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Month May 2009

Talenti da coltivare

Irene Tinagli e Sergio Arzeni sono oggi a Trento per un incontro all’Ocse su talenti, innovazione, identità e fuga di cervelli. Ieri, la notizia vagamente “eugenetica” cinese ha generato diversi commenti. Ecco alcune riflessioni preventive.

Che che cosa parliamo, quando parliamo di talenti? Che rapporto c’è tra talenti e sviluppo? Come cambia la prospettiva di fronte alla grande trasformazione che stiamo vivendo?
Lo sviluppo è una questione territoriale, storica e sociale. Non è una questione meramente economica, anzi: con la fine dell’epoca dell’industrializzazione, l’economia è rientrata in quella più ampia dell’ecologia, della storia e della cultura. Il quadro interpretativo della questione dello sviluppo cambia nello spazio, nel tempo e nei contesti culturali. Del resto, da sempre ci diciamo che lo sviluppo non è la crescita: questa può anche essere definita da numeri sulla quantità di consumi e di prodotti che una popolazione riesce a registrare; ma lo sviluppo è un tema molto più ampio. E oggi, nell’epoca della conoscenza, l’ampiezza è aumentata dalla vaghezza concettuale con la quale studiamo l’argomento. Una vaghezza dovuta essenzialmente ai grandi cambiamenti che attraversiamo in questa fase storica.
Nell’epoca della conoscenza, il valore si concentra sull’immateriale, sull’immagine, sull’informazione, sulla ricerca, … sul senso dei prodotti e dei servizi. E il senso deriva dalle idee generate dalle biografie delle persone che li fanno, dalla storia dei territori dalle quali derivano, dalla visione dei loro creatori. Si va dal senso meno difficile da comprendere della distribuzione efficiente di prodotti e servizi noti (alti volumi e basso valore aggiunto) al senso più specialistico della creazione di oggetti, processi e servizi che si dànno prima di tutto come innovazioni culturali.
I talenti sono caratteri speciali delle persone chiamate a generare una componente decisiva del valore: la loro biografia, la loro esperienza, la loro creatività, la loro capacità di generare idee e di condividerle, è una sorgente inesauribile di valore. Per questo, qualunque territorio si dia un progetto per svilupparsi nell’epoca della conoscenza si pone anche il problema di attirare, coltivare, conservare le persone di talento.
Il tema è stato affrontato in termini di investimenti, di contesti culturali, di contrattualistica, e così via. Ha generato pensieri di grandissima importanza e ricchezza. Ha avviato progetti straordinari in molte parti del mondo. Dal Linz a San Francisco, da Helsinki a Toronto, da Adelaide a Trento… E ciascun territorio l’ha interpretato a modo suo. La difficoltà è sempre stata quella di valutare nel breve termine un percorso che non può che portare risultati nel lungo termine. Ma anche questo è stato superato dalle società che hanno saputo vedere lontano.
Ma resta vero che molti territori non riescono a vedere il valore di tutto questo. E che altri lo vedono e reagiscono in modo apparentemente aberrante ed estremista come nel caso (del quale si hanno peraltro ancora pochissime notizie) di Chongquing. Questo dipende dalla difficoltà di definire la questione. E a prospettiva per migliorare la comprensione del fenomeno non è facile da coltivare.
Anche perché i concetti tendono a diventare astrazioni. 
Le persone di talento sono soprattutto persone. Hanno avuto tre anni. Hanno avuto amori e delusioni. Hanno paura. Anno bisogno di tenerezza. Hanno qualcosa da affermare e da esprimere. Cercano anche qualcuno che riconosca quello che esprimono. Quello che li attira, li fa crescere, li valorizza è anche questione di soldi e di organizzazione, ma non è solo questione di soldi e di organizzazione. L’argomento non si può governare come un modello lineare di variabili ed equazioni: siamo in un ecosistema culturale nel quale la teoria della complessità è più adatta a spiegare i fenomeni.
Un territorio è una piattaforma di vincoli e opportunità per una società che vi dispiega i suoi legami sociali. L’accoglienza e la valorizzazione delle persone di talento è frutto di una serie complessa di dinamiche, nella quale conta l’illuminazione dei leader quanto l’equilibrio delle menti, dei corpi e degli spiriti delle persone che vivono in quel territorio. L’apertura ai talenti altrui dipende dalla consapevolezza del loro valore ma anche dalla sicurezza del proprio valore. I casi diversi sono infiniti… Una società che vive in equilibrio dinamico con se stessa sa accogliere, una società disfatta si fa colonizzare, una società che vive in equilibrio statico non accoglie… E dunque, dove vanno i talenti a portare il loro valore? Dove crescono e restano? Dove avvizziscono?
La mia riflessione che vado confusamente conducendo si muove attorno alle conseguenze della non esclusività della dimensione monetaria nelle scelte delle persone. L’attrazione economica conta. A più dimensioni. Attrae le menti che calcolano il proprio vantaggio. Ma conta anche come simbolo di riconoscimento che una società offre a una persona. E questo è importante. Ma non basta a capire. Le persone di talento – come tutti – hanno bisogno di ricevere e di dare. E ciò che ricevono le conferma e gratifica per quello che hanno saputo dare. Se non hanno dato non sono gratificate. E di certo non sono produttive. La questione della coltivazione, dell’accoglienza e dell’attrazione dei talenti è relativa alla dinamica che si crea tra ciò che si riesce a esprimere e quanto viene riconosciuto. E’ un altruismo egoista che governa (non un semplice egoismo). Perché il talento è sensato nel quadro integrale di una biografia e non soltanto per quanto riguarda una specifica abilità.
Coltivare talenti in provetta non ne può produrre, in questo senso. Perché la biografia integrale è più importante di una specifica abilità se si vuole che la persona restituisca ciò che ha avuto da una società con un valore accresciuto. Altrimenti non facciamo che sviluppare polli di allevamento, frustrati o nomadi costantemente in cerca di un’occasione migliore. 
Insomma. Un territorio si arricchisce dei suoi talenti se sa come dare a loro quello di cui hanno bisogno, ma anche (e forse soprattutto) se sa come ricevere da loro quello che essi possono esprimere.

Allevamento di bambini. Genetica in Cina

Il China Daily racconta di un progetto della città di Chongqing. Si tratta di fare test genetici su mille bambini e selezionare i 50 più dotati di talenti per indirizzarli in modo che li possano esprimere al meglio. Per Federico Rampini è una forma di ingegneria sociale. 

Il giornale racconta il progetto in modo pacato e cerca di non generare ansia o paura. Ma le interpretazioni di questo fatto sono diverse.
Il China Daily intervista alcuni genitori. E non nasconde che alcuni di loro esprimono molte perplessità. Ma gli stessi esperti interpellati dal giornale mostrano diverse opinioni sul possibile risultato del progetto.

Felicità condizionata. Festival di Trento

Oggi a Trento, il Nobel James Heckman parla di identità. Mario Platero sul Sole lo intervista chiedendogli tra l’altro che cosa pensi dell’economia della felicità. Lui risponde interessato al tema ma sospettoso. Perché, dice, la definizione di felicità è troppo soggettiva. Ma aggiunge che gli appare più importante studiare quali condizioni portino alla felicità. 

In effetti, occorre distinguere tra le conseguenze teoriche dell’accoglimento del concetto di felicità nell’economia e le considerazioni politiche in materia. 
Il primo aspetto è importantissimo. Tenendo conto della felicità, la teoria economica si è arricchita di nuove dimensioni: i valori senza prezzo ma di altissima importanza delle relazioni con le altre persone, dei beni ambientali e dei beni culturali (identità compresa). 
Il secondo aspetto invece va precisato. Non si può fare una politica in favore della felicità, perché la definizione di felicità è troppo soggettiva. Si può però fare una politica che favorisca per ciascuno la ricerca della sua felicità. Come dicevano i padri fondatori degli Stati Uniti. E indagare intorno a quali siano le condizioni che favoriscono la ricerca della felicità nelle persone per poi operare perché si realizzino mi pare un percorso decisivo, possibile e… felice.

NewsTiles: collaterale digitale

NewsTiles è un’applicazione per iPhone che aggrega notizie da vari giornali (con il loro permesso) dandole prima di tutto come foto titolate e poi rimandando al sito web originale. Sperimentando nel contempo qualche idea originale per quanto riguarda il modello di business. via federicabianchi.

Aggregatore di editori

Circulate è il nome in codice di un nuovo “aggregatore” di notizie fatto in collaborazione con gli editori di giornali americani e, in un certo senso, contro Google News. Per redistribuire a favore dei giornali il tempo e l’attenzione che i lettori dedicano alle notizie.

I soldi russi di Facebook (e una curiosità)

Eterna domanda: ma Facebook li vale 10 miliardi di dollari? La compagnia russa Digital Sky Technology ha pagato 200 milioni per l’1,96% di Facebook, implicitamente valutando la società, appunto, 10 miliardi. Ma li vale? (vedi FreshNetworks).

Certo, Facebook ha 200 milioni di utenti (una volta si sarebbe detto che ciascuno di essi è stato valutato 50 dollari). Ma come li genera? Non con la pubblicità: il valore di Facebook non è tanto nella capacità di ospitare pubblicità, anche perché il click through su Facebook è meno di un terzo di quello già basso dei siti medi. La gente sta su Facebook perché è coinvolta nelle sue relazioni e attività e non si fa distrarre dalla pubblicità.

Il fatto è che Facebook sa un sacco di cose dei suoi utenti. E questo ha un enorme valore, potenziale. Può scoprire microgruppi con caratteristiche molto molto precise, con le loro relazioni e i loro interessi. Su questa base si possono fare ricerche sui comportamenti, sulle idee e sui pensieri di gruppi di persone molto mirati. Da qui a dire che se ne può trarre una grande quantità di soldi ci passa la capacità di inventare un modello di business che sia contemporaneamente rispettoso della privacy degli utenti e capace di generare un servizio comprensibile per i clienti.

I russi della Dst sono capitanati da persone che hanno un background molto lungo nell’epoca post-sovietica e si sono arricchiti a partire dalle privatizzazioni degli anni Novanta. I leader dell’azienda sono un fisico e un chimico diventati finanzieri che sarebbe interessante conoscere meglio. (vedi Ceoworld e CrunchBase). Anche per sgombrare, magari, il campo dal sospetto che istintivamente generano i fenomeni che si conoscono poco. Probabilmente sono interessati a vedere come si sviluppa Facebook e immaginano che sia un business davvero destinato a diventare redditizio. Anche perché hanno già altri investimenti in social network nel loro paese e nei paesi vicini. Ma a prima vista non sembrano orientati tanto alla pubblicità, quanto piuttosto alle comunicazioni tra le persone e alle informazioni che le piattaforme che gestiscono le relazioni tra le persone possono generare. La vicenda è tutta da seguire.

(Purtroppo non posso non notare che se uno digita Digital Sky Technology nella search di Google, il motore risponde chiedendo Did you mean Digital Spy Technology) ?!?

Neurofuturo

Max Brockman ha condotto un’inchiesta interpellando un qualificatissimo insieme di scienziati per trovare quali siano i ricercatori emergenti e i filoni di indagine più appassionanti e tali da generare le maggiori conseguenze per il futuro. 

Scorrendo gli argomenti, il dato che emerge, chiarissimo, è che la ricerca sul cervello e sul modo in cui pensiamo è diventata centrale nei sogni e nei progetti degli scienziati.

La musica del ripensamento

Le major della musica stanno cominciando a capire che le piccole start-up internet che diffondono i brani musicali non sono nemiche ma fanno parte dell’ecosistema che può dare al business un futuro. O almeno questo è quanto conclude il New York Times di fronte al fatto che Warner e Universal hanno deciso di aiutare la Imeem: la piccola azienda fa ascoltare musica a milioni di persone e non ha ancora i soldi per pagare i diritti alle major; e ora che le major l’hanno graziata dei debiti può coltivare la speranza di sviluppare un suo sano modello di business. A vantaggio di tutto l’ecosistema.

Che classe, Alex Ferguson

«We were outclassed» dice Ferguson, manager del Manchester. «Il Barcellona era la squadra migliore». Con frasi come queste si farebbe poca audience in una tv italiana. Può darsi che la qualità umana di una persona non faccia audience. Ma allora: chissenefrega dell’audience?

Fiat voluntas Merkel

Sarebbe bello capire esattamente che cosa succede nell’industria dell’automobile. Ma non è facile, perché la sostanza del dibattito sul progetto Fiat-Crysler-Opel è che i fatti nuovissimi avvengono in un paradigma interpretativo vecchio. In particolare: non stiamo parlando di acquisizioni ma di consolidamento. E’ più frutto di crisi che di successo.

La produzione di auto è in crisi in modo fortissimo. Se non fosse per l’Asia. Il passaggio sempre colpevolmente rimandato all’auto pulita è ineluttabile, ma costoso. E intanto i consumatori non si dimostrano più disposti a farsi condizionare alla sostituzione dell’auto sempre più rapidamente.
La finanza che ha governato i produttori occidentali di automobili li ha anche risucchiati in un vortice senza ritorno, come un parassita che uccide il suo ospite. Le case americane sono particolarmente colpite.
I governi, americano e tedesco, sono interessati a intervenire per salvare i posti di lavoro. E per riconquistare un potere dal quale erano esclusi. Sono i soldi pubblici a rendere appetibili le operazioni di cui stiamo parlando. E nel corso delle quali la Fiat sta emergendo sul piano culturale e personale.
Il confronto non è tra efficienza industriale, qualità dei prodotti, strutture organizzative. Il confronto è tra gruppi di management. E quello di Marchionne è riuscito ad accreditarsi in America come un gruppo credibile. Stenta in Germania, ma anche per motivi di geopolitica. 
In ogni caso, se dovesse arrivare in porto tutto il progetto, non si tratterebbe di un’acquisizione di Opel e Crysler da parte di Fiat. Si tratterebbe di una prevalenza del gruppo di management di Marchionne sugli altri. Perché l’assetto proprietario non c’entra. La Fiat sarebbe comunque in parte ceduta dai suoi attuali proprietari per confluire in un’entità più grande che, nel tempo e in vari modi, dovrebbe restituire i soldi pubblici che attualmente favoriscono il passaggio in atto. A emergere sarebbe non l’attuale proprietà della Fiat, ma il suo attuale gruppo di management. Non si tratta insomma di una vera e propria acquisizione, ma di un consolidamento in tempi di vera crisi industriale, scoperchiata dalla crisi finanziaria. Con una certezza: solo l’intelligenza culturale del management potrà ridare un futuro a un’industria tanto importante ma troppo conservatrice. Imho.
Repubblica. Corriere. Sole (che scopre che c’è anche una cordata cinese sulla Opel).

Riadattamenti nei social media

Impressioni basate soltanto sull’esperienza: l’entrata in campo di Facebook e di Twitter ha mei primi tempi messo in difficoltà i blog. L’attenzione dei blogger e l’accuratezza delle relazioni tra i blog si è sulle prime sfilacciata perché in qualche modo la rete si è riprodotta in più livelli. Negli ultimi tempi però l’ondata Facebook sembra relativamente rallentata. E la rete delle relazioni si sta ricomponendo a un livello multipiattaforma ma di nuovo più ordinato.

In sintesi. C’è meno frenesia Facebook. C’è l’effetto calmieratore di Twitter. C’è la sintesi in diretta di FriendFeed. I blog sono dedicati a una maggiore riflessione ed evolvono una sorta di “linea editoriale”. Ma nel complesso la rete delle relazioni si è allargata e ricomposta in un’unità che comprende le diverse piattaforme. E la conversazione riprende.
Manca peraltro ancora un sistema per favorire l’agenda emergente del popolo della rete. Forse non è questo il compito della conversazione. O forse è ancora presto. I filtri personali restano prioritari per leggere ciò che si dice in giro. E i filtri collettivi, dove si formerebbe eventualmente un consenso sull’ipotetica agenda, non sono ancora abbastanza credibili.
Impressioni.

Yahoo Meme

Yahoo Meme, a quanto pare, è un servizio tipo-twitter messo a punto da Yahoo e testato in Portogallo. La particolarità è il sistema facilitato per i re-post: chi commenta un post di fatto lo ripubblica sul proprio flusso e poi lo commenta. Il meccanismo facilita la scoperta di nuove persone interessanti da seguire. E alimenta il passaparola. (Probabilmente facilita anche le azioni di marketing).

FeedStats

FeedStats offre un servizio di statistiche per FriendFeed con i numeri sulla quantità di post, i like e gli utenti più connessi. Non ha, per ora, un approccio orientato alle classifiche, ma alle compatibilità tra utilizzatori.

Epidemia dislettica?

Al convegno Fast di ieri sui “nati digitali” una una professoressa ha denunciato un aumento dei casi di dislessia e problemi seri di attenzione nei bambini, iperstimolati, incapaci di stare più di un minuto su un punto, per mancanza di concentrazione. Si domandava se questo fosse legato anche all’uso intensivo dei media sociali e del computer in generale.

In un’intervista, Remo Bodei ha detto che la memoria cambia al tempo del computer e di internet: in questo tempo tutto il sapere è accessibile contemporaneamente. Sembra che non occorra ricordare ma solo saper consultare. Il tempo si trasforma in una sorta di iperpresente nel quale c’è una minore esperienza della prospettiva.

In effetti, la rete ha una memoria enorme. Ma si manifesta nella registrazione delle conversazioni che nell’atto di conversare. Eppure, come dice Jeff Hawkins, il nostro cervello funziona imparando storie. Successioni di fatti. 

L’unica risposta, immediata, è salvaguardare e praticare il resoconto dei fatti, il racconto di storie, la ricerca della storia.

Seth Godin

La gente è stata trasformata in massa dal fordismo. Ed è stata ipnotizzata dalla tv e il marketing di massa. Ora quell’epoca è finita, dice Seth Godin in questa lezione a Ted. Siamo tribù o singole persone connesse in gruppi di vario tipo. Che cosa vogliamo? Cambiare il mondo. Da chi siamo osteggiati? Da quelli che non vogliono che il mondo cambi. Che cosa possiamo fare? Lanciare un movimento. Convincere un migliaio di persone che qualcosa è importante e realizzarlo con loro. Cambiamento, cultura, impegno. Siamo tribù. Forse. Ma non siamo più massa. Quello che ci serve è avere qualcosa che conta in cui credere, sapere che qualcuno conta su di noi, sviluppare una leadership in una questione importante.