La misurazione come narrazione. La scuola nella stretta tra modernizzazione e perdita di senso

Un’intervista (via @demartin) a Giorgio Israel sulla valutazione a scuola va letta.

E.A: Gli insegnanti di scuola sono alle prese con due spinte contrastanti: da un lato si richiede loro di rendere misurabili, oggettivabili e dunque valutabili gli apprendimenti, dall’altro gli si richiede di tener conto nella prassi didattica, e dunque anche in sede valutativa, di tutte le soggettività e individualità presenti nella classe. Si direbbe che a scuola esiste una cultura dello standard oggettivo che convive con una cultura della soggettività discrezionale.

G. I: Il modo stesso in cui è posta la questione indica l’equivoco – diciamo pure il patente errore epistemologico – che, malauguramente. è stato reso senso comune in questi anni: la valutazione esiste soltanto se gli apprendimenti sono misurabili e oggettivabili. Ma i giudizi aventi carattere oggettivo – il che significa che s’impongono in modo indiscutibile al di là di qualsiasi dissenso, come 2 + 2 = 4 – sono pochi e sono possibili soltanto entro una parte limitata delle scienze cosiddette “esatte” e in un complesso di constatazioni empiriche elementari. Il resto è affidato a valutazioni con una componente soggettiva che possono aspirare, attraverso il confronto di opinioni, a un grado quanto più possibile elevato di consenso (insisto su questa idea: grado quanto più possibile elevato di consenso). Le grandezze misurabili sono in numero molto limitato. Si può parlare di misurabilità soltanto quando è possibile definire in modo univoco (anche soltanto operativo) un’unità di misura. Altrimenti, parlare di misurabilità è una presa in giro: neppure la temperatura era una grandezza misurabile, nell’epoca dei termometri e prima dell’introduzione del concetto di zero assoluto in termodinamica. Quando venne introdotto il concetto che ancor oggi ha un ruolo chiave nella rappresentazione matematica delle scelte soggettive, e cioè il concetto di utilità (e di funzione di utilità), il fondatore dell’economia matematica moderna Léon Walras fu costretto ad ammettere che non si trattava di una grandezza misurabile, dicendo che se l’economia matematica non poteva essere concepita come una scienza fisico-matematica si poteva tentare di pensarla come una scienza psichico-matematica in cui la matematica consentiva rappresentazioni quantitative generali dei processi economici senza aspirare a misurazioni concrete.

L’intervista prosegue offrendo informazioni di grande valore. Trascrivo alcuni appunti preliminari a un commento che, sebbene appaia urgente, è ancora immaturo. La misurabilità, a scuola come in economia, ha l’effetto di un frame narrativo che consente una comprensione della realtà, ma come ogni frame ne esclude una parte. Di conseguenza, la concentrazione sulle realtà misurabili genera una realtà percepita nella quale si prendono decisioni semplificate o addirittura banalizzanti. Non per questo è un disvalore assoluto. Il problema è quello di trattarla per quello che è, non per quello che non è. Ci sono alcuni caratteri della misurabilità di cui essere consapevoli:
1. consente di stabilire un terreno comune di valutazione, ma deresponsabilizza i singoli in funzione di un contesto narrativo accettato acriticamente
2. consente di prendere decisioni dotate di un certo consenso, ma apre la strada alla tipica frustrazione di chi vede che la realtà percepita si allontana dall’esperienza umana, generando aspettative che non corripondono ai risultati
3. rischia di concentrare l’attenzione intorno alla discussione sul metodo e di sottrarla alla pratica dell’apertura mentale necessaria alla scoperta di nuovi elementi di realtà.

Abbiamo bisogno di misurare i fenomeni. Ma dobbiamo ricordare in ogni passaggio i termini della semplificazione che per misurare ci imponiamo. Per poter scegliere di agire in funzione non di una percezione della realtà ma di un approccio alla realtà da ricercatori a mente aperta.

La metodologia della valutazione qualitativa va indagata con altrettanta energia di quella che si dedica alla metodologia della valutazione quantitativa. Con lo stesso scopo di arrivare a informazioni sulle quali esista un certo consenso epistemologico. Per poter decidere insieme in modo efficace. Ma senza escludere una parte della realtà che non è misurabile, senza fingere che tutto sia misurabile, senza limitare l’evoluzione intellettuale al rapporto tra le realtà misurabili e le teorie interpretative.

Anche perché, con i Big Data sta emergendo una nuova attività di ricerca. Si tratta di dati che non corrispondono a misurazioni ma a comportamenti, trattati non con modelli deduttivi ma con approccio induttivo: la ricerca di pattern per via empirica funziona solo se si mantiene la mente aperta alla rivelazione di “cigni neri” imprevisti dalla teoria precedente. Si riconosce quello che si è preparati a riconoscere: quindi occorre praticare un intenso allenamento per mantenere la mente aperta alla scoperta. Imho.

Ryan Holiday: Credimi! La manipolazione della realtà genera realtà.

La percezione della realtà genera un contesto nel quale la società crede di vivere. E le persone agiscono di conseguenza. La manipolazione della percezione avviene attraverso un insieme di tecniche che vengono coscientemente utilizzate da pochi per ottenere specifici comportamenti da parte di molti. Nella complessità del mondo attuale, si moltiplicano le possibilità di informazione corretta e contemporaneamente le opportunità per i manipolatori.

libro-holiday A tutto questo è dedicato il libro di Ryan Holiday, Credimi, sono un bugiardo. Confessioni di un manipolatore di media (Hoepli). Una descrizione senza peli sulla lingua della manipolazione favorita dalle tecniche che si stanno sviluppando su internet. Forse troppo concentrata su quest’ultimo punto: perché il tema supera i timori di chi non comprende la rete e attribuisce al web la responsabilità della confusione tra reale e irreale, visto che – a giudicare dall’esperienza televisiva italiana e non solo – riguarda l’insieme di una mediasfera divenuta ormai “ambiente”.

Questa è la peculiarità che contraddistingue il mondo di oggi: una linea sfumata tra ciò che è reale e ciò che è falso; tra ciò che accade veramente e ciò che è solo inscenato; tra ciò che è importante e ciò che è assolutamente insignificante (…).
Le notizie false non si limitano a ingannarci. Il problema dell’irrealtà e degli pseudoeventi non risiede soltanto nel loro essere irreali, bensì nel fatto che non rimangono irreali. Per quanto esistano essi stessi in qualche limbo tra realtà e finzione, il dominio in cui vengono fruiti e in cui generano reazioni è indubbiamente reale. Riportati al pubblico come notizie, tali eventi contraffatti subiscono un processo simile al riciclaggio di denaro sporco: da banconote inutilizzablil diventano soldi puliti con cui possiamo comprare cose vere.
Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudoambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto preudoazioni, bensì azioni reali”.

Le tecniche di manipolazione della percezione della realtà sono emerse già all’epoca della televisione. E per quanto Holiday le descriva soprattutto come fenomeni internettiani e bloggeristici, è proprio dalla manipolazione televisiva che sono nate. Internet le ha generalizzate, abbattendo le barriere all’entrata in gioco di manipolatori di nuova concezione.

Il fatto è che la qualità dell’informazione, documentata e verificata, discende da una cultura del consenso intorno al metodo con il quale viene generata. E si rivolge a una cultura che valorizza e apprezza i fatti ricercati e descritti con accuratezza, completezza, indipendenza e legalità. In tutte le epoche, la maggior parte delle persone non ha tempo e attenzione per verificare tutte le notizie e, in tutte le epoche, coltiva un senso critico in una minoranza di argomenti – magari quelli dei quali si occupa di più – lasciandosi guidare da altri per la maggior parte delle questioni. La razionalità controllata, dice Kahneman, si riserva a una minoranza di argomenti e decisioni, mentre la maggior parte dei comportamenti sono guidati dall’intuizione, cioè dalla prima cosa che viene in mente: spesso l’intuizione emerge da informazioni manipolabili, ripetute più che documentate. Internet non è altro che uno strumento in più per questa pratica.

Ma proprio tra gli esempi citati da Holiday, il più grosso è quello dell’amministrazione americana che ha convinto i suoi cittadini dell’opportunità di andare a fare la guerra in Iraq: lo ha fatto usando tecniche di manipolazione che non si concentravano solo su internet, ma anzi facevano largo uso della televisione. Internet però ha aperto la strada a una genìa di nuovi manipolatori. E il libro di Holiday consente di rendersene conto in modo documentato. Con un caveat che assomiglia al paradosso del cretese che dichiara “tutti i cretesi sono mentitori”. Ma questa è un’altra storia.

Segni di libertà, in un periodo difficile per la rete

In un periodo che talvolta sembra difficile per la libertà di espressione e innovazione delle persone su internet (Patel), godiamoci due segnali di sollievo.

La commissione che assegna il Pulizer ha deciso di sfidare il giudizio del governo americano su Snowden e ha premiato Guardian e Washington Post, i giornali che hanno contribuito alla diffusione dell’informazione sulle massiccie indagini invasive effettuate dall’Nsa (LaStampa).

In Iran la primavera dell’informazione del 2009 che il governo locale ha saputo – purtroppo – reprimere usando una strategia più intelligente della semplice censura (infiltrati, spie, analisi delle foto dei contestatori e altre tecniche) sembra sul punto di tornare in voga (IranMediaProgram Annenberg).

Promemoria: una delle questioni da tenere accese in vista delle elezioni per il Parlamento europeo è la richiesta di attenzione per la netneutrality, una delle condizioni da salvaguardare per la manutenzione delle libertà di espressione e innovazione in rete.

Consigli per Socialbombing

Di certo, l’idea del Socialbombing fa discutere. Si lancia una campagna e si usa la piattaforma per bombardare una persona di messaggi con il suo nome di Twitter. La persona, tipicamente una persona potente, se ne accorge di sicuro della campagna. Ma sebbene tecnicamente non sia proprio “spam”, la pratica abbassa il valore d’uso del suo account Twitter. Nessuno vorrebbe avere la casella delle notifications di Twitter intasata. E in effetti, appena nato, il socialbombing è stato fermato da Twitter, dice l’Ansa. Si può fare meglio?

Il concetto è che esiste una campagna per sostenere una causa. E che si vuole fare in modo che di quella campagna sia informato un potente che potrebbe fare qualcosa di utile. Ma perché mandargli migliaia di messaggi Twitter? Un suggerimento: se si vuole informare e non infastidire si potrebbero mandare pochi twitt ogni volta che il numero delle persone che sostengono la campagna raggiunge un certo numero (tipo, sono mille i sostenitori della campagna su questo argomento; sono duemila… e così via). I messaggi sarebbero informativi e si farebbero notare senza intasare le notifications e senza richiamare l’attenzione della piattaforma col rischio di un intervento che fermi tutto. E’ solo una proposta…: ce ne sono altre?

Troppa mail? Ci vorrebbe un robot…

La quantità di soluzioni per gestire meglio la mail, un vero incubo moderno, cresce ogni giorno. Ma a quanto pare non si trova la quadra. Un robot come Seer è l’ennesima conferma dice Chris Matyszczyk. Perché fondamentalmente imparano dal comportamento degli utenti ma sono gli utenti che continuano a fare davvero il lavoro. Potrebbe essere altrimenti? Chissà se tra i commentatori c’è chi ha segnalazioni su applicazioni che davvero aiutano a gestire una montagna di mail?

Open government. Renzi racconta una strategia di trasparenza

Al Festival del volontariato, il presidente Matteo Renzi ha parlato di una grande operazione di trasparenza e accessibilità dei dati della pubblica amministrazione che può cambiare il modo di governare. (C’è anche una citazione che ha fatto arrossire i citati..).

Vedi anche: Data Act

Volontariato a Lucca

Al Festival del volontariato si incontra la forza e la debolezza. La forza del numero e della rilevanza del volontariato, la forza della solidità intellettuale e della operatività pratica. La debolezza dell’attenzione che il volontariato conquista nel dibattito nazionale. Con grande intelligenza il ministro Giuliano Poletti e il premier Matteo Renzi sono qui: sono in un posto importante anche se non è considerato interessante dai media tradizionali che funzionano sulla struttura interessata e commerciale che è centrata – ancora – sulla logica della pubblicità. Un’eredità del vecchio regime dei media che la dinamica dell’attenzione fatica a superare.

Il volontariato non ha l’obiettivo di conquistare l’attenzione, a differenza della pubblicità. L’attenzione per il volontariato è casomai strumento per la raccolta delle risorse umane ed economiche che servono a raggiungere i suoi obiettivi. I media che possono aiutare il volontariato a raggiungere l’attenzione non sono quelli che si centrano sulla pubblicità ma quelli che si centrano sull’informazione che serve al raggiungimento degli obiettivi ai quali il volontariato è dedicato. Non mancano: sono i media civici, i siti pubblici, i siti delle associazioni che nel complesso raggiungono un numero enorme di persone, anche se ancora non fanno “agenda setting” e “framing”. Occorre aggiungere una coerente azione di creazione di contesti di senso, storytelling, framing: significa immaginare “format” per questo genere di media che si pongono al servizio del raggiungimento di obiettivi socialmente importanti (non al servizio della pubblicità). Le idee sono molte. Una continua ad apparirmi potenzialmente generativa.

Un format del genere può essere l’idea dell’informazione di mutuo soccorso: una pratica di documentazione continua su obiettivi e risultati delle azioni con la stessa prassi adottata nella scienza per documentare la sperimentazione che serve a verificare ipotesi e teorie. Un format orientato all’obiettivo di migliorare l’azione dei volontari aiutandoli ad accumulare esperienza e a proseguire l’azione contando sulla conoscenza dell’esperienza degli altri. Questo format potrebbe servire a connettere le molte presenze mediatiche che servono ai volontari e farne un insieme di grande impatto generale.

Sicurezza o libertà a Lucca.. Con una telecamera che zoomma sui passanti, dicono

Riprendo un manifesto acciccicato a un mito di Lucca. Spero si legga. Scrivono gli autori che sulla via principale c’è un telecamera che Zoomma sui passanti..

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Educatori chiedono di essere educati

Ricevo questo comunicato e lo condivido:

Comunicato Stampa

Scuola digitale, gli insegnanti chiedono più formazione

Più formazione per l’uso delle ICT nel mondo della scuola. È la richiesta dei docenti delle scuole italiane emersa da una ricerca nazionale condotta su un campione di 1.332 docenti dall’Università di Milano-Bicocca in collaborazione con AICA e Telefono Azzurro. I dati sono stati presentati oggi nel corso del convegno “Smart Community: la città del futuro tra scuola e sviluppo sociale”, organizzata con il Comune di Cinisello Balsamo.

Milano, 11 aprile 2014 – L’83 per cento degli insegnanti italiani chiede maggiore formazione rispetto all’uso didattico delle nuove tecnologie, anche se l’82 per cento ha già partecipato a corsi in materia.

E’ la fotografia dell’uso delle nuove tecnologie nella scuola che emerge dalla “Ricerca nazionale sulla percezione dei problemi e sulle competenze legate all’ICT nel mondo della scuola” condotta per la prima volta a livello nazionale dal team di ricerca QUA_SI (Qualità della vita nella Società dell’Informazione), centro interdipartimentale dell’Università di Milano-Bicocca, realizzata in collaborazione con Telefono Azzurro e Aica (Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Distribuito) e presentata oggi a Cinisello Balsamo nell’ambito del convegno Smart Community: la città del futuro tra scuola e sviluppo sociale, organizzato assieme al Comune del Nord Milano.

L’indagine è stata realizzata da settembre 2013 a gennaio 2014 e ha coinvolto, tramite un questionario di trenta domande, un campione di 1.332 docenti (81,8 per cento donne e 18,2 per cento uomini, con un’età media di 50 anni) distribuiti in 148 centri urbani in tutta Italia. Il 37 per cento dei docenti insegna nelle scuole elementari, il 37,8 per cento nelle scuole medie e il 25,2 per cento nelle scuole superiori.

Le criticità emerse

Gli episodi da tenere sotto osservazione sono segnalati da oltre la metà dei docenti. In particolare, (vedi e scarica la tabella con il grafico)

l’aggressione sui social network (minacce, insulti, messaggi offensivi o di denigrazione) è l’episodio più ricorrente: 361 sono gli insegnanti che hanno segnalato almeno un caso di aggressione avvenuto nel proprio istituto o tra i propri studenti;
a seguire, la diffusione di dati personali (197 docenti segnalano questo tipo di problematica affermando di averla riscontrata da 1 a 4 volte), il furto della propria identità virtuale (163 docenti segnalano di averlo riscontrato tra i propri studenti da 1 a 4 volte) e i casi di copiatura scolastica (riferito da 82 insegnanti con una frequenza superiore ai 10 episodi, e da 170 con una frequenza da 1 a 4 volte);
non mancano anche i casi di sexting, ovvero lo scambio di messaggi e foto sessualmente espliciti (140 gli insegnanti che sono venuti a conoscenza della problematica almeno una volta) e di incontri a rischio (67 gli insegnanti che ne segnalano dei casi tra i propri studenti).
Gli episodi sono segnalati in tutti i livelli di scuola, nelle primarie con un indice più basso (29 per cento), che poi aumenta nelle medie (75 per cento), e si abbassa leggermente nelle superiori (73 per cento). Quattro professori su dieci, inoltre, dichiarano di essere entrati in contatto con uno studente che manifestava problemi di dipendenza dalle tecnologie, e a uno su dieci è successo quattro o più volte.

Formazione ed educazione, le risposte dei docenti

Ecco come rispondono gli insegnanti per aiutare i propri studenti:

anche se oltre l’80 per cento ha già partecipato a corsi di formazione, la richiesta di ulteriore formazione su questi temi rimane alta, e arriva fino all’ 83 per cento;
per i professori è ancora faticoso integrare le nuove prassi e procedure con i nuovi strumenti, anche perché l’utilizzo delle tecnologie in classe non è ancora totalmente integrato nella didattica e le strumentazioni informatiche vengono utilizzate solo occasionalmente;
nel 92 per cento dei casi gli insegnanti credono che i ragazzi abbiano bisogno di una formazione specifica sull’uso di Internet, dei social network, dei sistemi di messaggistica istantanea, e che debbano appoggiarsi a un adulto (nel 67 per casi). Tuttavia, non sembrerebbero essere i genitori questa guida: nell’80 per cento, gli insegnanti non li percepiscono presenti nella vita online dei figli e della scuola;
tra le proposte: continuare con la formazione, iniziare sin dalle scuole primarie un percorso di educazione sulla sicurezza online, coinvolgere i genitori in modo che parta anche da loro la richiesta di dialogo su questi temi, creare un’alleanza a quattro tra studenti, famiglie, docenti e tecnologie.
«Lo studio – spiega Davide Diamantini, docente di Sociologia dell’innovazione nel Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “R. Massa” e coordinatore della ricerca – ha voluto investigare le problematiche legate all’introduzione delle ICT nella scuola italiana attraverso lo sguardo dei professori. Sono infatti loro i soggetti in prima linea da cui trarre la fotografia realistica della situazione attuale, interpellati ora per la prima volta dal mondo della ricerca. I dati riportati fanno riferimento alla percezione degli insegnanti e ai casi da essi riportati o di cui sono stati informati, ma si può supporre che le situazioni problematiche legate all’uso dell’ICT siano anche più diffuse, in quanto spesso non riferite o rese pubbliche dagli studenti».

Durante il convegno, è stato presentato un progetto pilota avviato lo scorso settembre in tutte le 17 scuole primarie e secondarie di primo grado di Cinisello Balsamo e tutt’ora in corso, che coinvolge 4.600 studenti e 218 classi, ognuna dotata di una rete wi-fi e di videoproiettore, collegati con il tablet fornito agli insegnanti, per un investimento totale di circa 600 mila euro nell’arco di un triennio da parte dell’amministrazione comunale. L’Università di Milano-Bicocca cura il percorso di formazione di oltre 500 docenti.

Per maggiori informazioni
Ufficio Stampa Università di Milano-Bicocca
ufficio.stampa@unimib.it

Tassa sulle memorie, Siae, Corte di giustizia: una novità importante

Quella sorta di “tassa” sulle memorie elettroniche che in Italia si paga per il diritto d’autore e che i sostenitori speravano di poter aumentare drasticamente incontra un problema. La Corte di giustizia europea ha stabilito che si può introdurre una “tassa” del genere per compensare i detentori di diritti della “copia privata” legale che i consumatori possono volersi fare dei “contenuti” che si sono comprati. Ma non può essere pensata come un compenso forteffario per le copie illegali (Genna).

Quella “tassa” è iniqua by design perché la paga anche chi non si fa nessuna copia privata. E’ una tassa che si paga anche se si memorizzano solo i propri file, le proprie foto, le proprie attività, senza nessun copyright altrui. Ma a questo punto è anche inutile se considerata come un sistema per ridurre le perdite che la pirateria causa ai detentori di copyright.

E non si vede neppure perché dovrebbe aumentare.

Agenda digitale a Montecitorio

Con grande orgoglio per i ragazzi di Ahref che danno una mano a un’importante iniziativa della Camera dei Deputati, segnalo:

#FACCIAMOLAGENDA
VENERDI’ PRIMO BARCAMP @MONTECITORIO SUGLI INDICATORI DELL’AGENDA DIGITALE EUROPEA
Conferenza stampa di presentazione giovedì alle 10 alla Camera

Venerdì 11 aprile, a partire dalle ore 9,30, si terrà presso la Sala del Mappamondo della Camera dei deputati il BarCamp #Facciamolagenda, con l’obiettivo di raccogliere dai partecipanti idee, progetti, proposte, contributi finalizzati al miglioramento della posizione dell’Italia in rapporto agli indicatori dell’agenda digitale europea. E’ il primo BarCamp di Montecitorio: un’innovazione comunicativa che si potrebbe ripetere su altre tematiche. L’evento sarà presentato giovedì 10 aprile alle ore 10 nella Sala Conferenze Stampa di Montecitorio da Anna Masera, Capo Ufficio Stampa e Comunicazione della Camera.

BarCamp è una rete internazionale di non conferenze aperte, i cui contenuti sono proposti dai partecipanti stessi. E’ un pensatoio informale, un incontro di esperti per raccogliere idee e proposte.
L’idea è di programmare una serie di BarCamp a Montecitorio per promuovere la cultura digitale all’interno delle Istituzioni e fare della Camera dei deputati un punto di riferimento per altre Istituzioni e amministrazioni pubbliche in tema di open data e open access.

In vista del prossimo avvio del semestre europeo, il tema prescelto per questo primo BarCamp è quello dell’Agenda Digitale Europea: i partecipanti individueranno uno degli indicatori dell’agenda digitale Ue (raccolti su questo sito: http://ec.europa.eu/digital-agenda/en/scoreboard) e contribuiranno all’evento presentando un’idea, un progetto, una proposta per migliorare la posizione dell’Italia in Europa.
L’Agenda Digitale è quell’insieme di norme che vogliono portare il Paese nel medio-lungo periodo verso le nuove tecnologie e l’innovazione. Realizzata in seguito alla sottoscrizione da parte di tutti gli Stati membri dell’Agenda Digitale Europea, presentata dalla Commissione Europea nel 2010, è una delle sette iniziative faro della strategia Europa 2020, che fissa obiettivi per la crescita da raggiungere entro il 2020.

Il format del BarCamp – che prevede proposte dai partecipanti con interventi brevi, suddivisione in gruppi di lavoro (in questo caso scegliendo un indicatore per gruppo) con tavoli di discussione separati, e infine le conclusioni in plenaria – è collaudato per ottenere risultati concreti.
In occasione del BarCamp, è stato inaugurato l’utilizzo da parte della Camera della piattaforma Media Civici (http://camera.civi.ci) per discutere, condividere e organizzare le proposte dei partecipanti.
Per partecipare al BarCamp ci si registra sul sito http://camera.civi.ci e si pubblica la propria proposta che deve avere un titolo, una descrizione in sintesi (max 200 caratteri) e il testo.
Durante il BarCamp ogni partecipante ha a disposizione 10 minuti per la propria presentazione.
Alla fine di ogni presentazione sono previsti 5 minuti per domande da parte della platea.

Il BarCamp può ospitare al massimo 75 proposte. Tuttavia Civi.ci, lo strumento scelto per pubblicare le proposte, resterà aperto anche dopo il BarCamp per raccogliere nuove proposte, valutazioni e commenti alle proposte presentate.

Inoltre, chiunque può iscriversi per assistere al BarCamp senza presentare proposte.
Entro giovedì 10 aprile sarà pubblicato sul sito http://camera.civi.ci il programma definitivo con la scaletta degli interventi.

Le introduzioni e le conclusioni dei lavori saranno trasmesse in diretta webtv.

Questo il programma di massima:
9.30 – 10.00 accoglienza e registrazione partecipanti
10.00 – 10.15 saluti istituzionali
10.15 – 13.15 presentazioni
13.15 – 14.00 pausa pranzo
14.00 – 16.40 presentazioni
16.40 – 17.00 sintesi dei contributi
17.00 conclusioni

Modesto contributo per una visione di lungo termine nel sistema “scuola, università, ricerca”

Stefania Giannini, ieri, alla presentazione italiana di Horizon 2020, ha detto che il suo scopo è portare il Miur a pensare per il lungo termine. È un’affermazione di grande importanza: fondamentalmente generosa, visto che significa lavorare probabilmente anche per il prossimo ministro; particolarmente ambiziosa, visto che significa lavorare sulle strutture più importanti del sistema del quale, attualmente, ha la responsabilità.

Il Miur si occupa di scuola, università, ricerca e innovazione. Difficile pensare a qualcosa di più importante.

Pensare alla lunga durata significa pensare a questioni relative a questi argomenti:
1. Visione
2. Metodo
3. Metafora
4. Interfaccia
5. Infrastruttura
6. Macchina organizzativa

Faccio qualche esempio di che cosa significa pensare a questi argomenti di lunga durata. Sapendo quando poco io sia qualificato per parlarne. Sono condotto solo dalla passione per un’impostazione che finalmente si orienta alla strategia e alla lunga durata. Per condividere l’impressione della grandezza dell’argomento.

1. Visione

Il tema della visione è chiaramente legato all’idea di società e di cittadinanza che immaginiamo stia evolvendo nell’epoca contemporanea. Una bambina che si iscriva alla prima elementare quest’anno arriverà a lavorare, se tutto va bene e riceve un’educazione relativamente completa, nel 2032. Non abbiamo un’idea di che mondo del lavoro si troverà di fronte.

Sappiamo che non smetterà mai di imparare. Sappiamo che il valore che saprà generare dipenderà da quanto potrà trasformare quello che impara in qualcosa che esprime le sue fondamentali capacità. Sappiamo che non esiste una formula buona per tutti: sappiamo che dovrà avere basi di conoscenze, punti di riferimento, informazioni, atteggiamenti necessari a facilitarne l’adattamento al contesto in cui si troverà. E di certo dovremmo sapere di più.

La scuola serve a fare in modo che la società sia una società che impara e si adatta velocemente al cambiamento. Serve a fare in modo che gli individui che la compongano siano capaci di convivere in modo tale che la loro contribuzione personale possa essere valorizzata dall’insieme e nello stesso tempo possa contribuire a valorizzare l’insieme.

In effetti, non sappiamo molto. Salvo che quel poco che sappiamo ci dice che la scuola attuale non ha moltissimo a che fare con la visione di cui stiamo parlando. Quindi occorre una grandissima innovazione. Quindi occorre ricerca. Quindi occorre una relazione molto più profonda tra l’università e la scuola. E tra il mondo del lavoro e i sistemi di apprendimento. Formali e informali.

La relazione tra scuola, università, ricerca va innovata. Stiamo parlando di sistemi diversi ma connessi profondamente. Possono diventarlo se si pongono insieme a confronto con le grandi sfide della società. È un po’ il messaggio di Horizon 2020. C’è una saggezza nei principi del nuovo programma quadro dell’Unione Europea. Che va declinata e applicata. La leadership del sistema Miur ha la responsabilità di questa declinazione e applicazione. È una visione importante: ed è una visione urgente.

2. Metodo

L’approccio alla conoscenza che serve per ottenere una società che si adatta meglio al cambiamento, nel quale il contributo dei cittadini all’insieme è valorizzato e contemporaneamente valorizza il carattere della società, ha bisogno di un rapporto di rispetto nei confronti della conoscenza. E data la visione che si è appena accennata, questo significa che il metodo fondamentale dell’insegnamento può tendere ad assomigliare al metodo fondamentale della ricerca: teoria, ipotesi, verifica; rispetto dei fatti; accettazione dell’errore; sperimentazione; mutua condivizione delle esperienze; costruzione della nuova conoscenza e diffusione dei suoi risultati come precondizione della ulteriore costruzione di conoscenza; apertura dell’accesso alla ricerca e didattica dell’espasione della ricerca. Imparare a imparare.

Condivisione delle nozioni basilari insieme alle fonti inesauribili di ispirazione: i linguaggi, dalla letteratura alla matematica e all’informatica; i contesti, dalla storia alla geografia; le frontiere, dalla scienza all’arte; le pratiche, dall’economia alla cura del corpo e alla produzione di beni; le regole della convivenza civica; e così via. Nello stesso tempo la sperimentazione personale con le nozioni acquisite, per favorire l’espressione individuale, la capacità di confronto e discussione costruttiva, la prova e l’errore e il risultato positivo. E infine, l’esperienza che insegna in modo informale ma denso di significato, in relazione con i protagonisti della società, dell’economia, della cultura, per accedere alle dinamiche evolutive reali. E per restituire al sapere di chi vive nelle dimensioni attive della contemporaneità il valore di materia di apprendimento di pari dignità di quella che è canonicamente contenuta nei manuali.

3. Metafora

Per descrivere un insieme complesso e poterlo trattare in modo efficiente in rapporto ai suoi obiettivi, occorre una metafora. A che cosa assomiglia l’insieme di scuola, università e ricerca? Scuola, università, ricerca, intese come dimensioni diverse di un’unica filiera della conoscenza generativa, orientata alla crescita e all’accelerazione dell’adattamento della società alle sfide contemporanee, possono essere descritte con una metafora nuova? Una metafora che spieghi ciò che la visione cerca di dipingere e il metodo per raggiungerla? Il sistema della generazione e diffusione di conoscenza, per la crescita delle idee e la loro sperimentazione, insomma il sistema che chiamiamo educazione può essere raccontato con la metafora di un incubatore? Forse.

Se la scuola fosse un grande incubatore di soluzioni per la diffusione di nozioni fondamentali, di idee creative, di progetti culturali, di metodi innovativi per l’apprendimento e per la connessione della conoscenza con la società e l’economia, potrebbe presentarsi come un’organizzazione adatta a gestire il cambiamento invece che subirlo. Una metafora non è mai precisa, ovviamente. Ma può indirizzare l’attenzione verso pensieri costruttivi.

4. Interfaccia

L’interfaccia del sistema è un ambiente formato di scuole, sedi universitarie, centri di ricerca e internet. La dimensione digitale è parte integrante del sistema, che lo si voglia o no. I giovani vivono in un ambiente digitalizzato. Se la scuola vuole restarne fuori si taglia le gambe da sola.

Per riprogettare un’organizzazione si può partire dal sistema produttivo o dallo scopo che si vuole raggiungere.

Pensare l’interfaccia significa partire dall’obiettivo. E l’obiettivo è servire al meglio la società e coloro che devono apprendere.

Allora l’interfaccia deve creare una considizione in cui sia facile usare la scuola, l’università e la ricerca. Venga voglia di farlo. Sia piacevole e interessante, mentre allo stesso tempo è importante. Riprogettare la scuola a partire dall’interfaccia non è incoerente con l’idea della scuola incubatore: perché sappiamo che quello che conta è la didattica e ciò che viene insegnato, il modo e la passione che gli insegnanti adottano per insegnare. Questo è ciò che conta. Un’interfaccia che valorizzi questi insegnanti e il loro rapporto con i discenti rende i loro sforzi ancora più importanti.

5. Infrastruttura

La rete di relazioni tra gli studenti, gli insegnanti, i ricercatori, le aziende e le organizzazioni sociali è un’infrastruttura che va pensata. Perché potenzialmente è il più grande laboratorio di apprendimento del paese, con tutta la gente che coinvolge. Se si pensa a Big data e Open data, la scuola ne è potenzialmente un generatore fantastico. Se si pensa a come la conoscenza sui comportamenti e le esigenze di nove-dieci milioni possono essere studiati in modo da garantire la privacy ma alimentare l’efficienza del sistema si può immaginare l’inizio di una grande stagione di grandi progetti: un’infrastruttura come questa potrebbe liberarsi dal peso delle infrastrutture private e internazionali per generare le condizioni di partenza di un’infrastruttura di rete davvero orientata al bene comune? Questo non potrebbe essere un grande progetto di ricerca che diventa insegnamento e viceversa? La condivisione di conoscenze che avverrebbe su un’infrastruttura del genere, standard e interoperabile, aperta e garante della privacy, non potrebbe diventare la premessa della reinvenzione degli strumenti didattici?

Viene voglia di pensare di sì. Viene voglia di sperare di sì.

6. Macchina organizzativa

Una macchina che riguarda quasi dieci milioni di persone, più le famiglie. Una macchina nella quale quasi mezzo milione è composto da persone che si definirebbero precari. Una macchina nella quale i risultati educativi sono profondamente diversi tra città e città, tra zone urbane e rurali. Una macchina nella quale alcuni insegnanti e dirigenti particolarmente illuminati hanno reso un grande servizio ai giovani fortunati che hanno frequentato le loro scuole. Chi fa il ritmo della macchina nel suo complesso? Dai problemi più gravi o dai battistrada?

È chiaro che il centro, il governo, deve dare un framework visionario e metodologico, garantire standard e interoperabilità per il riuso delle soluzioni. Ma in una macchina che va alla velocità definita da chi ha paura di perdere il poco che ha conquistato o che è indifferente al cambiamento perché ha speso la vita a contribuire senza essere riconosciuto o di chi non riesce ad accedere a un sistema che promette garanzie, una macchina che va alla velocità della conservazione non coglie le opportunità. La leadership centrale, in questo caso, deve dare il ritmo all’insieme.

Credo che ci siano pochi mestieri altrettanto difficili. E credo che si possa e debba rispettare qualunque impegno sincero orientato a portare una macchina così complessa nella direzione di darsi un ritmo strategico di innovazione adatto a costuire un futuro decente. Ma se l’azione riuscisse, non sarebbe un risultato importante: sarebbe il risultato più importante per tracciare una prospettiva in una società che ne ha disperato bisogno.

Ognuno dei sei capitoli citati meriterebbe un lavoro vero di analisi. E molti grandi esperti lo stanno conducendo. Mi scuso per la superficialità di queste righe. Servono, se servono, solo a mettere in fila i problemi di un lavoro di riflessione-azione sempre più necessario se si vuole guardare, come è necessario, al lungo periodo.

Il racconto in video. I televisivi e i computerari. Il nuovo mondo non è dei “contenuti” ma dei generatori di senso

Microsoft si mette a produrre serie televisive con uno studio a Santa Monica (Bloomberg). Segue un percorso avviato da Amazon e Netflix. Intanto, Yahoo! investe in video (Wsj). Storie nuove di un percorso lungo. I commenti si sprecano. Eccone un altro.

Poco dopo la metà degli anni Novanta, a Las Vegas, si teneva il Comdex, un raduno di decine di migliaia di persone che si occupavano di computer. In uno di quei consessi, Bill Gates prese la parola e raccontò della sua visione sulla televisione: disse che i telefilm non potevano restare come erano, che avrebbero dovuto imparare a essere interattivi e che la trasformazione della televisione avrebbe consentito al pubblico di scegliere il finale delle storie… Difficile sentire dire una cosa tanto grossolana da una persona tanto osannata per altri versi. Molti professionisti dei racconti in video reagirono con la loro tipica arroganza: la televisione, i film, i telefilm li sappiamo fare noi, meglio che i nerd e gli altri tipi che si occupano di computer se ne stiano al loro posto e ci lascino lavorare. Peccato che proprio in quegli anni stava diventando evidente a tutti che i più grandi successi di quegli anni nel mondo del racconto in video li stava firmando un’azienda fondata da un altro esperto di computer, Steve Jobs: il suo nome era Pixar. Di fronte a lui, i grandi del video tradizionale erano costretti a mettere da parte la loro arroganza e si dovevano inchinare di fronte ai fatti: il pubblico andava a vedere i film fatti da quel computeraro e dai suoi colleghi.

Da allora, è cambianto tanto che è difficile non coltivare un atteggiamento molto umile di fronte all’avvenire del video. Alcune cose sono chiare:
1. il grande sistema di distribuzione di video è internet: YouTube, Facebook, Yahoo!…; la tv non è certo sparita, ma non è più regina assoluta;
2. il palinsesto non è più solo quello lineare ma anche quello che fa comodo al pubblico, nei tempi e nei modi che il pubblico preferisce;
3. la gente ama i racconti lineari delle serie e dei film, da vedere senza fatica sul divano; come pure ama i giochi interattivi più contorti e impegnativi; come ama molte vie di mezzo, purché canoniche, famose, emozionanti, intriganti, sorprendenti, intelligenti o educative (probabilmente proprio in quell’ordine di aggettivazione del gradimento).

Alla fine, forse, si può dire che il pubblico va dove c’è il pubblico. Che non è soltanto una riedizione del goldoniano “non xe bel quel che xe bel ma quel che piase”. È anche l’osservazione che l’effetto-rete funziona anche qui. E quindi il denaro, l’attenzione, gli investimenti, i talenti si concentrano sui luoghi nei quali c’è pubblico; il che fa in modo che in quei luoghi ci siano da vedere le cose più interessanti; e dunque il pubblico di quei luoghi aumenta ancora.

Di certo, non ha senso quella regola – sostenuta da chi sa fare la televisione – secondo la quale solo chi ha sempre fatto televisione la sa fare, e gli altri non la possono capire. Stessa cosa per quanto riguarda i film. Altrimenti non si capirebbe da dove viene l’innovazione strutturale. E non si capirebbe da dove sono arrivate tutte quelle novità internettesche che assediano le industrie tradizionali del video.

Gli stessi modelli di business pubblicitari evolvono a favore dei “computerari” almeno a giudicare dalla velocità con la quale i budget vanno verso YouTube e simili.

IL giudizio sull’impegno di Amazon, Sony, Microsoft, Yahoo! nella produzione di video, resta però sospeso. In passato, i tecnologici che hanno fatto investimenti diretti nei “contenuti” non sono andati sempre bene. Ma neppure sempre male. Microsoft ha avuto molti successi nei videogiochi, qualche importanza nelle news televisive, poco successo nei magazine. Non ci può essere una regola. Al massimo si può osservare che per ora la Apple non ci si sta impegnando. Va bene con la musica senza certamente produrne. E nei film va abbastanza in alcuni mercati, senza qualificare la propria unicità con produzioni originali. Forse gli insuccessi dipendono proprio da quell’idea che i racconti in video siano “contenuti”: strumenti per vendere i “contenitori”. Il racconto, in realtà, ha successo se è autenticamente narrativo. Le storie hanno successo se alimentano mondi di significati. Nessuno ne ha il monopolio. Imho.

Vedi anche:
C’era una volta la tv. E c’è ancora

What if.. Naval Ravikant e il Quinto Protocollo

Un pezzo visionario di Naval Ravikant, co-fondatore di Venture Hacks e AngelList. Persino troppo visionario.

Naval porta alle estreme conseguenze il bitcoin. Il pezzo è intitolato tanto intelligentemente da indurre anche il lettore poco tecnico a superare i suoi timori per addentrarsi in una ricerca che sarebbe adatta a un libro di Dan Brown. Il quinto protocollo è un titolo evocativo di rara accortezza.

Naval non ci mette molto a svelare i primi quattro protocolli:

The Four Layers of the Internet Protocol Suite are constantly communicating. The Link Layer puts packets on a wire. The Internet Layer routes them across networks. The Transport Layer persists communication across a given conversation. And the Application Layer delivers entire documents and applications.

Il quinto emerge dalla visione di un protocollo internettesco che riesce in modo peer-to-peer a stabilire i rapporti di valore tra i pacchetti che viaggiano in rete. Nasce dall’esperienza del bitcoin ma si generalizza e trasforma fondendosi nel traffico online e aggiungendo una dimensione. I pacchetti con i loro attributi per applicazioni, servizi, link, indirizzamenti si confrontano tra loro per garantire identità, sicurezza, priorità, secondo logiche trasparenti di confronto-collaborazione peer-to-peer. Qui è meglio leggere l’originale.

È certamente un’idea visionaria. Pure troppo. La supposizione di una logica paritaria salva la netneutrality ma consente l’efficientamento del traffico, il che in una visione si può dare come possibile. Ma dal punto pragmatico apre scenari problematici che andranno affrontati.

I bit sono stati creati uguali. Il loro valore nei diversi contesti è diverso. Non si può dare loro una misura di valore assoluto. E poiché non esiste autorità centrale a priori, non si può dare neppure una misura di valore relativo a un punto di riferimento accettato da tutti. Questo salva la logica internettiana. In teoria. Ma in pratica si osserva che anche nel bitcoin le autorità rischiano di emergere per via tecnologica: chi ha computer più potenti può concentrare più ricchezza. Diventando autorità di fatto capace di forti conseguenze sul sistema.

La soluzione sarebbe la moneta che non si accumula, come il Sardex. Ma sarà questa la via prescelta?

Il bitcoin è ancora anche una merce accumulabile. Questo ne mina alcune qualità che sarebbero necessarie nella visione di Naval, imho.

Discorsi sul metodo. La scienza insegna che anche la critica dura è costruttiva. Mentre la fretta è una trappola

Si allunga la serie di articoli e studi scientifici dedicati alla difficoltà che la scienza sta incontrando nell’applicazione del metodo scientifico. È un dibattito fondamentale. E molto istruttivo per tutti coloro che anche a titolo molto meno alto lavorano alla generazione di conoscenza.

Tutto è partito da un’osservazione di John Ioannidis:

In 2005 John Ioannidis, an epidemiologist from Stanford University, caused a stir with a paper showing why, as a matter of statistical logic, the idea that only one such paper in 20 gives a false-positive result was hugely optimistic. Instead, he argued, “most published research findings are probably false.” As he told the quadrennial International Congress on Peer Review and Biomedical Publication, held this September in Chicago, the problem has not gone away.

L’Economist aveva ripreso e riassunto il dibattito. E ora una nuova puntata sul sito di Burroughs Wellcome Fund.

Una delle preoccupazioni sottostanti al dibattito è che la fretta di pubblicare per mantenere il passo dei tempi richiesti dalle logiche del finanziamento alla ricerca, per stare al ritmo dei congressi scientifici, o semplicemente per fare bella figura e candidarsi a premi, promozioni, assunzioni… insomma l’umanissima ambizione degli scienziati incanalata dai tunnel informativi e comunicativi che sono propri del loro mondo abbassa la soglia dei controlli sulla qualità dell’informazione e della conoscenza che producono. La difficoltà di riprodurre gli esperimenti dei quali si parla negli studi citati deriva probabilmente anche da questo.

Comunque è altrettanto istruttivo che il controllo peer-to-peer prima o poi fa venire fuori questo insieme di errori. Anzi forse è ancora più istruttivo.

Se in un mondo tanto controllato e colto sul piano metodologico come quello degli scienziati si fanno tali errori e si rischia tanto di affermare idee poco provate, è ovviamente probabile che questo avvenga con ancora maggiore frequenza tra coloro che partecipano all’informazione senza tanta preparazione epistemologica ma con altrettanta fretta.

Per questo era – e resta – importante la pratica di confrontare e collegare le informazioni tra blogger, giornali, esperti e altro. Il peer-to-peer è anche in questo caso una fonte di conoscenza di per sè, perché può alzare il livello del controllo, rendendo collettivamete più probabile il miglioramento dell’informazione individuale (purché sia fatto con metodo e continuità: link tra blogger, confronto costruttivo sui dati, evoluzione del rapporto con i giornali tradizionali in senso simbiotico, e così via). La fretta non aiuta. Il metodo sì.

Vedi
Economist: Has the ideas machine broken down?
Edge: what should we be worried about?
E vedi anche
Aza, Picchio, Fabio, Flaviano. Un lavoro di collegamenti sull’azienda del futuro: GG, Mauro, EndofAdv, I4e.