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Month April 2011

Anso, ieri e domani

Ieri c’è stato un bellissimo convegno dell’Anso sull’evoluzione del mestiere dei giornalisti. C’era da imparare, per la qualità degli – altri – relatori e del pubblico. La consapevolezza emergente mi pare sia questa: di fronte al cambiamento delle condizioni che fanno da contesto allo svolgimento del mestiere, si scopre il senso di una sua rivalutazione solo riportando al galla le qualità di lunga durata che lo rendono utile alla società. In questo senso le tensioni corporative si sciolgono nelle necessità del servizio. 

In fondo, ogni grande cambiamento si attraversa anche pensando una visione prospettica che indichi come se ne uscirà. Ed è chiaro che questa visione ha più a che fare con la lunga durata che con la congiuntura.
Ma è anche vero – verissimo – che il futuro è costruito dalle azioni compiute nel presente. E se la visione può aiutare a guidarle, deve anche aiutare a sciogliere il latente conflitto tra protetti e non protetti, la distanza tra cittadini e professionisti, l’indifferenza tra grandi gruppi e piccoli gruppi. L’incontro dell’Anso con i due grandi direttori, in effetti, può essere un preludio di una maggiore sinergia. 
Di certo, il tema della lunga durata non va confuso con il postulato vagamente platonico dell’esistenza di una sorta di “giornalisticità”: se anche esistesse non potrebbe bastare a descrivere chiaramente ciò che hanno in comune le star del talk-giornalismo televisivo, i timonieri delle grandi testate, i giornalisti d’inchiesta, il corpo delle redazioni in preda al disorientamento, i giovani che tentano di entrare a suon di pezzi pagati male, i giornalisti imprenditori che costruiscono il loro giornale, i cittadini che contribuiscono a modo loro alla generazione e diffusione delle notizie o delle analisi. Le distanze non sono tanto nella tecnologia usata (carta, tv, web, ecc), quanto nel ruolo socio-economico svolto da chi contribuisce all’informazione: differenze di notorietà, influenza, autorevolezza, competenza, esperienza, contratto; ma soprattutto differenze che non sembrano soltanto frutto di un chiaro gioco competitivo… La risposta che questi diversi soggetti possono dare ai tentativi di cogliere le opportunità offerte dalle innovazioni tecnologiche è diversa in base al loro atteggiamento culturale e biografico. Ma ciò non toglie che il risultato emergente dai rivolgimenti attuali sia legato, per quanto attiene ai giornalisti, alla loro capacità di ridefinire ciò che conferisce senso al loro mestiere. Questo li può unire. Ed è probabilmente un atteggiamento metodologico preciso nei confronti della ricerca, critica e diffusione dell’informazione. Sembra astrazione: ma forse il mestiere ritorna a essere sensato se si dà un’epistemologia più consapevole. Perché solo così si può rispondere alle due domande che spesso oggi si pongono: che cosa sanno fare i giornalisti? e perché dovremmo pagarli per farlo? (E perché magari così si riesce anche non eludere una terza domanda: come alimentare le prospettive dei giovani che vorrebbero fare il mestiere del giornalista?)
Complimenti all’Anso per il convegno. Mi scuso per queste chiose tardive e parziali.

Gli editori ripensano alle app

I tablet sono stati un successo straordinario. E gli editori hanno da subito sentito che sarebbero stati uno strumento di rilancio del loro business. Ma continuano a cercare di capire in che modo. La transizione delle loro pubblicazioni sul nuovo supporto non ha certo sfondato (e d’altra parte in genere sono state realizzate con investimenti piuttosto contenuti). Ora New York Times e Washington Post stanno provando le loro versioni di aggregatori, sulla scia dei successi di start-up indipendenti come FlipBoard o Zite, con discreto successo. L’esplorazione continua. Ne parla Damon Kiesow per Poynter.

Chad Hurley e Steve Chen: il ritorno

Chad Hurley e Steve Chen, immensamente ricchi per la vendita di YouTube a Google e non più direttamente impegnati con la loro creatura, lanciano una nuova società, la Avos, e comprano Delicious da Yahoo!. Gli utenti potranno continuare a usare il servizio accettando una nuova policy per la privacy. La prima mossa sarà creare un’estensione per Firefox. (via Liz Gannes)

Guardian – E’ stato un successo: ma chiudiamo

Certe volte un progetto giornalistico innovativo che ha avuto successo, che è piaciuto al pubblico, che ha insegnato molto all’editore, deve chiudere.

Succede all’iniziativa del Guardian sull’informazione locale. Una bella sperimentazione che ha coinvolto blogger e social network e che ha scovato notizie che altrimenti non sarebbero emerse. Ma economicamente non è sostenibile. Ne parla in un articolo accorato Meg Pickard, appunto sul Guardian.

Editoria coi numeri

La Visual Loop ha preso i dati proposti da Bain & Company sull’evoluzione dell’editoria e ha costruito questa infografica. (cliccandoci sopra si va sulla Visual Loop non sull’ingradimento).

Clay Shirky è divertente anche quando parla di aziende


Questo è un video pubblicato sul Quarterly della McKinsey. In questo numero anche:
Come trasformare l’agricoltura africana
Strategie per valorizzare l’internet mobile
Una mappa delle città globali del futuro
e il rapporto Urban World

Un giornale come se fosse un gioco

Un vecchio articolo sulla vita quotidiana in una casa di produzione di videogiochi prende la forma di un gioco da esplorare. E’ una ricerca teoricamente molto chiara: creare un nuovo format per le notizie che sia accattivante come le metafore dei videogiochi. (La storia è su Los Angeles Times)

Discutibili discussioni sui tablet

Matt Rosoff ipotizza che la vicenda dei tablet sia una bufala. Che si tratti di una sorta di curiosità passeggera capitata agli amanti degli iPhone e che rientrerà presto nei ranghi: niente era post pc, secondo lui. O almeno questa è l’ipotesi.

I dati che porta a sostegno della tesi sono piuttosto poveri. L’analisi è però da prendere in considerazione. L’eccesso di effetto-moda può dare impressioni sbagliate. Ma il problema è se prende a funzionare l’effetto-rete: cioè se la nuova tecnologia si diffonde abbastanza sa diventare un vero generatore di valore per gli utenti.

E questo essenzialmente dipende dalla qualità delle applicazioni che vengono scritte apposta per i tablet.

I megatrend in proposito non lasciano molti dubbi. Oltre alla quantità di software nato per girare sui tablet, c’è la crescita interessante dell’html5, i nuovi modelli di business e di comportamento emergenti, il piacere a quanto pare scoperto nella lettura di storie lunghe e libri con i tablet, i giochi e le mappe… Il computer sul divano e non più solo sulla scrivania. E le sempre nuove invenzioni che serviranno a connettere senza fili quasi tutto facilmente come quelle della Apple. Senza dimenticare la gestualità touch che sta prendendo piede al posto di quella del mouse.

Come ogni innovazione piuttosto profonda anche i tablet devono conquistare il loro effetto-rete. Che può avere bisogno di un effetto-moda per partire (o in altri casi di un’ideologia, o di un ordine aziendale)… Ma che stia prendendo un posto nella vita digitale, si direbbe piuttosto evidente. Da qui a dire che i pc sono finiti, però, ce ne corre. E non si vede perché lo si dovrebbe dire. Sono semplicemente spiazzati: non sono più il centro della scena. Sono in rete. E’ la conseguenza di internet, specie nella sua versione mobile.

Internet fissa col pc, però, va salvaguardata: è ancora il territorio più libero e neutrale (i gestori mobili non riconoscono la net neutrality). E’ quindi probabilmente il territorio dal quale possono nascere le innovazioni più fantasiose e radicali. Imho.

Albert-László Barabási sa usare il telefonino

Albert-László Barabási, Alex Pentland, Carlo Ratti e altri, usano i telefonini e i sensori per studiare il comportamento delle persone nei loro spostamenti e nelle loro relazioni. Senza bisogno di ascoltare le telefonate riescono a prevedere molti fenomeni. Il Wall Street Journal in un lungo articolo riporta alcuni risultati. Si possono comprendere i comportamenti in modo tanto capillare da intuire che due persone stanno parlando di politica oppure che un tizio sta per prendere l’influenza senza bisogno di altro che della possibilità di registrare gli spostamenti del suo telefonino.

Sembra emergere una tale quantità di dati sui movimenti delle persone che la dimensione della libertà individuale, cui il telefonino sembrava dare un’ulteriore enorme spinta, cede il posto all’analisi sistemica: le formiche nel loro piccolo si sentono imitate.

Non stiamo studiando l’intelligenza collettiva. Anche se la rete sembra diventare ogni giorno di più uno strumento dell’eventuale emergenza di una intelligenza collettiva (o almeno uno strumento di studio della stessa). Per ora, stiamo osservando il movimento dell’insieme delle persone. Che evidentemente scelgono nella vita quotidiana secondo schemi piuttosto prevedibili.

Applausi per Luca Sofri

More about Un grande paeseApplausi per Luca Sofri. Il suo libro è coraggioso, divertente, veloce, intenso e profondo.

Sì, non è che parli dell’Italia tra vent’anni. Parla di noi che la stiamo preparando. Con quello che vorremmo diventare. Verrebbe da aggiungere “con quello che facciamo per diventarlo”. E invita a fare quello che è giusto. E a non aver paura: il progetto è culturale, può avere solo un orizzonte di vent’anni, in questo suo movimento lento, come quello dell’educazione, è rivoluzionario. Una rivoluzione lenta che si deve svolgere pensando velocemente, ogni giorno. Già oggi.
Il libro di Luca Sofri accompagna nei vicoli che conosce meglio della città dell’etica semplice e umana, ma non cessa di ricordare che solo passando per quei vicoli si può conoscere a fondo il senso, il sapore e la dinamica del posto in cui viviamo.
Luca abbatte con buon senso i luoghi comuni che stanno alla radice del libertinismo che ha preso il posto del liberalismo, senza quasi mai doverne citare i tratti più volgari. “Sii te stesso”. “Non accetto lezioni”. “Predicare bene e razzolare male”. Si prodiga per rafforzare l’energia di chi sente di volersi impegnare per quello che è giusto ma è frenato da un cinismo del quale ha perso di vista l’origine ma del quale pensa di poter riconoscere la causa. Si avventura nella critica fondamentale: la democrazia non è il voto del popolo, specie se il popolo è ignorante e disinformato…
Leggendo il libro di Luca si scoprono tante parole che si pensava di poter dire, ma che per pudore si tacevano: e Luca spiega perché quel pudore è frutto dello stesso equivoco che ha fatto grande il modo di pensare più piccolo e meschino che domina l’Italia contemporanea e la sta facendo a pezzi. E’ bello da leggere il libro di Luca Sofri. In un pomeriggio di sabato, può prendere il posto di molti altri impegni. Ma ne rafforza di più importanti. Di quelli ai quali vale la pena di dedicare la vita.

Emi Gal crede ai team distribuiti

Emi Gal crede che l’organizzazione di un’azienda basata su team di persone distribuite in molti posti e non concentrate in un unico ufficio sia possibile e positiva. In questo intervento contesta i miti contrari.

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Nel frattempo – hai visto i post:
Perché “Cambiare pagina
Habemus papam – deficit di accudimento
Prezzi di libri: carta e ebook
Link economy e comportamenti contraddittori
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Matteo Berlucchi e aNobii

Bella intervista a Matteo Berlucchi su aNobii e quello che succede nel mondo dei libri digitali. Matteo sa quello che dice. Anche se non dice tutto quello che sa: il suo mestiere non glielo consente…

Gamification

Gamification è il processo di usare “game thinking” e la “game mechanics” per risolvere problemi e ingaggiare gli utenti.

Luca Ascani spiega i media digitali

Secondo me, va letto il pezzo di Luca Ascani su Le Journal du Net. E’ netto e forse troppo tagliato. Ma ha il merito di semplificare con coraggio la classificazione delle opzioni disponibili.

E decolla a partire da qui:
“il est important de comprendre que tout média en ligne constitue une réponse aux questions suivantes :
- de quelle manière l’information va-t-elle être perçue par l’utilisateur?
- quel est le type de contenu que l’utilisateur souhaite lire ?
- quel est le style rédactionnel qui convient à ce type de contenu ?
- quel type de publicité serait le plus approprié au contenu?”

C’è anche un pezzo di Robyn McMaster, cui va data un’occhiata. Si sviluppa intorno all’idea di un marketing win-win e di leadership interessanti…

Gli italiani perbene e gli altri

Sul Corriere, oggi, a pagina 9, una citazione in alto nella versione cartacea. Il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna prende posizione in difesa di Paola Concia, insultata.

Dice Carfagna: “Chiedo scusa a Paola Concia a nome degli italiani perbene, che sono la stragrande maggioranza, e del governo”.

Gli italiani perbene. Virgola. E del governo. Due concetti chiaramente distinti e separati.