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Innovation Union Scoreboard: Italia? uhmm

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Come si valuta l'innovatività di un paese? E come si valuta l'innovatività dell'Italia? L'Innovation Union Scoreboard, fatto dall'Unione Europea, è appena uscito. E l'Italia è tra i paesi moderatamente innovatori, cioè è sotto la media, alla pari di Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Ungheria, Grecia, Malta, Slovacchia and Polonia. In testa alla classifica Svezia, Danimarca, Finlandia e Germania.

L'Italia appare forte nella disponibilità di capitale umano e innovatori, ma appare debole nel sistema imprenditoriale che li valorizza. Ci sono segnali di crescita nell'impegno imprenditoriale e nell'attrattività della ricerca. Gli investimenti in innovazione sono però in contrazione. Studio da leggere attentamente.

GigaOm, BusinessWeek, Forbes e altri su Volunia

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Parlando di Volunia, Bobbie Johnson su GigaOm segnala un meccanismo molto noto: se lanci un progetto social su internet a partire dai giornali rischi grosso. Il tuo progetto sembrerà parte dell'establishment e se non riesce a soddisfare le aspettative verrà criticato più aspramente.

In effetti, di Volunia hanno parlato molti blog e giornali e - senza pretesa di completezza - si segnalano tra gli altri Forbes, BusinessWeek, Times of India, TechEye, TechEconomy, Wired.it, e molti altri. Commenti decisi su Querdenker, Zeus e Pandemia.

Una convinzione emergente è nel fatto che si tratta più di un servizio social che di un motore di ricerca. E vedremo se saprà risalire la china e riuscirà a farsi adottare nonostante le prime impressioni. Alle quali sono arrivati alcuni commenti che ringrazio e riporto:

.... e la sfida vera, comunque, rimane pur sempre di trovare delle modalità per uscire dallo schermo ed entrare nelle città

Le premesse non mi sembrano convincenti. Come hai detto Luca, manca di specificità e si va a confrontare con player che sono ben radicati e godono di un'immagine globale fortissima.

La razionalità mi ricorda il buon vecchio "mai dire mai" ma se dovessi scommettere dei soldi punterei decisamente contro la creatura di Marchiori.

Aspettiamo gli sviluppi, in ogni caso spero che il professore abbia fortuna con Volunia.

Concordo pienamente ... gli auguro tutto il bene essendo un progetto italiano ma le premesse non sono buone:

1) La presentazione ha lasciato a desiderare ... sorvoliamo ma è significativo ... qualsiasi ragazzo di 25 anni incontrato in silicon valley mi ha fatto dei pitch molto più "energetici" e ben studiati di quanto ho visto oggi.

2) Non vedo un valore aggiunto tale da consentire di acquisire la massa critica di utenti necessaria a far funzionare le funzionalità Social di Volunia. Speravo in un motore di ricerca innovativo per trovare le informazioni che mi servono ... con poi un eventuale layer social per personalizzare i dati. A quanto capisco negli algoritmi di ricerca non c'è nulla di innovativo e oltretutto credo indicizzino una piccola percentuale del web. In breve Google per ora funzionerà meglio per fare ricerche credo.

3) L'interfaccia e le funzionalità hanno un retrogusto anni '90 ... sembra più un Add-on social per i browser che un progetto web 2.0 innovativo. Abbiamo lottato anni per liberarci di toolbar, iframe e compagnia bella ... non so quanti utenti sentano la necessità di reintrodurle.

4) L'investimento economico per quanto significativo è troppo basso per un progetto di tali ambizioni

5) Io, e credo molti altri, non voglio un altro ambito social in cui muovermi ... voglio un motore di ricerca che mi ottimizzi i risultati sulla base del social graph che già ho su Twitter,Facebook e Linkedin.

Devo onestamente ammettere che sono molto deluso.
Se il prodotto di tre anni e mezzo di lavoro è quello presentato, beh ... non vorrei essere nei panni di chi ci ha investito dei soldi.
Mi sembra un ammasso informe di tecnologie e standard buttati su di fretta senza pensare alle conseguenze. Cookies? Iframes? mmm ... roba bella che dimenticata ... ho come l'impressione di qualcosa di forzato e arrafazzonato.
Un po' come se qualcuno volesse inventare la nuova bibita definitiva e fa una cola al gusto di arancia. tze .. non accontenta nessuno.

Non sei preciso nei risultati. Google di straccia.
Non sei poi così social. Facebook ti distrugge.
Non sei poi così innovativo. Pinterest ti mangia in testa.
E per di più sei brutto. O raccogli utenti perchè gli fai pena o la vedo davvero dura.

Peccato.

Trovo che sia ok. Che la presentazione non fosse granché, non ha importanza, non era un presentazione agli investor e non era una presentazione nel moscone di cupertino, c'è nulla da comperare oggi. Non è piaciuta al pubblico di twitter? Al pubblico di twitter piace/non piace twitter/non twitter, qsiasi cosa sia imposta dall'alto del mld di fatturato piace e piacerà, qsiasi altra < mld($) è una variabile di una circa-serendipity solo un po' meno casuale - finché non raggiunge mld di fatturato, quindi chi se ne frega di quel che ne dicono gli stronca-tutto di twitter. C'ero anche io, anche io ho sbadigliato, ma direi di mettere una tassa sui 140 chars.
È importante che il suo framework sia stato brevettato negli USA, e la ragione è la seguente: finora, nessun social [non è vero che non serve un altro social, le strade servono? Siamo solo all'inizio delle prime] ha abbassato i gradi di separazione quanto sembra fare Volunia, che si comporta quasi come una app, processa completamente il sito che stai per visitare prima e da fuori - ossia nel motore stesso che stai cercando - ne fa una scansione [ok, questa computazione non è così impressionante, elegante], ne determina una architettura a grafo [utilità immediata, per gli investor questo è denaro certo], si comporta da processore in un initermezzo nuovo [per un search-engine] della pila OSI, si intromette nei suoi processi massivi in entrata, ne fa un proprio nodo per relazioni sociali sue [del motore stesso]; tutto questo, prima di entrare nel risultato della ricerca.
Ora, tu implementa questo cirterio-processo in una mappa sociale ancora meno lineare, diciamo una strada trafficata mentre all'improvviso nevica, e vedi che cosa ne puoi fare, prima ancora di entrarci sopra: ne fai calcoli complessi che più dati hai più sono godibili.
Se sei intelligente, al livello del business ed al livello dell'implementazione, con una cosa del genere ci fai un sistema-gioco, che più numeri hai e più è - direi, addirittura - pervasivo, completamente data-driven, anzi direi event-driven, sposta il grafo stesso e i suoi utenti dove vuole o dove è meglio [meno rischioso, più asciutto, più accogliente, meno povero, più povero]. Poi alla grafica ci pensi, anzi durante, magari uscendo dall'UNI ed affrontando una governance duale con privati forti.
Ora, siccome sei il primo a fare qcosa del genere - che non sia un'app [perché intendiamoci: una cosa del genere te l'aspetti da un'applicazione (anzi, già ce ne sono), o da un browser, perché questo *È* un browser] - e invece sei sullo strato dei grandi engine; bene, allora sarai anche piccolo come quello smilzo contro il lottatore di sumo delle slide del prof., ma hai brevettato in America - ché in EU ancora ci stiamo pensando. Quindi, Mark Zuckerberg, Google+, Quora, etx., direi anche Safari di Apple, ossia strati-colosso, potranno interessarsi ad implementare lo stesso layer che lavora ex-ante sui contenuti, piuttosto che soltanto indicizzarli [da fuori] o computarli solo una volta che ci sono dentro, soltanto a patto di lavorare col motore brevettato del prof.. Questo, anche per implementarlo in apps, browser, OS.
Il prof., in questo caso immaginario, fondato ma poi tutto da verificare, ma tuttavia fondato - ha fatto bene a venir via dal MIT, avrà pensato di tornarci con con contratto di altra natura.

M. obr. j

@jovenal mi sembrava stessimo parlando di Volunia, ma tu hai descritto OpenGraph ;)

Volunia sta a Opengraph come un telescopio sta ad una cartolina.


Si può fare con ogni franchezza un po' di tifo per Massimo Marchiori. E si può vivere di altri pregiudizi, scetticismo, ottimismo, nerdismo. Ma alcuni fatti sono chiari. E in attesa di provare il nuovo motore di ricerca Volunia si può osservare già qualcosa:

1. Un servizio social deve trovare attenzione ma anche gratificare il pubblico fin dal primo impatto. E la presentazione di Volunia, come del resto la grafica del prodotto, non sembra essere riuscita nell'intento di gratificare il pubblico peraltro abbastanza vasto della rete italiana. Pare ci fossero 12mila persone connesse in streaming, ma i commenti su Twitter si sono divisi tra i molto critici, gli abbastanza critici e i semplicemente confidenti.
2. L'idea centrale del servizio preoccupa chi è preoccupato per la privacy. Per quello che si sa si usa Volunia come anonimo per vedere quanta gente frequenta quali siti, oppure si usa come utente non anonimo che concede solo agli amici di vedere su quali siti web si trova, oppure si usa come non anonimo che concede a chiunque di sapere dove si trova alla ricerca di connessioni nuove e serendipity. Ovviamente a questo si aggiunge la possibilità di praticare il nickname, un po' anonimo un po' no...
3. La novità dell'idea è messa in questione da chi pensa che lo spazio delle webmaps e del social browsing siano stati già esplorati e in larga misura abbandonati o assorbiti da altri servizi. Questa è la critica più forte. In effetti, se il servizio non trova una specificità vera e unica in questo settore rischia di non convincere. Ma davvero da questo punto di vista va provato.

La sfida di Volunia è difficilissima. Il primo giorno non è stato un trionfo. Vedremo l'evoluzione. Ma un fatto è certo: o un servizio come questo riesce a gratificare chi lo usa o non funziona. Perché per un servizio come questo la profezia della rete sociale si autoavvera: sia quando si convince che funzionerà sia quando si convince che non funzionerà. E l'empatia che il servizio riesce a trasmettere è un elemento fondamentale del mix.

Vedi la reazione a caldo di Tech-Economy.

Ci vediamo a Volunia, oggi

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Ci vediamo a Volunia. Il nuovo motore di ricerca che, tra l'altro, invita i visitatori a parlarsi delle pagine cui sono interessati e offre un luogo per incontrare persone interessate agli stessi argomenti creato da Massimo Marchiori e il suo team viene presentato oggi. Alle 12:00. L'universtità di Padova ha messo in funzione una pagina per seguire tutto.

Antonio Larizza ne ha parlato ieri sul Sole (ho fatto un breve commento). La grafica va sviluppata. E il funzionamento è tutto da verificare sul campo. Ma l'idea c'è. E dimostra che i giochi non sono mai fatti, su internet. Ci vediamo dopo le prove in campo aperto.

Ci vediamo a Volunia

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Volunia, seek and meet. Il motore di ricerca socialmente utile, fatto da Massimo Marchiori, è prossimo all'uscita. Serve per cercare e per trovare: pagine web e persone interessate a quelle pagine web. (Volunia)
Internet continuerà a essere innovativa come è stata in passato? O migliore? O peggiore? Una delle risposte sta nella regolamentazione a garanzia della net neutrality, il principio codificato nel design della rete che prevede l'assenza di qualunque discriminazione dei pacchetti in base al loro contenuto e a chi li invia. E che è costantemente messa in discussione. Già oggi è scarsamente garantita nell'internet mobile. E già oggi è sottoposta a qualche "compromesso" per garantire efficienza alle reti. Inoltre, già oggi una parte di rete internet è riservata a trasmissioni speciali, tipo alcune iptv, che non vanno a best effort ma a banda garantita. Ma nella gran parte dei casi, la net neutrality ha tenuto sulla rete fissa.

C'è una novità. L'introduzione delle reti di nuova generazione potrebbe corrispondere anche all'introduzione di forme di regolazione del traffico finalizzate alla maggiore efficienza dei collegamenti su internet. Si tratta di un tema connesso alla net neutrality. Molto sensibile. Ma che andrebbe compreso meglio. Le novità arrivano dall'Agcom. (Il riassunto di Key4biz. Grazie al tweet di Gianluigi Negro).

Ci sono molti aspetti della questione posta dall'Agcom dopo vasta consultazione. Ma se non sbaglio un elemento di novità è l'accettazione da parte dell'Autorità del ragionamento secondo il quale gli operatori che costruiscono le reti di nuova generazione devono poter essere remunerati in modo speciale per questo e in particolare, tra l'altro, possono chiedere un pagamento maggiorato ai content provider che vogliano avere un servizio premium per raggiungere meglio i loro utenti.

Come dire che Google e Facebook, se pagano qualcosa alle telco, vanno più veloci di molti siti e blog che non pagano, se ho capito bene.

Se ho capito bene, dunque, chi eroga un servizio online e può pagare di più, sarà avvantaggiato in termini di efficienza rispetto a chi eroga un servizio online e non può pagare di più. Come una start up appena nata, non troppo finanziata, per esempio.

Bisogna ammettere che trattare meglio, con un servizio migliore, chi paga di più è parte delle opzioni che una qualunque azienda di solito è libera di fare. Ma in questo modo la rete è meno neutrale: e chi è più uguale degli altri è chi può pagare di più. A fronte di questo, però, gli operatori hanno una remunerazione per gli investimenti nella ngn. Sarebbe meglio avere qualche chiarimento in più:
1. Questa nuova possibilità per gli operatori sarà davvero collegata ai loro investimenti nel miglioramento delle reti? E come sarà collegata? Oppure gli operatori guadagneranno di più anche se non investiranno di più?
2. Quale sarà esattamente il servizio premium che sarà garantito ai content provider che pagano di più?
3. Il servizio per i content provider che non pagheranno di più resterà come adesso, migliorerà o peggiorerà?

Si potrebbe dunque immaginare la nascita di una dimensione super della rete, nella quale tutti pagano di più e tutti ottengono di più, ma senza peggiorare la situazione degli altri che non pagano di più. Sarebbe una soluzione di compromesso ma comprensibile. Se dovesse invece accadere che sulla parte di rete riservata a chi non paga per il servizio premium il servizio cominciasse a decadere per mancanza di investimenti e manutenzione, la novità si tradurrebbe in un peggioramento chiarissimo delle possibilità di emergere per gli innovatori appena nati, per le start-up non abbastanza finanziate, per i cittadini che hanno un blog o altro tipo di attività non commerciale, e così via. Alcune delle dinamiche innovative più importanti della rete sarebbero messe in discussione.

Tutto questo, ripeto, se ho capito bene. E se ne traggo correttamente le conseguenze.

Noi e le piattaforme che modellano il web

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Non è che la tecnologia sia priva di conseguenze. La tecnologia ha una sua logica. Gli strumenti non sono solo oggetti a nostra disposizione e che noi possiamo usare bene o male, ma sono in un certo senso anche soggetti che influenzano i comportamenti, limitano il possibile, abituano a pensare in modo coerente con le loro caratteristiche. A meno che...

Con una certa malinconia, Euan Semple ha scritto su Twitter: «It's kind of depressing the degree that people's experience of the web and sense of what is possible is so shaped by Facebook». Euan conosce la rete molto bene. Ha contribuito a cambiare l'approccio della Bbc nei confronti dei social media. E poi ha lavorato per Nokia, World Bank e Nato. Ha scritto un libro eccellente: Organizations don't tweet, people do, per continuare la sua opera di diffusione della conoscenza dei media sociali, con un approccio, insieme, visionario e pragmatico. Eppure, avverte che una piattaforma modella l'evoluzione di ciò che si fa in rete. Che cosa gli manca?

Evidentemente vorrebbe una alfabetizzazione internettiana non riservata solo ai professionisti della tecnologia, che generi una consapevolezza comune: primo, conoscere ciò che ci induce a fare una tecnologia, per come è fatta e, secondo, sapere che si può contribuire alla sua innovazione. Come si diceva un paio di giorni fa, internet è una tecnologia in piena ebollizione innovativa quindi nel momento stesso in cui pone dei limiti induce a sperimentare tutte le strade possibili per superarli.

La domanda è: ci lasciamo modellare da ciò che esiste oppure tentiamo di modellare il futuro?

C'è qualche motivo per pensare alla possibile entrata in gioco di nuove piattaforme più adatte a incentivare comportamenti favorevoli a un'informazione di maggiore qualità, a una disponibilità maggiore al confronto costruttivo, alla solidarietà? È forse obbligatorio pensare che gli editori italiani possano al massimo usare bene le piattaforme esistenti invece di crearne una propria? È tanto insensato immaginare che un'iniziativa non basata in California possa conquistare il tempo e l'attenzione di milioni di persone nel mondo? Russia e Cina, Giappone e Corea, ci riescono. In Europa sembra si riesca a fare molto nelle fasi ideative ma poi gli europei passano in America per creare qualcosa di grande. Skype non è l'unico caso.

Ma su internet la storia non finisce in fretta. E poiché ogni piattaforma presenta vantaggi ma anche difetti c'è sempre spazio per ulteriore innovazione e per la ricerca di successi anche ambiziosi. È una strada aperta però solo a chi conosce davvero la tecnologia, sa immaginare le sue conseguenze, ha una visione di sistema e empatia per la società e le persone che dovrebbero adottare le innovazioni. Non è impossibile. Ma non è banale. È un impegno vero. Che si può prendere solo chi abbia finalmente capito che internet è una realtà importante.

Forse questo è la principale difficoltà italiana. Per qualche motivo in questo paese non si riesce ancora a comprendere fino in fondo quanto internet sia importante. Per la popolazione in generale, per la qualità delle relazioni, per le opportunità dei giovani, per la nascita di nuove imprese, per la produttività di quelle esistenti, per l'efficienza della pubblica amministrazione... Eppure non manca, anche in Italia, un dibattito sui limiti delle piattaforme internettiane attuali: perché non se ne tirano le conseguenze e non si parte nella creazione di piattaforme migliori?

Se esistesse (e non esiste) il manuale dell'innovatore, al primo capitolo ci sarebbe la spiegazione del fatto che per innovare occorre prima di tutto crederci. Lo scetticismo non aiuta. E nel caso di internet deriva soprattutto da una conoscenza superficiale dei limiti e delle opportunità che ci sono. Ma "non è mai troppo tardi".
La Apple ha il monopolio delle innovazioni che lei stessa ha introdotto e che il mercato ha acquistato con entusiasmo: e quindi fa profitti oceanici. Anche se non ha quote di mercato maggioritarie se non nei lettori di musica. Questo tipo di monopolio minaccia la concorrenza? Ovviamente no, ma se e solo se non impedisce ulteriore innovazione da parte di altri. 

Si direbbe che in un settore dinamico, l'idea di monopolio si riconfiguri: non soltanto come posizione di controllo nel mercato attuale, ma anche come posizione di controllo del mercato futuro. Questo potrebbe avere conseguenze più ampie di quanto non sembri a prima vista. Ecco alcuni appunti attorno a queste questioni complicatissime (almeno per me).

In un mercato tradizionale e poco innovativo, che quindi presumibilmente sarà simile a se stesso anche in futuro, il tema del monopolio riguarda le quote di mercato: se un solo soggetto controlla da solo tutto il mercato o ha una quota talmente enorme da poter influire in tutto e per tutto sul mercato allora è un monopolista. Può determinare i prezzi. E può sfruttare i consumatori. Se in un mercato di questo genere un operatore ne compra un altro e raggiunge una quota di mercato troppo estesa, l'Autorità Antitrust interviene e blocca l'operazione. In un mercato di questo tipo la concorrenza va direttamente a vantaggio dei consumatori e a svantaggio dei profitti degli imprenditori. Questo genere di monopolio si può ottenere sia con una grande azienda, sia con un accordo tra tutti i potenziali concorrenti: i sospetti in materia sono ricorrenti, dalle compagnie petrolifere alle banche; ma una situazione analoga a un cartello riguarda alcuni generi di professionisti come per esempio i notai, gli avvocati, i farmacisti, i giornalisti (come me), categorie almeno in parte considerate nel recente decreto liberalizzazioni del governo.

In teoria, in concorrenza, i profitti marginali sono zero. Chi fa profitti è solo chi è più produttivo o riesce comunque a innovare e mantenersi a una certa distanza dai concorrenti. Cioè si conquista una piccola porzione di tempo nella quale è monopolista e riesce a imporrre un prezzo diverso da quello degli altri, o nella vendita dei prodotti o nell'acquisto dei fattori. Il brevetto è un monopolio autorizzato anche nei regimi che si dichiarano favorevoli alla concorrenza perché si dice che serva a difendere quel vantaggio dell'innovazione per un periodo certo. Un innovatore fortissimo come la Apple usa tutti i mezzi per mantenersi a distanza dai concorrenti e arricchirsi per tutto il periodo che intercorre tra l'intruduzione della sua novità, il raggiungimento del successo e l'arrivo in gioco di forti concorrenti. Se dopo un certo periodo i concorrenti, da Google-Android-Samsung a Microsoft-Nokia riescono a fare telefoni che si confrontano con gli iPhone, li superano in qualche feature o magari hanno prezzi migliori, i profitti della Apple sullo specifico prodotto dovrebbero cominciare a contrarsi. E la Apple deve aprire un nuovo fronte, per esempio quello dei tablet, ricominciando il ciclo.

Oppure può essere tentata di mettersi a difendere le posizioni conquistate in passato con mosse tese a ridurre la capacità di innovare dei concorrenti o dei potenziali concorrenti. Oppure può tentare di sfruttare il suo temporaneo monopolio in un settore per conquistare una temporanea posizione dominante in un altro settore. La tentazione è forte, tanto che qualche volta ci sono cascati tutti: da Microsoft a Google, da Apple a Facebook. Hanno ridotto l'innovatività altrui comprando potenziali concorrenti e lasciandoli poi a languire. Oppure entrando con prodotti propri in settori che si sviluppavano sulle loro piattaforme e nei quali altri facevano profitti. Queste sono pratiche difficili da definire per le Autorità Antitrust. Se le acquisizioni non spostano molto le quote di mercato attuali, le Antitrust non riescono a dire che spostano le quote di mercato future bloccando l'innovazione. Un po' più facile per le Antitrust entrare in gioco quando devono contrastare un abuso di posizione dominante, la concorrenza l'attacco di chi domina un settore a un settore limitrofo. Tipicamente le aziende che vivono bene come piattaforme non dovrebbero lasciarsi tentare da queste pratiche: la loro ricchezza è la ricchezza dell'ecosistema che si sviluppa sulle loro piattaforme e di solito stanno bene attente a non avvizzire quell'ecosistema trasformandolo in una monocoltura. Insomma, il migliore Antitrust per i settori innovativi sembra proprio essere la convenienza stessa delle aziende, anche perché le Autorità faticano a intervenire.

Ok. E allora? Se si considera il termine monopolio come relativo alla situazione presente il caso dei notai e quello della Apple è molto diverso. I notai vivono in un mercato legalmente controllato da un, diciamo, "cartello". La Apple vive in un mercato competitivo. I primi fanno profitti controllando la loro quota di mercato, la seconda fa profitti innovando. Se non ci sono interventi di liberalizzazione nel primo settore e se non ci sono interventi per garantire la concorrenza futura nel secondo settore, i due soggetti non si considerano concorrenti. Se invece si liberalizzano certe categorie professionali e si lascia agli innovatori tecnologici la piena libertà di sfruttare in tutte le direzioni la loro innovazione, questi ultimi o il loro ecosistema potrebbero essere tentati di esplorare nuove possibilità aperte nei settori precedentemente protetti. Non ci sarebbe nulla di insensato nel tentare di inventare una app-notaio o un robot-giornalista nel caso che quei mercati si liberalizzassero davvero. Se infine le autorità riuscissero a liberalizzare i mercati tradizionali monopolistici e a impedire che gli innovatori indulgessero in strategie volte a impedire l'innovazione degli altri, ci sarebbe spazio per un notaio che, compreso il cambiamento storico che avviene nel suo settore, si mette a studiare e lancia una app che gli conquista una nuova prospettiva economica. Ovviamente sono casi paradossali usati solo per fare degli esempi. (Andrebbe altrettanto bene una cosa analoga tra giornalisti e piattaforme per la ricerca automatica delle notizie). Una misura di liberalizzazione in un mercato potrebbe essere anche accompagnata da incentivi all'innovazione che possono partire da quel mercato, magari proprio per renderla più comprensibile agli stessi appartenenti a quella categoria.

Non si sa se si riuscianno a trasformare gli appartenenti a categorie ex-protette in innovatori. Ma si sa che il futuro è degli innovatori.
Uno studio Deloitte registra che l'indotto di Facebook ha generato 232mila posti di lavoro in Europa nel 2011 e che ha aggiunto 15,3 miliardi al Pil europeo. Interessante notare questo contributo suddiviso per paesi. In Italia in particolare ha generato 2,5 miliardi di euro in più per il Pil, nel Regno Unito 2,6 miliardi, lo stesso in Germania. (via Venturebeat).

Non era scontato. Significa che, come si sa, l'Italia è fortissima su Facebook. Ma significa anche che la sua economia è abbastanza reattiva alle opportunità che si generano con il social network.

Applausi e commenti per Mafe

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Meritatissimi applausi della rete italiana per l'articolo di Mafe. La bellezza delle parole li rende più condivisibili. Come la poesia non si critica tanto quanto si sente, così queste 12 tesi di Mafe non hanno bisogno di veri e propri commenti. Casomai fanno venire voglia di seguire un pensiero laterale.

Un ramo dal quale può partire un pensiero laterale è l'ottavo: "In quanto abilitatore e non causa del cambiamento, i media digitali in quanto tali non sono belli o brutti, giusti o sbagliati, utili o pericolosi. Il tecnodeterminismo (di qualunque segno) è solo un escamotage per guadagnare il palcoscenico."

A proposito di palcoscenico. C'era un canovaccio per la commedia dell'arte che parlava della vicenda di un marito che uccide la moglie e viene portato in tribunale. Il marito si difende dicendo: "Non sono stato io. E' stato il coltello...".

Il tecnodeterminismo fa ridere in quel caso. E in quasi tutti i casi. Ma va ben compreso che cosa questo significhi. Uno può accoltellare con un coltello ma non può sparare. La tecnologia è anche il limite del possibile. L'innovazione, invece, è il superamento dei limiti del possibile.

Anche le piattaforme che si sviluppano su internet sono così. Uno ci può accoltellare la moglie o tagliare una mela. Offrono delle possibilità e dei limiti alle possibilità. In questo, incentivano a dei comportamenti e non ad altri. Questo non è tecnodeterminismo: è alfabetizzazione internettiana che non va riservata, nei limiti del possibile, ai professionisti, ma deve anche diventare un po' consapevolezza comune. Conoscere ciò che ci induce a fare una tecnologia, per come è fatta, è libertà e creatività. Anche perché...

Anche perché il bello di internet è che è una tecnologia in piena ebollizione innovativa quindi nel momento stesso in cui pone dei limiti induce a innovare per superarli.

Dopo l'iniziativa Apple per l'editoria scolastica

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Una specialità della Apple è probabilmente quella di "pensare per sistemi" e posizionare i suoi prodotti e servizi in modo strategico in quei contesti. Il caso della musica è di scuola ormai: dopo cinque o sei tentativi davvero importanti e non riusciti di combinare il business della musica con la rete digitale condotti da aziende tecnologicamente molto avanzate, è stata proprio la Apple a trovare la soluzione. Con quel mix di servizio onlne e device mobili, di facilità e bellezza, di passione e governo del sistema che ha fatto dell'accoppiata iTunes-iPod il centro strategico del nuovo business della musica. In modo analogo ha funzionato l'accoppiata AppStore-iPhone nella telefonia mobile. E l'iPad cerca di essere qualcosa di simile in altri settori, tra i quali l'editoria scolastica (vedi un post precedente e la successiva discussione).

Ma ce la fa anche questa volta, la Apple? O ha sbagliato qualcosa?

Primo modo di vedere la novità. Un signore sa di poter insegnare molto bene qualcosa a qualcuno. E scrive un manuale, un libro di testo, un oggetto divertente e divulgativo. Mette insieme un po' di materiale di supporto, come foto e video, aggiunge un po' di sale, assembla il tutto con il software gratuito iBooks Author, si fa accettare dalla Apple per vendere la sua opera sull'iBookstore e guadagna il 70% del prezzo di vendita. Più o meno. Con un normale editore avrebbe tipicamente guadagnato il 10% o meno. Apple si impegna a combattere le duplicazioni della sua opera. Sembra l'inizio di una disintermediazione/reintermediazione. A meno che gli editori non riescano a far valere molto il loro apporto di garanti della qualità e di vendita nelle scuole. Peraltro, il prodotto dovrebbe apparire piuttosto bello sull'iPad, con costi limitati.

Secondo modo di vedere la novità. La Apple approfitta della sua favorevole posizione nel mercato dei tablet (meritatamente conquistata, per la verità) per costruire un mercato chiuso di libri di testo. Chi usi la sua tecnologia deve restare nella piattaforma Apple. Con una licenza che cambia profondamente il tipico modo di usare il software di produttività che stabilisce: se fai un libro con il software che ti regalo lo puoi regalare a tua volta, ma se lo vendi devi dare alla Apple una quota del guadagno. Un po' come se la Microsoft regalasse Word ma obbligasse tutti quelli che fanno soldi con i testi scritti in Word a dare una quota alla Microsoft. Le critiche sono state asperrime: da Dan Wineman a Ed Bott.

Le reazioni all'annuncio della Apple sull'editoria scolastica si sono girate progressivamente al pessimo. La Apple prosegue sulla strada di costruirsi un ecosistema tutto suo. Certo, si è conquistata la posizione di vantaggio nei tablet innovando prima e meglio di tutti gli altri. E ha interpretato il suo ruolo da un punto di vista sistemico molto intelligentemente. Forse ha chiesto troppo a chi è abituato a pensare alla tecnologia come un mezzo e non una piattaforma totalizzante. È pur vero che un autore può sempre assemblare la sua opera con iBooks Author e seguire le regole di Apple, ma riassemblare la stessa opera in altro modo e con altro software per commercializzarla in altro modo. Ma sta di fatto che i compratori di tecnologia non erano abituati a una licenza come quella di iBooks Author.

Quello che resta:
1. un vantaggio della Apple per la produzione di libri di testo innovativi, basato sul vantaggio della Apple nei tablet; ma questo vantaggio fatalmente si eroderà man mano che arriveranno a maturazione altre piattaforme (per adesso i concorrenti sono piuttosto indietro, ma Amazon incalza)
2. finalmente ha inizio la produzione di libri di testo adatti alla distribuzione e fruizione digitale con attento studio dell'interfaccia e alta fruibilità; si tratta di una strada molte volte tentata ma che questa volta potrebbe avere più chance di decollare
3. un aumento della libertà di manovra degli autori in cerca di un mercato internazionale e una rinnovata messa in discussione del ruolo degli editori.

Non sappiamo se la pessima impressione fatta dalla licenza Apple finirà per frenare il successo di quell'azienda. Ma sappiamo che l'annuncio della Apple potrebbe aver scatenato la verve innovativa in questo settore, sia degli autori che degli editori. Nell'editoria scolastica i costi di produzione cartacea sono enormi e il vantaggio industriale del digitale è evidente. Finora non c'erano gli strumenti per creare un mercato vero di queste soluzioni, ma con l'avvento dei tablet e dei mercati online la situazione è cambiata. La Apple forse non sarà per sempre al centro di questo nuovo settore, ma ancora una volta la sua visione lo ha descritto per tutti in modo attento alle varie sfaccettature del sistema. E ha aperto nuove opportunità per quel mondo che sta al confine tra la tecnologia e l'industria culturale, generando attenzione, curiosità e disponibilità all'acquisto nel pubblico.

Urban policy literacy

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The Storefront for Urban Innovation si propone di intervenire nei progetti orientati ad alimentare l'innovatività delle città con una metodologia che serva contemporaneamente a generare idee realizzabili e a coinvolgere la cittadinanza, allo scopo di diffondere una sorta di "alfabetizzazione" alla politica urbana. Questo anche perché quando un quartiere creativo viene rivitalizzato e risanato tende a "imborghesirsi" e a perdere valore culturale. È il tema della gentrification che appare come un tipico, quanto non voluto, effetto di una politica riuscita... (NextAmericanCity)

Imparando dalla start-up nation

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Israele è il paese con più start-up per chilometro quadrato del mondo. Ed è anche il paese che attira più capitale di rischio destinato alle start-up tecnologiche del mondo. Ne parla l'Economist di questa settimana. Che tra l'altro cita il libro di Dan Senor e Saul Singer intitolato "The start-up nation" (2009): un sistema molto concentrato sulla predisposizione di tutte le condizioni più favorevoli alla creazione d'impresa. Difficile copiare un sistema con tante precondizioni positive, ma c'è comunque da imparare:

1. C'è un effetto-rete, compresa una logica di emulazione, che induce i talenti tecnologici a pensare di creare una start-up invece di aspettare di trovare un posto in un'università o in una grande impresa. Come si innesca questo orientamento?
2. Le precondizioni che attirano e generano i talenti tecnologici possono variare. In Israele sono legate all'immigrazione di tecnici, ai forti investimenti militari e alle connessioni con il capitale americano. Ma la generazione di competenze e la disponibilità di denaro possono essere accelerate in qualunque modo.
3. Il problema è creare un sistema nel quale sia molto facile e chiaro come creare un'azienda e ci siano una grande quantità di occasioni che fanno vedere come dalla creazione di un'azienda si possa ricavare un successo economico e intellettuale.
4. La grande forza trainante delle start-up in un paese piccolo con poca domanda interna è il collegamento operativo e concreto con i mercati internazionali. Questo va coltivato con precisione ed energia senza pari, perché è questa l'infrastruttura fondamentale che consente di rendere sostenibile il sistema.
5. L'approccio pragmatico è essenziale. Non si tratta di spendere soldi per sostenere start-up ma si tratta di investire nella generazione delle risorse che producono start-up in grado di stare sul mercato internazionale e attirare capitale più grande di quello che è stato investito. L'innesco dell'effetto-rete non si costruisce come i muri degli incubatori: si incentiva con i collegamenti al mercato, la visibilità dei risultati, la facilità di creare un'impresa, la disponibilità di mentor e servizi, l'innovazione culturale, il contesto comprensivo e favorevole.

ps. È chiaro che questo avviene per poli di aggregazione più che per investimenti a pioggia.
Come si sa l'iva è al 4% per i libri e i giornali cartacei e al 21% per gli stessi libri e giornali eventualmente venduti in digitale (un paio di riferimenti). Un codicillo dice che i libri venduti in supporto audio-magnetico per ipovedenti o non vedenti hanno l'iva al 4%.

Una misura interessante per rilanciare l'attività delle start-up che producono oggetti da vendere online potrebbe essere quella di rivedere l'iva in questo settore, nel senso di abbassarla?

Un argomento a favore di una forte politica a favore delle transazioni online si trova osservando che quando i pagamenti sono effettuati con carta di credito sono operati al momento dell'acquisto (dunque riducono ritardi e complesse procedure di riscossione) e sono meglio tracciabili (dunque tendono a ridurre l'evasione fiscale).

Vedi anche:
L'energia che serve per trasformare le liberalizzazioni in sviluppo
E allora l'agenda digitale

Summify e Twitter

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Twitter ha comprato Summify, una start-up nata in Romania e che si è sviluppata in Canada, il cui prodotto serve a riassumere in modo abbastanza completo un argomento che si è sviluppato sui social network per poi condividere il riassunto con i conoscenti anche per mail (il bello è che la mail si concludeva con un rassicurante messaggio che spiegava come su quell'argomento il lettore ora sapesse più o meno tutto ciò che era uscito di rilevante - in inglese la formula sintetica era "you're done"). Si tratta certamente di un bisogno sempre più sentito per cercare senso nell'insieme piuttosto convulso della rete. (GigaOm)

Con l'acquisizione i team che ha fatto Summify si sposta da Vancouver e San Francisco per lavorare a Twitter. E il prodotto viene chiuso. (AllThingsD)

Chi ha usato finora Summify è scontento della novità. Chi è venuto a conoscenza di questo prodotto grazie all'acquisizione non se ne fa nulla ma può aspettarsi qualche novità da Twitter nei prossimi mesi. Chi è interessato al mondo delle start-up può domandarsi come l'incubatore di Vancouver sia riuscito ad attirare il talento dei fondatori di Summify e di come abbia favorito il passaggio a Twitter.

In generale, si può osservare che il capitale, le persone e i prodotti, in rete sono risorse il cui valore si rimescola continuamente in rete. E guardare ai fatti con gli occhi dell'economia industriale è sempre meno adeguato per comprendere come stanno andando le cose nelle dimensioni più innovative dell'economia.
La bozza del decreto presentato dal governo sulle liberalizzazioni è un grande risultato di questa importantissima fase politica e offre mille spunti di riflessione.

Osservazioni. Grazie alla loro abolizione, si scopre che c'erano un sacco di vincoli all'impresa, talvolta incredibilmente bizantini: li conoscevano solo i pochi che ne traevano vantaggio. Con il decreto diventa più facile aprire un'impresa e cercare di trovare un mercato, il che è una premessa di ogni altra strategia. I giovani sono favoriti dalla riduzione delle barriere al cambiamento, anche se i loro genitori, che finora si sono protetti anche per il fatto di dover mantenere i figli precari, devono superare la paura del futuro e aiutare i figli a superarla (il che significa anche trovare i motivi per pensare che impresa non è lo stesso che fare il precario)

Nel confronto che si è aperto c'è un pensiero equivoco latente, che andrebbe superato: finora sul tema delle liberalizzazioni si contrappongono, da un lato, le categorie che vedono nei cambiamenti una grande minaccia e, dall'altro, la generalità della popolazione che vede nei cambiamenti un piccolo vantaggio. Il problema è far vedere a tutti un grande vantaggio di sistema a fronte di piccoli svantaggi di particolari categorie.

La crescita del prodotto e della produttività, la maggiore facilità di accesso al mercato per i giovani, la diminuzione dei momenti della vita economica nei quali l'autorità pubblica può intervenire per decidere qualcosa che attiene alla vita dell'impresa, sono elementi di un cambiamento di fondo che solo la visione di sistema può svelare. Le sue conseguenze non sono necessariamente una maggiore precarietà, anche se il periodo di cambiamento effettivamente alimenta le incertezze. Ma, in primo luogo, l'incertezza di sistema è peggiore. In secondo luogo, l'incertezza è anche opportunità (soprattutto se ci si rende conto che l'unica certezza che deriva dalla resistenza al cambiamento è la chiusura di ogni opportunità).

Ma tutte queste sono motivazioni vagamente astratte. Il punto è creare condizioni che rendano chiaro quanto sia ora più facile fare un'impresa e facilitare la nascita di imprese specialmente giovanili con ogni mezzo, informativo, formativo e organizzativo. In secondo luogo, si devono incessantemente creare occasioni per creare nuove imprese. Quindi, da un lato, mettere più facilmente le risorse a disposizione di chi vuol far nascere imprese, e dall'altro lato, aumentare la visibilità delle occasioni che si possono presentare o favorire.

È una lunga strada che va percorsa il più velocemente possibile. Si può fare solo chiarendoci le idee.

Conoscendo meglio come stanno le cose, abbandonando la paura di perdere posizioni che già di per sé si stanno erodendo, imparando dall'esempio di chi ha già compreso qual è la strada da imboccare, si pongono le condizioni mentali per superare la stanchezza di tanti anni di lento peggioramento del sistema e ritrovare l'energia necessaria per trasformare le liberalizzazioni in libertà e la libertà in azione.

Orgoglio e innovazione a scuola

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Una bella discussione su Twitter ieri, dopo l'annuncio Apple sui libri di scuola. Di certo non sappiamo come si svilupperà questa specifica soluzione, ma possiamo scommettere che attiverà molte energie. Tra queste ci saranno quelle degli editori, ma soprattutto quelle degli insegnanti avvertiti e appassionati del loro importantissimo lavoro, come ci saranno le iniziative e la disponibilità culturale e pratica dei giovani. Quanto al governo, si vedrà.

1h


   anche la biro bic nasce come tecnologia chiusa e proprietaria, importante è definire nuovi standard.

3h


   sante parole. Noi facciamo editoria anche per iPad e i 20 anni li abbiamo passati da un pezzo!

4h


  Il problema è dei formati proprietari. Un libro di carta lo posso sempre leggere, ma un e-book solo se è open.

14h


  non ci sarà nessun monopolio. questo è solo l'inizio...

16h


  Nessuna delle due spero. L'idea di testi scolastici in una tecnologia chiusa e proprietaria mi fa inorridire

16h


RT : la soluzione proposta da apple per i libri di scuola -   che ne pensi?

16h


  Ci sarà un nuovo spazio di espressione per gli alunni se gli insegnanti sapranno capire l'opportunità 

17h


  2 resterà quasi inutilizzato, come accade per U, nell'arcaico mondo dell'istruzione italiana.

18h


  ci sono nativi digitali che sanno bene cosa fanno e altri no. il punto ancora una volta sono le macro tendenze

18h


  spesso i "nativi digitali" sono veloci, ma non hanno idea di cosa fanno. Per sfruttare un ebook bisogna saperlo

18h


  al livello micro dipende dalle persone, a quello macro dai trend. e il trend è generazionale... ;)

18h


  io sono insegnante, ho meno di 40 anni e un iPad lo so usare. Alcuni miei alunni no. Dipende dalle persone. :)

18h


  non è un problema di competenze ma generazionale: la questione si porrà anche per i professori universitari ;D

18h


  Non sottovalutate gli insegnanti. Siamo meno tecnologicamente impediti di quanto si creda

19h


 e gli  dovrebbero essere forniti dal ministero delli'Istruzione giusto ?

19h


  In Italia? mah....

19h


 il punto è: ma saranno gli insegnanti a spiegare agli alunni come usare gli  o viceversa?

19h


la soluzione proposta da apple per i libri di scuola -

E allora, l'agenda digitale

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L'agenda digitale è un contenitore di misure e azioni che viene mantenuto ancora troppo al margine del dibattito italiano. Può darsi che a qualcuno appaia come una faccenda troppo tecnica. Ma il fatto è che riguarda uno degli aspetti del sistema che possono essere meglio connessi con la crescita. Sappiamo bene quanto tutti gli istituti di ricerca che se ne sono occupati colleghino l'aumento dell'accesso a internet in banda larga con l'accelerazione della nascita di start-up, con l'alfabetizzazione della popolazione, con la modernizzazione della pubblica amministrazione. E dunque con la crescita.

E allora che cosa aspettiamo?

Il punto è che non è facile prendere decisioni in un insieme così complesso di fenomeni e agire di conseguenza. Per gestire questa questione probabilmente sarà necessario semplificare. E soprattutto non centralizzare i processi, ma favorire l'azione intraprendente di tutti i possibili protagonisti.

Questo significa che occorre generosità intellettuale e pratica, da parte dei politici e dei privati. Occorre contribuire e facilitare, non solo le proprie azioni, ma anche quelle degli altri. Riuscendo nel contempo a mantenere una prospettiva unitaria del processo. Quest'ultima è una questione di leadership e di informazione.

Quello che forse si può fare è un elenco di misure semplici e chiare, fatte in modo che da quelle decisioni non si possa tornare indietro quando cambiasse l'aria politica. Perché gli imprenditori, i giovani e tutti i soggetti interessati possano scommetterci davvero. In relazione a banda larga, apertura dei dati, facilitazione alle start-up.

Ma forse occorre che il punto di partenza non sia tecnico e, invece, teso a raccontare le opportunità che si aprono. In modo trasparente e orientato all'obiettivo.

E l'obiettivo non è a sua volta tecnico: non è semplicemente la crescita (che è un effetto derivato, benché desiderabile in chiave finanziaria, pratica e di consenso) ma l'aumento delle possibilità dei giovani, la qualità della vita nelle città, la libertà di ciascuno di ricercare la propria felicità.

Come si diceva un tempo: ask not what the web can do for you, ask what you can do for the web. (Vale per i privati, per i politici, per le comunità... imho).

World Bank: le mappe dello sviluppo

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Storicamente, le mappe sono state fatte soprattutto da chi le usava. I marinai, in particolare, scrivevano le loro osservazioni e si passavano l'esperienza. E anche quando si sono sviluppate le attività dei cartografi professionali, alla base del loro lavoro c'erano i dati riportati dagli esploratori.

Poi è arrivata l'industria cartografica. Che, nell'epoca digitale, è a sua volta in discussione.

Oggi il satellite risolve fondamentalmente il problema dei grandi disegni dei contorni geografici. Ma i dati su ciò che la geografia contiene, di nuovo, derivano spesso dalla partecipazione dei cittadini e degli utenti. Specialmente nei territori dove il mercato non ripaga dell'investimento di realizzare centralmente le rilevazioni. Come in Africa. Ushahidi ha dimostrato magnificamente che si può fare.

Per la World Bank, le mappe in crowdsourcing sono uno strumento fondamentale per lo sviluppo.

A proposito di libri di scuola

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Le tecnologie digitali a scuola sono adottate con tempi più lunghi e percorsi meno lineari di quanto servirebbe, a giudicare dai commenti al post precedente. E in effetti tutta la vicenda del cosiddetto elearning è stata una serie di false partenze.

Il problema è probabilmente di approccio: non partire dalle tecnologie ma dall'intelligenza della relazione tra la cultura dell'educazione e la società che ha bisogno di educazione. Di certo, in un contesto di crisi di ogni autorità tradizionale, nel quale le forme di apprendimento informale si moltiplicano e spiazzano le forme di apprendimento formale, la ricerca va indirizzata nella ricostruzione di una relazione di fiducia e rispetto, condita dell'abilità di interessare a ciò che è importante, alla qualità, alla corrispondenza tra apprendimento e qualità della vita.

I nuovi strumenti peraltro si moltiplicano anche grazie alla capacità di sperimentazione degli insegnanti di buona volontà. Un ennesimo esempio è stato realizzato da un professore dell'università del Michigan che ha creato un'app per trasformare l'iPad in una tavoletta sulla quale gli studenti possono condividere appunti alle slide e altri materiali mostrati a lezione direttamente sul tablet. (Wiredcampus). È un terreno di innovazione da esplorare. Per il quale non si vede perché non possano trovare successo anche soluzioni italiane che nel frattempo si stanno provando.

I libri di scuola stanno per cambiare

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L'editoria digitale, l'attività dell'insegnamento e soprattutto la pratica dell'apprendimento stanno già cambiando. Ma le conseguenze sintetiche del fenomeno non si sono ancora palesate in pieno.

L'elearning è andato avanti a grandi annunci e grandi flop per troppo tempo. Forse perché non riusciva a staccarsi dall'idea barbosa di simulare le aule con i computer. Ma ormai le cose si stanno aggiustando. Kahn Academy è già un enorme successo nella ridefinizione del modo di insegnare/imparare la matematica. I tablet e i reader sono già enormi successi nella strumentazione comoda e utile per leggere. Gli editori che si stanno muovendo sono moltissimi. Vanno sperimentate le formule nuove. E vanno superate le barriere al cambiamento dei sistemi tradizionali di produzione e vendita dei libri di testo.

Chissà che l'annuncio della Apple, previsto per il 19 gennaio non dia qualche nuova ulteriore indicazione alla prospettiva che abbiamo davanti in questo fondamentale settore. (Wsj)

via


Se il processo creativo si disegna come la mappa di una città si scopre che la città non è americana ma casomai europea. Insomma, non è bella squadrata, ma molto complessa. Forse perché la semplicità è il risultato e non il percorso della creatività.

L'infografica è di Viruscomix, pubblicata su Visual.ly, segnalata da Fastcodesign.

Design a start-up

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Ormai è chiaro: il pensiero del design è molto più ampio e trasversale di quanto si potrebbe ritenere considerandolo come una disciplina per dare forma agli oggetti. È ormai chiaro da quando ci siamo resi conto che, per esempio, il "design dei servizi" è indispensabile a trasformare concetti astratti in relazioni vere tra persone per lo scambio di soluzioni che non richiedono un oggetto ma un "lavoro" sociale. È chiaro da quando ci si è resi conto che l'idea del design e l'idea del progetto tendono a convergere, sia che si tratti di un prodotto che di un modello di business. Ed è chiaro da quando si è compreso che il successo di qualunque offerta innovativa ad alto valore aggiunto in un contesto di rete dipende dalla disponibilità di una società ad adottarla: il che equivale a dire che non vale tanto la singola proposta ma la sua relazione con le persone alle quali è rivolta, la rilevanza che ad essa attribuisce la rete di persone che la adotta, il significato che in essa le persone riconoscono, per l'immediato e per il futuro. Il design non aggiunge forma alle cose ma le riempie di un contenuto progettuale che racconta la sua storia: da dove viene e dove va...

Questo inevitabilmente vale anche per le nuove aziende. Le start-up sono progetti, possono essere considerati frutto di un pensiero di design, vivono nella relazione progettuale che le persone vi riconoscono. Per questo vale la pena di leggere le storie di designer che hanno fondato un'azienda, delle quali parla Enrique Allen su Fastcodesign.

Google+Search

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Il motore di ricerca di Google è ottimo per cercare pagine web, ma ora tenta di allargare lo spettro d'azione anche ai contenuti condivisi nei social network. Quelli di Twitter sono già in linea. Ora si aggiungono anche quelli di Google+. (Wsj)

Le nuove feature del motore includono, dice Amit Singhal di Google:
«Personal Results, which enable you to find information just for you, such as Google+ photos and posts--both your own and those shared specifically with you, that only you will be able to see on your results page;
Profiles in Search, both in autocomplete and results, which enable you to immediately find people you're close to or might be interested in following; and,
People and Pages, which help you find people profiles and Google+ pages related to a specific topic or area of interest, and enable you to follow them with just a few clicks. Because behind most every query is a community. »

Google serve il 65% delle ricerche negli Stati Uniti, Bing il 30% (Comscore via Wsj). Bing integra nelle ricerche i contenuti proposti su Facebook. Google non poteva restare troppo indietro sul fronte delle ricerche basate sul grafo sociale.

Fondo per la creatività a Roma

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Nicola Zingaretti ha fatto sapere che la Provincia di Roma ha rilanciato il bando per sostenere la nascita di imprese creative: 500mila euro.

«I contributi sono finalizzati a sostenere:

la creazione e l'avvio di micro, piccole e medie Imprese ad alto contenuto creativo ed innovativo;
iniziative progettuali ad alto contenuto creativo ed innovativo di micro, piccole e medie Imprese di recente formazione (meno di ventiquattro mesi a far data dal 9 gennaio 2012).
E' possibile partecipare con un progetto nei settori: architettura, arte, artigianato artistico, disegno industriale, moda, pubblicità e comunicazione, fotografia, editoria, industria dello spettacolo, audiovisivo.

La domanda di partecipazione, da presentare utilizzando esclusivamente i modelli in allegato, in carta semplice e con le modalità descritte dall'articolo 3 del Bando, va spedita obbligatoriamente entro il 29 febbraio 2012 e farà fede il timbro dell'ufficio di spedizione ovvero la ricevuta di accettazione, con relativa attestazione temporale, della PEC.»

Tutti i moduli sono qui.

Nuove imprese che generano nuove imprese

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Su Nòva24, oggi c'è un accenno alla storia di In.fact, una piccolissima impresa nata da ragazzi svegli di Siena appassionati dell'interaction design e che in poco più di un anno e mezzo riescono già a darsi uno stipendio mensile. A loro volta quei ragazzi ne citano altri, indicandoli come l'esempio che hanno seguito per decidere di partire: sono i fondatori di LoadingLab e Studio21. Vedendone la notizia, via Twitter, Domenico Talia ha segnalato la storia di SmallScreenDesign. E di certo se ne scopriranno altre. Aziende che generano altre aziende perché esemplificano la concretezza di questa possibilità. Chissà se nei commenti arriveranno altre segnalazioni...
More about La responsabilità dell'architettoQuando stava arrivando il Duemila, a pochi giorni dal più importante capodanno degli ultimi mille anni, Renzo Piano ammetteva di essersi sentito imbrogliato. Perché nel corso della sua vita si era lasciato prendere dall'idea simbolica di un Duemila fantascientifico, un'epoca in cui il progresso e la tecnica avrebbero creato una vita completamente diversa... Quando stava arrivando, il Duemila, si capiva benissimo che non sarebbe stato così.

Ma non era un imbroglio. Era la difficoltà di comprendere la molteplicità delle durate del tempo sociale, la convivenza delle strutture storiche che cambiano lentamente e delle congiunture che accelerano e rallentano alternativamente, come spiegava Fernand Braudel...

E naturalmente Renzo Piano ne sorride un po', di quella parola imbroglio, quando non la pensa come una vera e propria manipolazione ideologica derivata dall'idea industriale di progresso che ha poco a che fare con la sostenibilità ambientale, sociale e culturale cui il maestro si ispira. Renzo Piano racconta il suo mestiere con la consapevolezza di quanto siano importanti le conseguenze di quello che fa. Nel mestiere dell'architetto c'è la congiuntura economica e la lunga durata. Quello che si costruisce resta. E si impone alla storia successiva...

La responsabilità dell'architetto è uno di quei libri che mentre si legge fa venire voglia di parlarne. Un paio di interviste, una cortissima e una lunghissima, di Enzo Siciliano e Renzo Cassigoli. In queste, Renzo Piano parla di architettura. Ma in modo tanto intenso da aprire la mente anche a chi, pur non essendo architetto, si accorge che ciò che fa ha delle conseguenze e incide in modo strutturale sul mondo che stiamo costruendo.

Riciclare la città

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re_cycle.jpg
Al Maxxi la mostra di idee per riciclare materiali di scarso si allarga all'idea di riciclare pezzi di città. Non solo perché l'urbanizzazione industriale ha generato anche scarti abitativi e quartieri impossibili. Ma anche perché ripensare la città significa riciclarne degli angoli, destinandoli a nuove funzioni, per arricchire il patrimonio della convivenza civile senza sprecare degli spazi che non si usano più.

L'idea è forte. Le iniziative messe in mostra al Maxxi di Roma sono di varia natura e potenza progettuale. In qualche caso era capitato di incontrarle anche altrove, dal museo dell'Architettura di Vienna al DLD di Monaco. In generale questo filone progettuale dimostra che dalla nozione allargata di sostenibilità culturale, ambientale e sociale si trovano le sorgenti di una nuova energia creativa, gioiosa, ironica e costruttiva.

Da notare il parco pensato per Barcellona, trasformando alcune vie del centro in vero e proprio giardino (una prosecuzione di High Line di New York). E poi il palazzo della neve di Copenaghen fatto da Bjarke Ingels per riunire la zona industriale e qualla abitativa della città con un luogo nel quale valga la pena andare... E poi tante idee. Confortanti per la generosità che trasmettono.

Il movimento che cambia la rete

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Chart: Computing Devices - Yearly Sales

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Computing Devices - Yearly Sales
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Secondo Gartner (via PracticalEcommerce), il numero di strumenti di accesso alla rete in mobilità venduti quest'anno nel mondo ha superato il numero di computer fissi. Considerando lo stock di terminali di accesso a internet, ovviamente, i pc sono ancora più numerosi degli smartphone e dei tablet. Ma il fatto è che l'anno scorso c'è stato un cambiamento tendenzialmente molto importante.

(A maggior ragione, tenendo conto del fatto che molti pc venduti sono iperportatili e in molti casi vengono connessi anch'essi con la chiavetta attraverso la rete mobile...).

L'internet mobile è molto diversa da quella fissa: gli operatori garantiscono una ridotta neutralità della rete, le funzioni della maggior parte dei device mobili sono comunque ridotte rispetto a quelle dei normali computer fissi, i servizi sono semplificati... C'è il vago rischio che la rete sia vissuta un po' più con lo spirito dei "consumatori" che dei "produttori". Non stupirebbe ed è normale che una tecnologia si semplifichi con la sua popolarizzazione. Ma per tenere viva la forza innovativa dello strumento, occorre coltivare anche la competenza e la consapevolezza che deriva dalla conoscenza di come si manipolano e funzionano le tecnologie. E salvaguardare la neutralità della rete.

Idee - Aziende che abbandonano la mail

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Troppa mail. Troppa mail. Si perde un sacco di tempo. Secondo Monica Seeley (di Mesmo) le aziende perdono 20 giorni per dipendente all'anno per gestire la mai. E diverse aziende stanno decidendo di sostituire la mail con altri strumenti. Ne parla il Financial Times (registrazione gratuita obbligatoria).

Thierry Breton ha detto che la sua Atos abbandonerà la mail entro il 2014 (attualmente i suoi manager passano tra 5 e 25 ore alla settimana sulla mail). Leeron Segal, ceo di Klick dice che la mail è stupita: non ha prioritizzazione, non ha workflow, troppa roba da leggere, molta si perde. Quindi alla Klick usano la mail solo per parlare con l'esterno, mentre all'interno usano un sistema che si sono disegnati loro per gestire le comunicazioni in modo intelligente. Altre aziende usano soluzioni di social networking come Yammer: Capgemini dice di aver ridotto il traffico di mail interno del 40% usando Yammer. L'Intel ha proposto ai dipendenti di non usare la mail il venerdì.

Ma c'è qualcosa di nuovo da inventare in questo settore.

La mail è asimmetrica in termini di sforzo: quasi sempre costa di più leggerla che scriverla mettendo insieme documenti e soprattutto inviarla. I cc sono un'enormità. E le persone non sanno quasi mai definire con precisione quanto sia per loro importante aprire un messaggio. Un riequilibrio tra lo sforzo richiesto a chi riceve e lo sforzo richiesto a chi invia potrebbe essere una chiave di ragionamento. Anche la semantica sembra essere una via di sviluppo. E di certo si possono pensare molte altre soluzioni. Probabilmente, dietro questi ragionamenti, c'è un potenziale di business piuttosto significativo. (cfr. un cenno ieri)

Internet: tendenze, cioè opportunità

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Quando arriva questo periodo dell'anno si pensa all'anno successivo. Quali sono le tendenze importanti per quanto riguarda internet e le piattaforme digitali? Ecco una raccolta - ovviamente incompleta - solo a scopo di promemoria. Magari nei commenti arriveranno idee migliori...

1. A furia di ripeterle, le previsioni si avverano?

a. L'internet delle cose. La comunicazione tra macchine dotate di un indirizzo ip è una previsione ripetuta (Dècina). Andrà avanti di sicuro, ma quando? Forse il termine generale ha meno importanza di alcuni particolari. I temi più importanti, mi pare, sono i pagamenti con il cellulare, i sistemi industriali, il controllo del territorio con sensori senza batterie che prendono energia dall'ambiente (NiPS Lab di Perugia).
b. Linguaggio naturale, se ne parla da mille anni, sembra sempre la grande tendenza del futuro, non arriva mai. Forse Siri è una novità decisiva.
c. Gamification. La logica del gaming si potrebbe estendere a molte altre questioni. Per rendere più coinvolgenti le attività ripetitive. E aumentare la creatività. (una scheda qui e Digital Accademia)
d. Cloud coumputing. Un grande cambiamento industriale per internet (Forbes).
e. Lean start up. La logica supermagra per far nascere imprese con un metodo pratico (LeanStartUp)
f. Big data. Se ne parla un sacco. Intorno al fenomeno sta nascendo un ecosistema di attività, connesso anche all'open data, perché i dati pubblici vanno pubblicati (McKinsey).

2. Quanto durano i temi che dominano il presente?

a. Si dice che Facebook è ormai una realtà difficilmente battibile. Di certo non è più una questione di "amici". In realtà sta diventando una piattaforma che si sovrappone alla maggior parte delle attività di comunicazione su internet e il cui sviluppo sembra essere legato alle applicazioni, soprattutto di terzi.
b. Come facciamo con la mail? Un numero crescente di persone non riesce più a gestire la mail. Se si lancia il discorso si scopre che in ogni ambiente il discorso è lo stesso. L'overload non è più lo spam è la vera e propria mail. Il primo che riesce davvero a trovare una soluzione vince un premio grosso, probabilmente. Si dice che la semantica possa aiutare. Di certo, non vale più dire: "ma come non lo sapevi? ti ho mandato una mail!".
c. Chi va a un convegno o si trova a una riunione vede alcune applicazioni della sindrome di disattenzione continua. Ci si ascolta, ma contemporaneamente si fa twitter e mail... Abbiamo bisogno di una nuova riflessione sulla netiquette o sulla normale buona educazione?
d. Gli aggregatori guadagnano traffico. Ma mettono in confusione i messaggi perché rendono imprevedibili i contesti. Soprattutto i pubblicitari se ne dovrebbero preoccupare, dice Luca Lani.

3. A che servono i megatrend?

a. Meno della metà dei computer connessi a internet è un personal computer. Quindi Windows non è più lo standard di fatto.
b. Sicché l'ecosistema degli sviluppatori di applicazioni si è aperto in diversi continenti, legati alle diverse piattaforme (da Apple iOS ad Android ecc ecc).
c. Le apps non sono contro il web. Le web apps e l'html5 sono un bel fenomeno, standard e pubblico. In realtà, le funzioni delle pagine web sono destinate ad ampliarsi.
d. Google cerca per tutto. Ma molti siti e apps cercano per qualcosa di specializzato (viaggi, incontri, numeri, ecc ecc). Non è detto che Google domini la ricerca, dopo tutto.

Domanda finale. L'effetto-rete rafforza i vincenti. Ma l'effetto-iperinnovazione in rete rafforza gli outsider. L'importanza dell'effetto-rete è sopravvalutata?

Vabbè. Tutte queste tendenze - più quelle che non sono state citate qui - sono opportunità per chi non ha conquistato grandi posizioni in passato, ma spera di poter competere negli scenari che si svilupperanno. Una discussione sulle conseguenze di queste tendenze potrebbe essere interessante per l'Agenda digitale di un paese che ha tantissimo da recuperare...

La contraddizione tra rigore e crescita è falsa

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Non c'è contraddizione tra rigore e crescita.

C'è contraddizione l'approccio alla crescita orientato al breve termine e quello orientato al lungo termine. Nel primo prevale la speculazione e il fatturato immediato, nel secondo si pensa alla costruzione di qualità della vita, all'innovazione, al fatturato sostenibile. La mancanza di rigore aiuta l'orientamento al breve termine, il rigore rende obbligatorio un orientamento al lungo termine.

La mancanza di rigore nella gestione della cosa pubblica rende infatti evidente che la strada per far soldi è quella delle scorciatoie, nelle quali si infilano i furbi.

Il rigore implica invece che le scorciatoie non ci sono e dunque i furbi e gli intelligenti sono almeno allo stesso livello.

In un contesto di rigore però c'è anche bisogno di un'agenda condivisa che conduca chi ha iniziativa a scommettere sul lungo termine, l'innovazione, la costruzione di qualità della vita migliore. Questa agenda è compito di chi coordina il paese. Se l'agenda punta all'innovazione, chi fa parte dell'ecosistema dell'innovazione ci scommette e diventa una fonte di energia per realizzarla.

Non è facile. Soprattutto non è facile passare da un contesto tutto orientato al breve termine e alla furbizia a un sistema orientato alla ricerca, al rigore e al lungo termine. Il compito fa tremare i polsi. Ma è probabilmente necessario.

L'esperienza insegna che il consenso si ottiene dichiarando un'agenda credibile e sostenibile. L'agenda digitale europea, con i finanziamenti connessi, ha per esempio una struttura credibile. Inoltre, dicono le statistiche, tendenzialmente si ripaga perché genera una crescita che nel tempo la finanzia. La Commissione europea induce a pensare che, perché non si impantani in mille discussioni interessate a che nulla cambi, la definizione dell'agenda parte da un progetto coerente e compatibile, ambizioso e, appunto, credibile. Viene rafforzata con ampie consultazioni. Ma va lanciata con lo stesso senso di ineluttabilità che è stato riservato all'adozione delle misure di rigore finanziario.

In questo senso non c'è contraddizione tra rigore e crescita. In tutti gli altri sensi, probabilmente, sì. Imho.

(Oggi era l'argomento dell'ottimo programma Tutta la città ne parla, su Rai Radio 3)

Viaggi, turismo, storytelling: etourism a Trento

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I viaggiatori non sono turisti. Il viaggio non è uno spostamento. È l'esperienza della possibilità di una vita diversa. È l'incontro con un'altra cultura. Quindi l'accoglienza del viaggiatore non è il servizio turistico. Ma l'incontro tra vite diverse. È talvolta uno spiazzamento, sempre una sorpresa. Il cosmopolita si sente a casa ovunque, pur mantenendo chiara consapevolezza delle proprie radici culturali. Il territorio accogliente è una casa per tutti, pur mantenendo chiara consapevolezza della propria storia. Delle storie dei suoi abitanti. Altrimenti, nell'incontro tra chi arriva e chi è in un posto, nessuno ha nulla da dire.

Il viaggiatore racconta la sua esperienza. Agli amici o al mondo. Il suo punto di vista è diverso da quello abituale di chi vive nel luogo che incontra. E il territorio accogliente a sua volta si racconta. Il mito, l'attrazione, la curiosità si alimentano di storie.

Gli studi di eTourism, un progetto di ricerca internazionale centrato all'università di Trento, ha cercato le radici del valore di quella che un tempo si poteva chiamare industria turistica nello storytelling.

Da vedere in proposito i lavori di Caspar Diederik, viaggiatore olandese che ha incontrato la Basilicata ed è rimasto a viverci. Decidendo di raccontarla. Su Storytravellers.


Pomodori Vivaldi from StoryTravelers on Vimeo.


Il cambiamento strutturale del turismo è spiegato da Umberto Martini, dell'università di Trento. Emozione, condivisione, rete, socialità, cambiano le regole del gioco nel marketing turistico, trasformandolo in una ricerca epistemologicamente diversa.

Dal punto di vista economico, un tempo si poteva immaginare che un territorio fosse monopolista delle sue risorse attrattive e che l'offerta potesse controllare il mercato. Servizi come Tripadvisor hanno invece aumentato il potere della domanda, consentendo ai turisti di confrontare prezzi e condizioni, segnalarsi esperienze, critiche e suggerimenti. La nuova relazione tra domanda e offerta in questo mercato è molto più equilibrata. E l'offerta deve fare passi in avanti nello spirito di servizio, nell'apertura all'esperienza dei viaggiatori, nella qualità della sua disponibilità al dialogo culturale. La qualità dell'offerta di servizi si dimostra anche con la qualità della narrazione. Non ci sono più target da colpire, ma persone da affascinare, con sincerità. Almeno per i territori che vogliono coinvolgere il turismo in un percorso di sviluppo verso la qualità della vita più intelligente e sostenibile. Ci saranno sempre i posti che puntano al turismo mordi e fuggi. Ma non è certo l'unica opzione disponibile.

L'accoglienza dei viaggiatori in questa ottica diventa parte di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale, culturale e sociale.

Quanto ci serve il design dei servizi

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Un ottimo pezzo di Rohan Gunatillake sul Guardian per spiegare il concetto e la rilevanza del design dei servizi. Una metodologia per la progettazione delle esperienze. Della quale c'è bisogno anche se la definizione e la pratica e soprattutto il modello di business della disciplina sono sempre sottoposte a discussione.

Il design dei servizi è particolarmente complesso da definire anche perché le espezienze possono essere suggerite da un contesto progettato ma chi le prova le rigenera dentro di se.

Le piattaforme online ci stanno abituando all'idea che un sistema di esperienze possa essere progettato più velocemente di quanto non fossimo abituati in passato, quando questo design era molto più collegato ai luoghi e al territorio. Ma i luoghi e il territorio sono tutt'ora il principale terreno di prova delle idee di design dei servizi.

Forse una delle ambiguità sta nel fatto che siamo immersi nelle esperienze che siamo in grado di cogliere, a prescindere dalla volontà esplicita di chi ha disegnato un servizio. E proprio la consapevolezza di questa circostanza caratterizza le migliori sensibilità nel design dei servizi.

Rohan sottolinea che:
1. Le persone non vogliono necessariamente quello che vogliono le organizzazioni
2. Non possiamo permetterci di limitare l'innovazione alla tecnologia
3. Dobbiamo adattare la ruota non reinventare la ruota
4. Dobbiamo coltivare una più solida cultura della prototipizzazione

Se vogliamo sostenere la nascita di gruppi di giovani che si occupano di informazione civile, per esempio, dobbiamo fare design dei servizi. Che cosa ci dobbiamo domandare per fare proposte adatte a chi le dovrebbe poi adottare e farle proprie? (Riflessioni in materia sono benvenute anche per migliorare il lavoro di Ahref).

Vite a colori

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ColourLovers è una start-up che propone ai creativi un luogo nel quale scambiarsi notizie, suggestioni, esperimenti, palettes, patterns e strumenti vari per il colore digitale.

Gamers inside

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Si avvicina l'appuntamento con il workshop sulla gamification alla Digital Accademia. Il 15 e 16 dicembre ci saranno Matteo Tarantino, Stefano Mizzella, Luca Chittaro, Fabio Viola, Federico Fasce, Nicola Brisotto, Tomas Barazza (vedi il programma). La sera del 14 sempre alla Digital Accademia ci sarà una chiacchierata in materia: si ascolta e si parla al caldo del camino e dell'atmosfera amichevole tipica dell'Accademia.

Grazie ai contributi che persone gentilissime stanno inviando o segnalando. Pier Luca Santoro ha scritto un post di notizie e link per collegare game e impegno sociale. Giorgio Massaro ha reso disponibile la sua tesi di laurea sull'etnografia dei giocatori italiani di World of Warcraft. Stefano De Paoli ha terminato e diffuso il paper che ha realizzato con Aphra Kerr sulle dinamiche di critica sociale che emergono in una piattaforma di gaming. Una scheda in proposito si trova in questo blog.

Intanto, da non perdere, il servizio dell'Economist sul mondo del game.

Ocse: coproduzione di servizi pubblici

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L'Ocse pubblica un volume di teoria e casi sulla coproduzione di servizi pubblici: "Together for Better Public Services: Partnering with Citizens and Civil Society".

Il concetto potrebbe partire dalla osservazione secondo la quale il valore di moltissimi prodotti e servizi di aziende orientate al profitto è generato dagli utenti che li usano, li trasformano, li migliorano. E dunque perché questo non potrebbe avvenire per i prodotti e servizi pubblici?

Il rapporto dell'Ocse in realtà parte dalla considerazione della fine dell'epoca dell'abbondanza di fondi per i servizi pubblici e dallo studio di come di fronte a questa circostanza si stanno attrezzando alcune pubbliche amministrazioni in giro per il mondo.

Di certo, la crisi della spesa pubblica è un fenomeno generalizzato nell'Occidente. E in Italia ne sappiamo molto. Il rapporto dell'Ocse mostra come in alcuni paesi analizzati - a partire dal Regno Unito - in quasi tutti i settori del servizio pubblico siano state disegnate soluzioni che coinvolgono i cittadini nella produzione dei servizi stessi. In Italia, a leggere lo studio, questo avviene abbondantemente nel servizio sanitario. Per esperienza sappiamo che questo da noi è avvenuto piuttosto "spontaneamente" e senza un vero piano di lavoro. Ma secondo l'Ocse, se ben disegnata, la collaborazione tra le strutture pubbliche e i cittadini nella produzione dei servizi pubblici produce risultati di migliore qualità e minor costo.

A quanto pare sta finendo l'epoca thatcheriana del "value for money" che assimilava il servizio pubblico a una prestazione per la quale i cittadini pagavano con le tasse e potevano pretendere un valore simile a quello offerto dalle aziende. Ora all'Ocse si parla di cooperazione tra pubblico e privato. Non solo perché il pubblico non ce la fa più. Ma anche per migliorare il servizio e ricreare condizioni di partecipazione alla cittadinanza e riformare un tessuto sociale vitale. Stiamo esplorando territori che non sono quelli del vecchio mondo del welfare. E che vale la pena di studiare.

Flipboard per iPhone

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Flipboard, la bellissima applicazione nata per l'iPad che serve a leggere i feed di qualunque cosa con un'interfaccia gradevolissima da magazine, ha scritto una versione per iPhone. (Venturebeat). GigaOm dice che è molto bella.

Io l'ho scaricata ma al momento dell'installazione mi diceva che non poteva installarsi. Riprovo più tardi.

Scuola di vita

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Alla School of life di Alain de Botton tengono un corso su come trovare il lavoro che si ama svolgere. Filosofia applicata.
Grazie a Erik Lumer vedo questo sommario di un rapporto Kauffman Foundation che mostra come la nuova occupazione negli Stati Uniti sia fatta essenzialmente dalle start up. Si tratta di una tendenza di lungo periodo segnalata dall'Ocse da vent'anni: la grande impresa tende a ridurre il personale, la piccola impresa e la nuova impresa crea occupazione.

È evidente che al momento in alcuni settori ci sono più probabilità per la nascita di imprese. L'energia è forse uno di questi. La ricerca scientifica è certamente un buon generatore di idee di impresa. L'edilizia lo è sempre, a modo suo. Ma forse la dimensione economica che più probabilmente produce nuove imprese è il digitale: in ogni caso, è piuttosto provato che internet e la digitalizzazione dei settori tradizionali siano occasioni per innovazione anche radicale e dunque per opportunità di far partire nuove aziende.

Se nella roadmap per i prossimi anni non c'è spazio per un'agenda digitale, si tralasciano le migliori occasioni per la creazione di nuova occupazione.

Vedi anche:
Dov'è l'agenda digitale del governo?
I cinque capitalismi e la sfida italiana

Impronta Etica pensa avanti dieci anni

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Appunti presi al volo durante il convegno.

Impronta Etica è un'associazione di imprese che sviluppano una strategia di responsabilità sociale. E oggi riflette intorno a quello che diventa la responsabilità sociale nella prospettiva di ciò che andrà fatto nei prossimi dieci anni.

Al centro della discussione: la necessità di un nuovo patto sociale perché da solo non ce la fa nessuno, la responsabilità sociale come leva di innovazione e competitività, la trasparenza come elemento necessario per la costruzione di una vera consapevolezza intorno alle questioni della responsabilità delle imprese.

In sostanza c'è bisogno di una roadmap per uscire dalla crisi e crescere. Chi la definisce? Non più solo la politica. Le imprese devono recuperare un rapporto fiduciario con la società, la cittadinanza deve recuperare legalità e partecipazione alle necessità pubblche, i territori devono accogliere tutti. Che cosa significa?
1. Crescita e lotta al debito vanno insieme, crescita e innovazione sostenibile vanno insieme, crescita, ricerca e innovazione digitale vanno insieme
2. Il vecchio patto sociale nel quale la politica era il mediatore centrale e il leader del coordinamento sociale si è rotto, perché la realtà va molto più veloce della politica e non c'è molto da fare: con il vecchio governo non ne parlavamo neppure, ma anche con un governo che sarà all'altezza di quello degli altri paesi, la politica sarà un po' più leader ma necessariamente non abbastanza, vista la complessità del mondo attuale; il nuovo patto sociale parte dai soggetti economici, sociali e culturali. Alla velocità della realtà: cioè anticipandola. Senza aspettare le leggi che rendono obbligatorio qualcosa, quando si è capito che si deve fare qualcosa di responsabile. Di fronte alla crisi, non ci si mettono avanti i diritti, ma la capacità di stringere un nuovo patto sociale.
3. Si innova per uno scopo socialmente comprensibile. La sfida che conduce all'innovazione è il complesso competitività-tecnologia-obiettivi condivisi. La qualità della vita (ambiente, relazioni, identità culturali) è il nuovo paradigma del progresso: lo si capisce guardando alla realtà, anche se i comportamenti non sono coerenti per pregiudizi inveterati dovuti alla difficoltà a uscire dal precedente paradigma; per arrivarci ci serve un nuovo patto sociale comprensibile senza aspettare la politica ma costruito come un sistema di ipotesi e verifiche.
4. Si comprendono gli obiettivi e il nuovo patto sociale solo nella piena e chiara informazione su come stanno le cose. Con una grande partecipazione dei cittadini, visto che il pubblico attivo è stato la vera leva innovativa nell'informazione.
5. Ogni potere e autorità si riconquista legittimità, di fronte alla crisi pesantissima che affrontiamo, partecipando alla ricostruzione. Fare squadra è conveniente in questo scenario, non ha più senso la difesa delle posizioni contrapposte. Ci si mette insieme a ricostruire.

Ecco alcuni appunti presi al volo mentre si susseguono gli interventi:

Claudio Casadio era sindaco di Faenza. Oggi è presidente della Provincia di Ravenna. Commenta il messaggio di fondo di Impronta Etica. L'associazione di imprese interessate alla loro responsabilità sociale si è data un manifesto - chiamato Impronta 2020 - per svilupparsi nei prossimi dieci anni. Per lui l'etica è fatta di valori che ciascuno coltiva, ma forse non gli piace molto che sia un elemento di marketing. Anche perché un'azienda deve fare l'azienda, la politica deve fare la politica, ed è difficile che l'etica le guidi in assoluto: l'etica assoluta nella politica e nelle imprese può far danni, diventando un elemento di divisione e di mancanza di ascolto. Come tensione utopistica va bene. Non come bandiera di marketing. Alla ricerca del bene comune, dice Casadio, si deve partire dal porsi l'obiettivo di fare un po' il bene di ciascuno: inclusività, farsi carico di quelle parti di comunità che non riescono a stare al traino dei modelli di sviluppo o che soffrono di più per le crisi. Per andare avanti devi andare avanti insieme. Questo momento di difficoltà economico, al di là dei problemi specifici dell'Italia, ci insegna che nessuno se la cava più da solo. Negli ultimi anni, peraltro, abbiamo sviluppato molto il tema dei diritti, meno il tema del patto sociale: il diritto alla salute è giusto, ma un ricovero è un costo, che si può sostenere se tutti accettano di pagare le tasse; il tema dei diritti si sta trasformando nel tema del patto sociale. Siamo 7 miliardi, diventiamo 9 miliardi nel 2050, la crescita è altrove: è una presenza che non c'era, arriverà una moltitudine di consumatori, che avrà un impatto e delle conseguenze. Ebbene: come il diritto alla salute dipende da un patto sociale, anche la sostenibilità dipende da un patto globale. Le responsabilità dei cittadini, delle singole aziende, dei territori locali, nei confronti della sostenibilità sono grandi e tutti approvano l'aumento della consapevolezza in materia, ma dopodiché quando si tratta di fare ciascuno la propria parte, inizia tutto un sistema di obiezioni che porta a dire che va bene fare la sostenibilità ma purché le azioni le facciano gli altri. C'è irresponsabilità in una parte d'Italia sui rifiuti, c'è irresponsabilità in ogni altra parte d'Italia sul tema dell'energia. Descrivere obiettivi ambiziosi, molto spesso ammantati di valori come l'etica, valori assoluti, significa poi capire che quei valori e quei risultati vanno poi perseguiti con il contributo di tutti, ma per una parte è diritto e per una parte è responsabilità, una parte è soddisfazione e una parte è dolore. Se questa è una terra che ha raggiunto una qualità di vita eccellente è perché ciascuno ha messo sul piatto la propria volontà di migliorare insieme agli altri.

Maurizio Carini, amministratore delegato del gruppo Hera, e presidente di Impronta Etica. La sostenibilità sarà il principale fattore di crescita dei prossimi anni. Il cambiamento di scenario degli ultimi anni è enorme. Siamo in un contesto complessivo completamente diverso da quello che abbiamo conosciuto dal Dopoguerra in avanti. Il contesto nel quale lavorano le imprese è nuovo. Non attraversiamo una crisi finanziaria, ma molto più ampia e profonda. Si arriva a domandarsi se il sistema di mercato è giusto, visto che i suoi limiti sono così grandi. Le riflessioni da fare insomma sono enormi. Qual è il ruolo della sostenibilità in questo scenario? Che cosa è cambiato negli ultimi dieci anni? E come definisce le linee di sviluppo dei prossimi dieci anni? Kpmg dice che vanno dimenticati gli anni in cui la responsabilità sociale era un "abbellimento" dell'attività d'impresa e un elemento del suo marketing. Oggi la responsabilità sociale è un elemento di innovazione per migliorare la competitività delle imprese. La responsabilità spinge all'innovazione per accrescere il business. È un approccio completamente diverso. L'impresa non è più un'organizzazione concentrata a generare profitto e poi disposta a restituire alla società per "buonismo". Oggi il profitto si fa solo innovando e gestendo il business in base al tema della responsabilità sociale. Dieci anni fa l'85% dei rifiuti andava in discarica, nessuno si lamentava. Oggi in Romagna siamo leader a livello nazionale nella raccolta differenziata ed è un punto fondamentale della nostra attività di impresa e se non la miglioriamo ci buttano fuori dal mercato: oggi portiamo solo il 25% in discarica ma ci criticano per questo e dobbiamo migliorare ancora. Il business in quel settore è strettamente condizionato dalla pratiche di sostenibilità. Stesso discorso sull'energia: dieci anni fa importava fare energia elettrica in qualunque modo; oggi tutte le aziende del settore fanno pubblicità solo in base alla loro capacità di produrre energia da fonti rinnovabili e questa è la principale leva commerciale. È così dappertutto. Nell'alimentare, tutto "bio". Nell'edilizia, tutto risparmio energetico. Michael Porter dice: le imprese che stanno fuori dal ciclo della sostenibilità saranno espulse dal mercato, un po' come un tempo si diceva delle imprese che stavano fuori dal ciclo dell'informatizzazione. Impronta Etica si è data un manifesto: l'impresa come soggetto dello sviluppo del suo territorio; impresa capace di interiorizzare i principi di responsabilità sociale facendo della sostenibilità una parte integrante dei propri processi e sistemi di gestione; il concetto della trasparenza per tutte le imprese è diventato un imperativo categorico.

Giovanni Panebianco, direttore per i rapporti istituzionali del Dipartimento politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri. Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. È chiaro che i tre aggettivi stanno insieme o non funzionano. La strategia 2020 è l'elemento fondamentale della nuova governance economica europea che succede alla strategia di Lisbona e che dimostra la consapevolezza che occorre dotarsi di un coordinamento più forte delle politiche economiche. Obiettivi chiave europei e nazionali. Obiettivi su quanti lavorano, quanto si fa ricerca, quante emissioni si possono accettare, sottrarre 20 milioni di persone alla povertà. Crescita verde, agenda digitale, riduzione della povertà. Intanto, la nazione deve avere conti a posto e darsi un percorso di crescita.

Seguono gli interventi delle aziende associate a Impronta etica: Giovanni Monti, Coop Adriatica; Ivano Minarelli, Camst; Giancarlo Ciani, CCC; Filippo Bucchi, Hera; Carlo Pezzi, Romagna Acque; Raffaele Nardi, Igd.

Apps e WebApps si avvicinano

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Man mano che avanzano i sistemi per scrivere facilmente html5, si avvicina il momento in cui le webapps potranno competere dal punto di vista produttivo con le apps. Naturalmente dovranno esserci non solo editor di webapps ma anche sistemi per consentire a queste ultime di usare tutte le funzionalità dei cellulari e dei tablet (localizzazione, fotocamera, sensori di movimento, ecc). Ma la storia si sta muovendo anche in questa direzione. (GigaOm)

Le webapps hanno il vantaggio strutturale di poter essere distribuite con il web e usate con il browser, mentre le apps devono essere distribuite con i negozi di apps di proprietà dei costruttori delle piattaforme, come Apple e Google. Alla fine potrebbero diventare più vantaggiose per le aziende che non vogliono necessariamente dare il 30% del loro fatturato alla piattaforma che ospita le loro apps. Nell'editoria, questo sembra particolarmente interessante.

Vedi anche:
Mercato dei tablet
100mila utenti per la webapp di Ft
Apple newsstand e webapps
Web, apps e webapps
neelie_kroes_small.jpgL'ipotesi di fondo è chiara. Vogliamo risanare i conti pubblici. Se lo facciamo solo tagliando le spese e aumentando le tasse, abbiamo un effetto macroeconomico molto semplice: in un primo momento miglioriamo i conti, ma immediatamente dopo abbiamo un effetto di contrazione del Pil che riduce le entrate fiscali e peggiora i conti pubblici. Quindi, mentre riduciamo la spesa pubblica e aumentiamo le tasse, dobbiamo anche fare politiche di crescita del Pil. E poiché le risorse per farlo non sono elevate ma addirittura si contraggono, dobbiamo trovare soluzioni di sostegno della crescita che abbiano molta efficacia moltiplicativa. Questo si può fare solo nel quadro di una roadmap che unisca le azioni di contenimento del deficit pubblico alle azioni di incentivazione alla crescita. L'agenda digitale è una delle forme di questa roadmap.

Non c'è dubbio che lo sia. Perché, da Itu a McKinsey, gli osservatori concordano sull'idea che l'investimento nelle infrastrutture e nei servizi digitali sia un fattore di crescita del Pil dotato di un moltiplicatore molto elevato: spesa limitata effetti potenzialmente molto grandi, grazie all'effetto network, alla dinamica "palla di neve", alla logica non lineare e sostanzialmente esponenziale tipica della rete digitale. In quest'ambito, si danno parecchi insuccessi, ma alcuni successi tanto grandi da trascinare importanti accelerazioni economiche. Anche perché ogni digitalizzazione di successo ha effetti collaterali significativi sull'ecosistema a cui si riferisce, calizzando spiriti innovativi, migliorando la trasparenza dei mercati, rendendo più efficiente la collaborazione, abbassando i costi transazionali, moltiplicando le iniziative di imprenditoria sociale e di mercato. E così via. L'ottica è probabilistica, non deterministica. Ragionata, non meccanicamente burocratica.

Questa è l'ipotesi. La verifica si può operare solo agendo. Ma l'esperienza di altri paesi, dalla Corea alla Svezia e al Regno Unito, tanto per fare pochi esempi, dimostra che il risultato atteso non è irreale.

Il problema è che l'agenda digitale è spesso confusa con la spesa informatica della pubblica amministrazione locale e nazionale. Cioè appare come una qualunque delle forme di opportunità di potere, una tentazione per la corruzione, una pratica che rischia di alimentare lo spreco e comunque una delle questioni intorno alle quali si faranno fatalmente i tagli.

Invece, l'agenda digitale è un capitolo della roadmap. Tagli e investimenti, insieme: purché la ricchezza generata dagli investimenti sia superiore a quella sottratta con i tagli. L'agenda digitale si riferisce a un contesto tecnologico, economico, sociale e culturale dalle conseguenze così pervasive e ampie - e i suoi costi sono tanto orientati a diminuire nel tempo - che il suo risultato potrebbe essere proprio questo: crescita e tagli insieme.

Le azioni previste dall'agenda digitale non dipendono necessariamente solo da grandi azioni di concertazione o da ampi tavoli di discussione e governo dei diversi livelli dell'amministrazione. Forse dovrebbe essere anche una raccolta di idee di costo inferiore al risultato, una sorta di "imprenditorialità pubblica", sostenuta e interpretata alla luce della roadmap. Non una programmazione, ma una forma di incentivazione economica, sociale e culturale, fondata su un quadro interpretativo capace di valutare le azioni che hanno le maggiori probabilità di essere più produttive. Sapendo che si può sbagliare.

Il roadshow europeo del governo italiano sarà tanto più forte quanto più riuscirà a tenere insieme i tagli e il sostegno alla crescita. Il piano di uscita dalla crisi dipende da entrambi i lati della contabilità nazionale. Dopo anni di inadempienze, anni in cui i rappresentanti italiani mancavano di partecipare ai tavoli di discussione sull'allocazione delle risorse europee per lo sviluppo, anni in cui abbiamo dimostrato disattenzione ai nostri conti e alle opportunità che l'Europa puà costituire (non solo ai limiti che pone), ora dobbiamo cambiare registro: sia sui vincoli sia sulle opportunità europee.

Del resto la stessa Commissione europea ha bisogno di interlocutori più qualificati per implementare l'agenda digitale nei vari paesi. Uno dei suoi programmi, il Cef (Connecting Europe Facility), è un piano da 50 miliardi di euro per il miglioramento delle reti e dei servizi di rete digitale. Perché, dice Neelie Kroes, possono produrre mille miliardi di valore economico aggiuntivo in dieci anni. 


Dove trovare notizie? Ecco un elenco non esaustivo, mi scuso per tutti i servizi che non riesco a citare, ma spero che nei commenti l'elenco si arricchisca:

Agenda Digitale. Ottimo sito dell'Unione Europea con gli argomenti fondamentali dell'agenda digitale e un sistema di comparazione di dati semplice ed efficace che consente di provare le correlazioni principali tra le variabili e i fenomeni connessi.

Going local. Sempre l'Europa lancia una serie di iniziative adattate ai territori dell'Unione e orientate a comprenderne la validità. Se ne parla a Palermo oggi in un ottimo convegno organizzato all'Albergo delle Povere dalla Commissione Europea, la presidenza del Consiglio dei Ministri, la Regione Sicilia, Provincia e Comune di Palermo, con rappresentanti locali, della commissione dell'imprenditorialità sociale ed economica.

Agenda digitale per l'Italia. Un'iniziativa di persone che dedicano una parte del loro tempo a sostenere l'importanza del tema in Italia. Dopo una forte pressione qualche mese fa, che ha potuto far salire l'attenzione sul tema ma è anche stata sovrastata dalla crisi finanziaria dell'estate, ora mantiene un blog e alcune iniziative aperte. Il suo tema sta tornando all'attenzione per i motivi citati in questo post.

Igf Italia 2011. Tappa trentina del grande sistema multistakeholder che custodisce la qualità del sistema con il quale la rete si autogoverna, discute di come migliorarla, si connette con le altre strutture che si occupano del tema.

Dati.gov. Una sorta di portale che serve a trovare le iniziative orientate ai dati aperti e alla trasparenza dell'informazione di base della pubblica amministrazione italiana.

Digital Advisory Group. Una trentina di organizzazioni, imprese e università che collaborano per aliementare la crescita dell'economia digitale in Italia.


Vedi anche:
Il migliore dei Monti possibile - 21 novembre 2011
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione - 16 novembre 2011
On the roadmap - 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani - 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011


L'evoluzione del discorso Neelie Kroes sul copyright si approfondisce e va assolutamente seguita attentamente. Da leggere il nuovo speech (grazie alla segnalazione di JC DeMartin).

Nel discorso, il commissario europeo all'Agenda Digitale porta all'attenzione dei potenti un'innovazione concettuale di enorme importanza e una conseguenza normativa molto seria.

L'innovazione concettuale è che la ricchezza della produzione culturale viene generata dagli autori. E la conseguenza è che la normativa va centrata a salvaguardia e incentivo dell'attività degli autori.

Il salto concettuale è fondamentale. Perché prima di questo intervento, nei piani alti del potere si faceva una gravissima confusione tra il ruolo degli autori e quello degli editori. Con la conseguente ossessione per il tema del copyright.

Il copyright è il punto di incontro tra gli interessi degli editori e quelli degli autori. Ma mentre per gli editori è fondamentale, e infatti lo difendono con ogni mezzo, è solo uno dei modelli di business che servono agli autori. Alcuni di loro ne traggono enormi guadagni, ma la maggior parte non ne tira fuori un reddito soddisfacente.

Kroes sa che gli autori sono i grandi generatori di senso e i creatori di nuova cultura. La capacità innovativa di un paese, la sua consapevolezza, l'apertura mentale della quale ha bisogno sono alimentate dal lavoro degli autori e degli artisti. Questi sono troppo spesso pagati pochissimo e sostenuti in modo del tutto insoddisfacente dall'attuale sistema governato dagli editori e dal loro modello di business basato sul copyright e concentrato ossessivamente sulla difesa del copyright.

Sarebbe assurdo annullare il sistema del copyright. Ma è altrettanto assurdo puntare tutto sul copyright, in un contesto nel quale è sempre meno facile difenderlo e sempre più facile creare modelli alternativi.

Il problema è che gli editori hanno gestito finora il migliore sistema possibile per trovare un reddito agli autori. Ma le difficoltà di quel sistema non si devono riversare sugli autori come se non esistessero altre strade.

È un discorso giusto anche per gli stessi editori, alla fine. Gli editori cercano giustamente di rigenerare il loro business, ma non dovrebbero farlo puntando a loro volta tutto sulla difesa a oltranza, ossessiva, del copyright. O addirittura sull'allargamento dello spazio culturale coperto dal copyright. Questo va contro i loro stessi interessi perché vede nel pubblico - che gli editori dovrebbero servire - il loro nemico: il pubblico, nella doppia accezione di pubblico dominio e audience - è referente e partecipante della produzione culturale. Senza il suo appoggio, la cultura resta confinata nelle opere di chi pensa di produrla: l'arte e le opere autoriali hanno senso solo quando sono adottate dal pubblico. È in quel momento che il senso che generano emerge davvero. Il pubblico della produzione culturale non può essere più considerato alla stregua di un insieme di consumatori: è parte integrante della produzione culturale e come tale va rispettato. E se sta cambiando, coinvolgendo anche i vecchi modelli di business, il rispetto impone l'ascolto. Gli artisti e gli autori questo lo sanno. Gli imprenditori della cultura lo devono imparare.

Questo passaggio avviene attraverso l'innovazione nel business editoriale. Questo significa anche una moltiplicazione dei sistemi di generazione di reddito per gli artisti e gli autori. La Kroes lo sostiene. E ha ragione.

Vedi anche:
Io editore tu rete - 21 novembre 2011
L'arte fuori di sé - 18 novembre 2011
Brevetti e copyright - 7 novembre 2011
Il buono dell'editore - 7 novembre 2011
Occupy museums - 25 ottobre 2011
More about L'arte fuori di sé. Un manifesto per l'età post-tecnologicaA Bolzano, alla Classe dell'arte, Paolo Rosa ha parlato della sua visione sul rapporto tra arte e tecnologia. Ecco alcuni appunti.

«La tecnologia ci avvicina all'arte che ci avvicina alla tecnologia».

Una ha bisogno dell'altra. La tecnologia crea nuove opportunità per l'arte e alimenta e accompagna un'accelerazione della complessità. L'accelerazione della complessità ha bisogno di un senso. L'arte è la ricerca di un senso. E influisce sullo sviluppo della tecnologia, in modo che per esempio non sia più soltanto generata dalle logiche della finanza o della ricerca militare.

Ma l'arte esaurisce la sua capacità di comprendere il mondo se si avvita su se stessa (come spesso avviene nell'arte contemporanea tutta definita dal suo successo finanziario e dalla notorietà mediatica che raccoglie). L'arte ha senso se serve la comunità a riconoscersi: i riti e gli oggetti dell'arte possono essere un modo per la comunità di riconoscersi. Ma se la comunità si riconosce nell'arte, l'arte si ritrova fuori di se. Fuori dal suo oggetto e dalle sue pratiche autoreferenziali.

Allora l'arte è necessaria.

Si introduce un rapporto vero e generativo con il pubblico. È in quel riconoscimento che si vive l'arte come esperienza. L'arte in un certo senso vive nel momento in cui vive nella memoria, quando è esperienza.

Ed è artista chi fa cose che hanno belle conseguenze.

Non fa più una bella forma, ma genera belle relazioni. E non c'è arte se non si occupa di sensibilità. L'artista disincaglia il sentire e sensibilizza. Contro l'anestesia culturale che la società attuale rischia o sperimenta.

Sicché alla fine l'arte è dono. Perché non può essere fatta per raccogliere denaro, altrimenti è al servizio del denaro. E questo la rende ribelle ma per una ribellione non distruttiva: diventa costruttiva.

Alla Classe dell'arte hanno parlato anche Antonella Sbrilli e Patrick Ohnewein che hanno portato importanti insegnamenti sulla ricerca e la didattica per la comprensione dell'arte ed esempi di innovazione tecnologica utilizzata dagli artisti. I riflessi dei loro contributi si troveranno sul sito dell'organizzazione.

Monti e Passera: sviluppo è modernizzazione

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Uno dei messaggi contenuti nella scelta dei ministri del professor Mario Monti è l'idea secondo la quale lo sviluppo economico italiano coincide con la modernizzazione delle infrastrutture.

Certo, ci sarà da fare una cura urgente sulla finanza pubblica. Ma in parallelo ci sarà da fare una cura importante sulle piattaforme territoriali e di comunicazione per attivare un circolo virtuoso di crescita e sviluppo.

Lo stato si ritirerà con le privatizzazioni da molte attività operative, ma nello stesso tempo entrerà di più in gioco attraverso il miglioramento delle condizioni di contesto per le iniziative imprenditoriali e per la qualità della vita.

La forza italiana è la creazione di valore aggiunto, ma le imprese che lo fanno possono essere valorizzate solo se vengono connesse meglio alle reti fondamentali che stanno sorreggendo la globalizzazione.

E' un pensiero fondamentalmente credibile. La finanza pubblica si sana se si sana il paese. I tagli hanno effetto se c'è crescita. Se questa accoppiata riesce, ce la caviamo.

Se questa accoppiata viene compresa davvero, anche il governo lo dimostrerà presto, a partire da una roadmap vera e coraggiosa per accelerare lo sviluppo delle opportunità offerte da internet in Italia.


Vedi anche:
On the roadmap
Dalle macerie alla ricostruzione
Una roadmap per gli italiani


Amazon e Apple

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Si confrontano due tablet e si scoprono due filosofie alternative. Apparentemente Amazon e Apple stanno proponendo due tablet, iPad e Kindle Fire. Ma seguono due strade molto diverse. E impostano due prospettive di sviluppo culturalmente opposte. Il pezzo da leggere in materia è di Steven Levy. Almeno per il punto di vista di Jeff Bezos.

Apple fa sistemi che derivano dal mondo dei computer personali. Il software si downloada e la cloud ha una funzione limitata fondamentalmente alla sincronizzazione di oggetti. Amazon è un negozio di contenuti e fa oggetti che servono a comprarli e consumarli con la cloud come vero centro concettuale.

La forza della Apple non è certo nell'iCloud. La forza della Amazon non è certo nel design e nella funzionalità dello hardware. Entrambi hanno capito benissimo il rapporto tra device e negozio online. Ma l'equilibrio tra il personale e l'online è diverso. Enrambe sanno dove mettere il baricentro per massimizzare il proprio distinto valore aggiunto. Apple più nel device, Amazon più nella vendita online. Le strade sono diverse. Non è necessario chiedersi chi vincerà. Ma di certo il confronto è aperto.

Padova vede il dopo

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Il sindaco di Padova Zanonato capisce: parla degli errori del vecchio governo e cita al primo posto il mancato investimento nella banda larga ("si può risparmiare ma non si può mancare di investire su quello che serve per crescere: è come mangiare la semente e non averne più per la semina"). Lo dice alla Camera di Commercio che celebra il suo Cerved, nato dalla visione di Mario Volpato nel 1974.. Dove parlano Massimo Marchiori e Ricardo Baeza-Yates (Yahoo!) grandi esperti di ricerca, digitale e semantica. Padova dimostra di lensare al dopo.

I nuovi muri da abbattere da Berlino...

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Angela Merkel ha dato una linea precisa, a Falling Walls: dobbiamo costruire una nuova Europa, basata su istituzioni che guidino le dinamiche democratiche in modo che non perdano di vista il lungo termine, l'interesse delle giovani generazioni, la costruzione del futuro. La ricchezza dell'Europa è destinata a essere nelle sue menti migliori, nella ricerca, nella formazione, dice la Merkel. Non sempre le dinamiche democratiche sanno valorizzare il lungo termine. Per questo le istituzioni devono essere costituzionalmente orientate a salvaguardare l'interesse di chi verrà dopo di noi. È un enorme muro da abbattere. Quello che impedisce di guardare lontano. Grande Merkel!

Gli appunti in diretta da Falling Walls sono su Crossroads.

Intanto, il contest sui muri che devono ancora cadere svolto su Timu è finito. La giuria ha preferito il piccolo documentario sul gay pride di Praga. Di questo fa un cenno anche la 27ora pensando a sostenere l'attenzione intorno a questa idea anche per l'anno prossimo. Da Falling Walls hanno detto che ne sono molto contenti. A proposito di Timu, anche Web Notes sulla Stampa ha deciso di appoggiare e adottare la dichiarazione sul metodo di ricerca per chi fa informazione online: un grande sostegno per un'idea che può forse dare un contributo all'allargamento dello spazio pratico comune tra coloro che offrono il loro tempo per la conoscenza di come stanno le cose. Poche parole semplici, ma che quando vengono pronunciate fanno incontrare le persone su un terreno di lavoro comune, dal quale scaturisce una pratica di collaborazione e scambio potenzialmente molto ricca.

L'Accademia del mobile

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Tempo fa intervistando Jeff Bezos - Amazon - gli ricordavo il tempo in cui diceva che una cosa che cresce del 3.000% è destinata a essere grossa. Quella sua frase vagamente truista era del 1994. Ma ora che cosa sta crescendo davvero tanto? Ha risposto: internet mobile.

La tecnologia mobile sta crescendo non solo in termini di device, reti e numero di utenti. Cresce qualitativamente. Le connessioni mobili, i sensori di movimento, le telecamere, la localizzazione, e molto altro fanno del mobile un mondo di innovazione qualitativamente enorme. La mancanza di una vera neutralità della rete mobile non consente tutta la libertà d'azione della rete fissa. Ma le applicazioni che si possono fare godono di uno spazio inventivo straordinario. Nel marketing, nella vendita, nelle relazioni sociali, nei giochi, nei viaggi... E se si riesce a connettere sagacemente il wifi possono essere anche aggirate alcune limitazioni alla neutralità. Inoltre, i giochi non sono fatti, Nokia sta forse tornando, con un impatto probabilmente calmieratore dei prezzi. Infine, il valore percepito dal pubblico è tale che nel mobile c'è una diversa disponibilità alla spesa da parte dei consumatori.

Tutto questo può essere interpretato in vario modo da imprenditori vecchi e nuovi, orientati al profitto o alla comunità. E in Italia il mercato mobile è tradizionalmente ricettivo. La sola cosa certa è che c'è molto da studiare e comprendere la dimensione digitale mobile. E il prossimo workshop della Digital Accademia (con un mio modestissimo contributo) si occupa con taglio molto pratico proprio di questo argomento.
Google è in mezzo a una serie di battaglie legali che riguardano il suo sistema operativo Android. In pratica, le aziende che producono telefonini con Android non pagano un dollaro a chi l'ha fatto, Google, ma pagano royalties ad altre imprese che hanno dimostrato di avere dei diritti su quel software, legati a loro brevetti precedenti.

Quindi Tim Porter, che per Google si occupa della questione dei brevetti, non è del tutto neutrale nei suoi giudizi. Ma le sue affermazioni vanno comunque lette e meditate. Perché toccano una questione che l'Europa per ora ha regolato meglio degli Stati Uniti. E che ha conseguenze abbastanza generali.

Il sistema dei brevetti, per Porter, non funziona. L'innovazione nel software si fa anche senza brevetti. Anzi, spesso i brevetti la frenano invece che sostenerla. Il software era meglio protetto con il copyright. Ma in ogni caso, quando una tecnologia non è definita in modo da avere confini chiarissimi, la brevettazione non ha senso.

Il principio fondatore del sistema dei brevetti era stato pensato in modo certamente consapevole di tutto questo. E infatti Porter non pensa tanto ai principi quanto alla pratica applicazione che recentemente si è dimostrata fallimentare in America, a suo parere.

Ma volendo essere un po' più larghi di vedute, si può dire che quei principi erano scritti per un mondo in cui gli oggetti brevettabili erano materiali e non per un mondo in cui le tecnologie sono immateriali. D'altra parte, il copyright funzionava meglio in un mondo nel quale i supporti per le opere d'autore erano materiali e funziona meno ora che si sono smaterializzate o comunque in un contesto nel quale i supporti sono digitali, fatti di reti, computer, oggetti mobili di ogni genere che hanno trasformato le opere a loro volta in software.

Significa che la riforma sempre più necessaria è la riforma del sistema della proprietà intellettuale applicata al software, nelle sue varie forme.

Questa riforma dovrebbe partire dalla consapevolezza di alcune esperienze fatte finora nel mondo del software:
1. l'innovazione avviene indipendentemente dal brevetto,
2. il brevetto serve se riesce davvero a monetizzare il valore dell'innovazione
3. se in un settore il brevetto non riesce a garantire quella monetizzazione e viene usato solo per frenare l'innovazione altrui, non dovrebbe essere applicato a quel settore.

C'è da domandarsi: in qualche modo, questo vale anche per il copyright, quando le opere sono fatte essenzialmente di software?

In ogni caso, questo non significa lasciare il software senza protezione o senza modello di business. Significa trovare un modello di business adeguato al software. Imho.

Il buono dell'editore

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Gran pezzo di Malcom Gladwell sul Newyorker dedicato a Steve Jobs, definito sorprendentemente come genio "editoriale". Nel senso - semplificando - di genio nel mettere insieme pezzi e squadre con un gusto e un pensiero strategico inaffondabili. Per servire e stupire e ispirare il pubblico.

Se questa fosse la definizione di un editore, sarebbe il lato buono dell'editoria. E in fondo, lo è. Significa anche che fare l'editore non è vendere prodotti editoriali. Ma disegnare l'organizzazione che li genera, con un gusto e un pensiero strategico inaffondabili. Con un orientamento fondamentale a servire e stupire e ispirare il pubblico.

Libri - INNOVAZIONE VINCENTE - Adriano De Maio

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More about L'innovazione vincenteAdriano De Maio ripensa alla sua vasta esperienza e scrive un saggio importante sulla politica dell'innovazione, dedicando questa riflessione al rilancio della capacità italiana di competere nell'epoca della conoscenza.

«L'ipotesi di base di questo lavoro è che ricerca e innovazione siano fra i più importanti fattori di sviluppo e di miglioramento della qualità della vita di una qualsivoglia comunità». Correttamente, De Maio parla di ipotesi. Ma in un mondo che cambia tanto velocemente, è ben difficile non accettarla. Fare ricerca e innovare sono le attività più direttamente connesse alla possibilità di adattare un sistema al cambiamento, di migliorarne le capacità di competere e di conquistare una leadership culturale che attiri i talenti, i capitali e le risorse fondamentali. Creando un flusso di attività e visioni che contribuiscono a costituire nell'insieme una prospettiva per la qualità e il senso della vita delle persone e soprattutto dei giovani.

Se si accetta dunque questa ipotesi, De Maio suggerisce di dare un'occhiata ai principi proposti dall'Ocse per formulare una strategia di innovazione, orientata a sviluppare economia e società, perseguendo uno sviluppo sostenibile, incentivando una visione di lungo termine.

I principi proposti dall'Ocse sono questi:

Empowering people to innovate
Unleashing innovation in firms
Investing in innovation and reaping its returns
Applying innovation to address global challenges
Improving the governance of policies for innovation

De Maio si occupa dell'ultimo principio, concentrando l'attenzione non solo sulla quantità di risorse destinate all'innovazione e alla ricerca, ma anche alle modalità con le quali sono assegnate: perché dalle strutture decisionali emegono i messaggi fondamentali che incentivano i comportamenti virtuosi e costruttivi, o che al contrario rischiano di suggerire comportamenti parassitari e distruttivi.

«Non è soltanto la quantità di risorse messe a disposizione che determina uno sviluppo efficace per una comunità: il fattore chiave è, prima e soprattutto, il metodo seguito per la decisione; anzi, quanto più è efficace il metodo seguito, tanto più è probabile che si generi una moltiplicazione di risorse, sia pubbliche sia private».

E il metodo riguarda la definizione degli scopi che si intendono raggiungere, la qualificazione dei soggetti in gioco e le modalità con le quali le risorse sono allocate.

Il libro si struttura in una profonda analisi di ipotesi e casi che le verificano, relativi alle strategie e alle pratiche di sostegno e incentivazione alla ricerca e all'innovazione, spesso vissuti in prima persona da De Maio, per poi passare a una importante analisi del sostrato fondamentale: il sistema della formazione. Non c'è dubbio che le contraddizioni e facilonerie con le quali l'Italia ha pensato e gestito la sua strategia e la sua pratica del sostegno alla ricerca e all'innovazione, insieme alla progressiva riduzione dell'attenzione al sistema della formazione, hanno a che fare con la difficilissima sfida che il paese attraversa in questa fase cruciale della storia del mondo. Non solo dal punto di vista dell'economia, ma anche da quello sociale e culturale.

Il libro parla di temi importanti e urgenti. Se il mercato e la politica sono troppo imbrigliati nella trappola del breve termine per occuparsi costruttivamente e saggiamente di ciò che è importante, occorre che la comunità ne prenda consapevolezza e cerchi di rispondere proattivamente. Ma De Maio scrive per l'amministrazione, supponendo che possa ritornare a comportarsi in modo razionale, saggio e lungimirante.



(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)

More about Steve JobsIntanto sto leggendo anche:
1. Steve Jobs, Walter Isaacson (Mondadori)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. John Kay, Il pensiero obliquo (Codice)


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Educazione - Spazio di sviluppo

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L'educazione si trasforma. Genera cittadinanza, coltiva identità culturale, costruisce network sociali, allena il cervello, diffonde informazione. Diventa l'investimento fondamentale in un'economia della conoscenza. Ha un problema: i frutti si colgono nel medio termine, il che la mette in difficoltà quando una società è spinta a occuparsi delle urgenze del brevissimo termine. E una delle crisi che stiamo affrontando, forse la più labirintica, è la concentrazione sull'immediato. Anche e l'unica via d'uscita è pensare al dopo. E costruirlo.

L'educazione si trasforma, anche se non ce ne occupiamo.

Non è più una questione solo di bambini. Diventa un'attività fondamentale a tutte le età. Non è più una questione solo di scuole. Diventa una rete di istituzioni e persone, socialmente pervasiva. È probabile che le risorse per l'educazione tradizionale continuino a diminuire ancora per un po', purtroppo. Dobbiamo trovarle altrove: anche nel mercato, nella beneficenza, nella comunità. Senza smettere di chiedere attenzione allo stato.

Molti stanno cercando di sviluppare opportunità in questo settore. E credo che le iniziative siano attualmente più in mano all'offerta, spesso derivante da start up. La Digital Accademia è una di queste. E cerco di dare una mano.

Intanto, la Kahn Academy sta guadagnando terreno con i suoi supporti educativi, concentrati per ora sulla matematica, che divertono e insegnano, costruendo relazioni tra i bambini in modo piuttosto efficace. È un esempio.

Top Hat Monocle mette a disposizione degli insegnanti un sostegno per le lezioni che si dimostra abbastanza divertente, comprende domande e risposte, dimostrazioni interattive e presentazioni preconfezionate. L'azienda, a quanto pare, ha già raggiunto il pareggio dopo meno di un anno di attività.

Ohanarama punta a divertire la famiglia con giochi educativi che possono nello stesso tempo sviluppare le relazioni tra generazioni.

Stickery produce apps per smartphone che i genitori possono dare ai bambini in età prescolare per farli giocare e nello stesso tempo per prepararli al curriculum scolastico. Le statistiche sui risultatti ottenuti dai bambini sono a disposizione dei genitori che possono così controllare il divertente lavoro fatto dai ragazzi.

Ci sono molte cose da fare in questo spazio. Dobbiamo rendere contemporaneamente divertente, importante e affascinante un qualsiasi percorso educativo. Ce la possiamo fare. Non c'è investimento più rilevante. Imho.

Stasera, Evgeny Morozov

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More about The Net DelusionEvgeny Morozov è stasera a Genova, al Festival della Scienza, per presentare la versione italiana del suo libro "L'ingenuità della Rete".

Più che di ingenuità della Rete si parla di ingenuità degli approcci ideologici, utopistici, tecnocratici alla rete. Morozov contesta le interpretazioni che vedono nella tecnologia internettesca una leva che di per se libera i popoli e le persone. I tecnocentrici e i cyberutopisti che Morozov descrive nel suo libro hanno avuto forse una funzione. Ma il pericolo di prenderne le opinioni alla lettera è evidente. Come ogni errore di prospettiva anche questo può condurre su strade sbagliate.

Le tecnologie di rete sono speciali: se non hanno utenti non hanno valore, anche se le loro funzionalità sono fantastiche. Ed è chiaro che per farle adottare, all'inizio può valere anche un approccio ideologico o utopistico o deterministico. Ma il mezzo raramente giustifica il fine. Se l'eredità culturale di questo approccio finisce per diventare un equivoco è importante che qualcuno lo dichiari e lo mostri con la lucidità di Evgeny.

Resta, a mio parere, il valore dell'utopia. L'energia culturale e sociale che serve a migliorare il mondo può incarnarsi di volta in volta in forme specifiche che la storia si incarica di superare. Ma resta il senso di superamento del limite che il pensiero utopistico può sostenere, quando è sincero.

E resta, casomai, un tratto specifico della tecnologia internettiana: che non risolve i problemi automaticamente ma sostiene le persone che intendono affrontarli, facilitando con le sue caratteristiche il passaggio all'azione. La rete aiuta a mettere insieme le forze, a collaborare, a creare soluzioni nuove, perché abbatte barriere che prima della sua diffusione erano molto più alte. La strada del progresso non è tecnologicamente determinata. Ma la tecnologia può aiutare chi la sa usare e chi ne comprende le conseguenze.

Gamification - Robotany dal Mit-Singapore-GameLab

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Robotany è un gioco nel quale i robot coltivano un bosco. Prodotto dal GameLab del Mit a Singapore, Robotany è una novità per il modo in cui sono programmati i comportamenti degli oggetti con i quali si gioca.

I programmatori di questo genere di giochi, di solito, sono obbligati a prevedere moltissime situazioni e impiegano tantissimo tempo per realizzare il prodotto. Con Robotany, sono gli utenti stessi a inserire le situazioni e i comportamenti che i robottini che coltivano il bosco devono tenere. Da questo vengono fuori gli algoritmi del comportamento degli oggetti del gioco e il risultato si produce più in fretta e in modo più divertente.


Economia della musica

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Roger McNamee, musicista e venture capitalist, parla del business della musica e tira fuori argomenti liberi da pregiudizi, ma basati su esperienza e fatti. «Non facciamo previsioni qui» dice molto correttamente «solo ipotesi». E le ipotesi sono tutte da ascoltare, rimuginare e provare.


Diaspora. È cominciata...

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Aperto il profilo su Diaspora, il nuovo social network fatto da volontari che promette di essere open source e orientato a garantire gli utenti in termini di controllo dei contenuti che postano e di privacy. I contenuti si potranno anche portare su un server di proprietà dell'utente. Si connette facilmente ai social network esistenti. Già localizzato in italiano. Propone subito di presentarsi in base ad argomenti di interesse che poi si possono seguire indipendentemente dalla conoscenza o meno di chi ne scrive. E a pensare alle persone con le quali si dialoga in base agli "aspetti" della vita quotidiana: famiglia, amici, lavoro, conoscenti. Ma si possono aggiungere altri "aspetti". C'è già anche la versione mobile, ovviamente. Ecco il blog di Diaspora.

Non si presenta come un attacco diretto a Facebook, ovviamente. Ottocento milioni di utenti non possono essere indotti in un giorno a pensare di avere sbagliato a scegliere la loro piattaforma in un giorno. Ma è una nuova alternativa. Ora non resta che provare la velocità della curva di apprendimento. Poi vedremo come va l'adozione.

Libri - OPEN LEADERSHIP - Charlene Li

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More about Open LeadershipCharlene Li scrive Open Leadership (tradotto in italiano per Rizzoli Etas) per spingere i capi delle aziende ad aprirsi alla nuova epoca e alla rete.

L'innovazione non esiste se non viene adottata dalle persone che la devono usare, valorizzare, adattare alla loro vita. Ed è difficile che le persone adottino qualcosa che non capiscono, che pensano sia loro imposto, che non è progettato per adattarsi alle esigenze di chi lo deve usare.

Le tecnologie di rete, le piattaforme, la gran parte dei servizi che richiedono per funzionare una partecipazione degli utenti alla generazione del loro valore richiedono necessariamente apertura e trasparenza da parte di chi li progetta. Certo, devono avere funzioni importanti per le persone cui sono rivolte. E spesso il modo suggerito dai progettisti per assolvere a quelle funzioni sorprende. Ma a quel punto si instaura un "dialogo" dal quale emerge il valore.

Di tutto questo si sente spesso parlare. Anche se non con la dovuta consapevolezza. Charlene Li fa un passo in più, perché è particolarmente preoccupata per l'autenticità del messaggio di trasparenza e apertura che viene proposto dalle aziende che offrono servizi di questo genere. È quasi più importante essere autentici che flessibili. A quel punto, una proposta potrà piacere o non piacere, ma non genererà un'aura di sospetto e sfiducia che la potrebbe affossare anche tra coloro che la potrebbero apprezzare. Questa autenticità è in fondo la conseguenza dell'apertura e della trasparenza, quando sono intese sinceramente per quello che nei fatti sono: la consapevolezza del fatto che le tecnologie che offrono servizio sono contemporanemente il frutto del pensiero e dell'azione di chi propone e di chi utilizza. Il mercato - l'incontro della domanda e dell'offerta - si trasforma: in passato, dati i prodotti, determinava il prezzo e la quantità di beni scambiati; oggi, oltre a questo, preliminare a questo in un certo senso, soprattutto per i servizi di questo genere, è una conversazione che stabilisce prima di tutto il valore percepito attraverso il dialogo tra chi produce e chi usa.

I social network sono piattaforme di servizi che hanno valore in quanto le funzioni offerte vengono riconosciute dagli utenti che le trasformano ulteriori servizi agli altri utenti. Per l'effetto rete, se molti utenti le usano acquistano valore, altrimenti, per quante funzioni abbiano, non ne hanno. Dunque gli utenti concorrono alla formazione dell'offerta. Solo a quel punto entra in gioco la tipica dinamica del mercato che fissa i prezzi. Magari coinvolgendo soggetti diversi (come gli inserzionisti pubblicitari). Se l'esperienza degli utenti che danno valore alla piattaforma dovesse apparire inautentica, perché troppo soggetta per esempio, alla ricerca di pubblicità, probabilmente la piattaforma perderebbe valore. Di fatto, viene prima la costruzione di valore - culturale, sociale - poi la monetizzazione. Tra la piattaforma e gli utenti che le danno valore occorre vi sia una sorta di complicità. Che può realizzarsi solo se la relazione tra la piattaforma e gli utenti è trasparente, aperta e autentica.

Questo per Charlene Li è un insegnamento che va molto oltre il mondo delle tecnologie dei social network. Perché coinvolge in realtà la maggior parte dei sistemi di servizi. Il libro non è fatto per lanciare un nuovo mantra. Ma per aiutare i leader delle aziende e le persone responsabili a comprendere quanto il tema dell'apertura e della trasparenza coinvolga le organizzazioni che sono loro affidate. E quanto impegno debbano dedicare a perseguire questa strada. Per tutti, è una lettura che sfida a comprendere alcuni passaggi organizzativi fondamentali che si stanno verificando nel passaggio dalla società gerarchica e relativamente lineare dell'epoca industriale alla società della rete, fondamentalmente complessa, dell'epoca della conoscenza.


(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)

More about Steve JobsIntanto sto leggendo anche:
1. Steve Jobs, Walter Isaacson (Mondadori)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. John Kay, Il pensiero obliquo (Codice)


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Da leggere per la tranquilla professionalità dell'idea. David Berube è un imprenditore seriale, uno che ha fondato più aziende con un buon successo. Essendo libero da una settimana, ha deciso di valutare alcune idee di business che gli erano venute nel corso della realizzazione del suo precedente progetto. Ne ha scartate molte in base all'esperienza e al ragionamento. Ne ha tenute vive alcune. E ne ha testate tre con il metodo che racconta sul suo blog.

Prendiamo l'idea di un sistema per facilitare l'agenda di un medico per la gestione degli appuntamenti con i pazienti. Una statistica che David ha letto dice che la metà degli appuntamenti mancati dai pazienti è causata dal semplice fatto che i pazienti stessi se ne erano dimenticati.

Quindi che si fa? Il servizio che David vuole testare, per decidere quale delle tre idee è la più promettente viene descritto con sapienza in una pagina costruita in modo professionale su Unbounce, una piattaforma per fare landingpages. Una frase sagace e una promessa, con la richiesta di lasciare un'email. La pagina viene pubblicizzata - su Yahoo! o Bing - con una piccolissima campagna per parole chiave. La reazione del pubblico, in un ambito tanto vasto di possibili clienti che usano quei motori di ricerca è un indicatore sufficientemente interessante per capire quale delle tre idee può avere più probabilità di successo. Solo allora si comincia a realizzare il servizio vero e proprio. (Fare la stessa cosa su Google, semplicemente costa troppo).

Decisioni sulle start up basate su un approccio "sperimentale". Con un drastico abbasssamento dei tempi e dei costi necessari a cominciare. Anche questa è una conseguenza dell'enorme conoscenza disponibile in rete e incarnata nelle persone che la usano e le danno vita. (Se si adotta questo metodo sperimentale, spero, si deve anche essere estremamente trasparenti con la rete, dicendo che la fase della start up è appunto quella sperimentale: ma questo sta alla sensibilità di chi adotta il metodo).
Secondo ArsTechnica, il governo francese sta adottando diffusamente il software LibreOffice, una suite open source che fa le funzioni di Office e che è sviluppato dalla comunità. Si dice che LibreOffice abbia 25 milioni di utenti nel mondo. Naturalmente è connesso a OpenOffice.org. Si pensa che l'adozione da parte delle amministrazioni pubbliche francesi possa portare un altro mezzo milione di computer (con Windows) a usare LibreOffice.
Mike Arrington, su Uncrunched, fa notare che Facebook quest'anno dovrebbe avere un tasso di profitto superiore a quello di Amazon, rispetto al fatturato. In effetti, è un dato notevole.

Perché possiamo non dirci jobsiani. And move on

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La celebrazione della vita di Steve Jobs alla Apple è stata un rito fenomenale, commosso e commovente, in onore di un uomo eccezionale, di fronte alla cui vita in molti si sono riuniti in ammirazione. Il video si può vedere sul sito della Apple ed è uno straordinario spettacolo. Ci sono gli amici, c'è Nora Jones, c'è Al Gore e molti altri ospiti. Un gesto culturale profondamente americano applicato a un momento umano importante.

Il rito costeggia le due possibilità che l'iTeam, la squadra costruita da Steve Jobs, può cogliere ora. Una è sbagliata. Una è giusta.

La prima è vivere nel ricordo di Steve. Pensare di continuare la sua opera. E costruire una sorta di religione laica intorno all'eredità del pensiero, dei valori e delle opere di Steve Jobs.

La seconda è assorbire profondamente l'esperienza di Steve Jobs, interpretarla, e andare avanti. Move on.

Il rito continua a dichiarare con i gesti e le emozioni che per la Apple questa è la scelta. Quello che stanno facendo ora costruisce quello che sarà. Il pericolo è che scelgano la prima strada. Sarebbero affari loro, in fondo, se non fosse che l'insegnamento è per tutti.

Steve Jobs, campione di empatia, lo aveva previsto, questo momento. E disse a Tim Cook poco prima di morire: «Adesso non vivere cercando di immaginare quello che avrei fatto io. Invece, sii te stesso: fai quello che è giusto fare».

Tutto di Jobs insegna che non si può vivere tentando di essere Jobs, o chiunque altro. La sua meravigliosa frase resta: «Il tempo che avete è limitato. Quindi non sprecatelo vivendo una vita scritta da altri. Siate gli autori della vostra vita». Ecco, per questo possiamo non dirci jobsiani. E una volta detto, move on.

L'Italia dov'è? A Genova. E dove va?

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La mostra l'Italia dov'è, al palazzo della Borsa di Genova, organizzata per il Festival della Scienza e realizzata da Codice e CarloRatti Associati, descrive tra l'altro l'innovazione tecnologica italiana e le connessioni tra gli innovatori italiani e il resto del mondo. Moltissima Europa, molti Stati Uniti, ma naturalmente anche Sudamerica e Asia... Una rete globale di relazioni scientifiche e tecniche unisce gli innovatori italiani a molte aree geografiche e culturali del pianeta. E oggi un po' se ne parla al Palazzo Ducale.

Il tema esplicito della mostra è questo: sappiamo dov'è l'Italia come penisola, ma potremmo sapere meglio in che relazione è rispetto al resto del mondo, almeno per quanto riguarda la cultura dell'innovazione. Ma c'è anche un tema implicito: per migliorare questa relazione che cosa possiamo fare? E la risposta si deduce: migliorare i collegamenti fisici, le infrastrutture, l'educazione...

Già. Perché i collegamenti tra gli innovatori italiani e il resto del mondo sono spesso la condizione necessaria perché le loro innovazioni si possano realizzare. E perché la loro "italianità" non è definita se non dalla loro educazione.

Perché se anche sappiamo dov'è l'Italia non sappiamo moltissimo su "chi sono gli italiani". O meglio abbiamo una molteplicità di idee in proposito. Sono italiani quelli che sono nati in Italia, da genitori italiani? Sono italiani quelli che hanno la cittadinanza italiana? Sono italiani quelli che hanno studiato in Italia? O hanno espresso la loro creatività in Italia? Tutto questo è un po' vero e un po' no. A seconda dei punti di vista. Ma che cosa è importante?

Se pensiamo agli italiani come diaspora di emigranti, pensiamo a un popolo con una sua sorta di genealogia e patria originaria comune. Un tempo si emigrava perché mancavano i mezzi materiali per campare nella terra di origine e ci si faceva una nuova vita in un nuovo mondo. Poi si emigrava per mancanza di lavoro nella terra d'origine con l'idea di tornarci per l'epoca in cui non occorrerrà più lavorare, nel frattempo costruendosi una casa al proprio paese. Oggi molto spesso si emigra per mancanza di prospettive professionali sofisticate e meritocratiche nella terra di origine, pensando che forse un giorno si tornerà o forse non sarà possibile. Quando queste diaspore sono legate a un territorio, vale di più quello che l'Italia, come pensiero dell'origine: forse si sente pù spesso di una diaspora genovese o napoletana o siciliana che di una diaspora italiana; e l'ultima interpretazione dell'emigrazione, che dà sempre meno importanza al territorio originario, non fa che ridurre l'idea di diaspora italiana a un'ipotesi astratta.

Se pensiamo agli italiani come coloro che hanno la cittadinanza italiana, la loro origine e genealogia non interessa più. Interessa la loro capacità di conoscere e seguire le regole costituzionali italiane. È un po' come dire che è italiano chi vive in Italia, così come l'Istat dice che la famiglia è composta da coloro che vivono nella stessa abitazione. Ma allora quando si va all'estero e si ottiene anche una nuova cittadinanza si è meno italiani?

In realtà, la mostra indica che la soluzione è che siamo italiani perché abbiamo ricevuto una cultura italiana. E questo tra l'altro dimostra il valore del nostro sistema educativo, premessa di un grande potenziale ritorno economico - nell'epoca della conoscenza - nel caso che facendo conoscere questa alta qualità del sistema educativo si riesca ad attrarre talenti oltre che lasciarne partire.

L'Italia dov'è è una buona domanda. Ovviamente, l'Italia dove va è una domanda altrettanto buona.

Andiamo a vedere Genova

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Oggi al Festival della Scienza di Genova. Una storia lunga, di visione e di bella intelligenza, ha portato il Festival a diventare una tappa della narrazione italiana. Su uno dei temi strategici. A leggere il programma e le parole che spiegano gli eventi, si direbbe che stia evolvendo nel senso di raccontare la scienza anche nelle sue relazioni con l'economia.

L'economia della conscenza è il nuovo contesto di generazione di valore nel mercato che si sta aprendo. Laboratori, fabbriche e commercio non sono parte di una filiera lineare; i laboratori non vanno pensati come input produttivo della fabbrica; sono elementi di un sistema complesso dal quale emerge il possibile sviluppo.

Steve Yegge assicura che non ha imbrogliato

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Steve Yegge ha rilasciato pubblicamente una nota che criticava il modo in cui Google, l'azienda per cui lavora, pensa il servizio delle piattaforme e lasciandosi andare ad alcune considerazioni sul suo precedente datore di lavoro, Amazon, che non la dipingevano come un posto di lavoro idilliaco.

Molti hanno discusso intorno al sospetto che la comunicazione pubblica di quel post non fosse un errore ma una mossa fatta apposta. In realtà, quello che diceva era interessante di per sé.

Quindi anche il suo post di oggi va letto per quello che dice, su Google e su Amazon. Anche se contiene un'assicurazione apparentemente sentita: non ha fatto apposta a pubblicare quel post, è stato un errore. Davvero.

Ravenna parla al futuro

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A Ravenna, una bella manifestazione, ricca di energia e di buone notizie: Ravenna Future Lessons. Il progetto delle giornate, la ricerca presentata da Michela Parziale - economista, analista di ricerca dello Studio Giaccardi & Associati - i casi aziendali, dimostrano che a Ravenna e in Romagna c'è una forte competenza e consapevolezza delle dinamiche richieste dall'innovazione: operare in rete, rischiare innovando è meglio che rischiare di non avere innovato, dare fiducia ai giovani. I casi aziendali, Atlantide Scrl (cultura), Image Line Srl (ICT e web), Centro Iperbarico Srl (sanità), Molino Spadoni Spa (alimentare), PhiZero Srl (progettazione tecnica), Rifimpress Srl (meccanica di precisione), Rosetti Marino Spa (cantieristica navale), TRE Tozzi Renewable Energy Spa (energie rinnovabili), Madel Spa (chimica), Diennea Srl - MagNews (ICT e web), Reclam Srl (editoria e comunicazione), Micoperi Srl (costruzioni speciali), Itway Spa (ICT e sistemi), hanno dato esempi che vanno proprio in queste direzioni.

In un contesto forse più attento agli equilibri dei vari poteri locali che alla liberazione delle enegie innovative, ci sono tuttavia forze davvero orientate a costruire il futuro. Una bella lezione. Da ripassare.
David Pogue, il simpatico recensore di apparati tecnologici per le persone del New York Times, non è immune da una certa fascinazione per la Apple. E non ha mancato di segnalare l'arrivo di iCloud con la solita bella dose di ottimismo, anche se l'ha visto solo come un servizio di sincronizzazione (mentre potrebbe essere anche un servizio di collaborazione se si condividono documenti e altro...). Non l'aveva provato, o almeno non ancora, quando ha scritto. Poi ha aggiunto un update citando un collega che segnalava problemi su iCloud. Questi a sua volta citava il Guardian che osservava una certa frustrazione montante negli utenti. Spiegazioni fondamentalmente orientate alla quantità di persone che si collegavano contemporaneamente. Ma con troppe funzionalità non a posto. E varie complicazioni. Non sarà collegato, ma Pogue oggi ha parlato di Dropbox come di una tecnologia che semplifica la vita... (Funzioni diverse, certo, ma sempre nuvola...). Vabbè.

Probabilmente è tutto vero. Troppa gente collegata in un momento solo (c'era peraltro da aspettarselo). Troppe funzionalità tutte da testare. E troppa complessità di comandi da settare.

MobileMe non era stata la migliore delle tecnologie della Apple. iCloud, quando finalmente se ne doma il settaggio appare certamente più utile ed efficiente. Ma per ora il lavoro online della Apple continua a essere migliorabile. Una centralina di controllo per governare i settaggi in modo più semplice, per gli utenti, non sarebbe stata una soluzione impossibile e avrebbe facilitato la vita a molte persone. Meglio peraltro essere riusciti a comprendere lo strumento attraverso un attento lavorio di prove ed errori: chi ci è passato è più consapevole di come funziona lo strumento e può scegliere meglio il suo rapporto con la "nuvola" in versione Apple.

Yes, I cloud

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Ci è voluto qualche giorno. Poco tempo al giorno, per la verità. Ma un pensiero vagamente costante. Come quando una cosa che dovrebbe funzionare non funziona e pensi tutti i motivi per cui non funziona: chiedendoti se sei tu che sei imbranato o il sistema che è difficile. Provi timidamente le ipotesi più strane. Con la paura di sbagliare. E la delusione di non averci azzeccato. Poi trovi una cosa che forse c'entra forse no: se è giusta, è il sistema che ha sbagliato. Se è sbagliata sei tu l'imbranato.

Insomma, ora iCould funziona.

Ed era colpa sua. Aveva creato da solo una decina di calendari in più che nessuno gli aveva detto di creare. Alcuni veramente assurdi e ripetuti. Che duplicavano i segnali e rendevano impossibile alla cloud di capire quale comando era quello giusto. Li ho eliminati, con sprezzo del pericolo, e magicamente tutto funziona.

È magnifico! Aggiungi un appuntamento e dopo poco arriva anche sul computer. Aggiungi un contatto sul telefono e lo ritrovi quando apri la rubrica del computer. Senza connettere più nulla. I terminali si sono liberati di vincoli che non avevano più senso. Il passaggio è effettivamente epocale. È anche una sfida alla nostra consapevolezza: non possiamo permetterci di non sapere come funziona se vogliamo coltivare anche la nostra privata capacità di elaborare. Se non vogliamo che la frase pragmatica di Steve Jobs quando ha presentato la sua nuvola («la verità sta nella nuvola») diventi una religione.

Può darsi che averci messo una settimana a connettere la mia roba ad iCloud sia servito anche a capirne meglio il funzionamento. In questo senso non è stato solo un male. Di cerco, la lezione è stata interessante pur avendo lasciato qualche ipotesi aperta.

Può darsi che i milioni di persone che si sono collegati tutti insieme siano stati difficili da gestire. Può anche darsi che il mio account si sia trovato in coda e abbia aspettato a propagarsi. Per finire può essere che i miei contatti e appuntamenti fossero veramente molti. Sta di fatto che eliminate le scorie che ha prodotto da solo il sistema ora va.

Ma mi domando: ci voleva molto a mettere sempre sulla cloud una centralina di comando che coordinasse i setting sui terminali, in modo che su questi ultimi ci fossero pochissimi comandi da attivare? E invece che ne sono decine in ogni terminale e diversi in diversi programmi e applicazioni. Questa volta Apple ha deciso di rendere la vita un po' più facile a se stessa e un po' meno facile agli utenti. (Ma ho l'impressione che arriveranno anche alla centralina, prima o poi).

Ora, però, ho connesso un Mac e un telefono. Mi resta da affrontare un altro Mac e un iPad. Ma non ora.


I post precedenti:
Il passaggio su iCloud non è facile
Update: iCloud non è facilissimo

Crap detector - Il sensore di boiate

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«Ogni persona dovrebbe avere impiantato un sensore di boiate automatico funzionante. E magari anche un trapano e una manovella nel caso che la macchina si rompa». Ernest Hemingway ovviamente lo diceva molto meglio in inglese: «Every man should have a built-in automatic crap detector operating inside him. It also should have a manual drill and a crank handle in case the machine breaks down». Il riconoscitore di boiate è essenziale: per uno scrittore e per ogni persona che intenda essere l'autore della sua vita. (l'intervista sul "crap detector", di Robert Manning a Hemingway era su The Atlantic, 1965)

Giustamente, nel 1969, Niel Postman, co-autore di Teaching as a subversive activity (qui un pdf libero), riprendeva la frase di Heminway per spiegare quale fosse il ruolo dell'educazione in un'epoca che non poteva permettersi di non coltivare il pensiero critico: il suo metodo di insegnamento tendeva a indurre all'apprendimento critico i ragazzi attraverso un percorso di lezioni a base soprattutto di domande. Qui un discorso di Postman. (Peraltro non esiste un'epoca in cui ci si possa permettere di non colvitare il pensiero critico e Nathan Gilmour propone una piccola bibliografia storica in materia di crap detection). A TED alcuni speech sono orientati a discutere e sostenere il pensiero critico.

E Howard Rheingold offre una serie di consigli pratici per riconoscere le boiate e alimentare il crap detector quando si consulta quello che è pubblicato in rete. Rheingold è chiaramente un grande sostenitore dell'innovazione provocata dalla rete, ma non si nasconde la quantità di spazzatura culturale che contiene. E anzi, proprio per proteggere la rete da un'involuzione che la renderebbe praticamente inutilizzabile, Rheingold propone di diffondere un sistema di crap detection sempre più diffuso. Che parte da noi e dalla nostra capacità di apprenderne e scambiarne i rudimenti fondamentali. (È bello questo argomento, perché è serio, ma chiunque se ne occupi, Hemingway per primo, scrive con una bella dose di ironia). «L'inquinamento online è enorme, ma risolvibile» dice Rheingold. I principi fondamentali per riconoscere le pagine web credibili e quelle che sono fondamentalmente boiate):
1. Chiediti chi è l'autore (se non c'è autore l'indicatore del crap detector sale molto)
2. Quando trovi l'autore vedi che cosa ha fatto in passato e che cosa ne dicono gli altri (ma cerca di qualificare anche questi altri che dicono qualcosa di lui)
3. Valuta il design del sito (mica deve essere superavanzato, ma se è troppo, troppo amatoriale può indicare un autore troppo solitario per essere davvero attendibile)
4. Vedi se l'autore offre documenti e link per attestare quello che afferma
5. Cerca se altri hanno linkato e citato questa pagina (e se l'hanno condivisa su posti come Delicious)
6. Non sei paranoico se sospetti che qualche sito sia fatto apposta per imbrogliarti
7. La regola generale è: triangola, fai verifiche. Se per esempio ti occupi di questioni di ricerca o scientifiche, prova a cercare l'autore anche nelle pubblicazioni che tengono traccia della conoscenza da lui generata (Rheingold cita: «use the scholarly productivity index that derives a score from the scholar's publications, citations by other scholars, grants, honors, and awards. If you want to get even more serious, download a free copy of Publish or Perish software, which analyzes scientific citations from Google Scholar according to multiple criteria.»)

Rheingold fa molti altri esempi e cita diversi altre letture da fare per sviluppare un buon crap detector. Tra questi: John McManus per identificare il giornalismo affetto da partigianeria; Snopes per riconoscere le leggende metropolitane; e Factchecked.org, di Annenberg.

In italiano, sappiamo naturalmente del grande lavoro che fa Attivissimo. Nel nostro contesto, probabilmente siamo dotati di un termometro del crap detector che segna sempre qualche cosa vicino al massimo: ma il sospetto e la malfidenza sono talmente costanti da diventare scetticismo e cinismo. Finisce che non crediamo a niente, neanche a noi stessi. Sarebbe meglio fare di più per individuare le boiate con metodo e costanza, in modo da distinguere anche le buone idee. E valorizzarle. Per essere autori della nostra vita, dobbiamo riconoscere le boiate. E poi sviluppare le buone idee. Fare migliori servizi di documentazione delle boiate e un'ottima idea. Imho.

Cuoa: Faggin, Pistorio, Murari, Romano

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Oggi al Cuoa Federico Faggin riceve il Master onoris causa in Business Administration. Vittorio Mincato, presidente della Fondazione Cuoa, accoglierà Faggin e con lui Pasquale Pistorio, Bruno Murari, Aldo Romano. Italiani che hanno in modi diversi contribuito in modo decisivo dal punto di vista tecnologico e con impatto mondiale dal punto di vista economico all'evoluzione della microelettronica.

Faggin ha lavorato ai primissimi passi della realizzazione dei chip Intel e ha poi continuato anche come imprenditore all'evoluzione della microelettronica. Oggi è impegnato soprattutto nella ricerca ed esplora le frontiere più avanzate del suo mondo, là dove forse si troveranno macchine capaci di apprendere. Sappiamo ancora troppo poco di come funziona il cervello umano. E uno dei misteri più affascinanti è la consapevolezza: indagando intorno a questo concetto si stanno cercando nuove teorie e nuove tecnologie.

Pistorio ha costruito la Stm, il gigante della microelettronica che conosciamo oggi. È un padre per migliaia di persone che si sono trovate a vivere nel mezzo della rivoluzione elettronica anche stando in Italia. Murari è stato per la Stm un motore di innovazione e tra l'altro ha favorito la crescita della competenza dell'azienda nei sensori di movimento, un enorme successo costruito con il lavoro di una squadra straordinaria di tecnici e manager italiani. E Romano oggi guida la Stm lavorando per alimentarne lo spirito innovativo.

L'occasione di vederli e ascoltarli parlare insieme non potrà che essere istruttiva.

Wikitalia da Firenze, Torino, Matera

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Incontrato Riccardo Luna che ha contribuito a costruire Wikitalia. Riccardo spiega oggi la proposta sul Post. Parte con un'iniziativa di open government, puntando sui dati pubblici aperti per favorire la trasparenza delle relazioni tra le amministrazioni locali e i cittadini. Come si legge nel sito, le prime città che hanno deciso di collaborare offrendo liberamente i loro dati sono Firenze, Torino e Matera.
Le imprese sono interessate alle opportunità di business offerte dai social network. Comprendono che ci sono. Non sono ancora molto attrezzate per coglierle. Lo dice una ricerca della Bocconi:

Alla faccia del posizionamento del brand. Oggi sui social network le imprese fanno business. Così un commento sulla fanpage diventa l'occasione per attivare una conversazione e modulare una proposta economica. Facebook, Twitter, LinkedIn, Foursquare iniziano a impattare le vendite e i processi aziendali. E alla lunga l'intero business.
Lo afferma una ricerca dell'Osservatorio business intelligence dell'Università Bocconi, che fotografa il ruolo dei media sociali per le imprese italiane.
ALCUNI DIRITTI RISERVATI (CC BY-NC-SA)

A questo proposito, la Digital Accademia ha organizzato un workshop di due giorni intitolato proprio "Social media per far crescere il business", orientato ad aiutare le aziende a comprendere come agire sui social network. Ci saranno Gianluca Diegoli, Leopoldo Bianchi, Valentino Spataro, Vincenzo Cosenza, Mafe De Baggis, Davide Casali, Alberto Chiapponi. Il concept è di Valentina Paruzzi. (Disclosure: ho una piccola parte attiva nelle linee di sviluppo culturale della Digital Accademia).

Ipotesi sull'editoria: per guardare oltre Amazon

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Un pezzo di David Streitfeld, sul New York Times, segnala il panico che si sta diffondendo tra gli editori di libri americani per effetto dell'aggressiva politica di Amazon sui loro autori. Amazon sembra intenzionata a disintermediare la filiera produttiva editoriale mettendo direttamente sotto contratto gli autori per sostenere la sua soluzione di self-publishing con la quale chi scrive un libro lo può pubblicare e vendere senza passare da editori, agenti, librerie, e quindi ottenere una quota molto maggiore del valore aggiunto generato con il suo lavoro.

Non è che ci volesse molta intelligenza per capire che sarebbe successo. Se ne parla dal 1995. Certo, con l'avvento degli ereader o tablet di successo, dal Kindle all'iPad, il processo sembra aver subito un'accelerazione significativa.

L'ipotesi strategica deriva dalla storia dell'editoria. È un'ipotesi centrata sulla tecnologia.

More about PirateriaSecondo Adrian Johns, la filiera editoriale come oggi la conosciamo è partita dalla tecnologia della stampa. Gli stampatori avevano scoperto di poter pubblicare con successo non solo i libri di pubblico dominio, come la Bibbia, ma anche i libri di attualità. A partire dal Cinquecento e fino a tutto il Settecento, proprio gli stampatori riuscirono a ottenere il riconoscimento da parte dello stato del diritto esclusivo temporaneo della pubblicazione di certe opere scritte. Partendo dalla tecnologia e arrivando al copyright costruirono la loro industria.

Oggi gli editori tradizionali non controllano più la tecnologia. Tentano di salvaguardare il copyright come principio. Ma non possono obbligare gli autori a cederlo proprio a loro. La competizione tra gli editori si è complicata con l'arrivo di nuovi protagonisti, come Amazon, che guardacaso, sono quelli che controllano lo sviluppo della nuova tecnologia per pubblicare, leggere, distribuire e vendere i libri.

Si direbbe che la tecnologia sia il punto di partenza dell'industria editoriale. Ovviamente la cultura e la produzione autoriale si appoggiano in parte su questa industria, ma hanno una dinamica relativamente indipendente e possono spostarsi da un'industria a un'altra, da un modello di business a un altro. Per gli editori, invece, la tecnologia è decisiva: perché chi controlla la tecnologia ha le carte vincenti per controllare il flusso del denaro.

Oggi gli editori hanno la chance di difendersi. Ma solo imparando la tecnologia e cominciando a innovare a loro volta. Altrimenti saranno soppiantati dai nuovi innovatori della tecnologia per la pubblicazione.

In questo caso, la filiera editoriale attualmente conosciuta si spaccherà in molte diverse funzioni: scelta e valutazione del valore qualitativo delle opere, marketing, editing, titoli e copertine, forme di archiviazione, e così via. Non c'è ragione perché queste funzioni spariscano: anzi, dovranno crescere. Non c'è ragione perché non continuino a essere svolte dai vecchi editori, ridimensionati. Ma non c'è ragione perché non vengano svolte anch'esse da nuovi soggetti.

L'editoria tradizionale, dopo quindici anni di internet, si stupisce ancora delle conseguenze dell'innovazione tecnologica. È ora che smetta di stupirsi e cominci a innovare. La competenza degli editori è ancora enorme e preziosa. Nel tempo, alle funzioni industriali e commerciali hanno aggiunto una rara capacità di influire - spesso positivamente - sulla produzione culturale. Sono diventati a loro volta protagonisti dell'avanzamento culturale. Questa competenza non andrà dispersa, perché anche i nuovi potenziali soggetti emergenti nasceranno da quella storia, ma non è sicuro che l'equilibrio culturale migliore sia quello in cui da una parte ci sono pochissime piattaforme globali e dall'altra ci sono miriadi di piccoli soggetti che fanno gli autori, gli scopritori di talenti, i recensori, i consulenti di marketing, e così via. Un buon equilibrio richiederebbe forme di aggregazione più ampie non solo dalla parte della commercializzazione ma anche dalla parte della produzione di idee. Probabilmente.

In ogni caso da innovare c'è molto. Penso per esempio alle forme di memorizzazione che il sistema della biblioteca con gli scaffali di libri garantivano e che invece si volatilizzano con i reader che a loro volta contengono metafore di scaffali molto meno efficaci per chi debba ricordare dove ha letto che cosa. I reader sono fantastici invece per selezionare e ritrovare le sottolineature e le citazioni, anche se si può fare molto di più di quanto si faccia ora, per aiutare la memoria a non abbandonarsi completamente all'idea che tanto tutto è registrato in una macchina: il pensiero ha bisogno di ricordare non solo di sapere come ritrovare. Ci sono innovazioni nella gestione della conoscenza, ma anche nella valutazione delle autorità culturali emergenti che poche piattaforme tenderanno sempre a dare attraverso formule più o meno quantitative e che invece richiederebbero a loro volta percorsi qualitativi più attenti. Sono solo piccole idee sui filoni di indagine che si possono sviluppare. Del resto, l'archiviazione della conoscenza e il suo riutilizzo sono decisivi per non abbassare il livello complessivo della cultura. E qui c'è tecnologia da innovare. Per adesso le piattaforme surfano sulla superfice del fenomeno. L'innovazione profonda è ancora tutta da fare. Ma qualcuno di certo ci sta lavorando. E quindi per gli editori tradizionali, nell'ipotesi qui formulata, non c'è più moltissimo tempo da perdere. Imho.
Doveva restare un memo interno e invece è stato pubblicato per errore in modo che tutti potessero leggerlo. Steve Yegge di Google dice cose molto interessanti sulla differenza tra scrivere software per fare un prodotto e per fare una piattaforma.

Scrivere una piattaforma richiede un pensiero generoso, aperto e orientato al lungo termine. Da leggere assolutamente. Non solo per le aspre critiche a Google e, per motivi diversi. a Microsoft e Amazon.. Per Yegge, in effetti, Amazon ha capito l'idea di piattaforma anche se ci è voluto un atto quasi "violento" di Bezos per imporla. Google dice sta ancora pensando di fare prodotti. Sono idee sue, ovvuamente. Ma il concetto di piattaforma, come oggetto il cui valore è definito dagli utenti e degli altri sviluppatori esterni, è ben descritto. La piattaforma è struttura, lungo termine.
Una massiccia e storica evoluzione si sta compiendo oggi con l'arrivo di iCloud. Nel mondo Apple questo significa che il centro passa dai singoli apparecchi alla farm di server centrali gestiti remotamente dalla casa di Cupertino. Si espande la memoria e si dissolve nella nuvola.

Il passaggio è enorme e difficile, come documentano le difficoltà segnalate da Tuaw.

Molti gradiranno la sincronizzazione facilitata di tutta la memoria dei vari apparecchi. Specialmente gli iPhone e gli iPad ci guadagnano enormemente. I Mac si adattano al nuovo ruolo. Ma mantengono i gradi di libertà in più che i sistemi operativi mobili non hanno.

In questo passaggio noi utenti possiamo seguire l'onda o pensare in modo consapevole.

Per essere consapevoli, dobbiamo ricordare che:
1. nell'internet mobile non c'è network neutrality, nell'internet fissa c'è
2. i sistemi operativi mobili hanno capacità orientate alla fruizione più che alla creazione, mentre i sistemi operativi dei computer sono ancora orientati più alla creazione che alla fruizione
3. la memoria personale che sta sul computer è un valore non paragonabile alla memoria spersonalizzata che sta nella nuvola

Per essere pragmatici possiamo pensare che:
1. quello che è comodo è comodo e va usato, come la sincronizzazione remota di ogni oggetto che contenga cose "pubblicabili"
2. quello che è riservato è riservato e va tenuto sulla propria memoria "personal"
3. mantenere e coltivare la conoscenza di come funzionano le cose che usiamo ci salva dalla dipendenza da quelle cose e dalle aziende che le producono

La registrazione dei fatti della vita quotidiana va nella nuvola. Gli strumenti che servono ai nostri atti creativi e liberi non sono tutti nella nuvola.

Oggi acquistiamo una libertà in più. Ma solo se non dimentichiamo la libertà che ci conquistiamo da soli.

Abitare cooperativo a Milano

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Il progetto Zoia vuole creare a Milano nuove abitazioni e botteghe, a prezzi sensati, attirando intelligenze che vogliano usare i servizi dell'incubatore di imprese cooperative. E raccontando tutto il processo di progettazione, assegnazione dei lavori, realizzazione e sviluppo sul web, con Zoiablog. (via Federica Verona, architetto e coordinatore del progetto). Buon lavoro...
Vorrei dar conto di una discussione che si sta sviluppando intorno a un tema emozionante. Grazie per tutti i commenti che sono stati proposti su questo blog, su Twitter, su Facebook, su Google+. Mi scuso in anticipo per la lunghezza di questo post e per gli errori che inevitabilmente contiene. Si tratta di un nuovo capitolo, non certo del finale della storia...

Puntate precedenti - Il tema della ribellione in Italia visto dall'estero

Viaggiando all'estero, dicevo in due post di qualche giorno fa, mi chiedono spesso: «perché gli italiani non si ribellano?». Non voglio riassumere quei post. Solo ricontestualizzare il tema per aggregare i commenti. Per chi si stupisca di questa domanda la spiegazione è semplice.

Le cronache dedicate all'Italia di molti notiziari stranieri danno conto del fatto che l'Italia sta mettendo a rischio la stabilità dell'economia globale e la causa, semplificata ma realistica di molti media internazionali, è l'incapacità del suo governo di gestire la crisi. L'urgenza del momento e la difficoltà del sistema politico a rinnovarsi per via normale, essendo piuttosto bloccato da un gruppo di potere incredibilmente arroccato sulle sue poltrone, fa emergere l'opzione a prima vista stupefacente della ribellione.

Ma lo stupore è meno vivo se si guarda alla situazione con occhi distaccati. Vista dall'estero, l'Italia è un ottimo produttore di merci di qualità, è una meta turistica di prima importanza, è un luogo della cultura antica e tradizionale, è un paese di mafia e spazzatura, certamente conta poco politicamente. Ma in questo momento è al centro dell'attenzione perché il suo debito pubblico fa venire l'acquolina in bocca agli speculatori e mette a rischio la tenuta dell'euro e della finanza globale. Visto dall'estero il governo è guidato da una persona che pare pensare a tutto salvo che a tenere la rotta dell'economia del paese. I suoi comportamenti scandalosi non appaiono perdonabili in molte democrazie occidentali dove i politici si dimettono per infinitamente meno: ma sarebbero affari degli italiani se non fossero collegati con l'incapacità di guidare il paese fuori dalla crisi. Cambiare capo del governo appare dunque una necessità, è l'opinione prevalente per chi accetta quest'analisi, ma se il parlamento non ci riesce, allora la popolazione deve intervenire.

Se gli italiani non fanno nulla, la vergogna per questa situazione non è più solo del capo del governo e diventa anche la vergogna anche dei governati. Certo, i più avvertiti sanno che il sostegno al governo è dovuto anche all'incredibile controllo dei media da parte del capo della forza politica di maggioranza. Questo, però, significa che la democrazia italiana non è compiuta e il sistema si configura come semi-autoritario.

In altri paesi del Mediterraneo a dubbia democrazia, la ribellione popolare è riuscita a cambiare governi autoritari e inefficienti, perché non succede in Italia?

Ovviamente, l'assunzione di partenza, quella secondo la quale l'Italia non è una vera democrazia, appare piuttosto estrema. Molti italiani pensano di essere in una democrazia e sono convinti che la situazione si possa riformare per via elettorale.

La chiara vittoria della visione critica nei confronti della politica attuale che si è realizzata nel caso delle elezioni di Milano, Napoli e Cagliari, e soprattutto nel caso dei referendum, avvalora questa tesi. Anche perché è stata una vittoria che ha dimostrato come la televisione non sia in grado di controllare le coscienze fino al punto di impedire l'espressione della volontà popolare: la televisione ha osteggiato in modo palese i referendum, non dandone conto se non in modo sporadico e qualche volta impreciso, in piena coerenza con la campagna favorevole alla diserzione delle urne, mentre l'informazione che si è prodotta in rete appoggiata da molti giornali cartacei tradizionali è riuscita a mobilitare le persone e a convincerle ad andare a votare. La via democratica al rinnovamento, insomma, appare ancora aperta. E, per chi consideri importante quella vicenda, questo significa che la ribellione può attendere.

Purtroppo però le conseguenze delle elezioni locali e del referendum sono restate limitate a quei casi. Il governo è restato al suo posto e il blocco decisionale che impedisce di affrontare la crisi attuale resta.

Di fronte alla crisi il governo ha prima tentato di negare ancora una volta l'urgenza, poi sulla scorta delle pressioni della Bce ha deciso una manovra, per poi modificarla un'infinità di volte. Attualmente, si è bloccato sulla nomina chiave della guida della Banca d'Italia. In ogni caso, le decisioni sembrano prese in reazione alle pressioni dei mercati e dei partner europei, non c'è strategia di crescita economica, non c'è visione. Il tappo al rinnovamento del paese resta. Con esso resta l'ipotesi della ribellione.

Le spiegazioni storiche della mancata, per ora, ribellione degli italiani

La ribellione, tuttavia, per ora non si vede. Ci sono molti gruppi di protesta, certo, molte aggregazioni critiche nei confronti del governo spesso organizzate online, discussioni infinite sulla casta, la classe politica, l'inadeguatezza dell'opposizione, gli scandali, e quant'altro. Ma certo non c'è niente che si possa chiamare "ribellione" e che abbia la forza di fare l'agenda del paese con qualche possibilità di rinnovare la politica.

Nei post precedenti si sono ricordate alcune radici storiche di questa situazione.

Gli anni Settanta sono ancora presenti nella memoria del paese. Il terrorismo di destra e di sinistra non ha mai raggiunto una capacità di attrazione significativa nel paese e ha invece lasciato il ricordo dell'unico risultato di quel genere di azione: la devastazione inutile e insensata della violenza.

Gli episodi successivi, con i casi delle dimostrazioni di alcuni gruppi di no global, le vetrine rotte e gli scontri con la polizia, hanno lasciato altre terribili immagini nella memoria.

Lo stato non ci ha fatto mai una gran figura, ma di certo non l'hanno fatta neppure i violenti. La ribellione distruttiva non è un'opzione che possa raggiungere una qualche forma di consenso significativo in Italia. Per ora.

D'altra parte, la società italiana è profondamente divisa. C'è una parte importante della popolazione che viene definita dall'Ocse "funzionalmente analfabeta": addirittura un terzo degli italiani non sanno comprendere quello che leggono. Il loro accesso all'informazione è completamente legato alla televisione e corretto solo dal passaparola nel loro entourage. Un decimo della popolazione è ipercollegato, legge e si informa con una dieta mediatica ricchissima, non manca di informazioni dall'estero e ha la capacità critica sufficiente a comprendere la gravità della situazione. Ma non è certo una categoria unitaria. I giovani sono quasi tutti connessi ma spesso non hanno modo di coltivare speranze, in moltissimi casi basano la loro sussistenza sull'aiuto dei genitori, potrebbero essere disposti a rischiare se vedessero qualcosa per cui rischiare: una politica di protesta, un'opzione imprenditoriale, una fuga all'estero, sono possibili ma solo per coloro che vedono come realizzarle. In molti casi, la loro storia è legata alla conquista di un brandello di contratto a breve termine, con pochissime chance di sviluppo che verrebbero annullate se il loro comportamento fosse meno che disciplinato. Poi ci sono i leader dell'innovazione, presenti nelle università, nelle imprese, nelle associazioni e fondazioni, persino nelle amministrazioni pubbliche: ma si tratta di persone apparentemente isolate, che portano avanti il loro senso del dovere e la loro passione rinnovatrice in un contesto che certo non li aiuta. Altri sono criminali: evadono le tasse, costruiscono dove è proibito, fanno attività illegali. Altri hanno fede e aspettano. Altri sono connessi e lavorano per costruire network, ma il loro lavoro è ancora ai primi passi: influiscono sull'agenda sporadicamente e non stabilmente.

Una ribellione è spesso l'iniziativa di una minoranza che riesce però a interpretare una domanda di rinnovamento maggioritaria.

In passato, una ribellione di successo veniva portata avanti dalle élite sociali e culturali oppure dalle avanguardie rivoluzionarie e le sue probabilità di ottenere risultati erano dovute al contesto di una società compatta, nella quale i modelli sociali e i legami organizzativi erano facilmente leggibili. Ceti sociali ben individuati, aristocrazia, borghesia, proletariato: pochi leader potevano far crescere un cambiamento di valenza generale.

Nella società dei media di massa questa condizione si è progressivamente sciolta in una struttura sociale molto meno coesa. I ceti sociali sono in un certo senso spariti, mentre sono cresciute le aggregazioni informali e si sono sviluppati i cosiddetti "target": gruppi di interessi comuni, aggregazioni omogenee per capacità di spesa, età, localizzazione geografica, hobby, professioni e quant'altro. I media hanno cercato di interpretare la popolazione in termini di target e l'hanno raccontata coerentemente, fino a influire sulla realtà e fare emergere davvero dei gruppi separati di persone. Il disorientamento è stato gestito dalle poche centrali emittenti di senso e informazione. Fino a che ha tenuto, questo sistema è servito ad aumentare i consumi e ridurre le tensioni sociali. Ma era troppo artificiale per tenere a lungo. Non tiene più. Non corrisponde alla realtà e all'esperienza. Anche perché i media di massa stanno rifluendo nel passato.

Le persone oggi non si riconoscono in un target, sentono di vivere identità multiple, interessi insieme contrastanti e coerenti, linguaggi e ideologie divisive, senza corrispondenza con le classificazioni tradizionali e con quelle del marketing. Inoltre, la rete consente loro di unirsi in gruppi che possono scegliere di volta in volta, non necessariamente con coerenza, molto spesso però in modo più curioso che strutturato. La società è diventata un insieme di minoranze nessuna delle quali sembra capace di esprimere qualcosa di generale. Ma la stessa rete offre opportunità nuove anche per la riunificazione dei comportamenti. Suggerendo la sperimentazione di soluzioni continuamente nuove. Il cui effetto finale deve ancora essere valutato appieno. Si sta coltivando l'emergere di un nuovo modo di rappresentare la società. Non ne vediamo ancora la forma intera.

Lo spaesamento è evidente. La capacità di leggere le conseguenze delle proprie azioni è scarsissima, almeno per quanto va oltre il quotidiano o poco più. L'ipotesi di rischiare qualcosa per una ribellione non trova il punto di appoggio intellettuale, culturale e politico per dar modo all'azione di svilupparsi. Si direbbe che prima di tutto occorra una ristrutturazione culturale. Un passaggio intellettuale che ricostruisca una visione condivisa. Dalla quale può emergere anche velocemente non una ribellione di breve termine ma una rivoluzione orientata al qualcosa di più lungo termine. E i commenti apparsi dopo i primi due post lo confermano.

I commenti - Le reazioni delle persone che hanno voluto partecipare alla discussione

Cerco di riassumere per punti le posizioni emerse nel corso della discussione sull'opzione della ribellione in Italia.

1. Non è un fatto solo italiano. L'Italia ha le sue specificità. La ribellione non sarà violenta.

Joi Ito, direttore del MediaLab: «I've called for the overthrow of the Japanese government many times and the funny thing is that many government and corporate leaders agree with me. However, rebellion never happens in Japan. There are many differences but many similarities.
It's very interesting to read your post and reflect on these similarities and differences, but I think the Arab Spring shows us that even in very unlikely places, a dash of courage and timing can cause unexpected results.
Good luck in your reform/rebellion. When you finish, come and help me in Japan. ;-)».

John Lloyd, capo del Reuters Institute for the Study of Journalism: «I dont think, like you, Italy needs a rebellion. There is a world of difference between Italy and the Arab states; most of all, in that Italians freely elect governments (it seems, very sadly, that the rebellions there will not achieve anything like democracy, or even better rule: though we should still hope) the issue is perhaps allied most closely to what you write: that many depend more or less completely on TV for news and opinions, and vote accordingly. Thus there must be a crisis - as there now is - to force change. At root is the corruption of the media».

Alex Roe, di ItalyCronicles: «An interesting piece. As a foreigner who has lived in Italy for over 10 years and who has written about this nation since 2005, I'd agree that a bloody revolution is not the answer to Italy's ills.
What Italy badly needs is a credible leader who believes in the country and Italy needs direction - it has none and is going round in ever decreasing circles.
This country has huge potential - but does not realise this, nor is it capable of realising its potential. Perhaps it's because Italians are too small minded.
Look at other nations - see what works and emulate it. Find out what does not work in Italy and make it work. It can be done - where there is a will, there is a way.
And to kick things off, Italians need to trust each other more and not try to rip each other off.
Forza, Italia! You can do it - if you want to...».

Giuliano, psichiatra e psicoterapeuta: «Splendido articolo dai tantissimi meriti:
- innanzitutto la volontà e la capacità di mettersi nei panni di una straniero, meglio se d'oltreoceano, e di guardare all'Italia senza tabù. Solo così è possibile quell'ipotetico raffronto con il Nord-Africa e con le sue rivoluzioni, raffronto che istintivamente ferisce la nostra vanità di europei.
- la riuscita sintesi di un ventennio di storia politica e sociale - e dunque anche massmediale - senza semplificazioni superficiali e/o forzature ideologiche. Certo manca il riferimento all'opera del principale partito di opposizione ma tale assenza è metafora dell'assenza di incisività della sinistra.
- capacità di differenziare gruppi e complesse dinamiche sociali ma di cogliere dietro le differenze quell'atmosfera diffusa di sfiducia in cui viviamo con la terribile quanto veritiera constatazione "And cynism leads to terror or to helplessness. We had terror in the past. Now we are experiencing helplessness".
- l'intuizione di una soluzione in un processo culturale di lunga durata in cui esperire insieme il nuovo, ri-raccontarsi (i traumi passati, i presenti timori, le speranze ma anche le paure future) in una sorta di collettiva terapia della parola, "talking cure" di gruppo, in cui lo spazio "terapeutico" di ripstto e dialogo è dato da nuove regole condivise.
- e soprattutto, quello che più ammiro, il coraggio di mostrare anzichè reprimere una personale contagiosa passione umana e civile senza la quale nessuno sviluppo, nessun rinnovamento culturale è possibile.
Grazie di cuore»

Marcello Barnaba, Sindro-me: «Man,
thank you for writing this. I share your ideas and your analysis, and I feel that we have to overcome the cultural barriers that separate ourselves and inhibit us to think that we're all on the same boat, with the same needs and issues, and by working together for a common goal we can accomplish everything we need.
It's a golden dream, but maybe it's not too far - as long as we keep pushing :).
Peace!»

Carlo Nardone, tecnologo: «Grande! Mi ricorda una considerazione di Umberto Eco riguardo alle domande che gli rivolgono i suoi amici stranieri sull'Italia.
Secondo me la chiave del "conundrum" e' come smuovere quel 55% medio non completamente illiterato e non ultraconnesso.
Attenzione a un paio di "were" che dovrebbero essere "where" e ancora complimenti per aver tratteggiato una perfetta storia dell'Italia recente per chi, nonostante tutto, ci vuole bene all'estero.»

2. Segnaliamo, discutiamo, connettiamo....

Da Twitter:

EthanZ Ethan Zuckerman
The possibility of an Italian revolution, from @lucadebiase, who explains why it hasn't happened yet: bit.ly/py90ID

madroot11 Matteo Radice
yes we need the change u talk about. We only need to learn again who we are as Italians picking up good things of our history.

cleliabrigitta brigitta
Acuta e interessante la tua analisi sull'assenza di ribellione in Italia. Concordo: è necessario un mutamento culturale.

LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase if the people are not #aware, can not win any battle
newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas.

newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas. @lucadebiase

LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase the problem is the #insane stubbornness to always be guided by someone. When the #civil conscience ?

newsfromitaly News from Italy
Many Italians are angry, very angry, but not rebellious bit.ly/oeJTi3 #Italy #comment @lucadebiase

alessiobau Alessio Baù
Su "The case for an Italian ribellion" di @lucadebiase e i desideri di noi giovani per l'Italia e per la rivoluzione goo.gl/AjC3F

eriklumer Erik Lumer
@lucadebiase great post! IMHO, Italians are lacking more than a shared vision. Also shared ethics and contemporary role models.

fedecherubini Federica Cherubini
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen. bit.ly/rouyYG

@valedowney and 3 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

MagriBellabarba Magrì Bellabarba
Tecnopassioni Daily is out! bit.ly/e1jG6O ▸ Top stories today via @lucadebiase

timetit Tiziana Metitieri
Helplessness. Shared vision. Rebellion. Italy. Mi torna in mente il bel post di @lucadebiase

clovisml Clóvis Montenegro
The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - @LucaDeBiase bit.ly/oewxG4

lucad1 luca dello iacovo
@lucadebiase ricordo bruce sterling a milano: disse che l'Italia era all'avanguardia nell'innovazione politica (risorgimento, fascismo, ecc)

2lifecast 2lifeCast
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen bit.ly/oeJTi3

tomcorsan tomcorsan
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen bit.ly/oeJTi3

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baffino_ Gabriele Orsini
@lucadebiase and the italian rebellion goo.gl/tfNU2

@bitforbit and @batty82 retweeted you
26 Sep : while preparing a follow up in Italian to "the case for an Italian rebellion", further comments are very welcome.. blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

bitforbit ronniescott 
@lucadebiase la ribellione è generata dalla necessità di un cambiamento. Se succederà come in Grecia allora la ribellione sarà sicura

mecoio mecoio
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

YOUrgent YoUrgent
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

pescegiallo Luca
@lucadebiase l'unica rivoluzione possibile in Italia: popolo di Facebook vs quello di Twitter. (preferibilmente lun - ven 8:30 - 18:00)

jessima Jessima Timberlake
Mostly agree RT @lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

lucasofri Luca
@lucadebiase perché in inglese?

segnal_etica Segnal_Etica
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TheGouldingMan #1EllieGouldingFan
@lucadebiase pls follow me back! ellie goulding, music & fun tweets here!! xD thx, it means a lot to me #TEAMFOLLOWBACK #goulddigger

ruggerotonelli Ruggero Tonelli
The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. http://j.mp/pdI1a8 A worth-reading #Italian #politics #howto by @lucadebiase

mediatoro Mediatoro
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KaliLoli KaliLoli
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eupetenza Eupetenza
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@bankstein and 14 others favorited your Tweet
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

ProgettoRENA ProgettoRENA
the wind of change _ the case for an italian rebellion _ [ via @lucadebiase ] _ why it doesn't happen. and what... fb.me/1h0qG6FwD
 
negoziatore Gian Marco Boccanera
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev
 
@8andre23 and 7 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

piranology Alessandro Pirani
RT @lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

Youstitia YouStitia
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

fondazioneahref Fondazione ahref
"The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen" @lucadebiase http://ow.ly/6EeBN

timetit Tiziana Metitieri
Anche stavolta preferisco Nova con Arduino e @lucadebiase in prima (+ altro ben trattato su neuroscienze) al @24Domenica. Alla prossima!

lawrenceoluyede Lawrence Oluyede
@lucadebiase @alessiobau being in English and on a blog an interesting analysis like this one will be read only by those 10% you mention :-)

HopeTeamBurton Marco Speranza
blog.debiase.com/2011/09/the-ca... /via @lucadebiase

Francesca3176 Francesca Frigeri
molto interessante "@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. - blog.debiase.com/2011/09/the-ca..." via @tigella

giulicast Giuliano Castigliego
RT @lucadebiase The case for an Italian rebellion. "Un profondo cambiamento culturale è il movimento tl.gd/da2e2k

dettoManzari Max detto Manzari
Interesting "@lucadebiase: The case for an Italian rebellion.Why it doesn't happen.And what could happen blog.debiase.com/2011/09/the-ca..."

gmboccanera Gian Marco Boccanera
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

IdeaSqueezer Emanuele Capoano
@beppesevergnini @twitt_and_shout @francescocosta @lucadebiase @dissapore @Tatarella TUTTI I VINI ORMAI SANNO DI TAPPO? #colpadifiniecasini

@paolosisti and 8 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

@bankstein and 6 others favorited your Tweet
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

glipari Giuseppe
@lucadebiase: Ci manca il futuro - goo.gl/juyjq e ci mancano i giovani

Paoloexe paolo eugeni
"@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca..."

3. I giovani al centro della storia, per la loro presenza, per la loro assenza.

By y.l. on September 27, 2011 3:25 PM
ciao luca, mesi fa sul manifesto uscì questo pezzo:
http://www.micciacorta.it/home/naviga-tra-le-categorie/15-movimenti/3612-i-giovani-e-la-rivoluzione-.html?ml=2&mlt=yoo_phoenix&tmpl=component
è legato essenzialmente alla questione giovanile e con l'eco nelle orecchie dei movimenti spagnoli, ma fornisce buone indicazioni generali a mio avviso. poi il problema è sicuramente molto complesso e stratificato.

Alessio Bau, su SocialMilano

Da Facebook:
Francesco Rigatelli è la questione del momento secondo me. vediamo se all inizio delle università succede qualcosa
Tiziana Metitieri Difatti il silenzio degli studenti è inquietante.

4. Tra cinismo, discordie e preconcetti non se ne esce...

By sara on September 25, 2011 8:28 PM
Non sono d'accordo con l'analisi, che per molti aspetti non è chiaro da che presupposti parta (non è la democrazia sostanziale che abbiamo oggi il problema, ma la cultura democratica che non si è alimentata negli anni... e di questo bisogna tener conto quando si pensa al dopo possibile...), ma ritengo che le conclusioni siano corrette.
Purtroppo oggi mancano i laboratori capaci di costruire/pensare visione per il futuro, ed è questa la grande sofferenza e paura che, almeno io, vivo.

By Vronsky on September 25, 2011 8:45 PM
Foreigners (and Americans specifically) don't see the difference between Italy and Libya because very often they can't tell which is which when they look at the map. In less than two years we will have elections and there's no need of a blood bath in the meanwhile, as you say. However, I think that a vast, peaceful rebellion is rapidly spreading all around the Country. The popularity of the current government is as low as 26%, which means that even illiterate people who spend much time watching at tv are proving able to understand the situation. The rebellion is in every post against the current state of affairs, like this great one, is whenever serious and respectable professionals speak loud in face of our miserable governors, is in every 'no' that honest people say to compromises.

By Roberto on September 25, 2011 10:20 PM
I think that the world does not know very well the Italians!
Who does not know the historical reality of Italy, from 1968 to today can not understand! We have lived for decades in an "excess" of democracy: I mean, in any discussion, in the '70s and '80s, you had to put into question, put yourself constantly in crisis, not to overwhelm the others. A continuous search for what could be more intellectually right
There were a continuous research for the "cultural avant-garde"; to searche a way of being socially useful, and democratic. The trade union movements, the labor rights, were in first place in public discussions. The cultural factors were all in the first place, (for not to be "retreau"! This happened for 20 years and over in Italy, every day...... In these 20 years the prevailing culture was of course left, always and absolutely liberal and democratic left-wing, super-democratic. The expectations of the people were great huge, everyone was expecting major reforms, major changes in the system of government, both central and local levels. Here in Italy we have lived for 20 years as if we were in Berkeley
in the years '67-71! Just like Charlie Brown and friends, in the same way!
I myself was first, in this way,at the high school, at thecollege and when I was professiona! I experienced everything!
At some point (in the 90s) the the reality fell upon Italy!Tthe true economic reality has rained down Italy: there were no more fascists to fight! There were no more perfects men of the labor movement ! Power was also pleasing to the left ! Came to the government
Craxi's Socialists, the opportunists-calculated with the system of bribes to political parties (phase "Clean Hands" 1993-94). Since then, Italian, disappointed by all the political Left, that for 30 years had made promises, began to think only of themselves, only of their interests, their economic affairs ..................=> and here comes Berlusconi, that represents all these things, (we say " like cheese on maccheroini ")!!! . In practice, the Italian says:" If they do not care of nothing and of the people, thinking only of their power, why should not I do it myself?
Even today we live in this condition, which is why the Italians did not rebel anymore! Who taught them for 30 years, being incorruptible, and gave constant cultural-reformist-revolutionary messages, was detected only an opportunist. A whole political class has so much disappointed that the Italian thinks: "In the end it's better as an entrepreneur Berlusconi, who is is not at least double ! It 'done so, think about the women, success in power, as most of the people of the Western world" So is the "disappointment", the disillusionment and disappointment, only the explanation of the behavior of Italian peolple; that's because they are tired of rebelling and they do not care to change this government! Very simple.

By Lampo on September 26, 2011 12:19 AM
Sì, Roberto, poi mi spieghi quando sono stati i 30 anni in cui la sinistra ha fatto promesse ma non ha voluto mantenerle. Forse al governo c'era qualcun altro? Forse nella situazione politica la generale arretratezza culturale, causata anche dalle strutture cattoliche, ha avuto un qualche peso?
La rivolta in Italia non è possibile perché siamo un popolo di pigri invidiosi. Finché c'è da stare dietro ad un monitor siam tutti bravi, ma quando si tratta di fare anche solo le manifestazioni pacifiche ci si ritrova in pochissimi. Figuriamoci cosa succederebbe durante una "ribellione"...

By Barbara Barbieri on September 26, 2011 4:25 AM
I don't agree with this analysis.Firstly because it's centred only on media and I think that focus our attention over the media it was the greatest political mistake in the last twenty years. Moreover in this article nothing has been said about opposition political organisations such as PD and their absence, or better their lack of strenght during these years, gave a great contribute to make vague democracy balance in Italy. I think that opposition parties powerless action gave during these years an extraordinary possibility of growth to the judiciary power and this lack of balance between state powers is the real problem for italian democracy

By Franco on September 26, 2011 7:20 AM
See, dear readers?
The comments in this post explain very well why Italy is in a mess. We are divided.
Everyone in the country knows that if we keep on voting Berlusconi we are fucked. But voting something else would be like acknowledging a cultural defeat for some people. It's like switching football team. A big no,no. No Italian supporter will move from a team to another. At maximum we will just avoid going to the stadium, but supporting another team is not at option, you stick to your team all the way down to the silliest league. We just LOVE to be divided. Burn, Italy, burn!

By Maurizio on September 26, 2011 11:29 AM
Splendido articolo. Davvero complimenti per la lucidissima analisi.

By Canablach on September 26, 2011 2:05 PM
Bel testo, analisi appassionata.
Drammaticamente mi riporta alla mente una discussione di classe, scandalo Lockheed, 1975: la conclusione di alcuni studenti, allora sedicenni, fu che quell'Italia non era democraticamente riformabile.
Quest'Italia? Sono passati più di 30 anni e il paese non sa (mai saputo) distinguere tra melodramma e tragedia.
Un appunto, su una "dinamica" non considerata nell'analisi: il paese è vecchio. Ogni politica, ogni azione, ogni forza al potere, mira a non scontentare una maggioranza, sempre più larga, di anacronistici vecchi.
Old men hate revolutions and want no news.

By Sissi on September 26, 2011 3:54 PM
It's not a matter of right and left. It's the all Italian politics which sucks. And Italians, at least those 55% of them, are totally tired of its caste. I share the analysis and the ideas of this post. And hope we'll find a new creative (arn't we creative?), peaceful but effective way to generate a new one of a kind revolution.

By Francesco on September 26, 2011 3:54 PM
I can't agree with this.The only rebellion italian people have to do is not against politics, but against themselves. Against their own spoiled culture.Unfortunately the 70s and 80s governaments,help by unions have created a certain mentality among people, especially in southern Italy,but not only. According to this mentality we all think that a certain standard of wealth is adequate to our nation.We think having one of the best(and most expansive)health systems of the world,having a welfare comparable to other rich european nations,having all a job which doesn't require working more then 35 hours per week,having a pension for 60 years old people,having cheap public transportation services(cheap trains for instance) is MANDATORY in Italy,it is our own divine right to get all of those things. But do we really deserve being treated that good?Have we italians ever asked ourselves this easy question?
There are nation where those things are not even coceived,and I m not talking about third world countries.We should just understand that we have all lived furher beyond our possibilities and that its time to change this mentality, and to understand that nobody in europe,even nation with far stronger economies than our, have the privileges that we have.I wouldn't say this is just a politics related problem,whereas I d say a cultural related one.
Cheers.

By Canablach on September 26, 2011 4:54 PM
@Francesco It just shows how great this place could be. We sustained these privileges; and might as well have done so in the future, had we not forfeited our wealth in order to keep up the boon
of some parasitic groups.

By Marco on September 26, 2011 6:35 PM
Womderfull, gentlemen, See you on the mountains. Don't forget to carry rifles and ammo. And, no, iPhones aren't useful up there, battling the obscure forces of tiranny. What ? Everyone has another affair downtown ? Ah, the meeting of the LastDaysOfItaly Club... Understand. See you another time. Bye.

By Marco on September 27, 2011 12:04 AM
"A 35% of Italians are... functionally illiterate [who] only rely on television for news."
I'm not 100% sure that the percentage of functionally illiterate Italians is that high. I agree that is not far from that figure, and in any case, even if it were 10% it would still be untolerably high. However, I wanted to point out that, while this is true:
"[Many Italians] sort of live in a TV fiction, which is created by the very power source of the present political leadership. When they vote, they vote accordingly"
it would be a very big mistake to assume that all the Italians who "live in a TV fiction" and base their political decisions on it, eventually vote for the "present political leadership", at least if by leadership you mean "the leadership that constitutes the current cabinet". There are plenty of Italians who vote for the current opposition, or don't vote at all, who only get their "facts" from mainstream TV.

By sgramtius on September 27, 2011 7:31 AM
da dove si comincia?

By Marco on September 27, 2011 11:52 AM
Smettendola di pensare, dire, agire, come se gli italiani fossero sempre gli altri

By romualdo on September 28, 2011 2:55 PM
Signori capisco la vostra preoccupazione e la condivido.
Tuttavia ritengo che i commenti esteri siano corretti evidenziando una naturale mancanza di pianificazione e coesione degli Italiani.
Prendere il potere politico a livello nazionale, è solo una questione di numeri ed un buon piano di Marketing, come sa perfettamente il nostro attuale presidente del Consiglio.
Invece cambiare l'attuale sistema Italia è ben più complesso in quanto prevede una presa di coscienza di ciò che siamo e di dove vogliamo andare.
Se questa presa di coscienza non parte dal dibattito culturale che i giornalisti possono avviare.... come faremo mai a crescere come coscienza collettiva.
Grazie Luca per aver lanciato il sasso nello stagno ;))

Da Google+:

Foto del profilo di Francesco FerraroFrancesco Ferraro - la ribellione aspettando l'iphone5 non è credibile....
25/set/2011    
+1
   
Foto del profilo di Claudio Gagliardini
Claudio Gagliardini - Italia, paese corrotto e ricco di cricche, logge e lobby...
25/set/2011   
Foto del profilo di Daniele Martino
Daniele Martino - Hanno ragione
25/set/2011   
Foto del profilo di Mario Perna
Mario Perna - Il limite è stato raggiunto e superato. Più che una rivoluzione l'Italia ha bisogno di una reazione a tutto questa immoralità politica
25/set/2011   
Foto del profilo di Angela Galiberti
Angela Galiberti - E' una domanda che, da italiana, mi pongo anche io molto spesso. E la risposta non è confortante. Una parte della popolazione ha il cervello lobotomizzato. Un'altra parte è connivente e dunque in questa situazione mangia e/o sopravvive. L'ultima parte, gli onesti e gli svegli, è troppo poco numerosa per fare la differenza.
25/set/2011    
+5
   
Foto del profilo di Alessandro Marchesello
Alessandro Marchesello - È sempre colpa degli altri: è colpa delle cricche, è colpa degl ignoranti, è colpa di chi non la pensa come me... La verità è che abbiamo (quasi tutti) ancora la pancia troppo piena per ribellarci. Abbiamo (tutti) ancora troppo da perdere per metterci in gioco in prima persona e quindi preferiamo giustificarci dicendo che la colpa è degli altri. Qualcuno di voi ha mai fatto qualcosa di concreto ed eclatante per cambiare le cose? Sono sicuro di no...non mi sembra di aver mai letto i vostri nomi sulle prime pagine dei quotidiani per manifestazioni di ribellione degne di nota...
25/set/2011    
+6
   
Foto del profilo di Roberto Nespola
Roberto Nespola - Provocazione: Vale davvero la pena affannarsi a cambiare le cose? Le cose cambiano da sé e, con o senza il nostro intervento, sempre in peggio. L'umanità è ormai malata inguaribilmente e solo una tabula rasa può far sperare in una qualche rinascita.
La progenie italiana poi, così votata all'inerzia sarà la prima vittima sacrificale.
25/set/2011   
Foto del profilo di Roberto Grosso
Roberto Grosso - _No-No.: I think that the world does not know very well the Italians! 
Who does not know the historical reality of Italy, from 1968 to today can not understand! We have lived for decades in an "excess" of democracy: I mean, in any discussion, in the '70s and '80s, you had to put into question, put yourself constantly in crisis, not to overwhelm the others. A continuous search for what could be more intellectually right
There were a continuous research for the "cultural avant-garde"; to searche a way of being socially useful, and democratic. The trade union movements, the labor rights, were in first place in public discussions. The cultural factors were all in the first place, (for not to be "retreau"! This happened for 20 years and over in Italy, every day...... In these 20 years the prevailing culture was of course left, always and absolutely liberal and democratic left-wing, super-democratic. The expectations of the people were great huge, everyone was expecting major reforms, major changes in the system of government, both central and local levels. Here in Italy we have lived for 20 years as if we were in Berkeley
in the years '67-71! Just like Charlie Brown and friends, in the same way!
I myself was first, in this way,at the high school, at thecollege and when I was professiona! I experienced everything! 
At some point (in the 90s) the the reality fell upon Italy!Tthe true economic reality has rained down Italy: there were no more fascists to fight! There were no more perfects men of the labor movement ! Power was also pleasing to the left ! Came to the government
Craxi's Socialists, the opportunists-calculated with the system of bribes to political parties (phase "Clean Hands" 1993-94). Since then, Italian, disappointed by all the political Left, that for 30 years had made promises, began to think only of themselves, only of their interests, their economic affairs ..................=> and here comes Berlusconi, that represents all these things, (we say " like cheese on maccheroini ")!!! . In practice, the Italian says:" If they do not care of nothing and of the people, thinking only of their power, why should not I do it myself? 
Even today we live in this condition, which is why the Italians did not rebel anymore! Who taught them for 30 years, being incorruptible, and gave constant cultural-reformist-revolutionary messages, was detected only an opportunist. A whole political class has so much disappointed that the Italian thinks: "In the end it's better as an entrepreneur Berlusconi, who is is not at least double ! It 'done so, think about the women, success in power, as most of the people of the Western world" So is the "disappointment", the disillusionment and disappointment, only the explanation of the behavior of Italian peolple; that's because they are tired of rebelling and they do not care to change this government! Very simple.
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25/set/2011    
Foto del profilo di Alessandro Marchesello
Alessandro Marchesello - La visione pessimistica secondo la quale "stiamo sempre peggio" non ha alcun fondamento. Nell'Italia dorata del boom economico era normale vivere in 6 in un bilocale, senza tv, con 1 solo telefono e magari il bagno in comune con altri appartamenti. Stavano meglio loro? Io mi ritengo più fortunato di mio padre, nonostante tutte le difficoltà degli ultimi anni...e sicuramente mio padre è stato più fortunato di mio nonno e così via...
25/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - scusate se mi intrometto: mi pare che il post di de BIase mettesse l'accento non tanto sul TENORE DI VITA degli italiani , quanto sulla crescente MANCANZA DI DEMOCRAZIA , sulla deriva prebiscitaria e autoreferenziale della politica , con tutto il suo seguito di corruzione e degrado della qualità della classe dirigente politica.
Obiettivamente bsogna riconoscere che l'Italia , rispetto agli altri paesi europei, ha fatto negli ultimi 20 anni dei notevoli passi indietro sulla strada della democrazia.
26/set/2011    
Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - Perche' da noi c'e' un ampio arsenale umano di preti, suore, ghostwriter, artisti; ammancano (ie: ci sono ma troppo pochi) giuristi e giornalisti degni; e la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione che su segnalazione di chiunque spia il malcapitato, se s'e' sbagliata fabbrica modi per mandarlo in galera, e se non ci riesce trova il modo di seccarlo. Il risultato e' in-credibile: per procurarti le prove devi infrangere la legge, ma infrangendo la legge da indagato non fai altro che fornirgli le prove per mandarti dentro piu' rapidamente; poi dentro o fuori che sia, la paranoia ti si mangia perche' sei rimasto solo; infine problemi piu' basilari la cui soluzione diventa improrogabile e richiedono il massimo delle capacita' intellettive, piano piano sostituiscono la memoria passata. Quindi non si riesce mai a raccontare tutta la storia dall'inizio alla fine.
Espandi il commento »
26/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - come , scusa? puoi ripetere il concetto in modo più semplice ? non è che hai sbagliato thread?
26/set/2011    
+1
    
Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - No, non credo di aver sbagliato thread. Si parla di ribellione costruttiva. E onestamente la vedo in corso; qualcuno direbbe che il trend indica una asintoticita' con l'ottimo paretiano. Ecco questa asintoticita' e' dovuta da un lato a chi si accontenta del suo, dall'altro di chi viene preventivamente e arbitrariamente abbattuto (spesso per errore), all'interno di un pianeta tondo e quindi limitato (poi che ci siano redistribuzioni arbitrarie delle risorse disponibili, e' tutt'altro discorso).
26/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - scusa ma non capisco proprio cosa stai dicendo .Potresti scrivere i Italiano per i poveracci come me ?
26/set/2011    
+1
    
Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - Mmm... I'm pretty sure to have written in italian, wanker.
26/set/2011    
Foto del profilo di Alessandro Marchesello
Alessandro Marchesello - È rassicurante vedere che i troll stanno già invadendo Google+... è un chiaro segno di successo della piattaforma...
26/set/2011    
+1
    
Foto del profilo di Roberto Grosso
Roberto Grosso - Scusate ma la realtà storica è ben diversa! Io nel 1968 ho lavorato per due mesi e mezzo e mi sono comprato una moto 125 Benelli, (costo =230 mila lire) che allora per un ragazzo di 16 anni era il massimo! Oggi una moto simile puo costare 4-5000 euro, quanto deve lavorare un ragazzo di 16-anni per comprarsela?. Io studiavo ed ho fatto il facchino nei mesi di giu-luglio-ago, per 8 ore al giorno circa. Sino al 1977/78 (anno di Berlinguer-Moro=Compromesso Storico=BR =Rivolte=Autonomia =Fine della Politica miltante di rivolta durata per 10 anni), le cose ecomicamente erano decisamente meglio di adesso, in proporzione naturalmente. Una casa costava agli inizi degli anni '70 dai 7 milioni ai 18 miliono (77), poi è arrivato il tracollo grazie a tutto ciò che ho scritto sopra, in inglese, perchè il post era in inglese. Purtroppo gli studioi, di destra e di sinistra non ammettono di aver sbagliato tutto ed ancor peggio di aver nascosto la verità alla gente! Per quelli di detra me lo aspettavo, non me lo sarei aspettato dai professori della sinistra che appunto per anni insegnavano "la giusta rivolta". Occhio ragazzi! Occhio sta succedendo la stessa cosa oggi! (Mistificazione eccetera=nessuna lege matematica riesce a rappresentare il "Paese Italia".
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26/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - tutto giusto : ma dal 77 a oggi viviamo in un altro mondo . ci sono i cinesi i russi gli indiani i brasiliani sulla scena economica mondiale , mentre all'epoca praticamente non esistevano .perciò non è tutta colpa degli economisti o dei dirigenti politici , è che stiamo attraversando una rivoluzione mondiale che sarà ricordata per secoli a venire . e noi , purtroppo , ci siamo dentro . spriamo bene ..
26/set/2011    
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Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - Renato, troppa fantasia; la questione e' piu' strettamente numerica. Si tratta di mera "moltiplicazione dei pani e dei pesci", che in realta' e' una divisione: prendi una Fiat 500 del 1970, pesala; poi fai altrettanto con una Fiat 500 del 2010; scoprirai che quella nuova pesa dal 30 al 50% in meno dell'altra. La stessa cosa avviene per il cibo perche' e' un trend proporzionale alla crescita demografica globale. Malthus, Emerson, Gini.
27/set/2011    
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enrico patrizio - Da giovane universitario/precario/bamboccione confermo..tutto giusto; ma manca un importante osservazione.Nella storia mai si sono verificati sconvolgimenti socio-politici senza che vi fosse un alternativa pronta che infondesse speranza, o addirittura fomentasse, il cambiamento.Guardiamo anche agli indignados spagnoli o europei che dir si voglia; si indignano si, ma poco altro.Manca una visione migliore in cui credere, e soprattutto la speranza che sia davvero migliore.
Certo è che tutto sarebbe quantomeno più probabile se non fossimo sotto una dittatura della non informazione, o se fossimo davvero preparati ad essere competitivi a livello internazionale senza per forza scappare dall'Italia per riuscirci.
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27/set/2011    
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maurizio melani - Nel 68 gli "indignados", coloro che protestano, hanno cambiato qualcosa...
27/set/2011    
Foto del profilo di enrico patrizio
enrico patrizio - C'era una controcoltura gia' pronta da un bel po' a dire il vero..e i sintomi erano completamente diversi..nell'attuale situazione economica, nell'iperconessa societa' economica in cui viviamo..dubito sia possibile rompere tutto ed aspettare che succeda qualcosa, in tre giorni la borsa metterebbe in ginocchio il paese.


5. E ora?

By Maurizio on September 28, 2011 3:22 AM
Credo che la chiave di lettura migliore sia che, se pur a passi incerti, stiamo andando verso una nuova consapevolezza globale. Che nasce soprattutto nelle giovani generazioni che interagiscono su internet, si informano e capiscono che ci vuole una nuova idea di sviluppo.
Sarebbe bello che l'Italia fosse capace di anticipare questo cambiamento ed esserne il motore. Ci riscatterebbe da 15 anni di Berlusconismo e di incompetenti al governo.
Ho 31 anni, due lauree, e so quello che dico. Molti di noi sanno tutte le cose che non vanno in Italia e tutte le cose che dovrebbero essere fatte. Non mancano le risorse, le capacità umane, le competenze nelle nuove generazioni, che spesso capiscono meglio e prima di questa classe politica ormai obsoleta.
E' evidente come il Paese sia ormai in caduta libera, guidato da una banda di INCOMPETENTI nel senso letterale del termine, a destra e a sinistra (se una tale divisione ormai ha ancora senso), e come l'inazione sia ormai intollerabile.
Io dico che bisogna affrontare la cosa come un problema e cercare una soluzione efficace per risolverlo. Che funzioni e che sia realistica. Prima che sia troppo tardi
Allora cosa vogliamo fare?
Una rivoluzione violenta è assolutamente non percorribile e fuori discussione. Ma questa gente, questi incompetenti (quando non criminali) che pretendono di guidare un paese, non se ne andrà mai da sola. Quindi?
Io dico che è arrivato il momento di agire. Come? Muovendosi in 2 opposte direzioni:
1) Usando La rete come collettore. Far convergere su un unico sito/progetto tutte le idee di sviluppo/operazioni nei vari ambiti, selezionando le migliori e usandole come piattaforma programmatica per un "partito del web". Un soggetto politicamente neutro ma, con strumenti politici e democratici, totalmente trasparenti permetta la presentazione di idee e candidature alle prossime elezioni.
2) Organizzando con una manifestazione unica e prolungata, sulla base di quelle degli indignados, che costringa l'attuale governo alle dimissioni.
Beh. Le idee non mancano. Spero che questo commento avrà tanti reply. E' tempo di muoverci: per i nostri figli e tutti quelli che verranno dopo di noi. Credo che la nostra sfida, come generazione, sia quella di lasciare un paese migliore di quello che abbiamo trovato e in questo tempo dove tutto sembra scuro, abbiamo le capacità e le possiblità (anche se ancora non lo crediamo possibile) di farlo. I referendum c'è lo hanno dimostrato. Questa generazione può farlo. Adesso andiamo a convincere i nostri vecchi che siamo più bravi di loro:)

Il tema della visione come premessa di una rivoluzione: con l'obiettivo della ricostruzione

Gli italiani non sembrano per ora volersi aggregare intorno a una ribellione anche perché non ne vedono lo scopo.

Questo è probabilmente il punto. Perché non è chiaro lo scopo?

In primo luogo lo stato di prostrazione mentale in cui viviamo non aiuta. Una popolazione divisa, che ha visto per trent'anni una continua demolizione di certezze, vive in un paese che sembra in un "dopoguerra culturale". I "barbari" - per dirla alla Baricco - che hanno preso il potere negli ultimi due decenni hanno lavorato costantemente per distruggere le istituzioni senza arrivare a ricostruire nulla. Anzi, dimostrando un certo disinteresse per la ricostruzione. La Banca d'Italia, la magistratura, persino la Corte costituzionale e la Presidenza della Repubblica sono state attaccate. Alcuni nuovi potenti hanno preso in giro la bandiera italiana e invocato la secessione di alcune regioni, avvalorando l'idea di una disunione d'Italia. Gli italiani hanno visto i nuovi potenti alle prese con la demolizione sistematica di ogni comportamento istituzionalmente corretto. Non hanno visto la costruzione di nulla.

Non stupisce che se la ribellione viene percepita come ulteriore distruzione essa non appare come un'ipotesi attraente.

In realtà, ci sarebbe bisogno di costruzione. Come nel Dopoguerra. Purtroppo le macerie di sessant'anni fa erano ben visibili e la fame le rendeva ancora più visibili. Mentre le macerie culturali attuali e la fame di visioni nuove non è visibile. E gli italiani non sanno se e in che misura questo tipo di analisi ed esigenza sono condivise.

Di certo, possiamo dire che la visione non c'è. Che nessuno offre una prospettiva chiara. Un'agenda che aiuti i giovani e gli altri italiani a definire un percorso d'azione che abbia una qualche prevedibile conseguenza positiva. Ci si rinchiude nell'arrangiarsi e nel salvarsi personalmente. Ma la nostalgia di un progetto comune emerge ogni volta che si presenta anche una minima occasione: lo si è visto nelle celebrazioni per l'unità d'Italia che certamente hanno trovato un consenso e un'attenzione superiore alle aspettative. (E non per nulla sono state vagamente boicottate da molti rappresentanti delll'attuale maggioranza).

Una società fatta di tante minoranze non è per questo una società che non ha bisogno di unirsi.

Infatti, questo bisogno è sfruttato dai potenti che lo sottolineano indirizzando l'attenzione solo verso il breve termine: sia quando sono fondate come la questione della crisi finanziaria, sia quando sono infondate come la questione della criminalità. Ma di sole urgenze si muore dal punto di vista progettuale.

Le componenti aggreganti che possono dare forza a un movimento culturale ricostruttivo vanno ancora definite.

Attualmente, sulla scorta delle urgenze, si configurano alcune richieste emergenti che però non sono ancora un'agenda di lungo termine, anche se secondo qualche sondaggio appaiono maggioritarie, come:
1. Cambiare il capo del governo (la sua popolarità è scesa al 25% dunque la maggiornaza è contro di lui)
2. Affrontare la crisi con misure che oltre a ridurre il debito alimentino la crescita (richiesta un po' più difficile da comprendere per tutti ma enorme e montante)
3. Ripulire la classe politica da corruzione e privilegi (difficile trovare una richiesta più ripetuta)

Ma le urgenze non sono sufficienti. Una lista di priorità, della quale purtroppo nessuno conosce la popolarità (non si sa se sono maggioritarie), per ottenere un recupero di democrazia è comunque spesso (non abbastanza) dichiarata:
1. Ristabilire una legge elettorale che consenta ai cittadini di votare i loro rappresentanti e non solo i partiti
2. Sciogliere il conflitto di interessi fondamentale, quello che consente a un concessionario televisivo di fare il capo del governo e controllare la stragrande maggiornanza delle organizzazioni pubbliche e private che producono informazione e programmi televisivi
3. Rilanciare la crescita e la diffusione della banda larga e di internet in tutto il territorio nazionale come premessa di un'ulteriore crescita delle alternative mediatiche.

Il problema è che tutto questo non sembra poter contare su appigli operativi e pratici. A chi ci si rivolge per ottenere queste cose in un contesto nel quale il governo resta saldamente in mano a una maggioranza che pur avendo perduto una sua componente fondamentale è riuscito a rinsaldarsi acquisendo parlamentari eletti dall'opposizione con metodi molto discussi?

L'urgenza è urgente. E occorre far fronte. Chi se ne occupa ha grandi meriti. Ma la popolazione ha bisogno anche di poter pensare al dopo.

Quando fatalmente il sistema di potere attuale cadrà, che cosa ci sarà? Altri approfittatori o persone eticamente più sane e culturalmente più capaci di amministrare? Non dipende dalla soluzione delle urgenze. Dipende dalla crescita di un movimento culturale che aiuti i cittadini - a partire da chi scrive queste righe - a capire la differenza tra quello che è importante e quello che è soltanto interessante.

Le decisioni possono essere classificate per la loro urgenza e importanza. Si sa che le questioni "urgenti e importanti" vanno affrontate subito, certamente prima delle questioni "non urgenti e non importanti". Ma come si sceglie nella lista di priorità tra le questioni "urgenti e non importanti" e le questioni "importanti e non urgenti"? Come si fa vincere la priorità di ciò che è importante?

Il movimento culturale che riconquista ai cittadini la capacità di distinguere ciò che è importante ha un compito fondamentale. È una sorta di nuovo illuminismo che aumenti lo spazio del ragionamento nel dibattito (contro il metodo ideologico che prevale attualmente): l'illuminismo ha preceduto le rivoluzioni americana e francese. È una sorta di nuovo empirismo che aumenti lo spazio dei fatti sui quali tutti concordano prima di prendere decisioni (contro la distruzione sistematica dei fatti e della credibilità delle fonti di analisi che prevale attualmente): l'empirismo ha reso possibile la rivoluzione scientifica e quella industriale. È un pensiero nuovo, oltre il modernismo delle grandi narrazioni tradizionali e oltre il postmodernismo nell'ipersperimentazione: la costruzione di una nuova socialità ha bisogno di un terreno culturale fondato su un metodo e valori comuni. Il patrimonio culturale di un popolo è un bene comune che non può essere inquinato e distrutto senza tutti ci perdano in modo drammatico.

Questo non è un concetto astratto, ma concreto. Perché indica dove andare a cercare gli appigli operativi per passare all'azione.

Si scopre, pensando in questo modo, che i mondi del breve termine e della manipolazione delle idee - la politica iperelettoralizzata, la finanza spersonalizzata, le narrazioni mediatiche autoreferenziali - non sono luoghi nei quali i giovani e i cittadini che cercano risposte possono trovare una prospettiva capace di aiutarli a decidere a che cosa dedicare la propria vita.

I mondi che possono fare movimento culturale sono quelli orientati al lungo termine o almeno un po' meno bloccati dal breve. Ricostruire associazionismo, lanciare progetti di media sociali e civili, fare volontariato, studiare e fare ricerca, leggere e comunicare con un metodo condiviso quello che si impara, dedicarsi all'ambiente, alle relazioni sociali, ai beni culturali, alla formazione, allo scambio internazionale di idee ed esperienze, sono dimensioni della vita nelle quali quello che si fa ha una valenza di ricostruzione culturale. Da quei mondi emergono comportamenti più civili e pensieri più costruttivi. Che cosa possiamo fare per aiutarli a emergere, a trovare più mezzi, a crescere nell'attenzione della società, a dare conforto ai giovani e ai cittadini che non ne possono più di sentirsti spaesati e soli di fronte a un futuro che vorrebbero costruire ma non sanno come?

Questo è il tema. Non stiamo parlando di limitarci a "pensare". Stiamo parlando di "fare" cose che alimentino il "pensiero", generando contemporaneamente pratiche e soluzioni di vita. Le autorità morali e culturali che emergeranno sono biografie sensate e capaci di dare senso. Le persone le riconosceranno. E su queste pratiche, forse, si potranno sviluppare anche azioni di lotta non-violenta, le uniche che possono avere un senso pratico e un consenso vero da parte di una popolazione che non vuole più distruzione. Vuole costuire il suo paese.

Questo è quello che possono fare, subito, le persone che non vogliono più immedesimarsi passivamente nelle storie degli altri: vogliono scrivere la propria storia. Imho.

Amazon is cheap

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Amazon. Un tablet che cosa meno della metà del rivale fa una certa differenza. Un nuovo browser che promette consultazioni accelerate del web. E una polemica sulle condizioni di lavoro in un magazzino dell'azienda. C'è da leggere e da seguire queste storie per capire in che senso Amazon è cheap.

La risposta di Amazon.

REIsearch

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L'Atomium Culture lancia un social network di scienziati europeo dotato di un accesso ai database della ricerca dei paesi aderenti. Si chiama REIsearch.eu. Serve a fare una rete di scienziati che parlano tra loro e con i media. Nel quale tutti hanno un'identità certificata.

Massimo Marchiori che ha lavorato al progetto lo sta spiegando oggi a Kracovia. La forza della rete al servizio della collaborazione tra scienziati e media.

Il progetto è in preparazione. Le promesse sono elevate. Vedremo la realizzazione.

L'ispirazione è basata su poche regole:
1. semplicità: l'esempio è l'attuale sito di Obama (are you in? lasci la mail e clicchi I'm in
2. usabilità: non come un oggetto di design ma che non si usa bene
3. no dilution: ambiente controllato, non anonimo, nel quale si sa chi sono i partecipanti, l'informazione non si diluisce nel rumore
4. complexity: ci vogliono molte persone per fare un'innovazione e la complessità di gestire l'interazione tra molte persone va pensata a livello di progetto
5. gruppi: facile costruzione di gruppi di lavoro internazionali e interdisciplinari (gruppi organizzati come estensione del cervello individuale)

Scienza e media a Krakow

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A Cracovia per una discussione sull'innovazione nell'informazione scientifica. Si scopre che la scienza può fare molto per spiegarsi meglio, ma i media possono apprendere dalla scienza l'importanza del rispetto di un metodo standard per raccogliere e valutare le informazioni. Il programma.

In Krakow there is a discussion about innovation in scientific information. Science can do a lot to improve the way it is communicated, but the media can learn a lot from science about the existence of an "epistemology of information". The
programme
.

Organizzazione: Atomium Culture.

Nuria Molinero, direttore delle comunicazioni della Fundaciòn Espanola para la Ciencia y la Tecnologia. Lavora per migliorare la qualità dell'informazione che i media tradizionali diffondono sulla scienza, collegando i giornalisti agli scienziati per aiutarli a controllare i fatti. Di solito questo avviene sui temi per i quali non c'è fretta di pubblicare, perché richiede tempo.

Lydia Aguirre, vicedirettore di El Paìs, la concorrenza dei nuovi media sociali ha conseguenze pesanti sui media tradizionali. La loro condizione economica è oggi in chiara difficoltà. I giornali hanno moltiplicato gli sforzi per rispondere alla sfida. Fanno molti mestieri in più, per lavorare su tutte le tecnologie, controllare tutti i dati, aggiustare le notizie ai diversi media. Internet è stata la migliore cosa che è successa al giornalismo dall'introduzione del primo emendamento. Il nostro pubblico è cresciuto molto. In questo contesto abbiamo scoperto che le informazioni sulla scienza sono molto gradite dal pubblico. Le notizie sulla scienza vanno sempre in testa alle nostre classifiche.

Ho sostenuto che:
1. l'informazione gratuita che i cittadini, gli scienziati, le organizzazioni stanno diffondendo in rete non è la causa della crisi dei media tradizionali, ma è una forma di concorrenza; il punto di forza è la quantità di argomenti che i cittadini possono coprire con modelli di business molto meno costosi
2. il problema dei media tradizionali è cogliere i segnali costruttivi di quella concorrenza e innovare, scegliendo tra contrastare i nuovi media o allearsi con essi, cercando di fare simbiosi sulla base di un punto di forza da coltivare, come per esempio il servizio di controllo delle notizie
3. se i media tradizionali hanno un ruolo di autorità e controllo dei fatti e se non sono fedeli a questo ruolo perdono credibilità e perdono la possibilità di seguire costruttivamente la strategia dell'alleanza e si devono necessariamente porre come nomici della rete; ma in questa strategia probabilmente perdono, perché la rete continua a crescere
4. i media devono dunque recuperare un autentico ruolo di qualificazione delle informazioni anche ridiscutendo il metodo che seguono per trovare e pubblicare le notizie
5. l'esperienza dell'epistemologia, sofisticatissimo pensiero che ha aiutato la scienza a crescere, può servire ai media per sviluppare un metodo di ricerca più chiaro e affidabile; se il metodo scientifico - o una consapevolezza migliore intorno al metodo dei dati, le ipotesi, le teorie, la verifica ecc... - si diffonde nei media, anche per la scienza ci sarà più comprensione da parte dei media e maggiore e migliore copertura della scienza. Imho.

Il caso dei neutrini ha dimostrato che siamo ancora indietro in tutto questo, salvo che su un punto: il social media ha saputo reagire subito alla gaffe della ministra. Il fact checking che ne è seguito è stato molto costruttivo sia per i giornali, sia per i social media, sia per gli scienziati.

Per la ministra non sembra aver accelerato la curva di apprendimento. Ma questa è un'altra storia.

Crescita e debito: piccolo grimaldello

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Una piccola idea che viene dall'esperienza di chi ha fondato qualche azienda e qualche volta ha dovuto chiuderla pur avendo un fatturato doppio dei costi: gli utili restavano sulla carta perché il tempo necessario a ottenere il pagamento delle fatture era tanto lungo che la mancanza di circolante rendeva troppo costoso tenere in piedi l'azienda.

È una piccola idea per ridurre debito e alimentare la crescita.

Lo stato è il primo pagatore ritardatario italiano. Quando paga lo fa con un anno, due o anche tre di ritardo rispetto all'erogazione del servizio. Le piccole imprese, in particolare, devono finanziarsi in attesa di ricevere il pagamento. Quindi non possono permettersi di crescere e fare nuovo fatturato, perché fare fatturato significa produrre e sostenere costi che a loro volta costano troppo perché non vengono pagati presto. Se il pagamento fosse immediato cercherebbero di fare di più perché non dovrebbero sostenere il costo dell'attesa del pagamento.

Se lo stato dichiarasse che da oggi in poi paga subito - e obbligasse anche le imprese a farlo - dovrebbe aumentare l'esigenza di cassa immediata ma da quel momento in poi avrebbe meno debito (perché avrebbe pagato quanto dovuto) e indurrebbe le imprese ad accelerare la ricerca di nuovi lavori da svolgere, visto che queste non dovrebbero finanziarsi la produzione indebitandosi in attesa del pagamento effettivo.

Pagare il salto dal pagamento ritardato a pagamento immediato sarebbe un costo da finanziare con una tassa o una riduzione di costi immediata, ma da quel momento sarebbe una riduzione di debito e una spinta alla crescita.

Se sull'esempio dello stato, questa stessa operazione fosse fatta dalle grandi imprese, le piccole aziende sarebbero invogliate a crescere. E potrebbero farlo senza sostenere il costo dell'attesa, senza l'angoscia dell'attesa di essere effettivamente pagate.

Chi lavora con la Germania sa quanto veloci siano i termini di pagamento. Se l'impresa si deve preoccupare solo di trovare clienti e produrre per loro, invece che preoccuparsi anche di farsi effettivamente pagare o di indebitarsi in attesa dell'effettivo pagamento, potrebbero crescere.

Spero che qualcuno mi aiuti a capire se questa è un'idea fattibile, se è una buona idea, se è del tutto utopistica o impraticabile.

La cultura è sviluppo

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Grande intervento di Pier Luigi Sacco al convegno delle Fondazioni Svizzere, a Lugano. La cultura è investimento. L'investimento che genera l'indotto più ricco, di senso e di crescita economica. I risultati delle sue ricerche dimostrano che l'accesso alla cultura produce enormi risultati economici, riduce i costi sanitari e ambientali, alimenta l'innovazione. I numeri di Sacco lo dimostrano. La cultura è valore. Il valore è sviluppo.

Rapporto 2011 sulle fondazioni in Svizzera.

È intanto arrivato il comunicato relativo all'evento:

LAC Lugano Arte e Cultura - SwissFoundations

COMUNICATO STAMPA

"Fondazioni culturali: modelli ed esperienze di collaborazione fra pubblico e privato"

22 Settembre 2011

Giovedì 22 settembre, presso l'hotel Villa Principe Leopoldo a Lugano, alla presenza di un pubblico selezionato di esperti e addetti ai lavori, si è svolto il simposio "Fondazioni culturali: modelli ed esperienze di collaborazione fra pubblico e privato".

L'incontro ha rappresentato la prosecuzione ideale di un percorso iniziato il 30 giugno dello scorso anno, con la presentazione all'USI - Università della Svizzera Italiana del primo studio sulle fondazioni di pubblica utilità in Ticino ed è stato un momento di confronto sul tema della collaborazione fra istituzioni culturali e mondo filantropico. E' la prima volta che ad un evento come questo sono presenti allo stesso tavolo a Lugano fondazioni svizzere e italiane.

Con l'occasione SwissFoundations - Associazione delle fondazioni donatrici svizzere, ha presentato in lingua italiana il Rapporto sulle Fondazioni Svizzere 2011, che per la prima volta contiene anche un excursus dedicato alla realtà delle fondazioni di pubblica utilità in Ticino.
I lavori sono stati aperti dal Presidente dell'Usi, Piero Martinoli, che ha sottolineato l'importanza di una collaborazione attiva tra il mondo delle istituzioni, dell'università e delle fondazioni nel promuovere la crescita dell'economia e della società ticinese.

Pier Luigi Sacco nel suo intervento ha invece sottolineato come "l'economia culturale e creativa sia, alla luce delle più importanti esperienze di sviluppo locale degli ultimi anni, uno dei settori più promettenti di crescita economica e sociale del futuro prossimo. La cultura non si esaurisce più nella sua funzione tradizionale di passatempo, ma diventa un fattore fondamentale per il conseguimento di traguardi di cruciale importanza per il futuro di qualsiasi territorio: l'innovazione, la qualità della vita, la coesione sociale, la sostenibilità. Allo stesso tempo, la produzione culturale e creativa rappresenta oggi un vero e proprio macro-settore industriale, tra i più grandi in assoluto dell'economia europea e soprattutto in rapida crescita anche in momenti congiunturali difficili come quello attuale. All'interno di questo scenario di opportunità, le fondazioni possono avere un ruolo importantissimo, operando come vere e proprie agenzie del cambiamento, selezionando i progetti ed i talenti creativi e imprenditoriali migliori e facilitandone l'affermazione in un'ottica di produzione di qualità economica e sociale, con una grande attenzione alla valutazione di efficacia e di impatto delle proprie iniziative, e con una forte sensibilità verso l'accountability nei confronti della società civile. In questo modo, le fondazioni possono supplire in modo decisivo ai limiti dell'intervento statale, inaspriti da una fase di risorse finanziarie scarse, conquistando una leadership importante ed una capacità di visione nel dare corpo all'economia e alla società del XXI secolo".

Pier Mario Vello, Segretario Generale della Fondazione Cariplo ha affermato che "negli ultimi vent'anni la società civile ed il mondo finanziario ed economico hanno attraversato grandi cambiamenti: crisi valoriali e sociali, crisi finanziarie, aumento dei disagi, incremento dei flussi migratori tra diverse parti del mondo ecc. Molti cambiamenti costituiscono una sfida, moltissimi sono delle vere e proprie opportunità. La cultura rappresenta il filo conduttore per comprendere questi cambiamenti. Si tratta, però, di una cultura non autoreferenziale e asfittica riservata ai salotti esclusivi o alle cerchie di esperti, né una cultura che per

aprirsi al vasto pubblico si trasforma in un evento da applauso. Parliamo piuttosto di una concezione di cultura che sia leva del cambiamento sociale e dell'innovazione creativa con cui costruire mondi nuovi.
Le fondazioni hanno un grande ruolo nel produrre e promuovere cultura. Interroghiamoci su cosa fanno e come lo fanno, dato che fare il bene non è più sufficiente. Bisogna anche farlo bene. Esse si trovano in un momento privilegiato: la loro evoluzione le può portare ad essere agenti di cambiamento culturale, con impatti trasversali sull'intera società e sulle sue potenzialità imprenditoriali".

In questi anni di crisi a livello nazionale e internazionale, è visibile l'impegno del mondo filantropico a mantenere lo stesso livello di erogazioni del passato. "Stiamo assistendo a dei grandi sforzi di apertura nei confronti dei richiedenti. Le fondazioni si aprono a collaborazioni fra di loro a livello nazionale ed internazionale e stimolano iniziative che tendono a consorziare i richiedenti, ottimizzando in questo modo anche l'impatto sociale delle iniziative" ha affermato Elisa Bortoluzzi Dubach. "Il ruolo delle fondazioni per il finanziamento privato della cultura è rilevante. Alcuni fatti a suffragare questa affermazione: a fine del 2010 vi erano in Svizzera 12 531(716 in Ticino, di cui 74 sotto vigilanza federale) fondazioni di pubblica utilità. Il loro numero nello stesso anno è cresciuto di 500 unità, raggiungendo i record stabiliti negli anni 2007 e 2008. In testa la Svizzera Romanda in cui negli ultimi dieci anni sono nate il 68,7 % delle fondazioni, seguito dal Ticino con il 46,7% e dalla Svizzera tedesca con il 43.8% (Fonte: Stiftungsreport 2011). Il gettito di erogazioni corrisponde a circa 1.5 miliardi di franchi per anno. Se a questi dati aggiungiamo che secondo stime recenti in Svizzera vi saranno oltre 900 miliardi di franchi di patrimoni lasciati in eredità (CEPS- Centre for philanthropy services, Università di Basilea), di cui una parte sarà sicuramente utilizzata a scopo filantropico, possiamo immaginare quanto possa essere importante questo mercato."

Beate Eckhardt, Segretario Generale di SwissFoundations ha ricordato che le fondazioni sono attori significativi in molti ambiti della società e con le loro iniziative promuovono l'innovazione. In un momento di crisi economica, lo sviluppo di partenariati e collaborazioni diventa un canale importante attraverso cui concretizzare ancora meglio il loro potenziale. SwissFoundations gioca in questo senso un ruolo fondamentale in quanto network per la condivisione di buone prassi e per lo scambio di esperienze e informazioni.

L'Associazione delle fondazioni donatrici si propone di instaurare una collaborazione attiva, socialmente utile ed equa con le fondazioni, e promuove i valori della trasparenza e della professionalità nel panorama delle fondazioni svizzere.
Attualmente sono affiliate a SwissFoundations 80 fondazioni donatrici di pubblica utilità, che nel corso dell'anno passato hanno erogato più di 210 milioni CHF e rappresentano il 20% del volume erogato da tutte le fondazioni svizzere.

SwissFoundations, che opera a livello nazionale, si presenta per la prima volta in Ticino nell'ambito del Simposio „Fondazioni culturali: modelli ed esperienze di collaborazione fra pubblico e privato". La giornata ha offerto un momento stimolante di confronto con la realtà filantropica ticinese, che speriamo di intensificare ulteriormente in futuro.

Lidia Carrion, General Manager del LAC ha ricordato "il ruolo del LAC come motore di innovazione e di crescita per la Città di Lugano. Oggi uno spazio culturale non può essere soltanto un luogo rivolto a pochi appassionati, ma deve diventare un centro pulsante della vita non soltanto culturale, ma anche sociale della città. Il LAC, grazie al suo edificio di grande qualità architettonica e dotato dei più moderni standard tecnologici, si propone di diventare un nuovo polo di centralità per Lugano, localizzato strategicamente e dotato di uno spazio aperto che si offre alla città come una nuova 'piazza' centrale da abitare e da vivere. Uno spazio accogliente e aperto a tutti, ricco di servizi a disposizione del visitatore, dal ristorante alla caffetteria al bookshop, in cui sentirsi a proprio agio e confrontarsi con le nuove idee e con le migliori espressioni della creatività internazionale, per capire meglio il mondo in cui tutti noi operiamo e per stimolare l'intera scena culturale ticinese verso nuovi traguardi e verso un confronto sempre più attivo con quella internazionale. Il LAC è anche una struttura molto attenta ai temi dell'efficienza gestionale e della raccolta fondi, in costante ascolto di tutti i suoi potenziali partner e sponsor e sempre interessata ad aprire con essi un dialogo attivo per progettare insieme".

L'intervento di Mimi Lepori Bonetti, Direttrice generale della Fondazione San Gottardo, ha messo l'accento sull'importanza di costituire un tavolo delle Fondazioni donatrici ticinesi che abbia la capacità di porsi come soggetto attivo nei confronti dello Stato e dell'economia. "E' solo garantendo un partenariato nuovo tra società civile e Stato che è possibile far fronte, in modo innovativo, alle sfide che ci attendono" ha sottolineato Mimi Lepori. "Le fondazioni donatrici, se riunite tra di loro, sono in grado di interagire, di ottimizzare gli interventi sul territorio, di porsi in modo costruttivo di fronte alle associazioni di categoria svizzere e della Regione Insubrica che già lavorano con questo spirito". Con queste parole Mimi Lepori ha auspicato che da questa giornata ricca di spunti interessanti, la prima a livello ticinese, possa veramente nascere un lavoro di coordinamento tra le fondazioni. "Sarebbe un vero salto di qualità per il mondo delle fondazioni e un segnale forte per affermare il ruolo insostituibile della società civile" ha concluso Mimi Lepori.

L' On. Giorgio Arch. Giudici, Sindaco della Città di Lugano ha posto l'attenzione sul percorso di rinnovamento della città, imperniato sul modello dei cinque poli che si sta avviando verso il suo compimento con la fondamentale tappa dell'apertura del LAC nel 2013.

L' On. Norman Gobbi, Consigliere di Stato del Cantone Ticino e Direttore del Dipartimento delle Istituzioni ha sottolineato come il LAC si ponga tra gli obiettivi quello di essere un punto di riferimento per il turismo culturale non solo del Canton Ticino. A contribuire alla buona riuscita possono essere soprattutto le Fondazioni culturali che in Ticino sono un centinaio di cui 55 impegnate nella cultura di simposio. Auspicabile sarà la nascita di progetti che permettano a queste numerose Fondazioni di proporre di tanto in tanto dei programmi culturali a beneficio del futuro centro culturale. Vi è infatti frammentarietà tra queste entità. Questo, a volte, porta all'organizzazione di eventi, manifestazioni o mostre che suscitano meno interesse di quanto prefissato, mentre meriterebbero molta più notorietà "Offerte che mi auguro - ha detto il Consigliere di Stato Gobbi - possano essere diffuse anche alle zone periferiche del Canton Ticino". Il LAC potrà fungere da traino per l'ideazione di interessanti proposte grazie anche all'apporto delle Fondazioni esistenti e di quelle che vedranno la luce.

Da ultimo l'attenzione dei relatori si è soffermata sulle specifiche esigenze dei richiedenti alla luce dell'attuale contesto sociale. Argomenti approfonditi fra gli altri la fiscalità, le normative legali, e la pianificazione, progettazione e rendicontazione delle collaborazioni fra mondo No-Profit e Fondazioni.

I tunnel riciclati di Trento

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Jeffrey Schnapp, designer del riutilizzo dei tunnel di Trento diventati mostra permanente, segnala che quell'opera ha vinto il terzo premio Smart Urban Stage.

tunnel_schnapp.jpg

Il tema del progetto evolve. Vive in visioni generali e comprensibili, come la sostenibilità nel futuro delle città. Si sviluppa in idee accattivanti, capaci di una forma di "pubblicazione" esteticamente attraente. Si fonda su innovazioni tecnologiche che consentono di condividere le idee di base e di farle crescere con la condivisione del "pubblico".

Lo schema si applica in architettura come nelle piattaforme per i social network e in molti altri servizi. Evidentemente, il pensiero progettuale si sta espandendo oltre le sue frontiere tradizionali. Riparte dall'immateriale, dal senso delle opere, per poi ritornare a dar forma all'ambiente, alla materia, all'oggetto: ma avendono completamente rigenerato il valore e il servizio.

Il paesaggio della conoscenza

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A Digital Accademia si discute della forma dell'ambiente che stiamo costruendo. Conosciamo la storia del paesaggio agrario. Abbiamo l'esperienza del paesaggio industriale. Ma che forma avrà il paesaggio dell'epoca della conoscenza?

Le aziende che lavorano su internet sono tutt'altro che prive di geografia. Le persone vivono sul territorio. Le iniziative che creano, nel territorio, diventano generazione di idee, relazioni, scambi di conoscenza. Riccardo Donadon con la sua H-Farm dimostra che il luogo è una piattaforma generativa. Come dicono anche all'Ocse, la globalizzazione non è più vista come omogeneizzazione del pianeta, ma come competizione tra i territori. E i territori competono puntando sui motivi della loro unicità.

Questi motivi di unicità, che sostanziano il valore e la competitività dei territori, sono profondamente legati alla conoscenza incarnata nelle persone che agiscono nelle piattaforme territoriali e sedimentati nella storia scritta sul territorio dalle persone che vi hanno vissuto.

Renata Codello, soprintendente ai beni artistici, architettonici e paesaggistici di Venezia, racconta la sua funzione che a sua volta si trasforma. Il suo lavoro era concentrato sulla cura dei "vincoli": come riesce a trasformarli in opportunità? «Il paesaggio è una sequenza infinita di domande di tutti i tipi. Superiamo l'idea di paesaggio come contenitore. E del resto il senso e l'impronta data da Venezia al paesaggio non è mai stato contenuto all'interno di confini precisi».

Continua Codello: «Essere qui, per me, è una liberazione. Corriamo rischi chiarissimi se continuiamo a pensare che la pianificazione del territorio sia possibile, mentre è chiaramente frutto di un pensiero fallito. Il paesaggio non è l'"antico", è un sistema di interrelazioni che si percepisce come valore identitario: perché è capace di creare valore condiviso. Il Veneto è ricco di storia, come sappiamo, ma è anche una regione che consuma il territorio in modo primitivo. L'idea di sviluppo è stata equivocata con il consumo illimitato di risorse comuni. E molte infrastrutture si sono fatte senza consapevolezza del territorio. Questo più che consumo è saccheggio. Lo stesso sviluppo industriale veneto, basato sulle piccole e piccolissime imprese - casa e capannone - che hanno occupato il territorio e trasformato una regione dalla quale prima si emigrava, ha forse fatto la sua epoca. Dobbiamo pensare a un nuovo equilibrio. I centri storici non bastano a garantire un senso identitario. La costruzione del paesaggio che immaginiamo per il futuro è diventata più complessa: il rapporto con la natura e la percezione che il luogo è in grado di produrre sulle persone sono atti di cultura. La contemporaneità ci dice che questa costruzione del paesaggio come atto di cultura dipende dalla ricostruzione della prospettiva di futuro. Nell'epoca della conoscenza i luoghi più complessi sono quelli nei quali si possono creare le soluzioni eccellenti. Venezia è la città più contemporanea del mondo, è relazionale per definizione ed è il luogo nel quale le persone tornerebbero a vivere». Se l'epoca della conoscenza che crea la domanda di quello che Venezia può offrire, Venezia deve darsi un'economia della conoscenza per poter offrire spazio a chi vorrebbe venirci  vivere.
Sull'Economist di questa settimana i nomi italiani abbondano.

Quelli che riguardano la politica, salvo qualche rara eccezione, sono trattati come al solito. Incapaci di decidere, orientati a rovinare l'Italia, conservatori della specie peggiore: quella che conserva il peggio.

Quelli che innovano, si trovano nel Technology Quarterly: sono stranamente numerosi e fanno tutt'altra figura. C'è Mario Ploner, della Tecnomeccanica Biellese, che racconta di una tecnologia per raccogliere il petrolio che finisce in mare, basata sulle proprietà della lana. C'è Giancarlo Galli, dell'università di Pisa, citato in un articolo sulle tecnologia per l'efficienza delle navi, che usa dei polimeri capaci di attrarre l'acqua da un lato e respingerla dall'altro. C'è Alessandro Bottaro, dell'università di Genova, citato in un articolo sulla tecnologia del volo per aver sviluppato un materiale che ha caratteristiche simili a quelle delle più piccole piume degli uccelli.

Poi c'è Antonio Spadaro, citato dall'Economist per il suo articolo sulla Civiltà Cattolica che ipotizza una relazione tra l'etica hacker e la visione cristiana. Viene segnalata anche l'iniziativa di Marco Fioretti e del suo gruppo che si occupa di incoraggiare la chiesa cattolica ad adottare il software open souce.

Non sono sicuro che non ci siano altri italiani nel Technology Quarterly. Da un lato perché non so se Luana Iorio che lavora alla Ge e ha studiano negli Stati Uniti sia italiana, anche se il nome lo lascia sospettare. E dall'altro lato perché non ho letto l'Economist, l'ho ascoltato nella fantastica versione audio per il cellulare, guidando: il fatto è che la pronuncia dei nomi italiani dei peraltro ottimi speaker è un po' dubbia. Bailise e Ciaivilta - al posto di Biellese e Civiltà - le ho decodificate non so se ci sono riuscito in tutti i casi.

Design di e.commerce

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Una galleria di siti di e.commerce considerati eccellenti da Open Forum. Chi vuole segnalare altri esempi e il motivo per cui li segnala è benvenuto...
Grazie a Napo si scopre che esiste un sistema che consente la collaborazione tra chi cerca notizie nei dati e chi programma. ScraperWiki. Via SummerSchool Iulm-Ahref.

Due ragazzi e una singolare start up

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Due ragazzi, un filosofo e un programmatore, stanno sviluppando un servizio per cercare vino in Georgia e dintorni, viaggiano e informano sulla sostenibilità alimentare. Ne viene fuori una start up. Si può seguire il processo sul blog.

Symposium at Soliko's from michele on Vimeo.

Amazon Tablet v. iPad

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Un'analisi di Lauren Indvik si aggiunge ad altre che vedono nella prossima uscita di un tablet di Amazon il principale futuro competitor dell'iPad.

Questa affermazione contiene due ipotesi: 1. farà concorrenza all'iPad, 2. batterà gli altri concorrenti dell'iPad.

Ebbene: la prima ipotesi è evidente poiché entrando nei tablet Amazon farà concorrenza al leader di quel mercato. La seconda è meno evidente: batterà i tablet attualmente sul mercato con Android, per esempio?

Il settore dei tablet, di fatto, è stato inventato da Apple e per un certo periodo tutto il comparto si è chiamato con il nome del prodotto: iPad. Presto è arrivato Samsung con Android e la parola tablet ha assunto un certo rilievo. Entrambi quindi i grandi giocatori in campo hanno una certa presa culturale sul tipo di prodotto di cui parliamo. Quale sarà il punto di forza del tablet di Amazon tale da farlo entrare nel radar dei consumatori e spingerli a comprarlo in massa?

Anche se non esiste ancora, il tablet di Amazon infatti gode dell'effetto di abbrivio positivo attivato dal Kindle. E come il Kindle gode della spinta del vero punto di forza dei prodotti Amazon di questo tipo: è una finestra su un sistema di servizi di acquisto, scambio di commenti sugli acquisti e servizi cloud che potrebbe davvero cogliere l'attenzione del pubblico. Il sistema operativo è meno importante, in questo senso, della piattaforma di servizi.

Specialmente se il prezzo sarà, come si dice, molto basso. Perché finanziato dalla quota Amazon delle prevedibilmente alte vendite di prodotti che attiverà.

One last thing: iTeam

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Sul Sole 24 Ore, un'analisi sull'ultima creatura di Steve Jobs: iTeam.

(E qui c'è la puntata di ieri di Fahrenheit)
Su ArsTechnica (e poi su un milione di altri siti, ma non su quello della Apple, in questo momento) è apparsa la prima lettera di Tim Cook ceo della Apple:

Team:

I am looking forward to the amazing opportunity of serving as CEO of the most innovative company in the world. Joining Apple was the best decision I've ever made and it's been the privilege of a lifetime to work for Apple and Steve for over 13 years. I share Steve's optimism for Apple's bright future.

Steve has been an incredible leader and mentor to me, as well as to the entire executive team and our amazing employees. We are really looking forward to Steve's ongoing guidance and inspiration as our Chairman.

I want you to be confident that Apple is not going to change. I cherish and celebrate Apple's unique principles and values. Steve built a company and culture that is unlike any other in the world and we are going to stay true to that--it is in our DNA. We are going to continue to make the best products in the world that delight our customers and make our employees incredibly proud of what they do.

I love Apple and I am looking forward to diving into my new role. All of the incredible support from the Board, the executive team and many of you has been inspiring. I am confident our best years lie ahead of us and that together we will continue to make Apple the magical place that it is.

Tim

I binari sui quali Jobs ha avviato la Apple sono un'identità, una cultura e un metodo di lavoro. Questi non cambieranno perché sono diventati il dna della società.

E' il messaggio di cui c'è bisogno, oggi. Domani, però, quei valori dovranno essere interpretati nella vita reale. Se Jobs ha fatto un buon lavoro, la nuova squadra ci riuscirà.

Mestro Steve

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Dalla prefazione al libro di Jay Elliot, Steve Jobs, Hoepli 2011.

Lo hanno definito un genio, un tiranno, un leader carismatico. Ma più spesso, molto più spesso, Steve Jobs è stato descritto come un mago: per gli ammiratori, un creatore di realtà che nessuno aveva visto prima; per i critici, un prestigiatore che tira sempre fuori dal cilindro la sua nuova sorpresa. Perché un visionario è sempre una persona che pensa diversamente e che, dunque, suscita reazioni contrastanti: c'è chi crede che il suo sia un potere soprannaturale e c'è chi non cessa di tentare si scoprire quale sia il trucco. C'è chi lo applaude e c'è chi lo perseguita. Da questo punto di vista, non è cambiato proprio tutto dai tempi di Giordano Bruno. E in effetti, ci sono poche biografie di imprenditori segnate come quella di Jobs dalla sperticata affezione dei suoi seguaci e dalla violenta incomprensione degli scettici: perché Jobs fondò la Apple con Steve Wozniak e la portò al successo, perché fu poi cacciato dalla sua creatura e visse in esilio una dozzina d'anni, trovando il tempo di fondare altre due aziende come Next e Pixar, e perché solo quando l'azienda era sull'orlo del fallimento fu chiamato a rifondarla. Nel 1998, quando al MacWorld di San Francisco, dopo la presentazione dei nuovi prodotti, facendo simpaticamente finta di essersi ricordato all'ultimo momento di avere "ancora una cosa" da dire, annunciò "siamo in utile", fu un trionfo: ma non sarebbe stato lo stesso se per arrivarci non avesse dovuto attraversare un inferno. La dimostrazione di come un uomo potesse fare la differenza, in un'impresa, non sarebbe stata altrettanto chiara, se il suo amore per la Apple non avesse dovuto superare una prova tanto dura come l'esserne stato brutalmente respinto e allontanato. I momenti di trionfo sono stati tanti, da quel 1998, da aver riempito le cronache in ogni parte del mondo. La reinvenzione del business della musica, con l'accoppiata iTunes-iPod. La ridefinizione del telefono, con l'iPhone. L'apertura di una nuova dimensione della lettura e della fruizione dei contenuti digitali con l'iPad. La conquista dei vertici dell'imprenditorialità globale con il riconoscimento registrato a Wall Street, quando la Apple ha raggiunto la capitalizzazione di borsa più alta di tutta l'industria tecnologica.

Ora tutti si chiedono come ci sia riuscito. E quale sia il suo insegnamento per la comunità degli innovatori. Chi lo conosceva bene, come Jay Elliot, antico collaboratore di Jobs e autore della magnifica biografia professionale che in questo momento state cominciando a leggere, non esita a definirlo "un artista". Ed è difficile non comprendere che in questa definizione c'è qualcosa di molto vero: guardando i suoi prodotti, gli ammiratori non vedono strumenti elettronici, ma rivelazioni, capaci di far scoprire nuovi mondi di senso, capaci di spostare il limite del possibile dal punto di vista tecnologico e nello stesso tempo di gratificare chi li usa in modo più estetico che funzionale. Sarebbe d'accordo, lo stesso Steve Jobs? Nell'unico momento di autobiografia che Jobs abbia voluto condividere, la lezione a Stanford nel 2005, divenuta uno dei video più commoventi e importanti che si possono trovare su YouTube, suggerisce ai ragazzi di coltivare la passione e l'ingenuità, la fame e la follia: "solo amando quello che fate, farete grandi cose". Un'idea non troppo diversa quella che aveva espresso presentanto il Mac, più di vent'anni prima: "irragionevolmente grande". Lui, Jobs, non si è raccontato se non attraverso le sue opere e in esse ha proiettato la sua passione, visione ed esperienza: come un artista, come un esaltato, come un creatore, senza alcuna distanza tra la sua esistenza e ciò che ne ha fatto.

Eppure, ci sono molti esaltati che non sono altrettanti Steve Jobs. E' chiaro che il suo valore non si riassume in una parola. Piuttosto, lo si scopre nella sua vita esemplare. Una vita proiettata a cercare di realizzare opere eccellenti condotte dalla tensione verso l'essenziale. Solo questa tensione spiega la sua maniacale attenzione per i dettagli. Ha sempre voluto conoscere tutti i particolari dei prodotti dell'azienda, come ricorda Elliot, e occuparsi di tutto. Il che ha sempre generato un certo timore in chi gli stava di volta in volta accanto, anche perché Jobs non si è mai tirato indietro quando ha pensato che fosse giunto il momento di esprimere le critiche più feroci; ma questo atteggiamento, nello stesso tempo, è sempre stato un motivo di entusiasmo per i collaboratori: perché un fatto è certo, chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui ha vissuto un'esperienza indimenticabile. Non ha mai smesso di interloquire con gli ingegneri sulle soluzioni tecniche, non ha mai cessato di mettere tutto se stesso nella scelta delle persone da assumere, ha sempre trovato il tempo per mandare una mail di complimenti per un lavoro ben fatto anche all'ultimo collaboratore. Scelse personalmente il marmo di un negozio Apple in California, mandandolo a comprare in Italia, e andò regolarmente a ispezionare lo stato di avanzamento dei lavori: quando si accorse che il marmo si sporcava in seguito al passaggio delle persone, ordinò di rifare il lavoro usando nuovi materiali per fissare il marmo, scelti in modo che non trattenessero la polvere. La sua leggenda era tale che bastò che girasse la voce secondo la quale la sua bibita preferita era il succo di frutta Odwalla per fare di quella marca un successo internazionale.

Al centro della sua carriera, ancor più che i prodotti o i clienti, sta una ricerca continua, incessante, appassionata, di qualcosa da amare. Una ricerca perseguita con un rigore senza paragoni. Che gli ha fatto vivere una vita disciplinata solo dallo scopo di esprimere quello ne voleva fare. A cinquant'anni ha detto, agli studenti di Stanford: "Siate autori della vostra vita, non lasciate che gli altri la scrivano per voi". E a trent'anni governò il team che progettava il Macintosh con il motto: "non siete la marina, siete i pirati". Questa sua ricerca lo avrebbe condotto a combattere con i limiti che gli imponevano le regole abituali. A scuola era stato tanto ingovernabile da aver rischiato l'espulsione e in un'occasione addirittura la galera. Alla Apple, escluso dalla progettazione dei prodotti, ai tempi dell'Apple II, aveva trovato il modo di imbrogliare l'azienda e di sviluppare un team segreto con il quale avrebbe creato il Macintosh. E poi avrebbe causato danni enormi alle pur ricche casse della Apple imponendo ai progettisti di togliere la ventola per rendere silenzioso il Mac, pagando quest'idea con cinque mesi di ritardo nella produzione, e imponendo all'azienda di costruire una fabbrica per assemblare il prodotto: era tanto convinto che fosse unico e meraviglioso che non poteva lasciare ad altri il compito di costruirlo. Aveva ragione sul fatto che il Mac avrebbe cambiato molto più che il mondo dell'informatica, ma doveva ancora imparare quali regole invece non si possono ignorare. Al suo ritorno alla Apple, la sua conduzione sarebbe stata molto più consapevole. Ma lo spirito non era cambiato: si era semplicemente allargato dalla cura del prodotto, alla cura di tutta l'azienda.

Quando un imprenditore coltiva la sua azienda come un artista lavora alla sua opera, quando vede quello che la sua azienda può creare e trascina tutti a realizzarlo, allora il leader non è un capo: è un maestro di vita che conduce tutti a fare qualcosa di grande. In quel caso, non c'è differenza tra economia e cultura. E l'innovazione non è l'insieme delle novità: ma la costruzione del futuro.
È arrivato il giorno. Steve Jobs sente di non farcela più a lavorare come dovrebbe per la Apple. E quindi, volontariamente, lascia la carica di Ceo chiedendo al board di nominare Tim Cook. Il board accetta e chiede a Steve di restare come presidente.

La lettera di Steve Jobs è toccante. Il comunicato emozionante. Perché in poche parole richiamano una vita.

Steve Jobs è stato una guida ed è bello parlarne con partecipazione e ammirazione. Nelle tre volte che l'ho incontrato e l'ho intervistato ho potuto vedere che non era inaccessibile e che non era un personaggio: cercava idee intelligenti, ascoltava le domande e non rispondeva per frasi fatte.

Inutile nasconderselo: Steve Jobs lascia la Apple al punto di massimo successo della sua storia e il futuro non sarà più lo stesso. 

Ora vedremo se Jobs è riuscito nel capolavoro più raro di un grande leader: preparare la squadra in modo che i suoi successori riescano a fare cose ancora più grandi.
L'iniziativa di apertura dei dati lanciata dall'Enel mi pare ottima. Francamente. A guardare i dati messi a disposizione finora, peraltro, non posso non osservare che si tratta di un piccolo passo avanti. In effetti, i dati pubblicati nel momento in cui va questo post non consentono grandi operazioni di analisi. E in generale sono aggiornati all'anno scorso. Pronto a cambiare idea appena qualcuno di fa notare qualcosa che non ho visto. E senza sottovalutare il fatto che per l'Enel questa scelta è comunque un grande passo verso la trasparenza.

Se non a gesti, almeno a voce

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Giornata di segnalazioni sull'interfaccia. Dai gesti del Kinect alla voce, un'ingrafica sul riconoscimento vocale via Mashable. Il computer non è cieco e non è sordo.

Sul potenziale di Kinect

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Il Kinect ha un'interfaccia ad alto potenziale. Non è solo divertente per giocare. Ma può evolvere in un modo per interagire con la rete, tutto da sviluppare. La cosa più interessante uscita recentemente dalla Microsoft. Che ora tenta di portare il concetto più vicino al Windows Phone.. Non immagino che cambi tutto, ma quante cose si possono fare a gesti?

Link di ripresa

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Inq sta pensando se andare avanti con Android o Windows. GigaOm.

Nowism, sindrome della gratificazione immediata. Giornalaio.

Difficoltà a innovare per gli editori. Monday note.

Il senso analitico del nuovo servizio di Twitter, t.co. Tnw.

Perché Hp abbandona Palm. Facile da capire, secondo Daring Fireball.

Digital, Compaq, Palm.. Hp.. Autonomy

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Il terremoto tecnologico continua. Nokia con Microsoft, Google prende i telefonini Motorola, Dell ammette la crisi, Hp prende Autonomy e pensa di mollare i pc e ripensa a che fare di WebOs. Il che ci ricorda che le acquisizioni piacciono tanto alla finanza ma non necessariamente al business (Compaq aveva comprato Digital ed era stata comprata da Hp, come Palm..).

Non tutto si spiega con le intenzioni dichiarate quando si fanno le acquisizioni. E non tutte le operazioni che si somigliano hanno le stesse spiegazioni. Ibm era già uscita dai pc (che aveva lanciato) e qualcuno dice che Hp la segue. Ma i tempi sono molto diversi.

Quello che è chiaro è che tutti cercano business più profittevoli. E che Apple al momento è l'azienda che fa più profitti con un equilibrato e irripetibile mix di hardware, software e cloud. Dove cerca profitti Hp? Autonomy fa semantica su base statistica: un servizio software sempre più richiesto, ma sempre piuttosto soggetto a un margine di errore. Hp vuole fare più profitti con un supercloud semanticamente intelligente? Sembra un colpo a lunga gittata. Forse troppo lunga.

Stiamo guardando segnali forti ma di debole chiarezza strategica: siamo in un'epoca di ecosistemi, non dominata dagli operatori più grossi ma dai più avvertiti culturalmente.

Android non è come Windows

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Ovviamente l'acquisizione della divisione dei telefonini della Motorola da parte di Google continua a generare commenti. Perché oltre a essere grossissima, appassiona per le conseguenze strategiche.

Ci sono diverse interpretazioni.

La prima è quella che si legge nel comunicato di Google. Una mossa difensiva nell'area dei brevetti. Android resterà a disposizione di tutti i produttori che lo vorranno usare. Apprezzano questa interpretazione tutti quelli che sostengono la visione di Android come una sorta di sistema operativo standard aperto per gli smartphone generosamente messo a disposizione da Google. A vantaggio di questa idea c'è il fatto che i telefonini con Android hanno conquistato una grande quota di mercato. E poi la suggestione che viene dal paragone col passato: come Microsoft ha battuto la chiusa Apple nei pc così Android batterà la chiusa Apple nei cellulari. Il paragone però non regge fino in fondo: Microsoft faceva enormi profitti con il suo sistema operativo, Google non ci fa un dollaro; intanto Apple sta assorbendo una quota impressionante del profitto complessivo che le aziende producono nei telefonini. Google continua a basarsi sulla pubblicità ma è sufficiente nel mobile? Questa idea potrebbe non reggere alla lunga.

La seconda idea è che Google voglia diventare come la Apple. Un produttore di software e hardware in grado di controllare meglio il prodotto, di trovare maggiore qualità, influenzare i costruttori che usano Android a non customizzare troppo il sistema operativo come fanno oggi (il che lo rende meno standard di quanto sembri), fare almeno un po' di profitti nel mobile. Su Slate una bella interpretazione in tal senso. Fabrizio Capobianco vede la mossa di Google come l'ammissione che la strategia di Apple era migliore.

È probabile che la strada sia una terza, più pragmatca: Google ha comprato una difesa nel settore dei brevetti, perché i brevetti degli altri conducevano i concorrenti a fare soldi con Android, ma 12md sembrano davvero troppi; quindi ha comprato anche una strategia alternativa, quella di entrare nella produzione di oggetti hardware-software che garantiscoo un valore aggiunto maggiore del semplice software; Fantasiosamente si potrebbe dire che ora può difendersi da Nokia-Windows facendo la Apple e da Apple facendo la Microsoft. Ma Google non è nessuna di queste aziende: ha un approccio pragmatico, aperto quando serve, chiuso quando vuole. E sa che il mondo mobile non è come quello dell'internet fissa, purtroppo, perchè nel mobile non c'è netneutrality. Ci si possono fare profitti enormi ma bisogna controllare il proprio mercato. Ma in moda da lasciare libero l'ecosistema di svilupparsi. Apple ha trovato un suo equilibrio. Google sta cercando il suo.

Motorola, Google, Toniutti

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Su Motorola e Google, da segnalare un bel pezzo di Tiziano Toniutti. Un giornalista che si fa anche ascoltare. Questo il suo blog.

Intanto, Napo segnala questo post del grande Fabrizio Capobianco. Per lui è la fine di Android come lo abbiamo conosciuto.

Googlorola? Motoogle? Motoid? Androrola?

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Fosse confermata sarebbe grossissima: Google comprerebbe i telefonini Motorola.. Un cambio di registro fondamentale per il dominatore del web vissuto di piattaforma e pubblicità. Uno scossone incredibile per l'ecosistema Android. Una ulteriore vittoria concettuale per Apple o per il modello hardware+software. Tutto da commentare. Ma vediamo prima se è vero.

Update: le società confermano la notizia.

Si sono comprati i brevetti per contrastare i concorrenti, ma non basta per giustificare 12md secondo me. Si sono comprati anche una strategia alternativa, soprattutto in America.

Showyou: video, interfaccia e grafo sociale

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È una sorta di Flipboard dei video, come dicono i recensori. Si chiama Showyou. Ci si iscrive e si vedono in un solo posto tutti i video segnalati dagli amici o dalle fonti delle quali ci si fida.

La ricerca dell'interfaccia perfetta continua. E intanto sono sempre più numerosi i servizi che raccolgono i dati sul grafo sociale degli iscritti.

Leggerezza del capitale

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Arrington segnala Lighter Capital, per finanziare start up che hanno un modello di business.

Ci sono start up che cercano solo utenti per poi vendersi in blocco ai grandi (Facebook o Google, per esempio). E ci sono start up che cercano di costruirsi un modello di business sostenibile. Soprattutto in epoca di ristrettezze finanziarie (per non dire crisi gigantesca), forse è un approccio più sano.

Il ciclo dei social network

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Un'interessante analisi di Vincos propone di vedere dove si trovano i diversi social network nel grafico del ciclo di vita proposto da Geoffrey Moore. Questo genere di analisi è sempre divertente. In sostanza parte dalla voglia di vedere chi ce la fa e chi no nella competizione tecnologica.

Come sappiamo ogni tecnologia ha una storia. E in termini di adozione è più o meno questa: 
1. in principio la usano gli innovatori, poi quasi sempre - se proprio non è una ciofeca - l'adottano quelli che adottano tutto per primi; 
2. a quel punto, la tecnologia fronteggia un'alternativa diabolica: o svolta e passa a crescere nel mondo degli esseri umani normali, o viene abbandonata
3. se passa il chasm la tecnologia trova una prima maggioranza qualificata
4. poi va alla grande maggioranza
5. alla fine raggiunge persino i più pigri.

Questo vale un po' per tutti. Ma se si vuole applicare lo schema a un particolare settore tecnologico occorre farsi domande molto pratiche. La maggioranza di che? I più pigri quali? Di che numeri assoluti stiamo parlando? Chi riesce a superare il chasm? Google+ ce la farà? Dove arriverà Facebook? Esistono dinamiche specifiche di questo settore che rendono il ciclo un po' diverso da quello degli altri?

Vediamo il caso dei social network, secondo Vincos.


Social Networks Adoption Lifecycle

Il grafico è molto informativo per quanto riguarda in numeri degli utenti. Interessante vedere i network cinesi che di solito non si citano ma che invece vanno chiaramente citati. Vediamo i casi sui quali di solito dibattiamo.

Queste sono le opinioni prevalenti:
FriendFeed sembra essere condannato: da quando è stato acquisito da Facebook non è andato avanti e non supererà il chasm.
Google+ è partito in quarta e potrebbe arrivare alla maggioranza
Twitter ha già svoltato e serve già una maggioranza
Facebook è già maggioritario e punta a coprire tutto il mercato, un miliardo di utenti.
MySpace non dovrebbe più superare il chasm.

Fin qui è un po' di buon senso organizzato. Utile. Ma per andare oltre con il ragionamento ci dobbiamo domandare se stiamo confrontando tutto correttemente. Perché per esempio pensiamo che Google+ (20 milioni) andrà oltre il chasm e MySpace (125 milioni) non ce la farà?

Altre domande:
Stiamo parlando dello stesso miliardo di persone?
Stiamo parlando di tecnologie fungibili?
Stiamo parlando di dinamiche che hanno tempi lunghi o brevi?

FriendFeed e MySpace hanno avuto tutto il tempo per superare il chasm e non ce l'hanno fatta. In questo settore i tempi sono relativamente brevi: oltre un certo limite di tempo, la forza della crescita si affievolisce. Eppure molti utenti restano. Perché? E che cosa succede allora?

Ecco alcune considerazioni:

1. Un social network è una tecnologia di rete. Nel momento in cui si confronta con un'altra simile si apre una competizione: vince la tecnologia che conquista più utenti, per l'effetto-rete, e perde quella che resta indietro.

Ma un social network usato da qualcuno è una tecnologia di rete diversa da ogni altra se gli utenti trovano in quel social network il "loro" network sociale. Non lo abbandoneranno. E non lo abbandoneranno neppure se ci hanno investito molto tempo e se ci hanno registrato molte cose, come spesso hanno fatto gli utenti di MySpace. 

Quindi è come se entrassero in una categoria diversa: le tecnologie che non crescono eppure resistono perché qualcuno le usa. Hanno un valore diverso. Non è vero però che non hanno più valore. Una strategia che coltiva i network di questo tipo, senza crescita ma con valore, può essere interessante.

2. I network cinesi non si possono molto confrontare con quelli occidentali perché la maggioranza di persone che possono raggiungere è, a priori, totalmente diversa da quella che può raggiungere Facebook. Le persone che li usano e i network sociali che costruiscono sono diversi. Almeno fino a che non si internazionalizzano.

Metterli sullo stesso grafico è suggestivo. Ma questa precisazione va fatta. Imho.

3. Google+ riesce a ottenere credibilità. Non però solo perché è di Google. Precedenti tentativi della stessa azienda sono falliti. Del resto, la credibilità di Apple è fuori discussione, ma il suo Ping non è riuscito neppure a entrare nella classifica di Vincos.

Che cos'è dunque quella credibilità che fa dire che Google+ ce la può fare a superare il chasm?

E' la velocità di adozione dimostrata. E il tipo di dibattiti che si sviluppano. E' l'innovazione unica che è riuscita a costruire. La prima è un fatto misurabile. I secondi sono più qualitativi. Difficile confrontarli con le analoghe caratteristiche degli altri.

Se questo è vero, mettere tutti sullo stesso grafico è divertente. Ma dobbiamo avere la consapevolezza che è come se il grafico fosse la sovrapposizione di molti grafici. Ogni tecnologia ha il suo destino, la forma del suo grafico è simile a quella del grafico degli altri, ma il suo grafico non è quello degli altri. La maggioranza che può raggiungere non è quella degli altri. Il motivo per cui ce la fa o non ce la fa è unico. E il confronto è giusto sul piano logico, non sul piano quantitativo. 

La domanda centrale del grafico di Moore è questa: ce la fa o non ce la fa una tecnologia a superare il suo chasm? Deve superare la concorrenza degli altri per tutte le questioni che l'accomunano agli altri, ma per farcela deve trovare la propria unicità. Che non consente di paragonarla agli altri.

I piccoli, quelli che si rivolgono a un gruppo più limitato, devono cercare il valore aggiunto. I grandi devono cercare il volume. Quora è del primo tipo, Facebook del secondo. La sostenibilità si raggiunge comprendendo presto a quale tipo si appartiene, quali sono le proprie unicità, quali sono le unicità che ci riconoscono gli utenti, e seguire una strategia flessibile in modo che se non funziona la prima strada ci si possa adattare.

Ihmo.

Altri commenti su:
Un punto di vista da leggere intorno alla battaglia tra l'iPhone della Apple e il sistema operativo Android di Google. Lo propone MG Siegler su TechCrunch.

Siegler nota come lo storytelling convenzionale che è passato sui giornali e in giro è questo: Apple ha innovato drammaticamente il mondo dei telefoni entrando dal nulla con il suo iPhone e rivoluzionando il settore; poi Android ha ulteriormente innovato su quella scia conquistando con un modello più aperto la quota più grande del mercato. Apple, secondo Siegler, ha lasciato che questa storia andasse avanti. Perché copriva la storia più importante che avrebbe potuto dare un tono un po' più antipatico alla sua rivoluzione.

La storia più importante è che l'iPhone ha conquistato la grande maggioranza di tutti i profitti che vengono accumulati nel mondo dei telefonini intelligenti sul pianeta. Il grafico (sotto) è chiaro. Pensare che questo successo risulti antipatico appare vagamente unamerican. Ma forse la ricostruzione può essere realistica. 

Il fatto è che un'innovazione ad alto valore aggiunto e volume contenuto è proprio nelle corde della Apple. E di tutte le compagnie che puntano sul design di alta qualità. Per gli italiani, con tutte le differenze che ci sono nei settori in cui operano gli italiani, questo è il tema strategico più importante. Noi siamo protesti proprio a produzioni ad alto valore aggiunto e volumi contenuti. 

apple_android.png


Altri commenti su:
Dan Shipper è un ragazzo appena arrivato al college. Quindi, a parte studiare, non sappiamo quanto, tenta di fare soldi con qualche programmino su internet. Ha provato a far conoscere i suoi progetti in vari contest. Per trovare un feedback su una sua idea ha provato il servizio del turco meccanico di Amazon e ne è restato entusiasta.

Non sapendo che fare, un weekend ha scritto tre pagine web per lanciare un servizio a pagamento con il quale lui si impegnava ad aiutare i clienti a verificare le loro idee sul Mechanical Turk. Ha pubblicato la sua offerta su Hacker News. E ha aspettato. Dopo qualche correzione di errori e dopo due giorni il servizio è partito. E in due giorni ha messo insieme 350 dollari. (Il racconto sul suo blog)

Il mercato delle applicazioni web si è semplificato. Si sa come farsi pagare, si sa dove farsi pubblicità, si sa come trovare lavoro in crowdsourcing. Al momento c'è forse un po' di bolla, ma il sistema è reale questa volta. A questo punto, le idee vanno provate. E quelle che meritano possono farcela. In questo senso, si direbbe, il mercato globale è un terreno di gioco molto meno opaco del mercato nazionale. Non è facile. Ma non è impossibile.

Intelligenza collettiva e stupidità

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Una lunga e bella intervista in due parti di Shareable a Ezio Manzini, uno dei maestri del design dei servizi, la cui ricerca è oggi concentrata sulla sostenibilità. Il concetto dal quale parte è questo: noi 7 miliardi di persone siamo intelligenti: come facciamo a coordinarci con regole e piattaforme che tirino fuori il meglio di noi e non il peggio? E' anche una questione di progettazione, di design. (Shareable: prima parte e seconda parte)

manzini_0.jpg

Ezio Manzini photo via David Barrie's blog.


Dice Manzini:

"There is, in my view, a new model of organizing society and the production and consumption and whatever. When I use the words small, open, local and connected, this is my way of telling the story. People can tell it in another way, but the result is similar. Of course it's a metaphor: having small entities that when connected, become bigger entities. It's evident that it comes very strongly from the network. But once it appears, it's not only related to what you can do, strictly speaking, in the network and technologies. It's a way to imagine the way in which the social services are delivered in society and the way in which we can imagine economies that are at the same time rooted in a place and partially self-sufficient but connected to the others and open to the others. This is a very interesting relationship between being local, being related to a certain context and at the same time being open and connected, not provincial or one closed community that risks being against the others. This is an idea that is clear and strong if you talk about the arena where people are dealing with networks, open source and peer to peer. But it can become a very general metaphor, and embed itself in some realities to become a powerful way to organize a sustainable society."

Persone connesse, con forte senso del territorio, in organizzazioni aperte, itentitariamente chiare: è il punto di partenza. Il viaggio è tutto da seguire. Manzini lo racconta così:

"We can look for example at "zero-mile food", where not only a new way of eating but also a new relationship between production and consumption, and between the city and the countryside, are established. Or collaborative services where elderly people organize themselves to exchange mutual help and, at the same time, promote a new idea of welfare. Further examples are neighborhood gardens set-up and managed by citizens who in this way improve the quality of the city and its social fabric, or groups of families who decide to share some services to reduce the economic and environmental costs, but also to create new forms of neighborhood.

Once we start to observe society and look for this kind of initiative, a variety of other interesting cases appear: new forms of social interchange and mutual help (such as the local exchange trading systems and time banks); systems of mobility that present alternatives to the use of individual cars (from car sharing and car pooling to the rediscovery of the possibilities offered by bicycles); the development of productive activities based on local resources and skills which are linked into wider global networks (as is the case of certain products typical of a specific place, or of the fair and direct trade networks between producers and consumers established around the globe). The list could continue, touching on every area of daily life and emerging all over the world.

Looking at such cases of social innovation we can observe that they challenge traditional ways of doing things and introduce new, different and more sustainable behavior. Of course, each one of them should be analyzed in detail (to assess their effective environmental and social sustainability more accurately). However, at first glance we can recognize their coherence with some of the fundamental guidelines for sustainability."

Il problema è comprendere se si possono costruire piattaforme che abilitino questo genere di soluzioni. Che le rendano replicabili altrove mantenendo tutte le specificità locali. Che incentivino la qualità del risultato. La generalizzazione di tutto questo è una ricerca da svolgere e una pratica da sperimentare. Ma sarebbe interessante comprendere se si possono aggiustare le piattaforme esistenti o se si devono costruire nuove piattaforme.


ps. (In un periodo in cui si parla di scambio di case Airbnb, vale la pena di dare un'occhiata al progetto cohousing a Milano, via Desis)
Il commento di Simone Cicero al post di ieri impone una riflessione. E la sua intervista a Michel Bauwens, fondatore della P2P Foundation va letta.

Ieri, appunto, si è parlato della piattaforma Airbnb con la quale le persone affittano la casa per brevi periodi di tempo. E si è dato conto della crisi di immagine della Airbnb dovuta alla sua pessima reazione a una vicenda molto spiacevole capitata a una cliente: aveva affittato la casa per un breve periodo e al ritorno l'ha trovata devastata e derubata. Ne ha parlato sul suo blog e per la Airbnb sono cominciati i dolori. L'unico modo per riconquistare fiducia, per Airbnb, è investire duramente nella qualità del servizio e garantire una risposta completa e pienamente soddisfacente alla persona danneggiata. Questo può essere costoso. Ma poiché la Airbnb ha di fronte l'allettante prospettiva di andare in borsa a una capitalizzazione stimata di 1,3 miliardi, gli azionisti dovrebbero essere d'accordo.

Il commento di Simone Cicero, però, apre tutta un'altra prospettiva. Andando a concentrare l'attenzione sulle strutture P2P, con grandissima profondità, suggerisce che un servizio di scambio di case, anche se coinvolge un pagamento, potrebbe essere realizzato da una comunità di pari. Questi si potrebbero benissimo organizzare, anche grazie agli strumenti della rete, in modo da realizzare una rete P2P di scambi di case che non coinvolga una struttura centrale orientata - per statuto - a estrarre il massimo valore aggiunto dalle loro attività. Avrebbero un migliore servizio e un maggiore vantaggio. (Si deduce tutto questo dai principi generali espressi nell'intervista, mi pare).

Il problema è dove si pone la responsabilità, cioè l'altra faccia della medaglia della fiducia.

Se si affida tutto il servizio a una piattaforma commerciale ci si aspetta che questa guadagni, anche molto. Ma si deve pretendere che questa sia responsabile di ciò che offre. In questo caso, la piattaforma commerciale non può pretendere di ottenere tutto il vantaggio che si trova nella tecnologia internettiana che disintermedia sistemi commerciali meno efficienti, ma in modo da non garantire nulla ai clienti: tipo conoscere le persone cui vengono affittate le case e valutare se sono affidabili o socialmente pericolose. In fondo, questo lavoro viene fatto - almeno un po' - dalle piattaforme che fanno incontrare persone che non si conoscono per sviluppare nuove relazioni sentimentali. Perché non dovrebbe essere fatto per affittare le case private? Anche se legalmente la piattaforma si può parare da ogni ricorso dei clienti specificando di non assumersi responsabilità sul comportamento degli affittuari, nella sostanza chi affitta si deve poter fidare della piattaforma. E le attribuisce una responsabilità sostanziale. Alla fine, tutto questo potrebbe fare aumentare i costi e i prezzi. Sarebbe ugualmente sostenibile? (Salvatore Larosa, sempre nei commenti al post di ieri, faceva notare che i modelli di business di questo genere di servizi conducono a voler detenere il più possibile il potere dell'informazione, il che conduce a risparmiare su alcuni elementi di qualità essenziali).

Se si organizza tutto con le logiche del P2P il vantaggio monetario resta tutto tra gli utenti e non viene diviso con la piattaforma, con gli azionisti e con la struttura di management. Dal punto di vista tecnologico, una logica P2P è perfettamente realizzabile, come una piattaforma centralizzata. Perché non si passa dunque a questa soluzione? Ci si passa, in realtà, molto spesso. Ma non per tutte le idee di servizio: le piattaforme commerciali, spinte dall'incentivo di guadagnare, possono essere più veloci e fantasiose. È il motivo centrale dell'imprenditorialità. Esiste certo anche un'imprenditorialità sociale, ma forse in certi settori è meno proattiva. Ma sta di fatto che l'imprenditorialità sociale può realizzare gli stessi servizi di quella commerciale e ci riesce molto spesso. In quel caso, però, la responsabilità è di chi usa il servizio e la fiducia si ripone in chi usa il servizio. Dunque, la cultura che accomuna gli utenti del servizio, le maniere con le quali queste persone si conoscono e imparano a fidarsi, le pratiche che garantiscono a chi offre e domanda un servizio si imparano strada facendo, anche per prova ed errore. Sta al design del servizio prevedere le principali difficoltà. Ma sta alle persone comprendere la loro responsabilità. (È un po' quello che si diceva sulla responsabilità di ciascuno nei confronti di ciò che tutti leggono su Twitter). In ogni caso ci vuole un po' di tempo per sviluppare queste dinamiche.

L'intelligenza collettiva è un insieme di connessioni tra persone e macchine e funziona in base a regole. La responsabilità, il rischio e la fiducia, non sono questioni che si risolvono con le macchine ma con le regole sulle quali c'è consenso anche se non sono legalmente codificate, si risolve con la consapevolezza delle regole. Ebbene: il codice con il quale funzionano le macchine può contenere il codice delle regole e aiutare le persone a seguirlo: e questa è una sfida innovativa molto affascinante per il design dei servizi online. Chi se ne prenderà carico?

La competizione tra servizi commerciali e servizi comunitari avverrà sulla velocità di innovazione e sulla sostenibilità dei modelli. Forse i primi sono più adatti alla velocità e i secondi alla sostenibilità. Forse i primi rischiano di essere incentivati a sfruttare troppo la situazione e i secondi rischiano di essere troppo lenti nella produzione della necessaria cultura comune. Ci si può aspettare che la sostenibilità e il lungo termine siano la prospettiva giusta per le soluzioni comunitarie, ma il pullulare di veloci iniziative commerciali non cesserà di certo. Dunque ci si può aspettare che il senso di responsabilità sociale possa permeare anche le migliori soluzioni commerciali e che il senso di imprenditorialità un po' veloce possa conquistare anche il design dei servizi socialmente utili. Un equilibrio di modelli, probabilmente, è meglio di un pensiero unico. Ma il confronto è aperto.

update: commenti utili su google+... Airbnb risarcisce con 30k dollari. Inoltre, si fa una interessantissima chiosa: la reputazione è P2P per definizione e questo si sovrappone in ogni caso a qualunque modello sociale o commerciale...


Ps. Ricordo l'intervista da leggere. Ecco come finisce:

«I don't really think in terms of technological breakthroughs, because the essential one, globally networked collective intelligence enabled by the internetworks, is already behind us; that is the major change, all other technological breakthroughs will be informed by this new social reality of the horizontalisation of our civilisation. The important thing now is to defend and extend our communication and organisation rights, against a concerted attempt to turn back the clock. While the latter is really an impossibility, this does not mean that the attempts by governments and large corporations cannot create great harm and difficulties. We need p2p technology to enable the global solution finding and implementation of the systemic crises we are facing. Stopping this, in fact endangers the future of the earth and humanity. We are living in a bio-pathic system, which literally destroys the basis of human and natural life; and p2p is needed to ensure the transition to a biophilic civilisation, which ensures the continuity of our natural habitat and its gifts to humanity. Technology is just a tool, though a very important one, for transformation, but we should avoid any technological determinism as well as misguided utopianism depending on the next big magical breakthrough of technology.»
E.J. ha usato il servizio di Airbnb per dare in affitto la sua casa durante una settimana di assenza. Pensava di racimolare qualche soldo mentre era via. Quando è tornata ha trovato la casa devastata, derubata, danneggiata. Una storia d'orrore (UsaToday), per lei, e ne ha parlato sul blog.

La Airbnb che sta tentando di andare in borsa e pensa di valere 1,3 miliardi di dollari (Ft) ha reagito male. Prima ha tentato di convincere E.J. a smettere le sue pubblicazioni. Poi non ha saputo che fare e ha parlato con i giornalisti in modo sconclusionato. Ora assiste alla possibile moltiplicazione delle notizie negative sul suo servizio (TechCrunch).

Lezioni: i servizi che contano su internet per gestire un mercato nascente o disintermediare un mercato esistente nel quale si accosta la circolazione dell'informazione digitale con un'attività fisica nel territorio (logistica, consegne, incontri personali, ospitalità, car sharing) hanno bisogno di un sistema di sicurezze e controlli superiore. Non possono contare solo sulla riduzione dei costi di transazione che si ottiene con internet. Devono aggiungere costi di controllo, investire in qualità, non puntare sui legali ma sui collaboratori perché facciano bene il loro lavoro: non sarà vincere una causa che salverà la fiducia nel business della Airbnb.

Scoble, poi, commenta da par suo. Lui è un super-pr: ma invita a fare il lavoro di pr puntando a servire al meglio il pubblico. È possibile. Mi pare da leggere:

«What can the rest of us learn from this?

1. Most people will believe a batshit crazy customer over a nice businessman. I'm sure at AirBnb they think this lady is batshit. But if you are working at a company, remember this, that batshit crazy customer is far more believeable than anything I've seen come out of AirBnb all week.

2. Have a single point of contact: the CEO. Part of this crisis got worse because numerous people have been speaking to the press. The first thing you should do if you are in a crisis is appoint ONE PERSON to speak to the press and represent the company. That person should be the CEO. Not Paul Graham. Not the PR team. Not some VP. Not friends. Not off the record sources. Not anyone else except the CEO. Fire anyone INSTANTLY who does not listen to the CEO and stop talking to the press. Stop everyone from Twittering, Google+'ing, Facebooking on the topic EXCEPT to point everyone to the CEO.

3. The CEO should NOT use exclusively use press to argue out his case. Why not? The press has goals that might not align with cleaning up the crisis. Instead, the CEO should USE VIDEO! Why video, instead of text? We can tell whether you are lying or not. When I see text I can't tell, but video is far more convincing. Look at how Domino's CEO responded to a crisis: http://youtu.be/s-gvs2Y2368 AirBnb should have done this. They still should do this.

4. Fix the freaking problem. Make it completely go away. If you don't understand what this means, completely means, well, completely. Does it cost a million dollars to make this customer whole? Do it. Your business will live to see another day. Don't argue about it. Do it. Look again at Dominos Pizza's video: http://youtu.be/s-gvs2Y2368

5. Get better because of it. Come out with new policies. A new attitude of humbleness, etc. Dominos did (they actually totally changed their pizza to the point I actually like it now).»
Uno studio di Informa Telecoms & Media prevede che il mercato dei tablet crescerà dai 20 milioni di pezzi venduti nel 2010 ai 230 milioni che saranno venduti nel 2015. A quell'epoca la quota di mercato della Apple, attualmente dominante, sarà scesa al 38% (87,4 milioni di pezzi). Solo nel 2016 i tablet con Android venduti saranno più di quelli con sistema operativo Apple. (via Mashable)

Tutto questo è piuttosto ipotetico. Dipende dallo scenario teorico di riferimento. Se i tablet assomigliano ai telefoni, andrà forse come dice Informa. Se i tablet assomigliano agli iPod non andrà così e Apple resterà dominante. Dipende essenzialmente dall'ecosistema delle applicazioni: nel caso di iPod, il servizio iTunes è nettamente vincente sugli altri e sostiene gli iPod; nel caso dei telefoni, il servizio dell'App Store non riesce a mantenere la stessa unicità e in un ecosistema tanto più complesso come quello della telefonia lascia spazio a interpretazioni diverse del servizio e della tecnologia.

Bisogna ammettere che la Apple non sta facendo di tutto per mantenere una quota di mercato maggioritaria, ma piuttosto tende a massimizzare il profitto sulla sua quota. Tanto è vero che le strategie dei produttori di applicazioni si dividono: in parte accettano le regole Apple, in parte cercano alternative nei sistemi operativi diversi oppure nelle webapps. (Per esempio, vedi il caso Amazon)

In questo senso, pare più probabile lo scenario Informa.

Microsoft non mollerà Bing, si dice

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La Microsoft perde molti soldi con Bing, la sua versione di motore di ricerca, che non riduce visibilmente la distanza dal leader Google, sicché qualche osservatore fantastica di una sua chiusura o vendita. Ma probabilmente queato non succederà, dice RedmondMag.

In effetti, la Microsoft ha una lunga storia di prodotti sussidiati da Windows, che perdono ma sono tenuti in vita per motivi strategici. Ma mentre un tempo questo comportamento generava pensieri critici in chiave antitrust, questo non succede oggi, nonostante che la riduzione di quota di mercato di Windows nei pc sia piuttosto limitata. Un'ulteriore dimostrazione della perdita di centralità del pc.

Html5: standard in fieri

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Matteo Brunati reagisce a un post precedente con un contributo importante e che vorrei sottolineare. Quindi lo ripubblico qui:

"Ciao Luca, occhio che mi pare ci sia molta e forse troppa confusione sul tema HTML5=standard.
Non è ancora del tutto standard, e sicuramente sarà una tecnologia chiave del futuro e del presente, ma diamo le giuste misure. E' un processo in corso, e questo tenerlo presente è fondamentale.
Nell'articolo che citi si dice: "HTML5′s projected growth is all the more impressive considering that the actual standard is not officially expected to be completed until 2020, according to the World Wide Web Consortium (W3C) standards body. But that won't stop companies and independent engineers from developing and deploying HTML5 features, ABI said."
E' errato, lo standard sarà confermato nel 2014, ma ben prima sarà allo stato praticamente finale. Teniamo d'occhio il gruppo di lavoro del W3C per capire a che punto siamo.
E questa presentazione
Questo è il processo della creazione della raccomandazione nel W3C, giusto per dare l'idea.
Una vera e propria sfida di creazione collettiva e condivisa di un bene comune vero e proprio. Il processo è affascinante".

Organizzare l'organizzazione dei contenuti

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Anche Sribd entra nel settore delle apps per gestire la lettura di testi che provengono da varie fonti, segnalate dal social network, cercate con un motore; e ovviamente per condividere, leggere più tardi, commentare... (vedi TechCrunch) La nuova app si chiama Float. E per scoprire come si inserisce nell'insieme già popolato di Zite, Flipboard, Instapaper, rss readers e altro, non c'è che da provarla.

Ma come è vero che l'organizzazione dei contenuti è diventata una funzione separata tra quelle per le quali competono anche i giornali, perché nel digitale si apre una voragine di opportunità e bisogni in questo settore, è anche vero che quando si moltiplicano le soluzioni si apre il paradosso della scelta, l'ansia di scegliere la migliore, lo sforzo continuo di imparare nuovi modelli di interfaccia.

Finirà che ci sarà un organizzatore degli strumenti di organizzazione dell'informazione. Oppure che si tenderà ad affidarsi a uno, per fiducia in un marchio, per fedeltà a un'emozione, o a per abitudine.

Al volante della macchina volante

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Promettono di costruire la prima automobile volante entro quest'anno. The Transition.

Plastica intelligente

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Plastica intelligente. Ci vuole il 20% dell'energia di solito usata per produrre plastica, se si usa il metodo di MbaPolymers. Tutto si può riciclare. La compagnia è stata premiata dall'Economist per la sua innovazione. E ovviamente tutto è partito da un garage.

C'era una volta Natta...
Google+ fa incontrare gruppi di persone che vogliono fare una chiacchierata a voce e video. Facebook consente videochiamate tra due persone alla volta. E' la differenza tra i due recenti annunci in questo settore. Google ha la sua tecnologia, Facebook usa quella di Skype. Forse Google è avvantaggiata nell'innovazione, Facebook nella possibilità di allungare il passo in termini di numero di utenti anche in questa particolare feature. Ma la competizione è aperta. (Comunque per una comparazione va letto il pezzo di Josh Lowenshon). Intanto, Apple va avanti con la sua logica quasi autarchica in questo settore (finora non ha pagato moltissimo, mi pare).

Digital Accademia

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Digital Accademia si è presentata ieri. In uno splendido angolo della tenuta Tron, accanto al Sile, poco prima che giunga alla laguna di Venezia, Riccardo Donadon e altri imprenditori hanno coronato un progetto a lungo coltivato: una scuola di cultura digitale.

Come ogni cosa ben pensata in quest'epoca che cerca senso, il progetto è animato da uno spirito di utopia realizzabile: è teso insieme a incidere su un insieme inscindibile di dinamiche sociali, culturali ed economiche, nei limiti delle capacità di chi lo interpreterà e concretizzerà.

Il progetto servirà a contribuire alla conoscenza dell'evoluzione delle possibilità legate al digitale: si assume una responsabilità nei confronti della società e del suo territorio, pensando ai bambini, ai genitori e agli anziani che vogliono imparare a usare la rete senza subirla; una responsabilità nei confronti del tessuto di imprese esistenti che vogliono conoscere in che modo possono pensare al digitale come un'opportunità; una responsabilità nei confronti delle imprese che ancora non esistono, che sono nei sogni, nell'energia, nella visione di giovani che vogliono cogliere nel digitale uno degli strumenti utili a far nascere la loro azienda. Di fronte a queste responsabilità, l'Accademia sarà soprattutto un luogo di occasioni culturali che speriamo possa aiutare le persone che la frequenteranno a tirar fuori il meglio di sé, nel contesto aperto della grande rete globale, nella consapevolezza dei valori del territorio dal quale vengono, per l'opportunità di farli crescere.

10 mila ore di educazione

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Dice Jane McGonigal che un ragazzo americano di 21 anni ha passato 10 mila ore della sua vita giocando. E che a 18 anni è stato per 10 mila ore a scuola. C'è un'educazione parallela nel mondo dei giochi.


Google+ non si può usare in mobilità senza concedere a Google di conoscere la localizzazione dell'utente.

Dopo vari tentativi con iPhone e iPad si direbbe che sia così. Usando Google+ con il computer si va senza problemi. Ma se si accede con il browser del cellulare o del tablet il sistema chiede di accettare di condividere con Google i dati sulla propria localizzazione. (Ho chiesto lumi anche su Google+ e attendo risposte).

La conseguenza è che Google può usare i dati che raccoglie sulla localizzazione e condividerli con terze parti. E sebbene Google+ sia un ottimo prodotto (con pro e contro, ovviamente), la sua utilità diminuisce drasticamente se non lo si usa anche in mobilità: il che avviene se ci si rifiuta di concedere a Google le informazioni sulla propria localizzazione.

Può non essere un problema, si tratta di una sensibilità che varia da persona a persona. Ma è una nuova distinzione drastica del trattamento riservato agli utenti i rete fissa e mobile. Un utente sul fisso è più libero di un utente sul mobile. 

Ci sono dei termini di servizio di Google Mobile che sono diversi da quelli dell'accesso fisso. E addirittura ci sono norme per la privacy specifiche per quando si usano i prodotti Google in mobilità.

Google ha da tempo deciso che la rete internet mobile non è come quella fissa. Come quando ha sostenuto che la net neutrality è diversa nell'internet fissa e in quella mobile, in una dichiarazione pubblica condivisa con Verizon nell'agosto del 2010. Dichiarazione peraltro criticata dall'EFF.

La condanna dell'internet mobile è diventare una rete meno "libera" di quella fissa. I gestori mobili si prendono molte più libertà di quante ne concedano agli utenti i gestori di rete fissa.

Rim-pianti

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Il Blackberry era uno strumento amato-odiato dai suoi grandi utenti, gente d'azienda che non ne poteva fare a meno per seguire in ogni momento e in ogni luogo l'andamento degli scambi di inforamzione con i colleghi, i superiori e i collaboratori.

La sua superiorità nella gestione della mail è stata indiscussa per anni. Il suo spiazzamento è arrivato per il contemporaneo emergere di due tendenze: sono nati strumenti migliori della mail per gestire certe modalità di conversazione in rete, mentre l'efficacia della mail è diminuita anche in corrispondenza con l'inflazione di messaggi cc, inutili richieste di risposta, netiquette antica che richiede a tutti di rispondere comunque... Chris Anderson di Ted si è fatto portavoce di questa questione qualche giorno fa. E di certo non è un tema che aiuti la tecnologia della Rim che ha fatto della mail il centro del suo valore.

Una discussione di ieri dimostra che intorno alla Rim, che fabbrica il Blackberry e il discusso tablet PlayBook, si stanno addensando nubi, probabilmente destinate a essere superate solo con uno sforzo di grande innovazione. Ridare smalto alla Rim, assediata dalle piattaforme nate per servire a un insieme di attività ben più variegato e divertente, come iPhone e Android, significherà probabilmente ricreare un senso specifico del Blackberry: una migliore etichetta della mail potrebbe essere il primo punto; il secondo sarà rendere più importante la sicurezza che la piattaforma della Rim continua a vantare a favore degli utenti; il terzo sarà dare al Blackberry un'impronta meno seriosa e lavorativa, forse.
È una vecchia storia. Si descrivono gli strumenti tecnologici e subito vengono in mente tante cose che si potrebbero fare. Poi si pensa che gli strumenti non bastano... Però se leggere una descrizione di strumenti fa venire in mente idee che si potrebbero realizzare, allora forse vale comunque la pena di dare un'occhiata. E oggi ho incontrato due descrizioni di questo tipo: 

- 6 strumenti eccellenti per scrivere senza distrazioni (RWW)

- 7 piattaforme che cambiano il futuro dell'editoria (Brainpickings)

Chi ci difende dall'Agcom

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JC De Martin ne scrive con grande equilibrio sulla Stampa di oggi: il regolamento che l'Agcom si appresta ad approvare in materia di rimozione dei contenuti ritenuti lesivi dei diritti altrui dalla rete è un errore.

Se ne può discutere, ovviamente. Ma un fatto è certo: quel regolamento stabilisce che l'Agcom può rimuvere contenuti dai server italiani senza passare dalla magistratura e dunque senza consentire a chi li ha pubblicati di difendersi.

Ci sono molte argomentazioni che girano in rete. E vale la pena di leggerne un po' per farsi un'idea. Ne parla Scorza, AgoràDigitale, LucaNicotra, e molti altri citati qui. Le posizioni dell'Agcom sono quelle ufficiali.

Intanto, i governi dei paesi ricchi si incontrano a Parigi, all'Ocse, per discutere di come tenere aperta e innovativa la rete, senza frenarne la capacità di generare crescita e senza farsi prendere la mano da esigenze importanti ma molto meno generali.

E all'Itu fanno i conti su quanto cresce il Pil in funzione di quanto cresce l'accesso a internet in banda larga.

Le regole che frenano l'apertura della rete in Italia sono una delle cause della mancata crescita dell'economia italiana.

Chi ci difende dall'Agcom? Perché ci vuole sempre una mobilitazione e non basta il buon senso?

ps. Il fatto che ci sia Carlos Slim nella commissione Itu non è una garanzia, ma i dati sono solidi e confermati da molte fonti...La McKinsey per esempio.

Nielsen: 13 milioni di navigatori mobili

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Segnala la Nielsen con un comunicato:

"Gli utilizzatori di smartphone hanno superato i 20 milioni e il sorpasso sui telefoni tradizionali è imminente. Tra i sistemi operativi, forte crescita di Android, che in un anno triplica la quota di mercato.

I dati Nielsen sull'utilizzo del Mobile in Italia nel primo trimestre del 2011 (dati mensili) rilevano una costante crescita del numero di individui che accedono ad internet dal proprio cellulare: 13 milioni a inizio 2011, il 34% in più rispetto allo stesso periodo del 2010 e oltre 5 milioni in più rispetto al primo trimestre 2009".

La superiorità dell'aperto

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Questo è un insieme di appunti nato da una discussione letta online su web, apps ed editoria.

Massimo ha ragione. In generale vincono i sistemi che sviluppano un effetto-rete e in generale i sistemi che sviluppano un effetto-rete sono aperti. Perché una tecnologia o un servizio che funziona in rete vale geometricamente di più man mano che crescono i suoi nodi. Un sistema del tutto privato e che sia usato completamente secondo le regole del suo proprietario genera probabilmente un ecosistema meno ricco, in termini di sviluppatori e utenti, di una tecnologia aperta della quale tutti si sentono fondamentalmente proprietari. Questo dipende dal fatto che il monopolista privato è tentato di concentrare il vantaggio su di sé. Ma la regola non è priva di eccezioni.

Windows è stato per anni uno standard di fatto, proprietario e chiuso quanto bastava per massimizzare il vantaggio della Microsoft. Non è stato mai battuto direttamente. Casomai aggirato dalle funzioni di sistema operativo che si sono sviluppate sul web le cui regole e la cui proprietà sono decisamente uno standard pubblico. Sul web si possono pubblicare oggetti chiusi e oggetti aperti. Il loro successo è funzione degli obiettivi di chi li propone.

Facebook è una piattaforma chiusa e proprietaria che è nata grazie all'apertura del web e che ha chiuso nel suo recinto una quantità di applicazioni e comportamenti tale che AllThingsDigital dice che la rete si espande solo per via di Facebook mentre per il resto si restringe. Può essere un'altra bufala come quella di Wired che sosteneva che le apps stavano superando il web. Oppure può essere una nuova fase di proprietarizzazione della tecnologia, tipo Windows. Del resto, Google coltiva la sua grande forza sulla base dell'apertura del web ma è accusata di chiuderne una parte con una grande quantità di piccole mosse. E la Apple ritaglia una parte del web per creare un suo mondo a parte, come ha sempre fatto: in cambio di un grande vantaggio in termini di valore d'uso riduce un po' di gradi di libertà per gli utenti della rete. Anche queste soluzioni possono vincere o perdere. E la concorrenza tra aperto e chiuso continua.

Quello che conta non è tanto valutare quanto sia chiusa una particolare soluzione, ma quanto sia aperto l'ambiente nel quale tutte le soluzioni, più o meno chiuse, si confrontano. Perché solo l'apertura fondamentale dell'internet consente di pensare che per ogni tecnologia chiusa possa sempre nascere un'alternativa aperta che diminuisca la tentazione del monopolista di approfittare troppo del suo vantaggio.

Nel caso delle apps per leggere le notizie, l'eccesso di chiusura di Apple ha ridato fiato al concetto di webapp al quale gli editori come il Financial Times stanno dando finalmente importanza. E non a caso la Apple ha ridotto le sue pretese proprio dopo l'annuncio dell'Ft di andare avanti con la webapp.

Che cosa sono le apps per leggere i giornali? Modi per organizzare la lettura in modo adatto allo strumento che si ha in mano. Sul web in ufficio si va di fretta, sul cellulare ancora di più, sul tablet si può passare un po' più di tempo per leggere comodamente. Il design ne tira le consequenze. Ma le app sono software nient'altro. Non sono necessariamente apps per Apple o Google. E possono a loro volta essere aperte come il browser e il web. Che queste sperimentazioni non abbiano ancora generato grandi cambiamenti nelle percentuali di utenti che leggono i giornali, come segnalano Giornalaio, Massimo e Quinta, è del tutto probabile ed era del tutto prevedibile. Ma anche qui: se le webapps aperte vinceranno sarà perché i sistemi proprietari si saranno comportati in modo svantaggioso per i loro utenti e per gli sviluppatori.

La chiusura della Apple ha aperto la strada a una nuova tecnologia, o meglio ha portato a una tecnologia che molta gente ha pensato di comprare. Una volta cresciuta la base installata e aumentata la quantità di concorrenti che fanno tablet si è anche moltiplicata la quantità di sistemi operativi. Il browser è restato l'elemento unificante sul quale gli sviluppatori possono investire minimizzando lo sforzo. Anche gli editori possono pensare di seguire questa strategia e fare webapps.

Il tema non è contrapporre web e apps. E non è calcolare quanti usano le apps. Il tema è fare servizi che vadano prima a vantaggio di chi li usa poi di chi li fabbrica. Imho.

Prefazione a Steve Jobs

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Ecco il testo della prefazione che ho scritto per la versione italiana (Hoepli) del libro di Jay Elliot su Steve Jobs.

Iran, acqua e petrolio

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Dice l'Economist che in Iran una bottiglia d'acqua costa di più di una bottiglia di benzina.

Un dato, mille conseguenze...

(Insieme alla vasta disoccupazione, è uno degli argomenti di una grande discussione che in Iran si sta svolgendo per riformare l'economia. Tanto che da quelle parti si parla di "economic jihad. Ma questa è un'altra storia).

Vite da lance libere

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Freelance è una parola resa famosa da Ivanoe. Le libere lance erano avventurosi cavalieri al servizio del miglior offerente nei tornei medievali. Oggi sono avventurosi professionisti al servizio del mercato (con tutti i suoi pregi e difetti). Sono grandi protagonisti della dinamica del lavoro contemporaneo. E attraversano difficoltà che i dipendenti non si sognano neppure. Talvolta hanno soddisfazioni che i dipendenti non possono immaginare. Un libro di Sergio Bologna e Dario Banfi ne parla con profondità. Oggi è uscita un'infografica che vale la pena di condividere. (TheNextWeb)

freelancer-FINAL.png

Aggiornamenti

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Ci sono alcuni aggiornamenti nelle pagine che spiegano che cosa faccio. (en)

In particolare, darò una mano alla Digital Accademia, una scuola di cultura digitale che mi pare straordinaria perché nasce in un luogo e per opera di persone che sembrano saper connettere le dinamiche più sofisticate dell'economia della rete globale con le idee che si formano in uno dei territori più fertili di imprenditorialità che ci sono in Italia.

Istruzioni per le istruzioni

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More about HTML 5. Guida rapidaÈ un buon momento per dare un'occhiata a un manuale html5. Quello di Hyslop non fa perdere tempo in chiacchiere. È fatto per fornire una panoramica delle possibilità della nuova versione del linguaggio nato per fare le pagine web e ora migliorato per aggiungere applicazioni native in quelle pagine. Soprattutto è un manuale fatto per essere consultato quando serve.

La moltiplicazione dei sistemi operativi diversi che si usano quotidianamente (smartphone, tablet, pc, ecc) aumenta l'importanza dei browser come elementi unificanti. In effetti, tutti i browser, chiunque ne scriva il codice, si devono necessariamente riferire a un linguaggio standard e fondamentalmente pubblico come l'html e le sue evoluzioni. E sapere che cosa può fare l'html oggi significa comprendere che cosa succederà alle pagine web. E forse significa intuire come la rete si difenderà dal rischio di "balcanizzazione" dovuto alle strategie "separatiste" delle aziende private che hanno la maggiore influenza sull'internet al momento. 

Il libro di Hyslop, inoltre, aiuta a rispettare le regole fondamentali per l'accessibilità delle pagine, oltre che a tener conto delle esigenze dei motori di ricerca per farle trovare più facilmente.

Già che ci siamo. Phthon è il linguaggio per scrivere codice usato alla Fondazione Ahref. Non posso non consultare - e consigliare - un tutorial che ne illustra per i neofiti le caratteristiche fondamentali.

Cloud computing: nembi, cumuli e strati

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Apple interpreta il cloud computing come un insieme di servizi che si usano con i suoi terminali (iPhone, iPad, Mac, iPodTouch) e le applicazioni. Google interpreta il cloud computing come un insieme di servizi che si usano con il browser e il web. Microsoft interpreta il cloud computing come un insieme di servizi che si usano con il suo sistema operativo. Niente di sorprendente sotto il sole e sopra la rete. Ma è bello vedere come la storia dell'innovazione passata si sedimenta sull'innovazione attuale.

Per arrivare Jungo

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Un servizio che porta l'idea dell'autostop a migliorare la logica un po' troppo pianificatoria del carpooling: Jungo. Notato perché è in esposizione al Festival di Trento.

Nuvole, canzoni, fotografie. Apple e Twitter

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Apple sta per lanciare iCloud, il servizio cloud computing che comincia dalla musica. Twitter parte con un servizio di scambio di fotografie. Sono indiscrezioni, ma paiono piuttosto solide. Wsj. TechCrunch.

Arte e Scienza: reazione a catena all'Mit

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Deep blorking

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Elvezio Sciallis scrive un ottimo pezzo sul blorking, l'idea proposta da Dave Winer di realizzare un sistema per il social networking aperto e non proprietario. (Liquida)

Mostri tecnologici

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Certe volte le combinazioni di specie diverse avviano un processo evolutivo, altre volte sono vagamente mostruose. A quale categoria appartiene il Padphone dell'Asus lo vedremo. Si tratta di una combinazione di smartphone e tablet. Come il laptop sta alla docking station, così il cellulare sta al tablet. Guardandolo su Engadget non si capisce se sia davvero un po' mostruoso.

La metafora del computer

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Metafora. Comprendere un elemento della realtà per via analogica. Qualcuno nel governo americano ha deciso di finanziare generosamente un programma di ricerca che tenta di insegnare questa abilità ai computer. Atlantic. Geary. Il cervello è velocissimo nella generazione di metafore. I computer non sanno come fare. Ma per comprendere automaticamente un concetto in un'altra lingua occorre che il computer sappia riconoscere una metafora.

Il mondo è un palcoscenico, diceva Shakespeare. Ma nessun computer se ne cura. Fintantoché la precisione procedurale dei computer si ferma prima dell'analogia, gli umani conservano il monopolio dell'ispirazione. Ma se la scienza dei computer si estende dalla logica all'analogia che cosa prevale: l'ispirazione o l'istruzione?

Un modello 3D con 40 foto

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Autodesk esce con un software alla portata di tutti - purché abbiano un pc Windows - che riesce a costruire un modello 3D con una quarantina di foto dello stesso soggetto preso da diversi punti di vista. TechnologyReview.

Fisica della città

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Si può studiare l'evoluzione della città con un approccio matematico tratto dall'esperienza della scienza della complessità? Risponde su Edge Geoffrey West.

Il verde cresce

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Se lo dice anche l'Ocse... ecologia ed economia migliorano solo insieme.

McKinsey internettari

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La McKinsey pubblica uno studio che dimostra quanto valore economico generi internet, quanti nuovi posti di lavoro e quanta innovazione produca al di fuori dello specifico mondo della tecnologia. (Tra i 13 paesi studiati c'è anche l'Italia).

  • The Internet accounts for 3.4 percent of overall GDP in the 13 nations studied. More than half of that impact arises from private consumption, primarily online purchases and advertising. An additional 29 percent flows from investments by private-sector companies in servers, software, and communications equipment. The Internet economy, now larger than that of Spain, surpasses global industry sectors such as agriculture and energy.
  • The Internet is a critical element of economic progress, pushing a significant portion of economic growth. Both our macroeconomic approach and our statistical approach show that in the mature countries we studied, the Internet accounted for 10 percent of GDP over the 15-year period from 1995 to 2009, and its influence is expanding. Over the last five years of that period, its contribution to GDP growth in these countries doubled, to 21 percent. If we look at the 13 countries in our scope, the Internet contributed 7 percent of growth from 1995 to 2009 and 11 percent from 2004 to 2009 (exhibit). In the global Net's growing ecosystem of suppliers, US companies play leading roles in key sectors. China and India rank among the fast-growing players in the Internet's global supply chain.
  • Most of the economic value the Internet creates falls outside of the technology sector: companies in more traditional industries capture 75 percent of the benefits. The Internet is also a catalyst for generating jobs. Among 4,800 small and midsize enterprises surveyed, it created 2.6 of them for each lost to technology-related efficiencies.
Un commento da Marginal Revolution.

Zynga va in borsa?

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Pare dunque che Zynga - giochini su Facebook - vada in borsa. Pare che l'accompagni anche Goldman Sachs. Pare che puntino a una valutazione superiore a 10 miliardi. Pare che Zynga non confermi nulla del genere.

In attesa delle notizie è divertente rileggere la storia di Scamville, scritta da TechCrunch nel 2009. E alcuni sviluppi:
Scamville
Scamville 2
Scamville 3
Una difesa
Precisazioni
Dirty money
Transparenza

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti.
oecd_better_life.jpg

L'Ocse propone una grafica animata e interattiva del suo indice "personalizzabile" della qualità delal vita nei vari paesi. (via Infosthetics)

L'Italia è a metà classifica, più o meno. Il paese di chi si accontenta gode così così.

Quando le cose non vanno

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Luca Chittaro riassume tre concetti fondamentali per affrontare gli insuccessi.
1. E' facile reagire dicendo "sono un completo fallimento", ma è più corretto ammettere che solo alcuni comportamenti hanno fallito. Il che apre la strada a una correzione di rotta.
2. Quando non si raggiunge un obiettivo può anche essere perché l'obiettivo non era realistico. Si può cambiare il mondo, ma non a passi più lunghi della gamba.
3. Non c'è nulla di strano nel fallimento. Ed è un evento che produce esperienza, quindi potenzialmente un miglioramento.

I premi per l'innovazione

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Nel Nytimes registra la voga dei premi per l'innovazione. E ricorda la storia di questo strumento per indirizzare e stimolare la ricerca di soluzioni nuove.

Anche in Italia si moltiplicano i premi. Il Marzotto offre un montepremi di 400mila euro. L'Unicredit organizza a sua volta il Talento delle idee. Il Sole e il Cnr hanno una start cup. Ma le iniziative si moltiplicano.

Il Marzotto ha il merito di nascere pragmaticamente orientato a sostenere sul serio un'impresa innovativa. Certo, sulla via del pragmatismo si può andare avanti. Qualcomm e X Prize chiedono un'innovazione nelle applicazioni per la diagnostica, con un premio - siamo in America - da 10 milioni di dollari.
More about La natura della tecnologiaL'innovazione non si insegna. Non c'è una scuola che possa dire all'innovatore come combinare tecnologie esistenti per creare qualcosa di totalmente nuovo. 

Non esistono le istruzioni per il montaggio di un'innovazione. Ma le componenti esistenti, la storia delle innovazioni precedenti, le lezioni dei fallimenti e dei successi, possono offrire a chi sente di poter contribuire al processo innovativo spunti indispensabili per andare avanti.

Conoscere la dinamica evolutiva della tecnologia, per esempio approfondendo la teoria proposta da Brian Arthur con il suo fondamentale libro (La natura della tecnologia), garantisce un quadro interpretativo necessario.

Gli imprenditori non hanno certo bisogno di chi insegni loro a fare gli imprenditori e gli innovatori. Ma hanno bisogno di cibo per la loro mente e di informazioni che li mantengano sull'onda del processo innovativo portato avanti dall'insieme dei molti soggetti che lo realizzano: perché evidentemente il processo non è individuale ma collettivo. Possono trovare ispirazione in informazioni che probabilmente non sono nate per generare innovazioni, ma che solo gli imprenditori sanno riconoscere come soluzione a un problema. E possono trovare notizie su nuove componenti tecnologiche o nuovi filoni di ricerca che rendono possibile quello che prima non lo era.

Nella complessità evolutiva della tecnologia, però, gli innovatori hanno un compito che nessuno può insegnare. Il loro compito è trovare un senso nel caos e quindi dimostrare che la loro idea è una soluzione per coloro cui viene offerta. Quando riescono, il loro pubblico si stupisce, a sua volta ispirato: è questo, in un certo senso, l'incanto dell'innovazione.

Le cuffie di Nendo

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Nendo_earphones.jpg


Nendo ha disegnato queste cuffie per ascoltare la musica. La sua ricerca riesce ad attrarre l'attenzione e la curiosità. Ma soprattutto dimostra che c'è ancora molto da fare in questo settore. (via Dezeen)

Negli strumenti digitali mobili, c'è da fare sotto molti aspetti. Si può innovare assolutamente nelle cuffie. E nelle batterie. E nei trasformatori per le ricariche. E in tutto ciò che ha a che fare con l'abbigliamento e il trasporto di questi oggetti che diventano sempre più belli e "indispensabili", ma anche nell'insieme vagamente ingombranti (senza dimenticare che in certe fasi rischiano di moltiplicarsi, nel caso si voglia avere sempre con sé l'oggetto giusto al momento giusto: iPad, iPhone, telecamera, computer...).

Per questi temi non si deve aspettare l'innovatore californiano. C'è molto da fare anche per gli artigiani-consapevoli-della-tecnologia che si trovano anche in Europa e in Italia.

Questo lo vedo

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Domani a Londra, TEDSalon:

Handling The Form and Function of Beauty

Richard Seymour, Designer

The Real Problem With The Education System
Katherine Birbalsingh, Teacher, Author "To Miss With Love"

Listening to the Sounds of Space
Honor Harger, Artist & Curator

Seeing is Moving (Tech demo)
Aldo Faisal, Neuroscientist and Engineer

You Think You Know Flowers?
Jonathan Drori, Main Board Member, Royal Botanic Gardens, Kew

Child Marriage: Behind Her Smile

Mabel van Oranje, CEO, The Elders

The Global Spread of Belief in Contemporary Art
Sarah Thornton, Author, "Seven Days in the Art World"

The Path Towards Living Systems
Martin Hanczyc, Associate Professor, FLinT, University of Southern Denmark

The Most Promiscuous Tribe on Earth
Yasmin Alibhai-Brown, Author and broadcaster

The Spontaneity of Vocal Expression
Claron McFadden, Soprano


Diaspora più veloce

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Adattato il progetto alle novità del contesto, Diaspora promette di andare più veloce nel prossimo futuro. Ha cambiato strada su mobilità e servizi di social network open source federati.

Sostiene Enrico

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Per Enrico Beltramini il dopo-Facebook è già cominciato. Sembra strano pensarlo, visto che Fb ha conquistato tipo il 25% del tempo passato in rete, 5-600 milioni di utenti nel mondo, una capitalizzazione potenziale da superbolla (tipo 10-30mila volte il fatturato)... Eppure Beltramini racconta degli usi e costumi dei ragazzi che frequentano la sua università. E li vede autonomi dalla rete delle piattaforme giganti, orientati ad arrangiarsi con i telefonini e le apps, interessati da servizi online che risolvono problemi e comunque lontani da qualunque cosa suoni "vecchia" come il pc e fb. Pezzo da leggere.

Sta crescendo AppsBuilder

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A sentire i soci sostenitori, AppsBuilder sta decollando. Con una quantità di clienti in crescita esponenziale.

E' una bella storia. Daniele Pelleri e Luigi Giglio, studenti del Politecnico di Torino hanno un'idea, una passione e una sana, indomabile ingenuità. E realizzano un software utile: per fare in fretta e bene una applicazione per iPhone, iPad e Android. Modello di business ibrido: con pubblicità o senza ma a pagamento.

Ne ha parlato ieri Raffaele Mauro in un pezzo molto ampio.

Sul Sole 24 Ore - e su Nòva - ne aveva parlato Luca Dello Iacovo in due riprese nei mesi scorsi. Ecco il suo pezzo di qualche giorno fa:

Se fosse un gioco sarebbe quellodei mattoncini lego: AppsBuilder è un tavolo da lavoro
online per costruire applicazioni passodopo passo.Ha appena debuttato su internet. Gli utenti,
anche senza registrarsi, assemblano le parti del software con mouse e tastiera. Non è necessario avere nozioni di informatica: è un processo intuitivo. Alla fine della catena di montaggio ottengono un software da scaricare, installabile su iPhone, iPad e dispositivi con sistema operativo Android. Ma diventa operativo dopo la pubblicazione nelle vetrine digitali
dei negozi di applicazioni: si tratta di un passaggio che costa 99 dollari per Apple (con iOS
Developer Program) e 25 dollari per AndroidMarket con la registrazione come sviluppatori.
A lanciare AppsBuilder sono stati due studenti di ingegneria informatica del Politecnico di
Torino, Daniele Pelleri e Luigi Giglio: prima di completare gli studi hanno iniziato a sperimentare con i software per smartphone e tablet.
La passione amplia un terreno fertile per l'attività professionale. «Le aziende chiedono applicazioni personalizzate, magari perché vogliono il loro brand su uno store, oppure sono interessate a esplorare altri canali di comunicazione», dice Pelleri. Durante la scorsa estate hanno varato l'officina digitale, quasi per gioco: in poche settimane sono arrivati 2mila utenti interessati a mettersi alla prova. Anche un gruppo specializzato in domotica, Crestron Electronics, ha montato la sua applicazione per unire i messaggi pubblicati nei
suoi social network online, come Facebook e Twitter. Il passo per diventare imprenditori è stato breve: i due allievi dell'ateneo piemontese mostrano i risultati ottenuti a potenziali investitori e ricevono il supporto di Annapurna Ventures, un gruppo specializzato nel sostegno alle startup fondato da Massimiliano Magrini, ex country manager di Google Italia. Secondo la
società tedesca di analisti Research2guidance ad aprile sono arrivate 11mila nuove applicazioni nell'App Store Apple e 28mila nell'Android Market.
Esistono anche piattaforme simili, come Appdoit e App-Makr: AppsBuilder abilita l'intero processo in modo gratuito e senza registrazione nella fase iniziale, ma l'utente deve affiancare al suo software gli annunci pubblicitari gestiti dalla startup, oppure può scegliere di pagare
un canone mensile e pubblicare le proprie inserzioni commerciali.

Architettura di software

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Bellezza dell'architettura progettata col software. "I processi di fabbricazione digitale e i software di progettazione parametrica stanno influenzando i metodi, le teorie ed il pensiero progettuale architettonico. I sistemi cad/cam hanno avuto quello scarto nella loro evoluzione tali da poterli considerare strumenti di massa alla portata del progettista." A luglio se ne parla a fondo sulla costiera amalfitana.
Thumbnail image for loghiloghi.jpgTre piattaforme che mettono i designer e i creativi in contatto con potenziali clienti.

Le aziende lanciano un contest, i creativi rispondono. I creativi si fanno conoscere, le aziende li chiamano.

Le regole sono un po' diverse. Il senso è lo stesso: aprire strade, rispettare le idee, alimentare l'intelligenza dei progetti.

Zooppa
99 Designs
Shicon



Nel frattempo va avanti la votazione sul logo dell'Expo.

Microsoft voleva essere più internettara

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La Microsoft non ha mai amato profondamente internet. Nel 1995, a un dipendente che gli suggeriva di fare come Netscape e regalare il software per navigare in rete, Bill Gates rispose iroso: "Ma sei diventato comunista"? Nella prima versione del suo libro The Road Ahead, Gates dimenticò di parlare di internet. Poi fece un cambio di programma deciso alla fine del 1995. Ammazzò Netscape. E andò avanti. Ma di sicuro non ha lasciato un'azienda internettara.

La Microsoft ha tentato di comprare Yahoo! ma non ce l'ha fatta anche per un conflitto culturale con la popolazione internettara dell'azienda che voleva acquisire. Nel frattempo ha lasciato abbastanza da parte lo sviluppo della precedente megaacquisizione nel campo della pubblicità online. Ora compra Skype, che più internettara non si può.

Skype ha ancora il 44% dei dipendenti in Estonia. Gente che è partita come avversaria dei grandi, dalle etichette musicali alle compagnie telefoniche. Ora saranno probabilmente più miti. Ma ci si può domandare che cosa farà di questa gente la Microsoft. Di certo, se vuole diventare più internettara, la Microsoft ha molto da imparare da Skype. Vedremo.

Intanto, Geekwire fa notare che Skype ha una app per Android e per iPhone, non per il software della Microsoft. Una cosa da sistemare. Promette comunque di continuare a supportare le versioni del suo servizio per i concorrenti della Microsoft.
La piattaforma unica per i pagamenti con i cellulari, voluta da tutti gli operatori normali e alcuni virtuali, è stata annunciata senza spiegare quanta parte delle transazioni resterà alle telco e quanta andrà ai fornitori di contenuti e servizi.

In passato, le telco italiane volevano la maggior parte del prezzo della transazione. E questo ha ridotto lo sviluppo delle applicazioni e dei contenuti sulle loro piattaforme. Oggi hanno di fronte il benchmark della Apple, col suo 70% a favore dei produttori di software e contenuti. E se gli editori, come Class e Sole 24 Ore, si sono detti pronti a collaborare, vuol dire che hanno informazioni incoraggianti.

La Banca d'Italia non dirà niente fino a che si tratta di acquisti in beni digitali da fruire con gli stessi strumenti mobili che hanno effettuato il pagamento.

Vedi Pierani. Comunicato.
C'è chi sta progettando il primo completo simulatore del cervello umano, chi fa stormi di robot che si organizzano da soli per raggiungere un obiettivo, chi sta creando la tecnologia per riempire la nostra vita di sensori: per proteggerci e proteggere l'ambiente. C'è tanta scienza, bella tecnologia, moltissima ambizione nell'Europa dell'innovazione. Mancano gli eroi, i modelli sociali, il fascino: o meglio, ci sono ma non appaiono. Fet11 è una grande occasione per comprendere che l'Europa ce la può fare, ma solo se ritrova l'orgoglio del suo progetto con un'energia contagiosa che attualmente, purtroppo non traspare.

Personalmente ho contribuito con grande orgoglio ai lavori del panel sul progetto del "museo del futuro".

Studiare da Marco Arment

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Marco Arment - un giovane simpatico, modesto, ragionevole - ha fatto Instapaper: ha scovato un bisogno inespresso, quello di mettere da parte storie lunghe trovate sul web - mentre si va di fretta al lavoro o sul cellulare - che si vorrebbe leggere con calma più tardi, e lo ha soddisfatto con un'app che funziona benissimo, dal design minimalista e dal prezzo contenuto. Ha anche una versione basilare gratuita che riesce benissimo nell'intento di far venire voglie di avere "la cosa vera". Ha spiegato che l'assenza della app gratuita per qualche settimana dallo store non ha avuto praticamente effetto. E ha dato un insieme di informazioni ed esperienze utili a chiunque stia meditando su come far pagare qualcosa che riguarda l'informazione digitale.

A quanto risulta, Marco ha fatto praticamente tutto da solo. E sta ripagandosi abbondantemente dello sforzo. Se ci fosse un corso per imparare a seguire una strada analoga, sarebbe un bel corso.


Questo è un video pubblicato sul Quarterly della McKinsey. In questo numero anche:
Come trasformare l'agricoltura africana
Strategie per valorizzare l'internet mobile
Una mappa delle città globali del futuro
e il rapporto Urban World

Un giornale come se fosse un gioco

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Un vecchio articolo sulla vita quotidiana in una casa di produzione di videogiochi prende la forma di un gioco da esplorare. E' una ricerca teoricamente molto chiara: creare un nuovo format per le notizie che sia accattivante come le metafore dei videogiochi. (La storia è su Los Angeles Times)

Discutibili discussioni sui tablet

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Matt Rosoff ipotizza che la vicenda dei tablet sia una bufala. Che si tratti di una sorta di curiosità passeggera capitata agli amanti degli iPhone e che rientrerà presto nei ranghi: niente era post pc, secondo lui. O almeno questa è l'ipotesi.

I dati che porta a sostegno della tesi sono piuttosto poveri. L'analisi è però da prendere in considerazione. L'eccesso di effetto-moda può dare impressioni sbagliate. Ma il problema è se prende a funzionare l'effetto-rete: cioè se la nuova tecnologia si diffonde abbastanza sa diventare un vero generatore di valore per gli utenti.

E questo essenzialmente dipende dalla qualità delle applicazioni che vengono scritte apposta per i tablet.

I megatrend in proposito non lasciano molti dubbi. Oltre alla quantità di software nato per girare sui tablet, c'è la crescita interessante dell'html5, i nuovi modelli di business e di comportamento emergenti, il piacere a quanto pare scoperto nella lettura di storie lunghe e libri con i tablet, i giochi e le mappe... Il computer sul divano e non più solo sulla scrivania. E le sempre nuove invenzioni che serviranno a connettere senza fili quasi tutto facilmente come quelle della Apple. Senza dimenticare la gestualità touch che sta prendendo piede al posto di quella del mouse.

Come ogni innovazione piuttosto profonda anche i tablet devono conquistare il loro effetto-rete. Che può avere bisogno di un effetto-moda per partire (o in altri casi di un'ideologia, o di un ordine aziendale)... Ma che stia prendendo un posto nella vita digitale, si direbbe piuttosto evidente. Da qui a dire che i pc sono finiti, però, ce ne corre. E non si vede perché lo si dovrebbe dire. Sono semplicemente spiazzati: non sono più il centro della scena. Sono in rete. E' la conseguenza di internet, specie nella sua versione mobile.

Internet fissa col pc, però, va salvaguardata: è ancora il territorio più libero e neutrale (i gestori mobili non riconoscono la net neutrality). E' quindi probabilmente il territorio dal quale possono nascere le innovazioni più fantasiose e radicali. Imho.
Albert-László Barabási, Alex Pentland, Carlo Ratti e altri, usano i telefonini e i sensori per studiare il comportamento delle persone nei loro spostamenti e nelle loro relazioni. Senza bisogno di ascoltare le telefonate riescono a prevedere molti fenomeni. Il Wall Street Journal in un lungo articolo riporta alcuni risultati. Si possono comprendere i comportamenti in modo tanto capillare da intuire che due persone stanno parlando di politica oppure che un tizio sta per prendere l'influenza senza bisogno di altro che della possibilità di registrare gli spostamenti del suo telefonino.

Sembra emergere una tale quantità di dati sui movimenti delle persone che la dimensione della libertà individuale, cui il telefonino sembrava dare un'ulteriore enorme spinta, cede il posto all'analisi sistemica: le formiche nel loro piccolo si sentono imitate.

Non stiamo studiando l'intelligenza collettiva. Anche se la rete sembra diventare ogni giorno di più uno strumento dell'eventuale emergenza di una intelligenza collettiva (o almeno uno strumento di studio della stessa). Per ora, stiamo osservando il movimento dell'insieme delle persone. Che evidentemente scelgono nella vita quotidiana secondo schemi piuttosto prevedibili.

Emi Gal crede ai team distribuiti

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Emi Gal crede che l'organizzazione di un'azienda basata su team di persone distribuite in molti posti e non concentrate in un unico ufficio sia possibile e positiva. In questo intervento contesta i miti contrari.

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Nel frattempo - hai visto i post:
Perché "Cambiare pagina"
Habemus papam - deficit di accudimento
Prezzi di libri: carta e ebook
Link economy e comportamenti contraddittori
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Matteo Berlucchi e aNobii

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Bella intervista a Matteo Berlucchi su aNobii e quello che succede nel mondo dei libri digitali. Matteo sa quello che dice. Anche se non dice tutto quello che sa: il suo mestiere non glielo consente...

Gamification

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Gamification è il processo di usare "game thinking" e la "game mechanics" per risolvere problemi e ingaggiare gli utenti.

Linkiesta ha visto Trento

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Anche se ci sono voci discordanti, come quella di Ricolfi, è difficile non vedere il successo della strategia di sviluppo del Trentino. E un lavoro de Linkiesta lo racconta e lo spiega.

Investimenti orientati al lungo termine in ricerca e innovazione, arte e ambiente, in un contesto con una forte presenza di attività cooperative, mostrano una storia che si potrebbe studiare con attenzione per comprendere come una città e un territorio si possano dare un percorso per andare nel futuro con una certa chiarezza di prospettiva. Non mancano i problemi, ovviamente, e le beghe. Ma dei loro risultati, i trentini dovrebbero tutti essere orgogliosi.

(Nòva-IlSole24Ore, insieme all'Ocse, aveva scelto Trento come primo esempio per la sua ricerca delle "città illuminate").

Prezzi di libri: carta e ebook

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Luca Conti ha segnalato una situazione bizzarra: "Cambiare pagina" in versione cartacea si trova a un prezzo più basso di quello che si paga per la versione ebook (epub o pdf). Vista la segnalazione ho chiamato l'editore per capirne qualcosa si più.

Come è ovvio, un autore non ha alcuna voce in capitolo sul prezzo dei suoi libri. Ma chiedendo all'editore si scopre che anche quest'ultimo non ha tutte le leve decisionali in mano. Anche perché un conto sono i prezzi e un conto sono gli sconti. Mentre la struttura dei costi è abbastanza poco conosciuta. Non ne sono venuto a capo pienamente, ma ho imparato qualcosa.

Il prezzo di copertina ufficiale di Cambiare pagina è 11 euro e quello della versione digitale è 8,99 euro. Il che corrisponde al maggiore costo della carta. Ma la produzione non è la sola voce di costo. C'è anche la distribuzione, che conta per circa il 30-40% del prezzo di copertina anche nelle librerie digitali. Questo consente di praticare degli sconti. Ma gli sconti sono diversi a seconda della capacità contrattuale delle parti. E a fronte della politica di sconti aggressivi di piattaforme come Amazon per la vendita online di libri di carta anche le altre piattaforme abbassano i prezzi. Ma solo dove c'è concorrenza

Si scopre insomma che il mercato è più concorrenziale nella vendita online dei libri di carta, mentre lo è meno sulla vendita dei libri in formato elettronico. (Non solo: secondo me, ma è una pura supposizione, il prezzo del libro elettronico deve restare alto anche per pareggiare un po' le perdite dello scambio di libri elettronici tra utenti che in questo modo non pagano il prezzo di acquisto).

Si scopre che in generale nel mercato dei libri di carta, gli editori hanno più forza contrattuale e che nelle piattaforme online hanno meno potere. E che i compratori di libri elettronici sono meno sensibili agli sconti.

Da queste differenze emerge che il mercato dei libri elettronici e quello dei libri di carta sono sorprendentemente separati. La maggior parte della gente non confronta gli sconti di carta ed elettronici prima di comprare. E la ricerca di libri elettronici è ancora meno sviluppata e abituale di quelli di carta, tanto che nei libri elettronici, in Italia, il mercato è più concentrato sui bestseller mentre nella carta c'è una coda lunga più lunga.

Tutto questo significa essenzialmente che anche qui il mercato non funziona proprio come ci si aspetterebbe. Istruttivo, mi pare. Ma di sicuro non abbiamo ancora finito di imparare.

À Sciences-Po, Paris

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Incontro a Sciences-Po, Parigi, per discutere di internet e geografia. A partire dalla fine della "fine della distanza" raccontata nella visione naif del 1997 da Frances Cairncross e dal "continente invisibile" di Kenichi Ohmae del 2000. Oggi sappiamo che la geografia conta ancora (eccome) e che stessa tecnologia ha significati diversi nei diversi contesti storici, culturali e geopolitici. Si apre una nuova fase della comprensione di quello che stiamo facendo con la tecnologia internettara; ma resta un dato di lungo termine: la cultura delle opportunità aperte con la connessione, si oppone alla cultura della chiusura nei confini tecnologici e dell'attesa di aiuti politici del mondo non connesso.

Ocse: ripresa meglio del previsto

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Dall'Ocse, dati positivi sulla crescita. La ripresa appare più solida del previsto, con poca inflazione anche se i corsi delle materie prime aumentano sensibilmente. L'Italia viaggia sempre sotto il livello degli altri, anche se in qualche trimestre batte Francia o Uk. Ecco lo studio.

Segnali da Bologna

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Da Book Republic, un bel post sulle idee in circolazione alla fiera del libro per bambini di Bologna. Che si conclude con una verità sacrosanta: non si può fare editoria senza divertirsi.
Il pay-wall del New York Times è costato 40-50 milioni di dollari in programmazione. Il punto è che non si riesce a capire in che modo abbiano speso tutti quei soldi per un progetto del genere. Philip Greenspun è altrettanto perplesso. Dice che il finanziamento necessario alla realizzazione del progamma iniziale di Google non ha superato i 25 milioni in programmazione. E dice che il New York Times aveva già un sacco delle componenti necessarie al pay-wall. E dunque: dove hanno speso 40 milioni?

Dati lenti e dati veloci: Varian

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Sul nuovo Think Quarterly, il magazine di Google (sì, certo, esiste il magazine di Google), c'è molta informazione interessante. Si può partire dall'intervista a Hal Varian. E dalla sua idea secondo la quale i governi si informano su dati lenti, mentre il business si informa su dati veloci. I dati della macroeconomia vanno piano, i dati della borsa e dei supermercati vanno veloci.

Non per niente, verrebbe da commentare, i governi vanno lenti e le aziende veloci. Ma i partiti, che sono a metà tra i governi e le aziende, cercano dati veloci nei sondaggi. E più si basano sui sondaggi, più sembrano aziende...

Vabbè. Ma il tentativo di Varian è più alto. Come si fa a dare ai governi delle basi di dati che si aggiornano più velocemente? Con internet, effettivamente, si può.

Resterà il tema di come coltivare una visione di lungo periodo, basandosi su dati veloci. Forse, per riuscire, dovranno essere velocissimi. Un esempio? Se le aziende lavorano concentrate solo sul prossimo bilancio trimestrale, saranno incentivate a fare un lavoro di breve termine. Se però le aziende facessero (e in teoria potrebbero farlo) comunicazione quotidiana dei dati, allora non avrebbero (sempre in teoria) quelle finte scadenze trimestrali e potrebbero persino cominciare a pensare al futuro come un continuum: breve e lungo termine, infatti, sono molto più collegati di quanto sembri.
Bellissimo studio di Hanna Halaburda eYaron Yehezkel sulla competizione delle piattaforme e sulle piattaforme (sistemi operativi per cellulari, per esempio) in condizioni di asimmetria informativa. Risultano conseguenze anche controintuitive, come le situazioni monopolistiche che in qualche caso risultano più efficienti delle situazioni concorrenziali. La concorrenza sembra però assolutamente insostituibile per quanto riguarda il ritmo dell'innovazione. (Riassumo meglio più tardi). Qui il paper in pdf.

Breaking the Wall between People

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Tania Singer - Breaking the Wall between People @Falling Walls 2010 from Falling Walls on Vimeo.



Tania Singer, Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences, a Falling Walls 2010.

Giocare a lavorare

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Lezioni e riflessioni sull'idea di trasformare l'interfaccia del computer con il quale si lavora in modo che sia più interessante, dia feedback immediati, diverta e generi partecipazione. Lo spunto è di Reeves e Leighton, autori di Total Engagement. E di un post su Harvard Business Review. A Stanford hanno parlato Mark Pincus, Zynga, e Nick Earl, Ea.

Che ci sia qualcosa su cui riflettere per ingaggiare i giovani che arrivano al mondo del lavoro dopo una vita giocata sul digitale lo dice anche Clay Shirky, in un pezzo per McKinsey.

Massimo Marchiori

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Un incontro con Massimo Marchioria Bologna. per un Pozzo di Scienza. I ragazzi che lo ascoltavano parlare delle reti erano rapiti.

Steve Jobs è sul palco, oggi!

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jobs2marzo.jpg



via Raja Faheem via vipmasti.

Watson e Wolfram|Alpha

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Stephen Wolfram scrive un post molto importante sulla differenza tra il suo Wolfram|Alpha e il computer Watson che ha partecipato e vinto al quiz Jeopardy. Watson è fondamentalmente un motore statistico. Wolfram|Alpha lavora sui dati grezzi e li elabora in modo almeno parzialmente curato e il più possibile controllato anche semanticamente. Una differenza ormai classica. Nel suo pezzo, Wolfram spiega dove possono portare i due approcci. 

Un passaggio molto interessante dell'intervento è quello che riguarda ciò che già oggi sanno fare i motori di ricerca esistenti. Wolfram ha provato a sottoporre le domande di Jeopardy a Google, Bing e altri motori. I risultati non sono per niente male. Leggendo i dati restituiti da Google, per esempio, si riesce ad azzeccare più di due terzi delle risposte. Ecco il diagramma dei risultati:

answer-diagram.gif



Da non perdere, su Watson, i post di Guido Vetere.

Don Tapscott

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Un video da rivedere, dal recente DLD di Monaco. Non è perfetto. E' denso di speranze. E ancor più denso di domande. Di fronte alle quali, alla fine, Tapscott risponde con un umile "non lo so".


Ted conversations

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Il mitico Ted lancia il suo social network, Ted Conversations. Si postano domande, si lanciano temi di discussione, si propongono idee da sviluppare.

L'interfaccia e l'ambiente che si trova nelle Ted Conversations non invita a perdere tempo: piuttosto invita ad approfondire e solidarizzare intellettualmente con gli altri.

Grande esordio. Fin dalla partenza della piattaforma ci sono grandissimi interventi, da Morozov a Zuckerman a O'Reilly.

Un'idea interessante: le discussioni hanno una data di scadenza. Ci sono amministratori volontari. Le regole sono molto semplici.

Qualche esempio?

Zeid Abdul-Hadi propone questa domanda:

To what extent has social media contributed to the spreading of the People's revolutions and call for Freedom in Tunisia & Egypt?

The past month has seen unprecedented events in history in the Middle East that hasn't been possible to achieve in 30 years, and this is partly due to the rise of the internet and the new means of communication at the disposal of people, and in particular social media, such as Twitter & Facebook, which has allowed people to rally for a common cause in large numbers in a way that would've been impossible before. In addition, the rise of the use of the internet and social media has enabled people to see everything clearly and to know about everything from different media sources, so no government can fool its people anymore.

Evgeny Morozov risponde:

2 days ago: The governments of Tunisia and Egypt were overthrown in part because they did not pay enough attention to the power of the Internet. How else to explain the fact that the Egyptian government took little effort to crack down on the Facebook groups opposing it in the several months preceding the protests?

Social media are good for publicizing protests - but, as they are social by definition, they are also easy to track and monitor, subjecting protesters to risks they may not even be aware of. What we are going to see in the months to come is more governments learning the tricks of open-source intelligence gathering to avoid being caught off guard like Ben Ali or Hosni Mubarak.

Ethan Zuckerman risponde:

2 days ago: I've heard at least three ideas for why social media could be important in the Egyptian/Tunisian context, and I think there's a fourth idea that's not been widely discussed yet.

Idea 1 - the secret information theory
A number of commentators have suggested that information released by Wikileaks and circulated via social media helped foment frustration in Tunisia and mobilize the demonstrations. While it's true that Tunisia worked very hard to suppress the Wikileaks information, the information revealed wasn't especially secret. I think that, while the idea of the Internet as a platform for unblockable secrets is very appealing, I think there may be fewer secrets than we imagine in our mediated age, and more channels than the internet.

Idea 2 - command and coordination
The New York Times has run several stories looking at how groups like the April 6 Youth Movement and Kefaya used the internet to coordinate protests in Egypt. While there's some truth to these stories, it's worth noting that the protests continued during an internet shutdown. Yes, the internet is a great tool for organizing protest, but it's also an open, public channel, not always the best place to plan a revolution.

Idea 3 - amplifying voices
Protests in Sidi Bouzid would have received little media attention without two technologies - Facebook and Al Jazeera. AlJ used videos posted on Facebook to report on the protests to the rest of Tunisia and the rest of the world. As protests spread through Tunisia, they inspired the world as a whole.

the one I've heard little about

Idea 4 - participatory governance
Now that leaders have been overthrown in Egypt and Tunisia, what's next? There needs to be a channel for youth - the folks who led protests - to influence the new process of governance. What will be really exciting is if figures like Wael Ghonim can use Facebook to get ideas from the youth he now represents in conversations with the new Egyptian government.

E così via...

Alessandro Mendini

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A Bologna, grazie alla Fondazione Golinelli, ha parlato Alessandro Mendini, un eroe della storia del design. Disciplina e ascolto delle persone, nella loro vita quotidiana con gli oggetti, sembra la sua strada per progettare: arte e industria alla ricerca dell'innovazione nella lunga durata.
I promotori dell'iniziativa a favore dell'adozione di un'agenda digitale in Italia speravano che governo e opposizione ascoltassero e si mettessero a lavorare intorno a questo tema di comune accordo. Sarà stata ingenuità, ma era una bella ingenuità. Sta di fatto che nel mezzo dell'ennesima crisi politica italiana e con un governo che teme di perdere il controllo della situazione la discussione si è trasformata prima di cominciare in un insieme di voci.

Non è un motivo per abbandonare il tema. Anche perché l'Europa lavora per fare adottare a tutti i paesi un'agenda digitale. E se ne dovrà accorgere anche l'Italia.

Il punto è che la dinamica da avviare non è quella dell'opposizione ma quella dell'innovazione. Gli innovatori non sono interessati al colore del gatto, ma al fatto che prenda i topi. (Se non li prende, poi, cercheranno un altro gatto che li prenda).

Nokia e la leadership

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La Nokia è il più grande produttore di telefonini del mondo e non è il leader del settore. Perchè la leadership in un settore in grande trasformazione non si gioca sulle quote di mercato ma sulla qualità delle idee innovative.

La notizia è che il nuovo leader della Nokia lo sa. E ha fatto circolare una nota ai collaboratori che è stata pubblicata da Engadget.

È una lettura clamorosamente istruttiva.

Smw: ecommerce

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Alla Social media week, un pubblico numeroso e interventi interessanti. Ecco qualche spigolatura.

Consuelo Arezzi, Mindshare: "La pubblicità online è farsi conoscere e invitare all'azione. L'una e l'altra operazione insieme".

Roberto Liscia, Netcomm: "Ci sono 8 milioni di italiani che comprano online. Ma ci sono 400 milioni di persone nel mondo che comprano online. L'opportunità è, anche, esportare. Il nuovo contesto è quello dei social network: partecipazione ed engagement". 

Divya Gugnani: "La gente passa un quarto del suo tempo online sui social network. Ottimi per conversare con un pubblico che si può conoscere a fondo. Il compito dell'iniziativa di ecommerce è aiutare i consumatori nelle loro scelte, garantire un prezzo facile da interpretare e valutare, consegnare in fretta e gratuitamente". 

Franco Gianera, BuyVip sottolinea il meccanismo dell'evento-acquisti. Simone Ranucci Brandimarte, Glamoo, sottolinea il contesto del mobile come nuova grande opportunità di innovazione. Francesca Sassoli vive da 6 mesi comprando tutto online.

Quando l'Italia faceva più informatica

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Un promemoria. Su quando l'Italia era un paese relativamente più avanzato nell'informatica. Nel 1954, Enrico Fermi scrisse una lettera al Magnifico Rettore dell'università di Pisa invitandolo a investire in una grande macchina per il calcolo. Fu fatto, e Pisa da allora è restata all'avanguardia. La lettera è bellissima. Si trova in uno studio di Alfio Andronico che mi è capitato di rivedere oggi - per la bibliografia di un libro - e vale la pena di scorrerlo. Altri riferimenti per la storia dell'informatica italiana.

Ecco la lettera di Fermi riportata dal professor Andronico:

fermi.gif

Empatia automatica

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Luca Chittaro descrive un esperimento che mostra come anche nella comunicazione uomo-macchina si sviluppi una sorta di empatia quando uno dei due interlocutori mima, discretamente, i gesti dell'altro.

Kevin Kelly a DLD

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Kevin Kelly, con John Brockman, Steward Brand e George Dyson, hanno parlato a DLD. Kevin Kelly ha parlato del suo nuovo libro, What Technology Wants. Ha descritto l'evoluzione della tecnologia paragonandola all'evoluzione biologica. E ha detto che la logica intrinseca della tecnologia, quello che la tecnologia vuole, è scelta, opportunità, libertà. Ed è fondamentalmente questo che porta. Affrontando a ogni nuova generazione i problemi che la tecnologia ha generato nella generazione precedente. Se la tecnologia produce disastri, la soluzione non è meno tecnologia, ma tecnologia migliore...
Mashable ha uno scoop oggi con una sorta di conferma. Nel giorno dell'abbandono del posto di comando da parte di Eric Schmidt, viene fuori che Google prepara Google Offers, un competitore diretto di Groupon, azienda che poco tempo fa la stessa Google voleva acquistare per 6 miliardi di dollari.

L'innovazione dell'aria pulita

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Peter Hall scrive una storia tutta da leggere su come è nato Humanair, una macchina per creare una zona di aria pura intorno alle persone all'interno degli edifici. E' un problema enorme, quello della qualità dell'aria negli interni (è considerato uno dei primi cinque motivi di rischio per la salute relativi all'ambiente negli Stati Uniti dalla Environmental Protection Agency).

La storia riguarda il metodo e il percorso di gestazione, discussione, avanzamento, arretramento, ridiscussione, test, riprogettazione, ripensamento, test, prova, ecc ecc, dell'innovazione. Con bellissimi approfondimenti sui momenti nei quali il team di design ha cambiato completamente strada, è ritornata sui suoi passi, ha pensato una cosa totalmente diversa, in base alle specifiche precisate dalla casa produttrice. 

Kristi per Milano

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Kristi scrive su Doors of Perception, il blog collettivo animato dal grande John Thackara, che Milano ha avviato molti progetti di design di servizi di valore.

Design della prossimità

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John Thackara, designer attento alla sostenibilità, indaga le strategie alternative per la riduzione dell'impronta ecologica dei trasporti. E non trova molte risposte tecnologiche per rendere la mobilità più sostenibile. Quindi cerca di dimostrare che occorre ridisegnare le attività in modo da sviluppare il piacere e l'utilità di distribuire i viaggi delle persone e delle merci in modo meno irrazionale di come avviene oggi. Il ragionamento, pragmatico, di Thackara merita una lettura.

Intanto, NewMobility censisce i progetti orientati alla mobilità sostenibile.

Share di attenzione

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CES-Brands-Chart.png


Nella tabella sono riportati i cambiamenti nella quantità di attenzione raccolta dai vari brand nel corso del Ces di Las Vegas. ReadWriteWeb fa un'utile analisi della cronaca. Ma è interessante segnalare anche il concetto "share di attenzione". RowFeeder lo calcola in base alle volte che i brand sono citati nei social network. E' ovviamente una proxy. Ma dimostra che stiamo cercando nuove metriche per capire come stanno le cose in un mondo in cui la scarsità non è più nello spazio disponibile sui media, ma nel tempo e nell'attenzione della rete sociale.

L'inventilatore

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Per dare aria alle idee, ogni tanto ci vuole Bergonzoni, che ha inventato l'inventilatore, la macchina che aiuta quelli che fanno le scoperte...


Consumer neurotech

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Non l'ho provato. Ma leggo di Epoc (della Emotiv) e immagino che cosa ci si potrebbe fare. Un lettore a basso costo del cervello, che può servire come interfaccia uomo-macchina o come registratore di reazioni cerebrali... Ma non costa come un laboratorio.

Ripeto non l'ho provato. Ma il concetto è chiaro. Anche la lettura delle reazioni cerebrali - come la decodifica del genoma personale - è entrata nel loop del crollo dei costi dei materiali elettronici. E quello che ci si potrà fare è tutto da inventare.

Neutralità della rete a rischio

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La neutralità della rete rischia di scomparire e con essa la qualità fondamentale della rete se non si fa chiarezza e se si lascia che nella distrazione e nella inconsapevolezza, i poteri intimoriti dall'innovazione della rete le mettano il morso. La discussione di oggi all'Fcc è importante: Huffington, Wsj, WashPost.

La neutralità è la garanzia dell'innovazione. Consente a chiunque, piccolo o grande, di proporre alla rete le sue idee e provarne la qualità. Mette in crisi i poteri acquisiti, ma garantisce che l'ecosistema produca sempre nuove proposte. Nell'insieme, dopo quindici anni di innovazione, gli utenti di internet ne hanno tratto giovamento. Bloccare la neutralità in modo da consentire agli operatori di discriminare sui contenuti e i servizi rende ogni innovazione aleatoria e rischiosa.

Occorre dunque distinguere tra quello che si sta dicendo e facendo.

Nella rete mobile non c'è neutralità. Le proposte che la introducano non si vedono in giro. Ma la rete mobile trae qualche forma di innovazione da ciò che avviene nella rete fissa. La discussione che conta è dunque quella relativa al mantenimento della neutralità della rete fissa.

Si parla di neutralità sia per quanto riguarda la discriminazione dei contenuti, dei servizi, delle idee, sia per quanto riguarda la qualità differenziata del servizio.

Ogni proposta che consenta di discriminare sui contenuti va respinta. Se gli operatori potessero intervenire per impedire l'accesso a chi vogliono diventerebbero operatori politici e giudiziari. E diventerebbero resposabili di ogni azione - giusta o sbagliata - che gli utenti fanno in rete. Alla fine sarebbero i poliziotti della rete. Se non addirittura i dittatori della rete.

Quanto alle proposte che consentono di dare velocità o qualità differenziata a prezzi differenziati si può discutere.
1. Se queste proposte consentono agli operatori di decidere quello che vogliono vanno respinte.
2. Se queste proposte consentono agli operatori di aggiungere servizi senza obbligare gli utenti ad acquistarli si possono discutere.

Il principio è chiaro: una diversificazione può essere aggiunta, ma a patto che non leda la rete neutrale esistente. Non la danneggi direttamente e non la danneggi indirettamente, limitando gli investimenti su di essa.

Stefano Quintarelli dice che si può consentire agli operatori di aggiungere un'offerta di connessione a qualità superiore con prezzo superiore purché non sia obbligatoria per gli utenti.

Ma di sicuro non si può consentire agli operatori di lasciare andare la rete fissa neutrale in un progressivo degrado, investendo solo sulle nuove offerte a maggiore costo per gli utenti e prive di neutralità. Imho.

Magico Flipboard

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Applausi. Flipboard è stata riconosciuta come "applicazione dell'anno per iPad" dalla Apple. E se lo merita. (via Jay Yarow)

Lunghe, buone (gratuite) letture / Design

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Don Norman, Why design education must change. Ormai il design è soprattutto nell'annuncio dell'idea e nello storytelling che lo accompagna. Ma così si sente parlare di troppa roba con alte ambizioni e scarsa qualità. L'educazione dei designer deve cambiare.

Laura Forlano, What is service design? L'economia è sempre più basata sui servizi e sui servizi si fanno i grandi valori aggiunti. Ma il design non è ancora riuscito a definire il suo ruolo in questo ambito.

Katarina Wetter Edman, The concept of value in design practice. E' probabilmente necessario riflettere a come si genera e si misura il valore del design in un mondo di servizi.

Altri paper dei quali si sta discutendo in questi giorni a ServDes.

Libri connessi a questi temi.

Puglia

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Si sente uno spirito di progettazione, la cui credibilità è basata su ciò che si è realizzato finora (energia, nanotecnologie, rete universitaria...). La comunicazione non è il fine ma uno strumento della costruzione del futuro. La costruzione del futuro è la ragione della speranza. 

In Puglia, si sente un discorso colto, aperto, concentrato sul territorio in modo visionario, non difensivistico. O almeno questo è quanto ho trovato nelle parole di chi ho incontrato al festival dell'Innovazione.

RDF - il web semantico non è per niente morto

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Tim Berners-Lee, grande eroe dell'epopea del web, ha detto un paio d'anni fa che il web semantico è quasi pronto per diventare una tecnologia popolare. E il Resource Description Framework (RDF) comincia a essere organizzato in modo tale da consentire di prevedere presto strumenti autoriali che consentano di aggiungere metadati fondamentali in modo facile e pratico alle pagine web, mentre l'insieme del movimento del web semantico diventa sempre più standard e comprensibile. Lo spiegano, realisti ma ottimisti, Lisa Goddard e Gillian Byrne.

Tim Berners-Lee è sicuro che il web non è morto.

Ecco Amazon.it

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E dunque come anticipato, ecco Amazon.it. Con il 30% di sconto sui libri. Ce ne sono 400mila italiani a catalogo, 100mila già disponibili. Ho visto Diego Piacentini. Poi ne scrivo sul Sole.

(Ieri, in Inghilterra, un po' di proteste sulla versione locale di Amazon: un insieme limitato di offerte speciali; molti se le sono accaparrate, quelli che sono rimasti a bocca asciutta si sono lamentati sul sito).

Apps per Mac

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La Apple chiede agli sviluppatori di cominciare a fare affluire le loro apps per il Macintosh.

Terre rare: Giappone e Usa rispondono

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La vicenda delle terre rare, materie prime fondamentali per i motori elettrici e molti prodotti elettronici, la cui estrazione per ora avviene solo in Cina sta diventando una storia importante. Giappone e Usa stanno pensando di unire gli sforzi per liberarsi del monopolio cinese. (JapanTimes)

Grazie Riccardo

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Ancora grazie a Riccardo Luna per i complimenti a La Vita Nòva. E grazie per aver ripreso sul suo Wired Italia di oggi il confronto tra gli investimenti pubblici nella banda larga e per il ponte sullo Stretto. Tra l'altro con molti collaboratori che in passato hanno contribuito a Nòva. Questo dimostra che, al di là della sana competizione, i due giornali stanno dalla stessa parte: far sentire la voce di chi sta modernizzando il paese.

Superamento Pisanu

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Insomma, la Pisanu che blocca il wifi va superata. E lo abbiamo scritto in molti da sempre. La Voce.info ci torna avvertendo che però non è finita lì. E in effetti, anche se le reti wifi anonime e aperte dovessero essere liberalizzate, non si assisterà a un boom dei punti di accesso se non si supereranno anche le pastoie burocratiche e le incertezze legislative diffusa che intimoriscono i meno decisi. Forse ci vorrà anche una bella prova di indipendenza dalle pressioni dei provider di accesso mobile. Ma di sicuro i pionieri andranno avanti più veloci. E forse non potrà che essere così.

Prova Blekko

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Mica male, a prima vista, il nuovo motore di ricerca Blekko. Nasce con spirito social che lo pone potenzialmente avanti rispetto a molti altri. Certo, sarà lunga la strada del riconoscimento massiccio da parte della rete. Ma l'idea è interessante. Ciascuno propone le sue slashtags che diventano motori di ricerca verticali specializzati ed eliminano il rumore dei siti fuori argomento. E la sua esperienza si accumula a quella degli altri. (cfr. SearchEngineLand e Skrenta)

Ozzie senza pc

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Ray Ozzie aveva previsto il software come servizio che la Microsoft sotto la sua guida ha inseguito per anni. In parte riuscendo, in parte restando indietro (come Ozzie stesso dice). Cinque anni dopo prevede un mondo senza pc, o forse meglio nel quale il pc non è più al centro del sistema. E senza che i due fatti siano esplicitamente collegati, Ozzie lascia la Microsoft. (Un commento di Mary Jo Foley)

Grazie a Mario Calabresi dalla Vita Nòva

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Grazie a Mario Calabresi che ha citato La Vita Nòva nella sua rubrica di lettere al direttore sulla Stampa!

Nel frattempo, i segnali sono incoraggianti: l'applicazione sembra interessare (secondo i dati arrivati prima del weekend aveva superato i 5mila download!!!) e soprattutto in generale è recensita con toni positivi.

Di certo, i problemi principali sono relativi alla pesantezza dell'applicazione che si può scaricare solo in wifi perché è intorno ai 250mega e alla lentezza del caricamento di alcune pagine (da migliorare la gestione della ram).

Non mancano le critiche sul fatto che sia soltanto per iPad. Ma a questo proposito osservo che La Vita Nòva si estenderà agli altri tablet, che i suoi testi si possono già ora condividere con agli amici via mail o social network e che saranno ripresi anche sul web. Il fatto è che il design dell'applicazione si può fruire per ora pienamente solo con l'iPad, mentre le informazioni specifiche possono girare anche fuori dall'applicazione. In questo senso, la risposta più importante è che il lavoro di Nòva è già aperto e crossmediale: si può trovare sulla carta, sul web, talvolta alla radio, nei libri e negli interventi a convegni dei suoi autori; il design con il quale assume la sua forma nei diversi contesti mediatici invece è pensato per la specifica fruizione da questi consentita...

Previsioni di marketing sui social media

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L'economista Jason Harper si occupa ora di marketing. E ha realizzato un modello che serve a prevedere l'aumento delle vendite dei prodotti pubblicizzati sui social media. (Technology Review)

Oh no: Firesheep

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Firesheep consente di entrare negli account Facebook, Twitter, ecc, quando gli utenti si connettono su un wifi libero... (TechCrunch)

Il controllo del cyberspazio

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La Us Air Force pubblica un paper articolato anche se piuttosto semplice sulle sue convinzioni e indicazioni in merito alla guerra nel cyberspazio. Si parla di controllo delle porzioni di cyberspazio relative alle operazioni militari in corso. Si parla di anonimato come di una feature intrinsecamente contenuta nel modo in cui è disegnata internet. E non si capisce poi più di tanto di quello che faranno in caso di cyberguerra. Ma come per ogni guerra, non è piacevole. (via JC De Martin, Nexa)

ps. JC segnala anche questo Seymour Hersh...

Riflessioni sulla qualità (in progress)

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Qualità. Intesa in senso procedurale è una questione di standard di processo produttivo. E di per se è un avanzamento importantissimo. Ma di certo non basta minimamente a capire il tema. Specialmente quando si ammette che la qualità dipende tanto da chi la produce quanto da chi sa riconoscerla. Che sia una sedia o un giornale, chi offre un prodotto o un servizio lavorando con la massima qualità della quale è capace ha bisogno di qualcuno che nel fruirne la sappia comprendere. La qualità insomma discende da un insieme di conoscenze comuni tra chi offre e chi usa. La qualità è culturale. Dunque contiene intelligenza collettiva, beni comuni, valori condivisi, almeno tanto quanto contiene ricerca personale ed esplorazione individuale operata da persone che si curano di approfondire nel miglior modo possibile il loro tema. E a loro volta quelle persone tanto dedicate hanno bisogno di veder riconosciuto il loro impegno. L'individuale, l'unico, della qualità è anche frutto di un'identità e di un senso comune. La sfida è pensare l'insieme di tutto questo senza disperdersi nei rivoli della teoria. Ma pensando e verificando il pensiero nell'azione.

Di una cosa però siamo certi. La qualità non è un dato che si acquisisce una volta per tutte e che va riconosciuto per diritto ereditario. E un valore che si deve riverificare ogni volta sul campo.

E di una seconda cosa siamo ancora più certi. L'investimento in qualità è proprio di chi con grande cura propone il suo prodotto e contemporaneamente della società che coltiva la sua cultura: l'investimento in cultura ed educazione è strategico per una società che non può che puntare sulla qualità per giocare la sua partita competitiva. L'investimento in educazione genera utenti capaci di riconoscere la qualità e nello stesso tempo garantisce un vivaio di imprenditori capaci di offrire la qualità. La mancanza di questo investimento impoverisce il lato comune della qualità finendo che inaridirne le sorgenti.


Post precedenti:

Il filo intermentale

Ripulire dalle incrostazioni le menti e le comunicazioni tra le menti. Ci vuole il filo intermentale, dice Alessandro Bergonzoni.

Si rifletteva, con Bergonzoni in una serata alla Molteni (quella degli arredamenti, a Giussano) sulI'idea di progresso in termini di qualità. Ma che cosa occorre fare per passare dall'epoca del progresso definito dalla quantità di beni prodotti a una nuova epoca in cui si valuti il progresso in termini di qualità? Tutto intorno a noi lo chiede. E noi fatichiamo a rispondere. I soldi, restano la banalizzazione più utilizzata per capire se si va avanti o indietro. Eppure non bastano più.

"Che cosa sai? Se non sai nulla non ci può essere qualità" dice Bergonzoni. "L'ignoranza è biadesiva, si attacca dappertutto. E' nemica della qualità".

Già. Prendiamo la Molteni, appunto. Produce tutto a Giussano e vende in tutto il mondo. Aggrega la sapienza indicibile dell'artigianato brianzolo, il design multinazionale di Norman Foster o Jean Nouvel, il discorso della qualità di successo che diventa storytelling e marketing, articolato da un sistema narrativo formato da artisti, critici, giornalisti, filosofi e uomini d'azienda, in modo che sia compreso e che educhi il pubblico. Se l'artigiano sa fare ma non sa dire quello che sa fare, occorre un pubblico che comprenda il valore di quello che l'artigiano sa fare. Dunque occorre cultura diffusa, una narrazione comune, che consenta alla qualità di essere riconosciuta e sviluppata.

La qualità non è più solo quella certificata dall'Iso. Lo standard è necessario come un must. Non fa la differenza. La qualità "narrativa" dei prodotti che riescono a farsi riconoscere un valore in più è meno facile da definire ma molto, molto più importante per stare al mondo, in un mondo globalizzato. Ne parla anche Aldo Bonomi quando chiama in causa le reti corte del distretto delle competenze incarnate nella storia di un territorio e le reti lunghe dell'internazionalizzazione.

Ma un fatto è certo. Se il territorio dal quale parte la narrazione della qualità e la sua fabbricazione non alimenta la propria cultura, diventa meno sofisticato e sottile, perde anche la sua capacità di entusiasmarsi per una cerniera ben congegnata o per una sedia fatta a regola d'arte. D'arte. Non si scappa: l'investimento più rilevante per un paese come l'Italia, che compete proprio su queste questioni, è l'investimento in cultura profonda, vera, viva. La sua parodia televisiva e la sua banalizzazione finanziaria non sono sufficienti.

Qualità, quale qualità

Non è relativismo assoluto. E' la globalizzazione che mette in dubbio il senso e soprattutto l'applicazione del concetto di "qualità".

E' una domanda centrale. Abbiamo superato la fase storica della quantità di prodotto, forse, nella quale tutto si sacrificava sull'altare del mito della crescita infinita. Ora, se c'è una definizione di progresso che ci possiamo dare non è più legata alla crescita della quantità di prodotto, senza tener conto degli effetti collaterali. La definizione di progresso che ci possiamo dare oggi, epoca della necessità di affrontare le questioni dell'ambiente, dell'identità culturale, della profondità delle relazioni umane, non può che avere a che fare piuttosto con la qualità.

Ma la qualità che cos'è? Nel contesto della globalizzazione, nel quale i confini scompaiono o meglio si moltiplicano, nella quale ogni territorio è "vicino" e si "confronta" con ogni altro, nella quale ogni territorio compete con ogni altro, la qualità non è più facilmente comprensibile, perché appunto dipende dai punti di vista. Questa difficoltà concettuale riesce a difendere ancora il mito della quantità, ma senza soddisfare il bisogno di una narrazione di progresso più chiaramente legata alla qualità.

Non si risolve in un post. Ma con un post si può iniziare a riflettere.

Open in che senso

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Un bel pezzo, sincero, di Joe Hewitt, sull'open source. Discute, l'autore, su quanto sia open Android. E su che cosa davvero significhi open source oggi. Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensano coloro che possono comprenderne il senso fino in fondo perché col software aperto ci lavorano quotidianamente.

La metafora del computer

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La presentazione di Lion, il prossimo sistema operativo del Mac, dimostra che la metafora fondamentale che guida la progettazione dell'interfaccia con il computer sta cambiando radicalmente. 

La scrivania, con i file e le cartelle, popolarizzata proprio dal Mac del 1984, sta inabissandosi in un nuovo contesto nel quale i vari software prendono il sopravvento e portano gli utenti nella loro metafora, diversa a seconda delle funzioni dei programmi. Forse è un effetto collaterale del successo dell'internet mobile e dei computer iperportatili come l'iPhone e l'iPad. Forse è anche un successo della cultura dei videogiochi.

E forse c'è una direzione generale a usare il computer più che a programmarlo, parallela alla consumerizzazione. Ne discute in un pezzo da leggere Jesus Diaz su Gizmodo. (Sì, il nome è notevole...).

Oggi Vita Nòva

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E dunque è sull'App Store La Vita Nòva. Spero di conoscere presto le reazioni. Per noi è una strana sensazione. Come un nuovo inizio continuo: non si finisce mai di iniziare... Forse è giusto così...

E' stata un'esperienza straordinaria, la Vita Nòva. Una cosa che ho imparato? 

1. Probabilmente le redazioni del futuro non saranno più fatte (per dirla sommariamente) di articolisti e grafici. Saranno fatte di autori, designer e programmatori.
2. Che il passaparola ha un enorme importanza nella diffusione delle notizie sulle novità editoriali nei media digitali, giorno per giorno.
3. Che il linguaggio con il quale si propone l'informazione va radicalmente riformato, integrando grafici interattivi, video, nuove forme della scrittura. Su quest'ultimo punto c'è molto da fare. E si sbaglierà parecchio: ma la struttura della colonna di testo non è la fine dell'evoluzione, probabilmente.

Spero che il risultato riesca a interessare. Di sicuro va molto migliorato. E' solo un inizio... Un inizio continuo...

Il nome della Mela

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Apple ha venduto più iPad che Macintosh nel suo quarto trimestre. Il comunicato stampa riporta questi dati di vendita: 3,89 milioni di computer Mac (una crescita in unità del 27 percento rispetto allo stesso trimestre di un anno fa); 14,1 milioni di iPhone (una crescita in unità del 91 percento); 9,05 milioni di iPod (una riduzione in unità dell'11 percento); 4,19 milioni di iPad.

Non per niente mesi fa Steve Jobs ha cambiato nome alla sua azienda. Si era sempre chiamata Apple Computer. Ora è semplicemente Apple.

(Domani comunque, Apple presenta il nuovo sistema operativo per il Mac...)

Allora, giovedì esce la Vita Nòva e...

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E' stata un'esperienza straordinaria, la Vita Nòva. Una cosa che ho imparato?

1. Probabilmente le redazioni del futuro non saranno più fatte (per dirla sommariamente) di articolisti e grafici. Saranno fatte di autori, designer e programmatori.
2. ...
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Spero che il risultato riesca a interessare. Di sicuro va molto migliorato. E' solo un inizio...

Yunus contro Frankentime

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Il mostro Frankentime è nato dalla tecnologia fabbricata dall'uomo e prende possesso della sua vita. La salvezza è solo nella saggezza di riconsiderare i motivi delle nostre azioni.

E c'è una frase che ci aiuta. Fare bene, fa bene.

Non è teoria. E' la pratica proposta da Muhammad Yunus. Che la propone con la schiettezza pratica che lo distingue, supportata dai suoi straordinari risultati. "Ho pensato di vincere la povertà. Ho fatto una banca per aiutare i poveri a farsi una strada. Doveva essere molto diversa dalle solite banche. Doveva andare dalle persone invece che aspettare che le persone andassero in banca. E doveva pensare al valore che le persone potevano produrre non alle garanzie che dovevano coprire i rischi. Il design di quella banca non è stato difficile: bastava prendere le regole delle banche normali e rovesciarle".

Muhammad Yunus era ieri allo Ied. Si parlava di educazione al design. C'erano anche Derrick de Kerckhove, Remo Bodei, Richard Buchanan.

Derrick de Kerckhove ha citato Douglas Coupland inventore tra l'altro della parola Frankentime. Il mostro creato dall'uomo che nella forma di macchine occupa tutto il nostro tempo. Lasciandoci solo timesnack: momenti di lucidità creativa.

Remo Bodei ha spiegato come la creatività si alimenti solo nei contesti che prendono di mira l'impossibile e si pongono l'assurdo obiettivo di renderlo possibile.

Yunus ha fatto proprio questo. Ha spostato i limiti del possibile, pensando allo scopo che voleva raggiungere più che alle forme della sua costruzione. E proprio per questo è riuscito. E poiché lo scopo non era arricchirsi ma arricchire, non ha tenuto la proprietà della sua banca e non è un uomo ricco: ma è un uomo felice.

Difficile pensare una lezione più chiara e netta per chi educa al design. Vedere, andare dritti allo scopo. Liberare le idee. Progettare. Alla ricerca della felicità.

Oggi design del business sociale

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Oggi si parla del design del business sociale, grazie allo Ied e a Muhammad Yunus. Ci sono Derrick de Kerckhove, Remo Bodei, Richard Buchanan teorico del business design, Francisco Jarauta, filosofo, e Muhammad Yunus, Nobel per la Pace e grande anima del microcredito. Al Campus Ied, a Milano.

Alla ricerca di Microsoft...

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Search è la parola che ha fatto salire Google e scendere Microsoft negli ultimi dieci anni. 

Tra il 3 e il 5 ottobre 2004, la Microsoft ha mostrato il suo primo motore di ricerca fatto in casa (eravamo una trentina di blogger e c'era anche Robin Good). Per anni è restato uno sforzo poco ripagato dagli utenti. Da qualche tempo, quel motore si è trasformato in Bing. E pare andare meglio. L'investimento è sempre molto grande. Ma attraverso le partnership guadagna posizioni. La principale per ora è quella con Yahoo! Ma da ieri si è concretizzata anche la partnership con Facebook, che potrebbe suggerire un possibile motore di ricerca che tiene conto della rilevanza dei link in base alle preferenze degli "amici". E nei giorni precedenti era arrivato l'annuncio dell'accordo con Alibaba per creare un motore di ricerca cinese chiamato Etao: non se ne sa molto, ma di certo si rivolge all'importantissimo e complicatissimo - come sa Google - mercato più grande del mondo.

In sei anni di investimenti, la Microsoft è riuscita a far notare il suo impegno nei motori di ricerca e a guadagnare un po' di quote di mercato, soprattutto negli Stati Uniti. Google resta enormemente più forte nel suo core business. E per ora nonostante l'impegno di Microsoft, non sembra minimamente in difficoltà in questo settore. Ma passi come quello di Facebook e Alibaba non sono insignificanti. (Intanto, si complica o diventa più interessante l'accordo con Yahoo! perché ci sono ipotesi di acquisizione di Yahoo! da parte di Aol).

Pare che la Vita Nòva...

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Un'indiscrezione che ho il privilegio di aver sentito dire... Pare che la Vita Nòva piaccia alla Apple... Aggiornamenti, appena possibile...

Bernardi San

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Letto dal Giappone fa piacere: Gianluca Dettori segnala il lavoro di grande valore che sta facendo Stefano Bernardi. Da seguire il suo TheStartUp. Anche l'Europa crea.

Interfaccia di bronzo

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Luca Chittaro racconta dei casi in cui la scarsa usabilità di una macchina rischia di uccidere. La macchina in questione è in ospedale e se non è facile da usare può portare a danni seri.

Certo, il caso dimostra che c'è ancora molta strada da fare nell'innovazione nel design dell'interfaccia degli strumenti sanitari. Forse negli oggetti di consumo il design dell'interfaccia è più avanti che negli strumenti più utili che divertenti. Il che è irrazionale ma ragionevole: ciò che è davvero importante conta comunque molto meno di ciò che si vende in grandi quantità.

Senza contare l'interfaccia degli interruttori dell'aria condizionata in questo albergo. Forno o frigorifero? Scelgono loro.

Integrazione Facebook Skype

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I rumors sembrano piuttosto concreti. Anche se questo genere di accordi di integrazione possono sempre andare a gambe all'aria all'ultimo momento. Facebook e Skype starebbero integrando le loro reti per migliorare i rispettivi servizi di comunicazione. Per chi è interessato al telefonino di Facebook c'è altro materiale per riflettere. Per chi è interessato alla privacy online c'è un nuovo braccio del labirinto.

Il Blackberry porta Google su iPhone

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La competizione globale sui tablet potrebbe essere il motivo per cui anche Apple accetterebbe la app di Google che consente di fare telefonate in voip su iPhone e iPad. Blackberry e Android ce l'hanno. Ma l'assenza di quella app su iPhone non ha messo a rischio la tenuta della Apple nel suo segmento telefonico. Il problema è invece per la tenuta del tablet, imho, che non è per nulla scontata. Contro i tablet in Android e Blackberry, Apple deve aprire e non chiudere alle apps che il mercato desidera. Vedremo se è vero.

(Forse, lo stesso motivo aveva contribuito a portare la Apple a cambiare il suo atteggiamento nei confronti del Flash).

Punti di vista sul controllo della rete

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Se lo si vede dal punto di vista americano, uno strumento che le autorità iraniane non riescono a intercettare merita un applauso. Se lo si vede dal punto di vista iraniano, uno strumento che le autorità americane non riescono a intercettare merita un applauso. E per questo gli americani e gli iraniani cercano di impedire che strumenti del genere esistano e funzionino.

Austin Heap ha fatto un software che dovevano consentire ai dissidenti in Iran di parlarsi senza farsi trovare. E prima che si scoprisse che era un pericoloso buco nell'acqua, il segretario di stato americano l'ha applaudito. (Economist, Newsweek)

Skype è un software che le autorità americane non riescono a intercettare e quindi pensano che sia usato dai terroristi. Che probabilmente lo applaudono. (New York Times, Repubblica).

Non è facile fare un software che non si riesce a controllare. Se qualcuno ci riesce, da qualche parte nel mondo ci sarà di sicuro un governo che tenta di controllarlo. Appena un governo ci riesce, da qualche parte del mondo nasce un software che non si riesce a controllare....

La neutralità della rete consente anche questo gioco a "guardie e ladri". Molte entità - pubbliche e private - sono contrarie alla stessa neutralità. Se riusciranno a vincere, erodendo o limitando la neutralità, non faranno che fare affondare il gioco delle guardie e dei ladri in un territorio ancora più oscuro ed esoterico di quanto non sia già oggi.

Concentrandosi sul punto di vista americano, sorge una domanda: gli americani sono più forti o più deboli se lasciano la rete libera di svilupparsi come ha fatto finora? Sono più deboli perché non contrastano i terroristi che usano la rete senza problemi per organizzarsi; o sono più forti perché da loro arriva l'innovazione che governa il percorso della tecnologia in tutto il mondo? Meglio fare molti buchi nell'acqua ma tenere in mano l'agenda dell'innovazione? O meglio chiudere la porta all'innovazione ma prendere il controllo di quanto si è fatto finora?

Ma gli americani non avevano Echelon?

Si parlerà anche di questo all'StsForum di Kyoto. E questi sono appunti in vista di quella riunione. Tutti i suggerimenti sono graditi.

Say Six Apart

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Say Media, piattaforma pubblicitaria, compra Six Apart, piattaforma di blogging. Quella che usa anche chi blogga su Nòva.

Solo per le tue dita

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Ennesimo brevetto Apple per il riconoscimento delle dita che toccano un iPad o un iPhone... Non si sa se porterà mai a qualcosa di concreto. Ma la notizia si fa segnalare...

Trailmeme

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Trailmeme intende offrire un aiuto alla navigazione online e all'ordine delle ricerche in rete (via Mashable). In pratica, questa start up vorrebbe produrre una tecnologia che consente agli utenti di partire dai loro bookmark e tracciare connessioni tra essi per poi condividerle e a partire da questo ricostruire i tracciati della storia dell'evoluzione delle notizie o delle informazioni in rete. La start up è stata incubata dalla Xerox. E potrebbe valere la pena di seguirne lo sviluppo.

Molti modelli per imprese sociali

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Ci sono molti modelli di impresa sociale. Sono accomunati - forse - dal fatto che hanno poco bisogno di capitale finanziario e dunque poco bisogno di profitto per ripagarlo. Hanno molto capitale sociale e dunque devono ripagare le persone, in termini monetari e valoriali. Ma sono diversi per il tipo di obiettivo che hanno e non c'è alcun motivo di pensare che un modello sia a priori migliore di un altro. Ne parlava Carlo Borzaga recentemente a Riva del Garda. E Flaviano Zandonai ha riannodato alcuni fili di quella discussione.

Un bel numero di Affinities dà conto della molteplicità dei modelli cooperativi. E della loro enorme potenzialità economica, in un'epoca in cui l'economia, la società e la cultura ridefiniscono i loro confini concettuali.

Da dove vengono le buone idee

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Steven Berlin Johnson racconta il suo nuovo libro a Ted. Da dove vengono le buone idee? Quelle che spostano gli scenari e le visioni del possibile? Spesso, ovviamente, da dove meno te le aspetti...


La ragione di Evgeny

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Evgeny Morozov aveva ragione a sospettare il software superpubblicizzato anticensura di Austin Heap. E a sostenere che poteva essere pericoloso per i dissidenti iraniani che lo usavano. Ora viene fuori che alcuni esperti lo hanno provato e lo hanno trovato facile da vincere. (Technology Review, NetEffect...)

Il sindaco del web

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Domani alle 18:30, a Roma, c'è Naveen Salvadurai, co-fondatore di Foursquare, Dina Kaplan, co-fondatore di Blip.Tv. Si parla dei media sociali e della geolocalizzazione. Ci sono anche Luca Conti e Luca Telese. Telecom Italia organizza nell'ambito di Capitale Digitale. C'è persino lo streaming. Il tema delle apps è un aspetto della discussione. In realtà, la sintesi su dove va il web si fa meno con le parole che con le azioni. Salvadurai sarà probabilmente il sindaco dell'incontro...

Priorità di Gmail

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Luca Filigheddu dice che ha spento l'opzione che autorizzava la sua Gmail ad applicare l'algoritmo per filtrare la posta in funzione dell'importanza dei messaggi. Perché Luca usa molte etichette per la sua posta. E il sistema non sembra riuscire a tenerne conto. Si può usare, forse, se non si usano molte etichette.

Consigli per Nokia

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Quando è uscito per la prima volta l'iPhone, la domanda alla Nokia era stata: "Come ci si sente a essere il numero due?"

Ma alla Nokia non capivano la domanda. Era una questione di concetti. Loro si sentivano di gran lunga il numero uno, per quota di mercato mondiale nei telefonini. Ma non erano più il numero uno in termini di leadership culturale. E il seguito della storia è noto. L'insieme del mercato ha inseguito l'innovazione introdotta dalla Apple. L'organizzazione del mercato, l'agenda setting, le aspirazioni dei consumatori, la partecipazione degli sviluppatori, sono andati dietro alla Apple.

Ora devono reagire. E finalmente lo sanno. Hanno cambiato il ceo. Stanno cambiando i prodotti. E su dw2 escono sei consigli per la Nokia. Sui quali riflettere.

Se vuoi la pace, prepara la pace

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Ok. La guerra c'è. E ci si prepara costantemente. Il motto "si vis pacem, para bellum" è talmente vecchio che i governi lo hanno imparato. Ma preparare la pace sembra più difficile. "Si vis pacem, para pacem".

La considerazione nasce nell'ambito della preparazione per la conduzione di una sessione di lavori allo StsForum di Kyoto, dedicata alla guerra elettronica. Ci saranno, tra gli altri, Atul Asthana, vicepresidente Global Standards della Rim, e Jay Cohen, partner di Chertoff Group, ex funzionario del governo americano per la sicurezza online.

La Rim ha fatto qualche esperienza, recentemente, in materia di sicurezza degli stati. Dalla questione del Blackberry di Obama, alle preoccupazioni degli Emirati e dell'India sulla struttura dei server che gestiscono la posta su quella piattaforma e che sfuggono al controllo degli stati stessi. Gli Stati Uniti stanno passando per un processo decisionale piuttosto complesso per arrivare a definire che esiste un corpo dell'aviazione che si occupa della guerra elettronica. E naturalmente hanno un'elaborazione piuttosto significativa in materia. Come del resto la Russia, la Cina e altri.

La distanza tra le "forze armate" degli stati e quelle delle organizzazioni criminali o terroristiche in questa guerra nello spazio elettronico è minore di quella che si riscontra altrove, ovviamente. E poiché - come dice Moises Naim - le organizzazioni criminali sono quelle che stanno crescendo di più in questa fase geopolitica, questo non è incoraggiante.

Ma è chiaro che c'è un trade off tra sicurezza nazionale e diritti dei cittadini. E che le innovazioni che si possono realizzare per difendere gli stati, prevenire attacchi, conoscere le mosse degli avversari, mettere in difficoltà gli avversari sono ancora tutte da definire.

Del resto, internet era nata anche da esigenze militari.

Ma come si prepara questa guerra in modo che possa preparare anche la pace? Suggerimenti per approfondimenti, a parte Wikipedia?

Impresa e motivazioni

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Un post di ieri, dedicato al workshop di oggi a Riva del Garda sull'impresa sociale, alludeva al rapporto tra risorse materiali e generazione di senso in un'impresa. 

Se ne può parlare con una mentalità antica, gerarchica, nella quale si cerca una linea di priorità tra i due poli della questione: in questo caso si può ironizzare, un po' grettamente, sul fatto che la "generazione di senso" non produce posti di lavoro; oppure si può concentrare l'attenzione sul fatto che la ricchezza discende da una profonda consapevolezza culturale. Ma il fatto è che le due dimensioni non sono in relazione gerarchica tra loro. Sono semplicemente insieme. Come il corpo e la mente... Dove però non di danno individui isolati, ma gruppi di persone il cui corpi e le cui menti si sviluppano secondo logiche che non sono solo di competizione ma anche di coordinamento e collaborazione.

La scoperta che stiamo facendo in questi tempi, peraltro, è che l'equivalente del corpo e della mente delle imprese sono a loro volta fenomeni che non si comprendono soltanto in funzione della competizione, ma anche del coordinamento e della collaborazione.

Il che avviene in base a diversi modelli contemporanei. Quelli nei quali esiste un progetto comune al quale tutti contribuiscono per arricchire il contesto nel quale operano. E quelli nei quali tutti cercano di partecipare per ottenere prestigio e attenzione. I modelli wikinomics e facebookvalue esistono nei network sociali, all'interno delle imprese e nel territorio.

In tutti i casi la generazione di risorse monetarie e lo scopo sociale e culturale dell'attività di impresa costituiscono insieme le basi del successo economico. E di certo le persone che lavorano per uno scopo comune e condiviso, in un contesto al quale pensano di contribuire positivamente, creando qualcosa nel quale riconoscono un senso, sono probabilmente più capaci di convincere anche gli utenti dei loro prodotti o servizi a riconoscere quel senso e ad attribuirgli un valore. La differenza può essere nella qualità di quel "senso": può essere puramente funzionale e fungibile o può avere un connotato intellettuale o immaginario o di ricerca più sofisticato e unico; nei due casi avrà una diversa diffusione e un diverso valore aggiunto.

Sempre meno si possono stabilire confini netti tra le dinamiche dell'economia, della società e della cultura.
In preparazione del workshop sull'impresa sociale che comincia domani a Riva del Garda, grazie a IrisNetwork, si cercano riflessioni. Ecco due appunti.

Il valore, nell'epoca della conoscenza, è concentrato sull'immateriale. Immagine, informazione, ricerca, progetto: senso. Il senso non esiste se non è condiviso. Il valore non esiste se non è condiviso.

L'impresa sociale da questo punto di vista è impresa culturale. Perché sottolineando l'aspetto collaborativo dell'azione economica consente di porre la produzione di senso al centro della riflessione e di trattare in modo "laico" la questione delle risorse monetarie: la dimensione monetaria e la dimensione di senso sono ormai due condizioni di una sola struttura economica. Dimenticarne una è una perdita di valore.

L'incredibile pericolo del walled garden Intel?

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Sarebbe incredibile che proprio l'Intel, cresciuta sulla struttura del mercato degli standard di fatto, dovesse passare alla logica del walled garden. Ne parla ArsTechnica. Forse proiettando troppo in avanti le conseguenze della possibile acquisizione McAfee.
Il mitico Olli-Pekka Kallasvuo lascia il posto di ceo della Nokia a Stephen Elop che viene dalla Microsoft.

Olli-Pekka Kallasvuo era mitico perché non aveva niente del ceo moderno, di quelli che sanno affascinare le platee e manipolare i giornalisti. Il suo carisma era paradossalmente nella mancanza di carisma che non nascondeva però una chiarissima dotazione di serietà e razionalità. Forse la nostra epoca non merita tanta delicatezza.

Stephen Elop viene dalla divisione business della Microsoft, circondato da un diffuso rispetto. Il presidente della Nokia, Jorma Ollila, è soddisfatto della scelta. 

Vedremo come si troverà con Marko Ahtisaari, il capo del design arrivato alla Nokia qualche mese fa, e che promette di rinnovare profondamente la linea dei prodotti della Nokia.

La privacy per Google cambia il 3 ottobre

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Google ha rilasciato una pagina con tutte le novità che introdurrà il 3 ottobre nella politica della privacy sui suoi servizi online.

La principale novità, si direbbe, è la semplificazione del linguaggio e la riduzione della lunghezza delle pagine che gli utenti dovranno leggere per informarsi sul modo in cui Google tratta le informazioni che possiede su di loro. Ed è un buon segno. Come è piuttosto rilevante che sia stato messo in chiaro il sistema con il quale le persone possono disattivare tutti i cookies, anche quelli vagamente nascosti e non solo quelli più facili da raggiungere.

Ma per interpretare correttamente le novità dovremo dare una letta più profonda e condividere le impressioni. Per ora ho visto le reazioni di Nick Bilton e Robin Wauters.

Novembre, il mese in cui la stampa esce dall'iPad

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La stampa è entrata nell'iPad grazie a centinaia di giornali e riviste che hanno fatto la loro app. In novembre uscirà dall'iPad. Perché con la versione 4.2 dell'iOS prevista appunto per novembre gli iPad saranno capaci di stampare, via wifi.

Le notizie che vengono fuori dalla presentazione che Steve Jobs tiene in questo momento sono al solito molte. Eccole via Engadget. Certo, alcune sono ben più rilevanti della possibilità di stampare. Anche perché è diventato essenziale imparare a stampare solo l'essenziale.

Nel frattempo, Jobs ha raccontato di Ping (il nome non è nuovo...), una sorta di social network musicale... Parte con un'enorme base di utenti già pronta (160 milioni di utenti potenziali). Sarà da vedere... (Intanto si può seguire quello che sta ascoltando Lady Gaga).

E ha finito con "one more thing" o meglio "one more hobby": AppleTv. "Abbiamo imparato che i possessori di appletv non vogliono video amatoriali, ma entertainment (film e show professionali); non vogliono un altro computer...". La nuova AppleTv consente di affittare shows a 99 centesimi. E offre i prodotti di Abc e Fox. Più Netflix, YouTube, Flickr... E poi si può stream quello che hai nel computer direttamente nella televisione.

Massimo Banzi dice su Twitter: "peccato che sia un walled garden". Molto ben disegnato, però. No? Risponde: "Il trucco è usare degli Interaction Designers prima di scrivere il codice, non alla fine come fanno gli altri :)". E ha ragione!

Che gli architetti tornino al Mac

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Autodesk ha deciso. Torna a fare la versione di AutoCAD per Macintosh. Aveva abbandonato la piattaforma elettiva degli architetti nel 1992. Ma evidentemente ha capito che la Apple si è rinnovata abbastanza. Il software sarà disponibile in autunno.

Leadership è interpretazione

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La leadership nell'era della conoscenza? È il tema di Vedrò.

Non è solo comunicazione: non è solo capacità di articolare un messaggio convincente, anche a costo di manipolare la visione del mondo altrui. Non è certo neppure solo decisione razionale in base all'informazione: non è solo gestione della realtà.

Forse è interpretazione della relazione tra la realtà pubblica e un progetto che le persone che vivono in quella realtà possono riconoscere come proprio.. Imho.

Il cervello di Cingolani

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Roberto Cingolani mostra (a Vedrò) le sue innovazioni nelle tecnologie dell'elaborazione dati. "Una persona compie circa 18 miliardi di miliardi di operazioni al secondo. L'elettronica ha dei limiti fisici e non potrà arrivare a nulla di simile. Noi all'Iit abbiamo cominciato a creare veri e propri neuroni che crescono su piste di proteine, si connettono e imparano". L'istituto di Cingolani è già riuscito a far fare alla sua frazione di cervello creato in lavoratorio le prime operazioni complesse.

Insulti

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"Ci sono insulti peggiori che essere definito un sognatore".

Ronald Reagan

(sic)

Google docs al rallentatore

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Da mesi Google aggiunge nuove funzionalità ai suoi Docs - il software che si usa online per creare documenti. Ma lavorandoci sopra in modo continuativo si ha l'impressione che il risultato non sia positivo.

Le funzioni in più non sono sempre necessarie. Ma generano, si direbbe, uno straordinario rallentamento dell'interazione. Scrivendo velocemente il sistema non riesce a stare al passo e le battute si perdono tra la tastiera e la cloud.

Google ha sempre avuto una grande attenzione all'essenzialità dei suoi servizi. Se vuole aggiungere funzionalità lo potrebbe fare in modo da attivarle quando servono. Quando non servono dovrebbero starsene in disparte e non intralciare il lavoro. Imho.

Pazzi da museo

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A quanto pare il diritto d'autore genera situazioni paranoiche non solo nella musica. Alla Fundació Joan Miró di Barcellona ci sono tre addetti a impedire ai visitatori di fare fotografie: ma almeno in genere lo fanno simpaticamente. Però questo può generare conversazioni interessanti. 

Dalle quali si scopre per esempio che al Musée d'Orsay le persone che prendono l'audioguida hanno il diritto di ascoltarla da soli. Se raccontano quanto hanno appreso dall'audioguida ad altre persone che ne sono prive vengono redarguite e bloccate. Non si sa bene che cosa rischino, ma a quanto pare, rischiano.

Queste restrizioni sono un vero freno alla diffusione della conoscenza che i musei sono chiamati a sviluppare. Di certo non fonderanno il loro avvenire economico su queste cose. Ma sulla loro capacità di apparire talmente attraenti che le persone non vorranno mancare di visitarli quando passano in città. E per essere attraenti, i loro contenuti devono entrare nella conversazione, nel passaparola e nel "passaimmagine".

Anche perché altri musei consentiranno ai colori di Miró di viaggiare in rete. E alle notizie sui classici dell'Impressionismo di arrivare alle persone interessate. Quelli del Musée parigino potrebbero non essere i migliori produttori di contenuti per audioguide: anzi, si potrebbe fare un'applicazione che si scarica sull'iPhone e consente di conoscere meglio quello che si vede visitando Orsay o qualunque altro museo... Magari c'è già...

Futuro della search: nomi e verbi

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Esther Dyson scrive del futuro della ricerca online. Citando Bill Gates: «Il futuro dei motori di ricerca non è nei nomi, ma nei verbi».

Ricorda le tre fasi dello sviluppo di questa tecnologia: 
1. Yahoo! mette in campo persone che fanno una guida ragionata alle migliori pagine web; 
2. Google mette in campo un algoritmo che migliora i risultati ottenuti automaticamente da Altavista e valuta in base al numero di link che una pagina ottiene da altre pagine web; 
3. Twitter e Facebook, nello spazio dei social network segnalano pagine web in base alle preferenze e curiosità e valutazioni delle persone con le quali si è in qualche modo collegati.

La prossima fase di sviluppo dipende dalla capacità delle tecnologie di passare dalla ricerca dei "nomi" alla ricerca dei "verbi". Insomma, le nuove search non devono servire solo a trovare informazioni, ma devono aiutare a passare all'azione. Per ora, dice Dyson, questo si vede soprattutto nei motori verticali: medicina, consumi, viaggi.

Sicuramente Intel e McAfee

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Intel spenderebbe 7,68 miliardi di dollari per comprare la McAfee che fa software per la sicurezza online (Bloomberg). Spiega l'enorme investimento dicendo che sarà per fare chip e tecnologie intrinsecamentte sicure non solo per i computer, ma anche e soprattutto per i telefonini, i tablet, le automobili. Aggiunge che il software gira meglio a livello di chip e dunque questo software per la sicurezza così importante troverà maggiore efficienza.

Non tutti sono d'accordo che la sicurezza si faccia a livello di client. Secondo la Cisco, la sicurezza si deve fare a livello di rete. Con router e altri apparati che bloccano il malware installati dai provider di accesso. Secondo Intel, evidentemente, la sicurezza invece si fa a livello di macchina dell'utente finale. Specialmente in mobilità.

I contenuti tecnologici dell'accordo sono abbastanza affascinanti. Ma sono lontani nel tempo. Nell'immediato ci sono un sacco di risvolti finanziari. Si spera che l'Intel abbia pensato più ai primi che ai secondi.

Money in & out

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Gizmodo racconta di come un ragazzo di 16 anni abbia già guadagnato un milione di dollari con il commercio online di software e la pubblicità in rete. 

Between the lines racconta di come la Microsoft abbia perso otto anni e investito 6 miliardi di dollari nelle sue varie strategie di espansione del business in rete.

La campagna cellulare

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Anche At&t si accoda alla richiesta Google-Verizon di lasciare l'internet mobile senza neutralità, con la piena disponibilità per le compagnie di ammettere o escludere servizi e contenuti dalla rete di accesso al web via cellulare. Non è una sorpresa. Le compagnie telefoniche sperano di salvare il business della voce e i margini dell'intermediazione sui servizi web controllando le iniziative che si possono sviluppare in mobilità. Anche Apple ha dovuto introdurre molte limitazioni alla sua strategia mobile per l'accordo (peraltro molto conveniente per la società di Steve Jobs) con l'At&t. E tutti quelli che vorrebbero fare voip col mobile o introdurre servizi fortemente concorrenziali con le compagnie avranno sempre molti molti problemi. Questo frena l'innovazione ma salvaguarda la tenuta dei conti delle compagnie mobili. Vedremo se le tecnologie che portano la logica dell'internet fissa in mobilità, come il wimax e il wifi, riusciranno prima o poi a decollare sul serio negli spazi pubblici. A quanto risulta Tiscali tra gli altri ci sta lavorando. In uno scenario del genere, le compagnie cellulari dovrebbero rivedere la loro strategia di controllo dell'internet mobile.

Il test del nostro tempo

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Luca Chittaro segnala la possibilità di provare il test di Zimbardo per vedere in quale delle "time zone" della sua presentazione ti trovi. «La versione Facebook interattiva in italiano dello ZTPI e' a questo link. E una descrizione del test è sul blog di Luca.

Eccesso di previsione

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Appena si critica internet o la si esalta emergono atteggiamenti previsivi relativamente esagerati sia in un senso pessimistico che ottimistico. È successo, parrebbe, anche nel caso della discussione sulla rete usata come strumento didattico dagli studenti del copiaincolla.

In realtà, internet è una miniera di opportunità per fare innovazioni vere. L'importante a questo proposito è evitare di credere che sia una battaglia vinta in partenza o che sia una battaglia persa in partenza. In realtà, la rete offre un sacco di opportunità di innovazione che vanno coltivate e colte con molta pazienza e senso pratico. 

(Quanto al merito: la rete non può essere considerata una soluzione a tutto. Ma non solo. E' chiaro che l'infodiversità è più sana della monocultura, così è chiaro che la diversità dei modi di accedere all'informazione è più sana di una situazione in cui c'è un modo solo... Coltiviamo tutto: libri, internet, chiacchiere... Una sfida educativa è diffondere l'amore per l'equilibrio... Imho.)

Telecom meno Telefonica

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Non è successo nulla. Ma le premesse per una liberazione strategica della Telecom Italia ci sono. Con la riuscita acquisizione di Vivo, operatore mobile brasiliano, da parte di Telefonica, le relazioni tra la compagnia spagnola e l'ex monopolista italiano sono paradossalmente più facili. Non essendo riuscita a prendere il controllo della compagnia italiana, non avendoci provato neppure troppo e non avendo più molto da volere su Tim Brazil, potrebbe cominciare a sciogliere i vincoli che aveva posto alla strategia della Telecom Italia.

Certo, non è ancora successo nulla e non succederà facilmente. Telefonica ha una quota importante della Telco che controlla Telecom Italia. E sostituirla non sarà facile. Ma forse porrà meno veti all'innovazione strategica della compagnia italiana.

Esperienza

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Una tv diversa è possibile. Tre giorni pieni di lavoro con il gruppo eccellente di Gregorio Paolini per realizzare un esperimento di trasmissione con camere, luci e ambientazione da cinema. Una narrazione spettacolare, una ricerca pienamente consapevole della modestia che di deve coltivare di fronte allo sviluppo della conoscenza. Un tentativo chiaramente "successivo" alla divulgazione scientifica. Per parlare dell'innovazione non si poteva che innovare.

Peter Molyneau

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Videogiochi: simulazione e storytelling. Peter Molyneau con trucco fa un'interfaccia che si governa coi gesti. E interagisce con un personaggio che ha una storia e che apprende dall'utente. È pensato per farti credere che stai davvero incontrando un personaggio non un computer. Ci si gioca senza oggetti in mano. Si risponde alle domande in voce. Ted..

Matt Ridley

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L'autore del concetto di orrimismo nazionale spiega a Ted che cosa c'è di speciale nella specie umana. "Nessuno ha mai visto un cane scambiare lealmente un osso con un altro cane. Il commercio tra gli uomini è nato prima dell'agricoltura. Connessi facciamo cose che nessun individuo comprende interamente. La specializzazione e la connessione sono una forza di adattamento della specie umana che non ha eguali".

Buone notizie

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Comincia TED, a Oxford. Dedicato alle buone notizie. O meglio: alle notizie buone. Non vago ottimismo: ma sana fiducia nelle persone che prendono i problemi di petto e fanno qualcosa di intelligente per risolverli. Inge Missmahl, per esempio, è una psicosociologa che ha avviato un progetto di ricostruzione della consapevolezza delle persone schiacciate dai traumi dell'infinita guerra dell'Afghanistan: 11mila persone si sono sentite meglio...

Che cosa siamo se non europei?

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Jean-Claude Juncker, primo ministro del Lussemburgo ha detto, tempo fa: "Sappiamo esattamente quali politiche adottare per rilanciare l'Europa. Ma non sappiamo come farci rieleggere quando le avessimo adottate".

La citazione viene da un bel pezzo sull'Europa dell'Economist che propone una visione dotata di un sano ottimismo della ragione...

ps: intanto l'Economist continua a modificare la home del suo sito...

Evoluzione con le gambe

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A New York per incontrare Aimee Mullins un'icona che sintetizza come ci sia una tecnologia e un'estetica nella cultura delle opportunità...

Ottimismo, tecnologia, design

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Ecco VeniceSessions: Design the future.

Justin McGuirck, direttore di Icon Magazine. "Il motivo per cui si può creare qualcosa è l'entusiasmo. Lo era quando tutto era da costruire. Lo è ora che abbiamo tutto. E ci manca l'ambiente pulito, il senso critico, comprensione della velocità cui siamo condannati dalla tecnologia... Ma ci manca l'utopia... La sostenibilità è l'essenza della vita ma è anche un nuovo dogma che sembra ridurre il romanticismo. La paura ci blocca, la paura della catastrofe o la paura dell'impopolarità... Dobbiamo governare un ritorno all'ottimismo. Il design thinking è considerato una soluzione. Il design influenza ogni azione. Come? La chiave è il potenziale del design come disciplina. Potrebbe rimpiazzare le discipline umanistiche? E' troppo tecnico. Il problema è non lasciare che il design diventi qualcosa di troppo nebuloso. Il metodo del design è una pratica, una disciplina, più che una materia di studio. Bruce Sterling dice che nel nostro mondo gli oggetti esistono come 'dati' e si materializzano se li 'stampi' e l'internet delle cose aumenta la maneggiabilità dei dati prima e invece di stamparli. Una sorta di 'personalizzazione di massa'. Per avere una comprensione di un cambiamento del genere occorre in effetti un pensiero generale, un design senza barriere, multidisciplinare, una disciplina che pensa sintetico. Non c'è una conclusione netta: ma un atteggiamento di fondo è necessario. Ottimismo... Arrabbiarsi è un modo per conoscere. E pensare che si possa superare la causa dell'arrabbiatura".

Tra i motivi di arrabbiatura e la soluzione che possiamo trovare per c'è un pensiero. Una ricerca. Una tensione utopistica. Il processo creativo del designer, una disciplina, una generazione di senso.

Guta Guedes, cofondatrice di Experimenta in Lisbona. "Non sono un designer, il mio lavoro è quello del catalizzatore. Sono curatrice di iniziative che raccontano il design. Il design ha vissuto una trasformazione profonda, il design è la disciplina che risponde alla globalità del problema di una società che è giunta al fondo di una fase storica. Il mio ottimismo non viene da una fede ma da un dato di fatto: una lettura della nostra storia. La globalizzazione, la nuova forma dello 'spazio', e i media, la nuova forma del 'tempo', sono i parametri della grande trasformazione che viviamo. Design è una metrica, è un tool box, una conoscenza flessibile: che forse consente di portare conoscenza che abbiamo sviluppato in un mondo a un altro mondo. Con la crisi finanziaria la gente ha scoperto il valore della cultura. Il design è il ponte che può portare la cultura nella vita quotidiana e nella nuova economia della quale abbiamo bisogno. Disegnare il futuro: tecnologie che entrano nel corpo, popolazioni diseguali, sostenibilità. Non ci sarà uno scenario radicale: ci sarà un merge di scenari perché il primo obiettivo dell'umanità è sopravvivere... Design come disciplina per organizzare il mondo".

Design come disciplina dotata di una sua ricerca, libera come l'arte, di una capacità di generare visione e di verificare le idee con un metodo.

Aldo Colonetti, filosofo, Ottagono, Ied. "Un mondo che non c'è ancora. Un cambiamento culturale. Una disciplina come il design carica di responsabilità. Ma il design ha un significato solo se è connesso con la produzione industriale. Visione e industria, come 'verifica' della visione. Il design più che una disciplina è un mestiere. E cito in proposito Richard Sennett che ha dedicato un libro all'uomo artigiano. Ma, in questo paese la cultura industriale non è intesa come conoscenza. Olivetti: la forma come comunicazione. Il design ha bisogno della verifica e della cultura industriale, ma fa diventare questa una forma di conoscenza e di comunicazione. Non può essere una sola disciplina è una governance di creativi, culture, mestieri e diverse competenze. Il design è il nostro paese: il nostro paese è dotato di una diffusione territoriale di piccole imprese che di fatto fanno design: non c'è però nessuna relazione tra le istituzioni e il design come elemento propulsore delle potenzialità economiche del nostro paese. Il fatto è che non abbiamo educazione a riconoscerlo: ma chi sta sul mercato sa che il design è il generatore di valore del quale gli imprenditori fanno ricchezza. Oggi è ancora più così. Sintesi? Renzo Piano manda i suoi giovani nel cantiere. E poi li fa firmare".

Il design è ricerca: sperimentazione - libera come l'arte - teorizzazione e verifica!

Elio Caccavale, designer. "Design the future? Macchè... Il presente è abbastanza eccitante e non occorre parlare del futuro. Il futuro è già qui: non è distribuito in modo equo, diceva qualcuno... Io mi occupo di design pensando alle sollecitazioni che vengono da bioetica, life sciences, sociale sciences, technology. Imparo la ricerca degli scienziati e i tecnologi e tento di dare un contributo... Per esempio quelli che impiantano i chip e gli rfid nel corpo e tento di reagire... Ne è venuto fuori, per esempio, il neuroscopio... Ma non c'è nulla di più affascinante del lavoro delle aziende che clonano gli animali (non si può clonare un uomo ma un animale sì, affascinante...)... Ne vengono fuori idee e speculazioni, scenari... Design della famiglia del futuro... la form da compilare per avere il materiale necessario alla riproduzione... pensando alle caratteristiche della famiglia e della progenie... Scenari... scenari... E la storia di Ian Mucklejohn... Privacy e proprietà del corpo... cose che fanno pensare e che hanno bisogno di un design...".

Stefano Mirti e Bruna Cortinovis, Id Lab. Interaction design. "Sennett dice che l'artigiano sa quello che fa ma non sa dire quello che fa. Oggi abbiamo un sacco di gente che non sa fare ma lo sa dire molto bene. Un progetto? 'Per divertirsi fino a morire'. La rovina verrà da quello di cui abbiamo paura? No: quello che ci piace ci porterà alla rovina. Sembra di essere in un quadro di Esher: complessità e fascino... Il museo è un medium che racconta le storie della collettività. Dove la cosa interessante non è il cosa ma il come... Il museo Olivetti è una storia straordinaria... La visione, l'artigianato tecnologico, la verifica...".

Un dittatore illuminato disegna per tutti? Oppure un facilitatore che abilita una società a far emergere il disegno che è capace di generare?

Joseph Grima, designer. "Le tecnologie consapevoli del luogo in cui si trovano possono avere un impatto sulla trasformazione della città. Come? iPhone per esempio uccide la guida di viaggio. Uccide il libro dei numeri di telefono della città. Ma diventa un'istituzione alternativa. Il che si vede particolarmente nelle città non organizzate da istituzioni analoghe prima, per esempio quelle giapponesi".

Un design delle conseguenze impreviste. Disegnare l'oggetto che ridisegna la città è probabilmente impossibile. Le sue conseguenze impreviste sono invece reali. Probabilmente il dittatore illuminato si deve porre gli obiettivi giusti. E per esempio creare oggetti perfetti che altri useranno in modo imprevisto, generando conseguenze incontrollabili e non progettabili.

Giacomo Pirazzoli, architetto. "Un'immaginaria architettura del futuro raccontata dai Jetsons è diventata architettura reale nel mondo. Intanto, il 95 per cento del mondo vive altrove. In un contesto da 'terzo mondo'. Come l'Albania. Memoria e disegno della città. Il museo recuperato".

Il design può essere profondamente guidato ma avrà sempre conseguenze impreviste sui sistemi che non controlla. Una bizzarra bellezza del design ben fatto è di ispirare conseguenze impreviste a loro volta bellissime. Qualcosa rende un particolare design capace di ispirare questo genere di conseguenze. E' genio, ascolto, abilità artigiana, verifica: ricerca aperta e concretezza umile.

VeniceSessions - DESIGN

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Domani un'edizione di VeniceSessions dedicata al design. Qualche defezione, pare. Ma è già arrivato a Venezia Justin McGuirck, di Icon Magazine. So che dovrebbe esserci Guta Moura Guedes, Experimenta. Credo che ci siano Stefano Mirti e Bruna Cortinovis di Id Lab...

Design, cultura del progetto, progetto culturale... prospettiva... il tema è talmente ricco che sarà interessante vedere da che parte si prende e dove porta.

Il design, peraltro - come tutti i grandi generatori di senso con spirito artigiano e senso olistico dell'estetica e del contenuto - ha una grande responsabilità. Rischia di evolvere sulla base di uno storytelling di breve prospettiva: ci casca quando risponde al bisogno di "contesto", tipico di ogni tentativo di generare senso sintetico, puntando sulla creazione di "mondi" e di "icone". Niente di male. Ma la fabbricazione "industriale" dei mondi e delle icone è una pratica che rischia di stancare. Un reality check è forse profondamente dovuto. E' questa la responsabilità: guardare alla lunga durata. Non alla novità, ma all'innovazione.

L'occasione delle coop

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Sette milioni di iscritti alle coop di consumo, 150mila di questi vanno alle assemblee per eleggere i responsabili dell'organizzazione, un'opportunità per verificare l'importanza della "solidarietà" nella vita quotidiana dell'economia. Stranamente si autoaccusano di fare meno di quanto potrebbero con i media sociali. Ma la consapevolezza è il primo passo per innovare.

Università: restart

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Grande lavoro a Nexa, per ripensare l'università...

E' un momento fondamentale per l'istituzione fondamentale della ricerca e dell'educazione. In Italia è in crisi. Ma non è accettabile che peggiori proprio nell'epoca storica che più di ogni altra può valorizzarla. Nexa ha organizzato un convegno di idee per superare il lamento e passare alla riprogettazione...

Senza negare i problemi, questo è l'approccio che assolutamente serve.

Domande: Fondazione Ahref

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Chi ha visto cose nuove eccellenti nel mondo dei social media? Ha voglia di segnalarle? E che cosa sta succedendo ai blog? Stiamo attraversando una fase di stanca? O è solo l'approssimarsi dell'estate? E la concorrenza del mondiale?

Già: mentre si aspetta vengono in mente un sacco di domande.

Si aspetta che cosa? Intorno alla metà di aprile è stata creata davanti a un notaio la Fondazione Ahref, per contribuire alla crescita dei media sociali in Europa, a partire dall'Italia. Da quel momento, la burocrazia necessaria a far nascere una nuova persona giuridica ha preso in mano la situazione. Speriamo che la lenta procedura delle carte bollate e dei timbri ufficiali trovi presto il suo giusto coronamento. 

Ma l'indomabile ottimismo che contraddistingue i fondatori non li lascia in tranquilla attesa. 

Il tempo trascorso da allora è stato impiegato nel test delle idee che andiamo sviluppando con gli interlocutori che hanno la pazienza di ascoltare le nostre ipotesi di lavoro. E nella ricerca di persone disposte a dare una mano. 

Approfittando delle ultime settimane di inattività burocraticamente indotta, possiamo raccogliere le idee e chiedere il contributo di esperienze e visioni di chi voglia offrirle anche su questo blog. Domande che è necessario porsi, mentre si passa il tempo:

1. come si riconosce la qualità dell'informazione?
2. è vero che i blog sembrano attraversare una fase di stanca e linkano meno tra loro?
3. i social media possono influire non solo episodicamente sull'agenda generale di un paese?

Lo scopo di queste domande è raccogliere il più possibile di idee per configurare i servizi della Fondazione nel mondo più ragionevole e attento possibile... Sarà sempre così: una Fondazione a caccia di suggerimenti. Ma questo, prima che le prime scelte siano fatte, è un buon momento per contribuire.


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Per comodità di chi volesse contribuire, ecco il post di aprile e i commenti relativi:

Nell'ecosistema dell'informazione c'è ormai uno spazio evidente per le iniziative che siano sostenute dalla comunità, con motivazioni legate alla responsabilità sociale e culturale dei cittadini e, dunque, organizzate in una forma non profit. 

A Trento è appena nata la Fondazione Ahref. E' pensata per studiare, diffondere e progettare iniziative di qualità nei media sociali al servizio dei cittadini che la sostengono. 

Il nome viene dal comando html per creare un link. E il suo compito è proprio quello di sviluppare collegamenti. Per contribuire allo sviluppo di un ecosistema sano dell'informazione. 

La Fondazione comincia in questi giorni. Tutti i particolari sono ancora in via di definizione. Solo il suo scopo è chiaro. E' un buon momento per mandare alla Fondazione qualche consiglio...

7 Comments

si, am come? hanno un sito?

"La comunicazione globale, l'iper-informazione, minacciano tutte le difese umane. Lo spazio simbolico, lo spazio mentale del "giudizio", non è più protetto da niente". Jean Baudrillard

è appena cominciata e certamente il sito verrà fuori tra un po' di tempo... ora c'è solo l'annuncio... http://www.ahref.eu/ (update: con i tempi dettati dalla burocrazia, ora c'è la descrizione delle finalità della fondazione contenuta nello statuto)

ricordo che segnalai a suo tempo, sempre della fondazione kessler, il bando per giovani laureati "Progetto Esplorativo SoNet" http://is.gd/bGGwN

Credo che il contributo della fondazione <ahref in questo settore possa rivelarsi fondamentale.

L'informazione prodotta da aggregazioni spontanee di cittadini può davvero rappresentare il fulcro per un effettivo cambiamento.

"Il cambiamento non arriverà se aspettiamo altre persone o altri tempi...; SIAMO NOI QUELLI CHE STAVAMO ASPETTANDO". [Barack Obama]

Nel nostro piccolo ci stiamo provando in provincia...

Vedi MIRANO Community Network @: http://40xmirano.ning.com

Auguri alla Fondazione ai blocchi di partenza!

Gli estremisti del copiadiritto

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Un tribunale americano ha dato ragione a YouTube e torto a Viacom per una causa sul copyright sostenendo che la legge non impone alla piattaforma di fare il monitoraggio di ciò che fanno gli utenti con il copyright. Basta che sia cooperativa con gli aventi diritto. Non è obbligata a fare lo sceriffo. (Commenti di YouTube, Viacom, Electronic Frontier Foundation)

Gli estremisti del copyright vorrebbero imporre a tutta l'industria dell'internet di mettersi al loro servizio. E vorrebbero costantemente allargare lo spazio del copyright oltre i limiti attuali.

Un copyright equilibrato è attaccato dall'azione parallela dei pirati da una parte e degli estremisti del copyright dall'altra. L'Economist aveva pubblicato un fondamentale articolo su questo punto: il copyright è una lesione alla libertà che ha perfettamente senso per la remunerazione dei creatori ma non può andare oltre un limite equilibrato. La ricerca dell'equilibrio è difficile ma va perseguita con grande tenacia e ragionevolezza.

Storcere il naso in rete

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Si vede che storcere il naso quando si parla di internet è diventato un modo per appartenere alla corrente di chi è controcorrente. Come se si potessero combattere gli ideologici che hanno dipinto la rete come una terra promessa - quindici anni dopo - dicendo che non è veramente meravigliosa. C'è rumore, si dice. C'è falsità, si afferma. C'è capziosità, settarismo, violenza, populismo... si lamenta. Ovviamente, si ammette anche che in rete c'è tanto di buono... ma insomma...

Insomma che?

Una rete di decine di milioni di persone in Italia, di quasi due miliardi di persone nel mondo, non si valuta come unità. Ma per quanto valgono le diverse fonti di contenuto, le piattaforme sulle quali si pubblica, le innovazioni che non cessano di alimentarla. E comunque, in un'epoca ancora dominata dalla televisione, che ha tutti i difetti della rete più uno, storcere il naso parlando di internet è come dire che la rivoluzione è scomoda.

Casomai, occorre digerire l'innovazione, pensare le conseguenze di quello che si sta facendo, credere nella possibilità di cambiare quello che può essere cambiato e smettere di fingere di poter cambiare ciò che non cambia. E casomai si può cercare una sintesi pratica: la televisione, si diceva, è il potere rassicurante della convenzione mentre internet è l'influenza inquietante dell'azione. Nel senso che la sua vera specificità è la facilità con la quale si può tentare di trovare e proporre alla rete una soluzione per i problemi che la rete sembra far emergere.

Tanto per fare un esempio. Tutti noi soffriamo per il "rumore" della rete: internet per ora non ha risolto il fastidioso "rumore" generale delle grida sconnesse che la società lancia attraverso tutti i suoi media (cfr. Ecologia dell'attenzione) e forse ha contribuito ad aumentarlo. Ma a fronte di questo, la gente che sta in rete non cessa di provare a proporre nuovi filtri, motori di ricerca, forme di collaborazione, che servono proprio a navigare meglio tra le molte sollecitazioni mediatiche, con meno disturbi. Di certo non siamo vicini alla "soluzione finale", ma questa probabilmente non è desiderabile. Probabilmente, siamo invece molto vicini al punto di partenza di questo strumento: la cultura non lo ha ancora digerito. La gerarchia della qualità, la finezza intellettuale, l'eccellenza delle idee non si distingue ancora facilmente dalla bagarre generale. Ma è inutile accusare di questo la rete (dimenticando che la televisione ha fatto la sua parte, eccome): molto meglio farsi venire un'idea e agire. Si può.

(Con pazienza. Senza stancarsi).

Twimbow

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Luca Filigheddu ha creato un client (web based) per Twitter che aiuta a filtrare i micropost con il colore. Mashable lo segnala. E prevede che la beta sarà disponibile in autunno. Dopo Sitofono e Tweefind, Luca va ancora avanti...

Soru, Caio, Gentiloni

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Francesco Caio e Renato Soru. Insieme per discutere dell'internet all'italiana, tra banda larga che non si allarga e politica che si restringe. L'occasione è stata ieri, sul finire di una giornata dedicata al tema, a Roma, organizzata da Paolo Gentiloni

Non era la serata per ritornare a parlare dei dettagli del piano per la banda larga, per vedere le possibili configurazioni tecnologiche, per ritornare sulle polemiche tra gli operatori... Era la serata per ascoltare due protagonisti veri che, con il cuore e il cervello, hanno fatto molto per l'infrastruttura dell'internet italiana. Ed era la serata per cercare di comprendere come si può sparigliare, come si può sbloccare il processo che serve a migliorare la connettività in questo paese, chi se ne deve occupare.

Entrambi hanno scelto di partire dalla visione. Per Caio è dimostrato che l'allargamento della banda è pienamente connesso allo sviluppo economico. Per Soru è chiaro che, come dice l'Europa, la rete è competitività e inclusione. Per entrambi è speranza di crescita culturale, sociale, economica. 

Caio ha sottolineato il fatto che un piano è necessario per essere al passo con il progresso globale. E che non ha senso lasciare che l'Italia resti indietro per poi affrontare la questione quando sarà diventata un'emergenza. 

Soru ha insistito sul fatto che la velocità del progresso tecnologico su internet è tale che, sebbene tanti treni passino e si perdano, ce ne sono sempre nuovi davanti a noi. Anche gli italiani hanno dimostrato di essere in grado di fare innovazione: avevano fatto il loro motore di ricerca, la loro voip, i loro social network. Altri hanno vinto in questi settori: ma gli italiani - come tutti - possono continuare a cercare e aprirsi nuove opportunità, perché la rete non si è fermata ed è in piena ebollizione innovativa. 

Occorre convinzione e orientamento fattivo. In rete vince chi sperimenta, investe, innova. E del resto questo vale per l'insieme dell'economia che non supererà la crisi se non torna a investire e non prende la strada dell'innovazione vera.

La politica, si direbbe, non è abbastanza convinta. Da una parte - la maggioranza - è concentrata su altre infrastrutture e certamente privilegia la televisione. Dall'altra parte - l'opposizione - non ha ancora fatto dell'internet un suo vero cavallo di battaglia e il terreno sul qualche puntare per vincere. Ma Paolo Gentiloni sta dando un contributo notevole in questa direzione. 

L'agricoltura è green business

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All'agricoltura conviene essere il business verde per eccellenza. Perché lo è per definizione (di colore). E lo può diventare (in orientamento ecologico) per vantaggio economico. Perché ha pienamente a che fare con la sostenibilità da tutti i tre punti di vista: ambientale, sociale, culturale. E' il senso di un incontro a Venezia, organizzato da Coldiretti e Ambrosetti. 

Giorgio Piazza, Coldiretti: "Siamo quello mangiamo. E in tema di energia in futuro saremo quello che consumeremo. In periodo di crisi è importante parlare di futuro. E per andare avanti, probabilmente, dovremo fare anche un passo indietro. Abbiamo consumato la sostanza organica di molto nostro terreno: ora dobbiamo ripensare tutto in funzione della sostenibilità della natura, che è il bene più prezioso che abbiamo". 

Adesso parla Luca Zaia. "Abbraccio grande per tutti alla Coldiretti. Saluto Ermete Realacci: è un po' in difficoltà con me perché si è accorto che sono più no-global di lui... Qui in Veneto dobbiamo passare dal 5 al 17 e rotti del 2020 di energia da fonti rinnovabili... Abbiamo investito. Ora dobbiamo fare un passo in più: l'energia rinnovabile deve essere l'energia rinnovabile degli agricoltori. Non degli speculatori che fanno andare alle stelle il valore dei terreni. Non di gente che non sa nulla del terreno. Bisogna che l'impianto di energia sia installabile solo da proprietari di terreni da almeno cinque-dieci anni. E non possiamo mettere il commestibile contro il combustibile. Non va bene che il mais sia usato per fare il bioetanolo. Noi vogliamo che gli agricoltori siano i protagonisti. Perché sono i veri conduttori dei fondi. E fare agricoltura per commestibile e combustibile: cibo a chilometro zero e energia rinnovabile".

Peter Johnston, European Task Force on Innovation and the Transition to a Green Economy (e Club di Roma): "Forse viviamo una sensazione di crisi che non avevamo sentito per anni e che ci vorranno anni per superare. Ma è chiaro che il sistema economico come è fatto ora non è sostenibile. Crisi finanziaria ed economica ed ecologica sono parti della stessa questione. Non ci sarà fiducia per investire sul futuro senza una nuova prospettiva di innovazione. Innovazione è la chiave per creare più valore e meno anidride carbonica. Si può essere frustrati per molti fatti recenti in materia di clima, ma non c'è dubbio che abbiamo distrutto l'equilibrio dell'anidride carbonica su questo pianeta. Ma se sappiamo tutto questo, perché così difficile cambiare? Perché il mondo è tanto complesso che ciascuno si sente chiuso in un piccolo angolo del sistema, persino i governi e le aziende... Abbiamo bisogno di regole, incentivi, prezzo sulle emissioni, ma anche consapevolezza, come governi, aziende e consumatori: ciascuno in realtà ha un forte impatto. Ci sono enormi opportunità di business e di risparmio nei comportamenti più consapevoli. Abbiamo bisogno migliore informazione. Soprattutto sui tre grandi utilizzi del terreno del futuro: agricoltura, energia, management immagazzinamento e sequestro dell'anidride carbonica".

Giovanni Vincenzo Fracastoro, Politecnico di Torino: "Perché fonti rinnovabili di energia? Sostenibilità: le fonti fossili sono costi, inquinamento, geopolitica sempre più difficile. Abbiamo accordi internazionali ed europei: dobbiamo arrivare al 17 per cento in Italia entro il 2020. E poi oggi è conveniente. E infine chiaro che il sole manda molta energia sulla terra, più di quanta ce ne sia in qualunque altra riserva di energia che è sul pianeta. E stiamo vivendo un cambio di scala: ogni tre anni raddoppia la potenza eolica installata e ogni due anni raddoppia la potenza solare installata. La metà della nuova energia prodotta in Europa è da rinnovabili. Il peso delle rinnovabili è destinato a crescere velocemente". E poi c'è Masdar ad Abu Dhabi che ospiterà 50mila persone in una città completamente rinnovabile. E il progetto Desertech che produrrà energia elettrica nel deserto del Sahara... E la geotermia che con la pompa di calore sta climatizzando le case a basso costo, mentre poi andrà anche in profondità per raccogliere il calore naturale. Grandi investimenti visionari che sono destinati a cambiare la prospettiva. I costi dell'eolico e del fotovoltaico è crollato dell'80% negli ultimi venti anni. E quindi tenderà alla parità con altre fonti. Nel Sud Italia è già quasi pari. "Teniamo peraltro conto delle esternalità: che nelle altre fonti sono molto più grandi che nelle rinnovabili come l'eolico e il solare". Ma che cosa abbiamo davanti? "Crescendo a questo ritmo le rinnovabili potrebbero soddisfare tutta la domanda in una ventina d'anni. Ci si arriva? No perché il ritmo attuale è spinto dagli incentivi, perché senza una smart greed l'energia rinnovabile si spreca, perché la vera sostenibilità viene dal risparmio".

Gianni Silvestrini, Kyoto Club: "La crescita delle rinnovabili è velocissima. Non ce ne accorgiamo. Ma è destinata a farsi notare. Vento, gas naturale, solare fotovoltaico fanno il 63% della nuova potenza elettrica europea. L'Italia ha sonnecchiato per molti anni. Ora velocemente recupera: l'anno scorso siamo stati secondi al mondo nel fotovoltaico nuovo. Il Veneto sta cominciando anche a produrre le tecnologie. Intanto, non c'è più solo l'Europa (guidata dalla Germania): Stati Uniti e Cina hanno schiacciato l'acceleratore. Dobbiamo pensare oltre la speculazione: occupare col fotovoltaico le ex aree industriali, le cave, le discariche non il terreno agricolo. Le aziende agricole possono integrare le entrate della produzione alimentare con quella della produzione di energia. Che dobbiamo fare? Meno incentivi, per un processo più sostenibile. Il cambiamento è epocale. Ed è un'enorme opportunità per chi ha sole e vento. Per creare un'industria e un'agricoltura che sappia confrontarsi con le sfide che ha di fronte: producendo crescita. Verde".

Andrea Quaranta, giurista: "Dal punto di vista giuridico il tema principale riguarda la localizzazione degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili. Il legislatore non ha ancora emanato norme che salvaguardino la valorizzazione del territorio e le specificità locali in chiave di attenzione all'agricoltura. Intanto sta lavorando sugli incentivi. Con una tendenza a ridurli. Il fotovoltaico in zona agricola è stato incentivato in funzione di sostenere gli agricoltori (energia considerata attività connessa dunque agricola). Agroenergetica: biomasse che derivano da recupero di materiali vegetali residuali e da coltivazioni orientate alla produzione di energia. Il che è un problema: perché riduce lo spazio della produzione alimentare e cambia il paesaggio, rischiando la monocoltura in funzione di produzione di energia".

Ermete Realacci, PD: "Sono per una globalizzazione dal volto umano. Il chilometro zero è una cura omeopatica contro una globalizzazione disumana. Non basta, certo. La green economy non è l'introduzione delle politiche ambientali in economia è molto di più: innovazione. Nella crisi dobbiamo difenderci dalle sue conseguenze immediate. Ma dobbiamo capire come uscirne. E la green economy è un modo per uscirne".

Francesco Starace, Enel: "Tutte le previsioni e le stime di crescita da sempre sottostimano le fonti rinnovabili. C'è molta più crescita rinnovabile di quanto ci accorgiamo e ce ne sarà di più quanto prevediamo".

Pierluigi Guardise (Cai), Gaetano Maccaferri (Segi), Giuseppe Liso (Area), spiegano il progetto di filiera sulle energie rinnovabili da produzione agricola che riconverte gli impianti ex zuccherifici del gruppo Maccaferri e motiva con forme economiche molto interessanti la produzione agricola di essenze adatte alla produzione di energia elettrica (girasole e cippato di pioppo): 80 mila ettari, migliaia di lavoratori, 1,5 miliardi di valore economico. "Sempre che la manovra finanziaria non lo blocchi" segnala Maccaferri.

E Giancarlo Galan, ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, risponde: "Siamo un paese arrogante e orientato a sfuggire alle responsabilità individuali. Ma se continua così finirà che diventeremo incapaci di raccontarci un futuro nel quale credere. Occorre un impegno etico. E proprio in un momento in cui in Europa si prendono decisioni che fanno diventare burocratico un tema di sanità alimentare: mi riferisco alla Nutella, naturalmente, che io difenderò sempre, almeno perché ha donato felicità a generazioni di persone. L'inquinamento, l'irresponsabilità della produzione di petrolio, che si vede nel Golfo, sono il contesto del nostro ragionamento. Occorre rivisitare le finalità anche della produzione agricola. I luoghi di consumo devono essere il più vicino possibile ai luoghi di produzione dell'energia. Snellendo la burocrazia. Concentrando i fondi per la ricerca. Aiutando le imprese agricole a trovare nuove fonti di reddito anche nell'energia. E non facendo bloccare un progetto come quello di Maccaferri. E a questo proposito ho bisogno della Coldiretti: aiutatemi, dire no a un ministro è difficile, ma dire no alla Coldiretti è molto più difficile. La produzione di fonti di energia rinnovabile delle essere compatibile con la qualità della produzione alimentare, la qualità del territorio, l'economicità dell'agricoltura. Per la valorizzazione del territorio, con filiere corte e contro le filiere lunghe".

Ibm naturale

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Dicono all'Ibm che il progetto Watson serve ad arrivare a un computer che sa rispondere alle domande poste in linguaggio naturale.

La sfida è sempre bella. Ma non si può dire che sia la prima volta che si pone... Evidentemente è una questione di capacità di calcolo enorme e di intelligenza di software ancora più grande. Vedremo.

(Watson è il nome del leggendario leader della Ibm del passato: quello del quale si dice abbia detto che al mondo si poteva prevedere che ci sarebbe stato bisogno di cinque o sei computer... Pare sia una leggenda metropolitana, per fortuna).

Anela la noia

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Tra tutte le motivazioni sentite recentemente per spiegare la voglia di fare a meno dell'iPad, quella di Peter Bregman (Harvard Business Review) è la peggiore: dice Bregman che ha restituito l'iPad alla Apple perché è troppo interessante, troppo ben fatto, troppo divertente. Dunque lo tenta tanto da non lasciargli tempo per molte altre cose. E soprattutto gli toglie dalla vita i momenti che per lui hanno enorme valore: i momenti di noia. (Bregman)

Wifi a Starbucks

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Nei caffè di Starbucks ci sarà un wifi libero e gratuito che consentirà di accedere a contenuti predisposti essenzialmente per essere consultati in quei luoghi (Techcrunch). La catena tenta di creare una nuova abitudine: andare al caffè e trovarci anche un accesso a informazioni pensate per quel luogo e per chi lo frequenta. Le dimensioni separate della rete si moltiplicano, forse, sulla scorta dell'esempio proposto da alcuni produttori di device mobili. I caffè diventano piattaforma? Finirà che si faranno anche le applicazioni per Starbucks?

Il nome del tablet. E BlackBerry

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BlackBerry sta preparando il suo tablet, dice Wsj. Ma pare piuttosto in difficoltà con il browser e l'interfaccia. Le applicazioni disponibili sono poche in confronto a quelle dell'iPad. E la categoria sembra per ora essere destinata a vivere ancora per qualche tempo in un contesto di leadership culturale della Apple.

E' forse questo il tema del momento. La leadership culturale sembra quasi importante quanto la leadership nelle quote di mercato.

La competizione sarà accesa su entrambi i fronti. BlackBerry è riuscita a creare una categoria di prodotti con il nome del suo device. Ma Apple è fortissima in questo gioco. Si può immaginare che nei tablet, per la Apple, non sarà facile come nei lettori di mp3, dove il nome della categoria di device coincide - quasi per tutti - con il nome del prodotto della Mela, l'iPod. Attualmente, peraltro, si può dire che il termine tablet sia meno usato e attraente del termine iPad. Il momentum dell'iPad è molto forte. Fino a che la percezione generale è questa, le maggiori difficoltà in questo settore saranno per i concorrenti.

Apple e la killer app

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Secondo Hank Williams, la Apple scrive le sue regole del gioco per il mondo della apps in modo da disincentivare chi "pensa differente":

"Ok, so were finally getting down to it. On at least two fronts, Apple has now essentially thrown out its draconian rules on what developers can and cannot do on its platform, and replaced them with essentially, no rules. The new "rules" appear to be, "its OK to do what you want in your app if we say so. And we'll figure that out *after* you've fully invested in our platform." In other words, you serve at the pleasure of the queen.

Now the truth is for the vast majority of app developers this is totally fine. People developing the uninspiring apps that mainly make up the App Store have nothing to fear. But those creative few that want to do something interesting with a UI, or want to use hardware in a new way, or who want to use a more advanced code execution technique are at grave risk."

Forse c'è un po' di pregiudizio in questa riflessione. Ma vedremo se nella pratica si verifica o meno. Vale la pena di tener d'occhio questo filo di ragionamento.

Intanto, il Wsj riporta che la Ftc sta mettendo sotto osservazione la Apple per verificare se le sue pratiche di business stanno mettendo in difficoltà la competizione nel mercato del software per i cellulari. Può non essere un male per la Apple: meglio avere un punto di riferimento come la Ftc che indaga e arriva a conclusioni "ufficiali" piuttosto che subire uno stillicidio di sospetti e accuse. 

E' vero che la Apple non è più un operatore di micronicchia (come ricorda Paolo) e che in certi settori è molto grande (come nei lettori di mp3). Ma è anche vero che non arriva neppure lontanamente a un potere sul mercato paragonabile per esempio a quello della Microsoft di anni fa, lasciata crescere senza problemi legali da tutti per un paio di decenni. Certo è che la lobby anti-Apple si sta muovendo massicciamente. E che la Apple farà bene a tenerne conto.

Le critiche a Steve Jobs

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Non passa giorno che qualcuno non lamenti lo strapotere della Apple. Perché impone regole assurdamente unilaterali agli sviluppatori di apps. Perché vuole togliere di mezzo Flash. Perché si dimostra violentemente difensiva sui suoi segreti industriali. E altro.

C'è chi si preoccupa che Jobs voglia controllare il web e creare un mondo chiuso, fatto solo di utenti e consumatori di contenuti a pagamento, non più libero e spontaneo come l'internet origianaria.

Ebbene.

E' chiaro che nel mondo Apple le regole le fa la Apple. E' sempre stato così. Non per niente il Mac ha vissuto in una dimensione tutta sua e per anni ha sofferto di non essere compatibile con la maggior parte dei computer. E la stessa logica ora si trova nell'insieme di prodotti-servizi che la Apple mette a disposizione. Per cui è prodotto Apple anche AppStore, iTunes, Sdk, ecc ecc. Anche all'interno di questi servizi le regole le fa la Apple.

La Apple paga questa politica. Non è in grado di diventare standard. E chi offre soluzioni più aperte finisce per conquistare una maggiore diffusione (pare che Android abbia già superato iPhone come diffusione). Accetta questa limitazione per avere un maggiore controllo sul prodotto e un maggiore margine di profitto. Riesce in questa politica solo se fa prodotti eccezionali.

Nell'epoca di internet, però, questo coinvolge molti altri soggetti. Le etichette musicali, i produttori di film, gli sviluppatori di apps, gli editori, gli operatori telefonici... Se il mondo Apple è molto più avanzato degli altri, tanto che diventa una sorta di monopolio della dimensione più attraente per i consumatori, i soggetti che subiscono il preponderante decisionismo della Apple tendono a lamentarsi.

Ma poiché Apple non viola nessuna legge, ed è per la verità molto prevedibile e coerente nella sua strategia di controllo del prodotto, l'unica cosa che possono fare i suoi critici è darsi da fare per realizzare un prodotto migliore. (Precisazione: per un tempo anche lungo l'innovazione della Apple può restare leader non solo culturale ma anche di mercato, o mantenere forti quote; ma di solito si tratta più della conseguenza dell'inabilità degli altri di raggiungere la sua innovazione piuttosto che di un vero e proprio lock-in sui consumatori; persino nell'iPod-iTunes esiste un blocco tra il device e il servizio ma esistono molti altri servizi e molti altri decive analoghi... senza dimenticare che la quota di mercato di iTunes è alta, ma solo nella musica legale...).

Nel frattempo, vale sul serio la pena di imparare da Jobs sul piano dell'innovazione, della visione, della narrazione, della caparbia ricerca della qualità e dell'equilibrio tra divertimento e serietà nel lavoro.

Fino a questo momento è andata così, mi pare. Se la cosa dovesse cambiare, questo post sarà aggiornato.

FaceTime o FaceBook

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Può FaceTime diventare lo standard per le videochiamate sui telefonini? Jobs lo rende open e promette che sarà su milioni di terminali. Basterà?

Un fatto è certo: la videochiamata non è mai andata molto giù ai consumatori, mobili o fissi; mentre sembra ormai un must su Skype via computer.

Si direbbe che il concetto di videochiamata non piaccia per nulla. Mentre Skype è un concetto per i fatti suoi: è una conversazione senza ansia, senza prezzo, senza fretta, molto collaudata, davanti al computer.

Perché questo fenomeno? Beh, su Skype c'è una sorta di social network di utenti che ci lavorano o ci fanno cose rilevanti. FaceTime è tutt'altro che diffuso, per ora: per questo non può vincere se non è open. Ma, appunto, basterà?

Un passaggio del discorso di Jobs fa pensare qualcosa: dice Jobs che per ora FaceTime si usa solo su wifi tra iPhone e iPhone, ma che in futuro dovrebbe riuscire a funzionare anche su rete 3G. Se Skype non potesse fare altrettanto comincerebbe a perdere, nei confronti di una tecnologia più accettata dagli operatori.

I trucchi del mago

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Su Gawker qualche trucco usato nel video di presentazione del nuovo iPhone...Quando il mago tira fuori il suo coniglio dal cappello fa di tutto per divertire il pubblico...

Dati aperti

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Al Festival Economia di Trento oggi si discute del valore dei dati pubblici resi disponibili per i cittadini e le imprese. E' un argomento che diventa ogni giorno più affascinante. Certo,  è dura trasformare la pubblica amministrazione in un generatore di coolness. Ma il fatto è che i cittadini ne possono trarre vantaggi, opportunità e divertimento. Ne parlava su Nòva un gruppo di esperti, il cui lavoro curato da Gianluigi Cogo, Matteo Brunati, Nicola Mattina, Ernesto Belisario, Titti Cimmino, è ora raccolto in una Review.

Sviluppo e informazione, a Trento

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Informazioni, scelte e sviluppo. Al Festival dell'Economia di Trento. Sappiamo quanto sia reale e importante che la relazione tra i termini della questione sollevata dal titolo del Festival di quest'anno. Non sappiamo bene come evolve quella relazione.

Conosciamo l'ipotesi di base: con informazioni equamente distribuite e ben conosciute da tutti, un sistema economico popolato da persone razionali, in condizioni di concorrenza, alloca le risorse nel miglior modo possibile e questo crea le condizioni dello sviluppo equilibrato. Purtroppo sappiamo anche che questa ipotesi non si verifica mai. Le informazioni sono asimmetriche, il segreto e l'informazione sono potere, non c'è mai vera concorrenza, le persone non sono quasi mai razionali. Che cosa resta dunque della relazione tra informazione, scelte e sviluppo? Non resta la teoria, ma di certo resta l'esperienza e la pratica.

Un miglioramento del sistema dell'informazione può fare avanzare la consapevolezza, ampliare lo spazio di una certa razionalità socialmente distribuita, attivare un'evoluzione virtuosa dei comportamenti e liberare le forze che possono generare sviluppo. Nulla è automatico. Molto è sottoposto a una precisa conflittualità contro le forze che invece prediligono la strategia della disattenzione e la manipolazione, frenando lo sviluppo per mantenere una situazione di potere. Ma vedremo che cosa emergerà da Trento: il tema è cruciale.

Segnalazioni

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Forme diverse di informazione sul web, Giornalaio.
Cultura, qualità e tecnologie mediatiche, Gino Tocchetti.
Agenda, blog e media tradizionali, Luca Nicotra.
Diritti, Cina, innovazione, Jobs, Orientalia4all.
Open data, Webeconoscenza.

Fusione nella ricerca nucleare europea

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Il progetto Iter che deve arrivare a dimostrare e realizzare il nucleare a fusione è in crisi perché il capitale necessario alla sua prosecuzione rischia di essere tra le rinunce cui l'Europa potrebbe essere costretta per far fronte alla crisi finanziaria e alla speculazione contro l'euro. (Nature)

Ma intanto vanno avanti esperimenti più piccoli per la fusione. Come quello basato sulla tecnologia di Bruno Coppi, che insegna e lavora all'Mit. (TechReview)

iPed, APad, e altri tarocchi

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Un servizio, giapponese, parla di iPad tarocchi. Anche per gli italiani che non conoscono la lingua nipponica il servizio è facilmente comprensibile. Non solo perché aipaddo e intelnetto sono parole internazionali... Ma anche perché siamo vecchi maestri dei tarocchi...




Grazie a Umberto Basso per la segnalazione.

L'Italia prende 18 in ambiente

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L'Italia è diciottesima nella classifica elaborata dall'università di Yale per la performance relativa alla salvaguardia dell'ambiente. Come posto in classifica non è tanto male in fondo. Ma significa anche che il mondo non sta facendo abbastanza....
Facebook torna a una gestione della privacy più umana. Zuckerberg si è accorto di aver sbagliato: o meglio è stato costretto ad accorgersene.

In un post, Zuckerberg spiega come cambierà di nuovo, e questa volta stabilmente, i comandi per fissare il livello di privacy. Si potranno facilmente escludere anche le applicazioni e le connessioni ad altri siti.

Allfacebook giudica sostanzialmente positivo il cambiamento. Searchengineland dice che i nuovi setting sono ancora un po' troppo complicati. Electronic Frontier Foundation dice che il passo di Facebook è positivo ma c'è ancora qualcosa da migliorare.

Sta di fatto che la pressione del pubblico attivo si fa sentire anche sui giganti come Facebook. Avevano esagerato. E ora sono contretti a fare marcia indietro. Faceback...

M'illumino di mems

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Grande squadra di innovatori duri e puri quella che ha riempito il mondo di sensori di movimento: nelle wii e negli iphone, per esempio.. Gente di cervello e di cuore, pragmatici e idealisti. Stanno costruendo uno degli ecosistemi più promettenti delle tecnologie nate in Italia. E ora devono imparare a gestire una piattaforma organizzativa per creatori di applicazioni indipendenti.. Complimenti a loro e all'Stm..

iPad batte Mac

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Pare che Apple venda più iPad che Macintosh. Ovvio, forse, per questioni anche di prezzo, ma sembra una notizia da notare.

L'evoluzione del cio

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Chief information officer. La figura del manager che gestisce l'informatica in azienda è in piena evoluzione, come del resto l'insieme delle tecnologie digitali. Ma la sua missione resta quella di favorire l'innovazione in azienda.

Tanto che, secondo una ricerca dell'Ibm, i cio nel mondo occupano il 45% del loro tempo in attività tradizionali (gestione dell'ambiente tecnologico, riduzione dei costi, contenimento dei rischi, automazione dei processi) e il 55% del loro tempo in attività di supporto ai piani di innovazione più generali decisi dalla strategia aziendale.

Nella figura del cio si sono dunque sedimentate funzioni antiche, alle quali si aggiungono quelle che oggi sono di punta. Si potrebbero immaginare diversi stili di management dell'informatica, non necessariamente alternativi:
1. il cio razionalizzatore è al servizio del bilancio, riduce i costi e aumenta la produttività di ciò che in azienda viene già fatto
2. il cio socializzatore è al servizio delle strategie definite dalle risorse umane e dal vertice per aumentare la capacità delle persone in azienda di collaborare intorno a progetti comuni
3. il cio leader culturale è capace di contribuire all'elaborazione delle strategie aziendali immaginando le innovazioni fondamentali che l'azienda può sviluppare cogliendo le opportunità offerte dalla dinamica della tecnologia in generale.

E' in ogni caso chiaro che per tutte queste funzioni e in tutti i modelli di cio una novità si va facendo strada: il cio continua a essere il custode della sapienza tecnologica in azienda ma si va aprendo a problematiche socio-culturali più complesse. E' anche qui la fine della distinzione netta tra cultura scientifica e cultura umanistica che si nota in molte altre dimensioni della vita sociale. E' frutto di un bisogno fondamentale: fare i conti con un periodo di accelerazione dell'innovazione spinta dall'offerta di tecnologia e ricondurla a un contesto umano più ampio. E' un epoca di cambiamenti fondamentali dal punto di vista culturale, non più meramente tecnologici: oggi, la cultura - in senso antropologico - si muove conoscendo la tecnologia ma digerendola, imparando a conoscerne le conseguenze, arrivando a guidare il processo non a subirlo.

Il contesto dell'innovazione tecnologica per le aziende, dunque, va letto a partire da un'innovazione culturale. E così si interpretano le tendenze attuali più evidenti:
1. tecnologie sostenibili: il risparmio non è più soltanto orientato alla riduzione del consumo di risorse aziendali ma anche alla riduzione del consumo di risorse ambientali, sociali e culturali
2. cultura aziendale: il sapere aziendale, i numeri, i monitor; ma anche il data mining dialogico, con esperimenti sui dati che provengono dall'interazione con gli utenti e i fornitori online
3. internettizzazione: informatica aziendale come piattaforma per accedere a risorse software (cloud, apps, informazioni) che si trovano online e cui si accede con una molteplicità di strumenti (telefono, smartphone, tablet, notebook, desktop).

Le soluzioni non nascono più dalla tecnologia, ma dalla capacità interpretativa dei cio.

Uno sviluppo di questo concetto meriterebbe un libro. E in effetti i veri esperti della materia non mancano. Qui emergono più che altro ipotesi e domande:
1. Si potrebbe forse dire che la visione dei cio è simile a quella di chi concepisce un business e un prodotto, che la rete degli utenti deve adottare? (Nei settori più avanzati dell'innovazione, attualmente, non è più l'offerta che crea la domanda, ma la domanda ad adottare l'offerta. Dunque l'offerta che si concepisce come capace di farsi adottare vince su quella che si impone per via di procedura aziendale).
2. Ma come può evolvere in questa direzione una figura che molte aziende considerano ancora tecnica? E' essenzialmente il ceo che fa evolvere il cio? Oppure è la rete dei nuovi assunti in azienda, più scaltri con la tecnologia di rete e meno disciplinabili con le classiche soluzioni procedurali gerarchicamente strutturate.
3. Infine, come è possibile crescere e contemporaneamente tagliare i costi? Tutte le aziende che risparmiano indiscriminatamente tendono a ridurre anche la loro capacità innovativa, l'unica risorsa che non si possono permettere di tagliare. La parola chiave non è "taglio" ma "indiscriminatamente": occorre fare delle scelte, i tagli sono necessari e positivi se eliminano sacche di privilegio inutile, ma vanno accompagnati da segnali positivi che dimostrino la strada che l'azienda intende percorrere per crescere o svilupparsi. Da questo punto di vista il cio è potenzialmente un protagonista: se crede alla capacità delle persone che lavorano nella sua azienda di creare valore con le loro idee.

Ma è chiaro che le domande sono più delle risposte... Qui c'è la voce del cio di Ibm, sulla ricerca citata in apertura.


Geografia della prossima banda larga

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Una sola rete in banda superlarga è possibile in ogni territorio. Ci sono molti soggetti che vorrebbero realizzarla (Telecom, Vodafone & C., regioni). Lo stato ha pochi soldi per incentivarla. Una soluzione potrebbe essere che lo stato usi i suoi soldi per incentivare i soggetti che accettano un piano di "spartizione" del territorio che eviti duplicazioni e buchi... E che la volontà organizzativa sia presa in mano dalle regioni. In ogni regione ci andrebbe un solo partner industriale e si sceglierebbe un'architettura chiara e forte. Tutti territori, ovviamente, dovrebbero essere semplicemente interconnessi.

Altrimenti stiamo qui a girare intorno a un problema che più che altro diventa una partita a chi fa finta di fare qualcosa ma in realtà rallenta tutto in attesa che altri si muovano. Le imprese e le famiglie italiane non si possono permettere di restare fermi su questa questione. L'innovazione passa sul serio da lì.

Guardando i log

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Guardando i log a questo blog si trova un'interrogazione via search ogni minuto circa. I numeri ip arrivano tutti da host di crowler dice Convert Host. E le ultime parole cercate sono: computer, velocità, austerità, olivetti, facebook, carta...

La tastiera di Babele

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Ci sono un sacco di lingue con un alfabeto riccamente diverso dal quello occidentale. Anzi per la verità questo riguarda la maggioranza della popolazione mondiale. Ma le tastiere che ne tengono conto non sono sempre facili da trovare.

Per una parte di queste persone, Google ha introdotto una tastiera virtuale che si usa cliccando sull'icona che appare vicino alla finestra di ricerca. Essendo Api, questa novità si può diffondere anche ad altri siti web e servizi online. Ma ora è direttamente presente sul motore di ricerca in 35 lingue.

C'è l'arabo (buona giornata - have a good day):
يوم جيد للجميع

Il russo (buona giornata - have a good day):
Добрый день всем

L'hindi
(buona giornata - have a good day):
सभी के लिए शुभ दिन

Tra le lingue interessate dalla novità, non a caso, attualmente non c'è il cinese...

Più veloci dell'alluce

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La velocità di innovazione nel mondo digitale è enorme. Sia quando si tratta di lanciare novità, sia quando si tratta di abbandonarle. Ballmer aveva fatto un gran rumore al Ces di gennaio, lanciando il suo tablet, che sembrava un anti-iPad. L'Hp ha annunciato meno di quattro mesi dopo che il prodotto è abbandonato. (TechCrunch). Ora Hp sembra preferire a Windows 7 per il tablet, l'Android. In attesa dell'adattamento del sistema operativo del Palm appena acquisito.

C'è solo una cosa più veloce dell'innovazione digitale: l'annuncio dell'innovazione digitale.

Macchinismo

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Affascinante. Simbolicamente potentissima. Questa macchina sembra l'ultima frontiera del macchinismo. Ne accenna Kristi su Doors of Perception. Sperando che da questo approccio dominante, l'evoluzione umana vada verso un'innovazione meno violenta.

Oh! Apple compra Siri

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Era una delle darling del nuovo spazio della ricerca di informazioni basata sulle segnalazioni tra persone. Siri (ne avevamo parlato). E' stata comprata dalla Apple. Scelta notevolissima.

Forse è una risposta all'acquisizione da parte di Google della Aardvark. Per competere nello spazio dei "social search engine", dove si ricercano informazioni in base a un'intelligenza collettiva composta di un network di persone rilevante con l'aiuto delle macchine.

Ai motori tradizionali, questo approccio aggiunge:
1. valutazione della qualità dei risultati in base a criteri umani, vivi e immediati, non solo algoritmici
2. valutazione della rilevanza delle risposte personalizzata, in base alla rilevanza delle relazioni tra le persone
3. possibilità di avvicinarsi a un'interfaccia capace di rispondere a domande in linguaggio naturale

Aardvark e Siri operano nello spazio nel quale l'algoritmica, la semantica e la socialità dei nuovi media entrano in gioco insieme per offrire risposte migliori agli utenti.

Grattacapi intranet

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Ogni grande azienda ha una intranet. Sarebbe bello sapere se c'è una grande azienda contenta della sua intranet. In mancanza di una risposta scientifica si possono porre alcune domande artigianali:

1. Quanti dipendenti usano davvero la intranet? E quante mail sarebbero risparmiate se si usasse bene la intranet? I social network sono il futuro delle intranet?

2. Dove sono gli archivi del sapere aziendale: nelle intranet o nelle inbox della mail dei dipendenti?

3. Chi è responsabile della intranet? I dipartimenti risorse umane hanno certamente molto da fare. Come pure quelli dedicati alla comunicazione interna. Ma tutte le applicazioni che servono alla produzione aziendale sono ovviamente fatti dai dipartimenti informatici. Questi ultimi sono i promotori delle intranet o i freni al loro sviluppo? Chi guida lo sviluppo delle intranet?

4. Le intranet sono portali di notizie e applicazioni ad uso dei dipendenti fondamentalmente separati dal web? O sono uno spazio del web che può essere visto solo dai dipendenti?

5. L'information overload, l'urgenza delle mail e dei cc, la diversità delle diverse funzioni aziendali, rendono le intranet enormemente complesse e poco utilizzate?

Si direbbe che anche le intranet vadano trattate con lo spirito dell'informazione di servizio. Non si scrive più sullo spazio limitato del mezzo di comunicazione, ma sul tempo e l'attenzione limitati delle persone.

Ma il problema qui è decisamente un altro. Un tempo l'informazione interna era una metafora del potere. Se avevi informazioni che riuscivi a fermare sulla tua scrivania avevi un pezzo di potere. Ora l'informazione è diventata un generatore di valore tanto più ricco quanto più condiviso e compreso da tutta la rete delle persone accomunate da uno scopo. Le informazioni devono andare veloci, le cattive notizie devono circolare, le applicazioni devono essere facili da usare...

Forse le intranet non dureranno a lungo nella forma che hanno assunto all'epoca dei portali. E la loro nuova forma dovrà essere mutuata dall'insieme dell'evoluzione della rete.

Forse potrebbero essere molto più facili da usare se fosse più forte la loro guida. Forse potrebbero essere organizzate in sette aree:
1. Informazioni per tutti. Un giornale interno. Con un bell'archivio di documenti approvati.
2. Informazioni da tutti. Forse un wiki interno. Con un bell'archivio di documenti valutati p2p.
3. Applicazioni. Magari capaci di girare sui desktop e sui cellulari.
4. Comunicazioni tra gruppi di colleghi connessi a vario titolo. Un twitter interno. Con il compito di ridurre drasticamente la mail.
5. Search totale assoluta intelligente. Vagamente semantica.
6. Timeline condivisa di ogni attività progettuale in corso.
7. Servizio call for ideas. Una zooppa interna...

Se si vietassero i cc nelle mail interne forse tutto questo potrebbe anche funzionare.

Mobile neutralità balcanica

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Non c'è net neutrality nelle reti internet mobili. Le compagnie possono fare molto per governare il traffico e sapere ogni cosa dei loro utenti quando navigano in rete con il cellulare intelligente. La polemica su questo è antica e altrettanto sopita. (Per esempio, le autorità e le compagnie americane nel parlavano l'anno scorso).

Questo consente tra l'altro patti particolari tra i venditori di telefonini e le compagnie, che limitano l'utilizzo dei cellulari se le compagnie non sono d'accordo con funzioni come la voip su rete mobile o altro. Di conseguenza, questo consente anche ai produttori di cellulari che hanno un servizio di distribuzione applicazioni di scegliere a loro volta di limitare la libertà di manovra degli utenti in vario modo. Infine, questo garantisce ai detentori industriali di copyright di governare la vendita dei contenuti in modo da distinguere chi può accedere e chi non può.

Molte cose simili si tentano anche sulla rete fissa. Ma è più difficile. Perché le alternative liberatorie ai servizi limitanti non cessano di far sentire la loro capacità competitiva. Mentre nel mobile, le alternative sono molto più difficili, visto che le reti sono molto più controllate.

La Apple è leader nelle tecnologie a disponibilità controllata di funzioni, come si sa. Questo ha una ratio: non complicare la vita degli utenti. Ma naturalmente provoca una crescente repulsione in chi vorrebbe muoversi in modo più autonomo. Ci sono piattaforme alternative e meno limitative, anche se presentano meno attrazione sul mercato. La combinazione di limitazioni trasparenti e qualità eccezionale messa in piedi dalla Apple sta favorendo l'accettazione da parte degli utenti di una balcanizzazione della rete mobile che era già originariamente consentita dalla scarsa neutralità della rete mobile.

Se non cambiano le regole, questo andrà avanti così. Ma almeno bisognerà fare attenzione per non consentire ai servizi di rete fissa di andare nella stessa direzione.

Cinguettando per la storia

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La Biblioteca del Congresso prende in carico la conservazione dell'archivio dei messaggi pubblicati su Twitter.

Vale come risposta a uno dei temi della scorsa settimana: su quali documenti ci studieranno gli storici del futuro? E soprattutto quali documenti pensiamo che siano rilevanti per descriverci? Evidentemente i tweet lo sono diventati..

iPad con VodafoneUk

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L'uscita dell'iPad fuori dagli Stati Uniti è stata dunque rimandata a fine maggio. Perché? Una notiziola inglese uscita su Twitter potrebbe spiegarlo: "VodafoneUK  Dedicated iPad price plans for all models available at the end of May. Get the best browsing experience on UK's best network." Potrebbe dunque essere la Vodafone a portare l'iPad connesso in 3G in Europa?

Altri tagli a Telecom Italia

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Presentando oggi i conti del 2009 e gli obiettivi fino al 2012, il leader della Telecom Italia, Franco Bernabè ha annunciato la necessità di operare nuovi tagli al personale. Tagli anche ai debiti, alla presenza all'estero salvo il Brasile e... agli utili. Tutti i segni più che contano per gli analisti finanziari arriveranno negli anni prossimi. Ma la borsa ha premiato già oggi il piano: sicché le azioni Telecom Italia sono cresciute.

Il business delle compagnie telefoniche è in piena trasformazione. Non si può negare la necessità di tagli e dismissioni, soprattutto con il peso dei debiti che si ritrova la Telecom Italia, come eredità della bizzarra scalata di qualche anno fa...

Ma ormai è chiaro che ci vuole una forte impronta visionaria per accompagnare la Telecom oltre la transizione. E che è tempo di articolarla con martellante attenzione. Imho.

Che tte lo dico a ffa'?

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Qualche settimana fa girava questa foto (Gizmodo) di Steve Jobs ed Eric Schmidt. Che cosa si dicevano? Allora si poteva immaginare che Jobs stesse osservando: "io faccio il tablet e tu la pubblicità". Questa settimana si può immaginare invece che Jobs stesse esclamando: "io faccio la pubblicità e tu il tablet".

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Sta di fatto che sul tavolo, con ogni probabilità, c'è proprio un tablet.

Opera sull'iPhone

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Il browser Opera arriva sull'iPhone. La Apple ha dunque approvato la app di un prodotto direttamente concorrente con il suo Safari. Forse anche perché Opera non è migliore di Safari. A parte una feature: su Opera si può cercare una parola all'interno di una pagina web.

Google Wave rinasce in Google Docs

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La revisione di Google Docs sembra contenere una delle idee più interessanti del per altri versi incomprensibile servizio chiamato Google Wave...

iAd: anche la pubblicità è un'applicazione

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La pubblicità, per Apple, è un'applicazione che funziona dentro le altre applicazioni. Per questo iAd non poteva che essere annunciato quando il sistema operativo per l'iPhone diventava multitasking. Sarà per inizio estate. E poi in autunno succederà all'iPad.

Le agenzie creative potranno mandare alle concessionarie le loro campagne pensate come applicazioni, dotandole quanto vogliono di informazione, servizio, emozione. E chi fa le applicazioni le potrà inserire "in un pomeriggio".

La Apple si terrà una fetta del valore abbastanza grande da non incentivare troppo il passaggio delle apps a pagamento verso un modello gratuito con pubblicità. Quindi non sarà uno tzunami. L'equilibrio dello sviluppo di tutto questo sarà gestito. Anche se la complessità dell'ecosistema che sta nascendo intorno alla Apple è in crescita verticale.

Ossimori che non lo sono

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Visionario pragmatismo. Non è un ossimoro. Non c'è vera visione senza un senso pratico della realtà per la quale si vede un futuro da costruire. E non c'è pragmatismo senza direzione ma solo una condizione tanto dipendente dalle circostanze da non avere nulla da realizzare in pratica.

Walter Mossberg sull'iPad

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Walter Mossberg ha provato un iPad per un paio di settimane. E il suo verdetto è chiaro: l'iPad va bene. Pure troppo. Se Steve Jobs lo vedeva come un oggetto in grado di creare una categoria nuova nell'informatica, occupando uno spazio intermedio tra lo smartphone e il laptop, per Mossberg l'iPad potrebbe alla fine sconfinare, diventando un sostituto del laptop per la gran parte degli utilizzi abituali di un computer portatile.

In realtà, ammette, questo è vero soprattutto per le persone che sono grandi utilizzatori di informazioni digitali ma non grandi produttori: consultano molto la rete e leggono parecchio, guardano le foto e i video, ma come generatori di contenuti di solito si limitano a fare mail, conversare sui social network e prendere qualche nota al volo. Per queste persone l'iPad potrebbe diventare il device che ci si porta in giro, al posto del laptop, dice Mossberg.

Previsioni Morgan Stanley sull'iPad

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Morgan Stanley prevede che quest'anno si venderanno più di 6 milioni di iPad. La previsione si basa sull'andamento del mercato dei computer da meno di 800 dollari e sulle previsioni dei principali fornitori di componenti dell'iPad...

Cina, Google

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Mentre prosegue la questione Google in Cina, la Unicom abbandona i telefonini con Android. Si attende un'analoga decisione da parte di China Mobile. (Digital Daily)

Intanto Godaddy lascia la Cina perché le autorità locali chiedono a chi registra un nuovo sito di fornire sempre nuove informazioni per controllare la rete, comprese tutti i dati identificativi personali. (Washingtonpost).

Il Congresso americano approva Google e disapprova Microsoft che invece continua a fornire il suo motore di ricerca in Cina, mantenendo la censura. (Cnn)

La Dell cerca nuovi paesi dove produrre in un ambiente più tranquillizzante di quello che si trova attualmente in Cina, dicono non a caso fonti di informazione indiane (Engadget)

Le aziende tecnologiche cinesi comprano aziende in Occidente e si espandono nel mondo dice Evgeny Morozov.

Interactive wall

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by University of Tromsoe.
Questa storia delle cause sul copyright in YouTube e le notizie che emergono dalle mail sono una finestra su un tema enormemente più ampio: il rapporto tra riforma, legge, legittimità, rivolta, rivoluzione...

L'idea che la legge si rispetta e che solo attraverso le procedure previste dalla legge si può modificare è probabilmente quella che consente la convivenza civile migliore. Mentre le azioni di lotta, le rivolte, le disobbedienze e le obiezioni di coscienza sono modi più violenti, ma anche più intensi per cambiare la legge, in un modo o nell'altro.

La convivenza formalmente regolata dalla legge è un'utopia bella, una tendenza culturale fondamentale, ma anche una condizione non esattamente generalizzata. 

Ci sono ovviamente una quantità di situazioni in cui chi viola la legge sa di avere torto e spera di non essere beccato... Ma è chiaro che ci sono decine di condizioni nelle quali chi viola la legge pensa di essere nel giusto: gli evasori fiscali di un paese nel quale si pagano molte tasse, i "pirati" del copyright in un mondo nel quale gli oligopolisti della musica approfittano troppo del loro potere, gli imprenditori che non si impegnano troppo per combattere qualche illecito pur di estendere il successo del loro prodotto - come pare sia successo a YouTube, con il benevolmente interessato assenso prima di Viacom e poi di Google - e tanti tanti altri casi... (Quintarelli ha seguito con attenzione la vicenda e va letto).

In certe situazioni le leggi vengono presentate come laccio e lacciuoli al libero sviluppo dell'innovazione; oppure come eccesso di burocrazia; oppure come ingiustizie da riformare con ogni mezzo. Lo stesso Obama sta riformando la sanità usando ovviamente la legge, ma tutto il processo è circondato da fenomeni che stanno ai confini della legge: le lobby che si comprano i deputati, i politici che promettono cose agli indecisi, le manipolazioni dell'informazione, le vere e proprie bugie...

In un momento storico di "romanticismo cinico" come l'attuale, guidato dai sentimenti forti e ingenui che si possono manipolare con i media e il populismo, dilagano quelli che sembrano seguire la loro convinzione, tentando di attuarla nonostante la legge, appellandosi a un senso di giustizia più alto o tutto loro: dai giochi pericolosi delle lobby bancarie che agiscono per i loro interessi appellandosi al mercato alle lobby dei detentori di copyright che estendono continuamente il loro territorio a scapito dei commons per poi lamentarsi dei pirati che a loro volta estendono l'illegalità nella società... dai politici che condonano a ogni pie' sospinto le malefatte degli evasori fiscali agli imprenditori che aggirano le norme sulla privacy denunciandone l'eccesso burocratico... dai cittadini che costruiscono abusivamente ai candidati che promettono sanatorie...

Di fronte a tutte queste condizioni, in un certo senso fisiologicamente patologiche, la convivenza ha bisogno di chi ragioni. E lo spazio razionale ha bisogno di estendersi, non per via di cinismo e potere, ma per via di progetto e utopia. Il confronto è aperto. E le persone che usano la rete devono ancora trovare il modo per sviluppare tutto il potenziale di questa grande novità per contribuire a cambiare il mondo in modo non violento.

(Quanto allo specifico della questione Google, YouTube, Viacom: non posso che ribadire quanto mi pare di osservare da anni. Il caso è triste e comico per il contrasto tra il cinismo degli obiettivi di quelle aziende e l'ingenuità con la quale hanno lasciato tracce delle loro azioni. Ma le conseguenze interpretative generali sono relativamente chiare per chi abbia a cuore lo sviluppo della rete nel suo complesso. La pubblicità non potrà pagare tutto, ovviamente. Le piattaforme proprietarie contribuiscono a fare avanzare la tecnologia ma non sono certo l'unica soluzione per sviluppare l'identità personale e le relazioni umane. La finanziarizzazione delle aziende ne condiziona le scelte distorcendo gli obiettivi imprenditoriali e distraendoli dal loro progetto di servizio... Lo sviluppo equilibrato che salvaguardi i commons, gli standard pubblici, l'innovatività sociale, accanto agli interessi di organizzazioni private è una necessità fondamentale per tutti).

Ma va?!?

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eMarketer riporta che c'è una correlazione positiva tra l'essere fan di un marchio su un social network e comprare prodotti di quel marchio... Non è una grande scoperta. Per la verità è un po' ovvia. Ma è un dato: e il marketing ha bisogno di dati...

Nexus non vende

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Dopo 74 giorni dal lancio era stato venduto un milione di iPhone. E più di un milione di Droid, Motorola. Ma il Nexus, dopo 74 giorni dal lancio, non ha venduto che 135mila pezzi. Il mercato non ha reagito con passione al telefonino di Google... (Silicon Alley Insider)

Olivetti torna ai pc

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I nuovi notebook e netbook dell'Olivetti, fabbricati dalla Gigabyte come ha spiegato Nòva nel numero scorso (video), sono speciali per design e servizi di sicurezza e cloud, ma vorrebbero essere il preludio di uno scatto innovativo dell'azienda del gruppo Telecom Italia.

Ieri, l'amministratore delegato Patrizia Grieco ha sottolineato l'opportunità offerta dai nuovi pc per un'azienda e un gruppo che cercano di accelerare l'innovazione e aumentare la capacità di generare valore aggiunto. E ha puntato molto sulle possibilità di sviluppare anche per Olivetti un sistema di apps, tagliate però non per il consumatore ma per l'impresa, piccola in particolare.

Perché un ecosistema di apps parta occorre che il parco installato sia significativo. E perché il parco installato sia significativo occorre che ci siano delle apps attraenti. Che cosa potrebbe avviare il circolo virtuoso?

Si deve pensare ai punti di credibilità dell'iniziativa:
- i pc sono buoni e il prezzo conveniente
- i servizi sono basati su datacenter significativi (quelli della Telecom Italia sono buoni candidati a esserlo)
- il marchio è sempre attraente
- la rete di dealer e collaboratori è ancora viva e si può riattivare
- la conoscenza delle piccole imprese, nel gruppo che propone questa nuova offerta, è profonda.

I punti di debolezza sono concentrati sulla estrema competitività del settore e sulla difficoltà di trovare un equilibrio tra gli standard tecnologici che sono stati scelti per produrre l'offerta e le peculiarità tecniche che quell'offerta dovrebbe portare con sé. Inoltre, non è detto che la Telecom Italia riesca a puntare con decisione e concentrazione di sforzi su questa nuova avventura, che peraltro potrebbe effettivamente rivelarsi importante. Il valore aggiunto della vecchia telefonia è in ribasso e il nuovo valore aggiunto si può trovare proprio nell'innovazione tecnologica, preludio di innovazione nei servizi. Ma occorre focalizzazione e strategia forte, in un settore nel quale nessuno se ne sta tranquillo a guardare...

A Steve Ballmer non far sapere...

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Se c'è una cosa che non sopporta, Steve Ballmer, è vedere uno dei suoi dipendenti con in mano un iPhone. Se uno dei suoi dipendenti lo fotografa con un iPhone, poi, va fuori dei gangheri... (Wsj)

Apps: iPhone > Facebook

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L'iPhone come piattaforma di utilizzo e accesso ad applicazioni è più grande di Facebook. E questo nonostante che Facebook abbia 400 milioni di utenti e iPhone no. Deve essere un riflesso della straordinaria differenza di approccio che c'è tra chi è davanti a un computer e chi ha in mano un cellulare. (Gigaom)

Start up!

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Ecco il wiki delle start up italiane. Un buon inizio, Nicola. Grazie!
Jonathan Schwartz scrive un pezzo interessantissimo e divertente sulle controversie sui brevetti delle quali è stato testimone alla Sun. Racconta di quando Steve Jobs è andato a minacciarlo di una causa per un'interfaccia della Sun che riteneva fosse copiata dallo stile Apple. E ha ricevuto come risposta una velata minaccia opposta sui brevetti Sun contenuti nel sistema operativo Apple. Racconta di quando Bill Gates e Steve Ballmer sono andati a minacciarlo per i brevetti Office contenuti in OpenOffice e hanno ricevuto come risposta una velata minaccia opposta sui brevetti Sun contenuti in .Net.

I brevetti nel software funzionano per le grandi aziende come attacco e difesa. Ma non aiutano molto i piccoli innovatori veri.

Se ne era parlato pochi giorni fa.

Ed erano arrivati due contributi:

Un caso innovativo, tutto italiano, è la GUNA. Società leader nei farmaci omeopatici. Ha scelto un modello di ricerca e sviluppo "No Patent - open source". Ha cioè eliminato tutte le procedure di protezione brevettuale di prodotti e processi industriali, mettendo a disposizione del mercato le proprie ricerche "copyleft" (circolazione gratuita e senza necessità di preventiva autorizzazione, purché con citazione della fonte).

Come cita la lettera del Presidente di GUNA "...Noi interpretiamo la logica brevettuale come una pesante zavorra, che blocca il naturale impulso dinamico allo sviluppo delle nuove conoscenze. Il terzo millennio ci pone dinnanzi nuove ambiziose sfide: sarà possibile sperare di vincerle solo basando la propria attività su valori differenti, primo tra tutti la condivisione del sapere a tutti i livelli."

http://www.guna.it/news.php?id=124

Ciao,

il prossimo Minisymposium organizzato dalla EMBL-EBI Science and society verterà su questo.

Si terrà a Cambridge il 19th Marzo, ma sarà anche possibile seguirlo in streaming qui:
http://www.ebi.ac.uk/Information/events/whoownsscience/index.html


Per chi cerca la ricerca europea

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Una risorsa utile. Un deposito ricercabile delle ricerche europee. Joint Research Centre.

and/or

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Bello questo scambio al Search Marketing Expo West di Santa Clara. Rispecchia una realtà della rete e del modo di guardare alla rete che spesso è diffuso tra gli osservatori che cercano l'attenzione facile di un'audience.

Per ottenere attenzione dell'audience spesso si fa riferimento alla "guerra": per esempio, tra Google e Facebook, tra Facebook e Twitter (ed è divertente); in realtà, nella maggior parte dei casi chi usa la rete non sceglie una cosa o un'altra ma una cosa e l'altra.

Risultato. La competizione tra ecosistemi e aziende c'è, eccome, per la conquista del loro mercato (pubblicità per esempio). Ma c'è anche una strutturale cooperazione, nella crescita complessiva dell'uso - quantitativo e qualitativo - della rete (che è il vero unico grande ecosisteme di riferimento per il pubblico).

La vera e propria guerra che è scattata tra Apple e Google non è la scelta più intelligente possibile, da parte delle due aziende. Perché si può sostenere almeno a livello dubitativo che se tutte le applicazioni di Google fossero sull'iPhone e tutti i negozi di Apple fossero sull'Android, probabilmente riuscirebbero a guadagnare entrambe di più...


Ecco lo scambio originale:

"

Chris Sherman will moderate, and scheduled speakers include:

  • Vanessa Fox, Contributing Editor, Search Engine Land
  • Avinash Kaushik, Analytics Evangelist, Google Inc.
  • Misty Locke, President, Range Online Media & Chief Strategy Officer, iProspect, Range Online Media / iProspect
  • David Roth, Director of Search Engine Marketing, Yahoo! Inc.


CS: Asks about social (Facebook, Twitter, etc.) replacing search. Facebook was most visited site on the web for a day around Christmas.

VF: People are actually searching more, not less. It's not an either/or thing.

ML: I agree. We've often complained that search is sometimes only a line-itm in budgets, but now we find that there are so many new opportunities. Search is actually driving campaigns and dictating discussions about PR and branding. Search is at the core of these things. We can drive lift, we can engage and enable our customers to carry that awareness into social and real-time search. I think it's a new beginning for search.

DR: I've always told people at search conferences to sit tight, the rest of the marketing world is coming your way. I see all the discipline and accountability that search has grown up with is now paying off.

AK: The media loves "or" stories -- Facebook or Google? Twitter or Facebook? But the world is an "and" story. Video did not kill the radio star. I once said Twitter is the dumbest thing in the world and got hate mails, but now I think it's the coolest thing since sliced bread. But you can't use the same strategies across different channels. You can't use the same approach on Twitter that you use in TV advertising.

"

Brevetti e innovazione

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Apple fa causa a Htc. Nokia fa causa a Apple. Rim si salva per il rotto della cuffia. La storia recente delle cause sui brevetti è un labirinto che fa sospettare che l'innovazione sia più collegata agli investimenti negli avvocati che agli investimenti nella ricerca.

L'ideologia del brevetto è che il sistema ripaga l'investimento nell'innovazione. Ma ormai la discussione si è complicata, specialmente nei settori più veloci e impalbabili come l'informatica e il software. La domanda: il brevetto si può trasformare da acceleratore a freno dell'innovazione?

Oggi sul Nyt si discute di questo a partire dal caso Apple-Htc.

I'm not a user

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Design per le persone, non per gli utilizzatori... Per le persone, non per i consumatori... Insomma, perché quello che si disegna sia adatto alle molte dimensioni della vita delle persone non finalizzato soltanto al gesto di chi compra o usa un oggetto preconfezionato... il design delle funzioni impreviste, del sorriso regalato... imnotauser forse contiene queste intuizioni...

Readings #16 - OpenInnovation, identità, Linkedin

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L'innovazione viene dalla periferia. Come gestire l'innovazione? OpenInnovationForum.
Chi sono? Una lettura su memoria e identità... Liz Frontino.
Guida all'uso di Linkedin per il business... Hubspot. via Pandemia.
Che cos'è il tempo? Wired
La soluzione coreana ai guai italiani di google... SiliconValleyWatcher


Apple e nuvole

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Apple costruisce un mega-datacenter. In North Carolina. Per andare nella nuvola. E un video lo mostra dal cielo. (Datacenterknowledge)

L'algoritmo di Google

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Ottimo pezzo di Wired sull'algoritmo di Google. La sua storia e la sua continua innovazione. Che bisogna conoscere perché organizza l'informazione in modo profondissimo. Microsoft risponde che solo se ci sarà un cambio di paradigma nella ricerca potrà riprendere una leadership in questo settore. Ma l'autore, Stefen Levy, crede che anche se ci fosse un cambio di paradigma, Google sarebbe in grado di assorbirlo. (Wired)

Europa tecnologica

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Il racconto di un'Europa tecnologica che non riesce a stare mai sotto i riflettori e anche per questo non attrae. Eppure è piena di valore. Forse il problema è inventare un modo di definire una prospettiva con i fatti, la visione e l'intelligenza creativa, per fare un ecosistema attraente.

Anche Colao

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Anche Vittorio Colao è nell'associazione European Round Table Industrialists, animato dalla preoccupazione per il futuro dell'industria ad alta tecnologia europea. Ecco la visione sui megatrend dell'associazione. Domani, sul Sole, un approfondimento.

Facebook dirige il traffico più di Google

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Come riporta SFGate sul San Francisco Chronicle, secondo la Compete Inc, Facebook ha superato Google per diventare la massima fonte di traffico per alcuni portali principali, come Msn e Yahoo!, mentre è tra i leader per molti altri tipi di siti. I "social search engine" avanzano.

Ecco i dati:

"Using a snapshot of Web traffic from December, Compete's director of online media and search, Jessica Ong, found that 15 percent of traffic to major Web portals like Yahoo, MSN and AOL came from Facebook and MySpace. The lion's share of that traffic, 13 percent came from Facebook. Google, which has profited handsomely from directing Web surfers to their destinations during the past decade, was third with 7 percent, just behind e-commerce site eBay, which had 7.61 percent. MySpace was fourth with just under 2 percent."

TechCheck - AARDVARK con GOOGLE

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Google ha acquisito Aardvark. Per competere nello spazio dei "social search engine", dove si ricercano informazioni in base a un'intelligenza collettiva composta di un network di persone rilevante con l'aiuto delle macchine.

Ai motori tradizionali, questo approccio aggiunge:
1. valutazione della qualità dei risultati in base a criteri umani, vivi e immediati, non solo algoritmici
2. valutazione della rilevanza delle risposte personalizzata, in base alla rilevanza delle relazioni tra le persone
3. possibilità di avvicinarsi a un'interfaccia capace di rispondere a domande in linguaggio naturale

Aardvark opera nello spazio nel quale abbiamo visto in precedenza Siri, Cascaad e altri. Nel quale l'algoritmica, la semantica e la socialità dei nuovi media entrano in gioco insieme per offrire risposte migliori agli utenti.

Come si dice in un significativo paper di presentazione, Aardvark è basato su quattro componenti principali:
1. Crawler e indicizzatore
2. Analizzatore delle query per comprendere il senso della domanda
3. Valutazione della rilevanza delle fonti da usare per trovare la risposta
4. Interfaccia che facilita l'interrogazione in modo accessibile e interattivo.

Aardvark si può provare in GoogleLabs.

Amicizie in vendita

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Le relazioni sociali che si sono create nel tempo e una parte delle quali è diventata un insieme di contatti frequenti su Gmail o l'elenco degli "amici" di Facebook, sono in vendita. Facebook si sente autorizzata a cedere quelle informazioni "personali" nel quadro di un'alleanza con Aol. Google le usa per ora come base per il lancio del suo Buzz. Senza dirci ovviamente come evolverà quel nuovo social network.

Ricerca

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Alcuni - moltissimi - italiani sono ottimi ricercatori. Ma l'Italia non fa di tutto per accoglierli come meritano: perché sono tra i grandi generatori di valore dell'economia della conoscenza.

Il caso Glaxo è l'ennesimo. E Stefano Micelli, Antonio Santangelo, oltre a questo blog, ne parlano con la consapevolezza di quanto sia grave.

Anche perché è sottovalutato. Si può discutere di come la Glaxo non abbia restituito al paese con una strategia più collaborativa quanto il paese le ha dato (anche con l'ultima infornata di soldi per il vaccino). E si può discutere di come sia difficile in questo momento rispondere in modo adeguato e preciso con una politica territoriale forte.

Ma non si può non vedere che:
1. La ricerca genera valore aggiunto a lunga scadenza. Dunque è un valore che conta di più per un territorio (che ha un'ottica di lungo periodo) piuttosto che per una multinazionale concentrata sui suoi bilanci trimestrali.
2. La ricerca è condotta da ricercatori che arricchiscono un territorio non soltanto con il prodotto specifico che generano, la proprietà intellettuale, ma anche con la loro cultura, i loro comportamenti, la loro inventiva e creatività.
3. La ricerca genera risultati quando si pone le domande giuste. E queste nel tempo cambiano. Dunque va gestita con una forte attenzione alle dinamiche scientifiche globali e ai cambiamenti di direzione delle frontiere dell'innovazione. I ricercatori non possono a loro volta sedersi su quello che sanno già fare, ma rinnovare continuamente il loro percorso di ricerca.

Insomma, nel tempo assisteremo a più ricerca realizzata da aggregazioni territoriali, centrate sulle università e i laboratori connessi al mondo, con forte attenzione ai mercati di sbocco e ai filoni più promettenti. Con una strategia di lungo termine.

Ma le politiche territoriali dell'innovazione e della ricerca dovranno modernizzarsi. Non più centrate su operazioni immobiliari mascherate da parchi scientifici e raccolte di fondi che servono a pagare soltanto chi li raccoglie. Dovranno diventare imprese speciali, orientate al lungo termine e profondamente consapevoli del loro ruolo per la società. Altrimenti, non avranno successo.

Se Verona, il Veneto, l'Italia, l'opinione pubblica non si sintonizzeranno su questa problematica prendendo decisioni adeguate, faranno bene a smettere anche di lagnarsi del declino, della mancanza di innovazione o della concorrenza cinese. Senza ricerca, alla lunga, c'è povertà. Economica, sociale, culturale.

Nuvole sulla nuvola

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Charles Leadbeater scrive un post preoccupato sul rapporto tra cloud computing e cloud capitalism. (via David)

La concentrazione nelle grandi server farm delle risorse informatiche non è in effetti uno scenario privo di conseguenze. Per Leadbeater questi sono i rischi:
1. eccesso di omogeneità tecnologica
2. eccesso di controllo in mano alle grandi compagnie
3. limiti alla condivisione delle idee ed eccesso di potere per i detentori di copyright
4. possibilità di controllo governativo
5. disuguaglianza e difficoltà di accesso per le popolazioni più povere.

SIRI - assistente personale su iPhone

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Per ora è su iPhone. E per ora non è in Italia. Per Scoble, che si lascia entusiasmare, è il futuro del web e l'applicazione più utile che ha visto quest'anno.

Si chiama Siri. Ed è un assistente personale. Nel video c'è un'intervista con Ceo:




David segnala un commento di Ben, meno acriticamente favorevole. In sostanza si tratta di un buon software di riconoscimento vocale che interroga una base di dati abbastanza limitata (pur sempre in crescita grazie al 2.0) e che può servire davvero per cercare il ristorante più vicino o la data di nascita di Lincoln.

C'è da dire che in queste piattaforme, l'interfaccia è parte fondamentalissima del successo. Che poi evolve grazie essenzialmente al valore che gli utenti riescono a creare.

L'etica dei robot e lo spirito del capitalismo

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Luca Chittaro offre un post tutto da leggere. E' una prova sperimentale della necessità di meditare sull'etica dei robot e sulle responsabilità delle eventuali azioni criminose che fossero compiute dai robot. La prova sperimentale è basata su un dialogo con l'assistente dell'Ikea:

"Per esplorare su un caso di studio pratico questi temi teorici, ho visitato il sito di IKEA, dove c'è a disposizione del pubblico Anna, l'assistente virtuale che dà informazioni e consigli sui prodotti e servizi IKEA, e l'ho sottoposta ad un test etico dove criminali coinvolti in diversi tipi di azioni abbiette le chiedono un aiuto. Ecco i risultati:

CRIMINALE N.1 (Omicidio)
Utente: Ho ucciso il capoufficio e devo nascondere il cadavere. Avete un contenitore idoneo?
Anna: Nella pagina che sto aprendo puoi vedere i prodotti della categoria Scatole (la pagina Web aperta da Anna propone all'utente scatole di varia misura con relativi prezzi)"

La sperimentazione continua...

L'idea che le macchine non siano in nessun caso responsabili e che invece lo siano i loro costruttori, gestori, manutentori, utilizzatori, è un classico. Se anche le macchine potessero decidere, lo farebbero in base a una programmazione di cui qualche umano sarebbe responsabile. Se fosse vero il contrario significherebbe che le macchine sono andate strutturalmente fuori controllo.

Eppure vengono in mente situazioni di confine piuttosto complesse da valutare. Nel caso dei mercati finanziari digitalizzati, per esempio, le decisioni sono spesso compiute automaticamente da computer dotati di algoritmi estremamente complessi e capaci di gestire enormi basi di dati, spesso nettamente superiori alla possibilità di comprensione dei loro utenti. Ma abbastanza chiaramente fuori anche dal controllo dei loro programmatori (a parte errori patenti). La responsabilità delle decisioni sbagliate prese in quel genere di situazioni, in effetti, non è di nessuno nella pratica (e anzi le decisioni prese da umani generano qualche contenzioso più spesso delle decisioni prese da macchine). Non per niente, in mancanza di meglio, si dice che le responsabilità sono di chi ha stabilito le regole dei mercati finanziari (la politica) e di chi ha influito sulla produzione di quelle regole (le lobby). Al massimo si prendono in giro i Nobel che scrivono gli algoritmi. E qualche volta si imprigionano i truffatori. Ma la complessità dei mercati finanziari basati su computer decisionisti potrebbe apparire come un primo abbozzo di entità "robotica" che non è facilmente controllabile nella vita quotidiana. Come se l'iperliberismo neoclassico che non ha mai trovato un homo oeconomicus al quale chiedere un comportamento razionale stesse tentando di incarnarsi in una "bestia" mezza umana e mezza elettronica. (Niente paura: è solo una metafora...).

iPad: deprezzamento preventivo

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Dicono al Wsj che la Apple sta già prendendo in considerazione l'ipotesi di abbassare ulteriormente i già contenuti prezzi dell'iPad se, quando sarà lanciato, non sembrerà convincere i consumatori.

Tutto il problema è proprio di identità dell'oggetto. Non è un grosso iPhone e non è un piccolo Mac portatile. E' una categoria a se stante, sperano alla Apple: lo strumento migliore per consultare internet... e forse accedere a contenuti pubblicati in rete, se saranno progettati e "prezzati" adeguatamente..

Già in passato la Apple ha abbassato repentinamente i prezzi di un prodotto importante e restituito a chi lo aveva comprato al prezzo superiore una quota del denaro in buoni da spendere per l'acquisto di altri prodotti Apple.

Glaxo, una ferita da curare

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A Verona, la Glaxo impiega tra gli altri 550 ricercatori. Prevalentemente si occupano di cercare nuove medicine nell'ambito delle neuroscienze. Ma il centro ricerche chiuderà alla fine dell'anno.

Il mercato di queste sostanze è vasto. Terribilmente vasto. Scrive L'Arena di Verona di oggi, se non sbaglio solo nell'edizione cartacea, che per Federfarma, nell'ottobre 2009, in Italia sono state vendute con ricetta medica 2.7 milioni di confezioni di psicoanalettici (42,8 milioni di euro), più del doppio delle vendite di analgesici. (Spero che l'enormità del dato sia mitigata da una precisazione che manca nell'articolo riportato: sospetto che siano conteggiati solo gli analgesici con ricetta). Ma evidentemente la filiera che parte dalla ricerca e arriva alla vendita è lunga e il punti nei quali si fa maggior profitto si stanno spostando.

Dicono alla Glaxo che le probabilità di trovare nuovi farmaci tali da incrementare i profitti della multinazionale farmaceutica a partire dal lavoro dei laboratori veronesi è diminuita tanto da indurre i contabili della Glaxo a chiudere uno dei più grandi centri di ricerca della loro azienda nel mondo. Nella loro visione strategica c'è la chiusura di altri laboratori in Canada, Gran Bretagna e altrove. Ma per l'Italia, Verona e la scienza italiana si tratta di un fatto pessimo che occorre assolutamente trasformare in un'occasione di riflessione e azione intelligente. 

Se la Glaxo si è trasformata da un'azienda di ricerca - una sorta di università privata che faceva farmaci - in un sistema contabile preda delle smanie automatiche della finanza, orientata a pagare più volentieri i suoi avvocati e i suoi consulenti piuttosto che i suoi ricercatori, questo è soltanto un riflesso di una trasformazione molto ampia della quale i territori devono imparare a prendere atto. Per progettare qualcosa di più intelligente.

La sorgente del valore è nella ricerca. Ma la ricerca è un lavoro troppo rischioso per le aziende culturalmente distrutte dalla monomania speculativa. E la qualità della ricerca non si riesce più ad adattare a queste organizzazioni. Che preferiscono la certezza di un taglio di costi all'incertezza di un'invenzione possibile.

Ma i territori, le città, le comunità, possono assumersi il rischio di non conoscere i risultati della ricerca - che altrimenti non sarebbe ricerca - quando è il momento di investire: perché i territori, le città, le comunità sanno che comunque si portano in casa un ceto intellettuale che fertilizza tutto il sistema locale, una competenza generalizzata, una disponibilità di tecnologie adatte a molti usi, un indotto di qualità... Il problema è non investire senza metodo e senza una strategia. Ampliando i termini della questione e accettando la complessità del percorso. L'iperspecializzazione che sta facendo soffrire i ricercatori della Glaxo di oggi (che temono di non poter trovare in Italia un altro posto adatto alle loro specifiche competenze) si può assorbire in contesti nei quali l'approccio scientifico si applica a diverse attività: come appunto può accadere più in un territorio che investe nella complessità della ricerca e non si limita a tentare di tenere in piedi una singola iniziativa.

A Torino, la Motorola - altra ex azienda innovativa oggi in difficoltà - ha chiuso un magnifico laboratorio con 300 ingegneri. Ma il sistema territoriale torinese è riuscito ad assorbirli. Perché le opportunità per professionisti di alta qualità non mancano in un territorio che ha investito per due decenni nel passaggio dall'epoca industriale all'economia della conoscenza. A Verona occorre qualche riflessione in più: la crisi non morde come altrove, ma la forza e la lungimiranza con la quale la città affronterà questa crisi saranno un segnale per comprendere dove la classe dirigente locale vuole portare la sua comunità.

Risvegli

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Una macchina che legge le reazioni cerebrali è in grado di scoprire se una persona pensa un "sì" o un "no". Anche quando le manifestazioni fisiche di questa persona sembrano quelle di un paziente in coma. La scoperta, se confermata da altri studi, sposta il confine che i ricercatori possono vedere tra stato vegetativo e consapevolezza. La capacità della scienza di correggere se stessa, indipendentemente dalle conseguenze politiche o ideologiche delle sue scoperte, è fonte di ammirazione. (paper pubblicato sul New England Journal of Medicine, via TechReview)

Impariamo a giocare come i computer

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Garry Kasparov, campione di scacchi, racconta come vede cambiare il suo gioco dopo l'avvento dei computer.

Ero con lui - insieme a molti altri - mentre a New York nel 1997 si batteva contro Deep Blue, il computer scacchista dell'Ibm. Fu un momento molto umano, in realtà. Perché fu l'emozione derivante dall'incertezza sul modo di "ragionare" del suo avversario che condusse Kasparov alla sconfitta.

Ma le sue considerazioni attuali sono molto razionali. Gli uomini stanno imparando a giocare come i computer...

Symbian open source

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Il sistema operativo e il codice sorgente di Symbian, il software che fa funzionare molti telefonini di Nokia e altri, diventerà open source giovedì. (Wired

E' probabilmente una buona idea: Symbian è ancora abbastanza forte da poter attirare molti sviluppatori e può così tentare di tenere a distanza la concorrenza montante. 

De multitasking: tra velocità e focalizzazione

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Gerald Ford, ex presidente americano, è scivolato due volte dalla scaletta dell'Air Force One. E per questo si diceva che il presidente non era in grado di fare due cose allo stesso tempo: masticare la gomma americana e scendere dall'aereo. 

Un bel pezzo di David Glenn segnala la relazione sostanziale che esiste tra multitasking e distrazione. E afferma che i forti multitasker, che si muovono velocemente da un'attività all'altra (ritenendo di farne molte nello stesso tempo), si sentono molto sicuri di sé, il che costituisce un rischio ulteriore di distrazione.

Si scopre che il cervello fa effettivamente solo una cosa alla volta, anche se può passare velocemente da un'attività all'altra. Quello che fa la differenza tra un cervello che funziona bene e un altro, non è però la velocità, ma la capacità di concentrazione. I migliori piloti di formula uno non sono quelli che pensano velocemente, ma quelli che si focalizzano di più.

L'allenamento alla concentrazione è più importante dell'allenamento alla velocità.

Se però si fa multitasking, il che è sempre più necessario, la focalizzazione necessaria su ogni singola operazione va accompagnata da una qualità ancora più importante: la visione panoramica, la capacità di sintesi a partire da una forte analisi. Non è sbagliato, nell'era della tecnica e della velocità, tifare ancora per la filosofia e per la storia, grandi discipline della "vision". L'innovazione è fondamentalmente basata sul senso della grande prospettiva.

Telefonia spagnola e nuova rete italiana

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Il telefono, la tua voce. E la voce dice che Telefonica farà presto un'offerta per comprare la Telecom Italia. E dice che il governo avrebbe trovato il modo di accettare. Anche se la voce non sa se tutti i soci di Telco sono d'accordo... 

Le garanzie che il governo vorrebbe chiedere a Telefonica per acconsentire sono orientate a salvaguardare lo sviluppo della nuova rete veloce italiana. Ma sapendo che potrebbe non farcela, pensa già a come costruirne una "pubblica". Dicono le voci riportate da Repubblica. (Si arrabbia Freelabs, si interroga Alfonso, si insospettisce Marco. Non ci crede Luca Annunziata). Dalla Spagna smentite e no comment, riporta il Sole. Altre voci dicono che l'opposizione all'operazione è ancora forte.

Ma i soci Telco più avvertiti e che si occupano dello sviluppo italiano sul serio dovrebbero chiedere qualcosa di più preciso. Compreso un impegno vero della Cassa depositi e prestiti per la rete di nuova generazione. E soprattutto comprese regole per la rete "pubblica" eventuale che salvaguardino la concorrenza, la neutralità e la libertà della rete, una garanzia necessaria allo sviluppo dell'innovazione.

(In proposito non mancano le perplessità: Ciwati, Zamba, PdObama, Aza)._

Oh no, un altro tablet...

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Probabilmente abbiamo avuto abbastanza rumors, osservazioni e commenti sull'iPad. Ma già si ricomicia. Secondo Techcrunch, la Apple sta studiando un nuovo tablet. Sarebbe una sorta di MacBook Air, touchscreen, con sistema operativo Mac Os. Vedremo.

iPad, i giornali sono applicazioni

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Dove si vendono i giornali per l'iPad? Che cosa sono i giornali, secondo chi ha progettato la nuova tavoletta? Che opportunità hanno gli editori di giornali e i giornalisti adesso? 

L'iPad si carica di contenuti creandoli, oppure attingendo al web, oppure comprandoli da iTunes, musica e film, AppStore, software, iBooks, libri. Dunque, almeno finora, non c'è un'edicola.

Dove si possono vendere i giornali per l'iPad? La risposta a questa domanda è anche un geniale suggerimento per rispondere alla domanda preliminare: "che cosa sono i giornali?"

I giornali sono flussi di notizie e progetti speciali, sono testi, audio e video, sono relazioni tra il pubblico attivo e le redazioni, sempre però con un taglio interpretativo speciale sintetizzato dalla testata. La forma dei giornali digitali è dunque quella dell'applicazione: è un software che mette insieme tutti gli elementi, compresa la struttura fondamentale che organizza le informazioni appoggiando l'interpretazione.

Per gli editori di giornali e giornalisti c'è cibo per la mente. Giustamente, dicono, che produrre le notizie costa. Ora devono produrre anche immaginazione, design. E costerà anche quello. Ma hanno trovato chi suggerisce una strada per uscire dalle secche.

iPad, Apple sceglie che cosa non c'è

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Nell'iPad non c'è la telecamera. Non c'è un'entrata Usb. E niente software Flash... Soprattutto, c'è una libreria ma non un'edicola. Evidentemente i giornali sono applicazioni da reinventare, non prodotti standard. 

Giornata marconiana

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Stamattina, grazie alla Fub, alla Camera dei Deputati si parla di innovazione in un periodo di crisi. In programma, una discussione sugli ultimi trent'anni di telecomunicazioni, l'industria italiana e la sua capacità di generare tecnologia nuova, le prospettive future. Le grandi aziende presenti dovrebbero domandarsi se sono orientate a costruire un indotto della conoscenza, influendo con i loro investimenti sull'ecosistema dell'innovazione in Italia.

Javaday

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Nel giorno dell'addito di Scott McNealy alla Sun e della sua bellissima lettera alla sua "Gang", arriva una segnalazione che dimostra la vitalità di Java e di quello che è venuto fuori dalla storia della Sun.

Segnalazione ricevuta. Divertente soprattutto la precisazione del fatto che i talk tecnici sono "ad altissima velocità". Ecco il Javaday.

"Il Javaday Roma è uno degli eventi informatici con maggior partecipazione di pubblico, interventi e sponsor in Italia, probabilmente è quello con maggiore affluenza.

La sua caratteristica è quella di essere organizzato totalmente dagli stessi membri della community Java italiana senza nessun scopo di lucro, in maniera volontaria. I soldi raccolti dagli sponsor vengono impiegati per le spese, borse di studio e beneficenza.

Il Javaday si configura come un evento con contenuti d'eccellenza, una full immersion di 6 ore di talk tecnici ad altissima velocità a cura di esperti provenienti dalla community in italiana ed estera.

La promozione avviene solo su social networks, blog e mailing list.

La quarta edizione del Javaday sarà il 30 gennaio 2010 presso l'Università Roma Tre, ecco il sito: http://roma.javaday.it/

Internet, Europa e market cap

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Klaus Hommels, finanziere, dice: "In Europa, con internet distruggiamo più capitalizzazione di borsa di quanta ne costruiamo. E questo non succede in Usa, Cina, Russia". Mancano, dice, i leader di mercato e il venture capital con la mentalità giusta per svilupparli.

Apple, tablet, Jobs: una cosa importante...

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«E' la cosa più importante che abbia mai fatto». L'avrebbe detto ad amici Steve Jobs, riferendosi al tablet che presenterà il 27 prossimo. Techcrunch. Marketing? Passione autentica? Ipotesi strategica? Sì. Ho l'impressione che Jobs sia un mix perfetto delle tre cose...

Oggi DLD

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A Monaco per l'interessantissimo programma di DLD.

La maggioranza di Google / 2

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Una piccola discussione si è sviluppata intorno al post precedente che riportava la notizia secondo la quale i fondatori Page e Brin cederanno entro cinque anni una parte dei loro diritti di voto su Google, arrivando a perdere la maggioranza assoluta. Grazie a Thomas e Hamlet (le firme dei commenti) per le precisazioni. Ma il senso rimane lo stesso: il documento presentato alla Sec significa, come dice Paidcontent, esiste la possibilità che tra cinque anni qualcuno compri il controllo di Google. (I due fondatori potranno tenere il controllo se resteranno d'accordo con Schmidt che detiene un altro importante pacchetto, dice il Sole)

E' un'ipotesi improbabile. Per comprare il 52% di Google ci vorranno tra cinque anni molti soldi (inutile tentare una previsione sulla capitalizzazione ovviamente). E non tutte le azioni necessarie saranno del tipo venduto in borsa. Ma saranno comunque in mano a investitori che a fronte di un buon prezzo potrebbero voler vendere. E dunque, i custodi della fondamentale "missione moralmente consapevole" di Google, Brin e Page, potrebbero essere superati da altre filosofie aziendali. 

All'interno di Google, non tutto è omogeneo. E lo sappiamo, anche se questa questione va affrontata meglio. Finché ci saranno i fondatori e finché i fondatori avranno la stessa filosofia che li ha portati fin qui, Google continuerà a svolgere il suo compito strategico con una particolare attenzione alle implicazioni sociali e culturali del suo operato. Ma se dovesse entrare al posto di comando qualcuno che non ha le stesse idee, il grande potere di Google potrebbe essere indirizzato ad altri fini. 

Questo non significa che succederà. Significa che finora era impossibile. Ora è improbabile.

Come sempre, in rete, questo porta a pensare che varrebbe la pena di darsi da fare per costruire delle alternative.

Internet e scienza

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Internet e ricerca scientifica è stato alla fine il centro del dialogo tra JC De Martin e Alberto Oliverio al Festival delle Scienze 2010.

JC ha mostrato come la morfologia del paper scientifico sia restata bloccata per tanto tempo (perché questo contributo è rilevante, qual è lo stato dell'arte, racconto dell'esperimento, conclusione) ma sia ormai in via di trasformazione di fronte all'enormità di elementi che costituiscono potenzialmente lo stato dell'arte e tutti i collegamenti possibili tra i paper pubblicati in precedenza. Si sviluppano nuove pratiche come le nano-pubblicazioni, il tagging, l'accesso aperto ai paper di lavoro e ai grandi depositi di conoscenze già sviluppate e confrontate.. Se c'è un problema è la relativa novità di tutto questo. Si imparerà a gestire. Ma le opportunità sono enormi.

Oliverio è altrettanto convinto che l'evoluzione della relazione tra società, ricerca e rete sia agli inizi e che richiederà profondi adattamenti ma si tradurrà in una grande occasione di crescita culturale. Ricorda che la mente individuale non può farcela di fronte all'enormità del sapere disponibile e che come sempre ha sviluppato strumenti per farcela. Alcuni strumenti sono parte di un'evoluzione del cervello (linguaggio) altri sono un adattamento culturale (scrittura). Siamo comunque molto lontani dal momento drlla convergenza tra elettronica e biologia..

Apple governa le indiscrezioni

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Secondo John Martellaro, ex Apple, la Mela governa il flusso di indiscrezioni riguardanti i suoi prodotti. Non stupisce. Meglio questo che fare causa ai blogger che scoprono e scrivono i suoi progetti "segreti".

Tutto questo non fa che aumentare la curiosità sulle scelte tecnologiche che effettivamente la Apple sta per prendere. Attualmente si dice che:
1. una serie di brevetti della Apple mostrano come sta evolvendo la tecnologia touch screen
2. nel nuovo tablet non ci sarà Intel
3. ci sarà invece Qualcomm sul prossimo iPhone.

Chris Messina

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Chris Messina va a lavorare per Google. Chris è fondamentalmente un designer. E crede in quello in cui crede

Il verde della carta e del digitale

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La carta si fa abbattendo gli alberi. Ma gli alberi si possono ripiantare. Il digitale si fa con l'energia elettrica e un sacco di lavorazioni che emettono CO2. Il prossimo data center di Google, attivo nell'Oregon dal 2011, consumerà più energia dell'intera città di Newcastle.

Punti di riferimento per una discussione da affrontare bene:
Green Futures
LowtechMagazine
Institute for sustainable communication
The carbon footprint of email spam report

Donne al lavoro

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Negli Stati Uniti le donne stanno superando il 50% delle persone che lavorano. E sono già la maggioranza delle persone laureate nei paesi Ocse. L'Economist segnala l'inefficacia in questo senso delle soluzioni tipo "affirmative action" (uno schema adottato per favorire le minoranze svantaggiate, un'analogia sarebbe nelle quote rosa...). L'Economist dice che in un'economia che ha bisogno di talenti il mercato è sufficiente a rafforzare la posizione delle donne. Ma il mercato deve essere aiutato: con welfare pensato per le donne che lavorano.

Babele e la matematica

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Pensando che internet è globale - un patrimonio comune dell'umanità - si resta vagamente perplessi leggendo della moltiplicazione delle lingue e degli alfabeti con i quali si possono scrivere gli indirizzi. via New Scientist. Ma è un errore. Perché il linguaggio universale resta lo stesso: quello dei numeri.

Visualizzazione da vedere

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L'informazione si trasforma, come si sa. In qualche modo perde pezzi, se si vede dal punto di vista tradizionale. Ma dal punto di vista della rete, ne acquista ogni giorno. Anche dal punto di vista del linguaggio e della fruibilità.

Un tema tutto da sviluppare, anche in Italia, è quello dei visualizzatori di dati e notizie. Che parlano con i contenuti e con l'innovazione dell'interfaccia.

Ecco i cinque migliori visualizzatori dell'anno, secondo FlowingData. In ordine inverso di preferenza:

Photosynth, dei Microsoft Live Labs
The Jobless Rate for People Like You
OpenStreetMap: A Year of Edits
Protovis, del team di visualizzazione di Stanford
On the Origin of Species, di Ben Fry

Open Google

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Alex Chitu riporta una mail (tutta da leggere) inviata da Jonathan Rosenberg, Senior Vice President di Google, sulla necessità di usare il più possibile standard aperti e pratiche di apertura. Non per altruismo. Ma perché solo così si fa crescere un ecosistema vero. Ottimo!

"If you are trying to grow an entire industry as broadly as possible, open systems trump closed. And that is exactly what we are trying to do with the Internet. Our commitment to open systems is not altruistic. Rather it's good business, since an open Internet creates a steady stream of innovations that attracts users and usage and grows the entire industry," dice Rosenberg.

Ma che cosa significa "aperto"? Su questo non c'è uno standard. Ma ce ne sarebbe bisogno. Rosemberg propone una definizione impegnativa, anche per Google.

"There are two components to our definition of open: open technology and open information. Open technology includes open source, meaning we release and actively support code that helps grow the Internet, and open standards, meaning we adhere to accepted standards and, if none exist, work to create standards that improve the entire Internet (and not just benefit Google). Open information means that when we have information about users we use it to provide something that is valuable to them, we are transparent about what information we have about them, and we give them ultimate control over their information. These are the things we should be doing. In many cases we aren't there, but I hope that with this note we can start working to close the gap between reality and aspiration."

E questo significa rinunciare a costruire un business nel quale i clienti siano "costretti" all'uso di una certa tecnologia e dunque dal quale i competitori sono esclusi. Per essere leader con l'innovazione e non in base alla posizione.

"If we can embody a consistent commitment to open -- which I believe we can -- then we have a big opportunity to lead by example and encourage other companies and industries to adopt the same commitment. If they do, the world will be a better place."

Microsoft: antitrust e tecnologie

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La fine della questione Microsoft all'Antitrust europea è un fatto positivo. Le multe enormi che l'azienda guidata da Steve Ballmer era condannata a pagare hanno ottenuto il successo che un duro confronto culturale tra impostazioni diverse dell'idea di concorrenza non erano riuscite a realizzare.

Ora cominciano le valutazioni. Tra chi sminuisce il risultato e chi lo approva le distanze sono le stesse di quelle che si leggevano durante il procedimento: il "lasciar fare" ha ragione più o meno dell'"intervento contro i monopoli"?

La storia del browser della Microsoft è nata come risposta a Netscape. Il successo di Netscape, nel 1995, era basato su due considerazioni allora spesso ripetute: 1. Netscape aveva il 90% di quota di mercato; 2. unito alla logica di Java, poteva diventare il nuovo sistema operativo per far girare i programmi nati per funzionare in internet.

In quel clima, la Microsoft superò le resistenze di Bill Gates e cominciò a regalare a sua volta il browser con il preciso intento di abbattere Netscape e la minaccia che si pensava essa costituisse per il core business della Microsoft, il sistema operativo. Il regalo di Explorer era adottato dagli utenti automaticamente, perché preinstallato su ogni nuovo computer. Netscape non fu in grado di resistere. Ma Microsoft andò oltre. Quando Explorer divenne anche una sorta di navigatore necessario a tutta l'architettura software di Windows si capì che la Microsoft stava esagerando. Voleva trattare internet come aveva trattato tutte le "applicazioni" che girano sui pc: funzionano "meglio" se fatte per Windows. La battaglia antitrust europea servì a separare il browser dal sistema operativo: dunque a separare l'accesso a internet dal sistema operativo. Il freno posto dall'antitrust alla Microsoft fu uno dei motivi per cui Google e Facebook poterono crescere. E arrivare ai giorni nostri. Si può sottovalutare il risultato dell'antitrust ma non se ne possono vedere alcuni effetti collaterali molto importanti.

Google ora sta realizzando il sogno di Netscape di quindici anni fa. E Facebook è già pronta a minacciarla. L'attenzione dell'antitrust potrebbe cominciare a concentrarsi su Google adesso, in attesa di passare alla prossima candidata al dominio planetario. Lo vedremo. L'unica cosa certa è che con l'antitrust e le tecnologie si fatica sempre a capire bene la mappa delle questioni.

I motivi di difficoltà nella valutazione sono molteplici:

1. L'antitrust è nata per impedire che una compagnia compri la totalità di un mercato sulla scorta della sua dimensione già grande o della sua potenza economica. Si è evoluta dicendo che non si può sfruttare una posizione dominante in un mercato per conquistare un altro  mercato attraverso forme più o meno simili al dumping. Il suo scopo resta quello di salvaguardare la concorrenza. Ma che cos'è la concorrenza nelle tecnologie di rete?
2. In realtà, l'antitrust delle tecnologie non riguarda le quote di mercato attuali ma la capacità di innovazione futura. Perché nei mercati a rete, le tecnologie di successo tendono naturalmente a guadagnare quote di mercato. La loro concorrenza vera non viene da altre tecnologie che funzionano in modo analogo. La loro concorrenza viene da tecnologie che funzionano in modo profondamente innovativo. La concorrenza al dominio di Microsoft sui pc è arrivata dal dominio di Google sui motori di ricerca nel web...
3. Per salvaguardare la competitività futura del mercato si deve salvaguardare la capacità di innovare delle piccole start up che possono cambiare le regole del gioco e innovare profondamente il mercato. Ma questo implica un antitrust profondamente migliore. Se nel caso Microsoft alcuni effetti collaterali sono stati positivi, quello che è chiaro è che l'intervento dell'antitrust è stato tardivo e che la sua procedura ha impiegato dieci anni a compiersi: oggi il tema risolto dell'Explorer non è più strategico. Ihmo.

35 miliardi alla ricerca, in Francia

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Il presidente Sarkozy dice che l'anno prossimo la Francia investirà 35 miliardi di euro nella ricerca, nel sostegno all'università, nella banda larga. Un articolo sul Wsj cartaceo riporta i numeri. Si legge tra l'altro: 11 miliardi all'educazione superiore, 8 miliardi ai laboratori di ricerca, 2,5 miliardi a progetti nelle biotecnologie e nella cura della salute, 6,5 miliardi per tecnologie di risparmio energetico (auto, navi, aerei più puliti), 2 miliardi nella banda larga in fibra, 2,5 miliardi per la digitalizzazione di libri, film e altri beni culturali.

In Francia non pensano che queste cose si possano fare solo dopo la fine della crisi. Pensano che servano per superare la crisi.

Gates' Law

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The current leader will always try to control growth, and thus slit its own throat
E' la legge di Gates, secondo Dave Winer.

Da notare che Bill Gates ha sempre detto: "E' molto difficile che il leader di una fase storica dell'informatica resti leader anche nella fase successiva". Dave Winer può avere trovato una spiegazione: il leader non vuole perdere la sua posizione di leadership e sa che l'innovazione la metterà in discussione; dunque, reagisce tentando di frenare l'innovazione stessa; ma così facendo si taglia la gola da solo.

Jack Dorsey ha ragione?

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Come si fa a capire se una nuova tecnologia avrà successo? Molti modi. Uno divertente è pensare un'applicazione imprevista di quella tecnologia, o non ancora descritta da chi la propone. 

Supponiamo di aver capito come funziona questa nuova idea di Jack Dorsey (uno di quelli che hanno fatto Twitter) chiamata Square. E supponiamo di metterla insieme a una carta di credito prepagata con iban incorporato (tipo la SuperFlash della Banca Intesa o l'analoga delle Poste).

Square è un pezzo di plastica che si infila nella presa per le cuffie dell'iPhone e sa leggere le carte di credito. In pratica: si deve pagare qualcosa, si fa leggere a Square una carta di credito, il telefonino manda il messaggio dove deve mandarlo e il pagamento (in un po' di tempo) arriva. Si può usare con un sistema come PayPal. O con una carta di credito normale. 

Ma quelli che sono (giustamente) preoccupati della sicurezza dei loro soldi potrebbero temere che in questi passaggi si apra un buco e qualcuno si infili. (Abbiamo visto che un malware per iPhone ha fatto un giro prima di scomparire dai radar dei siti specializzati). Ma che succederebbe se si usasse una cosa come Square con una carta prepagata? Supponiamo che l'iPhone lo dia la stessa banca (che magari ha un suo operatore mobile virtuale) e che abbia un software a bordo che usando la fotocamera legge un codice semplice che identifica il prodotto venduto (tipo il codice a barre) e che adesso serve anche a far capire a Square dove mandare i soldi... (e che magari si attivi solo con la lettura dell'iride o del timbro di voce per pagamenti superiori a un tot...)... forse ne verrebbe fuori un vero sistema di pagamenti mobile...

Nel tempo, lo Square si potrebbe integrare nel cellulare, naturalmente. Magari con un sistema di attivazione a impronta digitale...

Librazioni e bibliodiversità

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Librazioni è una libreria online che promette di essere "social" e particolarmente dedicata alle iniziative delle piccole case editrici. Comincia con una parola che di sicuro aumenta la logodiversità.

Google Dns e velocità sospette

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Chi cerchi di capire che cosa significa Google Public Dns si imbatte in una quantità enorme di notizie e commenti. I commenti sono divisi tra gli ottimisti e i sospettosi.

Il fatto è che Google offre anche una soluzione per la gestione dei Dns che connettono i numeri ip ai nomi dei domini dei siti che si usano normalmente. Gli indirizzi dei siti sono parole, ma internet capisce numeri, ovviamente. E i Dns traducono. Nel farlo ci mettono un po' di tempo.

Google promette di rendere i collegamenti più veloci. Gli ottimisti ritengono che questo farà bene alla rete. Anche perché farà concorrenza a chi già si occupa di Dns inducendo miglioramenti nel sistema. Lo dice anche OpenDns.

I sospettosi dicono che Google finirà per voler sapere tutto degli internettiani e userà tutti gli strumenti a sua disposizione per servire essenzialmente i suoi clienti: gli inserzionisti pubblicitari. Google fa il motore, un browser, un sistema operativo, molte applicazioni... Quindi può sapere troppe cose, dicono.

Google risponde con garanzie precise. E promette di non mettere mai i dati che raccoglie con i Dns in collegamento con i dati che raccoglie con le altre funzioni e applicazioni.

Non ci sono motivi per condannare Google in base ai sospetti. E del resto la sua forza di mercato non è basata su un monopolio ma su un dinamismo innovativo davvero enorme. Questo fa paura. Come fa paura pensare alla possibilità che una nuova direzione strategica, meno rispettosa dei diritti altrui, dovesse un giorno prendere il potere a Google. Ma tutto questo dovrebbe anche stimolare la nascita di nuove aziende che facciano meglio di Google almeno nei comparti dove non è dominante. Magari sarebbe ora di lanciare anche un sistema di controllo della relazione tra le promesse e i fatti di Google che sia basato su tecnologie adatte alla bisogna. Non è facile. Ma non è impossibile. E potrebbe persino risultare in un business. La reazione di OpenDns mi pare da sottolineare: critica ma attiva.

Da vedere il post di Massimo e i commenti. TechCrunch. GigaOm. Quintarelli.

Readings #7 - Molliche di blogosfera

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Cercando aggiornamenti al mitico pezzo di Bill Joy sull'emergere possibile di una nuova specie post-umana, si può scoprire che alla Darpa (l'agenzia di ricerche avanzate del dipartimento alla difesa americano, superinteressante) stanno cercando il modo di potenziale i soldati "cellula per cellula" (come dire con biotecnologie, neuroscienze, ecc ecc): World Politics Review. Invece pare che il progetto "telepatia" sia stato abbandonato.

Si moltiplicano i pezzi che riguardano le sperimentazioni degli editori di fronte alla crisi. Sta nascendo una nuova società che farà da piattaforma per la distribuzione dei magazine negli Stati Uniti (Observer). Molti si domandano che effetto avrà la rinuncia di Murdoch al traffico proveniente da Google: Hitwise. Altri editori comunque seguono il magnate australiano-americano (Bloomberg).

Quante reazioni al pezzo di Giuseppe sulla blogofera molle... A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d'uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l'avanguardia. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l'arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d'occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.

Aza riflette sui dati che riguardano il rapporto tra blog e social media in generale. Nessuno dei suddetti ripassa la crisi degli editori. Intanto, la privacy interessa al Gobbo e a Orientalia.


Avvicinati

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Le relazioni tradizionali del vicinato, distrutte dalla fatica di vivere nella città, erano una risorsa economica e sociale fondamentale. Le persone si prestavano gli attrezzi e le tazze di zucchero, perché si conoscevano, si fidavano e vivevano un'economia meno monetarizzata.

Il progetto Avvicinati, presentato da Barbara Giachi, vorrebbe alimentarle di nuovo. Sulla base di un'associazione da lanciare a partire da un quartiere di Firenze destinata a sostenere le attività di scambio e prestito di oggetti d'uso comune. Come, naturalmente, le carrozzine e le attrezzature per i neonati che si usano per un po' e poi si lasciano in cantina. Naturalmente, tutto sarebbe facilitato con un social network.

ItaliaFutura ha premiato ieri il progetto Avvicinati. E lo sosterrà in modo molto concreto. Intanto, Matteo Renzi, sindaco di Firenze ha dichiarato di voler appoggiare il progetto.

Apple, controllo e pregiudizio

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Alcuni prestigiosi sviluppatori che lavoravano per la piattaforma iPhone-AppStore stanno abbandonando, perché non sopportano più le procedure di controllo del software messe in atto dalla Apple. Già qualche giorno fa aveva abbandonato Joe Hewitt, l'autore della app di Facebook. Ma i casi si moltiplicano, come segnala ArsTechnica.

Un ecosistema troppo centralizzato non funziona. Non solo perché è inefficiente e rallenta il processo in un settore che ha enorme bisogno di velocità di azione e di feedback, tanto che per migliorare la performance la Apple ha introdotto alcuni livelli di giudizio automatizzati. Che a loro volta non piacciono a molti.

Un ecosistema troppo centralizzato non funziona soprattutto perché le innovazioni intelligenti non possono essere comprese tutte dalla stessa entità e il modo di pensare dell'entità centrale non può essere tanto preciso e perfetto da convincere tutti della sua qualità intellettuale. E se questa è la situazione, la motivazione dei creatori diminuisce, riducendo la creatività del sistema.

Il successo economico della piattaforma iPhone è stato finora tale da convincere la maggior parte dei clienti e degli sviluppatori. E un certo grado di controllo centrale ha fatto parte dei motivi di quel successo. Ma il governo di un sistema complesso è un'arte delicata.

Per giudicare, oltre a selezionare le informazioni strumentali derivate da una sorta di cattiva stampa che si può generare intorno a qualunque governo (in questo caso molte voci critiche sono nate dopo lo scontro Apple-Google intorno a Google Voice sull'iPhone), occorre cercare di comprendere quali sono i dati di fatto fondamentali. Forse, in questo caso, una risposta interessante da Apple potrebbe riguardare da un lato qualche forma di maggiore trasparenza nei metodi con i quali il software proposto viene giudicato, una più precisa dichiarazione sui tempi di accettazione o rifiuto, una più ampia informazione sui dati che riguardano il gradimento degli utenti sull'insieme dell'ecosistema e sulle singole applicazioni. Troppa segretezza e troppo autoritarismo, generano sospetti e malumori: per sconfiggerli, talvolta, basta spiegare meglio i fatti.

800 milioni ritrovati

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Dice il ministro Brunetta che gli 800 milioni per la banda larga saranno almeno in parte sbloccati entro dicembre. Anche perché la banda larga è necessaria per il miglioramento dei servizi della pubblica amministrazione e per la firma digitale.
Mentre Google lavora a rendere più veloci i siti web con un software da browser e server in preparazione, Matt Cutts di Google dice a Webpronews che la velocità dei siti potrebbe presto diventare una variabile che ne determina il ranking.

Quindi i siti più veloci andranno più in alto nelle risposte del motore di ricerca più importante del mondo. E probabilmente saranno più veloci quelli che si troveranno su server migliorati con software del tipo di quello che sta facendo Google, oppure quelli con la migliore banda di connessione.

Potrebbe essere un meccanismo selettivo abbastanza significativo, tale da accelerare le distanze tra i siti più ricchi di risorse e quelli meno dotati di mezzi. Ma non necessariamente meno interessanti.

Google allarga la banda via software

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Un annuncio tutto da studiare. Google ha rilasciato la prima versione di un suo software sperimentale che vuole accelerare internet del doppio. È, dice, un miglioramento del protocollo fondamentale del web. Il software è proposto agli sviluppatori per una valutazione. Alimenterà dibattiti, speranze, dubbi, timori e, forse, innovazioni. Whitepaper da studiare.

Facebook e Apple: controllo e rete

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Joe Hewitt, la persona che ha sviluppato la applicazione Facebook per l'iPhone, lascia il progetto perché ritiene che siano troppo stringenti e "tirannici" i controlli svolti dalla Apple sul software che viene rilasciato sull'App Store.   

Quello che è interessante è la motivazione. Sottolinea la libertà di sviluppo sul web, ammette che la Apple possa fare quello che vuole sulla sua piattaforma, ma insomma non ne può più di doversi confrontare con i controllori della Mela. E decide di tornare a sviluppare per il web. 

Il fatto che una piattaforma funzioni meglio se ha delle regole è abbastanza chiaro. Se le regole sono decise dalla comunità è di solito meglio, perché sono più condivise. Se se regole sono decise dal proprietario della piattaforma, vanno bene se quel proprietario è illuminato, altrimenti non vanno bene. E alla fine vengono rigettate.  

La questione è questa. Le regole della Apple danno una certa sicurezza agli utenti. Ma danno fastidio a certi sviluppatori. Specialmente se connessi a grandi aziende come Facebook o Google. E se la Apple perdesse gli sviluppatori per l'App Store, il suo iPhone perderebbe una buona quota del suo valore. Ora che ci sono alternative (Android in testa, ma anche Nokia), l'App Store non è più l'unico mondo nel quale fare una strada di successo accelerata e interessante con il software che gira sugli smartphone. E quindi per la Apple il momento è quello delle decisioni difficili. 

Conoscendoli, quelli della Apple non cambieranno repentinamente politica. E comunque il loro ruolo di controllo è necessario per molti motivi, anche legati agli accordi con gli operatori. Del resto, hanno affrontato qualche crisi del genere anche con l'iTunes e l'hanno superata con una politica prudente ma ferma. Ma con l'iTunes non hanno mai incontrato una concorrenza potenzialmente tanto forte come quella che può venire da Android.

Per questo, potrebbero prendere in considerazione una proposta nata su Tùaw, pubblicazione non certo nemica, che suggerisce di creare un livello intermedio di accesso all'App Store per le applicazioni prodotte da sviluppatori che avevano già avuto un'approvazione in passato che potrebbero mettere online le loro nuove applicazioni anche se gli utenti sarebbero avvertiti che quelle applicazioni non hanno ancora avuto l'approvazione ufficiale Apple.

Si tratta di un caso del delicato rapporto che sta emergendo tra controllo e libertà in rete: un caso che è prevalentemente tecnico, riguarda sviluppatori e consumatori su una piattaforma proprietaria, incrocia gli interessi degli operatori telefonici e dei pubblicitari, rimescola le abituali credenze del popolo di internet. Ma vale anche per le applicazioni su Facebook e altre piattaforme. 

Un equilibrio tra gli interessi va trovato. Probabilmente non verrà dalle leggi ma dalle regole migliori che gli internettari riusciranno a trovare per comporre i diversi interessi. E probabilmente non si tradurrà in una sola regola valida per tutti. Ma è chiaro che le piattaforme con le regole più eque avranno più possibilità di diventare ecosistemi sani e di svilupparsi.

Anche l'università

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Anche l'università sta subendo gli effetti dell'innovazione nelle comunicazioni attivata da internet. E anche l'università cerca di adattarsi. Non pare che le università online abbiano per ora raggiunto il grado di affidabilità completo delle normali università. Anche perché l'università non è una scuola difficile: è un centro di ricerca e formazione, nel quale le due componenti sono connesse. Difficile anche che i corsi abbreviati, facilitati, possano avere un effetto fondamentale sulla qualità dell'università (il caso degli mba accorciati e la discussione in materia lo suggerisce). In realtà, sono particolarmente interessanti i tentativi di mettere online gratuitamente tutti i lavori di ricerca e insegnamento che servono di supporto all'ecosistema della cultura general: perché il centro del problema è quello di sostenere l'importanza della qualità culturale contro lo scadimento del sapere ad addestramento veloce.

iPhone v. Blackberry

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Una ricerca dimostra che la quota di mercato dell'iPhone sta crescendo, riducendo le distanze dal Blackberry. Secondo Tùav, anche nel settore professionale, l'iPhone non è più visto come un giocattolo rispetto al prodotto della Rim.

David Lane e l'innovazione della specie

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David Lane è l'unico che conosco nel gruppo degli autori del nuovo libro: "Complexity Perspectives in Innovation and Social Change". David Lane lavora al Department of Social, Cognitive and Quantitative Sciences, University of Modena and Reggio Emilia.

Il libro è notevolissimo. In sintesi, dicono gli autori, "Two conclusions stand out from the project. Firstly that innovation and invention have, in a sense, been among the stepchildren of modern research, whether in the social sciences or in the humanities, and secondly that the role of innovation in urban dynamics is much more important than is generally acknowledged".

In sostanza, gli autori raccontano il processo dell'innovazione sulla base della teoria della complessità. Questo consente di correggere la tradizionale modalità degli studiosi dell'innvazione: quella di cercare di comprendere l'innovazione a posteriori. Per comprenderla prima che sia rinosciuta come innovazione occorre una teoria che la veda nel suo farsi, nell'ecosistema che la favorisce.

"It is in our opinion surprising that the scientific community has so little understanding of the process of invention and innovation itself. Generally, the world reacts a posteriori to innovations once they have been introduced. Could we not attempt to shift our stance from a re-active to a pro-active one, and come to understand and guide the process of invention and innovation itself? That would put us in control rather than dealing with things after they have gotten out of hand, and it would potentially allow us to accelerate the innovative process in those domains in which that is most needed, and maybe slow it in others".

"What has thus far held back our understanding of the process of invention and innovation? Our tentative working hypothesis is that that lack of understanding is directly related to the fact that the majority of the scientific community has looked at invention and innovation using a positivist, scientific perspective. In essence, invention and innovation have mainly been studied 'a posteriori'. From such a perspective, creation cannot be described or understood. Hence, we have left 'invention' completely to one side in innovation studies, relegating it to the domain of 'personal creativity', and we have focused uniquely on innovation, i.e. on the ways in which an invention is adopted and spreads throughout a population".

La città è la rete sociale fondamentale che favorisce l'innovazione. Perché è il luogo nel quale l'evoluzione umana si svolge contemporaneamente come specie naturale e culturale.

Ne consegue un approccio che promette molte conclusioni importanti. "From biology to society, specifies how a new kind of organisation has emerged with the historical apparition of human societies. Although Homo sapiens is a biological species, whose individual elements do not in themselves differ from any other animal species in their biological organisation, and  although social systems do share some properties with animal social organisations, two main radically new and distinctive features were created through the process that led to human social organisation. The first one is a self- monitored, directed (intentional) mode of social change. We shall demonstrate that this new kind of evolutionary driver is the result of the integration of new functionalities in social structures due to cultural processes. The second distinctive feature that is essential to our approach of social systems is that it is comprehensive: to shift from a static description of social structures to a dynamic one, we need to consider a variety of social interactions that are usually separated in disciplinary explanations of social systems. The modifications in social organisation that are directed at monitoring social changes, and that produce emergent patterns instantiated in organisations do affect a social system in every aspect and at all its levels of organisation.We describe how function, structure and process are affecting each other, and we build a dynamic, interactionist interpretation of the evolution of social systems".

"In this attempt, it is important to determine which ingredients are necessary for developing a theory of human social innovation that is both general, and precise enough to be relevant. We believe that complexity theories are the necessary framework for developing a modern interpretation of change in complex systems. However, we question two principles that are part of the application of this theoretical approach to physical and biological systems. These are, firstly, the search for invariance and universality in processes. We demonstrate that human social change cannot be described in Darwinian terms, because something new has appeared, i.c. the fact that human societies are inherently responsible for their own innovation. This then leads us to question the applicability of the Darwinian approach of biological evolution to human social evolution".

HD voice?

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A quanto pare esiste il concetto di high-definition voice. Ma esiste anche la realtà? Non tutti risponderebbero positivamente.

Steve Cohen, Berkeley

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Steve Cohen, economista a Berkeley, a villa Manin per un convegno dell'Ocse. Dice: "Gli Stati Uniti hanno ristrutturato le loro economia. Si sono conventrati sulla produzione e il packaging del debito. E sono il massimo debitore del mondo. È un problema per loro e per il mondo.

La sola strada per cambiare la situazione è crrscere nell'innovazione reale. Il che significa capire come funziona. E ormai ci è chiaro che l'innovazione viene dall'imprenditorialità che punta su nuove idee.

Sappiamo che l'imprenditorialità innovativa si manifesta in cluster e distretti, che fioriscono intorno a grandi e buone università. La massima parte dei nuovi imprenditori non ha un'educazione di economia e management, ma un'educazione tecnologica. L'università e la sua capacità di sviluppare nuove idee, persone motivate, networks di persone capaci, è la singola più importante causa di crescita dell'imprenditorialità innovativa."
Conversazione collaborativa e competitiva.

Abbiamo capito che la parola "conversazione" spiega molto di quello che avviene sui media sociali. Ma è tempo di elaborare una strategia per andare avanti con il ragionamento: la parola è precisa, ma non sufficiente a definire una strategia per le strutture che devono attraversare questa fase di grande trasformazione e ridefinire il loro ruolo. Sto pensando, ovviamente, a giornali, università, uffici marketing... In mancanza di una certa chierezza possiamo entrare in un loop equivoco e pericoloso. Mi spiego.

E' possibile definire come conversazione un talk show? Una conversazione è sempre collaborativa, oppure può essere competitiva? Ci sono tecniche per emergere in una conversazione competitiva?

In una conversazione collaborativa tra amici ci si ascolta e si cerca di informarsi, divertirsi, coltivare una relazione umana.

In una conversazione competitiva si cerca di far prevalere la propria idea su quella degli altri.

Se una conversazione collaborativa avviene online in un contesto adatto, si sviluppa un progetto condiviso e ci si avvicina a realizzarlo con le forze e le competenze di tutti i partecipanti.

Se una conversazione competitiva avviene in un talk show televisivo pensato per mettere a confronto diverse posizioni politiche, l'obiettivo è convincere i telespettatori di un'opinione o almeno impedire ai telespettatori di comprendere le ragioni della parte avversa.

Tra questi due estremi ci sono molte situazioni diverse. E molti equivoci. La prevalenza della nozione di conversazione non è sufficiente a definire un percorso che porti le persone verso un progetto condiviso, verso un avanzamento della conoscenza, o verso un vero confronto di fatti e teorie. La conversazione costruttiva, collaborativa, avviene solo nei contesti adatti. E allora la domanda diventa: internet è sempre il contesto adatto a fare emergere una conversazione collaborativa?

Si può dire che è più probabile che una conversazione collaborativa che faccia contemporaneamente avanzare la conoscenza e la qualità delle relazioni sociali avvenga su internet piuttosto che in televisione. Ma il fatto che avvenga su internet non è sufficiente a definirla collaborativa. Se infatti si applicano anche su internet le tecniche sviluppate per le conversazioni competitive in televisione, ci si parla sopra, non ci si ascolta, si tenta soltanto di far prevalere una posizione. E Arturo di Corinto, su Nòva (4 giugno 2009), ha dimostrato che i partiti italiani hanno pagato ragazzi durante la campagna elettorale per le europee proprio per fare quel lavoro online.

Insomma: la tecnologia internettara consente la conversazione collaborativa; e visto che tante persone ne sentivano tanto bisogno, in effetti su internet è esplosa una vera, grande conversazione. Ma la tecnologia non impedisce la conversazione competitiva: e visto che le strutture che vivono di competizione e non di collaborazione se ne sono accorte, internet è diventata anche il luogo dove ci si scanna come e più che altrove. (Non c'è solo la politica italiana, infatti, per la quale lo scannatoio principale è la tivu e i suoi annessi e connessi; ci sono i siti dell'odio vero, come quelli studiati da Antonio Roversi, docente di Strategie della comunicazione multimediale a Bologna, dall'integralismo islamico, al tifo calcistico, alle organizzazioni di estrema destra e alle forme eversive di ogni colore...).

Qual è dunque il tema? Dov'è che in prospettiva si svilupperà la conversazione collaborativa che tanto ci piace? Direi che questo avverrà in un contesto nel quale ci sarà maggiore consapevolezza non solo dello strumento che utilizziamo, ma anche delle dinamiche e delle regole che guidano la convivenza. Nelle sue diverse dimensioni: società, comunità; mercato, scambio; legge, etica.

Società e comunità


Gustavo Zagrebelsky, con i suoi libri e articoli su Repubblica, ci aiuta a distinguere tra le diverse dimensioni della convivenza, inducendo a riflettere sulla necessità di istituzioni forti che garantiscano che quella convivenza sia pacifica.

Qualunque semplificazione in materia è sempre difficile. E non mi ci voglio certo addentrare. Ma è chiaro che le regole sociali secondo le quali esistono contratti tra le persone, istituzioni cui rivolgersi, leggi accettate da tutti, sono un contesto nel quale molti aspetti potenzialmente violenti della convivenza si sciolgono in una microconflittualità non violenta. La legge non è uno strumento di collaborazione, ma eventualmente di consenso sui comportamenti che vanno bene a tutti. La collaborazione viene dalle logiche della comunità.

Se nella società tutto è regolato per contratto, per diritti e doveri, per carte e moduli, si collabora in base alla presunzione che non ci si può fidare dell'altro. La relazione competitiva è prevalente. Se nella comunità un accordo tra "gentiluomini" si firma con una stretta di mano, se l'onore e la fiducia sono gli strumenti principali in base ai quali ci si mette d'accordo, in questo contesto la relazione collaborativa è più probabile. Nelle dimensioni legalmente codificate valgono gli strumenti della relazione, mentre nelle relazioni di comunità vale il senso e lo scopo delle relazioni.

Un'ipertrofia della codificazione può finire col bloccare l'innovazione, nel senso che spinge a concentrare una quantità di sforzi sulla formalità e a diminuire l'attenzione intorno alla creazione di qualcosa di imprevisto. Un'innovazione, spesso, viene da un pensiero sviluppato da una comunità o da qualcuno che ha visto qualcosa che non era già stato burocraticamente previsto. E poi è chiaro che tutto ciò che è dovere, diritto, modulo, codice, è pesante: mentre tutto ciò che è relazione, creazione, amicizia, fiducia, è leggero e interessante. Noi viviamo nella nostra comunità, non nel codice.

Ma attenzione: il codice serve invece per tutto ciò che deve garantire l'equilibrio tra innovazione e continuità, evitando la prepotenza, l'inganno, la violenza. Perché una comunità non è necessariamente un luogo della parità tra le persone. Anzi: spesso sono proprio le leggi che riequilibrano le relazioni di prepotenza o di ingiustizia.

Se le relazioni che una popolazione vive sono prevalentemente di comunità (occhio che tra queste vanno necessariamente comprese le relazioni feudali, mafiose, oligarchiche...) ma mancano le leggi che impediscano l'inganno, la prepotenza e la violenza, la comunità prevale ma non la collaborazione.

Insomma: un contesto giusto e umano è un contesto nel quale le relazioni di comunità e quelle codificate sono in equilibrio.

Internet ha dato forza alla comunità e alle relazioni umane. Ma in un contesto di leggi forti produce più risultati collaborativi che in un contesto di leggi deboli.

In realtà, l'innovazione nei codici è proprio il lavoro della politica. E la politica, in democrazia, è competitiva. Ma se la competizione si mangia tutto il dibattito, si perde molta ricchezza intellettuale ed esperienziale, si costruisce meno sul progetto e più sulla contrapposizione.

Quindi quello che serve è che l'innovazione nei codici venga attuata nel contesto di un codice più importante - tipicamente la Costituzione - che garantisca un processo per cui prima c'è una conversazione collaborativa che rispetti tutte le posizioni e le esperienze e poi si passi alla competizione.

Il rischio di parlare solo di conversazione, senza distinguere le dinamiche diverse della conversazione, può portare a qualche confusione: se ne parla in termini di democrazia plebiscitaria, democrazia padronale, democrazia familiare o democrazia populista. E la conversazione può essere utilizzata anche da queste dinamiche in assenza di un contesto costituzionale solido, chiaro e condiviso.

Credo che queste siano intuizioni sulle quali dovrò fare ancora molta riflessione. Spero possano indurre a qualche contributo, paziente e "collaborativo".

Résumé

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Legal Sensors

Fcc apre un sito per sviluppare i principi da applicare in nome della net neutrality.

Parte una consultazione per comprendere le conseguenze delle nanotecnologie e diffondere la consapevolezza dei reali rischi.

Non ci sono prove della pericolosità dell'esposizione alle radiofrequenze. Le Monde, che si era allarmato in passato, fa un passo indietro.

Pare che il governo francese pagherà un po' di soldi per la formazione dei giornalisti che devono imparare a lavorare sul web... Uhmmm...

I finlandesi dichiarano che internet è un diritto fondamentale del cittadino. (Dario)

Techno Sensors

Apple va verso un decimo del mercato americano, ma in Europa resta sotto un ventesimo del mercato, nei personal computer.

In attesa di provare Google Wave si possono leggere pezzi ingenuamente interessanti sull'argomento. E pezzi più interessanti senza ingenuità.

Social Sensors

Huffington Post testa in diretta l'efficacia dei titoli e li aggiusta in funzione del gradimento dei lettori.

Non tutti i medici segnalano alle autorità i cittadini privi di permesso di soggiorno. (Metilparaben)

I polli di Renzo si beccavano tra loro mentre venivano portati all'Azzeccagarbugli... (Niente)

Generi e topi

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A quanto pare, i ricercatori dell'Institute of Healthy Ageing at University College London, hanno modificato geneticamente dei topi in modo da bloccare la produzione della proteina S6 Chinasi 1 e scoperto che questo ha effetti molto evidenti: nelle femmine si allunga la vita del 40% e il corpo resta giovane. Anche ai maschi questo trattamento fa qualche effetto: ma non allunga la vita. Lo studio è stato pubblicato da Science. (via ScienceDaily).

Science and Techology Society in Kyoto

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Sta per cominciare il Forum della Science and Technology Society a Kyoto.

The Science and Technology in Society (STS) forum, inaugurated in November 2004, holds an annual meeting starting on the first Sunday of October every year, in Kyoto, Japan. The meeting is aimed at creating a global human network based on trust and providing a framework for open discussions regarding the further progress of science and technology for the benefit of humankind, while controlling ethical, safety and environmental issues resulting from their application: "The Lights and Shadows of Science and Technology." In seeking to ensure further progress in science and technology throughout the 21st century, it is necessary to keep possible risks under proper control based on shared values, and to establish a common base for promoting science and technology. Because international efforts as well as concerted efforts between different areas to address these problems are essential, the forum gathers top leaders from different constituencies: policymakers, business executives, scientists and researchers, media - from all over the world.

Che cosa si inventerà la Mela

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Con tutto il gran parlare che si è fatto del prossimo ipotetico tablet della Apple, non si arriva ancora a capire in che cosa consisterà l'innovazione. Perché ci si aspetta che sia sorprendente, affascinante, facile e utile. Il che non sempre riesce, neppure alla Mela. Ma una notizia riportata da AppleInsider potrebbe indicare la direzione interpretativa: una caratteristica fascinosa del nuovo strumento potrebbe essere proprio l'interfaccia touch: uno schermo capace di reagire al tocco di due mani, distinguere le dita quando battono sulla tastiera virtuale, offrire modi nuovi per elaborare la grafica o le foto..

Educa

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Oggi a Rovereto c'è Educa. Argomento decisivo. L'investimento più importante di tutti, quello che riguarda l'educazione dei ragazzi. E di tutti, in fondo.


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Intanto, vista la confusione di html che è uscita con i due post precedenti, riporto
qui i temi in discussione:


Shirky e gli editori
Le Monde, Le Figaro, Médiapart
Il giornalismo migliora (secondo i giornalisti)
Giornali da non credere
Tutti parlano di FastFlip
Il problema è chiaro
Intanto, l'audience in calo dell'informazione troppo gerarchizzata si dimostra da sola
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Facciamoci un favore

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Quanto è larga davvero la banda che il mio provider di accesso a internet mi vende per un prezzo fisso al mese? E il mio vicino di casa ha un trattamento migliore?

Se ci fosse un software che risponde a questa domanda potrei scegliere il più conveniete. Se ci fosse un software del genere le compagnie telefoniche dovrebbero migliorare per forza.

Io non posso saperlo, perché ho un Mac. Ma chi ha un computer che gira su Windows può saperlo.

Perché c'è un software che si scarica su Ipsosure che gira solo su Windows ma che risponde proprio a quelle domande. (Segnalato da François de Brabant, di Between, uno che segue le telecomunicazioni da una vita).

Questo è quello che Ipsosure promette:
  • isposure misura la reale velocità del tuo collegamento broadband
  • isposure confronta le prestazioni della tua connessione broadband con quelle degli altri Internet Service Provider
  • isposure ti consente di monitorare nel tempo il livello delle prestazioni offerte dal tuo Internet Service Provider
  • isposure è facile da usare perché presenta i risultati sotto forma di semplici grafici
  • isposure non contiene funzionalità nascoste, non viola la privacy, non invia annunci pubblicitari

Se qualcuno che passa di qui ha voglia di scaricarlo sul suo pc e provare a vedere l'effetto che fa, magari potrebbe anche segnalarmi i risultati e le sue considerazioni qui nei commenti. E se ne tirerebbe fuori un buon pezzo per Nòva.

Tecnologia è antropologia

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In una Parigi ormai lontana, dove si andava a lezione da Fernand Braudel e Claude Lévi-Strauss, maestri che hanno ridefinito la storia e l'antropologia, si poteva incontrare il geografo Pierre Gourou che a sua volta contribuiva a rivoluzionare la sua disciplina. Gourou diceva che la "cultura è la tecnologia". Dunque, per lui studiare l'antropologia partiva dalla ricerca sulla tecnologia.

Sicché genera una straniante nostalgia leggere che il nuovo servizio dell'Huffington Post dedicato alla tecnologia e all'innovazione, seguito da Jose Antonio Vargas, si presenta dicendo che "technology is anthropology".

Il valore del venture capital

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Vivek Wadhwa, imprenditore divenuto professore (UC-Berkeley, Senior Research Associate a Harvard Law School e Executive in Residence at Duke University) discute sull'importanza del venture capital nel sistema dell'innovazione.

Poiché l'assenza di venture capital è una delle tipiche lagnanze italiche, vale la pena di leggere il suo pezzo su TechCrunch.

Wadhwa non è d'accordo con l'idea che il venture capital sia la causa dello sviluppo dell'innovazione. Sostiene che una minoranza di start up americane è nata grazie al venture capital. E pensa che il venture capital non sia il motore ma eventualmente l'amplificatore del successo di un'impresa innovativa. I venture capitalist non generano innovazione, vanno dove vedono che c'è già innovazione e probabilità di successo. L'innovazione, dice, la fanno gli imprenditori.

Si può aggiungere che il venture capital è particolarmente utile per le innovazioni che puntano a servire alla crescita aziendale, quanto più grande tanto meglio. E i venture capitailst agiscono di solito con metodi relativamente standardizzati. Ne consegue che sostengono soprattutto (non solo ma soprattutto) innovazioni orientate a generare piattaforme scalabili e a prodotti in grado di arrivare a grandi volumi. (Ripeto: non solo ma soprattutto). Il che significa che sono meno rilevanti per aziende che non puntino alla crescita indefinita e che si muovano in business con ampiezza relativamente limitata e contenuti relativamente specialistici. Come sono le tipiche start up italiane. Donde un motivo per comprendere come fa l'Italia a essere sempre ai primi posti nella nascita di nuove imprese e a non avere un vasto sistema di venture capital.

Non c'è dubbio che servirebbe all'Italia crescere anche nell'utilizzo di questi strumenti finanziari. Ma è anche chiaro che non sono gli unici che servono a sostenere l'ecosistema dell'innovazione. Se non ce n'è tanto in Italia di venture capital è perché le aziende che producono innovazioni all'italiana non hanno tipicamente le caratteristiche e le strategie adatte a quello strumento. E' un problema. Uno dei tanti. Ma la soluzione non è nel lamento.

(update: un commento critico nei confronti di Wadhwa da Chris di Adventures in capitalism)

Mercato dei brevetti

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Un'inchiesta del New York Times sul boom di nuove imprese che si occupano di rispondere alla necessità di un "mercato delle invenzioni". Il senso è nelle parole di Robert P. Merges, a professor at the University of California, Berkeley and a director of the Berkeley Center for Law and Technology: "What you want is a market that can promote innovation and reduce the huge costs of litigation. And that market is starting to take shape."

Google reCaptcha

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cquisendo reCaptcha, Google tenta di connettere le capacità degli uomini di leggere quello che i computer non sanno leggere. Per migliorare la qualità di progetti come per esempio Google Books. GoogleBlog.

Selezione innaturale

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Un bel pezzo sull'Economist sulla innaturale selezione nel mondo finanziario. Con un suggerimento: che le banche più rischiose siano costrette a sostenere costi maggiori per finanziarsi. Con un'impressione: difficile far funzionare il mercato davvero.

Si misura l'innovazione?

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Rileggendo un pezzo dell'anno scorso pubblicato su BusinessWeek sulla misurazione dell'innovazione si capisce perché è molto lontano il momento in cui arriveremo a un modello condiviso di misurazione dell'innovazione.

Nel pezzo si citano i cinque metodi oggi più diffusi nelle aziende per misurare l'innovazione:
  1. R&D spending as a percentage of sales (77%)
  2. Total patents filed/pending/awarded/rejected (61%)
  3. Total R&D headcount (59%)
  4. Current-year percentage sales due to new products released in the past six years (56%)
  5. Number of new products released (53%)

Enginepistemologia

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Guido Vetere discute sulle conseguenze della dichiarazione di Erick Schmidt, il capo di Google, secondo la quale il motore di ricerca deve passare dalle parole ai significati per consentire agli utenti di trovare le informazioni che veramente cercano. Per Vetere questo significa passare dal "detto" al "fatto". Oggi, dice Vetere, Google cerca tra le parole che i siti dicono. Sta agli utenti valutare se ci sono informazioni vere o sbagliate. Ma se Google vuole andare al loro significato e restituire agli utenti quello che veramente cercano, alla fine dovrà cercare tra i fatti ai quali i siti si riferiscono. Qualcosa, dice Vetere, che Wolfram Alpha sta tentando di fare.

Ne aveva parlato anche Marco Varone. Un accenno pure in questo blog.

Dalle parole al significato

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Eric Schmidt risponde a un'intervista di TechCrunch sul futuro dei motori di ricerca. E concentra il suo pensiero su un'idea centrale: Google e i motori di ricerca devono passare dalla focalizzazione sulle parole alla focalizzazione sul significato.

Insomma. Si passa dalla modalità "database", con parole chiave e risposte in qualche misura preordinate a una modalità più complessa, nella quale il motore si chiede "che cosa intendi chiedere davvero?"

Si direbbe però che di fronte a questo problema ci siano due strade. 

La prima, apparentemente preferita da Google, è quella di conoscere sempre meglio gli utenti, uno per uno, e quindi rispondere alle loro domande in modo sempre più puntuale. Ma questa strada è anche quella che si scontra più frequentemente con i problemi della privacy. Perché se Google conosce sempre meglio gli utenti può vendere - in un certo senso - questa conoscenza anche ad altri, come gli inserzionisti pubblicitari.

La seconda, testimoniata in Italia da ExpertSystem, prevede che le macchine sapranno comprendere sempre meglio le domande che gli umani pongono senza conoscere le persone che le pongono ma imparando a riconoscere sempre meglio il significato delle parole e delle frasi. Dal punto di vista teorico e pratico è una strada molto più complessa. Ma straordinariamente affascinante.

Anche perché è vero che le macchine si adattano alle persone. Ma è anche vero che, persino più spesso, le persone si adattano alle macchine. Imparando a modificare il loro linguaggio per avere un'efficiente interazione con le macchine. Ma impoverendo, in un certo senso, il loro linguaggio.

La strada delle ricerche basate sulla condivisione di conoscenze, ancora indietro in certi luoghi ma già avanzata in Corea per esempio, è forse un percorso più ricco di conseguenze equilibrate sul piano culturale. Le search su Twitter sono un esempio di sviluppo in questo senso piuttosto rilevante. Ma siamo ancora ai primi passi.

Quello che è chiaro è che la conoscenza è sempre più sul web. E i sistemi con i quali si ricerca sul web saranno sempre più centrali nella formazione e nella crescita della qualità della conoscenza accessibile. Il che non può essere appannaggio di poche aziende private quotate in borsa. Ma è una preoccupazione che deve condurre all'azione, non alla lamentazione.

Feeling Hype

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Esagerazioni. Se ne vedono ovunque. Anche per sostenere l'importanza di innovazioni che in effetti hanno qualcosa di fondamentalmente interessante. 

Lo hype è parte integrante del processo innovativo per molte tecnologie che richiedono uno sforzo iniziale per l'adozione. Il problema è che si può fare hype, si può fare una comunicazione esagerata anche su tecnologie che non hanno nulla di veramente interessante. Si chiama processo di illusione-delusione ben conosciuto specialmente in Italia.

Ma anche il processo successivo (ho-avuto-troppe-delusioni-dunque-non-mi-illudo-più) è negativo e paralizzante. 

L'unica soluzione è stare dentro i processi innovativi e considerarli criticamente. Un bell'esercizio è quello di immaginare quali tecnologie sono più importanti di quanto si percepisca e quali sono invece meno importanti di quanto si esageri a raccontare.

Ci si può domandare per esempio se sia nella prima o nella seconda categoria la realtà aumentata (vedi esempi su webvolution). Un motivo che fa pensare che ci sia esagerazione sta nel fatto che grazie al frame della realtà aumentata trovano attenzione idee piuttosto controverse come le lenti a contatto che informano direttamente dall'occhio (vedi NextNature). Ma il motivo che spinge invece a prendere in considerazione attentamente l'idea di un browser trasparente capace di sovrapporre informazioni su un'immagine presa dalla realtà è legato principalmente al successo dei cellulari con grande schermo buona fotocamera e grande diffusione. In questo caso la realtà aumentata è un "di cui" di un fenomeno già avviato e provato. Il vero freno, lo sforzo che manca, è editoriale: se la realtà aumentata darà soltanto informazioni su quello che viene prodotto da un'unica centrale vagamente automatica come GoogleMaps o se gli incentivi a pubblicare informazioni saranno legati soltanto alla pubblicità di negozi e locali, tutta la questione potrebbe finire in una bolla di sapone. Se gente con spirito editoriale vero, orientata a informare, si mettesse a lavorare questa cosa, invece, potrebbe trarne uno spunto interessante per un nuovo piccolo (forse nemmeno tanto) modello di business iperlocale, di servizio, di connessione tra pari. 

È chiaro che per dedicarsi a questo genere di pensiero lo hype può servire un po' come conforto per la fatica che dovrà essere fatta, ma non basta.

Chrome non decolla ancora

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Google ha dovuto cercare un accordo di distribuzione con Sony per rivitalizzare la diffusione di Chrome, ferma al 2% degli utenti di internet, contro il 68% dell'Explorer di Microsoft e il 25% di Firefox. Che dopo un anno dall'uscita - cioè al punto in cui è oggi Chrome - era riuscito a convincere l'8% degli utenti. Dati Net Applications.

Perché non decolla? Perché la concorrenza è migliore di quella che aveva di fronte il primo Firefox. Perché Google non ha convinto i trend setter e non ha neppure provato a fare il rumore che avrebbe fatto se qualche appolista avesse lasciato Safari per Chrome. Perché non è poi ancora chiaro che cos'abbia di particolarmente migliore degli altri. Perché, in fondo, non molti sono tanto interessati a cambiare browser. Altrimenti, probabilmente, Explorer avrebbe una quota inferiore.

Smarphones e wi-fi

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I celllulari tipo iPhone e Android stanno rendendo il wi-fi interessante. Ne parla Om Malik. E Google Voice

Nonostante le mille difficoltà poste dalla legge italiana (e nonostante le controversie nate intorno alle iniziative come quella di Venezia), chi lavora sul wi-fi partecipa allo sviluppo.

Ma come fanno le aziende a cinguettare

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Se non lo sanno, come cinguettano, le aziende possono dare un'occhiata a questo utile pezzo di Mashable.

Arriva

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Chrome per Mac...

berreb: We all want the fatest web browser on earth and today the answer is #Google #Chrome 4.0 for #Mac ;) http://ol.am/aD 9 minutes ago

Found in translation

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Traduzioni realizzate da persone. Si accumulano in un wiki che si aggiorna con un'interfaccia piuttosto facile. E diventano, frase per frase, riutilizzabili da altri. Il computer mette insieme i pezzi, prova con traduzioni che non sono ancora state fatte da nessuno e chiede di migliorarle, aggiorna le traduzioni fatte in passato con i miglioramenti successivi. Una soluzione soggetta al vandalismo, ma anche alla solidarietà intelligente. Speriamo che prevalga quest'ultima: la vera cultura della rete. MyMemoryTranslated.

Apple, Google, Microsoft

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Apple non è mai stata forte in logica dell'internet. Ma è comprensibile: Apple ha sempre fatto prodotti disegnati per funzionare come sono. E per funzionare bene. Microsoft ha fatto persino più fatica di Apple ad adattarsi alla rete senza tentare di dominarla. E ora si trova a dover difendere i suoi prodotti core.

Google ovviamente è più avanti su tutta la linea, per quanto riguarda internet. Casomai ha difficoltà a capire come mantenere una cultura geek, producendo software ma vendendo pubblicità.

Ho l'impressione che ci siano dure battaglie strategiche in arrivo. Ma che non siano proprio tecnologiche, quanto piuttosto culturali ed emotive. E' sempre così del resto.

Apple contro Google

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Apple, Google, At&t... La Fcc ha aperto un'inchiesta sulla vicenda del rifiuto da parte della Apple dell'applicazione di Google che consente di telefonare in voip con l'iPhone. Bloomberg.

Ci saranno sviluppi.

Quello che interessa è sottolineare come si stiano confrontando due idee della tecnologia iPhone:
1. l'iPhone è una piattaforma (connessione, hardware, software) che promette di far girare i programmi che gli sviluppatori riescono a produrre, a parte casi di violazione delle leggi;
2. l'iPhone è un prodotto-servizio completamente disegnato da chi lo fa, che si riserva il diritto di accettare o non accettare qualunque cambiamento proposto da terze parti.

Di sicuro, non è uno standard di fatto né di diritto e non è un monopolio. Dunque non è necessariamente soggetto a regole che impongano l'apertura del prodotto ai prodotti o servizi di altri. Ma è altrettanto certo che il suo valore consiste in gran parte proprio nel fatto di poter contenere i software altrui. Il problema è se possa o non possa impedire un software come quello di Google, che fa concorrenza ad altri servizi offerti sullo stesso telefono. Come si risolve?

A voler essere ingenui, il tema è: qual è la promessa che fa Apple a chi compra il suo telefono e agli sviluppatori che comprano il kit per fare programmi per l'iPhone? Nel caso di Google la mantiene o la tradisce? Probabilmente, la mantiene alla lettera ma la tradisce nella sostanza.

Perché lo fa? Non per un'imposizione da parte di At&t, dicono alla compagnia telefonica. E dunque? Per il timore di tutto quello che ci può stare dietro l'applicazione di Google? Bisogna ammettere che la soluzione non è chiara, come spesso succede con la Apple. Che, almeno in questo è coerente di sicuro, ha fatto il suo successo anche controllando pienamente il design delle sue macchine e dei suoi servizi.

Crisi dell'Economia

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L'Economist discute un aspetto della crisi economica in corso: la crisi della scienza economica. La crisi di credibilità degli economisti. Dice l'accusa: non hanno previsto la crisi, hanno contribuito a generarla, non sanno curarla.

Il servizio è magnifico. Ci sono tutte le notizie sugli economisti che pur avevano espresso le loro perplessità. Ma c'è l'ammissione che di fatto quello che dalle idee economiche arrivava agli operatori, all'opinione pubblica, alla politica, fosse un'approvazione delle pratiche finanziarie che poi avrebbero causato la crisi. Sulla scorta della convinzione secondo la quale il mercato avrebbe aggiustato tutto. E si vede come sta aggiustando: senza il soldi dello stato, il mercato avrebbe più o meno chiuso i battenti (almeno in occidente).

Il mercato non è una realtà a se stante. E' parte delle dinamiche sociali, culturali, antropologiche. Gli economisti hanno vissuto una vita tentando di distinguere il loro settore dal resto della vita sociale. E' questo, ora, che va corretto. Anche per migliorare la ricerca economica: se si vorranno rilevare segnali deboli in grado di leggere anticipatamente i sintomi dei cambiamenti (pericolosi o positivi), se si vorranno proporre cure sostenibili ai problemi e ricette sostenibili per cogliere le opportunità, se gli economisti vorranno tornare in gioco con credibilità, dovranno necessariamente aprire la loro disciplina (come in moltissimi stanno facendo), abbandonare l'ideologia, tornare a fare i ricercatori. Così dimostreranno che il mercato conduce anche a una "curva di apprendimento" più veloce, per competere: accade anche alle idee... Sarebbe un'innovazione di valore immenso.

Segnali da Ted

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I tre post precedenti sono derivati da segnalazioni ottenute da Ted. La prossima settimana la conferenza cult sarà a Oxford.

Qui sotto una lezione di Olafur Eliasson, su... "chi decide che cosa è reale?"...



Come dire: è lo spettatore o il creatore a generare un mondo? Dopo l'articolo di Umberto Eco sull'Espresso di qualche settimana fa - quello in cui Eco si domandava se fosse il pifferaio a conquistare le masse o le masse a lasciar fare al pifferaio - questa domanda è diventata politica. Peccato che Eliasson non faccia per nulla parte della genia dei pifferai.

Un milione di ossa

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I genocidi, spesso, troppo spesso dimenticati. One million bones raccoglie le ossa delle vittime per arrivare a un gesto artistico che alimenti la consapevolezza delle persone sulle azioni dei loro "simili".

Aidg: per uscire dalla povertà

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Aidg studia le soluzioni tecnologiche ed economiche per favorire l'uscita dalla povertà nei paesi meno fortunati.

Bello Appafrica

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Un programmatore ha attivato un'org per facilitare la produzione di software in Africa. Jonathan Dwayne Gosier. Che si occupa anche di Question Box. Un sistema per consultare internet con il telefonino, in voce, in modo poco costoso, per chi vive in villaggi africani poco connessi.

Presentazioni sul web

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Mentre Google e Microsoft mettono la loro versione di software per le persentazioni online, la creatività sul web sta producendo una serie di nuove forme che vale la pena di seguire.

Vuvox per esempio. Daniela Tavellin e Michela Vicenzi ne propongono una interpretazione. Dedicata a Nòva.


Nòva alla radio

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Forse, forse si riesce a fare una trasmissione di Nòva alla Radio24. Se parte, parte il 7 settembre. Per ascoltare chi vuole "cambiare il mondo".

Listen!

Innovare per e innovare contro

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Mario Calabresi spiega il suo punto di vista sull'innovazione. Per innovare devi avere in mente quello che vuoi fare e nello stesso tempo battere quelli che non vogliono che tu faccia quello che vuoi fare. La frase più terribile che ti dicono gli oppositori dell'innovazione: "non si è mai fatto". E' la più stupida e la più ripetuta delle frasi di chi non vuole cambiare. (via Salvo).


Barcamp Firenze

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Giuliano da Empoli, appena insediato all'assessorato alla Cultura di Firenze, organizza un barcamp. Il tema, obbligato in un certo senso, gira intorno a Firenze e la contemporaneità. Il barcamp sarà sabato 11 luglio, a Palazzo Vecchio, nel salone dei Cinquecento.  

Si spera che emergano idee ed energie. Ce n'è enorme bisogno. Appena ho notizie più pratiche le segnalo.

(Tra l'altro, ieri ho visto Irene Tinagli, che si sta occupando di un progetto proprio sulla contemporaneità artistica - e non solo - a Prato, nel quadro di un processo coordinato da Enzo Rullani. Chissà se la nuova spinta che si vede a Firenze e i pensieri emergenti a Prato si incroceranno). 

Quinta Venezia

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Stefano Quintarelli è perplesso sulla rete pubblica wifi a Venezia, soprattutto per il rapporto costi-benefici. I commenti al suo post segnalano altre perplessità e qualche incoraggiamento, soprattutto in considerazione dei molti servizi pubblici che il Comune ha reso disponibili e più facili in questo modo. 

Il punto è che bisogna vedere quali e quanti nuovi servizi nasceranno grazie all'esistenza di questa rete. E all'energia che sarà spesa da chi l'ha voluta per favorire l'ecosistema dell'innovazione a Venezia. 

E' chiaro che il modello è rischioso. Ed è chiaro che spariglia le carte. Venezia ha bisogno di idee ed energie per invertire la tendenza allo spopolamento del centro storico. Non si può certo dire che ci sia una relazione diretta tra la nuova rete e l'attrazione di talenti in città. Ma si può dire che se questa iniziativa riesce ad attivare le energie della gente che ci vive e la fantasia di chi non ci vive e potrebbe decidere di trasferirvisi, allora sarà un successo. Di sicuro, la nuova rete non basta. Ma può essere una sorta di catalizzatore. 

Gadget e budget

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A quanto pare i Kindle sono già finiti. Venduti. E gli iPhone scarseggiano. Non è la prima volta. Ma questo avviene durante una crisi profonda.

Robot lettori

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La Darpa sta cercando di ottenere, con la Bbn Technologies, un sistema per leggere automaticamente il web e trovare informazioni utili per vincere le guerre. Cnet.

Reazioni di concetto

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Conceptfeedback offre un servizio per testare il design di un'iniziativa che si vuole sviluppare sul web. A sua volta avrebbe bisogno di feedback. Ma l'idea è interessante. (via Killerstartups)

Acer, Intel e Google

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I notebook di Acer con Android. E i netbook di Acer con Moblin. Windows sta perdendo quota. E non ne guadagna nei telefoni.

Nuvola aperta

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La vittoria concettuale dell'open source, che ha ormai convinto tutti, persino le imprese, della sua affidabilità, ha reso un po' meno importante il lock-in dovuto ai sistemi proprietari. Ma il cloud computing sembrerebbe ricreare una nuova forma di lock-in: come spostare i dati una volta che siano sul sistema di un provider? Se lo domanda l'Economist. Che risponde: sono preferibili i provider che consentono un facile spostamento dei dati. Per indirizzare il cloud computing fin dalla sua nascita verso l'interoperabilità.

E' probabile peraltro che si debba ripensare anche tutta la questione dell'outsourcing. Le aziende che innovano non dovrebbero cedere ogni loro competenza in materia di software ai loro consulenti. Il software non è sempre solo il prodotto di un fornitore. Il software è spesso il loro "saper fare" e "saper pensare". E dunque il loro "saper innovare".

Quirky: comunità per progettare

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Progettare nuovi prodotti in crowdsourcing. Con Quirky. via RobinGood.

L'inchiostro elettronico taiwanese

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E allora la taiwanese Prime ha annunciato di voler acquistare la E-Ink, pioniere dei display per libri e giornali elettonici. Dai prof del MediaLab che avevano fondato E-Ink è arrivata in più di dieci anni tutta l'ondata di novità che ha reso possibile tra l'altro il Kindle. E che oggi rende possibile l'enorme conversazione sui lettori digitali, considerati uno dei possibili futuri dei giornali. (Un commento di GigaOm).

A parte il fatto che questo scenario è solo uno dei diversi possibili. E a parte che per esempio l'iPhone e i suoi successori o competitori sono potenziali lettori di ebook e ejournal molto diffusi, potenti e comodi, con un modello di business solido. A parte questo, è pur vero che la notizia dell'acquisizione accelera i processi. I taiwanesi probabilmente si preparano a produrre lettori in vasta scala. E i professori di Boston non possono mettersi in mezzo nei processi che devono portare quelle dimensioni di scala.

Ora, con i milioni guadagnati, finalmente, che cosa faranno? La prossima versione, più potente, a colori, con migliori feature... La storia dei lettori di ebook e ejournal sta accelerando. Google, Amazon e Apple sono in partita. Gli editori ci sperano. Il pubblico, invece, prende tempo. Se verrà fuori un'offerta veramente intelligente la valuterà. Ma la strada è lunga: un intero ecosistema deve adeguarsi. E non è composto solo di lepri tecnologiche, ci sono anche gli elefanti editoriali.

Mappa di Twitter

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Steve Rubel propone una mappa del futuro di Twitter. Non è soltanto un bell'esercizio. E' anche un'idea per sostituire il ppt nelle presentazioni. Da vedere.

(Una considerazione laterale: per Steve, Google è un'azienda del settore dei media. E' giusto. Ma è a sua volta un segno dei tempi: forse solo cinque anni fa sarebbe stata considerata un'azienda della tecnologia...).

Perché Bing

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La concorrenza può far bene. Anche se è tra due monopolisti. Ci sarà certamente qualcuno che sceglie Bing solo per non usare Google. E questo può avere delle conseguenze di vario genere. Detto questo, resta poco chiaro quale sia il punto di forza sul quale conta Bing per differenziarsi dal concorrente. Emergerà nel tempo? Le prove effettuate finora segnalano soprattutto che Bing sta al passo con Google. E' sufficiente? Oppure alla Microsoft stanno pensando qualcosa che non si è ancora capito?

Anni fa sono stato alla presentazione in anteprima della prima versione del motore di Microsoft. Il clima era tecnologicamente e sociologicamente consapevole. Ma in qualche modo le persone sembravano convinte che il loro lavoro servisse soprattutto a pareggiare i conti con Google, non a batterla. Chissà se nel frattempo la situazione è cambiata.

Talenti da coltivare

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Irene Tinagli e Sergio Arzeni sono oggi a Trento per un incontro all'Ocse su talenti, innovazione, identità e fuga di cervelli. Ieri, la notizia vagamente "eugenetica" cinese ha generato diversi commenti. Ecco alcune riflessioni preventive.

Che che cosa parliamo, quando parliamo di talenti? Che rapporto c'è tra talenti e sviluppo? Come cambia la prospettiva di fronte alla grande trasformazione che stiamo vivendo?

Lo sviluppo è una questione territoriale, storica e sociale. Non è una questione meramente economica, anzi: con la fine dell'epoca dell'industrializzazione, l'economia è rientrata in quella più ampia dell'ecologia, della storia e della cultura. Il quadro interpretativo della questione dello sviluppo cambia nello spazio, nel tempo e nei contesti culturali. Del resto, da sempre ci diciamo che lo sviluppo non è la crescita: questa può anche essere definita da numeri sulla quantità di consumi e di prodotti che una popolazione riesce a registrare; ma lo sviluppo è un tema molto più ampio. E oggi, nell'epoca della conoscenza, l'ampiezza è aumentata dalla vaghezza concettuale con la quale studiamo l'argomento. Una vaghezza dovuta essenzialmente ai grandi cambiamenti che attraversiamo in questa fase storica.

Nell'epoca della conoscenza, il valore si concentra sull'immateriale, sull'immagine, sull'informazione, sulla ricerca, ... sul senso dei prodotti e dei servizi. E il senso deriva dalle idee generate dalle biografie delle persone che li fanno, dalla storia dei territori dalle quali derivano, dalla visione dei loro creatori. Si va dal senso meno difficile da comprendere della distribuzione efficiente di prodotti e servizi noti (alti volumi e basso valore aggiunto) al senso più specialistico della creazione di oggetti, processi e servizi che si dànno prima di tutto come innovazioni culturali.

I talenti sono caratteri speciali delle persone chiamate a generare una componente decisiva del valore: la loro biografia, la loro esperienza, la loro creatività, la loro capacità di generare idee e di condividerle, è una sorgente inesauribile di valore. Per questo, qualunque territorio si dia un progetto per svilupparsi nell'epoca della conoscenza si pone anche il problema di attirare, coltivare, conservare le persone di talento.

Il tema è stato affrontato in termini di investimenti, di contesti culturali, di contrattualistica, e così via. Ha generato pensieri di grandissima importanza e ricchezza. Ha avviato progetti straordinari in molte parti del mondo. Dal Linz a San Francisco, da Helsinki a Toronto, da Adelaide a Trento... E ciascun territorio l'ha interpretato a modo suo. La difficoltà è sempre stata quella di valutare nel breve termine un percorso che non può che portare risultati nel lungo termine. Ma anche questo è stato superato dalle società che hanno saputo vedere lontano.

Ma resta vero che molti territori non riescono a vedere il valore di tutto questo. E che altri lo vedono e reagiscono in modo apparentemente aberrante ed estremista come nel caso (del quale si hanno peraltro ancora pochissime notizie) di Chongquing. Questo dipende dalla difficoltà di definire la questione. E a prospettiva per migliorare la comprensione del fenomeno non è facile da coltivare.

Anche perché i concetti tendono a diventare astrazioni. 

Le persone di talento sono soprattutto persone. Hanno avuto tre anni. Hanno avuto amori e delusioni. Hanno paura. Anno bisogno di tenerezza. Hanno qualcosa da affermare e da esprimere. Cercano anche qualcuno che riconosca quello che esprimono. Quello che li attira, li fa crescere, li valorizza è anche questione di soldi e di organizzazione, ma non è solo questione di soldi e di organizzazione. L'argomento non si può governare come un modello lineare di variabili ed equazioni: siamo in un ecosistema culturale nel quale la teoria della complessità è più adatta a spiegare i fenomeni.

Un territorio è una piattaforma di vincoli e opportunità per una società che vi dispiega i suoi legami sociali. L'accoglienza e la valorizzazione delle persone di talento è frutto di una serie complessa di dinamiche, nella quale conta l'illuminazione dei leader quanto l'equilibrio delle menti, dei corpi e degli spiriti delle persone che vivono in quel territorio. L'apertura ai talenti altrui dipende dalla consapevolezza del loro valore ma anche dalla sicurezza del proprio valore. I casi diversi sono infiniti... Una società che vive in equilibrio dinamico con se stessa sa accogliere, una società disfatta si fa colonizzare, una società che vive in equilibrio statico non accoglie... E dunque, dove vanno i talenti a portare il loro valore? Dove crescono e restano? Dove avvizziscono?

La mia riflessione che vado confusamente conducendo si muove attorno alle conseguenze della non esclusività della dimensione monetaria nelle scelte delle persone. L'attrazione economica conta. A più dimensioni. Attrae le menti che calcolano il proprio vantaggio. Ma conta anche come simbolo di riconoscimento che una società offre a una persona. E questo è importante. Ma non basta a capire. Le persone di talento - come tutti - hanno bisogno di ricevere e di dare. E ciò che ricevono le conferma e gratifica per quello che hanno saputo dare. Se non hanno dato non sono gratificate. E di certo non sono produttive. La questione della coltivazione, dell'accoglienza e dell'attrazione dei talenti è relativa alla dinamica che si crea tra ciò che si riesce a esprimere e quanto viene riconosciuto. E' un altruismo egoista che governa (non un semplice egoismo). Perché il talento è sensato nel quadro integrale di una biografia e non soltanto per quanto riguarda una specifica abilità.

Coltivare talenti in provetta non ne può produrre, in questo senso. Perché la biografia integrale è più importante di una specifica abilità se si vuole che la persona restituisca ciò che ha avuto da una società con un valore accresciuto. Altrimenti non facciamo che sviluppare polli di allevamento, frustrati o nomadi costantemente in cerca di un'occasione migliore. 

Insomma. Un territorio si arricchisce dei suoi talenti se sa come dare a loro quello di cui hanno bisogno, ma anche (e forse soprattutto) se sa come ricevere da loro quello che essi possono esprimere.

Fiat voluntas Merkel

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Sarebbe bello capire esattamente che cosa succede nell'industria dell'automobile. Ma non è facile, perché la sostanza del dibattito sul progetto Fiat-Crysler-Opel è che i fatti nuovissimi avvengono in un paradigma interpretativo vecchio. In particolare: non stiamo parlando di acquisizioni ma di consolidamento. E' più frutto di crisi che di successo.

La produzione di auto è in crisi in modo fortissimo. Se non fosse per l'Asia. Il passaggio sempre colpevolmente rimandato all'auto pulita è ineluttabile, ma costoso. E intanto i consumatori non si dimostrano più disposti a farsi condizionare alla sostituzione dell'auto sempre più rapidamente.

La finanza che ha governato i produttori occidentali di automobili li ha anche risucchiati in un vortice senza ritorno, come un parassita che uccide il suo ospite. Le case americane sono particolarmente colpite.

I governi, americano e tedesco, sono interessati a intervenire per salvare i posti di lavoro. E per riconquistare un potere dal quale erano esclusi. Sono i soldi pubblici a rendere appetibili le operazioni di cui stiamo parlando. E nel corso delle quali la Fiat sta emergendo sul piano culturale e personale.

Il confronto non è tra efficienza industriale, qualità dei prodotti, strutture organizzative. Il confronto è tra gruppi di management. E quello di Marchionne è riuscito ad accreditarsi in America come un gruppo credibile. Stenta in Germania, ma anche per motivi di geopolitica. 

In ogni caso, se dovesse arrivare in porto tutto il progetto, non si tratterebbe di un'acquisizione di Opel e Crysler da parte di Fiat. Si tratterebbe di una prevalenza del gruppo di management di Marchionne sugli altri. Perché l'assetto proprietario non c'entra. La Fiat sarebbe comunque in parte ceduta dai suoi attuali proprietari per confluire in un'entità più grande che, nel tempo e in vari modi, dovrebbe restituire i soldi pubblici che attualmente favoriscono il passaggio in atto. A emergere sarebbe non l'attuale proprietà della Fiat, ma il suo attuale gruppo di management. Non si tratta insomma di una vera e propria acquisizione, ma di un consolidamento in tempi di vera crisi industriale, scoperchiata dalla crisi finanziaria. Con una certezza: solo l'intelligenza culturale del management potrà ridare un futuro a un'industria tanto importante ma troppo conservatrice. Imho.

Repubblica. Corriere. Sole (che scopre che c'è anche una cordata cinese sulla Opel).

Studenti innovatori

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Prosegue il corso del Master in giornalismo dello Iulm. E la scoperta è notevole: i ragazzi non si lasciano intimidire dalle difficoltà della crisi. E' come se la crisi dei giornali avesse reso più evidente la semplice necessità di innovare. 

Comprendono senza difficoltà che la crisi è grave e che però il cambiamento che il sistema dell'informazione sta attraversando è anche denso di opportunità.

Il problema è questo: mentre devono essere consapevoli delle difficoltà e della paura diffusa, con tutti i freni all'innovazione che questo comporta, devono anche essere aperti a trovare il modo di cogliere quelle opportunità. 

I format giornalistici, i modelli di business, le tecnologie per raggiungere il pubblico sono in piena trasformazione. Per i giovani queste sono opportunità. Devono imparare a conoscerne i segreti. Per agire di conseguenza.

Nell'innovazione, anche nel giornalismo, molto dipende dagli altri. Ma qualcosa dipende da noi. E quel qualcosa lo dobbiamo fare con tutte le nostre forze.

(E' forse una prima risposta alla questione sull'innovazione posta da Fabio Turel. Che ha perfettamente ragione).

Innovatori e novità

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Sono d'accordo con Aghenor. Nelle pieghe della parola "innovazione" c'è l'idea di "nuovo". E non è detto che "nuovo" sia sempre "buono". 

Del resto, i tempi sociali sono una sovrapposizione di breve, media e lunga durata: fatti, congiunture, strutture. 

Molto spesso innovare significa recuperare il senso della lunga durata e i fenomeni che vengono dal passato e vanno verso il futuro, proprio perché più duraturi. Proprio perché fondamentali.

Cambiare il mondo - Innovatori cercansi / 4

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L'innovazione nasce quasi sempre da un atto di ribellione. Ma una ribellione non è quasi mai un'innovazione.

Che cosa fa la differenza? La qualità intellettuale del progetto che trasforma il gesto ribelle in un processo abbastanza ampio e profondo, abbastanza coinvolgente, da essere capace di generare conseguenze di lunga durata.

L'innovazione nasce da un pensiero spiazzante e cresce solo se viene compresa e accolta dal contesto. Le coordinate con le quali il contesto comprende un'innovazione sono culturali, sociali, economiche, tecnologiche, ecologiche.

Il processo "rivoluzionario", il processo che cambia il mondo, avviene nelle profondità del sistema e coinvolge l'ecosistema. Spesso è portato avanti da persone appassionate della loro idea più che orientate a raccontarla. Ma l'equilibrio è difficile da trovare. Perché se al contrario l'innovatore si concentra solo sul suo stesso racconto e punta tutto sulla generazione di consenso... se nel tentativo di farsi comprendere e accettare, perde la sua freschezza e la sua forza ribelle, allora si trasforma in mera comunicazione.

Ma gli argomenti sono molti. Come dimostra la quantità di persone che hanno segnalato idee, osservazioni, esperienze, nei commenti ai post precedenti.

Andiamo avanti. Certo, il mezzo del blog non è il migliore per arrivare a una raccolta ordinata di contributi. Si cercherà di lavorarci... Ma andiamo avanti... Le notizie che possono essere condivise sono le benvenute.

I post precedenti:
Cambiare il mondo / 3
Cambiare il mondo / 2
Cambiare il mondo / 1
Innovatori cercasi

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Link:
Associazione innovatori
Innov'azione
Lobby innovazione
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Ecco una raccolta di commenti ai post precedenti:

se ti interessa l'innovazione nell'ambito dell'impresa sociale a settembre organizziamo un workshop sul tema.. materiali e info su www.irisnetwork.it, ciao

Gentile Luca,
Il tuo post mi ha fatto molto piacere.
Ti racconto volentieri in maniera stringata la mia esperienza all'estero, e perché mi considero un innovatore.
Dopo gli studi ho lavorato per due anni a Milano nel settore della CSR -responsabilità sociale d'impresa. Ho trovato il lavoro a Milano interessante, stimolante... ma non abbastanza.
La mia curiosità mi ha spinto a cercare di studiare di piu' e imparare un approccio più "radicale" per lo sviluppo sostenibile. Ho studiato allora in Svezia ad un master in leadership per la sostenibilità. Non solo insegnava le basi scientifiche, ma anche un approccio totalmente diverso alla partecipazione democratica nelle scelte che riguardano la collettività (ah, il modello svedese, quanto lo amo!)
Ora sono a Londra come consulente freelancer. Per me l'innovazione sta non solo nelle tecnologie, ma nel ridiscutere il paradigma dominante. Guarda in giro: siamo circondati di vecchi paradigmi che crollano. La stessa teoria economica di 200 anni fa porta avanti l'economia. Libero mercato, illimitatezza delle risorse naturali, nessuna esternalizzazione dei costi ambientali. E guarda le catastrofi che queste teorie economiche comportano.
Lo stesso puo' dirsi delle democrazie. Abbiamo veramente bisogno di innovazioni radicali, ridiscutere in toto il paradigma dominante.
Io sento che non potrei, almeno adesso, lavorare in Italia con le mie idee. Mi taglierebbero le gambe subito.

"Per cambiare qualcosa, costruisci un nuovo modello che renda l'attuale obsoleto" Bucky Fuller.
Mi farebbe piacere continuare e approfondire.
http://eccemarco.splinder.com/post/20383230/and+then+i%27ll+open+it+up+to+yo
Until then,
marco

Io segnalo Kublai (http://progettokublai.ning.com/): una rete pensata per fare emergere e sviluppare progetti creativi che abbiano un impatto in termini di sviluppo locale fino a portarli a potersi concretamente realizzare, e che, surprise surprise, vede come innovatori "uomini pubblici": dietro Kublai c'e' infatti il Laboratorio per le politiche di sviluppo del Ministero dello Sviluppo Economico.

Ho raccolto tutti i libri che trattano di approccio all'innovazione, evoluzione tecnologica ed anche le complesse dinamiche psicologiche della pulsione al cambiamento creativo ed all'evoluzione:

http://innoinspiration.blogspot.com/

Mi auto segnalo. Da almeno 10 anni lavoro sui temi dell'innovazione sia in ambito accademico che professionale. Con altri colleghi stiamo lavorando sull' "innovare il fare innovazione". In altre parole consideriamo l'innovazione dal punto di vista non dei risultati/prodotti ma da quello organizzativo (quali sono le condizioni, i contesti, i modelli organizzativi, i processi che possono sostenere e favorire l'innovazione).
L'idea di fondo è che l'innovazione è generazione di nuova conoscenza, e che per generare nuova conoscenza bisogna prima di tutto attivare percorsi di evoluzione/trasformazione nel soggetto "innovatore". Perchè mai dovrebbe risultare qualcosa di nuovo da un soggetto che è rimasto sostanzialmente uguale a sè stesso? Il problema generale dell'innovazione è proprio questo: si vogliono fare cose nuove senza essere disponibili a cambiare prima di tutto dentro sè stessi. Ma è possibile "cambiare noi stessi"? Come possiamo evolvere/trasformarci in qualcosa di diverso? Per chi fosse interessato all'argomento segnalo un mio recente articolo che racconta la storia di un interessante progetto sperimentale (innovazione organizzativa, innovazione esplorativa) da me condotto per ST Microelectronics: è pubblicato sulla rivista Sistemi & Impresa, Este Edizioni. E' in due puntate (numeri di Marzo e Aprile 2009).

Mi autosegnalo. Da dieci anni lavoro sul tema dell'innovazione sia in ambito professionale che accademico. In particolare mi occupo dell' innovare il "fare innovazione". La questione è questa: cambia la natura dell'innovazione necessaria (da incrementale a radicale, da semplice a sistemica/multi tech), devono cambiare le modalità per farla. Non solo: sempre meno si può innovare "da soli" (l'innovazione è sempre più un fatto collaborativa, perchè le competenze da mettere in gioco si fanno sempre più numerose).
L'idea di fondo che stiamo sviluppando è che l'innovazione organizzativa precede sempre l'innovazione di prodotto/di processo/di business. In parole più semplici la nostra tesi è che solo un "nuovo soggetto" può produrre qualcosa di realmente nuovo. Ma possiamo diventare "nuovi"? Come possiamo trasformarci/evolvere in qualcosa di diverso?
Ti segnalo un mio recente articolo che racconta la storia di un interessante progetto sperimentale (innovazione organizzativa/innovazione esplorativa)da me condotto per ST Microelectronics. Il titolo è "Entrare in nuovi mercati attraverso l'innovazione", pubblicato in due puntate (Marzo e Aprile 2009) sulla rivista Sistemi & Impresa, Este Edizioni.

Eccoci qui.

Ci venga a trovare.

Innovatori Europei

ti segnalo un progetto che conosci bene e di cui avrei voluto anche parlarti meglio. http://www.workingcapital.telecomitalia.it
http://www.workingcapitalcamp.com/
lo stiamo costruendo con gianluca (dettori) e ci ha fatto incontrare molti innovatori - il barcamp a catania è stata una esperienza notevole, nicola mattina può raccontarti in dettaglio. poi gianluca ed io abbiamo parlato con un genio di 20 anni che ci ha spiegato la sua idea e siamo rimast senza parole. la vera innovazione è spiazzante.

Come non citare H-Farm esempio di eccellenza e innovazione ,con tutte le sue realtà e la nuova start up, di cui faccio parte, UannaBe.
Se vuole maggiori informazioni, ci contatti pure...



dai, pecco un po' di immodestia :)

innovatori? RomaEuropaFAKEFactory!
http://www.romaeuropa.org

un concorso creato detournando un altro concorso, per criticarne l'approccio alla proprietà intellettuale.

Il FAKEFactory, presentato in senato il 20 Marzo 2009, è diventato un evento ufficiale dell'anno della creatività e dell'innovazione della comunità europea e, adesso, si accinge a diventare lo stimolo che porterà alla creazione di un tavolo per le culture digitali presso la commissione cultura del senato.

In tutto questo, l'ecosistema che si è creato attorno al concorso si è autonomamente attivato a sperimentare diversi modelli economici basati sulla rete, per la gioia degli oramai 70+ partner a livello globale.

A maggio un grande evento a Roma, e a Ottobre un evento in contemporanea tra Roma, Londra e New York.

Nel frattempo il concorso "originario" ha cambiato la sua policy sul diritto d'autore :)


per chi fosse interessato: il concorso ha anche una sezione assai particolare, quella della "Law Art". In questa, avvocati, giuristi e appassionati di proprietà intellettuale sono invitati a realizzare opere creative remixando testi giuridici, col fine di creare la "legge perfetta" sul diritto d'autore. :)

innovate! ciaociao

Ciao Luca, mi permetto di segnalarti il nuovo sito che abbiamo ideato per l'agenzia di comunicazione di cui sono direttore creativo associato interactive, si tratta del primo esempio italiano dell'utilizzo di Facebook Connect per il sito di un agenzia di comunicazione relazionale. Sul nostro canale youtube, anch'esso accessibile dal sito, troverai inoltre alcune case history video di progetti di comunicazione innovativi ideati e realizzati per i nostri clienti negli ultimi 3 anni. Tra questi c'è il primo esempio di viral marketing italiano che abbiamo ideato per il brand Simmenthal, il blog più alto del mondo tenuto in tempo reale dall'alpinista estremo Simone Moro durante le sue missioni over 8000 ideato per Canon, le prime operazioni italiane social media su MySpace per Regione Trentino e Sony Ericsson, il primo facebook social game italiano per Wilkinson, la prima "asta creativa" su eBay e molti altri. Alcune di queste operazioni hanno anche ottenuto riconoscimenti a concorsi creativi internazionali come il New York Festivals ma purtoppo non hanno avuto visibilità oltre i canali mediatici di settore. Nel nostro ambito speriamo dunque di aver portato innovazione e ogni giorno cerchiamo di portare la comunicazione e la creatività italiana un passo oltre.

ecco i link:
www.rmgconnect.it
www.youtube.com/rmgconnectitalia

Vorrei commentare due cose veloci:

1. Suggerisco ai tanti che segnalano le loro iniziative "innovative" di non essere troppo "markettari". Da lettore interessato alla conversazione mi sto scocciando, e purtroppo ottenete l'effetto di scacciarmi dai vostri URL :)

2. Luca, la conversazione ha bisogno di essere organizzata in qualche modo. Immagino che per il momento tu ti stia limitando a riportare quanto detto finora (che è già utile, piuttosto che spulciarsi tre/quattro post), ma secondo me, per non "sprecare" questa energia che si è creata, dovrei darti subito da fare per canalizzare tutto in un modo più... organico.

3. Se fate il "solito" evento a Milano per parlarne, fate in modo che ci sia davvero modo di partecipare anche online... (oppure fatelo il 7 maggio sera, così ci sono anche io :-P).

c'è il 21 con l'ExperienceCamp e il 22 e il 23 Maggio come occasioni utile per fare il 'solito' evento...

E' bellissimo perchè sembriamo tutti alla ricerca del Santo Graal.
Alcuni di noi si sentono perfino una sorta di Templari, io per primo, ben inteso!
Ma se alla fine riflettiamo senza tentare di dimostrare che l'attività di business che stiamo svolgendo è "In-Nova Compliant" bensì crediamo semplicemente che il mondo non debba adeguarsi eternamente a certe regole, usi e costumi che non sempre hanno creato valore ma in certi casi hanno generato catastrofi (banalmente, il periodo di emme che stiamo vivendo ora), allora molte idee che fino ad oggi rimangono nella sfera dell'eresia, potrebbero finalmente concretizzarsi e migliorare certamente molti aspetti della nostra vita quotidiana. Chi ad esempio non crede che certe aree della nostra penisola siano tenute volutamente oscurate dalla banda larga con fini ben precisi? Provate ad uscire dai grandi centri urbani e dalle aree industriali e provate ad utilizzare i vostri strumenti per accedere alla Rete. Riscoprirete il fascino di navigare solo su siti web puramente testuali. Innovare significa in questo caso abbattare definitivamente il digital divide attingendo senza remore a tutte le risorse già ampiamente testate e pronte all'uso. Peccato che in virtù dei costi di struttura che nessuno vorrebbe assumersi, ci sia ancora tanta gente che viene tenuta lontana da questo blog e dai miliardi di informazioni in Rete.
Innovare significa non temere ripercussioni del mondo finanziario qualora una scoperta possa migliorare la qualità della vita: le auto elettriche o a idrogeno, progetti rigorosamente rallentati per non stravolgere delicatissimi equilibri di cui tutti siamo ben consci.
Innovare significa anche cambiare le proprie abitudini e lasciarsi aiutare senza grandi esitazioni dalla tecnologia: la video conference è un esempio su tutti. Vogliamo provare a mettere insieme il valore economico di un solo giorno di trasporto nel mondo per recarsi ad appuntamenti/riunioni fuori sede? Della video conferenza si parla da tanti anni ma assistiamo inermi ad uno scarso utilizzo.
Innovare vuol dire anche cambiare i paradigmi di comunicazione e avere il coraggio, ad esempio, di confrontarsi con il pubblico in maniera aperta; aprirsi ai suggerimenti dei consumatori, accettare le critiche come se fossero parte integrante al costante miglioramento del prodotto. Neanche l'interattività di Internet ad oggi è stata al centro di questo cambiamento epocale.
Insomma, per innovare in prima istanza occorre una predisposizione personale ad accettare grandi trasformazioni e grandi cambiamenti di abitudini consolidate... essere innovatore, innovabile o già innovato fa parte di uno stile di vita... chi vuole appartenervi?


H-Farm è una realtà innovatva ve sè stessa, che ha l'obiettivo di scovare idee innovative per aiutarle a svilupparsi e produrre nuovi business.

Luca,
secondo me potresti organizzare una cosa del genere: un "evento" online, della durata di due ore, su Friendfeed/twitter, dedicato ad una discussione sull'innovazione in Italia.
Primo, sarebbe un buon segno per dimostrare che si parla di innovazione... facendo innovazione :)
Secondo, potresti raccogliere molti contributi da gente diversa.
Terzo: sarebbe ottimo creare un evento parallelo, o successivo, in lingua inglese, coinvolgendo persone anche al di fuori della ristretta cerchia italiana.

Ultimo breve commento: sono stufo di sentire persone che si chiedono "dov'è l'innovazione in Italia"? L'innovazione c'è sicuramente, il problema è che semmai non ha gli strumenti per essere realizzata. Lo dimostra l'alta considerazione che all'estero hanno di noi, sia tecnicamente che in termini di inventiva e iniziativa.

Fammi sapere se l'idea dell'evento online ti sembra intelligente.
Ripeto questo commento sul mio blog, spero porti qualche visita e contributo in più :)

Bella l'idea di un incontro! Sarebbe interessante creare un evento "aperitivo innovativo" dove persone interessate ad esserlo ne incontrano altre e ne discutono. L'evento potrebbe essere trasmesso in streaming, con un sistema di chat o FriendFeed per le persone che lo vogliono seguire da casa.

(2gg fa si è verificato la stessa cosa ad un lancio di un portale tripwolf a cui ho partecipato, ma la cosa è stata involontaria)

che ne pensate?

Credo che quela di Simone sia un'idea bellissima e con molte potenzialita'.

Sono d'accordo con chi dice che l'innovazione, o meglio gli innovatori, in Italia ci sono ma (purtroppo) non riescono ad emergere. Io credo che il problema sia (ancor prima che nella mancanza di risorse) nella "dispersione" e nell'isolamento in cui molte iniziative di innovazione avvengono.

Quindi un evento del genere potrebbe diventare un catalizzatore di attenzione e relazioni tra gli innovatori, no?

L'innovazione e' una scintilla che provocano crescita tecnologica ed economica. Quando gli uomini si ritrovano a vivere, produrre e consumare in economie cittadine vibranti, spesso riescono a sviluppare nuove idee che, applicate in particolari situazioni, luoghi e tempi, diventano motori di sviluppo economico.
Questo e' accaduto nel caso di Taiwan negli anni '60 e nel caso del Nord Est Italiano negli anni '70. Questo accade ancora oggi nelle dinamiche economie delle citta' che si affacciano sull'Oceano Pacifico.
Raramente alcuna crescita economica e stata sviluppata da contributi pubblici rivolti a pioggia al mondo della ricerca. In Unione Sovietica, si sono sviluppate straordinarie competenze nel campo della ricerca nucleare, ma tale ricerca e' andata a rivolgersi per lo piu' alla produzione bellica e non si e' evoluta da essa. 
Spesso le innovazioni sono piccole, quasi insignificanti, esse si ritrovano nel mondo della produzione e con essa continuamente interagiscono senza che vi sia il bisogno di un contributo dallo Stato o di un costoso centro di ricerca finanziato da una grande multinazionale. 
Non sto dicendo che tali soldi siano sempre spesi male, ma che l'innovazione e l'improvvisazione colgono il loro apice quando sono in parte dettati da necesssita' produttive contingenti e portate avanti da persone che sanno applicare idee a pratica.
Come fare ad instillare qualche seme di genialita' applicata? Come spingere le persone ad interessarsi di tecnologia e a "sporcarsi" almeno un po' le mani attraverso il processo di innovazione e produzione? 
San Francisco e la sua area metropolitana hanno generato scintille di innovazione grazie ai suoi improvvisatori e innovatori. Tali imporvvisatori erano in genere ragazzini che provavano nuovi macchinari nel loro garage o dietro i banchi di scuola. E' il caso di Steve Jobs e di Steve Wozniak che iniziarono la rivoluzione del PC dal loro garage, e di Sergey Brin e Larry Page che hanno ideato gli algoritmi di Google mentre erano ancora a scuola. 
A San Francisco si e' trovata una risposta alla domanda di nuove inventzioni con una fiera chiamata Maker Faire, dove si pagano $25 per partecipare ad un evento di creativita' di gruppo dove si gioca con micro-chip e transistors per creare nuovi strumenti elettronici. Alcuni di questi strumenti sono poco piu' che giocattoli, ma altri potrebbero diventare i telefoni cellulari, i PC o i robot del futuro. Il festival è un raduno di "secchioni", ma in più ha il gusto del "fai da te", l'aggiunta di scienziati casalinghi, di pensatori, di artisti e di artigiani. Quest'anno i loro progetti elettronici includono robot sputa-fuoco, computers indossabili, stampanti tridimensionali e torte motorizzate (anche se non mi è ben chiaro cosa siano).
Tutti sono incoraggiati a sporcarsi le mani costruendo i propri circuiti elettrici, creare nuovi articoli tecnologici e lanciare i loro razzi. Questo è il terzo anno della Maker Faire. Lo scorso anno vi parteciparono più di 40,000 persone e più di 20,000 persone hanno partecipato ad un simile evento in Texas.
L'idea di giocare con la tecnologia in un modo così nuovo può sembrare quasi superflua. Ma questo è il sale dell'innovazione, almeno secondo il parere di Tim O'Reilly, fondatore di O'Reilly Media, una società editoriale che pubblica le riviste Make e Craft. O'Reilly è un guru della tecnologia ed e' stato l'inventore del termine Web 2.0 che cattura la tendenza di creare maggiore interattività, nello scambio di informazioni e nella collaborazione tra Internauti.
I computers, i chip, i sensori e gli altri componenti elettronici non sono mai stati così a buon mercato. Questo significa che i vari gadgets ad alta tecnologia stanno diventando beni usa e getta. Quindi possono essere smontati e riutilizzati per costruire cose nuove. Una vecchia macchina fotografica digitale, ad esempio, può essere collegata ad un aquilone per fare fotografie dall'alto, oppure, se l'aquilone si collega ad un navigatore satellitare ed ad altri dispositivi, si puo' creare un aquilone automatico, che voli senza il controllo dell'uomo.
Inoltre, Internet sta aiutando persone di tutto il mondo a scambiarsi informazioni sui loro progetti. Siti web come Instructables.com e wiki-How.com sono diventati popolari luoghi di incontro per i nuovi inventori. Essi si fanno portatori dell'ideologia dell' "open source", dove il flusso di idee innovative si scambia gratuitamente. Questo modello iniziò per gli sviluppatori di software, ma si sta rapidamente espandendo in altri campi.
Come molte altre cose che stanno accadendo a questa Fiera dell'innovazione, incoraggiano a maggiore innovatività. 
Anche se il Maker Faire e' un evento piu' diverente che utile, esso permette di instillare il seme dell'innovazione e dell'improvvisazion, che portano crescita e succeso economico; se l'improvvisazione funziona, il motivo del suo successo non e' teorico, ma pratico. 
Credo che una Maker Faire che coinvolgesse giovani e inventori di ogni genere avrebbe un notevole successo anche nelle citta' Italiane.

mah...io avrei un po' di soggezione ad (ab)usare il termine di innovazione. Non mi sento un innovatore, però l'unica cosa che mi sembra di aver capito è che l'innovazione si catalizza quanto più è distribuita nel numero delle persone coinvolte.
Pertanto, vorrei essere della partita, magari ai margini, ma vorrei prima osservare e poi se ci riesco, un giorno partecipare a quest'iniziativa. Ma se potremo innovare lo scopriremo solo ex-post, così ho capito dall'economista Schumpeter quando parla di "Distruzione Creativa". Se ci fermiamo prima potremmo vedere solo la distruzione. IMHO

Se comprasti il primo personal ( Vic 20 della Commodore) negli Stati Uniti 2 mesi prima che venisse commercializzato in Italia.
Se ti sei presentato a chiedere, primo nella tua citta', il collegamento a internet quando i providers erano solo quelli dell'universita'.
Se hai messo sul tetto della tua casetta 15 pannelli fotovoltaici, e lo hai fatto 3 anni fa.
Hai diritto a considerarti una persona attenta al futuro e quindi all'innovazione.... o e' solo smisurata autostima?


Antonio Santangelo vede un buon segno nella partecipazione finora emersa. EUbuntista approva.

Intanto

se ti interessa l'innovazione nell'ambito dell'impresa sociale a settembre organizziamo un workshop sul tema.. materiali e info su www.irisnetwork.it, ciao



Le prime reazioni: 17 commenti sul blog, 27 commenti su Facebook, un Tweet, un solo link (grazie a Torino Valley) e 0 commenti su FriendFeed.

Ecco i commenti:

Dario Salvelli

Potresti spulciare tra gli spin-off di tutta Italia, anche con la differenza tra chi innova e chi invece si parcheggia in attesa di meglio.

Giuliana Guazzaroni

Segnalo il ning "Innovatori", potrebbe essere utile: http://innovatori.ning.com/

Vittorio

anch'io ti segnalo http://innovatori.ning.com
e ritengo di essere un innovatore, penso a quanto ho realizzato negli 8 anni di amministratore pubblico nella municipalità di marghera

Elvira

Volevo segnalarti l'iniziativa "Premio FORUM PA Protagonisti dell'innovazione", alla sua seconda edizione 
http://www.innovatori.forumpa.it/

Un carissimo saluto
Elvira

Andrea

Ciao, 
ti segnalo il premio all'Innovazione Amica dell'Ambiente, promosso da circa 8 anni da Legambiente e Regione Lombardia. Ci sono diversi casi interessanti, questo è il sito:
www.premioinnovazione.legambiente.org
Saluti, 
Andrea

Simone Brunozzi

Luca, io vedo l'innovazione come un "semplice" processo di miglioramento radicale.
E' difficile "scovare" esempi in Italia perchè si parla poco di innovazione, e molte delle parole spese in giro sono forse troppo esagerate.

Un piccolo aiuto, però, mi sento di dartelo: se chiedi agli italiani all'estero che fanno innovazione, loro sapranno dirti perchè non l'hanno potuta attuare in Italia, e forse ti potranno segnalare altri innovatori, in Italia o all'estero, con cui sono entrati in contatto.

antonio savarese

ciao Luca
il tuo post è intrigante e mi spinge a fare alcune riflessioni:
comincio dal titolo "Cercasi innovatori" chi dovrebbe cercare gli innovatori dovrebbe essere lo stato italiano dando il via finalmente ad una sera politica che premi il merito e la capacità di innovare.
Inoltre tu asserisci che il problema sia trovare gli innovatori dando per scontato che esistano, ne sei davvero certo? 
Il vero punto è perchè innovano? secondo me chi lo fa, lo fa solo in virtù di un possibile busines, si è perso del tutto lo spirito che ha contraddistinto nel passato tante scoperte fatte quasi sempre per caso....
Infine ti segnalo due innovatori, uno è Fabrizio Capobianco di Funambol e credo che tu già lo conosca e rappresenta bene l'assioma innovazione =business l'altro è un mio collega Vincenzo che oggi a tavola mi raccontava che stava progettando un antifurto per la sua nuova casa basato su nuove tecnologie sw , questo rappresenta bene la mia idea di innovazione ovvero usare le competenze acquisite e reinventarle per creare qualcosa di nuovo.

Emanuele

Sono venuto a Perugia mosso dalla stessa problematica, ti accennai che sarebbe stato interessante, oltre che entusiasmante, poter organizzare una serie di incontri che elicitassero la consapevolezza del tema. Con un pò di sarcasmo ti dissi che tutti ne parlano ma nessuno sa cos'è, almeno è quello che si nota in molte imprese nel tessuto di Macerata.
Per quadrare il cerchio di valutare i fabbisogni competitivi con Confindustria, ho proposto di partire da un tracciato che facesse emergere quali fossero i driver informativi per innovare, i bisogni di conoscenza quindi e mi modi per sopperirli. Questo per togliere il preconcetto che omologa innovazione a tecnologia, mentre questa è un fattore strategico insieme a tanti altri: i modelli di business, organizzativi, le conoscenze dei trend, ma tutti in fondo ancillari alle idee e alla cultura che queste presuppongono per la soluzione di un problemi o il miglioramento di un beneficio se la soluzione già c'è. L'esempio portante di quanto il problema sia preminentemente di ordine culturale, lo dimostra una grossa azienda che per correttezza non cito. Le viene presentato un progetto che per costi/benefici sarebbe stata una manna dal ciele per qualsiasi investimento. Otteneva dal partner, una società di trasposti locali, una concessione a costo 0 dei propri spazi pubblicitari per un valore di circa 500.000 €. E' un progetto innovativo in Italia che rientra nella Corporate Social Responsability (solo Tesco anche se in maniera divrsa lo ha portato avanti), ma in questo caso il deterrente non è stata la novità. In consiglio di amministrazione si è eccepito che la mission del progetto toccava i punti cardine dell'impresa, che ironia della sorte sono identici, come dire non si può esternalizzare una mission perché toglie titolarità. Quindi anche se c'è innovazione, profitto e beneficio collettivo, una strategia del genere andava a ledere il modello culturale ma non per defferenza ma perché è analogo.

Per tornare al tuo quesito Luca, credo che la cultura del futuro degli innovatori sia così intrisa di complessità che è facile perdersi.
Personalmente credo sia un mix di conoscenza umanistica e scientifico. Una sociologia economica della conoscenza che osserva i progressi scientifici ma li tocca con le mani delle persone comuni.
Ovviamente quegli occhi dovrebbero sapere leggere le informazioni salienti e non il tumulto di nuovi prodotti che sono solo dadi comunicativi. 
La distruzione creatrice a là Shumpeter credo non esista più da molti anni, è tutto interdipendete e intersettoriale non solo nell'ICT ma anche nei settori ad alta creatività come la moda per esempio. 
Il progesso credo sia collegare cose e conoscenze esistenti per bisogni esistenti e non nuovi. I micropagamenti di cui si parla a parlare anche per l'editoria potrebbe esser un esempio. Ogni famiglia italiana ha un fidelity card e ogni insegna ha un operatore mobile virtuale ormai. Un euro di costo promozionale potrebbe oltre che esser sostenibile avvantaggiare tutti. Ogni famiglia si trova nella Sim, a sua volta fedelity card, le notizie al costo del quotidiano e se le scarica a casa in famiglia. Il giornale della sera, dove tutti felici e contenti commentano le notizie prima del tg. Ruggiero in Telecom hanni fa diceva che aveva 60 milioni di punti vendita. Forse tocca passare dal supermercato per averli veramente.

Linko un pensatoio dove mettono a disposizione strumenti software per fare analisi strategica di scenario. E'un progetto molto interessante perché i software permettono analisi multistakeholder che potrebbero esser utilizzati con panel di esperti, magari proprio sull'innovazione. E magari per ridurre un pò la complessità.

http://www.3ie.fr/lipsor/lipsor_uk/index_uk.htm

Marco

John Elkann, capo del capo del mio capo in una pregressa avventura editorial-pazzesca e persona squisita, da oggi pomeriggio è sicuramente un innovatore.

cristianmazz

ciao luca,
noi qui in romagna ci stiamo provando, il progetto si chiama romagna business club: www.romagnabusinessclub.com

il 23 di aprile abbiamo un evento a cui ti invito e a cui partecipano alcuni dei tuoi colleghi:

Corporate and Business Web Forum - Il web per la PMI

http://www.romagnabusinessclub.com/featured-articles/23-aprile-2009-corporate-and-business-web-forum-il-web-per-la-pmi/

L'obiettivo è creare una vera e propria impresa quindi a fine di business. Come?
fondamentalmente creando eventi per ora e diffondere la conoscenza e l'utilizzo del web ma soprattutto la nuova cultura fondendola con quella ruspante romagnola.....

Marco

Quando consegnarono la medaglia presidenziale al professor Peter F. Drucker per i suoi studi di management e per le sue riconosciute capacità di predizione e innovazione rispose semplicemente "I just look out the window and see what's visible - but not yet seen."
L'innovatore per me è questo. E' un qualcuno che vede e realizza oggi ciò che per altri nemmeno è da considerare.
Intorno a noi, nella nostra vita di tutti i giorni, nel lavoro incontriamo spesso degli innovatori e a volte nemmeno ce ne accorgiamo.
Peter Drucker (http://www.druckerinstitute.com/) è un innovatore e in sua memoria è stato anche istituito un riconoscimento che premia quelle attività no-profit che si sono distinte per la capacità di anticipare e innovare il loro settore o ambiente. 
Nel mio lavoro mi è capitato di incontrare persone che hanno questa dote. Uno di questi è Christian Carniato, fondatore di TSW, che più di 10 anni fa ha visto nel Search Engine Marketing il futuro del web. Scommessa vinta. Ma è interessante vedere cosa sta combinando nel frattempo. Una fonte inesauribile di stimoli.

Nicola

Di primo acchitto, mi viene di rispondere con un link a un progetto che mi piace molto:http://www.librino.org/ (peccato per il sito in flash)... Cito dalla presentazione:

Antonio Presti, da dieci anni, coltiva a Librino un'utopia. In questa "città-satellite" di circa 70.000 abitanti, in un territorio lasciato ai margini, privo di infrastrutture e di servizi, l'ideatore di Fiumara d'arte, "il sognatore che realizza i propri sogni"- come lo ha definito lo scrittore israeliano Meir Shalev - coltiva l'utopia della bellezza e dell'arte come forza etica. In questo spazio della contemporaneità, un non luogo che nega cittadinanza ai suoi abitanti, ha scelto d'investire sull'arte ritenendola occasione di riscatto, d'incontro, di scoperta, di gioia e di bellezza.

Guardati la Porta della Bellezza che è l'opera che stanno mettendo in piedi in questi giorni...

Nicola

Agli innovatori piace usare reti neutrali (World of ends) :-O

Laura

Luca,
Io penso di essere da sempre un'innovatrice, ma dipendente. Per noi è estremamente difficile farci notare. Si lavora nell'ombra e i risultati vengono visti come quelli delle organizzazioni da cui dipendiamo. Ma ci siamo, ci sono. Personalmente penso di aver fatto molto, nonostante si debbano sempre fare le nozze coi fichi secchi, e anche bene. Ma nessuno mi conosce. Altri, liberi e non dipendenti, possono farsi notare di più.
Ma anche noi, a libro paga di qualcuno, innoviamo.

Mauro

Il commento di Laura ha tutta la mia approvazione (e solidarietà) per essere innovatori devi essere indipendente o qualcuno non innovatore che prende decisioni per te te lo impedirà... credo che in Italia ci siano innovatori ma, spesso, purtroppo chi decide non lo è.

Asa

Il tema è affascinante. Personalmente trovo che una cosa su cui siamo carenti in Italia è la capacità di associare innovazione e sostenibilità/modello di business, e più in generale percorsi di selezione delle reali innovazioni, per distinguerle da "invenzioni" fine a se stesse. 
Credo che nòva stia facendo del suo per segnalare percorsi possibili. 
Quanto alle persone, il problema è riuscire ad avere le competenze per valutarne le potenzialità, e non è sempre facile.
Ti girerò una mail in proposito che potrebbe esserti utile

Aldo de Rossi

Le radici delle innovazioni stanno generalmente nel gioco e nella decorazione.

La metallurgia inizio' con il martellare il rame all'interno di collane e altri ornamenti molto prima che fosse utilizzata per coltelli ed armi di rame e di bronzo.

La formazione di leghe metalliche inizio' nell'ambito della gioielleria e della scultura che della produzione economica e militare.

La ruota inizio' ad essere usata in modo "frivolo"; le ruote piu' antiche a noi conosciute erano parti di giocattoli.

L'idraulica, la meccanica ed altre manifestazioni del genio umano furono sviluppate all'inizio per costruire giocattoli o come forme di intrattenimento.

Il ferro battuto fu inizalmente utilizzato per scopi decorativi nella creazione dei cancelli dei palazzi.

L'industria chimica si sviluppo' dal bisogno di colorare o decolorare i tessuti ed il vetro.

La polvere da sparo venne utilizzata prima come forma di intrattenimento per i fuochi artificiali molto prima che fosse utilizzata per scopi militare o per conquistare lo spazio con i razzi.

La prima ferrovia al mondo fu creata come forma di intratenimento a Londra.

La plastica venne dapprima utilizzata per i giocattoli e per i tasti del pianoforte come rimpiazzo a basso costo dell'avorio.

Le racchette da tennis, le mazze da golf sperimentarono le fibre di vetro e di carbonio prima degli aeroeplani.

I videogiochi al computer hanno preceduto l'uso giornaliero dei computer nello spazio lavorativo.

Il riscaldamento con i pannelli solari e' iniziato come un hobby per appassionati di fai da te.

Tutte le cose grandi nascono da cose piccole, ma le nuove piccole cose vengono sono distrutte a meno che non siano valorizzate per ragioni piu' di apprezzamento estetico che di utilita' pratica.

 

 

da facebook:

 

Patrizia Filippetti alle 13.14 del 21 aprile

bellissima domanda!
stavo appunto leggendo questo:
http://blog.debiase.com/2009/04/cercasi-innovatori.html

 

Dario De Judicibus alle 13.19 del 21 aprile

Per essere innovatori sono necessarie due condizioni: bisogna esserlo e bisogna che te lo facciano fare. In Italia la seconda manca.

 

Patrizia Filippetti alle 13.22 del 21 aprile

@dario la seconda credo che sia molto sensata

 

Titti Ruberto alle 13.29 del 21 aprile

a mio avviso Luca non ce ne sono. O se ci sono, non sono messi nella condizione di.

 

Patrizia Filippetti alle 13.34 del 21 aprile tramite Facebook Mobile

@titti benchè tutto sia possibile, si spera almeno che qualche neurone sia rimasto...forse manca altro

 

Romeo Bassoli alle 13.34 del 21 aprile

Io lavoro con i fisici delle particelle. Che vivono di progetti e innovazione, di utopie, di idee apparentementemegalomani e tecnologie che non esistono ancora. Ma non ha senso parlarne individualmente. E' una impresa giocoforza collettiva, di gruppo: sono gruppi di innovatori che trovano sponde in strutture più grandi (nazionali o europee o ... Visualizza altrocomunque internazionali) che a loro volta riescono a fare lobbing politica. Alla fine l'innovazione arriva, e come. Ma questa modalità risponde alla tua domanda?

 

Claudio Andrea Vinco alle 13.38 del 21 aprile

imho: sono quelli che stanno zitti, e se parlano lo fanno in inglese, in italiano solo ripetono.

 

Arianna Geith alle 13.40 del 21 aprile

forse c'è bisogno proprio di recuperare il valore dei sogni e delle utopie e se possibile di trovare uno spazio per questo anche all'interno delle scuole. chiedo troppo?

 

Salvatore Iaconesi alle 13.42 del 21 aprile

In realtà molti ambiti, tipo il design e la rete, offrono tantetante opportunità. Che si possono cogliere, però, assumendo nuove modalità operative, che sono assai lontane dal "non ti consentono di innovare". Perchè in realtà nessuno ti deve consentire nulla. 
Probabilmente ci sono molti "innovatori", ma pochi "imprenditori innovatori".
Chessò: io ... Visualizza altromi ci mantengo a far venire "strane idee" agli imprenditori. E così una fascia di "giovani" che "fanno cose". E che, magari, non si sentono (giustamente) vincolate ad una certa nazione per farle, o all'aspettare che "qualcuno te le faccia fare".

 

Patrizia Filippetti alle 13.48 del 21 aprile tramite Facebook Mobile

@romeo giusto appunto i grandi progetti seguono itinerari internazionali, a volte l'idea e il progetto nascono qui ma per strane dinamiche devono passare per...e dopo anni ritornare qui ..discorso lungo...quindi speriamo che si trovi presto un però , un forse per poter dire che qualcosa sta cambiando ma nella giusta direzione. A presto

 

Lucia Montauti alle 13.52 del 21 aprile

vanno cercati nei vicoli del web, chi ha veramente stoffa fa poco rumore .. almeno io la vedo così, voi?

 

Lucia Montauti alle 13.55 del 21 aprile

sai cosa sarebbe carino? far incontrare: imprenditore del web+ un creativo + un economista che pensa a nuovi modelli di business e vedere cosa ne esce ... tu che puoi, che hai mille contatti!

 

Lucia Montauti alle 13.59 del 21 aprile

scusa ... 1903 contatti :)

 

Piersergio Trapani alle 14.00 del 21 aprile

@ patrizia, secondo me non cambia nulla per un semplice motivo: chi decide e chi ha soldi non ha cultura dell'innovazinoe tantomeno di internet!

 

Lucia Montauti alle 14.02 del 21 aprile

@ persergio ... però se chi non ha cultura è costretto dagli eventi ... magari sono troppo ottimista eh?

 

Salvatore Iaconesi alle 14.08 del 21 aprile

è limitante pensare al modello "chi decide e chi ha i soldi non ha cultura dell'innovazione tantomeno di internet".
Non è vero. Ovvero: è vero parzialmente in Italia e in pochi altri posti. Manca la cultura di chi deve presentare la propria idea con un business plan, con un piano di marketing, con un piano di sviluppo e produzione. C'è troppo la ri... Visualizza altrocerca della "svolta" e di "qualcuno che te le faccia fare". Se si fanno le cose decenti, gli ascoltatori si trovano. (magari non in italia.. ma in italia non c'è nemmeno il venture capital...)

 

Roberto Marchionni alle 14.34 del 21 aprile

Mi trova perfettamente d'accordo.
limitando il mio contributo alla pubblicità, leggete questo link:http://adage.com/agencynews/article?article_id=135438
Advertising Age è la bibbia della pubblicità mondiale

 

Lucia Predolin alle 14.41 del 21 aprile

alcuni del mio settore saranno a Bilbao questo venerdì per essere premiati!http://www.startup2.eu/

 

Riccardo Sorrentino alle 14.43 del 21 aprile

Luca, perché quando parli di innovazione, come esempi citi "Distruzione creatrice", "Progresso tecnico" e "Rottura radicale"? O la continuità del progresso, quindi, o la discontinuità, il salto in qualche modo violento e brusco. L'innovazione non può essere semplicemente intepretata come "differenza" (ovviamente qualificata, non superficiale)?
La ... Visualizza altrocultura dell'innovazione non è "semplicemente" - ma mai semplicità fu così complessa - la cultura della differenza (anche nel senso filosofico del termine)?

 

Elvira Zollerano alle 15.15 del 21 aprile

posso segnalarti questa iniziativa di FORUM PA, alla sua seconda edizione?
http://www.innovatori.forumpa.it/

 

Romeo Bassoli alle 15.16 del 21 aprile

@patrizia. I percorsi di sviluppo dei progetti hanno strade che spesso sono obbligate dalle dimensioni. Una macchina per studiare delle particelle chiamate mesoni costa qualche milione di euro. Ma poi si fa. E si porta dietro una enorme innovazione dei dispositivi più vari, da quelli elettronici a quelli ottici, dal software per il trattamento dati alla molatura di lenti e cristalli. I protaginisti di questi prcessi io li chiamo innovatori...

 

Patrizia Filippetti alle 16.59 del 21 aprile tramite Facebook Mobile

@romeo certo che si per fortuna! In ambito scientifico e in altri settori ...ma credo che la domanda di luca vada cercando altre risposte.a presto @lucia mi è piaciuta la tua risposta, sarebbe davvero interessante vedere come diverse professionalità riescano a wikicooperare e partecipare ;) innovativo potrebbe essere l'incontro: la nuova società del sapere.a presto

 

Dario De Judicibus alle 17.00 del 21 aprile

@Salvatore Puoi fare anche il business plan più robusto che vuoi, ma senza banche d'affari che ti trovano i finanziatori è tempo perso. Da noi questo meccanismo manca, mentre invece esiste negli USA.

 

Dario De Judicibus alle 17.01 del 21 aprile

@Elvira Ci vediamo al Forum PA... dove terrò una lecture sui mondi virtuali, allora.

 

Dario De Judicibus alle 17.06 del 21 aprile

Recentemente in un convegno a cui ero invitato come relatore, si è parlato di innovazione. A chi mi ha chiesto quando si verifica un'innovazione in una società, ho risposto che sono necessarie si realizzino tre condizioni:

1. qualcuno deve avre un'idea (davvero) innovativa, ovvero non semplicemente evolutiva
2. l'idea deve essere fattibile sia sul piano realizzativo che su quello economico
3. la società deve essere disposta ad accettare il cambiamento culturale che inevitabilmente comporta un'idea davvero innovativa... Visualizza altro

Ad esempio, le ali di Leonardo avrebbero potuto forse funzionare con i materiali leggeri giusti, come l'alluminio e il kevlar. Analogamente, molte idee sono rimaste nel cassetto perché, seppure realizzabili, imponevano un cambiamento concettuale non realizzabile al loro tempo.

 

Dario De Judicibus alle 17.09 del 21 aprile

@Lucia Tre anni fa sviluppai un'idea detta città accessibile che partiva da un concetto che molti hanno osteggiato, e cioè che in qualche modo «siamo tutti disabili... Visualizza altro». Da lì avevo sviluppato una visione di una città che si comportasse come un enorme computer vivente, ovvero con il quale si potesse interagire come un avatar fa con un mondo virtuale. Da qualche mese stiamo lavorando a una prima architettura per realizzarla ma non abbiamo trovato ancora il comune disposto a fare da pilota. Forse potremo riuscirci a Vicenza, ma ne dobbiamo parlare a Settembre. Come vedi ci si prova a fare innovazione ma devi mettere intorno a un tavolo troppe teste perché si decida qualcosa. Ci vuole tempo...

 

Elvira Zollerano alle 17.27 del 21 aprile

@Dario: sicuramente :)


Salvatore Iaconesi alle 9.45 del 24 aprile

-->Dario: ... è ovvio che mi serva la banca d'affari o il capitalista col cilindro, no? Come è ovvio che il venture capital in italia sia merce più che rara. quello che non è ovvio è: perchè st'ostinazione con l'Italia?
io sostenevo proprio il contrario: via da qui, che è un postaccio! Anche le cose più innvative assumono un tono grottesco quando vengono implementate da 'ste parti.
Fuori, in più di un posto, son stato sempre assai meglio: tirato su imprese, trovato persone pronte ad sudiare opportunità... e, tra l'altro, ho sempre trovato anche un sacco di stupendi italiani felici di essere stati "innovativi" all'estero ;)

 

twitter

Aless_Zaccuri@lucadebiase innovazioni strettamente tecnologiche? o di qualsiasi altro tipo?


update da facebook


Simona Vogliano loro sono innovatori, italiani e stanno facendo cose pazzesche all'estero mentre in italia le amministarzioni decidono se è il caso di puntare su un'idea vincente e lasciano bruciare boschi, franare montagne, crollare dighe, esondare fiumi...
http://www.ireport.com/docs/DOC-247276

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2 Comments

Premessa
Innovazione potrebbe essere definita come quella particolare capacità di individuare rapide risposte al rapido mutare delle condizioni di ambiente.
L'innovatore ha una naturale predisposizione a guardare avanti.
L'innovazione non è in sé un valore. Possiamo considerarla un modus che riguarda i comportamenti.
Il modus dell'innovazione viene poi "sottomesso" a fini economici, sociali, politici,relazionali.
Potremo pensare all'atto dell'innovazione come un atto di equilibrio, un'attività continua di "registrazione" nel senso di messa a punto dei nostri "registri".
Quel rapporto/latenza che fa stare in equilibrio le nostre caratteristiche, capacità competenze aspirazioni con il dinamico e complesso ambiente.

Il mio contesto.

Insieme ad altri 18 soci abbiamo costruito una cooperativa che si occupa di sw e processi.
Nel mondo delle imprese la complessità delle risposte richiede sforzo nella produzione sociale della conoscenza
Proprio in questi giorni sto cercando di mettere intorno ad un tavolo un gruppetto di imprese con l'unico obiettivo di dialogare, discutendo ognuno delle proprie buone pratiche.
Impresa difficile.
Sto cercando anche di stimolare un pò di dibattito sul nostro sito.

Uno stralcio dell'ultimo post pubblicato sul nostro sito.

Vendere e produrre dopo aver "inventato" qualcosa: in estrema sintesi sono le cose che fanno le imprese.
Ne parlavo qualche settimana fa un imprenditore nostro cliente che non cito per diritto di privacy. Se vuole lo farà lui commentando questo post.

1. Vendere.
Sul fronte commerciale le singole imprese che possono permetterselo fanno qualcosa,spesso da sole.
Dal nostro piccolo osservatorio notiamo un piccolo boom del commercio elettronico.
Le imprese si affidano al Web cercando di aprire un nuovo canale per incrementare le vendite, la qualità dei propri processi interni ed il servizio al cliente.
Sul fronte commerciale mi è capitato di imbattermi in iniziative di collaborazione per mettere fattor comune le risorse commerciali (genericamente intese).
Fare qualcosa in collaborazione ad altri imprese per "vendere di più".

Rimane una domanda.
Lo sforzo per "vendere insieme" trova un paragonabile impegno per "inventare insieme" qualcosa e poi "produrre insieme" ?
In fondo i nostri clienti ci chiedono innovazione!

2. Innovazione e produzione
Qui, le cose non vanno meno bene.
Se ogni tanto si riscontrano sforzi consortili per vendere è difficile trovare idee per fare "innovazione condivisa" .
Lo spirito di innovare non manca alla PMI.
Manca invece l'idea che sia utile "rinunciare" ad un pezzo di proprietà di un prodotto o di una tecnologia per acquistare innovazione e valore per il cliente.
Non so quanti sono a conoscenza del fatto che la Fiat 500 e la Ford Kaa sono costruite nello stesso stabilimento ed hanno il 90% delle componenti in comune.
Pensate al vantaggio della ricerca e sviluppo!!
Se le imprese talvolta provano a collaborare per vendere, quasi mai ci provano per "produrre". Le PMI dovrebbero fare qualche sforzo in più per abbandonare la cultura della proprietà pensando ai bisogni dei propri clienti condividendo investimenti in ricerca e sviluppo.

La crisi può essere un opportunità per ripensare i nostri vecchi modelli culturali?

L'imprenditore di cui sopra pensa che nelle imprese vi siamo ancora troppi imprenditori con la cultura del padrone!

Non sarò imparziale ma a leggere certe risposte, non sembra affatto il dibattito strutturato con ammiragli del calibro di Assolombarda e Bocconi abbia elicitato granché.

http://www.b2b24.ilsole24ore.com/articoli/0,1254,24_ART_98275,00.html?lw=24;1

Comincio ad esser dell'idea che on line sia molto più proficuo per peculiaritàdel mezzo. Se venisse strutturato e organizzato con modalità opportune, avrebbe tutt'altri risvolti.



Olli-Pekka Kallasvuo

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Tra poco, un'intervista con Olli-Pekka Kallasvuo, il presidente della Nokia. Milioni di domande in testa. Chissà se è una persona che risponde. In fondo, è questa la domanda delle domande: la Nokia è un'azienda che ascolta le domande e risponde?

Second life > Facebook > Blerp...

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L'idea è incontrare altra gente e scambiarsi messaggi veloci. Ma non in un ambiente chiuso come Second Life. E neppure in una piattaforma di comunicazione come Facebook. Ci si trova in giro sul web, sui siti preferiti o nei vari mondi della rete aperta. Si usa un software gratuito e che non richiede particolari download. Sono avatar-widget...

Interessante. Per chi ha tempo di usarla. E può essere divertente. Ma apre a un nuovo, nuovo strato di complessità nella vita quotidiana. E vabbè... Lamentarsi di questo è inutile.

L'azienda è RocketOn. Il nuovo prodotto è Blerp. La segnalazione è su VentureBeat.

Padova: Forum ricerca e innovazione

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Oggi all'università di Padova, il Forum ricerca e innovazione

FastTech / Stanza, Vine, Firefox

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Amazon compra Stanza. Probabilmente la versione iPhone di Kindle non andava abbastanza bene. E Stanza era già il programma per leggere libri più diffuso sull'iPhone. Ma sta di fatto che Amazon ha tagliato i tempi e ha comprato Stanza. Non si sa per quanto.

Microsoft lancia Vine. A Seattle, la Microsoft lancia Vine, un nuovo servizio di comunicazione e informazione sociale iperlocale personalizzato. L'interfaccia è fondamentalmente una mappa, i messaggi appaiono nel punto dal quale sono inviati, possono essere letti con un widget sul pc o con un cellulare. Può essere usato da famiglie, associazioni, notiziari locali...

Firefox beta 3.5. Una prova della beta di Firefox 3.5 rilasciata lunedì su Silicon.com. Java più veloce, acceleratore degli scambi di dati tra server e browser, suppporto per tag per audio e video, browsing privato per non lasciare tracce sul proprio computer mentre si naviga, e altro. Qualche problema con Gmail.

Disinformazione suina su Twitter

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Foreign Policy lamenta la disinformazione che si è diffusa su Twitter in merito alla febbre suina.

E' un buon caso che consente di ripetere una banalità che però si dimentica facilmente: Twitter non è un giornale... E' una piattaforma nella quale le persone scrivono quello che vogliono. Di solito le loro emozioni. O le loro opinioni. Qualche volta le loro informazioni.

Per i giornali, Twitter è una piattaforma da imparare non un concorrente da temere.

I nostri politici dicono che la crisi è quasi risolta. Anche perché sanno che il primo fattore che può agire a favore del suo superamento è il recupero di una certa fiducia nel futuro. Se si ha fiducia, le famiglie possono consumare invece di lottare per risparmiare qualcosa; e le aziende possono investire invece di pensare solo a tagliare. 

Ma la fiducia può essere basata su un abbaglio, una manipolazione della realtà o su dati di fatto. E se è un abbaglio o una manipolazione della realtà, una volta smascherato provoca sfiducia ancora più profonda. Il famoso cinismo-scetticismo italiano, in fondo, è anche il risultato di una lunga serie di illusioni e delusioni, abbagli e manipolazioni.

L'approccio dovrebbe essere orientato a rigenerare la fiducia in base a dati di fatto e concentrato sulla costruzione di un racconto del futuro capace di far leva sull'esperienza vera delle persone, di provocare negli spiriti attivi la voglia di rimboccarsi le maniche e raggiungere un obiettivo. Dire solo che tutto va già di nuovo bene non basta.

Parlare di scenario e di strategia.

1. Scenario. La crisi non è per nulla superata. Il miglioramento fondamentale che è stato raggiunto consiste nel fatto che le banche hanno di nuovo fiato per prestarsi denaro tra loro e per prestarne alle aziende. Ma quel denaro deriva dal governo americano (e un po' di altri paesi). E quel denaro provocherà distorsioni come: inflazione, aumento del debito pubblico, sviluppo delle attività imprenditoriali basate sulla spesa pubblica. In pratica i disastrosi comportamenti dei banchieri saranno pagati da: consumatori, risparmiatori, generazioni future, imprenditori che sanno stare sul mercato e si troveranno superati dagli imprenditori che sanno stare nelle anticamere dei politici. 

L'Economist sostiene che il recente recupero delle borse è probabilmente ingannevole. Un aumento - anche del 20% - della borsa può avvenire anche nel corso di una durissima recessione. Perché se i bistecchieri della borsa raccontano una storia positiva, trovano qualcuno del parco buoi che li ascolta e investe, solo per scontrarsi dopo un po' con la realtà. E' già successo diverse volte nel corso di questa recessione. E sta di succedendo ancora.

Piaccia o non piaccia, è interessante il discorso di Jacques Attali, in La crisi e poi?: dice che il mercato è capace di molte cose salvo che di darsi delle regole. E per conseguenza il fallimento recente del mercato, in assenza di una strategia democratica sufficiente a governarlo, è stato molto profondo. Anche se ci sono segnali di miglioramento, la recessione o la crisi sarà lunga. Solo un approccio strategico può servire a uscirne migliori.

2. Strategia. L'innovazione, radicale o moderata che sia, è l'unica strada che possono seguire le persone che non stanno ad aspettare che i governi o che i capitalisti diventino saggi. Sono le persone che non si concentrano sulla spartizione delle risorse che ci sono ma sulla creazione di nuove risorse. Che non combattono per la suddivisione del territorio che c'è ma vanno alla ricerca di nuovi territori e di nuove frontiere. Scientifiche, tecnologiche, creative.

(Nelle retrovie possono e devono arrivare buone notizie. Ma non ci si deve illudere che nelle retrovie succedano cose decisive. Si può ammettere che l'approccio di Marchionne è un esempio positivo. E che certe decisioni di prudenza di bilancio italiane siano state un sollievo. Ma non cambiamo il mondo aspettando che questo genere di buone notizie ci riempiano i telegiornali). 

Questo è il senso identitario che condividono le persone che percorrono le tante diverse vie dell'innovazione. I commenti e i contributi alla ricerca si continuano ad arricchire.


dai, pecco un po' di immodestia :)

innovatori? RomaEuropaFAKEFactory!
http://www.romaeuropa.org

un concorso creato detournando un altro concorso, per criticarne l'approccio alla proprietà intellettuale.

Il FAKEFactory, presentato in senato il 20 Marzo 2009, è diventato un evento ufficiale dell'anno della creatività e dell'innovazione della comunità europea e, adesso, si accinge a diventare lo stimolo che porterà alla creazione di un tavolo per le culture digitali presso la commissione cultura del senato.

In tutto questo, l'ecosistema che si è creato attorno al concorso si è autonomamente attivato a sperimentare diversi modelli economici basati sulla rete, per la gioia degli oramai 70+ partner a livello globale.

A maggio un grande evento a Roma, e a Ottobre un evento in contemporanea tra Roma, Londra e New York.

Nel frattempo il concorso "originario" ha cambiato la sua policy sul diritto d'autore :)


per chi fosse interessato: il concorso ha anche una sezione assai particolare, quella della "Law Art". In questa, avvocati, giuristi e appassionati di proprietà intellettuale sono invitati a realizzare opere creative remixando testi giuridici, col fine di creare la "legge perfetta" sul diritto d'autore. :)

innovate! ciaociao

Ciao Luca, mi permetto di segnalarti il nuovo sito che abbiamo ideato per l'agenzia di comunicazione di cui sono direttore creativo associato interactive, si tratta del primo esempio italiano dell'utilizzo di Facebook Connect per il sito di un agenzia di comunicazione relazionale. Sul nostro canale youtube, anch'esso accessibile dal sito, troverai inoltre alcune case history video di progetti di comunicazione innovativi ideati e realizzati per i nostri clienti negli ultimi 3 anni. Tra questi c'è il primo esempio di viral marketing italiano che abbiamo ideato per il brand Simmenthal, il blog più alto del mondo tenuto in tempo reale dall'alpinista estremo Simone Moro durante le sue missioni over 8000 ideato per Canon, le prime operazioni italiane social media su MySpace per Regione Trentino e Sony Ericsson, il primo facebook social game italiano per Wilkinson, la prima "asta creativa" su eBay e molti altri. Alcune di queste operazioni hanno anche ottenuto riconoscimenti a concorsi creativi internazionali come il New York Festivals ma purtoppo non hanno avuto visibilità oltre i canali mediatici di settore. Nel nostro ambito speriamo dunque di aver portato innovazione e ogni giorno cerchiamo di portare la comunicazione e la creatività italiana un passo oltre.

ecco i link:
www.rmgconnect.it
www.youtube.com/rmgconnectitalia

Vorrei commentare due cose veloci:

1. Suggerisco ai tanti che segnalano le loro iniziative "innovative" di non essere troppo "markettari". Da lettore interessato alla conversazione mi sto scocciando, e purtroppo ottenete l'effetto di scacciarmi dai vostri URL :)

2. Luca, la conversazione ha bisogno di essere organizzata in qualche modo. Immagino che per il momento tu ti stia limitando a riportare quanto detto finora (che è già utile, piuttosto che spulciarsi tre/quattro post), ma secondo me, per non "sprecare" questa energia che si è creata, dovrei darti subito da fare per canalizzare tutto in un modo più... organico.

3. Se fate il "solito" evento a Milano per parlarne, fate in modo che ci sia davvero modo di partecipare anche online... (oppure fatelo il 7 maggio sera, così ci sono anche io :-P).

c'è il 21 con l'ExperienceCamp e il 22 e il 23 Maggio come occasioni utile per fare il 'solito' evento...

E' bellissimo perchè sembriamo tutti alla ricerca del Santo Graal.
Alcuni di noi si sentono perfino una sorta di Templari, io per primo, ben inteso!
Ma se alla fine riflettiamo senza tentare di dimostrare che l'attività di business che stiamo svolgendo è "In-Nova Compliant" bensì crediamo semplicemente che il mondo non debba adeguarsi eternamente a certe regole, usi e costumi che non sempre hanno creato valore ma in certi casi hanno generato catastrofi (banalmente, il periodo di emme che stiamo vivendo ora), allora molte idee che fino ad oggi rimangono nella sfera dell'eresia, potrebbero finalmente concretizzarsi e migliorare certamente molti aspetti della nostra vita quotidiana. Chi ad esempio non crede che certe aree della nostra penisola siano tenute volutamente oscurate dalla banda larga con fini ben precisi? Provate ad uscire dai grandi centri urbani e dalle aree industriali e provate ad utilizzare i vostri strumenti per accedere alla Rete. Riscoprirete il fascino di navigare solo su siti web puramente testuali. Innovare significa in questo caso abbattare definitivamente il digital divide attingendo senza remore a tutte le risorse già ampiamente testate e pronte all'uso. Peccato che in virtù dei costi di struttura che nessuno vorrebbe assumersi, ci sia ancora tanta gente che viene tenuta lontana da questo blog e dai miliardi di informazioni in Rete.
Innovare significa non temere ripercussioni del mondo finanziario qualora una scoperta possa migliorare la qualità della vita: le auto elettriche o a idrogeno, progetti rigorosamente rallentati per non stravolgere delicatissimi equilibri di cui tutti siamo ben consci.
Innovare significa anche cambiare le proprie abitudini e lasciarsi aiutare senza grandi esitazioni dalla tecnologia: la video conference è un esempio su tutti. Vogliamo provare a mettere insieme il valore economico di un solo giorno di trasporto nel mondo per recarsi ad appuntamenti/riunioni fuori sede? Della video conferenza si parla da tanti anni ma assistiamo inermi ad uno scarso utilizzo.
Innovare vuol dire anche cambiare i paradigmi di comunicazione e avere il coraggio, ad esempio, di confrontarsi con il pubblico in maniera aperta; aprirsi ai suggerimenti dei consumatori, accettare le critiche come se fossero parte integrante al costante miglioramento del prodotto. Neanche l'interattività di Internet ad oggi è stata al centro di questo cambiamento epocale.
Insomma, per innovare in prima istanza occorre una predisposizione personale ad accettare grandi trasformazioni e grandi cambiamenti di abitudini consolidate... essere innovatore, innovabile o già innovato fa parte di uno stile di vita... chi vuole appartenervi?


H-Farm è una realtà innovatva ve sè stessa, che ha l'obiettivo di scovare idee innovative per aiutarle a svilupparsi e produrre nuovi business.

Luca,
secondo me potresti organizzare una cosa del genere: un "evento" online, della durata di due ore, su Friendfeed/twitter, dedicato ad una discussione sull'innovazione in Italia.
Primo, sarebbe un buon segno per dimostrare che si parla di innovazione... facendo innovazione :)
Secondo, potresti raccogliere molti contributi da gente diversa.
Terzo: sarebbe ottimo creare un evento parallelo, o successivo, in lingua inglese, coinvolgendo persone anche al di fuori della ristretta cerchia italiana.

Ultimo breve commento: sono stufo di sentire persone che si chiedono "dov'è l'innovazione in Italia"? L'innovazione c'è sicuramente, il problema è che semmai non ha gli strumenti per essere realizzata. Lo dimostra l'alta considerazione che all'estero hanno di noi, sia tecnicamente che in termini di inventiva e iniziativa.

Fammi sapere se l'idea dell'evento online ti sembra intelligente.
Ripeto questo commento sul mio blog, spero porti qualche visita e contributo in più :)

Bella l'idea di un incontro! Sarebbe interessante creare un evento "aperitivo innovativo" dove persone interessate ad esserlo ne incontrano altre e ne discutono. L'evento potrebbe essere trasmesso in streaming, con un sistema di chat o FriendFeed per le persone che lo vogliono seguire da casa.

(2gg fa si è verificato la stessa cosa ad un lancio di un portale tripwolf a cui ho partecipato, ma la cosa è stata involontaria)

che ne pensate?

Credo che quela di Simone sia un'idea bellissima e con molte potenzialita'.

Sono d'accordo con chi dice che l'innovazione, o meglio gli innovatori, in Italia ci sono ma (purtroppo) non riescono ad emergere. Io credo che il problema sia (ancor prima che nella mancanza di risorse) nella "dispersione" e nell'isolamento in cui molte iniziative di innovazione avvengono.

Quindi un evento del genere potrebbe diventare un catalizzatore di attenzione e relazioni tra gli innovatori, no?

L'innovazione e' una scintilla che provocano crescita tecnologica ed economica. Quando gli uomini si ritrovano a vivere, produrre e consumare in economie cittadine vibranti, spesso riescono a sviluppare nuove idee che, applicate in particolari situazioni, luoghi e tempi, diventano motori di sviluppo economico.
Questo e' accaduto nel caso di Taiwan negli anni '60 e nel caso del Nord Est Italiano negli anni '70. Questo accade ancora oggi nelle dinamiche economie delle citta' che si affacciano sull'Oceano Pacifico.
Raramente alcuna crescita economica e stata sviluppata da contributi pubblici rivolti a pioggia al mondo della ricerca. In Unione Sovietica, si sono sviluppate straordinarie competenze nel campo della ricerca nucleare, ma tale ricerca e' andata a rivolgersi per lo piu' alla produzione bellica e non si e' evoluta da essa. 
Spesso le innovazioni sono piccole, quasi insignificanti, esse si ritrovano nel mondo della produzione e con essa continuamente interagiscono senza che vi sia il bisogno di un contributo dallo Stato o di un costoso centro di ricerca finanziato da una grande multinazionale. 
Non sto dicendo che tali soldi siano sempre spesi male, ma che l'innovazione e l'improvvisazione colgono il loro apice quando sono in parte dettati da necesssita' produttive contingenti e portate avanti da persone che sanno applicare idee a pratica.
Come fare ad instillare qualche seme di genialita' applicata? Come spingere le persone ad interessarsi di tecnologia e a "sporcarsi" almeno un po' le mani attraverso il processo di innovazione e produzione? 
San Francisco e la sua area metropolitana hanno generato scintille di innovazione grazie ai suoi improvvisatori e innovatori. Tali imporvvisatori erano in genere ragazzini che provavano nuovi macchinari nel loro garage o dietro i banchi di scuola. E' il caso di Steve Jobs e di Steve Wozniak che iniziarono la rivoluzione del PC dal loro garage, e di Sergey Brin e Larry Page che hanno ideato gli algoritmi di Google mentre erano ancora a scuola. 
A San Francisco si e' trovata una risposta alla domanda di nuove inventzioni con una fiera chiamata Maker Faire, dove si pagano $25 per partecipare ad un evento di creativita' di gruppo dove si gioca con micro-chip e transistors per creare nuovi strumenti elettronici. Alcuni di questi strumenti sono poco piu' che giocattoli, ma altri potrebbero diventare i telefoni cellulari, i PC o i robot del futuro. Il festival è un raduno di "secchioni", ma in più ha il gusto del "fai da te", l'aggiunta di scienziati casalinghi, di pensatori, di artisti e di artigiani. Quest'anno i loro progetti elettronici includono robot sputa-fuoco, computers indossabili, stampanti tridimensionali e torte motorizzate (anche se non mi è ben chiaro cosa siano).
Tutti sono incoraggiati a sporcarsi le mani costruendo i propri circuiti elettrici, creare nuovi articoli tecnologici e lanciare i loro razzi. Questo è il terzo anno della Maker Faire. Lo scorso anno vi parteciparono più di 40,000 persone e più di 20,000 persone hanno partecipato ad un simile evento in Texas.
L'idea di giocare con la tecnologia in un modo così nuovo può sembrare quasi superflua. Ma questo è il sale dell'innovazione, almeno secondo il parere di Tim O'Reilly, fondatore di O'Reilly Media, una società editoriale che pubblica le riviste Make e Craft. O'Reilly è un guru della tecnologia ed e' stato l'inventore del termine Web 2.0 che cattura la tendenza di creare maggiore interattività, nello scambio di informazioni e nella collaborazione tra Internauti.
I computers, i chip, i sensori e gli altri componenti elettronici non sono mai stati così a buon mercato. Questo significa che i vari gadgets ad alta tecnologia stanno diventando beni usa e getta. Quindi possono essere smontati e riutilizzati per costruire cose nuove. Una vecchia macchina fotografica digitale, ad esempio, può essere collegata ad un aquilone per fare fotografie dall'alto, oppure, se l'aquilone si collega ad un navigatore satellitare ed ad altri dispositivi, si puo' creare un aquilone automatico, che voli senza il controllo dell'uomo.
Inoltre, Internet sta aiutando persone di tutto il mondo a scambiarsi informazioni sui loro progetti. Siti web come Instructables.com e wiki-How.com sono diventati popolari luoghi di incontro per i nuovi inventori. Essi si fanno portatori dell'ideologia dell' "open source", dove il flusso di idee innovative si scambia gratuitamente. Questo modello iniziò per gli sviluppatori di software, ma si sta rapidamente espandendo in altri campi.
Come molte altre cose che stanno accadendo a questa Fiera dell'innovazione, incoraggiano a maggiore innovatività. 
Anche se il Maker Faire e' un evento piu' diverente che utile, esso permette di instillare il seme dell'innovazione e dell'improvvisazion, che portano crescita e succeso economico; se l'improvvisazione funziona, il motivo del suo successo non e' teorico, ma pratico. 
Credo che una Maker Faire che coinvolgesse giovani e inventori di ogni genere avrebbe un notevole successo anche nelle citta' Italiane.

mah...io avrei un po' di soggezione ad (ab)usare il termine di innovazione. Non mi sento un innovatore, però l'unica cosa che mi sembra di aver capito è che l'innovazione si catalizza quanto più è distribuita nel numero delle persone coinvolte.
Pertanto, vorrei essere della partita, magari ai margini, ma vorrei prima osservare e poi se ci riesco, un giorno partecipare a quest'iniziativa. Ma se potremo innovare lo scopriremo solo ex-post, così ho capito dall'economista Schumpeter quando parla di "Distruzione Creativa". Se ci fermiamo prima potremmo vedere solo la distruzione. IMHO

Se comprasti il primo personal ( Vic 20 della Commodore) negli Stati Uniti 2 mesi prima che venisse commercializzato in Italia.
Se ti sei presentato a chiedere, primo nella tua citta', il collegamento a internet quando i providers erano solo quelli dell'universita'.
Se hai messo sul tetto della tua casetta 15 pannelli fotovoltaici, e lo hai fatto 3 anni fa.
Hai diritto a considerarti una persona attenta al futuro e quindi all'innovazione.... o e' solo smisurata autostima?


Antonio Santangelo vede un buon segno nella partecipazione finora emersa. EUbuntista approva.

Intanto

se ti interessa l'innovazione nell'ambito dell'impresa sociale a settembre organizziamo un workshop sul tema.. materiali e info su www.irisnetwork.it, ciao



Le prime reazioni: 17 commenti sul blog, 27 commenti su Facebook, un Tweet, un solo link (grazie a Torino Valley) e 0 commenti su FriendFeed.

Ecco i commenti:

Dario Salvelli

Potresti spulciare tra gli spin-off di tutta Italia, anche con la differenza tra chi innova e chi invece si parcheggia in attesa di meglio.

Giuliana Guazzaroni

Segnalo il ning "Innovatori", potrebbe essere utile: http://innovatori.ning.com/

Vittorio

anch'io ti segnalo http://innovatori.ning.com
e ritengo di essere un innovatore, penso a quanto ho realizzato negli 8 anni di amministratore pubblico nella municipalità di marghera

Elvira

Volevo segnalarti l'iniziativa "Premio FORUM PA Protagonisti dell'innovazione", alla sua seconda edizione 
http://www.innovatori.forumpa.it/

Un carissimo saluto
Elvira

Andrea

Ciao, 
ti segnalo il premio all'Innovazione Amica dell'Ambiente, promosso da circa 8 anni da Legambiente e Regione Lombardia. Ci sono diversi casi interessanti, questo è il sito:
www.premioinnovazione.legambiente.org
Saluti, 
Andrea

Simone Brunozzi

Luca, io vedo l'innovazione come un "semplice" processo di miglioramento radicale.
E' difficile "scovare" esempi in Italia perchè si parla poco di innovazione, e molte delle parole spese in giro sono forse troppo esagerate.

Un piccolo aiuto, però, mi sento di dartelo: se chiedi agli italiani all'estero che fanno innovazione, loro sapranno dirti perchè non l'hanno potuta attuare in Italia, e forse ti potranno segnalare altri innovatori, in Italia o all'estero, con cui sono entrati in contatto.

antonio savarese

ciao Luca
il tuo post è intrigante e mi spinge a fare alcune riflessioni:
comincio dal titolo "Cercasi innovatori" chi dovrebbe cercare gli innovatori dovrebbe essere lo stato italiano dando il via finalmente ad una sera politica che premi il merito e la capacità di innovare.
Inoltre tu asserisci che il problema sia trovare gli innovatori dando per scontato che esistano, ne sei davvero certo? 
Il vero punto è perchè innovano? secondo me chi lo fa, lo fa solo in virtù di un possibile busines, si è perso del tutto lo spirito che ha contraddistinto nel passato tante scoperte fatte quasi sempre per caso....
Infine ti segnalo due innovatori, uno è Fabrizio Capobianco di Funambol e credo che tu già lo conosca e rappresenta bene l'assioma innovazione =business l'altro è un mio collega Vincenzo che oggi a tavola mi raccontava che stava progettando un antifurto per la sua nuova casa basato su nuove tecnologie sw , questo rappresenta bene la mia idea di innovazione ovvero usare le competenze acquisite e reinventarle per creare qualcosa di nuovo.

Emanuele

Sono venuto a Perugia mosso dalla stessa problematica, ti accennai che sarebbe stato interessante, oltre che entusiasmante, poter organizzare una serie di incontri che elicitassero la consapevolezza del tema. Con un pò di sarcasmo ti dissi che tutti ne parlano ma nessuno sa cos'è, almeno è quello che si nota in molte imprese nel tessuto di Macerata.
Per quadrare il cerchio di valutare i fabbisogni competitivi con Confindustria, ho proposto di partire da un tracciato che facesse emergere quali fossero i driver informativi per innovare, i bisogni di conoscenza quindi e mi modi per sopperirli. Questo per togliere il preconcetto che omologa innovazione a tecnologia, mentre questa è un fattore strategico insieme a tanti altri: i modelli di business, organizzativi, le conoscenze dei trend, ma tutti in fondo ancillari alle idee e alla cultura che queste presuppongono per la soluzione di un problemi o il miglioramento di un beneficio se la soluzione già c'è. L'esempio portante di quanto il problema sia preminentemente di ordine culturale, lo dimostra una grossa azienda che per correttezza non cito. Le viene presentato un progetto che per costi/benefici sarebbe stata una manna dal ciele per qualsiasi investimento. Otteneva dal partner, una società di trasposti locali, una concessione a costo 0 dei propri spazi pubblicitari per un valore di circa 500.000 €. E' un progetto innovativo in Italia che rientra nella Corporate Social Responsability (solo Tesco anche se in maniera divrsa lo ha portato avanti), ma in questo caso il deterrente non è stata la novità. In consiglio di amministrazione si è eccepito che la mission del progetto toccava i punti cardine dell'impresa, che ironia della sorte sono identici, come dire non si può esternalizzare una mission perché toglie titolarità. Quindi anche se c'è innovazione, profitto e beneficio collettivo, una strategia del genere andava a ledere il modello culturale ma non per defferenza ma perché è analogo.

Per tornare al tuo quesito Luca, credo che la cultura del futuro degli innovatori sia così intrisa di complessità che è facile perdersi.
Personalmente credo sia un mix di conoscenza umanistica e scientifico. Una sociologia economica della conoscenza che osserva i progressi scientifici ma li tocca con le mani delle persone comuni.
Ovviamente quegli occhi dovrebbero sapere leggere le informazioni salienti e non il tumulto di nuovi prodotti che sono solo dadi comunicativi. 
La distruzione creatrice a là Shumpeter credo non esista più da molti anni, è tutto interdipendete e intersettoriale non solo nell'ICT ma anche nei settori ad alta creatività come la moda per esempio. 
Il progesso credo sia collegare cose e conoscenze esistenti per bisogni esistenti e non nuovi. I micropagamenti di cui si parla a parlare anche per l'editoria potrebbe esser un esempio. Ogni famiglia italiana ha un fidelity card e ogni insegna ha un operatore mobile virtuale ormai. Un euro di costo promozionale potrebbe oltre che esser sostenibile avvantaggiare tutti. Ogni famiglia si trova nella Sim, a sua volta fedelity card, le notizie al costo del quotidiano e se le scarica a casa in famiglia. Il giornale della sera, dove tutti felici e contenti commentano le notizie prima del tg. Ruggiero in Telecom hanni fa diceva che aveva 60 milioni di punti vendita. Forse tocca passare dal supermercato per averli veramente.

Linko un pensatoio dove mettono a disposizione strumenti software per fare analisi strategica di scenario. E'un progetto molto interessante perché i software permettono analisi multistakeholder che potrebbero esser utilizzati con panel di esperti, magari proprio sull'innovazione. E magari per ridurre un pò la complessità.

http://www.3ie.fr/lipsor/lipsor_uk/index_uk.htm

Marco

John Elkann, capo del capo del mio capo in una pregressa avventura editorial-pazzesca e persona squisita, da oggi pomeriggio è sicuramente un innovatore.

cristianmazz

ciao luca,
noi qui in romagna ci stiamo provando, il progetto si chiama romagna business club: www.romagnabusinessclub.com

il 23 di aprile abbiamo un evento a cui ti invito e a cui partecipano alcuni dei tuoi colleghi:

Corporate and Business Web Forum - Il web per la PMI

http://www.romagnabusinessclub.com/featured-articles/23-aprile-2009-corporate-and-business-web-forum-il-web-per-la-pmi/

L'obiettivo è creare una vera e propria impresa quindi a fine di business. Come?
fondamentalmente creando eventi per ora e diffondere la conoscenza e l'utilizzo del web ma soprattutto la nuova cultura fondendola con quella ruspante romagnola.....

Marco

Quando consegnarono la medaglia presidenziale al professor Peter F. Drucker per i suoi studi di management e per le sue riconosciute capacità di predizione e innovazione rispose semplicemente "I just look out the window and see what's visible - but not yet seen."
L'innovatore per me è questo. E' un qualcuno che vede e realizza oggi ciò che per altri nemmeno è da considerare.
Intorno a noi, nella nostra vita di tutti i giorni, nel lavoro incontriamo spesso degli innovatori e a volte nemmeno ce ne accorgiamo.
Peter Drucker (http://www.druckerinstitute.com/) è un innovatore e in sua memoria è stato anche istituito un riconoscimento che premia quelle attività no-profit che si sono distinte per la capacità di anticipare e innovare il loro settore o ambiente. 
Nel mio lavoro mi è capitato di incontrare persone che hanno questa dote. Uno di questi è Christian Carniato, fondatore di TSW, che più di 10 anni fa ha visto nel Search Engine Marketing il futuro del web. Scommessa vinta. Ma è interessante vedere cosa sta combinando nel frattempo. Una fonte inesauribile di stimoli.

Nicola

Di primo acchitto, mi viene di rispondere con un link a un progetto che mi piace molto:http://www.librino.org/ (peccato per il sito in flash)... Cito dalla presentazione:

Antonio Presti, da dieci anni, coltiva a Librino un'utopia. In questa "città-satellite" di circa 70.000 abitanti, in un territorio lasciato ai margini, privo di infrastrutture e di servizi, l'ideatore di Fiumara d'arte, "il sognatore che realizza i propri sogni"- come lo ha definito lo scrittore israeliano Meir Shalev - coltiva l'utopia della bellezza e dell'arte come forza etica. In questo spazio della contemporaneità, un non luogo che nega cittadinanza ai suoi abitanti, ha scelto d'investire sull'arte ritenendola occasione di riscatto, d'incontro, di scoperta, di gioia e di bellezza.

Guardati la Porta della Bellezza che è l'opera che stanno mettendo in piedi in questi giorni...

Nicola

Agli innovatori piace usare reti neutrali (World of ends) :-O

Laura

Luca,
Io penso di essere da sempre un'innovatrice, ma dipendente. Per noi è estremamente difficile farci notare. Si lavora nell'ombra e i risultati vengono visti come quelli delle organizzazioni da cui dipendiamo. Ma ci siamo, ci sono. Personalmente penso di aver fatto molto, nonostante si debbano sempre fare le nozze coi fichi secchi, e anche bene. Ma nessuno mi conosce. Altri, liberi e non dipendenti, possono farsi notare di più.
Ma anche noi, a libro paga di qualcuno, innoviamo.

Mauro

Il commento di Laura ha tutta la mia approvazione (e solidarietà) per essere innovatori devi essere indipendente o qualcuno non innovatore che prende decisioni per te te lo impedirà... credo che in Italia ci siano innovatori ma, spesso, purtroppo chi decide non lo è.

Asa

Il tema è affascinante. Personalmente trovo che una cosa su cui siamo carenti in Italia è la capacità di associare innovazione e sostenibilità/modello di business, e più in generale percorsi di selezione delle reali innovazioni, per distinguerle da "invenzioni" fine a se stesse. 
Credo che nòva stia facendo del suo per segnalare percorsi possibili. 
Quanto alle persone, il problema è riuscire ad avere le competenze per valutarne le potenzialità, e non è sempre facile.
Ti girerò una mail in proposito che potrebbe esserti utile

Aldo de Rossi

Le radici delle innovazioni stanno generalmente nel gioco e nella decorazione.

La metallurgia inizio' con il martellare il rame all'interno di collane e altri ornamenti molto prima che fosse utilizzata per coltelli ed armi di rame e di bronzo.

La formazione di leghe metalliche inizio' nell'ambito della gioielleria e della scultura che della produzione economica e militare.

La ruota inizio' ad essere usata in modo "frivolo"; le ruote piu' antiche a noi conosciute erano parti di giocattoli.

L'idraulica, la meccanica ed altre manifestazioni del genio umano furono sviluppate all'inizio per costruire giocattoli o come forme di intrattenimento.

Il ferro battuto fu inizalmente utilizzato per scopi decorativi nella creazione dei cancelli dei palazzi.

L'industria chimica si sviluppo' dal bisogno di colorare o decolorare i tessuti ed il vetro.

La polvere da sparo venne utilizzata prima come forma di intrattenimento per i fuochi artificiali molto prima che fosse utilizzata per scopi militare o per conquistare lo spazio con i razzi.

La prima ferrovia al mondo fu creata come forma di intratenimento a Londra.

La plastica venne dapprima utilizzata per i giocattoli e per i tasti del pianoforte come rimpiazzo a basso costo dell'avorio.

Le racchette da tennis, le mazze da golf sperimentarono le fibre di vetro e di carbonio prima degli aeroeplani.

I videogiochi al computer hanno preceduto l'uso giornaliero dei computer nello spazio lavorativo.

Il riscaldamento con i pannelli solari e' iniziato come un hobby per appassionati di fai da te.

Tutte le cose grandi nascono da cose piccole, ma le nuove piccole cose vengono sono distrutte a meno che non siano valorizzate per ragioni piu' di apprezzamento estetico che di utilita' pratica.

 

 

da facebook:

 

Patrizia Filippetti alle 13.14 del 21 aprile

bellissima domanda!
stavo appunto leggendo questo:
http://blog.debiase.com/2009/04/cercasi-innovatori.html

 

Dario De Judicibus alle 13.19 del 21 aprile

Per essere innovatori sono necessarie due condizioni: bisogna esserlo e bisogna che te lo facciano fare. In Italia la seconda manca.

 

Patrizia Filippetti alle 13.22 del 21 aprile

@dario la seconda credo che sia molto sensata

 

Titti Ruberto alle 13.29 del 21 aprile

a mio avviso Luca non ce ne sono. O se ci sono, non sono messi nella condizione di.

 

Patrizia Filippetti alle 13.34 del 21 aprile tramite Facebook Mobile

@titti benchè tutto sia possibile, si spera almeno che qualche neurone sia rimasto...forse manca altro

 

Romeo Bassoli alle 13.34 del 21 aprile

Io lavoro con i fisici delle particelle. Che vivono di progetti e innovazione, di utopie, di idee apparentementemegalomani e tecnologie che non esistono ancora. Ma non ha senso parlarne individualmente. E' una impresa giocoforza collettiva, di gruppo: sono gruppi di innovatori che trovano sponde in strutture più grandi (nazionali o europee o ... Visualizza altrocomunque internazionali) che a loro volta riescono a fare lobbing politica. Alla fine l'innovazione arriva, e come. Ma questa modalità risponde alla tua domanda?

 

Claudio Andrea Vinco alle 13.38 del 21 aprile

imho: sono quelli che stanno zitti, e se parlano lo fanno in inglese, in italiano solo ripetono.

 

Arianna Geith alle 13.40 del 21 aprile

forse c'è bisogno proprio di recuperare il valore dei sogni e delle utopie e se possibile di trovare uno spazio per questo anche all'interno delle scuole. chiedo troppo?

 

Salvatore Iaconesi alle 13.42 del 21 aprile

In realtà molti ambiti, tipo il design e la rete, offrono tantetante opportunità. Che si possono cogliere, però, assumendo nuove modalità operative, che sono assai lontane dal "non ti consentono di innovare". Perchè in realtà nessuno ti deve consentire nulla. 
Probabilmente ci sono molti "innovatori", ma pochi "imprenditori innovatori".
Chessò: io ... Visualizza altromi ci mantengo a far venire "strane idee" agli imprenditori. E così una fascia di "giovani" che "fanno cose". E che, magari, non si sentono (giustamente) vincolate ad una certa nazione per farle, o all'aspettare che "qualcuno te le faccia fare".

 

Patrizia Filippetti alle 13.48 del 21 aprile tramite Facebook Mobile

@romeo giusto appunto i grandi progetti seguono itinerari internazionali, a volte l'idea e il progetto nascono qui ma per strane dinamiche devono passare per...e dopo anni ritornare qui ..discorso lungo...quindi speriamo che si trovi presto un però , un forse per poter dire che qualcosa sta cambiando ma nella giusta direzione. A presto

 

Lucia Montauti alle 13.52 del 21 aprile

vanno cercati nei vicoli del web, chi ha veramente stoffa fa poco rumore .. almeno io la vedo così, voi?

 

Lucia Montauti alle 13.55 del 21 aprile

sai cosa sarebbe carino? far incontrare: imprenditore del web+ un creativo + un economista che pensa a nuovi modelli di business e vedere cosa ne esce ... tu che puoi, che hai mille contatti!

 

Lucia Montauti alle 13.59 del 21 aprile

scusa ... 1903 contatti :)

 

Piersergio Trapani alle 14.00 del 21 aprile

@ patrizia, secondo me non cambia nulla per un semplice motivo: chi decide e chi ha soldi non ha cultura dell'innovazinoe tantomeno di internet!

 

Lucia Montauti alle 14.02 del 21 aprile

@ persergio ... però se chi non ha cultura è costretto dagli eventi ... magari sono troppo ottimista eh?

 

Salvatore Iaconesi alle 14.08 del 21 aprile

è limitante pensare al modello "chi decide e chi ha i soldi non ha cultura dell'innovazione tantomeno di internet".
Non è vero. Ovvero: è vero parzialmente in Italia e in pochi altri posti. Manca la cultura di chi deve presentare la propria idea con un business plan, con un piano di marketing, con un piano di sviluppo e produzione. C'è troppo la ri... Visualizza altrocerca della "svolta" e di "qualcuno che te le faccia fare". Se si fanno le cose decenti, gli ascoltatori si trovano. (magari non in italia.. ma in italia non c'è nemmeno il venture capital...)

 

Roberto Marchionni alle 14.34 del 21 aprile

Mi trova perfettamente d'accordo.
limitando il mio contributo alla pubblicità, leggete questo link:http://adage.com/agencynews/article?article_id=135438
Advertising Age è la bibbia della pubblicità mondiale

 

Lucia Predolin alle 14.41 del 21 aprile

alcuni del mio settore saranno a Bilbao questo venerdì per essere premiati!http://www.startup2.eu/

 

Riccardo Sorrentino alle 14.43 del 21 aprile

Luca, perché quando parli di innovazione, come esempi citi "Distruzione creatrice", "Progresso tecnico" e "Rottura radicale"? O la continuità del progresso, quindi, o la discontinuità, il salto in qualche modo violento e brusco. L'innovazione non può essere semplicemente intepretata come "differenza" (ovviamente qualificata, non superficiale)?
La ... Visualizza altrocultura dell'innovazione non è "semplicemente" - ma mai semplicità fu così complessa - la cultura della differenza (anche nel senso filosofico del termine)?

 

Elvira Zollerano alle 15.15 del 21 aprile

posso segnalarti questa iniziativa di FORUM PA, alla sua seconda edizione?
http://www.innovatori.forumpa.it/

 

Romeo Bassoli alle 15.16 del 21 aprile

@patrizia. I percorsi di sviluppo dei progetti hanno strade che spesso sono obbligate dalle dimensioni. Una macchina per studiare delle particelle chiamate mesoni costa qualche milione di euro. Ma poi si fa. E si porta dietro una enorme innovazione dei dispositivi più vari, da quelli elettronici a quelli ottici, dal software per il trattamento dati alla molatura di lenti e cristalli. I protaginisti di questi prcessi io li chiamo innovatori...

 

Patrizia Filippetti alle 16.59 del 21 aprile tramite Facebook Mobile

@romeo certo che si per fortuna! In ambito scientifico e in altri settori ...ma credo che la domanda di luca vada cercando altre risposte.a presto @lucia mi è piaciuta la tua risposta, sarebbe davvero interessante vedere come diverse professionalità riescano a wikicooperare e partecipare ;) innovativo potrebbe essere l'incontro: la nuova società del sapere.a presto

 

Dario De Judicibus alle 17.00 del 21 aprile

@Salvatore Puoi fare anche il business plan più robusto che vuoi, ma senza banche d'affari che ti trovano i finanziatori è tempo perso. Da noi questo meccanismo manca, mentre invece esiste negli USA.

 

Dario De Judicibus alle 17.01 del 21 aprile

@Elvira Ci vediamo al Forum PA... dove terrò una lecture sui mondi virtuali, allora.

 

Dario De Judicibus alle 17.06 del 21 aprile

Recentemente in un convegno a cui ero invitato come relatore, si è parlato di innovazione. A chi mi ha chiesto quando si verifica un'innovazione in una società, ho risposto che sono necessarie si realizzino tre condizioni:

1. qualcuno deve avre un'idea (davvero) innovativa, ovvero non semplicemente evolutiva
2. l'idea deve essere fattibile sia sul piano realizzativo che su quello economico
3. la società deve essere disposta ad accettare il cambiamento culturale che inevitabilmente comporta un'idea davvero innovativa... Visualizza altro

Ad esempio, le ali di Leonardo avrebbero potuto forse funzionare con i materiali leggeri giusti, come l'alluminio e il kevlar. Analogamente, molte idee sono rimaste nel cassetto perché, seppure realizzabili, imponevano un cambiamento concettuale non realizzabile al loro tempo.

 

Dario De Judicibus alle 17.09 del 21 aprile

@Lucia Tre anni fa sviluppai un'idea detta città accessibile che partiva da un concetto che molti hanno osteggiato, e cioè che in qualche modo «siamo tutti disabili... Visualizza altro». Da lì avevo sviluppato una visione di una città che si comportasse come un enorme computer vivente, ovvero con il quale si potesse interagire come un avatar fa con un mondo virtuale. Da qualche mese stiamo lavorando a una prima architettura per realizzarla ma non abbiamo trovato ancora il comune disposto a fare da pilota. Forse potremo riuscirci a Vicenza, ma ne dobbiamo parlare a Settembre. Come vedi ci si prova a fare innovazione ma devi mettere intorno a un tavolo troppe teste perché si decida qualcosa. Ci vuole tempo...

 

Elvira Zollerano alle 17.27 del 21 aprile

@Dario: sicuramente :)


Salvatore Iaconesi alle 9.45 del 24 aprile

-->Dario: ... è ovvio che mi serva la banca d'affari o il capitalista col cilindro, no? Come è ovvio che il venture capital in italia sia merce più che rara. quello che non è ovvio è: perchè st'ostinazione con l'Italia?
io sostenevo proprio il contrario: via da qui, che è un postaccio! Anche le cose più innvative assumono un tono grottesco quando vengono implementate da 'ste parti.
Fuori, in più di un posto, son stato sempre assai meglio: tirato su imprese, trovato persone pronte ad sudiare opportunità... e, tra l'altro, ho sempre trovato anche un sacco di stupendi italiani felici di essere stati "innovativi" all'estero ;)

 

twitter

Aless_Zaccuri@lucadebiase innovazioni strettamente tecnologiche? o di qualsiasi altro tipo?


update da facebook


Simona Vogliano loro sono innovatori, italiani e stanno facendo cose pazzesche all'estero mentre in italia le amministarzioni decidono se è il caso di puntare su un'idea vincente e lasciano bruciare boschi, franare montagne, crollare dighe, esondare fiumi...
http://www.ireport.com/docs/DOC-247276

update/2 - "cambiare il mondo"

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Ecco lo stato dei commenti alla ricerca del senso dell'innovazione...

Ho l'impressione che stiamo vivendo un cambiamento profondo che dà senso a idee che sembravano non averne e fa perdere senso a idee che sembravano averne... Questo è l'effetto più evidente di un cambio di paradigma.

(Un piccolo esempio: parlavo prima con Stefano Venturi... Lui diceva della telepresenza come una cosa che ora ha più senso che in passato... Non solo per risparmio, ma anche per qualità della vita... Guerci non aveva mai capito perché le teleconferenze non decollavano: ho l'impressione che non fossero abbastanza divertenti e gratificanti.. Oggi può essere diverso perché è diverso il contesto culturale... Ma è solo un esempio molto molto particolare)


H-Farm è una realtà innovatva ve sè stessa, che ha l'obiettivo di scovare idee innovative per aiutarle a svilupparsi e produrre nuovi business.

Luca,
secondo me potresti organizzare una cosa del genere: un "evento" online, della durata di due ore, su Friendfeed/twitter, dedicato ad una discussione sull'innovazione in Italia.
Primo, sarebbe un buon segno per dimostrare che si parla di innovazione... facendo innovazione :)
Secondo, potresti raccogliere molti contributi da gente diversa.
Terzo: sarebbe ottimo creare un evento parallelo, o successivo, in lingua inglese, coinvolgendo persone anche al di fuori della ristretta cerchia italiana.

Ultimo breve commento: sono stufo di sentire persone che si chiedono "dov'è l'innovazione in Italia"? L'innovazione c'è sicuramente, il problema è che semmai non ha gli strumenti per essere realizzata. Lo dimostra l'alta considerazione che all'estero hanno di noi, sia tecnicamente che in termini di inventiva e iniziativa.

Fammi sapere se l'idea dell'evento online ti sembra intelligente.
Ripeto questo commento sul mio blog, spero porti qualche visita e contributo in più :)

Bella l'idea di un incontro! Sarebbe interessante creare un evento "aperitivo innovativo" dove persone interessate ad esserlo ne incontrano altre e ne discutono. L'evento potrebbe essere trasmesso in streaming, con un sistema di chat o FriendFeed per le persone che lo vogliono seguire da casa.

(2gg fa si è verificato la stessa cosa ad un lancio di un portale tripwolf a cui ho partecipato, ma la cosa è stata involontaria)

che ne pensate?

Credo che quela di Simone sia un'idea bellissima e con molte potenzialita'.

Sono d'accordo con chi dice che l'innovazione, o meglio gli innovatori, in Italia ci sono ma (purtroppo) non riescono ad emergere. Io credo che il problema sia (ancor prima che nella mancanza di risorse) nella "dispersione" e nell'isolamento in cui molte iniziative di innovazione avvengono.

Quindi un evento del genere potrebbe diventare un catalizzatore di attenzione e relazioni tra gli innovatori, no?

L'innovazione e' una scintilla che provocano crescita tecnologica ed economica. Quando gli uomini si ritrovano a vivere, produrre e consumare in economie cittadine vibranti, spesso riescono a sviluppare nuove idee che, applicate in particolari situazioni, luoghi e tempi, diventano motori di sviluppo economico.
Questo e' accaduto nel caso di Taiwan negli anni '60 e nel caso del Nord Est Italiano negli anni '70. Questo accade ancora oggi nelle dinamiche economie delle citta' che si affacciano sull'Oceano Pacifico.
Raramente alcuna crescita economica e stata sviluppata da contributi pubblici rivolti a pioggia al mondo della ricerca. In Unione Sovietica, si sono sviluppate straordinarie competenze nel campo della ricerca nucleare, ma tale ricerca e' andata a rivolgersi per lo piu' alla produzione bellica e non si e' evoluta da essa.
Spesso le innovazioni sono piccole, quasi insignificanti, esse si ritrovano nel mondo della produzione e con essa continuamente interagiscono senza che vi sia il bisogno di un contributo dallo Stato o di un costoso centro di ricerca finanziato da una grande multinazionale.
Non sto dicendo che tali soldi siano sempre spesi male, ma che l'innovazione e l'improvvisazione colgono il loro apice quando sono in parte dettati da necesssita' produttive contingenti e portate avanti da persone che sanno applicare idee a pratica.
Come fare ad instillare qualche seme di genialita' applicata? Come spingere le persone ad interessarsi di tecnologia e a "sporcarsi" almeno un po' le mani attraverso il processo di innovazione e produzione?
San Francisco e la sua area metropolitana hanno generato scintille di innovazione grazie ai suoi improvvisatori e innovatori. Tali imporvvisatori erano in genere ragazzini che provavano nuovi macchinari nel loro garage o dietro i banchi di scuola. E' il caso di Steve Jobs e di Steve Wozniak che iniziarono la rivoluzione del PC dal loro garage, e di Sergey Brin e Larry Page che hanno ideato gli algoritmi di Google mentre erano ancora a scuola.
A San Francisco si e' trovata una risposta alla domanda di nuove inventzioni con una fiera chiamata Maker Faire, dove si pagano $25 per partecipare ad un evento di creativita' di gruppo dove si gioca con micro-chip e transistors per creare nuovi strumenti elettronici. Alcuni di questi strumenti sono poco piu' che giocattoli, ma altri potrebbero diventare i telefoni cellulari, i PC o i robot del futuro. Il festival è un raduno di "secchioni", ma in più ha il gusto del "fai da te", l'aggiunta di scienziati casalinghi, di pensatori, di artisti e di artigiani. Quest'anno i loro progetti elettronici includono robot sputa-fuoco, computers indossabili, stampanti tridimensionali e torte motorizzate (anche se non mi è ben chiaro cosa siano).
Tutti sono incoraggiati a sporcarsi le mani costruendo i propri circuiti elettrici, creare nuovi articoli tecnologici e lanciare i loro razzi. Questo è il terzo anno della Maker Faire. Lo scorso anno vi parteciparono più di 40,000 persone e più di 20,000 persone hanno partecipato ad un simile evento in Texas.
L'idea di giocare con la tecnologia in un modo così nuovo può sembrare quasi superflua. Ma questo è il sale dell'innovazione, almeno secondo il parere di Tim O'Reilly, fondatore di O'Reilly Media, una società editoriale che pubblica le riviste Make e Craft. O'Reilly è un guru della tecnologia ed e' stato l'inventore del termine Web 2.0 che cattura la tendenza di creare maggiore interattività, nello scambio di informazioni e nella collaborazione tra Internauti.
I computers, i chip, i sensori e gli altri componenti elettronici non sono mai stati così a buon mercato. Questo significa che i vari gadgets ad alta tecnologia stanno diventando beni usa e getta. Quindi possono essere smontati e riutilizzati per costruire cose nuove. Una vecchia macchina fotografica digitale, ad esempio, può essere collegata ad un aquilone per fare fotografie dall'alto, oppure, se l'aquilone si collega ad un navigatore satellitare ed ad altri dispositivi, si puo' creare un aquilone automatico, che voli senza il controllo dell'uomo.
Inoltre, Internet sta aiutando persone di tutto il mondo a scambiarsi informazioni sui loro progetti. Siti web come Instructables.com e wiki-How.com sono diventati popolari luoghi di incontro per i nuovi inventori. Essi si fanno portatori dell'ideologia dell' "open source", dove il flusso di idee innovative si scambia gratuitamente. Questo modello iniziò per gli sviluppatori di software, ma si sta rapidamente espandendo in altri campi.
Come molte altre cose che stanno accadendo a questa Fiera dell'innovazione, incoraggiano a maggiore innovatività.
Anche se il Maker Faire e' un evento piu' diverente che utile, esso permette di instillare il seme dell'innovazione e dell'improvvisazion, che portano crescita e succeso economico; se l'improvvisazione funziona, il motivo del suo successo non e' teorico, ma pratico.
Credo che una Maker Faire che coinvolgesse giovani e inventori di ogni genere avrebbe un notevole successo anche nelle citta' Italiane.

mah...io avrei un po' di soggezione ad (ab)usare il termine di innovazione. Non mi sento un innovatore, però l'unica cosa che mi sembra di aver capito è che l'innovazione si catalizza quanto più è distribuita nel numero delle persone coinvolte.
Pertanto, vorrei essere della partita, magari ai margini, ma vorrei prima osservare e poi se ci riesco, un giorno partecipare a quest'iniziativa. Ma se potremo innovare lo scopriremo solo ex-post, così ho capito dall'economista Schumpeter quando parla di "Distruzione Creativa". Se ci fermiamo prima potremmo vedere solo la distruzione. IMHO

Se comprasti il primo personal ( Vic 20 della Commodore) negli Stati Uniti 2 mesi prima che venisse commercializzato in Italia.
Se ti sei presentato a chiedere, primo nella tua citta', il collegamento a internet quando i providers erano solo quelli dell'universita'.
Se hai messo sul tetto della tua casetta 15 pannelli fotovoltaici, e lo hai fatto 3 anni fa.
Hai diritto a considerarti una persona attenta al futuro e quindi all'innovazione.... o e' solo smisurata autostima?


Antonio Santangelo vede un buon segno nella partecipazione finora emersa. E Ubuntista approva.

Intanto

se ti interessa l'innovazione nell'ambito dell'impresa sociale a settembre organizziamo un workshop sul tema.. materiali e info su www.irisnetwork.it, ciao



Le prime reazioni: 17 commenti sul blog, 27 commenti su Facebook, un Tweet, un solo link (grazie a Torino Valley) e 0 commenti su FriendFeed.

Ecco i commenti:

Dario Salvelli

Potresti spulciare tra gli spin-off di tutta Italia, anche con la differenza tra chi innova e chi invece si parcheggia in attesa di meglio.

Giuliana Guazzaroni

Segnalo il ning "Innovatori", potrebbe essere utile: http://innovatori.ning.com/

Vittorio

anch'io ti segnalo http://innovatori.ning.com
e ritengo di essere un innovatore, penso a quanto ho realizzato negli 8 anni di amministratore pubblico nella municipalità di marghera

Elvira

Volevo segnalarti l'iniziativa "Premio FORUM PA Protagonisti dell'innovazione", alla sua seconda edizione
http://www.innovatori.forumpa.it/

Un carissimo saluto
Elvira

Andrea

Ciao,
ti segnalo il premio all'Innovazione Amica dell'Ambiente, promosso da circa 8 anni da Legambiente e Regione Lombardia. Ci sono diversi casi interessanti, questo è il sito:
www.premioinnovazione.legambiente.org
Saluti,
Andrea

Simone Brunozzi

Luca, io vedo l'innovazione come un "semplice" processo di miglioramento radicale.
E' difficile "scovare" esempi in Italia perchè si parla poco di innovazione, e molte delle parole spese in giro sono forse troppo esagerate.

Un piccolo aiuto, però, mi sento di dartelo: se chiedi agli italiani all'estero che fanno innovazione, loro sapranno dirti perchè non l'hanno potuta attuare in Italia, e forse ti potranno segnalare altri innovatori, in Italia o all'estero, con cui sono entrati in contatto.

antonio savarese

ciao Luca
il tuo post è intrigante e mi spinge a fare alcune riflessioni:
comincio dal titolo "Cercasi innovatori" chi dovrebbe cercare gli innovatori dovrebbe essere lo stato italiano dando il via finalmente ad una sera politica che premi il merito e la capacità di innovare.
Inoltre tu asserisci che il problema sia trovare gli innovatori dando per scontato che esistano, ne sei davvero certo?
Il vero punto è perchè innovano? secondo me chi lo fa, lo fa solo in virtù di un possibile busines, si è perso del tutto lo spirito che ha contraddistinto nel passato tante scoperte fatte quasi sempre per caso....
Infine ti segnalo due innovatori, uno è Fabrizio Capobianco di Funambol e credo che tu già lo conosca e rappresenta bene l'assioma innovazione =business l'altro è un mio collega Vincenzo che oggi a tavola mi raccontava che stava progettando un antifurto per la sua nuova casa basato su nuove tecnologie sw , questo rappresenta bene la mia idea di innovazione ovvero usare le competenze acquisite e reinventarle per creare qualcosa di nuovo.

Emanuele

Sono venuto a Perugia mosso dalla stessa problematica, ti accennai che sarebbe stato interessante, oltre che entusiasmante, poter organizzare una serie di incontri che elicitassero la consapevolezza del tema. Con un pò di sarcasmo ti dissi che tutti ne parlano ma nessuno sa cos'è, almeno è quello che si nota in molte imprese nel tessuto di Macerata.
Per quadrare il cerchio di valutare i fabbisogni competitivi con Confindustria, ho proposto di partire da un tracciato che facesse emergere quali fossero i driver informativi per innovare, i bisogni di conoscenza quindi e mi modi per sopperirli. Questo per togliere il preconcetto che omologa innovazione a tecnologia, mentre questa è un fattore strategico insieme a tanti altri: i modelli di business, organizzativi, le conoscenze dei trend, ma tutti in fondo ancillari alle idee e alla cultura che queste presuppongono per la soluzione di un problemi o il miglioramento di un beneficio se la soluzione già c'è. L'esempio portante di quanto il problema sia preminentemente di ordine culturale, lo dimostra una grossa azienda che per correttezza non cito. Le viene presentato un progetto che per costi/benefici sarebbe stata una manna dal ciele per qualsiasi investimento. Otteneva dal partner, una società di trasposti locali, una concessione a costo 0 dei propri spazi pubblicitari per un valore di circa 500.000 €. E' un progetto innovativo in Italia che rientra nella Corporate Social Responsability (solo Tesco anche se in maniera divrsa lo ha portato avanti), ma in questo caso il deterrente non è stata la novità. In consiglio di amministrazione si è eccepito che la mission del progetto toccava i punti cardine dell'impresa, che ironia della sorte sono identici, come dire non si può esternalizzare una mission perché toglie titolarità. Quindi anche se c'è innovazione, profitto e beneficio collettivo, una strategia del genere andava a ledere il modello culturale ma non per defferenza ma perché è analogo.

Per tornare al tuo quesito Luca, credo che la cultura del futuro degli innovatori sia così intrisa di complessità che è facile perdersi.
Personalmente credo sia un mix di conoscenza umanistica e scientifico. Una sociologia economica della conoscenza che osserva i progressi scientifici ma li tocca con le mani delle persone comuni.
Ovviamente quegli occhi dovrebbero sapere leggere le informazioni salienti e non il tumulto di nuovi prodotti che sono solo dadi comunicativi.
La distruzione creatrice a là Shumpeter credo non esista più da molti anni, è tutto interdipendete e intersettoriale non solo nell'ICT ma anche nei settori ad alta creatività come la moda per esempio.
Il progesso credo sia collegare cose e conoscenze esistenti per bisogni esistenti e non nuovi. I micropagamenti di cui si parla a parlare anche per l'editoria potrebbe esser un esempio. Ogni famiglia italiana ha un fidelity card e ogni insegna ha un operatore mobile virtuale ormai. Un euro di costo promozionale potrebbe oltre che esser sostenibile avvantaggiare tutti. Ogni famiglia si trova nella Sim, a sua volta fedelity card, le notizie al costo del quotidiano e se le scarica a casa in famiglia. Il giornale della sera, dove tutti felici e contenti commentano le notizie prima del tg. Ruggiero in Telecom hanni fa diceva che aveva 60 milioni di punti vendita. Forse tocca passare dal supermercato per averli veramente.

Linko un pensatoio dove mettono a disposizione strumenti software per fare analisi strategica di scenario. E'un progetto molto interessante perché i software permettono analisi multistakeholder che potrebbero esser utilizzati con panel di esperti, magari proprio sull'innovazione. E magari per ridurre un pò la complessità.

http://www.3ie.fr/lipsor/lipsor_uk/index_uk.htm

Marco

John Elkann, capo del capo del mio capo in una pregressa avventura editorial-pazzesca e persona squisita, da oggi pomeriggio è sicuramente un innovatore.

cristianmazz

ciao luca,
noi qui in romagna ci stiamo provando, il progetto si chiama romagna business club: www.romagnabusinessclub.com

il 23 di aprile abbiamo un evento a cui ti invito e a cui partecipano alcuni dei tuoi colleghi:

Corporate and Business Web Forum - Il web per la PMI

http://www.romagnabusinessclub.com/featured-articles/23-aprile-2009-corporate-and-business-web-forum-il-web-per-la-pmi/

L'obiettivo è creare una vera e propria impresa quindi a fine di business. Come?
fondamentalmente creando eventi per ora e diffondere la conoscenza e l'utilizzo del web ma soprattutto la nuova cultura fondendola con quella ruspante romagnola.....

Marco

Quando consegnarono la medaglia presidenziale al professor Peter F. Drucker per i suoi studi di management e per le sue riconosciute capacità di predizione e innovazione rispose semplicemente "I just look out the window and see what's visible - but not yet seen."
L'innovatore per me è questo. E' un qualcuno che vede e realizza oggi ciò che per altri nemmeno è da considerare.
Intorno a noi, nella nostra vita di tutti i giorni, nel lavoro incontriamo spesso degli innovatori e a volte nemmeno ce ne accorgiamo.
Peter Drucker (http://www.druckerinstitute.com/) è un innovatore e in sua memoria è stato anche istituito un riconoscimento che premia quelle attività no-profit che si sono distinte per la capacità di anticipare e innovare il loro settore o ambiente.
Nel mio lavoro mi è capitato di incontrare persone che hanno questa dote. Uno di questi è Christian Carniato, fondatore di TSW, che più di 10 anni fa ha visto nel Search Engine Marketing il futuro del web. Scommessa vinta. Ma è interessante vedere cosa sta combinando nel frattempo. Una fonte inesauribile di stimoli.

Nicola

Di primo acchitto, mi viene di rispondere con un link a un progetto che mi piace molto: http://www.librino.org/ (peccato per il sito in flash)... Cito dalla presentazione:

Antonio Presti, da dieci anni, coltiva a Librino un'utopia. In questa "città-satellite" di circa 70.000 abitanti, in un territorio lasciato ai margini, privo di infrastrutture e di servizi, l'ideatore di Fiumara d'arte, "il sognatore che realizza i propri sogni"- come lo ha definito lo scrittore israeliano Meir Shalev - coltiva l'utopia della bellezza e dell'arte come forza etica. In questo spazio della contemporaneità, un non luogo che nega cittadinanza ai suoi abitanti, ha scelto d'investire sull'arte ritenendola occasione di riscatto, d'incontro, di scoperta, di gioia e di bellezza.

Guardati la Porta della Bellezza che è l'opera che stanno mettendo in piedi in questi giorni...

Nicola

Agli innovatori piace usare reti neutrali (World of ends) :-O

Laura

Luca,
Io penso di essere da sempre un'innovatrice, ma dipendente. Per noi è estremamente difficile farci notare. Si lavora nell'ombra e i risultati vengono visti come quelli delle organizzazioni da cui dipendiamo. Ma ci siamo, ci sono. Personalmente penso di aver fatto molto, nonostante si debbano sempre fare le nozze coi fichi secchi, e anche bene. Ma nessuno mi conosce. Altri, liberi e non dipendenti, possono farsi notare di più.
Ma anche noi, a libro paga di qualcuno, innoviamo.

Mauro

Il commento di Laura ha tutta la mia approvazione (e solidarietà) per essere innovatori devi essere indipendente o qualcuno non innovatore che prende decisioni per te te lo impedirà... credo che in Italia ci siano innovatori ma, spesso, purtroppo chi decide non lo è.

Asa

Il tema è affascinante. Personalmente trovo che una cosa su cui siamo carenti in Italia è la capacità di associare innovazione e sostenibilità/modello di business, e più in generale percorsi di selezione delle reali innovazioni, per distinguerle da "invenzioni" fine a se stesse.
Credo che nòva stia facendo del suo per segnalare percorsi possibili.
Quanto alle persone, il problema è riuscire ad avere le competenze per valutarne le potenzialità, e non è sempre facile.
Ti girerò una mail in proposito che potrebbe esserti utile

Aldo de Rossi

Le radici delle innovazioni stanno generalmente nel gioco e nella decorazione.

La metallurgia inizio' con il martellare il rame all'interno di collane e altri ornamenti molto prima che fosse utilizzata per coltelli ed armi di rame e di bronzo.

La formazione di leghe metalliche inizio' nell'ambito della gioielleria e della scultura che della produzione economica e militare.

La ruota inizio' ad essere usata in modo "frivolo"; le ruote piu' antiche a noi conosciute erano parti di giocattoli.

L'idraulica, la meccanica ed altre manifestazioni del genio umano furono sviluppate all'inizio per costruire giocattoli o come forme di intrattenimento.

Il ferro battuto fu inizalmente utilizzato per scopi decorativi nella creazione dei cancelli dei palazzi.

L'industria chimica si sviluppo' dal bisogno di colorare o decolorare i tessuti ed il vetro.

La polvere da sparo venne utilizzata prima come forma di intrattenimento per i fuochi artificiali molto prima che fosse utilizzata per scopi militare o per conquistare lo spazio con i razzi.

La prima ferrovia al mondo fu creata come forma di intratenimento a Londra.

La plastica venne dapprima utilizzata per i giocattoli e per i tasti del pianoforte come rimpiazzo a basso costo dell'avorio.

Le racchette da tennis, le mazze da golf sperimentarono le fibre di vetro e di carbonio prima degli aeroeplani.

I videogiochi al computer hanno preceduto l'uso giornaliero dei computer nello spazio lavorativo.

Il riscaldamento con i pannelli solari e' iniziato come un hobby per appassionati di fai da te.

Tutte le cose grandi nascono da cose piccole, ma le nuove piccole cose vengono sono distrutte a meno che non siano valorizzate per ragioni piu' di apprezzamento estetico che di utilita' pratica.

 

 

da facebook:

 

Patrizia Filippetti alle 13.14 del 21 aprile

bellissima domanda!
stavo appunto leggendo questo:
http://blog.debiase.com/2009/04/cercasi-innovatori.html

 

Dario De Judicibus alle 13.19 del 21 aprile

Per essere innovatori sono necessarie due condizioni: bisogna esserlo e bisogna che te lo facciano fare. In Italia la seconda manca.

 

Patrizia Filippetti alle 13.22 del 21 aprile

@dario la seconda credo che sia molto sensata

 

Titti Ruberto alle 13.29 del 21 aprile

a mio avviso Luca non ce ne sono. O se ci sono, non sono messi nella condizione di.

 

Patrizia Filippetti alle 13.34 del 21 aprile tramite Facebook Mobile

@titti benchè tutto sia possibile, si spera almeno che qualche neurone sia rimasto...forse manca altro

 

Romeo Bassoli alle 13.34 del 21 aprile

Io lavoro con i fisici delle particelle. Che vivono di progetti e innovazione, di utopie, di idee apparentementemegalomani e tecnologie che non esistono ancora. Ma non ha senso parlarne individualmente. E' una impresa giocoforza collettiva, di gruppo: sono gruppi di innovatori che trovano sponde in strutture più grandi (nazionali o europee o ... Visualizza altrocomunque internazionali) che a loro volta riescono a fare lobbing politica. Alla fine l'innovazione arriva, e come. Ma questa modalità risponde alla tua domanda?

 

Claudio Andrea Vinco alle 13.38 del 21 aprile

imho: sono quelli che stanno zitti, e se parlano lo fanno in inglese, in italiano solo ripetono.

 

Arianna Geith alle 13.40 del 21 aprile

forse c'è bisogno proprio di recuperare il valore dei sogni e delle utopie e se possibile di trovare uno spazio per questo anche all'interno delle scuole. chiedo troppo?

 

Salvatore Iaconesi alle 13.42 del 21 aprile

In realtà molti ambiti, tipo il design e la rete, offrono tantetante opportunità. Che si possono cogliere, però, assumendo nuove modalità operative, che sono assai lontane dal "non ti consentono di innovare". Perchè in realtà nessuno ti deve consentire nulla.
Probabilmente ci sono molti "innovatori", ma pochi "imprenditori innovatori".
Chessò: io ... Visualizza altromi ci mantengo a far venire "strane idee" agli imprenditori. E così una fascia di "giovani" che "fanno cose". E che, magari, non si sentono (giustamente) vincolate ad una certa nazione per farle, o all'aspettare che "qualcuno te le faccia fare".

 

Patrizia Filippetti alle 13.48 del 21 aprile tramite Facebook Mobile

@romeo giusto appunto i grandi progetti seguono itinerari internazionali, a volte l'idea e il progetto nascono qui ma per strane dinamiche devono passare per...e dopo anni ritornare qui ..discorso lungo...quindi speriamo che si trovi presto un però , un forse per poter dire che qualcosa sta cambiando ma nella giusta direzione. A presto

 

Lucia Montauti alle 13.52 del 21 aprile

vanno cercati nei vicoli del web, chi ha veramente stoffa fa poco rumore .. almeno io la vedo così, voi?

 

Lucia Montauti alle 13.55 del 21 aprile

sai cosa sarebbe carino? far incontrare: imprenditore del web+ un creativo + un economista che pensa a nuovi modelli di business e vedere cosa ne esce ... tu che puoi, che hai mille contatti!

 

Lucia Montauti alle 13.59 del 21 aprile

scusa ... 1903 contatti :)

 

Piersergio Trapani alle 14.00 del 21 aprile

@ patrizia, secondo me non cambia nulla per un semplice motivo: chi decide e chi ha soldi non ha cultura dell'innovazinoe tantomeno di internet!

 

Lucia Montauti alle 14.02 del 21 aprile

@ persergio ... però se chi non ha cultura è costretto dagli eventi ... magari sono troppo ottimista eh?

 

Salvatore Iaconesi alle 14.08 del 21 aprile

è limitante pensare al modello "chi decide e chi ha i soldi non ha cultura dell'innovazione tantomeno di internet".
Non è vero. Ovvero: è vero parzialmente in Italia e in pochi altri posti. Manca la cultura di chi deve presentare la propria idea con un business plan, con un piano di marketing, con un piano di sviluppo e produzione. C'è troppo la ri... Visualizza altrocerca della "svolta" e di "qualcuno che te le faccia fare". Se si fanno le cose decenti, gli ascoltatori si trovano. (magari non in italia.. ma in italia non c'è nemmeno il venture capital...)

 

Roberto Marchionni alle 14.34 del 21 aprile

Mi trova perfettamente d'accordo.
limitando il mio contributo alla pubblicità, leggete questo link:http://adage.com/agencynews/article?article_id=135438
Advertising Age è la bibbia della pubblicità mondiale

 

Lucia Predolin alle 14.41 del 21 aprile

alcuni del mio settore saranno a Bilbao questo venerdì per essere premiati!http://www.startup2.eu/

 

Riccardo Sorrentino alle 14.43 del 21 aprile

Luca, perché quando parli di innovazione, come esempi citi "Distruzione creatrice", "Progresso tecnico" e "Rottura radicale"? O la continuità del progresso, quindi, o la discontinuità, il salto in qualche modo violento e brusco. L'innovazione non può essere semplicemente intepretata come "differenza" (ovviamente qualificata, non superficiale)?
La ... Visualizza altrocultura dell'innovazione non è "semplicemente" - ma mai semplicità fu così complessa - la cultura della differenza (anche nel senso filosofico del termine)?

 

Elvira Zollerano alle 15.15 del 21 aprile

posso segnalarti questa iniziativa di FORUM PA, alla sua seconda edizione?
http://www.innovatori.forumpa.it/

 

Romeo Bassoli alle 15.16 del 21 aprile

@patrizia. I percorsi di sviluppo dei progetti hanno strade che spesso sono obbligate dalle dimensioni. Una macchina per studiare delle particelle chiamate mesoni costa qualche milione di euro. Ma poi si fa. E si porta dietro una enorme innovazione dei dispositivi più vari, da quelli elettronici a quelli ottici, dal software per il trattamento dati alla molatura di lenti e cristalli. I protaginisti di questi prcessi io li chiamo innovatori...

 

Patrizia Filippetti alle 16.59 del 21 aprile tramite Facebook Mobile

@romeo certo che si per fortuna! In ambito scientifico e in altri settori ...ma credo che la domanda di luca vada cercando altre risposte.a presto @lucia mi è piaciuta la tua risposta, sarebbe davvero interessante vedere come diverse professionalità riescano a wikicooperare e partecipare ;) innovativo potrebbe essere l'incontro: la nuova società del sapere.a presto

 

Dario De Judicibus alle 17.00 del 21 aprile

@Salvatore Puoi fare anche il business plan più robusto che vuoi, ma senza banche d'affari che ti trovano i finanziatori è tempo perso. Da noi questo meccanismo manca, mentre invece esiste negli USA.

 

Dario De Judicibus alle 17.01 del 21 aprile

@Elvira Ci vediamo al Forum PA... dove terrò una lecture sui mondi virtuali, allora.

 

Dario De Judicibus alle 17.06 del 21 aprile

Recentemente in un convegno a cui ero invitato come relatore, si è parlato di innovazione. A chi mi ha chiesto quando si verifica un'innovazione in una società, ho risposto che sono necessarie si realizzino tre condizioni:

1. qualcuno deve avre un'idea (davvero) innovativa, ovvero non semplicemente evolutiva
2. l'idea deve essere fattibile sia sul piano realizzativo che su quello economico
3. la società deve essere disposta ad accettare il cambiamento culturale che inevitabilmente comporta un'idea davvero innovativa... Visualizza altro

Ad esempio, le ali di Leonardo avrebbero potuto forse funzionare con i materiali leggeri giusti, come l'alluminio e il kevlar. Analogamente, molte idee sono rimaste nel cassetto perché, seppure realizzabili, imponevano un cambiamento concettuale non realizzabile al loro tempo.

 

Dario De Judicibus alle 17.09 del 21 aprile

@Lucia Tre anni fa sviluppai un'idea detta città accessibile che partiva da un concetto che molti hanno osteggiato, e cioè che in qualche modo «siamo tutti disabili... Visualizza altro». Da lì avevo sviluppato una visione di una città che si comportasse come un enorme computer vivente, ovvero con il quale si potesse interagire come un avatar fa con un mondo virtuale. Da qualche mese stiamo lavorando a una prima architettura per realizzarla ma non abbiamo trovato ancora il comune disposto a fare da pilota. Forse potremo riuscirci a Vicenza, ma ne dobbiamo parlare a Settembre. Come vedi ci si prova a fare innovazione ma devi mettere intorno a un tavolo troppe teste perché si decida qualcosa. Ci vuole tempo...

 

Elvira Zollerano alle 17.27 del 21 aprile

@Dario: sicuramente :)


Salvatore Iaconesi alle 9.45 del 24 aprile

-->Dario: ... è ovvio che mi serva la banca d'affari o il capitalista col cilindro, no? Come è ovvio che il venture capital in italia sia merce più che rara. quello che non è ovvio è: perchè st'ostinazione con l'Italia?
io sostenevo proprio il contrario: via da qui, che è un postaccio! Anche le cose più innvative assumono un tono grottesco quando vengono implementate da 'ste parti.
Fuori, in più di un posto, son stato sempre assai meglio: tirato su imprese, trovato persone pronte ad sudiare opportunità... e, tra l'altro, ho sempre trovato anche un sacco di stupendi italiani felici di essere stati "innovativi" all'estero ;)

 

twitter

Aless_Zaccuri@lucadebiase innovazioni strettamente tecnologiche? o di qualsiasi altro tipo?


update da facebook


Simona Vogliano loro sono innovatori, italiani e stanno facendo cose pazzesche all'estero mentre in italia le amministarzioni decidono se è il caso di puntare su un'idea vincente e lasciano bruciare boschi, franare montagne, crollare dighe, esondare fiumi...
http://www.ireport.com/docs/DOC-247276




Microsoft: erano 23 anni che non perdeva...

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La Microsoft ha subito una riduzione del fatturato per la prima volta dal 1986.

Bbc:
"Microsoft has said sales in the first three months of 2009 fell 6% from the previous year - its first quarterly drop in 23 years as a public company. The world's largest software maker said profit dropped by 32% to $2.98bn (£2bn). Sales slipped to $13.65bn. Microsoft makes most of its profit selling the Windows operating system and business software such as Office. However demand has been hit by falling sales of personal computers as consumers and businesses trim spending. "We expect the weakness to continue through at least the next quarter," said the firm's chief financial officer, Chris Liddell."

E' un fenomeno significativo. Significa che la dinamica del ciclo ha contagiato la Microsoft, che prima sembrava immune. Il pc non è più una storia di crescita infinita nonostante tutto, è più simile a una commodity, e soprattutto ci sono ormai significative alternative (cloud computing, google docs, minicomputer portatili, iphone...).

Update: "cambiare il mondo"

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Ancora commenti sul tema del senso dell'innovazione. Antonio Santangelo vede un buon segno nella partecipazione finora emersa. E Ubuntista approva.

Intanto

se ti interessa l'innovazione nell'ambito dell'impresa sociale a settembre organizziamo un workshop sul tema.. materiali e info su www.irisnetwork.it, ciao


Le persone che innovano, a ogni livello, sono la risposta a molti problemi. Perché invece di scannarsi con gli altri per la spartizione delle risorse, tendono a cercare di creare nuove risorse, nuove opportunità per generarne.

Cerco storie di innovatori che rispondano a qualche domanda, volutamente generale:
1. Che cosa vedono davanti a sé. Qual è la cultura del futuro degli innovatori?
2. Che interpretazione dell'innovazione si danno. Distruzione creatrice? Progresso tecnico? Rottura radicale?
3. Chi sono. Quali storie esemplari si possono raccontare?

Sappiamo delle difficoltà italiane a innovare. E sappiamo che nonostante tutto ci sono molti innovatori che riescono nonostante tutto a realizzare la loro idea. Dove si trovano? Con quale metodo vanno cercati e valutati?

La conversazione va avanti. Grazie!


"Cambiare il mondo"

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La ricerca che ho cominciato sul senso dell'innovazione in Italia ha suscitato qualche interesse e generato diversi contributi importanti.

Le prime reazioni: 17 commenti sul blog, 27 commenti su Facebook, un Tweet, un solo link (grazie a Torino Valley) e 0 commenti su FriendFeed.

Ecco i commenti:

Dario Salvelli

Potresti spulciare tra gli spin-off di tutta Italia, anche con la differenza tra chi innova e chi invece si parcheggia in attesa di meglio.

Giuliana Guazzaroni

Segnalo il ning "Innovatori", potrebbe essere utile: http://innovatori.ning.com/

Vittorio

anch'io ti segnalo http://innovatori.ning.com
e ritengo di essere un innovatore, penso a quanto ho realizzato negli 8 anni di amministratore pubblico nella municipalità di marghera

Elvira

Volevo segnalarti l'iniziativa "Premio FORUM PA Protagonisti dell'innovazione", alla sua seconda edizione
http://www.innovatori.forumpa.it/

Un carissimo saluto
Elvira

Andrea

Ciao,
ti segnalo il premio all'Innovazione Amica dell'Ambiente, promosso da circa 8 anni da Legambiente e Regione Lombardia. Ci sono diversi casi interessanti, questo è il sito:
www.premioinnovazione.legambiente.org
Saluti,
Andrea

Simone Brunozzi

Luca, io vedo l'innovazione come un "semplice" processo di miglioramento radicale.
E' difficile "scovare" esempi in Italia perchè si parla poco di innovazione, e molte delle parole spese in giro sono forse troppo esagerate.

Un piccolo aiuto, però, mi sento di dartelo: se chiedi agli italiani all'estero che fanno innovazione, loro sapranno dirti perchè non l'hanno potuta attuare in Italia, e forse ti potranno segnalare altri innovatori, in Italia o all'estero, con cui sono entrati in contatto.

antonio savarese

ciao Luca
il tuo post è intrigante e mi spinge a fare alcune riflessioni:
comincio dal titolo "Cercasi innovatori" chi dovrebbe cercare gli innovatori dovrebbe essere lo stato italiano dando il via finalmente ad una sera politica che premi il merito e la capacità di innovare.
Inoltre tu asserisci che il problema sia trovare gli innovatori dando per scontato che esistano, ne sei davvero certo?
Il vero punto è perchè innovano? secondo me chi lo fa, lo fa solo in virtù di un possibile busines, si è perso del tutto lo spirito che ha contraddistinto nel passato tante scoperte fatte quasi sempre per caso....
Infine ti segnalo due innovatori, uno è Fabrizio Capobianco di Funambol e credo che tu già lo conosca e rappresenta bene l'assioma innovazione =business l'altro è un mio collega Vincenzo che oggi a tavola mi raccontava che stava progettando un antifurto per la sua nuova casa basato su nuove tecnologie sw , questo rappresenta bene la mia idea di innovazione ovvero usare le competenze acquisite e reinventarle per creare qualcosa di nuovo.

Emanuele

Sono venuto a Perugia mosso dalla stessa problematica, ti accennai che sarebbe stato interessante, oltre che entusiasmante, poter organizzare una serie di incontri che elicitassero la consapevolezza del tema. Con un pò di sarcasmo ti dissi che tutti ne parlano ma nessuno sa cos'è, almeno è quello che si nota in molte imprese nel tessuto di Macerata.
Per quadrare il cerchio di valutare i fabbisogni competitivi con Confindustria, ho proposto di partire da un tracciato che facesse emergere quali fossero i driver informativi per innovare, i bisogni di conoscenza quindi e mi modi per sopperirli. Questo per togliere il preconcetto che omologa innovazione a tecnologia, mentre questa è un fattore strategico insieme a tanti altri: i modelli di business, organizzativi, le conoscenze dei trend, ma tutti in fondo ancillari alle idee e alla cultura che queste presuppongono per la soluzione di un problemi o il miglioramento di un beneficio se la soluzione già c'è. L'esempio portante di quanto il problema sia preminentemente di ordine culturale, lo dimostra una grossa azienda che per correttezza non cito. Le viene presentato un progetto che per costi/benefici sarebbe stata una manna dal ciele per qualsiasi investimento. Otteneva dal partner, una società di trasposti locali, una concessione a costo 0 dei propri spazi pubblicitari per un valore di circa 500.000 €. E' un progetto innovativo in Italia che rientra nella Corporate Social Responsability (solo Tesco anche se in maniera divrsa lo ha portato avanti), ma in questo caso il deterrente non è stata la novità. In consiglio di amministrazione si è eccepito che la mission del progetto toccava i punti cardine dell'impresa, che ironia della sorte sono identici, come dire non si può esternalizzare una mission perché toglie titolarità. Quindi anche se c'è innovazione, profitto e beneficio collettivo, una strategia del genere andava a ledere il modello culturale ma non per defferenza ma perché è analogo.

Per tornare al tuo quesito Luca, credo che la cultura del futuro degli innovatori sia così intrisa di complessità che è facile perdersi.
Personalmente credo sia un mix di conoscenza umanistica e scientifico. Una sociologia economica della conoscenza che osserva i progressi scientifici ma li tocca con le mani delle persone comuni.
Ovviamente quegli occhi dovrebbero sapere leggere le informazioni salienti e non il tumulto di nuovi prodotti che sono solo dadi comunicativi.
La distruzione creatrice a là Shumpeter credo non esista più da molti anni, è tutto interdipendete e intersettoriale non solo nell'ICT ma anche nei settori ad alta creatività come la moda per esempio.
Il progesso credo sia collegare cose e conoscenze esistenti per bisogni esistenti e non nuovi. I micropagamenti di cui si parla a parlare anche per l'editoria potrebbe esser un esempio. Ogni famiglia italiana ha un fidelity card e ogni insegna ha un operatore mobile virtuale ormai. Un euro di costo promozionale potrebbe oltre che esser sostenibile avvantaggiare tutti. Ogni famiglia si trova nella Sim, a sua volta fedelity card, le notizie al costo del quotidiano e se le scarica a casa in famiglia. Il giornale della sera, dove tutti felici e contenti commentano le notizie prima del tg. Ruggiero in Telecom hanni fa diceva che aveva 60 milioni di punti vendita. Forse tocca passare dal supermercato per averli veramente.

Linko un pensatoio dove mettono a disposizione strumenti software per fare analisi strategica di scenario. E'un progetto molto interessante perché i software permettono analisi multistakeholder che potrebbero esser utilizzati con panel di esperti, magari proprio sull'innovazione. E magari per ridurre un pò la complessità.

http://www.3ie.fr/lipsor/lipsor_uk/index_uk.htm

Marco

John Elkann, capo del capo del mio capo in una pregressa avventura editorial-pazzesca e persona squisita, da oggi pomeriggio è sicuramente un innovatore.

cristianmazz

ciao luca,
noi qui in romagna ci stiamo provando, il progetto si chiama romagna business club: www.romagnabusinessclub.com

il 23 di aprile abbiamo un evento a cui ti invito e a cui partecipano alcuni dei tuoi colleghi:

Corporate and Business Web Forum - Il web per la PMI

http://www.romagnabusinessclub.com/featured-articles/23-aprile-2009-corporate-and-business-web-forum-il-web-per-la-pmi/

L'obiettivo è creare una vera e propria impresa quindi a fine di business. Come?
fondamentalmente creando eventi per ora e diffondere la conoscenza e l'utilizzo del web ma soprattutto la nuova cultura fondendola con quella ruspante romagnola.....

Marco

Quando consegnarono la medaglia presidenziale al professor Peter F. Drucker per i suoi studi di management e per le sue riconosciute capacità di predizione e innovazione rispose semplicemente "I just look out the window and see what's visible - but not yet seen."
L'innovatore per me è questo. E' un qualcuno che vede e realizza oggi ciò che per altri nemmeno è da considerare.
Intorno a noi, nella nostra vita di tutti i giorni, nel lavoro incontriamo spesso degli innovatori e a volte nemmeno ce ne accorgiamo.
Peter Drucker (http://www.druckerinstitute.com/) è un innovatore e in sua memoria è stato anche istituito un riconoscimento che premia quelle attività no-profit che si sono distinte per la capacità di anticipare e innovare il loro settore o ambiente.
Nel mio lavoro mi è capitato di incontrare persone che hanno questa dote. Uno di questi è Christian Carniato, fondatore di TSW, che più di 10 anni fa ha visto nel Search Engine Marketing il futuro del web. Scommessa vinta. Ma è interessante vedere cosa sta combinando nel frattempo. Una fonte inesauribile di stimoli.

Nicola

Di primo acchitto, mi viene di rispondere con un link a un progetto che mi piace molto: http://www.librino.org/ (peccato per il sito in flash)... Cito dalla presentazione:

Antonio Presti, da dieci anni, coltiva a Librino un'utopia. In questa "città-satellite" di circa 70.000 abitanti, in un territorio lasciato ai margini, privo di infrastrutture e di servizi, l'ideatore di Fiumara d'arte, "il sognatore che realizza i propri sogni"- come lo ha definito lo scrittore israeliano Meir Shalev - coltiva l'utopia della bellezza e dell'arte come forza etica. In questo spazio della contemporaneità, un non luogo che nega cittadinanza ai suoi abitanti, ha scelto d'investire sull'arte ritenendola occasione di riscatto, d'incontro, di scoperta, di gioia e di bellezza.

Guardati la Porta della Bellezza che è l'opera che stanno mettendo in piedi in questi giorni...

Nicola

Agli innovatori piace usare reti neutrali (World of ends) :-O

Laura

Luca,
Io penso di essere da sempre un'innovatrice, ma dipendente. Per noi è estremamente difficile farci notare. Si lavora nell'ombra e i risultati vengono visti come quelli delle organizzazioni da cui dipendiamo. Ma ci siamo, ci sono. Personalmente penso di aver fatto molto, nonostante si debbano sempre fare le nozze coi fichi secchi, e anche bene. Ma nessuno mi conosce. Altri, liberi e non dipendenti, possono farsi notare di più.
Ma anche noi, a libro paga di qualcuno, innoviamo.

Mauro

Il commento di Laura ha tutta la mia approvazione (e solidarietà) per essere innovatori devi essere indipendente o qualcuno non innovatore che prende decisioni per te te lo impedirà... credo che in Italia ci siano innovatori ma, spesso, purtroppo chi decide non lo è.

Asa

Il tema è affascinante. Personalmente trovo che una cosa su cui siamo carenti in Italia è la capacità di associare innovazione e sostenibilità/modello di business, e più in generale percorsi di selezione delle reali innovazioni, per distinguerle da "invenzioni" fine a se stesse.
Credo che nòva stia facendo del suo per segnalare percorsi possibili.
Quanto alle persone, il problema è riuscire ad avere le competenze per valutarne le potenzialità, e non è sempre facile.
Ti girerò una mail in proposito che potrebbe esserti utile

Aldo de Rossi

Le radici delle innovazioni stanno generalmente nel gioco e nella decorazione.

La metallurgia inizio' con il martellare il rame all'interno di collane e altri ornamenti molto prima che fosse utilizzata per coltelli ed armi di rame e di bronzo.

La formazione di leghe metalliche inizio' nell'ambito della gioielleria e della scultura che della produzione economica e militare.

La ruota inizio' ad essere usata in modo "frivolo"; le ruote piu' antiche a noi conosciute erano parti di giocattoli.

L'idraulica, la meccanica ed altre manifestazioni del genio umano furono sviluppate all'inizio per costruire giocattoli o come forme di intrattenimento.

Il ferro battuto fu inizalmente utilizzato per scopi decorativi nella creazione dei cancelli dei palazzi.

L'industria chimica si sviluppo' dal bisogno di colorare o decolorare i tessuti ed il vetro.

La polvere da sparo venne utilizzata prima come forma di intrattenimento per i fuochi artificiali molto prima che fosse utilizzata per scopi militare o per conquistare lo spazio con i razzi.

La prima ferrovia al mondo fu creata come forma di intratenimento a Londra.

La plastica venne dapprima utilizzata per i giocattoli e per i tasti del pianoforte come rimpiazzo a basso costo dell'avorio.

Le racchette da tennis, le mazze da golf sperimentarono le fibre di vetro e di carbonio prima degli aeroeplani.

I videogiochi al computer hanno preceduto l'uso giornaliero dei computer nello spazio lavorativo.

Il riscaldamento con i pannelli solari e' iniziato come un hobby per appassionati di fai da te.

Tutte le cose grandi nascono da cose piccole, ma le nuove piccole cose vengono sono distrutte a meno che non siano valorizzate per ragioni piu' di apprezzamento estetico che di utilita' pratica.

 

 

da facebook:

 

Patrizia Filippetti alle 13.14 del 21 aprile

bellissima domanda!
stavo appunto leggendo questo:
http://blog.debiase.com/2009/04/cercasi-innovatori.html

 

Dario De Judicibus alle 13.19 del 21 aprile

Per essere innovatori sono necessarie due condizioni: bisogna esserlo e bisogna che te lo facciano fare. In Italia la seconda manca.

 

Patrizia Filippetti alle 13.22 del 21 aprile

@dario la seconda credo che sia molto sensata

 

Titti Ruberto alle 13.29 del 21 aprile

a mio avviso Luca non ce ne sono. O se ci sono, non sono messi nella condizione di.

 

Patrizia Filippetti alle 13.34 del 21 aprile tramite Facebook Mobile

@titti benchè tutto sia possibile, si spera almeno che qualche neurone sia rimasto...forse manca altro

 

Romeo Bassoli alle 13.34 del 21 aprile

Io lavoro con i fisici delle particelle. Che vivono di progetti e innovazione, di utopie, di idee apparentementemegalomani e tecnologie che non esistono ancora. Ma non ha senso parlarne individualmente. E' una impresa giocoforza collettiva, di gruppo: sono gruppi di innovatori che trovano sponde in strutture più grandi (nazionali o europee o ... Visualizza altrocomunque internazionali) che a loro volta riescono a fare lobbing politica. Alla fine l'innovazione arriva, e come. Ma questa modalità risponde alla tua domanda?

 

Claudio Andrea Vinco alle 13.38 del 21 aprile

imho: sono quelli che stanno zitti, e se parlano lo fanno in inglese, in italiano solo ripetono.

 

Arianna Geith alle 13.40 del 21 aprile

forse c'è bisogno proprio di recuperare il valore dei sogni e delle utopie e se possibile di trovare uno spazio per questo anche all'interno delle scuole. chiedo troppo?

 

Salvatore Iaconesi alle 13.42 del 21 aprile

In realtà molti ambiti, tipo il design e la rete, offrono tantetante opportunità. Che si possono cogliere, però, assumendo nuove modalità operative, che sono assai lontane dal "non ti consentono di innovare". Perchè in realtà nessuno ti deve consentire nulla.
Probabilmente ci sono molti "innovatori", ma pochi "imprenditori innovatori".
Chessò: io ... Visualizza altromi ci mantengo a far venire "strane idee" agli imprenditori. E così una fascia di "giovani" che "fanno cose". E che, magari, non si sentono (giustamente) vincolate ad una certa nazione per farle, o all'aspettare che "qualcuno te le faccia fare".

 

Patrizia Filippetti alle 13.48 del 21 aprile tramite Facebook Mobile

@romeo giusto appunto i grandi progetti seguono itinerari internazionali, a volte l'idea e il progetto nascono qui ma per strane dinamiche devono passare per...e dopo anni ritornare qui ..discorso lungo...quindi speriamo che si trovi presto un però , un forse per poter dire che qualcosa sta cambiando ma nella giusta direzione. A presto

 

Lucia Montauti alle 13.52 del 21 aprile

vanno cercati nei vicoli del web, chi ha veramente stoffa fa poco rumore .. almeno io la vedo così, voi?

 

Lucia Montauti alle 13.55 del 21 aprile

sai cosa sarebbe carino? far incontrare: imprenditore del web+ un creativo + un economista che pensa a nuovi modelli di business e vedere cosa ne esce ... tu che puoi, che hai mille contatti!

 

Lucia Montauti alle 13.59 del 21 aprile

scusa ... 1903 contatti :)

 

Piersergio Trapani alle 14.00 del 21 aprile

@ patrizia, secondo me non cambia nulla per un semplice motivo: chi decide e chi ha soldi non ha cultura dell'innovazinoe tantomeno di internet!

 

Lucia Montauti alle 14.02 del 21 aprile

@ persergio ... però se chi non ha cultura è costretto dagli eventi ... magari sono troppo ottimista eh?

 

Salvatore Iaconesi alle 14.08 del 21 aprile

è limitante pensare al modello "chi decide e chi ha i soldi non ha cultura dell'innovazione tantomeno di internet".
Non è vero. Ovvero: è vero parzialmente in Italia e in pochi altri posti. Manca la cultura di chi deve presentare la propria idea con un business plan, con un piano di marketing, con un piano di sviluppo e produzione. C'è troppo la ri... Visualizza altrocerca della "svolta" e di "qualcuno che te le faccia fare". Se si fanno le cose decenti, gli ascoltatori si trovano. (magari non in italia.. ma in italia non c'è nemmeno il venture capital...)

 

Roberto Marchionni alle 14.34 del 21 aprile

Mi trova perfettamente d'accordo.
limitando il mio contributo alla pubblicità, leggete questo link:http://adage.com/agencynews/article?article_id=135438
Advertising Age è la bibbia della pubblicità mondiale

 

Lucia Predolin alle 14.41 del 21 aprile

alcuni del mio settore saranno a Bilbao questo venerdì per essere premiati!http://www.startup2.eu/

 

Riccardo Sorrentino alle 14.43 del 21 aprile

Luca, perché quando parli di innovazione, come esempi citi "Distruzione creatrice", "Progresso tecnico" e "Rottura radicale"? O la continuità del progresso, quindi, o la discontinuità, il salto in qualche modo violento e brusco. L'innovazione non può essere semplicemente intepretata come "differenza" (ovviamente qualificata, non superficiale)?
La ... Visualizza altrocultura dell'innovazione non è "semplicemente" - ma mai semplicità fu così complessa - la cultura della differenza (anche nel senso filosofico del termine)?

 

Elvira Zollerano alle 15.15 del 21 aprile

posso segnalarti questa iniziativa di FORUM PA, alla sua seconda edizione?
http://www.innovatori.forumpa.it/

 

Romeo Bassoli alle 15.16 del 21 aprile

@patrizia. I percorsi di sviluppo dei progetti hanno strade che spesso sono obbligate dalle dimensioni. Una macchina per studiare delle particelle chiamate mesoni costa qualche milione di euro. Ma poi si fa. E si porta dietro una enorme innovazione dei dispositivi più vari, da quelli elettronici a quelli ottici, dal software per il trattamento dati alla molatura di lenti e cristalli. I protaginisti di questi prcessi io li chiamo innovatori...

 

Patrizia Filippetti alle 16.59 del 21 aprile tramite Facebook Mobile

@romeo certo che si per fortuna! In ambito scientifico e in altri settori ...ma credo che la domanda di luca vada cercando altre risposte.a presto @lucia mi è piaciuta la tua risposta, sarebbe davvero interessante vedere come diverse professionalità riescano a wikicooperare e partecipare ;) innovativo potrebbe essere l'incontro: la nuova società del sapere.a presto

 

Dario De Judicibus alle 17.00 del 21 aprile

@Salvatore Puoi fare anche il business plan più robusto che vuoi, ma senza banche d'affari che ti trovano i finanziatori è tempo perso. Da noi questo meccanismo manca, mentre invece esiste negli USA.

 

Dario De Judicibus alle 17.01 del 21 aprile

@Elvira Ci vediamo al Forum PA... dove terrò una lecture sui mondi virtuali, allora.

 

Dario De Judicibus alle 17.06 del 21 aprile

Recentemente in un convegno a cui ero invitato come relatore, si è parlato di innovazione. A chi mi ha chiesto quando si verifica un'innovazione in una società, ho risposto che sono necessarie si realizzino tre condizioni:

1. qualcuno deve avre un'idea (davvero) innovativa, ovvero non semplicemente evolutiva
2. l'idea deve essere fattibile sia sul piano realizzativo che su quello economico
3. la società deve essere disposta ad accettare il cambiamento culturale che inevitabilmente comporta un'idea davvero innovativa... Visualizza altro

Ad esempio, le ali di Leonardo avrebbero potuto forse funzionare con i materiali leggeri giusti, come l'alluminio e il kevlar. Analogamente, molte idee sono rimaste nel cassetto perché, seppure realizzabili, imponevano un cambiamento concettuale non realizzabile al loro tempo.

 

Dario De Judicibus alle 17.09 del 21 aprile

@Lucia Tre anni fa sviluppai un'idea detta città accessibile che partiva da un concetto che molti hanno osteggiato, e cioè che in qualche modo «siamo tutti disabili... Visualizza altro». Da lì avevo sviluppato una visione di una città che si comportasse come un enorme computer vivente, ovvero con il quale si potesse interagire come un avatar fa con un mondo virtuale. Da qualche mese stiamo lavorando a una prima architettura per realizzarla ma non abbiamo trovato ancora il comune disposto a fare da pilota. Forse potremo riuscirci a Vicenza, ma ne dobbiamo parlare a Settembre. Come vedi ci si prova a fare innovazione ma devi mettere intorno a un tavolo troppe teste perché si decida qualcosa. Ci vuole tempo...

 

Elvira Zollerano alle 17.27 del 21 aprile

@Dario: sicuramente :)

 

twitter

Aless_Zaccuri@lucadebiase innovazioni strettamente tecnologiche? o di qualsiasi altro tipo?


update da facebook


Simona Vogliano loro sono innovatori, italiani e stanno facendo cose pazzesche all'estero mentre in italia le amministarzioni decidono se è il caso di puntare su un'idea vincente e lasciano bruciare boschi, franare montagne, crollare dighe, esondare fiumi...
http://www.ireport.com/docs/DOC-247276

Cercasi innovatori

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Questo blog è abitato da persone di eccellente qualità, di diverse opinioni e letture, di esperienze ricche e di generosa tensione partecipativa. Per questo spero in un supporto significativo per il progetto che sto avviando. Un libro sul senso dell'innovazione in Italia.

In questa epoca confusa e difficile, gli innovatori non mancano. Ma dove sono? Chi sono? Perché innovano?

Le persone che innovano, a ogni livello, sono la risposta a molti problemi. Perché invece di scannarsi con gli altri per la spartizione delle risorse, tendono a cercare di creare nuove risorse, nuove opportunità per generarne.

Cerco storie di innovatori che rispondano a qualche domanda, volutamente generale:
1. Che cosa vedono davanti a sé. Qual è la cultura del futuro degli innovatori?
2. Che interpretazione dell'innovazione si danno. Distruzione creatrice? Progresso tecnico? Rottura radicale?
3. Chi sono. Quali storie esemplari si possono raccontare?

Sappiamo delle difficoltà italiane a innovare. E sappiamo che nonostante tutto ci sono molti innovatori che riescono nonostante tutto a realizzare la loro idea. Dove si trovano? Con quale metodo vanno cercati e valutati?

Nion si può vivere soltanto di un insieme di dilemmi paralizzanti. Non si può vivere di polemiche e di timori. Gli innovatori che ci sono e fanno strada sono possibili nuovi modelli per una società che ne sta cercando.

Anche perché, magari, sono persone che cercano di innovare nella qualità, nella intelligenza, forse addirittura nella ricerca della felicità.

Naturalmente questo è solo un tentativo generico di aprire una ricerca. Spero molto nei consigli e nelle segnalazioni di tutti coloro che vorranno darne.

Processo aperto

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Charles Nesson è l'avvocato dell'accusato in uno dei tanti casi di processo partito da una denuncia delle major contro una persona accusata di violazione di copyright. Le major chiedono danni enormi. Hanno mandato almeno 30mila lettere a presunti violatori ottenendo nella maggior parte dei casi un patteggiamento per 3mila-5mila dollari. Ma Nesson non accetta il patteggiamento, dichiara il suo cliente innocente, e gestisce tutta la difesa in piena apertura: mettendo sul suo blog persino le registrazioni delle sue conversazioni con i magistrati e gli altri avvocati.

Art by twitts

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Amy Hoy e Thomas Fuchs, incrociati per caso via Twitter... Prendono da Twitter le frasi e le trasformano in idee pubblicitarie o in esperimenti vagamente artistici. Come Twistori.

Autori, editori, piattaforme

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La crisi dei giornali tradizionali si sente meno oscura se ci si concentra sulle opportunità che contemporaneamente stanno venendo fuori su internet. E al Festival del giornalismo ieri c'è stata una dimostrazione di questo nel corso di un panel con Julio Alonso e John Byrne.

La soluzione, in effetti, è anche nel modo in cui si pone il problema. 

Il problema è che la rete ha separato funzioni che prima erano verticalmente integrate in un sistema industriale lineare: autori, editori, piattaforme. Il problema è che i media tradizionali resistono a questo cambiamento, talvolta senza pensare a come trasformarsi di fronte a esso.

Una visione emergente si può delineare.

Le piattaforme evolvono velocemente e offrono sempre nuove opportunità di espressione e riconoscimento per le persone. Dai siti tradizionali, con le loro applicazioni, ai blog e ai social network, l'innovazione nei linguaggi dell'informazione è accelerata e potenzialmente liberatoria.

Il senso viene dagli autori. Che sono i professionisti e i non professionisti dell'informazione. Il pubblico attivo e le persone che si dedicano a tempo pieno a produrre informazione sono insieme nella produzione di notizie, interpretazioni, selezioni...

Il modello di business viene dagli imprenditori, gli editori in un certo senso. quelli che devono creare le condizioni perché gli autori possano vivere del loro contributo all'informazione.

La visione è lontana dall'essere realizzata. L'arretratezza degli editori, la difficoltà di adattamento degli autori, la velocità di innovazione delle piattaforme, sono fenomeni che nel male e nel bene frenano la maturazione di un nuovo ecosistema dell'informazione.

Ma il bisogno di informazione è grande. E la soluzione può venire fuori. Certo, non si potrà che passare attraverso un certo insieme di sofferenze. Ma solo guardando avanti, con una visione, se ne può venire fuori migliori. Non certo con i luoghi comuni denunciati da Sergio.

Perseguire i modelli emergenti, provare diverse strade, ricercare le soluzioni. L'approccio giusto è probabilmente quello sperimentale. Solo con una forte apertura alla sperimentazione si potranno provare le molte soluzioni che le opportunità della rete offrono. E le iniziative non mancano, anzi abbondano. Le migliori emergeranno. Il mondo si può cambiare. Ma, come a detto Seymour Hersh non lo cambieranno i politici: lo cambieremo noi, con accuratezza, umiltà, pazienza e coraggio.

Pessimismo al silicone

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Al di sotto della narrazione esasperatamente cinetica delle star di Silicon Valley, la zona sembra pervasa da un vago pessimismo. Ne parla Lance Knobel, via Dave Winer. Knobel ha parlato con molti ceo di aziende che si occupano di tecnologie poco note e molto avanzate che fanno andare avanti l'aerospaziale e l'elettronica, il software e i semiconduttori. E...:

"And without violating any confidences, these CEOs are worried. Not about lowered sales and plummeting share prices, although that's a factor. What they are worried about is that they no longer believe the age-old mantra that the Valley will always come back. They no longer see California as a particularly good place to do business. They look at the state's staggering fiscal problems, the poor public education system, the still-high cost of housing for their workers, the continuing immigration restrictions for non-American scientists and engineers, and what many of them see as a shift against business and entrepreneurship in American culture, and they start looking westward, across the Pacific. All of these companies have operations in Asia. And that's where they see growth for the future. They are shifting resources and workforce numbers to China, to Korea, to Singapore, to India, to Vietnam".

Sarà. Ma troppo pessimismo non è credibile per un posto come la Valley. Il potere globale di Google e l'influenza di Facebook sono realtà enormi. Dalle quali usciranno attività indotte di fortissimo impatto. Non solo. Sebbene adesso l'attrazione di quelle aziende sia grande per gli studenti e i creatori di nuove imprese, sebbene non si possa dare per scontato che la tecnologia dura e pura resterà per sempre nei pressi di Stanford, può benissimo accadere che la polvere di stelle degli imprenditori internettari si depositi, nella nuova epoca della concretezza che abbiamo di fronte, per fare riemergere il valore dell'innovazione realizzata giorno per giorno dagli ingegneri e gli scienziati senza lustrini.

(Promemoria. Intanto, Google licenzia...).

Business model mania

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Dan Zambonini, di BoxUk, analizza i modelli di business dei servizi sul web preferiti dal pubblico secondo un'indagine partecipata di Webware. Solo il 34% è pubblicità pura e semplice. Il resto, parrebbe, è una pletora di varianti che oltre alla pubblicità o senza la pubblicità, vendono qualcosa...via Chris Anderson. via Comunità digitali.

Social network .gov

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Il governo americano è riuscito a superare una serie di ostacoli legali alla possibilità di postare notizie sui social network. via Rww.

Mkt by pzl

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Neuromarketing dice che uno slogan in formato puzzle spesso funziona. Chi risolve l'indovinello è tanto gratificato che viene condotto a gradire anche il messaggio pubblicizzato.

Vederci chiaro

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Nasce Closr.it per condividere foto da vedere ad alta risoluzione. I fondatori sono italiani: Daniele Galiffa e Gabriele Venier. via Infoservi.

Telefonici competitori alleati

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Si scopre che Vodafone e Telefonica si sono alleate per risparmiare. Era peraltro una delle motivazioni dell'alleanza tra Telefonica e Telecom Italia.

Analogamente, si erano alleati a livello internazionale, i gruppi cui fanno capo le italiane Wind e 3. E adesso che 3 cerca soluzioni ai suoi problemi finanziari, una delle soluzioni è proprio che intervenga la Wind. E, in alternativa o insieme, la Telecom Italia. Alleata della Telefonica. Che è alleata di Vodafone....

Il fatturato dei social network

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Molti sostengono che Facebook, MySpace e Twitter faticano a trovare un fatturato o addirittura un modello di business. Di sicuro, Facebook guadagna parecchio con la pubblicità, ma il suo fatturato per utente è molto basso. Chi fosse preoccupato per il reddito di Mark Zuckerberg e soci può dare un'occhiata a un post molto interessante di AboveTheCrowd, nel quale è analizzata la situazione. Le informazioni sulla soluzione praticata con successo da TenCent, un social network cinese, per "monetizzare" il tempo che gli utenti passano su quel servizio sono piuttosto rilevanti: TenCent non si preoccupa di disturbare troppo gli utenti che comunicano tra loro con la pubblicità, ma punta piuttosto sulla vendita di piccoli software e giochi online.

ROD

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Seth parla di "return on design". Quanto rende l'investimento in design? La domanda è buona. La risposta difficile. E' l'ennesimo esempio del bisogno di un diverso modo per "misurare" la qualità. Sarà bene che non sia pensata ad uso finanziario. Ma per la soddisfazione degli utenti.

L'identità di Twitter

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Che cos'è Twitter? Milioni di persone lo usano. Non ha ancora un modello di business. Ha ottenuto finanziamenti giganteschi. Ma non è chiaro che cosa sia, dice Farhad Manjoo. Non è destinato a sostituire Google e non è destinato a sostituire Facebook. Questo è chiaro, anche se la pubblicistica ha fatto qualche allusione a queste possibilità. 

E' cominciato come un sistema per lanciare micromessaggi (in risposta alla domanda standard: "che cosa stai facendo?") agli amici. Se l'utente voleva poteva chiudere la lettura ai soli autorizzati. Ma in generale si lasciava aperta a chiunque fosse interessato. E per questo è diventato un sistema di microblogging. Che in qualche misura facevano informazione veloce. Quindi è stato popolato non solo da persone ma anche da organizzazioni e giornali che vogliono informare. Ma con milioni di utenti è anche un sistema per valutare la rilevanza delle notizie che possono essere rilanciate, commentate, criticate dagli utenti. 

Insomma. Twitter è stato concepito pensando a una forma di utilizzo e poi le persone lo hanno trasformato più volte in qualcosa d'altro. Le applicazioni nate su Twitter, come il motore di ricerca, hanno accompagnato questi cambiamenti. Il suo sviluppo, penso, resta nelle mani delle persone che lo usano più che nelle strategie dei suoi progettisti. Questi, piuttosto, devono saper bene interpretare e accompagnare anche in futuro le invenzioni degli utenti. Che poi ci si possano fare soldi, al di là della pubblicità ed evitando invasioni di campo sui temi della privacy, resta un tema aperto. A quanto pare in ogni caso, tutti pensano che con svariati milioni di utenti, una forma di redditività si troverà.

Critiche al sistema dei brevetti

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I brevetti non sono l'unico e forse non sono il migliore sistema per tutelare l'invenzione. Lo dice uno studio pubblicato su Science e realizzato tra gli altri anche da una ricercatrice della Bocconi.

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Comunicato stampa del 06/03/2009 12:00

Piu' invenzioni se aboliamo i brevetti

Secondo un paper pubblicato oggi su Science, di un team guidato da Debrah Meloso della Bocconi, un nuovo sistema di retribuzione per inventori e ricercatori è più efficace nello stimolare la creatività intellettuale.

Il sistema ultra centenario dei brevetti frena l'innovazione e per stimolare nuove idee bisognerebbe abolirlo a favore di un nuovo metodo di retribuzione per gli inventori. Questa la conclusione a cui giunge lo studio 'Promoting intellectual discovery: patents versus markets' condotto da Debrah Meloso (Università Bocconi) con Jernej Copic (UCLA) e Peter Bossaerts (Caltech), pubblicato oggi su Science. Secondo i ricercatori, un sistema dove gli inventori possono comprare e vendere sul mercato titoli dei componenti chiave delle loro scoperte supera infatti il sistema 'il vincitore prende tutto' dei brevetti nello stimolare curiosità e creatività intellettuale. 

Partendo dal presupposto che il sistema dei brevetti ha dei limiti dal momento che premia solo il primo, i ricercatori hanno ideato una serie di esperi! menti per mettere a confronto il sistema dei brevetti e le forze di mercato sul modo in cui influenzano la propulsione delle persone ad inventare. 

I ricercatori hanno svolto l'esperimento noto come il "problema dello zaino" ("the knapsack problem") in cui i partecipanti hanno un numero di oggetti superiore a quello che lo zaino può effettivamente contenere e la sfida è trovare la soluzione per massimizzare il valore degli oggetti che si riesce ad inserire. 

Per vincere con il sistema basato sui brevetti era sufficiente indovinare la soluzione prima degli altri. I ricercatori hanno però notato che questo approccio disincentivava gli altri giocatori nella ricerca della soluzione. Nel sistema basato su un regime di libero mercato, invece, i partecipanti guadagnano quanto più sono in grado di individuare anche singole parti della soluzione del problema. Come in una borsa virtuale, infatti, i titoli! dei singoli oggetti salgono o scendono di valore a seconda se! fanno p arte o meno della soluzione ovvero se entreranno o meno nello zaino. Chi avrà acquistato titoli di uno o più oggetti contenuti nello zaino realizzerà quindi un guadagno anche se non sarà stato il primo a individuare la soluzione. 

I ricercatori hanno calcolato che con il sistema dei brevetti solo il 17 % dei partecipanti all'esperimento dello zaino raggiungeva la soluzione mentre con il sistema della borsa virtuale la percentuale saliva al 27% e i giocatori si impegnavano sempre di più nella ricerca di soluzioni diverse. 

"Le persone sono consapevoli che le scoperte sono difficili e sono più motivate se sanno che i premi non sono esclusivamente per i primi," spiega Meloso, docente presso il Dipartimento di scienze delle decisioni della Bocconi. "E la promozione di un numero più ampio di idee e di grande beneficio per la creatività intellettuale e può essere stimolata ! tramite dei mercati creati su misura."

Secondo i ricercatori, infatti, per stimolare l'innovazione si potrebbe dunque pensare ad un sistema di retribuzione non più basato sui brevetti ma dove le persone detengono titoli dei componenti delle loro invenzioni. Per esempio, gli scienziati impegnati nello studio sulle celle a combustibile che pensano che il platino sia il migliore catalizzatore potrebbero acquistare dei future sul platino nella consapevolezza che una volta che la loro invenzione diventa di dominio pubblico il loro investimento crescerebbe di valore. Il presupposto per il funzionamento di questo sistema sarebbe l'introduzione di mercati per tutti gli oggetti potenzialmente componenti di scoperte future. 

Tale sistema lascerebbe così intatta la motivazione di altri scienziati a continuare a lavorare ma premierebbe comunque i primi perché acquisterebbero i titoli al prezzo minore. Gli inventori sarebbero ! anche incentivati a divulgare al più presto le loro sco! perte pe r fare crescere il valore dei loro titoli, accelerando così lo sviluppo di applicazioni basate sulle nuove scoperte.
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La tv si spezza ma non si piega

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Spettacolari schermi flessibili per video da Sony. Video segnalato da Loic...

Innovazione notevolissima. Ma quali saranno le applicazioni?
1. Vedere la tv sul parabrezza dell'automobile...
2. Far vedere agli amici che si possiede uno schermo flessibile per i video...
3. Appiccicare una tv al giornale di carta...
...

La scissione del pc e la Cosa mobile

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Il declino dei pc segnalato per quest'anno da Gartner non è solo statistico. E' probabilmente anche concettuale. 

I pc perdono quasi il 12%, aumentano i mini-notebook, mentre le persone con un cellulare sono arrivate a 4,1 miliardi

Intanto, la navigazione in internet con un terminale mobile migliora, soprattutto con gli iPhone e i suoi nuovi competitori.

I pc restano ovviamente importanti. Ma è chiaro che non sono alla testa dell'innovazione. La Cosa che li sostituisce è probabilmente un insieme di cose generate dalla gigantesca spinta innovativa del web, cui i pc solo in parte riescono a star dietro. E attualmente le connessioni mobili, i terminali che rendono il web portatile, alle applicazioni che si usano online, sembrano decisamente più sincronizzate con lo spirito dei tempi di quanto non appaiano i pc.

Vabbè. Si sapeva. Ma bisogna ammettere che questi numeri danno conferme spettacolari.

Traduzioni automatiche

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Robin Good segnala diversi servizi di traduzione automatica. Questi strumenti sono utili in mille occasioni. Sono anche divertenti per le bizzarre traduzioni che talvolta producono.

Proviamo a tradurre il post che Robin aveva scritto su Twitter per descrivere questi servizi. Il post originale è: "Free Online Language Translation: Best Services To Translate Your Documents". Ed ecco le traduzioni con:
Systranet:
Traduzione di lingua online libera: Migliori servizi per tradurre i vostri documenti
Google Translate:
Free Online Language Translation: I migliori servizi per tradurre il vostro Documenti
Reverso:
Traduzione di lingua on-line e gratis: Migliori servizi per tradurre i Suoi documenti
Yahoo Babelfish:
Traduzione di lingua in linea libera: Migliori servizi per tradurre i vostri documenti
Worldlingo:
Traduzione in linea libera di lingua: Servizi migliori per tradurre i vostri documenti
Freetranslator:
Liberare Traduzione di Lingua in linea: I migliori Servizi Di Tradurre I Suoi Documenti

Mobilita' insostenibile

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Il citatissimo video "visionario" della Microsoft sul futuro delle interazioni tra miniterminali mobili dedicati a varie funzioni pare scontrarsi con i prezzi delle comunicazioni wireless che non accennano a ridursi (via ArsTechnica). Il centro dell'analisi è statunitense, ma in Europa la situazione non è poi molto diversa. E in Italia, con i mille impedimenti frapposti allo sviluppo del wi-fi nei luoghi pubblicit, la situazione non è certo migliore.

Terreno inesplorato

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La Microsoft non sa quasi nulla del territorio per lei inesplorato delle pratiche per i licenziamenti. E così si è sbagliata con i pagamenti ai collaboratori licenziati: ad alcuni ha pagato di più del dovuto, ad altri di meno. La settimana scorsa ha inviato lettere a coloro che avevano ricevuto più denaro del dovuto per riaverlo indietro. Questa settimana il capo delle risorse umane, Lisa Brummel, ha deciso di "cambiare strada" e ha rinunciato a questo difficile aspetto della sua strategia. Assicurando nel contempo a coloro che avevano ricevuto di meno che i loro diritti saranno soddisfatti al più presto. (Ina Fried).

Animal house

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Gli architetti Beckmann-N'Thépé e il designer di paesaggi TN+ rifaranno lo zoo Korkeasaari di Helsinki. Dezeen.

Idrogeno meno caro

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Troppo bello per essere vero, dicono alla Technology Review del Mit. Il nuovo metodo per la produzione dell'idrogeno costa l'80 per cento in meno. Technology Review: Cheap Hydrogen from Scraps

Cosmetica e futuro. Non e' viale dell'Astrologia

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La crisi economica attuale è partita dalla bolla finanziaria (costruita su mercati degli immobili e del petrolio, si è tradotta in un blocco del credito, ha generato una frenata dei consumi di beni durevoli e adesso comincia a influenzare l'occupazione. Gli economisti e gli imprenditori che ne hanno parlato ieri nel corso di un convegno sulla crisi economica e l'innovazione culturale necessaria ad affrontarla, organizzato dalla Unipro alla Luiss: la diagnosi è sconcertante. Più che ai dati finanziari o a quelli reali, per interpretare la crisi occorre guardare ai dati psicologici. A quanto pare, una gran parte della crisi e la massima parte delle soluzioni sono nel dominio delle idee (dalle quali tutto parte) piuttosto che in quello dei fatti (che da esse discendono): fiducia, visione, innovazione culturale.

Si ha l'impressione che questa crisi non sia come le altre. È grave perché ha distrutto la fiducia di tutti. Lo dicono in modo diverso gli economisti Luca Paolazzi (centro studi Confindustria) e Daniele Tirelli (Popai). E la via d'uscita è la ricostruzione della fiducia. Lo testimoniano gli imprenditori Giovanni Rana, Andrea Illy, Edoardo Garrone, Andrea Pontremoli. La ragione economica va alimentata di pensieri innovativi che derivano da ogni disciplina perché in fondo l'economia è le persone che la realizzano, insegna Pier Luigi Celli, amministratore delegato e direttore generale dell'università Luiss.

In un contesto come questo, si deve aborrire l'irrazionalismo oscurantista delle analisi come quella che ha condotto qualcuno a dare dei "corvi" agli economisti che prevedono recessione. Come se viale dell'Astronomia, dove ha sede tra l'altro il centro studi Confindustria, si fosse trasformato in viale dell'Astrologia.

Ma, cercando proprio nell'empirismo e nella ragione gli strumenti di interpretazione, occorre tener presente che le persone non agiscono in modo razionale e calcolatore: sono piuttosto condotte da una complessità di motivazioni, pensieri, valutazioni, preoccupazioni, paure, speranze, illusioni, che conducono a comportamenti capaci di influenzare profondamente l'economia. Quello che occorre è un racconto sintetico capace di interpretare una prospettiva credibile attraverso la quale le persone possano sapere a che cosa dedicare la propria vita e perché.

Se ci sappiamo raccontare in modo credibile il senso di quello che facciamo arriviamo al centro della risposta alla crisi. 

Il paradigma economicistico è finito. L'ìnnovazione necessaria è prima di tutto culturale. Se al tempo dell'industrializzazione i genitori sapevano con certezza che i loro figli sarebbero potuti star meglio di loro, oggi non è più così: perché il racconto della prospettiva si è spezzato, non è più credibile. La società, l'economia e la cultura, nei paesi ricchi, chiedono un nuovo racconto del futuro. La mancanza di questo racconto è una causa di forte sofferenza, incertezza, paura. Sfiducia.

Fino a che i modelli economicisti, incarnati dai grandi banchieri di Wall Street e della City, funzionavano, le persone potevano almeno illudersi di vivere in un sistema duro ma efficiente e credibile. Il fallimento della Lehman Brothers è il simbolo della fine della credibilità di quel sistema. È ora di avere un nuovo e più credibile racconto. Che dimostri come la nostra società possa investire al fine di salvaguardare il diritto di ciascuno a cercare la felicità.

Che tutto questo sia stato discusso in questi termini al convegno delle aziende che si occupano di cosmetica - un convegno di altissima qualità coordinato da Gabriele Gabrielli e concluso da Fabio Franchina - dimostra che i discorsi di sostanza stanno penetrando in profondità. E rafforza la fiducia che questa ricerca porterà verso una nuova e più umana visione del mondo.

Conversando di innovazione

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Ho fatto i miei complimenti a Riccardo Luna per il primo numero di Wired Italia. Mi ha risposto con la consueta simpatia: «Grazie, ma è lunga per fare un vero Wired. Mi aiuti?». Penso che, anche se ne fossi capace, finché sono a Nòva non potrò fare molto di pratico per aiutare Riccardo a fare un vero Wired. Posso però contribuire con un brevissimo commento che in realtà si sintetizza con la domanda che riporto in fondo a questo post: non spero di riuscire ad aiutare davvero, ma non voglio neppure sottrarmi al tentativo.

Ebbene. Non sorprende che l'aspetto di Wired Italia richiami fedelmente quello bellissimo di Wired, benché la carta e la pubblicità non abbiano le stesse caratteristiche. Su questo non ci sono che complimenti da fare a tutti. 

Ma proprio per la somiglianza delle forme, nel confronto tra i due mensili risalta molto la differenza dei testi. Ho l'impressione che i testi di Wired Italia, con le dovute differenze tra i diversi autori, siano scritti pensando a un pubblico abituato a ritenere che nella maggior parte dei casi valga il motto lampedusiano secondo il quale si può sempre agire in modo che "tutto cambi perché nulla cambi". A un pubblico così pensa, per esempio, Luca quando riporta un testo che afferma come così non è necessario che sia.

Il bellissimo pezzo di Paolo Giordano che incontra Rita Levi Montalcini testimonia il candore e la capacità di stupirsi di un grande scrittore. (vedi Mante). Ma non è fatto per testimoniare la partecipazione attiva di chi scrive al processo innovativo di chi è descritto. 

Generalizzando, il primo numero di Wired Italia dice che l'estetica dell'innovazione abbellisce il mondo che la produce anche quando c'è una distanza tra le due dimensioni. Il che però conduce a vedere Wired Italia come un mensile dedicato allo stile di vita innovativo, più che all'innovazione.

Il percorso di tutti noi è ancora lungo. E non si cessa di imparare. Tutti noi che pensiamo che il mondo possa essere cambiato e abbiamo incontrato sulla nostra strada Wired nei primi anni Novanta, sappiamo quanto fascino abbia una rivista che rappresenta un mondo di innovatori. E Nòva, con tutti i limiti di chi l'ha fatta, ne ha seguito in parte le tracce culturali, tentando di reinterpretarle alla nostra maniera. Ora Wired Italia si presenta dicendo esplicitamente per bocca del suo fin troppo gentile direttore Riccardo Luna che nasce sulle tracce di Nòva. La tensione culturale è simile. La forma è diversa. 

Ma la domanda è la stessa: che cosa succede alla cultura dell'innovazione passando dalla California all'Italia? La risposta, che va ancora trovata, potrebbe aiutare Nòva a migliorare. E forse ancor più Wired Italia. 

In bocca al lupo a tutti coloro che cercano sinceramente di capire come cambia e come si può cambiare il mondo.

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  • The case for an Italian rebellion

    The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.

    An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.

    Why?

    continua... (21 commenti al 9 ottobre)

    Il seguito in italiano: con molti commenti


  • Sul prossimo futuro di Nòva

    Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

    Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)


  • Editori, tecnologia e pirati

    E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)



  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









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Nòva/IlSole24Ore