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Month July 2011

Imparzialità all’Economist

L’Economist si chiede se i giornali devono essere imparziali. E lancia una piccola richiesta di opinioni.

«IN A world where millions of new sources of news are emerging on the
internet, consumers are overwhelmed with information and want to be told
what it all means. As we note in our special report,
America’s highly profitable Fox News channel is not the only news
organisation that is unafraid to say what it thinks and is prospering as
a result. Other examples include the Al-Jazeera television network,
with its unabashed support for Arab reform and, indeed, The Economist, which has been proudly banging the drum for free trade, internationalism and minimum interference from government since 1843.

The
idea that journalists should be “impartial” in reporting news is, in
fact, a relatively recent one, and finds most support in America. In
Europe overt partisanship in newspapers is widespread and state-run
television channels often have party allegiances.

Some
commentators welcome the rise of a partisan press, provided it is
accompanied with a new emphasis on transparency. They are often
sceptical about news organisations that claim to be impartial–one
example being Britain’s BBC, frequently accused of left-wing bias
despite its statutory requirement to be balanced. These sceptics argue
that instead of pretending to be completely lacking in biases and
opinions, journalists should be open about any financial interests or
political leanings that may colour their reporting, and provide much
more detail on their source material, so that their audiences can
evaluate the strength of their arguments. Others argue that this would
hardly compensate for the loss of a commitment to giving all sides of a
story, to make it easy for audiences to form their own judgments.

So,
even in the internet age, should respectable news organisations strive
to be fair and balanced? Your views, and votes, are most welcome.»
Secondo me, l’Economist segue un metodo più che ottimo. Basa le sue opinioni su una ricerca di fatti e su una cultura interpretativa forte. Non sceglie tutto in base a posizioni partigiane in favore di per questo o quel potere, per quello che vedo di solito. In questo senso, ha opinioni e ne fa, ma non ne è dominato e non tenta di manipolare i lettori anche quando tenta di convincerli. In ogni caso, al di là del caso dell’Economist – sul quale come su ogni caso specifico si può discutere a lungo – l’idea è chiara: trasparenza culturale, empirismo, orientamento all’interpretazione sono tutto tranne che partigianeria. Imho.
ps. Visto il modo in cui è stata posta la domanda, peraltro, la risposta era scontata: «should respectable news organisations strive to be fair and balanced?»; risultato un buon 75% di sì, nel momento in cui pubblico questo post…

Rheingold e l’evoluzione della collaborazione

Un pezzo di Howard Rheingold a commento-riassunto di un paper pubblicato da Cooperation Commons.

«Innate human propensities for cooperation with strangers, shaped during the Pleistocene in response to rapidly changing environments, could have provided highly adaptive social instincts that more recently coevolved with cultural institutions; although the biological capacity for primate sociality evolved genetically, the authors propose that channeling of tribal instincts via symbol systems has involved a cultural transmission and selection that continues the evolution of cooperative human capacities at a cultural rather than genetic level — and pace…”We propose that group selection on cultural variation is at the heart of human cooperation, but we certainly recognize that our sociality is a complex system that includes many linked components. Surely, without punishment, language, technology, individual intelligence and inventiveness, ready establishment of reciprocal arrangements, prestige systems, and solutions to games of coordination, our societies would take on a distinctly different cast.Thus, a major constraint on explanations of human sociality is its systemic structure».

LinkedIn e il reclutamento – Digital Accademia

Facendo una grande pensata pomeridiana su tutte le meravigliose persone che vorrei portare alla Digital Accademia, passo qualche tempo anche su LinkedIn, per cercare ispirazione nella ricchezza di esperienze delle persone. Non volendo mandare messaggi di spam, agisco sulla search. Non è per niente male. Ma solo quella advanced. Perché in quella normale non si può scegliere una parola chiave liberamente, solo all’interno delle loro categorie. Non me n’ero mai accorto.

Ovviamente, chi ha voglia di farsi avanti in questa ricerca estiva, non ha che da dirlo…

Da Google+ al blog / update

Un update rispetto a un post precedente: oggi sono arrivate a questo blog più persone da Google+ che da Twitter…

Chi retwitta i rumors e la qualità dell’intelligenza collettiva

Retwittare ha molti significati. Può voler dire “mi interessa”, “mi incuriosisce, “mi piace”, dunque dovrebbe interessare, incuriosire e piacere anche agli altri. Nessuno è impegnato esplicitamente a dichiarare perché retwitta. Ma forse è tempo di una riflessione.

In effetti succede spesso che si retwittano rumors, voci incontrollate e non controllate. Ne parla GigaOm.

È chiaro che ciascuno fa ciò che preferisce coi tweet, ma vedere le cose solo dal punto di vista individuale non è più sufficiente, perché esiste anche la dimensione collettiva e questa ha delle conseguenze. Twitter è uno strumento di coordinamento collettivo e fa parte del megainsieme dell’intelligenza collettiva. Il risultato collettivo del modo in cui ciascuno usa Twitter ha degli effetti. Se questo è vero le regole che si seguono nell’attività di twittare – implicite o esplicite – sono a loro volta molto influenti sulla qualità dell’intelligenza collettiva. Si potrebbe riflettere su regole individuali di azione che tengano conto della responsabilità di ciascuno nei confronti della qualità dell’intelligenza collettiva e che prevedano per esempio che si retwitta solo dopo aver verificato che una frase riguarda una notizia controllata o una semplice voce non controllata. L’incentivazione di una singola regola probabilmente è oggi legata solo alla credibilità di lungo termine di una persona che contribuisce via Twitter all’informazione: chi twitta troppe volte una notizia che invece era una bufala rischia di perdere credibilità. Se questo fosse almeno esplicito e consapevole, l’incentivo sarebbe più forte. E si potrebbe distinguere tra le notizie, i commenti e le voci. Impossibile stabilire tutto questo per regola cogente: ma parlarne può forse rendere più probabile un comportamento di maggiore qualità. Imho.

Chiose al fango

Sul Fatto si legge (e si vede in video) che il ministro dell’economia dichiara di non rubare agli italiani. E aggiunge che il suo lavoro si svolge prevalentemente all’estero.

(La segnalazione è frutto di un estremo tentativo di sorridere bonariamente. Ma contemporaneamente ci si accorge che il sorriso è troppo amaro. Verrebbe voglia di satira se non fosse che del fango non se ne può più. E neppure se ne può più dei motivi per i quali tanta gente ci sguazza, nel fango.)

Gamification non è packaging

Il tema della gamification è di moda. Si moltiplicano le iniziative, i consulenti, gli esperimenti.

Un bel pezzo di Kurai prende di petto la questione del rapporto tra marketing e gamification. Come spesso succede, quando la parola si stacca dal suo significato sulla spinta della moda, chi ne ha conosciuto l’origine, il fascino e il potenziale di senso cerca di ritrovare un filo logico.
Se il marketing trova bello dire che fa gamification, ma trasforma tutto in un concorso a premi o a punti, il senso del gioco si perde e resta solo qualcosa di desolante. Aggiungere qualche trucco da gioco a una comunicazione tradizionale è packaging, non gaming. E lascia il tempo che trova.
Kurai suggerisce, ovviamente, che per stare nel solco dello sviluppo culturale del gaming, che ha tanto impatto sull’attrazione di attenzione e impegno delle persone, ci si rivolga a chi fa giochi da tempo. E ha ragione.
In supporto a questo concetto ci può stare una visione storica più ampia: da Johan Huizinga in poi. Jane McGonigal, non è l’unica, dà un contributo. Si vede una società che lascia la realtà, amara e squallida, per immergersi in una dimensione regolata dalle dinamiche del gioco e vivere una vita più intensa. Ma d’altra parte si vede la possibilità di vivere una vita più intensa, rigenerando le organizzazioni in modo da portare le dinamiche del gioco nelle operazioni della vita quotidiana. 
Attenzione: il gioco non è solo vincere e perdere, non è solo classifiche e ipercompetitività. Ci sono giochi di squadra, di intelligenza, di solidarietà. Dipende dalle regole, dallo storytelling che le inquadra, dalle scelte incentivanti, dallo spazio affidato o negato al caso e da molte altre cose. Di certo, il gioco è un percorso di apprendimento, non solo per i bambini. Può essere un percorso di socializzazione. E può diventare un modo per decidere. In questo senso la dimensione del game nella vita quotidiana è una gamification che non è un packaging ma una riflessione profonda sul senso e sul modo in cui si convive e si comunica.

Falling Walls – Quali altri muri devono cadere?

A Berlino il 9 novembre 2001. Falling Walls: quali altri muri devono cadere? È la magnifica idea di conferenza che è stata lanciata qualche anno fa e che sta prendendo piede nel panorama dei grandi appuntamenti di chi pensa alla prospettiva che stiamo costruendo per la nostra civiltà.
C’è un muro anche a Roma…
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E non abbiamo molto da aggiungere. Un muro nella nostra testa. Al quale un gesto artistico e attivistico ha dato una forma. Non si va nel merito, qui, per mancanza di competenza sul fatto specifico. Ma il simbolo c’è. 
Da Falling Walls partirà a settembre una proposta: quali altri muri devono cadere? Come li raccontiamo? Cominciamo a raccogliere le idee. Perché a quanto mi dicono in settembre ci sarà anche la possibilità di partecipare a un contest (per brevi video, foto o altro) che porterà i vincitori a Berlino per vedere Falling Walls.
Ma tutto sarà spiegato meglio. Appena lo scopro, avverto… :-)
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Gamify

Il Giornalaio segnala Gamify una piattaforma per la gamification. Di che si tratta?

Come dice Jane McGonigal la realtà è troppo meno divertente del gioco. E parla di un “esodo” di milioni di persone dalla realtà per vivere intensamente nel gioco. Si può fare di più. Perché questo di per se non è un fenomeno divertente. E anzi può apparire desolante.

L’idea della gamification parte dalla constatazione che le logiche del gioco – dal feedback immediato al divertimento di confrontarsi con i risultati degli altri all’interno di storie chiare e ben raccontate – sono capaci di migliorare l’impegno delle persone. La gamification tende a portare le logiche del gioco nelle attività quotidiane, dal lavoro all’interazione con le istituzioni e i servizi.

Certo, ci sono giochi che fanno sentire come appartenenti a una cultura underground che pochi altri comprendono, dunque in un certo senso privilegiati. C’è una cultura dei game per early adopters che è probabilmente molto diversa dalla cultura mainstream. Su queste differenze ci sarà da riflettere parecchio.

Inoltre, è chiaro che un conto è avere feedback immediato sulla propria capacità di superare sfide difficili, una sorta di flow; un altro conto è mettere tutti in una condizione di giocare a vincere una partita, a scalare una classifica, a battere gli altri. Questa interpretazione del game non è l’unica, ma può essere troppo attraente e dunque pericolosa.

C’è dunque molto da fare anche per gli editori. E se ne parlerà ancora a lungo.

Equilibrio, equilibrismo e l’indipendenza dei giornali

Un articolo da leggere di Ari Melber su The Nation. Discute del trattamento riservato dai giornali alla decisione sul debito americano. E si domanda: è giusto dare a tutte le posizioni politiche lo stesso spazio e la stessa credibilità?

Un giornalismo equilibrato, si dice, deve dare spazio a tutte le opinioni politiche in gioco. Ma se le posizioni politiche esprimono valutazioni basate su fatti inesistenti, sbagliati o imprecisi, vale la stessa regola? Se fosse vero, i comunicatori politici potrebbero spostare l’equilibrio della discussione in direzioni del tutto astratte dalla realtà, semplicemente sparando le più incredibili boiate. E a quanto fare, lo fanno. Non solo in America.

Mantenere un’innocente equilibrio tra tutte le posizioni, riportando opinioni basate su invenzioni, non è indipendenza e non è accuratezza. E’ equilibrismo. Riportare tutte le posizioni, accompagnandole con una critica dei fatti addotti a prova della loro sostenibilità, non è partigianeria, ma servizio al lettore. Di sicuro, è più difficile. Molto più difficile.

Mercato dei tablet – Il problema del dominio di Apple

Uno studio di Informa Telecoms & Media prevede che il mercato dei tablet crescerà dai 20 milioni di pezzi venduti nel 2010 ai 230 milioni che saranno venduti nel 2015. A quell’epoca la quota di mercato della Apple, attualmente dominante, sarà scesa al 38% (87,4 milioni di pezzi). Solo nel 2016 i tablet con Android venduti saranno più di quelli con sistema operativo Apple. (via Mashable)

Tutto questo è piuttosto ipotetico. Dipende dallo scenario teorico di riferimento. Se i tablet assomigliano ai telefoni, andrà forse come dice Informa. Se i tablet assomigliano agli iPod non andrà così e Apple resterà dominante. Dipende essenzialmente dall’ecosistema delle applicazioni: nel caso di iPod, il servizio iTunes è nettamente vincente sugli altri e sostiene gli iPod; nel caso dei telefoni, il servizio dell’App Store non riesce a mantenere la stessa unicità e in un ecosistema tanto più complesso come quello della telefonia lascia spazio a interpretazioni diverse del servizio e della tecnologia.

Bisogna ammettere che la Apple non sta facendo di tutto per mantenere una quota di mercato maggioritaria, ma piuttosto tende a massimizzare il profitto sulla sua quota. Tanto è vero che le strategie dei produttori di applicazioni si dividono: in parte accettano le regole Apple, in parte cercano alternative nei sistemi operativi diversi oppure nelle webapps. (Per esempio, vedi il caso Amazon)

In questo senso, pare più probabile lo scenario Informa.

Wikileaks, PayPal, Fbi… Eccessi ideologici

Chi ha cominciato? Wikileaks pubblicando con l’aiuto di New York Times e altri giornali di tutto rispetto un’enorme quantità di messaggi un po’ riservati della diplomazua americana? Oppure il governo americano che – si dice – ha chiesto alle compagnie come Amazon e PayPal di cessare ogni servizio a favore di Wikileaks? Oppure gli anonimi che hanno attaccato PayPal?

Sappiamo che la richiesta di boicottaggio contro PayPal appare legale, anche se produce un’ideologizzazione delle relazioni funzionali sul web, che è peraltro conseguenza delle precedenti azioni. Il tizio che ha dato a Wikileaks i documenti si direbbe abbia commesso un’azione illegale, ma la pubblicazione di documenti giunti in possesso di organi di stampa non è illegale. La richiesta di blocco del servizio a Wikileaks che il governo avrebbe rivolto alle compagnie private non sarebbe stata particolarmente legale. Il governo avrebbe fatto meglio ad aspettare il processo a Wikileaks. E forse PayPal avrebbe potuto chiedere al governo di aspettare l’esito di quel processo.

Insomma, l’illegalità e l’ideologizzazione come sempre si alimentano a vicenda. La legalità almeno consente di ragionare. L’ideologia e l’illegalità generano labirinti inestricabili.

Microsoft non mollerà Bing, si dice

La Microsoft perde molti soldi con Bing, la sua versione di motore di ricerca, che non riduce visibilmente la distanza dal leader Google, sicché qualche osservatore fantastica di una sua chiusura o vendita. Ma probabilmente queato non succederà, dice RedmondMag.

In effetti, la Microsoft ha una lunga storia di prodotti sussidiati da Windows, che perdono ma sono tenuti in vita per motivi strategici. Ma mentre un tempo questo comportamento generava pensieri critici in chiave antitrust, questo non succede oggi, nonostante che la riduzione di quota di mercato di Windows nei pc sia piuttosto limitata. Un’ulteriore dimostrazione della perdita di centralità del pc.

Riformando i social network

Si avvicina probabilmente il momento in cui i social network basati su piattaforme proprietarie saranno tanto importanti da generare un grande bisogno di social network basati su piattaforme comuni.

Geert Lovink ci sta evidentemente pensando. Il suo nuovo libro uscirà l’anno prossimo. Ma alcuni video danno già un’idea.

Felicità con misura

La misura della felicità è oggetto di uno studio dell’Office for National Statistics britannico. L’inadeguatezza delle misure tradizionali è ormai evidente. Il Pil non è più la bussola della quale la gente avverte il bisogno. Ma sostituirlo resta un problema enorme.

E’ un po’ come un sistema operativo standard di fatto: difficile sostituirlo anche quando ce ne sono in giro di migliori, a causa dell’effetto-rete.

L’Office for National Statistics propone molte considerazioni importanti e dimostra che l’elaborazione è in corso (via Vincos). E mette a disposizione una well-being knowledge bank, con reports e working paper.

Il bello è il punto di partenza: vogliono arrivare a un set di misure che siano riconoscibili come davvero importanti per la popolazione.

Si parla dei bambini, dell’ineguaglianza, della salute, dell’equilibrio tra lavoro e vita sociale. E molte altre cose.

I numeri offrono un modo fantastico per raccontare i fatti. Purché appunto i concetti che misurano siano comprensibili, interessanti, vicini a chi li usa, orientati a fornire una prospettiva d’azione che sia davvero importante.