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Rinnovamento Digg

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Digg si rinnova, si apprende a SXSWi. Se ne può sbriciare un'anteprima. E si sa che ci sarà un benaccetto miglioramento nel sistema di pubblicazione: si farà in un solo click. Di certo, Digg doveva darsi una mossa di fronte al crescente successo di servizi che non fanno la stessa cosa ma coprono in parte lo stesso spazio come Twitter. (Mashable)

Intanto, Instapaper aggiunge una feature: si possono bookmarcare le pagine (per esempio articoli di giornale) da leggere senza in seguito anche via mail. (Steve Rubel)

Talvolta il cambiamento non è divertente

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Uno dei tagli più frequenti nei giornali americani in crisi è il taglio delle strisce a fumetti. I comics sono di solito "syndicati" e compaiono su molti giornali nello stesso giorno. Ma ugualmente sono un costo significativo per le singole testate. The Star-Ledger of Newark, N.J. ha detto ai lettori che riducendo la sezione dei comics potranno risparmiare 300mila dollari all'anno. I disegnatori di B.C. dicono che negli ultimi tempi il numero di giornali che non rinunciano alla loro striscia è diminuito del 5% all'anno. (ABCnews)

L'autoritarismo contrattacca

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Internet non è più da tempo il territorio libero dei dissidenti nei paesi autoritari. E' anche un luogo di repressione e di contrattacco comunicazionale. Ne parla Reporters sans Frontières in un articolo allarmato per i recenti sviluppi di questa tendenza.

Come dice sempre Evgeny Morozov, i dissidenti non vincono solo sulla base della tecnologia internettiana. Perché quella può essere usata anche contro di loro. Vincono se non sono lasciati isolati. E se sono aiutati a difendersi e a difendere la libertà di espressione.

Non si può essere ambigui su queste questioni. E qualcosa si può fare con senso pratico e spirito non violento (su Nòva qualche spunto; un contributo di Alessandro Lanni).


Larry Lessig ha portato a Montecitorio la cultura remix. Il bello della rete nella sua pienezza. 

Poi, nell'incontro di ieri intitolato internet è libertà, ha voluto insistere sul fatto che esistono fenomeni positivi e fenomeni negativi nella rete. E che ogni "opposto estremismo" va superato. I punti che ha lanciato sono discutibili ma interessanti: vanno salvaguardati insieme il copyright e il diritto a costruire creazioni sulla cultura pubblica sedimentata in una società; vanno salvaguardati insieme il giornalismo dei cittadini e il giornalismo professionale d'inchiesta; va salvaguardata la tensione alla trasparenza nella politica e la possibilità di credere nella democrazia. Si può discutere su ciascun fatto che Lessig ha portato a sostegno delle sue tesi. Ma diciamo che è positivo passare da una contrapposizione radicale e sanguinosa a una discussione costruttiva che trovi il modo di valorizzare tutti i legittimi diritti in gioco.

Difficile non temere che il dialogo aperto da chi vuole l'innovazione non sia una finestra aperta alla durezza di chi vuole la conservazione. Ma è pur vero che prima o poi si dovranno trovare soluzioni che superino la fase rivoltosa e entrino in una fase costruttiva. Lessig crede che sia il momento di passare alla fase costruttiva perché ritiene che i fatti dimostrino che la rete non si ferma e non si può fermare, che i giovani sono ormai in un'altra epoca storica, e che gli adulti possono solo scegliere se essere i dinosauri che combattono la loro ultima battaglia prima dell'estinzione o se aiutare alla costruzione del nuovo mondo.

Di certo, nell'incontro di ieri, il contrasto più grande e sorprendente è stato quello che si è notato nella differenza sostanziale tra l'impostazione aperta e visionaria di Gianfranco Fini e le posizioni minimaliste e conservatrici di Paolo Romani.

Il panel era decisamente favorevole all'idea che internet è libertà. Il pubblico con ogni evidenza lo era ancora di più. Fini ha fatto un'ottima figura, ma non ha contraddetto punto per punto le posizioni di Romani (anche perché quando il viceministro ha parlato era andato via). Sicché non si è sentito nulla intorno alla speranza che alla Camera un decreto che blocchi lo sviluppo libero della rete sarà discusso con attenzione critica, non ha detto che si farà di tutto per sbloccare i fondi per la banda larga, non ha detto che internet va considerata una priorità dello sviluppo del paese e non una spesa da fare quando sarà passata la crisi.

Romani era con ogni evidenza sulla difensiva. Il suo decreto di "attuazione" vagamente creativa della direttiva europea, anche dopo le spiegazioni fornite ieri, resta di un'ambiguità sconcertante nei confronti di chi voglia far partire un'iniziativa aziendale che si basi sulla produzione di video da distribuire online; su YouTube in particolare non sembra ancora chiaro (ha detto che la direttiva si occupa di video on demand e near video on demand, alludendo al fatto che potrebbe assomigliare a YouTube anche se di fatto non ci assomiglia per niente). Quello che è chiaro è che il decreto non si occupa dei privati senza scopo di profitto (dunque si può fare una televisione online non profit?). Vedremo il testo definitivo: per ora i dubbi superano le certezze e il sistema è frenato (il che non è certo coerente con l'affermazione di principio secondo la quale internet è libertà). Sui fondi alla banda larga l'ambiguità è massima (ne parla anche Alessandro). Si capisce solo che non sono considerati una misura di sviluppo ma una spesa da fare quando si potrà.

Internet è libertà. Ma la libertà non è solo una questione di principio.

Internet è libertà

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Ieri, al Politecnico di Milano, una lezione sulla Next economy: green, social, network...

Gli studenti chiedono: internet è da Nobel per la pace? e poi: internet è il medium della felicità? e qualche settimana fa, il Sole 24 Ore si chiedeva: internet è il mezzo della verità?

Sappiamo purtroppo che nessuna tecnologia può essere pace, felicità, verità. E sappiamo che siamo noi che la usiamo a interpretarla, sulla base della nostra cultura, della nostra consapevolezza, della nostra storia. Ma è anche chiaro che internet, in particolare, è una tecnologia profondamente densa di umanità: il suo senso e il suo impatto dipendono dalle persone che si esprimono, si riconoscono, si connettono... 

L'internet che conosciamo è soprattutto un recupero della dimensione relazionale delle persone, un grande valore spesso compresso dai media tradizionali. E se è anche popolata di odio, manipolazione, superficialità, è pur sempre un'occasione per l'approfondimento, la conversazione pacifica, l'informazione alternativa e indipendente. Oggi, dopo tanto tempo, sappiamo che rispecchia soprattutto la capacità di una società di sviluppare una sua dinamica culturale. Può schiacciare sull'iperpresente dello scambio immediato di curiosità, ma può anche aprire la strada a meravigliose forme di accesso a saperi conclucati dai vecchi media. Sta a noi cogliere l'occasione. 

Verità, felicità, pace sono valori da conquistare giorno per giorno, su qualunque medium e in qualunque contesto. 

Ma se c'è un valore che internet incarna in modo particolarmente preciso, responsabilizzante, attivo, beh quel valore è la libertà. 

Nòva ne parla oggi, con David Weinberger, Ethan Zuckerman, Lawrence Lessig, Juan Carlos De Martin...

Nòva ha voluto portare un contributo alla giornata: perché oggi a Montecitorio c'è un convegno straordinario, il cui titolo ispirato e ispirante è, appunto, Internet è libertà.

Riflessioni su iPad e giornali

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Martin Langeveld offre una serie di riflessioni sull'impatto dell'iPad nell'industria editoriale. Un riassunto è qui, ma il post originale vale il tempo che richiede. Più sotto in questo box le osservazioni dell'Electronic Frontiers Foundation sul contratto che lega i produttori di apps (compresi quelli che fanno applicazioni giornalistiche) alla Apple.

Dice Langeveld, in sintesi:

L'iPad è un cambio di passo nella mobilità dei contenuti. Genererà un sensibile aumento delle vendite di contenuti per device mobili.

I tempi di utilizzo dell'iPad e dell'iPhone, con tutti i loro emuli, saranno estesi alla maggior parte dei tempi di attesa e di spostamento. Le spese di marketing si sposteranno sui device mobili. I consumatori risponderanno con entusiasmo ai nuovi servizi - promozionali e informativi - proposti su queste piattaforme. Quello che sappiamo ora sull'iPad è minimo. Ma cominciare a lavorarci e obbligatorio.

Dopo due decenni di inseguimento del digitale, gli editori hanno l'opportunità di riprendere la leadership. Ma devono:

"Reinvent content for the mobile Web and iPad. As Doctor also notes, this is easier for magazines, with their stronger visual orientation and design resources, than it will be for newspapers, which will need to invest in new, innovative design capabilities.
  1. Challenge journalists to develop new streams of content, in new formats and with new kinds of interactivity and connectivity that will attract new readers and built new relationships of trust with them.
  2. Work with Apple and other mobile platform entities to enable content and advertising personalization. This means pushing Apple for a more open platform and for access to at least some of their customer data. If publishers are to be players in the mobile marketing game, they must be able to deliver individually targeted marketing messages, and that means having some ability to identify readers and to respond (with their permission) to their profiles and preferences.
  3. Work with marketers to invent new ways to interact with customers: to facilitate conversations, to blend news, social media and brand messages, to actually sell stuff and facilitate transaction -- in short, to leverage those new relationships of trust into brand new streams of revenue.
  4. Be ready to shift gears often. The job is not just to create a presence on iPad, but to adapt to the new mobile landscape as it develops and changes. Like the saying about the weather in various localities, if you think you have your iPad strategy figured out, wait five minutes."
Nel frattempo, però, gli editori dovranno organizzarsi per comprendere ed eventualmente migliorare le condizioni finora imposte dalla Apple ai produttori di applicazioni (compresi quelli che fanno applicazioni giornalistiche): secondo le osservazioni dell'Electronic Frontiers Foundation, la Apple si riserva diritti unilateralmente a suo esclusivo vantaggio. Compresa la possibilità di interrompere il contratto ed escludere qualunque app in ogni momento.

Neppure Google guadagna con le news

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Sentite le grandi lamentazioni degli editori, Murdoch in testa, sul fatto che Google guadagnerebbe con le notizie dei loro giornali, ci si domandava: ma è vero? E dunque pare proprio di no. Lo diceva Google che non fa fatturato con le news, ora lo registra anche Chris Dixon.

Profilo e reputazione; identità e fiducia

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Le parole chiave del valore nel contesto dei media sociali: profilo, identità, reputazione, fiducia...

Secondo Laurel Papworth il profilo e, in un certo senso, la reputazione si costruiscono attivamente, mentre l'dentità e la fiducia dipendono dalla reazione e dalla comprensione degli altri. Il tutto, naturalmente, in un gioco di interazioni continuo...

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New York Software Times

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Il New York Times assume 12 ingegneri del software e web designer più un social media marketing manager. Il titolo di una di queste nuove posizioni è Creative Technologist. Venturebeat. L'editore del New York Times sta facendo il suo mestiere.

Internet, libertà

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Ventisettemila persone, in 26 paesi, hanno risposto a un sondaggio della Bbc. E quattro su cinque hanno detto che l'accesso a internet è un diritto fondamentale. Perché è una possibilità di avanzamento culturale senza paragoni. Perché aiuta in modo decisivo la libertà di espressione.

Internet è opportunità di liberazione. Non violenta. Problematica, naturalmente. Come ogni possibilità aperta sia a chi costruisce che a chi distrugge.

Gli Stati Uniti ne hanno fatto un elemento basilare della loro politica internazionale, vedendo nella libertà della rete un rilancio del loro softpower. Ma questo significa anche che si impegnano in una direzione libertaria: perché internet è uno strumento esigente che non si lascia usare senza chiedere in cambio un atteggiamento coerente. 

Questa settimana è importante, da questo punto di vista, anche per l'Italia. Chi si impegna dicendo che "internet è libertà" si pone al servizio di quella affermazione e delle sue conseguenze.

Internet per l'Italia può essere considerata un nuovo terreno di coltura per il populismo, se interpretata in chiave di strategia della disattenzione: ma il suo contributo non violento e costruttivo è potenzialmente molto più dirompente. D'altra parte i media adatti al populismo non mancano di certo.. Sta a chi la usa pensare la rete non come l'ennesimo facile sistema per rilanciare slogan tattici, ma come opportunità di approfondimento, confronto sui fatti, accettazione delle opinioni diverse. Questo paese ne ha enorme bisogno.
Nell'epoca di internet il business editoriale è in trasformazione. E una possibile via d'uscita è che gli autori semplicemente diventino imprenditori di sé stessi. Luke Johnson, presidente della Royal Society of Arts e leader della compagnia di private equity Risk Capital partners, pone un vecchio problema in modo tanto diretto e sicuro da sfidare a rifletterci sopra di nuovo.

La disintermediazione, si diceva una volta. Oggi si dice, come Johnson, che la quota riservata agli autori dal sistema editoriale tradizionale è un cattivo affare per loro: "Creative types pay a heavy toll to distribute their works, and in "the internet age" they can and should be doing it for themselves. Be they painters having to give galleries 50 per cent of the price of their pictures, or authors getting just 7 per cent of the net proceeds of their novels from publishers, or singers receiving paltry royalties from record labels, for many the division of rewards is a bad deal."

E' un cattivo affare perché la gente non vede un film perché è incuriosito della major che lo ha prodotto, non sente un brano musicale perché è interessato a quello che presenta un'etichetta e non legge un libro perché ama un editore, dice Johnson: il pubblico presta attenzione a un'opera perché è affasciato dalla visione originale dell'artista o dell'autore. E poiché con internet e il digitale produrre e pubblicare è diventato molto meno costoso, gli autori che diventano imprenditori di se stesso, dice Johnson, possono guadagnare di più. Tagliando fuori gli intermediari. E' un modo per raccontare la crisi dell'editoria. Ma è un modo per spiegare bene che cosa faranno gli autori?

La pars denstruens è facile. E' la pars construens che resta difficile. Il che rende il problema interessantissimo. Gli autori possono pensare di fare a meno della produzione, del marketing, del lavoro di agenzia, del supporto legale che gli editori hanno sempre fornito in un unico blocco in cambio della possibilità di rivendere come volevano il copyright. Ma resta il fatto che anche il modello di business non è più quello di una volta: se il copyright non è protetto su internet per gli editori, non lo è neppure per gli autori. Inoltre, è vero che le funzioni di marketing e legale restano importanti e qualcuno le deve svolgere. Infine, non tutti gli autori, concentrati sulla loro visione creativa, sanno e vogliono saltare alla bisogna nella cultura dell'imprenditore.

Ne emerge una visione, ancora tutta da sviluppare, nella quale non abbiamo autori tuttofare, ma neppure editori onnipotenti. L'una e l'altra soluzione sono contrarie alla qualità creativa. Quello che avviene è la fine del bundle editoriale: le diverse funzioni si disaggregano e vengono pagate con una quota del fatturato; il problema è che tutti rischiano, nessuno si siede sul suo privilegio acquisito. Ma si ha l'impressione che sia un problema da affrontare e accettare.

Nello stesso tempo, nasce un insieme di nuove figure. Quelle che creano nuove opportunità imprenditoriali, disegnano contenitori e soluzioni innovative nelle quali il modello di business è comprensibile. Ostinarsi a imporre un copyright sui prodotti digitali registrati e replicabili non è una politica di grande lungimiranza. Scoprire nuovi modi di fatturare - concerti e incontri fisici, esperienze educative, invenzioni promozionali - è una funzione creativa-imprenditoriale nuova che potrebbe diventare decisiva.

Per gli editori si tratta di incorporare questa mentalità. Separare con chiarezza le funzioni, non più basandosi sui silos dei diversi mezzi di trasmissione ma sulla diversità di servizi offerti all'attività autoriale: produzione, marketing, controllo qualità, legale, sperimentazione di nuovi modelli di business, design dei contenitori, ecc ecc. Non tutti gli editori sapranno fare tutto. Ma in quella direzione ricostruiranno una prospettiva per il loro mestiere.

Twitter different

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Peretti ha scritto un post su Twitter che è stato retwittato più di 400 volte:

"Twitter is a simple service used by smart people. Facebook is a smart service used by simple people."

Non ricorda la battaglia ideale tra i tifosi di Apple e Microsoft?

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(Su FriendFeed, intanto, alcune reazioni...
Battuta carina:) - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone
questo dualismo fra fighi e sfigati dei social network è noiosissimo ... - Roberto - La TV Liquida from twhirl
Sarà anche noioso, ma l'hanno ritwittato in più di 400 (http://www.buzzfeed.com/jonah...) - Paola Bonomo
io quasi non mi sono ancora annoiato di apple-microsoft figuriamoci se non seguo volentieri twitter-facebook... :) - You from iPhone (edit | delete)
Mi sembra mutuata dalla battuta su rugby e calcio che si sente in Invictus. Razzisti! - Daniele Della Seta
Battuta elitaria di chi non è più elite! - cannedcat from fftogo)

Twitter cresce e Facebook è cresciuto

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Oltre un miliardo di tweet al mese, in questo 2010. Con una forte concentrazione al lunedì e venerdì. E con una coda lunghissima di utenti in base al numero di follower. Twitter cresce veloce, anche se il tasso di crescita sembra rallentare. Brian Solis

Le ricerche sui tweet sono sempre più efficienti. Per luogo, argomento, bio, ecc. Una serie di suggerimenti da Openforum.

Facebook intanto è cresciuto tanto che non solo ha la capacità di indirizzare il traffico molto più di Google per esempio nelle news (anche se Mante non nasconde le sue perplessità sulla qualità delle news), ma è anche capace di attrarre quasi tanto traffico quanto Google. Federico Ferrazza

Dubbi Romani

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L'Aiip è furente con il Decreto Romani. Dice che la nuova norma è un "grande fratello di stato". Come se non bastasse quello della Endemol, l'Aiip vede nel decreto una serie di mancanze gravi che aprono la strada alla trasformazione dei provider in sceriffi tagliando fuori i magistrati.

Stefano Quintarelli è più tranquillo, nonstante che lui quelli dell'Aiip li conosca bene. E parla di un "bug" nel decreto che unito all'assenza di un richiamo alla direttiva ecommerce (quella che dice che le piattaforme non sono responsabili di quello che fanno gli utenti) dal quale potrebbero passare un sacco di guai. Ma la sua formulazione tranquilla induce a pensare che anche questo come ogni altro bug si possa correggere.

Alessandro Longo lavora di fino sulle perplessità. E vale la pena di leggerlo per capire che non si capisce per esempio se YouTube nel decreto è televisione o no.

Le reazioni a caldo di ieri.
Google è grande. Ma Google News lo è meno. E sicuramente meno di Facebook. Su Facebook la gente si segnala di tutto, comprese le notizie. E secondo Hitwise il traffico che effettivamente arriva ai siti di notizie da Facebook ha superato quello che arriva da Google News. Con buona pace di tutte le lamentazioni degli editori che si ispirano a Murdoch.

Ora Hitwise aggiunge che da Facebook arriva più traffico a siti che nascono dal mondo del broadcast, mentre da Google News arriva più traffico ai siti che nascono da giornali cartacei.

Questo peraltro vale soprattutto per i grandi siti di news. La parte lunga della coda lunga è ancora più coperta da Google.

Anche perché quello che si fa su Facebook è più governato dall'immediatezza facile. (ReadWriteWeb)
Si chiama Salmon. E' un progetto open source che deve tentare di aggregare non solo i post ma anche i commenti che si trovano frammentati sulle varie piattaforme social media. (Online Media Daily)

Romani: vagamente ambiguo

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Il decreto Romani è passato al Consiglio dei ministri. Non contiene molte delle norme iper restrittive che sembra caratterizzassero le prime bozze. Non riguarda i blog e le attività degli utenti che generano contenuti. Non richiede controlli preventivi sui contenuti da parte delle piattaforme. Casomai è ambiguo sulla questione dei siti che professionalmente pubblicano video. La commissione europea comunque è chiara. Dunque le ambiguità, si spera, saranno superate dalla normativa più generale europea. Ma le ambiguità hanno comunque l'effetto di tenere sotto pressione la rete e probabilmente non lasciano tranquilli quelli che dovrebbero investire per sviluppare nuovi business online. Il testo su Repubblica.

Zambardino vede un po' di confusione. O'Presidente vede l'esclusione esplicita dei blog. PenneDigitali osserva la scarsa chiarezza sui provider. Dany si fa domande. Guido Scorza resta convinto dei suoi dubbi e pur apprezzando i cambiamenti apportati al testo pensa che i problemi non siano superati. Quinta segnala il testo e lo studia domani.

Nuovo buco nella privacy su Facebook

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Zachary Seward ha ricevuto nella sua posta elettronica 128 messaggi privati scambiati su Facebook tra persone che non conosce. (Wsj).

E' sempre più chiaro che le piattaforme internettare che invocano la libertà di espressione, dovrebbero impegnarsi a garantire meglio la privacy...

Cala il p2p

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Quinta segnala che effettivamente i dati Nielsen sembrano indicare un calo del p2p...

Apple potrebbe censurare i giornali sull'iPad

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Brian X. Chen ha un argomento che fa riflettere. Quando Apple ha tolto le apps che hanno un contenuto sexy, molti blogger hanno notato che se ne andavano anche programmi contenenti foto non particolarmente problematiche, come quelle delle ragazze in bikini di un servizio di ecommerce di constumi da bagno.

Per Chen questo significa che molti giornali che si preparano a pubblicare una versione per iPad dovrebbero stare attenti. Non solo quelli di moda. Ma anche molti altri periodici che pubblicano foto e pubblicità con qualche scollatura profonda...

Ma se dovessero fare questo, alla Apple, potrebbero unilateralmente prendere altre decisioni censorie, dice Chen.

iSpazio nota che probabilmente la censura effettuata da Apple si trasformerà in un'innovazione nella piattaforma AppStore: l'introduzione di una nuova categoria, "explicit".

La preoccupazione di Chen è probabilmente eccessiva. E' abbastanza assurdo, conoscendo la Apple, che quell'azienda si metta a discutere con gli editori. Ma dato il precedente delle foto osé, non è del tutto impossibile che intenda far valere il suo punto di vista anche in merito alle scelte editoriali.

Sarebbe vagamente comico trovare le applicazioni per iPad di - che so - Panorama o The Sun solo nella categoria "explicit"... Vedremo.
Come sottolineava Gboccia la questione sollevata dalla sentenza sull'orribile filmato pubblicato su Google Video è quella dell'equilibrio tra privacy e libertà di espressione. (Se ne parlava ieri in tre post a caldo).

In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza possiamo dire che secondo il giudice di primo grado:
1. Non c'è diffamazione, dunque la piattaforma non è "editore"
2. C'è violazione della legge sulla privacy perché la piattaforma avrebbe dovuto scrivere in modo esplicito che prima di caricare un video gli utenti devono assicurarsi di avere ogni diritto di farlo, ripetendo due volte la richiesta di verificare se il materiale pubblicato non contenga dati sensibili su terzi
3. I manager erano consapevoli di non aver fatto tutto il possibile per garantire la privacy.

Si vedrà se in secondo grado la sentenza sarà confermata e si vedranno le motivazioni di questa.

Ma intanto possiamo dire che la legge sulla privacy diventa il nuovo punto di attacco contro le piattaforme per gli user generated content. Ed è un punto molto delicato. Perché:
1. Le piattaforme, da Facebook a Google, sono strutturalmente poco propense a garantire la privacy, i loro modelli di business sono anzi proprio legati alla conoscenza di dati relativi alle persone per fini pubblicitari
2. Le piattaforme sono globali ma le leggi sono nazionali e il mosaico di normative non favorisce la chiarezza del diritto dei cittadini e delle piattaforme
3. La privacy non è sempre un tema molto sentito dai cittadini, anche in aree che godono di una normativa sulla privacy molto significativa; la cultura della privacy non è diffusa quando dovrebbe; salvo che poi quando i singoli si trovano la privacy invasa reagiscono con molta sofferenza.
4. D'altra parte, la diffusione di informazioni rilevanti su persone che hanno una funzione pubblica è un valore decisivo per la democrazia; e la possibilità che all'informazione partecipi anche la cittadinanza che non si occupa professionalmente di informazione è un valore di primissima grandezza per lo sviluppo della convivenza civile.

Occorre impedire che si assista a un crescente contrasto tra libertà di espressione e privacy. Anzi, i due diritti devono crescere parallelamente. 

Le norme per ora non aiutano. E i grandi player sembrano poco proattivi a favore della privacy, mentre molti interessi sono decisamente contrari allo sviluppo della libertà di espressione. 

La forza decisiva è quella dei cittadini. Che possono e devono combattere per avere equilibrio tra privacy e libertà di espressione, sviluppando entrambe e non riducendole entrambe. Il che passa prima di tutto da una crescente e forte consapevolezza della decisiva importanza democratica di entrambe.

La brutta giornata di Google / update

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Si poteva essere fiduciosi se la questione fosse stata soltanto una mancata chiarezza da parte di Google nei termini di servzio. (Vedi post precedente).

E probabilmente la questione si risolverà proprio in riferimento a questo.

Ma resterà aperta un'altra questione. Rilevante: perché è probabile che il diritto alla libertà di informazione e il diritto alla privacy saranno sempre più in conflitto. E tutti coloro che vorranno ridurre la prima potranno appellarsi alla seconda.

Allora sarà importante capire bene la seconda. E in questo caso a quanto risulta c'è un aspetto molto interessante. Perché in questo caso non ci sarebbe stata nessuna diffusione di dati sensibili sulla salute del ragazzo presentato nel video come affetto da sindrome di Down, se è vero quanto risulta: e cioè che il ragazzo non era affetto da sindrome di Down. Era malato, purtroppo, ma non di quella malattia.

Occorre dunque conoscere la sentenza per poter dire qualunque altra cosa.

Perché se tutto questo portasse a dire che la piattaforma deve assicurarsi che chi pubblica abbia tutti i diritti per farlo anche chiedendo ai terzi interessati prima di consentire la pubblicazione, questo costituirebbe una complicazione enorme per ogni piattaforma di user generated content. Se si trattasse semplicemente di scrivere meglio i termini di servizio la questione si risolverebbe abbastanza facilmente. In attesa di capire meglio l'intricatissima legge sulla privacy e la scarsa volontà da parte delle piattaforme di assumersene tutti gli oneri.

La brutta giornata di Google

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La sentenza italiana su Google dice dunque fondamentalmente che i giudici non considerano la piattaforma come un editore (non è condannata per diffamazione) ma la considerano responsabile se ci sono violazioni della legge sulla privacy, in particolare per la diffusione di dati sensibili relativi alla salute di una persona. E' possibile che questo problema sia risolto semplicemente aggiungendo un bottone alla piattaforma che, nel momento in cui un utente si iscrive per pubblicare qualcosa, chieda di dichiarare che il contenuto uploadato non infrange la legge sulla privacy? Vedremo.

Invisigot concorda nel vedere la sentenza come una causa di complicazione per gli user generated content. Matteo è d'accordo. Gboccia vede un difficile equilibrio tra libertà di parola e privacy. Dario se ne preoccupa ancora più decisamente. E cita Stefano e Guido, oltre che il parere di Vidi Down che nonostante i diretti interessati si fossero ritirati ha continuato la causa. E questo è il parere di Google.

Non si può non considerare il fatto che ci mancano le motivazioni della sentenza. Se quando le pubblicherà il giudice dimostrerà di aver tenuto conto di tutto correttamante, trovando semplicemente che nei termini di servizio di Google all'epoca dei fatti non c'erano tutte le precauzioni necessarie per evitare che gli utenti uploadassero materiale lesivo della privacy, tutta la vicenda assumerà contorni meno preoccupanti. Basterà appunto che le piattaforme siano più chiare nel chiedere agli utenti attenzione sulla privacy perché la loro responsabiltà di eventuali violazioni sia risolta. Vedremo, appunto.

Siamo comunque lontani dal problema dell'introduzione degli sceriffi della rete. Che invece rischia di saltare fuori per tutt'altra via: la riforma studiata dal governo attraverso Romani. Su quella occorre vigilare.

La strumentalizzazione di una sentenza è sempre possibile: sia in un senso restrittivo che in un senso allarmistico. In un contesto di proposte di legge restrittive, la popolazione che tifa per la rete è sempre preoccupata. Per quanto riguarda questo fatto specifico, solo la pubblicazione della sentenza potrà sciogliere i dubbi. Ma un fatto generale è certo: la libertà di informazione è costantemente minacciata da regole difficili da interpretare, mentre la privacy è costantemente minacciata da piattaforme disattente. L'equilibrio è difficile. E passa prima di tutto dalla consapevolezza degli utenti.

Intanto, Bruxelles si interessa all'eventualità di studiare i possibili abusi di posizione dominante di Google. Non è già un procedimento, dice Giovanni. Sulla base di un'iniziativa di Microsoft.

(Sulla specificità di Google, infrastruttura globale, difficile da mantenere nelle regole di tutti i singoli paesi, c'era tempo fa un pezzo di Pierani)

Google Video: la legge italiana complica il mondo

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E quindi le piattaforme che consentono agli utenti di pubblicare quello che vogliono online diventano responsabili delle eventuali violazioni commesse dagli utenti stessi? Un giudice italiano ha deciso che sì. E questo genera conseguenze giuridiche globali.

Il giudice Oscar Magi - quello di Abu Omar - ha condannato alcuni responsabili di Google Italia per violazione della legge sulla privacy, in riferimento al video sul bambino affetto dalla sindrome di Down pubblicato su Google Video, mentre li ha assolti dalle accuse di diffamazione.

In pratica, sembra di capire, Google avrebbe dovuto ottenere - o far ottenere dagli autori del video - la liberatoria alla pubblicazione delle immagini.

La sentenza è di primo grado e non è definitiva. Ma apre uno scenario molto complicato per tutti i provider di accesso a internet e soprattutto le piattaforme che consentono la pubblicazione di materiali informativi (soprattutto ma non necessariamente solo) in video da parte degli utenti.

Se fosse portata alle sue conseguenze, questa sentenza significa che prima di pubblicare qualunque cosa riguardi terzi su Twitter, Flickr, YouTube, Facebook, un utente dovrebbe ottenere la liberatoria dai terzi stessi e se non lo fa anche le piattaforme sono responsabili. Le piattaforme dovrebbero dunque in questo senso vigilare su quanto gli utenti pubblicano.

Potrebbe essere un colpo molto difficile da sopportare per il mondo degli user generated content. A questa sentenza potrebbero fare riferimento molti altri soggetti interessati a che la rete non possa essere il luogo della libertà di informazione - con i suoi pregi e difetti, con i suoi rischi e le sue opportunità.

L'ultima delle Faq a BlogNation

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Le risposte alle Faq di BlogNation sono da leggere. Divertenti. E piene di buon senso. Persino "troppo" aperte, visto che l'ultimo scambio è questo:

"Non mi avete ancora convinto del tutto. Siete sicuri di essere completamente imparziali?
Accettiamo la sfida. Clicca qui: è una ricerca su Telecom Italia fatta su BlogNation. Verifica tu stesso se abbiamo nascosto post critici."

Nel momento in cui questo post va in pubblicazione, cliccando su "clicca qui" si arriva a una pagina nella quale ci sono zero post. Come dire: si sono presi il rischio e hanno fatto la loro figura. Troppo corretto... "Nessuno è perfetto" direbbe BlogNation

Autori che bloggano

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Simon & Schuster, megaeditore, dice che gli autori dovrebbero tenere un blog e partecipare ai social network. (Joanna Penn). E suo nel nuovo sito pubblica una sezione apposta per dare suggerimenti pratici agli autori che vogliano fare tesoro del consiglio.

Apple frontale contro Flash

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Pare che Steve Jobs abbia presentato l'iPad al Wall Street Journal. E che abbia colto l'occasione per fare un attacco frontale durissimo contro Flash. Niente compromessi. (Gawker

Social mobile

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Pare che gli americani spendano tre ore al giorno con il telefonino in mano. E che lo usino tanto per comunicare sui social network da lasciare intendere che Facebook e company siano ormai piattaforme più usate dal telefono mobile che da computer fisso. Il che è considerato il segno del fatto che i social network diventano sempre più mainstream. (ReadWriteWeb)

Che cos'è l'ATTENZIONE? Una forma di energia

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Con l'arrivo di Buzz molti hanno avuto un moto di repulsione: non solo per le note questioni di privacy violata, ma anche perché ci si trova di fronte a un ennesimo strumento di comunicazione sociale da gestire, ascoltare, tenere d'occhio.

Di qui lo spunto per una riflessione sull'attenzione.

C'è un pezzo di Chris Brogan che si fa leggere. Contiene un'indicazione da criticare e una proposta da prendere sul serio.

Per Brogan l'attenzione è una moneta che si scambia e ha un grande valore. Uhmm. Per me la metafora non tiene: la moneta, come insegna la reazione pubblica alla crisi finanziaria, quando manca si può stampare. L'attenzione è scarsa e non si può replicare. In realtà, la moneta è una forma di informazione. Mentre l'attenzione casomai si può paragonare a una sorta di energia: viene da fonti rinnovabili ma è in ogni caso scarsa e limitata.

La proposta di Brogan però è di buon senso. Gestire l'attenzione facendosi una personale lista di priorità. Non lasciandosi trasportare dai doveri impliciti nelle piattaforme che si usano. Trovare un equilibrio interiore per tutte le fonti di energia-attenzione e i vari modi per impiegarla costituisce un valore per l'equilibrio del nostro personale ecosistema dell'informazione ed è la premessa di un equilibrio informativo complessivo. Il buon senso, qualche volta, serve. Anche per combattere la strategia della disattenzione.

Dati sulla FELICITA' da Facebook

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I dati sulla "felicità" degli utenti di Facebook potrebbero essere la più grande raccolta di esperienze in materia della storia. Per adesso sono registrati con un metodo piuttosto arcaico: si estraggono le parole associate a qualcosa di positivo e quelle che segnalano qualcosa di negativo, poi si contano. Risultato: per lo più l'ovvio, che di per sé è interessante ma non sorprende.

Balza all'occhio la persistenza di single, in un "campione" di 400 milioni di persone: 30% delle donne e 40% degli uomini si dichiarano single. 

E intriga il miglioramento della "felicità" man mano che l'età cresce. Il che sembra indicare che, almeno su Facebook, prevale l'ipotesi che la vita sia un percorso verso la saggezza, piuttosto che una progressiva perdita di spensieratezza e spontaneità. (O forse è un percorso verso il controllo delle emozioni che si condividono su Facebook e una perdita di spontaneità).

YouTube's secret

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E' stata una vera innovazione, YouTube. Il suo segreto più straordinario è stata l'idea di consentire le citazioni profonde dei video sui blog e i siti che "embeddavano" facilmente il codice. Una piccola differenza che ha generato una valanga di conseguenze, grazie alla dinamica del passaparola. E ha consentito a YouTube di battere 10 a 1 Google Video. Oggi in assoluta maggioranza i video si vedono perché sono stati segnalati da qualcuno, non perché sono stati cercati sul motore di ricerca.

Il blog di YouTube ha festeggiato. E Giovanni ha raccolto un po' di video famosissimi... E Dario nota che è più giovane di Facebook...

Facebook dirige il traffico più di Google

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Come riporta SFGate sul San Francisco Chronicle, secondo la Compete Inc, Facebook ha superato Google per diventare la massima fonte di traffico per alcuni portali principali, come Msn e Yahoo!, mentre è tra i leader per molti altri tipi di siti. I "social search engine" avanzano.

Ecco i dati:

"Using a snapshot of Web traffic from December, Compete's director of online media and search, Jessica Ong, found that 15 percent of traffic to major Web portals like Yahoo, MSN and AOL came from Facebook and MySpace. The lion's share of that traffic, 13 percent came from Facebook. Google, which has profited handsomely from directing Web surfers to their destinations during the past decade, was third with 7 percent, just behind e-commerce site eBay, which had 7.61 percent. MySpace was fourth with just under 2 percent."

daLeggere - DIRITTO D'AUTORE - Agcom

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L'indagine conoscitiva dell'Agcom sul diritto d'autore nelle reti di comunicazione elettronica è una lettura che chiarisce molti dubbi. In particolare non ci possono essere sceriffi privati in Italia ma solo magistratura e polizia. I provider e gli host non hanno responsabilità se non sanno nulla dei contenuti che circolano e si memorizzano sulle loro macchine. Corollario: non sono responsabili se mantengono fermo il principio e la pratica della network neutrality. Come in ogni paese civile. 

E l'Europa non può accettare che l'Italia non lo sia più.

BookBlogging - MEDIOLOGIA - Régis Debray

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More about Cours de mediologie generale
Régis Debray è un intellettuale militante, controverso, colto e innovativo. Tra le sue avventure c'è la fondazione della mediologia, una disciplina che si sforza di trovare una dimensione specifica per la ricerca, appunto, sui media.

Il suo corso di mediologia generale è apparso nel 1991. Ed è ancora denso di suggestioni, nonostante il tempo sia corso veloce da allora. Perché la sua riflessione era e resta pienamente solida. La sua mediologia tenta di definire lo studio "scientifico" della trasmissione del senso, della cultura, della conoscenza, attraverso il linguaggio, le immagini, le tecnologie. E si concentra su quello che noi oggi potremmo definire "piattaforme" ed "ecosistemi" dell'informazione: non si occupa dei messaggi che trasmettono ma eventualmente dell'influenza che le strutture di trasmissione e i loro contesti hanno sulle modalità di generazione dei messaggi. Non si occupa della "verità" o della "bellezza" dei contenuti, ma delle modalità con le quali essi sono prodotti, trasmessi e fruiti. Poiché nella nostra epoca sono proprio queste strutture a essere messe in discussione dall'innovazione accelerata da internet e i media sociali, la riflessione mediologica di Debray vale il tempo che richiede ripercorrerla.

La sua mediasfera per esempio è una nozione che arricchisce profondamente l'idea di ecosistema dell'informazione. Considerando, alla luce dell'esperienza della scuola francese della storia delle mentalità, la totalità umana e tecnica dei media e del discernimento del senso che trasportano. La mediologia non è la sociologia dei media: è casomai la storia e la filosofia della trasmissione del senso.

Ed è comunque una lettura di grande valore letterario. Come attestano alcune battute tipo: "La médiologie se voudrait au monde idéologique ce que l'écologie est au monde économique". Il che spiega in una riga il senso di una vita di ricerca.

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Alcuni libri che ho in mano             
  Impressioni mentre leggo

David Weinberger
Elogio del disordine
Bur

Emanuel Rosen  

Passaparola
Il Sole 24 Ore

L'ordine del mondo fisico imponeva
 alla realtà una struttura limitata, che
il mondo digitale ha riformato. 

Il medium della nuova epoca è fatto dalle
persone che si esprimono e si connettono. 
Anche il marketing impara a tenerne conto.
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Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
Tempo, Roberto Peregalli (31 gennaio 2010)
Repressione, Cory Doctorow (10 gennaio 2010)
Miti, Umberto Galimberti (27 dicembre 2009)
Città esemplari (20 dicembre 2009)
Rifare la città (13 dicembre 2009)
Ricchezza della famiglia (6 dicembre 2009)
Capitale e condivisione (29 novembre 2009)
Miseria del millennio (22 novembre 2009)
Che cos'è la coscienza (15 novembre 2009)
Pirati e designer (11 ottobre 2009)
Scrivere la musica (6 settembre 2009)
L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Scrivono di libri: Clelia Mazzini (Akatalēpsìa), Luisa Carrada (Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d'Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio. E... VibrisseLipperaturaLitteratitudineWittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di LetturaPenna e mouseBookrepublicLa FrustaZamBooksblog. E MilanoNera. E Sottotomo... BooksWebTvPalagniacAmalteoCarmilla onlineAntonio Genna. E Nazione indiana.


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In libreriaEconomia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltreFeltrinelli



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Ecosistemedia - NON SORPRENDE CHE...

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Non sorprende che l'Osservatorio di Pavia registri una prevalenza del governo e della maggioranza nel tempo dedicato dai telegiornali alle dichiarazioni dei politici. Però un po' sorprende la proporzione. (Sole 24 Ore, 2010 e 2009)

Solo su Tg3 il governo e l'opposizione hanno lo stesso tempo. Su Tg1, Tg2, Tg4, Tg5 e Studio Aperto, non c'è paragone. Negli altri telegiornali della Rai i quattro partiti dell'opposizione hanno meno di un terzo del tempo, riporta Marco Mele del Sole. Mentre sui telegiornali della Mediaset, che appartiene al capo del governo e della maggioranza, la parte politica del proprietario ottiene quote comprese tra il 60 e l'80% del tempo. Se poi si moltiplica tutto questo per l'audience, si vede che la grandissima parte degli italiani sono martellati dai messaggi della maggioranza. Ricordando che una quota superiore alla metà degli italiani ottiene le notizie solo dai telegiornali si trova conferma alla convinzione che in queste condizioni la partita del consenso non è facile per l'opposizione. 

Ma è chiaro che l'opposizione, quando era governo, non ha pensato che tutto questo potesse essere importante, visto che non ha preso provvedimenti strutturali in materia di proprietà delal tv. Chi dà ragione all'attuale opposizione, dunque, non può preoccuparsi dei dati rilevati dall'Osservatorio di Pavia. (Oppure non è d'accordo con la strategia tenuta in passato in materia dall'opposizione stessa e con chi l'ha guidata in quella direzione).

Buzz con grano di sale

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Chi accetta di partecipare ai social network deve sapere che alle piattaforme non importa molto della privacy, o meglio della libertà di parola e di silenzio degli utenti. Il capo di Google, Eric Schmidt, lo ha detto abbastanza chiaramente. Facebook ha cambiato le regole della privacy in modo che ha indotto molti utenti a trasformare in informazioni pubbliche quelle che in precedenza erano riservate agli amici. (Se le parlava qui). 

Se vogliamo scegliere che cosa portare nella dimensione pubblica e che cosa tenere nella dimensione privata dobbiamo pensarci noi. In generale, le piattaforme rispondono alle domande del pubblico sulla privacy ma non le considerano prioritarie. (Si diceva, forzando, che le amicizie sono in vendita).

Lo dimostra il lancio di Buzz che nei primi giorni ha trasformato in informazioni pubbliche la lista delle persone con le quali gli utenti di Gmail corrispondono più frequentemente. E ha poi migliorato l'interfaccia per rendere più facile impedire questo fenomeno solo dopo aver visto montare le proteste in materia.

Evgeny Morozov ha giustamente notato che questo genere di problema può anche essere futile per le persone che vivono in paesi dotati di una legislazione democratica. Ma nei paesi autoritari la pubblicazione della lista dei contatti di posta elettronica è una manna per i regimi che intendono reprimere ogni dissidenza.

Quanto ai paesi democratici, le persone sono sempre più chiamate a essere consapevoli di quello che pubblicano e di quello che vogliono mantenere privato. La dimensione pubblica è il grande territorio nel quale emergono i materiali di idee e informazioni con i quali si formano le decisioni collettive ed è bellissimo che si allarghi - con i media sociali - al contributo attivo di molte più persone. Ma quelle persone devono poter scegliere che cosa delle loro idee e personalità è pubblico e che cosa è privato. E questo avviene soltanto grazie alla loro consapevolezza. 

La neolingua del pollaio

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Basta trasmissioni-pollaio ma solo durante la campagna elettorale, dice il governo. E anche Pierluigi Battista si indigna sul Corriere: per l'uso spietato della neolingua orwelliana con la quale si proclama il contrario di ciò che si fa.

È particolarmente intricato il ragionamento retrostante. Anche perché nel pollaio vincono i galli e non quelli che vogliono approfondire: vince la neolingua e non la ricerca dell'informazione. Quindi i neolinguisti dovrebbero privilegiare i pollai, non chiuderli. Se lo fanno è però perché sono più avanti e stanno già scrivendo la nuova sceneggiatura: per far credere che in Italia c'è finalmente ordine e pace. E in questa nuova sceneggiatura dell'informazione-fiction, i pollai vanno chiusi perché rischiano di diventare veri programmi di approfondimento.

What's the Buzz

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E quindi ecco Buzz. Per costruire conversazioni a partire dalle reti sociali che si coltivano già in Gmail, connettendo quelle che si tengono via Twitter e condividendo i contenuti pubblicati già su Flickr, YouTube, Picasa, ecc, anche in base a soluzioni viste su Wave. NyTimes.

Tutti cercano di tenere la palla in questa partita. Costellata di invasioni di campo, cambiamenti delle regole, obiettivi nascosti che emergono solo dopo un po'.

Sembra ci sia un po' di confusione strategica. Ma il fatto è che le categorie tecnologiche di cui stiamo parlando non sono stabili, i loro confini sono in continuo movimento, l'uso di una soluzione si espande naturalmente al valore d'uso di un'altra: search, microblogging, social networking, posta elettronica, sconfinano nei rispettivi territori. L'effetto-rete parte più forte quando è chiara la tecnologia che si sta usando e il suo valore d'uso, non quando ci sono troppe alternative tecnologiche in gioco.

Un tanto al post

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Marco commenta la vicenda del ragazzo che si è fatto pagare per un post. Ampia discussione anche su Facebook. Il tema merita anche una chiosa laterale.
 
Il problema, secondo me, non è di questo o quel ragazzino. Che di per se fa più che altro tristezza. Casomai è di questa o di quell'azienda che pensa alle recensioni come fossero pubblicità e accetta di pagare.

Ma fa pensare anche la diffusa pratica di creare strumentalmente interpretazoini banalizzanti sul mondo internettaro. Tipo la concezione dei "nativi digitali" come categoria culturale indipendente dall'insieme delle relazioni sociali che le persone di ogni età vivono, qualunque sia il medium che usano. La facilità di generazione di slogan e la degenerazione "edeologica" che essi determinano sono causa di distrazione e distruzione.

Taglio alto

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Federica Sgaggio, giornalista dell'Arena, spiega perché ha deciso di aprire un blog. Sente il peso di un'evoluzione editoriale che tende a cambiare il lavoro dei giornalisti escludendoli progressivamente dal mondo degli intellettuali. Paradossalmente, dice Sgaggio, una giornalista che voglia far sentire la sua voce deve aprire un blog. Il suo si chiama: due colonne taglio basso. Suona come la risposta del caporedattore alla proposta del redattore (e il redattore pensa, in silenzio: "non vogliono dare importanza alla notizia").

La storia di Federica segnala una tendenza ormai da tempo avvertita. E' finita l'epoca della contrapposizione tra blog e giornali. Non solo perché i giornali hanno imparato ad aprire i loro blog e ad ascoltarne la voce. Ma anche - e questa è la novità segnalata da Federica - perché i giornalisti come persone possono trovare nei blog un'opportunità di espressione che la loro professione (come molte altre professioni) non offre. Non a tutti. Non a tutti quelli che vorrebbero esprimersi.

La separazione tra blog e giornali resta, ma non è più tecnica. E' umana. Chi fa sia l'uno che l'altro può sentirsi tagliato in due, visto che in entrambe le situazioni scrive, ma in un caso per esprimersi e connettersi, nell'altro caso per sviluppare una linea editoriale. Sicché la stessa distanza tra blogger e giornalisti si sta trasformando: non è tanto nelle tecnologie e non è certamente nelle capacità personali. E' nel progetto che le persone perseguono.

E' un caso del problema irrisolto della relazione tra progetti individuali e progetti collettivi che si manifesta in molteplici occasioni nell'ambito intellettuale. Quando c'è un progetto comune forte, le individualità sono compresse; quando c'è soltanto una giustapposizione di progetti individuali senza obiettivi in comune si sviluppa un rumore generale poco comprensibile.

E' la differenza tra Wikipedia e Facebook: la prima è un progetto intellettuale comune forte (con la metafora dell'enciclopedia) nel quale in generale le singole persone non emergono; il secondo è uno spazio di espressione di progetti intellettuali individuali che in comune non hanno un progetto ma una piattaforma. I due modelli hanno avuto enorme successo. Ma entrambi di confrontano con il problema di come si possa migliorare la qualità del risultato intellettuale del progetto. In questo problema, come sempre su internet, c'è un'opportunità: per chi la saprà definire e sviluppare. Proponendo un nuovo contributo alla rete.

BookBlogging - SCIENZA E MEDIA - Greco e Pitrelli

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More about Scienza e media ai tempi della globalizzazione
Pietro Greco e Nico Pitrelli hanno un scritto un libro concreto e sostanzioso su una delle frontiere più problematiche e affascinanti dell'informazione. Il rapporto tra giornalismo e scienza è uno dei luoghi della produzione mediatica dove appare più evidente la contraddizione tra velocità e affidabilità, tra comunicazione e informazione, tra ricerca giornalistica e promozione della ricerca scientifica.

Greco e Pitrelli sono riusciti a dare il senso della complessità della situazione senza assecondare i preconcetti diffusi. Ricostruendo la storia dei rapporti tra giornali e scienza. E dimostrando l'urgenza di innovazione in questo settore strategico per il futuro di qualunque società nell'epoca della conoscenza.

I motivi di urgenza non mancano. La vicenda dei dati sul clima, presentati in modo da drammatizzare il più possibile l'effetto sull'opinione pubblica, i diversi casi di studi pubblicati da primarie riviste scientifiche che si sono rivelati delle bufale, le motivazioni extrascientifiche (economiche, politiche, mediatiche) che provocano comportamenti devianti dall'onesto lavoro di ricerca scientifica, emergono sempre più spesso alla consapevolezza della società. In compenso, la scienza è anche molto forte nella correzione dei risultati sbagliati che derivano da queste deviazioni: ma è sempre più necessario rendere facile e chiaro il flusso di affermazioni e correzioni in modo da avvalorare il percorso di ricerca collettivo tanto quanto si dà conto di ogni sua tappa. D'altra parte la facilità con la quale i giornali sbagliano, si prestano a campagne manipolatorie, scelgono i fatti più spettacolari rispetto a quelli più importanti, resta un fenomeno diffuso, ma gli incentivi al miglioramento qualitativo non sono mancati negli ultimi anni e si fanno sentire sempre più fortemente in questo periodo di crisi. In realtà, la difficoltà dell'informazione e della comunicazione della scienza è un aspetto di un più generale fenomeno di trasformazione mediatica. Del quale Greco e Pitrelli riescono a dar conto con acuta e motivata sintesi. E senza proporre facili soluzioni salvifiche, osservano che la soluzione non è soltanto tecnologica ma sostanzialmente culturale ed editoriale: la società è sempre più consapevole dell'importanza dell'informazione sull'evoluzione della scienza e se dimostra di non essere soddisfatta dall'offerta attuale sta purtuttavia sviluppando una domanda che qualcuno dovrebbe essere in grado prima o poi di soddisfare. Non è dunque un luogo comune dire che c'è una crisi, ma anche un miglioramento possibile.

Link:
6th World Conference of Science Journalists (Londra, 30 giugno - 2 luglio 2010)

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Alcuni libri che ho in mano             
  Impressioni mentre leggo

Jürgen Habermas
Storia e critica dell'opinione pubblica
Laterza

Paolo Iabichino  

Invertising
Guerini

L'idea di "pubblico" è tanto importante
 quanto intrinsecamente ambigua:
leggere o rileggere Habermas fa bene. 

L'advertising, la pubblicità, cambia direzione,
si inverte, perché il pubblico non è più target
ma attivo protagonista della conversazione.
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Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
Tempo, Roberto Peregalli (31 gennaio 2010)
Repressione, Cory Doctorow (10 gennaio 2010)
Miti, Umberto Galimberti (27 dicembre 2009)
Città esemplari (20 dicembre 2009)
Rifare la città (13 dicembre 2009)
Ricchezza della famiglia (6 dicembre 2009)
Capitale e condivisione (29 novembre 2009)
Miseria del millennio (22 novembre 2009)
Che cos'è la coscienza (15 novembre 2009)
Pirati e designer (11 ottobre 2009)
Scrivere la musica (6 settembre 2009)
L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
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In libreriaEconomia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltreFeltrinelli



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Libri e commenti

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Commenti sulla vicenda Amazon MacMilla. Amazon non ne esce bene. Ed è importante.

Intanto, commenti su: iPad, Blogopalla, Numeri dei video, Customer service, multitasking.

Facebook contro Gmail

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Dice Arrington che Facebook sta studiando un Gmail-killer. Potrebbe essere l'ennesima web mail? Non credo. Potrebbe essere un tentativo per mandare mail a partire dai messaggini di Facebook, ma occorrerebbe anche un miglioramento dell'interfaccia che per ora è piuttosto arcaica. Non credo che possa essere anche l'apertura a ricevere messaggi mail sulla casella di Facebook (a meno di aprire ancora più i setting dell'account e lasciar perdere ogni traccia residua di privacy).

Grandi foto per un piccolo paese

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Grandi, terribili, foto di Haiti. Tre settimane dopo.

Chi ha ucciso la riforma finanziaria

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Robert Reich scrive per Salon un pezzo significativo. Che mostra come la politica americana sia impotente di fronte alla volontà della lobby di Wall Street sulla riforma finanziaria.

Ma che cosa manca alla politica per poter agire? Non il potere, in apparenza. Ma l'idea di come usarlo.

La lobby iperfinanziaria è capace di pagare i politici, suggerire opinioni, creare un contesto favorevole a certe opinioni, impaurire i contrari, far apparire "fuori dal mondo" e "non concrete" le idee divese. Negli ultimi trent'anni si è trovata a cavalcare una traformazione coerente con i suoi interessi (privatizzazioni, liberalizzazioni, globalizzazione, mercatismo, consumismo). Il suo modello non è sostenibile e moltissimi se ne rendono conto: ma nessuno vede e racconta come si può sostituire quel modello con uno migliore.

Perché non si vince questa battaglia se non dal punto di vista culturale. E la cultura non cambia solo esprimendo opinioni. Si cambia anche creando un contesto che dimostri che le opinioni innovative sono concrete, e sostenute concretamente dall'organizzazione della società e dell'economia. I media sociali sono adatti alla bisogna proprio perché costruiscono un sistema per comunicare che costruisce contemporaneamente un contesto ben più che mentale. In questo c'è probabilmente una delle radici della loro contemporaneità.

iMussolini a testa in giù

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Alla fine hanno tolto iMussolini dall'AppStore, dice iPhoneItalia.

Interessante che l'applicazione contenente i discorsi del Duce sia stata rimossa non per motivi di opportunità politica ma per motivi legati a una possibile violazione di copyright. (Questo è molto americano: per gli americani, in nome della libertà di espressione, si possono anche vendere materiali filonazisti online, cosa vietata invece in Francia, come ci ricordiamo dal caso Yahoo! di qualche anno fa).

Se c'è una cosa di cui gli editori possono stare tranquilli è che la Apple è attenta al copyright.

Telecom-Telefonica, uhmm

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Vincenzo Novari, della 3Italia, davanti al viceministro Paolo Romani, nel corso dell'ultima giornata marconiana, aveva lamentato come il blocco della costruzione della nuova rete veloce italiana fosse essenzialmente dovuto all'ostruzionismo del socio straniero di Telecom Italia. E il viceministro aveva annuito...

Inoltre, non tutti i soci di Telco sono d'accordo con la vendita a Telefonica. Infine, le smentite e i no comment sulla possibile operazione sono molti. Forse troppi perché si possa pensare a una scelta già operata e a una decisione imminente. O almeno, speriamo.

Perché il tema è che prima di quell'eventuale operazione, è necessario prendere una decisione sulla rete attuale e sulla rete di nuova generazione. Con in mente due priorità: che se si scorporerà la rete, questo dovrà avvenire in modo da garantire la concorrenza tra gli operatori e la libertà dei cittadini. Quindi la governance dell'eventuale rete scorporata non deve essere affidata a niente di simile a un "cartello" di operatori, non può essere gestita dal governo, non va affidata a nessuno che possa essere interessato a limitare la net neutrality e il controllo dei contenuti in circolazione. È chiaro insomma che la questione è superdelicata.

Il porto delle perle #1

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Molte aziende bloccano l'uso di Facebook e dei social network ai loro dipendenti. L'Economist introduce il tema con spirito flemmaticamente critico:

"AN ASTONISHING amount of time is being wasted on investigating the amount of time being wasted on social networks."

Piani Mondadori per l'ebook

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Maurizio Costa, ad di Mondadori, dice che la sua azienda avrà un'offerta ebook nel 2011. (via Luca).

Come diceva Gian Arturo Ferrari, a Segrate non hanno fretta.

(Anche perché è sempre vivo il problema della pirateria, fa notare Giornalisticamente...).

Numeri: audience dei video online

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Ashkan Karbasfrooshan, fondatore di Mojo, ha raccolto alcuni numeri e considerazioni importanti per capire che cosa sta succedendo ai video online e alla raccolta pubblicitaria che potrebbero ottenere. I suoi risultati in sintesi (incredibile il crollo dei portali e l'aumento dei valori dei principali servizi strutturalmente beneficiati dal passaparola, nel grafico in basso):

1. frammentazione della televisione
Trent'anni fa il 90% della popolazione vedeva i principali canali televisivi generalisti. La Nbc per esempio era vista dal 30% della popolazione in prime time. Oggi solo dal 5%.

2. i portali hanno perso share
Il tempo passato online nel mondo, tre anni fa, era per il 12% dedicato a Msn e Yahoo!, che oggi non hanno più del 4% di share. Facebook e YouTube hanno conquistato insieme l'8%.

3. la frammentazione è aumento assoluto
Mentre i generalisti perdono terreno, il tempo assoluto dedicato ai media (alla televisione in particolare), è cresciuto.

4. context is king
E' il contesto che dà significato e valore al contenuto, non il canale di distribuzione. Facebook di fatto dà più significato a un contenuto di quanto non generi il mezzo tecnico che lo distribuisce.

5. la pubblicità cresce, ma non abbastanza
L'audience e la pubblicità crescono, ma non abbastanza da generare risorse per tutti i creatori di contenuto.

6. la frammentazione si estremizza
I video, in media, sono e saranno visti circa 500 volte; il 25% delle visioni avverrà nei primi 4 giorni dall'uscita, solo 30-60 secondi saranno davvero visti, nella larga maggioranza dei casi.

7. il passaparola è decisivo
Su YouTube, il 45% dei video si vede perché lo si è cercato nella piattaforma sapendo che cosa si cercava. Il 55% dei video è visto invece per caso o per passaparola (una segnalazione su un blog, una navigazione casuale, ...).

8. piattaforme vincenti
Hulu ha vinto, per ora, la battaglia per la fetta di mercato a pagamento. YouTube ha stravinto la battaglia per i contenuti generati dagli utenti. La soluzione per i contenuti intermedi, professionali ma non destinati a quelle piattaforme, è la crossmedialità: in modo che i video siano accessibili su tutte le piattaforme possibili in modo che il pubblico li trovi nel modo più conveniente nel momento in cui le vuole vedere.

TempoOnline.gif

Diesel's "be stupid" campaign

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Smart is stupid. But stupid is not necessarily smart.

Diesel's "be stupid" campaign is evolving. It was about the difference between "brains" and "balls", which was not at all new (just like the less than shocking difference between "head" and "heart"). Now it is about a much more interesting difference between the "plans" of the smart and the "stories" of the stupid. And it is going towards a more subtile: "smart may have the answers, but stupid has all the interesting questions". Racked sort of likes it.

If they improve the message that's fine, of course. But let's face it: in a stupid context, stupid is an easy bet to be a trend setter, while the value of flexible and open brains could be a much more likely innovation.

Diesel's competition should not worry, then. And let them be stupid.

iPad, oltre il rumore

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Underwhelming, dice Larry Magid. L'iPad non ha colpito l'immaginazione più di quanto l'immaginazione di tanti osservatori avesse già compreso prima dell'annuncio. E, in questo contesto di marketing esasperato, come nella finanza più speculativa, non superare le aspettative significa deludere. (Una summa di delusioni, su Rww) Ma questi fuochi d'artificio non sono il modo migliore per capire quello che succede.

Bisogna anche ammettere che, guardando almeno il video della presentazione dell'iPad, Steve Jobs non era al massimo della forma. E che l'unico annuncio davvero pratico e immediato è stato quello relativo al rilascio del kit per lo sviluppo di applicazioni: il vero scopo dell'evento era indurre gli sviluppatori a scrivere software e contenuti per essere pronti quando l'iPad sarà in vendita, tra un paio di mesi.

Tecnologicamente, l'iPad è un'evoluzione di idee già viste, con un tocco (questo sì magico) di design straordinario. E rispetto a ogni altro tablet è focalizzato su un valore d'uso ben preciso: leggere, accedere al web, accedere a contenuti. E adattandosi al mezzo, fare la mail, fare i conti, fare presentazioni, scrivere. Non è il massimo della portabilità e non è il massimo per produrre: a quelle attività servono meglio l'iPhone e il Mac. L'iPad doveva diventare il massimo in qualcosa di intermedio. Che probabilmente è la fruizione comoda dei contenuti digitali, a un prezzo molto contenuto se ci si accontenta (come è probabile per adesso) della versione che privilegia la connessione wifi. 

Quello che manca all'iPad e ha fatto arrabbiare molti tecnici è quello che non è essenziale per quel valore d'uso. A parte la mancanza del Flash che, a quanto pare, serve a garantire che i contenuti video sull'iPad saranno quelli che in qualche modo sono adatti alle strategie di Apple.

Perché l'iPad è soprattutto il terminale - divertente, comodo, efficace - del sistema di vendita di contenuti e software intermediato e organizzato da Apple: un'estensione della logica già sperimentata con l'iPod e l'iPhone. Il mercato è meno maturo di quanto non fosse all'epoca del lancio dell'iPod e saranno molto rilevanti i prossimi annunci sugli accordi tra Apple e produttori di contenuti, perché faranno la differenza e creeranno il "momentum" che assisterà l'iPad nelle prime fasi di impatto sul mercato.

Per gli altri il tema è semplicemente: scommettiamo che si venderanno molti iPad o no? Se sì, gli editori faranno bene a sbrigarsi e a mettere in campo i loro prodotti per questa piattaforma, visto che offre un'opportunità in più per migliorare le vendite. Se no, sarà stato tutto una bolla.

Per gli autori però tutto questo è molto rilevante. Dovesse prendere piede, l'Pad consentirà di vendere libri realizzati in ePub e non necessariamente assistiti da grandi case editrici. E offrirà nuove opportunità ai piccoli produttori di software con una buona idea al servizio dell'industria editoriale. 

L'iperventilazione che è stata necessaria al lancio dell'iPad non deve fuorviare: si tratta di un momento importante per il business dell'informazione. Un momento che si può cogliere, o lasciar passare via. Meglio coglierlo.

Update: nel frattempo Amazon - giustamente ammirata da Jobs per il suo lavoro pionieristico in questo settore - subisce la concorrenza di Apple e cede sulla questione del prezzo dei libri per Kindle... Si prepara all'arrivo di iBooks.

Free Twitter Riders

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Secondo uno studio di Mikolaj Jan Piskorski, di Harvard, su 300mila utenti di Twitter, più della metà pubblicava un micropost meno che ogni 74 giorni. Si scopre anche che il 10% degli utenti di Twitter che scrive più spesso è responsabile del 90% di tutti i micropost pubblicati. (Economist)

E' una proporzione simile a quella che Bernardo Huberman aveva scoperto tempo fa sugli utenti di Kazaa: il 10% degli utenti metteva a disposizione il 90% della musica che si trovava con quel software peer-to-peer. Quelli che usavano la musica messa a disposizione degli altri senza condividere la propria erano chiamati "free rider".

Man mano che cresce di numero, anche l'insieme del pubblico attivo va dunque compreso meglio, per distinguere tra le varie gradazioni di impegno e condivisione che ogni persona può scegliere di offrire alla rete.

Google abbandona Explorer 6

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La tua azienda usa ancora Explorer 6? Non di dà la possibilità di aggiungere un altro browser al tuo pc? O il tuo vecchio computer di casa ha ancora il vecchio browser che ci hai trovato preinstallato? Vale la pena di scaricare un altro browser. Perché anche Google sta smettendo di supportare Explorer 6, il che significa che la mail e i documenti che usi sulla "nuvola" di Google cominceranno a funzionare meno.

iPad, perché se ne parla tanto

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Non cessa il profluvio di articoli e commenti sull'iPad. Perché l'intelligenza collettiva dei cercatori di opportunità deve digerirlo nella sua fattuale concretezza, dopo tanto tempo passato a immaginarne le possibili forme e funzioni. (Antonio, Guardian)

Con un punto di domanda chiaro in testa: se ne venderanno abbastanza da dare valore al mio possibile investimento, come consumatore e come sviluppatore? Già, perché sia per chi compra l'iPad sia per chi intende scrivere software da distribuire a chi compra l'iPad, il problema comune è quanto sarà grande il mondo dei possessori di iPad? Maggiore quel numero, maggiore la ricchezza di contenuti e applicazioni, maggiore il valore, migliore la possibile soddisfazione.

Il problema dell'uovo e della gallina in questo caso è facilitato dal fatto che esiste già una quantità di software per l'iPhone che verrà facilmente adattato all'iPad. E che alcuni editori di libri hanno già in cantiere la vendita di libri per l'iPad. E che i giochi andranno bene (l'idea del Monopoli con giocatori attorno a un tavolo con l'iPad in mezzo e qualche amico che gioca da un'altra città non è male...).

E per le applicazioni di base, la possibilità di leggere il web e fare la mail girellando per la casa, semplicemente connessi col wifi, il costo è davvero contenuto: 499 dollari...

E' più facile pensare che sia un prodotto relativamente molto venduto, piuttosto che sia un totale flop. Il che rende probabile che molti scommettano su questa ipotesi e facciano software e contenuti adatti all'iPad. Il che arricchirà la piattaforma e la renderà di vero valore. Decretandone il successo. E' più facile che decolli piuttosto che resti a terra.

Se questo è vero, vale la pena di pensare giornali da diffondere sull'iPad. Inventandone il nuovo design e pensandoli come servizi di organizzazione dell'informazione talmente interessanti da poter anche essere venduti. E' una possibilità in più. Per chi si muove bene, con qualità e velocità, facendo ricorso a immaginazione e spirito di iniziativa. Editori tradizionali e nuovi editori sono dunque ai nastri di partenza. Dovrebbe essere divertente.

Sostegno al Public Domain Manifesto

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Senza nulla togliere all'importanza del copyright, è necessario sostenere, alimentare e difendere il pubblico dominio. Un ecosistema culturale ricco e sano ha bisogno di equilibrio tra modelli e forme di sviluppo del pensiero diverse. Il pubblico dominio è un terreno fertile e fertilizzante. http://publicdomainmanifesto.org/italian.

Gli editori amano il tablet

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Informavore e Filtering

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A DLD si discute un sacco di information overload, filtri e potere. Frank Schirrmacher dice che non sarà mai più possibile gestire l'informazione senza le mavchine e che queste prenderanno il potere. David Gelernter risponde che il problema è che si fa troppo poca ricerca sull'interfaccia e le macchine che usiamo, e che quindi l'attuale malessere è relativo alla scarsa comprensione dei fenomeni. E aggiunge una domanda: dove sono i risultati di tutta questa informazione? Siamo davvero più informati? Baratunde Thurson risponde che ci vuole anche un po' di calma: non è necessario sapere tutto quello che viene pubblicato da 6 miliardi di persone. Loic mostra la nuova interfaccia di Seeismic (più sintetica e divertente) per Twitter. E aggiunge che il filtro per lui sono le segnalazioni degli amici.

La maggioranza di Google / 2

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Una piccola discussione si è sviluppata intorno al post precedente che riportava la notizia secondo la quale i fondatori Page e Brin cederanno entro cinque anni una parte dei loro diritti di voto su Google, arrivando a perdere la maggioranza assoluta. Grazie a Thomas e Hamlet (le firme dei commenti) per le precisazioni. Ma il senso rimane lo stesso: il documento presentato alla Sec significa, come dice Paidcontent, esiste la possibilità che tra cinque anni qualcuno compri il controllo di Google. (I due fondatori potranno tenere il controllo se resteranno d'accordo con Schmidt che detiene un altro importante pacchetto, dice il Sole)

E' un'ipotesi improbabile. Per comprare il 52% di Google ci vorranno tra cinque anni molti soldi (inutile tentare una previsione sulla capitalizzazione ovviamente). E non tutte le azioni necessarie saranno del tipo venduto in borsa. Ma saranno comunque in mano a investitori che a fronte di un buon prezzo potrebbero voler vendere. E dunque, i custodi della fondamentale "missione moralmente consapevole" di Google, Brin e Page, potrebbero essere superati da altre filosofie aziendali. 

All'interno di Google, non tutto è omogeneo. E lo sappiamo, anche se questa questione va affrontata meglio. Finché ci saranno i fondatori e finché i fondatori avranno la stessa filosofia che li ha portati fin qui, Google continuerà a svolgere il suo compito strategico con una particolare attenzione alle implicazioni sociali e culturali del suo operato. Ma se dovesse entrare al posto di comando qualcuno che non ha le stesse idee, il grande potere di Google potrebbe essere indirizzato ad altri fini. 

Questo non significa che succederà. Significa che finora era impossibile. Ora è improbabile.

Come sempre, in rete, questo porta a pensare che varrebbe la pena di darsi da fare per costruire delle alternative.

La maggioranza di Google

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Seguendo uno schema abbastanza normale ttra i fondatori di grandi aziende americane, Brin e Page venderanno azioni di Google nel corso dei prossimi cinque anni. Alla fine non avranno più la maggioranza assoluta. (Paidcontent)

La fantapolitica si potrebbe scatenare. Pensando che un fondo cinese si possa comprare la maggioranza di Google, viene da pensare che potrebbe farlo l'Europa... Ma si può prevedere che non lo farà nessuno. Forse.

126 milioni di blog

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Una collezione di numeri sull'uso dell'internet nel mondo. (via Loic). Le persone connesse sono 1,73 miliardi nel mondo.

Tra l'altro:

  • 126 million - The number of blogs on the Internet (as tracked by BlogPulse).
  • 84% - Percent of social network sites with more women than men.
  • 27.3 million - Number of tweets on Twitter per day (November, 2009)
  • 57% - Percentage of Twitter's user base located in the United States.
  • 4.25 million - People following @aplusk (Ashton Kutcher, Twitter's most followed user).
  • 350 million - People on Facebook.
  • 50% - Percentage of Facebook users that log in every day.
  • 500,000 - The number of active Facebook applications.


Update: sul Sole di oggi si legge peraltro che la Cina vanta da sola 180 milioni di blog su 384 milioni di utenti internet a fine 2009.

Amazon si prepara al tablet Apple

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Dopo aver abbassato la quota che si trattiene del prezzo di vendita dei libri e giornali che vende sul Kindle, Amazon ha anche aperto il suo lettore agli sviluppatori. Perché dovrà reggere l'urto del prossimo arrivo del tablet della Apple.

La competizione, che una volta era sulle tecnologie, ora è sugli ecosistemi. E sembrerebbe che i più importanti attualmente siano proprio Google, Apple, Amazon. Un po' distanziata, in termini di velocità innovativa, la Microsoft.

Editori e piattaforme

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Stefano Quintarelli propone una discussione sull'evoluzione dei concetti di editore e piattaforma nel passaggio dal web 1.0 al web 2.0.

Le funzioni sono relativamente chiare:
1. La piattaforma è un sistema tecnologico che consente di pubblicare, trasmettere, far pagare, raccogliere pubblicità, personalizzare, cercare... ecc ecc... Una sorta di mix di connessione, hardware, sofware, organizzazione e offerta commerciale.
2. L'autore è chi crea l'opera e dunque ha originariamente il diritto d'autore
3. L'editore è chi acquista i diritti degli autori e li rivende (direttamente al pubblico o indirettamente alla pubblicità), pagando la piattaforma e gli autori.

Dimentico qualcosa?

Le piattaforme si trasformano nel senso di facilitare tutte le operazioni. Quella più evidente con il web 2.0 è la facilitazione della pubblicazione, ma ce ne sono molte altre meno evidenti. Con la grande facilitazione alla pubblicazione offerta dalle nuove piattaforme, gli autori si sono moltiplicati e hanno spesso trovato il modo di interagire direttamente con il pubblico saltando gli editori tradizionali. Le piattaforme si sono appropriate della funzione di monetizzazione pubblicitaria (e in qualche caso anche la vendita di contenuti). In quel momento sono diventate editori? Secondo la definizione riportata sopra: no, se lasciano agli autori la piena disponibilità del loro diritto d'autore facendo solo da marketplace; sì, se acquistano il diritto d'autore e lo rivendono. Quando diventano editori hanno le responsabilità degli editori. Quando sono piattaforme vale la regola del commercio elettronico. Imho.

Wikipedia e il recentismo

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Questo post riguarda il concetto di "recentismo" usato come avvertenza per i lettori che incontrano certe voci di Wikipedia, come nel caso del partito "Alleanza per l'Italia". E il dibattito intorno all'esclusione della voce sul "Movimento 5 stelle".

Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.

Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).

Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.

Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.

Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.

Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.

La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.

(Domani su Nòva un pezzo in materia).

Federico Rampini

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Chissà perché - sulla Repubblica di carta - Federico Rampini ha riscritto il pezzo di Gianni Riotta dal quale aveva preso avvio il dibattito sulla relazione tra internet e dinamica della conoscenza.

Ai precedenti interventi se ne sono aggiunti altri: Destralab, Tre scogli, Giornalaio. Ed ecco i precedenti: Guido Vetere, CronacheSospese, Giornalisticamente, PDObama, e i già segnalati Maremma, Mantellini, Scene digitali, Pd Vedano Olona, BlogNotes, Tre scogli, Omniaficta, LostSpace, Spazio della politica, Ideas Repository, Vittorio Pasteris, Luca Massaro. Gigi, WebNotes. GardaLine, Webeconoscenza, Antonio Larizza. Quinta.

Rampini peraltro tenta di aggiungere una sottolineatura sul concetto di ideologia. Presentando l'ideologia dell'"internet 2.0" come l'autoproclamata "espressione più avanzata del potere delle masse". Il che è abbastanza fuorviante, posto che è proprio l'idea di "massa" che appare vagamente estranea al web. Di ideologia e critica del fondamentalismo digitale si può ovviamente parlare: ma pensandola con parole come "massa" si rischia di perdere di vista la specificità dell'argomento. Ed è invece sottolineando la parola chiave, "persona", che si avvia la discussione in modo da liberarsi delle incrostazioni - e delle manipolazioni - ideologiche. Imho.

Tablet editoriale

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A quanto pare, il tablet della Apple arriverà accompagnato da una serie di accordi con editori in cerca di nuovi modelli di business: dopo Time Inc per Sports Illustrated, arrivano voci su HarperCollins e NYTimes. Dopo aver trovato un nuovo modello di business per la musica, la Apple starebbe impegnandosi a "curare" anche l'editoria.

Macchine del silenzio

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Il governo cinese utilizza le compagnie internet che operano nel suo paese come poliziotti e collaboratori per limitare l'informazione che circola in rete. Ne scrive in un ampio commento Rebecca MacKinnon, dell'Open Society Institute, ex capo dell'ufficio di Pechino della Cnn, che sta scrivendo un libro sul futuro della libertà nell'era di internet. E il suo punto è questo: gli occidentali stanno imparando dalla Cina a considerare gli intermediari internet responsabili di ciò che fanno i clienti e gli utilizzatori delle loro piattaforme?

Le notizie intanto si moltiplicano, dai giornalisti stranieri spiati in Cina ai computer governativi indiani spiati da cinesi. Non possiamo sapere chi effettivamente abbia fatto che cosa. Ma ci dicono che Google ha subito pressioni sempre più forti perché collaborasse più attivamente alla censura. Proprio mentre in occidente si trova a combattere su molti fronti diversi: digitalizzazione dei libri, copyright dei giornali, controllo dei filmati uploadati su YouTube... 

Google non è ovviamente internet, ma ne è un'"istituzione" emblematica che cresce con la rete. L'intensità degli attacchi a Google sono direttamente proporzionale alla crescita della sua importanza. Nella complessità della situazione, una lettura vagamente ottimistica si può comunque dare: tutto questo potrebbe costringere Google a non sedersi sul suo potere ma a cercare di dimostrare continuamente il suo spirito di servizio alla rete. La decisione cinese potrebbe essere letta in questo senso.

Owl... un'esplorazione di editoria online by Aol

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Owl non è per adesso molto "completa". E' una libreria appena cominciata di articoli, guide, "how to...", "sapevi che...". Ma è un'iniziativa di Aol. Connessa con la mega chiamata a raccolta di scrittori e fotografi online che sperano di poter essere pagati per i loro contenuti sulla piattaforma Seed.

Miguel Gotor

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Miguel Gotor partecipa al dibattito sull'evoluzione della conoscenza e la rete con un articolo sul Sole 24 Ore che andrebbe discusso.

Da un lato sottolinea, giustamente, come il percorso di produzione culturale in rete debba recuperare un rapporto con i tempi della ricerca e dell'educazione, perché la straordinaria velocità del web si può equivocare in immediatezza. Dall'altro lato si preoccupa di attendibilità di Wikipedia e di digitalizzazione dei documenti storici con parole che sembrano indicare che il suo pensiero sottovaluti un dato di fatto che invece apparirebbe chiarissimo: internet si aggiunge alle altre occasioni di informare e trasmettere documenti, non si sostituisce. In questo senso, sembra più probabile che si traduca più in un arricchimento che in un appiattimento. Imho.

10 anni di Cluetrain

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Cory Doctorow legge l'edizione del Cluetrain Manifesto aggiornata per il decennale. E' sempre così attuale!

Anche discutendo di conversazione e verità, quello che conta è ancora favorire la forza pacifica della voce umana nei confronti dei meccanismi automatici che ne prendono il posto (che oggi sappiamo non sono solo quelli del marketing; c'è anche la finanza, per esempio... oppure la violenza).

Questo ha fatto emergere temi ricchissimi per l'economia della conoscenza, come autorità, reputazione, connessione...

Certo, non si può fare a meno di vedere la complessità. La reputazione e le pratiche di distrazione sono collegate, per esempio. Come non vedere quante volte nelle "conversazioni competitive" (una locuzione discutibile naturalmente) si sviluppa una pratica del tipo: "io" dico "A", "tu" rispondi che "io" non può dire A perché non ha la qualificazione per farlo (ha un conflitto di interesse, è incoerente con quella volta che ha detto "B", è amico di uno che ha detto "B"...). Quante volte invece di stare sul punto si vede che i "conversatori competitivi" cambiano discorso e attaccano la persona intaccando la sua reputazione per screditare anche il valore delle sue affermazioni... Il metodo della conversazione è un tema di riflessione per sviluppare conclusioni interessanti.

Quando Google cambia punto di vista

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Il mondo alla rovescia. Di solito Google è accusato di fare soldi aggregando contenuti di editori. Ora Google accusa altri aggregatori di fare soldi con i contenuti pubblicati su YouTube... (via RobinGood)
Questo post è troppo lungo;
naturalmente a causa della fretta...


I giornali di qualità. Nel sottotesto del dibattito sul futuro dell'informazione, gli editori si richiamano costantemente alla locuzione "giornali di qualità". Il che avviene nel contesto di una valanga di perplessità (vedi il dibattito su www.veri.ta) relative a come si difende la qualità dell'informazione in rete dale pratiche del vandalismo, dell'estremismo, dell'integralismo. Ma del resto, visto da un altro punto di vista, tutto questo non è lontano dalla più generale questione del minestrone culturale che emerge - non solo in rete ma nel complesso del sistema dei media - dal fuoco incrociato della strategia della disattenzione e del disinvestimento nelle istituzioni educative, universitarie, museali a favore di nuovi modelli culturali televisivi e finanziari.

L'occasione di discuterne, ieri, con Nicholas Negroponte era ghiotta. Proprio nella città del papa, acerrimo avversario del "relativismo". E proprio insieme agli amici di Wired Italia, sempre ispirati dal direttore di Wired Chris Anderson, autore della coda lunga: ad Anderson avevo chiesto come emergerebbe nella coda lunga il valore della "qualità artistica universale" che una volta si poteva riconoscere in un Beethoven. Lui aveva risposto immaginando che Beethoven avrebbe cominciato suonando in un piano bar, sarebbe stato apprezzato da tutti, avrebbe raggiunto una grande notorietà con delle registrazioni su MySpace, avrebbe finito col pubblicare qualche disco e sarebbe diventato ricco con i concerti. In sostanza Anderson rispondeva parlando della costruzione della notorietà e dell'apprezzamento di qualunque autore, negando l'esistenza stessa di una nozione come "qualità artistica universale". Ovviamente.

In generale, in un ambiente come la rete emerge l'apprezzamento per un autore o per un'idea attraverso un movimento che aggrega consenso e attenzione, dibattito e conversazione, stabilendo scale di priorità mai stabili ma piuttosto in continuo movimento. E questo avviene in base a preferenze, a comportamenti e a connessioni, che prendono vita attraverso le segnalazioni e i link, e che dimostrano l'esistenza di sistemi di valutazione impliciti nelle menti dei partecipanti alla rete. Ma tutto questo non chiarisce come si formino quei sistemi di valutazione della qualità.

In assenza di una discussione sul modo in cui si formano i sistemi di valutazione, non abbiamo neppure una discussione su come migliorare la qualità. E tanto meno riusciamo a mettere in questione la nozione di "giornali di qualità".

La valutazione che avveniva nel mondo gerarchico, prima del successo della rete, era basata sulle istituzioni riconosciute dal tempo come fonte di qualità culturale: musei, università, editori... La rete ha aperto il gioco. Ora l'aggregazione di consenso attorno alla qualità riconosciuta nelle conoscenze e nei contenuti informativi dipende dai movimenti dei partecipanti alla rete. Un po' come avviene nell'arte moderna: ci sono esperti e critici, artisti e curatori, ma in realtà fanno tutti parte di una sorta di rete, cioè si muovono partecipando alle dinamiche del mercato dell'arte dal quale sembra sembra emergere l'aggregazione del consenso sulla valutazione della qualità artistica (tanto che sempre più spesso si presenta come una specie di citerio oggettivo della valutazione della qualità artistica). Questo, in rete, vale per ogni idea e ogni opera. Ma è un processo vagamente autoreferenziale, modaiolo, instabile.

"Probabilmente è proprio così che deve essere" ha risposto sulle prime Negroponte. Non c'è modo di stabilire che un criterio di valutazione sia migliore di un altro. In un mondo globalizzato tutti i punti di vista hanno uguale valore. Già, ma come si formano tutti i punti di vista? La cultura di un bostoniano non è quella di un italiano o di un cinese, tutte hanno diritto a uguale rispetto, ma vengono da qualche parte.

Da dove?

In assenza di una discussione su questo, vale il consenso che si ottiene e di mantiene lì per lì. La qualità diventa quello che i più bravi a costruire consenso riescono a far credere che sia in ogni momento. Si apre la strada a una sorta di populismo inflessibile. E quando sono in molti a essere bravi manipolatori, si finisce per distruggere ogni consenso. Con gravi problemi a tutte le attività che richiedono coordinamento per progetti di lunga durata: come la pace, la convivenza civile, la salvaguardia dell'ambiente, la valorizzazione dei beni culturali, l'identità, i diritti umani... Insomma, ci si muove in stormi la cui forma emerge dalla complessità ma non si sa bene come decidere dove lo stormo vuole andare.

Non si torna indietro alla gerarchia. La rete è un enorme opportunità per includere nella costruzione del consenso l'attivia partecipazione di chiunque abbia qualcosa di intelligente da condividere. La gerarchia blocca l'intelligenza se questa mette in discussione il suo scopo. La rete mette in discussione ogni privilegio acquisito. E dunque impone che ciascuna posizione sia definita dalla sua capacità di mettersi al servizio dell'ecosistema...

Probabilmente, si riparte dalle culture, dalle antropologie, dice Negroponte. "Io mi comporto come un bostoniano perché sono crescuto in quella cultura". Quindi c'è un sistema di autorità che trasferisce cultura e l'educazione diventa il centro di ogni altra questione.

Nel distruggere i privilegi inutili, la rete rischia di mettere in difficoltà anche le istituzioni educative? "La cosa più vicina che abbiamo a un'istituzione oggi è Google". Oppure, Wikipedia. E' dalle regole e dai metodi educativi impliciti in queste istituzioni - in queste piattaforme - che si può leggere il modo in cui emergeranno le nuove culture? E' anche da riflessioni come queste che può venire fuori l'idea di una nuova "istituzione-piattaforma" pensata per la sua utilità al servizio della rete e consapevole dei suoi effetti "educativi"?

Un post troppo lungo non finirebbe mai. Meglio finirlo con una domanda. O no?

Sergey Brin per la manutenzione del "no evil"

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Sergey Brin, a quanto pare, è l'anima della manutenzione della filosofia "no evil" di Google. Ken Auletta riporta un caso di un paio d'anni fa. Quando in assemblea fu proposta una mozione per chiudere i rapporti commerciali con la Cina, Sergey Brin si astenne mentre gli altri principali leader della compagnia votarono contro, dice Beet.tv. Jessica Vascellaro, su Wsj, in un articolo molto interessante, conferma il ruolo di Brin in questo dibattito interno sulla Cina. Le posizioni possono essere diverse tra i responsabili di Google: fino a che la cultura originaria resterà al vertice e riuscirà a prevalere, Google resterà capace di una credibilità che in caso contrario potrebbe perdere.

Electronic Frontier Foundation approva la decisione di Google. E segnala che questo non significa che i cinesi non potranno più avere Google, anzi. Il problema sarà utilizzare gli strumenti che servono (e che esistono e sono largamente utilizzati come ha dimostrato un servizio di Gabriele Barbati su Nòva di qualche settimana fa). In realtà, Google tornerà ad essere un simbolo di libertà per chi non può accedere senza censure all'informazione. L'amministrazione americana è superd'accordo: il softwpower deve avere i suoi simboli. Dato l'annuncio, comunque, i siti normalmente censurati su Google in Cina sono restati nell'immediato altrettanto censurati, riporta il Sole 24 Ore. La Repubblica deduce che ci sia una sorta di trattativa in corso.

Il Guardian si chiede se Google farà lo stesso in altri paesi nei quali la libertà internettiana è sotto assedio (e cita Francia e Italia). Wsj dice che Google va dalla parte giusta della storia.

Ma il motore della decisione è stato, a quanto pare, l'unilaterale attacco originato dalla Cina ai server di Google, si direbbe alla ricerca di informazioni sui dissidenti. Google si difende anche condividendo i dati sugli attacchi (il che è un altro segnale positivo, segnala Gigi). Il confronto Usa-Cina in materia non è ancora una cyberguerra, ma non è neppure una partita a bridge... Quinta.

A chi donare per Haiti

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Twitter, Skype, Facebook, funzionano straordinariamente bene per l'informazione su una catastrofe come quella di Haiti e sottolineano come l'informazione, la solidarietà e l'emozione siano in certi casi un'unica dimensione umana. Intanto, su Google appaiono le immagini satellitari del disastro (rww).

Anche in questo caso, purtroppo, il tema è che nella rete non ci sono solo le larghe maggioranze di persone oneste e sincere, ma anche gli squallidi sciacalli. Per questo l'Fbi avverte che non è bene donare al primo che chiede soldi per Haiti via social network.

E' uno strazio vedere che pochi maledetti possono rendere sospettosi tutti. Ma di fatto è meglio essere intelligenti. La Cnn riporta i consigli dell'Fbi, sulla base dell'esperienza di catastrofi precedenti, e offre un insieme di link per trovare enti affidabili ai quali consegnare il proprio gesto di solidarietà. Ancora una volta, l'ecosistema dell'informazione è completo e funzionante se si tiene insieme la meravigliosa energia del pubblico attivo e il lavoro di verifica e controllo che qualcuno deve avere il tempo e i mezzi per fare, con la dovuta tempestività. I social network migliorano l'informazione professionale e questa quando si muove può migliorare l'informazione sociale.

Per la verità, c'è molto da fare

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E' vivo e appassionante dibattito partito dal pezzo di Gianni Riotta (direttore del giornale per cui lavoro) sulla qualità dell'informazione in rete. Ho lanciato un piccolo contributo a mia volta, sostenendo che la rete ha una caratteristica strutturale importante: critici ed entusiasti hanno tutti la possibilità di parlare e soprattutto hanno sempre qualcosa da fare. All'insegna dello slogan: "Non chiedetevi che cosa può fare il web per voi: chiedetevi che cosa voi potete fare per il web e avrete la risposta anche alla prima domanda".
Ora però sarebbe il caso di andare avanti con il raginamento: che cosa si può fare?


Il world wide web, la ragnatela grande come il mondo aveva questo nome prima che fosse veramente globale. E per questo si potevano proiettare sul suo futuro le utopie, di libertà civile e ribellione non violenta, che la centralità dei media tradizionali aveva costretto a vivere nei cieli suburbani, nelle cantine dei geek e nei laboratori delle università. La nuova economia di Kevin Kelly e l'intelligenza collettiva di Pierre Lévy, la democrazia emergente di Joi Ito e il beni comuni della creatività di Lawrence Lessig, la convergenza digitale di Nicholas Negroponte e il computer invisibile di Don Norman. E poiché è sempre vero che tra le aspettative e le realizzazioni ci sono sempre distanze incolmabili, le visioni, le utopie, i sogni e i progetti si mescolano nella meravigliosa complessità dell'evoluzione della specie umana.

Di quali aspettative stiamo parlando? Un mondo che si sappia raccontare con la voce dei suoi abitanti, non solo con quella dei suoi potenti. Nelle università, da dove per prima la rete si è popolata, i ricercatori facevano giusto l'esperienza di questo genere di medium. Perché non poteva allargarsi al pianeta? Mercati e democrazie nei quali consumatori e cittadini abbiano la possibilità di conversare alla pari con le corporation e i partiti. Comunità che si autoregolano per portare all'attenzione della società aspetti della realtà che le televisioni dimenticavano. Saperi non più chiusi nelle biblioteche degli scienziati ma diffusi a tutti. Era troppo bello per essere semplice. Quando Bill Clinton si lasciò scappare la sua preoccupazione per il fatto che su internet circolavano le istruzioni per costruire le bombe, non insistette. E quando Barak Obama ammise di essere arcistufo delle critiche alle volte gratuite che gli piovevano dal mondo dei blog non affondò il colpo. Perché non ha senso uccidere la speranza che è costituzionalmente parte della rete: perché niente impedisce ai critici e agli entusiasti che hanno un progetto per migliorare la situazione, di provare a realizzarlo.

Se ci domandiamo perché la società ha riposto tante speranze nella rete - e non soltanto perché queste speranze rischino a ogni passo di essere tradite - possiamo approfondire da due punti di vista:
1. che cosa c'è nei mezzi di comunicazione e negli ambienti della convivenza tradizionali di tanto limitante da spingere un miliardo e mezzo di persone nel mondo ad adottare la rete come strumento per comunicare e centinaia di milioni di persone a vederla come mezzo per realizzare progetti e iniziative?
2. tra i progetti emergenti e le opportunità che si vedono in giro, c'è evidentemente un grande filone di sviluppo nel mondo dei servizi che possono favorire uno sviluppo equilibrato e non violento dell'utilizzo della rete e della produzione intelligente di informazione. Che fare?

E' innegabile che a quarant'anni dalla prima rete delle reti universitarie e a vent'anni dai primi passi della rivoluzione interettiana, lo spirito delle minoranze visionarie si è mescolato in un grande ecosistema complesso nel quale ci sono purtroppo anche le pratiche dei leaderismi populisti e quelle dei gruppi violenti. Il pubblico attivo che ha popolato il web divenuto mondiale si trova a vivere un clic accanto al pubblico cattivo.

Ma è tremendamente sbagliato pensare che questa vasta popolazione sia definibile in quanto internettiana: in realtà, il centro del problema è piuttosto il potere complesso del sistema dei media-minestrone, nei quali resta regina la televisione commeciale che funziona essenzialmente in base agli incentivi dell'audience purchessia. In questo quadro mediatico complesso, la rete è stata adottata massicciamente anche perché ha rimesso in equilibrio la relazione tra chi produce e chi fruisce, allargando le possibilità di produrre, esprimersi, connettersi. Ma la sorgente della qualità, della profondità, dell'intelligenza dei saperi e delle informazioni, che si scambiano sui media viene dalla vita, dalla cultura, dalla società nel suo complesso. La rete è e resta un abilitatore fortissimo di tutto questo. Ma si può fare meglio. Come favorirla?

Il senso di uno strumento tecnologico come il web è nell'interpretazione di chi lo usa. E il medium è fatto dalle persone che lo usano. Ma le regole implicite nelle piattaforme, nelle loro interfacce, nei sistemi incentivanti che contengono, hanno influenza sul risultato. Il principio è che un ecosistema equilibrato dell'informazione vive nell'infodiversità, non è pensabile programmare sintesi vincenti (non si può obbligare un'epoca ad essere illuminista o romantica o utopista) ma è pensabile che il metodo della collaborazione civile e non violenta prevalga sul metodo della disattenzione e del casino. Sarebbe bello lavorare su queste intuizioni, che per ora purtroppo sono solo intuizioni.

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Un contributo fortissimo viene da Edge: la domanda globale di quest'anno, appena lanciata, infatti è: "how is the internet changing the way you think?" Imperdibile.

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Domani sul Sole, su internet e la verità...

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Scrivendo un articolo per il Sole di domani. Proprio sul dibattito partito dal pezzo di Gianni Riotta (direttore del giornale per cui lavoro) sul ruolo di internet nell'evoluzione del sapere, citato nel post qui sotto...

Non so come lo comincerò, ma so come lo finirò:

Non chiedetevi che cosa può fare il web per voi. Chiedetevi che cosa voi potete fare per il web e avrete la risposta anche alla prima domanda.

Tv mobili iperlocali

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Al Ces, le tecnologie fanno venire in mente le applicazioni. Come queste soluzioni per fare tv, basate su telefonini, che fanno pensare a una quantità di televisioni iperlocali...

Incertezza sconosciuta ai greci

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Borges osservava che l'incertezza era una condizione sconosciuta ai greci. Dal punto di vista filosofico, naturalmente. Tra l'errore e la verità non c'era nulla. Niente calcolo delle probabilità. Ne parlava Simona Morini, Università IUAV di Venezia, all'interessante convegno sul governo dell'incertezza organizzato dal CsiPiemonte e ora disponibile anche in video online.

Readings #13 - La privacy interessa, invece...

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Kate Raynes-Goldie ha studiato per un anno il comportamento di un gruppo di giovani di Toronto in merito al loro approccio alla privacy. Scoprendo che sono molto più interessati al tema di quanto non si sia soliti pensare.

In materia ci sono state molte recenti discussioni, motivate dalle decisioni di Facebook:
Tra poco più di un mese scadono i termini per partecipare alla design challenge lanciata da Mozilla che parte da una domanda: "The Home Tab -- What are some interesting uses of a Firefox-hosted start page?"

Bel pezzo di Gino Tocchetti sul dibattito relativo alla qualità delle relazioni online. Sulla cura da dedicare all'uso delle tecnologie sociali. E sulla fine della separazione - mai convincente - tra reale e virtuale.

Preoccupazioni sul modo di pensare alla rete da parte di governi e poteri vari. Enzo, Semioblog, Gianluca. Riprese e notizie sul contesto del sistema mediatico: Aza, Bigout, Orientalia, Librishop, Dario.


Facebook contro Suicide Machine

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Se sei su Facebook non puoi divorziare dai tuoi amici usando il software di Suicide Machine. Si tratta di un servizio che toglie di mezzo tutte le connessioni con amici di un profilo e poi blocca quel profilo in modo che nessuno lo possa più toccare. Un modo per chiudere definitivamente con Faccialibro. Ma Facebook ha deciso di impedire l'uso di Suicide Machine. Los Angeles Times.

Happy Public Domain Day

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Happy 01.01.10! 

Communia ricorda che oggi è il Public Domain Day. Un giorno per celebrare la ricchezza culturale del pubblico dominio. Per guardare il mondo da una prospettiva resa più ampia dai giganti sulle cui spalle possiamo salire... 

C'è anche una lista di autori le cui opere entrano o stanno entrando nel pubblico dominio. (È anche segnalato il fatto che le legislazioni nazionali sul pubblico dominio sono diverse. In qualche caso, per utilizzare le opere degli autori in questione occorre farsi consigliare da un esperto. Questo è un problema che va affrontato e risolto per rendere più facile la vita di ciascuno di noi). Ecco un database per conoscere le opere in pubblico dominio.
Il paradosso di Free, di Chris Anderson, è che il libro si può scaricare gratuitamente, ma solo negli Stati Uniti, per motivi legati ad accordi sulla proprietà intellettuale internazionale tra gli editori. ("Sorry, this content is geographically restricted").

Intanto, vagando in rete, si trovano i contributi gratuiti alla ricerca pubblica che gli scienziati e gli intellettuali mettono a disposizione attraverso istituzioni orientate alla conoscenza distribuita. 

Si incontra per esempio il testo sulle specificità del cervello umano di Stanislas Dehaene, Jean-René Duhamel, Marc D. Hauser, e Giacomo Rizzolatti. From Monkey Brain to Human Brain. A Fyssen Foundation Symposium. MIT Press, 2005, che si può scaricare in pdf. Una lettura non specialistica che muove la consapevolezza su ciò che siamo: non abili utilizzatori di simboli astratti, ma creatori.

E poi i podcast del College de France. Una miniera inesauribile. Tra la proprietà intellettuale e la disponibilità pubblica la partita è aperta.

Intanto, si segnala il contributo di Galatea a un dibattito che non termina, perché ricchissimo di esperienze: "La stanchezza del blog. Dal blog al social network: perché tutti vogliono censurare Fb oggi?"

Si fa notare, infine, il pezzo di Vittorio Bertola sulle sue "relazioni" difficili con Wikipedia. Da approfondire.

Civiltà nella rete

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La rete rischia se lascia che l'inciviltà di alcuni degradi la qualità dell'esperienza di tutti, dicono Jimmy Wales e Andrea Weckerle, sul Wall Street Journal. Non senza ragioni, chiaramente. La soluzione, però, è la consapevole vigilanza degli internettiani. Può essere per un verso una questione normativa, ma non servono nuove leggi, casomai occorre il rispetto delle leggi attuali.

Il tema più affascinante, però, è capire come potranno emergere servizi e luoghi di conversazione che valorizzino chi rispetta gli altri e sceglie di discutere in modo civile.

Un progetto come Wikipedia, che non è certo privo di problemi, ha comunque saputo creare un contesto che incentiva la collaborazione costruttiva rispetto al vandalismo. È possibile, probabilmente, generalizzare alcune caratteristiche di Wikipedia nel design dei nuovi servizi di condivisione delle informazioni e discussione delle conoscenze. Quali sono quelle caratteristiche?

Ipotesi: un grande progetto comune, non profit e orientato al bene di tutti; una limitata sottolineatura dell'individualità di chi contribuisce che non innesca una gara degli ego; una buona struttura di manutenzione prevalentemente volontaria ma molto impegnata.

Non è detto che queste siano caratteristiche generalizzabili. E certamente non garantiscono neppure Wikipedia dall'emergere di problemi. Ma possono costituire un elemento di riflessione visto che in effetti sono connesse a un successo inequivocabile per una rete attenta alla civiltà delle relazioni.

Babele e la matematica

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Pensando che internet è globale - un patrimonio comune dell'umanità - si resta vagamente perplessi leggendo della moltiplicazione delle lingue e degli alfabeti con i quali si possono scrivere gli indirizzi. via New Scientist. Ma è un errore. Perché il linguaggio universale resta lo stesso: quello dei numeri.

Readings #11 - IL PUBBLICO NON E' UNA COMMODITY

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Un articolo di CarrieLynn Reinhard, Roskilde Universitet, sulla fine dell'audience come commodity e l'avvento dell'audience attiva. (pdf)

Abstract: "
Traditional discourses of the relationship between media producers and consumers have been challenged as of late in post-industrialized countries.  The blurring of established consumer/producer identities due to changes in the mediascape, forecasted for decades, has changed how both academics and media professionals characterize the role of people in media engagings.  The initial conceptualization of "audience-as-commodity" was challenged by increased recognition of the audience as active consumers, or "audience-as-agent".  Recently this recognition has led to the Hollywood media industry's cooptation of these consumers, conceptualizing the people who engage with their media products as a combination of the previous two, or "audience-as-pusher".  This paper is an account of this discourse swing through the description of case studies that demonstrate the utilization of interactive marketing schemes to co-opt pre-existent and emergent audience activity(s).  The emergent conceptualization and its relationship with previous ones present academics with challenges and opportunities for theorizing and studying the relationships between the media industry and the people in their everyday lives."

Bella lezione di Dan Gillmor segnalata a modo suo da Graziano.

Altre segnalazioni: dalla pseudopolitica (tato, scacciamennule, corrado), alla politica straniera della ricerca (alfonso, asa) e alle letture dei lettori (vitadiunio, loriscosta, lsdi).

I motori del profitto per Twitter

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Un accordo risolutivo per il business di Twitter. Che ottiene 25 milioni di dollari in cambio di consentire che i microblog pubblicati su Twitter diventino ricercabili dai motori di Google e Bing. (BusinessWeek)

Mappa dei social network

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Vincos ha aggiornato la sua mappa dei social network. RIpresa da TechCrunch! Facebook è ora leader in 100 su 127 paesi presi in considerazione.

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Rss trasformazione

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Gli rss-reader sono meno usati. Si tende a tenersi informati piuttosto con le segnalazioni che si trovano su Twitter. Lo segnala Richard MacManus. Perché, ihmo, i reader possono diventare sistemi di informazione troppo personalizzati e rischiano di chiudere fuori l'inaspettato. 

Ma i feed rss invece hanno un enorme futuro. Perché possono essere usati da aggregatori di ogni genere (da Techmeme fino a... Nòva100). E perché a sua volta Twitter può essere trattato in funzione dei feed rss che produce. Come del resto Google News e altri servizi (primi tra tutti, naturalmente i blog).

Senza dimenticare che anche gli rss-reader potrebbero evolvere...

Facebook e privacy

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Le perplessità espresse nei giorni scorsi sulla privacy e Facebook sono diventate anche una richiesta di intervento alla Ftc da parte di dieci organizzazioni americane per la difesa della privacy. Sostengono che Facebook ha violato la legge.

Per comodità, i link alle puntate precedenti: 
critiche dell'impostazione del progetto di nuova privacy su Facebook (18 novembre)
Electronic Frontier Foundation a difesa degli utenti di Facebook (10 dicembre)
critica dell'intervento del capo di Google e delle scelte di Facebook (11 dicembre)
discussioni su questo e altri blog (12 dicembre)
un esperto spegne e accende il suo facebook (14 dicembre)

Digitalizzazione gallica

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Nel quadro delle sue recenti decisioni, il governo francese ha stanziato anche 750 milioni di euro per la digitalizzazione del patrimonio culturale (libri, film, giornali, stampe) del paese. (sì: 750 milioni!)

Saranno destinati alle varie istituzioni come la Bibliothèque Nationale, il Centre national du cinéma, il Louvre, il Centre Pompidou e così via. Già oggi su Europeana, il 50% dei contributi è francese. La distanza dagli altri paesi è destinata ad aumentare. 

I problemi non mancheranno: come verranno messi a disposizione. Che cosa si potrà fare con i materiali consultabili? Partirà una guerra della protezione dei diritti? Ma un fatto è certo: questa iniziativa darà una spinta a molta innovazione nel settore dei beni culturali. In Francia.

Un'ottava per Italia musicale

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L'Italia è ottava nel mercato mondiale della musica. E il mercato si riduce. Uno studio europeo sulla musica e la diversità culturale.

"Italy was worldwide ranked 8th in physical sales, 10th in digital sales and 8th in performance rights income in 2007. In the same year, the total industry trade revenue of the Italian music market was €266M. This turnover was generated by physical sales for 87%, digital sales for 7%, and performance rights exploitation for 6%. Physical sales decreased by 30% from 2005 to 2007. Conversely, digital music sales rose by 51,2% in 2006 and rather stabilised in 2007, but still represent a small percentage (in 2007, they accounted for 7,2% of total recorded music sales). This means that the digital music market cannot be seen as a mature market yet."

Il magazine possibile: Mag +

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Un editore che fa Ricerca & Sviluppo è un editore saggio, in questa fase di grande trasformazione. Bonnier fa R&D.

Mentre i rumors annunciano nella loro imperterrita, cinica ingenuità che arriverà presto un tablet fatto come un grande iPhone, leggero e comodo, con uno schermo adatto alla lettura, si pensa a quali forme potrebbero avere i magazine digitali. Ecco un prototipo di rivista che si potrebbe "sfogliare" su un tablet del genere (fatto con Berg):


Mag+ from Bonnier on Vimeo.


Si tratta

Pope2you e qualche domanda

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Chi ha parlato con Joaquìn Navarro Valls nel 1995 ricorda come l'allora responsabile delle comunicazioni del papa rispondeva alle domande su internet. "Internet non va usata in modo da mettere i fedeli nelle condizioni di saltare le parrocchie nelle loro relazioni con la chiesa". 

Ma ora c'è Pope2you. E non teme nulla. (Neppure il sorriso benevolo che a qualcuno può sfuggire di fronte alla scelta di un nome vagamente fashion).

Ormai, si direbbe che internet non sia più pensata necessariamente come una distruttrice di filiali bancarie, di negozi di alimentari, di parrocchie. E' considerata piuttosto come un'integratrice, non necessariamente una disintermediatrice. E' vista come un sistema per scoprire relazioni nuove con network sociali che comunque non frequentano i luoghi fisici tradizionali. Ma è vero? Eppure in certi settori (tipo i biglietti aerei e la musica) ha cambiato le cose in modo molto profondo. Perché in certi settori internet è stata più rivoluzionaria che in altri? C'è una regola?

Brevità

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Google e Facebook pensano al loro "abbreviatore di url". Intanto Bit.ly propone a tutti (i grandi per ora) di farsi il proprio abbreviatore.

Per brevità, non commentiamo. Se non per dire che questa è una battaglia per lo standard che si vince in base al numero di url abbreviate con una particolare tecnologia. Chi abbrevia, sa connettere un utente a un'informazione che ha voluto condividere. Un sacco di dati in più per chi studia i comportamenti e le preferenze. Non è difficile immaginare che Google e Facebook raggiungeranno presto numeri considerevoli. Bit.ly è per ora il più usato su Twitter.

Nuovo Tweefind

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Da vedere: Tweefind



Architettura olografica

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Dan Gillmor e Facebook

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Dan Gillmor non ha apprezzato il comportamento di Facebook nel cambiamento di regole di privacy. Ha chiuso il suo vecchio account (nel suo pezzo il resoconto delle difficoltà che ha superato per farlo). E ne ha aperto un altro nuovo.

Non è per niente detto che quello che ha cancellato sia davvero sparito. Imho.

Tesi su tecnologie della privacy

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"this dissertation develops and validates an instrument that identifies and measures the extent to which information technology influences individuals' IT-related privacy-invasive perceptions. This newly created IT-related privacy-invasive perceptions (PIP) scale is then used to predict behavioral intention toward using information technology."

Altrove Mark Burdon pubblica uno studio sulla relazione tra servizi georeferenziati, mappe digitali e privacy.

"Online technological advances are pioneering the wider distribution of geospatial information for general mapping purposes. The use of popular web-based applications, such as Google Maps, is ensuring that mapping based applications are becoming commonplace amongst Internet users which has facilitated the rapid growth of geo-mashups. These user generated creations enable Internet users to aggregate and publish information over specific geographical points. This article identifies privacy invasive geo-mashups that involve the unauthorized use of personal information, the inadvertent disclosure of personal information and invasion of privacy issues. Building on Zittrain's Privacy 2.0, the author contends that first generation information privacy laws, founded on the notions of fair information practices or information privacy principles, may have a limited impact regarding the resolution of privacy problems arising from privacy invasive geo-mashups. Principally because geo-mashups have different patterns of personal information provision, collection, storage and use that reflect fundamental changes in the Web 2.0 environment. The author concludes by recommending embedded technical and social solutions to minimize the risks arising from privacy invasive geo-mashups that could lead to the establishment of guidelines for the general protection of privacy in geo-mashups."


Ultimamente ti vedo meno fumoso e più concreto nei tuoi interventi :-p

Penso che tu abbia toccato tutti i nodi della questione. IMHO Il modo superficiale e quasi ingenuo in cui Schmidt affronta il problema mi fa dubitare della sua buona fede, o meglio, invece di esprimere un concetto condivisibile socialmente da tutte le parti in causa, la sua opinione è totalmente di parte.

Tra i vari aspetti quello che mi preoccupa di più per quanto riguarda google è la questione economica.
Google ricava gran parte del suo potere economico dal trattamento dei dati personali dei suoi utenti diretti e indiretti. Io, amministrando i miei dati, al massimo ne ricavo una traquillità sociale.
Questo è il vero squilibrio: Con la rete come la conosciamo oggi e la posizione attuale di Google, se tutti sapessero tutto di tutti accadrebbe l'esatto opposto dell'utopia della perfetta informazione e Google avrebbe un potere economico tendente ad infinito.

Un simpaticone, sto Schmidt :-)

Piu che di privacy forse dovremmo anche parlare di un concetto che fino a poco tempo fa era anche considerato valoriale, il concetto di riservatezza e di dignità. Spiattellare in rete, oltre alle generalità, i proprio stati d'animo, la propria salute i propri comportamenti, è ormai comunemente accettato come "normale" quasi restasse confinato nel proprio monitor. Quante volte girando per blog si incappa in post di un livello che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato "personale"? tradimenti, inclinazioni sessuali, utilizzo di sextoys, scherzi, youtube e il bullismo in rete. Cosa succede se fra cinque anni un ragazzo che ha fatto una cavolata in terza liceo si troverà di fronte un datore di lavoro che gli nega il posto per quell'episodio?
Credo che l'unica privacy possibile sia l'autoregolamentazione della propria sfera personale, rinunciando magari anche a dei servizi.
E questo indipendentemente da chi li eroga.

@giannac

Giustissimo.

Di conseguenza, come rendere consapevoli le persone? Come insegnare l'autoregolamentazione e quindi lungimiranza?

Apprezzo molto l'articolo e lo condivido in gran parte. Non sono così critico con le affermazioni di Schmidt: se stai facendo qualcosa di cui vergognarti, devi esserne consapevole. A volte la soluzione è semplicemente "non vergognarti". Se Marrazzo fosse stato gay dichiarato come il suo collega governatore della Puglia, il fatto di frequentare travestiti non avrebbe creato grossi problemi. Quindi il problema è diventato tale prima di tutto nella mente di Marrazzo.

D'altra parte è molto giusto osservare che un ideale che può valere per una società ideale, NON vale nella società reale.

In particolare: le regole DEVONO tutelare le parti deboli.

Si è vero ha toccato tutti i nodi , se volete approfondire la seconda parte dell'articolo suggerisco:

"Data protection legislation: What is at stake for our society and democracy?"

sinceramente non ne ho la più pallida idea. In verità bisogna anche dire che molti dei dati che si ritrovano in rete soprattutto riguardo alla sfera sessuale sono mere aspettative , della serie "ti garberebbe".
Ho visto campagne di comunicazione piuttosto efficaci fatte in altri paesi. Qui siamo anni luce lontani, siamo ancora a Topo Gigio.
In una un ragazzo videochatta con il busto di una ragazzina chiedendole di fargli vedere le tette, poi scende a colazione e scopre che la ragazzina è sua sorella, riconoscendola dalla maglietta...credo sarà una delle battaglie future, riinsegnare ai giovani e meno giovani un po di riservatezza...la vedo dura, non siamo ancora riusciti a farli smettere di bere e schiantarsi contro i platani... 

purtroppo questa idea (una società trasparente senza privacy) si sta facendo strada da un pò di tempo; moltissime persone, ad esempio, usano internet senza nessun rispetto per la privacy degli altri. Quante foto vengono postate senza chiedere il consenso di chi è raffigurato?



Da Facebook:


Monica Fabris
Monica Fabris
Due cose mi colpiscono. La concomitanza dell'annuncio di google sul motore di ricerca su social network e la passivita' con cui le nuove impostazioni sono state accolte dal 'popolo di fb'

Luca De Biase
Luca De Biase
hai ragione... ma questa passività è frutto di una mancata comprensione del tema della privacy...

Daria Santucci
Daria Santucci
ieri sera ho passato due ore a resettare tutte le mie impostazioni di privacy. ad esempio, è cambiata la visibilità della friends list (visibile a tutti o a nessuno). e poi, sono spuntate una serie di icone in cui rendevo visibile a "everyone" determinati aspetti del profilo che non avevo mai autorizzato prima. decisamente una sensazione sgradevole.

Paolo Subioli
Paolo Subioli
Io penso, sulla "passività", che influiscano anche 2 fattori:
- la fretta con cui le persone in generale agiscono sul web, accentuata in FB da un certo senso di colpa per la sensazione di perdere tempo;
- la difficoltà, tipica di FB, di percepire la differenza tra spazio pubblico e spazio privato della propria ristretta cerchia di amici (la quale comporta anche che gli utenti non si rendano conto che le proprie foto diventano di proprietà di FB, se publbicate qui).

'Domenico Palladino'
'Domenico Palladino'
non sempre il lucchetto mostra di default tutti, qualche volta mi è capitato che fosse impostato in automatico su post visibili solo a me condividendo l'articolo da siti esterni, ma non so se fossero impostazioni del sito o bug estemporanei. Sulla privacy anche il messaggio di sistema non ha aiutato facendo quasi credere che le nuove impostazioni avrebbero automaticamente aumentato la privacy degli utenti.

Giorgio Scura
Giorgio Scura Questa questione della privacy è ampiamente sopravvalutata. Ci sentiamo un po' tutti Vip, come se dietro la porta avessimo una coda di paparazzi pronti a immortalare ogni nostro passo, come in realtà ci piacerebbe che fosse. In un certo senso la Rete ci rende tutti protagonisti, ma non saremo mai "famosi" come abbiamo inteso il termine in epoca televisiva. Lla nostra privacy non interessa a nessuno. E in ogni caso siamo NOI a decidere cosa pubblicare e cosa no. Chi non ha nulla da temere, non teme la violazione della privacy.

Andrea Falcone
Andrea Falcone
Io penso che sulla passività influisca il fatto che facebook sia molto "user-friendly", tanto semplice nell'uso da far dimenticare che non ne dominiamo tutti gli aspetti e che è difficile controllare tutte le tracce che lasciamo...

Federico Guerrini
Federico Guerrini
Impossibile che i responsabili non potessero prevedere le proteste che sono sorte quasi all'istante. I casi sono due: o ormai Facebook si sente talmente forte da non dover rispondere alle critiche e da poter fare a meno di una certa percentuale dei propri utenti, quelli che davanti a questi cambiamenti potrebbero essere indotti a lasciare il sito o hanno commesso un clamoroso errore di sottovalutazione.

Federico Guerrini
Federico Guerrini
Non è tanto il fatto dell'"everyone", quanto la nuova categorie delle cose publicly available e l'accesso garantito alle applicazioni...

Cala la quota di traffico p2p

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Un manager di un primaio operatore telefonico nota: "Il traffico peer-to-peer era anche il 60% del totale del traffico internet in Italia, fino a qualche tempo fa. Oggi non è più del 20%". (Probabilmente il dato è approssimativo nella cifra anche se è certo nella tendenza).

E' la vittoria delle major? Forse è soprattutto la vittoria dello streaming. E dello scambio di link sui social network.
Eric Schmidt, il capo di Google, ha espresso la sua idea sulla privacy. E poiché Google è al centro di una quantità di polemiche relative alla privacy, la sua idea fa riflettere. Perché intorno al concetto di privacy (parola che evoca questioni noiose che non lo sono per niente), si giocano questioni decisive per la conformazione della rete sociale e il suo sviluppo equilibrato, per non dire pacifico e giusto.

Dice Schmidt: "I think judgment matters. If you have something that you don't want anyone to know, maybe you shouldn't be doing it in the first place. If you really need that kind of privacy, the reality is that search engines--including Google--do retain this information for some time and it's important, for example, that we are all subject in the United States to the Patriot Act and it is possible that all that information could be made available to the authorities."

Ci sono diversi elementi in questa frase. Il pensiero di Schmidt si inserisce in un filone molto diffuso e piuttosto realistico: l'idea di fondo è che online la privacy sia fondamentalmente impossibile. Schmidt in questo caso si riferisce alla legge che consente al governo americano di fare indagini antiterrorismo usando tutto quello che viene fuori online. Ma prima di lui, Scott McNealy aveva sostenuto che, indipendentemente dalle leggi e anche sotto il profilo tecnico, la privacy online non esiste. Del resto, anche quando si ammette che possa esserci una privacy, le linee di confine sono talmente complicate che la loro interpretazione è molto controversa: come nel caso della nuova autoregolamentazione della privacy su Facebook.

E d'altra parte, la questione della privacy rischia di essere sottovalutata anche dagli utenti. Può essere che appaia irrilevante, può essere che sia considerata impossibile, può anche essere che non ci si renda conto del suo significato e sia vista più come un fatto burocratico che sostanziale. Ma sta di fatto che se una piattaforma offre servizi che gli internettiani apprezzano, la loro considerazione della loro stessa privacy tende ad andare velocemente in secondo piano.

Se ne parlava ieri con Cesare Sironi, l'amministratore delegato di Matrix (Virgilio). Google deve sottostare alle regole, ma di fatto ne è potenzialmente esente: è una multinazionale talmente gigantesca e flessibile, vive in un luogo tecnologicamente tanto veloce e complesso, che per qualunque stato sarà sempre più difficile tenerla sotto controllo. E infatti Google dichiara di aderire soprattutto a una legge morale, autodefinita e per la verità coerentemente seguita almeno in apparenza finora (non facciamo del male). Ma è chiaro che Google sa un'enorme quantità di cose su ciascuno dei suoi utenti e molti temono che se andasse a governarla un nuovo team di persone, aderenti a un qualunque nuovo approccio morale, per gli utenti potrebbero essere problemi. Virgilio, da parte sua, offre servizi basati sulla localizzazione e altre informazioni relative ai singoli utenti: si impegna a separare quelle informazioni dalle persone alle quali si riferiscono e a trattarle sempre e comunque come fatti statistici. 

Ma c'è qualcosa di più.

Perché Schmidt ha espresso una valutazione profonda e molto diffusa: l'idea secondo la quale chi desidera salvaguardare la privacy abbia qualcosa da nascondere. In questo senso la privacy è soltanto un vincolo alla libertà di circolazione delle informazioni: e il fatto che si tratti di informazioni sulle persone non cambia la sostanza del discorso. Se non hai nulla da nascondere perché vuoi la privacy?

L'idea è talmente diffusa che andrebbe presa sul serio. Forse un modo per valutarla è immaginarsi una società basata su un modello totalmente privo di privacy e pensare dove può portare. (L'argomento è talmente complicato che qui si può soltanto accennare a un punto di vista, che resta tutto da approfondire).

Teoricamente, si può partire da una concezione generale: la circolazione dell'informazione è un bene. Se tutti sanno tutto di tutti non si può imbrogliare, ciascuno è libero di fare le sue scelte sulla base di una corretta dotazione di informazioni, i risultati sono i migliori possibili in termini politici, economici, sociali, culturali. Sarebbe bellissimo, ma non è storicamente mai stato vero e possibile. Anche perché la disponibilità di informazione è cosa diversa dal trattamento, la comprensione e l'utilizzazione dell'informazione. La conseguenza è che l'informazione ha un enorme valore, ma la sua dinamica va ben compresa per poter vivere in modo consapevole.

L'idea della perfetta informazione è tipicamente sostenuta dall'economia neoclassica: se tutti sanno tutto di tutti e gli operatori sono razionali la concorrenza perfetta porterà alla migliore allocazione delle risorse possibile. E' una costruzione ideale molto interessante. Peccato che non sia mai stato possibile realizzarla. Il Nobel Stiglitz ha dimostrato che non è possibile avere una società nella quale tutti gli operatori siano perfettamente informati. E ha anche dimostrato una cosa sorprendente: non è vero che se aumenta l'informazione ci si avvicina alla condizione di concorrenza perfetta. La migliore allocazione delle risorse possibile data dal modello teorico della concorrenza perfetta non è una meta alla quale ci si avvicina per step successivi: è una realtà che o c'è o non c'è. Se non c'è non basta un po' più di informazione per avvicinarsi ad essa. L'utopia della concorrenza perfetta, nata per salvaguardare la libertà di concorrenza dei piccoli e grandi operatori economici, è stata di fatto utilizzata dai grandi poteri del capitalismo per eliminare barriere al loro potere. E invece la salvaguardia del mercato libero passa dalla limitazione della libertà d'azione dei grandi poteri del capitalismo, attraverso per esempio l'antitrust: la libertà esiste solo se ci sono regole che paradossalmente costringono a salvaguardarla.

E' molto interessante. Perché la realtà non è come la dipinge l'utopia della perfetta informazione. Perché la stessa informazione è diversa a seconda di chi la utilizza. Perché l'informazione non è equamente distribuita. Perché non è equamente distribuita la capacità di utilizzare l'informazione. E in una società iniqua i soggetti deboli hanno bisogno di una protezione nei confronti dei soggetti forti. La libertà vive nelle regole, non nell'assenza di regole.

La perfetta informazione non è l'obiettivo dell'informazione. E la privacy non ha l'obiettivo di impedire l'informazione. Ha l'obiettivo di rendere più equilibrato il gioco del potere sull'informazione.

La perfetta informazione su tutti è un problema di controllo sociale. In un villaggio tradizionale nel quale tutti sanno tutto di tutti, il controllo sociale è più facile. Ma l'interpretazione del controllo sociale dipende dal sistema di potere in vigore in quel villaggio. Se c'è molto controllo sociale e una sola persona ha tutto il potere, quel potere sarà privo di equilibrio e le persone saranno prive di libertà. 

Ci può essere una situazione ancora meno equilibrata. Quella nella quale il potere sa tutto di tutti, mentre nessuno sa niente degli altri. E' una situazione vagamente simile a quella del Grande Fratello di Orwell. In quella situazione, la libertà dei cittadini sottoposti all'enorme potere del Grande Fratello esiste solo se i cittadini riescono a dissimulare, cioè a impedire la perfetta circolazione dell'informazione su di loro.

L'informazione può essere un fattore di equilibrio sociale, può generare libertà, può alimentare una tensione verso una convivenza più giusta e pacifica, solo se è asimmetrica a favore dei soggetti che non hanno potere e se il controllo è esercitato con l'informazione in modo tale che si sappia molto su chi ha il potere e meno su chi non ha il potere. Per questo si dice che le persone che hanno responsabilità pubbliche non hanno diritto alla stessa privacy degli altri: Il controllo sociale, in una società democratica, è asimmetrico e si esercita in modo che dei potenti si sappia molto di più che degli altri.

Non è solo una questione politica. Prendiamo il caso di un'assicurazione sanitaria. Se si sapesse tutto di tutti è l'assicurazione a trarre il massimo vantaggio, non gli assicurati. Perché l'assicurazione non prende in carico le persone che rischiano la loro salute, mentre prende in carico solo quelle che pagano la loro quota e non hanno mai problemi di salute. Se un'assicurazione sanitaria sulla vita sapesse tutto quello che Google sa di ciascuno, i suoi rischi sarebbero molto minori e i cittadini che hanno più bisogno di assistenza sanitaria sarebbero penalizzati.

L'informazione è storicamente asimmetrica a favore del potere e delle grandi organizzazioni e a sfavore dei singoli cittadini e dei soggetti deboli. Migliorare l'informazione non significa portare tutti a conoscenza di tutto, che è impossibile, ma portare a un maggiore controllo sulle azioni dei responsabili delle grandi scelte collettive.

Le leggi sulla privacy sono importanti. Non perché funzionino bene e si possano far valere facilmente su internet. Lo sono forse soprattutto in chiave educativa. Favorire la consapevolezza dei cittadini del valore dell'informazione su di sé è una premessa fondamentale per la libertà. La si può intendere pienamente però solo se i cittadini sono consapevoli che far valere la propria privacy ha senso in quanto costringe il potere a comportarsi in modo più trasparente.

(Ripeto: queste sono soltanto intuizioni disordinate. Si spera che possano servire a qualche riflessione e soprattutto a far emergere opinioni più competenti).

Google impara i numeri di cellulare

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Si possono mandare sms da gmail. E Google impara informazioni preziose: i numeri di cellulare di chi invia e di chi riceve. (via Oztech)

EFF: perplessi sulla nuova privacy in Facebook

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Electronic Frontier Foundation, un'antica e ipercompetente organizzazione che lavora a favore dei cittadini che usano i media digitali, si mostra perplessa sulla nuova politica della privacy in Facebook. E pubblica un'analisi molto attenta.

Oltre ad alcuni dati positivi, EFF segnala due aspetti importanti:
1. Come si diceva anche qui, la nuova politica sulla privacy incoraggia in molti modi - sottili e meno sottili - a pubblicare spontaneamente e autenticamente i fatti propri, promettendo un altissimo livello di privacy. Questo serve al business di Facebook (che è fondamentalmente basato sulla conoscenza capillare dei comportamenti e dei giudizi degli utenti). Ma abbassare il livello di attenzione su ciò che si vuole pubblicare di se e su ciò che si vuole mantenere riservato può condurre le persone a rischiare troppo.
2. L'introduzione improvvisa di una dimensione delle informazioni personali priva di privacy, "publicly available", riguarda anche la lista degli amici e altre informazioni che prima si potevamo mantenere riservate agli amici. E' una scelta che Facebook difende. Ma che non è priva di rischi.
3. Le applicazioni hanno troppa libertà di entrare nei profili delle persone, anche nei loro scaffali più riservati, secondo EFF.

Insomma, la nuova privacy di Facebook potrebbe rendere le persone meno consapevoli del problema della riservatezza dando l'impressione di maggiore controllo, indurle a pubblicare più spontaneamente e avventatamente, aprire varchi importanti nella privacy stessa.

Si sa: la privacy interessa le persone, ma sono le persone stesse a dimenticarsi di questo interesse molto spesso. Se fosse una scelta consapevole, quella di condividere tutto di sé, potrebbe andar bene. Ma il fatto è che quando si condivide qualcosa di sé che riguarda anche altri, di fatto si intacca la privacy altrui senza che questi ne siano consapevoli. E in ogni caso, a essere interessati ai fatti degli altri possono essere tipi di persone molto diversi e imprevedibili.

Google personalizzato di default

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Insomma. Da adesso le ricerche su Google sono personalizzate anche per chi non è iscritto o non sta navigando dopo aver digitato id e password sui servizi di Google. Perché la navigazione di ciascuno viene mantenuta in memoria e usata per restituire alle ricerche informazioni collegate alle precedenti ricerche. Si può rifiutare il servizio. Se non si fa niente, invece, viene automaticamente applicato. (I dati raccolti da Google secondo SlightlyShadySeo). E si aggiungono i dati raccolti come Dns.

Ecosia: motore verde

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Ecosia:

"Ecosia è un sito web indipendente e senza scopo di lucro. Almeno l'80% dei guadagni ricavati dalle ricerche va a un programma di protezione della foresta pluviale del WWF che utilizza questo denaro per la protezione sostenibile delle foreste pluviali". (TgDaily)

Autenticità e pubblicità

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La campagna pubblicitaria per la videocamera Flip, acquisita recentemente dalla Cisco, punta sull'idea che persone normali riprendano i fatti della loro vita quotidiana. Dovrebbe avere un sapore di autenticità, ma in qualche modo, secondo un pezzo del New York Times, non riesce ad apparire davvero autentica. 

Ma è possibile l'autenticità nella pubblicità?

Ci si può riflettere a lungo. Ma la risposta è sempre no. O meglio, si tratta comunque di una rappresentazione. Che ha tra l'altro uno scopo molto precisamente commerciale. Ma non è soltanto questo il punto. L'esperienza di una rappresentazione non è destinata a funzionare come l'esperienza della realtà. 

Carlo Goldoni, si difendeva dall'accusa che qualcuno gli muoveva, di fornire sì una critica della società nelle sue commedie, ma una critica edulcorata. E sosteneva, difendendosi appunto, che se avesse scritto commedie che descrivessero il "vero" il pubblico non ci avrebbe creduto; doveva invece scrivere qualcosa di "verosimile" perché il pubblico potesse sentirsi coinvolto e ricevere il messaggio fondamentale.

Non è una formula universale. Ma poiché in qualunque rappresentazione si pone il problema della costruzione di un mondo che possa essere accettato dal pubblico come adatto a fare da contesto per una storia, il problema della verosimiglianza si pone. 

Ed è persino troppo ovvio finire col trovare la dimostrazione che il verosimile non è il vero. Come nella casa del Grande Fratello.

Casomai, la questione è che la pubblicità, in quanto rappresentazione a scopo commerciale, studiatissima nelle sue conseguenze neurologiche e comportamentali, non dovrebbe promettere quello che non può mantenere. Quindi è meglio che non prometta di essere autentica, perché non potrebbe mantenere la promessa. Inoltre, se l'autenticità è cercata per abbassare le difese di incredulità del pubblico e poi fallisce, ottiene l'effetto opposto.

Giocare sui confini dell'autenticità, della verità, della verosimiglianza, è molto scivoloso. Soprattutto quando si ha un interesse preciso da portare avanti. Molto meglio il concetto di trasparenza.

800 milioni per l'occupazione

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800 milioni dello stato (più quasi altrettanti dei privati) sono pochi o tanti per migliorare la banda larga in Italia? Pochi, per quello che serve. Ma molti più che zero. In ogni caso, si dice, hanno un impatto significativo sull'occupazione. Quanto significativo? Uno studio di Massimo Chiriatti tenta di rispondere a questa domanda: con un modello sperimentato e una sua applicazione. (VIa Stefano)


Résumé #4- DIVIDE ET IMPERA

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Le strategie degli editori che tentano di dividere il web, per esempio tra quello che si trova via Bing e quello che si trova via Google, ricordano il vecchio modello nel quale quegli stessi editori sentivano di controllare il pubblico: solo l'editore concedeva il permesso di accesso ai suoi contenuti governando con precisione la tecnologia di distribuzione.

Nel modello del web come ecosistema, invece, tutti si aiutano a crescere e tutti hanno bisogno di tutti. Ma i percorsi di accesso sono liberamente decisi dal pubblico. Il che mette in crisi alcuni modelli di business. Ma ne apre di nuovi.

Murdoch sembra interessato a qualcuno che gli dia dei soldi immediati, senza troppe complicazioni. Ma questo non implica che si possa ritrovare uno standard unico nella distribuzione delle notizie. Anzi. Il pubblico attivo non cesserà di inventare nuove modalità per contribuire.

Una mappa per collocare le strategie annunciate dai grandi potrebbe essere basata su questi semplici criter: se dividono il web, sono vecchie; se rafforzano la diversità, sono innovative; se concentrano il potere dei grandi, sono contemporanee.

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Precedenti 
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Facehoo! e Tweeogle

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Grandi manovre tra i massimi concentratori del traffico in rete. 

1. Identità. Molte proprietà di Yahoo! saranno accessibili con l'identità che si usa per entrare in Facebook. E gli account Twitter serviranno per accedere direttamente anche a Google Friend Connect. Si direbbe che i grandi attrattori del traffico in rete si vadano concentrando in una sorta di competizione semplificata, per ora centrata su Google, Microsoft e Facebook. Marshall Kirkpatrick ci vede un pericolo per la libertà di invenzione dei piccoli innovatori indipendenti.

2. Interfacce. Google cambia la home page in modo che si veda all'inizio soltanto la finestra e i bottoni per le ricerche, poi solo muovendo il mouse appaiono i bottoni per la mail e le altre feature. Bing aggiunge molti nuovi servizi di ricerca semplificata basati sulle mappe. Tutto questo potrebbe essere messo a confronto con il modello di Fogg: i bottoni che invitano a cliccare sono decisivi, specialmente in un contesto rassicurante.

3. Privacy. Facebook sta introducendo le sue nuove regole per la privacy. Potrebbero rassicurare gli utenti finendo per indurli a scrivere più spontaneamente. Può essere un vantaggio per gli utenti, ma lo sarà più certamente per gli interessai alle ricerche di mercato basate sui comportamenti online.

La quantità di novità che arrivano dai tre grandi è impressionante. Difficile per gli utenti stare al passo. La complessità così generata, accanto alla scarsità di tempo della quale soffre chiunque, finisce probabilmente col radicare le abitudini all'utilizzo degli strumenti già noti. Il che avvantaggia gli operatori già grandi. Non è una fase facile per i nuovi entranti piccoli che non accettino di far parte dell'ecosistema di uno dei giganti (Google, Microsoft, Facebook... in attesa delle prossime mosse di Apple e della migliore definizione della strategia di Twitter).

Facebook privacy update

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Mark Zuckerberg scrive ai 350 milioni di iscritti a Facebook per informarli che sta arrivando una nuova versione del sistema di controllo della privacy nel social network. La novità principale sembra essere l'abolizione dei network regionali che costituivano una falla nel sistema della privacy. Il nuovo sistema consentirà a ciascuno di stabilire esattamente il livello di privacy che vogliono, di far vedere quello che pubblicano solo agli amici ed eventualmente di decidere il livello di privacy per ogni singolo elemento di informazione che pubblicano.

Sembra una garanzia in più. E lo è probabilmente. Per quanto riguarda la privacy dei singoli elementi di informazione che vengono pubblicati dagli utenti nei confronti delle curiosità degli altri utenti. Ma paradossalmente è anche un incoraggiamento a osare di più.

Il cambiamento annunciato infatti dovrebbe consentire alle persone di pubblicare con meno patemi quello che vogliono, contando sul fatto che sarà visto solo da chi loro intendono lo veda. Dunque, di fatto, incoraggerà a usare Facebook per cose anche più personali.

Chi è consapevole della scarsa privacy che c'è su Facebook, tende a pubblicare in modo molto asettico e soltanto cose che possono essere pubbliche. Se invece si fosse davvero convinti che la privacy sarà mantenuta su quello che appare più personale, si potrebbe scrivere con maggiore spontaneità.

E' proprio la spontaneità che interessa chi fa ricerche di mercato su Facebook. Il nuovo sistema non consentirà certo a chiunque di vedere qualunque cosa, ma aumenterà l'informazione che i robot di Facebook potranno utilizzare per fare analisi sui comportamenti, i valori e i cambiamenti culturali che avvengono tra le persone del social network.

Più controllo della privacy vuol dire in sostanza più informazioni utilizzabili per il business di Facebook.

Twitter su iPhone con realtà aumentata

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Una nuova applicazione per iPhone con geotagging consente di vedere la realtà aumentata con i commenti lanciati su Twitter da posti vicini a quelli inquadrati con la telecamera.
Ancora dall'Ansa. Approvata in commissione Trasporti e Telecomunicazioni alla Camera la risoluzione sottoscritta da Paolo Gentiloni (PD), Luca Barbareschi (PDL) e dagli esponenti di tutti i gruppi parlamentari con la quale si chiede al Governo di sbloccare nella prossima seduta del CIPE i fondi congelati per lo sviluppo della banda larga. Lo annuncia Michele Meta, capogruppo del Pd in commissione. Aggiungendo che questo potrebbe fare scomparire le polemiche sulla presunta trattativa sulla rete telefonica che coinvolgerebbe anche Mediaset.

Grosse spalle

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Riporta l'Ansa che il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, rispondendo a una domanda sulla rete a banda larga dopo un incontro all' Università Cattolica, ha detto. «Un nostro interesse per Telecom? È una delle voci che girano. Investire nelle telecomunicazioni non è cosa da poco: quella è una struttura che costa e nella quale occorre investire un'infinità di soldi e quindi ci vogliono le spalle grosse».