Agenda digitale, pagina uno

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Oggi anche l'agenda digitale è entrata ufficialmente nelle priorità del governo italiano (LaStampa). Reazioni come sempre contrastanti. C'è già chi dice che l'istituzione di una cabina di regia è troppo poco. E c'è chi dice che è troppo, almeno se c'è il rischio che poi non se ne faccia nulla. Ma il fatto è che ora abbiamo un governo con un'agenda digitale.

Il compito storico di questo governo è prendere misure fatte come dei binari sui quali viaggeranno anche i prossimi governi. L'agenda digitale è una roadmap, un impegno. Il punto è tradurla in decisioni visionarie e allo stesso tempo concrete.

Perché per favorire la crescita un governo può fare molto se riesce a stabilire alcune linee guida fondamentali abbastanza solide, sia dal punto di vista concettuale che dal punto di vista pratico, da poter diventare davvero un binario dal quale sia difficile deragliare in futuro.

È un libro tutto da scrivere, certo. Ma la prima pagina di questo libro è stata scritta oggi. Secondo me, questa è una buona giornata.

Vedi anche (per la serie "on the roadmap"):
E allora, l'agenda digitale - 20 gennaio 2012
Crescita: i progetti del governo - 8 gennaio 2012
e i precedenti:

Internet, tendenze come opportunità - 20 dicembre 2011
La falsa contraddizione tra rigore e crescita - 19 dicembre 2011
Agenda digitale in ritardo - 13 dicembre 2011
L'occupazione si fa con le start-up - 30 novembre 2011
Agenda digitale e roadmap - 23 novembre 2011
Vicoli e opportunità in Europa - 22 novembre 2011
Il migliore dei Monti possibile - 21 novembre 2011
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione - 16 novembre 2011
On the roadmap - 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani - 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011

Facebook: una conferenza stampa con NDA

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A quanto pare Facebook ha invitato un po' di giornalisti a una conferenza stampa chiedendo di firmare un Non Disclosure Agreement su qualunque cosa i giornalisti vedessero e sentissero che non fosse direttamente l'oggetto dell'annuncio previsto per l'occasione. (Kplu, Lnr, Romenesko). Ci devono essere state delle proteste perché poi la richiesta è stata ritirata.

Il caso è paradossale. Ma è vero che le aziende convocano talvolta di giornalisti per prepararli a comprendere le informazioni quando diventeranno pubbliche e chiedendo riservatezza. La pratica è diffusa nella scienza, dove l'embargo delle notizie è considerato normale per coordinare le uscite dei giornali che ne sono la "fonte" con la possibilità di comprenderle dei giornalisti e la programmazione dei giornali che le devono riprendere.

Si tratta comunque di cose da discutere, almeno un po'. Aiutano la collaborazione tra i giornali a comprendere i fatti ma almeno in parte riducono la concorrenza. Del resto, coltivare le fonti significa anche concordare con loro i tempi delle uscite. Difficile prendere posizioni nettissime e solo di principio in materia. Ma non si possono neppure abbandonare completamente i principi... Mi domando che cosa ne pensano i commentatori a questo blog...
Uno schema pubblicato dal ScienceMediaCentre della Nuova Zelanda mostra che, per quanto riguarda i tre principali gas-serra, le emissioni agricole sono superiori a quelle dell'industria (ma non alla somma di industria e trasporto).

Greenhouse-gas-emissions.jpg

Finora è andata così, mi pare. In Occidente, la battaglia legislativa per il controllo di quello che si pubblica in rete vive di un lavorio vagamente clandestino dei politici sensibili alle richieste delle lobby più attive in questo settore, che però prima o poi si traduce in proposte di legge ed emendamenti delle quali quasi sempre qualcuno si accorge prima che vengano approvate: questi dà l'allarme e genera una fiammata di attenzione nella rete fino a che le proposte sono accantonate o ridimensionate. E il processo ricomincia. (dopo Sopa, Pipa, Fava, ora si parla di Acta).

Ma nello stesso tempo, i governi intervengono costantemente su casi particolari. Ed è interessante dare un'occhiata al rapporto che Google pubblica in questo senso. Un rapporto esplicitamente incompleto ma comunque significativo. Nella sintesi non mi pare si parli di Wikileaks. Ma si parla di una richiesta americana per rimuovere un video relativo a comportamenti brutali della polizia che Google non ha rimosso. E si parla anche di un caso italiano sull'ex primo ministro. (Transparency Report). Ma c'è anche una mappa più completa.

I pagamenti rapidi accelerano la crescita

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Tra le misure importanti che il governo dichiara di voler rilasciare in tempi rapidi c'è il recepimento della direttiva europea che impone il pagamento delle fatture entro 2 mesi. (Sole)

Per le piccole imprese italiane è una grandissima boccata d'ossigeno. Ora fanno da banca allo stato e alle grandi imprese. In futuro, stato e grandi imprese non potranno imporre la loro forza contrattuale per dilazionare i pagamenti dovuti. E per le piccole imprese significa un aumento della crescita potenziale: ora in molti casi non si possono permettere di fare ulteriore fatturato perché non hanno i soldi per anticipare i pagamenti (fornitori, collaboratori, materiali, iva) in attesa che i clienti paghino. (Vedi: crescita)

Fantastico sarebbe: lavori e ti pagano senza tante storie. Senza dover sollecitare. Perché è giusto e basta. O perché è la legge... Ma il nuovo tribunale delle imprese servirà anche a snellire le pratiche per aiutare chi ha lavorato a farsi pagare se il cliente, eventualmente, non vuole?

ps. In un quadro di ottimismo per queste misure, continuiamo a citare la necessità di discutere l'assurda differenza dell'iva tra i prodotti editoriali cartacei, 4%, e gli stessi prodotti venduti online, 21%. (Vedi: perché?). E restiamo attenti alle misure per favorire l'energia di chi intraprende e l'avvio forte e chiaro dell'agenda digitale.

Noi e le piattaforme che modellano il web

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Non è che la tecnologia sia priva di conseguenze. La tecnologia ha una sua logica. Gli strumenti non sono solo oggetti a nostra disposizione e che noi possiamo usare bene o male, ma sono in un certo senso anche soggetti che influenzano i comportamenti, limitano il possibile, abituano a pensare in modo coerente con le loro caratteristiche. A meno che...

Con una certa malinconia, Euan Semple ha scritto su Twitter: «It's kind of depressing the degree that people's experience of the web and sense of what is possible is so shaped by Facebook». Euan conosce la rete molto bene. Ha contribuito a cambiare l'approccio della Bbc nei confronti dei social media. E poi ha lavorato per Nokia, World Bank e Nato. Ha scritto un libro eccellente: Organizations don't tweet, people do, per continuare la sua opera di diffusione della conoscenza dei media sociali, con un approccio, insieme, visionario e pragmatico. Eppure, avverte che una piattaforma modella l'evoluzione di ciò che si fa in rete. Che cosa gli manca?

Evidentemente vorrebbe una alfabetizzazione internettiana non riservata solo ai professionisti della tecnologia, che generi una consapevolezza comune: primo, conoscere ciò che ci induce a fare una tecnologia, per come è fatta e, secondo, sapere che si può contribuire alla sua innovazione. Come si diceva un paio di giorni fa, internet è una tecnologia in piena ebollizione innovativa quindi nel momento stesso in cui pone dei limiti induce a sperimentare tutte le strade possibili per superarli.

La domanda è: ci lasciamo modellare da ciò che esiste oppure tentiamo di modellare il futuro?

C'è qualche motivo per pensare alla possibile entrata in gioco di nuove piattaforme più adatte a incentivare comportamenti favorevoli a un'informazione di maggiore qualità, a una disponibilità maggiore al confronto costruttivo, alla solidarietà? È forse obbligatorio pensare che gli editori italiani possano al massimo usare bene le piattaforme esistenti invece di crearne una propria? È tanto insensato immaginare che un'iniziativa non basata in California possa conquistare il tempo e l'attenzione di milioni di persone nel mondo? Russia e Cina, Giappone e Corea, ci riescono. In Europa sembra si riesca a fare molto nelle fasi ideative ma poi gli europei passano in America per creare qualcosa di grande. Skype non è l'unico caso.

Ma su internet la storia non finisce in fretta. E poiché ogni piattaforma presenta vantaggi ma anche difetti c'è sempre spazio per ulteriore innovazione e per la ricerca di successi anche ambiziosi. È una strada aperta però solo a chi conosce davvero la tecnologia, sa immaginare le sue conseguenze, ha una visione di sistema e empatia per la società e le persone che dovrebbero adottare le innovazioni. Non è impossibile. Ma non è banale. È un impegno vero. Che si può prendere solo chi abbia finalmente capito che internet è una realtà importante.

Forse questo è la principale difficoltà italiana. Per qualche motivo in questo paese non si riesce ancora a comprendere fino in fondo quanto internet sia importante. Per la popolazione in generale, per la qualità delle relazioni, per le opportunità dei giovani, per la nascita di nuove imprese, per la produttività di quelle esistenti, per l'efficienza della pubblica amministrazione... Eppure non manca, anche in Italia, un dibattito sui limiti delle piattaforme internettiane attuali: perché non se ne tirano le conseguenze e non si parte nella creazione di piattaforme migliori?

Se esistesse (e non esiste) il manuale dell'innovatore, al primo capitolo ci sarebbe la spiegazione del fatto che per innovare occorre prima di tutto crederci. Lo scetticismo non aiuta. E nel caso di internet deriva soprattutto da una conoscenza superficiale dei limiti e delle opportunità che ci sono. Ma "non è mai troppo tardi".
La Apple ha il monopolio delle innovazioni che lei stessa ha introdotto e che il mercato ha acquistato con entusiasmo: e quindi fa profitti oceanici. Anche se non ha quote di mercato maggioritarie se non nei lettori di musica. Questo tipo di monopolio minaccia la concorrenza? Ovviamente no, ma se e solo se non impedisce ulteriore innovazione da parte di altri. 

Si direbbe che in un settore dinamico, l'idea di monopolio si riconfiguri: non soltanto come posizione di controllo nel mercato attuale, ma anche come posizione di controllo del mercato futuro. Questo potrebbe avere conseguenze più ampie di quanto non sembri a prima vista. Ecco alcuni appunti attorno a queste questioni complicatissime (almeno per me).

In un mercato tradizionale e poco innovativo, che quindi presumibilmente sarà simile a se stesso anche in futuro, il tema del monopolio riguarda le quote di mercato: se un solo soggetto controlla da solo tutto il mercato o ha una quota talmente enorme da poter influire in tutto e per tutto sul mercato allora è un monopolista. Può determinare i prezzi. E può sfruttare i consumatori. Se in un mercato di questo genere un operatore ne compra un altro e raggiunge una quota di mercato troppo estesa, l'Autorità Antitrust interviene e blocca l'operazione. In un mercato di questo tipo la concorrenza va direttamente a vantaggio dei consumatori e a svantaggio dei profitti degli imprenditori. Questo genere di monopolio si può ottenere sia con una grande azienda, sia con un accordo tra tutti i potenziali concorrenti: i sospetti in materia sono ricorrenti, dalle compagnie petrolifere alle banche; ma una situazione analoga a un cartello riguarda alcuni generi di professionisti come per esempio i notai, gli avvocati, i farmacisti, i giornalisti (come me), categorie almeno in parte considerate nel recente decreto liberalizzazioni del governo.

In teoria, in concorrenza, i profitti marginali sono zero. Chi fa profitti è solo chi è più produttivo o riesce comunque a innovare e mantenersi a una certa distanza dai concorrenti. Cioè si conquista una piccola porzione di tempo nella quale è monopolista e riesce a imporrre un prezzo diverso da quello degli altri, o nella vendita dei prodotti o nell'acquisto dei fattori. Il brevetto è un monopolio autorizzato anche nei regimi che si dichiarano favorevoli alla concorrenza perché si dice che serva a difendere quel vantaggio dell'innovazione per un periodo certo. Un innovatore fortissimo come la Apple usa tutti i mezzi per mantenersi a distanza dai concorrenti e arricchirsi per tutto il periodo che intercorre tra l'intruduzione della sua novità, il raggiungimento del successo e l'arrivo in gioco di forti concorrenti. Se dopo un certo periodo i concorrenti, da Google-Android-Samsung a Microsoft-Nokia riescono a fare telefoni che si confrontano con gli iPhone, li superano in qualche feature o magari hanno prezzi migliori, i profitti della Apple sullo specifico prodotto dovrebbero cominciare a contrarsi. E la Apple deve aprire un nuovo fronte, per esempio quello dei tablet, ricominciando il ciclo.

Oppure può essere tentata di mettersi a difendere le posizioni conquistate in passato con mosse tese a ridurre la capacità di innovare dei concorrenti o dei potenziali concorrenti. Oppure può tentare di sfruttare il suo temporaneo monopolio in un settore per conquistare una temporanea posizione dominante in un altro settore. La tentazione è forte, tanto che qualche volta ci sono cascati tutti: da Microsoft a Google, da Apple a Facebook. Hanno ridotto l'innovatività altrui comprando potenziali concorrenti e lasciandoli poi a languire. Oppure entrando con prodotti propri in settori che si sviluppavano sulle loro piattaforme e nei quali altri facevano profitti. Queste sono pratiche difficili da definire per le Autorità Antitrust. Se le acquisizioni non spostano molto le quote di mercato attuali, le Antitrust non riescono a dire che spostano le quote di mercato future bloccando l'innovazione. Un po' più facile per le Antitrust entrare in gioco quando devono contrastare un abuso di posizione dominante, la concorrenza l'attacco di chi domina un settore a un settore limitrofo. Tipicamente le aziende che vivono bene come piattaforme non dovrebbero lasciarsi tentare da queste pratiche: la loro ricchezza è la ricchezza dell'ecosistema che si sviluppa sulle loro piattaforme e di solito stanno bene attente a non avvizzire quell'ecosistema trasformandolo in una monocoltura. Insomma, il migliore Antitrust per i settori innovativi sembra proprio essere la convenienza stessa delle aziende, anche perché le Autorità faticano a intervenire.

Ok. E allora? Se si considera il termine monopolio come relativo alla situazione presente il caso dei notai e quello della Apple è molto diverso. I notai vivono in un mercato legalmente controllato da un, diciamo, "cartello". La Apple vive in un mercato competitivo. I primi fanno profitti controllando la loro quota di mercato, la seconda fa profitti innovando. Se non ci sono interventi di liberalizzazione nel primo settore e se non ci sono interventi per garantire la concorrenza futura nel secondo settore, i due soggetti non si considerano concorrenti. Se invece si liberalizzano certe categorie professionali e si lascia agli innovatori tecnologici la piena libertà di sfruttare in tutte le direzioni la loro innovazione, questi ultimi o il loro ecosistema potrebbero essere tentati di esplorare nuove possibilità aperte nei settori precedentemente protetti. Non ci sarebbe nulla di insensato nel tentare di inventare una app-notaio o un robot-giornalista nel caso che quei mercati si liberalizzassero davvero. Se infine le autorità riuscissero a liberalizzare i mercati tradizionali monopolistici e a impedire che gli innovatori indulgessero in strategie volte a impedire l'innovazione degli altri, ci sarebbe spazio per un notaio che, compreso il cambiamento storico che avviene nel suo settore, si mette a studiare e lancia una app che gli conquista una nuova prospettiva economica. Ovviamente sono casi paradossali usati solo per fare degli esempi. (Andrebbe altrettanto bene una cosa analoga tra giornalisti e piattaforme per la ricerca automatica delle notizie). Una misura di liberalizzazione in un mercato potrebbe essere anche accompagnata da incentivi all'innovazione che possono partire da quel mercato, magari proprio per renderla più comprensibile agli stessi appartenenti a quella categoria.

Non si sa se si riuscianno a trasformare gli appartenenti a categorie ex-protette in innovatori. Ma si sa che il futuro è degli innovatori.
Uno studio Deloitte registra che l'indotto di Facebook ha generato 232mila posti di lavoro in Europa nel 2011 e che ha aggiunto 15,3 miliardi al Pil europeo. Interessante notare questo contributo suddiviso per paesi. In Italia in particolare ha generato 2,5 miliardi di euro in più per il Pil, nel Regno Unito 2,6 miliardi, lo stesso in Germania. (via Venturebeat).

Non era scontato. Significa che, come si sa, l'Italia è fortissima su Facebook. Ma significa anche che la sua economia è abbastanza reattiva alle opportunità che si generano con il social network.

Applausi e commenti per Mafe

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Meritatissimi applausi della rete italiana per l'articolo di Mafe. La bellezza delle parole li rende più condivisibili. Come la poesia non si critica tanto quanto si sente, così queste 12 tesi di Mafe non hanno bisogno di veri e propri commenti. Casomai fanno venire voglia di seguire un pensiero laterale.

Un ramo dal quale può partire un pensiero laterale è l'ottavo: "In quanto abilitatore e non causa del cambiamento, i media digitali in quanto tali non sono belli o brutti, giusti o sbagliati, utili o pericolosi. Il tecnodeterminismo (di qualunque segno) è solo un escamotage per guadagnare il palcoscenico."

A proposito di palcoscenico. C'era un canovaccio per la commedia dell'arte che parlava della vicenda di un marito che uccide la moglie e viene portato in tribunale. Il marito si difende dicendo: "Non sono stato io. E' stato il coltello...".

Il tecnodeterminismo fa ridere in quel caso. E in quasi tutti i casi. Ma va ben compreso che cosa questo significhi. Uno può accoltellare con un coltello ma non può sparare. La tecnologia è anche il limite del possibile. L'innovazione, invece, è il superamento dei limiti del possibile.

Anche le piattaforme che si sviluppano su internet sono così. Uno ci può accoltellare la moglie o tagliare una mela. Offrono delle possibilità e dei limiti alle possibilità. In questo, incentivano a dei comportamenti e non ad altri. Questo non è tecnodeterminismo: è alfabetizzazione internettiana che non va riservata, nei limiti del possibile, ai professionisti, ma deve anche diventare un po' consapevolezza comune. Conoscere ciò che ci induce a fare una tecnologia, per come è fatta, è libertà e creatività. Anche perché...

Anche perché il bello di internet è che è una tecnologia in piena ebollizione innovativa quindi nel momento stesso in cui pone dei limiti induce a innovare per superarli.
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Le aziende hanno un modo tutto loro per spiegare a sé stesse la loro storia. Il bilancio, i conti, i numeri insomma. E nel ritorno degli investimenti sintetizzano il risultato - verificato e atteso - dei loro sforzi per costruire il futuro.

Ma accanto ai numeri ci sono sempre delle parole. Che hanno un significato. Riguardano le abitudini mentali di chi definisce il senso dei numeri e delle loro relazioni con la realtà. Le abitudini possono essere modificate, ma questo richiede tempo, attenzione, coraggio. Valori che servono soprattutto quando si deve innovare. E nel mondo dei social media, le aziende devono innovare le loro abitudini mentali. Altrimenti operano scelte sbagliate.

Il libro di Vincenzo Cosenza, Social Media Roi, aiuta a comprendere come cambia il senso delle parole che stanno accanto ai numeri che le aziende usano per raccontare a sé stesse la prospettiva che stanno costruendo e il rapporto che intrattengono con il mercato e il pubblico. Cosenza è un attento e stimato esploratore dei media sociali, ne conosce la forma reticolare e ne riconosce la natura speciale: generata dalle persone che li animano, dalle relazioni che intrattengono, dalla forma della rete che insieme producono.

Per le aziende che sono incuriosite dalle opportunità offerte dai social media e per quelle che hanno già un'esperienza con questa dimensione della comunicazione, il libro di Cosenza è una lettura importante.

Con un'avvertenza. Per comprendere i social media occorre certamente conoscere le caratteristiche delle piattaforme che li rendono possibili. Ma il fenomeno centrale non è meramente tecnologico. I social media sono essenzialmente le persone che li usano. Sono le persone e la loro rete che adotta le innovazioni proposte dalle aziende, non le aziende a imporre le loro innovazioni. Se le aziende non si sintonizzano su questa specifica modalità di comunicazione, se non sono disposte ad ascoltare le persone, non sono obbligate a impegnarsi nei social media. Se non hanno niente da dire alle persone, è meglio che non dicano nulla.

Faceboooh!

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Insomma, per continuare a usare Facebook ho dovuto mettere il numero di cellulare. Altrimenti restavo fuori. Non che sia una questione così decisiva, in fondo. Ma dovevo rientrare, se non altro che per uscire dai gruppi che mi iscrivevano senza chiedermi un consenso e che mi riempivano la casella di posta  :) ... Uhmm...

Grazie ai consigli e alla solidarietà dei commentatori:

Da buon utilizzatore di Facebook ancora non mi è apparso quel messaggio. Non credo che il social network utilizzi il numero di telefono per la pubblicità. Molto più verosimile (vera) la sua affermazione che così facendo non si creano nodi "falsi" nel grafo sociale del social network. Inoltre il recapito telefonico può essere utilizzato per autenticare la propria identità in situazioni in cui è necessaria una verifica "sicura", ad esempio durante il reset della password perché la si è dimenticata.

io sono uno dei pochissimi che ha messo volontariamente il suo numero di cellulare nel profilo (numero visibile solo agli amici, ma d'altra parte faccio amica solo gente che conosco di persona quindi non cambia molto la vita). SMS pubblicitari non ne ho mai ricevuti.

Anche Google, nella procedura di creazione di una casella di posta elettronica, chiede un numero di cellulare proprio per ripristinare l'accesso alla casella in caso di dimenticanza della password. Al momento non ho ricevuto sms pubblicitari se non quelli del gestore telefonico, che arrivavano già anche prima della registrazione a GMail.

Non utilizzo molto Facebook, forse per questo non ho ricevuto richieste né del numero di telefono né di riconoscimento delle foto.

Invece, mi è capitato di partecipare "parzialmente" ad un concorso, che per legge deve avere oltre alla pagina FB anche una modalità parallela di accesso.

In questo caso, la quantità di info da inserire nel db di Facebook è sconfortante !

Ho messo il numero di telefono per poter attivare la Timeline, nessun disturbo ricevuto.

Ho la visualizzazione ovviamente bloccata, neanche gli amici lo possono leggere.

Da un certo punto di vista, il telefono può essere effettivamente uno strumento per accertare l'identità dell'utente. Credo che i tuoi dubbi siano leciti Luca ma ritengo che in caso FB inondi di pubblicità i nostri numeri le autorità competenti interverrebbero quanto meno per inserire un opt-out. O, soprattutto, un'informativa adeguata.

Mi sembra troppo sporco farti inserire il numero per proteggerti dallo spam e poi inviarti pubblicità via SMS, che assomiglia terribilmente allo SPAM :)

D'altra parte, il numero è un sistema potente per integrare un giorno una funzionalità di chiamata e videochiamata. Non vedresti bene un bel bottone del tipo: "l'utente è offline, vuoi provare a contattarlo sul telefono?". Magari integrato con Skype o pagabile con i crediti di Facebook. Anche se la seconda via la vedo commercialmente poco attrattiva.

Il numero ormai lo vuole anche Google e spergiurano che nn lo daranno ad altri e non spediranno pubblicita. Tanto, hanno sempre loro il manico in mano. Prova a contestare quando ti cancellano arbitrariamente un video da YouTube.

No, non è affatto uno scambio equo.
Io ho risolto tramite una semplice procedura che, per ora, sembra funzionare:

http://goo.gl/W4Js6




 se FB vuole il nostro cellulare, dovremmo darglielo con una cifra in meno o una sbagliata. ma credo non capisca l'ironia



RT : facebuca.. ": perchè vuole invitarti a cena?"  E lo avranno di 800 mio di account? Brivido


 aprendo una pagina, FB ha voluto il mio numero per poter avere il nome utente nell'url. Profili verificati nuovo buisness?



RT  facebook vuole il mio numero di cellulare...



 perchè vuole invitarti a cena?



 Ci prova anche Google ogni volta. Se ti secca fai come me, semplicemente non darglielo.



 e noi non glielo diamo! Facebook e' davvero troppo invasivo



 Diabolico FB!!! non glielo do manco morto il cell, oppure ne invento uno falso (mmm:no!)... aspetto anch'io questa bella indagine



 da anni lo fa già google :-) Presumo sia legato alla riconoscibilità dell'utente per eventuali procedimenti giudiziari.



Paolo Graziani  -  non mi è ancora capitata, questa cosa (delle foto degli amici da riconoscere).
Ieri alle ore 08:59    
Foto del profilo di Alessandro Mencarini
Alessandro Mencarini  -  Google ha il mio numero di telefono per i controlli incrociati al login e per il recupero password. Su Facebook l'ho lasciato per l'invio di certe notifiche; cos'altro se ne fa non lo so, ma non ho mai ricevuto telefonate né SMS non sollecitati.
Ieri alle ore 09:12    
+1
   
Foto del profilo di Donatella Cambosu
Donatella Cambosu  -  non ho sufficienti competenze tecniche per capire se effettivamente fb abbia bisogno di tutti i dati personali che chiede, anche io li ho forniti, ma un pò da pecorona, la sensazione che ho non è piacevole, comincia a voler sapere troppo sugli utenti e in definitiva mi è diventato anche antipatico ....lentamente credo che lo abbandonerò ...
Ieri alle ore 09:57   
Foto del profilo di Carlo Gandolfo
Carlo Gandolfo  -  +Donatella Cambosu il problema purtroppo è che fb non abbandonerà i tuoi dati.
Ieri alle ore 10:19   
Foto del profilo di michele coppola
michele coppola  -  che poi se non erro anche google ti richiede il numero di telefono per verifica su alcuni servizi che offre. Quindi niente di nuovo sotto questo sole...
Ieri alle ore 10:29    
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Foto del profilo di Paolo Graziani
Paolo Graziani  -  A me google il numero lo chiede solo come "ulteriore", e facoltativa, misura di sicurezza per l'account di posta....ma sottolineo il "facoltativa".
Ieri alle ore 10:32   
Foto del profilo di Valentina Dal Mas
Valentina Dal Mas  -  +michele coppola e' vero per google, come facoltativo. a me fb pero' non ha mai chiesto il numero di telefono
Ieri alle ore 10:34   
Foto del profilo di Claudio di Gennaro
Claudio di Gennaro  -  neanche a me a dire il vero
Ieri alle ore 10:44   
Foto del profilo di michele coppola
michele coppola  -  nemmeno a me fb ha mai chiesto il numero di telefono, e cmq io l'ho fornito a google e non ho mai avuto problemi anche se, come avete fatto notare, c'è anche il sistema alternativo che non necessita di cell. Io non capisco determinate posizioni, la presenza su un social network (ma già la semplice presenza su internet) implica che i nostri dati personali e le nostre scelte sono monitorati e pubblici, quindi fornire un numero di telefono mi sembra sia il minimo oggi e cmq sicuramente non è una cosa per cui rimanere meravigliati o indignati. Ovviamente secondo il mio punto di vista, ognuno ha il suo ^^
Ieri alle ore 11:05   
Foto del profilo di marzia casagrande
marzia casagrande  -  sia Fb che Google+ mi hanno chiesto il numero... ma io non l'ho fornito e problemi non ne ho avuti. Cmq sia i dati personali che i "gusti" vengono già monitorati senza che ce ne accorgiamo :-)
Ieri alle ore 11:25   
Foto del profilo di bruna lanza
bruna lanza  -  e...se mettessimo il cellulare del nostro nemico.........sarebbe un'idea..........scherzo, ste' cose non si fanno.....peccato però
Ieri alle ore 11:37    
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Foto del profilo di Antonio Tuzzi
Antonio Tuzzi  -  è una settimana che per ognilink ora mi chiede un captcha e vuole il mio numero di telefono per rimuovere...
Ieri alle ore 11:55   
Foto del profilo di bruna lanza
bruna lanza  -  e tu ...dagli una sequenza di zeri.........tappagli la bocca con quello che vuole...solo numeri...tutti zeri
Ieri alle ore 13:10   
Foto del profilo di Paolo Graziani
Paolo Graziani  -  ovviamente Facebook sarebbe così stupido da accettare qualunque sequenza assurda di numeri, come un cellulare valido, no?
Ieri alle ore 13:18   
Foto del profilo di michele coppola
michele coppola  -  anche perchè ti manderà un sms con un codice di verifica...
Ieri alle ore 13:37    
+1
   
Foto del profilo di bruna lanza
bruna lanza  -  ah....il codice di verifica.........e allora...io cosa ho dato?........waw.........un detective...prego!
Ieri alle ore 13:51 (modificato)   
Foto del profilo di Elena Bibolotti
Elena Bibolotti  -  non darlo punto. non è obbligatorio skippa e vai.
Ieri alle ore 14:20   
Foto del profilo di michele coppola
michele coppola  -  date un detective al tipo, cosi magari invece dei puntini impara la punteggiatura...
Ieri alle ore 15:19    
+1
   
Foto del profilo di bruna lanza
bruna lanza  -  Michele scusami se ho urtato la tua sensibilità, starò più attenta per il futuro, ti chiedo umilmente perdono, non succederà più. Per farmi perdonare ti aggiungo la leggenda del Puntino Solitario:-C'era una volta un puntino che non voleva stare da solo, ogni volta che veniva usato piangeva tanto ma tanto che il suo inchiostro colava per tutto il foglio rovinando tutto lo scritto. Ecco, allora, la mano previdente associarlo sempre con altri puntini e da quel giorno lo scritto non fu più sbavato.
Ieri alle ore 15:44 (modificato)    
+1
   
Foto del profilo di michele coppola
michele coppola  -  ...

Dopo l'iniziativa Apple per l'editoria scolastica

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Una specialità della Apple è probabilmente quella di "pensare per sistemi" e posizionare i suoi prodotti e servizi in modo strategico in quei contesti. Il caso della musica è di scuola ormai: dopo cinque o sei tentativi davvero importanti e non riusciti di combinare il business della musica con la rete digitale condotti da aziende tecnologicamente molto avanzate, è stata proprio la Apple a trovare la soluzione. Con quel mix di servizio onlne e device mobili, di facilità e bellezza, di passione e governo del sistema che ha fatto dell'accoppiata iTunes-iPod il centro strategico del nuovo business della musica. In modo analogo ha funzionato l'accoppiata AppStore-iPhone nella telefonia mobile. E l'iPad cerca di essere qualcosa di simile in altri settori, tra i quali l'editoria scolastica (vedi un post precedente e la successiva discussione).

Ma ce la fa anche questa volta, la Apple? O ha sbagliato qualcosa?

Primo modo di vedere la novità. Un signore sa di poter insegnare molto bene qualcosa a qualcuno. E scrive un manuale, un libro di testo, un oggetto divertente e divulgativo. Mette insieme un po' di materiale di supporto, come foto e video, aggiunge un po' di sale, assembla il tutto con il software gratuito iBooks Author, si fa accettare dalla Apple per vendere la sua opera sull'iBookstore e guadagna il 70% del prezzo di vendita. Più o meno. Con un normale editore avrebbe tipicamente guadagnato il 10% o meno. Apple si impegna a combattere le duplicazioni della sua opera. Sembra l'inizio di una disintermediazione/reintermediazione. A meno che gli editori non riescano a far valere molto il loro apporto di garanti della qualità e di vendita nelle scuole. Peraltro, il prodotto dovrebbe apparire piuttosto bello sull'iPad, con costi limitati.

Secondo modo di vedere la novità. La Apple approfitta della sua favorevole posizione nel mercato dei tablet (meritatamente conquistata, per la verità) per costruire un mercato chiuso di libri di testo. Chi usi la sua tecnologia deve restare nella piattaforma Apple. Con una licenza che cambia profondamente il tipico modo di usare il software di produttività che stabilisce: se fai un libro con il software che ti regalo lo puoi regalare a tua volta, ma se lo vendi devi dare alla Apple una quota del guadagno. Un po' come se la Microsoft regalasse Word ma obbligasse tutti quelli che fanno soldi con i testi scritti in Word a dare una quota alla Microsoft. Le critiche sono state asperrime: da Dan Wineman a Ed Bott.

Le reazioni all'annuncio della Apple sull'editoria scolastica si sono girate progressivamente al pessimo. La Apple prosegue sulla strada di costruirsi un ecosistema tutto suo. Certo, si è conquistata la posizione di vantaggio nei tablet innovando prima e meglio di tutti gli altri. E ha interpretato il suo ruolo da un punto di vista sistemico molto intelligentemente. Forse ha chiesto troppo a chi è abituato a pensare alla tecnologia come un mezzo e non una piattaforma totalizzante. È pur vero che un autore può sempre assemblare la sua opera con iBooks Author e seguire le regole di Apple, ma riassemblare la stessa opera in altro modo e con altro software per commercializzarla in altro modo. Ma sta di fatto che i compratori di tecnologia non erano abituati a una licenza come quella di iBooks Author.

Quello che resta:
1. un vantaggio della Apple per la produzione di libri di testo innovativi, basato sul vantaggio della Apple nei tablet; ma questo vantaggio fatalmente si eroderà man mano che arriveranno a maturazione altre piattaforme (per adesso i concorrenti sono piuttosto indietro, ma Amazon incalza)
2. finalmente ha inizio la produzione di libri di testo adatti alla distribuzione e fruizione digitale con attento studio dell'interfaccia e alta fruibilità; si tratta di una strada molte volte tentata ma che questa volta potrebbe avere più chance di decollare
3. un aumento della libertà di manovra degli autori in cerca di un mercato internazionale e una rinnovata messa in discussione del ruolo degli editori.

Non sappiamo se la pessima impressione fatta dalla licenza Apple finirà per frenare il successo di quell'azienda. Ma sappiamo che l'annuncio della Apple potrebbe aver scatenato la verve innovativa in questo settore, sia degli autori che degli editori. Nell'editoria scolastica i costi di produzione cartacea sono enormi e il vantaggio industriale del digitale è evidente. Finora non c'erano gli strumenti per creare un mercato vero di queste soluzioni, ma con l'avvento dei tablet e dei mercati online la situazione è cambiata. La Apple forse non sarà per sempre al centro di questo nuovo settore, ma ancora una volta la sua visione lo ha descritto per tutti in modo attento alle varie sfaccettature del sistema. E ha aperto nuove opportunità per quel mondo che sta al confine tra la tecnologia e l'industria culturale, generando attenzione, curiosità e disponibilità all'acquisto nel pubblico.

Urban policy literacy

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The Storefront for Urban Innovation si propone di intervenire nei progetti orientati ad alimentare l'innovatività delle città con una metodologia che serva contemporaneamente a generare idee realizzabili e a coinvolgere la cittadinanza, allo scopo di diffondere una sorta di "alfabetizzazione" alla politica urbana. Questo anche perché quando un quartiere creativo viene rivitalizzato e risanato tende a "imborghesirsi" e a perdere valore culturale. È il tema della gentrification che appare come un tipico, quanto non voluto, effetto di una politica riuscita... (NextAmericanCity)

Sopa, Pipa e ora Fava

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Lo stillicidio di iniziative legislative che tendono a obbligare i provider o le piattaforme a fare i poliziotti per gli eventuali illeciti che gli utenti commettono usandole o a obbedire a chiunque chieda loro di intervenire direttamente sulle attività degli utenti - magari senza l'intervento della magistratura - continua come al solito anche in Italia. Quintarelli spiega la situazione. Scorza avverte che l'emendamento-Fava è passato in Commissione (anche su Wired).

Ma perché un privato qualunque che sente i suoi diritti violati dovrebbe potersi fare giustizia da solo sul web e non in ogni altro ambito delle attività economiche? Vogliono introdurre la legge del west nella legge del web?

Vedi anche:

Facebook vuole il mio numero di telefono

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Da un paio di giorni non entro in Facebook. Quando mi collego appare una pagina intitolata "Completa il controllo di sicurezza". Serve a chiarire che non sono un robot. E che non ho troppi account. "I controlli di sicurezza aiutano a mantenere Facebook un sito affidabile e privo di spam". Bene. E come fanno a mantenere Facebook un sito affidabile e privo di spam?

No. Non eliminano la quantità di messaggi e inviti a fare cose. Naturalmente non eliminano la pubblicità che non è spam. Non eliminano le cavolate. Del resto, quelli sono giudizi soggettivi. Eliminano chi non riesce a passare il test del riconoscimento delle foto. Ti piazzano sotto il naso delle foto prese dall'album degli amici (anche quelle che ritraggono disegni, immagini di fantasia e altro) e ti chiedono di scegliere a chi appartengono tra sei possibili nomi di amici. E questo per cinque volte. Non ti dicono quanti ne devi indovinare. E non ti dicono quanto tempo hai a disposizione. Sta di fatto che se non riesci a passare l'esame resti fuori. A meno che...

A meno che non dai a Facebook il tuo numero di cellulare.

È così facile. Gli dai il numero di cellulare e dimentichi il problema. Tutto torna normale. Salvo che loro adesso hanno il tuo numero di cellulare. Non sarà mica per darlo a qualche inserzionista pubblicitario? Ma no, non credo che sia così. Avete già ricevuto messaggi pubblicitari via sms? A me ne è arrivato uno che segnalava un'offerta "imperdibile" per farmi gli occhiali nuovi: come fanno a sapere che ho gli occhiali? Forse bastava guardare le foto che ci sono liberamente in giro via Google. Forse è un caso. Vabbè. Sta di fatto che Facebook vuole il mio numero di telefono.

Un piccolo sacrificio della privacy personale in cambio di un grande servizio di connessione con gli altri. È uno scambio conveniente?

Facebook è nel business della conoscenza dei fatti miei e nostri allo scopo di creare il grafo sociale mondiale. La costruzione culturale finale cui sembra tendere è la riproduzione delle relazioni delle persone in modo da servirne tutte le esigenze di comunicazione. Per questo occorre eliminare i doppioni e i falsi account. Il telefono non serve tanto per vendere il contatto, credo, quanto per togliere il rumore dal grafo sociale mondiale che Facebook sta costruendo. A che scopo? Personalizzazione, pubblicità, filter bubble. Per ora.

Sicuramente tra i commentatori c'è chi ne sa di più.

Libri - TOO BIG TO KNOW - David Weinberger

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More about Too Big to Know Il nuovo libro di David Weinberger, Too Big To Know, è di quelli che ti fanno venire l'impellente bisogno di parlarne già mentre lo si sta leggendo. Perché parte da un'intuizione che raccoglie le molte tensioni che si stanno sviluppando nel dibattito intorno alla relazione tra internet e la conoscenza e le indirizza verso un percorso costruttivo, umano, sensato. Weinberger riesce a tagliare fuori le posizioni polemiche senza dedicarci troppo tempo ma solo mostrando che i problemi si possono affrontare solo sviluppando un pensiero più grande. Il pensiero di un vero ricercatore, un esploratore della conoscenza, una mente aperta e che dimostra con la forza degli argomenti perché gli approcci ideologici e preconcetti, semplicemente, non ci bastano: perché se la conoscenza possibile è sempre più grande delle nostre conoscenze effettive il problema è imparare ad allargare il nostro modo per conoscere. E la rete, in questo senso, è uno sviluppo straordinariamente costruttivo. Certamente, dice Weinberger, genera il rischio di diventare molto più stupidi, ma offre anche la possibilità di sviluppare pensieri molto più intelligenti.

La rete è ovviamente centrale in quello che sta succedendo. Perché la conoscenza non è la somma dei libri che l'umanità ha prodotto e neppure la somma di tutti i testi di ogni genere, non è quello che sta nel nostro cervello e nell'insieme di tutti i cervelli umani: è un insieme ancora più grande che contiene anche le relazioni tra i cervelli, i mezzi che usano per espandere le loro capacità, le dinamiche che generano nuovi pensieri e ricordano quelli già pensati... Un insieme troppo grande per conoscerlo. La rete ha qualcosa a che fare con tutto questo. Anche se va compresa.

Come riassumere il succo del libro meglio di Jeff Jarvis - anch'egli entusiasta del libro di David Weinberger che a sua volta ha commentato la recensione dicendo che contiene le citazioni giuste?

Dice Weinbeger:
«As knowledge becomes networked, the smartest person in the room isn't the person standing at the front lecturing us, and isn't the collective wisdom of those in the room. The smartest person in the room is the room itself: the network that joins the people and ideas in the room, and connects to those outside of it. It's not that the network is becoming a conscious super-brain. Rather, knowledge is becoming inextricable from -- literally unthinkable without -- the network that enables it. Our task is to learn how to build smart rooms -- that is, how to build networks that make us smarter, especially since, when done badly, networks can make us distressingly stupider».

E più avanti:
«Knowledge now lives not just in the skulls of individuals. Our skulls and our institutions are simply not big enough to contain knowledge. Knowledge is now a property of the network, and the network embraces businesses, governments, media, museums, curated collections, and minds in communication.»

Riassume Jarvis:
«Knowledge until now was about creating and controlling scarcity. Up to now, says David, "[w]e've managed the fire hose by reducing the flow. We've done this through an elaborate system of editorial filters that have prevented most of what's written from being published . . . Knowledge has been about reducing what we need to know." But now, of course, information is abundant and only growing -- multiplying -- as we invent more ways to create and discover and capture and analyze and question. That's what freaks the old -- pardon my choice of word -- sphincters of information, the controllers and owners of it. This conflict erupted when Gutenberg invented the printed book and scholars feared we'd end up with too many of them. It emerges again now that Berners-Lee has invented the web.»

E così Jarvis richiama il finale:
«At the end, he examines the characteristics of the net and its knowledge: abundance ("The new abundance makes the old abundance look like scarcity"); links ("Links are subverting not just knowledge as a system of stopping points but also the credentialing mechanism that supported that system"); no need to get permission ("Let anyone publish whatever they want ... and the Knowledge Club loses its value"); publicness (somebody ought to write a book about that); and the unresolved nature of questions ("The old enlightenment ideal was far more plausible when what we saw of the nattering world came through filters that hid the vast, disagreeable bulk of disagreement"). "What we have in common," he concludes, "is not knowledge about which we agree but a shared world about which we will always disagree."»

Il libro ha generato una quantità di commenti e interpretazioni. Eccone tre:
Evgeny Morozov
Salon
Steven Poole
E poi ci torniamo (questa era una prima segnalazione dovuta all'energia intellettuale generata dalla lettura; ma quando l'avrò finita ne riparliamo).

Imparando dalla start-up nation

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Israele è il paese con più start-up per chilometro quadrato del mondo. Ed è anche il paese che attira più capitale di rischio destinato alle start-up tecnologiche del mondo. Ne parla l'Economist di questa settimana. Che tra l'altro cita il libro di Dan Senor e Saul Singer intitolato "The start-up nation" (2009): un sistema molto concentrato sulla predisposizione di tutte le condizioni più favorevoli alla creazione d'impresa. Difficile copiare un sistema con tante precondizioni positive, ma c'è comunque da imparare:

1. C'è un effetto-rete, compresa una logica di emulazione, che induce i talenti tecnologici a pensare di creare una start-up invece di aspettare di trovare un posto in un'università o in una grande impresa. Come si innesca questo orientamento?
2. Le precondizioni che attirano e generano i talenti tecnologici possono variare. In Israele sono legate all'immigrazione di tecnici, ai forti investimenti militari e alle connessioni con il capitale americano. Ma la generazione di competenze e la disponibilità di denaro possono essere accelerate in qualunque modo.
3. Il problema è creare un sistema nel quale sia molto facile e chiaro come creare un'azienda e ci siano una grande quantità di occasioni che fanno vedere come dalla creazione di un'azienda si possa ricavare un successo economico e intellettuale.
4. La grande forza trainante delle start-up in un paese piccolo con poca domanda interna è il collegamento operativo e concreto con i mercati internazionali. Questo va coltivato con precisione ed energia senza pari, perché è questa l'infrastruttura fondamentale che consente di rendere sostenibile il sistema.
5. L'approccio pragmatico è essenziale. Non si tratta di spendere soldi per sostenere start-up ma si tratta di investire nella generazione delle risorse che producono start-up in grado di stare sul mercato internazionale e attirare capitale più grande di quello che è stato investito. L'innesco dell'effetto-rete non si costruisce come i muri degli incubatori: si incentiva con i collegamenti al mercato, la visibilità dei risultati, la facilità di creare un'impresa, la disponibilità di mentor e servizi, l'innovazione culturale, il contesto comprensivo e favorevole.

ps. È chiaro che questo avviene per poli di aggregazione più che per investimenti a pioggia.
Come si sa l'iva è al 4% per i libri e i giornali cartacei e al 21% per gli stessi libri e giornali eventualmente venduti in digitale (un paio di riferimenti). Un codicillo dice che i libri venduti in supporto audio-magnetico per ipovedenti o non vedenti hanno l'iva al 4%.

Una misura interessante per rilanciare l'attività delle start-up che producono oggetti da vendere online potrebbe essere quella di rivedere l'iva in questo settore, nel senso di abbassarla?

Un argomento a favore di una forte politica a favore delle transazioni online si trova osservando che quando i pagamenti sono effettuati con carta di credito sono operati al momento dell'acquisto (dunque riducono ritardi e complesse procedure di riscossione) e sono meglio tracciabili (dunque tendono a ridurre l'evasione fiscale).

Vedi anche:
L'energia che serve per trasformare le liberalizzazioni in sviluppo
E allora l'agenda digitale

Summify e Twitter

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Twitter ha comprato Summify, una start-up nata in Romania e che si è sviluppata in Canada, il cui prodotto serve a riassumere in modo abbastanza completo un argomento che si è sviluppato sui social network per poi condividere il riassunto con i conoscenti anche per mail (il bello è che la mail si concludeva con un rassicurante messaggio che spiegava come su quell'argomento il lettore ora sapesse più o meno tutto ciò che era uscito di rilevante - in inglese la formula sintetica era "you're done"). Si tratta certamente di un bisogno sempre più sentito per cercare senso nell'insieme piuttosto convulso della rete. (GigaOm)

Con l'acquisizione i team che ha fatto Summify si sposta da Vancouver e San Francisco per lavorare a Twitter. E il prodotto viene chiuso. (AllThingsD)

Chi ha usato finora Summify è scontento della novità. Chi è venuto a conoscenza di questo prodotto grazie all'acquisizione non se ne fa nulla ma può aspettarsi qualche novità da Twitter nei prossimi mesi. Chi è interessato al mondo delle start-up può domandarsi come l'incubatore di Vancouver sia riuscito ad attirare il talento dei fondatori di Summify e di come abbia favorito il passaggio a Twitter.

In generale, si può osservare che il capitale, le persone e i prodotti, in rete sono risorse il cui valore si rimescola continuamente in rete. E guardare ai fatti con gli occhi dell'economia industriale è sempre meno adeguato per comprendere come stanno andando le cose nelle dimensioni più innovative dell'economia.
La bozza del decreto presentato dal governo sulle liberalizzazioni è un grande risultato di questa importantissima fase politica e offre mille spunti di riflessione.

Osservazioni. Grazie alla loro abolizione, si scopre che c'erano un sacco di vincoli all'impresa, talvolta incredibilmente bizantini: li conoscevano solo i pochi che ne traevano vantaggio. Con il decreto diventa più facile aprire un'impresa e cercare di trovare un mercato, il che è una premessa di ogni altra strategia. I giovani sono favoriti dalla riduzione delle barriere al cambiamento, anche se i loro genitori, che finora si sono protetti anche per il fatto di dover mantenere i figli precari, devono superare la paura del futuro e aiutare i figli a superarla (il che significa anche trovare i motivi per pensare che impresa non è lo stesso che fare il precario)

Nel confronto che si è aperto c'è un pensiero equivoco latente, che andrebbe superato: finora sul tema delle liberalizzazioni si contrappongono, da un lato, le categorie che vedono nei cambiamenti una grande minaccia e, dall'altro, la generalità della popolazione che vede nei cambiamenti un piccolo vantaggio. Il problema è far vedere a tutti un grande vantaggio di sistema a fronte di piccoli svantaggi di particolari categorie.

La crescita del prodotto e della produttività, la maggiore facilità di accesso al mercato per i giovani, la diminuzione dei momenti della vita economica nei quali l'autorità pubblica può intervenire per decidere qualcosa che attiene alla vita dell'impresa, sono elementi di un cambiamento di fondo che solo la visione di sistema può svelare. Le sue conseguenze non sono necessariamente una maggiore precarietà, anche se il periodo di cambiamento effettivamente alimenta le incertezze. Ma, in primo luogo, l'incertezza di sistema è peggiore. In secondo luogo, l'incertezza è anche opportunità (soprattutto se ci si rende conto che l'unica certezza che deriva dalla resistenza al cambiamento è la chiusura di ogni opportunità).

Ma tutte queste sono motivazioni vagamente astratte. Il punto è creare condizioni che rendano chiaro quanto sia ora più facile fare un'impresa e facilitare la nascita di imprese specialmente giovanili con ogni mezzo, informativo, formativo e organizzativo. In secondo luogo, si devono incessantemente creare occasioni per creare nuove imprese. Quindi, da un lato, mettere più facilmente le risorse a disposizione di chi vuol far nascere imprese, e dall'altro lato, aumentare la visibilità delle occasioni che si possono presentare o favorire.

È una lunga strada che va percorsa il più velocemente possibile. Si può fare solo chiarendoci le idee.

Conoscendo meglio come stanno le cose, abbandonando la paura di perdere posizioni che già di per sé si stanno erodendo, imparando dall'esempio di chi ha già compreso qual è la strada da imboccare, si pongono le condizioni mentali per superare la stanchezza di tanti anni di lento peggioramento del sistema e ritrovare l'energia necessaria per trasformare le liberalizzazioni in libertà e la libertà in azione.

Orgoglio e innovazione a scuola

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Una bella discussione su Twitter ieri, dopo l'annuncio Apple sui libri di scuola. Di certo non sappiamo come si svilupperà questa specifica soluzione, ma possiamo scommettere che attiverà molte energie. Tra queste ci saranno quelle degli editori, ma soprattutto quelle degli insegnanti avvertiti e appassionati del loro importantissimo lavoro, come ci saranno le iniziative e la disponibilità culturale e pratica dei giovani. Quanto al governo, si vedrà.

1h


   anche la biro bic nasce come tecnologia chiusa e proprietaria, importante è definire nuovi standard.

3h


   sante parole. Noi facciamo editoria anche per iPad e i 20 anni li abbiamo passati da un pezzo!

4h


  Il problema è dei formati proprietari. Un libro di carta lo posso sempre leggere, ma un e-book solo se è open.

14h


  non ci sarà nessun monopolio. questo è solo l'inizio...

16h


  Nessuna delle due spero. L'idea di testi scolastici in una tecnologia chiusa e proprietaria mi fa inorridire

16h


RT : la soluzione proposta da apple per i libri di scuola -   che ne pensi?

16h


  Ci sarà un nuovo spazio di espressione per gli alunni se gli insegnanti sapranno capire l'opportunità 

17h


  2 resterà quasi inutilizzato, come accade per U, nell'arcaico mondo dell'istruzione italiana.

18h


  ci sono nativi digitali che sanno bene cosa fanno e altri no. il punto ancora una volta sono le macro tendenze

18h


  spesso i "nativi digitali" sono veloci, ma non hanno idea di cosa fanno. Per sfruttare un ebook bisogna saperlo

18h


  al livello micro dipende dalle persone, a quello macro dai trend. e il trend è generazionale... ;)

18h


  io sono insegnante, ho meno di 40 anni e un iPad lo so usare. Alcuni miei alunni no. Dipende dalle persone. :)

18h


  non è un problema di competenze ma generazionale: la questione si porrà anche per i professori universitari ;D

18h


  Non sottovalutate gli insegnanti. Siamo meno tecnologicamente impediti di quanto si creda

19h


 e gli  dovrebbero essere forniti dal ministero delli'Istruzione giusto ?

19h


  In Italia? mah....

19h


 il punto è: ma saranno gli insegnanti a spiegare agli alunni come usare gli  o viceversa?

19h


la soluzione proposta da apple per i libri di scuola -

E allora, l'agenda digitale

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L'agenda digitale è un contenitore di misure e azioni che viene mantenuto ancora troppo al margine del dibattito italiano. Può darsi che a qualcuno appaia come una faccenda troppo tecnica. Ma il fatto è che riguarda uno degli aspetti del sistema che possono essere meglio connessi con la crescita. Sappiamo bene quanto tutti gli istituti di ricerca che se ne sono occupati colleghino l'aumento dell'accesso a internet in banda larga con l'accelerazione della nascita di start-up, con l'alfabetizzazione della popolazione, con la modernizzazione della pubblica amministrazione. E dunque con la crescita.

E allora che cosa aspettiamo?

Il punto è che non è facile prendere decisioni in un insieme così complesso di fenomeni e agire di conseguenza. Per gestire questa questione probabilmente sarà necessario semplificare. E soprattutto non centralizzare i processi, ma favorire l'azione intraprendente di tutti i possibili protagonisti.

Questo significa che occorre generosità intellettuale e pratica, da parte dei politici e dei privati. Occorre contribuire e facilitare, non solo le proprie azioni, ma anche quelle degli altri. Riuscendo nel contempo a mantenere una prospettiva unitaria del processo. Quest'ultima è una questione di leadership e di informazione.

Quello che forse si può fare è un elenco di misure semplici e chiare, fatte in modo che da quelle decisioni non si possa tornare indietro quando cambiasse l'aria politica. Perché gli imprenditori, i giovani e tutti i soggetti interessati possano scommetterci davvero. In relazione a banda larga, apertura dei dati, facilitazione alle start-up.

Ma forse occorre che il punto di partenza non sia tecnico e, invece, teso a raccontare le opportunità che si aprono. In modo trasparente e orientato all'obiettivo.

E l'obiettivo non è a sua volta tecnico: non è semplicemente la crescita (che è un effetto derivato, benché desiderabile in chiave finanziaria, pratica e di consenso) ma l'aumento delle possibilità dei giovani, la qualità della vita nelle città, la libertà di ciascuno di ricercare la propria felicità.

Come si diceva un tempo: ask not what the web can do for you, ask what you can do for the web. (Vale per i privati, per i politici, per le comunità... imho).

Annuncio Apple: iPad per imparare

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Phil Schiller, capo del marketing della Apple, ha dunque annunciato iBooks2, una nuova app per i libri di testo che promette di cambiare l'esperienza dell'apprendimento. I nuovi libri, pensati per usare a fondo le tecnologie comunicative del tablet, saranno in vendita sull'iBookstore. E i primi volumi saranno prodotti da Pearson, McGraw-Hill e Houghton Mifflin Harcourt. (via Gigaom)

vedi anche:
I libri di scuola stanno per cambiare
A proposito di libri di scuola
Ieri sera alla Digital Accademia, conversando di strategie editoriali con Mafe De Baggis, Sergio Maistrello, Filippo Pretolani, è venuta fuori una riflessione laterale. Che forse merita una sottolineatura.

Nel contesto delle innovazioni sottostanti alla grande trasformazione dell'editoria emergono un paio di novità concettuali che servono a porre il problema dei modelli di business editoriali in modo forse inatteso:
1. Marshall McLuhan e Bill Gates sono stati citati, in due occasioni distinte, come fonti di una osservazione: il denaro è una forma di informazione
2. Yochai Benkler, e altri economisti, hanno segnalato che l'informazione è un bene economico di tipo piuttosto particolare perché quando viene scambiato si moltiplica (non viene ceduto ma condiviso)

Ora: è chiaro che le due osservazioni, una accanto all'altra, generano un problema. Mentre, normalmente, chi cede un'informazione a un'altra persona, ne resta in possesso, chi cede una certa quantità di denaro, alla fine del processo, non ce l'ha più. Lo scambio di denaro non lo moltiplica. Ma se il denaro è una forma di informazione, che cosa genera questa differenza?

La domanda è rilevante per tutti coloro che pensano di voler trovare un modello di business per l'informazione. Perché se lo scambio riduce la scarsità di un bene - il che avviene quando nello scambio la quantità esistente di un bene si moltiplica - ogni scambio rende più difficile far pagare quel bene. Ma se uno scambio non riduce la scarsità del bene, il tema del pagamento si pone in modo tradizionale e facilita la definizione di un modello di business comprensibile. (Ritrovere un modello di business tradizionale nell'informazione non è certo il più importante degli obiettivi concettuali in questo settore ma resta pur sempre un problema - almeno di scuola - interessante: è possibile porre il problema dello scambio dell'informazione in rete in modo che ripercorra le modalità tradizionali dello scambio di beni materiali?).

Come fa il denaro a essere una forma di informazione che non si moltiplica quando si scambia? Anche quando è totalmente digitale? Non è il drm che salvaguarda l'unicità del bene, per esempio. E non è una particolare norma anti-pirateria (che comunque esiste). In realtà, è un sistema di servizi che connette l'informazione contenuta nel denaro alla persona che la possiede, al luogo in cui risiede, all'istituzione che la gestisce in tutto il processo dello scambio, al bene al quale si applica e allo scambio al quale corrisponde. Del resto, il denaro è un'informazione che si scambia ma in funzione di dare un'informazione su tutti gli altri scambi ai quali si può applicare una misura monetaria. E quindi tutti accettano l'astrazione secondo la quale non si può moltiplicare senza fare perdere valore a molte altre forme si scambio.

Si potrebbe applicare questo insieme di caratteri ad altre forme di informazione, diverse dal denaro e in un certo modo non misurabili con il denaro? Tipo il prestigio, la reputazione, la fiducia? Si tratta di informazioni che si applicano, per esempio, a scambi non monetari come quelli che stanno nel dominio concettuale del dono.

Mi pare che si potrebbe andare avanti con questa riflessione. Ma forse il suo sviluppo più fruttuoso non è quello orientato a far diventare le altre informazioni come il denaro, ma a far valutare meglio le informazioni che non sono il denaro e meritano che ad esse venga riconosciuto più valore.

Sopa è un errore

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La protesta mondiale contro la Sopa dimostra ancora una volta la leadership culturale dei modelli intelligenti come Wikipedia nell'ambito della discussione su come regolare i diritti sul web.

Sopa non va bene perché offre molte nuove armi a chi difende un'idea di copyright che non è messa in difficoltà solo dalla pirateria ma soprattutto dalla tecnologia digitale di per se e che continuerebbe a essere in difficoltà anche se malauguratamente passasse la Sopa. Con l'aggravante che gli editori potrebbero pensare che l'innovazione nel loro settore sia meno urgente e quindi potrebbero ridurre ulteriormente la loro disponibilità a innovare. Lasciando libero campo all'ulteriore crescita delle piattaforme digitali come Google, Facebook, Apple e Amazon.

Il copyright è un diritto importante. Ma il modello di business tradizionale degli editori basato sull'acquisto del copyright e la sua rivendita in modo esclusivo sulle loro tecnologie è in difficoltà. Perché le loro tecnologie sono in difficoltà e di conseguenza il loro modello di business.

Se gli autori non avranno più convenienza a vendere agli editori il loro copyright, cioè se gli editori non riusciranno a ritrovare una qualche leadership culturale per ripagare gli autori, questi cercheranno altri modi per vendere il loro copyright. Amazon è già un'alternativa. E altre piattaforme potrebbero diventarlo. La priorità degli editori non è difendere il vecchio modello di business ma innovare la propria tecnologie e il proprio modello di business.

La difesa del modello di business tradizionale degli editori, condotta con la logica della Sopa, ha peraltro conseguenze dannose sulla ricchezza della cultura, sulla creatività, sull'innovatività della rete. E quindi danneggia molto i cittadini, mentre non aiuta gli editori a migliorare. E quindi è una pessima idea.

Di editori intelligenti e innovativi c'è peraltro sempre più bisogno. Perché affidare tutto solo alle piattaforme digitali, come Amazon, Google, Facebook e Apple non farebbe bene alla cultura e alla creatività. (cfr: piattaforme private e commons). Imho.

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    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









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