La via più breve

Oggi in coda a un ufficio pubblico, uno di quelli senza il numerino che attesta l’ordine di arrivo, osservavo il comportamento di chi arrivava dopo di me. Chi arrivava dimostrava con i movimenti istintivi del suo corpo che il suo orientamento di default era quello di cercare la via più breve verso lo sportello. Poi, accorgendosi che in quel modo saltava la coda, si guardava intorno e andava a mettersi al suo posto per aspettare il suo turno.

Menti programmate per cercare non la strada giusta, ma la via più breve. Metafora dell’Italia.

Ma come fanno alla Siae…

Dopo Apple anche Samsung aumenta il prezzo dei telefonini a causa dell’aumento del contributo per la copia privata (DDay). La Siae si arrabbia. Gli autori fanno dichiarazioni. Il problema però è malposto.

Le domande cui dovremmo rispondere sono:
1. Chi trae vantaggio dal diritto di copia privata?
2. Chi lo deve pagare?
3. Quando deve aumentare il contributo per copia privata?

Avevo scritto un pezzetto su Nòva l’altro giorno in materia che offre qualche risposta. Riassumo:

La Siae se la prende con Apple perché ha riversato tutto l’aumento, più l’Iva, sul prezzo finale ai consumatori. Ma la critica non può non stupire perché, come si legge nello stesso sito della Siae: «La Copia Privata è il compenso che si applica, tramite una royalty sui supporti vergini fonografici o audiovisivi in cambio della possibilità di effettuare registrazioni di opere protette dal diritto d’autore. In questo modo ognuno può effettuare una copia con grande risparmio rispetto all’acquisto di un altro originale». Il risparmio avvantaggia il consumatore, dice la Siae: e dunque perché dovrebbe essere la Apple a pagarlo mantenendo invariato il prezzo finale e assorbendo il contributo in una riduzione del suo profitto? Se la copia privata è una possibilità offerta (ma obbligatoriamente tassata) al consumatore, sarebbe logico che a pagarla sia proprio il consumatore, non la Apple. Perché dunque la Siae supponeva il contrario?

Perché il consumatore, forse, non ha colto il vantaggio che gli è stato offerto. E non ha aumentato le copie private. Il contributo per uno smartphone è salito da 0,9 euro a una tariffa tra i 3 e i 4,8 euro (un aumento tra il 200 e il 450%): ma è difficile che le copie private crescano in tali percentuali, visto che le vendite dei brani da eventualmente copiare diminuiscono da 11 anni e solo nel primo semestre del 2014 si sono riprese, dice la Fimi, soprattutto per l’aumento dello streaming, mentre il download continua a diminuire (e non si fa copia privata dello streaming ma casomai del download).

Il consumatore non sembra interessato alla copia privata. E la Apple non c’entra. Chi dunque la deve pagare? La Siae si è detta disponibile a farsi carico di trovare iPhone a basso prezzo. Ora forse cercheranno anche Samsung a basso prezzo.

Intanto gli autori, confusi in tale labirinto, pensano giustamente solo al fatto che il contributo per la copia privata è un loro diritto. Non pensano a tutti i consumatori che pagano memorie che non useranno mai per fare copie private. Pensano solo a difendere il diritto d’autore come principio (il che è pienamente condivisibile) e non si curano dei modi attraverso i quali viene pagato (il che non è condivisibile).

Comunque ecco il comunicato degli autori:

“SIAE, linea dura su APPLE, REGALA IPHONE AGLI STUDENTI e apre ai consumatori
Paoli, Virzi’, Purgatori e Antonio Ricci, per l’equo compenso

La Siae fa scendere in campo la cultura italiana e attacca sugli aumenti dei prezzi dei telefonini. In un’affollata conferenza stampa convocata d’urgenza al Burcardo di Roma, il direttore generale della Siae, Gaetano Blandini, ha fatto il punto sulle iniziative sull’equo compenso per la copia privata che ha portato, dopo la firma del decreto Franceschini sull’aumento delle tariffe, a un aumento dei costi da parte di Apple per i suoi dispositivi.
“Abbiamo comprato 22 Iphone a Nizza – ha dichiarato Gaetano Blandini Direttore Generale di Siae -, per dimostrare a tutti come in Francia, nonostante l’equo compenso per copia privata sia molto più alto che in Italia, i prezzi siano inferiori rispetto a quelli del nostro Paese”. Provocatoriamente questa mattina Siae ha consegnato ad alcuni rappresentanti di Croce Rossa, Telefono Azzurro, Centro Sperimentale di Cinematografia, Accademia Silvio D’Amico, Associazione don Gallo, Conservatorio di Santa Cecilia, questi telefoni “per aiutarli nelle loro missioni”, ha spiegato il dg.
Un atto dimostrativo di Siae dopo il gesto eclatante di Apple che ha aumentato i prezzi degli smartphone indicando in fattura la dicitura ” tassa sul copyright” al posto di equo compenso. “Anche se oggi – sottolinea Blandini – la Apple ha ridotto il costo dei Mac ed eliminato la dicitura ‘tassa’”.
La Società Italiana degli Autori e degli Editori, in collaborazione con Federconsumatori, ha voluto riunire questa mattina autori, consumatori, associazioni benefiche e giovani studenti di cinema, di teatro e di musica per parlare del diritto d’autore e della cultura come strumento di crescita e di identità del Paese.
E a settembre Siae e Federconsumatori istituiranno un Osservatorio permanente sulla Copia Privata e sul Diritto d’Autore a tutela dei consumatori: una vera e propria svolta, anche a livello di comunicazione, nella strategia Siae che per la prima volta nella sua storia si apre ai consumatori.
“Io adoro Apple e uso i suoi prodotti, – sottolinea il regista Paolo Virzi – e non ho quindi nessuna visione apocalittica, ma credo che sia necessario mettere al primo posto i consumatori e che tutto il sistema (autori, produttori e distributori) debba avere un rispetto reciproco del proprio ruolo. Senza i contenuti degli autori quei bei telefonini sarebbero contenitori di plastica vuoti”. “Il decreto firmato da Franceschini sull’equo compenso è giusto adesso, il futuro è lo streaming legale ma bisogna tenere conto dei veloci mutamenti della tecnologia che ha sempre più bisogno della materia creativa. – conclude Virzi’ -. L’ industria culturale necessita di risorse perché solo in tal modo gli artisti possono essere liberi e dedicarsi alla loro arte. In un futuro senza cinema, musica, teatro avremmo una vita inservibile che non augurerei a nessuno”.
“C’è un attacco al Diritto d’Autore in tutto il mondo, ma il diritto d’autore è l’unico guadagno che gli artisti hanno – dichiara Gino Paoli -. La creatività è uno dei beni più grossi che abbiamo, e dobbiamo far capire alla gente che non è una tassa Siae ma un compenso legittimo all’autore come ha stabilito la Corte di Giustizia Europea in numerose sentenze”.
“Il problema della creatività e della sopravvivenza degli autori italiani – sottolinea Antonio Ricci -, è un tema cruciale. Nella televisione, a esempio, siamo invasi dall’indifferenza generale, da trasmissioni fatte di pesca nel fango, nudi e dipinti, il re delle torte, un livello di standardizzazione al ribasso. Il risultato è che i palinsesti sono pieni di trasmissioni che non hanno autori, ma servono solo da contenitori pubblicitari”.
“Questi signori delle multinazionali – afferma Andrea Purgatori- hanno degli scheletri negli armadi impressionanti, è il caso della vicenda Verbatim alla quale sono stati sequestrati beni e prodotti per 96milioni di euro proprio perché evadevano il pagamento del diritto d’autore, in tutti i caso queste multinazionali sono dei semplici assemblato ri di supporti di paesi prodotti nel terzo mondo e sono degli autentici speculatori”.
“Ci vuole forza, coraggio e libertà per sostenere questa battaglia culturale – dichiara l’On. Francesco Boccia -. La musica e il cinema sono stati i primi comparti ad avere il commercio elettronico e sono stati travolti dall’economia digitale che ha trasformato la vita nostra e quella dei nostri figli. Le risorse accumulate da queste società che vendono pubblicità sulla rete sono enormi, loro non pagano le tasse nel Paese in cui producono reddito. L’equità fiscale che io sostengo non deve essere vista come un freno allo sviluppo della rete”.
Francesco Avallone Vice Presidente Vicario di Federconsumatori ha concluso dicendo: “abbiamo fatto una class action contro Apple che non dava una garanzia di due anni su i suoi prodotti come prescritto dalle norme europee, abbiamo vinto e li abbiamo costretti a concederla. Adesso vogliamo portare all’attenzione del Consiglio Nazionale Consumatori -sede adatta per discutere di questi temi – i rappresentanti di alcune società tecnologiche per fare in modo che i device, che sono anche e soprattutto dei prodotti culturali, siano sempre più a buon mercato e con le giuste garanzie per i consumatori”.

Francesco Bernardini
Mn Italia per SIAE”

Chiose a valle dei post sul codice e l’algoritmo

Queste sono chiose e appunti di lavoro.

Belle discussioni a valle dei post recenti sul codice, l’algoritmo, la legge..

Luca Terzaroli da esperto di informatica e Carlo Blengino da giurista si sono soffermati soprattutto sul terzo punto del post sul codice e l’algoritmo. E da punti di vista diversi mi hanno detto che la progettazione della policy in un’epoca internettiana non può essere la digitalizzazione dell’esistente: come non essere d’accordo?

Terzaroli dice che la soluzione informatica deve essere rivoluzionaria.

Blengino dice che la legge e la sua applicazione non si può automatizzare.

Credo che abbiano ragione, paradossalmente, entrambi. La legge com’è non si automatizza e il progetto che ci possiamo porre deve andare oltre la sistemazione in digitale della legge che c’è.

Blengino dice che la legge si interpreta a partire dall’obiettivo che si pone: proprio come il software si progetta a partire dal risultato che deve raggiungere. E la capacità normativa del software è un fatto pacifico come sa chiunque stia dentro Facebook. Il problema casomai è come definire il dominio di applicazione di una soluzione basata sul codice informatico ai problemi della vita civile.

Viene in mente un’ipotesi (ipotesi): probabilmente si deve partire dalla soluzione che si vuole raggiungere e dall’analisi; poi si studia un’interfaccia utente-cittadino piacevole, funzionante, che facilita la comprensione del programma; infine si fa l’applicazione e la si fa girare sulla piattaforma standard, neutrale e interoperabile della comunità… (Approccio utopistico? Si potrebbe aggiungere che questo processo potrebbe semplificare alcune leggi: ancora più utopistico).

Controindicazione: ogni automatismo può essere hackerato e addirittua crackato: qualcuno ne approfitterà. Come peraltro fa già con le regole di adesso. Controindicazione: nei litigi tra persone i punti di vista e i rapporti di forze contano per interpretare le regole in funzione dell’obiettivo: vero, l’interfaccia può aiutare, la base dati può servire, ma alla fine giudici, avvocati e pubblici ministeri restano determinanti.

Non può essere un approccio buono per tutto.

Nel diritto penale non si dovrebbe tendere e neppure sperare in una situazione tipo “Minority report” (con la polizia che previene i delitti arrestando chi sta per commetterli): anche se non ci si può nascondere che i Big Data potrebbero indurre qualcuno in tentazione (se si pensa all’Nsa qualche idea viene in mente). I diritti umani sono il faro e a quelli occorre ispirarsi.

Ma nelle regole che riguardano l’amministrazione, l’apertura e la trasparenza, la semplicità e per quanto possibile l’automatismo sono valori connessi alla praticità e alla riduzione della corruzione. Nelle norme fiscali si danno alcune possibilità del genere e sono vagamente già esplorate. Nei registri scolastici e nelle regole d’uso della sanità qualche cosa si sta facendo. La fatturazione elettronica apre ad automatismi dei pagamenti della pubblica amministrazione che superano una pletora di vincoli burocratici.

Tutto questo è ipotesi e ragionamento aperto. Non completo assolutamente. Ma questi appunti erano dovuti soprattutto al valore dei commenti ricevuti. In puro spirito di condivisione di idee. E comunque sono idee che suppongono che il lungo post precedente sia stato letto… Mi scuso per questo.

L’idea base di quel post era: “Il codice è legge, l’algoritmo è regola, l’intefaccia è interpretazione.”

Carta dei diritti dei cittadini all’epoca di internet

La prima riunione della Commissione di studio per la redazione di principi e linee guida in tema di garanzie, diritti e doveri per l’uso di internet si è svolta ieri alla Camera dei Deputati con la presidenza di Laura Boldrini. Ne verrà fuori una Carta dei diritti dei cittadini che vivono in un’epoca nella quale internet è tanto importante per tutti. I diritti fondamentali sono sempre gli stessi, ma la loro concreta salvaguardia non può non tener conto di una realtà tanto pregnante che è diventata la rete. Che in parte li valorizza, in parte li comprime.

I filoni tematici proposti all’attenzione della Commissione da Boldrini sono:
1. garantire la neutrality e la trasparenza della rete
2. assicurare i diritti umani e le libertà fondamentali, in particolare sia il rispetto della dignità e della integrità della sfera personale di ciascuno sia la libertà di espressione
3. tutelare l’autonomia di ciascuno anche nella propria identità digitale e la riservatezza dei dati personali
4. garantire la cittadinanza in rete, attraverso l’accesso universale all’infrastruttura, l’apertura dei dati del settore pubblico e la loro libera utilizzazione nei limiti della legge e la fruizione da parte di tutti come mezzo di diffusione e condivisione
5. favorire la circolazione della conoscenza e dei contenuti in rete
6. promuovere la ricurezza in rete, sia essa di interesse pubblico sia essa di interesse individuale (ad esempio soggetti più deboli, a partire dai minori e i disabili)
7. promuovere azioni positive per l’educazione a internet e la tutela dei diritti.

Non mancano i punti di partenza dai quali trarre ispirazione. Dal Marco Civil al lavoro del Consiglio d’Europa su Human Rights for internet users. E sicuramente non manca la riflessione già da tempo avviata, soprattutto da Stefano Rodotà che è presente nella Commissione.

Le prime opinioni condivise in Commissione sono state espresse in un clima di fondamentale consonanza di vedute. Se si tiene la barra dritta sui diritti fondamentali e sulla loro affermazione “costituzionalista” si possono ottenere risultati interessanti. In effetti, la questione di base da risolvere è come riconoscere ciò che è specifico di internet. Occorre a parere di tutti, direi, sviluppare un lavoro di studio che possa eventualmente diventare normativo nelle sedi competenti evitando di ingerirsi in questioni particolaristiche, evitando suggerimenti centrati sulla forma specifica assunta in questo periodo da internet, evitando di intrappolare il discorso in temi troppo soggetti alle discussioni di moda. È un’occasione per fare un lavoro che si rivolga alla lunga durata, proattivo rispetto ai fenomeni, anche se ben consapevole dei fenomeni.

Ci sono alcune osservazioni – personali – che si possono fare a questo proposito:
- La maggior parte del tempo che le persone passano in rete è sottoposto alle regole imposte dalle grandi piattaforme composte di software-hardware-servizi che normano i comportamenti in base alle loro visioni del mondo.
- La rete neutrale è la massima garanzia per la libertà di innovazione e la sua salvaguardia non può essere lasciata alle forze del mercato e del capitalismo: la neutralità della rete è una sorta di antitrust preventivo contro l’occupazione di eccessive quote di mercato dell’innovazione che i grandi attuali possono mettere in atto; la neutralità della rete è la libertà di innovare senza chiedere il permesso ai grandi attuali.
- L’approccio fondamentale alla produzione normativa in materie collegate a internet deve essere un approccio rispettoso dell’ecosistema della rete, dunque orientato all’equilibrio tra gli interessi diversi e talvolta contrastanti; le decisioni multistakeholder dovranno cercare questo equilibrio, anche in presenza di stakeholder di dimensione e potere diverso tra loro.
- I diritti umani si fanno valere se ci sono organismi che li fanno valere e se i cittadini possono rivolgersi a organismi facili da usare che li possano difendere. È probabile dunque che con la Carta che eventualmente uscirà dallo studio della Commissione e dalle successive decisioni delle istituzioni competenti sarà anche formato un organismo che possa difendere i diritti così affermati.

Si tratta comunque di principi. Non di norme specifiche. E la Commissione è di studio, non produce norme. Il lavoro si annuncia intenso. E si può approcciare ragionevolmente solo con grande umiltà e un po’ di umano entusiasmo.

ps. Anche perché la complessità del lavoro è immensa. Negli ultimi giorni mi sono dedicato a qualche riflessione su temi che rasentano il rapporto tra codice software, codice giuridico, politica e policy. I primi tentativi di riflessione sono sempre un modo per porre problemi più che per fare affermazioni. La vita giuridica non si blocca facilmente in algoritmi, come insegna Carlo Blengino, e la vita del software non si limita alle intenzioni dei programmatori ma anche alle reali modalità di utilizzo come suggerisce Luca Terzaroli. Senza contare la grande questione della difficoltà di fare leggi che riguardino internet posta da Mante e altri.

Vedi:
Il codice è codice, la legge è software: la cultura digitale è un diritto
Matematica della distanza tra aspettative e realizzazioni. Le regole su internet
Chi vince piglia tutto: concentrazione, power law e net neutrality

Il pezzo di Fabio Malagnino: Se la cultura digitale è diritto, la conoscenza è patrimonio da organizzare

Il codice è codice, la legge è software: la cultura digitale è un diritto

Questo post è un po’ lungo…

L’approccio

Lawrence Lessig ha avuto l’intuizione fondamentale. Con il libro “Code and other laws of cyberspace” e l’articolo per Harvard Magazine “Code is law” del gennaio 2000 – scritti al culmine della irrazionale euforia per la bolla delle dot-com – ha contribuito ad aprire una strada:

lessig-column

“Every age has its potential regulator, its threat to liberty. Our founders feared a newly empowered federal government; the Constitution is written against that fear. John Stuart Mill worried about the regulation by social norms in nineteenth-century England; his book On Liberty is written against that regulation. Many of the progressives in the twentieth century worried about the injustices of the market. The reforms of the market, and the safety nets that surround it, were erected in response.

Ours is the age of cyberspace. It, too, has a regulator. This regulator, too, threatens liberty. But so obsessed are we with the idea that liberty means “freedom from government” that we don’t even see the regulation in this new space. We therefore don’t see the threat to liberty that this regulation presents.

This regulator is code—the software and hardware that make cyberspace as it is. This code, or architecture, sets the terms on which life in cyberspace is experienced. It determines how easy it is to protect privacy, or how easy it is to censor speech. It determines whether access to information is general or whether information is zoned. It affects who sees what, or what is monitored. In a host of ways that one cannot begin to see unless one begins to understand the nature of this code, the code of cyberspace regulates.”

E aggiungeva, a dimostrazione della sua straordinaria capacità visionaria:

“This regulation is changing. The code of cyberspace is changing. And as this code changes, the character of cyberspace will change as well. Cyberspace will change from a place that protects anonymity, free speech, and individual control, to a place that makes anonymity harder, speech less free, and individual control the province of individual experts only.”

Quale sarebbe stato il percorso per questo cambiamento? E chi ne sarebbe stato protagonista? Per Lessig al fondamento della rete internet c’è un codice originario che ha conseguenze molto precise. “The basic code of the Internet implements a set of protocols called TCP/IP. These protocols enable the exchange of data among interconnected networks. This exchange occurs without the networks knowing the content of the data, or without any true idea of who in real life the sender of a given bit of data is. This code is neutral about the data, and ignorant about the user”. La conseguenza è che in questa architettura è che la singola persona è difficilmente tracciabile e che lo scambio di dati è difficile da controllare il che significa che per i governi è complicato regolamentare internet. Chiaramente questa difficoltà favorisce la libertà di espressione ma anche l’attività illegale: in un contesto autoritario ha la positiva conseguenza di difendere chi informa sui fatti; in un contesto criminale ha la conseguenza negativa di difendere per esempio la pedofilia, la diffusione di materiali filonazisti e altro. Lessig si chiede: che cosa ci possiamo fare? “There are many who think that nothing can be done: that the unregulability of the Internet is fixed; that there is nothing we can do to change it; that it will, so long as it is the Internet, remain unregulable space. That its ‘nature’ makes it so”. E’ un approccio molto diffuso. Ma sempre più insostenibile. E non per motivi legali: per motivi che fanno parte integrante della stessa architettura della rete: “But no thought is more dangerous to the future of liberty in cyberspace than this faith in freedom guaranteed by the code. For the code is not fixed. The architecture of cyberspace is not given. Unregulability is a function of code, but the code can change. Other architectures can be layered onto the basic TCP/IP protocols, and these other architectures can make behavior on the Net fundamentally regulable. Commerce is building these other architectures; the government can help; the two together can transform the character of the Net. They can and they are”. Se l’unica difesa della libertà è nel codice, dice Lessig, bisogna fare attenzione: perché il codice può essere cambiato. E quindi qualcuno lo sta cambiando. Generando forme di regolamentazione che non sono necessariamente desiderabili. E che comunque richiedono un pensiero.

Pubblicato nel 2000, questo articolo sembra scritto da chi ha visto il film dello sviluppo di internet negli anni successivi. Le piattaforme commerciali si sono sovrapposte a internet e hanno conquistato miliardi di utenti che non godono di alcun anonimato e i cui messaggi sono perfettamente controllabili. I governi hanno imparato a separare le reti nazionali da quella internazionale e le loro agenzie sono riuscite – come la Nsa – a raccogliere ogni genere di informazioni su chi usa internet e su ciò che fa e scrive usando la rete. Le piattaforme e gli interventi governativi hanno completamente rovesciato la condizione di libertà che appariva il fondamento del protocollo TCP/IP per i cittadini che accettano di usare le piattaforme e che non sono capaci di aggirare le limitazioni e gli interventi delle autorità di governo. E in questo contesto, per i cittadini normali che usano le piattaforme e non si sanno o non si vogliono difendere dalle intrusioni del governo, la quantità di informazioni che può essere collegata alla loro identità e persona è enormemente superiore a quello che avveniva in contesti architetturali precedenti a internet. I cookies e le altre forme di raccolta di informazioni consentono di conoscere l’identità della persona, tutti i suoi dati anagrafici, tutte le sue attività, le sue preferenze anche le più intime, in base proprio a quello che le persone fanno volontariamente online, analizzando le attività e le interazioni con ogni genere di contenuto che si può pubblicare o ricevere in rete e con ogni tipo di relazione sociale che si può coltivare sulle piattaforme.

Il punto di Lessig è che quanto viene difesa la privacy o quanto viene infranta dipende dal codice. Chi scrive il codice scrive la regola. Può essere incentivato a scriverlo in un modo o in un altro dal mercato o dalla legge, ma sarà chi scrive il codice a decidere. Quello che conta, dunque, dice Lessig, sono i valori di chi scrive il software. E i loro valori diventeranno i valori che contano per le regole seguite da chi usa il software. “So should we have a role in choosing this code, if this code will choose our values? Should we care about how values emerge here?”. Certo, si risponderà: dobbiamo avere un modo per influenzare le regole che il codice impone ai comportamenti delle persone. Ma chi e come decide? Molti pensano che si debbano lasciare andare le cose senza interventi governativi. Altri pensano a una pletora di decisioni che possono essere prese per intervenire punto per punto sui problemi emergenti. Probabilmente sono entrambe posizioni sbagliate. Perché chi decide c’è sicuramente.

“Our choice is not between “regulation” and “no regulation.” The code regulates. It implements values, or not. It enables freedoms, or disables them. It protects privacy, or promotes monitoring. People choose how the code does these things. People write the code. Thus the choice is not whether people will decide how cyberspace regulates. People—coders—will. The only choice is whether we collectively will have a role in their choice—and thus in determining how these values regulate—or whether collectively we will allow the coders to select our values for us”.

Il riflesso condizionato che conduce a pensare che sia meglio che il governo resti fuori dalla regolamentazione di internet è un riflesso che nasce da un’ideologia diffusa secondo la quale il mercato o la tecnologia si autoregolamentano nel migliore dei modi possibile. Ma chi può dire che sia vero alla prova dei fatti? “For here’s the obvious point: when government steps aside, it’s not as if nothing takes its place. It’s not as if private interests have no interests; as if private interests don’t have ends that they will then pursue. To push the antigovernment button is not to teleport us to Eden. When the interests of government are gone, other interests take their place. Do we know what those interests are? And are we so certain they are anything better?”.

Il problema non è quello di limitare la libertà del mercato o della tecnologia. Ma di conoscere le conseguenze delle decisioni regolatorie. E cercare di mettere insieme un sistema che – come una costituzione – cerchi di mantenere un equilibrio tra gli interessi. Non c’è una soluzione preconfezionata chiara e semplice. Ma un approccio costituzionale è un modo per trovarla: “Our first response should be hesitation. It is proper to let the market develop first. But as the Constitution checks and limits what Congress does, so too should constitutional values check and limit what a market does. We should test both the laws of Congress and the product of a market against these values. We should interrogate the architecture of cyberspace as we interrogate the code of Congress”.

Una quantità di lavori di ricerca, di attività politiche, di discussioni tecniche si sono succedute a commentare l’evoluzione di internet e delle sue conseguenze sui valori e le regole che governano la società. Secondo Lessig non si può non tener conto di un nuovo soggetto “politico” fondamentale nell’epoca di internet: il potere dei programmatori e la forza regolamentatoria delle piattaforme che la programmazione sviluppa. Sono persone. Hanno interessi. Hanno valori. E sono manipolabili. Oppure possono manipolare. Il corollario è che che non esiste una deregolamentazione in questo settore, ma solo una scelta su chi sia chiamato a regolamentare. Forse non basta per risolvere il problema. Ma di certo lo pone in modo adeguato alla sfida posta da internet alla società umana.

Tutto questo svela due ordini di realtà piuttosto importanti.

Chi ritiene che il mercato sia in grado di autoregolarsi e non debba subire l’interento del governo può avere se sue ragioni sul piano economico, ma queste si fermano di fronte alla scoperta che il codice ha conseguenze normative: le scelte dei programmatori possono essere influenzate dalle logiche del mercato ma non ne sono completamente governate. Perché esiste una dimensione indipendente nella quale valgono i valori dei programmatori, le logiche evolutive della tecnologia, la stessa capacità di interpretare le conseguenze della programmazione sui comportamenti degli utenti. Anzi, questa dimensione non è ininfluente sulla struttura del mercato: la forza normativa del codice software entra in gioco e contribuisce a regolare, implicitamente o esplicitamente, le stesse relazioni di mercato, limitandone alcune e favorendone altre.

Analogamente, chi ritiene invece che il governo debba intervenire per dare una voce democratica alla regolamentazione dei comportamenti umani nel mondo della rete dovrebbe tener conto a sua volta del fatto che il codice ha conseguenze normative. In una certa misura, si può dire che le leggi scritte sulla carta hanno conseguenze mediate dalla tecnologia. La tecnologia, si scopre, ha conseguenze normative autonome e in qualche caso indipendenti dalla lettera delle leggi. Un po’ come la qualità della burocrazia influisce sulla qualità dell’applicazione delle decisioni del governo, così la qualità del software influisce sulla qualità dell’applicazione delle norme decise dal governo. E così come la capacità della burocrazia di interpretare interessi e momenti storici è importante nell’applicazione delle decisioni politiche, allo stesso modo l’interpretazione normativa del codice è importante per comprendere quanto e come le norme politiche saranno davvero efficaci.

Di fronte a tutto questo, la storia ci dice che i governi democratici tendono a subire l’influenza delle lobby finanziarie e ad essere limitati nella loro azione da una conseguente ideologia economicista. Da questo punto di vista gli spazi di manovra per gli interventi regolamentari da parte dei governi sembrano essersi ridotti di fronte alla libertà d’azione della finanza e, grazie agli spazi così aperti nelle normative, le piattaforme tecnologiche di maggior successo si sono rese fondamentalmente autonome dagli stati: dal punto di vista fiscale e dal punto di vista normativo, quasi fossero repubbliche – o imperi – indipendenti.

Ma non è la fine della storia. Forse perché la storia non ha fine. La politica ritorna in mille modi a farsi sentire: nel confronto tra le potenze globali, tra le democrazie occidentali, il nazionalismo russo, la partitocrazia capitalistica cinese, le diverse interpretazioni politiche dell’islam e così via; nella gestione delle tensioni sociali che emergono durante la grande trasformazione che pervade le vecchie economie dominanti che lasciano spazio alle nuove economie emergenti; e nell’invenzione continua di innovazioni anche politiche che emergono dalle profondità dell’internet originaria, ancora generativa e relativamente libera.

La politica

Il codice è legge, l’algoritmo è regola, l’intefaccia è interpretazione. Questo è quanto abbiamo appreso dall’evoluzione del dibattito sul tema posto da Lessig.

Byung_Chul_HanAndrebbe letto il libro di Byung-Chul Han “La società della trasparenza”: il filosofo coreano che insegna a Berlino discute con straordinaria lucidità del mito della trasparenza e lo accosta all’ideologia della perfetta circolazione della moneta, alla concezione efficientista della tecnologia dell’informazione, alla società dell’apparire. Ne emerge una critica fortissima del mito secondo il quale la trasparenza è giusta, bella e vera di per sé. Un’argomentazione da discutere ma che lascia il segno. E andrebbero letti mille altri contributi, sulle conseguenze della rete, comprese quelle politiche. Come per esempio il libro di Antonio Floridia, “La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi” (Carocci 2012), oppure Stefano Rodotà, “Il diritto di avere diritti” (Laterza 2012, segnalazione), o addirittura per chi abbia tempo in eccesso, il libro dell’autore di questo testo “Media civici” (Feltrinelli 2013). Ma la bibliografia è sterminata. Non è possibile ricostruire tutto in poche righe. Ma si può scegliere. A partire dalla premessa: Il codice è legge, l’algoritmo è regola, l’intefaccia è interpretazione.

In un contesto nel quale le regole fondamentali poste dalla legge del software sono strutturali, cioè vagamente simili a forme costituzionali, il primo passo è quello di individuare i modi con i quali la politica consapevole, se non addirittura democratica, riprende una libertà di manovra e una capacità di influenza sul modo con il quale la società prende decisioni che riguardano i fondamenti della convivenza.

In assenza di politica, la tecnologia pone le sue regole. E le regole dei media sociali influiscono sulla convivenza in un modo molto preciso. Facebook, la più diffusa piattaforma per il social networking, sceglie di condurre le persone che la usano a connettersi sulla base della regola del “mi piace”. Ogni volta che si dichiara che un post “mi piace” la selezione viene registrata e un algoritmo che funziona di default sulla piattaforma fa in modo che le prossime volte che si entra su Facebook le prime informazioni che si vedono sono quelle postate da persone alle quali in passato si è dato un “mi piace”. Poiché il tempo che si passa sulla piattaforma non è infinito, le prime informazioni sono probabilmente molto più viste di quelle che apparirebbero andando avanti nella lettura: alla lunga ci si connette prevalentemente con le persone alle quali si è fatto “mi piace”. Questo algoritmo è un filtro contro l’eccesso di informazione. Comodo, gradevole e con importanti conseguenze. Si formano secondo Eli Pariser (“The filter bubble”) delle bolle mentali e sociali all’interno delle quali le persone incontrano solo persone simili a loro, per curiosità, interessi, ideologie. E’ un modo divertente di socializzare e piuttosto gratificante perché come i “mi piace” si danno, in queste bolle è probabile che i “mi piace” si ricevano. Ma non è necessariamente un buon modo per prendere decisioni che abbiano una valenza politica per una popolazione.

In effetti, le decisioni politiche si prendono anche insieme a chi non piace. Anzi il problema è proprio questo: come costruire regole “costituzionali” che servano a decidere con gli altri cittadini che non hanno necessariamente le stesse opinioni ma secondo un metodo legittimato da tutti. E a questo proposito sta emergendo una nuova ondata innovativa per la generazione di piattaforme che abbiano questa funzione, fatte con un condice, delle regole e un’intefaccia che favoriscano comportamenti adatti a svolgere questa funzione.

Fino a che al di sotto delle piattaforme più utilizzate dalla popolazione connessa in rete esiste sempre una internet neutrale resta possibile l’emergere di nuove piattaforme governante da nuove regole. Nelle profondità della rete, programmatori e innovatori continuano a costruire forme diverse di interpretazione della realtà e dunque nuove opzioni di convivenza connessa. Comprese quelle che riguardano i modi con i quali le società prendono decisioni politiche. E i primi segni di questo lavoro stanno conquistando lentamente il loro posto in rete. Dopo i media sociali, potrebbe essere ora dell’avvento dei media civici.

Le soluzioni in proposito non mancano. Uno studio offerto al Senato della Repubblica Italiana dalla Fondazione Ahref ne ha fatto una sintesi in uno studio che si trova online: I media civici in ambito parlamentare. Liquid Feedback, IdeaScale, Civi.ci e molte altre piattaforme si stanno affacciando all’attenzione delle istituzioni che cercano modi per rigenerare la loro relazione con la popolazione e rivitalizzare la democrazia. La ricerca che li conduce è consapevole del fatto che il codice è legge, l’algoritmo è regola e l’interfaccia è interpretazione: il che significa che i comportamenti degli utenti sono influenzati – spesso profondamente – dalla forma delle piattaforme. La civicità di quei comportamenti è il risultato probabile del design di quelle piattaforme, oltre che di molte altre cose relative al contesto storico e geografico nel quale vengono applicate. L’adozione di quelle piattaforme da parte delle popolazioni nelle loro relazioni con le istituzioni non dipende certo solo dalla forma delle piattaforme, ma di certo le conseguenze di quell’eventuale adozione sono precise per quanto riguarda il comportamento delle persone e dunque la qualità delle decisioni che prendono.

I media civici tengono conto, implicitamente o esplicitamente, di regole che riguardano il modo con il quale le persone si informano, si scambiano opinioni, aggregano le opinioni in istanze operative, votano per mettere in ordine di priorità le loro istanze e confrontano le istanze con i vincoli posti dalla realtà per verificarne la compatibilità per ritornare a generare informazioni e riaprire eventualmente il ciclo. Si danno media civici usati da popolazioni o gruppi che intendono auto-organizzarsi e si danno media civici usati per riqualificare la relazione tra le popolazioni e le istituzioni o addirittura i partiti e le aziende.

Quello che importa sottolineare è che le regole dei media civici sono regole strutturali che influenzano le decisioni. Quindi se la tradizione costituzionale viene presa in conto si possono ispirare i programmatori a costruire piattaforme che per regola tendano a generare comportamenti equilibrati nello scambio di informazioni, nella proposta di opinioni, nelle discussioni per organizzare le istanze, nella qualità della relazione tra le priorità desiderate e le compatibilità storiche vincolanti. Un equilibrio che riguarda la salvaguardia delle minoranze, l’efficacia dei sistemi decisionali, la qualità della documentazione che serve alle informazioni, la condivisione sui vincoli che definiscono le compatibilità, e così via. Non esiste ancora una piattaforma che faccia tutto questo. Ma la strada è segnata e non è detto che sarà mai serviva da una sola piattaforma.

Ma un fatto è certo: queste nuove proposte emerse dalle profondità della rete e dalla sua qualità generativa non potrebbero innovare il panorama socio-politico se l’internet non fosse neutrale, come diceva Lessig, rispetto alle persone e alle idee che fa circolare. E senza regole politiche non esisterebbe alcuna motivazione per pensare che internet possa restare neutrale, o che tenda ad essere facilmente accessibile a tutti. Gli incentivi di mercato, le esigenze delle grandi corporation capitalistiche, o altre forme di influenza sull’evoluzione dei valori e delle decisioni dei programmatori che fanno le piattaforme potrebbero benissimo fare evolvere la rete verso una condizione di accesso non universale a una internet non neutrale. Come è già avvenuto per esempio per quanto riguarda la rete mobile, un enorme successo scaturito da innovazioni tecnologiche, da posizioni conquistate sul mercato, da regolamentazioni sulle aste delle frequenze pubbliche, ma non da un dibattito democratico intorno a questa questione: se gli operatori controllano quello che può e non può passare sulla rete, gli innovatori possono presentare le loro idee solo chiedendo il permesso. E questo limita enormemente l’innovazione. Compresa quella politica, che in un certo senso potrebbe avere conseguenze sul potere dei tecnici e degli operatori. In realtà, la generatività di un sistema dell’innovazione sta nell’equilibrio tra le tensioni legate alle logiche della politica, le evoluzioni legate alla dinamica del mercato e, da non dimenticare, le collaborazioni e le opportunità legate alle condizioni dei beni comuni, risorse che non rispondono né allo stato né al mercato essendo di tutti e ciascuno, manutenute in base a consuetudini e regole sociali e culturali come la vecchia internet neutrale.

rodotà_democrazia_tecnologiaNe viene fuori il dibattito sull’Internet Bill of Rights. Che alla Camera dei deputati italiana ha dato vita a una Commissione dedicata. Il tema è arrivare a una dichiarazione dei diritti, come appunto il secentesco Bill of Rights britannico, per indirizzare le successive normative che riguardano internet tenendo conto degli equilibri che vanno mantenuti per sviluppare il bene comune della conoscenza rappresentato dall’internet salvaguardando e valorizzando i diritti umani che le diverse interpretazioni della rete possono sviluppare oppure comprimere. Il Brasile ha approvato il Marco Civil. E l’Italia, nel semestre del suo speciale servizio all’Europa, si prepara a contribuire a un tema decisivo per la vita civile.

Gli argomenti in discussione sono: la neutralità della rete, privacy e libertà di espressione, accesso universale, apertura dei dati pubblici, sicurezza. Questa è politica nel senso della costruzione di una visione costituzionale che serva a indirizzare le decisioni operative che si prendono in rete, con la rete, per la rete. Ovviamente è solo un aspetto della politica. Ma è quello fondamentale. Le policy non ne sono una conseguenza, ma se tutto va bene, non emergono senza tener conto dei principi costituzionali. E altrettanto si potrebbe dire del software che sostanzia quelle policy.

Già, perché alla fine dei conti, il modo più efficiente di fare le leggi e di farle funzionare è immaginare che siano a loro volta costruite come software.

La policy

Ci avevano pensato in molti. Anche gli scrittori di fantascienza Vernor Vinge e Tom Maddox. La loro visione era quella di uno stato che scrive le leggi come software e le fa applicare come tecnologie. Avevano, in quel lontano 1996, una visione un po’ troppo ispirata al terrore del Grande Fratello, ritenendo che l’efficienza del governo sia sempre collegata alla tentazione di raggiungere un maggiore potere autoritario e non avendo ancora visto quanto le piattaforme private possono ottenere in assenza di interventi statali.

Oggi le premesse per allargare la relazione tra policy e software si sono create. E andrebbero colte, nel rispetto del potenziale Internet Bill of Rights, per ottenere alcune conseguenze piuttosto decisive:

1. più facile accesso alla conoscenza delle leggi
2. più facile innovazione e semplificazione delle leggi
3. più chiaro funzionamento delle leggi
4. più chiare modalità per fare rispettare le leggi
5. più semplice valutazione dell’impatto delle leggi

Sacco_FrancescoViene da pensare, con l’economista Francesco Sacco che ne ha scritto su Nòva Il Sole 24 Ore, che al di là della domanda di diritti elaborata a fondo nel XX secolo, le popolazioni del XXI secolo chiedano anche e forse soprattutto risultati. “In Italia” scrive per esempio Sacco “gli imprenditori chiedono meno burocrazia e il Governo vorrebbe accontentarli. Ma ridurre la burocrazia, che si nutre di leggi, con nuove leggi, è una cura che funziona con difficoltà. Va cambiato alla radice il sistema operativo del Paese, il modo in cui esso stesso funziona. Da analogico-burocratico andrebbe trasformato in digitale-applicativo”. Quella di Sacco non è una metafora ma una proposta: “La maggior parte delle norme prescrivono – come farebbe un algoritmo – ciò che va fatto o potrebbe esser fatto al ricorrere di certe condizioni oppure, come fa un modello entità-relazioni per definire un database, sono definitorie di entità – soggetti o fattispecie – e/o delle loro relazioni”. Inoltre, per Sacco, questa proposta non è utopistica ma già in corso di attuazione: “In parte la trasformazione delle leggi in formato digitale-applicativo è già in corso. Ad esempio, l’intero Codice di Procedura Civile italiano, ma anche le statistiche di funzionamento di tutti i tribunali, sono già stati incorporati in un software (Epc) che è usato in Italia da tutte le principali banche e assicurazioni con circa 20mila operatori che gestiscono quotidianamente circa 150 miliardi di crediti incagliati in 1,5 milioni di pratiche distribuite su più di 15mila legali. I costi legali del recupero crediti si sono ridotti anche del 30%, ma, soprattutto, si sono ridotti enormemente gli errori procedurali con notevoli impatti sull’efficienza del recupero. Considerando che un miglioramento dell’1% vale 1,5 miliardi di euro, è un investimento sicuramente redditizio. Se fosse incorporato anche solo in parte nella gestione della giustizia italiana o dell’amministrazione, sarebbe una concreta rivoluzione” (Nòva). La stessa interpretazione delle norme è “digitalizzabile” almeno per quanto riguarda i temi più noti e stabilizzati e il sistema di condivisione della conoscenza giuridica progettato e realizzato dallo Studio Toffoletto De Luca Tamajo è una risposta già operativa che ha conseguenze rilevanti sul funzionamento dello studio e sul suo servizio ai clienti (Nòva).

I passaggi di maturazione di questa tendenza in altri paesi lasciano pensare che possa essere qualcosa di più di un’ipotesi. Nel Regno Unito tutto il corpus legislativo è ufficialmente online in un sistema che consente interrogazioni ed elaborazioni ampie ed efficienti (Nòva). In pratica ogni legge e ogni comma sono dotati di un identificativo unico e sono disponibili in formato aperto usando un’interfaccia programmabile (Legislation). Non è facilissimo, naturalmente. Ma si può immaginare che un buon sistema di programmazione su una base di dati come questa possa arrivare a riconoscere le leggi definitivamente abrogate, quelle che sono in funzione anche se sono state emendate e le renda più leggibili connettendo le norme e gli emendamenti in modo meno astruso di quello che si usa sulla carta (dove le nuove leggi sono infarcite di rimandi alle precedenti e non si riescono a leggere in modo semplice). In Italia, Normattiva è un inizio in questa direzione, anche se non gode dell’ufficialità che è invece attribuita alla versione inglese.

La digitalizzazione della normativa, la sua utilizzabilità con programmi che la analizzino, la sua interpretazione con l’ausilio di basi di dati giurisprudenziali efficienti rispondono all’esigenza di facilitare la conoscenza della legge e probabilmente aprono la strada a una concreta semplificazione.

Ma per quanto riguarda la facilità di applicazione delle leggi e delle modalità con le quali si fanno rispettare i passaggi progettuali vanno ancora approfonditi e sperimentati. Sacco ha un’idea, in proposito: “Partendo dalla ridefinizione recente delle banche dati d’interesse nazionale e dalle tre priorità definite dalla task force del precedente Governo (anagrafe unica digitale, fatturazione elettronica e identità digitale), l’intero processo legislativo potrebbe essere rivisto, puntando a definire prima ancora di una nuova legge la sua implementazione software e la sua integrazione all’interno del sistema informatico pubblico. La si potrebbe immaginare come una lunga serie di scelte fatta su un’app su Internet, ma che alla fine produce gli effetti desiderati in modo trasparente, eliminando tutta la carta che va in giro. Questa soluzione rispetto ad una norma “analogica” non solo sarebbe più flessibile per i piccoli aggiustamenti o chiarimenti, che sono sempre necessari ma avrebbe un costo di controllo e di enforcement praticamente nullo, perché ciò che non è possibile scegliere in un menu non può semplicemente essere fatto”.

Forse non tutte le leggi sono applicabili in questo modo. Ma di certo molte leggi che hanno un impatto pratico sulla vita quotidiana potrebbero essere fatte così. Non c’è nulla di strano: già oggi, ogni giorno seguiamo le leggi imposte dalla nostra applicazione preferita sul cellulare e non abbiamo problemi a rispettarle.

C’è poi una conseguenza in più di un’impostazione del genere. Poiché le leggi di questo tipo si rispettano usandole, cioè applicandole, il sistema in cloud che offre il servizio raccoglie informazioni. Potrebbe essere un Grande Fratello. Ma potrebbe essere un modo per valutare i risultati raggiunti da una legge. E correggerla in funzione della sua efficacia. Ma che si vada nella prima o nella seconda direzione dipende dal contesto costituzionale e politico. Oltre che educativo e culturale.

La rivalutazione della cultura tecnica in questo contesto politico, giuridico e amministrativo serve a impedire una rinuncia implicita alla capacità di governare la convivenza democraticamente che potrebbe avvenire in una società che non sia consapevole del fatto che il codice è codice. Serve a responsabilizzare i tecnici sottilineando come i loro valori e i loro comportamenti hanno una conseguenza culturale e sociale di primissimo ordine. Serve a motivare una politica di profondo investimento nell’educazione digitale della popolazione di una società che voglia almeno un po’ essere autrice del proprio destino.

Vedi anche
Rodotà: democrazia e tecnologia
L’oscurantismo, la ricerca, i diritti umani. E la Commissione alla Camera per i principi dell’Internet Bill of Rights

Questo post è un work in progress ovviamente. Spero molto nei contributi e nelle segnalazioni dei commentatori per arricchire di esempi esperienze e segnalazioni questa ricerca.

Matematica della distanza tra aspettative e realizzazioni. Le regole su internet

Il modello matematico che si usa per studiare la distanza tra aspettative e realtà è di solito basato sulla velocità. Ma dovrebbe essere basato sull’accelerazione. Questo cambia le previsioni e soprattutto la soddisfazione.

Per esempio. Le previsioni à la Mantellini sull’impossibilità di un contributo intelligente della politica italiana su internet sono basate su un metodo che prolunga il passato in una linea che prosegue verso il futuro. Non è una forma di scetticismo, è un metodo di previsione. (Che forse è migliorabile, ma questo lo vediamo dopo).

Il contesto teoretico di questo genere di “scetticismo razionale” è abbastanza chiaro: in passato, la politica politicante ha mantenuto alte le aspettative, ma le realizzazioni sono state deludenti. A fronte di questo fatto, per mantenere il controllo, si dovevano rilanciare le aspettative (magari cambiando governo) per allontanare di un po’ il momento della fatale delusione. Non è un modello che vale per il 100% dei casi: in qualche caso, mettiamo nel 2% dei casi, forse per errore, si arriva a una conclusione concreta e si apre la porta alla delusione. Il 98% della politica, dice infatti Mante, è una lunga chiacchiera che rilancia costantemente l’attenzione verso le aspettative e nasconde i motivi di delusione. Il 2% invece per qualche motivo esce dal circolo teatrale della politica ed entra nella realtà della policy: ma poiché siamo in Italia, dice Mante, nella maggior parte dei casi porta alla luce i motivi di delusione. Solo in casi sporadici arriva a un risultato soddisfacente. Proiettando in avanti questa esperienza non resta che astenersi dalla politica e dal tentativo di raggiungere qualche obiettivo, almeno nel settore che riguarda internet. E’ un approccio basato sulla linearità della velocità alla quale va di solito la politica italiana.

Coerentemente con questo approccio, Mante suggerisce di non fare nulla e aspettare che altri decidano. Questi altri per Mante sono all’estero (chissà se pensa all’Icann, all’Nsa, o ai regolatori degli stati stranieri oppure alle grandi piattaforme come Google e Facebook, questo Mante non lo dice). Degli italiani che oggi decidono sull’internet, come la Telecom Italia e gli altri grandi operatori, Mante non si cura, anche se sono proprio i principali generatori di alcune importanti regole sull’uso di internet in questo paese, per esempio quelle che regolano attualmente il diritto all’accesso. Questi operatori potrebbero fare altre regole se per esempio non fossero costretti da un regolatore a salvaguardare la net neutrality. Il punto a questo proposito è: se non le fa lo stato, le regole le fanno i privati e le piattaforme. Qualcuno le fa.

Inoltre, le cose non succedono in modo lineare, ma in modo geometrico. Se si apre un momento storico particolare, le nuove regole esplodono: ci si ricorderà di come, poco prima dell’avvento di internet, l’allora monopolista del servizio telefonico introdusse la Tut per far pagare le telefonate urbane a tempo. Quella regola rese molto costoso connettersi a internet con il modem, abbattendo le possibilità di un accesso universale a internet e aprendo la strada a nuove regole inventate da operatori che usavano l’interconnessione per offrire internet gratis in cambio di una quota di traffico di terminazione. Un esplosione di regole nuove, accelerate, avvenute in un particolare contesto storico, di fronte alle quali il regolatore pubblico non fece molto altro che deregolamentare e lasciar fare. Fu un grande momento positivo per internet, finito nella bolla, ma indubbiamente interessante. Le fase successive sono state scandite da altre accelerazioni: l’adsl, l’umts, l’avvento di Google, l’avvento di Facebook, l’internet mobile in versione Apple e poi Android, i cookies che seguono le persone ovunque vadano, l’Nsa… In un mondo fatto di accelerazioni, alcune tecnologiche, altre economiche, altre culturali, è improbabile che le previsioni basate sull’approccio lineare abbiano senso.

Che cosa se ne deduce sul piano delle regole pubbliche? Che sicuramente le regole pubbliche che inseguono i fenomeni non sono destinate a deludere, peggio: sono destinate quasi sempre a far danni. Sono invece interessanti le regole pensate per indirizzare proattivamente i fenomeni o per costruire un contesto di lunga durata per i fenomeni. L’approccio costituzionale è di questo tipo.

Ci sono fatti politici proattivi. Quando colgono i fenomeni interpretando i momenti storici di accelerazione. I casi in cui una policy proattiva ha modellato nuove opportunità non mancano. La normativa sulle startup, fatta da un ministro, uno staff adeguato, una task force (ne ero orgogliosamente parte), riunioni e consultazioni, un nuovo ministro con staff adeguato, un insieme di leggi e regolamenti attuativi portati a termine nel corso di un paio d’anni, ha effettivamente creato uno scenario nuovo per una delle questioni centrali anche per la realtà internettiana italiana: la possibilità di partecipare alla generazione di innovazioni con la logica delle startup. Se la gente della task force non avesse partecipato perché partiva da un approccio previsivo lineare la cosa non sarebbe venuta come è venuta. In realtà, l’approccio fu orientato all’interpretazione di un momento storico che avrebbe visto un’accelerazione di fenomeni e che poteva essere favorito da una normativa liberalizzante proattiva. Analogamente, per motivi diversi, è andata alla fatturazione elettronica, che potrebbe avere l’effetto significativo di facilitare l’accelerazione dei pagamenti della pubblica amministrazione ai fornitori. E se non ci avesse lavorato un’unità di missione (ne ero orgogliosamente parte) non sarebbe andata in fondo come è andata. I risultati delle azioni di una policy proattiva, insomma, possono avere risultati positivi. Quello che conta è valutare quei risultati in quanto tali. Se funzionano bene, se non funzionano male: ma questo è un lavoro da fare. Le probabilità che la policy riesca non sono pari a zero. Non è molto importante, invece, valutare i risultati delle policy in relazione alle aspettative elevate che si formano nel teatro politico. Anzi, varrebbe la pena di non considerare le aspettative per niente.

La grande politica è chiamata però a formulare una visione. E’ chiamata a cogliere i segni dei tempi e le accelerazioni che rendono possibile ciò che sembrava impossibile. Segni che giungono dalla società e dalla storia del presente, qualche volta anche dagli esperti, intellettuali, visionari che interpretano un momento storico e che contribuiscono per quanto sono capaci. Certo, non è detto che questi debbano stare nei tavoli. Se ci capitano non sarà certo per trasformarsi in qualcosa che non sono. Sarà casomai per portare le loro riflessioni. E sperare che servano a qualcosa. Le probabilità, nei momenti di accelerazione, non sono pari a zero. Imho.

Vedi anche:
Aspettative e realtà: la guida dell’Agid e tutto il resto dell’agenda
Gli intellettuali e il potere nel nuovo contesto culturale. Riflessioni molto personali
Gli intellettuali e l’ecologia dei media

Lo statuto della Siae

Per chi si domandasse a che titolo la Siae venderebbe gli iPhone a prezzo francese (Stampa), un’occhiata allo Statuto della Siae può essere, per assurdo, illuminante: perché dopo varie letture, si scopre che proprio non si capisce.

Da vedere! Edge: What’s new in social science

Edge ha organizzato un seminario sulle novità che stanno attraversando le scienze sociali. E ha costruito un webdoc sul seminario che mi pare tutto da vedere. L’impatto dei Big Data, l’impatto dell’emotività nel contesto sociale, la scienza delle connessioni sociali, neuroscienze e società, filosofia sperimentale, e molto altro. Il testo degli interventi è un pdf.

Chi vince piglia tutto: concentrazione, power law e net neutrality

La stima che non si può non provare per Carlo Alberto Carnevale Maffè, anche quando fa i suoi giochi di ruolo, impedisce di lasciar passare sotto silenzio la sua provocazione sulla net neutrality.

Dice Carlo Alberto che i dati parlano chiaro (a lui): la net neutrality (secondo lui) è un gioco in cui chi vince piglia tutto, cioè determina forme di mercato in cui ci sono pochi player dominanti e poco spazio per le piccole imprese; per provare questa idea mostra una tabella che dice qualcosa di molto diverso, cioè che nella app economy c’è una forte concentrazione (da DeveloperEconomics).

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Si è sbagliato, Carlo Alberto? Che c’entra la tabella con quello che dice? Ovviamente il suo è un ragionamento più sottile. Troppo sottile.

Che ci sia concentrazione nella app economy è un fenomeno emergente collegato alle regolarità tipiche di ogni rete.

Come scriveva Bernardo Huberman già negli anni Novanta nella competizione che avviene in ogni struttura a rete tende a esserci un grande vincitore per ogni categoria. L’effetto-rete infatti tende a dare geometricamente maggior valore alla tecnologia che viene usata di più e quindi quando una tecnologia decolla i competitori restano indietro, le risorse si concentrano sulla tecnologia vincente e alla fine ne resta una sola. Per ogni categoria.

Non ci stupisce la concentrazione nella app economy, dunque. Stupisce il collegamento “originale” di Carlo Alberto con la net neutrality. Andiamo a fondo.

In ogni rete c’è una tendenza alla concentrazione. La Microsoft degli anni Novanta aveva il sistema operativo dominante per effetto-rete. Google è il motore dominante per effetto-rete. Facebook è il social network dominante per purissimo effetto-rete. Che cosa c’entra la net neutrality? Un momento, ancora un passaggio…

Non solo nelle reti c’è concentrazione. Nell’automobile c’è concentrazione. Nella produzione di aerei per i passeggeri c’è iperconcentrazione. Qui la net neutrality proprio non c’entra. Anche nelle televisioni c’è concentrazione. E anche qui la net neutrality non c’entra. Anche nelle compagnie telefoniche c’è concentrazione: e sono loro che preferirebbero abolire la net neutrality…

Allora.

1. La concentrazione è un fenomeno del capitalismo che si collega a diversi fattori: mercati maturi, forti economie di scala, protezionismo statale, deregolamentazione del settore finanziario. (L’ultima è per provocare Carlo Alberto, ma è anche vera…).

2. La concentrazione nelle reti è un fenomeno tecnico delle reti. Ma vale per ogni categoria come spiegava Huberman. Cioè chi vince nei motori di ricerca non è detto che vinca nei social network. Chi vince nei sistemi operativi per pc non è detto che vinca nei sistemi operativi per telefonini. E così via.

3. La net neutrality è collegata alla concentrazione: ma esattamente al contrario di quanto sostiene Carlo Alberto.

In una rete neutrale nella quele improvvisamente si elimini la net neutrality, le forme di concentrazione acquisita rimangono. Niente le elimina. Quello che viene eliminato è la possibilità di nuove idee di provare a cercare il successo senza chiedere il permesso a chi controlla le reti. Viene eliminata la possibilità di fare concorrenza ai player dominanti esistenti.

Nelle reti neutrali chi innova può provare a cercare il successo senza chiedere il permesso a nessuno. Se riesce a inventare una nuova categoria di rete (come ha fatto Steve Jobs con l’iPhone) o a giocare meglio di altri in una categoria emergente (come è successo a Facebook), può sperare di acquisire una certa forza di mercato e dominare la sua categoria. Abbassando dunque la concentrazione nel sistema internet nel suo complesso. Se non c’è net neutrality questo non può avvenire.

La prova è data da ciò che avviene nella rete mobile dove non c’è neutralità: in quel contesto, gli operatori possono scegliere a quali applicazioni concedere la loro rete e alcuni di essi hanno impedito per esempio l’uso di Skype. Il che significa che senza neutralità non si fa innovazione senza chiedere il permesso degli operatori. Se un’innovazione non piace agli operatori non può andare sul mercato, come sarebbe accaduto a Skype se non ci fosse stata neutralità nella rete fissa. Senza neutralità dunque c’è più concentrazione non meno concentrazione.

La società della trasparenza, Byung-Chul Han

Sarebbe un testo da leggere per tutti, “La società della trasparenza”, di Byung-Chul Han. Il filosofo coreano che insegna a Berlino discute con straordinaria lucidità del mito della trasparenza e lo accosta all’ideologia della perfetta circolazione della moneta, alla concezione efficientista della tecnologia dell’informazione, alla società dell’apparire. Ne emerge una critica fortissima del mito secondo il quale la trasparenza è giusta, bella e vera di per sé. Un’argomentazione da discutere ma che lascia il segno.

20140721-141653.jpgScrive il filosofo: “Nessun’altra parola d’ordine oggi domina il discorso pubblico quanto il termine ‘trasparenza’. Essa è enfaticamente invocata soprattutto in riferimento alla libertà d’informazione. (…)

Le cose diventano trasparenti quando si liberano da ogni negatività, quando sono spianate e livellate, immesse senza opporre alcuna resistenza nei piatti flussi del capitale, della comunicazione e dell’informazione. Le azioni diventano trasparenti quando si rendono operazionali, quando si sottopongono a un processo di misurazione, tassazione e controllo. Il tempo diventa trasparente, quando è ridotto alla successione di un presente disponibile. (…)

Chi riconduce la trasparenza unicamente alla corruzione e alla libertà d’informazione, ne misconosce la portata. La trasparenza è una coercizione sistemica che coinvolge tutti i processi sociali e li sottopone a una profonda mutazione. (…) Questa coercizione sistemica rende la società uniformata. In ciò consiste il suo tratto totalitario…

Un mondo che consistesse solo di informazioni e che definisse comunicazione la loro circolazione indisturbata, assomiglierebbe a una macchina…”

L’oscurantismo, la ricerca, i diritti umani. E la Commissione alla Camera per i principi dell’Internet Bill of Rights

Vale la pena di dedicare attenzione ai lavori della “Commissione di studio promossa dalla Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, per elaborare principi e linee guida in tema di garanzie, diritti e doveri per l’uso di Internet”?

Per rispondere positivamente occorrerebbe ipotizzare che il tema sia legittimo e importante, che la partecipazione allo studio sia aperta ai cittadini di buona volontà che vogliono contribuire civicamente e che il risultato possa effettivamente avere un valore intellettuale, politico e organizzativo.

Si tratta di ipotesi che possono effettivamente trovare una verifica solo all’atto pratico, cioè seguendo i lavori (e giusto per trasparenza avrò modo di seguirli direttamente avendo ricevuto l’onore di essere invitato a partecipare alla Commissione). Discutendo di questi aspetti, molti hanno già risposto positivamente o negativamente. Vale la pena di osservare in proposito che una valutazione preliminare su queste cose è necessaria, ma una risposta certa alle ipotesi citate rischia di essere vagamente ideologica – in positivo o in negativo – oppure basata su uno scetticismo radicato, non privo di motivazioni ma certamente inutile a chi speri che si possa tirar fuori un risultato positivo da una nuova sfida. Anche perché le previsioni sui risultati di un’azione non si possono basare solo sull’esperienza precedente: in effetti, ciò che avverrà dipende da chi partecipa, in aula e sui media civici. Sappiamo infatti che la Commissione funzionerà alimentando e ascoltando anche una consultazione aperta in rete: con questo almeno la seconda delle tre ipotesi trova già risposta. Per il resto, anche in questo caso, il futuro non è ciò che succederà ma la conseguenza di ciò che facciamo.

Per prepararci alla prima questione – se cioè il tema sia legittimo e importante – si deve affrontare di petto il tema di fondo di molte discussioni sulla relazione tra norme e internet. Esiste infatti un’idea diffusa secondo la quale internet non abbia bisogno di intervento normativo, perché funziona bene com’è e perché qualunque intervento normativo rischia di rovinarla. E – accidenti! – quel rischio è talmente reale, come si è dimostrato in una quantità di casi così grande, che si fatica a dipanare la matassa.

Ma prendiamo il caso fondamentale della net neutrality. Internet funziona bene com’è se la rete è neutrale nei confronti dei pacchetti di dati che la percorrono. Se non c’è net neutrality non c’è internet. E qualcuno che faccia la norma che garantisce la net neutrality c’è: può essere la compagnia telefonica che gestisce la rete, può essere la comunità dei tecnici che progettano la rete, può essere lo stato o una comunità di stati. Molte telco tendono a sperare di poter abolire la net neutrality per sostituirla con un concetto più vago di “internet aperta” ma il cui traffico può essere prioritizzato a loro discrezione. Un gruppo di società – tra le quali Google, Facebook, Netflix, eBay come si diceva – chiede invece che la net neutrality sia garantita per legge ed estesa anche alla rete mobile. Moltissimi cittadini non sanno di che cosa si sta parlando. Ma appena viene spiegata la questione, non si fatica a comprendere che dalla net neutrality dipende l’innovatività del sistema, perché essa non concede ai poteri economici esistenti l’arbitrio sull’innovazione – e sull’informazione – che può e non può arrivare a proporsi ai cittadini. In Brasile lo stato è intervenuto con il Marco Civil e ha stabilito che la net neutrality va garantita per legge. Se non c’è una legge, le compagnie non possono fare ciò che vogliono. Se non c’è una legge la net neutrality non è garantita. Questa è una scelta che può essere legittimamente posta all’attenzione di un organismo politico come il Parlamento. Altrimenti i cittadini sensibili al tema potranno difendersi soltanto costruendosi una nuova rete, neutrale non per legge ma per regola cooperativistica: ma, per la verità, questa è un’alternativa inutilmente utopistica.

La net neutrality garantita dalla legge è un esempio di una regola di tipo “costituzionale” per la rete.

Un altro esempio può essere il diritto di accesso universale in larga banda. Se la società della conoscenza può essere vissuta appieno solo avendo la possibilità di accedere alla rete in condizioni adeguate e se il mercato non è in grado di raggiungere ogni area abitata, è legittimo che un intervento normativo si occupi della questione.

Forse fin qui si può immaginare un consenso relativamente largo. Anche se gli avversari della net neutrality sono potenti lobbisti non si può negare che il tema – qualunque sia la scelta che si prenderà – sia legittimamente un tema adatto a essere preso in considerazione dalle norme. E anche se il diritto all’accesso universale andrebbe certamente accompagnato dal diritto a un’istruzione significaticamente diffusa all’uso della rete e dal diritto ad avere servizi pubblici adeguati che ne motivino l’utilizzo. Si tratta peraltro di corollari importantissimi che non mettono in discussione la legittimità di normare il diritto all’accesso.

Di certo, le controversie diventano più intricate quando si va su temi più puntuali come il copyright, le tasse, il cyberbullismo e molte altre questioni che inducono i legislatori a proporre leggi dedicate a internet.

A questo proposito la Commissione – va sottolineato – non si occupa delle singole norme ma del metodo con il quale si prendono in considerazione e si adottano. Quindi su questo si può arrivare a una forma “costituzionale”, una forma di metodo, che sia orientato a indirizzare le norme in materie collegate a internet in modo che tengano conto consapevolmente della complessità dell’ecosistema internettiano. Chissà se uscirà una indicazione sulla necessità di un processo multistakeholder. Chissà se si riuscirà a stabilire che le linee guida devono tener conto di una valutazione di impatto digitale. Chissà se si potrà arrivare a suggerire un approccio equilibrato in modo che l’intervento in un particolare settore non sia tale da produrre conseguenze negative in un altro settore nell’inconsapevolezza del legislatore. Questo è il tema costituzionale della Commissione: come garantire che le nuove leggi relative a internet non siano create se se ne può fare a meno e che se sono create siano consapevoli dell’equilibrio degli interessi e dei diritti che presumibilmente vanno a toccare. Tutto questo è estremamente complicato, ma se non si pone il problema non se ne esce e continuiamo a vivere in uno stillicidio di tentativi normativi pericolosi e inconsapevoli: con la conseguenza di continue fiammate di opposizione che finiscono per alimentare un approccio ideologico alle questioni internettiane che presenta limiti molto significativi.

Un’ideologia fondamentalista oscura ogni tentativo di ricerca volta alla comprensione di come stanno le cose in nome di un’interpretazione del mondo che conquista gli animi ma diventa potere. In “Edeologia, Critica del fondamentalismo digitale”, qualche anno fa, mi sono esercitato intorno all’idea che questo fenomeno appartenesse anche al modo con il quale qualcuno interpretava la rete internet. Libro ingenuo, Edeologia (con la “e” di elettronica ovviamente), reagiva alle catastrofiche conseguenze della strumentalizzazione finanziaria del senso di internet sul finire degli anni Novanta che era sfociata nella bolla e nel suo scoppio. Le crisi finanziarie non sarebbero mancate anche successivamente, separate da internet: ma l’edeologia avrebbe continuato latente e in alcuni casi evidente.

Un’ideologia può avere una funzione positiva. Nel caso della rete – una tecnologia che non ha alcun valore se nessuno la usa ma che acquista enorme valore se molti la usano – l’edeologia è servita a convincere le persone a dedicare tempo a internet prima che questa avesse valore in vista di un valore successivo che effettivamente si è realizzato. Ma questo si applica anche ad altre tecnologie di rete, meno neutrali e innocenti, come le piattaforme per la ricerca di informazioni in rete, i social network privati, i servizi che servono a cercare l’anima gemella e così via. Una tensione ideologica resta latente nella rete proprio perché ogni volta è indirizzata a convincere la gente a usare una tecnologia che all’inizio non ha valore e solo quando viene usata ne acquista. Creando non poche conseguenze negative.

Se si lascia solo alle piattaforme private e ai gestori privati delle reti il potere di fare le vere norme che guidano il comportamento delle persone in rete si rischia di perdere quello che la rete come bene comune è riuscita a creare finora. Un’ideologia che si opponga all’intervento pubblico in materia di internet in ogni situazione e su ogni aspetto finisce semplicemente per rafforzare il potere delle grandi compagnie private e ridurre conseguentemente quello dei cittadini. Un’ideologia americanofila che si accontenta di ripetere i mantra lanciati da Silicon Valley non serve all’evoluzione di internet come grande tecnologia innovativa e serve soltanto il successo delle proposte delle compagnie private.

Allo stesso modo, un approccio normativo statalista che pensa in modo distorto alla rete e interviene in modo capillare e inconsapevole è a sua volta enormemente negativo sullo sviluppo innovativo della rete. E imparare dagli americani non è certo un male da questo punto di vista.

Ma si può fare di più. Si può fare ricerca, senza oscurantismo, sulla possibilità di arrivare a una sorta di approccio costituzionale alla rete, in nome dei diritti umani e dell’equilibrio dell’ambiente digitale. È un percorso di ricerca che parte dalla tradizione illuminista intorno ai diritti umani e dalla prassi innovativa dell’ecologia. I successi di questi percorsi ci impediscono di pensare che sia impossibile arrivare a una consapevolezza sull’”ecologia di internet” e sul rilancio dei diritti umani in un’epoca in cui sembra ce ne sia crescente bisogno, non solo nei confronti dell’autocrazia politica ma anche nei confronti della tecnocrazia. Per questo discutere di un Internet Bill of Rights è legittimo e può anche finire con un risultato utile. Dipenderà dai membri della Commissione e soprattutto dai cittadini che parteciperanno alla consultazione.

Da leggere:
Vincenzo Ferrone, Storia dei diritti dell’uomo, Laterza 2014
Marc Augé, L’antropologo e il mondo globale, Cortina 2014 (v.o. 2013)
Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza 2012
Antonio Floridia, La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi, Carocci 2012
Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Nottetempo 2014 (v.o. 2012)

Al via commissione per Internet Bill of Rights

Con grande emozione e una rinnovata attenzione al tema dei diritti e internet leggo questo comunicato e lo condivido.

Camera dei Deputati- Ufficio stampa – Comunicato – 18 luglio 2014

BOLDRINI: AL VIA COMMISSIONE PER “INTERNET BILL OF RIGHTS”
PRIMA RIUNIONE IL 28 LUGLIO A MONTECITORIO

Prende il via la Commissione di studio promossa dalla Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, per elaborare principi e linee guida in tema di garanzie, diritti e doveri per l’uso di Internet.

L’iniziativa fa seguito ad alcuni incontri e seminari svolti proprio alla Camera dei deputati su questi temi. Anche in ambito internazionale vi sono stati recentemente significativi interventi al riguardo, tra cui ad esempio l’approvazione in Brasile della legge cosiddetta “Marco Civil” nell’aprile scorso, le sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione europea dell’8 aprile e del 13 maggio 2014, la Raccomandazione del Consiglio d’Europa anch’essa dell’aprile scorso e la sentenza della Corte Suprema USA del 25 giugno. Tutto ciò si aggiunge naturalmente alle molte iniziative provenienti dalla società civile che in questi ultimi anni si sono mosse nella direzione della elaborazione di un vero e proprio “Internet Bill of rights”.

A far parte della Commissione di studio sono stati chiamati deputati attivi sui temi dell’innovazione tecnologica e dei diritti fondamentali, studiosi ed esperti, tra cui il professor Stefano Rodotà, operatori del settore e rappresentanti di associazioni.

Le proposte che la Commissione elaborerà saranno sottoposte ad una consultazione pubblica per assicurare una partecipazione più larga possibile alla definizione di un testo finale.

I primi risultati saranno sottoposti altresì all’attenzione dei partecipanti alla riunione interparlamentare sui diritti fondamentali che si terrà proprio alla Camera il 13 e 14 ottobre 2014 nel corso del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea e che vedrà la partecipazione dei Parlamenti di tutti e 28 gli Stati membri dell’Unione europea.

Le conclusioni del lavoro della Commissione saranno quindi messe a disposizione delle Commissioni permanenti della Camera.

La prima riunione della Commissione di studio si terrà a Montecitorio il prossimo lunedì 28 luglio.

(Anche l’autore di questo blog è stato chiamato a partecipare alla Commissione)

Educazione come dimensione della vita: il nuovo spazio da creare per la scuola

Nell’economia della conoscenza l’educazione è come l’investimento e la ricerca è il generatore di valore aggiunto che consente di tenere a distanza i concorrenti. Non si compete senza conoscenza, diffusa e generativa. La riprogettazione della scuola deve partire da una visione e concretizzarsi in un piano d’azione.

Le persone e le strutture che ci lavorano sono straordinariamente importanti. Per aiutarle occorre riuscire a condividere un modo di vedere innovativo.

Innanzitutto prendiamo atto che l’educazione non è una dimensione limitata al mondo della scuola, ma avviene nel corso di tutta l’esistenza. Dunque non hanno senso le progettazioni autoreferenziali che non si confrontano con il contesto nel quale la scuola vive e si sviluppa. Inoltre, non hanno senso le concezioni che pensano alla scuola come a un erogatore di servizi a fronte del pagamento che le famiglie e le imprese sono chiamate a erogare in forma di tasse di vario genere. La crisi della relazione tra la scuola e il resto della società è profonda, legata alla grande trasformazione in atto, alla quale sia la scuola che le famiglie e le imprese arrivano dopo decenni di sfruttamento. I docenti hanno subito un attacco concentrico che ne ha abbattuto il prestigio e il tenore di vita, segregandoli in una parte della società meno patinata di quella proposta dalla televisione: la banalità del male consumistico, con la sua proposta di scorciatoie per il benessere, si è abbattuta sull’impegno richiesto dalla scuola demotivando molti. Nello stesso tempo, famiglie e imprese hanno subito una pressione fiscale sempre più significativa limitando la loro volontà di partecipare attivamente all’educazione pubblica e casomai costringendo a investimenti in educazione particolaristici, orientati alle skills dei figli o dei dipendenti ma non al miglioramento delle opportunità per l’insieme della società.

In secondo luogo, teniamo conto che parlare di educazione significa distinguere tra addestramento, istruzione e formazione. Prendiamo atto che nella nuova società della conoscenza il grande successo è valorizzare i talenti di tutti, nelle loro diversità e peculiarità. E che la valorizzazione dei talenti richiede connessione con la società nel suo insieme, perché è nella complessità della vita sociale che ciascuno può scoprire i propri talenti, esprimerli ed essere riconosciuto.

L’addestramento riguarda il saper fare. L’istruzione riguarda le conoscenze intellettuali di base. La formazione è la maturazione della personalità nel suo insieme in relazione al contesto. I talenti si valorizzano solo in relazione alle diverse opportunità offerte dalla vita sociale ed esistono se si scoprono, si esprimono e sono riconosciuti.

Tutto questo abbatte concettualmente le tradizionali barriere tra scuola e resto della società. Ma come si riparte da qui?

La nuova didattica, la formazione dei docenti, la gamification dei metodi, sono elementi della soluzione. Ma vanno rivalutate le connessioni alla vita sociale.

Per esempio, riconoscendo che la struttura mediatica sulla quale avviene l’educazione non è solo chiusa nelle quattro mura della scuola e nei libri di testo. La guida dei docenti si rivaluta in relazione alla sua capacità di interpretazione dei saperi in relazione alla società, al suo passato e al suo futuro. E’ possibile ripensare la piattaforma dell’educazione. Gli algoritmi di base vanno ripensati: non è più vero che la regola d’oro a scuola è “non sbagliare” rispondendo alle domande del docente. E’ vero piuttosto che vanno rigenerati nuovi algoritmi che sviluppino le forme di apprendimento che avvengono per imitazione, per memorizzazione e per sperimentazione. Il nuovo algoritmo, dunque, è che in alcuni casi, si può sbagliare, purché si faccia esperienza. E poi la gamification introduce tutta una nuova serie di algoritmi, che tra l’altro prevedono la collaborazione, spesso, o talvolta addirittura la copiatura (specialmente nel caso dell’apprendimento del software).

Tutto questo non si risolve in un colpo solo. Anzi. Probabilmente si svolgerà attraverso una quantità di progetti che vedano la partecipazione di diversi elementi della scuola, della società, delle imprese, delle famiglie. Questi progetti potrebbero essere incentivati.

Si può creare uno spazio incentivante per questi progetti, un po’ come è stato fatto per le startup. Un ambiente liberato da eccessi di burocrazia e fisco che favorisca la progettualità. Accompagnato da una piattaforma nella quale i progetti vengono comunicati: obiettivi, strumenti, risultati. In modo che in chiave di mutuo soccorso chi lancia i nuovi progetti possa contare sull’esperienza di chi ne ha lanciati di simili in passato.

Il paese può pensare all’educazione come una grande piattaforma che acceleri le iniziative progettuali orientate alle funzioni dell’apprendimento, dell’istruzione, della formazione. In un’ottica aperta alle diversità. Per valorizzare i talenti. A partire da quelli compressi, spesso ingiustamente, dei docenti. E per favorire le famiglie e le imprese che contribuiscono. Imho.

Un inatteso competitor per i paesi che sperano di attrarre capitali alla filiera delle startup

Il Pakistan si presenta. Tenta di apparire come il posto giusto dove investire in startup o aprirne una. In effetti, la connessione umana con Silicon Valley è piuttosto precisa, con tutti i pakistani che ci lavorano. Ma la presentazione riportata qui sotto fa notare un ambiente piuttosto favorevole sul piano della regolamentazione, un mercato interno ampio e crescente, una disponibilità di universitari molto ampia.

Fcc, Google, Facebook, Netflix, eBay, e la net neutrality

La FCC ha chiuso con un crash del sito la consultazione sulla net neutrality. Gli oppositori associati per l’occasione – tra gli altri Google, Facebook, Netflix, eBay – chiedono regole semplici che impediscano la prioritizzazione sia sull’internet fissa che su quella mobile. (Variety, Reuters, ArsTechnica).

Il presidente dell’associazione, Michael Beckerman, ha detto alla Reuters: “We’re going to be getting pretty vocal about this issue. It doesn’t make sense anymore to differentiate the way net neutrality applies to mobile and wireline.”

Tom Wheeler presidente di FCC ha cercato di prendersi le sue responsabilità: “If it hurts competition, if it hurts consumers, if it hurts innovation, I’m against it and we’re not going to tolerate it.” (Reuters)