Obama soccorre i sostenitori della net neutrality!

Lo aveva detto in tempi non sospetti. Il presidente Barack Obama capisce la net neutrality e la sostiene con forza. Ma dopo mesi di campagna per la prioritizzazione della rete condotta col supporto del capo della FCC – che è stato nominato da Obama – il dubbio di incoerenza cominciava a circolare. Ma il presidente ha parlato di nuovo forte e chiaro (Slate):

President Obama reaffirmed his “unequivocal support” for network neutrality. Network neutrality is the principle that phone and cable companies shouldn’t create an unequal Web—one with new Internet “slow lanes” for (almost all) websites and special fast lanes sold to billion-dollar giants like Facebook and Apple.

È un conforto per i 3,7 milioni di americani intervenuti nella consultazione lanciata dalla FCC. Per tutti gli internettiani. Per la libertà di innovazione. E anche per la Commissione per i diritti in internet della Camera italiana che ha sempre pensato alla neutralità della rete come un diritto umano.

Le lobby anti-neutrali – vagamente telco-centriche – avevano conquistato posizioni anche in Europa ai tempi della Kroes e della sua idea di mercato unico delle telecomunicazioni. La loro vittoria non è ineluttabile. Ma non è finita: e non si deve cedere un passo.

Vedi anche:
Power law e net neutrality
Neutralità della rete: perché è importante
Tim Berners-Lee e la neutralità
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Una critica del Garante della Privacy a Stefano Rodotà e colleghi della Commissione Bill of Rights

Un intervento sulla bozza di Dichiarazione dei diritti in internet di Antonello Soro, presidente del Garante per la protezione dei dati personali, dal titolo esageratamente critico rispetto al contenuto: Privacy e diritto all’oblio, la Costituzione di Internet così non va. In effetti contiene molti apprezzamenti e una sola critica forte.

Per altro verso, suscita più di una perplessità la formulazione in tema di diritto all’oblio contenuta nella Dichiarazione. Perché nel tentativo di adeguare il diritto a una realtà segnata da incessante e rapida evoluzione tecnologica, non bisogna sottovalutare le implicazioni di sistema che ha ogni nuovo istituto giuridico. Il documento prevede la legittimazione di chiunque a conoscere i casi nei quali altri abbiano ottenuto la deindicizzazione di propri dati personali (ovvero la sottrazione alla reperibilità, con i motori di ricerca, di notizie a partire dal solo nominativo dell’interessato, pur conservandole, nella loro integralità, nel sito-sorgente). Si dovrebbe quindi, evidentemente, pubblicare (sempre in rete?) un elenco dei soggetti che abbiano esercitato questa prerogativa. In tal modo un diritto, quale quello all’oblio – affermatosi come garanzia di una ‘biografia non ferita’ dallo stigma della memoria eterna della rete – rischierebbe, con un’eterogenesi dei fini, di rivolgersi nel suo opposto. E questo non mi pare condivisibile, dovendosi invece preservare la natura autentica del diritto all’oblio, che già di per sé consente di coniugare memoria collettiva e storia individuale; giudizio pubblico e identità personale.

La formulazione scelta per la bozza uscita dalla Commissione è questa:

Ogni persona ha diritto di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati che, per il loro contenuto o per il tempo trascorso dal momento della loro raccolta, non abbiano più rilevanza. Il diritto all’oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata, che costituiscono condizioni necessarie per il funzionamento di una società democratica. Tale diritto può essere esercitato dalle persone note o alle quali sono affidate funzioni pubbliche solo se i dati che le riguardano non hanno alcun rilievo in relazione all’attività svolta o alle funzioni pubbliche esercitate.
Se la richiesta di cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati è stata accolta, chiunque ha diritto di conoscere tali casi e di impugnare la decisione davanti all’autorità giudiziaria per garantire l’interesse pubblico all’informazione.

E’ una ricerca di equilibrio tra l’interesse di chi valuta superata l’informazione e ne chiede l’oblio e l’interesse generale di accesso all’informazione. Il diritto all’oblio riguarda l’indicizzazione nei motori di ricerca, non c’entra con le fonti primarie che continuano a tenere online le informazioni. Riguarda il fatto che i motori di ricerca, quando restituiscono i link su una persona, ne costruiscono l’immagine. Sulla base di algoritmi che sopravvalutano le cose più interessanti e non quelle importanti. Ma sapere che cosa è successo è comunque un diritto generale. E se uno vuole fare una ricerca su chi abbia rimosso i dati che lo riguardano deve comunque intraprendere un viaggio tra molti siti perché non può andare sul motore di ricerca. Certo, si potrà indurre qualcuno a incuriosirsi. Ma il lavoro necessario per soddisfare la curiosità non sarà leggero. Servirà piuttosto agli storici e a chi fa ricerche sapere chi ha scelto di avvalersi del diritto all’oblio più che ai guardoni. Anche perché le persone pubbliche sono relativamente fuori da questo argomento. Del resto, il ricorso al diritto all’oblio non dovrebbe essere una scelta troppo leggera. Perché dunque impedire l’informazione su chi ha scelto il diritto all’oblio? Certo, la ricerca di una norma equilibrata è difficile. Ma la soluzione non si trova guardando i fatti solo da un punto di vista. La consultazione potrà forse fare emergere altri punti di vista.

Vedi anche:
Promemoria. Lessig, la costituzione di internet e la regolamentazione

Promemoria. Lessig, la costituzione di internet e la regolamentazione

Come si è ricordato anche in passato, Lawrence Lessig, avvocato di cultura repubblicana, con una straordinaria storia di lotta per la libertà dell’accesso alla conoscenza, realizzata anche attraverso innovazioni fondamentali come la licenza creative commons ha scritto pagine da ricordare per il dibattito che si sta sviluppando intorno all’Internet Bill of Rights. Il suo contributo ha consentito di scoprire che la regolamentazione essenziale di internet è scritta nel codice e nell’architettura della rete. Nella riflessione sui diritti e la rete, l’alternativa esatta non è tra “regolamentare e non regolamentare”, ma tra “regolamentare a base di software e regolamentare a base di leggi”. E’ perfettamente chiaro che la politica delle leggine su internet è un pericolo per lo sviluppo della rete. Come peraltro è perfettamente chiaro – o lo sta diventando – che la politica delle grandi piattaforme extraterritoriali è una forma di regolamentazione di default per internet, solo in parte trascritta nei “terms and conditions”, molto più sottilmente implicita nel design e nelle strutture delle piattaforme: queste possono decidere quanto dare di privacy, quanto dare di interoperabilità, quanto dare di libertà di espressione.

IL punto di tutta la questione dell’Interet Bill of Rights non è dunque altro che l’emergere di un’esigenza “costituzionale”. Chi regola internet va regolamentato per salvaguardare l’equilibrio dei poteri: non può prevalere la logica delle lobby che governano la politica, come non può prevalere la logica del profitto privato extraterritoriale che governa le grandi piattaforme. Per questo serve una sorta di costituzione scritta in nome dei diritti umani, consapevole delle dinamiche specifiche dell’ecosistema internettiano. Lo sforzo compiuto dalla Commissione della Camera va in questa direzione. E non a caso è ispirato, come un po’ tutto questo movimento, dalla ricerca ventennale di Stefano Rodotà. Il suo risultato potrà essere migliorato con una consultazione e con il confronto internazionale che è già partito.

Ma il senso di questo post è semplicemente quello di ricordare che non si sta parlando di regolamentare internet: si sta parlando di regolamentare chi vuole regolamentare internet.

Ed ecco, a titolo di promemoria, quello che diceva Lessig.

Fin dai primi tempi del successo commerciale del web Lessig aveva maturato una intuizione. Con il libro “Code and other laws of cyberspace” e l’articolo per Harvard Magazine “Code is law” del gennaio 2000 – scritti al culmine della irrazionale euforia per la bolla delle dot-com – ha contribuito ad aprire una strada. Dice Lessig che in ogni epoca c’è un potere che minaccia la libertà e ci sono regole che la salvaguardano. La Costituzione è un insieme di regole pensato per impedire al potere federale di abolire la libertà degli americani. Il welfare è stato un insieme i misure per impedire al capitalismo di distruggere la libertà dei cittadini di vivere una vita decente. «La nostra è l’epoca del cyberspazio. E anche in quest’epoca c’è un potere che minaccia la libertà». Non è il governo. «Quel potere oggi è il codice: il software e lo hardware che danno al cyberspazio la forma che ha. Questo codice, o architettura, fissa le regole della vita nel cyberspazio. Determina quanto è facile proteggere la privacy, o quanto è facile la censura. Determina se l’accesso all’informazione è generalizzato o recintato. Influenza chi vede che cosa, o che cosa è monitorato». È un potere che non si vede se non lo si conosce.

A dimostrazione della sua straordinaria capacità visionaria, Lessig in tempi del tutto non sospetti, aggiungeva: «Il codice del cyberspazio sta cambiando. E questo cambiamento trasformerà il cyberspazio. Il cyberspazio era un posto che proteggeva l’anonimato, la libertà di espressione, il controllo individuale; diventerà un posto nel quale l’anonimato sarà più difficile, l’espressione meno libera, il controllo individuale confinato solo ai pochi superesperti». Quale sarebbe stato il percorso per questo cambiamento? E chi ne sarebbe stato protagonista? Per Lessig al fondamento della rete internet c’è un codice originario che ha conseguenze molto precise. «Internet originariamente è basata su un codice che implementa protocolli chiamati TCP/IP. Questi protocolli abilitano lo scambio di dati tra reti interconnesse. Questo scambio avviene senza che le reti conoscano il contenuto dei dati, senza conoscere chi invia i dati. Questo codice è neutrale in relazione ai dati, ignorante in relazione all’utente». Come conseguenza, in questa architettura, la singola persona è difficilmente tracciabile e lo scambio di dati è difficile da controllare: significa che per i governi è complicato regolamentare internet. Chiaramente questa difficoltà favorisce la libertà di espressione ma anche l’attività illegale: in un contesto autoritario ha la positiva conseguenza di difendere chi informa sui fatti; in un contesto criminale ha la conseguenza negativa di difendere chi commette illeciti. Lessig si chiede: che cosa ci possiamo fare? «Molti pensano che non ci si possa fare niente. Internet è così e non si tocca». È un approccio molto diffuso. Ma sempre più insostenibile. E non per motivi legali: per motivi che fanno parte integrante della stessa architettura della rete: «Ma nessun pensiero è più pericoloso per il futuro della libertà nel cyberspazio di questa fede nella libertà garantita dal sofware. Perché il codice non è fisso. L’architettura del cyberspazio non è un dato immodificabile. Altre architetture possono essere costruite sopra i protocolli internet di base. E queste nuove architetture possono rendere internet diversa e regolamentata in un modo diverso. Il commercio sta costruendo queste nuove archietture. Il governo sta aiutando. Insieme possono cambiare il carattere dell’internet. Possono farlo e lo stanno facendo». Se l’unica difesa della libertà è nel codice, dice Lessig, bisogna fare attenzione: perché il codice può essere cambiato. E quindi qualcuno lo sta cambiando. Generando forme di regolamentazione che non sono necessariamente desiderabili. E che comunque richiedono un pensiero.

Pubblicato nel 2000, questo articolo sembra scritto da chi ha visto il film dello sviluppo di internet negli anni successivi. Le piattaforme commerciali si sono sovrapposte a internet e hanno conquistato miliardi di utenti che non godono di alcun anonimato e i cui messaggi sono perfettamente controllabili. I governi hanno imparato a separare le reti nazionali da quella internazionale e le loro agenzie sono riuscite – come la Nsa – a raccogliere ogni genere di informazione su chi usa internet e su ciò che fa e scrive usando la rete. Le piattaforme e gli interventi governativi hanno completamente rovesciato la condizione di libertà che appariva il fondamento del protocollo TCP/IP per i cittadini che accettano di usare le piattaforme e che non sono capaci di aggirare le limitazioni e gli interventi delle autorità di governo. E in questo contesto, per i cittadini normali che usano le piattaforme e non si sanno o non si vogliono difendere dalle intrusioni del governo, la quantità di informazioni che può essere collegata alla loro identità e persona è enormemente superiore a quello che avveniva in contesti architetturali precedenti a internet. I cookies e le altre forme di raccolta di informazioni consentono di conoscere l’identità della persona, tutti i suoi dati anagrafici, tutte le sue attività, le sue preferenze anche le più intime, in base proprio a quello che le persone fanno volontariamente online, analizzando le attività e le interazioni con ogni genere di contenuto che si può pubblicare o ricevere in rete e con ogni tipo di relazione sociale che si può coltivare sulle piattaforme.

Il punto di Lessig è che quanto viene difesa la privacy o quanto viene infranta dipende dal codice. Chi scrive il codice scrive la regola. Può essere incentivato a scriverlo in un modo o in un altro dal mercato o dalla legge, ma sarà chi scrive il codice a decidere. Quello che conta, dunque, dice Lessig, sono i valori di chi scrive il software. E i loro valori diventeranno i valori che contano per le regole seguite da chi usa il software. I cavalieri dei bit agiranno in base a un codice d’onore o cederanno alla tentazione? «E noi dovremmo avere un ruolo nella scelta del codice, visto che questo codice influirà sui nostri valori?». Certo, si risponderà: dobbiamo avere un modo per influenzare le regole che il codice impone ai comportamenti delle persone. Ma chi e come decide? Molti pensano che si debbano lasciare andare le cose senza interventi governativi. Altri pensano a una pletora di decisioni che possono essere prese per intervenire punto per punto sui problemi emergenti. Probabilmente sono entrambe posizioni sbagliate. «La scelta non è tra regolamentazione o non regolamentazione. Il codice è una regola. Implementa dei valori. Abilita la libertà o la disabilita. Protegge la privacy o promuove la sorveglianza. Ci sono persone che operano delle scelte su tutte queste cose. Persone che scrivono il codice. Quindi la scelta non è “se regolamentare” ma se la comunità avrà un ruolo nelle scelte operate da chi scrive il codice».

Il riflesso condizionato che conduce a pensare che sia meglio che il governo resti fuori dalla regolamentazione di internet è un riflesso che nasce da un’ideologia diffusa secondo la quale il mercato o la tecnologia si autoregolamentano nel migliore dei modi possibile. Ma chi può dire che sia vero alla prova dei fatti? Il problema non è quello di limitare la libertà del mercato o della tecnologia. Ma di conoscere le conseguenze delle decisioni regolatorie delle aziende che scrivono il software. E cercare di mettere insieme un sistema che – come una costituzione – cerchi di mantenere un equilibrio tra gli interessi. Non c’è una soluzione preconfezionata chiara e semplice. Ma un approccio costituzionale è un modo per trovarla: Lessig suggerisce un sistema di equilibri in modo che la libertà di mercato sia salvaguardata e allo stesso tempo sia bilanciata dai valori definiti dalla comunità.

Una quantità di lavori di ricerca, di attività politiche, di discussioni tecniche si sono succedute a commentare l’evoluzione di internet e delle sue conseguenze sui valori e le regole che governano la società. Secondo Lessig non si può non tener conto di un nuovo soggetto “politico” fondamentale nell’epoca di internet: il potere dei programmatori e la forza regolamentatoria delle piattaforme che la programmazione sviluppa. Sono persone. Hanno interessi. Hanno valori. E sono manipolabili. Oppure possono manipolare. Il corollario è che che non esiste una deregolamentazione in questo settore, ma solo una scelta su chi sia chiamato a regolamentare. Forse non basta per risolvere il problema. Ma di certo lo pone in modo adeguato alla sfida posta da internet alla società umana.

Internet aiuta a trovare un lavoro, anche in Calabria

Secondo il Censis, anche i ragazzi in Calabria sono convinti che con internet aumentino le opportunità di lavorare. Il Jobs Act e il piano digitale dovrebbero andare nella stessa direzione e avere la stessa attenzione. E’ tempo di smettere di pensare a internet con cura. (Ecco qui sotto il comunicato)

Anche al Sud il lavoro è digitale

L’89,7% degli studenti calabresi, 16-18 anni, ritiene che Internet aumenti la possibilità di trovare lavoro. Il 97% partecipa ai social network

Roma, 9 ottobre 2014 – Il lavoro che verrà. Gli studenti, prossimi al completamento del ciclo di studi superiore – anche in una regione disagiata come la Calabria – pensano che l’evoluzione tecnologica avrà un impatto rilevante sul lavoro, e sulle loro chances di trovarne uno: l’89,7% reputa che l’innovazione in corso sia destinata a favorirli sul mercato dal momento che i nativi digitali hanno conoscenze e competenze che saranno sempre più richieste dalle aziende. Anche le modalità di occupazione cambieranno in positivo: il 73,6% dei calabresi tra i 16 e 18 anni pensa che le condizioni di lavoro miglioreranno, perché sarà possibile riuscire a conciliare meglio vita privata e professionale. E anche la propensione a fare impresa troverà con le tecnologie nuovo impulso, grazie alle opportunità offerte dalle tecnologie e dalla rete nel promuovere la nascita di nuove imprese.
L’immagine del futuro del lavoro «ad alta intensità di tecnologia» non è però tutto rosa e fiori: una discreta quota di studenti, il 53,4%, pensa che sarà sempre più difficile nel futuro riuscire a conservare un lavoro, perché la rapidità del processo innovatore accelererà l’invecchiamento delle competenze; e un altro 52,3% pensa che un maggiore impiego di tecnologie sarà comunque destinato a sostituire il lavoro dell’uomo con effetti rilevanti sugli stessi livelli occupazionali.

Le chance occupazionali e la rete. Il 45,8% degli intervistati ritiene la rete uno strumento oggi imprescindibile per alcune attività, mentre per il 9,9% il web rappresenta quanto di più reale e stimolante possa esserci non solo in termini di innovazione ma anche come vettore di sviluppo della propria vita sociale, della propria carriera lavorativa, della comunicazione.
Il diffuso interesse che i giovani calabresi hanno mostrato di fronte alla possibilità di svolgere un lavoro in rete assume forme e caratteri ben precisi, e a sua volta si canalizza verso profili professionali determinati. Ben il 21,9% dei giovanissimi è interessato a svolgere in futuro un lavoro in rete perché ne è profondamente appassionato, e con tutta probabilità cercherà di realizzare questa ambizione; ad esso si aggiunge un ulteriore 15,9% che non esclude a priori tale possibilità. Due i profili verso i quali converge il loro interesse: da un lato, la figura dello sviluppatore (24,9%), attualmente molto ricercata sul mercato e ambita specialmente dai ragazzi (32,6%), dall’altro lato, la professione del graphic designer (22,5%), che interessa di più le ragazze (44,5%).

Essere imprenditori in rete. La rete è forse la sola scintilla oggi in grado di riattivare il desiderio di mettersi in proprio, di indipendenza e creatività dei giovani più intraprendenti. A ben guardare sono proprio i ragazzi che si dichiarano interessati a svolgere in futuro un lavoro in rete che appaiono molto più propensi a scrollarsi di dosso i timori e accettare la sfida del mercato: il 48,5% di questi è interessato ad avviare in futuro un’attività in proprio e cercherà di farlo.

Questi sono i principali risultati della ricerca «Verso il Lavoro 2.0. Creare valore con le competenze in rete» realizzata dal Censis con il contributo della Regione Calabria, che è stata presentata oggi a Roma da Andrea Toma, Responsabile del settore Formazione e Innovazione del Censis, e discussa, tra gli altri, da Pippo Pagano, membro della Commissione Lavoro del Senato, Mario Caligiuri, Assessore alla Cultura della Regione Calabria, e Giuseppe Roma, Direttore Generale del Censis.

Internet delle cose emerge dalle startup

Secondo Gartner, per il 2017, il 50 per cento delle soluzioni relative alla internet delle cose sarà generato da startup che avranno meno di tre anni: cioè appena nate o che stanno nascendo in queste settimane… (Ecco qui sotto il comunicato)

Gartner Says By 2017, 50 Per Cent of Internet of Things Solutions Will Originate in Start- Ups That Are Less Than Three Years Old

Analysts Explore Major Business and Technology Trends at Gartner Symposium/ITxpo 2014 in Orlando
Gartner’s Maverick Research Sparks New, Unconventional Insights

ORLANDO, FL., October 9, 2014 — Makers and start-ups, not tech providers, consumer goods companies or enterprises, will drive acceptance, use and growth in the Internet of Things (IoT) through the creation of a multitude of niche applications, according to Gartner, Inc. Gartner predicts that by 2017, 50 per cent of IoT solutions (typically a product combined with a service) will originate in start-ups that are less than three years old.

Gartner defines “makers” as inventors, tinkerers and entrepreneurs who create and manufacture products using traditional tools and new digital design and rapid prototyping and manufacturing technologies. “Start-ups” are fledgling businesses that are often technology-focused and have the potential for high growth.

“Conventional wisdom is that the growth of the IoT is driven by large organisations. As is always the case, there is an element of truth in conventional wisdom and major consumer goods companies, utilities, manufacturers and other large enterprises are, indeed, developing IoT product offerings,” said Pete Basiliere, research vice president at Gartner. “However Gartner’s Maverick research finds that it is the makers and the start-ups who are the ones shaping the IoT. Individuals and small companies that span the globe are developing IoT solutions to real-world, often niche problems. They are taking advantage of low-cost electronics, traditional manufacturing and 3D printing tools, and open- and closed-source hardware and software to create IoT devices that improve processes and lives.”

Gartner’s Maverick research is designed to spark new, unconventional insights. Maverick research is unconstrained by Gartner’s typical broad consensus-formation process to deliver breakthrough, innovative and disruptive ideas from the company’s research incubator to help organisations get ahead of the mainstream and take advantage of trends and insights that could impact IT strategy and the wider organisation.

“Managers often assume the IoT is about business-to-business and business-to-consumer opportunities, relying on technologists within their enterprises to develop the necessary systems and connected items. However, these firms are slow-moving elephants that cannot react quickly to what is happening underneath their feet,” said Mr Basiliere. “Product development processes within most large enterprises are too ponderous and ROI-driven to produce anything but high-volume, lowest-common-denominator IoT objects. The result is the development of a low number of IoT uses that garner high amounts of revenue, while makers, start-ups and crowdsourcing efforts result in high numbers of low-revenue niche IoT applications.”

For this reason, senior management and emerging technology strategists within large organisations must transform their product discovery processes. Whether at consumer goods companies or in the healthcare, utilities, wireless, manufacturing or other vertical markets, managers must encourage makers within their organisations to develop IoT concepts. They must closely examine the output from these makers and check the feasibility of transferring the underlying ideas into their own organisations.

“Innovation is necessary for an organisation to sustain value over time and create competitive advantage. Yet in many organisations, the corporate culture and processes stagnate and harden, discouraging innovation as a result,” said Mr Basiliere. “In the meantime, makers and start-ups worldwide are charging ahead with identifying numerous, often niche problems and innovating solutions using IoT concepts. They will drive not only consumer and enterprise acceptance of the IoT, but also the creative solutions that organisations could not possibly discern, resulting in an “Internet of Very Different Things.”

Mr Basiliere cited the example of entrepreneurs and individuals who are leveraging the low-cost Arduino open-source electronics platform, entry-level 3D printers, and traditional woodworking and machine tools to build their own IoT devices. Gartner has found that these grassroots projects focus on managing and controlling devices in the home and are more focused on providing convenience (such as turning on the heat before you arrive home) than cost savings (the focus of enterprise-sector and public-sector IoT).

Similar to other technology advances historically, the growth promise associated with the early stages of IoT will lead to the creation and funding of a large number of start-up organisations that will manoeuvre to capture what they perceive to be early opportunities or overlooked product niches. This will lead to creative solutions and a wide range of products, many of which will fail in the market. Nevertheless, the process will lead to growth as the successful solutions are often consolidated by larger suppliers, and the overall market expands. As a result, makers enable people in underserved and niche markets worldwide — people who would not otherwise encounter the IoT offerings of large businesses — to experience and benefit from connected device.

“It won’t all be smooth sailing. Certainly there is no small number of factors working against makers and start-ups, whether they have an IoT offering or a more traditional product or service,” said Mr Basiliere. “Most small businesses fail within five years, and many of the ‘successful’ ones will be lifestyle companies that barely generate enough revenue to support an individual or family.”

Lo strano caso di Sondra Arquiett

Aveva un profilo su Facebook, Sondra Arquiett, con le sue foto. Ma non ne sapeva nulla. Lo aveva creato un agente della Dea americana che lo usava per compiere un’indagine nascondendo la sua identità dietro a quella reale della ignara signora (Buzzfeed)

Scoperto, l’agente viene difeso. L’idea, sembrerebbe, è che la sua indagine ha un valore superiore a quello della privacy e della sicurezza di Sondra.

Il senso della misura, il rispetto e la ragionevolezza sono superati in questo caso. Uno strumento come Facebook evidentemente fa venire in mente strane idee. Il social network dichiara che quello compiuto dall’agente è un abuso dei termini di utilizzo: così mentre la giustizia discute, Facebook applica la sua “legge” privata. Che si sovrappone a quella pubblica e in questo caso con conseguenze apparentemente giuste.

Vedi anche:
Codice è codice

Digitale europeo, neutralità e investimenti nella rete

Neelie Kroes ha lavorato con energia per il digitale in Europa. Il suo ultimo discorso è forte e accorato, non necessariamente del tutto coerente, come sul tema della net neutrality. Vedremo chi verrà dopo di lei che cosa farà. Il primo argomento in discussione è il mercato unico delle telecomunicazioni che è solo una parte del tema digitale.

La Commissione e i ministri delle telecomunicazioni sembrano intenzionati a portarlo avanti. Contiene una serie di obiettivi importantissimi, orientati a sostenere gli investimenti delle compagnie di telecomunicazioni, facilitazioni per i consumatori intorno ai temi del roaming, e alcune nuove regole. Molta parte del dibattito si concentra sulla revisione della net neutrality. Le telco sostengono che per investire hanno bisogno di entrate. E ritengono di potersele aggiudicare facendo pagare le piattaforme internet che vogliono un servizio prioritizzato. Una logica c’è: lo streaming video occupa un sacco di banda e riduce lo spazio per il resto. Deve pagare di più. Ma la logica finisce nel momento in cui questo diventa la richiesta di far pagare tutte le piattaforme che vogliono prioritizzazione, anche quelle che non richiedono particolare consumo di banda. Sarebbe la fine della net neutrality: se chi vuole avere un servizio prioritizzato può pagare e ottenerlo, chi non può pagare perché sta ancora sviluppando il suo modello di business è chiaramente penalizzato. Finisce che chi è già grande limita la crescita di chi è appena nato, anche se ha una grande e importante innovazione. Kroes per rispondere ha sostenuto che questa prioritizzazione non deve degradare troppo l’internet pubblica aperta e neutrale. Ma non ci sono modi per definire questa norma. Se le grandi società potessero si concentrerebbero sul fare tutto ciò che produce più entrate immediate anche a discapito di quelle eventuali future, come è probabile che accada se potranno decidere quanto “degradare” l’internet pubblica e quanto investimento dedicare all’internet prioritizzata: sarebbe una situazione molto difficile per la difesa dell’internet pubblica neutrale aperta all’innovazione imprevista di startup e nuove imprese. Che sono invece proprio quelle che producono occupazione e crescita.

Sarà meglio pensare prima alla rete pubblica e neutrale, difenderla e accrescerla: è lì che c’è occupazione, crescita, innovazione, miglioramento della qualità della vita, opportunità culturale. Se le piattaforme che occupano tanto spazio di banda vogliono una rete prioritizzata e le telco pensano di poter ripagare gli investimenti che comporta, potrebbero pensare a una loro rete che non si chiamerebbe internet perché non sarebbe neutrale, e dovrebbero investire insieme alle telco per crearla, separata chiaramente dall’internet. Internet a sua volta deve crescere come spazio pubblico della conoscenza, neutrale e libero: il luogo dove chi innnova non deve chiedere il permesso ai grandi. La net neutrality è – anche – una antitrust preventiva che garantisce la libertà per gli innovatori di fare concorrenza ai grandi incumbent. Imho.

Vogue annusa la Apple nel contesto della moda intervistando Jony Ive

Nessuno è profeta in patria. Ma ogni profeta ha bisogno di un contesto. Jony Ive, il designer della Apple, è stato intervistato da Vogue. Qual è la notizia? Il profeta o il contesto?

Nel mondo degli smanettoni, nel contesto della tecnologia, nell’antropologia dell’elettronica, uno come Ive si conquista un ruolo di leader culturale con i risultati. E i risultati di Ive sono indubbiamente straordinari. L’ho visto, insieme a Steve Jobs, dopo una presentazione: mi avevano invitato a dare un’occhiata con loro alle ultime novità delle terze parti che facevano casse e periferiche per l’iPod. Scaffali pieni di oggetti, alcuni sfavillanti altri banali. Si erano fermati a guardare delle Bose. E tra loro si scambiavano occhiate ammirate. Non mi chiedevano che cosa pensassi (e meno male!), volevano solo condividere con me la possibilità di guardare avanti sulla scorta dei prodotti che ci circondavano. Tutto l’ecosistema che era nato attorno al loro prodotto e che sperava di trovare un mercato in futuro era in quella stanza. Avevano il controllo, in un certo senso, anche se non avevano determinato nessun particolare di quei prodotti, salvo probabilmente la forma dei connettori. Avevano conquistato quella leadership con l’innovazione, la fascinazione, la forza intellettuale della loro visione. Il designer era una mente, abilitata dall’imprenditore, che sviluppava un gusto e una capacità realizzativa in un contesto ben preciso. Jobs e Ive si gratificavano tra loro e in relazione a quel contesto.

La visita di Vogue significa l’entrata di Ive in un nuovo contesto. La moda non è molto diversa, per la verità, ma ha i suoi leader culturali, i suoi designer e i suoi materiali, le sue dinamiche di sostituzione dei prodotti. Mentre la linea della tecnologia è – si potrebbe dire – esponenziale, la linea della moda è circolare, stagionale: il frame della prima è forse il progresso, il frame della seconda è certamente il gusto. L’incontro dei due contesti è un confronto.

Anche qui Ive deve conquistarsi una sua leadership. In esordio di intervista, Vogue sembra guardare dall’alto in basso Ive: “When you sit down with Ive, he is eager to chat — too eager, maybe, for the Apple time-minders who are always looking around for him — and will take a while to respond to a question, smiling as he says, ‘This is going to be a kind of oblique answer. . . .'”. Ma poche righe sotto, l’atteggiamento ironico dell’intervistatore si scioglie in una vaga ammirazione: “It may be easier to sneak into a North Korean cabinet meeting than into the Apple design studio, the place where a small group of people have all the tools and materials and machinery necessary to develop things that are not yet things”. Quando comprende che Ive ama fare cose materiali e non è un fanatico della tecnologia. Ma forse la svolta avviene quando l’intervistatore quando si accorge che l’Apple Watch – che ha potuto vedere qualche settimana prima del lancio! – è proprio un orologio. Vuole essere proprio un orologio e riconquistare il polso abbandonato dall’orologio in nome del fatto che l’ora ormai si legge sull’iPhone. Ive è adottato nel nuovo contesto. Il business è riconosciuto, la cultura è compatibile, il gusto è accettabile.

La notizia non è tanto che Ive abbia accettato una tale intervista con Vogue. La notizia forse è che venga adottato, che scompaia il timore dell’alieno tecno, che si accetti una parentela culturale tra la moda e la tecnologia. Condè Nast ha scelto un nuovo contesto per Ive, da Wired a Vogue. Ora un nuovo percorso si è concretizzato per Ive. Forse più difficile. Ma la Apple lo seguirà davvero anche qui? O penserà semplicemente a una nuova fase delle sue pubbliche relazioni? La pragmatica delle risposte aziendali non è sufficiente a rispondere, per un’impresa come la Apple. Pensare differente, anche in un nuovo contesto come questo, può richiedere una nuova profondità di lettura per operare da leader in un insieme di riferimenti diversi, in un sistema critico nuovo. Qui si può vincere o perdere per motivi che non attengono al buon funzionamento dei prodotti o alla loro innovatività tecnologica, ma per elementi come il suono del cinturino che si allaccia o per la stagionalità dei colori o per il capriccio di un maestro di buon gusto.

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Preconsultazione del tutto informale sull’interoperabilità delle piattaforme

La Commissione della Camera sull’Internet Bill of Rights avanza nel lavoro a velocità notevole. Le prime proposte saranno condivise presto e naturalmente sottoposte a consultazione. Sul lavoro della Commissione le informazioni non mancheranno e arriveranno dalle fonti ufficiali.

Tra i problemi appassionanti, trovo personalmente molto difficile ma molto giusto riflettere sull’interoperabilità delle piattaforme. Si era dato conto di questo dibattito anche su questo blog: È possibile la neutralità delle piattaforme?

Il punto è ovviamente trovare un giusto equilibrio tra il rispetto della libertà di impresa che deve consentire alle piattaforme ovviamente di decidere in che modo e se aprire le loro tecnologie all’interoperabilità e, dall’altra parte, le esigenze dei cittadini che hanno diritti di privacy, gestione delle identità, accesso ai dati e riutilizzo delle conoscenze e valori che loro stessi generano per le piattaforme?

Come si potrebbe formulare un equilibrio di questo genere in termini di proposta? Spero che qualcuno vorrà commentare, anche se capisco che è difficile, in questa preconsultazione non ufficiale e del tutto personale.. Ne farò buon uso.

Diritti umani e “robotici”

In un paese tanto sconnesso come l’Italia non ci rendiamo conto dell’eccellenza della nostra ricerca su argomenti che sembrano costruire il futuro e che di solito consideriamo appannaggio altrui. Nella robotica siamo invece dei costruttori di futuro. Per esempio la scuola di Pisa non perde colpi.

Questa settimana vengono presentati i risultati della ricerca RoboLaw. Il sito è una miniera di studi e conoscenze sull’organizzazione emergente e intelligente della società nei confronti della convivenza con i robot. Uno dei paper più recenti – Diritti umani, valori e nuove tecnologie. Il caso dell’etica della robotica in Europa (pdf) – è un esempio di attenzione in pieno spirito contemporaneo alla materia.

“Le nuove tecnologie rappresentano degli strumenti predisposti più che al dominio del reale, al dominio del sé, della soggettività. (…) Se pensiamo alle tecnologie NBIC (Nanotechnology, Biotechnology, Information technology, Cognitive science), le «tecnologie emergenti», ci accorgiamo che esse non producono cose, ma controllano informazioni necessarie per la riproduzione del reale, influenzando il senso del reale, attraverso la standardizzazione dei comportamenti e delle pratiche sociali, ma anche modificando l’immaginario e il rapporto che l’essere umano ha con se stesso.”

Questo cambia la prospettiva di coloro che ritengono la tecnologia come un semplice strumento che può essere utilizzato dalle persone. Gli umani usano la tecnologia, ma la tecnologia influenza gli umani.

“In virtù del controllo che esercitano sulle informazioni, le nuove tecnologie non rappresentano quindi solo forme di razionalità strumentale che definiscono il rapporto tra uomo e mondo, ma incidono anche su come sentiamo e pensiamo, e influenzano emozioni e giudizi. La vita di tutti i giorni a contatto con macchine e dispositivi è fatta di centinaia di gesti, dal linguaggio al comportamento, da cui traspare quanto le tecnologie entrino a far parte della soggettività. La tecnologia come strumento per raggiungere la felicità, per curarsi dalla malattia, per sconfiggere la sofferenza, per essere riconosciuti più belli e attraenti, sono tutte attese nei confronti dei prodotti tecnologici che li rendono oggetti di desiderio proprio per la loro capacità di mettere in relazione l’individuo con se stesso, di ri-creare un senso interrotto. È questa carica simbolico-affettiva della tecnologia, generatasi a partire dal bisogno umano di stare in rapporto con l’altro (e non da un mera pulsione individualistica e possessiva), che crea nell’uso delle nuove tecnologie i presupposti per nuove dipendenze patologiche (si pensi alla dipendenza da internet). Tecnologia e socialità; tecnologia e performance sportiva; tecnologie e creatività; tecnologia e identità; sono tutti binomi che mostrano quanto la tecnologia sia diventata determinate per la genesi della soggettività.”

Tutto questo aumenta l’urgenza di incrementare la consapevolezza di chi usa la tecnologia e di comprendere la responsabilità di chi la progetta, la insegna, la adatta alle circostanze della vita umana. Il paper è tutto da leggere.

Tra qualche giorno sarà presentato a Bruxelles il rapporto sulla ricerca pisana. Un comunicato stampa ricevuto in materia è un supporto veloce per avere un’idea del contesto pisano e della sua qualità. Eccolo:

Nell’ambito del progetto RoboLaw, la coordinatrice Erica Palmerini della Scuola Superiore Sant’Anna il 24 e il 25 settembre presenterà a Bruxelles le indicazioni delle linee guida europee sulla “regolazione” della tecnologia per garantirne lo sviluppo in conformità con i valori democratici

Robotica, arrivano le prime indicazioni etiche e giuridiche sull’utilizzo di veicoli autonomi, protesi, esoscheletri, sistemi chirurgici e per l’assistenza personale

PISA, 22 settembre. Le applicazioni robotiche saranno sempre più diffuse, lo sviluppo tecnologico non si arresterà e, dinanzi a questi cambiamenti la cui portata avrà un impatto rilevante sulla società, si sente la necessità di raccomandazioni di carattere etico e giuridico, come quelle arrivate dal progetto RoboLaw (FP7-Science in Society) coordinato da Erica Palmerini, docente di diritto privato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e sviluppato anche presso gli Istituti Dirpolis (Diritto, Politica, Sviluppo) e di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna. Il “diritto della robotica” diventa quindi più concreto – grazie al progetto RoboLaw appena concluso – e i cui risultati saranno presentati da Erica Palmerini e da Andrea Bertolini, assegnista del Sant’Anna, giovedì 25 settembre presso la Commissione Europea, a Bruxelles. Il documento, su cui verterà la presentazione, è il prodotto finale della ricerca condotta per il progetto RoboLaw. Le linee guida contengono raccomandazioni di tipo etico e giuridico per “regolare” l’uso di applicazioni robotiche come veicoli autonomi, robot chirurgici, protesi, esoscheletri, robot companions, cioè robot usati soprattutto per l’assistenza personale.
Questo del 25 settembre non sarà l’unico impegno della missione a Bruxelles per Erica Palmerini (nel 2013 fu l’unica italiana a ricevere, proprio per RoboLaw, l’“Oscar della tecnologia, a New York) e per Andrea Bertolini, i quali avranno occasione di presentare anche le “Guidelines on regultating robotics”, linee guida per la regolazione della robotica. Il 24 settembre, infatti, Palmerini e Bartolini davanti ai parlamentari e ai funzionari della commissione Juri del Parlamento europeo, competente per gli affari giuridici e legislativi, terranno il seminario “Upcoming issues of EU law”. In quella sede affronteranno i problemi posti dalla regolazione della tecnologia soffermandosi sui profili di responsabilità, standardizzazione tecnologica e disciplina, offrendo indicazioni su come l’Unione europea potrebbe intervenire per favorire lo sviluppo di alcune applicazioni e del relativo mercato in conformità con i valori democratici fondamentali che la caratterizzano.

Area Syriana

È finita che Area Spa ha pagato 100mila dollari (Bis) per aver venduto tecnologie per spiare online al regime siriano proprio mentre gli americani considerano di preudoallearsi con quel regime contro lo stato islamico. Un contratto da 13 milioni che il titolare dell’azienda di Vizzola Ticino, Andrea Formenti, non sapeva fosse illegale (Corriere).

L’America non è neutrale. Ma discute a fondo

La neutralità della rete è diventata un argomento di discussione importante in America, anche perché le nuove regole proposte dalla FCC la aboliscono e il numero delle persone che hanno scritto qualcosa per la consultazione in materia ha taggiunto i 3,7 milioni. Segno che almeno là non è considerato un tema tecnico ma di civiltà.

Un passo avanti è stato segnato con l’apertura del dibattito sull’eliminazione della diversa interpretazione della net neutrality su internet mobile e fissa. Anche il mobile deve aprirsi.

Si legge su Wsj, sito a pagamento: “Federal Communications Commission Chairman Tom Wheeler last week raised the possibility that the agency would subject broadband mobile to proposed “open Internet” rules.”

Intanto pare si sviluppi un compromesso generale sulla prioritizzazione. Non sarebbe più una corsia preferenziale per i servizi che pagano di più gli operatori, ma una scelta degli abbonati che pagherebbero di più per certi servizi purché prioritizzati sulla loro connessione (WaPost).

Ci si domanda se questa strada apparentemente più giusta non condurrebbe chi offre i servizi a pagare i consumatori perché comprino la prioritizzazione. Ma a occhio non sembra tanto intelligente. Commenti benvenuti.

Vedi anche
L’opinione della folla sulla net neutrality
Concentrazione e net neutrality
Net neutrality. Perché è importante

Google sa di me quello che io non sapevo

Imitando The Verge si può andare a vedere che cosa sa Google di noi. La famosa questione di quanto il motore di ricerca riesca a individuare gli interessi dei navigatori per proporre pubblicità mirata resta un tema interessante. Ma a quanto pare non ci prende molto. Lo diceva anche Maciej Cegłowski commentato tra gli altri da Ethan Zuckerman sull’Atlantic qualche tempo fa in un pezzo da leggere.

Ebbene, questi sarebbero i miei interessi:
Arts & Entertainment
Baked Goods
Beverages
Bicycles & Accessories
Books & Literature
Celebrities & Entertainment News
Coffee & Tea
Computer & Video Games
Cooking & Recipes
Crime & Justice
Cuisines
Dance & Electronic Music
East Asian Cuisine
Fast Food
Finance
Fitness
Food
Food & Drink
Humor
Hunting & Shooting
Mobile Phones
Movies
Music & Audio
Online Video
Pets & Animals
Pop Music
Rap & Hip-Hop
Restaurants
Search Engine Optimization & Marketing
Service Providers
Shooter Games
Social Networks
TV & Video
TV Comedies
TV Shows & Programs

Quello che colpisce non è tanto la minoranza di argomenti che mi interessano in questa lista. Direi che Google ci ha preso abbastanza nel 22% dei casi. Invece, devo ammettere che stupisce di più il fatto che abbia incluso argomenti che non mi interessano per niente e tanto meno in termini di pubblicità: il 57%.

In particolare non ho nessun interesse e anzi una certa repulsione per la caccia e i giochi sparatutto. L’unica cosa veramente esatta nella ricostruzione di Google è che leggo libri.

D’altra parte, per Google, Cegłowski è una donna mediorientale..!

Può essere consolante che tutto questo lavoro di sorveglianza dia risultati tanto sbagliati. D’altra parte Google mi chiede anche di aiutare a targettizzare meglio i miei interessi. Vabbè un’altra volta.

La popolazione mondiale crescerà anche in questo secolo

La demografia ha scoperto che contrariamente a quanto si è pensato per vent’anni la popolazione non raggiungerà un picco nel 2050 ma continuerà a crescere, arrivando a 11 miliardi con molte probabilità sul finire del secolo (Guardian)

L’Italia è bella ma non attraente

Un’inchiesta di Claudio Gatti sul Sole mostra lo stato di incredibile discredito che patisce l’Italia sui mercati dei capitali internazionali. Scrive Gatti:

“I numeri sono a prova di gufi e disfattisti: tra il 1994 e il 2013, l’Italia ha attratto Investimenti diretti esteri per un totale di 290 miliardi di dollari. Nello stesso ventennio, la Spagna ne ha assorbiti 567, la Germania 799, la Francia 823 e la Gran Bretagna addirittura 1.418 – quasi cinque volte più di noi.”

Nel solo 2013, il Regno Unito ha attratto 37 miliardi, l’Irlanda 36, la Germania 27, l’Olanda 24. L’Italia ha attratto solo 17 miliardi, come la Colombia (fonte, World Investment Report 2014).

Evidentemente è un tema complesso. Ha motivazioni di lunga durata, come il sistema di pregiudizi (ben meritati) sulla corruzione dei politici, la scarsa certezza del diritto, la criminalità organizzata, la disorganizzazione burocratica, la difficoltà delle regole sul lavoro, e così via. E ha motivazioni di breve: la durezza della crisi congiunturale, l’acutezza della difficoltà finanziaria, e così via. Ma non è un tema sul quale non si possa fare qualcosa.

Come dimostra la nostra inabilità a recuperare i soldi europei, siamo poco attenti a cogliere le opportunità offerte dai capitali internazionali. E a maggior ragione ci occupiamo poco di attirare investitori.

Lavorare sulle cause strutturali è un obiettivo obblicato, non solo per attirare capitali ma anche per vivere in un paese decente. Se ci è riuscita la Colombia a mettere in discussione i pregiudizi sulla criminalità, per esempio, perché non dovremmo riuscire noi?

Ma non è con un convegno che si affronta la questione. È cominciando a negoziare in pratica con i potenziali investitori, mettendo a disposizione un metodo per migliorare la nostra capacità di accoglierli. Non chiacchiere, ma relazioni operative. In ballo c’è anche una decina di miliardi potenziali all’anno. E una metodologia per modernizzare il sistema che farebbe indubbiamente bene alla filiera delle startup e dell’innovazione. L’alternativa è che i capitali internazionali ci trattino solo come territorio da predare, comprando marchi presigiosi e aziende in transizione familiare. Non c’è motivo perché non ci si pensi con energia e costanza.