non lo crediamo possibile) di farlo. I referendum c'è lo hanno dimostrato. Questa generazione può farlo. Adesso andiamo a convincere i nostri vecchi che siamo più bravi di loro:)
Il tema della visione come premessa di una rivoluzione: con l'obiettivo della ricostruzione
Gli italiani non sembrano per ora volersi aggregare intorno a una ribellione anche perché non ne vedono lo scopo.
Questo è probabilmente il punto. Perché non è chiaro lo scopo?
In primo luogo lo stato di prostrazione mentale in cui viviamo non aiuta. Una popolazione divisa, che ha visto per trent'anni una continua demolizione di certezze, vive in un paese che sembra in un "dopoguerra culturale". I "barbari" - per dirla alla Baricco - che hanno preso il potere negli ultimi due decenni hanno lavorato costantemente per distruggere le istituzioni senza arrivare a ricostruire nulla. Anzi, dimostrando un certo disinteresse per la ricostruzione. La Banca d'Italia, la magistratura, persino la Corte costituzionale e la Presidenza della Repubblica sono state attaccate. Alcuni nuovi potenti hanno preso in giro la bandiera italiana e invocato la secessione di alcune regioni, avvalorando l'idea di una disunione d'Italia. Gli italiani hanno visto i nuovi potenti alle prese con la demolizione sistematica di ogni comportamento istituzionalmente corretto. Non hanno visto la costruzione di nulla.
Non stupisce che se la ribellione viene percepita come ulteriore distruzione essa non appare come un'ipotesi attraente.
In realtà, ci sarebbe bisogno di costruzione. Come nel Dopoguerra. Purtroppo le macerie di sessant'anni fa erano ben visibili e la fame le rendeva ancora più visibili. Mentre le macerie culturali attuali e la fame di visioni nuove non è visibile. E gli italiani non sanno se e in che misura questo tipo di analisi ed esigenza sono condivise.
Di certo, possiamo dire che la visione non c'è. Che nessuno offre una prospettiva chiara. Un'agenda che aiuti i giovani e gli altri italiani a definire un percorso d'azione che abbia una qualche prevedibile conseguenza positiva. Ci si rinchiude nell'arrangiarsi e nel salvarsi personalmente. Ma la nostalgia di un progetto comune emerge ogni volta che si presenta anche una minima occasione: lo si è visto nelle celebrazioni per l'unità d'Italia che certamente hanno trovato un consenso e un'attenzione superiore alle aspettative. (E non per nulla sono state vagamente boicottate da molti rappresentanti delll'attuale maggioranza).
Una società fatta di tante minoranze non è per questo una società che non ha bisogno di unirsi.
Infatti, questo bisogno è sfruttato dai potenti che lo sottolineano indirizzando l'attenzione solo verso il breve termine: sia quando sono fondate come la questione della crisi finanziaria, sia quando sono infondate come la questione della criminalità. Ma di sole urgenze si muore dal punto di vista progettuale.
Le componenti aggreganti che possono dare forza a un movimento culturale ricostruttivo vanno ancora definite.
Attualmente, sulla scorta delle urgenze, si configurano alcune richieste emergenti che però non sono ancora un'agenda di lungo termine, anche se secondo qualche sondaggio appaiono maggioritarie, come:
1. Cambiare il capo del governo (la sua popolarità è scesa al 25% dunque la maggiornaza è contro di lui)
2. Affrontare la crisi con misure che oltre a ridurre il debito alimentino la crescita (richiesta un po' più difficile da comprendere per tutti ma enorme e montante)
3. Ripulire la classe politica da corruzione e privilegi (difficile trovare una richiesta più ripetuta)
Ma le urgenze non sono sufficienti. Una lista di priorità, della quale purtroppo nessuno conosce la popolarità (non si sa se sono maggioritarie), per ottenere un recupero di democrazia è comunque spesso (non abbastanza) dichiarata:
1. Ristabilire una legge elettorale che consenta ai cittadini di votare i loro rappresentanti e non solo i partiti
2. Sciogliere il conflitto di interessi fondamentale, quello che consente a un concessionario televisivo di fare il capo del governo e controllare la stragrande maggiornanza delle organizzazioni pubbliche e private che producono informazione e programmi televisivi
3. Rilanciare la crescita e la diffusione della banda larga e di internet in tutto il territorio nazionale come premessa di un'ulteriore crescita delle alternative mediatiche.
Il problema è che tutto questo non sembra poter contare su appigli operativi e pratici. A chi ci si rivolge per ottenere queste cose in un contesto nel quale il governo resta saldamente in mano a una maggioranza che pur avendo perduto una sua componente fondamentale è riuscito a rinsaldarsi acquisendo parlamentari eletti dall'opposizione con metodi molto discussi?
L'urgenza è urgente. E occorre far fronte. Chi se ne occupa ha grandi meriti. Ma la popolazione ha bisogno anche di poter pensare al dopo.
Quando fatalmente il sistema di potere attuale cadrà, che cosa ci sarà? Altri approfittatori o persone eticamente più sane e culturalmente più capaci di amministrare? Non dipende dalla soluzione delle urgenze. Dipende dalla crescita di un movimento culturale che aiuti i cittadini - a partire da chi scrive queste righe - a capire la differenza tra quello che è importante e quello che è soltanto interessante.
Le decisioni possono essere classificate per la loro urgenza e importanza. Si sa che le questioni "urgenti e importanti" vanno affrontate subito, certamente prima delle questioni "non urgenti e non importanti". Ma come si sceglie nella lista di priorità tra le questioni "urgenti e non importanti" e le questioni "importanti e non urgenti"? Come si fa vincere la priorità di ciò che è importante?
Il movimento culturale che riconquista ai cittadini la capacità di distinguere ciò che è importante ha un compito fondamentale. È una sorta di nuovo illuminismo che aumenti lo spazio del ragionamento nel dibattito (contro il metodo ideologico che prevale attualmente): l'illuminismo ha preceduto le rivoluzioni americana e francese. È una sorta di nuovo empirismo che aumenti lo spazio dei fatti sui quali tutti concordano prima di prendere decisioni (contro la distruzione sistematica dei fatti e della credibilità delle fonti di analisi che prevale attualmente): l'empirismo ha reso possibile la rivoluzione scientifica e quella industriale. È un pensiero nuovo, oltre il modernismo delle grandi narrazioni tradizionali e oltre il postmodernismo nell'ipersperimentazione: la costruzione di una nuova socialità ha bisogno di un terreno culturale fondato su un metodo e valori comuni. Il patrimonio culturale di un popolo è un bene comune che non può essere inquinato e distrutto senza tutti ci perdano in modo drammatico.
Questo non è un concetto astratto, ma concreto. Perché indica dove andare a cercare gli appigli operativi per passare all'azione.
Si scopre, pensando in questo modo, che i mondi del breve termine e della manipolazione delle idee - la politica iperelettoralizzata, la finanza spersonalizzata, le narrazioni mediatiche autoreferenziali - non sono luoghi nei quali i giovani e i cittadini che cercano risposte possono trovare una prospettiva capace di aiutarli a decidere a che cosa dedicare la propria vita.
I mondi che possono fare movimento culturale sono quelli orientati al lungo termine o almeno un po' meno bloccati dal breve. Ricostruire associazionismo, lanciare progetti di media sociali e civili, fare volontariato, studiare e fare ricerca, leggere e comunicare con un metodo condiviso quello che si impara, dedicarsi all'ambiente, alle relazioni sociali, ai beni culturali, alla formazione, allo scambio internazionale di idee ed esperienze, sono dimensioni della vita nelle quali quello che si fa ha una valenza di ricostruzione culturale. Da quei mondi emergono comportamenti più civili e pensieri più costruttivi. Che cosa possiamo fare per aiutarli a emergere, a trovare più mezzi, a crescere nell'attenzione della società, a dare conforto ai giovani e ai cittadini che non ne possono più di sentirsti spaesati e soli di fronte a un futuro che vorrebbero costruire ma non sanno come?
Questo è il tema. Non stiamo parlando di limitarci a "pensare". Stiamo parlando di "fare" cose che alimentino il "pensiero", generando contemporaneamente pratiche e soluzioni di vita. Le autorità morali e culturali che emergeranno sono biografie sensate e capaci di dare senso. Le persone le riconosceranno. E su queste pratiche, forse, si potranno sviluppare anche azioni di lotta non-violenta, le uniche che possono avere un senso pratico e un consenso vero da parte di una popolazione che non vuole più distruzione. Vuole costuire il suo paese.
Questo è quello che possono fare, subito, le persone che non vogliono più immedesimarsi passivamente nelle storie degli altri: vogliono scrivere la propria storia. Imho.
La risposta di Amazon.
Massimo Marchiori che ha lavorato al progetto lo sta spiegando oggi a Kracovia. La forza della rete al servizio della collaborazione tra scienziati e media.
Il progetto è in preparazione. Le promesse sono elevate. Vedremo la realizzazione.
L'ispirazione è basata su poche regole:
1. semplicità: l'esempio è l'attuale sito di Obama (are you in? lasci la mail e clicchi I'm in
2. usabilità: non come un oggetto di design ma che non si usa bene
3. no dilution: ambiente controllato, non anonimo, nel quale si sa chi sono i partecipanti, l'informazione non si diluisce nel rumore
4. complexity: ci vogliono molte persone per fare un'innovazione e la complessità di gestire l'interazione tra molte persone va pensata a livello di progetto
5. gruppi: facile costruzione di gruppi di lavoro internazionali e interdisciplinari (gruppi organizzati come estensione del cervello individuale)
In Krakow there is a discussion about innovation in scientific information. Science can do a lot to improve the way it is communicated, but the media can learn a lot from science about the existence of an "epistemology of information". The .
Organizzazione: Atomium Culture.
Nuria Molinero, direttore delle comunicazioni della Fundaciòn Espanola para la Ciencia y la Tecnologia. Lavora per migliorare la qualità dell'informazione che i media tradizionali diffondono sulla scienza, collegando i giornalisti agli scienziati per aiutarli a controllare i fatti. Di solito questo avviene sui temi per i quali non c'è fretta di pubblicare, perché richiede tempo.
Lydia Aguirre, vicedirettore di El Paìs, la concorrenza dei nuovi media sociali ha conseguenze pesanti sui media tradizionali. La loro condizione economica è oggi in chiara difficoltà. I giornali hanno moltiplicato gli sforzi per rispondere alla sfida. Fanno molti mestieri in più, per lavorare su tutte le tecnologie, controllare tutti i dati, aggiustare le notizie ai diversi media. Internet è stata la migliore cosa che è successa al giornalismo dall'introduzione del primo emendamento. Il nostro pubblico è cresciuto molto. In questo contesto abbiamo scoperto che le informazioni sulla scienza sono molto gradite dal pubblico. Le notizie sulla scienza vanno sempre in testa alle nostre classifiche.
Ho sostenuto che:
1. l'informazione gratuita che i cittadini, gli scienziati, le organizzazioni stanno diffondendo in rete non è la causa della crisi dei media tradizionali, ma è una forma di concorrenza; il punto di forza è la quantità di argomenti che i cittadini possono coprire con modelli di business molto meno costosi
2. il problema dei media tradizionali è cogliere i segnali costruttivi di quella concorrenza e innovare, scegliendo tra contrastare i nuovi media o allearsi con essi, cercando di fare simbiosi sulla base di un punto di forza da coltivare, come per esempio il servizio di controllo delle notizie
3. se i media tradizionali hanno un ruolo di autorità e controllo dei fatti e se non sono fedeli a questo ruolo perdono credibilità e perdono la possibilità di seguire costruttivamente la strategia dell'alleanza e si devono necessariamente porre come nomici della rete; ma in questa strategia probabilmente perdono, perché la rete continua a crescere
4. i media devono dunque recuperare un autentico ruolo di qualificazione delle informazioni anche ridiscutendo il metodo che seguono per trovare e pubblicare le notizie
5. l'esperienza dell'epistemologia, sofisticatissimo pensiero che ha aiutato la scienza a crescere, può servire ai media per sviluppare un metodo di ricerca più chiaro e affidabile; se il metodo scientifico - o una consapevolezza migliore intorno al metodo dei dati, le ipotesi, le teorie, la verifica ecc... - si diffonde nei media, anche per la scienza ci sarà più comprensione da parte dei media e maggiore e migliore copertura della scienza. Imho.
Il caso dei neutrini ha dimostrato che siamo ancora indietro in tutto questo, salvo che su un punto: il social media ha saputo reagire subito alla gaffe della ministra. Il fact checking che ne è seguito è stato molto costruttivo sia per i giornali, sia per i social media, sia per gli scienziati.
Per la ministra non sembra aver accelerato la curva di apprendimento. Ma questa è un'altra storia.
È una piccola idea per ridurre debito e alimentare la crescita.
Lo stato è il primo pagatore ritardatario italiano. Quando paga lo fa con un anno, due o anche tre di ritardo rispetto all'erogazione del servizio. Le piccole imprese, in particolare, devono finanziarsi in attesa di ricevere il pagamento. Quindi non possono permettersi di crescere e fare nuovo fatturato, perché fare fatturato significa produrre e sostenere costi che a loro volta costano troppo perché non vengono pagati presto. Se il pagamento fosse immediato cercherebbero di fare di più perché non dovrebbero sostenere il costo dell'attesa del pagamento.
Se lo stato dichiarasse che da oggi in poi paga subito - e obbligasse anche le imprese a farlo - dovrebbe aumentare l'esigenza di cassa immediata ma da quel momento in poi avrebbe meno debito (perché avrebbe pagato quanto dovuto) e indurrebbe le imprese ad accelerare la ricerca di nuovi lavori da svolgere, visto che queste non dovrebbero finanziarsi la produzione indebitandosi in attesa del pagamento effettivo.
Pagare il salto dal pagamento ritardato a pagamento immediato sarebbe un costo da finanziare con una tassa o una riduzione di costi immediata, ma da quel momento sarebbe una riduzione di debito e una spinta alla crescita.
Se sull'esempio dello stato, questa stessa operazione fosse fatta dalle grandi imprese, le piccole aziende sarebbero invogliate a crescere. E potrebbero farlo senza sostenere il costo dell'attesa, senza l'angoscia dell'attesa di essere effettivamente pagate.
Chi lavora con la Germania sa quanto veloci siano i termini di pagamento. Se l'impresa si deve preoccupare solo di trovare clienti e produrre per loro, invece che preoccuparsi anche di farsi effettivamente pagare o di indebitarsi in attesa dell'effettivo pagamento, potrebbero crescere.
Spero che qualcuno mi aiuti a capire se questa è un'idea fattibile, se è una buona idea, se è del tutto utopistica o impraticabile.
Rapporto 2011 sulle fondazioni in Svizzera.
È intanto arrivato il comunicato relativo all'evento:
LAC Lugano Arte e Cultura - SwissFoundations
COMUNICATO STAMPA
"Fondazioni culturali: modelli ed esperienze di collaborazione fra pubblico e privato"
22 Settembre 2011
Giovedì 22 settembre, presso l'hotel Villa Principe Leopoldo a Lugano, alla presenza di un pubblico selezionato di esperti e addetti ai lavori, si è svolto il simposio "Fondazioni culturali: modelli ed esperienze di collaborazione fra pubblico e privato".
L'incontro ha rappresentato la prosecuzione ideale di un percorso iniziato il 30 giugno dello scorso anno, con la presentazione all'USI - Università della Svizzera Italiana del primo studio sulle fondazioni di pubblica utilità in Ticino ed è stato un momento di confronto sul tema della collaborazione fra istituzioni culturali e mondo filantropico. E' la prima volta che ad un evento come questo sono presenti allo stesso tavolo a Lugano fondazioni svizzere e italiane.
Con l'occasione SwissFoundations - Associazione delle fondazioni donatrici svizzere, ha presentato in
lingua italiana il Rapporto sulle Fondazioni Svizzere 2011, che per la prima volta contiene anche un
excursus dedicato alla realtà delle fondazioni di pubblica utilità in Ticino.
I lavori sono stati aperti dal Presidente dell'Usi, Piero Martinoli, che ha sottolineato l'importanza di una
collaborazione attiva tra il mondo delle istituzioni, dell'università e delle fondazioni nel promuovere la
crescita dell'economia e della società ticinese.
Pier Luigi Sacco nel suo intervento ha invece sottolineato come "l'economia culturale e creativa sia, alla luce delle più importanti esperienze di sviluppo locale degli ultimi anni, uno dei settori più promettenti di crescita economica e sociale del futuro prossimo. La cultura non si esaurisce più nella sua funzione tradizionale di passatempo, ma diventa un fattore fondamentale per il conseguimento di traguardi di cruciale importanza per il futuro di qualsiasi territorio: l'innovazione, la qualità della vita, la coesione sociale, la sostenibilità. Allo stesso tempo, la produzione culturale e creativa rappresenta oggi un vero e proprio macro-settore industriale, tra i più grandi in assoluto dell'economia europea e soprattutto in rapida crescita anche in momenti congiunturali difficili come quello attuale. All'interno di questo scenario di opportunità, le fondazioni possono avere un ruolo importantissimo, operando come vere e proprie agenzie del cambiamento, selezionando i progetti ed i talenti creativi e imprenditoriali migliori e facilitandone l'affermazione in un'ottica di produzione di qualità economica e sociale, con una grande attenzione alla valutazione di efficacia e di impatto delle proprie iniziative, e con una forte sensibilità verso l'accountability nei confronti della società civile. In questo modo, le fondazioni possono supplire in modo decisivo ai limiti dell'intervento statale, inaspriti da una fase di risorse finanziarie scarse, conquistando una leadership importante ed una capacità di visione nel dare corpo all'economia e alla società del XXI secolo".
Pier Mario Vello, Segretario Generale della Fondazione Cariplo ha affermato che "negli ultimi vent'anni la società civile ed il mondo finanziario ed economico hanno attraversato grandi cambiamenti: crisi valoriali e sociali, crisi finanziarie, aumento dei disagi, incremento dei flussi migratori tra diverse parti del mondo ecc. Molti cambiamenti costituiscono una sfida, moltissimi sono delle vere e proprie opportunità. La cultura rappresenta il filo conduttore per comprendere questi cambiamenti. Si tratta, però, di una cultura non autoreferenziale e asfittica riservata ai salotti esclusivi o alle cerchie di esperti, né una cultura che per
aprirsi al vasto pubblico si trasforma in un evento da applauso. Parliamo piuttosto di una concezione di
cultura che sia leva del cambiamento sociale e dell'innovazione creativa con cui costruire mondi nuovi.
Le fondazioni hanno un grande ruolo nel produrre e promuovere cultura. Interroghiamoci su cosa fanno e
come lo fanno, dato che fare il bene non è più sufficiente. Bisogna anche farlo bene. Esse si trovano in un
momento privilegiato: la loro evoluzione le può portare ad essere agenti di cambiamento culturale, con
impatti trasversali sull'intera società e sulle sue potenzialità imprenditoriali".
In questi anni di crisi a livello nazionale e internazionale, è visibile l'impegno del mondo filantropico a mantenere lo stesso livello di erogazioni del passato. "Stiamo assistendo a dei grandi sforzi di apertura nei confronti dei richiedenti. Le fondazioni si aprono a collaborazioni fra di loro a livello nazionale ed internazionale e stimolano iniziative che tendono a consorziare i richiedenti, ottimizzando in questo modo anche l'impatto sociale delle iniziative" ha affermato Elisa Bortoluzzi Dubach. "Il ruolo delle fondazioni per il finanziamento privato della cultura è rilevante. Alcuni fatti a suffragare questa affermazione: a fine del 2010 vi erano in Svizzera 12 531(716 in Ticino, di cui 74 sotto vigilanza federale) fondazioni di pubblica utilità. Il loro numero nello stesso anno è cresciuto di 500 unità, raggiungendo i record stabiliti negli anni 2007 e 2008. In testa la Svizzera Romanda in cui negli ultimi dieci anni sono nate il 68,7 % delle fondazioni, seguito dal Ticino con il 46,7% e dalla Svizzera tedesca con il 43.8% (Fonte: Stiftungsreport 2011). Il gettito di erogazioni corrisponde a circa 1.5 miliardi di franchi per anno. Se a questi dati aggiungiamo che secondo stime recenti in Svizzera vi saranno oltre 900 miliardi di franchi di patrimoni lasciati in eredità (CEPS- Centre for philanthropy services, Università di Basilea), di cui una parte sarà sicuramente utilizzata a scopo filantropico, possiamo immaginare quanto possa essere importante questo mercato."
Beate Eckhardt, Segretario Generale di SwissFoundations ha ricordato che le fondazioni sono attori significativi in molti ambiti della società e con le loro iniziative promuovono l'innovazione. In un momento di crisi economica, lo sviluppo di partenariati e collaborazioni diventa un canale importante attraverso cui concretizzare ancora meglio il loro potenziale. SwissFoundations gioca in questo senso un ruolo fondamentale in quanto network per la condivisione di buone prassi e per lo scambio di esperienze e informazioni.
L'Associazione delle fondazioni donatrici si propone di instaurare una collaborazione attiva, socialmente
utile ed equa con le fondazioni, e promuove i valori della trasparenza e della professionalità nel panorama
delle fondazioni svizzere.
Attualmente sono affiliate a SwissFoundations 80 fondazioni donatrici di pubblica utilità, che nel corso
dell'anno passato hanno erogato più di 210 milioni CHF e rappresentano il 20% del volume erogato da
tutte le fondazioni svizzere.
SwissFoundations, che opera a livello nazionale, si presenta per la prima volta in Ticino nell'ambito del Simposio „Fondazioni culturali: modelli ed esperienze di collaborazione fra pubblico e privato". La giornata ha offerto un momento stimolante di confronto con la realtà filantropica ticinese, che speriamo di intensificare ulteriormente in futuro.
Lidia Carrion, General Manager del LAC ha ricordato "il ruolo del LAC come motore di innovazione e di crescita per la Città di Lugano. Oggi uno spazio culturale non può essere soltanto un luogo rivolto a pochi appassionati, ma deve diventare un centro pulsante della vita non soltanto culturale, ma anche sociale della città. Il LAC, grazie al suo edificio di grande qualità architettonica e dotato dei più moderni standard tecnologici, si propone di diventare un nuovo polo di centralità per Lugano, localizzato strategicamente e dotato di uno spazio aperto che si offre alla città come una nuova 'piazza' centrale da abitare e da vivere. Uno spazio accogliente e aperto a tutti, ricco di servizi a disposizione del visitatore, dal ristorante alla caffetteria al bookshop, in cui sentirsi a proprio agio e confrontarsi con le nuove idee e con le migliori espressioni della creatività internazionale, per capire meglio il mondo in cui tutti noi operiamo e per stimolare l'intera scena culturale ticinese verso nuovi traguardi e verso un confronto sempre più attivo con quella internazionale. Il LAC è anche una struttura molto attenta ai temi dell'efficienza gestionale e della raccolta fondi, in costante ascolto di tutti i suoi potenziali partner e sponsor e sempre interessata ad aprire con essi un dialogo attivo per progettare insieme".
L'intervento di Mimi Lepori Bonetti, Direttrice generale della Fondazione San Gottardo, ha messo l'accento sull'importanza di costituire un tavolo delle Fondazioni donatrici ticinesi che abbia la capacità di porsi come soggetto attivo nei confronti dello Stato e dell'economia. "E' solo garantendo un partenariato nuovo tra società civile e Stato che è possibile far fronte, in modo innovativo, alle sfide che ci attendono" ha sottolineato Mimi Lepori. "Le fondazioni donatrici, se riunite tra di loro, sono in grado di interagire, di ottimizzare gli interventi sul territorio, di porsi in modo costruttivo di fronte alle associazioni di categoria svizzere e della Regione Insubrica che già lavorano con questo spirito". Con queste parole Mimi Lepori ha auspicato che da questa giornata ricca di spunti interessanti, la prima a livello ticinese, possa veramente nascere un lavoro di coordinamento tra le fondazioni. "Sarebbe un vero salto di qualità per il mondo delle fondazioni e un segnale forte per affermare il ruolo insostituibile della società civile" ha concluso Mimi Lepori.
L' On. Giorgio Arch. Giudici, Sindaco della Città di Lugano ha posto l'attenzione sul percorso di rinnovamento della città, imperniato sul modello dei cinque poli che si sta avviando verso il suo compimento con la fondamentale tappa dell'apertura del LAC nel 2013.
L' On. Norman Gobbi, Consigliere di Stato del Cantone Ticino e Direttore del Dipartimento delle Istituzioni ha sottolineato come il LAC si ponga tra gli obiettivi quello di essere un punto di riferimento per il turismo culturale non solo del Canton Ticino. A contribuire alla buona riuscita possono essere soprattutto le Fondazioni culturali che in Ticino sono un centinaio di cui 55 impegnate nella cultura di simposio. Auspicabile sarà la nascita di progetti che permettano a queste numerose Fondazioni di proporre di tanto in tanto dei programmi culturali a beneficio del futuro centro culturale. Vi è infatti frammentarietà tra queste entità. Questo, a volte, porta all'organizzazione di eventi, manifestazioni o mostre che suscitano meno interesse di quanto prefissato, mentre meriterebbero molta più notorietà "Offerte che mi auguro - ha detto il Consigliere di Stato Gobbi - possano essere diffuse anche alle zone periferiche del Canton Ticino". Il LAC potrà fungere da traino per l'ideazione di interessanti proposte grazie anche all'apporto delle Fondazioni esistenti e di quelle che vedranno la luce.
Da ultimo l'attenzione dei relatori si è soffermata sulle specifiche esigenze dei richiedenti alla luce dell'attuale contesto sociale. Argomenti approfonditi fra gli altri la fiscalità, le normative legali, e la pianificazione, progettazione e rendicontazione delle collaborazioni fra mondo No-Profit e Fondazioni.
Il tema del progetto evolve. Vive in visioni generali e comprensibili, come la sostenibilità nel futuro delle città. Si sviluppa in idee accattivanti, capaci di una forma di "pubblicazione" esteticamente attraente. Si fonda su innovazioni tecnologiche che consentono di condividere le idee di base e di farle crescere con la condivisione del "pubblico".
Lo schema si applica in architettura come nelle piattaforme per i social network e in molti altri servizi. Evidentemente, il pensiero progettuale si sta espandendo oltre le sue frontiere tradizionali. Riparte dall'immateriale, dal senso delle opere, per poi ritornare a dar forma all'ambiente, alla materia, all'oggetto: ma avendono completamente rigenerato il valore e il servizio.
Le aziende che lavorano su internet sono tutt'altro che prive di geografia. Le persone vivono sul territorio. Le iniziative che creano, nel territorio, diventano generazione di idee, relazioni, scambi di conoscenza. Riccardo Donadon con la sua H-Farm dimostra che il luogo è una piattaforma generativa. Come dicono anche all'Ocse, la globalizzazione non è più vista come omogeneizzazione del pianeta, ma come competizione tra i territori. E i territori competono puntando sui motivi della loro unicità.
Questi motivi di unicità, che sostanziano il valore e la competitività dei territori, sono profondamente legati alla conoscenza incarnata nelle persone che agiscono nelle piattaforme territoriali e sedimentati nella storia scritta sul territorio dalle persone che vi hanno vissuto.
Renata Codello, soprintendente ai beni artistici, architettonici e paesaggistici di Venezia, racconta la sua funzione che a sua volta si trasforma. Il suo lavoro era concentrato sulla cura dei "vincoli": come riesce a trasformarli in opportunità? «Il paesaggio è una sequenza infinita di domande di tutti i tipi. Superiamo l'idea di paesaggio come contenitore. E del resto il senso e l'impronta data da Venezia al paesaggio non è mai stato contenuto all'interno di confini precisi».
Continua Codello: «Essere qui, per me, è una liberazione. Corriamo rischi chiarissimi se continuiamo a pensare che la pianificazione del territorio sia possibile, mentre è chiaramente frutto di un pensiero fallito. Il paesaggio non è l'"antico", è un sistema di interrelazioni che si percepisce come valore identitario: perché è capace di creare valore condiviso. Il Veneto è ricco di storia, come sappiamo, ma è anche una regione che consuma il territorio in modo primitivo. L'idea di sviluppo è stata equivocata con il consumo illimitato di risorse comuni. E molte infrastrutture si sono fatte senza consapevolezza del territorio. Questo più che consumo è saccheggio. Lo stesso sviluppo industriale veneto, basato sulle piccole e piccolissime imprese - casa e capannone - che hanno occupato il territorio e trasformato una regione dalla quale prima si emigrava, ha forse fatto la sua epoca. Dobbiamo pensare a un nuovo equilibrio. I centri storici non bastano a garantire un senso identitario. La costruzione del paesaggio che immaginiamo per il futuro è diventata più complessa: il rapporto con la natura e la percezione che il luogo è in grado di produrre sulle persone sono atti di cultura. La contemporaneità ci dice che questa costruzione del paesaggio come atto di cultura dipende dalla ricostruzione della prospettiva di futuro. Nell'epoca della conoscenza i luoghi più complessi sono quelli nei quali si possono creare le soluzioni eccellenti. Venezia è la città più contemporanea del mondo, è relazionale per definizione ed è il luogo nel quale le persone tornerebbero a vivere». Se l'epoca della conoscenza che crea la domanda di quello che Venezia può offrire, Venezia deve darsi un'economia della conoscenza per poter offrire spazio a chi vorrebbe venirci vivere.
Quelli che riguardano la politica, salvo qualche rara eccezione, sono trattati come al solito. Incapaci di decidere, orientati a rovinare l'Italia, conservatori della specie peggiore: quella che conserva il peggio.
Quelli che innovano, si trovano nel Technology Quarterly: sono stranamente numerosi e fanno tutt'altra figura. C'è Mario Ploner, della Tecnomeccanica Biellese, che racconta di una tecnologia per raccogliere il petrolio che finisce in mare, basata sulle proprietà della lana. C'è Giancarlo Galli, dell'università di Pisa, citato in un articolo sulle tecnologia per l'efficienza delle navi, che usa dei polimeri capaci di attrarre l'acqua da un lato e respingerla dall'altro. C'è Alessandro Bottaro, dell'università di Genova, citato in un articolo sulla tecnologia del volo per aver sviluppato un materiale che ha caratteristiche simili a quelle delle più piccole piume degli uccelli.
Poi c'è Antonio Spadaro, citato dall'Economist per il suo articolo sulla Civiltà Cattolica che ipotizza una relazione tra l'etica hacker e la visione cristiana. Viene segnalata anche l'iniziativa di Marco Fioretti e del suo gruppo che si occupa di incoraggiare la chiesa cattolica ad adottare il software open souce.
Non sono sicuro che non ci siano altri italiani nel Technology Quarterly. Da un lato perché non so se Luana Iorio che lavora alla Ge e ha studiano negli Stati Uniti sia italiana, anche se il nome lo lascia sospettare. E dall'altro lato perché non ho letto l'Economist, l'ho ascoltato nella fantastica versione audio per il cellulare, guidando: il fatto è che la pronuncia dei nomi italiani dei peraltro ottimi speaker è un po' dubbia. Bailise e Ciaivilta - al posto di Biellese e Civiltà - le ho decodificate non so se ci sono riuscito in tutti i casi.
Symposium at Soliko's from michele on Vimeo.
Questa affermazione contiene due ipotesi: 1. farà concorrenza all'iPad, 2. batterà gli altri concorrenti dell'iPad.
Ebbene: la prima ipotesi è evidente poiché entrando nei tablet Amazon farà concorrenza al leader di quel mercato. La seconda è meno evidente: batterà i tablet attualmente sul mercato con Android, per esempio?
Il settore dei tablet, di fatto, è stato inventato da Apple e per un certo periodo tutto il comparto si è chiamato con il nome del prodotto: iPad. Presto è arrivato Samsung con Android e la parola tablet ha assunto un certo rilievo. Entrambi quindi i grandi giocatori in campo hanno una certa presa culturale sul tipo di prodotto di cui parliamo. Quale sarà il punto di forza del tablet di Amazon tale da farlo entrare nel radar dei consumatori e spingerli a comprarlo in massa?
Anche se non esiste ancora, il tablet di Amazon infatti gode dell'effetto di abbrivio positivo attivato dal Kindle. E come il Kindle gode della spinta del vero punto di forza dei prodotti Amazon di questo tipo: è una finestra su un sistema di servizi di acquisto, scambio di commenti sugli acquisti e servizi cloud che potrebbe davvero cogliere l'attenzione del pubblico. Il sistema operativo è meno importante, in questo senso, della piattaforma di servizi.
Specialmente se il prezzo sarà, come si dice, molto basso. Perché finanziato dalla quota Amazon delle prevedibilmente alte vendite di prodotti che attiverà.
I binari sui quali Jobs ha avviato la Apple sono un'identità, una cultura e un metodo di lavoro. Questi non cambieranno perché sono diventati il dna della società.Team:
I am looking forward to the amazing opportunity of serving as CEO of the most innovative company in the world. Joining Apple was the best decision I've ever made and it's been the privilege of a lifetime to work for Apple and Steve for over 13 years. I share Steve's optimism for Apple's bright future.
Steve has been an incredible leader and mentor to me, as well as to the entire executive team and our amazing employees. We are really looking forward to Steve's ongoing guidance and inspiration as our Chairman.
I want you to be confident that Apple is not going to change. I cherish and celebrate Apple's unique principles and values. Steve built a company and culture that is unlike any other in the world and we are going to stay true to that--it is in our DNA. We are going to continue to make the best products in the world that delight our customers and make our employees incredibly proud of what they do.
I love Apple and I am looking forward to diving into my new role. All of the incredible support from the Board, the executive team and many of you has been inspiring. I am confident our best years lie ahead of us and that together we will continue to make Apple the magical place that it is.
Tim
E' il messaggio di cui c'è bisogno, oggi. Domani, però, quei valori dovranno essere interpretati nella vita reale. Se Jobs ha fatto un buon lavoro, la nuova squadra ci riuscirà.
Ora tutti si chiedono come ci sia riuscito. E quale sia il suo insegnamento per la comunità degli innovatori. Chi lo conosceva bene, come Jay Elliot, antico collaboratore di Jobs e autore della magnifica biografia professionale che in questo momento state cominciando a leggere, non esita a definirlo "un artista". Ed è difficile non comprendere che in questa definizione c'è qualcosa di molto vero: guardando i suoi prodotti, gli ammiratori non vedono strumenti elettronici, ma rivelazioni, capaci di far scoprire nuovi mondi di senso, capaci di spostare il limite del possibile dal punto di vista tecnologico e nello stesso tempo di gratificare chi li usa in modo più estetico che funzionale. Sarebbe d'accordo, lo stesso Steve Jobs? Nell'unico momento di autobiografia che Jobs abbia voluto condividere, la lezione a Stanford nel 2005, divenuta uno dei video più commoventi e importanti che si possono trovare su YouTube, suggerisce ai ragazzi di coltivare la passione e l'ingenuità, la fame e la follia: "solo amando quello che fate, farete grandi cose". Un'idea non troppo diversa quella che aveva espresso presentanto il Mac, più di vent'anni prima: "irragionevolmente grande". Lui, Jobs, non si è raccontato se non attraverso le sue opere e in esse ha proiettato la sua passione, visione ed esperienza: come un artista, come un esaltato, come un creatore, senza alcuna distanza tra la sua esistenza e ciò che ne ha fatto.
Eppure, ci sono molti esaltati che non sono altrettanti Steve Jobs. E' chiaro che il suo valore non si riassume in una parola. Piuttosto, lo si scopre nella sua vita esemplare. Una vita proiettata a cercare di realizzare opere eccellenti condotte dalla tensione verso l'essenziale. Solo questa tensione spiega la sua maniacale attenzione per i dettagli. Ha sempre voluto conoscere tutti i particolari dei prodotti dell'azienda, come ricorda Elliot, e occuparsi di tutto. Il che ha sempre generato un certo timore in chi gli stava di volta in volta accanto, anche perché Jobs non si è mai tirato indietro quando ha pensato che fosse giunto il momento di esprimere le critiche più feroci; ma questo atteggiamento, nello stesso tempo, è sempre stato un motivo di entusiasmo per i collaboratori: perché un fatto è certo, chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui ha vissuto un'esperienza indimenticabile. Non ha mai smesso di interloquire con gli ingegneri sulle soluzioni tecniche, non ha mai cessato di mettere tutto se stesso nella scelta delle persone da assumere, ha sempre trovato il tempo per mandare una mail di complimenti per un lavoro ben fatto anche all'ultimo collaboratore. Scelse personalmente il marmo di un negozio Apple in California, mandandolo a comprare in Italia, e andò regolarmente a ispezionare lo stato di avanzamento dei lavori: quando si accorse che il marmo si sporcava in seguito al passaggio delle persone, ordinò di rifare il lavoro usando nuovi materiali per fissare il marmo, scelti in modo che non trattenessero la polvere. La sua leggenda era tale che bastò che girasse la voce secondo la quale la sua bibita preferita era il succo di frutta Odwalla per fare di quella marca un successo internazionale.
Al centro della sua carriera, ancor più che i prodotti o i clienti, sta una ricerca continua, incessante, appassionata, di qualcosa da amare. Una ricerca perseguita con un rigore senza paragoni. Che gli ha fatto vivere una vita disciplinata solo dallo scopo di esprimere quello ne voleva fare. A cinquant'anni ha detto, agli studenti di Stanford: "Siate autori della vostra vita, non lasciate che gli altri la scrivano per voi". E a trent'anni governò il team che progettava il Macintosh con il motto: "non siete la marina, siete i pirati". Questa sua ricerca lo avrebbe condotto a combattere con i limiti che gli imponevano le regole abituali. A scuola era stato tanto ingovernabile da aver rischiato l'espulsione e in un'occasione addirittura la galera. Alla Apple, escluso dalla progettazione dei prodotti, ai tempi dell'Apple II, aveva trovato il modo di imbrogliare l'azienda e di sviluppare un team segreto con il quale avrebbe creato il Macintosh. E poi avrebbe causato danni enormi alle pur ricche casse della Apple imponendo ai progettisti di togliere la ventola per rendere silenzioso il Mac, pagando quest'idea con cinque mesi di ritardo nella produzione, e imponendo all'azienda di costruire una fabbrica per assemblare il prodotto: era tanto convinto che fosse unico e meraviglioso che non poteva lasciare ad altri il compito di costruirlo. Aveva ragione sul fatto che il Mac avrebbe cambiato molto più che il mondo dell'informatica, ma doveva ancora imparare quali regole invece non si possono ignorare. Al suo ritorno alla Apple, la sua conduzione sarebbe stata molto più consapevole. Ma lo spirito non era cambiato: si era semplicemente allargato dalla cura del prodotto, alla cura di tutta l'azienda.
Quando un imprenditore coltiva la sua azienda come un artista lavora alla sua opera, quando vede quello che la sua azienda può creare e trascina tutti a realizzarlo, allora il leader non è un capo: è un maestro di vita che conduce tutti a fare qualcosa di grande. In quel caso, non c'è differenza tra economia e cultura. E l'innovazione non è l'insieme delle novità: ma la costruzione del futuro.
Nowism, sindrome della gratificazione immediata. Giornalaio.
Difficoltà a innovare per gli editori. Monday note.
Il senso analitico del nuovo servizio di Twitter, t.co. Tnw.
Perché Hp abbandona Palm. Facile da capire, secondo Daring Fireball.
Non tutto si spiega con le intenzioni dichiarate quando si fanno le acquisizioni. E non tutte le operazioni che si somigliano hanno le stesse spiegazioni. Ibm era già uscita dai pc (che aveva lanciato) e qualcuno dice che Hp la segue. Ma i tempi sono molto diversi.
Quello che è chiaro è che tutti cercano business più profittevoli. E che Apple al momento è l'azienda che fa più profitti con un equilibrato e irripetibile mix di hardware, software e cloud. Dove cerca profitti Hp? Autonomy fa semantica su base statistica: un servizio software sempre più richiesto, ma sempre piuttosto soggetto a un margine di errore. Hp vuole fare più profitti con un supercloud semanticamente intelligente? Sembra un colpo a lunga gittata. Forse troppo lunga.
Stiamo guardando segnali forti ma di debole chiarezza strategica: siamo in un'epoca di ecosistemi, non dominata dagli operatori più grossi ma dai più avvertiti culturalmente.
Ci sono diverse interpretazioni.
La prima è quella che si legge nel comunicato di Google. Una mossa difensiva nell'area dei brevetti. Android resterà a disposizione di tutti i produttori che lo vorranno usare. Apprezzano questa interpretazione tutti quelli che sostengono la visione di Android come una sorta di sistema operativo standard aperto per gli smartphone generosamente messo a disposizione da Google. A vantaggio di questa idea c'è il fatto che i telefonini con Android hanno conquistato una grande quota di mercato. E poi la suggestione che viene dal paragone col passato: come Microsoft ha battuto la chiusa Apple nei pc così Android batterà la chiusa Apple nei cellulari. Il paragone però non regge fino in fondo: Microsoft faceva enormi profitti con il suo sistema operativo, Google non ci fa un dollaro; intanto Apple sta assorbendo una quota impressionante del profitto complessivo che le aziende producono nei telefonini. Google continua a basarsi sulla pubblicità ma è sufficiente nel mobile? Questa idea potrebbe non reggere alla lunga.
La seconda idea è che Google voglia diventare come la Apple. Un produttore di software e hardware in grado di controllare meglio il prodotto, di trovare maggiore qualità, influenzare i costruttori che usano Android a non customizzare troppo il sistema operativo come fanno oggi (il che lo rende meno standard di quanto sembri), fare almeno un po' di profitti nel mobile. Su Slate una bella interpretazione in tal senso. Fabrizio Capobianco vede la mossa di Google come l'ammissione che la strategia di Apple era migliore.
È probabile che la strada sia una terza, più pragmatca: Google ha comprato una difesa nel settore dei brevetti, perché i brevetti degli altri conducevano i concorrenti a fare soldi con Android, ma 12md sembrano davvero troppi; quindi ha comprato anche una strategia alternativa, quella di entrare nella produzione di oggetti hardware-software che garantiscoo un valore aggiunto maggiore del semplice software; Fantasiosamente si potrebbe dire che ora può difendersi da Nokia-Windows facendo la Apple e da Apple facendo la Microsoft. Ma Google non è nessuna di queste aziende: ha un approccio pragmatico, aperto quando serve, chiuso quando vuole. E sa che il mondo mobile non è come quello dell'internet fissa, purtroppo, perchè nel mobile non c'è netneutrality. Ci si possono fare profitti enormi ma bisogna controllare il proprio mercato. Ma in moda da lasciare libero l'ecosistema di svilupparsi. Apple ha trovato un suo equilibrio. Google sta cercando il suo.
Update: le società confermano la notizia.
Si sono comprati i brevetti per contrastare i concorrenti, ma non basta per giustificare 12md secondo me. Si sono comprati anche una strategia alternativa, soprattutto in America.
La ricerca dell'interfaccia perfetta continua. E intanto sono sempre più numerosi i servizi che raccolgono i dati sul grafo sociale degli iscritti.
Ci sono start up che cercano solo utenti per poi vendersi in blocco ai grandi (Facebook o Google, per esempio). E ci sono start up che cercano di costruirsi un modello di business sostenibile. Soprattutto in epoca di ristrettezze finanziarie (per non dire crisi gigantesca), forse è un approccio più sano.

Il grafico è molto informativo per quanto riguarda in numeri degli utenti. Interessante vedere i network cinesi che di solito non si citano ma che invece vanno chiaramente citati. Vediamo i casi sui quali di solito dibattiamo.
Non sapendo che fare, un weekend ha scritto tre pagine web per lanciare un servizio a pagamento con il quale lui si impegnava ad aiutare i clienti a verificare le loro idee sul Mechanical Turk. Ha pubblicato la sua offerta su Hacker News. E ha aspettato. Dopo qualche correzione di errori e dopo due giorni il servizio è partito. E in due giorni ha messo insieme 350 dollari. (Il racconto sul suo blog)
Il mercato delle applicazioni web si è semplificato. Si sa come farsi pagare, si sa dove farsi pubblicità, si sa come trovare lavoro in crowdsourcing. Al momento c'è forse un po' di bolla, ma il sistema è reale questa volta. A questo punto, le idee vanno provate. E quelle che meritano possono farcela. In questo senso, si direbbe, il mercato globale è un terreno di gioco molto meno opaco del mercato nazionale. Non è facile. Ma non è impossibile.
Dice Manzini:
"There is, in my view, a new model of organizing society and the production and consumption and whatever. When I use the words small, open, local and connected, this is my way of telling the story. People can tell it in another way, but the result is similar. Of course it's a metaphor: having small entities that when connected, become bigger entities. It's evident that it comes very strongly from the network. But once it appears, it's not only related to what you can do, strictly speaking, in the network and technologies. It's a way to imagine the way in which the social services are delivered in society and the way in which we can imagine economies that are at the same time rooted in a place and partially self-sufficient but connected to the others and open to the others. This is a very interesting relationship between being local, being related to a certain context and at the same time being open and connected, not provincial or one closed community that risks being against the others. This is an idea that is clear and strong if you talk about the arena where people are dealing with networks, open source and peer to peer. But it can become a very general metaphor, and embed itself in some realities to become a powerful way to organize a sustainable society."
Persone connesse, con forte senso del territorio, in organizzazioni aperte, itentitariamente chiare: è il punto di partenza. Il viaggio è tutto da seguire. Manzini lo racconta così:
"We can look for example at "zero-mile food", where not only a new way of eating but also a new relationship between production and consumption, and between the city and the countryside, are established. Or collaborative services where elderly people organize themselves to exchange mutual help and, at the same time, promote a new idea of welfare. Further examples are neighborhood gardens set-up and managed by citizens who in this way improve the quality of the city and its social fabric, or groups of families who decide to share some services to reduce the economic and environmental costs, but also to create new forms of neighborhood.
Once we start to observe society and look for this kind of initiative, a variety of other interesting cases appear: new forms of social interchange and mutual help (such as the local exchange trading systems and time banks); systems of mobility that present alternatives to the use of individual cars (from car sharing and car pooling to the rediscovery of the possibilities offered by bicycles); the development of productive activities based on local resources and skills which are linked into wider global networks (as is the case of certain products typical of a specific place, or of the fair and direct trade networks between producers and consumers established around the globe). The list could continue, touching on every area of daily life and emerging all over the world.
Looking at such cases of social innovation we can observe that they challenge traditional ways of doing things and introduce new, different and more sustainable behavior. Of course, each one of them should be analyzed in detail (to assess their effective environmental and social sustainability more accurately). However, at first glance we can recognize their coherence with some of the fundamental guidelines for sustainability."
Il problema è comprendere se si possono costruire piattaforme che abilitino questo genere di soluzioni. Che le rendano replicabili altrove mantenendo tutte le specificità locali. Che incentivino la qualità del risultato. La generalizzazione di tutto questo è una ricerca da svolgere e una pratica da sperimentare. Ma sarebbe interessante comprendere se si possono aggiustare le piattaforme esistenti o se si devono costruire nuove piattaforme.
Ieri, appunto, si è parlato della piattaforma Airbnb con la quale le persone affittano la casa per brevi periodi di tempo. E si è dato conto della crisi di immagine della Airbnb dovuta alla sua pessima reazione a una vicenda molto spiacevole capitata a una cliente: aveva affittato la casa per un breve periodo e al ritorno l'ha trovata devastata e derubata. Ne ha parlato sul suo blog e per la Airbnb sono cominciati i dolori. L'unico modo per riconquistare fiducia, per Airbnb, è investire duramente nella qualità del servizio e garantire una risposta completa e pienamente soddisfacente alla persona danneggiata. Questo può essere costoso. Ma poiché la Airbnb ha di fronte l'allettante prospettiva di andare in borsa a una capitalizzazione stimata di 1,3 miliardi, gli azionisti dovrebbero essere d'accordo.
Il commento di Simone Cicero, però, apre tutta un'altra prospettiva. Andando a concentrare l'attenzione sulle strutture P2P, con grandissima profondità, suggerisce che un servizio di scambio di case, anche se coinvolge un pagamento, potrebbe essere realizzato da una comunità di pari. Questi si potrebbero benissimo organizzare, anche grazie agli strumenti della rete, in modo da realizzare una rete P2P di scambi di case che non coinvolga una struttura centrale orientata - per statuto - a estrarre il massimo valore aggiunto dalle loro attività. Avrebbero un migliore servizio e un maggiore vantaggio. (Si deduce tutto questo dai principi generali espressi nell'intervista, mi pare).
Il problema è dove si pone la responsabilità, cioè l'altra faccia della medaglia della fiducia.
Se si affida tutto il servizio a una piattaforma commerciale ci si aspetta che questa guadagni, anche molto. Ma si deve pretendere che questa sia responsabile di ciò che offre. In questo caso, la piattaforma commerciale non può pretendere di ottenere tutto il vantaggio che si trova nella tecnologia internettiana che disintermedia sistemi commerciali meno efficienti, ma in modo da non garantire nulla ai clienti: tipo conoscere le persone cui vengono affittate le case e valutare se sono affidabili o socialmente pericolose. In fondo, questo lavoro viene fatto - almeno un po' - dalle piattaforme che fanno incontrare persone che non si conoscono per sviluppare nuove relazioni sentimentali. Perché non dovrebbe essere fatto per affittare le case private? Anche se legalmente la piattaforma si può parare da ogni ricorso dei clienti specificando di non assumersi responsabilità sul comportamento degli affittuari, nella sostanza chi affitta si deve poter fidare della piattaforma. E le attribuisce una responsabilità sostanziale. Alla fine, tutto questo potrebbe fare aumentare i costi e i prezzi. Sarebbe ugualmente sostenibile? (Salvatore Larosa, sempre nei commenti al post di ieri, faceva notare che i modelli di business di questo genere di servizi conducono a voler detenere il più possibile il potere dell'informazione, il che conduce a risparmiare su alcuni elementi di qualità essenziali).
Se si organizza tutto con le logiche del P2P il vantaggio monetario resta tutto tra gli utenti e non viene diviso con la piattaforma, con gli azionisti e con la struttura di management. Dal punto di vista tecnologico, una logica P2P è perfettamente realizzabile, come una piattaforma centralizzata. Perché non si passa dunque a questa soluzione? Ci si passa, in realtà, molto spesso. Ma non per tutte le idee di servizio: le piattaforme commerciali, spinte dall'incentivo di guadagnare, possono essere più veloci e fantasiose. È il motivo centrale dell'imprenditorialità. Esiste certo anche un'imprenditorialità sociale, ma forse in certi settori è meno proattiva. Ma sta di fatto che l'imprenditorialità sociale può realizzare gli stessi servizi di quella commerciale e ci riesce molto spesso. In quel caso, però, la responsabilità è di chi usa il servizio e la fiducia si ripone in chi usa il servizio. Dunque, la cultura che accomuna gli utenti del servizio, le maniere con le quali queste persone si conoscono e imparano a fidarsi, le pratiche che garantiscono a chi offre e domanda un servizio si imparano strada facendo, anche per prova ed errore. Sta al design del servizio prevedere le principali difficoltà. Ma sta alle persone comprendere la loro responsabilità. (È un po' quello che si diceva sulla responsabilità di ciascuno nei confronti di ciò che tutti leggono su Twitter). In ogni caso ci vuole un po' di tempo per sviluppare queste dinamiche.
L'intelligenza collettiva è un insieme di connessioni tra persone e macchine e funziona in base a regole. La responsabilità, il rischio e la fiducia, non sono questioni che si risolvono con le macchine ma con le regole sulle quali c'è consenso anche se non sono legalmente codificate, si risolve con la consapevolezza delle regole. Ebbene: il codice con il quale funzionano le macchine può contenere il codice delle regole e aiutare le persone a seguirlo: e questa è una sfida innovativa molto affascinante per il design dei servizi online. Chi se ne prenderà carico?
La competizione tra servizi commerciali e servizi comunitari avverrà sulla velocità di innovazione e sulla sostenibilità dei modelli. Forse i primi sono più adatti alla velocità e i secondi alla sostenibilità. Forse i primi rischiano di essere incentivati a sfruttare troppo la situazione e i secondi rischiano di essere troppo lenti nella produzione della necessaria cultura comune. Ci si può aspettare che la sostenibilità e il lungo termine siano la prospettiva giusta per le soluzioni comunitarie, ma il pullulare di veloci iniziative commerciali non cesserà di certo. Dunque ci si può aspettare che il senso di responsabilità sociale possa permeare anche le migliori soluzioni commerciali e che il senso di imprenditorialità un po' veloce possa conquistare anche il design dei servizi socialmente utili. Un equilibrio di modelli, probabilmente, è meglio di un pensiero unico. Ma il confronto è aperto.
update: commenti utili su google+... Airbnb risarcisce con 30k dollari. Inoltre, si fa una interessantissima chiosa: la reputazione è P2P per definizione e questo si sovrappone in ogni caso a qualunque modello sociale o commerciale...
Ps. Ricordo l'intervista da leggere. Ecco come finisce:
«I don't really think in terms of technological breakthroughs, because the essential one, globally networked collective intelligence enabled by the internetworks, is already behind us; that is the major change, all other technological breakthroughs will be informed by this new social reality of the horizontalisation of our civilisation. The important thing now is to defend and extend our communication and organisation rights, against a concerted attempt to turn back the clock. While the latter is really an impossibility, this does not mean that the attempts by governments and large corporations cannot create great harm and difficulties. We need p2p technology to enable the global solution finding and implementation of the systemic crises we are facing. Stopping this, in fact endangers the future of the earth and humanity. We are living in a bio-pathic system, which literally destroys the basis of human and natural life; and p2p is needed to ensure the transition to a biophilic civilisation, which ensures the continuity of our natural habitat and its gifts to humanity. Technology is just a tool, though a very important one, for transformation, but we should avoid any technological determinism as well as misguided utopianism depending on the next big magical breakthrough of technology.»
1. Most people will believe a batshit crazy customer over a nice businessman. I'm sure at AirBnb they think this lady is batshit. But if you are working at a company, remember this, that batshit crazy customer is far more believeable than anything I've seen come out of AirBnb all week.
2. Have a single point of contact: the CEO. Part of this crisis got worse because numerous people have been speaking to the press. The first thing you should do if you are in a crisis is appoint ONE PERSON to speak to the press and represent the company. That person should be the CEO. Not Paul Graham. Not the PR team. Not some VP. Not friends. Not off the record sources. Not anyone else except the CEO. Fire anyone INSTANTLY who does not listen to the CEO and stop talking to the press. Stop everyone from Twittering, Google+'ing, Facebooking on the topic EXCEPT to point everyone to the CEO.
3. The CEO should NOT use exclusively use press to argue out his case. Why not? The press has goals that might not align with cleaning up the crisis. Instead, the CEO should USE VIDEO! Why video, instead of text? We can tell whether you are lying or not. When I see text I can't tell, but video is far more convincing. Look at how Domino's CEO responded to a crisis: http://youtu.be/s-gvs2Y2368 AirBnb should have done this. They still should do this.
4. Fix the freaking problem. Make it completely go away. If you don't understand what this means, completely means, well, completely. Does it cost a million dollars to make this customer whole? Do it. Your business will live to see another day. Don't argue about it. Do it. Look again at Dominos Pizza's video: http://youtu.be/s-gvs2Y2368
Tutto questo è piuttosto ipotetico. Dipende dallo scenario teorico di riferimento. Se i tablet assomigliano ai telefoni, andrà forse come dice Informa. Se i tablet assomigliano agli iPod non andrà così e Apple resterà dominante. Dipende essenzialmente dall'ecosistema delle applicazioni: nel caso di iPod, il servizio iTunes è nettamente vincente sugli altri e sostiene gli iPod; nel caso dei telefoni, il servizio dell'App Store non riesce a mantenere la stessa unicità e in un ecosistema tanto più complesso come quello della telefonia lascia spazio a interpretazioni diverse del servizio e della tecnologia.
Bisogna ammettere che la Apple non sta facendo di tutto per mantenere una quota di mercato maggioritaria, ma piuttosto tende a massimizzare il profitto sulla sua quota. Tanto è vero che le strategie dei produttori di applicazioni si dividono: in parte accettano le regole Apple, in parte cercano alternative nei sistemi operativi diversi oppure nelle webapps. (Per esempio, vedi il caso Amazon)
In questo senso, pare più probabile lo scenario Informa.
In effetti, la Microsoft ha una lunga storia di prodotti sussidiati da Windows, che perdono ma sono tenuti in vita per motivi strategici. Ma mentre un tempo questo comportamento generava pensieri critici in chiave antitrust, questo non succede oggi, nonostante che la riduzione di quota di mercato di Windows nei pc sia piuttosto limitata. Un'ulteriore dimostrazione della perdita di centralità del pc.
"Ciao Luca, occhio che mi pare ci sia molta e forse troppa confusione sul tema HTML5=standard.
Non è ancora del tutto standard, e sicuramente sarà una tecnologia chiave del futuro e del presente, ma diamo le giuste misure. E' un processo in corso, e questo tenerlo presente è fondamentale.
Nell'articolo che citi si dice: "HTML5′s projected growth is all the more impressive considering that the actual standard is not officially expected to be completed until 2020, according to the World Wide Web Consortium (W3C) standards body. But that won't stop companies and independent engineers from developing and deploying HTML5 features, ABI said."
E' errato, lo standard sarà confermato nel 2014, ma ben prima sarà allo stato praticamente finale. Teniamo d'occhio il gruppo di lavoro del W3C per capire a che punto siamo.
E questa presentazione
Questo è il processo della creazione della raccomandazione nel W3C, giusto per dare l'idea.
Una vera e propria sfida di creazione collettiva e condivisa di un bene comune vero e proprio. Il processo è affascinante".
Ma come è vero che l'organizzazione dei contenuti è diventata una funzione separata tra quelle per le quali competono anche i giornali, perché nel digitale si apre una voragine di opportunità e bisogni in questo settore, è anche vero che quando si moltiplicano le soluzioni si apre il paradosso della scelta, l'ansia di scegliere la migliore, lo sforzo continuo di imparare nuovi modelli di interfaccia.
Finirà che ci sarà un organizzatore degli strumenti di organizzazione dell'informazione. Oppure che si tenderà ad affidarsi a uno, per fiducia in un marchio, per fedeltà a un'emozione, o a per abitudine.
C'era una volta Natta...
Come ogni cosa ben pensata in quest'epoca che cerca senso, il progetto è animato da uno spirito di utopia realizzabile: è teso insieme a incidere su un insieme inscindibile di dinamiche sociali, culturali ed economiche, nei limiti delle capacità di chi lo interpreterà e concretizzerà.
Il progetto servirà a contribuire alla conoscenza dell'evoluzione delle possibilità legate al digitale: si assume una responsabilità nei confronti della società e del suo territorio, pensando ai bambini, ai genitori e agli anziani che vogliono imparare a usare la rete senza subirla; una responsabilità nei confronti del tessuto di imprese esistenti che vogliono conoscere in che modo possono pensare al digitale come un'opportunità; una responsabilità nei confronti delle imprese che ancora non esistono, che sono nei sogni, nell'energia, nella visione di giovani che vogliono cogliere nel digitale uno degli strumenti utili a far nascere la loro azienda. Di fronte a queste responsabilità, l'Accademia sarà soprattutto un luogo di occasioni culturali che speriamo possa aiutare le persone che la frequenteranno a tirar fuori il meglio di sé, nel contesto aperto della grande rete globale, nella consapevolezza dei valori del territorio dal quale vengono, per l'opportunità di farli crescere.
La sua superiorità nella gestione della mail è stata indiscussa per anni. Il suo spiazzamento è arrivato per il contemporaneo emergere di due tendenze: sono nati strumenti migliori della mail per gestire certe modalità di conversazione in rete, mentre l'efficacia della mail è diminuita anche in corrispondenza con l'inflazione di messaggi cc, inutili richieste di risposta, netiquette antica che richiede a tutti di rispondere comunque... Chris Anderson di Ted si è fatto portavoce di questa questione qualche giorno fa. E di certo non è un tema che aiuti la tecnologia della Rim che ha fatto della mail il centro del suo valore.
Una discussione di ieri dimostra che intorno alla Rim, che fabbrica il Blackberry e il discusso tablet PlayBook, si stanno addensando nubi, probabilmente destinate a essere superate solo con uno sforzo di grande innovazione. Ridare smalto alla Rim, assediata dalle piattaforme nate per servire a un insieme di attività ben più variegato e divertente, come iPhone e Android, significherà probabilmente ricreare un senso specifico del Blackberry: una migliore etichetta della mail potrebbe essere il primo punto; il secondo sarà rendere più importante la sicurezza che la piattaforma della Rim continua a vantare a favore degli utenti; il terzo sarà dare al Blackberry un'impronta meno seriosa e lavorativa, forse.
Se ne può discutere, ovviamente. Ma un fatto è certo: quel regolamento stabilisce che l'Agcom può rimuvere contenuti dai server italiani senza passare dalla magistratura e dunque senza consentire a chi li ha pubblicati di difendersi.
Ci sono molte argomentazioni che girano in rete. E vale la pena di leggerne un po' per farsi un'idea. Ne parla Scorza, AgoràDigitale, LucaNicotra, e molti altri citati qui. Le posizioni dell'Agcom sono quelle ufficiali.
Intanto, i governi dei paesi ricchi si incontrano a Parigi, all'Ocse, per discutere di come tenere aperta e innovativa la rete, senza frenarne la capacità di generare crescita e senza farsi prendere la mano da esigenze importanti ma molto meno generali.
E all'Itu fanno i conti su quanto cresce il Pil in funzione di quanto cresce l'accesso a internet in banda larga.
Le regole che frenano l'apertura della rete in Italia sono una delle cause della mancata crescita dell'economia italiana.
Chi ci difende dall'Agcom? Perché ci vuole sempre una mobilitazione e non basta il buon senso?
ps. Il fatto che ci sia Carlos Slim nella commissione Itu non è una garanzia, ma i dati sono solidi e confermati da molte fonti...La McKinsey per esempio.
"Gli utilizzatori di smartphone hanno superato i 20 milioni e il sorpasso sui telefoni tradizionali è imminente. Tra i sistemi operativi, forte crescita di Android, che in un anno triplica la quota di mercato.
I dati Nielsen sull'utilizzo del Mobile in Italia nel primo trimestre del 2011 (dati mensili) rilevano una costante crescita del numero di individui che accedono ad internet dal proprio cellulare: 13 milioni a inizio 2011, il 34% in più rispetto allo stesso periodo del 2010 e oltre 5 milioni in più rispetto al primo trimestre 2009".
Massimo ha ragione. In generale vincono i sistemi che sviluppano un effetto-rete e in generale i sistemi che sviluppano un effetto-rete sono aperti. Perché una tecnologia o un servizio che funziona in rete vale geometricamente di più man mano che crescono i suoi nodi. Un sistema del tutto privato e che sia usato completamente secondo le regole del suo proprietario genera probabilmente un ecosistema meno ricco, in termini di sviluppatori e utenti, di una tecnologia aperta della quale tutti si sentono fondamentalmente proprietari. Questo dipende dal fatto che il monopolista privato è tentato di concentrare il vantaggio su di sé. Ma la regola non è priva di eccezioni.
Windows è stato per anni uno standard di fatto, proprietario e chiuso quanto bastava per massimizzare il vantaggio della Microsoft. Non è stato mai battuto direttamente. Casomai aggirato dalle funzioni di sistema operativo che si sono sviluppate sul web le cui regole e la cui proprietà sono decisamente uno standard pubblico. Sul web si possono pubblicare oggetti chiusi e oggetti aperti. Il loro successo è funzione degli obiettivi di chi li propone.
Facebook è una piattaforma chiusa e proprietaria che è nata grazie all'apertura del web e che ha chiuso nel suo recinto una quantità di applicazioni e comportamenti tale che AllThingsDigital dice che la rete si espande solo per via di Facebook mentre per il resto si restringe. Può essere un'altra bufala come quella di Wired che sosteneva che le apps stavano superando il web. Oppure può essere una nuova fase di proprietarizzazione della tecnologia, tipo Windows. Del resto, Google coltiva la sua grande forza sulla base dell'apertura del web ma è accusata di chiuderne una parte con una grande quantità di piccole mosse. E la Apple ritaglia una parte del web per creare un suo mondo a parte, come ha sempre fatto: in cambio di un grande vantaggio in termini di valore d'uso riduce un po' di gradi di libertà per gli utenti della rete. Anche queste soluzioni possono vincere o perdere. E la concorrenza tra aperto e chiuso continua.
Quello che conta non è tanto valutare quanto sia chiusa una particolare soluzione, ma quanto sia aperto l'ambiente nel quale tutte le soluzioni, più o meno chiuse, si confrontano. Perché solo l'apertura fondamentale dell'internet consente di pensare che per ogni tecnologia chiusa possa sempre nascere un'alternativa aperta che diminuisca la tentazione del monopolista di approfittare troppo del suo vantaggio.
Nel caso delle apps per leggere le notizie, l'eccesso di chiusura di Apple ha ridato fiato al concetto di webapp al quale gli editori come il Financial Times stanno dando finalmente importanza. E non a caso la Apple ha ridotto le sue pretese proprio dopo l'annuncio dell'Ft di andare avanti con la webapp.
Che cosa sono le apps per leggere i giornali? Modi per organizzare la lettura in modo adatto allo strumento che si ha in mano. Sul web in ufficio si va di fretta, sul cellulare ancora di più, sul tablet si può passare un po' più di tempo per leggere comodamente. Il design ne tira le consequenze. Ma le app sono software nient'altro. Non sono necessariamente apps per Apple o Google. E possono a loro volta essere aperte come il browser e il web. Che queste sperimentazioni non abbiano ancora generato grandi cambiamenti nelle percentuali di utenti che leggono i giornali, come segnalano Giornalaio, Massimo e Quinta, è del tutto probabile ed era del tutto prevedibile. Ma anche qui: se le webapps aperte vinceranno sarà perché i sistemi proprietari si saranno comportati in modo svantaggioso per i loro utenti e per gli sviluppatori.
La chiusura della Apple ha aperto la strada a una nuova tecnologia, o meglio ha portato a una tecnologia che molta gente ha pensato di comprare. Una volta cresciuta la base installata e aumentata la quantità di concorrenti che fanno tablet si è anche moltiplicata la quantità di sistemi operativi. Il browser è restato l'elemento unificante sul quale gli sviluppatori possono investire minimizzando lo sforzo. Anche gli editori possono pensare di seguire questa strategia e fare webapps.
Il tema non è contrapporre web e apps. E non è calcolare quanti usano le apps. Il tema è fare servizi che vadano prima a vantaggio di chi li usa poi di chi li fabbrica. Imho.
In particolare, darò una mano alla Digital Accademia, una scuola di cultura digitale che mi pare straordinaria perché nasce in un luogo e per opera di persone che sembrano saper connettere le dinamiche più sofisticate dell'economia della rete globale con le idee che si formano in uno dei territori più fertili di imprenditorialità che ci sono in Italia.
Il mondo è un palcoscenico, diceva Shakespeare. Ma nessun computer se ne cura. Fintantoché la precisione procedurale dei computer si ferma prima dell'analogia, gli umani conservano il monopolio dell'ispirazione. Ma se la scienza dei computer si estende dalla logica all'analogia che cosa prevale: l'ispirazione o l'istruzione?
- The Internet accounts for 3.4 percent of overall GDP in the 13 nations studied. More than half of that impact arises from private consumption, primarily online purchases and advertising. An additional 29 percent flows from investments by private-sector companies in servers, software, and communications equipment. The Internet economy, now larger than that of Spain, surpasses global industry sectors such as agriculture and energy.
- The Internet is a critical element of economic progress, pushing a significant portion of economic growth. Both our macroeconomic approach and our statistical approach show that in the mature countries we studied, the Internet accounted for 10 percent of GDP over the 15-year period from 1995 to 2009, and its influence is expanding. Over the last five years of that period, its contribution to GDP growth in these countries doubled, to 21 percent. If we look at the 13 countries in our scope, the Internet contributed 7 percent of growth from 1995 to 2009 and 11 percent from 2004 to 2009 (exhibit). In the global Net's growing ecosystem of suppliers, US companies play leading roles in key sectors. China and India rank among the fast-growing players in the Internet's global supply chain.
- Most of the economic value the Internet creates falls outside of the technology sector: companies in more traditional industries capture 75 percent of the benefits. The Internet is also a catalyst for generating jobs. Among 4,800 small and midsize enterprises surveyed, it created 2.6 of them for each lost to technology-related efficiencies.
In attesa delle notizie è divertente rileggere la storia di Scamville, scritta da TechCrunch nel 2009. E alcuni sviluppi:
Scamville
Scamville 2
Scamville 3
Una difesa
Precisazioni
Dirty money
Transparenza
Da allora è passata molta acqua sotto i ponti.
L'Italia è a metà classifica, più o meno. Il paese di chi si accontenta gode così così.
1. E' facile reagire dicendo "sono un completo fallimento", ma è più corretto ammettere che solo alcuni comportamenti hanno fallito. Il che apre la strada a una correzione di rotta.
2. Quando non si raggiunge un obiettivo può anche essere perché l'obiettivo non era realistico. Si può cambiare il mondo, ma non a passi più lunghi della gamba.
3. Non c'è nulla di strano nel fallimento. Ed è un evento che produce esperienza, quindi potenzialmente un miglioramento.
Anche in Italia si moltiplicano i premi. Il Marzotto offre un montepremi di 400mila euro. L'Unicredit organizza a sua volta il Talento delle idee. Il Sole e il Cnr hanno una start cup. Ma le iniziative si moltiplicano.
Il Marzotto ha il merito di nascere pragmaticamente orientato a sostenere sul serio un'impresa innovativa. Certo, sulla via del pragmatismo si può andare avanti. Qualcomm e X Prize chiedono un'innovazione nelle applicazioni per la diagnostica, con un premio - siamo in America - da 10 milioni di dollari.
Nendo ha disegnato queste cuffie per ascoltare la musica. La sua ricerca riesce ad attrarre l'attenzione e la curiosità. Ma soprattutto dimostra che c'è ancora molto da fare in questo settore. (via Dezeen)
Handling The Form and Function of Beauty
Richard Seymour, Designer
The Real Problem With The Education System
Katherine Birbalsingh, Teacher, Author "To Miss
With Love"
Listening to the Sounds of Space
Honor Harger, Artist & Curator
Seeing is Moving (Tech demo)
Aldo Faisal, Neuroscientist and Engineer
You Think You Know Flowers?
Jonathan Drori, Main Board Member, Royal Botanic
Gardens, Kew
Mabel van Oranje, CEO, The Elders
The Global Spread of Belief in Contemporary Art
Sarah Thornton, Author, "Seven Days in the Art World"
The Path Towards Living Systems
Martin Hanczyc, Associate Professor, FLinT,
University of Southern Denmark
The Most Promiscuous Tribe on Earth
Yasmin Alibhai-Brown, Author and broadcaster
The Spontaneity of Vocal Expression
Claron McFadden, Soprano
E' una bella storia. Daniele Pelleri e Luigi Giglio, studenti del Politecnico di Torino hanno un'idea, una passione e una sana, indomabile ingenuità. E realizzano un software utile: per fare in fretta e bene una applicazione per iPhone, iPad e Android. Modello di business ibrido: con pubblicità o senza ma a pagamento.
Ne ha parlato ieri Raffaele Mauro in un pezzo molto ampio.
Sul Sole 24 Ore - e su Nòva - ne aveva parlato Luca Dello Iacovo in due riprese nei mesi scorsi. Ecco il suo pezzo di qualche giorno fa:
Se fosse un gioco sarebbe quellodei mattoncini lego: AppsBuilder è un tavolo da lavoro
online per costruire applicazioni passodopo passo.Ha appena debuttato su internet. Gli utenti,
anche senza registrarsi, assemblano le parti del software con mouse e tastiera. Non è necessario avere nozioni di informatica: è un processo intuitivo. Alla fine della catena di montaggio ottengono un software da scaricare, installabile su iPhone, iPad e dispositivi con sistema operativo Android. Ma diventa operativo dopo la pubblicazione nelle vetrine digitali
dei negozi di applicazioni: si tratta di un passaggio che costa 99 dollari per Apple (con iOS
Developer Program) e 25 dollari per AndroidMarket con la registrazione come sviluppatori.
A lanciare AppsBuilder sono stati due studenti di ingegneria informatica del Politecnico di
Torino, Daniele Pelleri e Luigi Giglio: prima di completare gli studi hanno iniziato a sperimentare con i software per smartphone e tablet.
La passione amplia un terreno fertile per l'attività professionale. «Le aziende chiedono applicazioni personalizzate, magari perché vogliono il loro brand su uno store, oppure sono interessate a esplorare altri canali di comunicazione», dice Pelleri. Durante la scorsa estate hanno varato l'officina digitale, quasi per gioco: in poche settimane sono arrivati 2mila utenti interessati a mettersi alla prova. Anche un gruppo specializzato in domotica, Crestron Electronics, ha montato la sua applicazione per unire i messaggi pubblicati nei
suoi social network online, come Facebook e Twitter. Il passo per diventare imprenditori è stato breve: i due allievi dell'ateneo piemontese mostrano i risultati ottenuti a potenziali investitori e ricevono il supporto di Annapurna Ventures, un gruppo specializzato nel sostegno alle startup fondato da Massimiliano Magrini, ex country manager di Google Italia. Secondo la
società tedesca di analisti Research2guidance ad aprile sono arrivate 11mila nuove applicazioni nell'App Store Apple e 28mila nell'Android Market.
Esistono anche piattaforme simili, come Appdoit e App-Makr: AppsBuilder abilita l'intero processo in modo gratuito e senza registrazione nella fase iniziale, ma l'utente deve affiancare al suo software gli annunci pubblicitari gestiti dalla startup, oppure può scegliere di pagare
un canone mensile e pubblicare le proprie inserzioni commerciali.
Bellezza dell'architettura progettata col software. "I processi di fabbricazione digitale e i software di progettazione parametrica stanno influenzando i metodi, le teorie ed il pensiero progettuale architettonico. I sistemi cad/cam hanno avuto quello scarto nella loro evoluzione tali da poterli considerare strumenti di massa alla portata del progettista." A luglio se ne parla a fondo sulla costiera amalfitana.
Le aziende lanciano un contest, i creativi rispondono. I creativi si fanno conoscere, le aziende li chiamano.
Le regole sono un po' diverse. Il senso è lo stesso: aprire strade, rispettare le idee, alimentare l'intelligenza dei progetti.
Zooppa
99 Designs
Shicon
Nel frattempo va avanti la votazione sul logo dell'Expo.
La Microsoft ha tentato di comprare Yahoo! ma non ce l'ha fatta anche per un conflitto culturale con la popolazione internettara dell'azienda che voleva acquisire. Nel frattempo ha lasciato abbastanza da parte lo sviluppo della precedente megaacquisizione nel campo della pubblicità online. Ora compra Skype, che più internettara non si può.
Skype ha ancora il 44% dei dipendenti in Estonia. Gente che è partita come avversaria dei grandi, dalle etichette musicali alle compagnie telefoniche. Ora saranno probabilmente più miti. Ma ci si può domandare che cosa farà di questa gente la Microsoft. Di certo, se vuole diventare più internettara, la Microsoft ha molto da imparare da Skype. Vedremo.
Intanto, Geekwire fa notare che Skype ha una app per Android e per iPhone, non per il software della Microsoft. Una cosa da sistemare. Promette comunque di continuare a supportare le versioni del suo servizio per i concorrenti della Microsoft.
In passato, le telco italiane volevano la maggior parte del prezzo della transazione. E questo ha ridotto lo sviluppo delle applicazioni e dei contenuti sulle loro piattaforme. Oggi hanno di fronte il benchmark della Apple, col suo 70% a favore dei produttori di software e contenuti. E se gli editori, come Class e Sole 24 Ore, si sono detti pronti a collaborare, vuol dire che hanno informazioni incoraggianti.
La Banca d'Italia non dirà niente fino a che si tratta di acquisti in beni digitali da fruire con gli stessi strumenti mobili che hanno effettuato il pagamento.
Vedi Pierani. Comunicato.
Personalmente ho contribuito con grande orgoglio ai lavori del panel sul progetto del "museo del futuro".
A quanto risulta, Marco ha fatto praticamente tutto da solo. E sta ripagandosi abbondantemente dello sforzo. Se ci fosse un corso per imparare a seguire una strada analoga, sarebbe un bel corso.
Questo è un video pubblicato sul Quarterly della McKinsey. In questo numero anche:
Come trasformare l'agricoltura africana
Strategie per valorizzare l'internet mobile
Una mappa delle città globali del futuro
e il rapporto Urban World
I dati che porta a sostegno della tesi sono piuttosto poveri. L'analisi è però da prendere in considerazione. L'eccesso di effetto-moda può dare impressioni sbagliate. Ma il problema è se prende a funzionare l'effetto-rete: cioè se la nuova tecnologia si diffonde abbastanza sa diventare un vero generatore di valore per gli utenti.
E questo essenzialmente dipende dalla qualità delle applicazioni che vengono scritte apposta per i tablet.
I megatrend in proposito non lasciano molti dubbi. Oltre alla quantità di software nato per girare sui tablet, c'è la crescita interessante dell'html5, i nuovi modelli di business e di comportamento emergenti, il piacere a quanto pare scoperto nella lettura di storie lunghe e libri con i tablet, i giochi e le mappe... Il computer sul divano e non più solo sulla scrivania. E le sempre nuove invenzioni che serviranno a connettere senza fili quasi tutto facilmente come quelle della Apple. Senza dimenticare la gestualità touch che sta prendendo piede al posto di quella del mouse.
Come ogni innovazione piuttosto profonda anche i tablet devono conquistare il loro effetto-rete. Che può avere bisogno di un effetto-moda per partire (o in altri casi di un'ideologia, o di un ordine aziendale)... Ma che stia prendendo un posto nella vita digitale, si direbbe piuttosto evidente. Da qui a dire che i pc sono finiti, però, ce ne corre. E non si vede perché lo si dovrebbe dire. Sono semplicemente spiazzati: non sono più il centro della scena. Sono in rete. E' la conseguenza di internet, specie nella sua versione mobile.
Internet fissa col pc, però, va salvaguardata: è ancora il territorio più libero e neutrale (i gestori mobili non riconoscono la net neutrality). E' quindi probabilmente il territorio dal quale possono nascere le innovazioni più fantasiose e radicali. Imho.
Sembra emergere una tale quantità di dati sui movimenti delle persone che la dimensione della libertà individuale, cui il telefonino sembrava dare un'ulteriore enorme spinta, cede il posto all'analisi sistemica: le formiche nel loro piccolo si sentono imitate.
Non stiamo studiando l'intelligenza collettiva. Anche se la rete sembra diventare ogni giorno di più uno strumento dell'eventuale emergenza di una intelligenza collettiva (o almeno uno strumento di studio della stessa). Per ora, stiamo osservando il movimento dell'insieme delle persone. Che evidentemente scelgono nella vita quotidiana secondo schemi piuttosto prevedibili.
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Nel frattempo - hai visto i post:
Perché "Cambiare pagina"
Habemus papam - deficit di accudimento
Prezzi di libri: carta e ebook
Link economy e comportamenti contraddittori
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Investimenti orientati al lungo termine in ricerca e innovazione, arte e ambiente, in un contesto con una forte presenza di attività cooperative, mostrano una storia che si potrebbe studiare con attenzione per comprendere come una città e un territorio si possano dare un percorso per andare nel futuro con una certa chiarezza di prospettiva. Non mancano i problemi, ovviamente, e le beghe. Ma dei loro risultati, i trentini dovrebbero tutti essere orgogliosi.
(Nòva-IlSole24Ore, insieme all'Ocse, aveva scelto Trento come primo esempio per la sua ricerca delle "città illuminate").
Come è ovvio, un autore non ha alcuna voce in capitolo sul prezzo dei suoi libri. Ma chiedendo all'editore si scopre che anche quest'ultimo non ha tutte le leve decisionali in mano. Anche perché un conto sono i prezzi e un conto sono gli sconti. Mentre la struttura dei costi è abbastanza poco conosciuta. Non ne sono venuto a capo pienamente, ma ho imparato qualcosa.
Il prezzo di copertina ufficiale di Cambiare pagina è 11 euro e quello della versione digitale è 8,99 euro. Il che corrisponde al maggiore costo della carta. Ma la produzione non è la sola voce di costo. C'è anche la distribuzione, che conta per circa il 30-40% del prezzo di copertina anche nelle librerie digitali. Questo consente di praticare degli sconti. Ma gli sconti sono diversi a seconda della capacità contrattuale delle parti. E a fronte della politica di sconti aggressivi di piattaforme come Amazon per la vendita online di libri di carta anche le altre piattaforme abbassano i prezzi. Ma solo dove c'è concorrenza
Si scopre insomma che il mercato è più concorrenziale nella vendita online dei libri di carta, mentre lo è meno sulla vendita dei libri in formato elettronico. (Non solo: secondo me, ma è una pura supposizione, il prezzo del libro elettronico deve restare alto anche per pareggiare un po' le perdite dello scambio di libri elettronici tra utenti che in questo modo non pagano il prezzo di acquisto).
Si scopre che in generale nel mercato dei libri di carta, gli editori hanno più forza contrattuale e che nelle piattaforme online hanno meno potere. E che i compratori di libri elettronici sono meno sensibili agli sconti.
Da queste differenze emerge che il mercato dei libri elettronici e quello dei libri di carta sono sorprendentemente separati. La maggior parte della gente non confronta gli sconti di carta ed elettronici prima di comprare. E la ricerca di libri elettronici è ancora meno sviluppata e abituale di quelli di carta, tanto che nei libri elettronici, in Italia, il mercato è più concentrato sui bestseller mentre nella carta c'è una coda lunga più lunga.
Tutto questo significa essenzialmente che anche qui il mercato non funziona proprio come ci si aspetterebbe. Istruttivo, mi pare. Ma di sicuro non abbiamo ancora finito di imparare.
Non per niente, verrebbe da commentare, i governi vanno lenti e le aziende veloci. Ma i partiti, che sono a metà tra i governi e le aziende, cercano dati veloci nei sondaggi. E più si basano sui sondaggi, più sembrano aziende...
Vabbè. Ma il tentativo di Varian è più alto. Come si fa a dare ai governi delle basi di dati che si aggiornano più velocemente? Con internet, effettivamente, si può.
Resterà il tema di come coltivare una visione di lungo periodo, basandosi su dati veloci. Forse, per riuscire, dovranno essere velocissimi. Un esempio? Se le aziende lavorano concentrate solo sul prossimo bilancio trimestrale, saranno incentivate a fare un lavoro di breve termine. Se però le aziende facessero (e in teoria potrebbero farlo) comunicazione quotidiana dei dati, allora non avrebbero (sempre in teoria) quelle finte scadenze trimestrali e potrebbero persino cominciare a pensare al futuro come un continuum: breve e lungo termine, infatti, sono molto più collegati di quanto sembri.
Tania Singer - Breaking the Wall between People @Falling Walls 2010 from Falling Walls on Vimeo.
Tania Singer, Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences, a Falling Walls 2010.
Che ci sia qualcosa su cui riflettere per ingaggiare i giovani che arrivano al mondo del lavoro dopo una vita giocata sul digitale lo dice anche Clay Shirky, in un pezzo per McKinsey.
Da non perdere, su Watson, i post di Guido Vetere.
L'interfaccia e l'ambiente che si trova nelle Ted Conversations non invita a perdere tempo: piuttosto invita ad approfondire e solidarizzare intellettualmente con gli altri.
Grande esordio. Fin dalla partenza della piattaforma ci sono grandissimi interventi, da Morozov a Zuckerman a O'Reilly.
Un'idea interessante: le discussioni hanno una data di scadenza. Ci sono amministratori volontari. Le regole sono molto semplici.
Qualche esempio?
Zeid Abdul-Hadi propone questa domanda:
To what extent has social media contributed to the spreading of the People's revolutions and call for Freedom in Tunisia & Egypt?
The past month has seen unprecedented events in history in the Middle East that hasn't been possible to achieve in 30 years, and this is partly due to the rise of the internet and the new means of communication at the disposal of people, and in particular social media, such as Twitter & Facebook, which has allowed people to rally for a common cause in large numbers in a way that would've been impossible before. In addition, the rise of the use of the internet and social media has enabled people to see everything clearly and to know about everything from different media sources, so no government can fool its people anymore.
Evgeny Morozov risponde:2 days ago: The governments of Tunisia and Egypt were overthrown in part because they did not pay enough attention to the power of the Internet. How else to explain the fact that the Egyptian government took little effort to crack down on the Facebook groups opposing it in the several months preceding the protests?
Social media are good for publicizing protests - but, as they are social by definition, they are also easy to track and monitor, subjecting protesters to risks they may not even be aware of. What we are going to see in the months to come is more governments learning the tricks of open-source intelligence gathering to avoid being caught off guard like Ben Ali or Hosni Mubarak.
Ethan Zuckerman risponde:
2 days ago: I've heard at least three ideas for why social media could be important in the Egyptian/Tunisian context, and I think there's a fourth idea that's not been widely discussed yet.
Idea 1 - the secret information theory
A number of commentators have suggested that information released by Wikileaks and circulated via social media helped foment frustration in Tunisia and mobilize the demonstrations. While it's true that Tunisia worked very hard to suppress the Wikileaks information, the information revealed wasn't especially secret. I think that, while the idea of the Internet as a platform for unblockable secrets is very appealing, I think there may be fewer secrets than we imagine in our mediated age, and more channels than the internet.
Idea 2 - command and coordination
The New York Times has run several stories looking at how groups like the April 6 Youth Movement and Kefaya used the internet to coordinate protests in Egypt. While there's some truth to these stories, it's worth noting that the protests continued during an internet shutdown. Yes, the internet is a great tool for organizing protest, but it's also an open, public channel, not always the best place to plan a revolution.
Idea 3 - amplifying voices
Protests in Sidi Bouzid would have received little media attention without two technologies - Facebook and Al Jazeera. AlJ used videos posted on Facebook to report on the protests to the rest of Tunisia and the rest of the world. As protests spread through Tunisia, they inspired the world as a whole.
the one I've heard little about
Idea 4 - participatory governance
Now that leaders have been overthrown in Egypt and Tunisia, what's next? There needs to be a channel for youth - the folks who led protests - to influence the new process of governance. What will be really exciting is if figures like Wael Ghonim can use Facebook to get ideas from the youth he now represents in conversations with the new Egyptian government.
E così via...
Non è un motivo per abbandonare il tema. Anche perché l'Europa lavora per fare adottare a tutti i paesi un'agenda digitale. E se ne dovrà accorgere anche l'Italia.
Il punto è che la dinamica da avviare non è quella dell'opposizione ma quella dell'innovazione. Gli innovatori non sono interessati al colore del gatto, ma al fatto che prenda i topi. (Se non li prende, poi, cercheranno un altro gatto che li prenda).
La notizia è che il nuovo leader della Nokia lo sa. E ha fatto circolare una nota ai collaboratori che è stata pubblicata da Engadget.
È una lettura clamorosamente istruttiva.
Nella tabella sono riportati i cambiamenti nella quantità di attenzione raccolta dai vari brand nel corso del Ces di Las Vegas. ReadWriteWeb fa un'utile analisi della cronaca. Ma è interessante segnalare anche il concetto "share di attenzione". RowFeeder lo calcola in base alle volte che i brand sono citati nei social network. E' ovviamente una proxy. Ma dimostra che stiamo cercando nuove metriche per capire come stanno le cose in un mondo in cui la scarsità non è più nello spazio disponibile sui media, ma nel tempo e nell'attenzione della rete sociale.
Ripeto non l'ho provato. Ma il concetto è chiaro. Anche la lettura delle reazioni cerebrali - come la decodifica del genoma personale - è entrata nel loop del crollo dei costi dei materiali elettronici. E quello che ci si potrà fare è tutto da inventare.
La neutralità è la garanzia dell'innovazione. Consente a chiunque, piccolo o grande, di proporre alla rete le sue idee e provarne la qualità. Mette in crisi i poteri acquisiti, ma garantisce che l'ecosistema produca sempre nuove proposte. Nell'insieme, dopo quindici anni di innovazione, gli utenti di internet ne hanno tratto giovamento. Bloccare la neutralità in modo da consentire agli operatori di discriminare sui contenuti e i servizi rende ogni innovazione aleatoria e rischiosa.
Occorre dunque distinguere tra quello che si sta dicendo e facendo.
Nella rete mobile non c'è neutralità. Le proposte che la introducano non si vedono in giro. Ma la rete mobile trae qualche forma di innovazione da ciò che avviene nella rete fissa. La discussione che conta è dunque quella relativa al mantenimento della neutralità della rete fissa.
Si parla di neutralità sia per quanto riguarda la discriminazione dei contenuti, dei servizi, delle idee, sia per quanto riguarda la qualità differenziata del servizio.
Ogni proposta che consenta di discriminare sui contenuti va respinta. Se gli operatori potessero intervenire per impedire l'accesso a chi vogliono diventerebbero operatori politici e giudiziari. E diventerebbero resposabili di ogni azione - giusta o sbagliata - che gli utenti fanno in rete. Alla fine sarebbero i poliziotti della rete. Se non addirittura i dittatori della rete.
Quanto alle proposte che consentono di dare velocità o qualità differenziata a prezzi differenziati si può discutere.
1. Se queste proposte consentono agli operatori di decidere quello che vogliono vanno respinte.
2. Se queste proposte consentono agli operatori di aggiungere servizi senza obbligare gli utenti ad acquistarli si possono discutere.
Il principio è chiaro: una diversificazione può essere aggiunta, ma a patto che non leda la rete neutrale esistente. Non la danneggi direttamente e non la danneggi indirettamente, limitando gli investimenti su di essa.
Stefano Quintarelli dice che si può consentire agli operatori di aggiungere un'offerta di connessione a qualità superiore con prezzo superiore purché non sia obbligatoria per gli utenti.
Ma di sicuro non si può consentire agli operatori di lasciare andare la rete fissa neutrale in un progressivo degrado, investendo solo sulle nuove offerte a maggiore costo per gli utenti e prive di neutralità. Imho.
Laura Forlano, What is service design? L'economia è sempre più basata sui servizi e sui servizi si fanno i grandi valori aggiunti. Ma il design non è ancora riuscito a definire il suo ruolo in questo ambito.
Katarina Wetter Edman, The concept of value in design practice. E' probabilmente necessario riflettere a come si genera e si misura il valore del design in un mondo di servizi.
Altri paper dei quali si sta discutendo in questi giorni a ServDes.
Libri connessi a questi temi.
Tim Berners-Lee è sicuro che il web non è morto.
(Ieri, in Inghilterra, un po' di proteste sulla versione locale di Amazon: un insieme limitato di offerte speciali; molti se le sono accaparrate, quelli che sono rimasti a bocca asciutta si sono lamentati sul sito).
Nel frattempo, i segnali sono incoraggianti: l'applicazione sembra interessare (secondo i dati arrivati prima del weekend aveva superato i 5mila download!!!) e soprattutto in generale è recensita con toni positivi.
Di certo, i problemi principali sono relativi alla pesantezza dell'applicazione che si può scaricare solo in wifi perché è intorno ai 250mega e alla lentezza del caricamento di alcune pagine (da migliorare la gestione della ram).
Non mancano le critiche sul fatto che sia soltanto per iPad. Ma a questo proposito osservo che La Vita Nòva si estenderà agli altri tablet, che i suoi testi si possono già ora condividere con agli amici via mail o social network e che saranno ripresi anche sul web. Il fatto è che il design dell'applicazione si può fruire per ora pienamente solo con l'iPad, mentre le informazioni specifiche possono girare anche fuori dall'applicazione. In questo senso, la risposta più importante è che il lavoro di Nòva è già aperto e crossmediale: si può trovare sulla carta, sul web, talvolta alla radio, nei libri e negli interventi a convegni dei suoi autori; il design con il quale assume la sua forma nei diversi contesti mediatici invece è pensato per la specifica fruizione da questi consentita...
ps. JC segnala anche questo Seymour Hersh...
Si rifletteva, con Bergonzoni in una serata alla Molteni (quella degli arredamenti, a Giussano) sulI'idea di progresso in termini di qualità. Ma che cosa occorre fare per passare dall'epoca del progresso definito dalla quantità di beni prodotti a una nuova epoca in cui si valuti il progresso in termini di qualità? Tutto intorno a noi lo chiede. E noi fatichiamo a rispondere. I soldi, restano la banalizzazione più utilizzata per capire se si va avanti o indietro. Eppure non bastano più.
"Che cosa sai? Se non sai nulla non ci può essere qualità" dice Bergonzoni. "L'ignoranza è biadesiva, si attacca dappertutto. E' nemica della qualità".
Già. Prendiamo la Molteni, appunto. Produce tutto a Giussano e vende in tutto il mondo. Aggrega la sapienza indicibile dell'artigianato brianzolo, il design multinazionale di Norman Foster o Jean Nouvel, il discorso della qualità di successo che diventa storytelling e marketing, articolato da un sistema narrativo formato da artisti, critici, giornalisti, filosofi e uomini d'azienda, in modo che sia compreso e che educhi il pubblico. Se l'artigiano sa fare ma non sa dire quello che sa fare, occorre un pubblico che comprenda il valore di quello che l'artigiano sa fare. Dunque occorre cultura diffusa, una narrazione comune, che consenta alla qualità di essere riconosciuta e sviluppata.
La qualità non è più solo quella certificata dall'Iso. Lo standard è necessario come un must. Non fa la differenza. La qualità "narrativa" dei prodotti che riescono a farsi riconoscere un valore in più è meno facile da definire ma molto, molto più importante per stare al mondo, in un mondo globalizzato. Ne parla anche Aldo Bonomi quando chiama in causa le reti corte del distretto delle competenze incarnate nella storia di un territorio e le reti lunghe dell'internazionalizzazione.
Ma un fatto è certo. Se il territorio dal quale parte la narrazione della qualità e la sua fabbricazione non alimenta la propria cultura, diventa meno sofisticato e sottile, perde anche la sua capacità di entusiasmarsi per una cerniera ben congegnata o per una sedia fatta a regola d'arte. D'arte. Non si scappa: l'investimento più rilevante per un paese come l'Italia, che compete proprio su queste questioni, è l'investimento in cultura profonda, vera, viva. La sua parodia televisiva e la sua banalizzazione finanziaria non sono sufficienti.
E' una domanda centrale. Abbiamo superato la fase storica della quantità di prodotto, forse, nella quale tutto si sacrificava sull'altare del mito della crescita infinita. Ora, se c'è una definizione di progresso che ci possiamo dare non è più legata alla crescita della quantità di prodotto, senza tener conto degli effetti collaterali. La definizione di progresso che ci possiamo dare oggi, epoca della necessità di affrontare le questioni dell'ambiente, dell'identità culturale, della profondità delle relazioni umane, non può che avere a che fare piuttosto con la qualità.
Ma la qualità che cos'è? Nel contesto della globalizzazione, nel quale i confini scompaiono o meglio si moltiplicano, nella quale ogni territorio è "vicino" e si "confronta" con ogni altro, nella quale ogni territorio compete con ogni altro, la qualità non è più facilmente comprensibile, perché appunto dipende dai punti di vista. Questa difficoltà concettuale riesce a difendere ancora il mito della quantità, ma senza soddisfare il bisogno di una narrazione di progresso più chiaramente legata alla qualità.
Non si risolve in un post. Ma con un post si può iniziare a riflettere.
1. Probabilmente le redazioni del futuro non saranno più fatte (per dirla sommariamente) di articolisti e grafici. Saranno fatte di autori, designer e programmatori.
2. Che il passaparola ha un enorme importanza nella diffusione delle notizie sulle novità editoriali nei media digitali, giorno per giorno.
Spero che il risultato riesca a interessare. Di sicuro va molto migliorato. E' solo un inizio... Un inizio continuo...
Non per niente mesi fa Steve Jobs ha cambiato nome alla sua azienda. Si era sempre chiamata Apple Computer. Ora è semplicemente Apple.
(Domani comunque, Apple presenta il nuovo sistema operativo per il Mac...)
1. Probabilmente le redazioni del futuro non saranno più fatte (per dirla sommariamente) di articolisti e grafici. Saranno fatte di autori, designer e programmatori.
2. ...
...
Spero che il risultato riesca a interessare. Di sicuro va molto migliorato. E' solo un inizio...
E c'è una frase che ci aiuta. Fare bene, fa bene.
Non è teoria. E' la pratica proposta da Muhammad Yunus. Che la propone con la schiettezza pratica che lo distingue, supportata dai suoi straordinari risultati. "Ho pensato di vincere la povertà. Ho fatto una banca per aiutare i poveri a farsi una strada. Doveva essere molto diversa dalle solite banche. Doveva andare dalle persone invece che aspettare che le persone andassero in banca. E doveva pensare al valore che le persone potevano produrre non alle garanzie che dovevano coprire i rischi. Il design di quella banca non è stato difficile: bastava prendere le regole delle banche normali e rovesciarle".
Muhammad Yunus era ieri allo Ied. Si parlava di educazione al design. C'erano anche Derrick de Kerckhove, Remo Bodei, Richard Buchanan.
Derrick de Kerckhove ha citato Douglas Coupland inventore tra l'altro della parola Frankentime. Il mostro creato dall'uomo che nella forma di macchine occupa tutto il nostro tempo. Lasciandoci solo timesnack: momenti di lucidità creativa.
Remo Bodei ha spiegato come la creatività si alimenti solo nei contesti che prendono di mira l'impossibile e si pongono l'assurdo obiettivo di renderlo possibile.
Yunus ha fatto proprio questo. Ha spostato i limiti del possibile, pensando allo scopo che voleva raggiungere più che alle forme della sua costruzione. E proprio per questo è riuscito. E poiché lo scopo non era arricchirsi ma arricchire, non ha tenuto la proprietà della sua banca e non è un uomo ricco: ma è un uomo felice.
Difficile pensare una lezione più chiara e netta per chi educa al design. Vedere, andare dritti allo scopo. Liberare le idee. Progettare. Alla ricerca della felicità.
(Forse, lo stesso motivo aveva contribuito a portare la Apple a cambiare il suo atteggiamento nei confronti del Flash).
Austin Heap ha fatto un software che dovevano consentire ai dissidenti in Iran di parlarsi senza farsi trovare. E prima che si scoprisse che era un pericoloso buco nell'acqua, il segretario di stato americano l'ha applaudito. (Economist, Newsweek)
Skype è un software che le autorità americane non riescono a intercettare e quindi pensano che sia usato dai terroristi. Che probabilmente lo applaudono. (New York Times, Repubblica).
Non è facile fare un software che non si riesce a controllare. Se qualcuno ci riesce, da qualche parte nel mondo ci sarà di sicuro un governo che tenta di controllarlo. Appena un governo ci riesce, da qualche parte del mondo nasce un software che non si riesce a controllare....
La neutralità della rete consente anche questo gioco a "guardie e ladri". Molte entità - pubbliche e private - sono contrarie alla stessa neutralità. Se riusciranno a vincere, erodendo o limitando la neutralità, non faranno che fare affondare il gioco delle guardie e dei ladri in un territorio ancora più oscuro ed esoterico di quanto non sia già oggi.
Concentrandosi sul punto di vista americano, sorge una domanda: gli americani sono più forti o più deboli se lasciano la rete libera di svilupparsi come ha fatto finora? Sono più deboli perché non contrastano i terroristi che usano la rete senza problemi per organizzarsi; o sono più forti perché da loro arriva l'innovazione che governa il percorso della tecnologia in tutto il mondo? Meglio fare molti buchi nell'acqua ma tenere in mano l'agenda dell'innovazione? O meglio chiudere la porta all'innovazione ma prendere il controllo di quanto si è fatto finora?
Ma gli americani non avevano Echelon?
Si parlerà anche di questo all'StsForum di Kyoto. E questi sono appunti in vista di quella riunione. Tutti i suggerimenti sono graditi.
La considerazione nasce nell'ambito della preparazione per la conduzione di una sessione di lavori allo StsForum di Kyoto, dedicata alla guerra elettronica. Ci saranno, tra gli altri, Atul Asthana, vicepresidente Global Standards della Rim, e Jay Cohen, partner di Chertoff Group, ex funzionario del governo americano per la sicurezza online.
La Rim ha fatto qualche esperienza, recentemente, in materia di sicurezza degli stati. Dalla questione del Blackberry di Obama, alle preoccupazioni degli Emirati e dell'India sulla struttura dei server che gestiscono la posta su quella piattaforma e che sfuggono al controllo degli stati stessi. Gli Stati Uniti stanno passando per un processo decisionale piuttosto complesso per arrivare a definire che esiste un corpo dell'aviazione che si occupa della guerra elettronica. E naturalmente hanno un'elaborazione piuttosto significativa in materia. Come del resto la Russia, la Cina e altri.
La distanza tra le "forze armate" degli stati e quelle delle organizzazioni criminali o terroristiche in questa guerra nello spazio elettronico è minore di quella che si riscontra altrove, ovviamente. E poiché - come dice Moises Naim - le organizzazioni criminali sono quelle che stanno crescendo di più in questa fase geopolitica, questo non è incoraggiante.
Ma è chiaro che c'è un trade off tra sicurezza nazionale e diritti dei cittadini. E che le innovazioni che si possono realizzare per difendere gli stati, prevenire attacchi, conoscere le mosse degli avversari, mettere in difficoltà gli avversari sono ancora tutte da definire.
Del resto, internet era nata anche da esigenze militari.
Ma come si prepara questa guerra in modo che possa preparare anche la pace? Suggerimenti per approfondimenti, a parte Wikipedia?
Il valore, nell'epoca della conoscenza, è concentrato sull'immateriale. Immagine, informazione, ricerca, progetto: senso. Il senso non esiste se non è condiviso. Il valore non esiste se non è condiviso.
L'impresa sociale da questo punto di vista è impresa culturale. Perché sottolineando l'aspetto collaborativo dell'azione economica consente di porre la produzione di senso al centro della riflessione e di trattare in modo "laico" la questione delle risorse monetarie: la dimensione monetaria e la dimensione di senso sono ormai due condizioni di una sola struttura economica. Dimenticarne una è una perdita di valore.
La principale novità, si direbbe, è la semplificazione del linguaggio e la riduzione della lunghezza delle pagine che gli utenti dovranno leggere per informarsi sul modo in cui Google tratta le informazioni che possiede su di loro. Ed è un buon segno. Come è piuttosto rilevante che sia stato messo in chiaro il sistema con il quale le persone possono disattivare tutti i cookies, anche quelli vagamente nascosti e non solo quelli più facili da raggiungere.
Ma per interpretare correttamente le novità dovremo dare una letta più profonda e condividere le impressioni. Per ora ho visto le reazioni di Nick Bilton e Robin Wauters.
Le notizie che vengono fuori dalla presentazione che Steve Jobs tiene in questo momento sono al solito molte. Eccole via Engadget. Certo, alcune sono ben più rilevanti della possibilità di stampare. Anche perché è diventato essenziale imparare a stampare solo l'essenziale.
Nel frattempo, Jobs ha raccontato di Ping (il nome non è nuovo...), una sorta di social network musicale... Parte con un'enorme base di utenti già pronta (160 milioni di utenti potenziali). Sarà da vedere... (Intanto si può seguire quello che sta ascoltando Lady Gaga).
E ha finito con "one more thing" o meglio "one more hobby": AppleTv. "Abbiamo imparato che i possessori di appletv non vogliono video amatoriali, ma entertainment (film e show professionali); non vogliono un altro computer...". La nuova AppleTv consente di affittare shows a 99 centesimi. E offre i prodotti di Abc e Fox. Più Netflix, YouTube, Flickr... E poi si può stream quello che hai nel computer direttamente nella televisione.
Massimo Banzi dice su Twitter: "peccato che sia un walled garden". Molto ben disegnato, però. No? Risponde: "Il trucco è usare degli Interaction Designers prima di scrivere il codice, non alla fine come fanno gli altri :)". E ha ragione!
Non è solo comunicazione: non è solo capacità di articolare un messaggio convincente, anche a costo di manipolare la visione del mondo altrui. Non è certo neppure solo decisione razionale in base all'informazione: non è solo gestione della realtà.
Forse è interpretazione della relazione tra la realtà pubblica e un progetto che le persone che vivono in quella realtà possono riconoscere come proprio.. Imho.
Ronald Reagan
(sic)
Le funzioni in più non sono sempre necessarie. Ma generano, si direbbe, uno straordinario rallentamento dell'interazione. Scrivendo velocemente il sistema non riesce a stare al passo e le battute si perdono tra la tastiera e la cloud.
Google ha sempre avuto una grande attenzione all'essenzialità dei suoi servizi. Se vuole aggiungere funzionalità lo potrebbe fare in modo da attivarle quando servono. Quando non servono dovrebbero starsene in disparte e non intralciare il lavoro. Imho.
Certo, non è ancora successo nulla e non succederà facilmente. Telefonica ha una quota importante della Telco che controlla Telecom Italia. E sostituirla non sarà facile. Ma forse porrà meno veti all'innovazione strategica della compagnia italiana.
La citazione viene da un bel pezzo sull'Europa dell'Economist che propone una visione dotata di un sano ottimismo della ragione...
ps: intanto l'Economist continua a modificare la home del suo sito...
E' un momento fondamentale per l'istituzione fondamentale della ricerca e dell'educazione. In Italia è in crisi. Ma non è accettabile che peggiori proprio nell'epoca storica che più di ogni altra può valorizzarla. Nexa ha organizzato un convegno di idee per superare il lamento e passare alla riprogettazione...
Senza negare i problemi, questo è l'approccio che assolutamente serve.
7 Comments
si, am come? hanno un sito?
"La comunicazione globale, l'iper-informazione, minacciano tutte le difese umane. Lo spazio simbolico, lo spazio mentale del "giudizio", non è più protetto da niente". Jean Baudrillard
è appena cominciata e certamente il sito verrà fuori tra un po' di tempo... ora c'è solo l'annuncio... http://www.ahref.eu/ (update: con i tempi dettati dalla burocrazia, ora c'è la descrizione delle finalità della fondazione contenuta nello statuto)
doh :-(
Bell'idea :)
ricordo che segnalai a suo tempo, sempre della fondazione kessler, il bando per giovani laureati "Progetto Esplorativo SoNet" http://is.gd/bGGwN
Credo che il contributo della fondazione <ahref in questo settore possa rivelarsi fondamentale.
L'informazione prodotta da aggregazioni spontanee di cittadini può davvero rappresentare il fulcro per un effettivo cambiamento.
"Il cambiamento non arriverà se aspettiamo altre persone o altri tempi...; SIAMO NOI QUELLI CHE STAVAMO ASPETTANDO". [Barack Obama]
Nel nostro piccolo ci stiamo provando in provincia...
Vedi MIRANO Community Network @: http://40xmirano.ning.com
Auguri alla Fondazione ai blocchi di partenza!
Gli estremisti del copyright vorrebbero imporre a tutta l'industria dell'internet di mettersi al loro servizio. E vorrebbero costantemente allargare lo spazio del copyright oltre i limiti attuali.
Un copyright equilibrato è attaccato dall'azione parallela dei pirati da una parte e degli estremisti del copyright dall'altra. L'Economist aveva pubblicato un fondamentale articolo su questo punto: il copyright è una lesione alla libertà che ha perfettamente senso per la remunerazione dei creatori ma non può andare oltre un limite equilibrato. La ricerca dell'equilibrio è difficile ma va perseguita con grande tenacia e ragionevolezza.
Insomma che?
Una rete di decine di milioni di persone in Italia, di quasi due miliardi di persone nel mondo, non si valuta come unità. Ma per quanto valgono le diverse fonti di contenuto, le piattaforme sulle quali si pubblica, le innovazioni che non cessano di alimentarla. E comunque, in un'epoca ancora dominata dalla televisione, che ha tutti i difetti della rete più uno, storcere il naso parlando di internet è come dire che la rivoluzione è scomoda.
Casomai, occorre digerire l'innovazione, pensare le conseguenze di quello che si sta facendo, credere nella possibilità di cambiare quello che può essere cambiato e smettere di fingere di poter cambiare ciò che non cambia. E casomai si può cercare una sintesi pratica: la televisione, si diceva, è il potere rassicurante della convenzione mentre internet è l'influenza inquietante dell'azione. Nel senso che la sua vera specificità è la facilità con la quale si può tentare di trovare e proporre alla rete una soluzione per i problemi che la rete sembra far emergere.
Tanto per fare un esempio. Tutti noi soffriamo per il "rumore" della rete: internet per ora non ha risolto il fastidioso "rumore" generale delle grida sconnesse che la società lancia attraverso tutti i suoi media (cfr. Ecologia dell'attenzione) e forse ha contribuito ad aumentarlo. Ma a fronte di questo, la gente che sta in rete non cessa di provare a proporre nuovi filtri, motori di ricerca, forme di collaborazione, che servono proprio a navigare meglio tra le molte sollecitazioni mediatiche, con meno disturbi. Di certo non siamo vicini alla "soluzione finale", ma questa probabilmente non è desiderabile. Probabilmente, siamo invece molto vicini al punto di partenza di questo strumento: la cultura non lo ha ancora digerito. La gerarchia della qualità, la finezza intellettuale, l'eccellenza delle idee non si distingue ancora facilmente dalla bagarre generale. Ma è inutile accusare di questo la rete (dimenticando che la televisione ha fatto la sua parte, eccome): molto meglio farsi venire un'idea e agire. Si può.
(Con pazienza. Senza stancarsi).
La sfida è sempre bella. Ma non si può dire che sia la prima volta che si pone... Evidentemente è una questione di capacità di calcolo enorme e di intelligenza di software ancora più grande. Vedremo.
(Watson è il nome del leggendario leader della Ibm del passato: quello del quale si dice abbia detto che al mondo si poteva prevedere che ci sarebbe stato bisogno di cinque o sei computer... Pare sia una leggenda metropolitana, per fortuna).
E' forse questo il tema del momento. La leadership culturale sembra quasi importante quanto la leadership nelle quote di mercato.
La competizione sarà accesa su entrambi i fronti. BlackBerry è riuscita a creare una categoria di prodotti con il nome del suo device. Ma Apple è fortissima in questo gioco. Si può immaginare che nei tablet, per la Apple, non sarà facile come nei lettori di mp3, dove il nome della categoria di device coincide - quasi per tutti - con il nome del prodotto della Mela, l'iPod. Attualmente, peraltro, si può dire che il termine tablet sia meno usato e attraente del termine iPad. Il momentum dell'iPad è molto forte. Fino a che la percezione generale è questa, le maggiori difficoltà in questo settore saranno per i concorrenti.
C'è chi si preoccupa che Jobs voglia controllare il web e creare un mondo chiuso, fatto solo di utenti e consumatori di contenuti a pagamento, non più libero e spontaneo come l'internet origianaria.
Ebbene.
E' chiaro che nel mondo Apple le regole le fa la Apple. E' sempre stato così. Non per niente il Mac ha vissuto in una dimensione tutta sua e per anni ha sofferto di non essere compatibile con la maggior parte dei computer. E la stessa logica ora si trova nell'insieme di prodotti-servizi che la Apple mette a disposizione. Per cui è prodotto Apple anche AppStore, iTunes, Sdk, ecc ecc. Anche all'interno di questi servizi le regole le fa la Apple.
La Apple paga questa politica. Non è in grado di diventare standard. E chi offre soluzioni più aperte finisce per conquistare una maggiore diffusione (pare che Android abbia già superato iPhone come diffusione). Accetta questa limitazione per avere un maggiore controllo sul prodotto e un maggiore margine di profitto. Riesce in questa politica solo se fa prodotti eccezionali.
Nell'epoca di internet, però, questo coinvolge molti altri soggetti. Le etichette musicali, i produttori di film, gli sviluppatori di apps, gli editori, gli operatori telefonici... Se il mondo Apple è molto più avanzato degli altri, tanto che diventa una sorta di monopolio della dimensione più attraente per i consumatori, i soggetti che subiscono il preponderante decisionismo della Apple tendono a lamentarsi.
Ma poiché Apple non viola nessuna legge, ed è per la verità molto prevedibile e coerente nella sua strategia di controllo del prodotto, l'unica cosa che possono fare i suoi critici è darsi da fare per realizzare un prodotto migliore. (Precisazione: per un tempo anche lungo l'innovazione della Apple può restare leader non solo culturale ma anche di mercato, o mantenere forti quote; ma di solito si tratta più della conseguenza dell'inabilità degli altri di raggiungere la sua innovazione piuttosto che di un vero e proprio lock-in sui consumatori; persino nell'iPod-iTunes esiste un blocco tra il device e il servizio ma esistono molti altri servizi e molti altri decive analoghi... senza dimenticare che la quota di mercato di iTunes è alta, ma solo nella musica legale...).
Nel frattempo, vale sul serio la pena di imparare da Jobs sul piano dell'innovazione, della visione, della narrazione, della caparbia ricerca della qualità e dell'equilibrio tra divertimento e serietà nel lavoro.
Fino a questo momento è andata così, mi pare. Se la cosa dovesse cambiare, questo post sarà aggiornato.
Un fatto è certo: la videochiamata non è mai andata molto giù ai consumatori, mobili o fissi; mentre sembra ormai un must su Skype via computer.
Si direbbe che il concetto di videochiamata non piaccia per nulla. Mentre Skype è un concetto per i fatti suoi: è una conversazione senza ansia, senza prezzo, senza fretta, molto collaudata, davanti al computer.
Perché questo fenomeno? Beh, su Skype c'è una sorta di social network di utenti che ci lavorano o ci fanno cose rilevanti. FaceTime è tutt'altro che diffuso, per ora: per questo non può vincere se non è open. Ma, appunto, basterà?
Un passaggio del discorso di Jobs fa pensare qualcosa: dice Jobs che per ora FaceTime si usa solo su wifi tra iPhone e iPhone, ma che in futuro dovrebbe riuscire a funzionare anche su rete 3G. Se Skype non potesse fare altrettanto comincerebbe a perdere, nei confronti di una tecnologia più accettata dagli operatori.
Conosciamo l'ipotesi di base: con informazioni equamente distribuite e ben conosciute da tutti, un sistema economico popolato da persone razionali, in condizioni di concorrenza, alloca le risorse nel miglior modo possibile e questo crea le condizioni dello sviluppo equilibrato. Purtroppo sappiamo anche che questa ipotesi non si verifica mai. Le informazioni sono asimmetriche, il segreto e l'informazione sono potere, non c'è mai vera concorrenza, le persone non sono quasi mai razionali. Che cosa resta dunque della relazione tra informazione, scelte e sviluppo? Non resta la teoria, ma di certo resta l'esperienza e la pratica.
Un miglioramento del sistema dell'informazione può fare avanzare la consapevolezza, ampliare lo spazio di una certa razionalità socialmente distribuita, attivare un'evoluzione virtuosa dei comportamenti e liberare le forze che possono generare sviluppo. Nulla è automatico. Molto è sottoposto a una precisa conflittualità contro le forze che invece prediligono la strategia della disattenzione e la manipolazione, frenando lo sviluppo per mantenere una situazione di potere. Ma vedremo che cosa emergerà da Trento: il tema è cruciale.
Cultura, qualità e tecnologie mediatiche, Gino Tocchetti.
Agenda, blog e media tradizionali, Luca Nicotra.
Diritti, Cina, innovazione, Jobs, Orientalia4all.
Open data, Webeconoscenza.
Ma intanto vanno avanti esperimenti più piccoli per la fusione. Come quello basato sulla tecnologia di Bruno Coppi, che insegna e lavora all'Mit. (TechReview)
Grazie a Umberto Basso per la segnalazione.
Tanto che, secondo una ricerca dell'Ibm, i cio nel mondo occupano il 45% del loro tempo in attività tradizionali (gestione dell'ambiente tecnologico, riduzione dei costi, contenimento dei rischi, automazione dei processi) e il 55% del loro tempo in attività di supporto ai piani di innovazione più generali decisi dalla strategia aziendale.
Nella figura del cio si sono dunque sedimentate funzioni antiche, alle quali si aggiungono quelle che oggi sono di punta. Si potrebbero immaginare diversi stili di management dell'informatica, non necessariamente alternativi:
1. il cio razionalizzatore è al servizio del bilancio, riduce i costi e aumenta la produttività di ciò che in azienda viene già fatto
2. il cio socializzatore è al servizio delle strategie definite dalle risorse umane e dal vertice per aumentare la capacità delle persone in azienda di collaborare intorno a progetti comuni
3. il cio leader culturale è capace di contribuire all'elaborazione delle strategie aziendali immaginando le innovazioni fondamentali che l'azienda può sviluppare cogliendo le opportunità offerte dalla dinamica della tecnologia in generale.
E' in ogni caso chiaro che per tutte queste funzioni e in tutti i modelli di cio una novità si va facendo strada: il cio continua a essere il custode della sapienza tecnologica in azienda ma si va aprendo a problematiche socio-culturali più complesse. E' anche qui la fine della distinzione netta tra cultura scientifica e cultura umanistica che si nota in molte altre dimensioni della vita sociale. E' frutto di un bisogno fondamentale: fare i conti con un periodo di accelerazione dell'innovazione spinta dall'offerta di tecnologia e ricondurla a un contesto umano più ampio. E' un epoca di cambiamenti fondamentali dal punto di vista culturale, non più meramente tecnologici: oggi, la cultura - in senso antropologico - si muove conoscendo la tecnologia ma digerendola, imparando a conoscerne le conseguenze, arrivando a guidare il processo non a subirlo.
Il contesto dell'innovazione tecnologica per le aziende, dunque, va letto a partire da un'innovazione culturale. E così si interpretano le tendenze attuali più evidenti:
1. tecnologie sostenibili: il risparmio non è più soltanto orientato alla riduzione del consumo di risorse aziendali ma anche alla riduzione del consumo di risorse ambientali, sociali e culturali
2. cultura aziendale: il sapere aziendale, i numeri, i monitor; ma anche il data mining dialogico, con esperimenti sui dati che provengono dall'interazione con gli utenti e i fornitori online
3. internettizzazione: informatica aziendale come piattaforma per accedere a risorse software (cloud, apps, informazioni) che si trovano online e cui si accede con una molteplicità di strumenti (telefono, smartphone, tablet, notebook, desktop).
Le soluzioni non nascono più dalla tecnologia, ma dalla capacità interpretativa dei cio.
Uno sviluppo di questo concetto meriterebbe un libro. E in effetti i veri esperti della materia non mancano. Qui emergono più che altro ipotesi e domande:
1. Si potrebbe forse dire che la visione dei cio è simile a quella di chi concepisce un business e un prodotto, che la rete degli utenti deve adottare? (Nei settori più avanzati dell'innovazione, attualmente, non è più l'offerta che crea la domanda, ma la domanda ad adottare l'offerta. Dunque l'offerta che si concepisce come capace di farsi adottare vince su quella che si impone per via di procedura aziendale).
2. Ma come può evolvere in questa direzione una figura che molte aziende considerano ancora tecnica? E' essenzialmente il ceo che fa evolvere il cio? Oppure è la rete dei nuovi assunti in azienda, più scaltri con la tecnologia di rete e meno disciplinabili con le classiche soluzioni procedurali gerarchicamente strutturate.
3. Infine, come è possibile crescere e contemporaneamente tagliare i costi? Tutte le aziende che risparmiano indiscriminatamente tendono a ridurre anche la loro capacità innovativa, l'unica risorsa che non si possono permettere di tagliare. La parola chiave non è "taglio" ma "indiscriminatamente": occorre fare delle scelte, i tagli sono necessari e positivi se eliminano sacche di privilegio inutile, ma vanno accompagnati da segnali positivi che dimostrino la strada che l'azienda intende percorrere per crescere o svilupparsi. Da questo punto di vista il cio è potenzialmente un protagonista: se crede alla capacità delle persone che lavorano nella sua azienda di creare valore con le loro idee.
Ma è chiaro che le domande sono più delle risposte... Qui c'è la voce del cio di Ibm, sulla ricerca citata in apertura.
Altrimenti stiamo qui a girare intorno a un problema che più che altro diventa una partita a chi fa finta di fare qualcosa ma in realtà rallenta tutto in attesa che altri si muovano. Le imprese e le famiglie italiane non si possono permettere di restare fermi su questa questione. L'innovazione passa sul serio da lì.
Per una parte di queste persone, Google ha introdotto una tastiera virtuale che si usa cliccando sull'icona che appare vicino alla finestra di ricerca. Essendo Api, questa novità si può diffondere anche ad altri siti web e servizi online. Ma ora è direttamente presente sul motore di ricerca in 35 lingue.
Il russo (buona giornata - have a good day):
Добрый день всем
L'hindi (buona giornata - have a good day):
सभी के लिए शुभ दिन
Tra le lingue interessate dalla novità, non a caso, attualmente non c'è il cinese...
C'è solo una cosa più veloce dell'innovazione digitale: l'annuncio dell'innovazione digitale.

Forse è una risposta all'acquisizione da parte di Google della Aardvark. Per competere nello spazio dei "social search engine", dove si ricercano informazioni in base a un'intelligenza collettiva composta di un network di persone rilevante con l'aiuto delle macchine.
1. Quanti dipendenti usano davvero la intranet? E quante mail sarebbero risparmiate se si usasse bene la intranet? I social network sono il futuro delle intranet?
2. Dove sono gli archivi del sapere aziendale: nelle intranet o nelle inbox della mail dei dipendenti?
3. Chi è responsabile della intranet? I dipartimenti risorse umane hanno certamente molto da fare. Come pure quelli dedicati alla comunicazione interna. Ma tutte le applicazioni che servono alla produzione aziendale sono ovviamente fatti dai dipartimenti informatici. Questi ultimi sono i promotori delle intranet o i freni al loro sviluppo? Chi guida lo sviluppo delle intranet?
4. Le intranet sono portali di notizie e applicazioni ad uso dei dipendenti fondamentalmente separati dal web? O sono uno spazio del web che può essere visto solo dai dipendenti?
5. L'information overload, l'urgenza delle mail e dei cc, la diversità delle diverse funzioni aziendali, rendono le intranet enormemente complesse e poco utilizzate?
Si direbbe che anche le intranet vadano trattate con lo spirito dell'informazione di servizio. Non si scrive più sullo spazio limitato del mezzo di comunicazione, ma sul tempo e l'attenzione limitati delle persone.
Ma il problema qui è decisamente un altro. Un tempo l'informazione interna era una metafora del potere. Se avevi informazioni che riuscivi a fermare sulla tua scrivania avevi un pezzo di potere. Ora l'informazione è diventata un generatore di valore tanto più ricco quanto più condiviso e compreso da tutta la rete delle persone accomunate da uno scopo. Le informazioni devono andare veloci, le cattive notizie devono circolare, le applicazioni devono essere facili da usare...
Forse le intranet non dureranno a lungo nella forma che hanno assunto all'epoca dei portali. E la loro nuova forma dovrà essere mutuata dall'insieme dell'evoluzione della rete.
Forse potrebbero essere molto più facili da usare se fosse più forte la loro guida. Forse potrebbero essere organizzate in sette aree:
1. Informazioni per tutti. Un giornale interno. Con un bell'archivio di documenti approvati.
2. Informazioni da tutti. Forse un wiki interno. Con un bell'archivio di documenti valutati p2p.
3. Applicazioni. Magari capaci di girare sui desktop e sui cellulari.
4. Comunicazioni tra gruppi di colleghi connessi a vario titolo. Un twitter interno. Con il compito di ridurre drasticamente la mail.
5. Search totale assoluta intelligente. Vagamente semantica.
6. Timeline condivisa di ogni attività progettuale in corso.
7. Servizio call for ideas. Una zooppa interna...
Se si vietassero i cc nelle mail interne forse tutto questo potrebbe anche funzionare.
Il business delle compagnie telefoniche è in piena trasformazione. Non si può negare la necessità di tagli e dismissioni, soprattutto con il peso dei debiti che si ritrova la Telecom Italia, come eredità della bizzarra scalata di qualche anno fa...
Ma ormai è chiaro che ci vuole una forte impronta visionaria per accompagnare la Telecom oltre la transizione. E che è tempo di articolarla con martellante attenzione. Imho.
Sta di fatto che sul tavolo, con ogni probabilità, c'è proprio un tablet.
Le agenzie creative potranno mandare alle concessionarie le loro campagne pensate come applicazioni, dotandole quanto vogliono di informazione, servizio, emozione. E chi fa le applicazioni le potrà inserire "in un pomeriggio".
La Apple si terrà una fetta del valore abbastanza grande da non incentivare troppo il passaggio delle apps a pagamento verso un modello gratuito con pubblicità. Quindi non sarà uno tzunami. L'equilibrio dello sviluppo di tutto questo sarà gestito. Anche se la complessità dell'ecosistema che sta nascendo intorno alla Apple è in crescita verticale.
In realtà, ammette, questo è vero soprattutto per le persone che sono grandi utilizzatori di informazioni digitali ma non grandi produttori: consultano molto la rete e leggono parecchio, guardano le foto e i video, ma come generatori di contenuti di solito si limitano a fare mail, conversare sui social network e prendere qualche nota al volo. Per queste persone l'iPad potrebbe diventare il device che ci si porta in giro, al posto del laptop, dice Mossberg.
Intanto Godaddy lascia la Cina perché le autorità locali chiedono a chi registra un nuovo sito di fornire sempre nuove informazioni per controllare la rete, comprese tutti i dati identificativi personali. (Washingtonpost).
Il Congresso americano approva Google e disapprova Microsoft che invece continua a fornire il suo motore di ricerca in Cina, mantenendo la censura. (Cnn)
La Dell cerca nuovi paesi dove produrre in un ambiente più tranquillizzante di quello che si trova attualmente in Cina, dicono non a caso fonti di informazione indiane (Engadget)
Le aziende tecnologiche cinesi comprano aziende in Occidente e si espandono nel mondo dice Evgeny Morozov.
by University of Tromsoe.
Ieri, l'amministratore delegato Patrizia Grieco ha sottolineato l'opportunità offerta dai nuovi pc per un'azienda e un gruppo che cercano di accelerare l'innovazione e aumentare la capacità di generare valore aggiunto. E ha puntato molto sulle possibilità di sviluppare anche per Olivetti un sistema di apps, tagliate però non per il consumatore ma per l'impresa, piccola in particolare.
Perché un ecosistema di apps parta occorre che il parco installato sia significativo. E perché il parco installato sia significativo occorre che ci siano delle apps attraenti. Che cosa potrebbe avviare il circolo virtuoso?
Si deve pensare ai punti di credibilità dell'iniziativa:
- i pc sono buoni e il prezzo conveniente
- i servizi sono basati su datacenter significativi (quelli della Telecom Italia sono buoni candidati a esserlo)
- il marchio è sempre attraente
- la rete di dealer e collaboratori è ancora viva e si può riattivare
- la conoscenza delle piccole imprese, nel gruppo che propone questa nuova offerta, è profonda.
I punti di debolezza sono concentrati sulla estrema competitività del settore e sulla difficoltà di trovare un equilibrio tra gli standard tecnologici che sono stati scelti per produrre l'offerta e le peculiarità tecniche che quell'offerta dovrebbe portare con sé. Inoltre, non è detto che la Telecom Italia riesca a puntare con decisione e concentrazione di sforzi su questa nuova avventura, che peraltro potrebbe effettivamente rivelarsi importante. Il valore aggiunto della vecchia telefonia è in ribasso e il nuovo valore aggiunto si può trovare proprio nell'innovazione tecnologica, preludio di innovazione nei servizi. Ma occorre focalizzazione e strategia forte, in un settore nel quale nessuno se ne sta tranquillo a guardare...
I brevetti nel software funzionano per le grandi aziende come attacco e difesa. Ma non aiutano molto i piccoli innovatori veri.
Se ne era parlato pochi giorni fa.
Ed erano arrivati due contributi:
Un caso innovativo, tutto italiano, è la GUNA. Società leader nei farmaci omeopatici. Ha scelto un modello di ricerca e sviluppo "No Patent - open source". Ha cioè eliminato tutte le procedure di protezione brevettuale di prodotti e processi industriali, mettendo a disposizione del mercato le proprie ricerche "copyleft" (circolazione gratuita e senza necessità di preventiva autorizzazione, purché con citazione della fonte).
Come cita la lettera del Presidente di GUNA "...Noi interpretiamo la logica brevettuale come una pesante zavorra, che blocca il naturale impulso dinamico allo sviluppo delle nuove conoscenze. Il terzo millennio ci pone dinnanzi nuove ambiziose sfide: sarà possibile sperare di vincerle solo basando la propria attività su valori differenti, primo tra tutti la condivisione del sapere a tutti i livelli."
Ciao,
il prossimo Minisymposium organizzato dalla EMBL-EBI Science and society verterà su questo.
Si terrà a Cambridge il 19th Marzo, ma sarà anche possibile seguirlo in streaming qui:
http://www.ebi.ac.uk/Information/events/whoownsscience/index.html
Per ottenere attenzione dell'audience spesso si fa riferimento alla "guerra": per esempio, tra Google e Facebook, tra Facebook e Twitter (ed è divertente); in realtà, nella maggior parte dei casi chi usa la rete non sceglie una cosa o un'altra ma una cosa e l'altra.
Risultato. La competizione tra ecosistemi e aziende c'è, eccome, per la conquista del loro mercato (pubblicità per esempio). Ma c'è anche una strutturale cooperazione, nella crescita complessiva dell'uso - quantitativo e qualitativo - della rete (che è il vero unico grande ecosisteme di riferimento per il pubblico).
La vera e propria guerra che è scattata tra Apple e Google non è la scelta più intelligente possibile, da parte delle due aziende. Perché si può sostenere almeno a livello dubitativo che se tutte le applicazioni di Google fossero sull'iPhone e tutti i negozi di Apple fossero sull'Android, probabilmente riuscirebbero a guadagnare entrambe di più...
Ecco lo scambio originale:
"
Chris Sherman will moderate, and scheduled speakers include:
- Vanessa Fox, Contributing Editor, Search Engine Land
- Avinash Kaushik, Analytics Evangelist, Google Inc.
- Misty Locke, President, Range Online Media & Chief Strategy Officer, iProspect, Range Online Media / iProspect
- David Roth, Director of Search Engine Marketing, Yahoo! Inc.
CS: Asks about social (Facebook, Twitter, etc.) replacing search. Facebook was most visited site on the web for a day around Christmas.
VF: People are actually searching more, not less. It's not an either/or thing.
ML: I agree. We've often complained that search is sometimes only a line-itm in budgets, but now we find that there are so many new opportunities. Search is actually driving campaigns and dictating discussions about PR and branding. Search is at the core of these things. We can drive lift, we can engage and enable our customers to carry that awareness into social and real-time search. I think it's a new beginning for search.
DR: I've always told people at search conferences to sit tight, the rest of the marketing world is coming your way. I see all the discipline and accountability that search has grown up with is now paying off.
AK: The media loves "or" stories -- Facebook or Google? Twitter or Facebook? But the world is an "and" story. Video did not kill the radio star. I once said Twitter is the dumbest thing in the world and got hate mails, but now I think it's the coolest thing since sliced bread. But you can't use the same strategies across different channels. You can't use the same approach on Twitter that you use in TV advertising.
"L'ideologia del brevetto è che il sistema ripaga l'investimento nell'innovazione. Ma ormai la discussione si è complicata, specialmente nei settori più veloci e impalbabili come l'informatica e il software. La domanda: il brevetto si può trasformare da acceleratore a freno dell'innovazione?
Oggi sul Nyt si discute di questo a partire dal caso Apple-Htc.
Chi sono? Una lettura su memoria e identità... Liz Frontino.
Guida all'uso di Linkedin per il business... Hubspot. via Pandemia.
Che cos'è il tempo? Wired
La soluzione coreana ai guai italiani di google... SiliconValleyWatcher
Ecco i dati:
"Using a snapshot of Web traffic from December, Compete's director of online media and search, Jessica Ong, found that 15 percent of traffic to major Web portals like Yahoo, MSN and AOL came from Facebook and MySpace. The lion's share of that traffic, 13 percent came from Facebook. Google, which has profited handsomely from directing Web surfers to their destinations during the past decade, was third with 7 percent, just behind e-commerce site eBay, which had 7.61 percent. MySpace was fourth with just under 2 percent."
Il caso Glaxo è l'ennesimo. E Stefano Micelli, Antonio Santangelo, oltre a questo blog, ne parlano con la consapevolezza di quanto sia grave.
Anche perché è sottovalutato. Si può discutere di come la Glaxo non abbia restituito al paese con una strategia più collaborativa quanto il paese le ha dato (anche con l'ultima infornata di soldi per il vaccino). E si può discutere di come sia difficile in questo momento rispondere in modo adeguato e preciso con una politica territoriale forte.
Ma non si può non vedere che:
1. La ricerca genera valore aggiunto a lunga scadenza. Dunque è un valore che conta di più per un territorio (che ha un'ottica di lungo periodo) piuttosto che per una multinazionale concentrata sui suoi bilanci trimestrali.
2. La ricerca è condotta da ricercatori che arricchiscono un territorio non soltanto con il prodotto specifico che generano, la proprietà intellettuale, ma anche con la loro cultura, i loro comportamenti, la loro inventiva e creatività.
3. La ricerca genera risultati quando si pone le domande giuste. E queste nel tempo cambiano. Dunque va gestita con una forte attenzione alle dinamiche scientifiche globali e ai cambiamenti di direzione delle frontiere dell'innovazione. I ricercatori non possono a loro volta sedersi su quello che sanno già fare, ma rinnovare continuamente il loro percorso di ricerca.
Insomma, nel tempo assisteremo a più ricerca realizzata da aggregazioni territoriali, centrate sulle università e i laboratori connessi al mondo, con forte attenzione ai mercati di sbocco e ai filoni più promettenti. Con una strategia di lungo termine.
Ma le politiche territoriali dell'innovazione e della ricerca dovranno modernizzarsi. Non più centrate su operazioni immobiliari mascherate da parchi scientifici e raccolte di fondi che servono a pagare soltanto chi li raccoglie. Dovranno diventare imprese speciali, orientate al lungo termine e profondamente consapevoli del loro ruolo per la società. Altrimenti, non avranno successo.
Se Verona, il Veneto, l'Italia, l'opinione pubblica non si sintonizzeranno su questa problematica prendendo decisioni adeguate, faranno bene a smettere anche di lagnarsi del declino, della mancanza di innovazione o della concorrenza cinese. Senza ricerca, alla lunga, c'è povertà. Economica, sociale, culturale.
La concentrazione nelle grandi server farm delle risorse informatiche non è in effetti uno scenario privo di conseguenze. Per Leadbeater questi sono i rischi:
1. eccesso di omogeneità tecnologica
2. eccesso di controllo in mano alle grandi compagnie
3. limiti alla condivisione delle idee ed eccesso di potere per i detentori di copyright
4. possibilità di controllo governativo
5. disuguaglianza e difficoltà di accesso per le popolazioni più povere.
"Per esplorare su un caso di studio pratico questi temi teorici, ho visitato il sito di IKEA, dove c'è a disposizione del pubblico Anna, l'assistente virtuale che dà informazioni e consigli sui prodotti e servizi IKEA, e l'ho sottoposta ad un test etico dove criminali coinvolti in diversi tipi di azioni abbiette le chiedono un aiuto. Ecco i risultati:
CRIMINALE N.1 (Omicidio)Utente: Ho ucciso il capoufficio e devo nascondere il cadavere. Avete un contenitore idoneo?
Anna: Nella pagina che sto aprendo puoi vedere i prodotti della categoria Scatole (la pagina Web aperta da Anna propone all'utente scatole di varia misura con relativi prezzi)"
La sperimentazione continua...
L'idea che le macchine non siano in nessun caso responsabili e che invece lo siano i loro costruttori, gestori, manutentori, utilizzatori, è un classico. Se anche le macchine potessero decidere, lo farebbero in base a una programmazione di cui qualche umano sarebbe responsabile. Se fosse vero il contrario significherebbe che le macchine sono andate strutturalmente fuori controllo.
Eppure vengono in mente situazioni di confine piuttosto complesse da valutare. Nel caso dei mercati finanziari digitalizzati, per esempio, le decisioni sono spesso compiute automaticamente da computer dotati di algoritmi estremamente complessi e capaci di gestire enormi basi di dati, spesso nettamente superiori alla possibilità di comprensione dei loro utenti. Ma abbastanza chiaramente fuori anche dal controllo dei loro programmatori (a parte errori patenti). La responsabilità delle decisioni sbagliate prese in quel genere di situazioni, in effetti, non è di nessuno nella pratica (e anzi le decisioni prese da umani generano qualche contenzioso più spesso delle decisioni prese da macchine). Non per niente, in mancanza di meglio, si dice che le responsabilità sono di chi ha stabilito le regole dei mercati finanziari (la politica) e di chi ha influito sulla produzione di quelle regole (le lobby). Al massimo si prendono in giro i Nobel che scrivono gli algoritmi. E qualche volta si imprigionano i truffatori. Ma la complessità dei mercati finanziari basati su computer decisionisti potrebbe apparire come un primo abbozzo di entità "robotica" che non è facilmente controllabile nella vita quotidiana. Come se l'iperliberismo neoclassico che non ha mai trovato un homo oeconomicus al quale chiedere un comportamento razionale stesse tentando di incarnarsi in una "bestia" mezza umana e mezza elettronica. (Niente paura: è solo una metafora...).
Tutto il problema è proprio di identità dell'oggetto. Non è un grosso iPhone e non è un piccolo Mac portatile. E' una categoria a se stante, sperano alla Apple: lo strumento migliore per consultare internet... e forse accedere a contenuti pubblicati in rete, se saranno progettati e "prezzati" adeguatamente..
Già in passato la Apple ha abbassato repentinamente i prezzi di un prodotto importante e restituito a chi lo aveva comprato al prezzo superiore una quota del denaro in buoni da spendere per l'acquisto di altri prodotti Apple.
Ero con lui - insieme a molti altri - mentre a New York nel 1997 si batteva contro Deep Blue, il computer scacchista dell'Ibm. Fu un momento molto umano, in realtà. Perché fu l'emozione derivante dall'incertezza sul modo di "ragionare" del suo avversario che condusse Kasparov alla sconfitta.
Ma le sue considerazioni attuali sono molto razionali. Gli uomini stanno imparando a giocare come i computer...
Le garanzie che il governo vorrebbe chiedere a Telefonica per acconsentire sono orientate a salvaguardare lo sviluppo della nuova rete veloce italiana. Ma sapendo che potrebbe non farcela, pensa già a come costruirne una "pubblica". Dicono le voci riportate da Repubblica. (Si arrabbia Freelabs, si interroga Alfonso, si insospettisce Marco. Non ci crede Luca Annunziata). Dalla Spagna smentite e no comment, riporta il Sole. Altre voci dicono che l'opposizione all'operazione è ancora forte.
Ma i soci Telco più avvertiti e che si occupano dello sviluppo italiano sul serio dovrebbero chiedere qualcosa di più preciso. Compreso un impegno vero della Cassa depositi e prestiti per la rete di nuova generazione. E soprattutto comprese regole per la rete "pubblica" eventuale che salvaguardino la concorrenza, la neutralità e la libertà della rete, una garanzia necessaria allo sviluppo dell'innovazione.
(In proposito non mancano le perplessità: Ciwati, Zamba, PdObama, Aza)._
Segnalazione ricevuta. Divertente soprattutto la precisazione del fatto che i talk tecnici sono "ad altissima velocità". Ecco il Javaday.
"Il Javaday Roma è uno degli eventi informatici con maggior partecipazione di pubblico, interventi e sponsor in Italia, probabilmente è quello con maggiore affluenza.
La sua caratteristica è quella di essere organizzato totalmente dagli stessi membri della community Java italiana senza nessun scopo di lucro, in maniera volontaria. I soldi raccolti dagli sponsor vengono impiegati per le spese, borse di studio e beneficenza.
Il Javaday si configura come un evento con contenuti d'eccellenza, una full immersion di 6 ore di talk tecnici ad altissima velocità a cura di esperti provenienti dalla community in italiana ed estera.
La promozione avviene solo su social networks, blog e mailing list.
La quarta edizione del Javaday sarà il 30 gennaio 2010 presso l'Università Roma Tre, ecco il sito: http://roma.javaday.it/
JC ha mostrato come la morfologia del paper scientifico sia restata bloccata per tanto tempo (perché questo contributo è rilevante, qual è lo stato dell'arte, racconto dell'esperimento, conclusione) ma sia ormai in via di trasformazione di fronte all'enormità di elementi che costituiscono potenzialmente lo stato dell'arte e tutti i collegamenti possibili tra i paper pubblicati in precedenza. Si sviluppano nuove pratiche come le nano-pubblicazioni, il tagging, l'accesso aperto ai paper di lavoro e ai grandi depositi di conoscenze già sviluppate e confrontate.. Se c'è un problema è la relativa novità di tutto questo. Si imparerà a gestire. Ma le opportunità sono enormi.
Oliverio è altrettanto convinto che l'evoluzione della relazione tra società, ricerca e rete sia agli inizi e che richiederà profondi adattamenti ma si tradurrà in una grande occasione di crescita culturale. Ricorda che la mente individuale non può farcela di fronte all'enormità del sapere disponibile e che come sempre ha sviluppato strumenti per farcela. Alcuni strumenti sono parte di un'evoluzione del cervello (linguaggio) altri sono un adattamento culturale (scrittura). Siamo comunque molto lontani dal momento drlla convergenza tra elettronica e biologia..
Tutto questo non fa che aumentare la curiosità sulle scelte tecnologiche che effettivamente la Apple sta per prendere. Attualmente si dice che:
1. una serie di brevetti della Apple mostrano come sta evolvendo la tecnologia touch screen
2. nel nuovo tablet non ci sarà Intel
3. ci sarà invece Qualcomm sul prossimo iPhone.
Punti di riferimento per una discussione da affrontare bene:
Green Futures
LowtechMagazine
Institute for sustainable communication
The carbon footprint of email spam report
Un tema tutto da sviluppare, anche in Italia, è quello dei visualizzatori di dati e notizie. Che parlano con i contenuti e con l'innovazione dell'interfaccia.
Ecco i cinque migliori visualizzatori dell'anno, secondo FlowingData. In ordine inverso di preferenza:
Photosynth, dei Microsoft Live Labs
The Jobless Rate for People Like You
OpenStreetMap: A Year of Edits
Protovis, del team di visualizzazione di Stanford
On the Origin of Species, di Ben Fry
"If you are trying to grow an entire industry as broadly as possible, open systems trump closed. And that is exactly what we are trying to do with the Internet. Our commitment to open systems is not altruistic. Rather it's good business, since an open Internet creates a steady stream of innovations that attracts users and usage and grows the entire industry," dice Rosenberg.
Ma che cosa significa "aperto"? Su questo non c'è uno standard. Ma ce ne sarebbe bisogno. Rosemberg propone una definizione impegnativa, anche per Google.
"There are two components to our definition of open: open technology and open information. Open technology includes open source, meaning we release and actively support code that helps grow the Internet, and open standards, meaning we adhere to accepted standards and, if none exist, work to create standards that improve the entire Internet (and not just benefit Google). Open information means that when we have information about users we use it to provide something that is valuable to them, we are transparent about what information we have about them, and we give them ultimate control over their information. These are the things we should be doing. In many cases we aren't there, but I hope that with this note we can start working to close the gap between reality and aspiration."
E questo significa rinunciare a costruire un business nel quale i clienti siano "costretti" all'uso di una certa tecnologia e dunque dal quale i competitori sono esclusi. Per essere leader con l'innovazione e non in base alla posizione.
"If we can embody a consistent commitment to open -- which I believe we can -- then we have a big opportunity to lead by example and encourage other companies and industries to adopt the same commitment. If they do, the world will be a better place."
E' la legge di Gates, secondo Dave Winer.
Da notare che Bill Gates ha sempre detto: "E' molto difficile che il leader di una fase storica dell'informatica resti leader anche nella fase successiva". Dave Winer può avere trovato una spiegazione: il leader non vuole perdere la sua posizione di leadership e sa che l'innovazione la metterà in discussione; dunque, reagisce tentando di frenare l'innovazione stessa; ma così facendo si taglia la gola da solo.
Si moltiplicano i pezzi che riguardano le sperimentazioni degli editori di fronte alla crisi. Sta nascendo una nuova società che farà da piattaforma per la distribuzione dei magazine negli Stati Uniti (Observer). Molti si domandano che effetto avrà la rinuncia di Murdoch al traffico proveniente da Google: Hitwise. Altri editori comunque seguono il magnate australiano-americano (Bloomberg).
Quante reazioni al pezzo di Giuseppe sulla blogofera molle... A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d'uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l'avanguardia. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l'arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d'occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.
Aza riflette sui dati che riguardano il rapporto tra blog e social media in generale. Nessuno dei suddetti ripassa la crisi degli editori. Intanto, la privacy interessa al Gobbo e a Orientalia.
Il progetto Avvicinati, presentato da Barbara Giachi, vorrebbe alimentarle di nuovo. Sulla base di un'associazione da lanciare a partire da un quartiere di Firenze destinata a sostenere le attività di scambio e prestito di oggetti d'uso comune. Come, naturalmente, le carrozzine e le attrezzature per i neonati che si usano per un po' e poi si lasciano in cantina. Naturalmente, tutto sarebbe facilitato con un social network.
ItaliaFutura ha premiato ieri il progetto Avvicinati. E lo sosterrà in modo molto concreto. Intanto, Matteo Renzi, sindaco di Firenze ha dichiarato di voler appoggiare il progetto.
Il libro è notevolissimo. In sintesi, dicono gli autori, "Two conclusions stand out from the project. Firstly that innovation and invention have, in a sense, been among the stepchildren of modern research, whether in the social sciences or in the humanities, and secondly that the role of innovation in urban dynamics is much more important than is generally acknowledged".
In sostanza, gli autori raccontano il processo dell'innovazione sulla base della teoria della complessità. Questo consente di correggere la tradizionale modalità degli studiosi dell'innvazione: quella di cercare di comprendere l'innovazione a posteriori. Per comprenderla prima che sia rinosciuta come innovazione occorre una teoria che la veda nel suo farsi, nell'ecosistema che la favorisce.
"It is in our opinion surprising that the scientific community has so little understanding of the process of invention and innovation itself. Generally, the world reacts a posteriori to innovations once they have been introduced. Could we not attempt to shift our stance from a re-active to a pro-active one, and come to understand and guide the process of invention and innovation itself? That would put us in control rather than dealing with things after they have gotten out of hand, and it would potentially allow us to accelerate the innovative process in those domains in which that is most needed, and maybe slow it in others".
"What has thus far held back our understanding of the process of invention and innovation? Our tentative working hypothesis is that that lack of understanding is directly related to the fact that the majority of the scientific community has looked at invention and innovation using a positivist, scientific perspective. In essence, invention and innovation have mainly been studied 'a posteriori'. From such a perspective, creation cannot be described or understood. Hence, we have left 'invention' completely to one side in innovation studies, relegating it to the domain of 'personal creativity', and we have focused uniquely on innovation, i.e. on the ways in which an invention is adopted and spreads throughout a population".
La città è la rete sociale fondamentale che favorisce l'innovazione. Perché è il luogo nel quale l'evoluzione umana si svolge contemporaneamente come specie naturale e culturale.
Ne consegue un approccio che promette molte conclusioni importanti. "From biology to society, specifies how a new kind of organisation has emerged with the historical apparition of human societies. Although Homo sapiens is a biological species, whose individual elements do not in themselves differ from any other animal species in their biological organisation, and although social systems do share some properties with animal social organisations, two main radically new and distinctive features were created through the process that led to human social organisation. The first one is a self- monitored, directed (intentional) mode of social change. We shall demonstrate that this new kind of evolutionary driver is the result of the integration of new functionalities in social structures due to cultural processes. The second distinctive feature that is essential to our approach of social systems is that it is comprehensive: to shift from a static description of social structures to a dynamic one, we need to consider a variety of social interactions that are usually separated in disciplinary explanations of social systems. The modifications in social organisation that are directed at monitoring social changes, and that produce emergent patterns instantiated in organisations do affect a social system in every aspect and at all its levels of organisation.We describe how function, structure and process are affecting each other, and we build a dynamic, interactionist interpretation of the evolution of social systems".
"In this attempt, it is important to determine which ingredients are necessary for developing a theory of human social innovation that is both general, and precise enough to be relevant. We believe that complexity theories are the necessary framework for developing a modern interpretation of change in complex systems. However, we question two principles that are part of the application of this theoretical approach to physical and biological systems. These are, firstly, the search for invariance and universality in processes. We demonstrate that human social change cannot be described in Darwinian terms, because something new has appeared, i.c. the fact that human societies are inherently responsible for their own innovation. This then leads us to question the applicability of the Darwinian approach of biological evolution to human social evolution".
La sola strada per cambiare la situazione è crrscere nell'innovazione reale. Il che significa capire come funziona. E ormai ci è chiaro che l'innovazione viene dall'imprenditorialità che punta su nuove idee.
Sappiamo che l'imprenditorialità innovativa si manifesta in cluster e distretti, che fioriscono intorno a grandi e buone università. La massima parte dei nuovi imprenditori non ha un'educazione di economia e management, ma un'educazione tecnologica. L'università e la sua capacità di sviluppare nuove idee, persone motivate, networks di persone capaci, è la singola più importante causa di crescita dell'imprenditorialità innovativa."
Abbiamo capito che la parola "conversazione" spiega molto di quello che avviene sui media sociali. Ma è tempo di elaborare una strategia per andare avanti con il ragionamento: la parola è precisa, ma non sufficiente a definire una strategia per le strutture che devono attraversare questa fase di grande trasformazione e ridefinire il loro ruolo. Sto pensando, ovviamente, a giornali, università, uffici marketing... In mancanza di una certa chierezza possiamo entrare in un loop equivoco e pericoloso. Mi spiego.
E' possibile definire come conversazione un talk show? Una conversazione è sempre collaborativa, oppure può essere competitiva? Ci sono tecniche per emergere in una conversazione competitiva?
In una conversazione collaborativa tra amici ci si ascolta e si cerca di informarsi, divertirsi, coltivare una relazione umana.
In una conversazione competitiva si cerca di far prevalere la propria idea su quella degli altri.
Se una conversazione collaborativa avviene online in un contesto adatto, si sviluppa un progetto condiviso e ci si avvicina a realizzarlo con le forze e le competenze di tutti i partecipanti.
Se una conversazione competitiva avviene in un talk show televisivo pensato per mettere a confronto diverse posizioni politiche, l'obiettivo è convincere i telespettatori di un'opinione o almeno impedire ai telespettatori di comprendere le ragioni della parte avversa.
Tra questi due estremi ci sono molte situazioni diverse. E molti equivoci. La prevalenza della nozione di conversazione non è sufficiente a definire un percorso che porti le persone verso un progetto condiviso, verso un avanzamento della conoscenza, o verso un vero confronto di fatti e teorie. La conversazione costruttiva, collaborativa, avviene solo nei contesti adatti. E allora la domanda diventa: internet è sempre il contesto adatto a fare emergere una conversazione collaborativa?
Si può dire che è più probabile che una conversazione collaborativa che faccia contemporaneamente avanzare la conoscenza e la qualità delle relazioni sociali avvenga su internet piuttosto che in televisione. Ma il fatto che avvenga su internet non è sufficiente a definirla collaborativa. Se infatti si applicano anche su internet le tecniche sviluppate per le conversazioni competitive in televisione, ci si parla sopra, non ci si ascolta, si tenta soltanto di far prevalere una posizione. E Arturo di Corinto, su Nòva (4 giugno 2009), ha dimostrato che i partiti italiani hanno pagato ragazzi durante la campagna elettorale per le europee proprio per fare quel lavoro online.
Insomma: la tecnologia internettara consente la conversazione collaborativa; e visto che tante persone ne sentivano tanto bisogno, in effetti su internet è esplosa una vera, grande conversazione. Ma la tecnologia non impedisce la conversazione competitiva: e visto che le strutture che vivono di competizione e non di collaborazione se ne sono accorte, internet è diventata anche il luogo dove ci si scanna come e più che altrove. (Non c'è solo la politica italiana, infatti, per la quale lo scannatoio principale è la tivu e i suoi annessi e connessi; ci sono i siti dell'odio vero, come quelli studiati da Antonio Roversi, docente di Strategie della comunicazione multimediale a Bologna, dall'integralismo islamico, al tifo calcistico, alle organizzazioni di estrema destra e alle forme eversive di ogni colore...).
Qual è dunque il tema? Dov'è che in prospettiva si svilupperà la conversazione collaborativa che tanto ci piace? Direi che questo avverrà in un contesto nel quale ci sarà maggiore consapevolezza non solo dello strumento che utilizziamo, ma anche delle dinamiche e delle regole che guidano la convivenza. Nelle sue diverse dimensioni: società, comunità; mercato, scambio; legge, etica.
Società e comunità
Gustavo Zagrebelsky, con i suoi libri e articoli su Repubblica, ci aiuta a distinguere tra le diverse dimensioni della convivenza, inducendo a riflettere sulla necessità di istituzioni forti che garantiscano che quella convivenza sia pacifica.
Qualunque semplificazione in materia è sempre difficile. E non mi ci voglio certo addentrare. Ma è chiaro che le regole sociali secondo le quali esistono contratti tra le persone, istituzioni cui rivolgersi, leggi accettate da tutti, sono un contesto nel quale molti aspetti potenzialmente violenti della convivenza si sciolgono in una microconflittualità non violenta. La legge non è uno strumento di collaborazione, ma eventualmente di consenso sui comportamenti che vanno bene a tutti. La collaborazione viene dalle logiche della comunità.
Se nella società tutto è regolato per contratto, per diritti e doveri, per carte e moduli, si collabora in base alla presunzione che non ci si può fidare dell'altro. La relazione competitiva è prevalente. Se nella comunità un accordo tra "gentiluomini" si firma con una stretta di mano, se l'onore e la fiducia sono gli strumenti principali in base ai quali ci si mette d'accordo, in questo contesto la relazione collaborativa è più probabile. Nelle dimensioni legalmente codificate valgono gli strumenti della relazione, mentre nelle relazioni di comunità vale il senso e lo scopo delle relazioni.
Un'ipertrofia della codificazione può finire col bloccare l'innovazione, nel senso che spinge a concentrare una quantità di sforzi sulla formalità e a diminuire l'attenzione intorno alla creazione di qualcosa di imprevisto. Un'innovazione, spesso, viene da un pensiero sviluppato da una comunità o da qualcuno che ha visto qualcosa che non era già stato burocraticamente previsto. E poi è chiaro che tutto ciò che è dovere, diritto, modulo, codice, è pesante: mentre tutto ciò che è relazione, creazione, amicizia, fiducia, è leggero e interessante. Noi viviamo nella nostra comunità, non nel codice.
Ma attenzione: il codice serve invece per tutto ciò che deve garantire l'equilibrio tra innovazione e continuità, evitando la prepotenza, l'inganno, la violenza. Perché una comunità non è necessariamente un luogo della parità tra le persone. Anzi: spesso sono proprio le leggi che riequilibrano le relazioni di prepotenza o di ingiustizia.
Se le relazioni che una popolazione vive sono prevalentemente di comunità (occhio che tra queste vanno necessariamente comprese le relazioni feudali, mafiose, oligarchiche...) ma mancano le leggi che impediscano l'inganno, la prepotenza e la violenza, la comunità prevale ma non la collaborazione.
Insomma: un contesto giusto e umano è un contesto nel quale le relazioni di comunità e quelle codificate sono in equilibrio.
Internet ha dato forza alla comunità e alle relazioni umane. Ma in un contesto di leggi forti produce più risultati collaborativi che in un contesto di leggi deboli.
In realtà, l'innovazione nei codici è proprio il lavoro della politica. E la politica, in democrazia, è competitiva. Ma se la competizione si mangia tutto il dibattito, si perde molta ricchezza intellettuale ed esperienziale, si costruisce meno sul progetto e più sulla contrapposizione.
Quindi quello che serve è che l'innovazione nei codici venga attuata nel contesto di un codice più importante - tipicamente la Costituzione - che garantisca un processo per cui prima c'è una conversazione collaborativa che rispetti tutte le posizioni e le esperienze e poi si passi alla competizione.
Il rischio di parlare solo di conversazione, senza distinguere le dinamiche diverse della conversazione, può portare a qualche confusione: se ne parla in termini di democrazia plebiscitaria, democrazia padronale, democrazia familiare o democrazia populista. E la conversazione può essere utilizzata anche da queste dinamiche in assenza di un contesto costituzionale solido, chiaro e condiviso.
Credo che queste siano intuizioni sulle quali dovrò fare ancora molta riflessione. Spero possano indurre a qualche contributo, paziente e "collaborativo".
Fcc apre un sito per sviluppare i principi da applicare in nome della net neutrality.
Parte una consultazione per comprendere le conseguenze delle nanotecnologie e diffondere la consapevolezza dei reali rischi.
Non ci sono prove della pericolosità dell'esposizione alle radiofrequenze. Le Monde, che si era allarmato in passato, fa un passo indietro.
Pare che il governo francese pagherà un po' di soldi per la formazione dei giornalisti che devono imparare a lavorare sul web... Uhmmm...
I finlandesi dichiarano che internet è un diritto fondamentale del cittadino. (Dario)
Techno Sensors
Apple va verso un decimo del mercato americano, ma in Europa resta sotto un ventesimo del mercato, nei personal computer.
In attesa di provare Google Wave si possono leggere pezzi ingenuamente interessanti sull'argomento. E pezzi più interessanti senza ingenuità.
Social Sensors
Huffington Post testa in diretta l'efficacia dei titoli e li aggiusta in funzione del gradimento dei lettori.
Non tutti i medici segnalano alle autorità i cittadini privi di permesso di soggiorno. (Metilparaben)
I polli di Renzo si beccavano tra loro mentre venivano portati all'Azzeccagarbugli... (Niente)
The Science and Technology in Society (STS) forum, inaugurated in November 2004, holds an annual meeting starting on the first Sunday of October every year, in Kyoto, Japan. The meeting is aimed at creating a global human network based on trust and providing a framework for open discussions regarding the further progress of science and technology for the benefit of humankind, while controlling ethical, safety and environmental issues resulting from their application: "The Lights and Shadows of Science and Technology." In seeking to ensure further progress in science and technology throughout the 21st century, it is necessary to keep possible risks under proper control based on shared values, and to establish a common base for promoting science and technology. Because international efforts as well as concerted efforts between different areas to address these problems are essential, the forum gathers top leaders from different constituencies: policymakers, business executives, scientists and researchers, media - from all over the world.
Intanto, vista la confusione di html che è uscita con i due post precedenti, riporto
Shirky e gli editori
Le Monde, Le Figaro, Médiapart
Il giornalismo migliora (secondo i giornalisti)
Giornali da non credere
Tutti parlano di FastFlip
Il problema è chiaro
Intanto, l'audience in calo dell'informazione troppo gerarchizzata si dimostra da sola
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Se ci fosse un software che risponde a questa domanda potrei scegliere il più conveniete. Se ci fosse un software del genere le compagnie telefoniche dovrebbero migliorare per forza.
Io non posso saperlo, perché ho un Mac. Ma chi ha un computer che gira su Windows può saperlo.
Perché c'è un software che si scarica su Ipsosure che gira solo su Windows ma che risponde proprio a quelle domande. (Segnalato da François de Brabant, di Between, uno che segue le telecomunicazioni da una vita).
Questo è quello che Ipsosure promette:
- isposure misura la reale velocità del tuo collegamento broadband
- isposure confronta le prestazioni della tua connessione broadband con quelle degli altri Internet Service Provider
- isposure ti consente di monitorare nel tempo il livello delle prestazioni offerte dal tuo Internet Service Provider
- isposure è facile da usare perché presenta i risultati sotto forma di semplici grafici
- isposure non contiene funzionalità nascoste, non viola la privacy, non invia annunci pubblicitari
Se qualcuno che passa di qui ha voglia di scaricarlo sul suo pc e provare a vedere l'effetto che fa, magari potrebbe anche segnalarmi i risultati e le sue considerazioni qui nei commenti. E se ne tirerebbe fuori un buon pezzo per Nòva.
Sicché genera una straniante nostalgia leggere che il nuovo servizio dell'Huffington Post dedicato alla tecnologia e all'innovazione, seguito da Jose Antonio Vargas, si presenta dicendo che "technology is anthropology".
Poiché l'assenza di venture capital è una delle tipiche lagnanze italiche, vale la pena di leggere il suo pezzo su TechCrunch.
Wadhwa non è d'accordo con l'idea che il venture capital sia la causa dello sviluppo dell'innovazione. Sostiene che una minoranza di start up americane è nata grazie al venture capital. E pensa che il venture capital non sia il motore ma eventualmente l'amplificatore del successo di un'impresa innovativa. I venture capitalist non generano innovazione, vanno dove vedono che c'è già innovazione e probabilità di successo. L'innovazione, dice, la fanno gli imprenditori.
Si può aggiungere che il venture capital è particolarmente utile per le innovazioni che puntano a servire alla crescita aziendale, quanto più grande tanto meglio. E i venture capitailst agiscono di solito con metodi relativamente standardizzati. Ne consegue che sostengono soprattutto (non solo ma soprattutto) innovazioni orientate a generare piattaforme scalabili e a prodotti in grado di arrivare a grandi volumi. (Ripeto: non solo ma soprattutto). Il che significa che sono meno rilevanti per aziende che non puntino alla crescita indefinita e che si muovano in business con ampiezza relativamente limitata e contenuti relativamente specialistici. Come sono le tipiche start up italiane. Donde un motivo per comprendere come fa l'Italia a essere sempre ai primi posti nella nascita di nuove imprese e a non avere un vasto sistema di venture capital.
Non c'è dubbio che servirebbe all'Italia crescere anche nell'utilizzo di questi strumenti finanziari. Ma è anche chiaro che non sono gli unici che servono a sostenere l'ecosistema dell'innovazione. Se non ce n'è tanto in Italia di venture capital è perché le aziende che producono innovazioni all'italiana non hanno tipicamente le caratteristiche e le strategie adatte a quello strumento. E' un problema. Uno dei tanti. Ma la soluzione non è nel lamento.
(update: un commento critico nei confronti di Wadhwa da Chris di Adventures in capitalism)
Nel pezzo si citano i cinque metodi oggi più diffusi nelle aziende per misurare l'innovazione:
- R&D spending as a percentage of sales (77%)
- Total patents filed/pending/awarded/rejected (61%)
- Total R&D headcount (59%)
- Current-year percentage sales due to new products released in the past six years (56%)
- Number of new products released (53%)
Ne aveva parlato anche Marco Varone. Un accenno pure in questo blog.
Perché non decolla? Perché la concorrenza è migliore di quella che aveva di fronte il primo Firefox. Perché Google non ha convinto i trend setter e non ha neppure provato a fare il rumore che avrebbe fatto se qualche appolista avesse lasciato Safari per Chrome. Perché non è poi ancora chiaro che cos'abbia di particolarmente migliore degli altri. Perché, in fondo, non molti sono tanto interessati a cambiare browser. Altrimenti, probabilmente, Explorer avrebbe una quota inferiore.
berreb: We all want the fatest web browser on earth and today the answer is #Google #Chrome 4.0 for #Mac ;) http://ol.am/aD 9 minutes ago
Google ovviamente è più avanti su tutta la linea, per quanto riguarda internet. Casomai ha difficoltà a capire come mantenere una cultura geek, producendo software ma vendendo pubblicità.
Ho l'impressione che ci siano dure battaglie strategiche in arrivo. Ma che non siano proprio tecnologiche, quanto piuttosto culturali ed emotive. E' sempre così del resto.
Qui sotto una lezione di Olafur Eliasson, su... "chi decide che cosa è reale?"...
Come dire: è lo spettatore o il creatore a generare un mondo? Dopo l'articolo di Umberto Eco sull'Espresso di qualche settimana fa - quello in cui Eco si domandava se fosse il pifferaio a conquistare le masse o le masse a lasciar fare al pifferaio - questa domanda è diventata politica. Peccato che Eliasson non faccia per nulla parte della genia dei pifferai.
Vuvox per esempio. Daniela Tavellin e Michela Vicenzi ne propongono una interpretazione. Dedicata a Nòva.
A parte il fatto che questo scenario è solo uno dei diversi possibili. E a parte che per esempio l'iPhone e i suoi successori o competitori sono potenziali lettori di ebook e ejournal molto diffusi, potenti e comodi, con un modello di business solido. A parte questo, è pur vero che la notizia dell'acquisizione accelera i processi. I taiwanesi probabilmente si preparano a produrre lettori in vasta scala. E i professori di Boston non possono mettersi in mezzo nei processi che devono portare quelle dimensioni di scala.
Ora, con i milioni guadagnati, finalmente, che cosa faranno? La prossima versione, più potente, a colori, con migliori feature... La storia dei lettori di ebook e ejournal sta accelerando. Google, Amazon e Apple sono in partita. Gli editori ci sperano. Il pubblico, invece, prende tempo. Se verrà fuori un'offerta veramente intelligente la valuterà. Ma la strada è lunga: un intero ecosistema deve adeguarsi. E non è composto solo di lepri tecnologiche, ci sono anche gli elefanti editoriali.
Che cosa fa la differenza? La qualità intellettuale del progetto che trasforma il gesto ribelle in un processo abbastanza ampio e profondo, abbastanza coinvolgente, da essere capace di generare conseguenze di lunga durata.
L'innovazione nasce da un pensiero spiazzante e cresce solo se viene compresa e accolta dal contesto. Le coordinate con le quali il contesto comprende un'innovazione sono culturali, sociali, economiche, tecnologiche, ecologiche.
Il processo "rivoluzionario", il processo che cambia il mondo, avviene nelle profondità del sistema e coinvolge l'ecosistema. Spesso è portato avanti da persone appassionate della loro idea più che orientate a raccontarla. Ma l'equilibrio è difficile da trovare. Perché se al contrario l'innovatore si concentra solo sul suo stesso racconto e punta tutto sulla generazione di consenso... se nel tentativo di farsi comprendere e accettare, perde la sua freschezza e la sua forza ribelle, allora si trasforma in mera comunicazione.
Ma gli argomenti sono molti. Come dimostra la quantità di persone che hanno segnalato idee, osservazioni, esperienze, nei commenti ai post precedenti.
Andiamo avanti. Certo, il mezzo del blog non è il migliore per arrivare a una raccolta ordinata di contributi. Si cercherà di lavorarci... Ma andiamo avanti... Le notizie che possono essere condivise sono le benvenute.
I post precedenti:
Cambiare il mondo / 3
Cambiare il mondo / 2
Cambiare il mondo / 1
Innovatori cercasi
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Link:
Associazione innovatori
Innov'azione
Lobby innovazione
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Ecco una raccolta di commenti ai post precedenti:
dai, pecco un po' di immodestia :)
innovatori? RomaEuropaFAKEFactory!
http://www.romaeuropa.org
un concorso creato detournando un altro concorso, per criticarne l'approccio alla proprietà intellettuale.
Il FAKEFactory, presentato in senato il 20 Marzo 2009, è diventato un evento ufficiale dell'anno della creatività e dell'innovazione della comunità europea e, adesso, si accinge a diventare lo stimolo che porterà alla creazione di un tavolo per le culture digitali presso la commissione cultura del senato.
In tutto questo, l'ecosistema che si è creato attorno al concorso si è autonomamente attivato a sperimentare diversi modelli economici basati sulla rete, per la gioia degli oramai 70+ partner a livello globale.
A maggio un grande evento a Roma, e a Ottobre un evento in contemporanea tra Roma, Londra e New York.
Nel frattempo il concorso "originario" ha cambiato la sua policy sul diritto d'autore :)
per
chi fosse interessato: il concorso ha anche una sezione assai
particolare, quella della "Law Art". In questa, avvocati, giuristi e
appassionati di proprietà intellettuale sono invitati a realizzare
opere creative remixando testi giuridici, col fine di creare la "legge
perfetta" sul diritto d'autore. :)
innovate! ciaociao
Ciao Luca, mi permetto di segnalarti il nuovo sito che abbiamo ideato per l'agenzia di comunicazione di cui sono direttore creativo associato interactive, si tratta del primo esempio italiano dell'utilizzo di Facebook Connect per il sito di un agenzia di comunicazione relazionale. Sul nostro canale youtube, anch'esso accessibile dal sito, troverai inoltre alcune case history video di progetti di comunicazione innovativi ideati e realizzati per i nostri clienti negli ultimi 3 anni. Tra questi c'è il primo esempio di viral marketing italiano che abbiamo ideato per il brand Simmenthal, il blog più alto del mondo tenuto in tempo reale dall'alpinista estremo Simone Moro durante le sue missioni over 8000 ideato per Canon, le prime operazioni italiane social media su MySpace per Regione Trentino e Sony Ericsson, il primo facebook social game italiano per Wilkinson, la prima "asta creativa" su eBay e molti altri. Alcune di queste operazioni hanno anche ottenuto riconoscimenti a concorsi creativi internazionali come il New York Festivals ma purtoppo non hanno avuto visibilità oltre i canali mediatici di settore. Nel nostro ambito speriamo dunque di aver portato innovazione e ogni giorno cerchiamo di portare la comunicazione e la creatività italiana un passo oltre.
ecco i link:
www.rmgconnect.it
www.youtube.com/rmgconnectitalia
Vorrei commentare due cose veloci:
1. Suggerisco ai tanti che segnalano le loro iniziative "innovative" di non essere troppo "markettari". Da lettore interessato alla conversazione mi sto scocciando, e purtroppo ottenete l'effetto di scacciarmi dai vostri URL :)
2. Luca, la conversazione ha bisogno di essere organizzata in qualche modo. Immagino che per il momento tu ti stia limitando a riportare quanto detto finora (che è già utile, piuttosto che spulciarsi tre/quattro post), ma secondo me, per non "sprecare" questa energia che si è creata, dovrei darti subito da fare per canalizzare tutto in un modo più... organico.
3. Se fate il "solito" evento a Milano per parlarne, fate in modo che ci sia davvero modo di partecipare anche online... (oppure fatelo il 7 maggio sera, così ci sono anche io :-P).
c'è il 21 con l'ExperienceCamp e il 22 e il 23 Maggio come occasioni utile per fare il 'solito' evento...
Hai letto di Aermatica?http://www.milanin.com/members/andrey.golub/weblog/1887.html
E' bellissimo perchè sembriamo tutti alla ricerca del Santo Graal.
Alcuni di noi si sentono perfino una sorta di Templari, io per primo, ben inteso!
Ma
se alla fine riflettiamo senza tentare di dimostrare che l'attività di
business che stiamo svolgendo è "In-Nova Compliant" bensì crediamo
semplicemente che il mondo non debba adeguarsi eternamente a certe
regole, usi e costumi che non sempre hanno creato valore ma in certi
casi hanno generato catastrofi (banalmente, il periodo di emme che
stiamo vivendo ora), allora molte idee che fino ad oggi rimangono nella
sfera dell'eresia, potrebbero finalmente concretizzarsi e migliorare
certamente molti aspetti della nostra vita quotidiana. Chi ad esempio
non crede che certe aree della nostra penisola siano tenute volutamente
oscurate dalla banda larga con fini ben precisi? Provate ad uscire dai
grandi centri urbani e dalle aree industriali e provate ad utilizzare i
vostri strumenti per accedere alla Rete. Riscoprirete il fascino di
navigare solo su siti web puramente testuali. Innovare significa in
questo caso abbattare definitivamente il digital divide attingendo
senza remore a tutte le risorse già ampiamente testate e pronte
all'uso. Peccato che in virtù dei costi di struttura che nessuno
vorrebbe assumersi, ci sia ancora tanta gente che viene tenuta lontana
da questo blog e dai miliardi di informazioni in Rete.
Innovare
significa non temere ripercussioni del mondo finanziario qualora una
scoperta possa migliorare la qualità della vita: le auto elettriche o a
idrogeno, progetti rigorosamente rallentati per non stravolgere
delicatissimi equilibri di cui tutti siamo ben consci.
Innovare
significa anche cambiare le proprie abitudini e lasciarsi aiutare senza
grandi esitazioni dalla tecnologia: la video conference è un esempio su
tutti. Vogliamo provare a mettere insieme il valore economico di un
solo giorno di trasporto nel mondo per recarsi ad appuntamenti/riunioni
fuori sede? Della video conferenza si parla da tanti anni ma assistiamo
inermi ad uno scarso utilizzo.
Innovare vuol dire anche cambiare i
paradigmi di comunicazione e avere il coraggio, ad esempio, di
confrontarsi con il pubblico in maniera aperta; aprirsi ai suggerimenti
dei consumatori, accettare le critiche come se fossero parte integrante
al costante miglioramento del prodotto. Neanche l'interattività di
Internet ad oggi è stata al centro di questo cambiamento epocale.
Insomma,
per innovare in prima istanza occorre una predisposizione personale ad
accettare grandi trasformazioni e grandi cambiamenti di abitudini
consolidate... essere innovatore, innovabile o già innovato fa parte di
uno stile di vita... chi vuole appartenervi?
H-Farm è una realtà innovatva ve sè stessa, che ha l'obiettivo di scovare idee innovative per aiutarle a svilupparsi e produrre nuovi business.
Luca,
secondo
me potresti organizzare una cosa del genere: un "evento" online, della
durata di due ore, su Friendfeed/twitter, dedicato ad una discussione
sull'innovazione in Italia.
Primo, sarebbe un buon segno per dimostrare che si parla di innovazione... facendo innovazione :)
Secondo, potresti raccogliere molti contributi da gente diversa.
Terzo:
sarebbe ottimo creare un evento parallelo, o successivo, in lingua
inglese, coinvolgendo persone anche al di fuori della ristretta cerchia
italiana.
Ultimo breve commento: sono stufo di sentire persone che si chiedono "dov'è l'innovazione in Italia"? L'innovazione c'è sicuramente, il problema è che semmai non ha gli strumenti per essere realizzata. Lo dimostra l'alta considerazione che all'estero hanno di noi, sia tecnicamente che in termini di inventiva e iniziativa.
Fammi sapere se l'idea dell'evento online ti sembra intelligente.
Ripeto questo commento sul mio blog, spero porti qualche visita e contributo in più :)
Bella l'idea di un incontro! Sarebbe interessante creare un evento "aperitivo innovativo" dove persone interessate ad esserlo ne incontrano altre e ne discutono. L'evento potrebbe essere trasmesso in streaming, con un sistema di chat o FriendFeed per le persone che lo vogliono seguire da casa.
(2gg fa si è verificato la stessa cosa ad un lancio di un portale tripwolf a cui ho partecipato, ma la cosa è stata involontaria)
che ne pensate?
Credo che quela di Simone sia un'idea bellissima e con molte potenzialita'.
Sono d'accordo con chi dice che l'innovazione, o meglio gli innovatori, in Italia ci sono ma (purtroppo) non riescono ad emergere. Io credo che il problema sia (ancor prima che nella mancanza di risorse) nella "dispersione" e nell'isolamento in cui molte iniziative di innovazione avvengono.
Quindi un evento del genere potrebbe diventare un catalizzatore di attenzione e relazioni tra gli innovatori, no?
L'innovazione
e' una scintilla che provocano crescita tecnologica ed economica.
Quando gli uomini si ritrovano a vivere, produrre e consumare in
economie cittadine vibranti, spesso riescono a sviluppare nuove idee
che, applicate in particolari situazioni, luoghi e tempi, diventano
motori di sviluppo economico.
Questo e' accaduto nel caso di Taiwan
negli anni '60 e nel caso del Nord Est Italiano negli anni '70. Questo
accade ancora oggi nelle dinamiche economie delle citta' che si
affacciano sull'Oceano Pacifico.
Raramente alcuna crescita economica
e stata sviluppata da contributi pubblici rivolti a pioggia al mondo
della ricerca. In Unione Sovietica, si sono sviluppate straordinarie
competenze nel campo della ricerca nucleare, ma tale ricerca e' andata
a rivolgersi per lo piu' alla produzione bellica e non si e' evoluta da
essa.
Spesso le innovazioni sono piccole, quasi insignificanti,
esse si ritrovano nel mondo della produzione e con essa continuamente
interagiscono senza che vi sia il bisogno di un contributo dallo Stato
o di un costoso centro di ricerca finanziato da una grande
multinazionale.
Non sto dicendo che tali soldi siano sempre spesi
male, ma che l'innovazione e l'improvvisazione colgono il loro apice
quando sono in parte dettati da necesssita' produttive contingenti e
portate avanti da persone che sanno applicare idee a pratica.
Come
fare ad instillare qualche seme di genialita' applicata? Come spingere
le persone ad interessarsi di tecnologia e a "sporcarsi" almeno un po'
le mani attraverso il processo di innovazione e produzione?
San
Francisco e la sua area metropolitana hanno generato scintille di
innovazione grazie ai suoi improvvisatori e innovatori. Tali
imporvvisatori erano in genere ragazzini che provavano nuovi macchinari
nel loro garage o dietro i banchi di scuola. E' il caso di Steve Jobs e
di Steve Wozniak che iniziarono la rivoluzione del PC dal loro garage,
e di Sergey Brin e Larry Page che hanno ideato gli algoritmi di Google
mentre erano ancora a scuola.
A San Francisco si e' trovata una
risposta alla domanda di nuove inventzioni con una fiera chiamata Maker
Faire, dove si pagano $25 per partecipare ad un evento di creativita'
di gruppo dove si gioca con micro-chip e transistors per creare nuovi
strumenti elettronici. Alcuni di questi strumenti sono poco piu' che
giocattoli, ma altri potrebbero diventare i telefoni cellulari, i PC o
i robot del futuro. Il festival è un raduno di "secchioni", ma in più
ha il gusto del "fai da te", l'aggiunta di scienziati casalinghi, di
pensatori, di artisti e di artigiani. Quest'anno i loro progetti
elettronici includono robot sputa-fuoco, computers indossabili,
stampanti tridimensionali e torte motorizzate (anche se non mi è ben
chiaro cosa siano).
Tutti sono incoraggiati a sporcarsi le mani
costruendo i propri circuiti elettrici, creare nuovi articoli
tecnologici e lanciare i loro razzi. Questo è il terzo anno della Maker
Faire. Lo scorso anno vi parteciparono più di 40,000 persone e più di
20,000 persone hanno partecipato ad un simile evento in Texas.
L'idea
di giocare con la tecnologia in un modo così nuovo può sembrare quasi
superflua. Ma questo è il sale dell'innovazione, almeno secondo il
parere di Tim O'Reilly, fondatore di O'Reilly Media, una società
editoriale che pubblica le riviste Make e Craft. O'Reilly è un guru
della tecnologia ed e' stato l'inventore del termine Web 2.0 che
cattura la tendenza di creare maggiore interattività, nello scambio di
informazioni e nella collaborazione tra Internauti.
I computers, i
chip, i sensori e gli altri componenti elettronici non sono mai stati
così a buon mercato. Questo significa che i vari gadgets ad alta
tecnologia stanno diventando beni usa e getta. Quindi possono essere
smontati e riutilizzati per costruire cose nuove. Una vecchia macchina
fotografica digitale, ad esempio, può essere collegata ad un aquilone
per fare fotografie dall'alto, oppure, se l'aquilone si collega ad un
navigatore satellitare ed ad altri dispositivi, si puo' creare un
aquilone automatico, che voli senza il controllo dell'uomo.
Inoltre,
Internet sta aiutando persone di tutto il mondo a scambiarsi
informazioni sui loro progetti. Siti web come Instructables.com e
wiki-How.com sono diventati popolari luoghi di incontro per i nuovi
inventori. Essi si fanno portatori dell'ideologia dell' "open source",
dove il flusso di idee innovative si scambia gratuitamente. Questo
modello iniziò per gli sviluppatori di software, ma si sta rapidamente
espandendo in altri campi.
Come molte altre cose che stanno accadendo a questa Fiera dell'innovazione, incoraggiano a maggiore innovatività.
Anche
se il Maker Faire e' un evento piu' diverente che utile, esso permette
di instillare il seme dell'innovazione e dell'improvvisazion, che
portano crescita e succeso economico; se l'improvvisazione funziona, il
motivo del suo successo non e' teorico, ma pratico.
Credo che una
Maker Faire che coinvolgesse giovani e inventori di ogni genere avrebbe
un notevole successo anche nelle citta' Italiane.
mah...io
avrei un po' di soggezione ad (ab)usare il termine di innovazione. Non
mi sento un innovatore, però l'unica cosa che mi sembra di aver capito
è che l'innovazione si catalizza quanto più è distribuita nel numero
delle persone coinvolte.
Pertanto, vorrei essere della partita,
magari ai margini, ma vorrei prima osservare e poi se ci riesco, un
giorno partecipare a quest'iniziativa. Ma se potremo innovare lo
scopriremo solo ex-post, così ho capito dall'economista Schumpeter
quando parla di "Distruzione Creativa". Se ci fermiamo prima potremmo
vedere solo la distruzione. IMHO
Se comprasti il primo personal ( Vic 20 della Commodore) negli Stati Uniti 2 mesi prima che venisse commercializzato in Italia.
Se
ti sei presentato a chiedere, primo nella tua citta', il collegamento a
internet quando i providers erano solo quelli dell'universita'.
Se hai messo sul tetto della tua casetta 15 pannelli fotovoltaici, e lo hai fatto 3 anni fa.
Hai diritto a considerarti una persona attenta al futuro e quindi all'innovazione.... o e' solo smisurata autostima?
Antonio Santangelo vede un buon segno nella partecipazione finora emersa. EUbuntista approva.
Intanto
se ti interessa l'innovazione nell'ambito dell'impresa sociale a settembre organizziamo un workshop sul tema.. materiali e info su www.irisnetwork.it, ciao
Le prime reazioni: 17 commenti sul blog, 27 commenti su Facebook, un Tweet, un solo link (grazie a Torino Valley) e 0 commenti su FriendFeed.
Ecco i commenti:
Potresti spulciare tra gli spin-off di tutta Italia, anche con la differenza tra chi innova e chi invece si parcheggia in attesa di meglio.
Segnalo il ning "Innovatori", potrebbe essere utile: http://innovatori.ning.com/
anch'io ti segnalo http://innovatori.ning.com
e
ritengo di essere un innovatore, penso a quanto ho realizzato negli 8
anni di amministratore pubblico nella municipalità di marghera
Volevo segnalarti l'iniziativa "Premio FORUM PA Protagonisti dell'innovazione", alla sua seconda edizione
http://www.innovatori.forumpa.it/
Un carissimo saluto
Elvira
Ciao,
ti
segnalo il premio all'Innovazione Amica dell'Ambiente, promosso da
circa 8 anni da Legambiente e Regione Lombardia. Ci sono diversi casi
interessanti, questo è il sito:
www.premioinnovazione.legambiente.org
Saluti,
Andrea
Luca, io vedo l'innovazione come un "semplice" processo di miglioramento radicale.
E'
difficile "scovare" esempi in Italia perchè si parla poco di
innovazione, e molte delle parole spese in giro sono forse troppo
esagerate.
Un piccolo aiuto, però, mi sento di dartelo: se chiedi agli italiani all'estero che fanno innovazione, loro sapranno dirti perchè non l'hanno potuta attuare in Italia, e forse ti potranno segnalare altri innovatori, in Italia o all'estero, con cui sono entrati in contatto.
ciao Luca
il tuo post è intrigante e mi spinge a fare alcune riflessioni:
comincio
dal titolo "Cercasi innovatori" chi dovrebbe cercare gli innovatori
dovrebbe essere lo stato italiano dando il via finalmente ad una sera
politica che premi il merito e la capacità di innovare.
Inoltre tu asserisci che il problema sia trovare gli innovatori dando per scontato che esistano, ne sei davvero certo?
Il
vero punto è perchè innovano? secondo me chi lo fa, lo fa solo in virtù
di un possibile busines, si è perso del tutto lo spirito che ha
contraddistinto nel passato tante scoperte fatte quasi sempre per
caso....
Infine ti segnalo due innovatori, uno è Fabrizio Capobianco
di Funambol e credo che tu già lo conosca e rappresenta bene l'assioma
innovazione =business l'altro è un mio collega Vincenzo che oggi a
tavola mi raccontava che stava progettando un antifurto per la sua
nuova casa basato su nuove tecnologie sw , questo rappresenta bene la
mia idea di innovazione ovvero usare le competenze acquisite e
reinventarle per creare qualcosa di nuovo.
Sono
venuto a Perugia mosso dalla stessa problematica, ti accennai che
sarebbe stato interessante, oltre che entusiasmante, poter organizzare
una serie di incontri che elicitassero la consapevolezza del tema. Con
un pò di sarcasmo ti dissi che tutti ne parlano ma nessuno sa cos'è,
almeno è quello che si nota in molte imprese nel tessuto di Macerata.
Per
quadrare il cerchio di valutare i fabbisogni competitivi con
Confindustria, ho proposto di partire da un tracciato che facesse
emergere quali fossero i driver informativi per innovare, i bisogni di
conoscenza quindi e mi modi per sopperirli. Questo per togliere il
preconcetto che omologa innovazione a tecnologia, mentre questa è un
fattore strategico insieme a tanti altri: i modelli di business,
organizzativi, le conoscenze dei trend, ma tutti in fondo ancillari
alle idee e alla cultura che queste presuppongono per la soluzione di
un problemi o il miglioramento di un beneficio se la soluzione già c'è.
L'esempio portante di quanto il problema sia preminentemente di ordine
culturale, lo dimostra una grossa azienda che per correttezza non cito.
Le viene presentato un progetto che per costi/benefici sarebbe stata
una manna dal ciele per qualsiasi investimento. Otteneva dal partner,
una società di trasposti locali, una concessione a costo 0 dei propri
spazi pubblicitari per un valore di circa 500.000 €. E' un progetto
innovativo in Italia che rientra nella Corporate Social Responsability
(solo Tesco anche se in maniera divrsa lo ha portato avanti), ma in
questo caso il deterrente non è stata la novità. In consiglio di
amministrazione si è eccepito che la mission del progetto toccava i
punti cardine dell'impresa, che ironia della sorte sono identici, come
dire non si può esternalizzare una mission perché toglie titolarità.
Quindi anche se c'è innovazione, profitto e beneficio collettivo, una
strategia del genere andava a ledere il modello culturale ma non per
defferenza ma perché è analogo.
Per
tornare al tuo quesito Luca, credo che la cultura del futuro degli
innovatori sia così intrisa di complessità che è facile perdersi.
Personalmente
credo sia un mix di conoscenza umanistica e scientifico. Una sociologia
economica della conoscenza che osserva i progressi scientifici ma li
tocca con le mani delle persone comuni.
Ovviamente quegli occhi
dovrebbero sapere leggere le informazioni salienti e non il tumulto di
nuovi prodotti che sono solo dadi comunicativi.
La distruzione
creatrice a là Shumpeter credo non esista più da molti anni, è tutto
interdipendete e intersettoriale non solo nell'ICT ma anche nei settori
ad alta creatività come la moda per esempio.
Il progesso credo sia
collegare cose e conoscenze esistenti per bisogni esistenti e non
nuovi. I micropagamenti di cui si parla a parlare anche per l'editoria
potrebbe esser un esempio. Ogni famiglia italiana ha un fidelity card e
ogni insegna ha un operatore mobile virtuale ormai. Un euro di costo
promozionale potrebbe oltre che esser sostenibile avvantaggiare tutti.
Ogni famiglia si trova nella Sim, a sua volta fedelity card, le notizie
al costo del quotidiano e se le scarica a casa in famiglia. Il giornale
della sera, dove tutti felici e contenti commentano le notizie prima
del tg. Ruggiero in Telecom hanni fa diceva che aveva 60 milioni di
punti vendita. Forse tocca passare dal supermercato per averli
veramente.
Linko un pensatoio dove mettono a disposizione strumenti software per fare analisi strategica di scenario. E'un progetto molto interessante perché i software permettono analisi multistakeholder che potrebbero esser utilizzati con panel di esperti, magari proprio sull'innovazione. E magari per ridurre un pò la complessità.
http://www.3ie.fr/lipsor/lipsor_uk/index_uk.htm
John Elkann, capo del capo del mio capo in una pregressa avventura editorial-pazzesca e persona squisita, da oggi pomeriggio è sicuramente un innovatore.
ciao luca,
noi qui in romagna ci stiamo provando, il progetto si chiama romagna business club: www.romagnabusinessclub.com
il 23 di aprile abbiamo un evento a cui ti invito e a cui partecipano alcuni dei tuoi colleghi:
Corporate and Business Web Forum - Il web per la PMI
http://www.romagnabusinessclub.com/featured-articles/23-aprile-2009-corporate-and-business-web-forum-il-web-per-la-pmi/
L'obiettivo è creare una vera e propria impresa quindi a fine di business. Come?
fondamentalmente
creando eventi per ora e diffondere la conoscenza e l'utilizzo del web
ma soprattutto la nuova cultura fondendola con quella ruspante
romagnola.....
Quando
consegnarono la medaglia presidenziale al professor Peter F. Drucker
per i suoi studi di management e per le sue riconosciute capacità di
predizione e innovazione rispose semplicemente "I just look out the
window and see what's visible - but not yet seen."
L'innovatore per me è questo. E' un qualcuno che vede e realizza oggi ciò che per altri nemmeno è da considerare.
Intorno
a noi, nella nostra vita di tutti i giorni, nel lavoro incontriamo
spesso degli innovatori e a volte nemmeno ce ne accorgiamo.
Peter
Drucker (http://www.druckerinstitute.com/) è un innovatore e in sua
memoria è stato anche istituito un riconoscimento che premia quelle
attività no-profit che si sono distinte per la capacità di anticipare e
innovare il loro settore o ambiente.
Nel mio lavoro mi è capitato
di incontrare persone che hanno questa dote. Uno di questi è Christian
Carniato, fondatore di TSW, che più di 10 anni fa ha visto nel Search
Engine Marketing il futuro del web. Scommessa vinta. Ma è interessante
vedere cosa sta combinando nel frattempo. Una fonte inesauribile di
stimoli.
Di primo acchitto, mi viene di rispondere con un link a un progetto che mi piace molto:http://www.librino.org/ (peccato per il sito in flash)... Cito dalla presentazione:
Antonio Presti, da dieci anni, coltiva a Librino un'utopia. In questa "città-satellite" di circa 70.000 abitanti, in un territorio lasciato ai margini, privo di infrastrutture e di servizi, l'ideatore di Fiumara d'arte, "il sognatore che realizza i propri sogni"- come lo ha definito lo scrittore israeliano Meir Shalev - coltiva l'utopia della bellezza e dell'arte come forza etica. In questo spazio della contemporaneità, un non luogo che nega cittadinanza ai suoi abitanti, ha scelto d'investire sull'arte ritenendola occasione di riscatto, d'incontro, di scoperta, di gioia e di bellezza.
Guardati la Porta della Bellezza che è l'opera che stanno mettendo in piedi in questi giorni...
Agli innovatori piace usare reti neutrali (World of ends) :-O
Luca,
Io
penso di essere da sempre un'innovatrice, ma dipendente. Per noi è
estremamente difficile farci notare. Si lavora nell'ombra e i risultati
vengono visti come quelli delle organizzazioni da cui dipendiamo. Ma ci
siamo, ci sono. Personalmente penso di aver fatto molto, nonostante si
debbano sempre fare le nozze coi fichi secchi, e anche bene. Ma nessuno
mi conosce. Altri, liberi e non dipendenti, possono farsi notare di più.
Ma anche noi, a libro paga di qualcuno, innoviamo.
Il commento di Laura ha tutta la mia approvazione (e solidarietà) per essere innovatori devi essere indipendente o qualcuno non innovatore che prende decisioni per te te lo impedirà... credo che in Italia ci siano innovatori ma, spesso, purtroppo chi decide non lo è.
Il
tema è affascinante. Personalmente trovo che una cosa su cui siamo
carenti in Italia è la capacità di associare innovazione e
sostenibilità/modello di business, e più in generale percorsi di
selezione delle reali innovazioni, per distinguerle da "invenzioni"
fine a se stesse.
Credo che nòva stia facendo del suo per segnalare percorsi possibili.
Quanto alle persone, il problema è riuscire ad avere le competenze per valutarne le potenzialità, e non è sempre facile.
Ti girerò una mail in proposito che potrebbe esserti utile
Le radici delle innovazioni stanno generalmente nel gioco e nella decorazione.
La metallurgia inizio' con il martellare il rame all'interno di collane e altri ornamenti molto prima che fosse utilizzata per coltelli ed armi di rame e di bronzo.
La formazione di leghe metalliche inizio' nell'ambito della gioielleria e della scultura che della produzione economica e militare.
La ruota inizio' ad essere usata in modo "frivolo"; le ruote piu' antiche a noi conosciute erano parti di giocattoli.
L'idraulica, la meccanica ed altre manifestazioni del genio umano furono sviluppate all'inizio per costruire giocattoli o come forme di intrattenimento.
Il ferro battuto fu inizalmente utilizzato per scopi decorativi nella creazione dei cancelli dei palazzi.
L'industria chimica si sviluppo' dal bisogno di colorare o decolorare i tessuti ed il vetro.
La polvere da sparo venne utilizzata prima come forma di intrattenimento per i fuochi artificiali molto prima che fosse utilizzata per scopi militare o per conquistare lo spazio con i razzi.
La prima ferrovia al mondo fu creata come forma di intratenimento a Londra.
La plastica venne dapprima utilizzata per i giocattoli e per i tasti del pianoforte come rimpiazzo a basso costo dell'avorio.
Le racchette da tennis, le mazze da golf sperimentarono le fibre di vetro e di carbonio prima degli aeroeplani.
I videogiochi al computer hanno preceduto l'uso giornaliero dei computer nello spazio lavorativo.
Il riscaldamento con i pannelli solari e' iniziato come un hobby per appassionati di fai da te.
Tutte le cose grandi nascono da cose piccole, ma le nuove piccole cose vengono sono distrutte a meno che non siano valorizzate per ragioni piu' di apprezzamento estetico che di utilita' pratica.
da facebook:
bellissima domanda!
stavo appunto leggendo questo:
http://blog.debiase.com/2009/04/cercasi-innovatori.html
Per essere innovatori sono necessarie due condizioni: bisogna esserlo e bisogna che te lo facciano fare. In Italia la seconda manca.
@dario la seconda credo che sia molto sensata
a mio avviso Luca non ce ne sono. O se ci sono, non sono messi nella condizione di.
@titti benchè tutto sia possibile, si spera almeno che qualche neurone sia rimasto...forse manca altro
Io lavoro con i fisici delle particelle. Che vivono di progetti e innovazione, di utopie, di idee apparentementemegalomani e tecnologie che non esistono ancora. Ma non ha senso parlarne individualmente. E' una impresa giocoforza collettiva, di gruppo: sono gruppi di innovatori che trovano sponde in strutture più grandi (nazionali o europee o ... Visualizza altrocomunque internazionali) che a loro volta riescono a fare lobbing politica. Alla fine l'innovazione arriva, e come. Ma questa modalità risponde alla tua domanda?
imho: sono quelli che stanno zitti, e se parlano lo fanno in inglese, in italiano solo ripetono.
forse c'è bisogno proprio di recuperare il valore dei sogni e delle utopie e se possibile di trovare uno spazio per questo anche all'interno delle scuole. chiedo troppo?
In
realtà molti ambiti, tipo il design e la rete, offrono tantetante
opportunità. Che si possono cogliere, però, assumendo nuove modalità
operative, che sono assai lontane dal "non ti consentono di innovare".
Perchè in realtà nessuno ti deve consentire nulla.
Probabilmente ci sono molti "innovatori", ma pochi "imprenditori innovatori".
Chessò: io ... Visualizza altromi
ci mantengo a far venire "strane idee" agli imprenditori. E così una
fascia di "giovani" che "fanno cose". E che, magari, non si sentono
(giustamente) vincolate ad una certa nazione per farle, o all'aspettare
che "qualcuno te le faccia fare".
@romeo giusto appunto i grandi progetti seguono itinerari internazionali, a volte l'idea e il progetto nascono qui ma per strane dinamiche devono passare per...e dopo anni ritornare qui ..discorso lungo...quindi speriamo che si trovi presto un però , un forse per poter dire che qualcosa sta cambiando ma nella giusta direzione. A presto
vanno cercati nei vicoli del web, chi ha veramente stoffa fa poco rumore .. almeno io la vedo così, voi?
sai cosa sarebbe carino? far incontrare: imprenditore del web+ un creativo + un economista che pensa a nuovi modelli di business e vedere cosa ne esce ... tu che puoi, che hai mille contatti!
scusa ... 1903 contatti :)
@ patrizia, secondo me non cambia nulla per un semplice motivo: chi decide e chi ha soldi non ha cultura dell'innovazinoe tantomeno di internet!
@ persergio ... però se chi non ha cultura è costretto dagli eventi ... magari sono troppo ottimista eh?
è limitante pensare al modello "chi decide e chi ha i soldi non ha cultura dell'innovazione tantomeno di internet".
Non
è vero. Ovvero: è vero parzialmente in Italia e in pochi altri posti.
Manca la cultura di chi deve presentare la propria idea con un business
plan, con un piano di marketing, con un piano di sviluppo e produzione.
C'è troppo la ri... Visualizza altrocerca
della "svolta" e di "qualcuno che te le faccia fare". Se si fanno le
cose decenti, gli ascoltatori si trovano. (magari non in italia.. ma in
italia non c'è nemmeno il venture capital...)
Mi trova perfettamente d'accordo.
limitando il mio contributo alla pubblicità, leggete questo link:http://adage.com/agencynews/article?article_id=135438
Advertising Age è la bibbia della pubblicità mondiale
alcuni del mio settore saranno a Bilbao questo venerdì per essere premiati!http://www.startup2.eu/
Luca,
perché quando parli di innovazione, come esempi citi "Distruzione
creatrice", "Progresso tecnico" e "Rottura radicale"? O la continuità
del progresso, quindi, o la discontinuità, il salto in qualche modo
violento e brusco. L'innovazione non può essere semplicemente
intepretata come "differenza" (ovviamente qualificata, non
superficiale)?
La ... Visualizza altrocultura
dell'innovazione non è "semplicemente" - ma mai semplicità fu così
complessa - la cultura della differenza (anche nel senso filosofico del
termine)?
posso segnalarti questa iniziativa di FORUM PA, alla sua seconda edizione?
http://www.innovatori.forumpa.it/
@patrizia. I percorsi di sviluppo dei progetti hanno strade che spesso sono obbligate dalle dimensioni. Una macchina per studiare delle particelle chiamate mesoni costa qualche milione di euro. Ma poi si fa. E si porta dietro una enorme innovazione dei dispositivi più vari, da quelli elettronici a quelli ottici, dal software per il trattamento dati alla molatura di lenti e cristalli. I protaginisti di questi prcessi io li chiamo innovatori...
@romeo certo che si per fortuna! In ambito scientifico e in altri settori ...ma credo che la domanda di luca vada cercando altre risposte.a presto @lucia mi è piaciuta la tua risposta, sarebbe davvero interessante vedere come diverse professionalità riescano a wikicooperare e partecipare ;) innovativo potrebbe essere l'incontro: la nuova società del sapere.a presto
@Salvatore Puoi fare anche il business plan più robusto che vuoi, ma senza banche d'affari che ti trovano i finanziatori è tempo perso. Da noi questo meccanismo manca, mentre invece esiste negli USA.
@Elvira Ci vediamo al Forum PA... dove terrò una lecture sui mondi virtuali, allora.
Recentemente
in un convegno a cui ero invitato come relatore, si è parlato di
innovazione. A chi mi ha chiesto quando si verifica un'innovazione in
una società, ho risposto che sono necessarie si realizzino tre
condizioni:
1. qualcuno deve avre un'idea (davvero) innovativa, ovvero non semplicemente evolutiva
2. l'idea deve essere fattibile sia sul piano realizzativo che su quello economico
3. la società deve essere disposta ad accettare il cambiamento culturale che inevitabilmente comporta un'idea davvero innovativa... Visualizza altro
Ad
esempio, le ali di Leonardo avrebbero potuto forse funzionare con i
materiali leggeri giusti, come l'alluminio e il kevlar. Analogamente,
molte idee sono rimaste nel cassetto perché, seppure realizzabili,
imponevano un cambiamento concettuale non realizzabile al loro tempo.
@Lucia
Tre anni fa sviluppai un'idea detta città accessibile che partiva da un
concetto che molti hanno osteggiato, e cioè che in qualche modo «siamo
tutti disabili... Visualizza altro».
Da lì avevo sviluppato una visione di una città che si comportasse come
un enorme computer vivente, ovvero con il quale si potesse interagire
come un avatar fa con un mondo virtuale. Da qualche mese stiamo
lavorando a una prima architettura per realizzarla ma non abbiamo
trovato ancora il comune disposto a fare da pilota. Forse potremo
riuscirci a Vicenza, ma ne dobbiamo parlare a Settembre. Come vedi ci
si prova a fare innovazione ma devi mettere intorno a un tavolo troppe
teste perché si decida qualcosa. Ci vuole tempo...
@Dario: sicuramente :)
io sostenevo proprio il contrario: via da qui, che è un postaccio! Anche le cose più innvative assumono un tono grottesco quando vengono implementate da 'ste parti.
Fuori, in più di un posto, son stato sempre assai meglio: tirato su imprese, trovato persone pronte ad sudiare opportunità... e, tra l'altro, ho sempre trovato anche un sacco di stupendi italiani felici di essere stati "innovativi" all'estero ;)
Aless_Zaccuri@lucadebiase innovazioni strettamente tecnologiche? o di qualsiasi altro tipo?
update da facebook
Simona Vogliano loro sono innovatori, italiani e stanno facendo cose pazzesche all'estero mentre in italia le amministarzioni decidono se è il caso di puntare su un'idea vincente e lasciano bruciare boschi, franare montagne, crollare dighe, esondare fiumi...
http://www.ireport.com/docs/DOC-247276
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2 Comments
Premessa
Innovazione potrebbe essere definita come quella particolare capacità
di individuare rapide risposte al rapido mutare delle condizioni di
ambiente.
L'innovatore ha una naturale predisposizione a guardare avanti.
L'innovazione non è in sé un valore. Possiamo considerarla un modus che riguarda i comportamenti.
Il modus dell'innovazione viene poi "sottomesso" a fini economici, sociali, politici,relazionali.
Potremo pensare all'atto dell'innovazione come un atto di equilibrio,
un'attività continua di "registrazione" nel senso di messa a punto dei
nostri "registri".
Quel rapporto/latenza che fa stare in equilibrio le nostre
caratteristiche, capacità competenze aspirazioni con il dinamico e
complesso ambiente.
Il mio contesto.
Insieme ad altri 18 soci abbiamo costruito una cooperativa che si occupa di sw e processi.
Nel mondo delle imprese la complessità delle risposte richiede sforzo nella produzione sociale della conoscenza
Proprio in questi giorni sto cercando di mettere intorno ad un tavolo
un gruppetto di imprese con l'unico obiettivo di dialogare, discutendo
ognuno delle proprie buone pratiche.
Impresa difficile.
Sto cercando anche di stimolare un pò di dibattito sul nostro sito.
Uno stralcio dell'ultimo post pubblicato sul nostro sito.
Vendere e produrre dopo aver "inventato" qualcosa: in estrema sintesi sono le cose che fanno le imprese.
Ne parlavo qualche settimana fa un imprenditore nostro cliente che non
cito per diritto di privacy. Se vuole lo farà lui commentando questo
post.
1. Vendere.
Sul fronte commerciale le singole imprese che possono permetterselo fanno qualcosa,spesso da sole.
Dal nostro piccolo osservatorio notiamo un piccolo boom del commercio elettronico.
Le imprese si affidano al Web cercando di aprire un nuovo canale per
incrementare le vendite, la qualità dei propri processi interni ed il
servizio al cliente.
Sul fronte commerciale mi è capitato di imbattermi in iniziative di
collaborazione per mettere fattor comune le risorse commerciali
(genericamente intese).
Fare qualcosa in collaborazione ad altri imprese per "vendere di più".
Rimane una domanda.
Lo sforzo per "vendere insieme" trova un paragonabile impegno per "inventare insieme" qualcosa e poi "produrre insieme" ?
In fondo i nostri clienti ci chiedono innovazione!
2. Innovazione e produzione
Qui, le cose non vanno meno bene.
Se ogni tanto si riscontrano sforzi consortili per vendere è difficile trovare idee per fare "innovazione condivisa" .
Lo spirito di innovare non manca alla PMI.
Manca invece l'idea che sia utile "rinunciare" ad un pezzo di proprietà
di un prodotto o di una tecnologia per acquistare innovazione e valore
per il cliente.
Non so quanti sono a conoscenza del fatto che la Fiat 500 e la Ford Kaa
sono costruite nello stesso stabilimento ed hanno il 90% delle
componenti in comune.
Pensate al vantaggio della ricerca e sviluppo!!
Se le imprese talvolta provano a collaborare per vendere, quasi mai ci
provano per "produrre". Le PMI dovrebbero fare qualche sforzo in più
per abbandonare la cultura della proprietà pensando ai bisogni dei
propri clienti condividendo investimenti in ricerca e sviluppo.
La crisi può essere un opportunità per ripensare i nostri vecchi modelli culturali?
L'imprenditore di cui sopra pensa che nelle imprese vi siamo ancora troppi imprenditori con la cultura del padrone!
Non sarò imparziale ma a leggere certe risposte, non sembra affatto il dibattito strutturato con ammiragli del calibro di Assolombarda e Bocconi abbia elicitato granché.
http://www.b2b24.ilsole24ore.com/articoli/0,1254,24_ART_98275,00.html?lw=24;1
Comincio ad esser dell'idea che on line sia molto più proficuo per
peculiaritàdel mezzo. Se venisse strutturato e organizzato con modalità
opportune, avrebbe tutt'altri risvolti.
Interessante. Per chi ha tempo di usarla. E può essere divertente. Ma apre a un nuovo, nuovo strato di complessità nella vita quotidiana. E vabbè... Lamentarsi di questo è inutile.
L'azienda è RocketOn. Il nuovo prodotto è Blerp. La segnalazione è su VentureBeat.
Microsoft lancia Vine. A Seattle, la Microsoft lancia Vine, un nuovo servizio di comunicazione e informazione sociale iperlocale personalizzato. L'interfaccia è fondamentalmente una mappa, i messaggi appaiono nel punto dal quale sono inviati, possono essere letti con un widget sul pc o con un cellulare. Può essere usato da famiglie, associazioni, notiziari locali...
Firefox beta 3.5. Una prova della beta di Firefox 3.5 rilasciata lunedì su Silicon.com. Java più veloce, acceleratore degli scambi di dati tra server e browser, suppporto per tag per audio e video, browsing privato per non lasciare tracce sul proprio computer mentre si naviga, e altro. Qualche problema con Gmail.
dai, pecco un po' di immodestia :)
innovatori? RomaEuropaFAKEFactory!
http://www.romaeuropa.org
un concorso creato detournando un altro concorso, per criticarne l'approccio alla proprietà intellettuale.
Il FAKEFactory, presentato in senato il 20 Marzo 2009, è diventato un evento ufficiale dell'anno della creatività e dell'innovazione della comunità europea e, adesso, si accinge a diventare lo stimolo che porterà alla creazione di un tavolo per le culture digitali presso la commissione cultura del senato.
In tutto questo, l'ecosistema che si è creato attorno al concorso si è autonomamente attivato a sperimentare diversi modelli economici basati sulla rete, per la gioia degli oramai 70+ partner a livello globale.
A maggio un grande evento a Roma, e a Ottobre un evento in contemporanea tra Roma, Londra e New York.
Nel frattempo il concorso "originario" ha cambiato la sua policy sul diritto d'autore :)
per chi fosse interessato: il concorso ha anche una sezione assai particolare, quella della "Law Art". In questa, avvocati, giuristi e appassionati di proprietà intellettuale sono invitati a realizzare opere creative remixando testi giuridici, col fine di creare la "legge perfetta" sul diritto d'autore. :)
innovate! ciaociao
Ciao Luca, mi permetto di segnalarti il nuovo sito che abbiamo ideato per l'agenzia di comunicazione di cui sono direttore creativo associato interactive, si tratta del primo esempio italiano dell'utilizzo di Facebook Connect per il sito di un agenzia di comunicazione relazionale. Sul nostro canale youtube, anch'esso accessibile dal sito, troverai inoltre alcune case history video di progetti di comunicazione innovativi ideati e realizzati per i nostri clienti negli ultimi 3 anni. Tra questi c'è il primo esempio di viral marketing italiano che abbiamo ideato per il brand Simmenthal, il blog più alto del mondo tenuto in tempo reale dall'alpinista estremo Simone Moro durante le sue missioni over 8000 ideato per Canon, le prime operazioni italiane social media su MySpace per Regione Trentino e Sony Ericsson, il primo facebook social game italiano per Wilkinson, la prima "asta creativa" su eBay e molti altri. Alcune di queste operazioni hanno anche ottenuto riconoscimenti a concorsi creativi internazionali come il New York Festivals ma purtoppo non hanno avuto visibilità oltre i canali mediatici di settore. Nel nostro ambito speriamo dunque di aver portato innovazione e ogni giorno cerchiamo di portare la comunicazione e la creatività italiana un passo oltre.
ecco i link:
www.rmgconnect.it
www.youtube.com/rmgconnectitalia
Vorrei commentare due cose veloci:
1. Suggerisco ai tanti che segnalano le loro iniziative "innovative" di non essere troppo "markettari". Da lettore interessato alla conversazione mi sto scocciando, e purtroppo ottenete l'effetto di scacciarmi dai vostri URL :)
2. Luca, la conversazione ha bisogno di essere organizzata in qualche modo. Immagino che per il momento tu ti stia limitando a riportare quanto detto finora (che è già utile, piuttosto che spulciarsi tre/quattro post), ma secondo me, per non "sprecare" questa energia che si è creata, dovrei darti subito da fare per canalizzare tutto in un modo più... organico.
3. Se fate il "solito" evento a Milano per parlarne, fate in modo che ci sia davvero modo di partecipare anche online... (oppure fatelo il 7 maggio sera, così ci sono anche io :-P).
c'è il 21 con l'ExperienceCamp e il 22 e il 23 Maggio come occasioni utile per fare il 'solito' evento...
Hai letto di Aermatica?http://www.milanin.com/members/andrey.golub/weblog/1887.html
E' bellissimo perchè sembriamo tutti alla ricerca del Santo Graal.
Alcuni di noi si sentono perfino una sorta di Templari, io per primo, ben inteso!
Ma se alla fine riflettiamo senza tentare di dimostrare che l'attività di business che stiamo svolgendo è "In-Nova Compliant" bensì crediamo semplicemente che il mondo non debba adeguarsi eternamente a certe regole, usi e costumi che non sempre hanno creato valore ma in certi casi hanno generato catastrofi (banalmente, il periodo di emme che stiamo vivendo ora), allora molte idee che fino ad oggi rimangono nella sfera dell'eresia, potrebbero finalmente concretizzarsi e migliorare certamente molti aspetti della nostra vita quotidiana. Chi ad esempio non crede che certe aree della nostra penisola siano tenute volutamente oscurate dalla banda larga con fini ben precisi? Provate ad uscire dai grandi centri urbani e dalle aree industriali e provate ad utilizzare i vostri strumenti per accedere alla Rete. Riscoprirete il fascino di navigare solo su siti web puramente testuali. Innovare significa in questo caso abbattare definitivamente il digital divide attingendo senza remore a tutte le risorse già ampiamente testate e pronte all'uso. Peccato che in virtù dei costi di struttura che nessuno vorrebbe assumersi, ci sia ancora tanta gente che viene tenuta lontana da questo blog e dai miliardi di informazioni in Rete.
Innovare significa non temere ripercussioni del mondo finanziario qualora una scoperta possa migliorare la qualità della vita: le auto elettriche o a idrogeno, progetti rigorosamente rallentati per non stravolgere delicatissimi equilibri di cui tutti siamo ben consci.
Innovare significa anche cambiare le proprie abitudini e lasciarsi aiutare senza grandi esitazioni dalla tecnologia: la video conference è un esempio su tutti. Vogliamo provare a mettere insieme il valore economico di un solo giorno di trasporto nel mondo per recarsi ad appuntamenti/riunioni fuori sede? Della video conferenza si parla da tanti anni ma assistiamo inermi ad uno scarso utilizzo.
Innovare vuol dire anche cambiare i paradigmi di comunicazione e avere il coraggio, ad esempio, di confrontarsi con il pubblico in maniera aperta; aprirsi ai suggerimenti dei consumatori, accettare le critiche come se fossero parte integrante al costante miglioramento del prodotto. Neanche l'interattività di Internet ad oggi è stata al centro di questo cambiamento epocale.
Insomma, per innovare in prima istanza occorre una predisposizione personale ad accettare grandi trasformazioni e grandi cambiamenti di abitudini consolidate... essere innovatore, innovabile o già innovato fa parte di uno stile di vita... chi vuole appartenervi?
H-Farm è una realtà innovatva ve sè stessa, che ha l'obiettivo di scovare idee innovative per aiutarle a svilupparsi e produrre nuovi business.
Luca,
secondo me potresti organizzare una cosa del genere: un "evento" online, della durata di due ore, su Friendfeed/twitter, dedicato ad una discussione sull'innovazione in Italia.
Primo, sarebbe un buon segno per dimostrare che si parla di innovazione... facendo innovazione :)
Secondo, potresti raccogliere molti contributi da gente diversa.
Terzo: sarebbe ottimo creare un evento parallelo, o successivo, in lingua inglese, coinvolgendo persone anche al di fuori della ristretta cerchia italiana.
Ultimo breve commento: sono stufo di sentire persone che si chiedono "dov'è l'innovazione in Italia"? L'innovazione c'è sicuramente, il problema è che semmai non ha gli strumenti per essere realizzata. Lo dimostra l'alta considerazione che all'estero hanno di noi, sia tecnicamente che in termini di inventiva e iniziativa.
Fammi sapere se l'idea dell'evento online ti sembra intelligente.
Ripeto questo commento sul mio blog, spero porti qualche visita e contributo in più :)
Bella l'idea di un incontro! Sarebbe interessante creare un evento "aperitivo innovativo" dove persone interessate ad esserlo ne incontrano altre e ne discutono. L'evento potrebbe essere trasmesso in streaming, con un sistema di chat o FriendFeed per le persone che lo vogliono seguire da casa.
(2gg fa si è verificato la stessa cosa ad un lancio di un portale tripwolf a cui ho partecipato, ma la cosa è stata involontaria)
che ne pensate?
Credo che quela di Simone sia un'idea bellissima e con molte potenzialita'.
Sono d'accordo con chi dice che l'innovazione, o meglio gli innovatori, in Italia ci sono ma (purtroppo) non riescono ad emergere. Io credo che il problema sia (ancor prima che nella mancanza di risorse) nella "dispersione" e nell'isolamento in cui molte iniziative di innovazione avvengono.
Quindi un evento del genere potrebbe diventare un catalizzatore di attenzione e relazioni tra gli innovatori, no?
L'innovazione e' una scintilla che provocano crescita tecnologica ed economica. Quando gli uomini si ritrovano a vivere, produrre e consumare in economie cittadine vibranti, spesso riescono a sviluppare nuove idee che, applicate in particolari situazioni, luoghi e tempi, diventano motori di sviluppo economico.
Questo e' accaduto nel caso di Taiwan negli anni '60 e nel caso del Nord Est Italiano negli anni '70. Questo accade ancora oggi nelle dinamiche economie delle citta' che si affacciano sull'Oceano Pacifico.
Raramente alcuna crescita economica e stata sviluppata da contributi pubblici rivolti a pioggia al mondo della ricerca. In Unione Sovietica, si sono sviluppate straordinarie competenze nel campo della ricerca nucleare, ma tale ricerca e' andata a rivolgersi per lo piu' alla produzione bellica e non si e' evoluta da essa.
Spesso le innovazioni sono piccole, quasi insignificanti, esse si ritrovano nel mondo della produzione e con essa continuamente interagiscono senza che vi sia il bisogno di un contributo dallo Stato o di un costoso centro di ricerca finanziato da una grande multinazionale.
Non sto dicendo che tali soldi siano sempre spesi male, ma che l'innovazione e l'improvvisazione colgono il loro apice quando sono in parte dettati da necesssita' produttive contingenti e portate avanti da persone che sanno applicare idee a pratica.
Come fare ad instillare qualche seme di genialita' applicata? Come spingere le persone ad interessarsi di tecnologia e a "sporcarsi" almeno un po' le mani attraverso il processo di innovazione e produzione?
San Francisco e la sua area metropolitana hanno generato scintille di innovazione grazie ai suoi improvvisatori e innovatori. Tali imporvvisatori erano in genere ragazzini che provavano nuovi macchinari nel loro garage o dietro i banchi di scuola. E' il caso di Steve Jobs e di Steve Wozniak che iniziarono la rivoluzione del PC dal loro garage, e di Sergey Brin e Larry Page che hanno ideato gli algoritmi di Google mentre erano ancora a scuola.
A San Francisco si e' trovata una risposta alla domanda di nuove inventzioni con una fiera chiamata Maker Faire, dove si pagano $25 per partecipare ad un evento di creativita' di gruppo dove si gioca con micro-chip e transistors per creare nuovi strumenti elettronici. Alcuni di questi strumenti sono poco piu' che giocattoli, ma altri potrebbero diventare i telefoni cellulari, i PC o i robot del futuro. Il festival è un raduno di "secchioni", ma in più ha il gusto del "fai da te", l'aggiunta di scienziati casalinghi, di pensatori, di artisti e di artigiani. Quest'anno i loro progetti elettronici includono robot sputa-fuoco, computers indossabili, stampanti tridimensionali e torte motorizzate (anche se non mi è ben chiaro cosa siano).
Tutti sono incoraggiati a sporcarsi le mani costruendo i propri circuiti elettrici, creare nuovi articoli tecnologici e lanciare i loro razzi. Questo è il terzo anno della Maker Faire. Lo scorso anno vi parteciparono più di 40,000 persone e più di 20,000 persone hanno partecipato ad un simile evento in Texas.
L'idea di giocare con la tecnologia in un modo così nuovo può sembrare quasi superflua. Ma questo è il sale dell'innovazione, almeno secondo il parere di Tim O'Reilly, fondatore di O'Reilly Media, una società editoriale che pubblica le riviste Make e Craft. O'Reilly è un guru della tecnologia ed e' stato l'inventore del termine Web 2.0 che cattura la tendenza di creare maggiore interattività, nello scambio di informazioni e nella collaborazione tra Internauti.
I computers, i chip, i sensori e gli altri componenti elettronici non sono mai stati così a buon mercato. Questo significa che i vari gadgets ad alta tecnologia stanno diventando beni usa e getta. Quindi possono essere smontati e riutilizzati per costruire cose nuove. Una vecchia macchina fotografica digitale, ad esempio, può essere collegata ad un aquilone per fare fotografie dall'alto, oppure, se l'aquilone si collega ad un navigatore satellitare ed ad altri dispositivi, si puo' creare un aquilone automatico, che voli senza il controllo dell'uomo.
Inoltre, Internet sta aiutando persone di tutto il mondo a scambiarsi informazioni sui loro progetti. Siti web come Instructables.com e wiki-How.com sono diventati popolari luoghi di incontro per i nuovi inventori. Essi si fanno portatori dell'ideologia dell' "open source", dove il flusso di idee innovative si scambia gratuitamente. Questo modello iniziò per gli sviluppatori di software, ma si sta rapidamente espandendo in altri campi.
Come molte altre cose che stanno accadendo a questa Fiera dell'innovazione, incoraggiano a maggiore innovatività.
Anche se il Maker Faire e' un evento piu' diverente che utile, esso permette di instillare il seme dell'innovazione e dell'improvvisazion, che portano crescita e succeso economico; se l'improvvisazione funziona, il motivo del suo successo non e' teorico, ma pratico.
Credo che una Maker Faire che coinvolgesse giovani e inventori di ogni genere avrebbe un notevole successo anche nelle citta' Italiane.
mah...io avrei un po' di soggezione ad (ab)usare il termine di innovazione. Non mi sento un innovatore, però l'unica cosa che mi sembra di aver capito è che l'innovazione si catalizza quanto più è distribuita nel numero delle persone coinvolte.
Pertanto, vorrei essere della partita, magari ai margini, ma vorrei prima osservare e poi se ci riesco, un giorno partecipare a quest'iniziativa. Ma se potremo innovare lo scopriremo solo ex-post, così ho capito dall'economista Schumpeter quando parla di "Distruzione Creativa". Se ci fermiamo prima potremmo vedere solo la distruzione. IMHO
Se comprasti il primo personal ( Vic 20 della Commodore) negli Stati Uniti 2 mesi prima che venisse commercializzato in Italia.
Se ti sei presentato a chiedere, primo nella tua citta', il collegamento a internet quando i providers erano solo quelli dell'universita'.
Se hai messo sul tetto della tua casetta 15 pannelli fotovoltaici, e lo hai fatto 3 anni fa.
Hai diritto a considerarti una persona attenta al futuro e quindi all'innovazione.... o e' solo smisurata autostima?
Antonio Santangelo vede un buon segno nella partecipazione finora emersa. EUbuntista approva.
Intanto
se ti interessa l'innovazione nell'ambito dell'impresa sociale a settembre organizziamo un workshop sul tema.. materiali e info su www.irisnetwork.it, ciao
Le prime reazioni: 17 commenti sul blog, 27 commenti su Facebook, un Tweet, un solo link (grazie a Torino Valley) e 0 commenti su FriendFeed.
Ecco i commenti:
Potresti spulciare tra gli spin-off di tutta Italia, anche con la differenza tra chi innova e chi invece si parcheggia in attesa di meglio.
Segnalo il ning "Innovatori", potrebbe essere utile: http://innovatori.ning.com/
anch'io ti segnalo http://innovatori.ning.com
e ritengo di essere un innovatore, penso a quanto ho realizzato negli 8 anni di amministratore pubblico nella municipalità di marghera
Volevo segnalarti l'iniziativa "Premio FORUM PA Protagonisti dell'innovazione", alla sua seconda edizione
http://www.innovatori.forumpa.it/
Un carissimo saluto
Elvira
Ciao,
ti segnalo il premio all'Innovazione Amica dell'Ambiente, promosso da circa 8 anni da Legambiente e Regione Lombardia. Ci sono diversi casi interessanti, questo è il sito:
www.premioinnovazione.legambiente.org
Saluti,
Andrea
Luca, io vedo l'innovazione come un "semplice" processo di miglioramento radicale.
E' difficile "scovare" esempi in Italia perchè si parla poco di innovazione, e molte delle parole spese in giro sono forse troppo esagerate.
Un piccolo aiuto, però, mi sento di dartelo: se chiedi agli italiani all'estero che fanno innovazione, loro sapranno dirti perchè non l'hanno potuta attuare in Italia, e forse ti potranno segnalare altri innovatori, in Italia o all'estero, con cui sono entrati in contatto.
ciao Luca
il tuo post è intrigante e mi spinge a fare alcune riflessioni:
comincio dal titolo "Cercasi innovatori" chi dovrebbe cercare gli innovatori dovrebbe essere lo stato italiano dando il via finalmente ad una sera politica che premi il merito e la capacità di innovare.
Inoltre tu asserisci che il problema sia trovare gli innovatori dando per scontato che esistano, ne sei davvero certo?
Il vero punto è perchè innovano? secondo me chi lo fa, lo fa solo in virtù di un possibile busines, si è perso del tutto lo spirito che ha contraddistinto nel passato tante scoperte fatte quasi sempre per caso....
Infine ti segnalo due innovatori, uno è Fabrizio Capobianco di Funambol e credo che tu già lo conosca e rappresenta bene l'assioma innovazione =business l'altro è un mio collega Vincenzo che oggi a tavola mi raccontava che stava progettando un antifurto per la sua nuova casa basato su nuove tecnologie sw , questo rappresenta bene la mia idea di innovazione ovvero usare le competenze acquisite e reinventarle per creare qualcosa di nuovo.
Sono venuto a Perugia mosso dalla stessa problematica, ti accennai che sarebbe stato interessante, oltre che entusiasmante, poter organizzare una serie di incontri che elicitassero la consapevolezza del tema. Con un pò di sarcasmo ti dissi che tutti ne parlano ma nessuno sa cos'è, almeno è quello che si nota in molte imprese nel tessuto di Macerata.
Per quadrare il cerchio di valutare i fabbisogni competitivi con Confindustria, ho proposto di partire da un tracciato che facesse emergere quali fossero i driver informativi per innovare, i bisogni di conoscenza quindi e mi modi per sopperirli. Questo per togliere il preconcetto che omologa innovazione a tecnologia, mentre questa è un fattore strategico insieme a tanti altri: i modelli di business, organizzativi, le conoscenze dei trend, ma tutti in fondo ancillari alle idee e alla cultura che queste presuppongono per la soluzione di un problemi o il miglioramento di un beneficio se la soluzione già c'è. L'esempio portante di quanto il problema sia preminentemente di ordine culturale, lo dimostra una grossa azienda che per correttezza non cito. Le viene presentato un progetto che per costi/benefici sarebbe stata una manna dal ciele per qualsiasi investimento. Otteneva dal partner, una società di trasposti locali, una concessione a costo 0 dei propri spazi pubblicitari per un valore di circa 500.000 €. E' un progetto innovativo in Italia che rientra nella Corporate Social Responsability (solo Tesco anche se in maniera divrsa lo ha portato avanti), ma in questo caso il deterrente non è stata la novità. In consiglio di amministrazione si è eccepito che la mission del progetto toccava i punti cardine dell'impresa, che ironia della sorte sono identici, come dire non si può esternalizzare una mission perché toglie titolarità. Quindi anche se c'è innovazione, profitto e beneficio collettivo, una strategia del genere andava a ledere il modello culturale ma non per defferenza ma perché è analogo.
Per tornare al tuo quesito Luca, credo che la cultura del futuro degli innovatori sia così intrisa di complessità che è facile perdersi.
Personalmente credo sia un mix di conoscenza umanistica e scientifico. Una sociologia economica della conoscenza che osserva i progressi scientifici ma li tocca con le mani delle persone comuni.
Ovviamente quegli occhi dovrebbero sapere leggere le informazioni salienti e non il tumulto di nuovi prodotti che sono solo dadi comunicativi.
La distruzione creatrice a là Shumpeter credo non esista più da molti anni, è tutto interdipendete e intersettoriale non solo nell'ICT ma anche nei settori ad alta creatività come la moda per esempio.
Il progesso credo sia collegare cose e conoscenze esistenti per bisogni esistenti e non nuovi. I micropagamenti di cui si parla a parlare anche per l'editoria potrebbe esser un esempio. Ogni famiglia italiana ha un fidelity card e ogni insegna ha un operatore mobile virtuale ormai. Un euro di costo promozionale potrebbe oltre che esser sostenibile avvantaggiare tutti. Ogni famiglia si trova nella Sim, a sua volta fedelity card, le notizie al costo del quotidiano e se le scarica a casa in famiglia. Il giornale della sera, dove tutti felici e contenti commentano le notizie prima del tg. Ruggiero in Telecom hanni fa diceva che aveva 60 milioni di punti vendita. Forse tocca passare dal supermercato per averli veramente.
Linko un pensatoio dove mettono a disposizione strumenti software per fare analisi strategica di scenario. E'un progetto molto interessante perché i software permettono analisi multistakeholder che potrebbero esser utilizzati con panel di esperti, magari proprio sull'innovazione. E magari per ridurre un pò la complessità.
http://www.3ie.fr/lipsor/lipsor_uk/index_uk.htm
John Elkann, capo del capo del mio capo in una pregressa avventura editorial-pazzesca e persona squisita, da oggi pomeriggio è sicuramente un innovatore.
ciao luca,
noi qui in romagna ci stiamo provando, il progetto si chiama romagna business club: www.romagnabusinessclub.com
il 23 di aprile abbiamo un evento a cui ti invito e a cui partecipano alcuni dei tuoi colleghi:
Corporate and Business Web Forum - Il web per la PMI
http://www.romagnabusinessclub.com/featured-articles/23-aprile-2009-corporate-and-business-web-forum-il-web-per-la-pmi/
L'obiettivo è creare una vera e propria impresa quindi a fine di business. Come?
fondamentalmente creando eventi per ora e diffondere la conoscenza e l'utilizzo del web ma soprattutto la nuova cultura fondendola con quella ruspante romagnola.....
Quando consegnarono la medaglia presidenziale al professor Peter F. Drucker per i suoi studi di management e per le sue riconosciute capacità di predizione e innovazione rispose semplicemente "I just look out the window and see what's visible - but not yet seen."
L'innovatore per me è questo. E' un qualcuno che vede e realizza oggi ciò che per altri nemmeno è da considerare.
Intorno a noi, nella nostra vita di tutti i giorni, nel lavoro incontriamo spesso degli innovatori e a volte nemmeno ce ne accorgiamo.
Peter Drucker (http://www.druckerinstitute.com/) è un innovatore e in sua memoria è stato anche istituito un riconoscimento che premia quelle attività no-profit che si sono distinte per la capacità di anticipare e innovare il loro settore o ambiente.
Nel mio lavoro mi è capitato di incontrare persone che hanno questa dote. Uno di questi è Christian Carniato, fondatore di TSW, che più di 10 anni fa ha visto nel Search Engine Marketing il futuro del web. Scommessa vinta. Ma è interessante vedere cosa sta combinando nel frattempo. Una fonte inesauribile di stimoli.
Di primo acchitto, mi viene di rispondere con un link a un progetto che mi piace molto:http://www.librino.org/ (peccato per il sito in flash)... Cito dalla presentazione:
Antonio Presti, da dieci anni, coltiva a Librino un'utopia. In questa "città-satellite" di circa 70.000 abitanti, in un territorio lasciato ai margini, privo di infrastrutture e di servizi, l'ideatore di Fiumara d'arte, "il sognatore che realizza i propri sogni"- come lo ha definito lo scrittore israeliano Meir Shalev - coltiva l'utopia della bellezza e dell'arte come forza etica. In questo spazio della contemporaneità, un non luogo che nega cittadinanza ai suoi abitanti, ha scelto d'investire sull'arte ritenendola occasione di riscatto, d'incontro, di scoperta, di gioia e di bellezza.
Guardati la Porta della Bellezza che è l'opera che stanno mettendo in piedi in questi giorni...
Agli innovatori piace usare reti neutrali (World of ends) :-O
Luca,
Io penso di essere da sempre un'innovatrice, ma dipendente. Per noi è estremamente difficile farci notare. Si lavora nell'ombra e i risultati vengono visti come quelli delle organizzazioni da cui dipendiamo. Ma ci siamo, ci sono. Personalmente penso di aver fatto molto, nonostante si debbano sempre fare le nozze coi fichi secchi, e anche bene. Ma nessuno mi conosce. Altri, liberi e non dipendenti, possono farsi notare di più.
Ma anche noi, a libro paga di qualcuno, innoviamo.
Il commento di Laura ha tutta la mia approvazione (e solidarietà) per essere innovatori devi essere indipendente o qualcuno non innovatore che prende decisioni per te te lo impedirà... credo che in Italia ci siano innovatori ma, spesso, purtroppo chi decide non lo è.
Il tema è affascinante. Personalmente trovo che una cosa su cui siamo carenti in Italia è la capacità di associare innovazione e sostenibilità/modello di business, e più in generale percorsi di selezione delle reali innovazioni, per distinguerle da "invenzioni" fine a se stesse.
Credo che nòva stia facendo del suo per segnalare percorsi possibili.
Quanto alle persone, il problema è riuscire ad avere le competenze per valutarne le potenzialità, e non è sempre facile.
Ti girerò una mail in proposito che potrebbe esserti utile
Le radici delle innovazioni stanno generalmente nel gioco e nella decorazione.
La metallurgia inizio' con il martellare il rame all'interno di collane e altri ornamenti molto prima che fosse utilizzata per coltelli ed armi di rame e di bronzo.
La formazione di leghe metalliche inizio' nell'ambito della gioielleria e della scultura che della produzione economica e militare.
La ruota inizio' ad essere usata in modo "frivolo"; le ruote piu' antiche a noi conosciute erano parti di giocattoli.
L'idraulica, la meccanica ed altre manifestazioni del genio umano furono sviluppate all'inizio per costruire giocattoli o come forme di intrattenimento.
Il ferro battuto fu inizalmente utilizzato per scopi decorativi nella creazione dei cancelli dei palazzi.
L'industria chimica si sviluppo' dal bisogno di colorare o decolorare i tessuti ed il vetro.
La polvere da sparo venne utilizzata prima come forma di intrattenimento per i fuochi artificiali molto prima che fosse utilizzata per scopi militare o per conquistare lo spazio con i razzi.
La prima ferrovia al mondo fu creata come forma di intratenimento a Londra.
La plastica venne dapprima utilizzata per i giocattoli e per i tasti del pianoforte come rimpiazzo a basso costo dell'avorio.
Le racchette da tennis, le mazze da golf sperimentarono le fibre di vetro e di carbonio prima degli aeroeplani.
I videogiochi al computer hanno preceduto l'uso giornaliero dei computer nello spazio lavorativo.
Il riscaldamento con i pannelli solari e' iniziato come un hobby per appassionati di fai da te.
Tutte le cose grandi nascono da cose piccole, ma le nuove piccole cose vengono sono distrutte a meno che non siano valorizzate per ragioni piu' di apprezzamento estetico che di utilita' pratica.
da facebook:
bellissima domanda!
stavo appunto leggendo questo:
http://blog.debiase.com/2009/04/cercasi-innovatori.html
Per essere innovatori sono necessarie due condizioni: bisogna esserlo e bisogna che te lo facciano fare. In Italia la seconda manca.
@dario la seconda credo che sia molto sensata
a mio avviso Luca non ce ne sono. O se ci sono, non sono messi nella condizione di.
@titti benchè tutto sia possibile, si spera almeno che qualche neurone sia rimasto...forse manca altro
Io lavoro con i fisici delle particelle. Che vivono di progetti e innovazione, di utopie, di idee apparentementemegalomani e tecnologie che non esistono ancora. Ma non ha senso parlarne individualmente. E' una impresa giocoforza collettiva, di gruppo: sono gruppi di innovatori che trovano sponde in strutture più grandi (nazionali o europee o ... Visualizza altrocomunque internazionali) che a loro volta riescono a fare lobbing politica. Alla fine l'innovazione arriva, e come. Ma questa modalità risponde alla tua domanda?
imho: sono quelli che stanno zitti, e se parlano lo fanno in inglese, in italiano solo ripetono.
forse c'è bisogno proprio di recuperare il valore dei sogni e delle utopie e se possibile di trovare uno spazio per questo anche all'interno delle scuole. chiedo troppo?
In realtà molti ambiti, tipo il design e la rete, offrono tantetante opportunità. Che si possono cogliere, però, assumendo nuove modalità operative, che sono assai lontane dal "non ti consentono di innovare". Perchè in realtà nessuno ti deve consentire nulla.
Probabilmente ci sono molti "innovatori", ma pochi "imprenditori innovatori".
Chessò: io ... Visualizza altromi ci mantengo a far venire "strane idee" agli imprenditori. E così una fascia di "giovani" che "fanno cose". E che, magari, non si sentono (giustamente) vincolate ad una certa nazione per farle, o all'aspettare che "qualcuno te le faccia fare".
@romeo giusto appunto i grandi progetti seguono itinerari internazionali, a volte l'idea e il progetto nascono qui ma per strane dinamiche devono passare per...e dopo anni ritornare qui ..discorso lungo...quindi speriamo che si trovi presto un però , un forse per poter dire che qualcosa sta cambiando ma nella giusta direzione. A presto
vanno cercati nei vicoli del web, chi ha veramente stoffa fa poco rumore .. almeno io la vedo così, voi?
sai cosa sarebbe carino? far incontrare: imprenditore del web+ un creativo + un economista che pensa a nuovi modelli di business e vedere cosa ne esce ... tu che puoi, che hai mille contatti!
scusa ... 1903 contatti :)
@ patrizia, secondo me non cambia nulla per un semplice motivo: chi decide e chi ha soldi non ha cultura dell'innovazinoe tantomeno di internet!
@ persergio ... però se chi non ha cultura è costretto dagli eventi ... magari sono troppo ottimista eh?
è limitante pensare al modello "chi decide e chi ha i soldi non ha cultura dell'innovazione tantomeno di internet".
Non è vero. Ovvero: è vero parzialmente in Italia e in pochi altri posti. Manca la cultura di chi deve presentare la propria idea con un business plan, con un piano di marketing, con un piano di sviluppo e produzione. C'è troppo la ri... Visualizza altrocerca della "svolta" e di "qualcuno che te le faccia fare". Se si fanno le cose decenti, gli ascoltatori si trovano. (magari non in italia.. ma in italia non c'è nemmeno il venture capital...)
Mi trova perfettamente d'accordo.
limitando il mio contributo alla pubblicità, leggete questo link:http://adage.com/agencynews/article?article_id=135438
Advertising Age è la bibbia della pubblicità mondiale
alcuni del mio settore saranno a Bilbao questo venerdì per essere premiati!http://www.startup2.eu/
Luca, perché quando parli di innovazione, come esempi citi "Distruzione creatrice", "Progresso tecnico" e "Rottura radicale"? O la continuità del progresso, quindi, o la discontinuità, il salto in qualche modo violento e brusco. L'innovazione non può essere semplicemente intepretata come "differenza" (ovviamente qualificata, non superficiale)?
La ... Visualizza altrocultura dell'innovazione non è "semplicemente" - ma mai semplicità fu così complessa - la cultura della differenza (anche nel senso filosofico del termine)?
posso segnalarti questa iniziativa di FORUM PA, alla sua seconda edizione?
http://www.innovatori.forumpa.it/
@patrizia. I percorsi di sviluppo dei progetti hanno strade che spesso sono obbligate dalle dimensioni. Una macchina per studiare delle particelle chiamate mesoni costa qualche milione di euro. Ma poi si fa. E si porta dietro una enorme innovazione dei dispositivi più vari, da quelli elettronici a quelli ottici, dal software per il trattamento dati alla molatura di lenti e cristalli. I protaginisti di questi prcessi io li chiamo innovatori...
@romeo certo che si per fortuna! In ambito scientifico e in altri settori ...ma credo che la domanda di luca vada cercando altre risposte.a presto @lucia mi è piaciuta la tua risposta, sarebbe davvero interessante vedere come diverse professionalità riescano a wikicooperare e partecipare ;) innovativo potrebbe essere l'incontro: la nuova società del sapere.a presto
@Salvatore Puoi fare anche il business plan più robusto che vuoi, ma senza banche d'affari che ti trovano i finanziatori è tempo perso. Da noi questo meccanismo manca, mentre invece esiste negli USA.
@Elvira Ci vediamo al Forum PA... dove terrò una lecture sui mondi virtuali, allora.
Recentemente in un convegno a cui ero invitato come relatore, si è parlato di innovazione. A chi mi ha chiesto quando si verifica un'innovazione in una società, ho risposto che sono necessarie si realizzino tre condizioni:
1. qualcuno deve avre un'idea (davvero) innovativa, ovvero non semplicemente evolutiva
2. l'idea deve essere fattibile sia sul piano realizzativo che su quello economico
3. la società deve essere disposta ad accettare il cambiamento culturale che inevitabilmente comporta un'idea davvero innovativa... Visualizza altro
Ad esempio, le ali di Leonardo avrebbero potuto forse funzionare con i materiali leggeri giusti, come l'alluminio e il kevlar. Analogamente, molte idee sono rimaste nel cassetto perché, seppure realizzabili, imponevano un cambiamento concettuale non realizzabile al loro tempo.
@Lucia Tre anni fa sviluppai un'idea detta città accessibile che partiva da un concetto che molti hanno osteggiato, e cioè che in qualche modo «siamo tutti disabili... Visualizza altro». Da lì avevo sviluppato una visione di una città che si comportasse come un enorme computer vivente, ovvero con il quale si potesse interagire come un avatar fa con un mondo virtuale. Da qualche mese stiamo lavorando a una prima architettura per realizzarla ma non abbiamo trovato ancora il comune disposto a fare da pilota. Forse potremo riuscirci a Vicenza, ma ne dobbiamo parlare a Settembre. Come vedi ci si prova a fare innovazione ma devi mettere intorno a un tavolo troppe teste perché si decida qualcosa. Ci vuole tempo...
@Dario: sicuramente :)
io sostenevo proprio il contrario: via da qui, che è un postaccio! Anche le cose più innvative assumono un tono grottesco quando vengono implementate da 'ste parti.
Fuori, in più di un posto, son stato sempre assai meglio: tirato su imprese, trovato persone pronte ad sudiare opportunità... e, tra l'altro, ho sempre trovato anche un sacco di stupendi italiani felici di essere stati "innovativi" all'estero ;)
Aless_Zaccuri@lucadebiase innovazioni strettamente tecnologiche? o di qualsiasi altro tipo?
update da facebook
Simona Vogliano loro sono innovatori, italiani e stanno facendo cose pazzesche all'estero mentre in italia le amministarzioni decidono se è il caso di puntare su un'idea vincente e lasciano bruciare boschi, franare montagne, crollare dighe, esondare fiumi...
http://www.ireport.com/docs/DOC-247276
Ho l'impressione che stiamo vivendo un cambiamento profondo che dà senso a idee che sembravano non averne e fa perdere senso a idee che sembravano averne... Questo è l'effetto più evidente di un cambio di paradigma.
(Un piccolo esempio: parlavo prima con Stefano Venturi... Lui diceva della telepresenza come una cosa che ora ha più senso che in passato... Non solo per risparmio, ma anche per qualità della vita... Guerci non aveva mai capito perché le teleconferenze non decollavano: ho l'impressione che non fossero abbastanza divertenti e gratificanti.. Oggi può essere diverso perché è diverso il contesto culturale... Ma è solo un esempio molto molto particolare)
H-Farm è una realtà innovatva ve sè stessa, che ha l'obiettivo di scovare idee innovative per aiutarle a svilupparsi e produrre nuovi business.
Luca,
secondo me potresti organizzare una cosa del genere: un "evento"
online, della durata di due ore, su Friendfeed/twitter, dedicato ad una
discussione sull'innovazione in Italia.
Primo, sarebbe un buon segno per dimostrare che si parla di innovazione... facendo innovazione :)
Secondo, potresti raccogliere molti contributi da gente diversa.
Terzo: sarebbe ottimo creare un evento parallelo, o successivo, in
lingua inglese, coinvolgendo persone anche al di fuori della ristretta
cerchia italiana.
Ultimo breve commento: sono stufo di sentire persone che si chiedono "dov'è l'innovazione in Italia"? L'innovazione c'è sicuramente, il problema è che semmai non ha gli strumenti per essere realizzata. Lo dimostra l'alta considerazione che all'estero hanno di noi, sia tecnicamente che in termini di inventiva e iniziativa.
Fammi sapere se l'idea dell'evento online ti sembra intelligente.
Ripeto questo commento sul mio blog, spero porti qualche visita e contributo in più :)
Bella l'idea di un incontro! Sarebbe interessante creare un evento "aperitivo innovativo" dove persone interessate ad esserlo ne incontrano altre e ne discutono. L'evento potrebbe essere trasmesso in streaming, con un sistema di chat o FriendFeed per le persone che lo vogliono seguire da casa.
(2gg fa si è verificato la stessa cosa ad un lancio di un portale tripwolf a cui ho partecipato, ma la cosa è stata involontaria)
che ne pensate?
Credo che quela di Simone sia un'idea bellissima e con molte potenzialita'.
Sono d'accordo con chi dice che l'innovazione, o meglio gli innovatori, in Italia ci sono ma (purtroppo) non riescono ad emergere. Io credo che il problema sia (ancor prima che nella mancanza di risorse) nella "dispersione" e nell'isolamento in cui molte iniziative di innovazione avvengono.
Quindi un evento del genere potrebbe diventare un catalizzatore di attenzione e relazioni tra gli innovatori, no?
L'innovazione
e' una scintilla che provocano crescita tecnologica ed economica.
Quando gli uomini si ritrovano a vivere, produrre e consumare in
economie cittadine vibranti, spesso riescono a sviluppare nuove idee
che, applicate in particolari situazioni, luoghi e tempi, diventano
motori di sviluppo economico.
Questo e' accaduto nel caso di Taiwan negli anni '60 e nel caso del
Nord Est Italiano negli anni '70. Questo accade ancora oggi nelle
dinamiche economie delle citta' che si affacciano sull'Oceano Pacifico.
Raramente alcuna crescita economica e stata sviluppata da contributi
pubblici rivolti a pioggia al mondo della ricerca. In Unione Sovietica,
si sono sviluppate straordinarie competenze nel campo della ricerca
nucleare, ma tale ricerca e' andata a rivolgersi per lo piu' alla
produzione bellica e non si e' evoluta da essa.
Spesso le innovazioni sono piccole, quasi insignificanti, esse si
ritrovano nel mondo della produzione e con essa continuamente
interagiscono senza che vi sia il bisogno di un contributo dallo Stato
o di un costoso centro di ricerca finanziato da una grande
multinazionale.
Non sto dicendo che tali soldi siano sempre spesi male, ma che
l'innovazione e l'improvvisazione colgono il loro apice quando sono in
parte dettati da necesssita' produttive contingenti e portate avanti da
persone che sanno applicare idee a pratica.
Come fare ad instillare qualche seme di genialita' applicata? Come
spingere le persone ad interessarsi di tecnologia e a "sporcarsi"
almeno un po' le mani attraverso il processo di innovazione e
produzione?
San Francisco e la sua area metropolitana hanno generato scintille di
innovazione grazie ai suoi improvvisatori e innovatori. Tali
imporvvisatori erano in genere ragazzini che provavano nuovi macchinari
nel loro garage o dietro i banchi di scuola. E' il caso di Steve Jobs e
di Steve Wozniak che iniziarono la rivoluzione del PC dal loro garage,
e di Sergey Brin e Larry Page che hanno ideato gli algoritmi di Google
mentre erano ancora a scuola.
A San Francisco si e' trovata una risposta alla domanda di nuove
inventzioni con una fiera chiamata Maker Faire, dove si pagano $25 per
partecipare ad un evento di creativita' di gruppo dove si gioca con
micro-chip e transistors per creare nuovi strumenti elettronici. Alcuni
di questi strumenti sono poco piu' che giocattoli, ma altri potrebbero
diventare i telefoni cellulari, i PC o i robot del futuro. Il festival
è un raduno di "secchioni", ma in più ha il gusto del "fai da te",
l'aggiunta di scienziati casalinghi, di pensatori, di artisti e di
artigiani. Quest'anno i loro progetti elettronici includono robot
sputa-fuoco, computers indossabili, stampanti tridimensionali e torte
motorizzate (anche se non mi è ben chiaro cosa siano).
Tutti sono incoraggiati a sporcarsi le mani costruendo i propri
circuiti elettrici, creare nuovi articoli tecnologici e lanciare i loro
razzi. Questo è il terzo anno della Maker Faire. Lo scorso anno vi
parteciparono più di 40,000 persone e più di 20,000 persone hanno
partecipato ad un simile evento in Texas.
L'idea di giocare con la tecnologia in un modo così nuovo può sembrare
quasi superflua. Ma questo è il sale dell'innovazione, almeno secondo
il parere di Tim O'Reilly, fondatore di O'Reilly Media, una società
editoriale che pubblica le riviste Make e Craft. O'Reilly è un guru
della tecnologia ed e' stato l'inventore del termine Web 2.0 che
cattura la tendenza di creare maggiore interattività, nello scambio di
informazioni e nella collaborazione tra Internauti.
I computers, i chip, i sensori e gli altri componenti elettronici non
sono mai stati così a buon mercato. Questo significa che i vari gadgets
ad alta tecnologia stanno diventando beni usa e getta. Quindi possono
essere smontati e riutilizzati per costruire cose nuove. Una vecchia
macchina fotografica digitale, ad esempio, può essere collegata ad un
aquilone per fare fotografie dall'alto, oppure, se l'aquilone si
collega ad un navigatore satellitare ed ad altri dispositivi, si puo'
creare un aquilone automatico, che voli senza il controllo dell'uomo.
Inoltre, Internet sta aiutando persone di tutto il mondo a scambiarsi
informazioni sui loro progetti. Siti web come Instructables.com e
wiki-How.com sono diventati popolari luoghi di incontro per i nuovi
inventori. Essi si fanno portatori dell'ideologia dell' "open source",
dove il flusso di idee innovative si scambia gratuitamente. Questo
modello iniziò per gli sviluppatori di software, ma si sta rapidamente
espandendo in altri campi.
Come molte altre cose che stanno accadendo a questa Fiera dell'innovazione, incoraggiano a maggiore innovatività.
Anche se il Maker Faire e' un evento piu' diverente che utile, esso
permette di instillare il seme dell'innovazione e dell'improvvisazion,
che portano crescita e succeso economico; se l'improvvisazione
funziona, il motivo del suo successo non e' teorico, ma pratico.
Credo che una Maker Faire che coinvolgesse giovani e inventori di ogni
genere avrebbe un notevole successo anche nelle citta' Italiane.
mah...io
avrei un po' di soggezione ad (ab)usare il termine di innovazione. Non
mi sento un innovatore, però l'unica cosa che mi sembra di aver capito
è che l'innovazione si catalizza quanto più è distribuita nel numero
delle persone coinvolte.
Pertanto, vorrei essere della partita, magari ai margini, ma vorrei
prima osservare e poi se ci riesco, un giorno partecipare a
quest'iniziativa. Ma se potremo innovare lo scopriremo solo ex-post,
così ho capito dall'economista Schumpeter quando parla di "Distruzione
Creativa". Se ci fermiamo prima potremmo vedere solo la distruzione.
IMHO
Se comprasti il primo personal ( Vic 20 della Commodore) negli Stati Uniti 2 mesi prima che venisse commercializzato in Italia.
Se ti sei presentato a chiedere, primo nella tua citta', il
collegamento a internet quando i providers erano solo quelli
dell'universita'.
Se hai messo sul tetto della tua casetta 15 pannelli fotovoltaici, e lo hai fatto 3 anni fa.
Hai diritto a considerarti una persona attenta al futuro e quindi all'innovazione.... o e' solo smisurata autostima?
Antonio Santangelo vede un buon segno nella partecipazione finora emersa. E Ubuntista approva.
Intanto
se ti interessa l'innovazione nell'ambito dell'impresa sociale a settembre organizziamo un workshop sul tema.. materiali e info su www.irisnetwork.it, ciao
Le prime reazioni: 17 commenti sul blog, 27 commenti su Facebook, un Tweet, un solo link (grazie a Torino Valley) e 0 commenti su FriendFeed.
Ecco i commenti:
Potresti spulciare tra gli spin-off di tutta Italia, anche con la differenza tra chi innova e chi invece si parcheggia in attesa di meglio.
Segnalo il ning "Innovatori", potrebbe essere utile: http://innovatori.ning.com/
anch'io ti segnalo http://innovatori.ning.com
e ritengo di essere un innovatore, penso a quanto ho realizzato negli 8 anni di
amministratore pubblico nella municipalità di marghera
Volevo segnalarti l'iniziativa "Premio FORUM PA Protagonisti
dell'innovazione", alla sua seconda edizione
http://www.innovatori.forumpa.it/
Un carissimo saluto
Elvira
Ciao,
ti segnalo il premio all'Innovazione Amica dell'Ambiente, promosso da circa 8
anni da Legambiente e Regione Lombardia. Ci sono diversi casi interessanti, questo
è il sito:
www.premioinnovazione.legambiente.org
Saluti,
Andrea
Luca, io vedo l'innovazione come un "semplice" processo di
miglioramento radicale.
E' difficile "scovare" esempi in Italia perchè si parla poco di
innovazione, e molte delle parole spese in giro sono forse troppo esagerate.
Un piccolo aiuto, però, mi sento di dartelo: se chiedi agli italiani all'estero che fanno innovazione, loro sapranno dirti perchè non l'hanno potuta attuare in Italia, e forse ti potranno segnalare altri innovatori, in Italia o all'estero, con cui sono entrati in contatto.
ciao Luca
il tuo post è intrigante e mi spinge a fare alcune riflessioni:
comincio dal titolo "Cercasi innovatori" chi dovrebbe cercare gli
innovatori dovrebbe essere lo stato italiano dando il via finalmente ad una
sera politica che premi il merito e la capacità di innovare.
Inoltre tu asserisci che il problema sia trovare gli innovatori dando per
scontato che esistano, ne sei davvero certo?
Il vero punto è perchè innovano? secondo me chi lo fa, lo fa solo in virtù di
un possibile busines, si è perso del tutto lo spirito che ha contraddistinto
nel passato tante scoperte fatte quasi sempre per caso....
Infine ti segnalo due innovatori, uno è Fabrizio Capobianco di Funambol e credo
che tu già lo conosca e rappresenta bene l'assioma innovazione =business
l'altro è un mio collega Vincenzo che oggi a tavola mi raccontava che stava
progettando un antifurto per la sua nuova casa basato su nuove tecnologie sw ,
questo rappresenta bene la mia idea di innovazione ovvero usare le competenze
acquisite e reinventarle per creare qualcosa di nuovo.
Sono venuto a Perugia mosso dalla stessa problematica, ti accennai che
sarebbe stato interessante, oltre che entusiasmante, poter organizzare una
serie di incontri che elicitassero la consapevolezza del tema. Con un pò di
sarcasmo ti dissi che tutti ne parlano ma nessuno sa cos'è, almeno è quello che
si nota in molte imprese nel tessuto di Macerata.
Per quadrare il cerchio di valutare i fabbisogni competitivi con Confindustria,
ho proposto di partire da un tracciato che facesse emergere quali fossero i
driver informativi per innovare, i bisogni di conoscenza quindi e mi modi per
sopperirli. Questo per togliere il preconcetto che omologa innovazione a
tecnologia, mentre questa è un fattore strategico insieme a tanti altri: i
modelli di business, organizzativi, le conoscenze dei trend, ma tutti in fondo
ancillari alle idee e alla cultura che queste presuppongono per la soluzione di
un problemi o il miglioramento di un beneficio se la soluzione già c'è.
L'esempio portante di quanto il problema sia preminentemente di ordine
culturale, lo dimostra una grossa azienda che per correttezza non cito. Le
viene presentato un progetto che per costi/benefici sarebbe stata una manna dal
ciele per qualsiasi investimento. Otteneva dal partner, una società di
trasposti locali, una concessione a costo 0 dei propri spazi pubblicitari per
un valore di circa 500.000 €. E' un progetto innovativo in Italia che rientra
nella Corporate Social Responsability (solo Tesco anche se in maniera divrsa lo
ha portato avanti), ma in questo caso il deterrente non è stata la novità. In
consiglio di amministrazione si è eccepito che la mission del progetto toccava
i punti cardine dell'impresa, che ironia della sorte sono identici, come dire
non si può esternalizzare una mission perché toglie titolarità. Quindi anche se
c'è innovazione, profitto e beneficio collettivo, una strategia del genere
andava a ledere il modello culturale ma non per defferenza ma perché è analogo.
Per tornare al tuo quesito Luca, credo che la cultura del futuro degli
innovatori sia così intrisa di complessità che è facile perdersi.
Personalmente credo sia un mix di conoscenza umanistica e scientifico. Una sociologia
economica della conoscenza che osserva i progressi scientifici ma li tocca con
le mani delle persone comuni.
Ovviamente quegli occhi dovrebbero sapere leggere le informazioni salienti e
non il tumulto di nuovi prodotti che sono solo dadi comunicativi.
La distruzione creatrice a là Shumpeter credo non esista più da molti anni, è
tutto interdipendete e intersettoriale non solo nell'ICT ma anche nei settori
ad alta creatività come la moda per esempio.
Il progesso credo sia collegare cose e conoscenze esistenti per bisogni
esistenti e non nuovi. I micropagamenti di cui si parla a parlare anche per
l'editoria potrebbe esser un esempio. Ogni famiglia italiana ha un fidelity
card e ogni insegna ha un operatore mobile virtuale ormai. Un euro di costo promozionale
potrebbe oltre che esser sostenibile avvantaggiare tutti. Ogni famiglia si
trova nella Sim, a sua volta fedelity card, le notizie al costo del quotidiano
e se le scarica a casa in famiglia. Il giornale della sera, dove tutti felici e
contenti commentano le notizie prima del tg. Ruggiero in Telecom hanni fa
diceva che aveva 60 milioni di punti vendita. Forse tocca passare dal
supermercato per averli veramente.
Linko un pensatoio dove mettono a disposizione strumenti software per fare analisi strategica di scenario. E'un progetto molto interessante perché i software permettono analisi multistakeholder che potrebbero esser utilizzati con panel di esperti, magari proprio sull'innovazione. E magari per ridurre un pò la complessità.
http://www.3ie.fr/lipsor/lipsor_uk/index_uk.htm
John Elkann, capo del capo del mio capo in una pregressa avventura editorial-pazzesca e persona squisita, da oggi pomeriggio è sicuramente un innovatore.
ciao luca,
noi qui in romagna ci stiamo provando, il progetto si chiama romagna business
club: www.romagnabusinessclub.com
il 23 di aprile abbiamo un evento a cui ti invito e a cui partecipano alcuni dei tuoi colleghi:
Corporate and Business Web
Forum - Il web per la PMI
http://www.romagnabusinessclub.com/featured-articles/23-aprile-2009-corporate-and-business-web-forum-il-web-per-la-pmi/
L'obiettivo è creare una vera e propria impresa quindi a fine di business.
Come?
fondamentalmente creando eventi per ora e diffondere la conoscenza e l'utilizzo
del web ma soprattutto la nuova cultura fondendola con quella ruspante
romagnola.....
Quando consegnarono la medaglia presidenziale al professor Peter F. Drucker
per i suoi studi di management e per le sue riconosciute capacità di predizione
e innovazione rispose semplicemente "I just look out the window and see
what's visible - but not yet seen."
L'innovatore per me è questo. E' un qualcuno che vede e realizza oggi ciò che
per altri nemmeno è da considerare.
Intorno a noi, nella nostra vita di tutti i giorni, nel lavoro incontriamo
spesso degli innovatori e a volte nemmeno ce ne accorgiamo.
Peter Drucker (http://www.druckerinstitute.com/) è un innovatore e in sua
memoria è stato anche istituito un riconoscimento che premia quelle attività
no-profit che si sono distinte per la capacità di anticipare e innovare il loro
settore o ambiente.
Nel mio lavoro mi è capitato di incontrare persone che hanno questa dote. Uno
di questi è Christian Carniato, fondatore di TSW, che più di 10 anni fa ha
visto nel Search Engine Marketing il futuro del web. Scommessa vinta. Ma è
interessante vedere cosa sta combinando nel frattempo. Una fonte inesauribile
di stimoli.
Di primo acchitto, mi viene di rispondere con un link a un progetto che mi piace molto: http://www.librino.org/ (peccato per il sito in flash)... Cito dalla presentazione:
Antonio Presti, da dieci anni, coltiva a Librino un'utopia. In questa "città-satellite" di circa 70.000 abitanti, in un territorio lasciato ai margini, privo di infrastrutture e di servizi, l'ideatore di Fiumara d'arte, "il sognatore che realizza i propri sogni"- come lo ha definito lo scrittore israeliano Meir Shalev - coltiva l'utopia della bellezza e dell'arte come forza etica. In questo spazio della contemporaneità, un non luogo che nega cittadinanza ai suoi abitanti, ha scelto d'investire sull'arte ritenendola occasione di riscatto, d'incontro, di scoperta, di gioia e di bellezza.
Guardati la Porta della Bellezza che è l'opera che stanno mettendo in piedi in questi giorni...
Agli innovatori piace usare reti neutrali (World of ends) :-O
Luca,
Io penso di essere da sempre un'innovatrice, ma dipendente. Per noi è
estremamente difficile farci notare. Si lavora nell'ombra e i risultati vengono
visti come quelli delle organizzazioni da cui dipendiamo. Ma ci siamo, ci sono.
Personalmente penso di aver fatto molto, nonostante si debbano sempre fare le
nozze coi fichi secchi, e anche bene. Ma nessuno mi conosce. Altri, liberi e
non dipendenti, possono farsi notare di più.
Ma anche noi, a libro paga di qualcuno, innoviamo.
Il commento di Laura ha tutta la mia approvazione (e solidarietà) per essere innovatori devi essere indipendente o qualcuno non innovatore che prende decisioni per te te lo impedirà... credo che in Italia ci siano innovatori ma, spesso, purtroppo chi decide non lo è.
Il tema è affascinante. Personalmente trovo che una cosa su cui siamo
carenti in Italia è la capacità di associare innovazione e
sostenibilità/modello di business, e più in generale percorsi di selezione
delle reali innovazioni, per distinguerle da "invenzioni" fine a se
stesse.
Credo che nòva stia facendo del suo per segnalare percorsi possibili.
Quanto alle persone, il problema è riuscire ad avere le competenze per
valutarne le potenzialità, e non è sempre facile.
Ti girerò una mail in proposito che potrebbe esserti utile
Le radici delle innovazioni stanno generalmente nel gioco e nella decorazione.
La metallurgia inizio' con il martellare il rame all'interno di collane e altri ornamenti molto prima che fosse utilizzata per coltelli ed armi di rame e di bronzo.
La formazione di leghe metalliche inizio' nell'ambito della gioielleria e della scultura che della produzione economica e militare.
La ruota inizio' ad essere usata in modo "frivolo"; le ruote piu' antiche a noi conosciute erano parti di giocattoli.
L'idraulica, la meccanica ed altre manifestazioni del genio umano furono sviluppate all'inizio per costruire giocattoli o come forme di intrattenimento.
Il ferro battuto fu inizalmente utilizzato per scopi decorativi nella creazione dei cancelli dei palazzi.
L'industria chimica si sviluppo' dal bisogno di colorare o decolorare i tessuti ed il vetro.
La polvere da sparo venne utilizzata prima come forma di intrattenimento per i fuochi artificiali molto prima che fosse utilizzata per scopi militare o per conquistare lo spazio con i razzi.
La prima ferrovia al mondo fu creata come forma di intratenimento a Londra.
La plastica venne dapprima utilizzata per i giocattoli e per i tasti del pianoforte come rimpiazzo a basso costo dell'avorio.
Le racchette da tennis, le mazze da golf sperimentarono le fibre di vetro e di carbonio prima degli aeroeplani.
I videogiochi al computer hanno preceduto l'uso giornaliero dei computer nello spazio lavorativo.
Il riscaldamento con i pannelli solari e' iniziato come un hobby per appassionati di fai da te.
Tutte le cose grandi nascono da cose piccole, ma le nuove piccole cose vengono sono distrutte a meno che non siano valorizzate per ragioni piu' di apprezzamento estetico che di utilita' pratica.
da facebook:
bellissima domanda!
stavo appunto leggendo questo:
http://blog.debiase.com/2009/04/cercasi-innovatori.html
Per essere innovatori sono necessarie due condizioni: bisogna esserlo e bisogna che te lo facciano fare. In Italia la seconda manca.
@dario la seconda credo che sia molto sensata
a mio avviso Luca non ce ne sono. O se ci sono, non sono messi nella condizione di.
@titti benchè tutto sia possibile, si spera almeno che qualche neurone sia rimasto...forse manca altro
Io lavoro con i fisici delle particelle. Che vivono di progetti e innovazione, di utopie, di idee apparentementemegalomani e tecnologie che non esistono ancora. Ma non ha senso parlarne individualmente. E' una impresa giocoforza collettiva, di gruppo: sono gruppi di innovatori che trovano sponde in strutture più grandi (nazionali o europee o ... Visualizza altrocomunque internazionali) che a loro volta riescono a fare lobbing politica. Alla fine l'innovazione arriva, e come. Ma questa modalità risponde alla tua domanda?
imho: sono quelli che stanno zitti, e se parlano lo fanno in inglese, in italiano solo ripetono.
forse c'è bisogno proprio di recuperare il valore dei sogni e delle utopie e se possibile di trovare uno spazio per questo anche all'interno delle scuole. chiedo troppo?
In realtà molti ambiti, tipo il design e la rete, offrono
tantetante opportunità. Che si possono cogliere, però, assumendo nuove modalità
operative, che sono assai lontane dal "non ti consentono di
innovare". Perchè in realtà nessuno ti deve consentire nulla.
Probabilmente ci sono molti "innovatori", ma pochi "imprenditori
innovatori".
Chessò: io ... Visualizza
altromi ci mantengo a far venire
"strane idee" agli imprenditori. E così una fascia di
"giovani" che "fanno cose". E che, magari, non si sentono
(giustamente) vincolate ad una certa nazione per farle, o all'aspettare che
"qualcuno te le faccia fare".
@romeo giusto appunto i grandi progetti seguono itinerari internazionali, a volte l'idea e il progetto nascono qui ma per strane dinamiche devono passare per...e dopo anni ritornare qui ..discorso lungo...quindi speriamo che si trovi presto un però , un forse per poter dire che qualcosa sta cambiando ma nella giusta direzione. A presto
vanno cercati nei vicoli del web, chi ha veramente stoffa fa poco rumore .. almeno io la vedo così, voi?
sai cosa sarebbe carino? far incontrare: imprenditore del web+ un creativo + un economista che pensa a nuovi modelli di business e vedere cosa ne esce ... tu che puoi, che hai mille contatti!
scusa ... 1903 contatti :)
@ patrizia, secondo me non cambia nulla per un semplice motivo: chi decide e chi ha soldi non ha cultura dell'innovazinoe tantomeno di internet!
@ persergio ... però se chi non ha cultura è costretto dagli eventi ... magari sono troppo ottimista eh?
è limitante pensare al modello "chi decide e chi ha i
soldi non ha cultura dell'innovazione tantomeno di internet".
Non è vero. Ovvero: è vero parzialmente in Italia e in pochi altri posti. Manca
la cultura di chi deve presentare la propria idea con un business plan, con un
piano di marketing, con un piano di sviluppo e produzione. C'è troppo la ri... Visualizza altrocerca della "svolta" e di "qualcuno che te
le faccia fare". Se si fanno le cose decenti, gli ascoltatori si trovano.
(magari non in italia.. ma in italia non c'è nemmeno il venture capital...)
Mi trova perfettamente d'accordo.
limitando il mio contributo alla pubblicità, leggete questo link:http://adage.com/agencynews/article?article_id=135438
Advertising Age è la bibbia della pubblicità mondiale
alcuni del mio settore saranno a Bilbao questo venerdì per essere premiati!http://www.startup2.eu/
Luca, perché quando parli di innovazione, come esempi citi
"Distruzione creatrice", "Progresso tecnico" e
"Rottura radicale"? O la continuità del progresso, quindi, o la
discontinuità, il salto in qualche modo violento e brusco. L'innovazione non
può essere semplicemente intepretata come "differenza" (ovviamente
qualificata, non superficiale)?
La ... Visualizza
altrocultura dell'innovazione non è
"semplicemente" - ma mai semplicità fu così complessa - la cultura
della differenza (anche nel senso filosofico del termine)?
posso segnalarti questa iniziativa di FORUM PA, alla sua
seconda edizione?
http://www.innovatori.forumpa.it/
@patrizia. I percorsi di sviluppo dei progetti hanno strade che spesso sono obbligate dalle dimensioni. Una macchina per studiare delle particelle chiamate mesoni costa qualche milione di euro. Ma poi si fa. E si porta dietro una enorme innovazione dei dispositivi più vari, da quelli elettronici a quelli ottici, dal software per il trattamento dati alla molatura di lenti e cristalli. I protaginisti di questi prcessi io li chiamo innovatori...
@romeo certo che si per fortuna! In ambito scientifico e in altri settori ...ma credo che la domanda di luca vada cercando altre risposte.a presto @lucia mi è piaciuta la tua risposta, sarebbe davvero interessante vedere come diverse professionalità riescano a wikicooperare e partecipare ;) innovativo potrebbe essere l'incontro: la nuova società del sapere.a presto
@Salvatore Puoi fare anche il business plan più robusto che vuoi, ma senza banche d'affari che ti trovano i finanziatori è tempo perso. Da noi questo meccanismo manca, mentre invece esiste negli USA.
@Elvira Ci vediamo al Forum PA... dove terrò una lecture sui mondi virtuali, allora.
Recentemente in un convegno a cui ero invitato come
relatore, si è parlato di innovazione. A chi mi ha chiesto quando si verifica
un'innovazione in una società, ho risposto che sono necessarie si realizzino
tre condizioni:
1. qualcuno deve avre un'idea (davvero) innovativa, ovvero non semplicemente
evolutiva
2. l'idea deve essere fattibile sia sul piano realizzativo che su quello
economico
3. la società deve essere disposta ad accettare il cambiamento culturale che
inevitabilmente comporta un'idea davvero innovativa...
Visualizza altro
Ad esempio, le ali di Leonardo avrebbero potuto
forse funzionare con i materiali leggeri giusti, come l'alluminio e il kevlar.
Analogamente, molte idee sono rimaste nel cassetto perché, seppure
realizzabili, imponevano un cambiamento concettuale non realizzabile al loro
tempo.
@Lucia Tre anni fa sviluppai un'idea detta città accessibile
che partiva da un concetto che molti hanno osteggiato, e cioè che in qualche
modo «siamo tutti disabili... Visualizza altro». Da
lì avevo sviluppato una visione di una città che si comportasse come un enorme
computer vivente, ovvero con il quale si potesse interagire come un avatar fa
con un mondo virtuale. Da qualche mese stiamo lavorando a una prima
architettura per realizzarla ma non abbiamo trovato ancora il comune disposto a
fare da pilota. Forse potremo riuscirci a Vicenza, ma ne dobbiamo parlare a
Settembre. Come vedi ci si prova a fare innovazione ma devi mettere intorno a
un tavolo troppe teste perché si decida qualcosa. Ci vuole tempo...
@Dario: sicuramente :)
io sostenevo proprio il contrario: via da qui, che è un postaccio! Anche le cose più innvative assumono un tono grottesco quando vengono implementate da 'ste parti.
Fuori, in più di un posto, son stato sempre assai meglio: tirato su imprese, trovato persone pronte ad sudiare opportunità... e, tra l'altro, ho sempre trovato anche un sacco di stupendi italiani felici di essere stati "innovativi" all'estero ;)
Aless_Zaccuri@lucadebiase innovazioni strettamente
tecnologiche? o di qualsiasi altro tipo?
update da facebook
Simona Vogliano loro sono innovatori, italiani e stanno facendo cose pazzesche all'estero mentre in italia le amministarzioni decidono se è il caso di puntare su un'idea vincente e lasciano bruciare boschi, franare montagne, crollare dighe, esondare fiumi...
http://www.ireport.com/docs/DOC-247276
Bbc:
"Microsoft has said sales in the first three months of 2009 fell 6% from the previous year - its first quarterly drop in 23 years as a public company. The world's largest software maker said profit dropped by 32% to $2.98bn (£2bn). Sales slipped to $13.65bn. Microsoft makes most of its profit selling the Windows operating system and business software such as Office. However demand has been hit by falling sales of personal computers as consumers and businesses trim spending. "We expect the weakness to continue through at least the next quarter," said the firm's chief financial officer, Chris Liddell."
E' un fenomeno significativo. Significa che la dinamica del ciclo ha contagiato la Microsoft, che prima sembrava immune. Il pc non è più una storia di crescita infinita nonostante tutto, è più simile a una commodity, e soprattutto ci sono ormai significative alternative (cloud computing, google docs, minicomputer portatili, iphone...).
Intanto
se ti interessa l'innovazione nell'ambito dell'impresa sociale a settembre organizziamo un workshop sul tema.. materiali e info su www.irisnetwork.it, ciao
Le persone che innovano, a ogni livello, sono la risposta a molti
problemi. Perché invece di scannarsi con gli altri per la spartizione
delle risorse, tendono a cercare di creare nuove risorse, nuove
opportunità per generarne.
Cerco storie di innovatori che rispondano a qualche domanda, volutamente generale:
1. Che cosa vedono davanti a sé. Qual è la cultura del futuro degli innovatori?
2. Che interpretazione dell'innovazione si danno. Distruzione creatrice? Progresso tecnico? Rottura radicale?
3. Chi sono. Quali storie esemplari si possono raccontare?
Sappiamo
delle difficoltà italiane a innovare. E sappiamo che nonostante tutto
ci sono molti innovatori che riescono nonostante tutto a realizzare la
loro idea. Dove si trovano? Con quale metodo vanno cercati e valutati?
La conversazione va avanti. Grazie!
Le prime reazioni: 17 commenti sul blog, 27 commenti su Facebook, un Tweet, un solo link (grazie a Torino Valley) e 0 commenti su FriendFeed.
Ecco i commenti:
Potresti spulciare tra gli spin-off di tutta Italia, anche con la differenza tra chi innova e chi invece si parcheggia in attesa di meglio.
Segnalo il ning "Innovatori", potrebbe essere utile: http://innovatori.ning.com/
anch'io ti segnalo http://innovatori.ning.com
e ritengo di essere un innovatore, penso a quanto ho realizzato negli 8 anni di
amministratore pubblico nella municipalità di marghera
Volevo segnalarti l'iniziativa "Premio FORUM PA Protagonisti
dell'innovazione", alla sua seconda edizione
http://www.innovatori.forumpa.it/
Un carissimo saluto
Elvira
Ciao,
ti segnalo il premio all'Innovazione Amica dell'Ambiente, promosso da circa 8
anni da Legambiente e Regione Lombardia. Ci sono diversi casi interessanti, questo
è il sito:
www.premioinnovazione.legambiente.org
Saluti,
Andrea
Luca, io vedo l'innovazione come un "semplice" processo di
miglioramento radicale.
E' difficile "scovare" esempi in Italia perchè si parla poco di
innovazione, e molte delle parole spese in giro sono forse troppo esagerate.
Un piccolo aiuto, però, mi sento di dartelo: se chiedi agli italiani all'estero che fanno innovazione, loro sapranno dirti perchè non l'hanno potuta attuare in Italia, e forse ti potranno segnalare altri innovatori, in Italia o all'estero, con cui sono entrati in contatto.
ciao Luca
il tuo post è intrigante e mi spinge a fare alcune riflessioni:
comincio dal titolo "Cercasi innovatori" chi dovrebbe cercare gli
innovatori dovrebbe essere lo stato italiano dando il via finalmente ad una
sera politica che premi il merito e la capacità di innovare.
Inoltre tu asserisci che il problema sia trovare gli innovatori dando per
scontato che esistano, ne sei davvero certo?
Il vero punto è perchè innovano? secondo me chi lo fa, lo fa solo in virtù di
un possibile busines, si è perso del tutto lo spirito che ha contraddistinto
nel passato tante scoperte fatte quasi sempre per caso....
Infine ti segnalo due innovatori, uno è Fabrizio Capobianco di Funambol e credo
che tu già lo conosca e rappresenta bene l'assioma innovazione =business
l'altro è un mio collega Vincenzo che oggi a tavola mi raccontava che stava
progettando un antifurto per la sua nuova casa basato su nuove tecnologie sw ,
questo rappresenta bene la mia idea di innovazione ovvero usare le competenze
acquisite e reinventarle per creare qualcosa di nuovo.
Sono venuto a Perugia mosso dalla stessa problematica, ti accennai che
sarebbe stato interessante, oltre che entusiasmante, poter organizzare una
serie di incontri che elicitassero la consapevolezza del tema. Con un pò di
sarcasmo ti dissi che tutti ne parlano ma nessuno sa cos'è, almeno è quello che
si nota in molte imprese nel tessuto di Macerata.
Per quadrare il cerchio di valutare i fabbisogni competitivi con Confindustria,
ho proposto di partire da un tracciato che facesse emergere quali fossero i
driver informativi per innovare, i bisogni di conoscenza quindi e mi modi per
sopperirli. Questo per togliere il preconcetto che omologa innovazione a
tecnologia, mentre questa è un fattore strategico insieme a tanti altri: i
modelli di business, organizzativi, le conoscenze dei trend, ma tutti in fondo
ancillari alle idee e alla cultura che queste presuppongono per la soluzione di
un problemi o il miglioramento di un beneficio se la soluzione già c'è.
L'esempio portante di quanto il problema sia preminentemente di ordine
culturale, lo dimostra una grossa azienda che per correttezza non cito. Le
viene presentato un progetto che per costi/benefici sarebbe stata una manna dal
ciele per qualsiasi investimento. Otteneva dal partner, una società di
trasposti locali, una concessione a costo 0 dei propri spazi pubblicitari per
un valore di circa 500.000 €. E' un progetto innovativo in Italia che rientra
nella Corporate Social Responsability (solo Tesco anche se in maniera divrsa lo
ha portato avanti), ma in questo caso il deterrente non è stata la novità. In
consiglio di amministrazione si è eccepito che la mission del progetto toccava
i punti cardine dell'impresa, che ironia della sorte sono identici, come dire
non si può esternalizzare una mission perché toglie titolarità. Quindi anche se
c'è innovazione, profitto e beneficio collettivo, una strategia del genere
andava a ledere il modello culturale ma non per defferenza ma perché è analogo.
Per tornare al tuo quesito Luca, credo che la cultura del futuro degli
innovatori sia così intrisa di complessità che è facile perdersi.
Personalmente credo sia un mix di conoscenza umanistica e scientifico. Una sociologia
economica della conoscenza che osserva i progressi scientifici ma li tocca con
le mani delle persone comuni.
Ovviamente quegli occhi dovrebbero sapere leggere le informazioni salienti e
non il tumulto di nuovi prodotti che sono solo dadi comunicativi.
La distruzione creatrice a là Shumpeter credo non esista più da molti anni, è
tutto interdipendete e intersettoriale non solo nell'ICT ma anche nei settori
ad alta creatività come la moda per esempio.
Il progesso credo sia collegare cose e conoscenze esistenti per bisogni
esistenti e non nuovi. I micropagamenti di cui si parla a parlare anche per
l'editoria potrebbe esser un esempio. Ogni famiglia italiana ha un fidelity
card e ogni insegna ha un operatore mobile virtuale ormai. Un euro di costo promozionale
potrebbe oltre che esser sostenibile avvantaggiare tutti. Ogni famiglia si
trova nella Sim, a sua volta fedelity card, le notizie al costo del quotidiano
e se le scarica a casa in famiglia. Il giornale della sera, dove tutti felici e
contenti commentano le notizie prima del tg. Ruggiero in Telecom hanni fa
diceva che aveva 60 milioni di punti vendita. Forse tocca passare dal
supermercato per averli veramente.
Linko un pensatoio dove mettono a disposizione strumenti software per fare analisi strategica di scenario. E'un progetto molto interessante perché i software permettono analisi multistakeholder che potrebbero esser utilizzati con panel di esperti, magari proprio sull'innovazione. E magari per ridurre un pò la complessità.
http://www.3ie.fr/lipsor/lipsor_uk/index_uk.htm
John Elkann, capo del capo del mio capo in una pregressa avventura editorial-pazzesca e persona squisita, da oggi pomeriggio è sicuramente un innovatore.
ciao luca,
noi qui in romagna ci stiamo provando, il progetto si chiama romagna business
club: www.romagnabusinessclub.com
il 23 di aprile abbiamo un evento a cui ti invito e a cui partecipano alcuni dei tuoi colleghi:
Corporate and Business Web
Forum - Il web per la PMI
http://www.romagnabusinessclub.com/featured-articles/23-aprile-2009-corporate-and-business-web-forum-il-web-per-la-pmi/
L'obiettivo è creare una vera e propria impresa quindi a fine di business.
Come?
fondamentalmente creando eventi per ora e diffondere la conoscenza e l'utilizzo
del web ma soprattutto la nuova cultura fondendola con quella ruspante
romagnola.....
Quando consegnarono la medaglia presidenziale al professor Peter F. Drucker
per i suoi studi di management e per le sue riconosciute capacità di predizione
e innovazione rispose semplicemente "I just look out the window and see
what's visible - but not yet seen."
L'innovatore per me è questo. E' un qualcuno che vede e realizza oggi ciò che
per altri nemmeno è da considerare.
Intorno a noi, nella nostra vita di tutti i giorni, nel lavoro incontriamo
spesso degli innovatori e a volte nemmeno ce ne accorgiamo.
Peter Drucker (http://www.druckerinstitute.com/) è un innovatore e in sua
memoria è stato anche istituito un riconoscimento che premia quelle attività
no-profit che si sono distinte per la capacità di anticipare e innovare il loro
settore o ambiente.
Nel mio lavoro mi è capitato di incontrare persone che hanno questa dote. Uno
di questi è Christian Carniato, fondatore di TSW, che più di 10 anni fa ha
visto nel Search Engine Marketing il futuro del web. Scommessa vinta. Ma è
interessante vedere cosa sta combinando nel frattempo. Una fonte inesauribile
di stimoli.
Di primo acchitto, mi viene di rispondere con un link a un progetto che mi piace molto: http://www.librino.org/ (peccato per il sito in flash)... Cito dalla presentazione:
Antonio Presti, da dieci anni, coltiva a Librino un'utopia. In questa "città-satellite" di circa 70.000 abitanti, in un territorio lasciato ai margini, privo di infrastrutture e di servizi, l'ideatore di Fiumara d'arte, "il sognatore che realizza i propri sogni"- come lo ha definito lo scrittore israeliano Meir Shalev - coltiva l'utopia della bellezza e dell'arte come forza etica. In questo spazio della contemporaneità, un non luogo che nega cittadinanza ai suoi abitanti, ha scelto d'investire sull'arte ritenendola occasione di riscatto, d'incontro, di scoperta, di gioia e di bellezza.
Guardati la Porta della Bellezza che è l'opera che stanno mettendo in piedi in questi giorni...
Agli innovatori piace usare reti neutrali (World of ends) :-O
Luca,
Io penso di essere da sempre un'innovatrice, ma dipendente. Per noi è
estremamente difficile farci notare. Si lavora nell'ombra e i risultati vengono
visti come quelli delle organizzazioni da cui dipendiamo. Ma ci siamo, ci sono.
Personalmente penso di aver fatto molto, nonostante si debbano sempre fare le
nozze coi fichi secchi, e anche bene. Ma nessuno mi conosce. Altri, liberi e
non dipendenti, possono farsi notare di più.
Ma anche noi, a libro paga di qualcuno, innoviamo.
Il commento di Laura ha tutta la mia approvazione (e solidarietà) per essere innovatori devi essere indipendente o qualcuno non innovatore che prende decisioni per te te lo impedirà... credo che in Italia ci siano innovatori ma, spesso, purtroppo chi decide non lo è.
Il tema è affascinante. Personalmente trovo che una cosa su cui siamo
carenti in Italia è la capacità di associare innovazione e
sostenibilità/modello di business, e più in generale percorsi di selezione
delle reali innovazioni, per distinguerle da "invenzioni" fine a se
stesse.
Credo che nòva stia facendo del suo per segnalare percorsi possibili.
Quanto alle persone, il problema è riuscire ad avere le competenze per
valutarne le potenzialità, e non è sempre facile.
Ti girerò una mail in proposito che potrebbe esserti utile
Le radici delle innovazioni stanno generalmente nel gioco e nella decorazione.
La metallurgia inizio' con il martellare il rame all'interno di collane e altri ornamenti molto prima che fosse utilizzata per coltelli ed armi di rame e di bronzo.
La formazione di leghe metalliche inizio' nell'ambito della gioielleria e della scultura che della produzione economica e militare.
La ruota inizio' ad essere usata in modo "frivolo"; le ruote piu' antiche a noi conosciute erano parti di giocattoli.
L'idraulica, la meccanica ed altre manifestazioni del genio umano furono sviluppate all'inizio per costruire giocattoli o come forme di intrattenimento.
Il ferro battuto fu inizalmente utilizzato per scopi decorativi nella creazione dei cancelli dei palazzi.
L'industria chimica si sviluppo' dal bisogno di colorare o decolorare i tessuti ed il vetro.
La polvere da sparo venne utilizzata prima come forma di intrattenimento per i fuochi artificiali molto prima che fosse utilizzata per scopi militare o per conquistare lo spazio con i razzi.
La prima ferrovia al mondo fu creata come forma di intratenimento a Londra.
La plastica venne dapprima utilizzata per i giocattoli e per i tasti del pianoforte come rimpiazzo a basso costo dell'avorio.
Le racchette da tennis, le mazze da golf sperimentarono le fibre di vetro e di carbonio prima degli aeroeplani.
I videogiochi al computer hanno preceduto l'uso giornaliero dei computer nello spazio lavorativo.
Il riscaldamento con i pannelli solari e' iniziato come un hobby per appassionati di fai da te.
Tutte le cose grandi nascono da cose piccole, ma le nuove piccole cose vengono sono distrutte a meno che non siano valorizzate per ragioni piu' di apprezzamento estetico che di utilita' pratica.
da facebook:
bellissima domanda!
stavo appunto leggendo questo:
http://blog.debiase.com/2009/04/cercasi-innovatori.html
Per essere innovatori sono necessarie due condizioni: bisogna esserlo e bisogna che te lo facciano fare. In Italia la seconda manca.
@dario la seconda credo che sia molto sensata
a mio avviso Luca non ce ne sono. O se ci sono, non sono messi nella condizione di.
@titti benchè tutto sia possibile, si spera almeno che qualche neurone sia rimasto...forse manca altro
Io lavoro con i fisici delle particelle. Che vivono di progetti e innovazione, di utopie, di idee apparentementemegalomani e tecnologie che non esistono ancora. Ma non ha senso parlarne individualmente. E' una impresa giocoforza collettiva, di gruppo: sono gruppi di innovatori che trovano sponde in strutture più grandi (nazionali o europee o ... Visualizza altrocomunque internazionali) che a loro volta riescono a fare lobbing politica. Alla fine l'innovazione arriva, e come. Ma questa modalità risponde alla tua domanda?
imho: sono quelli che stanno zitti, e se parlano lo fanno in inglese, in italiano solo ripetono.
forse c'è bisogno proprio di recuperare il valore dei sogni e delle utopie e se possibile di trovare uno spazio per questo anche all'interno delle scuole. chiedo troppo?
In realtà molti ambiti, tipo il design e la rete, offrono
tantetante opportunità. Che si possono cogliere, però, assumendo nuove modalità
operative, che sono assai lontane dal "non ti consentono di
innovare". Perchè in realtà nessuno ti deve consentire nulla.
Probabilmente ci sono molti "innovatori", ma pochi "imprenditori
innovatori".
Chessò: io ... Visualizza
altromi ci mantengo a far venire
"strane idee" agli imprenditori. E così una fascia di
"giovani" che "fanno cose". E che, magari, non si sentono
(giustamente) vincolate ad una certa nazione per farle, o all'aspettare che
"qualcuno te le faccia fare".
@romeo giusto appunto i grandi progetti seguono itinerari internazionali, a volte l'idea e il progetto nascono qui ma per strane dinamiche devono passare per...e dopo anni ritornare qui ..discorso lungo...quindi speriamo che si trovi presto un però , un forse per poter dire che qualcosa sta cambiando ma nella giusta direzione. A presto
vanno cercati nei vicoli del web, chi ha veramente stoffa fa poco rumore .. almeno io la vedo così, voi?
sai cosa sarebbe carino? far incontrare: imprenditore del web+ un creativo + un economista che pensa a nuovi modelli di business e vedere cosa ne esce ... tu che puoi, che hai mille contatti!
scusa ... 1903 contatti :)
@ patrizia, secondo me non cambia nulla per un semplice motivo: chi decide e chi ha soldi non ha cultura dell'innovazinoe tantomeno di internet!
@ persergio ... però se chi non ha cultura è costretto dagli eventi ... magari sono troppo ottimista eh?
è limitante pensare al modello "chi decide e chi ha i
soldi non ha cultura dell'innovazione tantomeno di internet".
Non è vero. Ovvero: è vero parzialmente in Italia e in pochi altri posti. Manca
la cultura di chi deve presentare la propria idea con un business plan, con un
piano di marketing, con un piano di sviluppo e produzione. C'è troppo la ri... Visualizza altrocerca della "svolta" e di "qualcuno che te
le faccia fare". Se si fanno le cose decenti, gli ascoltatori si trovano.
(magari non in italia.. ma in italia non c'è nemmeno il venture capital...)
Mi trova perfettamente d'accordo.
limitando il mio contributo alla pubblicità, leggete questo link:http://adage.com/agencynews/article?article_id=135438
Advertising Age è la bibbia della pubblicità mondiale
alcuni del mio settore saranno a Bilbao questo venerdì per essere premiati!http://www.startup2.eu/
Luca, perché quando parli di innovazione, come esempi citi
"Distruzione creatrice", "Progresso tecnico" e
"Rottura radicale"? O la continuità del progresso, quindi, o la
discontinuità, il salto in qualche modo violento e brusco. L'innovazione non
può essere semplicemente intepretata come "differenza" (ovviamente
qualificata, non superficiale)?
La ... Visualizza
altrocultura dell'innovazione non è
"semplicemente" - ma mai semplicità fu così complessa - la cultura
della differenza (anche nel senso filosofico del termine)?
posso segnalarti questa iniziativa di FORUM PA, alla sua
seconda edizione?
http://www.innovatori.forumpa.it/
@patrizia. I percorsi di sviluppo dei progetti hanno strade che spesso sono obbligate dalle dimensioni. Una macchina per studiare delle particelle chiamate mesoni costa qualche milione di euro. Ma poi si fa. E si porta dietro una enorme innovazione dei dispositivi più vari, da quelli elettronici a quelli ottici, dal software per il trattamento dati alla molatura di lenti e cristalli. I protaginisti di questi prcessi io li chiamo innovatori...
@romeo certo che si per fortuna! In ambito scientifico e in altri settori ...ma credo che la domanda di luca vada cercando altre risposte.a presto @lucia mi è piaciuta la tua risposta, sarebbe davvero interessante vedere come diverse professionalità riescano a wikicooperare e partecipare ;) innovativo potrebbe essere l'incontro: la nuova società del sapere.a presto
@Salvatore Puoi fare anche il business plan più robusto che vuoi, ma senza banche d'affari che ti trovano i finanziatori è tempo perso. Da noi questo meccanismo manca, mentre invece esiste negli USA.
@Elvira Ci vediamo al Forum PA... dove terrò una lecture sui mondi virtuali, allora.
Recentemente in un convegno a cui ero invitato come
relatore, si è parlato di innovazione. A chi mi ha chiesto quando si verifica
un'innovazione in una società, ho risposto che sono necessarie si realizzino
tre condizioni:
1. qualcuno deve avre un'idea (davvero) innovativa, ovvero non semplicemente
evolutiva
2. l'idea deve essere fattibile sia sul piano realizzativo che su quello
economico
3. la società deve essere disposta ad accettare il cambiamento culturale che
inevitabilmente comporta un'idea davvero innovativa...
Visualizza altro
Ad esempio, le ali di Leonardo avrebbero potuto
forse funzionare con i materiali leggeri giusti, come l'alluminio e il kevlar.
Analogamente, molte idee sono rimaste nel cassetto perché, seppure
realizzabili, imponevano un cambiamento concettuale non realizzabile al loro
tempo.
@Lucia Tre anni fa sviluppai un'idea detta città accessibile
che partiva da un concetto che molti hanno osteggiato, e cioè che in qualche
modo «siamo tutti disabili... Visualizza altro». Da
lì avevo sviluppato una visione di una città che si comportasse come un enorme
computer vivente, ovvero con il quale si potesse interagire come un avatar fa
con un mondo virtuale. Da qualche mese stiamo lavorando a una prima
architettura per realizzarla ma non abbiamo trovato ancora il comune disposto a
fare da pilota. Forse potremo riuscirci a Vicenza, ma ne dobbiamo parlare a
Settembre. Come vedi ci si prova a fare innovazione ma devi mettere intorno a
un tavolo troppe teste perché si decida qualcosa. Ci vuole tempo...
@Dario: sicuramente :)
Aless_Zaccuri@lucadebiase innovazioni strettamente
tecnologiche? o di qualsiasi altro tipo?
update da facebook
Simona Vogliano loro sono innovatori, italiani e stanno facendo cose pazzesche all'estero mentre in italia le amministarzioni decidono se è il caso di puntare su un'idea vincente e lasciano bruciare boschi, franare montagne, crollare dighe, esondare fiumi...
http://www.ireport.com/docs/DOC-247276
In questa epoca confusa e difficile, gli innovatori non mancano. Ma dove sono? Chi sono? Perché innovano?
Le persone che innovano, a ogni livello, sono la risposta a molti problemi. Perché invece di scannarsi con gli altri per la spartizione delle risorse, tendono a cercare di creare nuove risorse, nuove opportunità per generarne.
Cerco storie di innovatori che rispondano a qualche domanda, volutamente generale:
1. Che cosa vedono davanti a sé. Qual è la cultura del futuro degli innovatori?
2. Che interpretazione dell'innovazione si danno. Distruzione creatrice? Progresso tecnico? Rottura radicale?
3. Chi sono. Quali storie esemplari si possono raccontare?
Sappiamo delle difficoltà italiane a innovare. E sappiamo che nonostante tutto ci sono molti innovatori che riescono nonostante tutto a realizzare la loro idea. Dove si trovano? Con quale metodo vanno cercati e valutati?
Nion si può vivere soltanto di un insieme di dilemmi paralizzanti. Non si può vivere di polemiche e di timori. Gli innovatori che ci sono e fanno strada sono possibili nuovi modelli per una società che ne sta cercando.
Anche perché, magari, sono persone che cercano di innovare nella qualità, nella intelligenza, forse addirittura nella ricerca della felicità.
Naturalmente questo è solo un tentativo generico di aprire una ricerca. Spero molto nei consigli e nelle segnalazioni di tutti coloro che vorranno darne.
"And without violating any confidences, these CEOs are worried. Not about lowered sales and plummeting share prices, although that's a factor. What they are worried about is that they no longer believe the age-old mantra that the Valley will always come back. They no longer see California as a particularly good place to do business. They look at the state's staggering fiscal problems, the poor public education system, the still-high cost of housing for their workers, the continuing immigration restrictions for non-American scientists and engineers, and what many of them see as a shift against business and entrepreneurship in American culture, and they start looking westward, across the Pacific. All of these companies have operations in Asia. And that's where they see growth for the future. They are shifting resources and workforce numbers to China, to Korea, to Singapore, to India, to Vietnam".
Sarà. Ma troppo pessimismo non è credibile per un posto come la Valley. Il potere globale di Google e l'influenza di Facebook sono realtà enormi. Dalle quali usciranno attività indotte di fortissimo impatto. Non solo. Sebbene adesso l'attrazione di quelle aziende sia grande per gli studenti e i creatori di nuove imprese, sebbene non si possa dare per scontato che la tecnologia dura e pura resterà per sempre nei pressi di Stanford, può benissimo accadere che la polvere di stelle degli imprenditori internettari si depositi, nella nuova epoca della concretezza che abbiamo di fronte, per fare riemergere il valore dell'innovazione realizzata giorno per giorno dagli ingegneri e gli scienziati senza lustrini.
(Promemoria. Intanto, Google licenzia...).
Analogamente, si erano alleati a livello internazionale, i gruppi cui fanno capo le italiane Wind e 3. E adesso che 3 cerca soluzioni ai suoi problemi finanziari, una delle soluzioni è proprio che intervenga la Wind. E, in alternativa o insieme, la Telecom Italia. Alleata della Telefonica. Che è alleata di Vodafone....
Partendo dal presupposto che il sistema dei brevetti ha dei limiti dal momento che premia solo il primo, i ricercatori hanno ideato una serie di esperi! menti per mettere a confronto il sistema dei brevetti e le forze di mercato sul modo in cui influenzano la propulsione delle persone ad inventare.
I ricercatori hanno svolto l'esperimento noto come il "problema dello zaino" ("the knapsack problem") in cui i partecipanti hanno un numero di oggetti superiore a quello che lo zaino può effettivamente contenere e la sfida è trovare la soluzione per massimizzare il valore degli oggetti che si riesce ad inserire.
Per vincere con il sistema basato sui brevetti era sufficiente indovinare la soluzione prima degli altri. I ricercatori hanno però notato che questo approccio disincentivava gli altri giocatori nella ricerca della soluzione. Nel sistema basato su un regime di libero mercato, invece, i partecipanti guadagnano quanto più sono in grado di individuare anche singole parti della soluzione del problema. Come in una borsa virtuale, infatti, i titoli! dei singoli oggetti salgono o scendono di valore a seconda se! fanno p arte o meno della soluzione ovvero se entreranno o meno nello zaino. Chi avrà acquistato titoli di uno o più oggetti contenuti nello zaino realizzerà quindi un guadagno anche se non sarà stato il primo a individuare la soluzione.
I ricercatori hanno calcolato che con il sistema dei brevetti solo il 17 % dei partecipanti all'esperimento dello zaino raggiungeva la soluzione mentre con il sistema della borsa virtuale la percentuale saliva al 27% e i giocatori si impegnavano sempre di più nella ricerca di soluzioni diverse.
"Le persone sono consapevoli che le scoperte sono difficili e sono più motivate se sanno che i premi non sono esclusivamente per i primi," spiega Meloso, docente presso il Dipartimento di scienze delle decisioni della Bocconi. "E la promozione di un numero più ampio di idee e di grande beneficio per la creatività intellettuale e può essere stimolata ! tramite dei mercati creati su misura."
Secondo i ricercatori, infatti, per stimolare l'innovazione si potrebbe dunque pensare ad un sistema di retribuzione non più basato sui brevetti ma dove le persone detengono titoli dei componenti delle loro invenzioni. Per esempio, gli scienziati impegnati nello studio sulle celle a combustibile che pensano che il platino sia il migliore catalizzatore potrebbero acquistare dei future sul platino nella consapevolezza che una volta che la loro invenzione diventa di dominio pubblico il loro investimento crescerebbe di valore. Il presupposto per il funzionamento di questo sistema sarebbe l'introduzione di mercati per tutti gli oggetti potenzialmente componenti di scoperte future.
Tale sistema lascerebbe così intatta la motivazione di altri scienziati a continuare a lavorare ma premierebbe comunque i primi perché acquisterebbero i titoli al prezzo minore. Gli inventori sarebbero ! anche incentivati a divulgare al più presto le loro sco! perte pe r fare crescere il valore dei loro titoli, accelerando così lo sviluppo di applicazioni basate sulle nuove scoperte.
Innovazione notevolissima. Ma quali saranno le applicazioni?
1. Vedere la tv sul parabrezza dell'automobile...
2. Far vedere agli amici che si possiede uno schermo flessibile per i video...
3. Appiccicare una tv al giornale di carta...
...
Proviamo a tradurre il post che Robin aveva scritto su Twitter per descrivere questi servizi. Il post originale è: "Free Online Language Translation: Best Services To Translate Your Documents". Ed ecco le traduzioni con:
Systranet:
Traduzione di lingua online libera: Migliori servizi per tradurre i vostri documenti
Google Translate:
Free Online Language Translation: I migliori servizi per tradurre il vostro Documenti
Reverso:
Traduzione di lingua on-line e gratis: Migliori servizi per tradurre i Suoi documenti
Yahoo Babelfish:
Traduzione di lingua in linea libera: Migliori servizi per tradurre i vostri documenti
Worldlingo:
Traduzione in linea libera di lingua: Servizi migliori per tradurre i vostri documenti
Freetranslator:
Liberare Traduzione di Lingua in linea: I migliori Servizi Di Tradurre I Suoi Documenti







.... e la sfida vera, comunque, rimane pur sempre di trovare delle modalità per uscire dallo schermo ed entrare nelle città
Le premesse non mi sembrano convincenti. Come hai detto Luca, manca di specificità e si va a confrontare con player che sono ben radicati e godono di un'immagine globale fortissima.
La razionalità mi ricorda il buon vecchio "mai dire mai" ma se dovessi scommettere dei soldi punterei decisamente contro la creatura di Marchiori.
Aspettiamo gli sviluppi, in ogni caso spero che il professore abbia fortuna con Volunia.
Concordo pienamente ... gli auguro tutto il bene essendo un progetto italiano ma le premesse non sono buone:
1) La presentazione ha lasciato a desiderare ... sorvoliamo ma è significativo ... qualsiasi ragazzo di 25 anni incontrato in silicon valley mi ha fatto dei pitch molto più "energetici" e ben studiati di quanto ho visto oggi.
2) Non vedo un valore aggiunto tale da consentire di acquisire la massa critica di utenti necessaria a far funzionare le funzionalità Social di Volunia. Speravo in un motore di ricerca innovativo per trovare le informazioni che mi servono ... con poi un eventuale layer social per personalizzare i dati. A quanto capisco negli algoritmi di ricerca non c'è nulla di innovativo e oltretutto credo indicizzino una piccola percentuale del web. In breve Google per ora funzionerà meglio per fare ricerche credo.
3) L'interfaccia e le funzionalità hanno un retrogusto anni '90 ... sembra più un Add-on social per i browser che un progetto web 2.0 innovativo. Abbiamo lottato anni per liberarci di toolbar, iframe e compagnia bella ... non so quanti utenti sentano la necessità di reintrodurle.
4) L'investimento economico per quanto significativo è troppo basso per un progetto di tali ambizioni
5) Io, e credo molti altri, non voglio un altro ambito social in cui muovermi ... voglio un motore di ricerca che mi ottimizzi i risultati sulla base del social graph che già ho su Twitter,Facebook e Linkedin.
Devo onestamente ammettere che sono molto deluso.
Se il prodotto di tre anni e mezzo di lavoro è quello presentato, beh ... non vorrei essere nei panni di chi ci ha investito dei soldi.
Mi sembra un ammasso informe di tecnologie e standard buttati su di fretta senza pensare alle conseguenze. Cookies? Iframes? mmm ... roba bella che dimenticata ... ho come l'impressione di qualcosa di forzato e arrafazzonato.
Un po' come se qualcuno volesse inventare la nuova bibita definitiva e fa una cola al gusto di arancia. tze .. non accontenta nessuno.
Non sei preciso nei risultati. Google di straccia.
Non sei poi così social. Facebook ti distrugge.
Non sei poi così innovativo. Pinterest ti mangia in testa.
E per di più sei brutto. O raccogli utenti perchè gli fai pena o la vedo davvero dura.
Peccato.
Trovo che sia ok. Che la presentazione non fosse granché, non ha importanza, non era un presentazione agli investor e non era una presentazione nel moscone di cupertino, c'è nulla da comperare oggi. Non è piaciuta al pubblico di twitter? Al pubblico di twitter piace/non piace twitter/non twitter, qsiasi cosa sia imposta dall'alto del mld di fatturato piace e piacerà, qsiasi altra < mld($) è una variabile di una circa-serendipity solo un po' meno casuale - finché non raggiunge mld di fatturato, quindi chi se ne frega di quel che ne dicono gli stronca-tutto di twitter. C'ero anche io, anche io ho sbadigliato, ma direi di mettere una tassa sui 140 chars.
È importante che il suo framework sia stato brevettato negli USA, e la ragione è la seguente: finora, nessun social [non è vero che non serve un altro social, le strade servono? Siamo solo all'inizio delle prime] ha abbassato i gradi di separazione quanto sembra fare Volunia, che si comporta quasi come una app, processa completamente il sito che stai per visitare prima e da fuori - ossia nel motore stesso che stai cercando - ne fa una scansione [ok, questa computazione non è così impressionante, elegante], ne determina una architettura a grafo [utilità immediata, per gli investor questo è denaro certo], si comporta da processore in un initermezzo nuovo [per un search-engine] della pila OSI, si intromette nei suoi processi massivi in entrata, ne fa un proprio nodo per relazioni sociali sue [del motore stesso]; tutto questo, prima di entrare nel risultato della ricerca.
Ora, tu implementa questo cirterio-processo in una mappa sociale ancora meno lineare, diciamo una strada trafficata mentre all'improvviso nevica, e vedi che cosa ne puoi fare, prima ancora di entrarci sopra: ne fai calcoli complessi che più dati hai più sono godibili.
Se sei intelligente, al livello del business ed al livello dell'implementazione, con una cosa del genere ci fai un sistema-gioco, che più numeri hai e più è - direi, addirittura - pervasivo, completamente data-driven, anzi direi event-driven, sposta il grafo stesso e i suoi utenti dove vuole o dove è meglio [meno rischioso, più asciutto, più accogliente, meno povero, più povero]. Poi alla grafica ci pensi, anzi durante, magari uscendo dall'UNI ed affrontando una governance duale con privati forti.
Ora, siccome sei il primo a fare qcosa del genere - che non sia un'app [perché intendiamoci: una cosa del genere te l'aspetti da un'applicazione (anzi, già ce ne sono), o da un browser, perché questo *È* un browser] - e invece sei sullo strato dei grandi engine; bene, allora sarai anche piccolo come quello smilzo contro il lottatore di sumo delle slide del prof., ma hai brevettato in America - ché in EU ancora ci stiamo pensando. Quindi, Mark Zuckerberg, Google+, Quora, etx., direi anche Safari di Apple, ossia strati-colosso, potranno interessarsi ad implementare lo stesso layer che lavora ex-ante sui contenuti, piuttosto che soltanto indicizzarli [da fuori] o computarli solo una volta che ci sono dentro, soltanto a patto di lavorare col motore brevettato del prof.. Questo, anche per implementarlo in apps, browser, OS.
Il prof., in questo caso immaginario, fondato ma poi tutto da verificare, ma tuttavia fondato - ha fatto bene a venir via dal MIT, avrà pensato di tornarci con con contratto di altra natura.
M. obr. j
@jovenal mi sembrava stessimo parlando di Volunia, ma tu hai descritto OpenGraph ;)
Volunia sta a Opengraph come un telescopio sta ad una cartolina.