November 2010
Mon Tue Wed Thu Fri Sat Sun
« Oct   Dec »
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
2930  

Month November 2010

21 minuti

Dando un’occhiata al bel sito di 21 minuti, si incrocia la frase di Andeisha Farid: “sentire il mondo come la propria patria”.

E si pensa a tutte le nuove patrie che il localismo esagerato sta generando dallo spezzettamento di vecchi imperi, di vecchi stati nazionali, di vecchie aggregazioni politiche artificiali. Ma che lascia spazio a nuovi rancori. Come se l’identità non potesse essere che differenza rispetto all’altro.

L’identità è continuità dell’essere se stessi, dice lo psicanalista junghiano Luigi Zaja.

Il cosmopolitismo è sentirsi a casa dovunque, senza perdere la propria identità.

Sostiene Gasperini

Enrico Gasperini, Audiweb, segnala:

12 milioni di utenti attivi nel giorno medio su internet in Italia
6 milioni di utenti di internet mobile
+15% aumento della pubblicità online (2010 su 2009)
11% quota della pubblicità online sul totale della pubblicità
1 miliardo investito in pubblicità online (di cui mezzo miliardo a Google)

in Usa, secondo Morgan Stanley:
il 28% del tempo mediatico è speso davanti a un computer connesso ma solo il 13% della pubblicità va in quel “canale” (carta e tv hanno una quota di pubblicità maggiore del tempo che la gente dedica a quei media)
Gasperini conclude che c’è ampio spazio di crescita

Infine riporta una valutazione dell’Upa: la pubblicità sui tablet “funziona” 5 volte meglio di quella che va sul web.

Dall’esplorazione all’implorazione

E’ una battuta fatta oggi da Ilvo Diamanti: sono passato dall’esplorazione all’implorazione. I dati non lo confortano molto. Le differenze e le distanze tra gli italiani aumentano come non mai.

L’apocalisse incredibile

I messaggi apocalittici sul cambiamento climatico non convincono la maggior parte della gente, dice una ricerca di Berkeley. Perché mettono in una condizione di insicurezza ingestibile. Anche quando sono scientificamente fondati. Meglio suggerire qualcosa di costruttivo da fare che infondere la paura di una minaccia troppo lontana.

Sarà. Ma la paura è anche il primo sistema adottato da molti governi per ottenere il consenso intorno a misure impopolari o irrazionali, tipo andare in guerra o prendersela con gli immigrati. Evidentemente, i governi che puntano sulla paura lo fanno enfatizzando pericoli di cui c’è esperienza, non facendo immaginare pericoli dei quali hanno evidenza solo gli scienziati.

Wikileaks: dedicato a chi protesta prima di sapere su che cosa…

A mio modesto parere, le proteste giunte da qualche ministro italiano e qualche esponente della maggioranza prima della pubblicazione degli annunciati nuovi documenti su Wikileaks è un errore. Piuttosto ridicolo peraltro. Se ci saranno cose sconvolgenti, protestare in anticipo non avrà fatto altro che aumentare l’attesa e l’attenzione. Se non ci saranno notizie pazzesche la gente penserà che chissà dove, di notizie pazzesche ce ne devono pur essere, visti i palesi timori dimostrati dai politici italiani.

Definire questa pubblicazione, prima di averla letta, come un 11 settembre della diplomazia, però, è peggio che un errore. E’ un insulto alle vittime dell’11 settembre. Imho.

Neuro scetticismo

Carlo Sini invita a non concentrare troppo l’attenzione intorno ai risultati delle neuroscienze. Lo psicologo Paolo Legrenzi è d’accordo, come ha scritto in Neuromania: il cervello non spiega chi siamo. E un altro filosofo, Peter Hacker, che come Sini e Legrenzi non nega certo il valore delle neuroscienze, invita a non prendere però alla lettera le implicazioni che alcuni neuroscienziati sembrano leggere nelle loro scoperte: «Non basta spiegare il fatto che una persona non veda dicendo che il suo cervello non vede. Non basta spiegare il fatto che una persona si comporti in un certo modo dicendo che il suo cervello le dice di comportarsi in quel modo». Non ha senso parlare di una psicologia del cervello, di un pensiero del cervello, di una volontà del cervello… 

Un lungo e importante articolo sui commenti di Hacker alle neuroscienze e le specificità del percorso filosofico è in Tpm.

Non sapevo di volerlo sapere

I filtri all’informazione sono di tanti tipi. Alcuni sembrano fatti apposta per evitare le sorprese: seguire un flusso di notizie aggregato automaticamente da un motore in base a una parola chiave fissa, informarsi solo con un giornale o un blog che si schieri ideologicamente proprio come si desidera, stare in un momdo specializzato che crea le aspettative e le soddisfa (dal grande fratello al calcio). Ma le sorprese fanno bene: quando si riconosce un’idea inattesa come importante, quando un fatto sposta un’opinione acquisita, quando si scopre e si prova qualcosa che non si immaginava potesse esistere o essere pensato…

l flusso dell’informazione è gigantesco e non facciamo altro che cercare nuovi modi per gestirlo. Ma l’equilibrio di una persona – e di una società – dipende anche dall’infodiversità che riesce a coltivare. Voglio sapere qualcosa in particolare e nello stesso tempo voglio sapere cose che non sapevo di voler sapere. Questa è una delle chiavi dello sviluppo del mestiere di informare. Imho.

Giornalismo per la scienza

Durante la radiocronaca della partita della Roma, martedì sera, il goal di Marco Borriello ha stupito tanto il radiocronista che il suo commento è stato: “un goal inspiegabile con le leggi della fisica”.

Nel mondo del tifo calcistico è un’iperbole molto efficace. Nel mondo della scienza è una boutade che fa sorridere. Nel mondo del giornalismo sportivo è un labirinto di pensieri. La precarietà strutturale di quel settore in Italia è aumentata dalla precarietà congiunturale del giornalismo generale. La via d’uscita non è vicina. Ma è necessaria.

Un problema del giornalismo di fronte all’esplosione di alternative che il pubblico ha a disposizione per informarsi è il superamento della sua tradizionale definizione tautologica: un tempo i giornalisti erano coloro che scrivevano i giornali, mentre i giornali erano quelle cose che erano scritte dai giornalisti. Ora il giornalismo non si può più definire in base alla posizione sociale o aziendale. Si deve definire in base alla funzione e alla competenza che quella funzione svolge. Si deve definire in base al metodo di ricerca e di espressione delle informazioni.

Il metodo di ricerca è decisivo. E’ chiaro che riguarda il modo in cui le informazioni sono documentate, verificate, contestualizzate e interpretate: si tratta di un pensiero che va alla velocità della riflessione epistemologica con l’aggiunta della moltiplicazione delle fonti utilizzabili e della crescente efficienza degli strumenti di accesso ed elaborazione delle informazioni. Mentre il metodo narrativo evolve più velocemente, in base agli apparecchi di fruizione dell’informazione, che consentono nuovi linguaggi, design rinnovato, forme interattive di utilizzo dell’informazione, e così via.

Il metodo di ricerca e la qualità artigiana che caratterizzano il lavoro di base di coloro che fanno informazione – e che devono caratterizzare almeno coloro che la fanno in modo professionale – diventa un terreno culturale comune di produzione e di accesso alla conoscenza, il cui valore strategico è enorme in un contesto nel quale le credenze e ideologie diverse tendono a fomentare una frammentazione della società in aree “culturalmente” omogenee e reciprocamente indifferenti od ostili.

Il giornalismo scientifico è particolarmente adatto, per la materia che segue, a sviluppare un metodo di ricerca condiviso e strutturato. Potrebbe essere un esempio importante per l’insieme del giornalismo.

La domanda di informazione è enorme e cresce, anche se forse non trova la proposta che la faccia emergere in modo esplicito e dirompente. In parte può essere soddisfatta da volontari ed esperti. In parte può aver bisogno di professionisti. Se l’offerta professionale è oggi insufficiente a soddisfare la domanda, significa che le opportunità sono importanti. La sofferenza che viviamo oggi è quella di una fase di transizione nella quale avvertiamo un bisogno ma non troviamo il modo di soddisfarlo.

Ieri a Mappe, Trieste. Un resoconto critico di Federica Sgorbissa.

Più son ricchi più si informano su internet

Un nuovo rapporto di Pew dice che, negli Stati Uniti, la disposizione a usare internet come strumento di accesso alle notizie cresce con il crescere del reddito: più ricchi più informati via web. (via David)

Si potrebbe commentare che il tabù del gratuito sul web non è connesso alle disponibilità degli internettiani ma a un insieme di fenomeni di abitudine, di interfaccia, di qualità attesa e percepita dell’informazione.

RDF – il web semantico non è per niente morto

Tim Berners-Lee, grande eroe dell’epopea del web, ha detto un paio d’anni fa che il web semantico è quasi pronto per diventare una tecnologia popolare. E il Resource Description Framework (RDF) comincia a essere organizzato in modo tale da consentire di prevedere presto strumenti autoriali che consentano di aggiungere metadati fondamentali in modo facile e pratico alle pagine web, mentre l’insieme del movimento del web semantico diventa sempre più standard e comprensibile. Lo spiegano, realisti ma ottimisti, Lisa Goddard e Gillian Byrne.

Tim Berners-Lee è sicuro che il web non è morto.

Siamo le nostre narrazioni, per ora

John Bickle e Sean Keating scrivono un bel pezzo sulla relazione tra il funzionamento del cervello e l’orientamento fondamentale degli esseri umani a raccontare.

Siamo le nostre narrazioni, si dice. Ma secondo il neuroscienziato Michael Cazzaniga lo siamo anche per le caratteristiche del modo in cui i neuroni della parte sinistra del cervello mettono in fila gli argomenti, formano ipotesi, interpretano le situazioni.
In pratica, vediamo tutti i fatti in un ordine narrativo, con tanto di protagonista e antagonista, con una relazione precisa tra narratore, personaggi e pubblico. Persino il nostro “sé” è un “sé narrativo”: l’autobiografia è la pratica cerebrale che costruisce l’identità personale. 
Il problema è quello di vedere se le nuove forme narrative emergenti sul web e nel mondo digitale, che non sono lilneari, avranno un’influenza sulle dinamiche fondamentali del cervello. (Via New Scientist)

Scienza a Trieste

Tutto vagamente precario nell’informazione sulla scienza, si direbbe sentendo gli interventi al convegno Mappe di Trieste. Una precarietà di sistema, epistemologica, economica, mediatica, editoriale e professionale. E nello stesso tempo una grande diffusa passione per un tema e un insieme di mestieri che evidentemente è una cifra di questa nostra epoca. La domanda di informazione scientifica è potenzialmente molto grande: l’offerta può articolarsi e allargarsi di più, diventando nel tempo più solida. La sofferenza attuale è un’esperienza (della quale faremmo a meno) ma non è una condanna.

Ecco Amazon.it

E dunque come anticipato, ecco Amazon.it. Con il 30% di sconto sui libri. Ce ne sono 400mila italiani a catalogo, 100mila già disponibili. Ho visto Diego Piacentini. Poi ne scrivo sul Sole.

(Ieri, in Inghilterra, un po’ di proteste sulla versione locale di Amazon: un insieme limitato di offerte speciali; molti se le sono accaparrate, quelli che sono rimasti a bocca asciutta si sono lamentati sul sito).

RItaglio su memoria e velocità

Secondo una ricerca di Miratech, la lettura sull’iPad è più veloce di quella sulla carta, ma garantisce una minore memorizzazione delle informazioni. (Via Giornalaio)

Custom advertising

Nella pubblicità ci sono tante cose da innovare. Due tipi di mercato: la costruzione di mondi per i brand, la segnalazione di occasioni di acquisto. Tre dimensioni del business: agenzie creative, centri media, concessionarie. Varie piattaforme.

La costruzione di mondi avviene raccontando storie che attraversano i media. Cerca di emozionare. Costa quanto riesce a costare: martellando con slogan ripetitivi o facendosi notare in modi creativi e intelligenti senza pagare nulla o quasi agli editori.

La segnalazione di occasioni d’acquisto avviene prima di tutto sui luoghi di vendita, oppure dove la gente che passa può andare velocemente a un punto di vendita. Ed evolve come un contributo alla vendita. E si potrebbe pagare come contributo alla vendita: cioè molto ma solo nel caso di una transazione effettuata.

Google è riuscita a intercettare un lavoro di segnalazione un po’ preliminare alla vendita ma abbastanza successivo alla costruzione del marchio. E’ dove la gente passa, è interessata, ed è a un clic da un punto vendita.

Si può innovare molto in tutti i settori e in tutte le piattaforme. E Google è già piena di concorrenti in tutte le sue attività, anche se per ora vince.

Il pensiero innovativo non dovrebbe andare nella direzione di attaccare Google frontalmente. Ma di erodere le sue frontiere di sviluppo. Magari lavorando sulla relazione tra creatività, concessionarie e punti vendita che si sviluppa sui nuovi device di accesso alle informazioni. Penso che iAd farà pensare molti attori del mercato. Ne avranno bisogno. Ma l’occasione dei telefoni e dei tablet intelligenti è interessante.

Il concetto di custom adversing, per esempio, pare sviluppabile.