December 2009 Archives

Buoni propositi dell'informazione

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Per dare un contributo al Festival del Giornalismo che abbia il giusto carattere costruttivo, si potrebbe fare una raccolta di link, risorse, podcast, segnalazioni di libri e altro materiale utile per una bibliografia sul citizen journalism, il pubblico attivo e l'informazione partecipata:
- testi di riferimento
- idee guida
- blog di esperti
- siti di centri di ricerca
- analisi
- soluzioni di qualità
- casi esemplari di inchieste partecipate
- dibattiti

Ci si tornerà in un giorno meno festaiolo, naturalmente. Ma proprio oggi, forse, era necessario fare un piccolo buon proposito...

Naturalmente, se hai già in mente una segnalazione e hai tempo, persino oggi... annotala nei commenti per favore...

BUON ANNO!!!
Il paradosso di Free, di Chris Anderson, è che il libro si può scaricare gratuitamente, ma solo negli Stati Uniti, per motivi legati ad accordi sulla proprietà intellettuale internazionale tra gli editori. ("Sorry, this content is geographically restricted").

Intanto, vagando in rete, si trovano i contributi gratuiti alla ricerca pubblica che gli scienziati e gli intellettuali mettono a disposizione attraverso istituzioni orientate alla conoscenza distribuita. 

Si incontra per esempio il testo sulle specificità del cervello umano di Stanislas Dehaene, Jean-René Duhamel, Marc D. Hauser, e Giacomo Rizzolatti. From Monkey Brain to Human Brain. A Fyssen Foundation Symposium. MIT Press, 2005, che si può scaricare in pdf. Una lettura non specialistica che muove la consapevolezza su ciò che siamo: non abili utilizzatori di simboli astratti, ma creatori.

E poi i podcast del College de France. Una miniera inesauribile. Tra la proprietà intellettuale e la disponibilità pubblica la partita è aperta.

Intanto, si segnala il contributo di Galatea a un dibattito che non termina, perché ricchissimo di esperienze: "La stanchezza del blog. Dal blog al social network: perché tutti vogliono censurare Fb oggi?"

Si fa notare, infine, il pezzo di Vittorio Bertola sulle sue "relazioni" difficili con Wikipedia. Da approfondire.

Barthes, la retroguardia dell'avanguardia

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Un antimoderno è Roland Barthes, dice Antoine Compagnon. Per spiegarsi, il professore di letteratura riporta una frase - del 1971 - nella quale Barthes si definisce "alla retroguardia dell'avanguardia" perché: "être d'avant-garde, c'est savoir ce qui est mort; être d'arrière-garde, c'est l'aimer encore". 

(È una frase illuministicamente romantica, struggente: l'avanguardia sa che qualcosa è morto ma la retroguardia l'ama ancora).

Hegel tra beni e strumenti

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Riaffiora un passaggio di Hegel, nella Scienza della logica: "nel futuro" (il suo futuro è il nostro presente) "nel futuro la ricchezza non sarà più determinata dai beni, ma dagli strumenti, perché i beni si consumano, mentre gli strumenti sono in grado di costruire nuovi beni". Via Galimberti.

E più avanti. "Quando un fenomeno cresce da un punto di vista quantitativo non si ha solo un aumento in ordine alla quantità, ma si ha anche una variazione qualitativa radicale. Hegel fa un esempio molto semplice: se mi tolgo un capello sono uno che ha i capelli, se mi tolgo due capelli sono uno che ha i capelli, se mi tolgo tutti i capelli sono calvo. Vi è dunque un cambiamento qualitativo per il semplice incremento quantitativo di un gesto".

Siamo in mezzo a una ridefinizione delle due questioni.

Il valore generato dagli strumenti - come il denaro o, forse, la tecnologia - ha attratto tanto interesse da ridurre la concentrazione sui beni. Non è semplicemente aumentato il valore degli strumenti. C'è stato un salto qualitativo. Che ha ridotto l'attenzione al valore dei beni a un livello vicino allo zero (tanto è vero che si può parlare in molti casi, con Chris Anderson, di Free).

Ora però sappiamo anche che i beni non sono solo quelli che hanno un prezzo. Anzi, i beni di maggior valore non hanno prezzo, come le relazioni umane, la qualità dell'ambiente, l'identità culturale. Sono gratuiti per definizione, ma hanno subito ugualmente lo schiacciamento di valore generato dall'iperconcentrazione sugli strumenti.

Quei beni hanno valore molto grande perché sono connessi ai fini fondamentali delle persone, che si possono sintetizzare nell'idea di felicità (tenendo il concetto molto largo).

Come c'è stato un capovolgimento dei fini e dei mezzi, con l'esplosione industriale e finanziaria, così, probabilmente, oggi occorre un nuovo equilibrio.

Civiltà nella rete

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La rete rischia se lascia che l'inciviltà di alcuni degradi la qualità dell'esperienza di tutti, dicono Jimmy Wales e Andrea Weckerle, sul Wall Street Journal. Non senza ragioni, chiaramente. La soluzione, però, è la consapevole vigilanza degli internettiani. Può essere per un verso una questione normativa, ma non servono nuove leggi, casomai occorre il rispetto delle leggi attuali.

Il tema più affascinante, però, è capire come potranno emergere servizi e luoghi di conversazione che valorizzino chi rispetta gli altri e sceglie di discutere in modo civile.

Un progetto come Wikipedia, che non è certo privo di problemi, ha comunque saputo creare un contesto che incentiva la collaborazione costruttiva rispetto al vandalismo. È possibile, probabilmente, generalizzare alcune caratteristiche di Wikipedia nel design dei nuovi servizi di condivisione delle informazioni e discussione delle conoscenze. Quali sono quelle caratteristiche?

Ipotesi: un grande progetto comune, non profit e orientato al bene di tutti; una limitata sottolineatura dell'individualità di chi contribuisce che non innesca una gara degli ego; una buona struttura di manutenzione prevalentemente volontaria ma molto impegnata.

Non è detto che queste siano caratteristiche generalizzabili. E certamente non garantiscono neppure Wikipedia dall'emergere di problemi. Ma possono costituire un elemento di riflessione visto che in effetti sono connesse a un successo inequivocabile per una rete attenta alla civiltà delle relazioni.

BookBlogging - MITI - Umberto Galimberti

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More about I miti del nostro tempo
Leggiamo soltanto. Ogni passo è ricco e invita a cercarne il contesto... In seguito, se mai, si potrà tornare molte volte su questo libro coraggioso. Che dunque richiede coraggio. 

"Siamo soliti considerare la tecnica come uno strumento a disposizione dell'uomo, quando invece la tecnica oggi è diventata il vero soggetto della storia, rispetto al quale l'uomo è ridotto a funzionario dei suoi apparati. Al loro interno, infatti, egli deve compiere quelle azioni descritte e prescritte che compongono il suo mansionario, mentre la sua persona è messa tra parentesi a favore della sua funzionalità" (pagina 207, sulla tecnica).

"Alla riduzione della valenza biologica ed etnica del segno vestimentario fa riscontro un incremento della sua valenza sociale, che fa dell'indumento l'espressione di una funzione o l'asserzione di un valore che rinviano al mondo istituzionalizzato in cui l'individuo è inserito. Tutto questo, scrive Barthes, 'è l'omaggio che un sistema dell'essere, sempre più in estinzione, porge a un sistema del fare' che si espande man mano che si passa da uno stadio di natura a uno di cultura, e che il corpo interpreta affidando il suo significato alle vesti che lo ricoprono e lo espongono" (pagina 98, sulla moda). "Tutta la religione della spontaneità, della libertà, della creatività, della sessualità gronda del peso del produttivismo, e anche le funzioni vitali si presentano immediatamente come funzioni del sistema economico" (pagina 103).

"Figli come siamo di padri, che a loro volta sono cresciuti sul lavoro dei nonni, siamo ormai alla terza o quarta generazione ch cresce con un ritmo che la storia no ha mai conosciuto. La categoria della crescita è così diventata una forma mentis, uno stato d'animo, un rimedio all'angoscia, una garanzia per sé e per i propri figli, una caparra per il futuro..." (pagina 280, sulla crescita).

"L'accelerazione tecnologica non concede di lasciare questa trasformazione ai tempi millenari delle mutazioni antropologiche. Occorre che la politica, prima di congedarsi dalla storia perché resa inessenziale dalla tecnica, compia quello che forse è l'ultimo gesto che le rimane: il gesto della comunità mondiale, da cui siamo ancora distanti anni luce" (pagina 386, sulla razza).

Natura-cultura. Soggetto-oggetto. Spontaneità-produttivismo. Libertà-proceduralizzazione... I miti smitizzati, in nome della consapevolezza. Laicamente.

In vista di rifondare una rappresentazione meno strumentalizzata e strumentalizzante di quella che ci avvolge oggi. Eppure efficace per rispondere alla nostra inesauribile di ricerca di una storia.


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Alcuni libri che ho in mano             
  Impressioni mentre leggo

Agata Spaziante (a cura di)
Il senso del tempo
CsiPiemonte

Charlene Li, Josh Bernoff  

L'onda anomala
Harvard Business Press

Il tempo. Un concetto da vedere
sotto li profilo storico-antropologico,
tecnico, artistico, scientifico. 

I consumatori non sembrano
più disposti a obbedire alle direttive
del vecchio marketing. E' un bene.
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Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
Città esemplari (20 dicembre 2009)
Rifare la città (13 dicembre 2009)
Ricchezza della famiglia (6 dicembre 2009)
Capitale e condivisione (29 novembre 2009)
Miseria del millennio (22 novembre 2009)
Che cos'è la coscienza (15 novembre 2009)
Pirati e designer (11 ottobre 2009)
Scrivere la musica (6 settembre 2009)
L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Babele e la matematica

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Pensando che internet è globale - un patrimonio comune dell'umanità - si resta vagamente perplessi leggendo della moltiplicazione delle lingue e degli alfabeti con i quali si possono scrivere gli indirizzi. via New Scientist. Ma è un errore. Perché il linguaggio universale resta lo stesso: quello dei numeri.

25 storie tralasciate

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Project Censored ha censito le 25 storie che i grandi media hanno tralasciato, soprattutto in America, e che invece sono state seguite e sviluppate sui nuovi media. via Indyweek. Si tratta si storie, a quanto pare, controllate e verificate con attento metodo di ricerca. 

Si fa notare, in questo contesto, la questione della relazione tra lobby e allocazione degli aiuti statali Usa.

Readings #12 - PATRIMONIO COMUNE DELL'UMANITA'

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Ecco alcune letture della settimana scorsa che valgono una rilettura...
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Internet è patrimonio comune dell'umanità. Come il fondo dei mari. Per la sua importanza culturale fondamentale. E non può essere governato con un pensiero dominato dalle lobby locali o dai poteri statali soggetti variazioni politiche più o meno democratiche. Lo ha detto a El Pais il professor Ignacio Arroyo, che insegna diritto a Barcellona. Apcom. Corriere.

Dice, tra l'altro: "Uno: Internet debe ser declarado patrimonio común de la humanidad, noción aplicada a los fondos marinos de la Zona y que no se identifica con el dominio público. Dos: Hay que revisar la duración de los derechos de explotación exclusiva. Toda la vida más 70 años después de la muerte del autor; 50 años para los artistas intérpretes, productores de fonogramas, grabaciones audiovisuales y radiodifusión, y 25 años para las fotografías, son cifras cabalísticas que no responden a razones infalibles y tampoco justifican la discriminación. ¿Por qué al fotógrafo se le protege menos tiempo que al escritor? ¿O por qué se limita a 20 años el derecho de exclusiva del inventor de una patente? Ya sé que autores reputados critican incluso esa limitación temporal, reivindicando la perpetuidad, alegando que el derecho de propiedad no se extingue con el paso del tiempo. Pero es que el uso de una joya o de un inmueble, a diferencia de una creación intelectual, no puede ser compartido por millones de seres a la vez. En todo caso, el tiempo de paso de la propiedad privada al dominio público debe reducirse drásticamente pues hablamos de contenidos intelectuales, que dan acceso a la cultura, al conocimiento y a la información. Tres: A los creadores hay que protegerlos, pero no prohibiendo absolutamente las reproducciones (sic. descargas) para uso privado y sin ánimo de lucro. Además, sostengo que no son ilegales las descargadas una vez que el producto se ha difundido en un medio público de comunicación (tesis del agotamiento). Y cuatro: el punto de equilibrio entre retribución razonable y libertad de acceso puede venir, por un lado, fijando un canon mínimo incluido en la cuota de acceso a internet."

La settimana è stata notevole, densa di sapori stupefacenti, tra letterine di Natale e partiti dell'amor proprio. Ma da non perdere il pensiero di Roberto De Mattei, vicepresidente del Cnr, che considera l'evoluzionismo un'interpretazione filosofica e non una teoria scientifica e che preferisce il creazionismo. Non stupisce che nel frattempo il film "Natale a Beverly Hills" sia giudicato dal governo come un film di interesse culturale e dunque da finanziare (la commissione dovrà confermare o smentire). via Cineblog.

Visualizzazione da vedere

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L'informazione si trasforma, come si sa. In qualche modo perde pezzi, se si vede dal punto di vista tradizionale. Ma dal punto di vista della rete, ne acquista ogni giorno. Anche dal punto di vista del linguaggio e della fruibilità.

Un tema tutto da sviluppare, anche in Italia, è quello dei visualizzatori di dati e notizie. Che parlano con i contenuti e con l'innovazione dell'interfaccia.

Ecco i cinque migliori visualizzatori dell'anno, secondo FlowingData. In ordine inverso di preferenza:

Photosynth, dei Microsoft Live Labs
The Jobless Rate for People Like You
OpenStreetMap: A Year of Edits
Protovis, del team di visualizzazione di Stanford
On the Origin of Species, di Ben Fry

Flussi di notizie

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Mentre i reader rss sono un po' in declino, gli rss sono centrali per gli aggregatori. Ma anche gli aggregatori si moltiplicano.

Eccone cinque che si usano bene. Ovvi, ma utili:
Techmeme (aggregatore, motore e lavoro umano; tecnologia)
Mozzler (twitter based, personalizzabile; generalista)
News about news (aggregatore, lavoro umano; giornalismo)
Muck Rack (twitting journalists based; generalista)
Twitt(url)y (motore; generalista)

Ce ne sono molti altri da segnalare. Per esempio Technotizie.it.

Open Google

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Alex Chitu riporta una mail (tutta da leggere) inviata da Jonathan Rosenberg, Senior Vice President di Google, sulla necessità di usare il più possibile standard aperti e pratiche di apertura. Non per altruismo. Ma perché solo così si fa crescere un ecosistema vero. Ottimo!

"If you are trying to grow an entire industry as broadly as possible, open systems trump closed. And that is exactly what we are trying to do with the Internet. Our commitment to open systems is not altruistic. Rather it's good business, since an open Internet creates a steady stream of innovations that attracts users and usage and grows the entire industry," dice Rosenberg.

Ma che cosa significa "aperto"? Su questo non c'è uno standard. Ma ce ne sarebbe bisogno. Rosemberg propone una definizione impegnativa, anche per Google.

"There are two components to our definition of open: open technology and open information. Open technology includes open source, meaning we release and actively support code that helps grow the Internet, and open standards, meaning we adhere to accepted standards and, if none exist, work to create standards that improve the entire Internet (and not just benefit Google). Open information means that when we have information about users we use it to provide something that is valuable to them, we are transparent about what information we have about them, and we give them ultimate control over their information. These are the things we should be doing. In many cases we aren't there, but I hope that with this note we can start working to close the gap between reality and aspiration."

E questo significa rinunciare a costruire un business nel quale i clienti siano "costretti" all'uso di una certa tecnologia e dunque dal quale i competitori sono esclusi. Per essere leader con l'innovazione e non in base alla posizione.

"If we can embody a consistent commitment to open -- which I believe we can -- then we have a big opportunity to lead by example and encourage other companies and industries to adopt the same commitment. If they do, the world will be a better place."

Mica per criticare

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Mica per criticare. E' arrivato ora il sito dell'Istituto per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro dedicato al virus A. Oggi arriveranno altri dati ministeriali con allegato invito a vaccinarsi. Ma è difficile non osservare i fatti. Sempre in attesa di cambiare idea di fronte a fatti nuovi.

Readings #11 - IL PUBBLICO NON E' UNA COMMODITY

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Un articolo di CarrieLynn Reinhard, Roskilde Universitet, sulla fine dell'audience come commodity e l'avvento dell'audience attiva. (pdf)

Abstract: "
Traditional discourses of the relationship between media producers and consumers have been challenged as of late in post-industrialized countries.  The blurring of established consumer/producer identities due to changes in the mediascape, forecasted for decades, has changed how both academics and media professionals characterize the role of people in media engagings.  The initial conceptualization of "audience-as-commodity" was challenged by increased recognition of the audience as active consumers, or "audience-as-agent".  Recently this recognition has led to the Hollywood media industry's cooptation of these consumers, conceptualizing the people who engage with their media products as a combination of the previous two, or "audience-as-pusher".  This paper is an account of this discourse swing through the description of case studies that demonstrate the utilization of interactive marketing schemes to co-opt pre-existent and emergent audience activity(s).  The emergent conceptualization and its relationship with previous ones present academics with challenges and opportunities for theorizing and studying the relationships between the media industry and the people in their everyday lives."

Bella lezione di Dan Gillmor segnalata a modo suo da Graziano.

Altre segnalazioni: dalla pseudopolitica (tato, scacciamennule, corrado), alla politica straniera della ricerca (alfonso, asa) e alle letture dei lettori (vitadiunio, loriscosta, lsdi).

I motori del profitto per Twitter

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Un accordo risolutivo per il business di Twitter. Che ottiene 25 milioni di dollari in cambio di consentire che i microblog pubblicati su Twitter diventino ricercabili dai motori di Google e Bing. (BusinessWeek)

Mappa dei social network

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Vincos ha aggiornato la sua mappa dei social network. RIpresa da TechCrunch! Facebook è ora leader in 100 su 127 paesi presi in considerazione.

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Clima d'olio

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Clima d'olio, ma non di ricino.
Clima d'ozio, ma ci si stressa di lavoro.
Clima d'ovvio, ma senza cessare di stupirsi.

Rss trasformazione

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Gli rss-reader sono meno usati. Si tende a tenersi informati piuttosto con le segnalazioni che si trovano su Twitter. Lo segnala Richard MacManus. Perché, ihmo, i reader possono diventare sistemi di informazione troppo personalizzati e rischiano di chiudere fuori l'inaspettato. 

Ma i feed rss invece hanno un enorme futuro. Perché possono essere usati da aggregatori di ogni genere (da Techmeme fino a... Nòva100). E perché a sua volta Twitter può essere trattato in funzione dei feed rss che produce. Come del resto Google News e altri servizi (primi tra tutti, naturalmente i blog).

Senza dimenticare che anche gli rss-reader potrebbero evolvere...

Compromesso poco storico

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Può darsi che non tutti gli inciuci vengano per inciuciare. Ma l'intelligenza di una proposta politica deve tener conto di tutto, non solo di un aspetto del problema. Imho. (Repubblica)

BookBlogging - CITTA' ESEMPLARI

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More about La presa di RomaMore about La peste di Milano
Roma e Milano, avvicinate dall'alta velocità e dalla politica, sembrano monopolizzare l'attenzione riducendo l'Italia che conta, quella dove vive la maggior parte della gente, al rango di comprimaria. Comprenderne le dinamiche interne, discuterne i fallimenti politici, studiarne i cambiamenti, significa forse poter arrivare un giorno a smitizzare queste due capitali molto meno morali di quanto servirebbe all'Italia. Claudio Cerasa, giornalista al Foglio dal 2005, e Marco Alfieri, giornalista al Sole 24 Ore, ricostruiscono le vicende della politica e dell'economia locale rispettivamente a Roma e Milano, in due libri densi di informazioni e suggestioni interpretative. 

Milano e Roma continuano ad attrarre intelligenze e speranze, continuano a travolgere vite, continuano a consumare ambiente e relazioni umane. La fragilità che generano è forse più grande della fortuna che offrono, anche se fa meno rumore. Eppure, sebbene si viva peggio a Milano e a Roma che a Trento o a Trieste (ne parla il Sole in questi giorni), le persone che cercano fortuna vanno più spesso nelle due metropoli che altrove. Evidentemente perché sembrano offrire una prospettiva. E non tradirla è una responsabilità di quelle città. 

I libri di Cerasa e Alfieri, informatissimi e storicamente consapevoli, mostrano due città in difficoltà. Ne emerge l'impressione che in fondo Milano sia una piccola metropoli, più piccola che metropoli. E Roma sia una piccola capitale, più piccola che capitale. Le beghe del potere, i network sociali che contano, le miserie della spartizione delle risorse, pesano come macigni sulla capacità di queste città di definire un progetto e di sviluppare un futuro. 

I momenti decisionali fondamentali per la gestione dei circenses dell'Auditorium riproducono a Roma in chiave modernista dinamiche da basso impero, mentre il fallimento dei primi anni di preparazione all'Expo mostrano a Milano l'incapacità di sviluppare un progetto che superi i particolarismi delle grandi famiglie di poteri locali.

Roma e Milano, nei libri di Cerasa e Alfieri, sembrano incapaci di darsi proprio quello che chi le ammira ritiene che abbiano: ampiezza di prospettiva. Ma è chiaro che la distanza tra l'impressione di chi le studia, soprattutto guardando alla politica locale, e l'aspettativa di chi le sceglie come posto dove vivere, non si spiega considerando i fenomeni in modo unilaterale. Un'ipotesi: forse la politica è sovrastimata, mentre troppo poco ci raccontiamo quella parte della vita delle persone che dipende dalle loro capacità.

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Alcuni libri che ho in mano             
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Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
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Scrivere la musica (6 settembre 2009)
L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
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Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
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Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Scrivono di libri: Clelia Mazzini (Akatalēpsìa), Luisa Carrada (Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d'Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio. E... VibrisseLipperaturaLitteratitudineWittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di LetturaPenna e mouseBookrepublicLa FrustaZamBooksblog. E MilanoNera. E Sottotomo... BooksWebTvPalagniacAmalteoCarmilla onlineAntonio Genna. E Nazione indiana.


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Il vaccino del giorno dopo

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L'allarme sull'arrivo della suina, presentata come una pericolosissima pandemia, ha provocato l'acquisto da parte dei principali governi di quantità enormi di vaccino e altre medicine. Al momento di usare quei farmaci, però, medici di base e moltissimi cittadini italiani hanno deciso che non ne valeva la pena. La campagna di allarme è aumentata di intensità ma alla fine un buon 80% (numero da verificare ma che dà l'ordine di grandezza) delle dosi è rimasto inutilizzato.

Osservazioni:

1. Non c'è stata un'ecatombe sanitaria, per fortuna; dunque l'allarme era stato esagerato;

2. La gente non ha creduto all'allarme

3. Al prossimo allarme avrà un motivo in più per diffidarne, anche se dovesse essere più fondato.

L'impressione che la medicina sia troppo un business e troppo poco un servizio alla società non ci fa bene alla salute.

Facebook e privacy

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Le perplessità espresse nei giorni scorsi sulla privacy e Facebook sono diventate anche una richiesta di intervento alla Ftc da parte di dieci organizzazioni americane per la difesa della privacy. Sostengono che Facebook ha violato la legge.

Per comodità, i link alle puntate precedenti: 
critiche dell'impostazione del progetto di nuova privacy su Facebook (18 novembre)
Electronic Frontier Foundation a difesa degli utenti di Facebook (10 dicembre)
critica dell'intervento del capo di Google e delle scelte di Facebook (11 dicembre)
discussioni su questo e altri blog (12 dicembre)
un esperto spegne e accende il suo facebook (14 dicembre)

Microsoft: antitrust e tecnologie

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La fine della questione Microsoft all'Antitrust europea è un fatto positivo. Le multe enormi che l'azienda guidata da Steve Ballmer era condannata a pagare hanno ottenuto il successo che un duro confronto culturale tra impostazioni diverse dell'idea di concorrenza non erano riuscite a realizzare.

Ora cominciano le valutazioni. Tra chi sminuisce il risultato e chi lo approva le distanze sono le stesse di quelle che si leggevano durante il procedimento: il "lasciar fare" ha ragione più o meno dell'"intervento contro i monopoli"?

La storia del browser della Microsoft è nata come risposta a Netscape. Il successo di Netscape, nel 1995, era basato su due considerazioni allora spesso ripetute: 1. Netscape aveva il 90% di quota di mercato; 2. unito alla logica di Java, poteva diventare il nuovo sistema operativo per far girare i programmi nati per funzionare in internet.

In quel clima, la Microsoft superò le resistenze di Bill Gates e cominciò a regalare a sua volta il browser con il preciso intento di abbattere Netscape e la minaccia che si pensava essa costituisse per il core business della Microsoft, il sistema operativo. Il regalo di Explorer era adottato dagli utenti automaticamente, perché preinstallato su ogni nuovo computer. Netscape non fu in grado di resistere. Ma Microsoft andò oltre. Quando Explorer divenne anche una sorta di navigatore necessario a tutta l'architettura software di Windows si capì che la Microsoft stava esagerando. Voleva trattare internet come aveva trattato tutte le "applicazioni" che girano sui pc: funzionano "meglio" se fatte per Windows. La battaglia antitrust europea servì a separare il browser dal sistema operativo: dunque a separare l'accesso a internet dal sistema operativo. Il freno posto dall'antitrust alla Microsoft fu uno dei motivi per cui Google e Facebook poterono crescere. E arrivare ai giorni nostri. Si può sottovalutare il risultato dell'antitrust ma non se ne possono vedere alcuni effetti collaterali molto importanti.

Google ora sta realizzando il sogno di Netscape di quindici anni fa. E Facebook è già pronta a minacciarla. L'attenzione dell'antitrust potrebbe cominciare a concentrarsi su Google adesso, in attesa di passare alla prossima candidata al dominio planetario. Lo vedremo. L'unica cosa certa è che con l'antitrust e le tecnologie si fatica sempre a capire bene la mappa delle questioni.

I motivi di difficoltà nella valutazione sono molteplici:

1. L'antitrust è nata per impedire che una compagnia compri la totalità di un mercato sulla scorta della sua dimensione già grande o della sua potenza economica. Si è evoluta dicendo che non si può sfruttare una posizione dominante in un mercato per conquistare un altro  mercato attraverso forme più o meno simili al dumping. Il suo scopo resta quello di salvaguardare la concorrenza. Ma che cos'è la concorrenza nelle tecnologie di rete?
2. In realtà, l'antitrust delle tecnologie non riguarda le quote di mercato attuali ma la capacità di innovazione futura. Perché nei mercati a rete, le tecnologie di successo tendono naturalmente a guadagnare quote di mercato. La loro concorrenza vera non viene da altre tecnologie che funzionano in modo analogo. La loro concorrenza viene da tecnologie che funzionano in modo profondamente innovativo. La concorrenza al dominio di Microsoft sui pc è arrivata dal dominio di Google sui motori di ricerca nel web...
3. Per salvaguardare la competitività futura del mercato si deve salvaguardare la capacità di innovare delle piccole start up che possono cambiare le regole del gioco e innovare profondamente il mercato. Ma questo implica un antitrust profondamente migliore. Se nel caso Microsoft alcuni effetti collaterali sono stati positivi, quello che è chiaro è che l'intervento dell'antitrust è stato tardivo e che la sua procedura ha impiegato dieci anni a compiersi: oggi il tema risolto dell'Explorer non è più strategico. Ihmo.

Digitalizzazione gallica

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Nel quadro delle sue recenti decisioni, il governo francese ha stanziato anche 750 milioni di euro per la digitalizzazione del patrimonio culturale (libri, film, giornali, stampe) del paese. (sì: 750 milioni!)

Saranno destinati alle varie istituzioni come la Bibliothèque Nationale, il Centre national du cinéma, il Louvre, il Centre Pompidou e così via. Già oggi su Europeana, il 50% dei contributi è francese. La distanza dagli altri paesi è destinata ad aumentare. 

I problemi non mancheranno: come verranno messi a disposizione. Che cosa si potrà fare con i materiali consultabili? Partirà una guerra della protezione dei diritti? Ma un fatto è certo: questa iniziativa darà una spinta a molta innovazione nel settore dei beni culturali. In Francia.

Autogoverno obbligatorio

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"(ANSA) - ROMA, 17 DIC - La Presidenza del Consiglio dei
Ministri comunica:
(..) Il Ministro dell'interno, Roberto Maroni, ha illustrato al Consiglio i contenuti di un disegno di legge che prevede disposizioni di contrasto alla diffusione di reati attraverso internet, con l'obiettivo di rimuovere dal web eventuali contenuti illeciti. A questo proposito il disegno di legge disporrà la costituzione, presso il Ministero dello sviluppo economico, di un gruppo di lavoro a cui parteciperanno rappresentanti dei  fornitori di connettività e di servizi internet per elaborare un codice di autoregolamentazione teso ad evitare che contenuti illeciti vengano pubblicati su internet. Il provvedimento prevede anche disposizioni tese a modificare la disciplina in materia di riunioni pubbliche. L'esame del disegno di legge proseguirà nella prossima seduta del Consiglio. (...)"

Un'ottava per Italia musicale

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L'Italia è ottava nel mercato mondiale della musica. E il mercato si riduce. Uno studio europeo sulla musica e la diversità culturale.

"Italy was worldwide ranked 8th in physical sales, 10th in digital sales and 8th in performance rights income in 2007. In the same year, the total industry trade revenue of the Italian music market was €266M. This turnover was generated by physical sales for 87%, digital sales for 7%, and performance rights exploitation for 6%. Physical sales decreased by 30% from 2005 to 2007. Conversely, digital music sales rose by 51,2% in 2006 and rather stabilised in 2007, but still represent a small percentage (in 2007, they accounted for 7,2% of total recorded music sales). This means that the digital music market cannot be seen as a mature market yet."

Il magazine possibile: Mag +

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Un editore che fa Ricerca & Sviluppo è un editore saggio, in questa fase di grande trasformazione. Bonnier fa R&D.

Mentre i rumors annunciano nella loro imperterrita, cinica ingenuità che arriverà presto un tablet fatto come un grande iPhone, leggero e comodo, con uno schermo adatto alla lettura, si pensa a quali forme potrebbero avere i magazine digitali. Ecco un prototipo di rivista che si potrebbe "sfogliare" su un tablet del genere (fatto con Berg):


Mag+ from Bonnier on Vimeo.


Si tratta

Generosità conveniente

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Seth Godin ha raccolto pensieri eccellenti per un libro pubblicato online. Il suo contributo è sulla parola "generosità".

"When the economy tanks, it's natural to think of yourself first. You have a family to feed a
mortgage to pay. Getting more appears to be the order of business.

It turns out that the connected economy doesn't respect this natural instinct. Instead, we're rewarded for being generous. Generous with our time and money but most important generous with our art.

If you make a difference, people will gravitate to you. They want to engage, to interact and to
get you more involved.

In a digital world, the gift I give you almost always benefits me more than it costs.

If you make a difference, you also make a connection. You interact with people who
want to be interacted with and you make changes that people respect and yearn for.

Art can't happen without someone who seeks to make a difference. This is your art, it's what
you do. You touch people or projects and change them for the better.

This year, you'll certainly find that the more you give the more you get.

Seth Godin is a blogger and speaker. His new book Linchpin comes out in January.
"

Il valore si vede nella connessione. Non nel privare l'altro di ciò che tu hai. La tua stessa identità dipende dalla relazione. Il collegamento decisivo, con l'identità, viene dallo studio di Cynthia Kurtz, pubblicato su FirstMonday. Che parla anche di come la struttura di un servizio online possa favorire o sfavorire la collaborazione, in chiave appunto identitaria.

"This paper brings together three strands of theory about how people interact in order to achieve common goals: aspects of identity (categorical, relational and positional); types of identity interaction (selection, mobilization and commitment); and conditions of tie formation and dissolution (boundary areas on the Cynefin sensemaking framework). The paper explains how the three strands come together to form a "braid" of interaction contexts that influence the needs of those interacting. The braid is used to consider design issues in software that helps people interact, both in a general survey of social software and in specific response to some influential papers in the area. Special attention is given to interactions surrounding the collaborative development of open source software and information."

35 miliardi alla ricerca, in Francia

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Il presidente Sarkozy dice che l'anno prossimo la Francia investirà 35 miliardi di euro nella ricerca, nel sostegno all'università, nella banda larga. Un articolo sul Wsj cartaceo riporta i numeri. Si legge tra l'altro: 11 miliardi all'educazione superiore, 8 miliardi ai laboratori di ricerca, 2,5 miliardi a progetti nelle biotecnologie e nella cura della salute, 6,5 miliardi per tecnologie di risparmio energetico (auto, navi, aerei più puliti), 2 miliardi nella banda larga in fibra, 2,5 miliardi per la digitalizzazione di libri, film e altri beni culturali.

In Francia non pensano che queste cose si possano fare solo dopo la fine della crisi. Pensano che servano per superare la crisi.

L'amnistia e il bon ton

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Dello scudo fiscale si è detto di tutto, naturalmente. Ma negli ambienti finanziari italiani, per un bizzarro senso di buona educazione verso il potere che l'aveva voluta, si faticava fatica a dare un nome esatto alla norma che ha fatto rientrare i capitali portati illecitamente all'estero da italiani poco propensi a pagare le tasse. Ma in America ci vanno meno per il sottile e lo scudo, sul Wall Street Journal, si chiama con il suo nome: Italy Tax Amnesty.

Il senso delle misure

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Dice il ministro Maroni che sono allo studio "misure" per limitare l'uso violento di internet. Gli hanno già risposto altri politici: le norme ci sono già, vanno fatte rispettare. Introdurre norme illiberali sarebbe un errore.

Ma per capire che cosa sia considerato un uso violento dei media basta leggere quello che l'onorevole Cicchitto dice dei giornali che da mesi stanno pubblicando notizie molto dure contro il premier.

Per fortuna che si dovevano abbassare i toni. 

Lo stupore cresce venendo a sapere che il Pdl abbandona la Camera quando deve parlare Di Pietro. Come se fosse un responsabile.

L'attentato è stato preso sul serio a pretesto per indurire il teorema secondo il quale i media critici sono pericolosi e vanno frenati con le leggi. Non per niente secondo Repubblica, Chicchitto ha definito Travaglio un "terrorista mediatico". 

Siamo ancora in tempo ad abbassare i toni. E a non prendere misure fuori misura.

Gates' Law

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The current leader will always try to control growth, and thus slit its own throat
E' la legge di Gates, secondo Dave Winer.

Da notare che Bill Gates ha sempre detto: "E' molto difficile che il leader di una fase storica dell'informatica resti leader anche nella fase successiva". Dave Winer può avere trovato una spiegazione: il leader non vuole perdere la sua posizione di leadership e sa che l'innovazione la metterà in discussione; dunque, reagisce tentando di frenare l'innovazione stessa; ma così facendo si taglia la gola da solo.

Pope2you e qualche domanda

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Chi ha parlato con Joaquìn Navarro Valls nel 1995 ricorda come l'allora responsabile delle comunicazioni del papa rispondeva alle domande su internet. "Internet non va usata in modo da mettere i fedeli nelle condizioni di saltare le parrocchie nelle loro relazioni con la chiesa". 

Ma ora c'è Pope2you. E non teme nulla. (Neppure il sorriso benevolo che a qualcuno può sfuggire di fronte alla scelta di un nome vagamente fashion).

Ormai, si direbbe che internet non sia più pensata necessariamente come una distruttrice di filiali bancarie, di negozi di alimentari, di parrocchie. E' considerata piuttosto come un'integratrice, non necessariamente una disintermediatrice. E' vista come un sistema per scoprire relazioni nuove con network sociali che comunque non frequentano i luoghi fisici tradizionali. Ma è vero? Eppure in certi settori (tipo i biglietti aerei e la musica) ha cambiato le cose in modo molto profondo. Perché in certi settori internet è stata più rivoluzionaria che in altri? C'è una regola?

Brevità

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Google e Facebook pensano al loro "abbreviatore di url". Intanto Bit.ly propone a tutti (i grandi per ora) di farsi il proprio abbreviatore.

Per brevità, non commentiamo. Se non per dire che questa è una battaglia per lo standard che si vince in base al numero di url abbreviate con una particolare tecnologia. Chi abbrevia, sa connettere un utente a un'informazione che ha voluto condividere. Un sacco di dati in più per chi studia i comportamenti e le preferenze. Non è difficile immaginare che Google e Facebook raggiungeranno presto numeri considerevoli. Bit.ly è per ora il più usato su Twitter.

Nuovo Tweefind

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Da vedere: Tweefind



Architettura olografica

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Uno più uno non fa niente

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Aumentare la quota del prezzo degli apparecchi adatti alla riproduzione di opere soggette a copyright che va ai detentori di quei diritti. (leggere per maggiore precisione il comunicato Fimi). Chiudere i siti che inneggiano alla violenza politica. (leggere per maggiore precisione il post di Quinta).

Non si possono sommare pere e mele, quindi questo non è un problema del tipo uno più uno fa... Ma insomma comunque l'unica sintesi è che questa internet così com'è dà proprio fastidio.

Si può supporre che man mano che la rete cresce ci sia anche una sempre maggiore reazione. Che si mostrerà con forme sempre più precise ed efficaci.

Ma un punto va detto: i siti dell'odio sono molti. Ce ne sono tra i tifosi di calcio, gli integralisti di ogni specie, gli estremisti. Il povero professor Antonio Roversi li aveva studiati a fondo. E la sua conclusione era chiara:

"C'è sempre chi usa la libertà per superare i limiti della convivenza civile. Come difendersi? «Censurare Internet non ha senso» dice Roversi: «La Rete non si può fermare. Meglio scoprirne i vantaggi: chi non si accontenta di leggere i resoconti ufficiali delle vicende di attualità e ha stomaco, può consultare i siti dell'odio e farsi un'idea indipendente. Le opinioni di chi sostiene la pace e la convivenza tra i diversi popoli non ne saranno indebolite: anzi, la loro azione democratica diventerà più consapevole»."

Come si verifica una fonte online?

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Come si capisce quale di questi due (uno e due) comunicati stampa usciti online è quello vero e quale quello falso? Wsj dice il secondo. Jeff Jarvis dice il primo: "Wall St. Journal still hasn't corrected its story (http://bit.ly/5laeGt) based on a spoof (http://bit.ly/8oQFzW) How long?"

Twitter: lo strano caso dei followers di 20 vip

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Oggi alcuni account su Twitter hanno avuto un bell'avanzamento nel numero di followers. Circa 2000 in più. Il fatto interessa account di importanti personaggi e marchi (da Antonio Di Pietro a RaiNews24, da Renato Brunetta a Il Giornale, tanto per fare solo quattro esempi). Molti di loro sono addirittura tra gli utenti consigliati per la versione italiana di Twitter, anche se non è vero per tutti.

Il fatto strano è che i loro nuovi followers accorsi in massa - forse appunto dopo l'apertura della versione italiana di Twitter - hanno caratteristiche un po' strane. Non hanno ancora postato nessun tweet. E seguono quasi tutti 20 persone. Come se si fossero messi d'accordo.

Se è una trovata di marketing, non è una bella trovata. Se è frutto del fatto che la tv ha sottolineato la partenza di Twitter in italiano allora dimostra che i telespettatori sono piuttosto omologati nei loro comportamenti. Se è uno scherzo, presuppone un'organizzazione notevolissima: ma se nessuno se ne accorge, nessuno ride...

Dan Gillmor e Facebook

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Dan Gillmor non ha apprezzato il comportamento di Facebook nel cambiamento di regole di privacy. Ha chiuso il suo vecchio account (nel suo pezzo il resoconto delle difficoltà che ha superato per farlo). E ne ha aperto un altro nuovo.

Non è per niente detto che quello che ha cancellato sia davvero sparito. Imho.

Ads invasion

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Iht mette la pubblicità in prima pagina...

oh wow: iht has an ad instead of first page(?!?)

Update: C'è un commento importante su Twitter: @lucadebiase luca è pubblicità salva lavoro per tanti colleghi del iht schizzinosi oggi a spasso domani temo

BookBlogging - Rifare una città

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More about City making. L'arte di fare la città
Greg Clark in uno studio pubblicato dall'Ocse (Recession, Recovery and Reinvestment: the role of local economic leadership in a global crisis) ha dimostrato come una politica territoriale intelligente sia fondamentale per affrontare una crisi astratta e globale come quella che il mondo sta subendo a causa della sregolatezza dei mercati finanziari. 

Analogamente, mentre a Copenhagen i grandi del mondo si dibattono tra le mille difficoltà di arrivare a un accordo globale su quanto si può fare per rispondere ai problemi posti dal cambiamento climatico, e mentre le persone più sensibili si danno da fare per ridurre i propri consumi di energia o le proprie emissioni di gas-serra, sono le città e i territori più circoscritti a mostrare una buona capacità di decisione e di azione, al fine di riprogettare la vita quotidiana, la struttura economica, il sistema infrastrutturale, in chiave sostenibile.

Nel dibattito nazionale si tende a sottovalutare il ruolo delle politiche locali. Eppure sono proprio quelle che si dimostrano più efficaci, gestibili, sensibili, per la vita delle persone e per l'organizzazione delle società.

Charles Landry ha cominciato a lavorare sulla riconfigurazione della città, in chiave creativa ed economicamente adatta all'epoca della conoscenza, molto prima di Richard Florida, come ricorda Franco La Cecla nella prefazione all'edizione italiana di City making. Il libro è un'ispirazione per tutti coloro che pensano alla progettazione territoriale come a una dimensione decisiva per la costruzione di un ambiente favorevole allo sviluppo umano ed economico. La bellezza dell'argomento consiste proprio nella sua vocazione a connettere il passato al presente e al futuro, in una prospettiva progettuale che si incarna in decisioni destinate - nel bene o nel male - a durare a lungo nel tempo.

Fare la città non è pianificare. Fare la città è un'arte, senza una ricetta. I principi di Landry sono da leggere, meditare e applicare:
1. "Una città non dovrebbe cercare di essere la più creativa del mondo, bensì dovrebbe sforzarsi di essere la migliore e più ricca di immaginazione per il mondo".
2. «Seguire il carattere delle culture locali e le loro peculiarità, rimanendo però aperti alle influenze esterne. Bilanciare locale e globale»
3. «Coinvolgere nelle decisioni le persone che saranno destinatarie delle azioni»
4. «Imparare da ciò che gli altri hanno fatto bene, ma non copiarlo passivamente»
5. Combinare i progetti di sviluppo economico con la consapevolezza delle loro conseguenze dal punto di vista etico, culturale, sociale
6. Immaginazione, tenacia, coraggio
7. «Favorire la creatività civica quale ethos della città. La creatività civica è una capacità immaginativa di risolvere problemi applicata a obiettivi volti al bene collettivo. Presuppone da parte del settore pubblico un maggiore spirito imprenditoriale, pur entro i limiti istituzionali, e da parte del settore privato una maggiore consapevolezza delle proprie responsabilità verso la collettività».

Il libro è un grande viaggio. Impegnativo. Ma molto affascinante. I buoni sentimenti sono una tensione di fondo, motivata dalla consapevolezza pragmatica che sono proprio i buoni sentimenti a costruire una convivenza civile che porta a risultati economici, politici, sociali, culturali. Efficienza economica e qualità socio-culturale sono la stessa cosa, se si guardano i fatti sincronizzandosi con la lunga durata.

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Alcuni libri che ho in mano             
  Impressioni mentre leggo

Agata Spaziante (a cura di)
Il senso del tempo
CsiPiemonte

Charlene Li, Josh Bernoff  

L'onda anomala
Harvard Business Press

Il tempo. Un concetto da vedere
sotto li profilo storico-antropologico,
tecnico, artistico, scientifico. 

I consumatori non sembrano
più disposti a obbedire alle direttive
del vecchio marketing. E' un bene.
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Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
Ricchezza della famiglia (6 dicembre 2009)
Capitale e condivisione (29 novembre 2009)
Miseria del millennio (22 novembre 2009)
Che cos'è la coscienza (15 novembre 2009)
Pirati e designer (11 ottobre 2009)
Scrivere la musica (6 settembre 2009)
L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
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Tesi su tecnologie della privacy

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"this dissertation develops and validates an instrument that identifies and measures the extent to which information technology influences individuals' IT-related privacy-invasive perceptions. This newly created IT-related privacy-invasive perceptions (PIP) scale is then used to predict behavioral intention toward using information technology."

Altrove Mark Burdon pubblica uno studio sulla relazione tra servizi georeferenziati, mappe digitali e privacy.

"Online technological advances are pioneering the wider distribution of geospatial information for general mapping purposes. The use of popular web-based applications, such as Google Maps, is ensuring that mapping based applications are becoming commonplace amongst Internet users which has facilitated the rapid growth of geo-mashups. These user generated creations enable Internet users to aggregate and publish information over specific geographical points. This article identifies privacy invasive geo-mashups that involve the unauthorized use of personal information, the inadvertent disclosure of personal information and invasion of privacy issues. Building on Zittrain's Privacy 2.0, the author contends that first generation information privacy laws, founded on the notions of fair information practices or information privacy principles, may have a limited impact regarding the resolution of privacy problems arising from privacy invasive geo-mashups. Principally because geo-mashups have different patterns of personal information provision, collection, storage and use that reflect fundamental changes in the Web 2.0 environment. The author concludes by recommending embedded technical and social solutions to minimize the risks arising from privacy invasive geo-mashups that could lead to the establishment of guidelines for the general protection of privacy in geo-mashups."


Ultimamente ti vedo meno fumoso e più concreto nei tuoi interventi :-p

Penso che tu abbia toccato tutti i nodi della questione. IMHO Il modo superficiale e quasi ingenuo in cui Schmidt affronta il problema mi fa dubitare della sua buona fede, o meglio, invece di esprimere un concetto condivisibile socialmente da tutte le parti in causa, la sua opinione è totalmente di parte.

Tra i vari aspetti quello che mi preoccupa di più per quanto riguarda google è la questione economica.
Google ricava gran parte del suo potere economico dal trattamento dei dati personali dei suoi utenti diretti e indiretti. Io, amministrando i miei dati, al massimo ne ricavo una traquillità sociale.
Questo è il vero squilibrio: Con la rete come la conosciamo oggi e la posizione attuale di Google, se tutti sapessero tutto di tutti accadrebbe l'esatto opposto dell'utopia della perfetta informazione e Google avrebbe un potere economico tendente ad infinito.

Un simpaticone, sto Schmidt :-)

Piu che di privacy forse dovremmo anche parlare di un concetto che fino a poco tempo fa era anche considerato valoriale, il concetto di riservatezza e di dignità. Spiattellare in rete, oltre alle generalità, i proprio stati d'animo, la propria salute i propri comportamenti, è ormai comunemente accettato come "normale" quasi restasse confinato nel proprio monitor. Quante volte girando per blog si incappa in post di un livello che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato "personale"? tradimenti, inclinazioni sessuali, utilizzo di sextoys, scherzi, youtube e il bullismo in rete. Cosa succede se fra cinque anni un ragazzo che ha fatto una cavolata in terza liceo si troverà di fronte un datore di lavoro che gli nega il posto per quell'episodio?
Credo che l'unica privacy possibile sia l'autoregolamentazione della propria sfera personale, rinunciando magari anche a dei servizi.
E questo indipendentemente da chi li eroga.

@giannac

Giustissimo.

Di conseguenza, come rendere consapevoli le persone? Come insegnare l'autoregolamentazione e quindi lungimiranza?

Apprezzo molto l'articolo e lo condivido in gran parte. Non sono così critico con le affermazioni di Schmidt: se stai facendo qualcosa di cui vergognarti, devi esserne consapevole. A volte la soluzione è semplicemente "non vergognarti". Se Marrazzo fosse stato gay dichiarato come il suo collega governatore della Puglia, il fatto di frequentare travestiti non avrebbe creato grossi problemi. Quindi il problema è diventato tale prima di tutto nella mente di Marrazzo.

D'altra parte è molto giusto osservare che un ideale che può valere per una società ideale, NON vale nella società reale.

In particolare: le regole DEVONO tutelare le parti deboli.

Si è vero ha toccato tutti i nodi , se volete approfondire la seconda parte dell'articolo suggerisco:

"Data protection legislation: What is at stake for our society and democracy?"

sinceramente non ne ho la più pallida idea. In verità bisogna anche dire che molti dei dati che si ritrovano in rete soprattutto riguardo alla sfera sessuale sono mere aspettative , della serie "ti garberebbe".
Ho visto campagne di comunicazione piuttosto efficaci fatte in altri paesi. Qui siamo anni luce lontani, siamo ancora a Topo Gigio.
In una un ragazzo videochatta con il busto di una ragazzina chiedendole di fargli vedere le tette, poi scende a colazione e scopre che la ragazzina è sua sorella, riconoscendola dalla maglietta...credo sarà una delle battaglie future, riinsegnare ai giovani e meno giovani un po di riservatezza...la vedo dura, non siamo ancora riusciti a farli smettere di bere e schiantarsi contro i platani... 

purtroppo questa idea (una società trasparente senza privacy) si sta facendo strada da un pò di tempo; moltissime persone, ad esempio, usano internet senza nessun rispetto per la privacy degli altri. Quante foto vengono postate senza chiedere il consenso di chi è raffigurato?



Da Facebook:


Monica Fabris
Monica Fabris
Due cose mi colpiscono. La concomitanza dell'annuncio di google sul motore di ricerca su social network e la passivita' con cui le nuove impostazioni sono state accolte dal 'popolo di fb'

Luca De Biase
Luca De Biase
hai ragione... ma questa passività è frutto di una mancata comprensione del tema della privacy...

Daria Santucci
Daria Santucci
ieri sera ho passato due ore a resettare tutte le mie impostazioni di privacy. ad esempio, è cambiata la visibilità della friends list (visibile a tutti o a nessuno). e poi, sono spuntate una serie di icone in cui rendevo visibile a "everyone" determinati aspetti del profilo che non avevo mai autorizzato prima. decisamente una sensazione sgradevole.

Paolo Subioli
Paolo Subioli
Io penso, sulla "passività", che influiscano anche 2 fattori:
- la fretta con cui le persone in generale agiscono sul web, accentuata in FB da un certo senso di colpa per la sensazione di perdere tempo;
- la difficoltà, tipica di FB, di percepire la differenza tra spazio pubblico e spazio privato della propria ristretta cerchia di amici (la quale comporta anche che gli utenti non si rendano conto che le proprie foto diventano di proprietà di FB, se publbicate qui).

'Domenico Palladino'
'Domenico Palladino'
non sempre il lucchetto mostra di default tutti, qualche volta mi è capitato che fosse impostato in automatico su post visibili solo a me condividendo l'articolo da siti esterni, ma non so se fossero impostazioni del sito o bug estemporanei. Sulla privacy anche il messaggio di sistema non ha aiutato facendo quasi credere che le nuove impostazioni avrebbero automaticamente aumentato la privacy degli utenti.

Giorgio Scura
Giorgio Scura Questa questione della privacy è ampiamente sopravvalutata. Ci sentiamo un po' tutti Vip, come se dietro la porta avessimo una coda di paparazzi pronti a immortalare ogni nostro passo, come in realtà ci piacerebbe che fosse. In un certo senso la Rete ci rende tutti protagonisti, ma non saremo mai "famosi" come abbiamo inteso il termine in epoca televisiva. Lla nostra privacy non interessa a nessuno. E in ogni caso siamo NOI a decidere cosa pubblicare e cosa no. Chi non ha nulla da temere, non teme la violazione della privacy.

Andrea Falcone
Andrea Falcone
Io penso che sulla passività influisca il fatto che facebook sia molto "user-friendly", tanto semplice nell'uso da far dimenticare che non ne dominiamo tutti gli aspetti e che è difficile controllare tutte le tracce che lasciamo...

Federico Guerrini
Federico Guerrini
Impossibile che i responsabili non potessero prevedere le proteste che sono sorte quasi all'istante. I casi sono due: o ormai Facebook si sente talmente forte da non dover rispondere alle critiche e da poter fare a meno di una certa percentuale dei propri utenti, quelli che davanti a questi cambiamenti potrebbero essere indotti a lasciare il sito o hanno commesso un clamoroso errore di sottovalutazione.

Federico Guerrini
Federico Guerrini
Non è tanto il fatto dell'"everyone", quanto la nuova categorie delle cose publicly available e l'accesso garantito alle applicazioni...

Jack Dorsey ha ragione?

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Come si fa a capire se una nuova tecnologia avrà successo? Molti modi. Uno divertente è pensare un'applicazione imprevista di quella tecnologia, o non ancora descritta da chi la propone. 

Supponiamo di aver capito come funziona questa nuova idea di Jack Dorsey (uno di quelli che hanno fatto Twitter) chiamata Square. E supponiamo di metterla insieme a una carta di credito prepagata con iban incorporato (tipo la SuperFlash della Banca Intesa o l'analoga delle Poste).

Square è un pezzo di plastica che si infila nella presa per le cuffie dell'iPhone e sa leggere le carte di credito. In pratica: si deve pagare qualcosa, si fa leggere a Square una carta di credito, il telefonino manda il messaggio dove deve mandarlo e il pagamento (in un po' di tempo) arriva. Si può usare con un sistema come PayPal. O con una carta di credito normale. 

Ma quelli che sono (giustamente) preoccupati della sicurezza dei loro soldi potrebbero temere che in questi passaggi si apra un buco e qualcuno si infili. (Abbiamo visto che un malware per iPhone ha fatto un giro prima di scomparire dai radar dei siti specializzati). Ma che succederebbe se si usasse una cosa come Square con una carta prepagata? Supponiamo che l'iPhone lo dia la stessa banca (che magari ha un suo operatore mobile virtuale) e che abbia un software a bordo che usando la fotocamera legge un codice semplice che identifica il prodotto venduto (tipo il codice a barre) e che adesso serve anche a far capire a Square dove mandare i soldi... (e che magari si attivi solo con la lettura dell'iride o del timbro di voce per pagamenti superiori a un tot...)... forse ne verrebbe fuori un vero sistema di pagamenti mobile...

Nel tempo, lo Square si potrebbe integrare nel cellulare, naturalmente. Magari con un sistema di attivazione a impronta digitale...

Cala la quota di traffico p2p

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Un manager di un primaio operatore telefonico nota: "Il traffico peer-to-peer era anche il 60% del totale del traffico internet in Italia, fino a qualche tempo fa. Oggi non è più del 20%". (Probabilmente il dato è approssimativo nella cifra anche se è certo nella tendenza).

E' la vittoria delle major? Forse è soprattutto la vittoria dello streaming. E dello scambio di link sui social network.
Eric Schmidt, il capo di Google, ha espresso la sua idea sulla privacy. E poiché Google è al centro di una quantità di polemiche relative alla privacy, la sua idea fa riflettere. Perché intorno al concetto di privacy (parola che evoca questioni noiose che non lo sono per niente), si giocano questioni decisive per la conformazione della rete sociale e il suo sviluppo equilibrato, per non dire pacifico e giusto.

Dice Schmidt: "I think judgment matters. If you have something that you don't want anyone to know, maybe you shouldn't be doing it in the first place. If you really need that kind of privacy, the reality is that search engines--including Google--do retain this information for some time and it's important, for example, that we are all subject in the United States to the Patriot Act and it is possible that all that information could be made available to the authorities."

Ci sono diversi elementi in questa frase. Il pensiero di Schmidt si inserisce in un filone molto diffuso e piuttosto realistico: l'idea di fondo è che online la privacy sia fondamentalmente impossibile. Schmidt in questo caso si riferisce alla legge che consente al governo americano di fare indagini antiterrorismo usando tutto quello che viene fuori online. Ma prima di lui, Scott McNealy aveva sostenuto che, indipendentemente dalle leggi e anche sotto il profilo tecnico, la privacy online non esiste. Del resto, anche quando si ammette che possa esserci una privacy, le linee di confine sono talmente complicate che la loro interpretazione è molto controversa: come nel caso della nuova autoregolamentazione della privacy su Facebook.

E d'altra parte, la questione della privacy rischia di essere sottovalutata anche dagli utenti. Può essere che appaia irrilevante, può essere che sia considerata impossibile, può anche essere che non ci si renda conto del suo significato e sia vista più come un fatto burocratico che sostanziale. Ma sta di fatto che se una piattaforma offre servizi che gli internettiani apprezzano, la loro considerazione della loro stessa privacy tende ad andare velocemente in secondo piano.

Se ne parlava ieri con Cesare Sironi, l'amministratore delegato di Matrix (Virgilio). Google deve sottostare alle regole, ma di fatto ne è potenzialmente esente: è una multinazionale talmente gigantesca e flessibile, vive in un luogo tecnologicamente tanto veloce e complesso, che per qualunque stato sarà sempre più difficile tenerla sotto controllo. E infatti Google dichiara di aderire soprattutto a una legge morale, autodefinita e per la verità coerentemente seguita almeno in apparenza finora (non facciamo del male). Ma è chiaro che Google sa un'enorme quantità di cose su ciascuno dei suoi utenti e molti temono che se andasse a governarla un nuovo team di persone, aderenti a un qualunque nuovo approccio morale, per gli utenti potrebbero essere problemi. Virgilio, da parte sua, offre servizi basati sulla localizzazione e altre informazioni relative ai singoli utenti: si impegna a separare quelle informazioni dalle persone alle quali si riferiscono e a trattarle sempre e comunque come fatti statistici. 

Ma c'è qualcosa di più.

Perché Schmidt ha espresso una valutazione profonda e molto diffusa: l'idea secondo la quale chi desidera salvaguardare la privacy abbia qualcosa da nascondere. In questo senso la privacy è soltanto un vincolo alla libertà di circolazione delle informazioni: e il fatto che si tratti di informazioni sulle persone non cambia la sostanza del discorso. Se non hai nulla da nascondere perché vuoi la privacy?

L'idea è talmente diffusa che andrebbe presa sul serio. Forse un modo per valutarla è immaginarsi una società basata su un modello totalmente privo di privacy e pensare dove può portare. (L'argomento è talmente complicato che qui si può soltanto accennare a un punto di vista, che resta tutto da approfondire).

Teoricamente, si può partire da una concezione generale: la circolazione dell'informazione è un bene. Se tutti sanno tutto di tutti non si può imbrogliare, ciascuno è libero di fare le sue scelte sulla base di una corretta dotazione di informazioni, i risultati sono i migliori possibili in termini politici, economici, sociali, culturali. Sarebbe bellissimo, ma non è storicamente mai stato vero e possibile. Anche perché la disponibilità di informazione è cosa diversa dal trattamento, la comprensione e l'utilizzazione dell'informazione. La conseguenza è che l'informazione ha un enorme valore, ma la sua dinamica va ben compresa per poter vivere in modo consapevole.

L'idea della perfetta informazione è tipicamente sostenuta dall'economia neoclassica: se tutti sanno tutto di tutti e gli operatori sono razionali la concorrenza perfetta porterà alla migliore allocazione delle risorse possibile. E' una costruzione ideale molto interessante. Peccato che non sia mai stato possibile realizzarla. Il Nobel Stiglitz ha dimostrato che non è possibile avere una società nella quale tutti gli operatori siano perfettamente informati. E ha anche dimostrato una cosa sorprendente: non è vero che se aumenta l'informazione ci si avvicina alla condizione di concorrenza perfetta. La migliore allocazione delle risorse possibile data dal modello teorico della concorrenza perfetta non è una meta alla quale ci si avvicina per step successivi: è una realtà che o c'è o non c'è. Se non c'è non basta un po' più di informazione per avvicinarsi ad essa. L'utopia della concorrenza perfetta, nata per salvaguardare la libertà di concorrenza dei piccoli e grandi operatori economici, è stata di fatto utilizzata dai grandi poteri del capitalismo per eliminare barriere al loro potere. E invece la salvaguardia del mercato libero passa dalla limitazione della libertà d'azione dei grandi poteri del capitalismo, attraverso per esempio l'antitrust: la libertà esiste solo se ci sono regole che paradossalmente costringono a salvaguardarla.

E' molto interessante. Perché la realtà non è come la dipinge l'utopia della perfetta informazione. Perché la stessa informazione è diversa a seconda di chi la utilizza. Perché l'informazione non è equamente distribuita. Perché non è equamente distribuita la capacità di utilizzare l'informazione. E in una società iniqua i soggetti deboli hanno bisogno di una protezione nei confronti dei soggetti forti. La libertà vive nelle regole, non nell'assenza di regole.

La perfetta informazione non è l'obiettivo dell'informazione. E la privacy non ha l'obiettivo di impedire l'informazione. Ha l'obiettivo di rendere più equilibrato il gioco del potere sull'informazione.

La perfetta informazione su tutti è un problema di controllo sociale. In un villaggio tradizionale nel quale tutti sanno tutto di tutti, il controllo sociale è più facile. Ma l'interpretazione del controllo sociale dipende dal sistema di potere in vigore in quel villaggio. Se c'è molto controllo sociale e una sola persona ha tutto il potere, quel potere sarà privo di equilibrio e le persone saranno prive di libertà. 

Ci può essere una situazione ancora meno equilibrata. Quella nella quale il potere sa tutto di tutti, mentre nessuno sa niente degli altri. E' una situazione vagamente simile a quella del Grande Fratello di Orwell. In quella situazione, la libertà dei cittadini sottoposti all'enorme potere del Grande Fratello esiste solo se i cittadini riescono a dissimulare, cioè a impedire la perfetta circolazione dell'informazione su di loro.

L'informazione può essere un fattore di equilibrio sociale, può generare libertà, può alimentare una tensione verso una convivenza più giusta e pacifica, solo se è asimmetrica a favore dei soggetti che non hanno potere e se il controllo è esercitato con l'informazione in modo tale che si sappia molto su chi ha il potere e meno su chi non ha il potere. Per questo si dice che le persone che hanno responsabilità pubbliche non hanno diritto alla stessa privacy degli altri: Il controllo sociale, in una società democratica, è asimmetrico e si esercita in modo che dei potenti si sappia molto di più che degli altri.

Non è solo una questione politica. Prendiamo il caso di un'assicurazione sanitaria. Se si sapesse tutto di tutti è l'assicurazione a trarre il massimo vantaggio, non gli assicurati. Perché l'assicurazione non prende in carico le persone che rischiano la loro salute, mentre prende in carico solo quelle che pagano la loro quota e non hanno mai problemi di salute. Se un'assicurazione sanitaria sulla vita sapesse tutto quello che Google sa di ciascuno, i suoi rischi sarebbero molto minori e i cittadini che hanno più bisogno di assistenza sanitaria sarebbero penalizzati.

L'informazione è storicamente asimmetrica a favore del potere e delle grandi organizzazioni e a sfavore dei singoli cittadini e dei soggetti deboli. Migliorare l'informazione non significa portare tutti a conoscenza di tutto, che è impossibile, ma portare a un maggiore controllo sulle azioni dei responsabili delle grandi scelte collettive.

Le leggi sulla privacy sono importanti. Non perché funzionino bene e si possano far valere facilmente su internet. Lo sono forse soprattutto in chiave educativa. Favorire la consapevolezza dei cittadini del valore dell'informazione su di sé è una premessa fondamentale per la libertà. La si può intendere pienamente però solo se i cittadini sono consapevoli che far valere la propria privacy ha senso in quanto costringe il potere a comportarsi in modo più trasparente.

(Ripeto: queste sono soltanto intuizioni disordinate. Si spera che possano servire a qualche riflessione e soprattutto a far emergere opinioni più competenti).

Google impara i numeri di cellulare

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Si possono mandare sms da gmail. E Google impara informazioni preziose: i numeri di cellulare di chi invia e di chi riceve. (via Oztech)

EFF: perplessi sulla nuova privacy in Facebook

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Electronic Frontier Foundation, un'antica e ipercompetente organizzazione che lavora a favore dei cittadini che usano i media digitali, si mostra perplessa sulla nuova politica della privacy in Facebook. E pubblica un'analisi molto attenta.

Oltre ad alcuni dati positivi, EFF segnala due aspetti importanti:
1. Come si diceva anche qui, la nuova politica sulla privacy incoraggia in molti modi - sottili e meno sottili - a pubblicare spontaneamente e autenticamente i fatti propri, promettendo un altissimo livello di privacy. Questo serve al business di Facebook (che è fondamentalmente basato sulla conoscenza capillare dei comportamenti e dei giudizi degli utenti). Ma abbassare il livello di attenzione su ciò che si vuole pubblicare di se e su ciò che si vuole mantenere riservato può condurre le persone a rischiare troppo.
2. L'introduzione improvvisa di una dimensione delle informazioni personali priva di privacy, "publicly available", riguarda anche la lista degli amici e altre informazioni che prima si potevamo mantenere riservate agli amici. E' una scelta che Facebook difende. Ma che non è priva di rischi.
3. Le applicazioni hanno troppa libertà di entrare nei profili delle persone, anche nei loro scaffali più riservati, secondo EFF.

Insomma, la nuova privacy di Facebook potrebbe rendere le persone meno consapevoli del problema della riservatezza dando l'impressione di maggiore controllo, indurle a pubblicare più spontaneamente e avventatamente, aprire varchi importanti nella privacy stessa.

Si sa: la privacy interessa le persone, ma sono le persone stesse a dimenticarsi di questo interesse molto spesso. Se fosse una scelta consapevole, quella di condividere tutto di sé, potrebbe andar bene. Ma il fatto è che quando si condivide qualcosa di sé che riguarda anche altri, di fatto si intacca la privacy altrui senza che questi ne siano consapevoli. E in ogni caso, a essere interessati ai fatti degli altri possono essere tipi di persone molto diversi e imprevedibili.

Readings #10 - Prevalentemente sui giornali

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Dalla Columbia un report sullo stato del giornalismo americano. Poco di nuovo ma molto ordine mentale. E poca voglia di sperare che avvenga qualcosa di nuovo. Tipo nuovi editori e giornalisti rincuorati dalla voglia di provare ogni mezzo per fare il loro lavoro. Columbia.

Una proposta straordinariamente assurda di abolizione del citizen journalism. E una risposta di Jay Rosen.

Della serie "il dibattito Murdoch, Google, De Benedetti": Massimo, Pierani, Asa, Penne digitali.

Twitter e social network: Dario, Microblogging. Dns di Google: Contino. Clima: Webvolution. Ecommerce: Mimmo.

InquinaMente

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Secondo il papa i media ci abituano al male e inquinano le menti. Il Corriere online riporta qualche stralcio del discorso. Sulla Repubblica di carta il tema è più sviluppato. "Ogni giorno attraverso i giornali, la tv, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono".

C'è del marcio in Danimarca

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Se i dubbi amletici sulle scelte relative al futuro del clima saranno risolti con un accordo che favorisca soprattutto le nazioni oggi più sviluppate, e più inquinanti, sarà difficile convincere tutti dell'opportunità di agire congiuntamente.

Il Guardian ha pubblicato il draft di un accordo che va in quella direzione. E tutto il summit, a quanto pare, ne sta parlando. Il clima è pessimo.

Google, Murdoch, giornalismo e lingue biforcute

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E' ora di mettere una parola fine a un lungo e falso dibattito sui giornali, interessante solo chi li vende. Ma per riportarlo verso le persone, occorre sentire la voce di chi li scrive e li legge. Come?

Test di giornalismo: che cosa interessa di più alla cittadinanza?
1. Che gli editori, i tecnologi, i pubblicitari facciano tanti soldi e ne usino una parte per pagare lo stipendio a costosi giornalisti?
2. Che esistano giornali indipendenti che possano controllare il potere e dar forza a un'opinione pubblica democratica?
3. Che l'informazione sia diffusa in modo comodo e interessante; e sia prodotta raccogliendo i fatti e interpretandoli con metodo trasparente?

Se avete risposto 1, probabilmente lavorate in un'azienda del settore dei media. Se avete risposto 2 siete cittadini di straordinaria consapevolezza costituzionale. Se avete risposto 3 siete persone critiche e pratiche, consapevoli delle trasformazioni in atto.

Il dibattito prevalente negli ultimi tempi ha fatto finta di occuparsi del punto di vista 2 e in realtà si è concentrato sul punto di vista 1. Non è stato molto importante per le persone, di fatto interessate soprattutto al punto di vista 3.

Murdoch ha attaccato duramente Google negli ultimi tempi. Google ha risposto con coerenza. E finalmente Murdoch e Schmidt hanno scritto una parola chiara sul Wall Street Journal che può portare a una conclusione del loro confronto: ma dimenticano il centro della questione, cioè il rapporto tra autori e pubblico.

Murdoch, leader degli editori, ha cominciato ad attaccare quando ha perso il minimo garantito di pubblicità su MySpace che Google gli aveva pagato per qualche anno. Nel mezzo della crisi dell'editoria ha puntato molto intelligentemente su un'idea giusta: occorre trovare il modo per far pagare le notizie. L'idea è giusta perché nessun modello di giornalismo di qualità si può basare esclusivamente sulla pubblicità: un pubblico pagante è un pubblico più coinvolto. Naturalmente questo era un concetto importante per risollevare le sorti delle sue aziende editoriali. Per sostenerlo però ha detto di tutto. Anche se non ha fatto quasi nulla. In realtà, stava trattando. Per un po' di tempo se l'è presa soprattutto con Google, accusando il motore di ricerca di ogni nefandezza (essenzialmente di fare soldi con i contenuti degli altri). E ha persino detto, un po' scioccamente, di voler impedire a Google di trovare i suoi giornali online. Il suo errore concettuale è quello di pensare che il vecchio regime - nel quale il pubblico doveva necessariamente entrare nel suo territorio per accedere alle notizie - possa essere restaurato. Il suo obiettivo invece è chiaro: vuole un fatturato superiore ai costi. Il problema è come riuscirci? Sembra che pensi poco a innovare i prodotti e troppo agli accordi con i competitor. Questo è tipico degli editori. Ma non è sufficiente.

Google ha risposto che il suo ruolo è molto più costruttivo che parassitario. Il motore porta molto, moltissimo traffico. Naturalmente guadagna nel farlo. Ma fa anche guadagnare. A conti fatti, ciascuno può decidere per sé (restare o non restare ricercabile online): ma poiché quasi nessuno per ora si chiude a Google, una ragione ci sarà. Inoltre, Google ha messo a punto molte diverse modalità di accesso alle notizie, comprese alcune soluzioni per favorire il pagamento delle notizie. In quanto piattaforma di servizio e non compagnia editoriale, può porsi al servizio di qualunque soluzione gli editori vogliano sperimentare per trovare nello stesso tempo traffico per la pubblicità e pubblico pagante.

Murdoch pare abbia apprezzato questo approccio, quando finalmente l'ha capito. Può darsi che smetterà di minacciare di andare solo su Bing. E può darsi che la sua leadeship tra gli editori si manifesterà anche nella prossima fase della grande trattativa.

Ma il tema resterà aperto. Perché ci sono alcuni presupposti che rimangono indiscussi. E restano al centro della questione.

L'impostazione internettiana classica che Schmidt ribadisce è quella secondo la quale le notizie sono atomi di informazione (fondamentalmente pagine) e si possono valorizzare in molti modi: pubblicità, micropagamenti, abbonamenti... Tutto giusto, ma insufficiente.

L'impostazione editoriale classica è che un editore possiede le notizie perché paga chi le produce e quindi le vende in modo da generare un profitto. Giustamente Murdoch la ribadisce.

Il problema è che questi signori dimenticano che i giornali non sono somme di singoli articoli, e che la vita dei giornali e il senso dell'informazione non dipendono dai modelli di business e dalle piattaforme: dipendono dal rapporto tra chi scrive e chi legge.

Il rapporto di fiducia tra chi scrive e chi legge è fondato sull'esperienza che nel tempo si sedimenta tra loro.

Tradizionalmente, la fiducia si sintetizzava nelle testate giornalistiche. Un valore che non è pari alla somma degli articoli. Internet ha consentito mille modi per aggirare le barriere all'accesso delle singole informazioni contenute nelle testate. E ha sottolineato l'emergere di nuovi rapporti, più diretti, tra chi scrive e chi legge, ruoli che sempre più spesso si sovrappongono, perché si esprimono e si incontrano su diverse piattaforme, dai blog ai social network.

Questo ha consentito agli articoli di sviluppare una propria vita autonoma dalle testate, ma il fenomeno non ha distrutto il valore potenziale delle testate.

L'innovazione nella relazione tra autori e pubblico porterà certamente a una quantità di nuovi modelli di giornalismo, di business e di creazione di idee. E i giornali?

La ridefinizione del valore dei giornali dovrebbe partire dal valore delle testate come beni esperienza. Luogo di sintesi tra le attività editoriali, pubblicitarie e giornalistiche, saranno al centro del ripensamento dei giornali. Che sopravviveranno, molto probabilmente. Ma sopravviveranno bene o male a seconda della consapevolezza che gli editori e i pubblicitari riusciranno a coltivare sull'importanza della ricerca giornalistica di fatti e di interpretazioni al servizio del pubblico.

L'informazione diventa un sistema ben più ampio di quello gestito dai giornali. Riguarda gli autori indipendenti, il pubblico attivo, i gruppi di giornalisti e le aggregazioni di blogger. Riguarda le istituzioni che dànno informazioni. E riguarda i vari soggetti che fanno business su queste attività. Molti modelli sono destinati a coesistere. I giornali potrebbero restare importanti se saranno concepiti non come contenitori di singoli elementi di informazione, ma come organizzazioni culturalmente coerenti, metodologicamente trasparenti, capaci di contribuire all'interpretazione della realtà. Non vivranno senza un bilancio in ordine: ma il bilancio non potrà essere il loro scopo. Il punto di partenza è trovare un'identità nel grande sistema dell'informazione che ha bisogno anche di gruppi professionali dedicati alla generazione di senso. Lo strumento è economico. Lo scopo è culturale. Imho.

Google personalizzato di default

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Insomma. Da adesso le ricerche su Google sono personalizzate anche per chi non è iscritto o non sta navigando dopo aver digitato id e password sui servizi di Google. Perché la navigazione di ciascuno viene mantenuta in memoria e usata per restituire alle ricerche informazioni collegate alle precedenti ricerche. Si può rifiutare il servizio. Se non si fa niente, invece, viene automaticamente applicato. (I dati raccolti da Google secondo SlightlyShadySeo). E si aggiungono i dati raccolti come Dns.

Librazioni e bibliodiversità

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Librazioni è una libreria online che promette di essere "social" e particolarmente dedicata alle iniziative delle piccole case editrici. Comincia con una parola che di sicuro aumenta la logodiversità.

Ecosia: motore verde

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Ecosia:

"Ecosia è un sito web indipendente e senza scopo di lucro. Almeno l'80% dei guadagni ricavati dalle ricerche va a un programma di protezione della foresta pluviale del WWF che utilizza questo denaro per la protezione sostenibile delle foreste pluviali". (TgDaily)

Imprenditrici per l'Unctad

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Le imprenditrici da premiare secondo l'Unctad:
Olga Lidia Arean, Argentina, ConservArte S.A., prodotti per la conservazione
Joy Simakane, Botswana, Extramile Express PTY LTD, autorizzazioni doganali
Vanessa de Figueiredo Vilela Araújo, Brasile, Kapeh Cosméticos, prodotti di bellezza basati sul caffè
María de la Luz Osses Klein, Cile, Biotecnologías Antofagasta S.A., prodotti biotech
Guenet Fresenbet Azmach, Etiopia, Gigi Ethiopia, abbigliamento di moda
Lucia Desir, Guyana, D&J Shipping Services, trasporti
Lina Hundaileh, Giordania, Philadelphia, Chocolography, Rafawed  Consulting, and Ammoun, cioccolata, dolci e consulenza
Lilian Okoro, Nigeria, Peace for the African Child Initiative, servizi di educazione divertente
Beatrice Ayuru Bvaruhanga, Uganda, Lira Integrated School, servizi educativi
Vivivata Chivunga, Zimbabwe, Viva Fashions, abbigliamento di moda

BookBlogging - Ricchezza della famiglia

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More about L'Italia fatta in casa
La famiglia è un centro di senso fondamentale, in Italia più che altrove. La si ama fortemente e la si teme profondamente. 

La famiglia, probabilmente, compensa - e rende meno necessario superare - la difficoltà italiana a far emergere uno stato credibile, istituzioni efficienti e un mercato aperto. La visione del mondo centrata sul privato familiare è una salvezza, anche se nello stesso tempo non sembra favorire la costruzione di un senso forte della collettività. 

La famiglia è il punto di riferimento essenziale cui gli italiani attingono quando devono affrontare un periodo di difficoltà. Venerdì 4 dicembre 2009, sul Sole 24 Ore, è stato pubblicato un sondaggio Ipsos-Il Sole 24 Ore, sui timori e gli stati d'animo degli italiani. La crisi è stata il fil rouge delle risposte: ai primi posti nelle preoccupazioni degli italiani risultava il problema dell'occupazione e del lavoro (70%), la situazione economica (30%), la situazione politica (28%). La criminalità era scesa al 20% e l'immigrazione all'11%: dopo gli anni della sbornia delle paure sulla sicurezza indotte dalla televisione come inoppugnabilmente documentato da Ilvo Diamanti, gli italiani sembravano svegliarsi ai problemi dell'economia. Per il 45% degli italiani il peggio della crisi doveva ancora arrivare, per il 25% era arrivato l'apice della crisi e per il 26% il peggio era passato. Ma alla domanda secca posta dagli intervistatori su quanto gli italiani si sentissero felici (da 1 a 10) solo il 14% si sentiva infelice (da 5 in giù), il 40% delle risposte era tra il 6 e il 7 e ben il 45% valutava il proprio stato di felicità tra l'8 e il 10. Proprio perché mentre l'economia andava a rotoli, gli italiani non potevano fare a meno di ammettere che la loro rete sociale, la qualità delle relazioni, delle amicizie e degli amori familiari era ottima.

Questo in Italia tiene oltre ogni crisi. Alberto Alesina e Andrea Ichino hanno pubblicato un libro sulla famiglia italiana che riprende un antico dibattito per riproporlo in chiave eminentemente economica. 

Si domandano i due economisti quale sia il rapporto costi-benefici dell'importanza della famiglia nella società italiana. E osservano che più la famiglia è arcaicamente chiusa, orientata a generare solidarietà al suo interno e sospetto verso l'esterno, più si pone come un freno allo sviluppo. Ma non possono non osservare che una famiglia aperta e pure relativamente solidale è una straordinaria ricchezza, anche in chiave strettamente economica, anche per la sua capacità di generare servizi di valore, pur senza scambio monetario.

Sta di fatto che ben più importante è la sua dimensione di generatore di felicità. E da questo punto di vista, pur non essendo l'unico luogo nel quale si sviluppano relazioni significative e tali da dare senso alla vita, ne è certamente un centro decisivo.

Difficile, se non addirittura sbagliato, volerne fare una sorta di "azienda" con tanto di "bilancio". E difficilissimo se non sbagliatissimo pensare di valutarla soltanto in termini economicistici. Una tentazione della quale gli autori del libro sembrano consapevoli.

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Alcuni libri che ho in mano             
  Impressioni mentre leggo

Raymond Carver
Beginners
Jonathan Cape

Sankar  

Hotel Calcutta
Neri Pozza

Racconti brevi.
Magistrali. Di quelli che fanno
venire voglia di scrivere. 

Quando Calcutta si chiamava
Calcutta. E la vita quotidiana
era un'avventura. Per avventurieri.
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Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
Capitale e condivisione (29 novembre 2009)
Miseria del millennio (22 novembre 2009)
Che cos'è la coscienza (15 novembre 2009)
Pirati e designer (11 ottobre 2009)
Scrivere la musica (6 settembre 2009)
L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Scrivono di libri: Clelia Mazzini (Akatalēpsìa), Luisa Carrada (Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d'Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio. E... VibrisseLipperaturaLitteratitudineWittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di LetturaPenna e mouseBookrepublicLa FrustaZamBooksblog. E MilanoNera. E Sottotomo... BooksWebTvPalagniacAmalteoCarmilla onlineAntonio Genna. E Nazione indiana.


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In libreriaEconomia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltreFeltrinelli



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Malo

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Un convegno di storici entusiasmante. Vissuto da Malo e dalla sua gente come un momento profondo di riflessione sull'identità locale e la prospettiva che la porta dal passato al futuro, lavorando in un presente così complesso. Credo che sia stata una dimostrazione del fatto che la storia non è assolutamente la scienza che studia il passato. È la disciplina della prospettiva. Se il mondo attuale non si interpreta senza ricorrere - sempre più spesso - alla "teoria della complessità", ebbene la storia allena alla "pratica intellettuale della complessità". E insegna ad affrontarla con umiltà e senza timore. 

Mistero Boffo /2

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Feltri dice che Boffo è stato accusato ingiustamente dal suo Giornale. Intanto, Boffo ha vissuto con dignità un periodo terribile per lui e la sua famiglia. Nessuno gli ridarà il tempo che ha dedicato alle conseguenze di quelle insinuazioni evidentemente ingiustificate. Ma anche al Giornale resterà un marchio: proprio per il fatto di avere ottenuto conseguenze pesanti con la sua bufala, il Giornale ha perso credibilità.   

Parole e riscontri

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Nel polverone di reazioni alla testimonianza di Spatuzza, spicca l'idea che "senza riscontri le parole restano parole". Poiché è chiaro che senza parole non si fanno i riscontri, con salto logico straordinario molti dicono che le parole non dovevano essere neppure pronunciate, o ascoltate. Repubblica

Cip6 stato

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Il famigerato Cip6, un sistema nato nel 1992 che doveva finanziare a spese dei consumatori lo sviluppo delle energie "rinnovabili" e che invece è andato a sostenere a suon di miliardi di euro le "assimilabili" (con enormi vantaggi per grandi impianti che di rinnovabile avevano molto poco), sta per finire. Ed è un bene. Il governo tentenna sull'energia, vuole il nucleare, taglia e poi taglia i tagli sulle rinnovabili. Ma, almeno, il Cip6 lo vuole togliere di mezzo. 

Google Dns e velocità sospette

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Chi cerchi di capire che cosa significa Google Public Dns si imbatte in una quantità enorme di notizie e commenti. I commenti sono divisi tra gli ottimisti e i sospettosi.

Il fatto è che Google offre anche una soluzione per la gestione dei Dns che connettono i numeri ip ai nomi dei domini dei siti che si usano normalmente. Gli indirizzi dei siti sono parole, ma internet capisce numeri, ovviamente. E i Dns traducono. Nel farlo ci mettono un po' di tempo.

Google promette di rendere i collegamenti più veloci. Gli ottimisti ritengono che questo farà bene alla rete. Anche perché farà concorrenza a chi già si occupa di Dns inducendo miglioramenti nel sistema. Lo dice anche OpenDns.

I sospettosi dicono che Google finirà per voler sapere tutto degli internettiani e userà tutti gli strumenti a sua disposizione per servire essenzialmente i suoi clienti: gli inserzionisti pubblicitari. Google fa il motore, un browser, un sistema operativo, molte applicazioni... Quindi può sapere troppe cose, dicono.

Google risponde con garanzie precise. E promette di non mettere mai i dati che raccoglie con i Dns in collegamento con i dati che raccoglie con le altre funzioni e applicazioni.

Non ci sono motivi per condannare Google in base ai sospetti. E del resto la sua forza di mercato non è basata su un monopolio ma su un dinamismo innovativo davvero enorme. Questo fa paura. Come fa paura pensare alla possibilità che una nuova direzione strategica, meno rispettosa dei diritti altrui, dovesse un giorno prendere il potere a Google. Ma tutto questo dovrebbe anche stimolare la nascita di nuove aziende che facciano meglio di Google almeno nei comparti dove non è dominante. Magari sarebbe ora di lanciare anche un sistema di controllo della relazione tra le promesse e i fatti di Google che sia basato su tecnologie adatte alla bisogna. Non è facile. Ma non è impossibile. E potrebbe persino risultare in un business. La reazione di OpenDns mi pare da sottolineare: critica ma attiva.

Da vedere il post di Massimo e i commenti. TechCrunch. GigaOm. Quintarelli.

Autenticità e pubblicità

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La campagna pubblicitaria per la videocamera Flip, acquisita recentemente dalla Cisco, punta sull'idea che persone normali riprendano i fatti della loro vita quotidiana. Dovrebbe avere un sapore di autenticità, ma in qualche modo, secondo un pezzo del New York Times, non riesce ad apparire davvero autentica. 

Ma è possibile l'autenticità nella pubblicità?

Ci si può riflettere a lungo. Ma la risposta è sempre no. O meglio, si tratta comunque di una rappresentazione. Che ha tra l'altro uno scopo molto precisamente commerciale. Ma non è soltanto questo il punto. L'esperienza di una rappresentazione non è destinata a funzionare come l'esperienza della realtà. 

Carlo Goldoni, si difendeva dall'accusa che qualcuno gli muoveva, di fornire sì una critica della società nelle sue commedie, ma una critica edulcorata. E sosteneva, difendendosi appunto, che se avesse scritto commedie che descrivessero il "vero" il pubblico non ci avrebbe creduto; doveva invece scrivere qualcosa di "verosimile" perché il pubblico potesse sentirsi coinvolto e ricevere il messaggio fondamentale.

Non è una formula universale. Ma poiché in qualunque rappresentazione si pone il problema della costruzione di un mondo che possa essere accettato dal pubblico come adatto a fare da contesto per una storia, il problema della verosimiglianza si pone. 

Ed è persino troppo ovvio finire col trovare la dimostrazione che il verosimile non è il vero. Come nella casa del Grande Fratello.

Casomai, la questione è che la pubblicità, in quanto rappresentazione a scopo commerciale, studiatissima nelle sue conseguenze neurologiche e comportamentali, non dovrebbe promettere quello che non può mantenere. Quindi è meglio che non prometta di essere autentica, perché non potrebbe mantenere la promessa. Inoltre, se l'autenticità è cercata per abbassare le difese di incredulità del pubblico e poi fallisce, ottiene l'effetto opposto.

Giocare sui confini dell'autenticità, della verità, della verosimiglianza, è molto scivoloso. Soprattutto quando si ha un interesse preciso da portare avanti. Molto meglio il concetto di trasparenza.

800 milioni per l'occupazione

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800 milioni dello stato (più quasi altrettanti dei privati) sono pochi o tanti per migliorare la banda larga in Italia? Pochi, per quello che serve. Ma molti più che zero. In ogni caso, si dice, hanno un impatto significativo sull'occupazione. Quanto significativo? Uno studio di Massimo Chiriatti tenta di rispondere a questa domanda: con un modello sperimentato e una sua applicazione. (VIa Stefano)


Résumé #4- DIVIDE ET IMPERA

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Le strategie degli editori che tentano di dividere il web, per esempio tra quello che si trova via Bing e quello che si trova via Google, ricordano il vecchio modello nel quale quegli stessi editori sentivano di controllare il pubblico: solo l'editore concedeva il permesso di accesso ai suoi contenuti governando con precisione la tecnologia di distribuzione.

Nel modello del web come ecosistema, invece, tutti si aiutano a crescere e tutti hanno bisogno di tutti. Ma i percorsi di accesso sono liberamente decisi dal pubblico. Il che mette in crisi alcuni modelli di business. Ma ne apre di nuovi.

Murdoch sembra interessato a qualcuno che gli dia dei soldi immediati, senza troppe complicazioni. Ma questo non implica che si possa ritrovare uno standard unico nella distribuzione delle notizie. Anzi. Il pubblico attivo non cesserà di inventare nuove modalità per contribuire.

Una mappa per collocare le strategie annunciate dai grandi potrebbe essere basata su questi semplici criter: se dividono il web, sono vecchie; se rafforzano la diversità, sono innovative; se concentrano il potere dei grandi, sono contemporanee.

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Precedenti 
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Facehoo! e Tweeogle

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Grandi manovre tra i massimi concentratori del traffico in rete. 

1. Identità. Molte proprietà di Yahoo! saranno accessibili con l'identità che si usa per entrare in Facebook. E gli account Twitter serviranno per accedere direttamente anche a Google Friend Connect. Si direbbe che i grandi attrattori del traffico in rete si vadano concentrando in una sorta di competizione semplificata, per ora centrata su Google, Microsoft e Facebook. Marshall Kirkpatrick ci vede un pericolo per la libertà di invenzione dei piccoli innovatori indipendenti.

2. Interfacce. Google cambia la home page in modo che si veda all'inizio soltanto la finestra e i bottoni per le ricerche, poi solo muovendo il mouse appaiono i bottoni per la mail e le altre feature. Bing aggiunge molti nuovi servizi di ricerca semplificata basati sulle mappe. Tutto questo potrebbe essere messo a confronto con il modello di Fogg: i bottoni che invitano a cliccare sono decisivi, specialmente in un contesto rassicurante.

3. Privacy. Facebook sta introducendo le sue nuove regole per la privacy. Potrebbero rassicurare gli utenti finendo per indurli a scrivere più spontaneamente. Può essere un vantaggio per gli utenti, ma lo sarà più certamente per gli interessai alle ricerche di mercato basate sui comportamenti online.

La quantità di novità che arrivano dai tre grandi è impressionante. Difficile per gli utenti stare al passo. La complessità così generata, accanto alla scarsità di tempo della quale soffre chiunque, finisce probabilmente col radicare le abitudini all'utilizzo degli strumenti già noti. Il che avvantaggia gli operatori già grandi. Non è una fase facile per i nuovi entranti piccoli che non accettino di far parte dell'ecosistema di uno dei giganti (Google, Microsoft, Facebook... in attesa delle prossime mosse di Apple e della migliore definizione della strategia di Twitter).

Facebook privacy update

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Mark Zuckerberg scrive ai 350 milioni di iscritti a Facebook per informarli che sta arrivando una nuova versione del sistema di controllo della privacy nel social network. La novità principale sembra essere l'abolizione dei network regionali che costituivano una falla nel sistema della privacy. Il nuovo sistema consentirà a ciascuno di stabilire esattamente il livello di privacy che vogliono, di far vedere quello che pubblicano solo agli amici ed eventualmente di decidere il livello di privacy per ogni singolo elemento di informazione che pubblicano.

Sembra una garanzia in più. E lo è probabilmente. Per quanto riguarda la privacy dei singoli elementi di informazione che vengono pubblicati dagli utenti nei confronti delle curiosità degli altri utenti. Ma paradossalmente è anche un incoraggiamento a osare di più.

Il cambiamento annunciato infatti dovrebbe consentire alle persone di pubblicare con meno patemi quello che vogliono, contando sul fatto che sarà visto solo da chi loro intendono lo veda. Dunque, di fatto, incoraggerà a usare Facebook per cose anche più personali.

Chi è consapevole della scarsa privacy che c'è su Facebook, tende a pubblicare in modo molto asettico e soltanto cose che possono essere pubbliche. Se invece si fosse davvero convinti che la privacy sarà mantenuta su quello che appare più personale, si potrebbe scrivere con maggiore spontaneità.

E' proprio la spontaneità che interessa chi fa ricerche di mercato su Facebook. Il nuovo sistema non consentirà certo a chiunque di vedere qualunque cosa, ma aumenterà l'informazione che i robot di Facebook potranno utilizzare per fare analisi sui comportamenti, i valori e i cambiamenti culturali che avvengono tra le persone del social network.

Più controllo della privacy vuol dire in sostanza più informazioni utilizzabili per il business di Facebook.

Murdoch si contraddice (anzi, no)

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Murdoch si contraddice sempre su internet. Come si diceva. E lo fa notare Jeff con una bella lettura comparata di Murdoch 2005 e Murdoch 2009.

Il fatto è che Murdoch non è molto interessato alle dinamiche di internet. Ma al fatturato. Si dice che Murdoch abbia comprato MySpace sulla base della convinzione di avere un minimo garantito di raccolta pubblicitaria da Google (e allora sosteneva l'innovazione nella distribuzione di notizie online). Ma poi MySpace è andato a picco in confronto a Facebook. E Google ha chiuso il contratto che prevedeva il minimo garatito. Stranamente, solo allora Murdoch ha lanciato la sua crociata antiGoogle.

ps. ecco due passaggi via Jeff:

Murdoch 2005

We need to realize that the next generation of people accessing news and information, whether from newspapers or any other source, have a different set of expectations about the kind of news they will get, including when and how they will get it, where they will get it from, and who they will get it from....

The challenge, however, is to deliver that news in ways consumers want to receive it. Before we can apply our competitive advantages, we have to free our minds of our prejudices and predispositions, and start thinking like our newest consumers. In short, we have to answer this fundamental question: what do we - a bunch of digital immigrants -- need to do to be relevant to the digital natives?

Murdoch 2009

How can it be that the Internet offered so much promise and so little profit? I guess a lot of newspaper people were taken in by the game-changing gospel of the internet age. It was a new dawn, we were told. A new epoch, a new paradigm. And we just didn't get it.

Like an over-eager middle-aged dad, desperate to look cool, we ended up dancing obediently to other people's tunes. For a while. You can almost hear the music - an algorithm and blues soundtrack - accompanying the harbingers of the new economy with the new rules of the new age. Their rules.

These digital visionaries tell people like me that we just don't understand them. They talk about the wonders of the interconnected world, about the democratization of journalism. The news, they say, is viral now - that we should be grateful.

Well, I think all of us need to beware of geeks bearing gifts.

Twitter su iPhone con realtà aumentata

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Una nuova applicazione per iPhone con geotagging consente di vedere la realtà aumentata con i commenti lanciati su Twitter da posti vicini a quelli inquadrati con la telecamera.
Ancora dall'Ansa. Approvata in commissione Trasporti e Telecomunicazioni alla Camera la risoluzione sottoscritta da Paolo Gentiloni (PD), Luca Barbareschi (PDL) e dagli esponenti di tutti i gruppi parlamentari con la quale si chiede al Governo di sbloccare nella prossima seduta del CIPE i fondi congelati per lo sviluppo della banda larga. Lo annuncia Michele Meta, capogruppo del Pd in commissione. Aggiungendo che questo potrebbe fare scomparire le polemiche sulla presunta trattativa sulla rete telefonica che coinvolgerebbe anche Mediaset.

Grosse spalle

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Riporta l'Ansa che il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, rispondendo a una domanda sulla rete a banda larga dopo un incontro all' Università Cattolica, ha detto. «Un nostro interesse per Telecom? È una delle voci che girano. Investire nelle telecomunicazioni non è cosa da poco: quella è una struttura che costa e nella quale occorre investire un'infinità di soldi e quindi ci vogliono le spalle grosse».

Readings #9 - SCANDALI CLIMATICI

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La storia è stata penosa. E non cessa di generare perplessità profonde. E' venuto fuori che al Climatic Research Unit della University of East Anglia, gli scienziati che studiano il cambiamento climatico si sono scambiati per anni email nelle quali raccontavano di come stavano aggiustando la comunicazione dei dati sul clima per ottenere il massimo effetto sull'opinione pubblica.

Su Wikileaks si possono scaricare decine di mega di mail dalle quali si evince che gli scienziati lavorano su una quantità di dati e dettagli enorme, ma che quando devono sintetizzare i risultati all'esterno, specialmente su un argomento così sensibile come il clima, tendono a ridurre i motivi di dubbio e aumentare l'effetto d'allarme.

Persone coinvolte dicono che lo scopo di quelle manipolazioni era di rendere più forte il messaggio. Ma affermano che la scoperta di questa manipolazione non deve far pensare che il cambiamento climatico non esista.

E' anche vero che le frodi sui dati climatici non mancano da entrambe le parti. Un esempio è in uno studio di Douglas Keenan presentato in un paper di un paio d'anni fa. E un'analisi approfondita è quella di James Hoggan, autore del libro Climate Cover-up, che mostra la relazione tra le lobby industriali che non vogliono politiche troppo restrittive sulle emissioni e gli scienziati che negano l'importanza della relazione tra le attività umane e il cambiamento climatico.

Il fatto è che la scienza è un insieme complesso di osservazioni, ipotesi, falsificazioni, dubbi, teorie. Non è un insieme di certezze. Invece, i giornali e la politica lavorano essenzialmente sulle semplificazioni e le certezze.

Gli scienziati che vogliono avere un impatto sull'opinione pubblica o sulla politica sono tentati di semplificare le informazioni e di presentarle in modo da suscitare negil interlocutori delle certezze.

Una volta poi che abbiano conquistato un impatto sull'opinione pubblica e la politica, dunque abbiano conquistato un potere, quegli stessi scienziati vi rinunciano con difficoltà. Magari solo per continuare a poter finanziare le loro ricerche e quelle dei loro collaboratori.

Se poi gli scienziati si fanno servitori delle lobby, tutto è possibile.

Ma l'incontro tra scienza e politica non è certo una novità. Non lo sono neppure i conflitti d'interesse. E le manipolazioni. La gravità della situazione è che il pianeta ha bisogno di autorità credibili: religione, scienza, arte... Persone che si suppone siano motivate da valori diversi da quelli del potere e della ricchezza. L'organizzazione umana non può farne a meno. Ma fa di tutto per farne a meno.


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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...