Stefano Rodotà. I termini di servizio di Instagram. I diritti degli utenti delle piattaforme proprietarie

Se si accosta la vicenda del controverso cambiamento di regole introdotto unilateralmente da Instagram l’altro giorno e un libro come “Il diritto di avere diritti” di Stefano Rodotà si ottengono riflessioni che vanno oltre lo scontro mediatico che ieri ha infiammato la rete.

Rodotà ha scritto un libro fondamentale. Chi lo ha ascoltato mentre descriveva la sua esperienza nella stesura sa quanta fatica e – forse – ansia gli sia costata quest’opera. Offre una prospettiva sulla contemporaneità, illuminandola col raggio – nelle sue parole preciso come un laser – del concetto di “diritti”: e mostra come questo concetto sia fonte di energia umana nell’attraversamento della grande trasformazione del mondo attuale, percorso dallo spiazzamento culturale indotto dalla globalizzazione, dall’invadenza dell’ideologia della finanza, dalle mutazioni della natura e del corpo umano rese possibili dalla scienza e dalla tecnologia, dall’ascesa della dimensione digitale.

Internet, “il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto”, come dice Rodotà, rimette in movimento il bisogno di diritti e accelera l’evoluzione del diritto. Privacy, oblio, accesso alla conoscenza. Beni comuni. Libertà di espressione. Evoluzione costituzionale globale. Questi e infiniti altri temi del diritto sono ridiscussi da internet e impongono a tutti gli uomini di buona volontà la promozione dei diritti umani.

In questa luce, la vicenda di Instagram appare falsamente meschina, perché in realtà è indizio di qualcosa di grande che deve succedere. Di fatto, non è che l’ennesima questione che ha coinvolto il cambiamento dei termini di servizio di una piattaforma di proprietà privata usata per generare conoscenza, cultura, relazioni, connessioni, per alimentare la libertà di espressione, per fare ricerca estetica e per fare informazione. Gli utenti comprendono benissimo che, usandola, sono in “casa d’altri”. Ma sono anche perfettamente consapevoli che il valore di quella “casa” dipende dall’utilizzo che essi stessi ne fanno: e poiché Instagram è stata venduta a Facebook per un miliardo di dollari, sanno che quel valore è molto, molto alto. Inoltre, sanno che il valore che regalano alla piattaforma, in cambio del software che la piattaforma regala a loro, non è un servizio banale: è il distillato della loro esperienza umana, della loro vita, in questo caso tradotta in immagini fotografiche.

Instagram ha cambiato i termini di servizio. Qualcuno ha visto nelle nuove regole l’idea che Instagram si prendesse il diritto di vendere le foto degli utenti per campagne pubblicitarie. C’è stata una fiammata di protesta. Alcuni hanno chiuso il loro account o perso tempo a cancellare le loro foto, visto che il cambiamento entra in vigore a metà gennaio 2013. Kevin Systrom co-fondatore di Instagram ha pubblicato un post per tranquillizzare tutti scusandosi per l’equivoco generato dalle espressioni usate nei nuovi termini di servizio e annunciando che saranno chiariti per dire che le foto degli utenti non saranno vendute ai pubblicitari.

La questione è molto articolata. Cnet è infiammata. Verge è possibilista. Pogue è innervosito. Bits-Nytimes sente che la gente è iper-reattiva – forse sospettosa – di Facebook. InsideFacebook spera sia risolta.

Ma Slate mostra che i termini e condizioni di molte piattaforme private sono tali che queste si prendono potenzialmente un sacco di diritti sui contenuti generati dagli utenti.

In all the furor, did anyone stop to take a look at how the relevant statement in Instagram’s terms of service stacks up with the policies of other social networks?

YouTube Terms of Service:

… You hereby grant YouTube a worldwide, non-exclusive, royalty-free, sublicenseable and transferable license to use, reproduce, distribute, prepare derivative works of, display, and perform the Content in connection with the Service and YouTube’s (and its successors’ and affiliates’) business, including without limitation for promoting and redistributing part or all of the Service (and derivative works thereof) in any media formats and through any media channels.

Twitter Terms of Service:

… You grant us a worldwide, non-exclusive, royalty-free license (with the right to sublicense) to use, copy, reproduce, process, adapt, modify, publish, transmit, display and distribute such Content in any and all media or distribution methods (now known or later developed).

Instagram Terms of Service:

… You hereby grant to Instagram a non-exclusive, fully paid and royalty-free, transferable, sub-licensable, worldwide license to use the Content that you post on or through the Service, except that you can control who can view certain of your Content and activities on the Service as described in the Service’s Privacy Policy, available here: http://instagram.com/legal/privacy/.

The relevant policies of Facebook, Google, and Yahoo, the parent companies of Instagram, YouTube, and Flickr, respectively, are similar.

In effetti, il punto è che quelle piattaforme sono proprietà privata e pensano di poter fare quello che vogliono. Nella misura in cui gratificano e non fanno arrabbiare troppo i clienti che generano il loro valore. All’inizio puntano tutto sulla gratificazione. Poi quando hanno una grande base di utenti cominciano a monetizzare. E in questo cambiano la situazione in modo che può infastidire, sempre cercando un punto di equilibrio tra ciò che offrono, ciò che impongono, ciò che motiva le persone a restare, ciò che motiva le persone ad andarsene.

Le conseguenze di questa situazione sono istruttive. Tra le piattaforme e gli utenti non c’è uno scambio di valori prevedibili e trasparenti ma una condizione instabile e situazionista:

1. All’inizio le piattaforme regalano software, lavoro, idee, metafore, agli utenti. Una tecnologia di rete usata da poche persone ha poco valore. Solo se la tecnologia è persuasiva aggancia molte persone anche quando ha poco valore. I primi utenti cominciano a scambiarsi contenuti, sentendosi gratificati e cominciando a dare valore alla piattaforma. Quando diventano molti utenti il gioco cambia. Perché (per la legge di Metcalfe) il valore di una tecnologia di rete aumenta esponenzialmente con il numero di utenti.
2. Quando una piattaforma ha molti utenti, il valore di restare tende a crescere esponenzialmente. E diventa un lock-in. Se un utente che ha avuto successo con il suo account Instagram, quindi ha molte persone che lo seguono e lo riconoscono, vive un lock-in piuttosto pesante da spezzare. In questo momento un piccolo cambiamento delle regole passa. E può passare anche un grande cambiamento delle regole. Alla fine, tra un colpo piccolo e uno grande, un po’ ritrattato, gli utenti accettano di essere entrati in una condizione diversa.
3. A quel punto, sentono la piattaforma non più come la loro piattaforma, ma come un servizio da usare in modo strumentale. E si adeguano sia nella qualità dei contenuti che aggiungono – diventando meno personali – che nell’attenzione che riservano ai contenuti degli altri. Resta un sottofondo di amatorialità, che gli utenti meno attenti continuano a perseguire. Ma la strumentalità avanza. E lo scambio diventa esplicitamente monetario, con la pubblicità di solito che entra in gioco e chiarisce i veri termini di servizio.

Niente di strano in tutto questo. Se non che i proprietari delle piattaforme tendono a dover governare i loro utenti per portarli a generare profitto ma mantenendo il loro consenso, con una “politica” attenta e “autoritaria ma illuminata”.

Che cosa sono i diritti degli utenti in questo contesto? La loro libertà di espressione e la loro privacy arrivano fin dove comincia l’interesse degli inserzionisti pubblicitari? E il confine è definito dalla sensibilità dei proprietari delle piattaforme o dai tribunali dei vari stati? Oppure è definito dalla consapevolezza degli utenti? (Una consapevolezza che, appunto, tende a mutare nel tempo). C’è un diritto umano globale cui si può attingere per risolvere la questione o si va avanti a forza di colpi di mano delle piattaforme e rivolte degli utenti?

Siamo a questo punto. Ma intanto tutto questo ribadisce un altro aspetto. Le piattaforme proprietarie non sono la fine della storia. Altre piattaforme, non profit, open source, sono sempre possibili. Anche se per ora tendono ad avere meno utenti e meno appeal. E se sono possibili, qualcuno ci sta lavorando. Wikipedia ha dimostrato che non tutto ciò che ha successo su internet deve essere orientato a fare miliardi di dollari di profitti.

Internet come grande spazio pubblico ha generato attività umane straordinariamente ricche e varie per la crescita della conoscenza come bene comune. Se questo è vero, le sue conseguenze non si fermeranno alle beghe sulle foto di Instagram. Ma la consapevolezza diffusa che quelle beghe possono alimentare tra milioni di utenti è una grande risorsa per spingerli a fare il prossimo passo avanti nella costruzione di media civici più intelligenti.

Comments

5 Comments so far. Leave a comment below.
  1. DB,

    L’operazione su cui Systrom sta mettendo la faccia suscita sospetti più che legittimi. In ogni caso, ha innestato la retromarcia subito dopo l’abbandono di utenti illustri, come National Geographic. Il fraintendimento su alcune frasi è passabile. Su questa, forse, un po’ meno:
    “You agree that a business or other entity may pay us to display your username, likeness, photos (along with any associated metadata), and/or actions you take, in connection with paid or sponsored content or promotions, without any compensation to you.”

  2. Tamara,

    C’è un punto in cui leggendoti, uno potrebbe anche tendere a sentirsi imbecille se troppo sospettoso o reattivo. Pochi, per definizione, sono dotati del signorile distacco delle avanguardie che in tempi non sospetti hanno abbracciato prometeici mestieri. Io credo però che le reazioni di pancia, come mi pare in parte confermare D Bonacina qui sopra, abbiano un valore e che, se non ci fossero, il mondo sarebbe …. un mondo senza pancia… :)
    … non so ancora quanto migliore di questo
    Comunque, sempre grazie per le interessanti segnalazioni

  3. Accostamento molto interessante quello fra Rodotà e le condizioni d’uso di Instagram. Il fatto che i social network siano aziende private potrebbe anche spingere gli utenti a combattere per un Facebook bene comune. Di solito quando una piattaforma chiude, i contenuti vengono cancellati per sempre. Poi c’è Twitter con il suo download di tweet…

  4. Caro Luca,
    mi sembra un post scritto con la mano sinistra. È evidente che nessuno regala nulla, specie se parliamo di business. Se un’app o un servizio sono gratuiti l’utente paga sempre in qualche modo. Col proprio tempo, rivenduto alla pubblicità (siti internet) o con i propri dati d’uso, rivenduti a chi fa pubblicità (google, facebook).

    Se il prodotto è gratuito, l’utente è il prodotto. E non lo invento certo io.

    Non hai centrato il punto. Il punto è che Instagram vuole cambiare l’uso che fa dei dati degli utenti. Vuole cambiare le regole sulla base delle quali finora ha venduto il prodotto.

    Non trasformiamo l’uso di un’app gratuita in un diritto, per favore.

  5. “Internet, “il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto”, come dice Rodotà, rimette in movimento il bisogno di diritti e accelera l’evoluzione del diritto. Privacy, oblio, accesso alla conoscenza. Beni comuni. Libertà di espressione. Evoluzione costituzionale globale. Questi e infiniti altri temi del diritto sono ridiscussi da internet e impongono a tutti gli uomini di buona volontà la promozione dei diritti umani.”

    Internet è nata scevra delle suddette limitazione dell’uomo comune odierno, ed è un paradosso ed una contraddizione in temini, proiezione. Porrei l’accento su Stefano Rodotà e su quello che stiamo perdendo quando non siamo liberi nemmeno di camminare per strada senza venire investiti dalla cappa di menefregismo e lassismo.

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