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Month August 2013

Butta la casta

Un frame, nel linguaggio degli studiosi dei media, è un quadro interpretativo forte della realtà. Tanto forte che una grande parte della popolazione lo condivide. Un frame diventa un modo di vedere il mondo che accomuna molte persone. La sua conseguenza è che tutte le notizie che avvalorano il frame diventano più importanti perché appaiono più significative, in quanto si riferiscono al contesto che tanti condividono. Mentre tutte le notizie che non avvalorano il frame diventano meno rilevanti se non sono addirittura oscurate.

Un frame di successo è basato sui fatti. Ma ne dà spesso una prospettiva parziale. E diminuisce l’importanza di altri fatti che consentirebbero di vedere altri fenomeni o di modificare la lettura della realtà in modo da comprenderne i risvolti più complessi.

libro_lacasta La “casta” è diventato un frame di enorme successo in Italia. È basato su una quantità di fatti davvero disarmante. I politici che si comportano come se appartenessero a una casta e che approfittano della loro posizione per fare i loro comodi senza temere davvero di essere perseguiti sono in un numero imbarazzante. I piccoli e grandi poteri descritti dal libro seminale di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, del 2007 sono spesso ancora dove erano quando il libro è stato scritto. E anzi molto spesso le malversazioni di politici emerse dopo quella data si sono dimostrate sfavorevolmente sorprendenti anche per i lettori più entusiasti di quel libro.

Il fatto che una delle regioni più colpite dalla casta, la Lombardia, non abbia cambiato il suo voto alle ultime elezioni può essere un segnale sul quale riflettere.

Nonostante il successo del libro sulla casta sia stato enorme e abbia davvero generato un frame fortissimo, la popolazione lombarda non ha cambiato il suo voto altrettanto sostanzialmente. In genere, in Italia c’è stato in effetti un terremoto, con il M5S e tutto il resto. Ma non è stato sufficiente. Si può dire che, per ora, la casta è ancora dove era nel 2007. Probabilmente anche perché la popolazione non si è ribellata abbastanza alla casta.

Il frame della casta, insomma, riesce a unire tutti nella critica ai politici: ma da questa critica non è ancora emerso un superamento della casta.

Un frame non è la premessa di un cambiamento. È, di per se, soltanto un modo di conformare il pensiero collettivo a un’interpretazione. Nel caso della casta rischia di contaminare ogni politico con l’idea che appartenga alla casta. Rischia di ridurre le probabilità dell’accesso di brave e democratiche persone alla politica per il timore di dover poi fronteggiare il frame della casta: “sei diventato potente dunque sei entrato nella casta”. Rischia di ridurre al banale giudizio del tipo “sono tutti uguali” una lettura della complessa realtà politica. Finisce, probabilmente, per abbattere gli incentivi a un comportamento lineare e corretto, democratico e generoso, da parte dei politici, perché finché dura il frame non riescono a scrollarsi di dosso il sospetto che comunque facciano parte della casta. Come si può incentivare una buona politica se il frame continua a funzionare come collante interpretativo principale di ogni cosa abbia a che fare con i politici?

Forse è tempo di cambiare frame. La casta è un modo di dire. Che sintetizza una serie di fatti impressionante e inaccettabile. Ma che è troppo statico nella sua interpretazione. Non dà conto del cambiamento. Non aiuta nessun politico serio e non riesce comunque a eliminare i politici poco seri, per non dire francamente fuori legge. La casta è stato un frame di enorme successo. Ma non ha più molto da dire di costruttivo, mentre rischia di avere ancora molto da dire di distruttivo.

Spero che da chi è arrivata la parola che ha costruito il frame o da altri arrivi una nuova parola che serva da incentivo a fare seriamente politica. La casta è da buttare. Come realtà politica. E forse ormai anche come parola.

Forse, addirittura, dovremo cominciare a ragionare fuori dai frame. E ripartire con una prospettiva un po’ più articolata. Ma tale da dare risposte, aprire porte e creare incentivi a un comportamento più civile.

Automobile autonoma dall’autista

L’automobile si guida da sola. Guardare questo ottimo video fa venire un po’ di ansia. Ma a molti succede anche quando a guidare è un’altra persona. Via VisLab. Si tratta di una prova sul campo in ambiente urbano. La presentazione è prevista per il 3 settembre a Las Vegas (Alberto Broggi, Parma).

Numeri sociali

Questa infografica contiene qualche numero impressionante: più di un quarto del tempo che la gente passa online è su un social network; la coorte demografica che cresce di più su Twitter è 55-64 anni; un terzo delle coppie sposate negli Stati Uniti si sono incontrate online. And so on…

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Agcom e diritto d’autore

La rete è un bene comune. Ma regolamentazioni inconcludenti, azioni dei servizi segreti, appropriazioni indebite da parte di piattaforme globali, violazioni delle leggi da parte di criminali più o meno organizzati, la stanno sottoponendo a uno stress piuttosto pesante.

I cittadini sono chiamati a difendere il loro bene comune. Altrimenti altri lo rovineranno.

La prossima tappa è la consultazione sulla controversa iniziativa dell’Agcom in materia di diritto d’autore. La presentazione dell’iniziativa era tutta orientata a dimostrare che l’intervento sarebbe stato equo ed equilibrato. Secondo i critici, la lobby della televisione ben rappresentata nell’Agcom sembra essere riuscita a introdurre cambiamenti nella proposta di regolamento: era stata annunciata una regolamentazione molto chiaramente circoscritta alla repressione dei siti che fanno commercio di materiale soggetto a diritto d’autore altrui; secondo alcuni osservatori coinvolge invece un po’ tutti (Sarzana).

I critici più forti mettono in dubbio la stessa correttezza giuridica di un interventismo diretto dell’Agcom. E’ una tematica tecnica. Ma i princìpi della rete sono chiari: un intervento non dovrebbe avvenire in modo tale da garantire solo le pretese dei proprietari del diritto d’autore senza un equilibrio a favore dei chi si difende dalle loro eventuali accuse, dei cittadini che non fanno commercio di proprietà altrui, dei provider che non hanno intenzione di diventare poliziotti, delle piattaforme che si sviluppano se sono abbastanza indipendenti dalla responsabilità di chi le utilizza, come ben comprende la legge europea sull’ecommerce.

L’innovatività della rete dipende dalla libertà con la quale la si utilizza. La libertà non è certo quella di commettere crimini. Ma la repressione dei crimini va proporzionata alla loro gravità e non deve coinvolgere troppo chi non li commette. Se in una casa con più appartamenti c’è un covo di ladri non si chiude l’intera casa e non si chiede agli altri inquilini di buttare fuori i ladri: si interpella la magistratura e si segue una procedura civicamente corretta.

Non c’è dubbio che il diritto d’autore sia un valore importante. Ma la sua difesa deve essere equilibrata con la difesa di ogni altro diritto importante.

C’è una consultazione, fino a fine settembre. C’è la possibilità di ricorrere all’Europa. C’è la possibiltà che il Parlamento intervenga.

Sicuramente ci sarà ancora una volta una precisa presa di posizione degli internettiani più avvertiti. Sicuramente i giuristi più esperti chiariranno il loro pensiero e daranno suggerimenti (Scorza). C’è già stata mesi fa una petizione molto autorevole e una risposta dell’Agcom (Sitononraggiungibile). Nexa segue la vicenda. L’Agcom ha organizzato un workshop e pubblicato le relazioni. Ma ora è tempo di riprendere il discorso. E vale anche la pena di studiare il modo di ricorrere al parere delle autorità europee.

Una gestione diequilibrata della normativa sulla rete rischia di rovinarla. Come l’ipersfruttamento delle multinazionali. Come l’eventuale chiusura della neutralità della rete da parte delle telco. Come la paura diffusa di essere intercettati.

Una volta ci si doveva difendere solo dai criminali che iniettavano virus in giro e facevano commercio di materiali piratati o di carte di credito. L’Nsa ha cambiato lo scenario. Le regole in rete devono essere equilibrate: perché la rete è un ecosistema.

Speriamo che non ci si debba difendere anche da chi dovrebbe difenderci.

update: leggo un interessante approfondimento su Medialaws. Le perplessità crescono.. Di sicuro, non è vero che un qualunque intervento a favore del diritto d’autore è un buon intervento. Se fosse vero, come dice Bellezza, che questo provvedimento proposto dall’Agcom introduce tutte queste ambiguità, non farà bene né a internet né ai detentori del diritto d’autore.

Tocca all’Onu: attaccata dalla Nsa, può prendere provvedimenti. Per la libertà della gente anche in rete

Riporta Spiegel che la Nsa ha spiato anche l’Onu. In un’occasione lo hanno fatto anche i servizi cinesi (GigaOm), ma gli americani lo hanno fatto più spesso. Spiare l’Onu è vietato.

L’EFF ha creato una timeline degli interventi dell’Nsa. Si vede che questo modo di agire, usando la rete per spiare, è stato programmato fino dal 2000. Ma si vede anche la progressione delle attività borderline o addirittura francamente illegali che i servizi americani hanno deciso di intraprendere. (Una sentenza della corte costituzionale americana citata da EFF conforta chi pensca che questo sia illegale).

Lo spazio internettiano è percorso da predatori e criminali, ma anche da multinazionali e governi, che aggirano le leggi per perseguire i propri scopi. Contando sulla indifferenza, la mancanza di tempo e di consapevolezza dei cittadini. Contando sull’impreparazione dei politici e dei magistrati. Contando sul vantaggio di tempo che riescono ad accumulare agendo negli spazi che la rete offre a chiunque li voglia sfruttare.

Secondo Sue Gardner di Wikimedia il mondo sta perdendo la guerra per una rete aperta e libera. Sarebbe una forma di “tragedia dei commons”: capitalisti e governi, pirati e criminali organizzati, si appropriano di un bene comune, lo sfruttano oltre il dovuto per i loro scopi, lo impoveriscono e dunque lo sottraggono ai cittadini che su quel patrimonio hanno fondato le loro attività sociali, economiche, culturali.

Non è detto che finisca così. Ma finisce così se non c’è una paziente, decisa, continua lotta per la manutenzione della rete, aperta e libera. È possibile che si debba pensare a costruirne un’altra indipendente. Ma c’è ancora molto da fare per difendere quella che abbiamo.

L’Onu è stata chiamata in causa molto spesso perché potrebbe costruire una forma di normativa di salvaguardia dell’internet come bene comune, una normativa di carattere costituzionale, orientata alla salvaguardia dei diritti fondamentali dell’umanità. Che non sono diversi nella sostanza da quelli che il progresso culturale e politico è riuscito a sancire in passato. Ma che vanno resi forti e chiari anche nel nuovo ambiente civile, del quale la rete fa parte. L’Onu che è stata illegalmente attaccata può reagire con una proposta visionaria e chiarificatrice.

Ma in ogni istante di questa storia contemporanea l’urgenza si accavalla all’importanza delle questioni globali. L’urgenza delle vicende siriane, per esempio, oggi si sovrappone a questo problema delle presunte intercettazioni illegali della Nsa. In passato, si aspettava che arrivasse la pace per stabilire le nuove regole con le quali definire l’ordine politici del periodo storico successivo. Oggi guerra e pace si sovrappongono in ogni momento. E dunque le questioni importanti e quelle urgenti vanno affrontate contemporaneamente.

Patterns

Arte, scienza. Riconoscere le regolarità nella complessità. Questo video almeno è pervaso di entusiasmo.

Il futuro del coltellino svizzero

Il coltellino svizzero è un mito, ma non si può dire che sia usatissimo. La gente preferisce avere oggetti specializzati nel fare i coltelli, i cavatappi e i cacciavite, invece di usare sempre lo stesso aggeggio per tutte le funzioni. Il vantaggio del coltellino svizzero è la compatezza delle funzioni in un unico oggetto facilmente trasportabile. Per questo il cellulare sembra essere un coltellino svizzero: perché compatta tante funzioni in un unico oggetto facilmente trasportabile.

Il problema del design che consentirà di avere oggetti specializzati ma anche facilmente trasportabili è innovare l’interfaccia usando la rete, il software e l’innovazione dei materiali, puntando a formulare ipotesi di utilizzo non gadgettistiche ma inevitabili. Un maestro del genere è Bill Buxton che attualmente lavora alla Microsoft ma è un vero e proprio pioniere del design dell’esperienza.

Una serie di esempi sulla ricerca in questo senso è raccolta da Cliff Kuang.

A quanto pare, il coltellino svizzero cellulare continuerà a lungo a prevalere. Ma il wearable computing troverà probabilmente uno spazio crescente. Purché cerchi di inserirsi nello spazio della necessità e non dell’effimero. È una grande opportunità per tutti coloro che sanno che cosa la gente preferisca “to wear”. Italiani compresi. Si tratta di comprendere sensori, rete, materiali, design, software. Non è detto che debbano fare tutto: è possibile che trovino il loro spazio. Se comprendono lo scenario.

Facebook mobile e la scuola in Italia

Secondo i dati di Vincos, 10 milioni di italiani si collegano ogni giorno in mobilità a Facebook. Erano molti meno ad aprile. Più in generale, Vincos osserva una nuova accelerazione di Facebook in Italia. Gli accessi sarebbero ora 24 milioni al mese, con 17 milioni di persone collegate quotidianamente.

Ogni giorno 9 milioni di italiani vanno a scuola. Ci passano più tempo che su Fb naturalmente. Ma probabilmente molti di loro sono le stesse persone che usano assiduamente Facebook.

Il collegamento tra i media digitali e la scuola è nei fatti. È tempo che l’insegnamento si adegui. Difficile scalzare le perplessità degli editori scolastici tradizionali. Ma i professori, gli studenti e le famiglie sanno che l’ambiente mediatico e le abitudini di accesso alla conoscenza dei ragazzi sono definiti in modo ineludibile dalla rete.

Un altro anno è passato senza decisioni consapevoli in materia, a livello di governo. Tra poco riparte un nuovo anno. È possibile che i ragazzi e gli insegnanti più avvertiti non aspettino più. Gli altri resteranno indietro purtroppo.

Informazioni digitali, economia analogica

Martin Hilbert di Annenberg ha calcolato quanta informazione viene registrata in formato digitale e quanta in analogico. Il suo studio offre un’immagine palpabile della trasformazione avvenuta nel corso dei primi dieci anni del nuovo millennio. Nel 2000 il 75% dell’informazione era immagazzinata in formato analogico. Nel 2013 questa percentuale è crollata al 2%. (È citato da Viktor Mayer-Schönberger e Kenneth Cukier in Big Data, libro di imminente pubblicazione per Garzanti).

Dal punto di vista economico, peraltro, la quota di fatturato delle informazioni vendute in modo analogico è ancora superiore alla quota di fatturato delle informazioni in digitale secondo l’Economist (i dati di base non sono gli stessi ma l’idea di fondo è abbastanza chiara).

Da Shalabayeva a Miranda

La repressione dell’informazione nel Regno Unito: in una colonia operativa degli Usa, i cittadini non americani sembrano avere meno diritti. Ma la storia pubblicata dal Guardian fa venire in mente anche la vicenda della Shalabayeva in Italia: man mano che la globalizzazione degli interessi economici e politici avanza con la digitalizzazione delle informazioni le polizie sembrano pensare di potersi e doversi muovere su terreni sempre più indefiniti ed extraterritoriali. I loro obiettivi immediati calpestano i modi tradizionali di agire e i diritti abituali. Nel lungo termine però assomigliare troppo al nemico dello stato di diritto e della libertà d’informazione non giova all’Occidente. Imho.

McAfee: polarizzazione capitale e lavoro

L’economista Andrew McAfee discute sulla relazione tra macchine e lavoro a TED. E il suo discorso vale la pena di essere seguito. Perché si risolve non nel luddismo ma nella consapevolezza del fatto che il modo in cui progettiamo ha conseguenze sulla società che costruiamo. La polarizzazione delle risorse a favore del capitale e a sfavore del lavoro è solo una delle conseguenze che la progettazione attuale ha lasciato avvenire. Il grafico che segue è emozionante, anche se va considerato che le due curve hanno scale e variabili molto diverse.

grafico_mcafee

Uber: la legge, il mercato, la tecnologia, le corporazioni, i problemi emergenti delle piattaforme

Alcuni appunti su una questione controversa. Servono a mettere insieme informazioni e a evitare i pregiudizi. In tutte le direzioni. Nella speranza che i commenti aiutino a chiarire quello che resta poco chiaro.

Uber è una piattaforma nata a San Francisco che facilita la prenotazione e il pagamento di auto con autista nelle città. Il pagamento avviene attraverso la app con una carta di credito. Uber si tiene una quota della corsa, il resto va all’autista, al proprietario dell’auto, ai benzinai. I consumatori pagano un po’ di più di quello che serve per prendere un taxi, viaggiano in auto di lusso, sperano in un servizio migliore e minori tempi di attesa. Uber c’è in diverse città. A Milano è stata un po’ bloccata da un’ordinanza del Comune che contesta alla Uber il mancato rispetto di alcune regole: in particolare, se non ho capito male, la legge cui si è riferito il Comune prevede che le auto con autista facciano un prezzo certo alla partenza e che tornino alla rimessa dopo ogni corsa. La prima questione si può risolvere, più o meno. La seconda è un problema che aumenta i tempi di attesa, visto che le macchine affiliate a Uber vorrebbero stare in strada per poter essere disponibili più velocemente di fronte alle richieste. I tassisti non amano Uber. Anche alcune compagnie di auto con autista non apprezzano questa concorrenza. Uber peraltro non è una compagnia di taxi o di auto con autista: è una piattaforma che mette in collegamento clienti e autisti. Quindi, se non ho capito male, non ritiene di dover sottostare alle stesse leggi degli altri. (Vedi Sole e Wired)

In altri paesi le regole sono meno rigide che in Italia. In altri paesi i tassisti sono forse meno corporativi. Questo non toglie che ci sia chi anche in Italia ha lanciato un servizio simile a Uber: ezDriver (Sole). Ma come i servizi simili, tipo Hailo e GetTaxi, Uber ha avuto problemi anche nella patria del liberismo, l’America (xconomy e xconomy). Tanto è vero che Uber ha allargato il suo servizio al ridesharing e ha prodotto un interessante white paper per suggerire innovazioni normative ai politici che vogliano modernizzare il sistema dei trasporti cittadini: Principled Innovation: Addressing the Regulatory Ambiguity around Ridesharing Apps. Vi si trovano parole durissime – anche se genericamente espresse – contro i tassisti di ogni parte del mondo e i politici che li proteggono. Vi si trova una forte critica dell’eccesso di regolamentazione che frena lo sviluppo di nuovi servizi. Ma vi si trova anche una forte critica per la mancanza di regolamentazione che consente a concorrenti low cost di offrire servizi che, secondo Uber, sono meno sicuri perché basati su autisti non professionali.

L’interesse di tutto questo è che le piattaforme internet hanno conseguenze complesse. Tanto che comprenderle è spesso arduo. Ecco alcuni punti ai quali per esempio si può prestare attenzione:
1. alcune piattaforme disintermediano riducendo il potere di sistemi precedenti ma reintermediano spostando il potere a favore di chi gestisce il flusso di informazioni e denaro, aggiungendo uno storytelling attraente, un’ottima qualità del servizio o altro;
2. alcune piattaforme mettono in discussione certe leggi precedenti ma cercano di ottenere il rispetto di altre leggi compatibili e tali da difendere il loro modello di business, spesso tra l’altro propenso alla crescita veloce per soddisfare i veri clienti, cioè gli investitori;
3. alcune piattaforme prendono una quota del business piuttosto elevata e mettono i singoli professionisti o i consumatori in una condizione di potenziale dipendenza mantenendosi il più possibile alla larga dal rischio e spingendo il rischio stesso dalla parte di chi offre o compra il servizio: può essere che aprano nuove possibilità a chi vuole lavorare part time integrando altre attività; può essere che siano piuttosto convenienti; ma quando le condizioni sono anomale, per esempio in caso di forte domanda, tendono a lasciare che i prezzi salgano in modo inatteso, oppure quando non c’è domanda lasciano i prestatori di servizio senza fatturato.

Non è certo il caso per tutte le piattaforme che fanno aggio sull’abbassamento dei costi transazionali consentito da internet. E non è detto che sia il caso di Uber. In parte potrebbe esserlo, a giudicare da un articolo di Joshua Gans per Harvard Technology Review. In parte potrebbe esserlo anche a giudicare da una risposta alla domanda “quanto si guadagna facendo l’autista con Uber” che si trova su Quora a firma di Steven Reiss e che meriterrebbe una verifica che non sono riuscito a fare sul sito di Uber (“Fri & Sat are busy, so approx $400 revenue. Uber gets 20% of that, the limo company gets approx 40% & the driver gets approx 40%. So if revenue is $400, uber gets $80, limo company gets $160 & driver gets $160. Driver needs to pay for gas so $160 – $25 gas = $135 net for an 8 hour shift. SUN-Wed are slower nights so approx $250-300 revenue for 8 hr shift. Before Mid Dec 2012, driver would average $550 revenue per 8-9 hr shift. This was a time when there’s too much demand & not enough supply. Uber kept hiring & hiring to reduce reponse time, so now, too much supply & not enough demand. But uber adds more users everyday. These figures are in SF, other cities probably charge less per mile. If you want to make more, just set up your own limo company with just one Lincoln Sedan you can get from Craigslist for $3500-$4000, pay $1000 for TCP PUC license, $200 a month for 1M insurance policy, $$ for airport sticker & $$ to maintain/repair vehicle.”)

Un fatto è certo: le corporazioni hanno il loro sistema per risolvere i costi transazionali. Le cooperative di taxi concentrano in un call center le prenotazioni e gestiscono il lavoro suddividendolo tra i taxisti in modo chiaro (a loro) meno agli utenti. Il potere delle cooperative non può mai diventare grande tanto quanto quello che rischia di essere il potere delle piattaforme globali internettesche (l’effetto-rete riduce la concorrenza tra le piattaforme riducendo il numero delle piattaforme di successo). Ma è anche chiaro che alla fine vince – o dovrebbe vincere – il valore aggiunto offerto dal servizio e la convenienza per il consumatore: l’ambiguità del liberismo in chiave tecno sta proprio nella dicotomia tra “vince” (fattuale) e “dovrebbe vincere” (normativo).

Forse le leggi non servono a garantire la qualità del servizio. Quando un servizio si fa rendita garantita dalle leggi di sicuro peggiora. L’innovazione è un grande stimolo a che questo non accada. Non va fermata. Ma occorre comprendere le sue dinamiche se si vogliono ottenere risultati di valore per i cittadini, i consumatori, i lavoratori e i professionisti: le leggi possono imporre trasparenza e semplicità delle norme implicite nelle piattaforme tradizionali e innovative. Questo lo possono fare. Non aboliranno l’asimmetria informativa. Ma aiuteranno.

George Dyson sull’Nsa come sintomo di malattia autoimmune

George Dyson, storico della scienza, discute della vicenda Nsa e spionaggio via internet (Edge).

Chi non se ne preoccupa è convinto che “tanto non ha niente da nascondere” ma è anche scettico sulla reale portata di quello che le spie digitali possono trovare “sono abile a scegliere quello che condivido online, quindi non possono capire quello che penso veramente”.

The ultimate goal of signals intelligence and analysis is to learn not only what is being said, and what is being done, but what is being thought. With the proliferation of search engines that directly track the links between individual human minds and the words, images, and ideas that both characterize and increasingly constitute their thoughts, this goal appears within reach at last. “But, how can the machine know what I think?” you ask. It does not need to know what you think—no more than one person ever really knows what another person thinks. A reasonable guess at what you are thinking is good enough.

Il punto non è che quello che la Nsa non ci riguarda. Il vero punto è che quello che fa la Nsa è probabilmente inutile. Ma costruisce un sistema di potere. Al quale la Nsa non vorrà rinunciare. E quindi ci dirà sempre che è un lavoro importantissimo.

If we capture all the e-mails in the world, and break all the encryption, we may discover that the world is not nearly as full of terrorists actually threatening the homeland as certain factions are warning us to be afraid of. It may really turn out to just be mostly cat videos (and normal criminal activity). The question is, will the security-industrial complex inform us of that?

Conclusione: si tratta di un sistema fuori controllo che può provocare più danni di quanti ne curi:

The current security hysteria has all the indicators of an autoimmune disease–when the organism starts reacting against itself.

C’era una volta la spia

International Aerial Robotics Competition (IARC): una gara di robot. Quello che ha vinto è una spia.

Non sono teleguidati, scelgono la strada per realizzare la missione. Possono contare su un computer connesso wireless per elaborare i dati. Ma non accettano comandi dall’esterno (Gizmag).

Chi si preoccupa per la privacy di chi passeggia per la strada di una città piena di telecamere fisse sull’entrata delle banche ha un nuovo motivo di preoccupazione.

Washington Trust

Una chiosa sulla lettera di Jeff Bezos sulla sua decisione di acquistare la Washington Post.

A un certo punto dice:

The values of The Post do not need changing. The paper’s duty will remain to its readers and not to the private interests of its owners. We will continue to follow the truth wherever it leads, and we’ll work hard not to make mistakes. When we do, we will own up to them quickly and completely.

E’ un passaggio che a mente fredda fa pensare a come si ascoltano e si interpretano frasi del genere in diversi contesti.

Fosse successo in Italia, per esempio, forse l’ascolto di una frase del genere verrebbe ammorbato di cinismo. E probabilmente non senza motivo.

Sicché perderemmo la bellezza e l’eleganza di una affermazione fondamentale sui valori del giornalismo, l’ingenuità di ritenerli possibili, la speranza di poterli affermare e sviluppare. Senza questi momenti in cui si ha fiducia, non si può innovare ciò che va innovato e distinguerlo da ciò che deve restare.

E’ bello sapere però che da qualche parte nel mondo anche un miliardario può scrivere una frase del genere ed essere ritenuto innocente fino alla prova del contrario. Sapendo che quando dovesse arrivare, quella prova del contrario, la fiducia in lui sarebbe irrimediabilmente compromessa. Sapendo dunque che lui, proprio lui, si prende una responsabilità: e rischia i suoi soldi, la sua credibilità, la sua reputazione. Nessuno, in America, è tanto sciocco da non vedere il rischio che Bezos si prende su tutta la linea. Ma molti, almeno all’inizio, gli offrono un giudizio aperto perché possa avere una chance di successo.