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Day June 27, 2011

Chi ci difende dall’Agcom

JC De Martin ne scrive con grande equilibrio sulla Stampa di oggi: il regolamento che l’Agcom si appresta ad approvare in materia di rimozione dei contenuti ritenuti lesivi dei diritti altrui dalla rete è un errore.

Se ne può discutere, ovviamente. Ma un fatto è certo: quel regolamento stabilisce che l’Agcom può rimuvere contenuti dai server italiani senza passare dalla magistratura e dunque senza consentire a chi li ha pubblicati di difendersi.

Ci sono molte argomentazioni che girano in rete. E vale la pena di leggerne un po’ per farsi un’idea. Ne parla Scorza, AgoràDigitale, LucaNicotra, e molti altri citati qui. Le posizioni dell’Agcom sono quelle ufficiali.

Intanto, i governi dei paesi ricchi si incontrano a Parigi, all’Ocse, per discutere di come tenere aperta e innovativa la rete, senza frenarne la capacità di generare crescita e senza farsi prendere la mano da esigenze importanti ma molto meno generali.

E all’Itu fanno i conti su quanto cresce il Pil in funzione di quanto cresce l’accesso a internet in banda larga.

Le regole che frenano l’apertura della rete in Italia sono una delle cause della mancata crescita dell’economia italiana.

Chi ci difende dall’Agcom? Perché ci vuole sempre una mobilitazione e non basta il buon senso?

ps. Il fatto che ci sia Carlos Slim nella commissione Itu non è una garanzia, ma i dati sono solidi e confermati da molte fonti…La McKinsey per esempio.

Nielsen: 13 milioni di navigatori mobili

Segnala la Nielsen con un comunicato:

“Gli utilizzatori di smartphone hanno superato i 20 milioni e il sorpasso sui telefoni tradizionali è imminente. Tra i sistemi operativi, forte crescita di Android, che in un anno triplica la quota di mercato.

I
dati Nielsen sull’utilizzo del Mobile in Italia nel primo trimestre del
2011 (dati mensili) rilevano una costante crescita del numero di
individui che accedono ad internet dal proprio cellulare: 13 milioni a
inizio 2011, il 34% in più rispetto allo stesso periodo del 2010 e oltre
5 milioni in più rispetto al primo trimestre 2009″.

Importante analisi sul ruolo del non profit nell’informazione

Technical University of Dortmund e University of Wisconsin-Madison hanno realizzato una survey sul ruolo delle fondazioni non profit nello sviluppo di nuove idee, di sperimentazioni e ricerche, e di iniziative vincenti nella generazione di informazione d’inchiesta.

Lo studio dimostra che le fondazioni e il non profit possono effettivamente rispondere all’esigenza di salvaguardare la qualità dell’informazione in un periodo in cui l’editoria for profit attraversa una crisi profonda che rischia di indebolire il servizio di accesso alla conoscenza dei fatti per la cittadinanza, con grande svantaggio per la tenuta delle democrazie.

Si tratta, dice lo studio, probabilmente di una funzione sostegno all’innovazione che tra l’altro difende lo spirito di servizio dei sistemi di generazione dell’informazione senza sostituirsi alle funzioni tipiche dell’editoria for profit. Gli Stati Uniti sono già molto avanti su questa strada. L’Europa può imparare da quell’esperienza.

La superiorità dell’aperto

Questo è un insieme di appunti nato da una discussione letta online su web, apps ed editoria.

Massimo ha ragione. In generale vincono i sistemi che sviluppano un effetto-rete e in generale i sistemi che sviluppano un effetto-rete sono aperti. Perché una tecnologia o un servizio che funziona in rete vale geometricamente di più man mano che crescono i suoi nodi. Un sistema del tutto privato e che sia usato completamente secondo le regole del suo proprietario genera probabilmente un ecosistema meno ricco, in termini di sviluppatori e utenti, di una tecnologia aperta della quale tutti si sentono fondamentalmente proprietari. Questo dipende dal fatto che il monopolista privato è tentato di concentrare il vantaggio su di sé. Ma la regola non è priva di eccezioni.

Windows è stato per anni uno standard di fatto, proprietario e chiuso quanto bastava per massimizzare il vantaggio della Microsoft. Non è stato mai battuto direttamente. Casomai aggirato dalle funzioni di sistema operativo che si sono sviluppate sul web le cui regole e la cui proprietà sono decisamente uno standard pubblico. Sul web si possono pubblicare oggetti chiusi e oggetti aperti. Il loro successo è funzione degli obiettivi di chi li propone.

Facebook è una piattaforma chiusa e proprietaria che è nata grazie all’apertura del web e che ha chiuso nel suo recinto una quantità di applicazioni e comportamenti tale che AllThingsDigital dice che la rete si espande solo per via di Facebook mentre per il resto si restringe. Può essere un’altra bufala come quella di Wired che sosteneva che le apps stavano superando il web. Oppure può essere una nuova fase di proprietarizzazione della tecnologia, tipo Windows. Del resto, Google coltiva la sua grande forza sulla base dell’apertura del web ma è accusata di chiuderne una parte con una grande quantità di piccole mosse. E la Apple ritaglia una parte del web per creare un suo mondo a parte, come ha sempre fatto: in cambio di un grande vantaggio in termini di valore d’uso riduce un po’ di gradi di libertà per gli utenti della rete. Anche queste soluzioni possono vincere o perdere. E la concorrenza tra aperto e chiuso continua.

Quello che conta non è tanto valutare quanto sia chiusa una particolare soluzione, ma quanto sia aperto l’ambiente nel quale tutte le soluzioni, più o meno chiuse, si confrontano. Perché solo l’apertura fondamentale dell’internet consente di pensare che per ogni tecnologia chiusa possa sempre nascere un’alternativa aperta che diminuisca la tentazione del monopolista di approfittare troppo del suo vantaggio.

Nel caso delle apps per leggere le notizie, l’eccesso di chiusura di Apple ha ridato fiato al concetto di webapp al quale gli editori come il Financial Times stanno dando finalmente importanza. E non a caso la Apple ha ridotto le sue pretese proprio dopo l’annuncio dell’Ft di andare avanti con la webapp.

Che cosa sono le apps per leggere i giornali? Modi per organizzare la lettura in modo adatto allo strumento che si ha in mano. Sul web in ufficio si va di fretta, sul cellulare ancora di più, sul tablet si può passare un po’ più di tempo per leggere comodamente. Il design ne tira le consequenze. Ma le app sono software nient’altro. Non sono necessariamente apps per Apple o Google. E possono a loro volta essere aperte come il browser e il web. Che queste sperimentazioni non abbiano ancora generato grandi cambiamenti nelle percentuali di utenti che leggono i giornali, come segnalano Giornalaio, Massimo e Quinta, è del tutto probabile ed era del tutto prevedibile. Ma anche qui: se le webapps aperte vinceranno sarà perché i sistemi proprietari si saranno comportati in modo svantaggioso per i loro utenti e per gli sviluppatori.

La chiusura della Apple ha aperto la strada a una nuova tecnologia, o meglio ha portato a una tecnologia che molta gente ha pensato di comprare. Una volta cresciuta la base installata e aumentata la quantità di concorrenti che fanno tablet si è anche moltiplicata la quantità di sistemi operativi. Il browser è restato l’elemento unificante sul quale gli sviluppatori possono investire minimizzando lo sforzo. Anche gli editori possono pensare di seguire questa strategia e fare webapps.

Il tema non è contrapporre web e apps. E non è calcolare quanti usano le apps. Il tema è fare servizi che vadano prima a vantaggio di chi li usa poi di chi li fabbrica. Imho.