La net neutrality è politica. A New York. Grazie a Tim Wu

Tim Wu è accreditato per aver popolarizzato il termine net neutrality con il suo paper del 2003. E ora è candidato Lieutenant Governor di New York.

Per proteggere internet da chi la regola male: Tim Berners-Lee e la Magna Charta per internet

Tim Berners-Lee, con la sua eloquenza da nerd eternamente timido negli speech pubblici, spiega a TED perché occorre una Magna Charta per internet:

E’ un momento in cui chi non creda all’importanza di queste riflessioni può trovare il coraggio di ripensarci. Il Marco Civil in Brasile è stato adottato. Il Consiglio d’Europa ha raccolto in una guida i diritti dei cittadini che usano internet. Il Berkman Center studia il tema con la sua solita profondità. La Germania ci sta lavorando. In Africa se ne discute intensamente. Organizzazioni come Freedom Online riuniscono diversi governi per aiutarli a coordinare gli sforzi sulla valorizzazione dei diritti umani nell’epoca di internet. Edri continua a difendere i diritti civili nel contesto digitale e trova sempre nuova attenzione.

Zdnet ne ha parlato con la penna attenta di Federico Guerrini

Lo schema di lavoro è chiaro:

Che cosa sappiamo?

- Le istituzioni che regolano l’azione delle persone online devono a loro volta essere regolamentate in modo che non possano conculcare i diritti umani. Tra queste istituzioni ci sono prima di tutto i governi. Ma forse è tempo di tener conto del fatto che le regole vengono scritte anche dalle grandi piattaforme internazionali che a loro volta potrebbero dover essere regolamentate in modo che non conculchino i diritti umani. (Vedi: il codice è codice)

Perché è importante

- Le istituzioni pubbliche che possono regolare internet non sono necessariamente capaci di comprendere l’ecosistema dell’innovazione. Le istituzioni private che possono regolare internet non sono necessariamente orientate al bene comune e certamente prediligono il bene degli azionisti. I diritti dei cittadini che credono nell’innovazione, nella diversità, nell’apertura e che ne vedono il beneficio – dimostrato dall’internet che si è finora sviluppata – vanno non solo protetti ma addirittura valorizzati. In nome delle enormi sfide che ci troviamo di fronte e che possiamo affrontare solo con l’innovazione aperta, la salvaguardia della diversità e della creatività individuale, la libertà di espressione delle persone e dei gruppi.

Che cosa possiamo fare

- Diffondere queste sensibilità. Discutere le forme giuste per soddisfarle. Approfondire i temi. E partecipare alla consultazione, a partire da ottobre, che sarà aperta dalla Commissione della Camera dei Deputati che si occupa di questa vicenda (alla quale partecipo con umiltà e passione).

Approccio europeo alla valutazione delle università

Invece di fare una classifica delle università, u-Multirank raccoglie tutti i dati che possono servire a valutare gli atenei e poi consente agli utenti di confrontarne la performance in base a quello che per loro è più importante. Non emergono classifiche ma confronti. Non si nascondono i dati e i criteri valutativi dietro la comunicazione dei risultati di una competizione, le cui regole sono decise dalle istituzioni che stilano le classifiche con un approccio piuttosto top-down, ma si danno alle persone gli strumenti per farsi un’idea propria del valore delle università. Chissà che cosa ne pensano gli esperti. Vista da qui, non pare una brutta idea. Ma aspettiamo e speriamo in qualche commento da esperti veri…

L’incomprensibile scelta di fare consultazioni via mail. L’ultima è del ministero del Lavoro

Qualcuno dovrebbe spiegare perché le istituzioni e le organizzazioni orientate al bene comune continuano a lanciare consultazioni via mail per raccogliere opinioni dalla cittadinanza. L’ultimo caso è quello del ministero del Lavoro sullo sviluppo dell’economia sociale in Europa. Le informazioni sono sul sito. Il Comitato incaricato di organizzare la consultazione pubblica on line e la call for speaker è composto da Carlo Borzaga, Danilo Giovanni Festa, Leonardo Becchetti, Gianluca Salvatori, Gianfranco Marzocchi, Paola Menetti, Alberto Zevi, tutte persone di grande esperienza nell’economia sociale ma evidentemente ancora poco desiderose di approfondire i temi della partecipazione civica. Comunque, l’iniziativa è importante e, nonostante il mezzo, va seguita.

Questo post è solo relativo al mezzo utilizzato per la consultazione. La mail è uno strumento fantastico, facile da usare e alla portata di tutti coloro che sono online. Ma per una consultazione presenta difetti importanti. Il principale consiste nel fatto che chi manda una mail non sa che cosa hanno scritto gli altri. Non può commentarli. Non può valutarli. Non può adattarsi al tono dei contributi. Rischia di ripetere quanto già detto. E così via. Confrontarsi con gli altri è una buona pratica quando si fa una raccolta di opinioni. Con la mail, l’unico gestore del confronto, l’unico analista delle opinioni, l’unico che decide quali sono le idee che devono emergere e quelle che devono passare sotto traccia è chi ha organizzato la consultazione. Perché scegliere questa strada? L’unica motivazione deve essere il bisogno di controllare la consultazione, il cui risultato – se raccolto via mail – resta oscuro a tutti salvo agli organizzatori.

Altri difetti sono naturalmente connessi. La moltiplicazione delle mail le può rendere tanto numerose da divenire ingestibili. Ma nessuno può aiutare gli organizzatori a filtrarle e fare emergere i temi più importanti se solo gli organizzatori le possono leggere. La varietà dei temi, la ripetitività delle proposte, la loro comprensibilità, sono piuttosto casuali nella raccolta di mail. E infine l’analisi dei dati di comportamento dei partecipanti è praticamente azzerata: non si sa quanto tempo ci mettono le persone a contribuire e quanto tempo sarebbero disposte a leggere le proposte degli altri, tanto per fare un esempio.

Non sarebbe un problema se non esistessero diverse piattaforme pensate per fare le consultazioni, da LiquidFeedback e le sue varianti all’americana IdeaScale alla stessa Civi.ci (cui ho dato un contributo ideativo e che è stata adottata in varie occasioni dal Governo italiano, dalle autorità locali un varie parti d’Italia e dalla stessa Camera dei Deputati per la consultazione sull’Internet Bill of Rights). Chi scrive può essere forse poco obiettivo, dato che si è occupato di queste questioni, ma un lavoro civico sulle consultazioni è stato fatto da molti altri e spesso più bravi ricercatori e programmatori.

La ricerca che sottende la produzione di piattaforme per le consultazioni è orientata a creare ambienti di lavoro collaborativo che valorizzino un rapporto civico tra i cittadini e le istituzioni, studiando l’interfaccia e la metodologia di lavoro in modo da incentivare l’afflusso di contributi costruttivi e da favorirne l’analisi da parte delle istituzioni che lanciano le consultazioni. Usare una di queste piattaforme è di per sé una dimostrazione di apertura alle opinioni dei cittadini, perché le mostra e ne fa vedere l’importanza – o almeno consente di valutarle – in modo trasparente. Inoltre, consentono di limitare la ripetitività delle proposte, di concentrare l’attenzione sulle questioni che sulle piattaforme emergono come più importanti, di partecipare anche a chi vuole soltanto dare una valutazione o un breve commento. In alcuni casi, consentono anche di dire se le proposte sono comprensibili, di dichiarare un metodo di lavoro, di favorire il dialogo costruttivo. E poi si mettono in funzione in un paio di giorni se si vuole qualcosa di semplice (del resto, la mail non consente certo qualcosa di più sofisticato). E dunque, perché non usarle? Forse c’è qualcosa che mi sfugge:

Un problema dimenticato del diritto all’oblio

È complicato. Il diritto all’oblio resta un principio in cerca di equilibrio. Come previsto (Guardian), la decisione della Corte Ue ha lasciato aperte troppe questioni e il problema della relazione tra diritto all’oblio e correttezza dell’informazione resta irrisolto.

Secondo indiscrezioni pubblicate da VentureBeat la situazione attuale non è soddisfacente per le autorità europee. In pratica, avendo lasciato le decisioni a Google e agli altri motori di ricerca la certezza del diritto non c’è. Inoltre, chi cerchi le notizie “delinkate” in Europa le trova sulle versioni extraeuropee di Google. Ma soprattutto in molti casi la rimozione dei link dal motore sembra aumentare l’attenzione intorno ai casi che si tenta di far dimenticare.

Il punto, probabilmente, è che la prima pagina restituita da Google quando si cerca una persona equivale a una sorta di immagine pubblica della persona stessa. Alla fine, forse, occorre cercare non di negare i fatti, ma di darli con maggiore completezza.

È possibile che i fatti negativi che sorprendono una persona – tipo le accuse di malversazioni – tendano a essere più linkati di quanto non avvenga alle eventuali soluzioni positive successive – tipo le assoluzioni. L’equilibrio dell’immagine pubblica della persona ne risente, ovviamente.

La soluzione è ancora lontana. Google dà conto soprattutto delle pagine più linkate, ma forse per le persone potrebbe tentare di modificare i risultati delle ricerche per renderle più equilibrate e diversificate. L’algoritmo viene costantemente modificato: potrebbe forse essere mutato anche per questo scopo.

È possibile la neutralità delle piattaforme?

Uno studio del Conseil National du Numerique analizza la possibilità di introdurre il concetto della neutralità nell’ambito delle piattaforme, come Apple, YouTube, Facebook e così via. Altri potrebbero chiedere una interoperabilità delle piattaforme, in modo che non siano mondi a parte. Ma nella neutralità, il Conseil vede qualcosa di più, in termini per esempio di accesso ai dati.

Le piattaforme hanno una posizione molto favorevole in un mercato a tre dimensioni:
1. offerta di servizi gratuiti agli utenti che in in cambio cedono dati su loro stessi
2. offerta di servizi per la pubblicità alle aziende che hanno messaggi pubblicitari da inviare agli utenti
3. offerta di una base di utenti ad aziende terze che producono software da vendere agli utenti stessi (le piattaforme trattengono una percentuale del business)

Nella prima dimensione, le piattaforme sembrano delle utility o produttori di software. Nella seconda sembrano editori. Nella terza sembrano negozi online. Se arrivano a conquistare una grande base di utenti con servizi di elevata utilità a prezzi bassi o nulli, giocando sull’esclusività tecnologica, le piattaforme si costruiscono posizioni dominanti nei mercati editoriali e commerciali. E poiché le tecnologie di rete hanno la tendenza a crescere geometricamente di valore con il numero di utenti (per la cosiddetta “legge di metcalfe”), questa posizione dominante diventa dirompente sui mercati adiacenti. Il punto di domanda in quel caso diventa: queste piattaforme vanno regolamentate? E se sì, devono essere regolamentate in base alla loro funzione di “utility”? Oppure devono sottostare a qualche forma di antitrust innovativo? Seguendo l’idea del Conseil si direbbe di sì: devono essere interoperabili, o addirittura neutrali.

Alexandre Bénétreau, Edri, che riassume il rapporto del Conseil, aggiunge peraltro una critica, individuando una sorta di contraddizione francese:

The approach of the French government has its own hypocritical storytelling. The Council of the European Union (EU member state governments) is currently negotiating on the “telecoms single market regulation”, which includes provisions on net neutrality. The French government is taking the position that net neutrality and platform neutrality should be regulated at the same time. The most likely outcome of this approach is to kill the possibility of the EU regulating in favour of net neutrality. If the French government is successful, there will be little or no possibility of the European Commission legislating on either net- or platform neutrality in the foreseeable future.

Probabilmente l’obiettivo dell’interoperabilità è il più coerente per cominciare a porre il tema e a sviluppare una cultura in materia. Si tratta per esempio di aprire alla concorrenza tra “negozi” diversi il sistema di vendita di servizi e applicazioni che è stato sviluppato sulle piattaforme (cloud, device, software). In ogni caso, sarebbe meglio evitare che un concetto di neutralità applicato alle piattaforme renda meno comprensibile la necessità di mantenere neutrale la “piattaforma delle piattaforme”: cioè internet. L’interoperabilità potrebbe essere sufficiente, almeno per cominciare, perché imporrebbe alle piattaforme dominanti di aprire ponti verso le piattaforme emergenti o concorrenti.

Alla base, la neutralità della rete è necessaria per consentire alle piattaforme nascenti di proporre la loro innovazione senza chiedere il permesso agli operatori dell’accesso a internet. Quando sono cresciute un po’, avrebbero bisogno dell’interoperabilità con le piattaforme esistenti e già affermate per potere offrire i loro servizi agli utenti. Neutralità della rete e interoperabilità delle piattaforme, in questo senso, si saldano in una visione aperta di internet.

Vedi anche:
Dibattito editori, autori, Amazon
Anche qui

Italia-Germania. Connessione possibile sull’agenda digitale

Grazie a Ubaldo Villani-Lubelli per aver segnalato il dibattito sull’agenda digitale in Germania. Bisogna ammettere che almeno sul piano delle parole non siamo poi così lontani. La consapevolezza dei temi e dell’importanza degli aspetti infrastrutturali, economici, scientifici, sociali, culturali è analoga e direi che i progetti in campo sono di ampio spettro in entrambi i paesi. Oltre a essere in entrambi i paesi visti come un po’ troppo poco concreti. Per ora.

Ecco il progetto del governo tedesco pubblicato da Netzpolitik. Per chi non comprenda la lingua, il traduttore di Google consente di avere un’idea abbastanza chiara di ciò che si discute e anche delle critiche.

Economia dell’innovazione, inclusione sociale, alfabetizzazione, e così via. Temi analoghi, indubbiamente. Ma vanno letti con più attenzione, indubbiamente. La governance, come in Italia, appare complessa. Si fa notare la politica europea: la Germania vuole, si direbbe, più integrazione. E correttamente sceglie il campione digitale non certo per fargli svolgere una funzione di “evangelista nazionale” ma proprio pensando al suo ruolo di “ambasciatore” in Europa per il digitale.

Grande attenzione è rivolta alla sicurezza e all’equilibrio dei diritti. Vale la pena di osservare che per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, la Germania partecipa alla Freedom Online Coalition.

Se le cose stanno così, varrebbe la pena di aprire un dialogo con il governo tedesco. Per imparare e connettersi. Anche per dimostrare che facciamo sul serio almeno quanto loro. E che la nostra riforma strutturale digitale va aiutata.

ps. A proposito: si discute anche in Africa sui diritti e internet. Si direbbe che grazie all’Nsa (ma non solo) ormai il tema è diventato mondiale.

Italia-Germania: meno zero virgola due. Ma non è un pareggio. Quali riforme strutturali? Pensiamo digitale

Ok. Ora anche la Germania ha segnato una riduzione del Pil dello 0,2 per cento. E quindi la difficoltà di crescita non è più solo un problema italiano. E poiché la politica economica che ha per obiettivo il controllo dell’inflazione non è quella giusta quando si attraversa una congiuntura di deflazione, qualunque mente ragionevole dovrebbe prendere in considerazione almeno una politica monetaria espansiva. Vediamo se questa volta ci si riesce – a espandere la moneta – senza far saltare i sani vincoli di bilancio pubblico ma indirizzando le risorse verso l’impresa e le riforme strutturali.

Quest’ultimo punto è il interessante per uno stato come l’Italia che non riesce a riformarsi. Vedremo che cosa succederà con il decreto sulla riforma delle regole del lavoro. Vedremo come andranno a finire le riforme istituzionali e il resto.

Ma possiamo anche avviare una politica che è contemporaneamente una “riforma strutturale” e un “investimento per la crescita” e che quindi dovrebbe essere chiaramente accettabile anche dai più accaniti rigoristi. La riforma della modernizzazione digitale – con infrastrutture, connessione e accesso dai luoghi pubblici, riforma del servizio della pubblica amministrazione a favore dei cittadini, e così via – è un investimento e una riforma strutturale nello stesso tempo. Genera crescita subito e crescita a lungo termine. Imho.

Vedi anche:
Agenda digitale, riforma strutturale
Un architetto per la costruzione digitale
Europa digitale. Italia deve cambiare interfaccia
Chiose su “cambiare interfaccia”
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda
Fuffa e manipolazione

Drôle de guerre: Hachette, Amazon and authors. Something needs to be fixed, but looking ahead

A commercial dispute between Amazon and Hachette has led quite a few authors to take a stand. On which side? Well, they surely are against Amazon. But are they also with Hachette?

Authors United sent a letter to their readers through an advertisment. They claim Amazon has boycotted Hachette and made the works of some authors more difficult to find at the right price. Amazon answered by accusing Hachette to impose the wrong price on their books (adding a little gaffe about Orwell). Hachette just said that they want to go on negotiating. John Kay suggests that the real problem is in publisher’s strategy.

It’s been a sort of “drôle de guerre” until now. But the future is not going to be nice for some of the players. Amazon is winning on the technology side and there is little that Hachette and other publishers have been doing to prevent their complete defeat. Authors are asking Amazon – rightly – for fair competitive tactics. But in the long run, this is not enough. If they like publishers they should be asking them to improve their vision and strategy.

Publishers buy authors’ copyright in exchange of some services they still give, such as financing, marketing and editing, but they can pay for it only if the also make a great delivering. As a matter of fact, marketing and editing can be done by someone else, maybe financing too, delivering is done more and more by Amazon. Publishers’ problem is not about negotiating: it is about creating a real strategy.

Where to look? Where is Amazon going to find problems?

Amazon is a scalable platform that has the ability to lower the price for delivering content – and many other things – to the consumer. The more customers they have the more margins they do in an exponential manner. What prevents them to make huge and stable profits now is their choice and will: it is because they are investing tons of dollars in innovation and in acquiring customers. In the long run they will have a base they think is right and start getting more and more profitable. The problem with that is that they also want to lock-in customers. Their platform is not interoperable with any other platform. This is because in their technical world they want control. And this fundamentally changes the idea of Amazon as the place where you find anything you need to find at a very good price.

Amazon is competing against publishers, and winning. But it is also competing against other platforms: such as Apple and Google. In the book world they win because customers feel that Amazons has the best choice of books – and a very good device to read them. If Amazons starts not to sell everything, if it excludes some publishers or authors, it will be chaos: people will have to have a device for every platform to get to every author. So they need to fight publishers without helping Apple and Google.

There is a technical flaw in Amazons’ stategy. If the net is neutral somewhere can be created a new platform that starts from skratch with the idea that it will allow to deliver, pay and read any book that is published by any author. A new interoperable platform that levels the field for competition between authors, publishers and device makers can be a prospect: if someone starts to invest in it before Amazon has completely won.

Authors could ask publishers to invest in this platform, now. Or they could start thinking about a new platform that will help all professionals to find they business model: editors, markerters, financers, stylists, authors and every other profession can gather in a new book project, make a deal about how to divide revenues and deliver the work. It is not impossible.

What’s impossible is to win by just complaining.

Viviamo nelle storie. Vediamo di scrivere la nostra

Importante, riflessivo intervento di Jonathan Gottschall sull’infinita domanda intorno a che cosa ci rende umani. La risposta: viviamo di storie, immersi nelle storie. Ricordi che rivediamo nel teatro della memoria. La successione degli attimi, delle fotografie del presente, che interpretiamo e comprendiamo solo pensandole in relazione a un film simulante tra quelli che abbiamo sviluppato nella nostra mente. Quantità ingestibili di informazioni che elaboriamo inquadrandole in storie.

Già. Steve Jobs invitava a trovare ciò che amiamo fare e non lasciare che siano altri a scrivere la storia della nostra vita. E a sapere ogni giorno che chi verrà dopo di noi sarà a sua volta autore della sua vita. È anche questa una storia, che ci accomuna come individui: che dunque è singolarmente collettiva.

La Cina del mercato interno è un po’ più Usa

I prodotti Apple sono dunque banditi dagli acquisti pubblici in Cina per la preoccupazione che vengano usati per spiare (Bloomberg). Di fronte alle pacate proteste americane i cinesi hanno pacatamente risposto che anche gli Usa non ammettono l’importazione di tecnologie per le reti di Huawei per la preoccupazione che vengano usate per spiare. La separazione tra i due mercati sembra destinata ad allargarsi.

Lenovo, che sta recuperando quote negli smartphone, è cresciuta in borsa alla notizia anti-Apple. Lenovo e Huawei stanno aumentando le vendite proprio nel mercato interno. Finora ne ha fatto le spese soprattutto Samsung che non è più prima nel grande mercato cinese. La Cina sta rallentando verso una crescita del 7,5% e come nei piani da lungo tempo annunciati sta tentando di migliorare i consumi interni puntando un po’ meno sulle esportazioni di materiali a basso costo del lavoro. Quindi diventa più un mercato interno importante e un po’ meno una terra di passaggio di idee straniere che si materializzano nelle fabbrice locali per tornare ad essere esportate. Intanto gli Usa tentano di riportare in casa la produzione.

L’Europa farebbe meglio a pensarci a tutto questo. O meglio: certamente in Europa ci pensano, ma non se ne parla abbastanza. Una discussione informata in materia di economie reali internazionali sembrerebbe molto importante in un posto tendenzialmente ombelicale e dominato dagli incubi della finanza pubblica. Imho.

Qual è il vangelo dell’Evangelist? Finale di trilogia

Finisce con questo post una trilogia dedicata a una questione minima che però consente di riflettere sulla strategia digitale italiana. I precedenti post sono linkati in fondo al pezzo.

Resta un tema. Serve un evangelist per sostenere un piano digitale italiano? Alcuni commentatori lo hanno sostenuto. Senza spiegare in che cosa consisterebbe il vangelo dell’evangelist. E allora vediamo qualche ipotesi.

Partiamo da un esempio magistrale. Il più grande “evangelist” della storia della tecnologia è stato Guy Kawasaki. (Sembra un buon modo per iniziare creando un po’ di attenzione, no?). Un vero maestro, per la verità. La sua storia comincia con un grande insegnante di inglese, del quale ricorda: «mi ha insegnato che la chiave della scrittura è l’editing». Prosegue con studi di altissimo livello: psicologia a Stanford e management a Ucla. Comincia a lavorare in un’azienda di gioielli, esperienza che apprezza: «Ho imparato una lezione di grande valore, come vendere». Raggiunge l’apice della notorietà come “evangelist” alla Apple, dove comincia nel 1983, quando sta per arrivare il Macintosh, il computer che ha cambiato la storia dell’informatica. Riusciva a entusiasmare per un computer contagiando l’audience in un affetto intelligente per il Macintosh che andava ben oltre il tifo o il fanatismo: era vero amore. (Parole esagerate si dirà, ma servono a dare un’idea da evangelist…). Insomma, era un grande professionista della vendita, quasi un artista. Chissà se è stato lui stesso a inventare quella carica di “evangelist”: di certo se l’è portata dietro per tutta la carriera (Wikipedia e il suo sito). Nel suo libro “Enchantment” spiega come influenzare quello che le persone faranno mantenendo un alto standard etico. Dice che il mestiere è basato su tre componenti: occorre piacere, meritare fiducia e lavorare per una grande causa. La sua innata simpatia e la sua grandissima preparazione sono state impegnate quasi sempre sull’evangelizzazione all’uso di prodotti precisi che però significavano qualcosa di più grande di loro: il Macintosh era un genere di prodotto così. E successivamente i prodotti per i quali ha lavorato erano piuttosto importanti. E suoi risultati erano comunque misurabili: in fin dei conti, doveva vendere.

Ebbene: c’è un possibile parallelismo tra un evangelist così e il lavoro che dovrebbe svolgere il digital champion italiano? A parte la piacevolezza della persona, il suo problema sarebbe quello di trovare un giusto equilibrio tra la credibilità e la causa da vendere.

Per vendere con credibilità un pezzo di piano digitale italiano si devono alzare le aspettative ma non oltre il realistico, fare apprezzare un piano ma non andare oltre il possibile, convincere all’uso delle tecnologie pubbliche ma senza presentarle meglio di quello che sono. Insomma, che cosa potrebbe vendere un grande evangelist? Si può solo immaginare qualche risposta, per puro titolo di esempio.

Se puntasse sull’importanza di adottare le tecnologie attuali della pubblica amministrazione digitale dovrebbe assumere un tono contrito e simpaticamente connivente con il pubblico: ma venderebbe ben poco perché ci sarebbe poco da vendere. Se puntasse a vendere le tecnologie che stanno uscendo adesso dai cantieri della pubblica amministrazione, tipo la fatturazione elettronica, potrebbe trovare qualche ascolto, anche se abbastanza settoriale. Ma non ci sarebbe un vero e proprio grande “prodotto” da vendere almeno fino a che una nuova visione non sarà espressa dal governo e dalle persone chiamate ad articolarla e fino a che l’Agid non l’avrà interpretata e realizzata in modo eccellente superando le enormi difficoltà che ci si possono immaginare. Ci vorrà più di una settimana. Più di un mese. Magari un anno per le prime cose davvero nuove. Se puntasse a vendere quello che oggi su internet funziona bene si troverebbe a proporre soluzioni di aziende, organizzazioni non profit, cose fatte all’estero da qualche amministrazione illuminata. Ma sarebbe un lavoro da digital champion dell’agenda digitale italiana? E allora magari, per evitare di andare lontano, potrebbe far notare con forza che adesso la dichiarazione dei redditi arriva precompilata grazie all’ottima piattaforma del fisco italiano: ma forse non riuscirebbe davvero a fare amare questo prodotto.

Evidentemente non avrebbe senso – ora – tentare di fare l’evangelist delle realizzazioni digitali della pubblica amministrazione italiana. Sarebbe bello che avesse senso: cioè sarebbe bello – e non è escluso che succeda – che si arrivasse ad avere un’interfaccia elegante, pratica e intelligente della pubblica amministrazione italiana, con funzioni pensate per gli utenti, veloci, semplici ed efficienti. Ma ci vorrà un po’ di tempo. E si può scommettere che quando gli italiani vedranno qualcosa del genere saranno davvero disposti ad amarlo, forse senza bisogno di un evangelist.

Allora escluso questo, a che cosa si potrebbe dedicare un evangelist? A diffondere la cultura digitale, si dirà. In che senso? Varie accezioni sono possibili. A diffondere l’uso di internet. Oppure a diffondere la conoscenza della scrittura di software. Oppure a diffondere l’idea che internet è inclusiva e che è un grande investimento per il futuro e che tutti dovrebbero usarla. O a sostenere che internet è la più grande occasione per rigenerare collaborazione tra le persone. O a dire che internet consente l’accesso a una ricchezza culturale senza paragoni. Per questi obiettivi si può pensare che occorra un evangelist perché sarebbero tutte grandi e giuste cause da sostenere: ma sarebbe possibile perseguirle senza perdere credibilità? Forse sì. Senza manipolare gli ascoltatori? Forse anche. Senza generare un’evangelizzazione uguale e contraria da parte di chi sostiene altre cause, tipo: internet è difficile ed è una cosa per tecnici; l’economia vera è quella che produce beni materiali come si è sempre fatto non questa cosa delle app per i telefonini; internet è piena di pedofili e pirati; internet è violenza; internet è piena di americani che ti spiano e di aziende che ti sfruttano? No, questo non sarebbe possibile. Un’evangelizzazione pro internet finirebbe per generare una evangelizzazione uguale e contraria. Perché non si può negare che internet non è solo rose e fiori. E si presta a campagne pro e contro.

La pensava così anche Aaron Swartz, un ragazzo meraviglioso che amava molto internet e che ha contribuito a costruirla. In una delle sue ultime interviste, disse: «Di internet ci sono opinioni molto polarizzate. C’è chi dice che è una cosa magnifica, liberatoria… E chi dice che è terribile, che riduce la libertà… Il fatto è che tutte e due le opinioni sono vere. E quale sarà la strada che prendiamo dipende solo da noi». Cioè dipende dalla diffusione di una vera, sana, ricca, attiva, consapevole cultura di internet. Che in Italia richiede un percorso articolato: alfabetizzazione basilare e insegnamento a forme di utilizzo della rete elementari ma tali da migliorare immediatamente la vita; educazione alla conoscenza dei modi con i quali si può distinguere il sano e l’insano che si incontra in rete; ispirazione alla passione per la tecnologia da scrivere e manipolare non solo consumare; conoscenza delle opportunità di business connesse al commercio internazionale in rete e alle mille altre opportunità economiche che offre l’innovazione per le startup e per le grandi aziende mature; apprezzamento e difesa delle caratteristiche fondamentali della rete come la net neutrality; conoscenza delle caratteristiche del marketing online e delle operazioni svolte dalle grandi piattaforme che usano i Big Data; invenzione di nuove soluzioni per il dibattito civico, per la ricostruzione di una società decente e autodifesa dalle forme ideologiche di manipolazione… e così via. Questa cultura sana, bella attiva della rete è possibile, ma non si sviluppa con l’evangelizzazione (che anche nei casi in cui è veramente credibile genera altrettanta foga contraria che a sua volta si basa su elementi di verità): si sviluppa con l’esperienza, il lavoro a scuola, la sperimentazione, l’iniziativa di business… e così via.

Le narrative, in tutto questo, sono importantissime. Ma non ce ne può essere una che valga per tutte come se fosse il vangelo.

Insomma. Non è l’evangelizzazione che ci serve. Ci serve esperienza, consapevolezza, sincerità. Ci serve informazione.

ps. Se non serve un evangelist onesto (sul modello di Guy), a maggior ragione non serve un evangelist disonesto, che non punta sulla credibilità ma sulla manipolazione, attraverso ogni genere di trucco, adulazione, minaccia, vittimismo: un personaggio il cui unico vangelo è se stesso non servirebbe certo al paese. Lo ricordo solo qui nel ps perché è inutile analizzare questa ipotesi dato che di certo nessuno la sostiene. Adesso però forse ne abbiamo parlato abbastanza di questa storia. Faranno quello che riterranno opportuno, alla fine. E avranno le loro ragioni. Ma qualunque decisione non cambierà, imho, il fatto che quelli che fanno la storia, innovando ogni giorno sapranno che i champions sono loro.

Vedi anche:
We are the champions
Comunicazione, informazione e il piano digitale italiano

Comunicazione, informazione e il piano digitale italiano

Il post intitolato We are the champions ha raccolto varie reazioni che si muovono da due interpretazioni contrapposte della figura del digital champion e che spingono a richiamare una distinzione tra informazione e comunicazione.

Interpretazione uno:

Secondo Maurizio Sbiogar il digital champion deve “considerare la VISION del governo e del comitato di indirizzo e trasformarla in GOVERNANCE IT dentro un disegno globale IT di trasformazione del Paese. Attraverso i strumenti di governance AGID, che è esclusivamente operativa, si muove e fa le varie linee guida”.

In questo senso il digital champion è un vero e proprio leader della realizzazione della vision del governo: in alcuni paesi come si diceva ieri è così. E, sempre in questo senso, abbiamo già il presidente del comitato di indirizzo e il consigliere del primo ministro sull’innovazione: non mi pare che si debba inserire un’altra figura per questa interpretazione del ruolo. Ma certamente occorre un grande lavoro di raccordo per trasformare la vision in governance e collegare le attività del governo centrale con quelle delle amministrazioni territoriali. La squadra che deve realizzare un compito tanto grande deve essere coesa e forte. Inoltre deve informare molto e bene su quello che ha fatto, fa e sta per fare.

Interpretazione due:

Secondo chi si firma Gigi Russo invece il tema del digital champion è tutto concentrato sulla comunicazione vista come “evangelizzazione”. A parte qualche vena polemica che tralascio Russo porta un contributo alla discussione citando un pezzo di Federico Morello – il giovane intraprendente che ha trovato il modo di risolvere il digital divide nella sua zona, poi nominato dal presidente Napolitano Alfiere della Repubblica e Young Advisor per l’Agenda Digitale della VicePresidente della Commissione Europea Neelie Kroes. Russo, che in un post precedente aveva qualificato come “fallimentare” la gestione Caio si “autocorregge” citando Morello che apprezza molto invece Caio come commissario all’agenda digitale e casomai lo critica come digital champion. Il pezzo di Morello – pubblicato da CheFuturo!, il “lunario” sostenuto da CheBanca! – ricorda le critiche mosse a Caio perché non può essere un influencer in quanto non usa Twitter e i social network e non può fare bene il lavoro del digital champion: “Un Commissario per l’Agenda Digitale può fare un ottimo lavoro. Il Digital Champion invece è un ruolo puramente comunicativo (deve evangelizzare il suo paese, partecipare alle fasi di aumento della consapevolezza digitale della popolazione) e di interconnessione (connette l’agenda digitale europea a quella locale). Sotto tutti questi punti Caio toppa, non è un Digital Champion”.

A parte il fatto che il ruolo puramente comunicativo non coincide con l’interconnessione con l’Europa: in Europa non si va a comunicare ma a fare policy con molta serietà. Questo avrebbe dovuto far pensare Morello. E’ per questo che nei paesi dove i digital champion non sono parte dell’amministrazione che sviluppa l’agenda ma hanno una funzione più da sostenitori dell’agenda digitale sono scelti nella maggior parte dei casi tra manager, professori, fondatori, creatori di iniziative socialmente importanti, in generale persone che hanno costruito qualcosa nel digitale che va oltre la pura comunicazione. Perché non comunicano con le parole: comunicano prima di tutto con l’esempio. E in tutti i casi affermano di avere una propria lista di priorità. Solo in Lettonia, a quanto pare, il digital champion è un puro comunicatore.

L’evangelizzazione che secondo Morello e anche Russo sarebbe tanto importante per l’Italia, lo è davvero? Siamo sicuri che gli italiani che non si connettono o non apprezzano internet o non vedono l’utilità dei servizi governativi su internet abbiano bisogno di evangelizzazione? In Emilia Romagna – grazie al progetto di successo Pane e Internet – hanno dimostrato di volere piuttosto alfabetizzazione. In tutta Italia, poi, si usano poco le soluzioni offerte dalla pubblica amministrazione (vedere scoreboard): questo dimostra che gli italiani vanno evangelizzati o che i servizi devono essere molto ma molto migliorati? L’evangelizzazione tanto invocata, proprio in Italia spesso si trasforma presto in esagerazione, corsa alla notorietà, conformismo, persino settarismo. Abbassa il livello della critica. Innalza il livello della polemica. Questo è quello che succede in Italia. Dove, in ogni caso, dato che lo spazio della comunicazione è separato, molto spesso, da quello della storia vissuta, gli evangelizzatori si trasformano in esperti e acquistano un ruolo di potere o persino autorità che li supera.

In Italia c’è bisogno di servizi pubblici molto facili e gradevoli da usare, davvero utili, costruiti su un’archiettura aperta, interoperabile, internettiana. Questi servizi vanno fatti conoscere con ogni mezzo. Con l’informazione ben fatta, critica, non orientata ad innalzare le aspettative ma a aprire alle opportunità reali.

Ma il tema è ancora più ampio. Che differenza c’è tra informazione e comunicazione? Per cominciare a rispondere, ripropongo un articolo molto ampio pubblicato da Problemi dell’Informazione. E spero che possa tornare utile.

Il senso è che, nel mondo editoriale (fatto di giornalismo, pubblicità, promozione, ecc ecc) l’informazione è fedele al pubblico mentre la comunicazione è fedele a chi lancia il messaggio.

In un argomento tanto importante e complesso come la modernizzazione digitale, una buona policy (e l’innovazione tecnologica che la sostanzia) deve essere adottata dal pubblico per il suo valore e non attraverso una forma di manipolazione. Per rispetto del pubblico. E per rispetto degli innovatori veri che creano la nuova architettura, generano le nuove applicazioni, scrivono la nuova interfaccia dell’Italia.

Quindi la modernizzazione digitale ha bisogno molto più di informazione che di evangelizzazione. Imho.

Vedi anche:
Gigi Cogo, Comunicare e innovare

We are the champions

Presi da priorità ben più importanti, forse i “digerati” italiani non hanno prestato molta attenzione a questa questione minima del digital champion italiano. E quindi non si sono domandati se ce ne sia davvero bisogno. Ne parlano di più i cultori della comunicazione, una funzione che in politica è tanto sovrastimata.

Ma che cosa fa un digital champion? Comunica? Promuove? Si riunisce a Bruxelles con i suoi pari e fa dichiarazioni? Fa la politica digitale del suo paese?

Un sospetto sulla necessità di una figura come questa dovrebbe venire guardando ai migliori nell’agenda digitale e nell’egovernment in Europa: in Estonia non hanno un digital champion. Nel Regno Unito non ce l’hanno. Ma il sospetto si annebbia osservando che per la verità non c’è un digital champion neppure in Spagna e Grecia.

Ma insomma, che cosa fanno quelli che oggi sono digital champion in altri paesi? Come rispondono sempre gli informatici: “dipende”.

1. Hanno una funzione amministrativa o governativa, sono politici o ex, e come tali interpretano le priorità del governo:
- Ondrej Felix is the Chief Architect of the Czech Republic e-Government. He says his first priority as Digital Champion is the improvement of the cross-border interoperability of e-government systems.
- Darko Parić is the Assistant Minister at the Ministry of Administration, Directorate for eCroatia.
- Dr. Stelios Himonas is is the Permanent Secretary of the Ministry of Energy, Commerce, Industry and Tourism in Cyprus as well as Digital Champion. His main objective is to increase the internet penetration in the country.
- Gergana Passy is the Digital Champion for Bulgaria. Her priorities are education in e-skills and free access to internet. Gregana thinks that access to the internet must be free for all Europeans. Gergana Passy is the founder & President of PanEuropean Union Bulgaria, politician, former Minister for European Affairs.
- Lars Frelle-Petersen, Head of the Danish Agency for Digitisation and the Digital Champion of Denmark, is enthusiastically pursuing the development of a digitalized postal system both for public institutions and private companies.
- István Erényi is the Digital Champion of Hungary. He works to open up education and close skills gaps. István Erényi is Senior Counsellor at the Ministry of National Development in Hungary.
- Tineke Netelenbos is the Digital Champion of the Netherlands. Her priorities are to improve a safe internet and to improve e-skills in people. She is the Former Minister of Transport and now chairs “Digivaardig & Digiveilig”, an NGO which promotes Digital Inclusion programmes
- Wlodzimierz Marcinski is the Digital Champion of Poland. He works for the development of the digital competences and for the advancement of digitalisation. He is the Minister’s plenipotentiary for the development of digital competences, Ministry of Administration and Digitalization, and former deputy minister at the Ministry of Scientific Research and Information Technology.
- Peter Pellegrini is the Digital Champion of Slovakia. His priorities are to bridge between the public and the expert community to improve the conditions of every citizens’ life. Peter Pellegrini holds the post of a State Secretary at the Ministry of Finance of the Slovak Republic.

2. Sono manager, professori o fondatori di iniziative, e dichiarano le loro priorità:
- Meral Akin-Hecke, founder of DigiTalks and Digital Champion for Austria, set three keywords as the stepping stones of her strategy for the Austrian Digital Agenda in the next three years: education, inclusion and employability.
- Saskia van Uffelen is the CEO of Ericsson Belux as well as Digital Champion of Belgium. She’s got three priorities: e-education, e-commerce, e-skills. Moreover, she aims to get more Belgians online and to change the “geek” image the ICT sector has in her country.
- Linda Liukas is the Digital Champion of Finland. She works to bring women together and excited about coding and building the web. Linda is the Co-founder Railsgirls.com, a non-profit global community movement aimed to get more women excited about building the Internet. Currently she works at Codecademy, the easiest way to learn code.
- Gilles Babinet is the Digital Champion of France. He works to push innovation through education. Gilles Babinet is the Chairman at CaptainDash, Former Chair at Conseil National du Numerique.
- Gesche Joost is the Digital Champion of Germany. Her priorities are to improve and enhance digital skills, diversity in the digital society and an open internet. “My priorities are digital skills, diversity in our digital society and an open internet”, said Gesche Joost, German Digital Champion.
She is a professor at the Berlin University of the Arts specialising in design research. Since 2008, she has been Head of the Design Research Lab focusing her research on human-computer interaction, aspects of gender and diversity in communications technology as well as social design. In 2005, she joined Telekom Innovation Laboratories working on advances in ICT R&D.
- David Puttnam is the Digital Champion of Ireland. His priorities want to put digital first in all aspects of policy, business and education. David Puttnam is the Chairman of Atticus Education, an online education company based in Ireland. Atticus, through a unique arrangement with BT Ireland, delivers interactive seminars on film and a variety of other subjects to educational institutions around the world. David spent thirty years as an independent producer of award-winning films. He retired from film production in 1998 to focus on his work in public policy as it relates to education, the environment, and the ‘creative and communications’ industries.
- Kestutis Juskevicius is the Digital Champion of Lithuania. His priorities are to fight the shortage of digital skills, and to improve the level of ICT skills. Kestutis Juskevicius is the Project Manager for Lithuanian National Library programme. His main priority as the Digital Champion for Lithuania is the shortage of digital skills amongst people, particularly students and young professionals.
- Björn is the Digital Champion on Luxembourg. His priorities are to promote and develop secure ICT services for all. Professor. Björn is Director of the Interdisciplinary Centre for Security, Reliability and Trust, Luxembourg
- Godfrey Vella is the Digital Champion of Malta. He works to develop a three-dimension strategy: Digital citizen, Digital business and Digital government. He is a Member of the Board of the Malta Communications Authority (MCA). On 24 March 2014 the Digital Malta Strategy was launched. The Strategy formulation was managed jointly by the MCA and the Malta Information Technology Agency (MITA) but involved all stakeholders via a number of consultation sessions and workshops.
- Antonio Murta is the Digital Champion of Portugal. He has a proactive approach to the Digital Agenda, and he wants to facilitate growth in his country. “E-Commerce, e-health and Digital Invoices systems my priorities to sustain Portuguese economy”. Antonio Murta is Managing Partner and co-founder of Pathena; he describes himself as “newcomer” in the world of public policy, and he is determined to bring his pragmatic and proactive approach to the Digital Agenda
- Paul André Baran is the Digital Champion of Romania. His priority is to promote digital inclusion and works to increase free public access computers. Paul is the Director of Biblionet programme, which aims to put free public access computers and internet coupled with a trained librarian in 2,200 public libraries across Romania
- Ales Spetic is the Digital Champion of Slovenia. His priorities are to improve the usability of ICT. Ales Spetic is the Cofounder of Zemanta, one of the most successful Slovenian startup stories.
- Jan Gulliksen is the Digital Champion of Sweden. His works to come up with ideas to help his country improve to reach ICT goals. Jan is the dean of the School of Computer Science and Communication, Royal Institute of Technology (KTH), Stockholm.

3. ah sì c’è anche un comunicatore
- Reinis Zitmanis is the Digital Champion of Latvia. He works in the tv business and writes about technology. Reinis is the host of a weekly TV Tech Show and a radio Tech Show in Latvia. He also writes articles for a number of tech magazines.

E allora?

Se si sceglie un digital champion che interpreti le priorità del governo e le applichi, allora non occorre andare lontano, basta scegliere tra coloro che sono già stati scelti per farlo: Paolo Barberis e Stefano Quintarelli sono già al lavoro con ruoli diversi per realizzare questo compito, con il sostegno operativo di Alessandra Poggiani (*). Sarebbe la scelta più adeguata a un paese che deve rafforzare soprattutto il ruolo di chi deve lavorare in un contesto già difficile.

Se si sceglie un professore o manager rappresentativo dei digerati si possono andare a pescare moltissimi eroi della conoscenza e della realizzazione concreta di iniziative digitali. Basta sapere che in Italia per ognuno che si sceglie, in quei mondi, se ne scontentano mille.

Se proprio si sceglie un comunicatore, come la Lettonia, caso unico in Europa, ci si deve aspettare che parli: e se non vuole perdere la faccia di fronte al suo pubblico, il comunicatore tenderà a dire quello che pensa. A quel punto chi lavora per interpretare la linea del governo si troverebbe le priorità definite sui giornali o ai convegni dal comunicatore. E se per caso chi lavora non è d’accordo, il suo morale andrà sotto le scarpe. Anche perché in Italia chi lavora a queste cose dà una mano più o meno gratuitamente.

Forse è meglio che a comunicare si dedichi il governo e il suo capo, in modo che non escano sciocchezze. E certamente è bene che in questo campo si comunichi poco, si informi molto e si faccia ancora di più.

Così, tutti coloro che in giro per l’Italia fanno innovazione con tanta fatica e sentendo il vento contrario della conservazione si riconosceranno nell’azione del governo. Perché vedranno al lavoro persone come loro. Che parlano poco, lavorano molto e nonostante tutto ce la fanno. A quel punto diranno: we are the champions.

(*) Un sostegno decisivo. Nessuna visione del governo si trasforma in realtà senza un’interpretazione adeguata. Precisazione dovuta in un paese che si preoccupa molto delle parole e meno dei fatti. Ai quali in fondo è dedicato questo post.

Due notizie da mettere assieme. Due errori contrapposti. Facebook come servizio pubblico. Wikipedia come punto di vista privato. Le nuove istituzioni della rete vanno pensate meglio

La prima notizia riguarda Facebook che offre connessione gratuita in alcuni paesi africani ma limitando la navigazione ai siti e ai servizi che considera adatti. La seconda notizia è che Wikipedia è considerata parte dei siti il cui link può essere eliminato in nome del diritto all’oblio. Le decisioni in materia sono tutte prese da piattaforme private che fanno le regole per la vita delle persone nell’epoca di internet.

Attraverso internet.org, Facebook dunque offre connessione gratuita non a internet ma a una sua selezione di internet (Sole). Evgeny Morozov invita a riflettere su questa interpretazione pubblica della strategia molto privata di Facebook e tenta di smascherarne l’intento. Sta di fatto che Facebook è convinta che la sua idea sia corretta dal punto di vista pubblico e che porti valore alle popolazioni che non si possono permettere l’accesso pieno a internet.

Intanto, il Guardian fa sapere che un link a Wikipedia potrebbe essere eliminato da Google nel quadro di un’operazione di applicazione del diritto all’oblio: la Corte Ue ha imposto a Google di occuparsi delle esigenze di chi chiede l’applicazione di quel diritto e la società americana tenta di interpretare l’obbligo a modo suo. Google si è dotata di un gruppo di consiglieri indipendenti per far fronte a questo obbligo e Jimmy Wales di Wikipedia ne fa parte. Wales è ipercontrario all’eliminazione del link a Wikipedia da Google perché sostiene che l’informazione contenuta nell’enciclopedia è ottenuta legalmente e scritta accuratamente. Lo stesso si può pensare, peraltro, dell’informazione prodotta da molti giornali. Del resto la ratio dell’eliminazione dei link in nome del diritto all’oblio non è quella di censurare l’informazione ma quella di correggere l’immagine distorta che di una persona ricercata su Google può emergere dalla concentrazione di link negativi sulla prima pagina restituita dal motore di ricerca: quei link possono creare un’identità digitale distorta per una persona che ha avuto un guaio in passato e che lo ha superato, perché i link si concentrano sul guaio e non sulla sua soluzione. Ma Wales è convinto che lo spirito enciclopedico di Wikipedia non dovrebbe essere coinvolto da questa questione. Se Wikipedia è costruita per dare una storia equilibrata delle vicende personali di chi ne merita una voce, pensa Wales, non dovrebbe essere parte delle informazioni che vanno nascoste applicando il diritto all’oblio. Un’interpretazione del ruolo pubblico e super partes di Wikipedia che merita ascolto: ma che ogni singolo giornale o blog ben fatto potrebbe dichiarare applicabile anche al suo servizio. Non è questo il punto: il punto è che Wikipedia si è organizzata come un servizio pubblico, o almeno come bene comune. In questo, forse, c’è la differenza.

I grandi protagonisti della rete sono coinvolti nella strutturazione delle grandi decisioni sulla vita delle persone che usano la rete. Lo sono a livello pratico e lo sono a livello normativo. I termini e le condizioni di utilizzo dei loro servizi sono talmente indiscutibili e ignorati dagli utenti – a fronte dei vantaggi che le piattaforme offrono – da essere di fatto “leggi” imposte in modo relativamente arbitrario dai privati cittadini che le governano. Si adattano alle leggi nazionali e internazionali, ci mancherebbe. Ma le usano come meglio ritengono, giocando tra l’altro sulle differenze tra i diversi sistemi legislativi. E delle differenze si avvantaggiano, spesso, come avviene per esempio in modo evidente per quanto riguarda il fisco.

Se i governi e i parlamenti fossero capaci di dotarsi di una comprensione adeguata di internet e di una policy conseguente, se sapessero e potessero accordarsi per imporre un punto di vista democratico a un livello internazionale ed efficiente simile a quello nel quale si muovono le piattaforme, allora ci sarebbe da sperare nel loro intervento per rendere meno arbitrario il sistema normativo che di fatto – attraverso le piattaforme private – governa internet. Per esempio potrebbero dichiarare che le piattaforme usate da tutti possono essere considerate delle utility a forte valore pubblico e come tali devono comportarsi a vantaggio del pubblico prima che dei loro azionisti: e il pubblico apprezzerebbe, forse. Il problema è che non c’è molta fiducia in giro sulla capacità dei sistemi politici di generare norme efficaci e giuste che riguardano la rete.

Siamo nella situazione prevista da Lawrence Lessig nel suo Code. Le leggi le fa il software. La sfiducia nella politica impedisce di ritenere possibile e sensato un intervento democratico.

Che fare? Una Carta dei diritti non è fatta per regolare i cittadini: è fatta per regolare le istituzioni. Una Carta dei diritti internet non è un insieme di regole che le istituzioni impongono ai cittadini: è un insieme di regole che i cittadini impongono alle istituzioni per difendersi dalle loro decisioni arbitrarie, per dare linee guida alle istituzioni in modo che le loro decisioni siano prima di tutto rispettose dei diritti dei cittadini.

Chi sono queste istituzioni? I governi e i parlamenti, ovviamente. Ma non solo.

Nicholas Negroponte, incontrato ancora una volta all’epoca in cui giocava con la balzana campagna di marketing di un editore americano che chiedeva di assegnare a internet il premio Nobel per la pace, ebbe un’intuizione, come spesso gli succede: «Le grandi piattaforme e in grandi siti globali, come Google, Facebook, Wikipedia, vanno considerate come “istituzioni”». Perché? Perché fanno le regole della convivenza e sono i punti di riferimento stabili nell’organizzazione politica, sociale e culturale della vita in rete.

Una Carta dei diritti deve arrivare a regolare le istituzioni in modo che quando scrivono le leggi e il codice che regola la vita di chi usa delle persone all’epoca di internet rispettino i diritti umani, rispettino l’equilibrio tra i diversi interessi, rispettino la libertà di innovare garantita dalla neutralità della rete. Il copyright non può prevaricare il pubblico dominio. La privacy e la libertà di espressione non possono essere normate in modo che appaiano come interessi contrapposti. L’accesso non può essere garantito a scapito della neutralità. E ogni argomento che la legge normale già regola non deve essere sottoposto a leggi speciali per internet. Imho.

Le notizie degli ultimi giorni dimostrano che le piattaforme stanno facendo leggi e politica. Stanno scegliendo per tutti. E poiché offrono un servizio tanto efficiente, le persone accettano le leggi. Anche se non emergono da un processo democratico. Si può far meglio. Probabilmente partendo da un servizio pubblico altrettanto efficiente. E proseguendo con una forte azione di acculturazione internettiana del ceto politico. Con l’umiltà richiesta dalla grandezza del compito. Senza fuffa. Senza tifoseria acritica. Senza promozione esagerata. Ma con il forte e ragionevole ottimismo di chi sa che il futuro non è fatto da chi la spara più grossa ma da chi lavora per costruirlo. Questo è il senso del pubblico.

Vedi anche:
Il codice è codice
Chiose
Carta dei diritti all’epoca di internet