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Hobby Apple Tv: non ha un palinsesto sociale

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Steve Jobs ieri ha parlato della Apple Tv come di uno hobby. Perché il sistema televisivo non reagisce come quello della musica all'impatto di internet. E quindi Apple non ha lo stesso impatto che ha avuto nella musica.

Il sistema iPod-iTunes ha cavalcato l'onda della musica in mp3, razionalizzando un po' il rapporto tra la vendita di brani e internet. Il risultato è stato quello di ricreare un modello di business che il peer-to-peer stava mettendo in discussione. Ma contribuendo a mettere in crisi la logica dei cd: tante canzoni in bundle non avevano senso in un mondo in cui si compra il singolo brano.

Nella televisione, il bundle è fatto dai network che riescono a tenere il pallino della programmazione e del modello di business (pubblicità o abbonamento). Le reti mantengono il controllo del palinsesto, della linea editoriale, della selezione dei programmi da mandare in onda. Nel frattempo le grandi innovazioni avvengono all'interno della logica televisiva, con l'aumento vertiginoso delle reti e dei canali e con la progressiva distinzione tra la produzione di programmi e la rete che li mette in onda.

Internet in questo processo ha eroso l'audience ma non ha messo in crisi il sistema. Per ora.

Il problema del palinsesto è che costruisce un luogo di aggregazione, anche se passivamente accettato dai telespettatori. E Jobs dice che quella passività è un desiderio delle persone che scelgono di guardare la tv. Quindi per adesso regge dal punto di vista sociale. Anche se tecnologicamente e organizzativamente è messo in discussione: i programmi possono sempre più chiaramente essere intesi come singoli brani che sarebbe possibile unbundle, separare, dal pacchetto che li contiene (la rete). E la quantità di reti in concorrenza potrebbe spingere gli spettatori a superare la logica dello zapping casuale per costruirsi un palinsesto personale. In questo senso Apple Tv che propone di affittare può alimentare la tendenza. Ma non può determinarla o accelerarla più di tanto, proprio perché non risponde all'esigenza di aggregazione cui le reti riescono ancora a rispondere.

Solo un'eventuale grande crisi delle reti potrebbe mettere in discussione il sistema. In una eventuale crisi del genere, gli spettatori perderebbero il luogo di aggregazione, che a quel punto si potrebbe riformare sui social network (come Apple tenta di fare con Ping nella musica). Sta di fatto che una crisi del genere per ora non si vede: si vede un'erosione della centralità dei palinsesti principali che è ben lontana da essere diventata un crollo verticale.

Le muraglie che rischiano di dividere il web

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Ecovertina.jpg

Raffaele Mastrolonardo segnala che l'Economist esce domani con una copertina dedicata ai rischi che corre la struttura aperta del web. Dagli attacchi alla net neutrality alla sua assenza completa nel mondo dell'internet mobile, dalla Cina alla intromissione censoria di molti altri governi, dalla crescita di nuove piattaforme chiuse alle conseguenze di una domanda montante di difese contro l'utilizzo spregiudicato che alcune aziende fanno della tecnologia per conoscere i comportamenti degli utenti invadendone la privacy...

Contro le muraglie che rischiano di dividere il web, abolendone la tradizionale apertura e frenandone la straordinaria innovatività, non vincono le posizioni integraliste, ma quelle che riescono a dimostrare come la qualità culturale, economica e pratica di un ecosistema ricco di diversità è più elevata di quella che si determina in un mondo fatto di piccoli giardinetti chiusi.

Lo standard pubblico aperto e neutrale è la sola garanzia per una struttura talmente innovativa che può continuamente generare soluzioni ai problemi che incontra, oltre che dare spazio a grandi visioni e concorrenziali implementazioni. All'interno di un mondo così aperto, non c'è nulla di male che qualcuno scelga di ritagliarsi dei mondi chiusi. Perché accanto a questi ci sarà sempre la possiblità di svilupparne altri più aperti.

Ping fa discutere

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Robert Scoble non ci trova Madonna e i Black Eyed Peas. Altri non capiscono come cercare amici. Altri ancora dicono che funziona solo nei paesi dove funziona iTunes. Insomma, Ping, il nuovo social network musicale della Apple, fa come minimo discutere.

Riflettendoci, forse è più un miglioramento di iTunes che un sistema per fare direttamente concorrenza a MySpace o altri. Anche perché non viaggia nello stesso spazio economico: i primi sono fatti per raccogliere tanta pubblicità, questo è fatto per fare marketing di brani da comprare su iTunes.

Naturalmente, una certa concorrenza ne verrà fuori. Anche perché iTunes ha una base installata molto importante (160 milioni di utenti potenziali).

Il senso di Scribd

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Robert Scoble intervista Trip Adler di Scribd, la piattaforma di social publishing...


Arrivano i dati Audiweb sull'uso di internet in Italia.

In luglio 2010, ben 23,8 milioni di italiani hanno usato il web (quasi il 10% in più rispetto al luglio 2009). Nel giorno medio navigano 10,8 milioni di persone (un incremento del 3,8%): 6 milioni di uomini e 4,8 milioni di donne. Nel Nord-Ovest, l'area a massima concentrazione dell'uso di internet, sono 3,3 milioni nel giorno medio. Gli utenti attivi nel giorno medio stanno online un'ora e 28 minuti. Più al lunedì (11,7 milioni per un'ora e 34 minuti), meno nel weekend (9 milioni per un'ora e 22 minuti).

Localizzazione al rallentatore

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Dire rallentatore è solo un eufemismo per quello che succede online. Insomma, anche la localizzazione va veloce nei social network. Solo che a paragone con il resto sembra sempre un po' più lenta. Solo il 4 per cento degli americani ha provato i servizi basati sulla localizzazione, solo l'1 per cento lo fa ogni settimana. E sono quasi tutti tra i 19 e i 35 anni. Ne parla un'inchiesta del New York Times.

Perché? Ci sono diverse ipotesi:
1. Pudore, o privacy...
2. Mancanza di un valore d'uso percepibile
3. Eccesso di commercializzazione del dato
4. Lento decollo dell'effetto-rete
5. Eccessiva varietà dei servizi

Sta di fatto che la rete mobile sa sempre dove siamo se abbiamo in tasta un cellulare. E si spera sempre che i maleintenzionati veri non possano riuscire ad accedere a quei dati.

Promemoria Wikileaks

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Segnalava su Nexa Arturo di Corinto, un documento pubblicato su Cryptome secondo il quale la Wau Holland Foundation, che sostiene finanziariamente Wikileaks, pubblicherà entro fine agosto i dati sui suoi finanziatori.

Il pezzo di oggi sul Sole.
Un promemoria per ricapitolare.
post di ieri e di pochi giorni fa.
Una breve intervista ad Assange.

Kindle. E la biblioteca della mente

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Il nuovo Kindle piace alla critica. Non si sa quanto, ma si presume piaccia molto anche al pubblico. Difficile non vedere i vantaggi di questa tecnologia - reader sempre connesso con funzioni di ricerca nel testo più negozio iperfornito - e dunque non immaginare che si tratta almeno di un nuovo modo per fruire di quei lunghi testi che un tempo si chiamavano libri. Un modo fantasticamente adatto all'aggiornamento di chi legge saggi americani di attualità, di chi ama portarsi in viaggio una quantità di romanzi e saggi, di chi studia un argomento a fondo... E chissà quanti altri utilizzi.

E' un mondo di libri per nomadi, dove lo spazio è poco mentre è necessario viaggiare leggeri.

La biblioteca invece è pesante. Come sa bene chi cambia casa. Costa. Occupa spazio. Ma il peso, la lentezza, lo spazio hanno una funzione culturale. La perdiamo a cuor leggero?

La biblioteca non è un deposito informe di libri. La biblioteca parla. Il suo ordine costruito nel tempo è un supporto della memoria senza paragoni. I collegamenti che ciascuno produce tra i suoi libri appoggiandoli negli scaffali sono riproposti ogni volta che li si percorre con lo sguardo. E ogni lavoro di ricerca, ogni ripensamento dell'esperienza accumulata dagli autori delle opere, ogni consultazione, si sostanzia anche dell'ordine dei ricordi di ciò che si è letto e di ciò che si da dove si può leggere incarnato dalla biblioteca.

Personalmente, ho un'esperienza preKindle che può aiutare a immaginare quello che succede con il Kindle. Dopo troppi traslochi, la mia biblioteca è stata smembrata e scompaginata tante volte che ormai il suo ordine è restato solo nella mia mente. I neuroni e le sinapsi sono l'unico luogo dove si mantengono in vita i valori culturali della biblioteca della mia vita. Ed è un po' quello che sarebbe successo se tutti i miei libri si fossero trovati soltanto nel reader e nei computer cui esso consente di accedere. Perché la biblioteca, con la fisicità dei suoi scaffali e la pensante lentezza della sua struttura, manca nel mondo dei libri digitali. Né vale, per ora, a sostituirla, l'immagine riflessa nello schermo, per esempio di aNobii o di iBooks, degli scaffali digitali. Quella sembra piuttosto la scaffalatura della libreria, non della biblioteca personale.

La memoria di una biblioteca è fondamentale. La sua sostituzione vera nel mondo digitale non è ancora chiara. Ma è un tema di sviluppo al quale varrebbe la pena di dedicare un poco di creatività. L'interfaccia e l'architettura di interni di un mondo digitalizzato ma che si deve connettere all'esperienza analogica di chi ne fruisce.

update: Giuseppe Granieri suggerisce l'intrigante soluzione della biblioteca sociale, tipo Goodreads...

Cosmo, siamo davvero tutti una rete

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Gli amici in rete si sono accorti che il 4 settembre, in prima serata, andrà in onda Cosmo, un programma televisivo realizzato da Gregorio Paolini e la sua Hangar per RaiTre. Ne sarò il conduttore. (Grazie a Mante, Michele, Dario... e poi a Idenditag e a tanti tanti amici che ne hanno scritto in mail, twitter, facebook...).

Per uno che si mantiene agli studi lavorando nella carta stampata e nel web, partecipare alla realizzazione di una trasmissione tv è un'esperienza istruttiva (e grazie al Sole 24 Ore che mi consente di fare anche questo). Ne avevo scritto un paio di note. Ma forse vale la pena di condividere qualche altra impressione.

La prima impressione è la clamorosa qualità del lavoro di Hangar. Decine di persone si attivavano come un coro supercoordinato nello studio, alternando la frenesia dei movimenti tra una scena e l'altra, e il silenzio immobile dei momenti durante i quali si girava. E governando le dodici telecamere e fotocamere ad alta definizione, le luci, i suoni, gestendo ogni minimo dettaglio. Sembrava un set cinematografico. Il regista, il capo delle macchine, il produttore, gli autori, gli architetti erano tutti in scena insieme agli operatori. Di certo, qualunque valore abbia avuto quanto è stato detto dal conduttore e dai protagonisti della trasmissione - il chimico Dario Bressanini, le giornaliste scientifiche Alessandra Viola, Elisabetta Curzel e Silvia Bencivelli, la documentarista Chiara Cetorelli, la bioeticista Chiara Lalli e il tecnologo Ricardo Meggiato - insomma, qualunque cosa abbiamo detto, sappiamo che è stata registrata bene...

Il tentativo di raccontare l'attualità della ricerca scientifica in una forma di magazine è altrettanto sorprendente. La struttura narrativa è veloce e molto varia. Potrebbe forse apparire persino troppo varia se non fosse che la televisione evidentemente vive più di ritmo e di immagini che di ragionamenti e di parole. Da questo punto di vista, il giornalista della carta stampata può soffrire: oppure adattarsi, sorridendo alla sorpresa che la vita gli ha riservato mettendolo in quella situazione. Ma alla fine, si scopre che anche nella trasmissione televisiva il ragionamento e le parole sono importanti perché sono i pilastri della struttura, che senza non starebbe in piedi, anche se non li mette in mostra. Su questo c'è da riflettere.

Il testo è in effetti frutto di un lavoro collettivo nel quale ogni parola ha almeno tre o quattro genitori. Difficile trovare un'analogia con il lavoro di un giornale. Ancora una volta, si direbbe piuttosto che l'analogia migliore sia quella che si può fare con il cinema. Anche se è un cinema di episodi e documentari strutturati a magazine.

Il contenuto è organizzato sull'idea di fondo che mi sembra decisiva e alla quale un po' ho partecipato: come possiamo descrivere le conseguenze di quello che stiamo scoprendo dal punto di vista scientifico e tecnologico sulla vita futura dei ragazzi e dei bambini di oggi? Le risposte che sono state trovate non sono affette da fideismo nella scienza e nella tecnologia, ma derivano da una sola certezza: il futuro è quello che stiamo costruendo.

Grande impegno per i servizi: poco o nulla è stato comprato dalle agenzie e dai network internazionali. Quasi tutto è stato realizzato dagli autori, dai giovani scienziati e giornalisti, e dai videomaker indipendenti. E' un'apertura alla produzione e alla creatività dei giovani che la televisione si è consentita. Ed è una grande innovazione ancora una volta strutturale.

Il risultato finale non lo conosco. Non l'ho visto ancora. Spero sia buono. Aspettative troppo alte sono sempre un problema. Spero davvero che non siano più alte del risultato...

L'unica cosa che so è che tutti ce l'hanno messa tutta. Con una rinfrescante dose di umiltà di fronte alla conoscenza e rispetto nei confronti del pubblico.

Un evento unico. Vedremo se, una volta visto, saremo tanto ben impressionati da augurarci che si ripeta...


Giornalismo delle cartine

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Bbc fa una pagina in cui si vedono le dimensioni geografiche coinvolte dai grandi eventi (attuali o storici) e le confronta con posti più conosciuti dagli utenti.

Per esempio si può vedere l'estensione dell'alluvione in Pakistan e confrontarla con la dimensione dell'Italia.

Analisi a spanne 2.0

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Avinash Kaushik rilancia l'importanza dell'analisi qualitativa dei servizi web. Altro che numeri. Quello che conta è l'esperienza, dice in pratica. Ma il suo contributo è rilevante: si può sviluppare un metodo per gestire l'analisi qualitativa in modo relativamente controllabile.

Questo metodo, alla lunga, riporta in primo piano la responsabiltà e il senso del rischio di chi fa le scelte su interfaccia, contenuti, struttura, affidabilità, facilità d'uso dei servizi online. E mi pare una conseguenza molto positiva. Contro la deresponsabilizzazione che talvolta provocano i metodi quantitativi.

Alla fine, con ragionevolezza, si arriverà a dire che occorre un giusto equilibrio tra numeri e idee. Ma in questo momento di confusione concettuale e pratica, vale la pena di riflettere molto sulle idee. I numeri, in fondo, non fanno che misurare le variabili che approssimano le idee: e quando le approssimazioni prendono il posto degli originali, sorgono molti equivoci...

Il centro della questione, attualmente, è la ridefinizione di "qualità".

Zombie Media

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L'esperto di "media morti", Tim Carmody, scriverà per Wired, il magazine americano che ha appena esteso il suo territorio d'indagine al web. In bocca al lupo a Tim. (Una precedente citazione del suo lavoro).

Lady Gaga supera Britney Spears

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Con 5,76 milioni di followers, Lady Gaga supera Britney Spears anche su Twitter. E secondo la Reuters, questo weekend, è diventata la persona più seguita su quella piattaforma.

Resta da chiedersi come avesse fatto Britney a restare in testa così a lungo...

Implosioni d'immagine

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Grande pezzo sulle strategie di pr che sono state adottate in seguito alle catastrofi che hanno causato l'implosione dell'immagine di Toyota, Bp e Goldman Sachs. Tutto da leggere. Non si esce da quelle crisi con lo spin, a quanto pare. È molto più profondo. Il cinismo può far molto male. (Peter Goodman, New York Times)

Peggio della pubblicità nei libri

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Ogni tanto si parla di pubblicità nei libri. Poi non succede. Per molti motivi, nonostante il ragionamento di chi propugna questa soluzione non sia assurdo (anzi, probabilmente è troppo razionale). Ma questa volta il ragionamento che avanza è consistente: i libri sono come i film, dunque non possono essere interrotti dalla pubblicità. Ma come i film possono essere ottimi generatori di senso per i prodotti che i personaggi usano: product placement nei libri. (Paul Carr, TechCrunch)

Pace Pipilotti Rist

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Alla Fundació Joan Miró di Barcellona una bellissima mostra di Pipilotti Rist. Generale senso di pace, nella ricerca di una fusione tra la natura e i suoi umani visitatori.

La spiegazione ufficiale è un omaggio alla lingua del paese ospitante:

"EL LIRISME DE RIST EN DOS ESPAIS

El recorregut per les sales ens submergeix en l'univers ple de color de Rist. La mostra s'inicia amb dues petites videoinstal·lacions, Porqué te vas? (nass) [Per què te'n vas? (humit)] (2003) i Grabstein für RW [Làpida per a RW] (2007), i continua amb una de les obres més reconegudes de l'artista, Sip My Ocean [Xucla el meu oceà] (1996). Aquesta peça consisteix en una projecció sobre dues parets de la sala fent angle, que operen com a macropantalles on es veu un fons marí amb cossos bussejant, mentre sona la hipnòtica veu de Pipilotti Rist interpretant una versió de Wicked Game, de Chris Isaak. L'obra reflexiona sobre l'eterna necessitat de comprensió absoluta de l'altre i sobre el desig quasi irrealitzable de sincronicitat.

A Tyngdkraft, var min vän [Gravetat, sigues amiga meva] (2007), les imatges mostren dues persones i fulles flotant a l'espai. El títol és una invitació al visitant a reflexionar sobre la força de la gravetat, mentre s'estira i contempla les projeccions damunt dos plafons amorfs que pengen del sostre. Es veu i se sent diferent quan els músculs estan relaxats?

La següent instal·lació que trobem és Ginas Mobile [El mòbil de la Gina] (2007), un mòbil format per una branca, una esfera de coure i una llàgrima de plexiglàs on es projecten primers plans de vulves; el fet que costi reconèixer de què es tracta els fa perdre les connotacions habituals. Amb aquesta obra l'artista vol qüestionar les pors i els tabús socials.

Lungenflügel [Lòbul pulmonar] (2009) és una instal·lació que ocupa tres parets. El rodatge d'aquesta peça està relacionat amb el de Pepperminta, el primer llargmetratge de l'artista. Les imatges ens mostren Pepperminta (Ewelina Guzik), la protagonista de les obres recents de Rist, interactuant amb la natura, per establir analogies i contradiccions entre la vida humana i l'animal.

La següent instal·lació, Regenfrau (I Am Called A Plant) [Dona de pluja (Em diuen planta)] (1999), també aborda la temàtica de la unió amb la natura. En aquest cas, ho fa mostrant el contrast entre la vida orgànica, representada per un cos nu i vulnerable estirat al carrer, sota la pluja, i la domesticitat i esterilitat exemplificada en la immensa cuina damunt la qual es projecta el vídeo.

La mostra acaba amb À la belle étoile [Sota els estels] (2007), una projecció al terra del museu, i amb Doble llum, diàleg entre Rist i Joan Miró, una projecció d'un vídeo damunt Femme, una escultura de l'any 1968 que forma part del fons de la Fundació. Aquesta obra, donació de Han Nefkens, passarà a formar part de la col·lecció de la Fundació Joan Miró

A la Fontana d'Or, a Girona, Pipilotti presenta tres obres. En primer lloc, Ever Is Over All [Sempre està pertot arreu] (1997), dues projeccions solapades que mostren un camp de flors vermelles i una dona passejant feliçment pel carrer. Ella branda una de les flors amb la qual trenca les finestres dels cotxes aparcats a la vorera, amb naturalitat, com si ho fes cada dia. La instal·lació reflexiona sobre les idees estereotipades en relació a les normes d'urbanitat. Els cotxes simbolitzen els obstacles que habitualment no són qüestionats.

Lap Lamp [Llum de falda] (2006) és una videoinstal·lació formada per un llum de peu que projecta imatges d'un camp ple d'arbres, llenya tallada i ortigues damunt la falda del visitant, com si l'acariciés. L'obra contraposa la rigidesa del confinament físic amb el desig de llibertat psicològica.

Finalment, Deine Raumkapsel [La teva càpsula espacial] (2006) té l'aparença d'una caixa de transport que acabés d'arribar al museu. A dins hi ha un dormitori en miniatura, abandonat recentment pel seu ocupant, amb una lluna mig incrustada que ha esbotzat una de les parets, de manera que l'estança s'obre a un cel estrellat. Una videoprojecció es mou damunt les parets i mostra seqüències de gent de diverses generacions que interactuen a càmera lenta, mentre s'escolta el so del vent i música sacra de fons."

Pazzi da museo

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A quanto pare il diritto d'autore genera situazioni paranoiche non solo nella musica. Alla Fundació Joan Miró di Barcellona ci sono tre addetti a impedire ai visitatori di fare fotografie: ma almeno in genere lo fanno simpaticamente. Però questo può generare conversazioni interessanti. 

Dalle quali si scopre per esempio che al Musée d'Orsay le persone che prendono l'audioguida hanno il diritto di ascoltarla da soli. Se raccontano quanto hanno appreso dall'audioguida ad altre persone che ne sono prive vengono redarguite e bloccate. Non si sa bene che cosa rischino, ma a quanto pare, rischiano.

Queste restrizioni sono un vero freno alla diffusione della conoscenza che i musei sono chiamati a sviluppare. Di certo non fonderanno il loro avvenire economico su queste cose. Ma sulla loro capacità di apparire talmente attraenti che le persone non vorranno mancare di visitarli quando passano in città. E per essere attraenti, i loro contenuti devono entrare nella conversazione, nel passaparola e nel "passaimmagine".

Anche perché altri musei consentiranno ai colori di Miró di viaggiare in rete. E alle notizie sui classici dell'Impressionismo di arrivare alle persone interessate. Quelli del Musée parigino potrebbero non essere i migliori produttori di contenuti per audioguide: anzi, si potrebbe fare un'applicazione che si scarica sull'iPhone e consente di conoscere meglio quello che si vede visitando Orsay o qualunque altro museo... Magari c'è già...

Pew: le contraddizioni dei consumatori sulla tv

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Bel rapporto di Pew Research Center. Il televisore è considerato sempre meno un elettrodomestico "necessario" dagli americani: lo considera tale solo il 42%, contro il 64% del 2006. In compenso gli americani ne comprano sempre di più... Perché pur non essendo "necessario", il televisore piatto è un acquisto molto desiderato.
La app per iPad del magazine People è ora gratuita per gli abbonati alla versione cartacea. Seguiranno probabilmente tutti i magazine di Time. 

La notizia non stupisce. Se non chi conosce quanto sia stato difficile finora riuscire a fare strategie di prezzo un po' complesse con le app per iPad. 

Il fatto che quindi l'offerta voluta dall'editore sia passata al vaglio dei mastini dell'AppStore è un buon segno. Come si è detto fin dall'inizio, questo mercato è interessante. Ma per un po' rimarrà disordinato. Perché occorre mettere d'accordo le strategie degli editori con quelle della Apple. Con prezzi, offerte, sconti, bundle, tutti da discutere... 

Un po' di concorrenza sulle piattaforme - tablet con software Google, per esempio - potrebbe fare sulle prime ancora più confusione prima di provocare però una graduale maturazione verso un ordine più comprensibile per i lettori. La Apple probabilmente anticiperà questo effetto rendendo un po' più semplice per gli editori sviluppare il proprio business e dunque candidando la sua piattaforma a fare da punto di riferimento del mercato anche nel lungo termine.

Facebook Places: consigli

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Il servizio Places di Facebook non si può provare dall'Europa, per ora. Quindi vale la pena di leggere che cosa ne pensano gli americani che l'hanno provato. Per quanto riguarda la privacy c'è una certa dose di confusione. Come spesso succede. La questione è analizzata con attenzione da TechCrunch ed Electronic Frontier Foundation. Da leggere assolutamente. Si scopre che il sistema è disegnato per massimizzare la viralità di Places ma mantenere anche un certo controllo dalla parte degli utenti. Questo significa che le regole sono un po' complicate:

"Turns out, there are three different stages of opting into the service. Let's spell them out.
  • Option one: You've explicitly opted into allowing people to tag you into Places. Any of your friends can do this. Pretty straightforward.
  • Option two: You've braved the muddled waters of Facebook's privacy control panel and turned off Places entirely. You can't be tagged -- if a friend does try to tag you in a Places post, your name simply won't show up in the post.
  • Option three: If you've never decided to 'Allow' your friends to tag you, but you haven't blocked the Places feature entirely, you're in a sort of limbo. This is where the vast majority of Facebook users in the US are right now. As soon as they get tagged for the first time, they'll get an email and a prompt on Facebook itself asking them if they'd like to allow their friends to tag them at Places in the future. Accepting this will allow any of your friends to tag you unless you go into your privacy settings and cancel it (see Option one).But even if you hit the "Not Now" button, you'll still be tagged in the relevant Places update. In fact, you'll still be tagged even if you haven't even seen the prompt asking you to approve Places tags. Facebook treats this as if you were tagged in a basic status update so it will show up on your Wall and your friends' News Feeds -- you just aren't associated with whatever Place your friend was tagging you into (i.e. if your friend visits the venue's Place page, they won't see that you've previously checked in there). The logic here is that your friends could manually tag you in a normal status update anyway. Update:Facebook has clarified that it doesn't show up on your wall."

Macba: Gil J Wolman

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Guy Debord e Gil J Wolman prima di litigare scrivevano insieme: «Il più urgente esercizio di libertà è la distruzione degli idoli». Se si ha l'impressione che la creatività abbia raggiunto il suo massimo, occorre distruggere ciò che è stato fatto e ricominciare. Dada, Futurismo. Lettrismo. Se ne parla alla mostra su Wolman organizzata al Macba.

Viene in mente che gli idoli possono essere distrutti da due punti di vista opposti. 

C'è chi crede in un dio assoluto che non ammette i suoi simboli. E c'è chi invece intende degradare ogni idolo con i ritmi della moda per poi sostituirlo con piccole icone, vagamente commerciali.

L'arte, la religione, la moda, partecipano di questi cicli, tra assoluto e relativo, tra attualità e fuori dal tempo, tra moda e lunga durata. Evidentemente nelle varie epoche storiche prevale chi costruisce o chi distrugge. 

Si ha l'impressione che questa epoca avverta il bisogno di una distruzione per far ripartire la logica della costruzione di qualcosa di grande: l'imperativo omogeneizzante del minestrone televisivo non consentiva a nulla che non fosse la televisione stessa di crescere troppo. Ma è un'epoca che si sta erodendo. Forse.

Update sulle morti annunciate nella tecnologia

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Lo stato di salute del web resta ottimo, si diceva. Nonostante la diagnosi pesantissima proposta da Wired

Da non perdere il pezzo di Harry McCracken sulla paradossale quantità di morti prematuramente annunciate nel mondo della tecnologia.

Facebook Places: dentro e fuori

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Parte Facebook Places in America. E si possono condividere le informazioni sul luogo dove ci si trova. 

La regola per la privacy è ancora una volta discutibile. Si deve dichiarare la propria adesione per consentire alle applicazioni di usare la localizzazione. Ma nei confronti degli amici che usano applicazioni che coinvolgono la localizzazione, invece, non serve il permesso: se non si desidera condividere questa informazione con le applicazioni degli amici - a quanto pare - si deve dichiarare di non voler far sapere dove ci si trova.

"You may want to share your check-in information with third-party applications that build interesting experiences around location, such as travel planning. Applications you use must receive your permission before getting this information. Your friends will be able to share your check-ins with the applications they use to help create new social experiences with location. If you don't want to share your check-ins with your friends' applications, just uncheck the new box in your Privacy Settings under "Applications and Websites."

(Intanto, Pete Warden spiega su ReadWriteWeb quante cose si possono fare con i dati pubblici di Facebook: una dimensione analitica destinata a crescere probabilmente anche con Places).

Lo stato di salute del web

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Il web sta bene. Non è morto. E sta ancora crescendo. Anche se se ne può discutere.

Chris Anderson e Michael Wolff segnalano - sulla base di dati Cisco - che la percentuale di traffico internet che riguarda il web è in diminuzione rispetto ad altri utilizzi. E colgono l'occasione per tirare le somme: le apps sono il futuro ed essendo parte di un mercato più controllato dai grandi operatori finiranno per ridare ordine alla rete, rafforzare il capitalismo, mettere fine alla confusione dell'internet troppo aperta. Può essere vagamente forzato: lo ammette lo stesso Anderson ricordando come Wired abbia scritto nel 1997 che la tecnologia "push" avrebbe scalzato il modo di consultare la rete basato su browser e ipertesti (un pezzo scritto poco prima che la tecnologia "push" finisse nel dimenticatoio). Ma è un argomento di discussione. E allora discutiamo.

1. Nel grafico citato da Anderson e Wolff (pubblicato in un primo momento con la timeline sbagliata e poi corretto) si parla di numeri relativi. E il web appare in diminuzione. Ma usando i numeri assoluti, come fa Rob Beschizza su BoingBoing, si vede che il web sta ancora crescendo moltissimo.

2. Il traffico web diminuisce in termini relativi perché aumenta il video. Ma il video che viene considerato nel grafico citato da Anderson e Wolff è anche quello di YouTube, che dovrebbe essere considerato probabilmente traffico web, come osserva anche Erick Schonfeld su TechCrunch, dopo aver consultato i dati Cisco dai quali il grafico è tratto.

3. Il pericolo che la rete libera sta correndo non viene dalla concorrenza delle apps che in fondo non sono che un altro modo per usare internet. La supposta chiusura delle piattaforme per usare le apps è comunque parte di un sistema competitivo aperto basato su internet. Del resto, Facebook è anche una piattaforma per le apps che si usa sul web. Il vero pericolo è che i grandi cui Anderson e Wolff assegnano già la vittoria riescano ad abbattere la neutralità della rete che garantisce l'innovatività del sistema (tema accennato per esempio da Gizmodo).

Molti commenti alla vicenda sottolineano che si tratta semplicemente di un'operazione di marketing di Wired. Sono intervenuti per quanto ho visto: Giuseppe Granieri, Tiziano Caviglia, Massimo Mantellini e, velocemente, Nereo.

Maroni: ".. si deve andare a.."

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Estrarre le frasi dal contesto e citarle è sempre una pratica dubbia. Un titolo di giornale lo deve fare spesso. Ma un titolo di giornale ripreso da un motore che aggrega titoli di giornali citati da blog puó riservare qualche ulteriore dubbio. È successo a una frase del ministro Maroni, ripresa in un titolo del Corriere della sera che è stato citato da tanti blogger da finire in prima pagina su Blogbabel. La sua frase era diventata: "Se cade la maggioranza scelta dagli italiani si deve andare a...".

Proprio così. Frase tronca. E i lettori a domandarsi: "... affanbrodo"? "...a casa"? "...a Lourdes?"

Yahoo di Sant'Antonio

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Secondo vecchie osservazioni, epoca bolla dot.com, il boom di inserzioni su Yahoo era dovuto alle dot.com che si facevano pubblicità e così facendo aumentavano il valore di Yahoo che a sua volta motivava i folli multipli che inflazionavano il prezzo delle azioni delle dot.com. Un elaborata catena di Sant'Antonio. Ora, qualche analista vede lo stesso rischio nell'iAd, usato per pubblicizzare apps...

Survey: l'iPad quotidiano

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Cooper Murphy Webb fa un sondaggio tra i possessori di iPad e scopre - non sorprendentemente - che l'iPad conquista vasti spazi nelle abitudini di lettura. Diventando in molti casi lo strumento di lettura preferito - soprattutto in casa.

Intanto Murdoch pensa a un nuovo giornale nazionale ameriano, tutto digitale, a pagamento per tablet e smartphone.

L'autodifesa di Google

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Google difende la sua proposta sulla net neutrality. Dice che è una proposta di legge e non un accordo di business. Dice che è un buon compromesso perché per la prima volta una grande compagnia telefonica si impegna con precisione sul tema della neutralità nelle reti fisse anche se in cambio ha ottenuto mano libera nelle reti mobili. É una difesa debole, imho. La rete mobile è enormemente importante. Si presta a ogni genere di controlli e limitazioni della neutralità. Si dovrebbe affermare il principio della neutralità anche sul mobile e ammettere Che questa è la strada dell'innovazione. Strategie di chiusura per chi la apprezza, come quella di Apple, non sarebbero in discussione. Sarebbe peró evitato che le compagnie possano discriminare come vogliono i contenuti e i servizi. Nuovi servizi, più aperti si dovrebbero sempre poter fare, per fare concorrenza a quelli più chiusi. Insomma: perché escludere tutto questo a livello di principio?

Bookfuturism

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Timothy Carmody scrive sull'Atlantic della cultura librofuturista. Il Bookfuturism non è ingenuamente proteso ad attendere il progresso drlla tecnologia del libro e non è sospettoso dell'innovazione. Cerca di capire la tecnologia e di fare innovazioni che abbiano un vero valore umano.

Qualunque cosa se ne possa pensare è un gran bel pezzo.

Localizzare la geolicalizzazione

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Un pezzo del Nyt per rendersi conto che le funzioni nascoste o poco conosciute della geolocalizzaziobe possono riservare sgradevoli sorprese. Ancora una volta la privacy è una questione di informazione e consapevolezza.

Anche Eff contro Google sul mobile

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Anche Eff è critica sulle posizioni di Google sulla net neutrality nell'internet mobile.

La condanna dell'internet mobile

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Non si capisce perché, nello stabilire alcuni prevalentemente sani principi di net neutrality validi per l'internet a banda larga, Google e Verizon abbiano deciso di introdurre una clausola diversa per l'internet mobile. 

E' chiaro che finora i provider delle reti senza fili hanno fatto più o meno quello che hanno voluto con la questione della neutralità della rete mobile. Ma non è chiaro perché, nello stabilire dei principi, si dovrebbe ammettere che potranno continuare a fare quello che vogliono per sempre.

Non solo perché internet mobile e fissa, dal punto di vista dei cittadini, è diversa per i costi ma non per il significato e per la sostanza del valore d'uso. Non solo perché ammettere la non neutralità della rete rallenta l'innovazione nel mobile (come appunto si vuole evitare che rallenti nel fisso). Ma anche perché ci sono diverse soluzioni, ancora poco sviluppate, ma che dovrebbero poter dare all'esperienza dell'internet senza fili la stessa qualità di quella fissa. O si vuole dire che wimax e wifi pubblica sono definitivamente condannate? O si vuole dire che l'internet mobile è il territorio nel quale le grandi compagnie possono giocare tutte le loro carte nel controllo dell'innovazione? Insomma, questa distinzione può valere come descrizione della realtà, ma a livello di affermazione di principio non mi sembra che regga.

Al mondo ci sono 129.864.880 libri

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Google ha contato i libri che esistono al mondo. O meglio che esistevano domenica, 1 agosto 2010. Erano 129.864.880. (via Epicenter)

Boyd e Hargittai sulla privacy in Facebook

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Danah Boyd e Eszter Hargittai scrivono un paper molto utile per discutere delle questioni relative alla privacy su Facebook. Chi sottovaluta ha torto. Anche se molti utenti non ne sono consapevoli e sembrano razionalmente scegliere di non curare la propria privacy su Facebook, è anche chiaro che l'interesse sul tema cresce con la crescita della conoscenza dello strumento. L'informazione in materia genera consapevolezza e comportamenti consequenziali: dunque trincerarsi dietro l'idea che gli utenti sanno quello che fanno quando non si curano della propria privacy online potrebbe essere un alibi che non tiene.

Digg per i conservatori

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Questa volta sono stati i conservatori americani. Si sono organizzati - dicono - in modo da tirar giù i link progressisti su Digg e fare emergere solo i pezzi neo-con..

Sarebbe ora di rendersi conto che in un contesto basato solo sugli automatismi della piattaforma si rischia di dare più spazio ai prepotenti. Occorrono persone consapevoli, certo, per contrastarli: ma non solo. C'è un grande spazio di innovazione per arrivare a social media che - senza nulla togliere a quelli attuali - incentivino la qualità, la tolleranza, lo scambio leale di opinioni e la condivisione di dati verificabili. Le piattaforme che chiedono troppo alla lealtà di tutti gli utenti rischiano di dare troppo peso agli sleali.

Partito! 40K

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E' partito 40K... In bocca al lupo:
CEO: Marco Ferrario
Business engine:
Marco Ghezzi
Editorial Director:
Giuseppe Granieri
Chief Editor: Matteo Brambilla
Production Manager: Letizia Sechi
Technology Manager: Matteo Scurati
Design: Roberto Grassilli

Pubblicità aumentata

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Nielsen segnala che la pubblicità è aumentata in Italia, nel primo semestre, del 4,7% rispetto ai primi mesi del 2009, a 4,5 miliardi di euro.

La pubblicità in tv è aumentata del 7,3%. Nei quotidiani a pagamento dello 0.5%. Su internet del 14,6%. Alla radio del 14,8%. Hanno perso ancora quotidiani gratuiti e periodici.

La televisione resta padrona della situazione, evidentemente, per valori assoluti e capacità di ripresa.

Libri e giornali

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Lo spunto viene da un pezzo di Mante su Punto informatico. Che induce un pensiero laterale. Il pezzo di Massimo allude ai diversi comportamenti degli editori di libri e di giornali nei confronti dei supporti digitali tipo tablet e ereader.

Una differenza importante sta nel fatto che i giornali sembrano finalmente orientati a sperimentare qualcosa con le apps, mentre i libri tendono a essere trasportati sul nuovo supporto più o meno tali e quali. Il che è sostanzialmente vero. Ma perché avviene questo e che cosa può succedere ora?

La differenza tra libri e giornali è originariamente nella fruizione dei testi e dei contenuti. Più orientati al consumo immediato i giornali, più orientati ai tempi lunghi i libri. Ma questa differenza originaria è da tempo in discussione. Non in generale ma ai margini: nel senso che le differenze sostanzialmente restano ma nei territori di confine, dove libri e giornali cercano di espandersi, quelle stesse differenze vengono messe in discussione.

I libri da leggere con calma, tenere in biblioteca e riutilizzare comodamente, consultare, rileggere, o persino destinati a insegnare il gusto per la scrittura, sono la maggioranza. Ma non fanno probabilmente la maggioranza del rumore. E delle vendite. I libri che alimentano il mercato, la moda e allargano i confini degli editori, ultimamente sembrano meno distanti dal concetto di giornale di quanto dovrebbero. Libri di consumo, libri di notizie, libri da spendere in una conversazione e poi dimenticare, ce ne sono tanti. Questi non hanno necessariamente un comportamento molto diverso da quello dei giornali.

I giornali da consumare restano maggioritari. Tentano di espandersi nella consultazione di lunga durata. Ma fondamentalmente la loro lunga durata è basata sul servizio di consultazione dell'archivio e sulla tenuta nel tempo della credibilità della testata.

Forse la differenza principale è nel fatto che i libri sono presentati come prodotti di singoli o pochi autori, e l'editore ne è al più il garante, mentre i giornali sono prodotti collettivi in tutto e per tutto.

Il che porterà i due prodotti a vivere in modo diverso la digitalizzazione. Potrebbe infatti succedere che nel tempo breve i margini si sovrappongano, che i libri col blog e le animazioni assomiglino di più ai giornali e che i giornali su tablet con gli approfondimenti da consultare in rete assomiglino di più a "libri" o almeno scaffali di paper da usare alla bisogna. Ma nel lungo termine dovrebbero emergere nuovamente le differenze. Da una parte il lavoro di espressione degli autori. Dall'altro il servizio delle redazioni. I libri, in questo senso, resteranno prodotti. I giornali, in questo senso, tenderanno a diventare servizi.

Questo confronto è denso di eccezioni e di incertezze. E certamente questi appunti non le risolvono.

Il tempo che fa su Google

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Google Earth promette di mostrare la situazione meteorologica in tempo reale, da oggi. (Bisogna abilitare il layer chiamato clouds).

Intanto la gente moltiplica gli sforzi per restare un po' invisibile a Google e ai provider. Autodeterminazione della privacy.

Infine, i finanziari parlano di rallentamento futuro della crescita di Google. E penalizzano il titolo. Nonostante che sia uno dei business che vanno meglio al mondo.

Strani tempi per Google. Bizzarri Zeitgeist.
Il Wsj vede un aumento significativo del fatturato pubblicitario dei siti dei giornali americani. Anche se non basta a coprire le perdite della pubblicità cartacea. Ma in questo fenomeno ci sono anche i motivi per aprire un dibattito sulle metriche che motivano i costi pubblicitari online.

Secondo ComScore, il Cpm (costo per mille pagine viste) è una misura abbastanza disordinata. Nei giornali il Cpm in America, in aprile, era 6,99 dollari, nei portali 2,60 e nei social network 56 centesimi. Nello stesso tempo le pagine viste dei giornali erano 8,5 miliardi, nei portali erano 69,7 miliardi e nei social network 98 miliardi. Il fatturato era rispettivamente di 59,4 milioni di dollari, di 181 milioni e di 54,7 milioni.

Perché un mercato dovrebbe accettare queste differenze di prezzo e performance? Probabilmente occorre un'unità di misura più coerente e omogenea. Il tempo per utente potrebbe andare meglio?

Articolo 1, comma 29: non avere paura

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Il comma 29 per come è scritto sembra dire che qualunque sito è soggetto all'obbligo di rettifica e rischia una multa molto salata se non ottempera in 48 ore. (Fatto)

Io dico che i blog sono fatti apposta per rendere facilissime le rettifiche. Chi le vuole le mette nei commenti. Se non lo fa subito da solo vuol dire che non ha interesse a un'immediata rettifica della notizia. Se non ha quell'interesse e non lo dimostra, non può pretendere che ce l'abbia il blogger. (Che ne dici Guido?)

In ogni caso, queste norme (o minacce di norme) non devono mettere paura alla gente che usa la rete onestamente. Se lo scopo di quelle norme (o minacce di norme) è quello non devono realizzarlo.

(Che ne pensate joiyce, stopthecensure, ilmiopaesealtrove, ilviagradellamente?)

Il valore del passaparola

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Sul McKinsey Quarterly, un saggio di razionalità per capire il valore del brand di un'azienda in base ai messaggi trasmessi per passaparola.

Il valore del brand in base ai messaggi trasmetti per passaparola è funzione del numero di messaggi più il loro impatto. L'impatto è tanto maggiore quanto più: 1. il network è compatto (non disperso); 2. i messaggi sono rilevanti (influiscono direttamente sulle decisioni di acquisto); 3. il mittente è influente; 4. il messaggio riguarda un'esperienza diretta (non è un "sentito dire").

Meglio pochi messaggi ma di grande impatto che molti messaggi di poco impatto, dicono alla McKinsey.

Ritrovando Rising Voices

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Marta Mainieri sottolinea giustamente l'importanza di iniziative come Rising Voices, lanciata da Global Voices per migliorare l'accesso attivo di popolazioni "sottorappresentate" al sistema dei media. Questa segnalazione fa parte della serie di suggestioni utili per Ahref.

La coda mozza

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Scrive Alberto Carnevale Maffè, su Link, che l'effetto "coda lunga" tradotto in redditività dei contenuti si trasforma in un effetto "coda mozza". I contenuti di larghissima audience e i contenuti di estrema nicchia hanno più possibilità di guadagnare di quanta ne abbiano i contenuti che stanno nel mezzo.

Scoble entusiasta di Flipboard

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Robert Scoble è entusiasta di Flipboard, una nuova app che fa vedere il contenuto proveniente da Twitter, Facebook, feed di giornali e altro, nella forma di un magazine che si sfoglia e si aggiorna continuamente.

Il design del magazine si dimostra molto attraente. E' come se trasformasse contenuti piuttosto semplici in qualcosa di elaborato e critico. Una storia di user interface che si riprogetta per contenuti del tutto nuovi e per modalità produttive del tutto rinnovate.

In crisi non è l'utilità e la bellezza della forma del magazine.

Ecologia della credibilità

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A quanto pare la credibilità si guadagna con un lungo lavoro e si perde in un attimo. E quando si perde non si ricostruisce se non con un lavoro almeno altrettanto lungo.

In questo, evidentemente, assomiglia all'equilibrio ambientale. Un sistema ecologico ci mette milioni di anni a formarsi, ma si può distruggere in breve tempo. 

Se resiste, quando resiste, è solo grazie alla biodiversità. Una monocultura come quella delle aragoste del Nordamerica, diceva Johan Rockström a Ted, sembra estremamente efficiente. Ma basta l'inserimento anche casuale di un organismo esterno per distruggerlo. L'equilibrio ecologico di lunga durata si forma attraverso la biodiversità.

La credibilità a sua volta resiste meglio se non è basata su un'unica caratteristica. Ma si attribuisce a una persona della quale si conoscono i caratteri distintivi, i valori, i fatti compiuti, le complessità e persino i difetti. La credibilità ottenuta per manipolazione di una o due caratteristiche della persona è fragile.

Un sistema dell'informazione è credibile se è dotato di infodiversità. Altrimenti è fragile. E prima o poi crolla. 

(Ma anche le persone hanno bisogno di infodiversità: se si chiudono in un ghetto culturale finiscono per avere una visione del mondo fragile).

Ethan Zuckerman

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Jamil Abu-Wardeh

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Dicono qui in Inghilterra che una commedia che ha successo "kills" mentre una che si dimostra un insuccesso "bombs". «Mi pareva molto adatto al nostro tipo di spettacolo: la commedia mediorientale» dice Jamil Abu-Wardeh. (Ethan riassume). Tanto che con altri colleghi - tra cui un iraniano e un coreano che parla arabo - è riuscito a mettere in piedi una compagnia chiamata "The Axis of Evil". Per combattere gli stereotipi li devi ridicolizzare...

Ecco una registrazione. Non quella di Ted che arriverà nei prossimi giorni con la solita fantastica qualità...


Robert Senior: la tv non è morta (per niente)

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Per Robert Senior, fondatore di Fallon e ora Saatchi & Saatchi Fallon, dice che le elezioni britanniche sono state stravinte dalla televisione. «Altro che internet. Proprio quest'anno, la tv ha ridefinito la politica inglese».

L'ultimo Grande Fratello

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In Gran Bretagna il Grande Fratello è ormai considerato noioso. Ha perso la metà dell'audience dal 2000. E Channel 4 ha deciso che lo trasmette quest'anno per l'ultima volta, riferisce John Lloyd.

Dov'è nato il web

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David Galbraith, in un post da leggere, per celebrare, ricostruisce con Tim Berners-Lee il luogo esatto dove al Cern è Stato concepito e poi scritto il codice che ha dato vita al web. Era il 1989. L'anno della caduta del muro di Berlino e della nascita del www...

Facebook vuole un miliardo di utenti

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Facebook vuole un miliardo di utenti. E pensa di arrivarci abbattendo le barriere all'adozione del suo prodotto nei paesi del Sud del mondo. Salvo la Cina, probabilmente.

YouTube mobile in html5

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YouTube ha scelto di svilupparsi in html5 per la fruizione mobile. E' chiaro che l'evoluzione del video si sta davvero liberando delle limitazioni di Flash-Adobe. Ma è anche una nuova tappa della competizione sana tra Google e Apple.

Prospettiva internettara positiva

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Pew segnala un suo studio dal quale si vede che gli internettari considerano la rete come un motivo di miglioramento delle relazioni sociali. E in prospettiva pensano che continuerà a migliorarle ancora più chiaramente in futuro.

Tablet e libri: la velocità della lettura

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Jakob Nielsen, uno dei massimi esperti di usabilità, riporta i risultati di uno studio secondo il quale si leggerebbe più lentamente su iPad e Kindle di quanto non si legga sui libri di carta.

Molti hanno ripreso e, spesso, criticato la notizia: Mobile-ent (non è troppo più lento), Teleread (non è uno studio definitivo), TechSpot (sempre meglio del monitor del pc), Mulley, MobilitySite (studio affrettato), MacStories (ci vogliono altri studi), AppAdvice (non è detto che la velocità di lettura sia davvero così importante), iReaderReview (abbiamo un'antica abitudine a leggere sulla carta e poca sui tablet; inoltre, su certi dati, lo studio sembra poco significativo dal punto di vista statistico). Pasteris, eBookit (lo studio segnala comunque che gli utenti sono piuttosto soddisfatti).

Non è detto che la velocità sia tutto nella lettura. Certo è una componente. Sarebbe bello vedere anche se i tablet invitano a leggere più attentamente, o aiutano a ricordare meglio quello che si legge, sia paragonandoli alla carta che paragonandoli al web. E' vero che la carta è un'abitudine antica e il digitale no. Ed è vero che le logiche con le quali si impaginano le parole sulla carta non sono necessariamente le migliori quando si traspongono sul tablet. Ci sarà un'evoluzione.

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Altri commenti alla twittata su questo argomento dell'altro giorno:

FriendFeed
per la miseria, dateci il tempo! - Gaspar Torriero
il link corretto è http://mashable.com/2010... - alieb
like a Gaspar :) - roberta milano from iPhone
forse, ma si limitano le calorie spese nel girare pagina :P - Riccardo Cambiassi
che poi io per esempio probabilmente leggo piu 'lento ma alla fine leggo di piu', quindi... - massimo mantellini
io più che altro almeno ho un solo posto dove tengo i libri / note / commenti. la mia biblioteca cartacea è stata disintegrata da qualche trasloco di troppo - Riccardo Cambiassi

Twitter
  1. SandroMontagner @lucadebiase cosa abbastanza intuibile, visto che il comportamento degli occhi non è il medesimo se sta davanti a un libro o ad uno schermo.
  2. salvomizzi @lucadebiase dunque si assimila meglio?
  3. intermezzi @lucadebiase la pagina non si apre... comunque credo sia solo una questione di abitudine: d'altronde è su carta che si impara a leggere

Facebook
Romeo Bassoli
ci credo.Richiede una attenzione maggiore
sabato alle 20.06

Laura Biason
E non serviva uno studio per dirlo. Se poi vogliono farne un altro, possono verificare anche che ci si stanca prima...
sabato alle 20.10

Sara Cristaldi
ma tu sei d'accordo, luca?
sabato alle 20.17

Domenico Ferrara
Confidiamo ancora sulla carta...
sabato alle 20.20

Pietro Zanarini
io invece dall'iPad ho letto quello studio in un secondo (forse perchè quell'url mi da "Page Not Found" :-)
sabato alle 20.22

sabato alle 20.31

Pietro Zanarini
Grazie Jack!
sabato alle 20.37

Luca De Biase
grazie jack
sabato alle 20.44

Luca De Biase
@sara : sulla carta abbiamo imparato a scrivere.. per l'ipad dobbiamo ancora imparare..
sabato alle 21.00

Sara Cristaldi
E questa e' la cosa più challenging. Ma questo e' il futuro dei giornali e dei giornalisti. Prima lo capiranno e meglio sara'
sabato alle 21.39

Pietro Zanarini
io però nello "slow read" non ci vedo nulla di male, anzi!
sabato alle 22.35 ·

Fiorella Buzzi
secondo me il nodo non è come si legge, ma come si scrive. La digitalizzazione di un testo lineare che resti tale (quindi che non diventi ipertestuale) è un ibrido la cui efficienza, oggi, dipende dall'efficacia del dispositivo di fruizione. La sua ricaduta è solo sul piano della distribuzione, laddove per "testo" si intenda "prodotto editoriale... Mostra tutto".
I fatti sono due:
• la digitalizzazione è un processo generale e irreversibile. Tra l'altro, l'intera produzione editoriale è già digitale e si interrompe solo nel momento in cui il testo, fino a quel momento immateriale, viene "appoggiato" sulla carta (vedi Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Laterza).
• l'ipertesto è la migliore modalità di fruizione del testo in rete, potrebbe esserlo anche in ambiente digitale offline. I testi che funzionano in rete sono tendenzialmente brevi e soprattutto puntano ad altri contenuti.
I prodotti su carta, invece, sono della natura più varia. Per portarli dalla carta al digitale, e perché funzionino, occorre prima capire quale tipo di scrittura sia più adatta alla fruizione digitale offline. In altre parole, niente copia e incolla dal prodotto cartaceo. IMHO, ovviamente.
Ieri alle 12.21

Piattaforme bucate

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Non solo la piattaforma della BP si rompe. Anche quelle di Apple e YouTube, pare. Dicono che l'AppStore sia stato aperto e sfruttato da mani maligne, con tanto di furto di soldi a ignoti utenti e acquisto di apps non volute (TheNextWeb). Peraltro, MacRumors invita a non esagerare questo allarme, non particolarmente nuovo né diffuso. Intanto, TheNextWeb segnala anche un buco su YouTube, con una risposta di Google che dichiara di avere già risolto. Dario commenta. L'inquinamento della rete è latente. Motivo di più per essere prudenti. E cambiare spesso la password.

Fragili commons

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Oggi lezione di Lewis Hyde al Berkman Center sulla facilità con la quale i privati depredano i commons culturali. E su come si possono difendere e valorizzare.

"Lewis Hyde's talk will be drawn from a book he has just finished, Common as Air:  Revolution, Art, and Ownership.  One thesis of the book is that the founding generation in the United States hoped to establish a cultural commons of art and ideas, a lively public domain of created works that all of us use because nobody controls it.  What has become apparent in recent years is that the founders did not leave us with any good way to protect this commons.  The public domain has turned out to be highly vulnerable to private capture.  How might this vulnerability be reduced?  How might an unguarded public domain be converted into a rule-governed and thus durable cultural commons? "

Pensa differente

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Le neuroscienze e l'esperienza quotidiana insegnano: siamo multitasking nelle operazioni più o meno automatiche (masticare una gomma americana e camminare) ma non siamo in grado di dedicare attenzione a più di un'attività alla volta.

La parola chiave è attenzione. E la domanda che circola sempre più spesso è: internet ci sta cambiando il modo di pensare influendo sulla nostra capacità di concentrare l'attenzione? Se lo domandano per esempio oggi al Telegraph (che cita molti precedenti interventi in materia).

L'attenzione è precisamente il contrario del multitasking: è focalizzazione. La consapevolezza che dedichiamo a un'attività della quale siamo coscienti e alla quale dedichiamo attenzione è il solo modo per realizzarla efficientemente, velocemente, in modo da ricordarla e poterla elaborare ulteriormente.

La lettura e la scrittura, come la parola, richiedono un'attenzione focalizzata che non consente di fare altro nello stesso tempo. O meglio: si fa altro, ma non con lo stesso grado di attenzione, quasi in automatico (c'è chi ascolta musica mentre legge o scrive... tutti accumulano materiale inconscio mentre vivono la loro vita quotidiana... tutti pensano e parlano mentre mangiano e respirano...). Ma le cose cambiano: e allora può cambiare la scrittura e la lettura in modo da diventare un'attività semiautomatica? Può cambiare in modo da influire sul modo in cui pensiamo?

Dato che il cervello evolve lentamente, è più facile pensare che esista un'evoluzione della scrittura e della lettura. Il web è evidentemente molto efficiente per una lettura esplorativa e veloce. Il libro è chiaramente più orientato alla focalizzazione dell'attenzione. Entrambe le forme servono a quello che servono: ma è giusto pensare che il web diseduchi all'attenzione? Non è più probabile che una società dello zapping sia già abbastanza distratta da non aver bisogno anche del web per perdere abitudine alla concentrazione sui libri? Ed è poi vero che perdiamo attenzione per i libri?

La lettura dei libri non è mai stata diffusissima ma non sembra in crollo verticale. Anzi. E gli iPad, eReader e tablet arrivati e in arrivo dimostrano che le persone vogliono anche strumenti atti a favorire una lettura più concentrata e attenta. Il web può educare alla velocità, insegnare a trasferire rapidamente la focalizzazione da un'attività a un'altra e indurre nella tentazione di pensare di poter leggere e scrivere molte cose contemporaneamente: la lettura lineare del libro resta un elemento educativo fondamentale per allenare alla focalizzazione. Ma come finisce per sostenere anche l'articolo del Telegraph non c'è nessuna prova che il web abbia un potere diseducativo tanto forte da rendere di per se chi lo frequenta più debole nella lettura dei libri. In effetti, si può scommettere che la probabilità di trovare lettori di libri tra i frequentatori abituali del web (rapporto lettori/navigatori) è molto più alta della probabilità di trovare lettori di libri tra i frequentatori abituali della tv (rapporto lettori/telespettatori).

Certo, la capacità "educativa" della televisione e del web - per quanto riguarda la loro differente struttura tecnica - è ancora una materia di indagine. E si può scoprire di tutto. Un dato di buon senso è però quasi certamente giusto: il migliore allenamento della mente è la diversità e varietà dei modi in cui la nutriamo. 

A commento ulteriore, si può dire che il problema della sindrome della disattenzione denunciata da più parti non è tanto collegato al web, quanto a una vera e propria strategia della disattenzione. (Ringrazio Mante e Comizietto per le recenti citazioni). Un'intera industria della comunicazione sembra essere stata asservita a un potere soft che oltre a cercare l'attenzione dei sudditi per somministrare abbondanti dosi di propaganda, ha imparato a liberarsi da ogni controllo attraverso la confusione e a convincere attraverso un bombardamento di messaggi fatti per riempire orecchie distratte e per governare menti disattente.

Blogger e pubblico attivo sono chiamati a mantenere viva l'attenzione contro la strategia della disattenzione. E' un compito che in molti si sono assunti. Un compito prezioso. Da svolgere con pazienza, senza stancarsi...

Domande: Fondazione Ahref

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Chi ha visto cose nuove eccellenti nel mondo dei social media? Ha voglia di segnalarle? E che cosa sta succedendo ai blog? Stiamo attraversando una fase di stanca? O è solo l'approssimarsi dell'estate? E la concorrenza del mondiale?

Già: mentre si aspetta vengono in mente un sacco di domande.

Si aspetta che cosa? Intorno alla metà di aprile è stata creata davanti a un notaio la Fondazione Ahref, per contribuire alla crescita dei media sociali in Europa, a partire dall'Italia. Da quel momento, la burocrazia necessaria a far nascere una nuova persona giuridica ha preso in mano la situazione. Speriamo che la lenta procedura delle carte bollate e dei timbri ufficiali trovi presto il suo giusto coronamento. 

Ma l'indomabile ottimismo che contraddistingue i fondatori non li lascia in tranquilla attesa. 

Il tempo trascorso da allora è stato impiegato nel test delle idee che andiamo sviluppando con gli interlocutori che hanno la pazienza di ascoltare le nostre ipotesi di lavoro. E nella ricerca di persone disposte a dare una mano. 

Approfittando delle ultime settimane di inattività burocraticamente indotta, possiamo raccogliere le idee e chiedere il contributo di esperienze e visioni di chi voglia offrirle anche su questo blog. Domande che è necessario porsi, mentre si passa il tempo:

1. come si riconosce la qualità dell'informazione?
2. è vero che i blog sembrano attraversare una fase di stanca e linkano meno tra loro?
3. i social media possono influire non solo episodicamente sull'agenda generale di un paese?

Lo scopo di queste domande è raccogliere il più possibile di idee per configurare i servizi della Fondazione nel mondo più ragionevole e attento possibile... Sarà sempre così: una Fondazione a caccia di suggerimenti. Ma questo, prima che le prime scelte siano fatte, è un buon momento per contribuire.


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Per comodità di chi volesse contribuire, ecco il post di aprile e i commenti relativi:

Nell'ecosistema dell'informazione c'è ormai uno spazio evidente per le iniziative che siano sostenute dalla comunità, con motivazioni legate alla responsabilità sociale e culturale dei cittadini e, dunque, organizzate in una forma non profit. 

A Trento è appena nata la Fondazione Ahref. E' pensata per studiare, diffondere e progettare iniziative di qualità nei media sociali al servizio dei cittadini che la sostengono. 

Il nome viene dal comando html per creare un link. E il suo compito è proprio quello di sviluppare collegamenti. Per contribuire allo sviluppo di un ecosistema sano dell'informazione. 

La Fondazione comincia in questi giorni. Tutti i particolari sono ancora in via di definizione. Solo il suo scopo è chiaro. E' un buon momento per mandare alla Fondazione qualche consiglio...

7 Comments

si, am come? hanno un sito?

"La comunicazione globale, l'iper-informazione, minacciano tutte le difese umane. Lo spazio simbolico, lo spazio mentale del "giudizio", non è più protetto da niente". Jean Baudrillard

è appena cominciata e certamente il sito verrà fuori tra un po' di tempo... ora c'è solo l'annuncio... http://www.ahref.eu/ (update: con i tempi dettati dalla burocrazia, ora c'è la descrizione delle finalità della fondazione contenuta nello statuto)

ricordo che segnalai a suo tempo, sempre della fondazione kessler, il bando per giovani laureati "Progetto Esplorativo SoNet" http://is.gd/bGGwN

Credo che il contributo della fondazione <ahref in questo settore possa rivelarsi fondamentale.

L'informazione prodotta da aggregazioni spontanee di cittadini può davvero rappresentare il fulcro per un effettivo cambiamento.

"Il cambiamento non arriverà se aspettiamo altre persone o altri tempi...; SIAMO NOI QUELLI CHE STAVAMO ASPETTANDO". [Barack Obama]

Nel nostro piccolo ci stiamo provando in provincia...

Vedi MIRANO Community Network @: http://40xmirano.ning.com

Auguri alla Fondazione ai blocchi di partenza!

Gli estremisti del copiadiritto

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Un tribunale americano ha dato ragione a YouTube e torto a Viacom per una causa sul copyright sostenendo che la legge non impone alla piattaforma di fare il monitoraggio di ciò che fanno gli utenti con il copyright. Basta che sia cooperativa con gli aventi diritto. Non è obbligata a fare lo sceriffo. (Commenti di YouTube, Viacom, Electronic Frontier Foundation)

Gli estremisti del copyright vorrebbero imporre a tutta l'industria dell'internet di mettersi al loro servizio. E vorrebbero costantemente allargare lo spazio del copyright oltre i limiti attuali.

Un copyright equilibrato è attaccato dall'azione parallela dei pirati da una parte e degli estremisti del copyright dall'altra. L'Economist aveva pubblicato un fondamentale articolo su questo punto: il copyright è una lesione alla libertà che ha perfettamente senso per la remunerazione dei creatori ma non può andare oltre un limite equilibrato. La ricerca dell'equilibrio è difficile ma va perseguita con grande tenacia e ragionevolezza.

Storcere il naso in rete

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Si vede che storcere il naso quando si parla di internet è diventato un modo per appartenere alla corrente di chi è controcorrente. Come se si potessero combattere gli ideologici che hanno dipinto la rete come una terra promessa - quindici anni dopo - dicendo che non è veramente meravigliosa. C'è rumore, si dice. C'è falsità, si afferma. C'è capziosità, settarismo, violenza, populismo... si lamenta. Ovviamente, si ammette anche che in rete c'è tanto di buono... ma insomma...

Insomma che?

Una rete di decine di milioni di persone in Italia, di quasi due miliardi di persone nel mondo, non si valuta come unità. Ma per quanto valgono le diverse fonti di contenuto, le piattaforme sulle quali si pubblica, le innovazioni che non cessano di alimentarla. E comunque, in un'epoca ancora dominata dalla televisione, che ha tutti i difetti della rete più uno, storcere il naso parlando di internet è come dire che la rivoluzione è scomoda.

Casomai, occorre digerire l'innovazione, pensare le conseguenze di quello che si sta facendo, credere nella possibilità di cambiare quello che può essere cambiato e smettere di fingere di poter cambiare ciò che non cambia. E casomai si può cercare una sintesi pratica: la televisione, si diceva, è il potere rassicurante della convenzione mentre internet è l'influenza inquietante dell'azione. Nel senso che la sua vera specificità è la facilità con la quale si può tentare di trovare e proporre alla rete una soluzione per i problemi che la rete sembra far emergere.

Tanto per fare un esempio. Tutti noi soffriamo per il "rumore" della rete: internet per ora non ha risolto il fastidioso "rumore" generale delle grida sconnesse che la società lancia attraverso tutti i suoi media (cfr. Ecologia dell'attenzione) e forse ha contribuito ad aumentarlo. Ma a fronte di questo, la gente che sta in rete non cessa di provare a proporre nuovi filtri, motori di ricerca, forme di collaborazione, che servono proprio a navigare meglio tra le molte sollecitazioni mediatiche, con meno disturbi. Di certo non siamo vicini alla "soluzione finale", ma questa probabilmente non è desiderabile. Probabilmente, siamo invece molto vicini al punto di partenza di questo strumento: la cultura non lo ha ancora digerito. La gerarchia della qualità, la finezza intellettuale, l'eccellenza delle idee non si distingue ancora facilmente dalla bagarre generale. Ma è inutile accusare di questo la rete (dimenticando che la televisione ha fatto la sua parte, eccome): molto meglio farsi venire un'idea e agire. Si può.

(Con pazienza. Senza stancarsi).

Televisione e internet

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Appunti per un intervento alla Fondazione Cini, su "dalla televisione a internet". 



Parlando di tecnologia dei media non ci potrebbero essere strutture più apparentemente opposte di quanto non siano internet e la televisione. La rete corrisponde alla struttura della società delle singole persone che ciascuna si esprime, si connette alle altre, cerca riconoscimento. Riflette la struttura sociale prima di poterla eventualmente modificare. La televisione corrisponde alla gerarchia della conoscenza e della narrazione pubblica: riflette la struttura del potere prima di potersi adattare alla società. È la differenza tra la dinamica top-down e la dinamica bottom-up. È la differenza tra gerarchia e rete. È la differenza tra broadcast e narrowcast. Non è la differenza tra modernità e postmodernità, tra industria e postindustria, tra moneta e gratuito: è la differenza tra il potere rassicurante della convenzione e l'influenza inquietante dell'azione.


La relazione storica tra televisione e internet non è quella del prima e del dopo. Internet è la versione informatica di relazioni molto tradizionali tra le persone, le istituzioni, le comunità. La televisione sembra resistere meglio di ogni altro elemento del sistema mediatico del secolo scorso, come ha spiegato recentemente l'Economist. Lo si comprende pensando al suo antenato: il campanile.


Il campanile è una struttura mediatica estremamente costosa che solo il potere massimo della chiesa poteva permettersi di far accettare, pagare e costruire dal gregge dei suoi fedeli sudditi. Il suo compito è quello di lanciare i messaggi fondamentali per la vita della comunità. Scandisce il tempo, riflettendo insieme le necessità operative della giornata di lavoro di ciascuno e le esigenze rituali e dunque educative della vita sociale, senza mancare di trasmettere gli allarmi e le notizie insolite ma importanti per la vita della comunità. La decodifica dei suoi messaggi avveniva in base a un pensiero convenzionale ben preciso (e stabile). Non c'era nessuna premessa di un dibattito sulla partecipazione alla produzione di messaggi da parte del pubblico.


La televisione non è stata molto diversa per i lunghi sessant'anni della sua storia. All'inizio si è inserita nel pensiero convenzionale che aiutava a decodificare i suoi messaggi. Poi, con la sua commercializzazione, ha costruito la nuova convenzione dalla quale ha fatto discendere la decodifica dei suoi nuovi messaggi, contribuendo a modificare e manipolare il pensiero collettivo in modo enorme.


Il campanile non ha però mai governato pienamente le coscienze. E nemmeno la televisione.


Altre istituzioni e altre strutture mediatiche hanno sempre reso relativo un potere che si pensava strutturalmente assoluto. La famiglia, le relazioni personali, il passaparola... Internet è stata la rivoluzione del recupero dell'autonomia della società dalla dominanza congiunturale della televisione. Ha riabilitato le persone a connettersi e riconoscersi indipendentemente dalla fiction televisiva. Non ha annullato la televisione. Ha creato una nuova dimensione della comunicazione nella quale ciò che la televisione non può fare ritrovava uno spazio. Ma internet può fare molto di più.


Il confronto è appena cominciato.

Maxxi, Ataman e un problema legale

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La mostra di Kutlug Ataman al Maxxi di Roma è la porta d'accesso a una ricerca vera. La ricerca di un regista, artista, documentarista, esploratore dell'esperienza delle persone anche - senza farla troppo difficile - attraverso l'esplorazione del linguaggio narrativo. Siamo ai confini del Mediterraneo, facciamo domande alla sociologia francese e alla consapevolezza turca, camminiamo per la Mesopotamia e ci sdraiamo sul divano (parola araba) per guardare immagini oniriche-ironiche che scendono dal soffitto. Bello. Interessante. Divertente.

E meno male. Perché...

Dov'è il problema? In una curiosa - poco diffusa anche se non del tutto assente altrove - clausola delle note legali:
 
"Qualsiasi forma di link al presente sito, se inserita da soggetti terzi, non deve recare danno all'immagine ed alle attività del MAXXI."

Questo post contiene, appunto, due link al sito del Maxxi. Contiene anche una critica positiva. Se non fosse stata positiva avrebbe recato danno - con tutti i limiti di questo blog - all'immagine e alle attività del Maxxi. 

Ne consegue una curiosità: che valore ha e che cosa significa esattamente quella clausola?

ps. Cercando in Google, si trova meno di una trentina di siti che riportano una clausola analgoca, tra i quali:

Soru, Caio, Gentiloni

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Francesco Caio e Renato Soru. Insieme per discutere dell'internet all'italiana, tra banda larga che non si allarga e politica che si restringe. L'occasione è stata ieri, sul finire di una giornata dedicata al tema, a Roma, organizzata da Paolo Gentiloni

Non era la serata per ritornare a parlare dei dettagli del piano per la banda larga, per vedere le possibili configurazioni tecnologiche, per ritornare sulle polemiche tra gli operatori... Era la serata per ascoltare due protagonisti veri che, con il cuore e il cervello, hanno fatto molto per l'infrastruttura dell'internet italiana. Ed era la serata per cercare di comprendere come si può sparigliare, come si può sbloccare il processo che serve a migliorare la connettività in questo paese, chi se ne deve occupare.

Entrambi hanno scelto di partire dalla visione. Per Caio è dimostrato che l'allargamento della banda è pienamente connesso allo sviluppo economico. Per Soru è chiaro che, come dice l'Europa, la rete è competitività e inclusione. Per entrambi è speranza di crescita culturale, sociale, economica. 

Caio ha sottolineato il fatto che un piano è necessario per essere al passo con il progresso globale. E che non ha senso lasciare che l'Italia resti indietro per poi affrontare la questione quando sarà diventata un'emergenza. 

Soru ha insistito sul fatto che la velocità del progresso tecnologico su internet è tale che, sebbene tanti treni passino e si perdano, ce ne sono sempre nuovi davanti a noi. Anche gli italiani hanno dimostrato di essere in grado di fare innovazione: avevano fatto il loro motore di ricerca, la loro voip, i loro social network. Altri hanno vinto in questi settori: ma gli italiani - come tutti - possono continuare a cercare e aprirsi nuove opportunità, perché la rete non si è fermata ed è in piena ebollizione innovativa. 

Occorre convinzione e orientamento fattivo. In rete vince chi sperimenta, investe, innova. E del resto questo vale per l'insieme dell'economia che non supererà la crisi se non torna a investire e non prende la strada dell'innovazione vera.

La politica, si direbbe, non è abbastanza convinta. Da una parte - la maggioranza - è concentrata su altre infrastrutture e certamente privilegia la televisione. Dall'altra parte - l'opposizione - non ha ancora fatto dell'internet un suo vero cavallo di battaglia e il terreno sul qualche puntare per vincere. Ma Paolo Gentiloni sta dando un contributo notevole in questa direzione. 

Cara carta

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Un comunicato stampa è un comunicato stampa. Qualche volta vale la pena di condividerlo, come documento:

SETTORE CARTARIO NAZIONALE:

pesante contrazione di produzione (-11,2%) e fatturato (-16%) nel 2009

 E' urgente completare le riforme del mercato del gas e attuare la Direttiva Cogenerazione

 Senza rilancio dell'industria manifatturiera non ci sono né sviluppo né politiche ambientali

 

 

 

Milano, 16 giugno 2010 - Si è tenuta oggi, presso l'Associazione Civita a Roma, l'Assemblea Annuale di Assocarta  con la partecipazione del Sottosegretario allo Sviluppo Economico, Stefano Saglia, del Presidente e del Commissario dell'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas, Alessandro Ortis e Tullio Fanelli, del Vice Presidente di Confindustria, Antonio Costato e del Direttore Generale di CEPI - Confederazione Europea dell'Industria Cartaria - Teresa Presas.

 

Le cartiere italiane nel 2009 hanno realizzato una produzione di 8,4 milioni di tonnellate per un fatturato di poco superiore ai 6 miliardi di Euro con una contrazione rispettivamente dell'11,2% e del 16% rispetto al 2008.

"Nel confronto con il livello massimo di produzione e fatturato toccati nel 2007" afferma Paolo Culicchi, Presidente di Assocarta "le nostre imprese hanno perso ben oltre 1,7 milioni di tonnellate di produzione e 1,6 miliardi di Euro di fatturato riportando il settore alla fine degli anni '90. Se poi consideriamo il cartario come primo anello della filiera produttiva Editoria, Carta, Stampa e Trasformazione, il fatturato che nel 2007 aveva superato i 42,6 miliardi di Euro, è sceso a poco più di 35,1 miliardi nel 2009 con una contrazione complessiva di 7,6 miliardi di Euro e una contestuale perdita di 10 mila addetti, sempre per il biennio 2007-2009, che si triplica se consideriamo l'indotto".

Qualche modesto segnale positivo si rileva nei primi quattro mesi dell'anno dove, nonostante gli elevati costi energetici, i continui rincari delle materie prime fibrose e la difficoltà nel loro approvvigionamento, si è registrato un incremento tendenziale generalizzato nei vari comparti del 7,8% nei volumi e del 5,8% in termini di fatturato.

 

"Senza rilancio dell'industria manifatturiera" evidenzia Culicchi "non ci sono né sviluppo né politiche ambientali e per recuperare competitività è indifferibile il completamento delle riforme del mercato del gas e l'attuazione della Direttiva Cogenerazione adottata a livello europeo nel 2004. Riguardo invece alla difficoltà nell'approvvigionamento delle materie prime" conclude Culicchi "Assocarta apprezza l'iniziativa del Presidente di Confindustria Marcegaglia e l'intenzione del Vice Presidente della Commissione Europea Tajani di adottare una lista di materiali strategici per l'Europa che includa legno, cellulosa e carta da macero".  E per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di riciclo previsti dalla Direttiva Europea in materia di rifiuti (n.8/2008), in corso di recepimento, è essenziale preservare la competitività dell'industria promuovendo le capacità industriali in Italia anziché esportare i materiali raccolti in Europa senza alcun beneficio in termini di valore aggiunto e di efficace gestione delle risorse.

 

 Questi interventi sono indispensabili per ridare slancio a un'industria cartaria che ha una grande storia e un grande futuro da raccontare. Un'industria verde che produce un materiale, la carta, che è rinnovabile, riciclabile e naturale. La sostenibilità del settore cartario è stata oggetto dell'intervento di Teresa Presas, Direttore Generale di CEPI - Confederazione Europea dell'Industria Cartaria - che ha sottolineato come le cartiere europee abbiano saputo disallineare la produzione cartaria dal suo impatto ambientale ad esempio attraverso una riduzione delle emissioni di CO2 del 42% per tonnellata se consideriamo il periodo 1990-2008.

Anche la crescita del riciclo si è rilevata per il settore più veloce della produzione: dal 1991 ad oggi si registra un +56% nella produzione e un +123% nell'utilizzo di macero. Basti pensare che entro quest'anno, in Europa, saranno riciclati più di 2000 Kg di carta ogni secondo.

 

La sostenibilità del prodotto carta unitamente alla sua efficacia sono i temi su cui incentra il nuovo progetto europeo di comunicazione Print Power presentato da Massimo Medugno, Direttore Generale di Assocarta. "Dopo l'iniziativa italiana sui luoghi comuni della carta" afferma Medugno "Assocarta anche grazie all'impegno di Paolo Mattei e delle aziende del comparto grafico ha sostenuto la costituzione di Print Power, un'iniziativa promossa da tutta la filiera in ben tredici Paesi europei che ha l'obiettivo di promuovere la comunicazione su carta come strumento efficace e sostenibile presso i decisori degli investimenti pubblicitari".

La fisicità della carta consente contatti reiterati e tempi più lunghi di esposizione al messaggio mentre la sua permanenza è sinonimo di credibilità in quanto il soggetto che comunica risulta maggiormente coinvolto in termini di responsabilità. Inoltre, l'esperienza tattile legata alla carta coinvolge il lettore stimolandone l'immaginazione e l'attenzione.

Print Power promuoverà anche il marchio TwoSides - Il lato verde della carta - che documenta la sostenibilità della comunicazione su carta anche presso il grande pubblico sfatando con evidenze luoghi comuni che vedono la carta come sinonimo di inquinamento e deforestazione.

"E' bene ricordare" conclude Medugno "che più del 60% della carta e del cartone prodotti in Italia proviene da impianti con sistemi di certificazione ambientale (ISO 14001 e/o EMAS) e che la totalità della fibra vergine impiegata in Italia proviene da foreste gestite in modo sostenibile mentre il 60% della fibra è anche dotato di certificazione forestale".

 

 

 

 

 

 

Per maggiori informazioni:

Maria Moroni - Comunicazione e Ufficio Stampa Assocarta

maria.moroni@assocarta.it


Editing YouTube

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Dice YouTube che ora si può fare un po' di editing dei video direttamente sulla piattaforma (tipo: mettere insieme più video, tagliare l'inizio e la fine, aggiungere una colonna sonora...). (YouTube)

Facebook cambia ancora regole

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PeteSearch fa notare che Facebook ha imposto nuove regole ai robot che visitano le sue pagine e raccolgono informazioni. E non sono né chiare né standard. Mettono in difficoltà i piccoli e impongono ai grandi di trattare. Soprattutto non salvaguardano gli utenti ma soltanto quello che Facebook pensa di possedere perché gli utenti lo hanno prodotto e di fatto donato al social network.

E' un'epoca in cui tutti si fanno le loro regole e gli standard di comportamento online sono messi in discussione dalle grandi piattaforme.

Dice PeteSearch:

"What it means in practice is that large established companies are able to crawl (though always with the threat of legal action hanging over them) but smaller, newer startups will be attacked by Facebook's lawyers as soon as they look threatening. Google definitely fall foul of the new rules (caching web pages, the use of data for advertising purposes), so I'd be interested to know if they've signed up? I know these changes would make it impossible for them to get started today, since they'd have to contact each and every website before they crawled them and respond to things like "an accounting of all uses of data collected through Automated Data Collection within ten (10) days of your receipt of Facebook's request for such an accounting". Avoiding that sort of mess was exactly why the industry agreed on robots.txt as a standard.

To be completely clear, I understand that Facebook need to protect their users' privacy. This does nothing to help that, anyone malicious is free to gather and analyze all the information they have made public about people, Facebook has left it all completely in the open with no technical safeguards. What this does is gives Facebook a legal stick to beat anyone legitimate who tries to openly use the data they've made available in a way they decide they don't like."

Twitt about BP

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Tweets about BP (#BP)




Oltre la carta

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Visioni e pratiche sulla vita oltre la carta. Oggi a Milano. GG promette di scriverne su Twitter.

Giornali equilibrati

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Dice l'Economist che l'annunciata morte dei giornali non è più così imminente. Aumentare il prezzo di copertina e ridurre i costi consente a molti editori americani di ritrovare un equilibrio economico. Anche se non ritroveranno facilmente i margini da 20% del fatturato che avevano in un non lontanissimo passato. E anche se altri tagli sono prevedibili.

L'equilibrio economico è necessario a qualunque struttura che voglia fare informazione con un minimo di indipendenza. Non è sufficiente, naturalmente. Anche perché in certi casi l'equilibrio economico si trova proprio attraverso l'asservimento. Ma - sebbene per la sufficienza ci voglia altro - è pur sempre una condizione necessaria.

La tendenza dunque è chiara: la carta costa di più e la si fa pagare di più, mentre si adeguano i costi alla nuova struttura tecnologica. Il passaggio va governato in modo da non andare a gambe all'aria. E da salvaguardare il bene più importante di una testata: la sua credibilità.

Dunque:
1. per far pagare di più la carta e per sprecarne di meno occorre scrivere cose che abbiano grande valore; il che significa che occorre investire sulla qualità dei contenuti, non disinvestire su questo fronte
2. per trovare la modalità più adatta a valorizzare l'informazione prodotta e distribuita per i media digitali occorre investire sulla sperimentazione, non disinvestire su questo fronte
3. per traghettare il business editoriale dalla situazione tradizionale alla nuova occorre ridurre i costi, ma non in modo indiscriminato, orientando i tagli in una direzione coerente con la tendenza di fondo che a questo punto appare piuttosto chiara... 

Ogni azione burocraticamente amministrativa che non distingue la qualità e la strategicità delle risorse da coltivare da quelle che possono essere tagliate senza impoverire il business può essere piuttosto pericolosa. Imho.

Ma se questo vale per gli editori, ai giornalisti compete di migliorare la qualità del loro lavoro e l'apertura alla sperimentazione. Con umiltà. Ma credendoci. L'Economist ha scritto un pezzo incoraggiante. E l'Economist in passato aveva pubblicato una copertina dal titolo "who killed the newspaper?" (testo, ora, a pagamento).

La difficoltà di scomparire

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Una bella pagina di SmashingMagazine mostra i diversi gradi di difficoltà che incontra chi si voglia cancellare da un social network. E' molto difficile uscire da Facebook. Impossibile da Wikipedia. Per gli altri è un po' più facile. Ma la memoria della rete è enorme...

Ricerche sullo sguardo

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Esistono ricerche sullo sguardo? Molte. Il cinema dello sguardo ne ha sugerite diverse. Così come la fotografia e l'arte figurativa. I link sono del tutto insufficienti a dare un'idea della vastità dell'argomento. C'è persino chi, come Ninjia, presenta il tema del tracciamento dello sguardo sui banner nei social network.

Ci starebbero anche ricerche sullo sguardo in senso antropologico e neuroscientifico. Lo sguardo è un insieme di espressione e funzione. Nasce dall'attività di vedere, sboccia nel momento in cui incrocia un oggetto o una persona da vedere, esprime il modo in cui si sente chi vede e persino come reagisce a ciò che vede.

Lo sguardo è una traccia momentanea della cultura e della fisiologia dell'interazione tra le persone e il resto del mondo.

Ma le domande si moltiplicano. Esistono sguardi cinesi, americani, italiani, indiani? Esistono sguardi da suddito, da violento, da furbo, da pacifista? Esistono gli sguardi di società aperte e chiuse, imperiali e democratiche, competitive e cooperative? O esistono solo le interpretazioni individuali della condizione umana?

Lo sguardo cambia mentre entrano in funzione i neuroni specchio e si immagina che cosa significhi il gesto dell'altro appena incontrato. Cambia in funzione delle emozioni. E dei pensieri razionali.

Ma lo sguardo cambia, si adatta, si abitua alle circostanze: in una società nella quale tutti possono essere spie di un governo autoritario, oppure nella quale tutti portano una pistola in tasca, oppure nella quale la maggior parte della gente lavora in una cooperativa. Oppure, dove la religione, l'ideologia dominante, l'educazione diffusa propongono una vita non violenta, orientata a incentivare comportamenti morali. Oppure, dove tutti sono lupi e ci si aspetta che ogni giorno si possa essere sbranati o si sia costretti a sbranare.

Lo sguardo cambia. Può far paura. O sancire la pace. O essere, come quello di Vincent Van Gogh, uno sguardo di chi guarda, destinato alla ricerca, umile e curioso, sempre più stupito che giudicante.

iAd vuole il 48% della pubblicità mobile

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Steve Jobs dice che iAd conquisterà il 48% del mercato della pubblicità mobile degli Stati Uniti. "Abbiamo inserzionisti che si sono impegnati per 60 milioni di dollari" dice Jobs. Effettivamente il "target" è interessantissimo. Ma è soprattutto interessante come iAd cambierà il modo di fare la pubblicità. Attivando nuova creatività.

Stats apps

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Le applicazioni sono un mercato in espansione. Stanno avvalorando l'idea di una divisione dell'internet mobile in settori separati da sistemi operativi non compatibili: Apple, Google, Nokia, Facebook... Di fatto, sotto a quello resta l'unità del web. E alla fine quello dovrebbe e potrebbe prevalere.

Ma quali sono le apps più scaricate? In generale al top c'è proprio Facebook, su tutte le piattaforme. Questi e altri dati.

Sorprende poi che la maggior parte delle apps di Facebook siano scaricate dal pubblico femminile. Demografia apps e altri dati.

I don't "like"

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Migliaia di siti hanno aggiunto la funzione "like" che connette a Facebook e fa cose. Se ne discute in termini più ampi di privacy e influenza di Facebook sul web. Ma l'assurdo è che spesso non funziona. Pare che la stiano aggiustando. (Mashable)

Faceback update

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Per ora non si vedono particolari aggiornamenti nella privacy su Facebook. Intanto, qualcuno dice che è fallito il "quit facebook day". Non sappiamo peraltro quanti, tra quelli che non lo hanno lasciato, stanno diventando meno attivi su Facebook. E non sappiamo se il comportamento diventa progressivamente più attento alla privacy, cioè orientato a pubblicare - giustamente - solo quello che può essere in qualche modo pubblico.

iPed, APad, e altri tarocchi

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Un servizio, giapponese, parla di iPad tarocchi. Anche per gli italiani che non conoscono la lingua nipponica il servizio è facilmente comprensibile. Non solo perché aipaddo e intelnetto sono parole internazionali... Ma anche perché siamo vecchi maestri dei tarocchi...




Grazie a Umberto Basso per la segnalazione.

L'arretratezza della pubblicità digitale

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Il Washington Post propone un pezzo sull'arretratezza della pubblicità digitale. In effetti, con la quantità di attenzione e di tempo che la rete ormai attrae è strano che ci sia ancora così tanta differenza tra i valori assoluti della pubblicità digitale e quella che va in tv. Non che ci sia materia per dire che dovrebbero pareggiarsi, ma non dovrebbero essere tanto differenti.

Da un lato, bisogna dire che la scarsità di spazio in tv e nei media tradizionali non c'è online e questo non può che far scendere il prezzo della pubblicità online. Ma dall'altro è possibile che esista un gap creativo ancora da colmare.

L'acquisizione di AdMob da parte di Google e di Quattro Wireless da parte di Apple potrebbero preludere a qualche cambiamento da questo punto di vista. Anche la creatività nella pubblicità online e mobile è destinata a cambiare. E dall'autunno, quando l'iPad sarà multitasking, la competizione in questo settore potrebbe diventare piuttosto interessante.

La fabbrica dell'attenzione

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Livia Blackburne studia Brain and Cognitive Sciences al Mit. E in questo post spiega come si cattura e mantiene l'attenzione:

1. sorprendi i lettori con un fatto o un dato inaspettato
2. crea un contesto per cui i lettori sentano empatia
3. definisci un mistero

"The more I think about it it, the clearer it becomes that fiction and nonfiction hook their readers in fundamentally the same way. It's all about providing a bit of context to make the reader care and introducing a mystery to keep her hooked."

via GG

Pubblicità mobile: Google e Apple

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Google compra AdMob. E risponde all'acquisizione di Quattro Wireless da parte di Apple. La creatività nella pubblicità online e mobile è destinata a cambiare. Dall'autunno, quando l'iPad sarà multitasking, la battaglia sarà davvero interessante.

Editori di se stessi sull'iPad

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La Apple ha messo a punto il servizio attraverso il quale gli autori di libri possono mettere in vendita le loro opere direttamente su iBookstore. (Maclife)

Le opere vanno scritte in ePub. Devono avere un codice Isbn. E vanno create su un Mac. Per venderle, o regalarle, per ora, occorre essere contribuenti del fisco americano. Non tutto facile per il resto del mondo... Il tema va seguito con attenzione.

update: se hai scritto apps non ti accettano come scrittore di libri, dice Gewirtz. Devi cambiare account...

E l'Italia è lì in mezzo...

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In questa chart l'Italia è in mezzo, né carne né pesce, né ricca né povera, né internettara né sconnessa...

chart_bridging_tech_gap_big.gif

Chiaro Twitter, oscuro Facebook

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Enduring value: un bel post di Dick Costolo sulle strategie di Twitter, anche se il titolo è vagamente esagerato. Le sue affermazioni sono una boccata d'aria fresca in un contesto dei media sociali un po' annebbiato dalle azioni e dalle affermazioni di Mark Zuckerberg, di Facebook

Il sistema Twitter si dimostra più chiaro e semplice da guidare. Con una buona corrispondenza tra intenzioni e realizzazioni. A parole, ma finora anche con i fatti, Twitter si pone al servizio dell'ecosistema. Il sistema Facebook sembra invece sempre sull'orlo del tradimento verso i suoi utenti. E comunque non lavora per un ecosistema, è tutto concentrato sulla sua piattaforma, e casomai estende il suo servizio all'esterno, sui siti che accettano di collaborare.

update: i boatos si susseguono sull'eventualità che Twitter "tassi" le aziende che fanno business usando la sua tecnologia...
update: i segnali sull'aumento di attenzione intorno alle possibilità di cancellarsi da Facebook si moltiplicano
Si vedrà come evolve questa situazione. Di certo Facebook è stato uno dei grandissimi successi della rete. E ha ancora moltissimo da dare. Ma non è un caso che sembri a tratti inseguire il modello di Twitter (anche se è strutturalmente diverso dal suo).

Zuckerberg e le buone intenzioni

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Dice Zuckerberg - fondatore di Facebook - che le sue intenzioni erano buone: ma ammette di aver commesso degli errori nella gestione della privacy. Promette che rimedierà. (Un paio di post precedenti).

Pew e l'agenda dei media sociali

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L'agenda che mette in ordine di importanza le notizie definita dai media tradizionali è diversa da quella emergente sui media sociali. Un ottimo rapporto Pew in materia.

Germano italiano

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Elio Germano, migliore attore a Cannes, è ottimista. Riporta Repubblica: "nel ritirare il premio ringrazia il suo regista, la produzione e dedica il riconoscimento a tutti gli italiani: "Siccome la nostra classe dirigente rimprovera sempre al nostro cinema di parlare male della nostra nazione dedico il premio all'Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere l'Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente''."

Gentiloni e il dividendo digitale

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Paolo Gentiloni è tornato ieri sul Sole a parlare del tesoro pubblico delle frequenze televisive. Un tesoro che poteva generare un risultato economico significativo per le finanze pubbliche e che invece è gettato alle ortiche.

Con il passaggio alla tv digitale terrestre, la trasmissione dei canali televisivi occupa molto meno spazio nell'etere di quanto ne richiedessero le frequenze necessarie alla tv analogica e quindi lo spazio liberato si potrebbe riallocare per altri scopi. Anche con un asta: in Germania questa ha fruttato, si stima, circa tre miliardi. Ma mentre il ministero dell'Economia si arrovella su come trovare i soldi per la manovra di risanamento dei conti pubblici, a questi soldi nessuno pensa.

Ovviamente perché le frequenze devono restare a chi le occupa ora, in Italia. Altrove, in tutti i maggiori paesi, gli stati hanno lucrato il dividendo digitale. In Italia sono invece le aziende concessionarie, come Rai e Mediaset a lucrare un aumento dello spazio che possono utilizzare per mandare in onda i loro programmi e moltiplicare i canali. Solo una minima parte sarà assegnata a nuovi entranti. Da ricordare che, anzi, anni fa lo stato ha addirittura speso soldi per favorire la diffusione dei decoder. Era l'epoca in cui si doveva dimostrare che Retequattro non doveva andare sul satellite... E invece oggi non si trovano i soldi neppure per avviare la banda larga...

Si direbbe che, agli occhi del governo, tutto vada sacrificato in nome della prosperità delle aziende televisive esistenti in Italia.

La privacy interessa di più

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Non so come la pensate, ma ho l'impressione che il tema della privacy stia diventando più sentito dalle persone. La maggiore consapevolezza della questione, forse, è stata alimentata proprio dal cambio di politica di Facebook... E magari dalle gaffes di Google Buzz...

Sole...

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E' stato presentato oggi il nuovo sito del Sole. E' radicalmente nuovo. Il posto dei blogger è aumentato. Vedremo se saremo capaci di fare un buon lavoro...

Obama oPad

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Bella discussione. Metilparaben si preoccupa di un'involuzione antitecnologica di Obama. Luca Nicotra invita a leggere tutto il discorso del presidente americano. E osserva che le sue opinioni si collocano dopo, non prima dell'innovazione tecnologica. Sono nel mondo in cui la ricchezza delle nuove opportunità aperte dalla rete è dispiegata e apprezzata, ma un mondo nel quale c'è bisogno di un altro salto di qualità: per favorire l'emergere di nuovi modi per scoprire, filtrare, interpretare, condividere in modo trasparente, l'informazione. Per non essere travolti dalle strategie della disattenzione. E l'istruzione, dice Obama, è una risorsa da migliorare per andare in questa direzione.

Facebook privacy: ci devono pensare

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Sul Wall Street Journal: Facebook si è accorta che non può continuare a erodere la privacy dei suoi utenti senza conseguenze. (Post precedente: boomerang privacy)

Intanto si prepara a uscire Diaspora. Per quelli che vogliono un social network e anche la privacy. (ReadWriteWeb)

Gates parlò con Jobs dell'iPad (e altro)

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Nel maggio del 2007, un'intervista doppia a Steve Jobs e Bill Gates. Entrambi arrivano alle stesse conclusioni. Ma da due punti di partenza diversi. Gates sembra più orientatato a vedere il mondo coperto da schermi di ogni genere e proiettori che trasformano in schermi tutte le superfici. Jobs sembra più orientato a raccontare l'evoluzione del pc in tutte le nuove forme che potrà assumere. Arrivano alla stessa conclusione, ma il percorso è diverso. (Gizmodo secondo me la vede in modo un tantino unilaterale: entrambi parlano di iPad)


Ministro dell'Internet: "Internet mi fido"

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Il Sole pubblica le bozze preparatorie del "codice di autodisciplina di internet" sponsorizzato dal ministro dell'Interno.

Il passaggio-chiave, mi pare, riguarda il fatto che è un codice da adottare su base volontaria:
"Fermo restando il rispetto delle norme vigenti, con il Codice si intende assicurare - su base volontaria - l'adozione di procedure volte a contrastare l'uso illecito delle risorse Internet fornite dai soggetti aderenti e, in particolare volte a garantire, su tali risorse, il pieno rispetto della dignità umana ed il rifiuto di ogni forma di discriminazione fondata, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali. Si intende altresì assicurare particolare attenzione agli utenti minorenni, anziani e, in generale, meno esperti, promuovendo un uso più consapevole e sicuro della navigazione sul web e garantendo loro una maggiore tutela."

In pratica, pare di capire, che chi aderisce al codice si impegna a togliere i contenuti offensivi (tempestivamente, se segnalati da parti lese). E poi un sacco di altre cose tutte da leggere e sulle quali riflettere. Tra queste è sparito - si direbbe - l'obbligo di mettere in vista il logo del codice (basta dichiarare la propria adesione con la formula prevista). Funzionerà?

Help: intrusi su FriendFeed...

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Strano fenomeno. Su FriendFeed è apparso due volte un post con il link al mio profilo di Linkedin. Ma non sono io ad averlo pubblicato.

Dopo il primo caso, ho tolto il feed di Linkedin da quelli che alimentano FriendFeed. Ma questo non ha impedito la ripetizione del fenomeno.

Qualcuno sa darmene una interpretazione?

Boomerang privacy Facebook

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La gente si va disaffezionando a Facebook. Un sito nato per coltivare "amicizie" e trasformato in servizio di comunicazione e promotore della presenza online per arrivare a un motore di ricerca sociale, si capisce meno. SearchEngineLand dice che la percentuale di utenti attivi diminuisce.

Genna e i canoni del web

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Giuseppe Genna ha parlato ieri, a Oilproject, della narrazione all'epoca del web. Epica e sperimentazione, classifiche e canoni. Post-moderno e paura.

Sintesi personali:
1. Molte funzioni tipiche degli editori tradizionali potrebbero finire ai leader delle grandi piattaforme, tipo Apple. Per gli editori di libri, i distributori, i tipografi potrebbe essere un problema.
2. Alcune innovazioni, mutuate dai telefilm, potrebbero diventare una nuova funzione editoriale: la creazione di mondi di senso all'interno dei quali si valorizzino le singole vicende. Potrebbe essere una chance per gli editori di giornali, le cui testate si avvicinano all'idea di "mondo di senso". Lo stesso vale per nuovi progetti collettivi, in stile wikipedia,
3. Alcuni autori, divenuti icone, potrebbero diventare a loro volta con la loro biografia delle forme di sintesi del contesto, trovando il mondo di valorizzare i loro contenuti in maniera adatta al nuovo mondo dell'editoria crossmediale.

Giuseppe ha sottolineato molti rischi. Uno mi pare da ricordare. Le modalità di conversazione in rete rischiano di appiattirsi su alcune forme convenzionali, canoniche. Valorizzando il dialogo soltanto tra coloro che le apprezzano aprioristicamente. E facendo perdere occasioni di incontro con lo stupore delle idee diverse e inattese.

Facebook scuola di privacy

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Pare dunque che le persone si stiano rendendo conto che l'unico modo per usare Facebook e mantenere uno spazio per sé, senza essere continuamente osservati da chissà chi, sia quello di maturare una consapevolezza del mezzo e postare solo quello che si pensa possa essere pubblico.

Ovviamente senza farne una paranoia, come ironizza Paul Carr. La discussione in materia è ampia. L'evoluzione della privacy su Facebook è un'animazione da vedere.

La privacy di Zuckerberg

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Il ceo di Facebook va dicendo da tempo cose che non lo mettono nel novero dei grandi difensori della privacy. Cercando esattamente che cosa pensa in materia ci si imbatte online in un pezzo uscito qualche giorno fa che riporta un commento fatto da un suo dipendente.

Si tratta di un frammento di una frase di Zuckerberg, detta in un ambito che egli evidentemente riteneva privato, e che pare dimostrare come al fondatore di Facebook non importi nulla della privacy.

Può darsi che non gli importi neppure del fatto che è uscita questa notizia su una sua conversazione privata.

Fidarsi dei "termini di servizio"

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Eff riporta una cronologia dei cambiamenti nelle regole sulla privacy di Facebook. Mostrava tempo fa la durezza delle regole Apple per chi vuole distribuire applicazioni sull'App Store. Ning cambia improvvisamente politica e impone un pagamento per l'uso dei suoi minisocialnetwork. E poi c'è la storia - tutta da leggere e valutare - di Totlol e Google.

Dobbiamo abituarci a pensare che se le piattaforme più rilevanti del pianeta digitale sono private, dovranno sempre mediare tra la necessità cogente di fare i loro interessi e la visione lungimirante di comprendere come servire al meglio gli utenti.

E' chiaro a tutti, persino ai gestori di quelle piattaforme, che il valore dei loro prodotti è generato dalle persone che le usano. Se trattano troppo male le persone, queste se ne vanno e le piattaforme perdono valore. Ma se non possono andarsene troppo facilmente, se hanno investito molto su quelle piattaforme, se vedono che tutti i loro amici sono su quelle piattaforme, allora i gestori delle piattaforme possono cedere ai propri interessi a scapito di quelli degli utenti. E' un'evoluzione possibile e in qualche caso prevedibile.

Si può fare qualcosa? Fino a che internet sarà libera e neutrale, nasceranno sempre nuove proposte che dovranno presentarsi come vantaggiose per farsi adottare e dunque miglioreranno la situazione, tenendo a bada la sete di controllo e profitto delle piattaforme private esistenti. E questa dinamica continuerà. La rete si autodifende se è aperta.

Ma non basta. La logica dei "commons" dovrebbe estendersi almeno un po' anche al settore delle piattaforme. Alcune sono già così. Ma nei social network c'è ancora poco. E i profili o le identità che contano tendono a diventare sempre più legate a piattaforme private. Sarebbe meglio equilibrare l'ecosistema con servizi "commons" che garantiscano un luogo neutro dove mettere le informazioni che interessano alle persone al sicuro dai cambiamenti dei termini di servizio delle piattaforme private. E' un progetto piuttosto grande e complesso. Ma va almeno dichiarato.

La rete tivù

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La tv resiste meglio di altri media alla rete, dice l'Economist. Meglio della musica, meglio dei giornali di carta, forse anche meglio della radio.

Perché l'umanità ha ancora bisogno di punti di aggregazione per appuntamenti collettivi. E la tv li offre. Mentre la rete li moltiplica. Tanti piccoli punti di aggregazione (la rete) invece di pochi grandi (la tv).

Ma vedremo se questo continuerà nel tempo. Oggi la tv è decisamente cambiata. La tv generalista non è più centrale e regale come in passato. La tv resta importante anche perché si è a sua volta suddivisa in molti canali e sottocanali. La tv generalista ha conosciuto la sua forma di erosione del tempo e dell'attenzione del pubblico. L'Economist lo sottolinea, ma parlando di tv in generale non mostra abbastanza chiaramente come la tv di oggi sia difficilmente la tv di quindici anni fa.

La tv è il grande canale dei grandi eventi mediatici. E lo resta. Sport. Telefilm. Le notizie immediate dei grandi fatti che sconvolgono la vita quodidiana. Ma non basta certo più. Il suo futuro è, come per ogni altro medium, nell'adattamento al nuovo ecosistema mediatico che si è creato con l'emergere della rete internet. Non tutti i media reagiscono nello stesso modo. Ma tutti stanno cambiando di senso: non più imperatori del loro territorio, ma parti di un insieme più complesso. 

Si direbbe che emergano diverse funzioni e diversi ruoli dei media. E che l'adattamento si configuri in ragione di queste diversità. La tv appare più adatta all'immediatezza delle sensazioni, aperta all'irrazionalità, alle emozioni. I giornali sembrano più adatti a ospitare anche il lato più razionale, empirico, fattuale dell'informazione. E la rete parrebbe votata a collegare i vari aspetti del tutto. Ma sono ipotesi che non possono essere generalizzate più di tanto. A oggi passo si possono trovare eccezioni. 

Il problema è cercare di leggere le tendenze di fondo. E le esigenze di fondo: nell'ecosistema dell'informazione, gli spazi della ragione accomunano in base a un metodo di ricerca condiviso, empirico e razionale, gli spazi dell'irrazionalità accomunano invece in base a conoscenze comuni, esperienze già compiute, istinti indiscussi. Occorre la massima infodiversità. E il contributo finora portato dalla rete a questo scopo particolare è certamente molto significativo. Ma il processo non si ferma qui.

Scribd

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Interessante questo Scribd, che ho finalmente trovato il tempo di provare caricando un testo che da tempo si trova qui sul blog, Ecologia dell'attenzione. E' una sorta di YouTube per i testi, con varie feature anche per la condivizione o addirittura la vendita di libri e presentazioni fai-da-te (su quest'ultimo aspetto non ho opinioni perché non ho provato come funziona). Per la condivizione mi sembra che funzioni bene. Peraltro il risultato è in Flash dunque non si vede su iPhone e iPad..

Per esempio, si può embeddare un testo:
Ecologiadellattenzione

Dal Giurassico al Cartaceo e oltre

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La nomenclatura delle ere mediologiche va dal Giurassico al Cartaceo. Oggi siamo forse nel Paleodigitale. Ormai se ne rendono conto tutti. Gli umani che leggono si stanno adattando. C'è un magnifico studio di Terje Hillesund sull'evoluzione delle tecniche di lettura.

Facebook, Google e il governo del web

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I percorsi del traffico in rete sono molto influenzati dalle regole delle piattaforme con le quali si cercano e si segnalano i contenuti dei siti. E non c'è dubbio che questo influenza in un certo senso i contenuti stessi. Google ha fatto nascere nuove professionalità per ottimizzare i siti allo scopo di renderli più facili da trovare usando il motore di ricerca. E il nuovo servizio di Facebook che tende a sviluppare la semantica delle pagine avrà probabilmente un impatto analogo. Tutto da capire. Da rileggere il pezzo di Vincos. E quello di ReadWriteWeb. L'importante è tenere aperte le vie per la generazione di alternative.

iPad: incuriositi e perplessi

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Apocalittici e integrati, sull'iPad non si può essere. Al massimo incuriositi e perplessi. Forse perché in Italia, anche ad avercelo in mano, dell'iPad non si può capire più di tanto, visto che non si possono ancora scaricare le applicazioni. Questo avverrà solo dopo l'uscita del prodotto in Italia. E solo in autunno arriverà il sistema operativo multitasking che dovrebbe dare arricchire l'esperienza in modo decisivo.

Ma una questione sta emergendo comunque. Pierluca Santoro se ne fa portavoce con un bel post pieno di rimandi utilissimi. Al centro della questione è la paura che l'iPad sia un passo indietro nella liberazione del pubblico attivo e rigeneri la situazione preferita dagli editori tradizionali: un ambiente che protegge i prodotti da vendere ai consumatori che passivamente ne fruiscono.

E' verissimo che l'iPad è un oggetto chiuso, migliore per la fruizione che per la creazione di contenuti. Fa persino venire voglia di leggere di più e soprattutto di guardare più video. Tra l'altro rivitalizza i videopodcast perché almeno all'inizio verrà usato in casa o in altri posti dove c'è il wifi: altrove però potrà essere usato per guardarsi contenuti precedentemente scaricati. L'iPad è una piattaforma orientata a facilitare la fruizione di testi e video, meno decisivo per l'audio, forse molto divertente per i giochi (peraltro, appunto, per ora impossibili da provare dall'Italia). Inoltre il tema delle applicazioni, il vero centro del sistema iPad, riporta in auge i marchi più che i singoli elementi informativi.

Non si vede perché, però, questo debba essere visto come un passo indietro per tutto il resto. Il mondo del web attivo, al quale tutti contribuiamo, non è certo intaccato dall'iPad (che ne costituisce un'alternativa ma non una diretta limitazione). Che anzi può essere un luogo nel quale i testi e i video del pubblico attivo possono essere visti più comodamente. Anche sviluppando applicazioni orientate a questo. Tra l'altro non impedisce il comportamento attivo più frequente: le brevi reazioni a ciò che si incontra navigando e che sono le più comuni si possono comunque gestire bene anche con l'iPad. L'iPad non va bene per produrre video e testi elaborati, ma potrebbe per certi versi dimostrarsi una sorta di stimolo alla produzione di testi e video di qualità anche per il pubblico attivo.

Si vedrà se l'iPad diventerà un luogo nel quale gli editori potranno sviluppare nuovi prodotti a pagamento. Se lo diventerà sarà solo perché gli editori avranno investito per fare prodotti validi, tanto interessanti da trovare un mercato. E non si vede perché questo dovrebbe essere un male: significherebbe che in quel caso l'iPad avrebbe contribuito al miglioramento della qualità complessiva della mediasfera. Senza nulla togliere, appunto, al mondo del web aperto.

Da questo punto di vista è dunque una speranza in più per gli editori, ma niente di peggio per il pubblico attivo. Del resto, non è molto diverso dall'iPhone che ha una logica perfettamente analoga: rispetto all'iPhone ha qualcosa in più per gli editori ma niente di peggio per il pubblico attivo. In sintesi, può essere complessivamente un passo avanti più che un passo indietro. Anche Facebook poteva essere un passo indietro, tenendo tutto il lavoro degli utenti su una piattaforma proprietaria orientata a favorire lo scambio veloce piuttosto che l'approfondimento da parte del pubblico attivo: alla fine anche Facebook ha contribuito ad allargare la platea, ha conquistato tempo mediatico, ma non ha impedito lo sviluppo dell'attività complessiva del pubblico, anzi, forse l'ha accelerato. La forza del medium delle persone è più grande di quella delle singole piattaforme. E internet non cessa di proporre nuove soluzioni aperte che rispondono in sempre nuovi modi al fenomeno generale generato dal pubblico attivo. L'iPad non fa paura.

I veri pericoli per il web aperto non sono nella nascita di alternative o nell'eventuale (e tutto da dimostrare) ritorno di validi contenuti editoriali a pagamento. I pericoli vengono dal continuo allargamento del concetto di copyright, dalle smanie delle compagnie di telecomunicazioni e dagli attacchi alla net neutrality. 

Copyright da equilibrare

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L'Economist è un grande giornale. Vive di copyright. Guadagna, a differenza di altri giornali. E scrive un importante editoriale sul copyright, senza paura ma con molta razionalità. 

Il copyright, dice l'Economist, va riequilibrato. Perché si è allargato troppo. Dura troppo. E diventa sempre più invadente nella vita dei creatori, degli autori, del pubblico. 

E' assurdo pensare che la quantità di persone che infrangono il copyright non si senza in parte vagamente legittimata a farlo dall'incessante avanzata delle pretese delle grandi corporation che detengono il copyright. E' probabile che gli autori, il pubblico e persino gli editori trarrebbero vantaggio da un riequilibrio del copyright.

ps. JP Rangaswami, via Simone Brunozzi, sul copyright...

iAd: anche la pubblicità è un'applicazione

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La pubblicità, per Apple, è un'applicazione che funziona dentro le altre applicazioni. Per questo iAd non poteva che essere annunciato quando il sistema operativo per l'iPhone diventava multitasking. Sarà per inizio estate. E poi in autunno succederà all'iPad.

Le agenzie creative potranno mandare alle concessionarie le loro campagne pensate come applicazioni, dotandole quanto vogliono di informazione, servizio, emozione. E chi fa le applicazioni le potrà inserire "in un pomeriggio".

La Apple si terrà una fetta del valore abbastanza grande da non incentivare troppo il passaggio delle apps a pagamento verso un modello gratuito con pubblicità. Quindi non sarà uno tzunami. L'equilibrio dello sviluppo di tutto questo sarà gestito. Anche se la complessità dell'ecosistema che sta nascendo intorno alla Apple è in crescita verticale.

Il tempo di Facebook

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Non solo crescono gl utenti. Ma ci passano sempre più tempo. E' la marcia di Facebook. Non sorprende. Ma è un dato di fatto. eMarketer e AllFacebook.

Pensieri fatti a mano (e iPad)

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Ne stavo scrivendo giusto su Nòva. Ed è arrivata questa segnalazione da Dario. Quindi riporto anche qui quanto andavo elaborando...

«Chi lo avrebbe mai detto? La conferenza "visual notes" è un successo. L'aula è piena». Lo notava Cliff Atkinson, autore di saggi sulla concisione, nel corso della recente megaconvention South By Southwest, a Austin. E infatti poteva sembrare strana una banda di nerd accalcati per ascoltare esperti di una materia tanto particolare come quella che si occupa di come prendere appunti usando le immagini. Eppure... Non è soltanto la consapevolezza che un'immagine vale più di mille parole. È soprattutto la riscoperta della relazione personale ma molto efficace che ciascuno conosce tra le immagini, gli schizzi, i disegni, i simboli, e la sintesi del contesto delle informazioni che si vogliono registrare. E poiché si avvicina l'epoca tante volte annunciata ma oggi, pare, più realistica, del tablet, si può immaginare una convergenza tra gli appunti in forma simbolica e la registrazione digitale. Il che significa il superamento del difetto cognitivo di chi apprende e crea usando molto la mente ma poco il corpo: finora la registrazione sul computer era basata su gesti sempre uguali, ripetuti all'infinito, come il movimento di pigiare sul tasto del mouse. Toccando lo schermo del tablet, il recupero della varietà gestuale del corpo, e le sue conseguenze cognitive, è "a portata di mano". Si comincia con la manipolazione delle foto. Poi si aggiungeranno gli appunti. E il resto si vedrà.

Che gli dico? Domani su Google in Cina...

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Domani all'Ispi, una discussione su Google e Cina... Questo era il mio commento a caldo, sul Sole:

Il caso Google in Cina è un piccolo buco della serratura attraverso il quale si può sbirciare in una nuova dimensione geopolitica nella quale le regole sono ignote, i rapporti di forza sono tutti da valutare e i confini tra pace e guerra appaiono confusi.

A leggere le cronache del confronto tra il governo cinese e l'azienda fondata da Sergey Brin e Larry Page vien voglia di chiedersi: chi sta vincendo? Ma nessuna risposta può essere soddisfacente fintantoché non si stabilisce qual è la partita. È un confronto tra democrazia e autoritarismo, libertà e censura? È un gioco per il softpower nel mondo? È una questione di affari?

Le risposte che si leggono nei fatti cambiano significato a seconda del punto di vista. Google aveva perduto in Occidente la sua verginità di "azienda che non fa del male" proprio accettando qualche anno fa di scendere a compromessi con le leggi cinesi. Ma da qualche mese tenta di recuperarla. Dopo aver lamentato le incursioni di hacker filo governativi nella posta elettronica - su Gmail - di attivisti per la libertà di espressione in Cina, ha iniziato una lunga trattativa con le autorità destinata al fallimento e, dunque, sfociata nel tentativo più furbo che efficace di ieri: reindirizzare le ricerche sul motore di Google dalla Cina verso il servizio libero da censure che l'azienda offre a Hong Kong.

Il governo Usa, e il segretario di stato Hillary Clinton in particolare, ha accompagnato Google in tutto il tormentato percorso, cogliendo l'occasione per sottilineare a ogni passaggio un punto chiave della sua politica estera: la libertà di espressione su internet è un principio fondamentale e irrinunciabile per gli Stati Uniti.

Il governo cinese tenta d'imporre il suo ordine interpretativo, opposto a quello americano, sintetizzato dal portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang: la vicenda di Google deve restare commerciale e non diventare politica. Ci sono delle regole, in Cina, e vanno rispettate da tutte le aziende che vogliono fare affari nella Repubblica Popolare.

Il progetto di sviluppo armonioso della Cina ammette la critica costruttiva, ripetono gli ideologi cinesi, ma non la discussione distruttiva: e in effetti internet per la popolazione cinese è diventata una soluzione per proporre miglioramenti e critiche focalizzate su particolari aspetti dell'organizzazione sociale ma non certo per alimentare forme di opposizione al sistema.Ma gli americani incalzano. E non solo con le dichiarazioni di principio di Clinton. Nel dicembre scorso, la Casa Bianca si è dotata di un coordinatore della cybersicurezza nazionale, Howard Schmidt. E in questi giorni, il Senato e il Dipartimento di stato stanno cercando a loro volta di creare una figura di "ambasciatore" destinato a coordinare la politica estera americana nella dimensione internettiana.

La scommessa "ideologica" di Clinton, il potere attribuito a Howard Schmidt e, appunto, la definizione di una dimensione internettiana della politica estera americana dimostrano se non altro la complessità e il peso strategico che internet ha raggiunto dal punto di vista geopolitico.

Su internet, in effetti, si è svilupato un ambiente operativo per sostenere le cause più nobili, per diffondere informazione e conoscenza, ma anche per attuare sofisticatissime attività di spionaggio, terrorismo, controinformazione. I protagonisti sono certamente gli stati, autoritari e democratici, nelle loro varie e non sempre coordinate articolazioni, insieme a multinazionali, organizzazioni di attivisti, bande criminali, reti terroristiche. Un contesto tecno-caotico, le cui vicende restano per la maggior parte del tempo oscure e che i fatti, come quello di Google, s'incaricano talvolta d'illuminare parzialmente.Ma per ora i fatti non rispondono alla domanda: chi vince? Clinton non cessa di sottolineare l'importanza liberatoria di internet in paesi come l'Iran e la Birmania. Ma, come osserva Evgeny Morozov attraverso il suo blog su Foreign Policy, internet è anche un'arma di controllo e repressione usata dai regimi autoritari contro i dissidenti.

Intanto, le bande mercenarie di superhacker capaci di attaccare piattaforme come Twitter e stati come l'Estonia restano largamente fuori controllo. E i "siti dell'odio" integralista e razzista censiti dal Simon Wiesenthal Center sono ormai 11.500 - eramo 4mila nel 2004 - ma «la crescita delle attività avviene come in ogni altro settore sui network sociali», osserva Abraham Cooper che si è occupato della ricerca.

Secondo Howard Schmidt, il cosiddetto zar della cybersicurezza americana, non vince nessuno, perché quella che si sta svolgendo su internet non è una guerra. «La metafora è sbagliata», dice. Anche perché era la metafora preferita di Michael McConnell, direttore dei servizi d'intelligence per l'amministrzione di George W. Bush: un uomo che sosteneva che gli Stati Uniti stavano perdendo la cyberguerra e che per cambiare il risultato dovevano riprogettare internet per trasformarla in qualcosa di controllabile.

Al contrario, Schmidt, come il presidente Barack Obama, crede che internet vada lasciata com'è, libera e innovativa, aggiungendo criteri di sicurezza per specifiche attività, come quelle finanziarie e governative, ma senza introdurre distruttive forme di controllo. «Internet è un ambiente nel quale non ci possono essere vincitori. Ma se si elimina la libertà tutti certamente perdono».

Accettando la dinamica internettiana, i leader politici e i capi delle multinazionali devono accettare anche che il contesto nel quale operano sia continuamente messo in discussione. Tensioni continue sulle regole relative a privacy, copyright, libertà d'espressione, resteranno a lungo all'ordine del giorno. E un'escalation di tecnologie per la sicurezza contro le tecnologie per la criminalità va messa in conto.Ma la realtà è che internet anche a livello geopolitico e geoeconomico ha risposto al bisogno di gestire meglio le dinamiche reali che la globalizzazione aveva concretamente attivato: una nuova competizione fra territori, lingue, legislazioni, sistemi istituzionali, forme di collaborazione e condivisione delle informazioni capaci di accelerare lo sviluppo nell'epoca della conoscenza.

Almeno su un punto ha certamente ragione, Sergey Brin, cofondatore di Google, intervistato dal New York Times: «La storia non è ancora finita».

La campanella della reputazione

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Michael Arrington scrive un post sulla fine della reputazione. Non si può fermare, dice, la quantità di post che parlano male delle persone o che pubblicano foto, video o testi diffamatori o semplicemente critici verso gli altri. E quando quei post sono pubblicati, sono destinati a restare per sempre online. Arrington è convinto che stia addirittura per nascere un servizio dedicato alla demolizione della reputazione altrui. Resistance is futile.

È un'opinione che assomiglia a quella espressa più volte da molti autorevoli osservatori, da Scott McNealy a Erick Schmidt, sulla fine della privacy online. Le piattaforme più importanti, in effetti, sono molto più interessate alla libera circolazione di non importa quale informazione piuttosto che alla qualità di ciò che viene fuori.

Non si vede perché non possa essere in preparazione invece un nuovo servizio pensato al contrario per incentivare lo sviluppo di un maggiore equilibrio tra libertà di espressione, qualità dell'informazione anche sulle altre persone e privacy. È un bisogno emergente enormemente importante. La reputazione è al centro della relazione che ogni individuo intrattiene con il resto della società, come del resto la privacy è al centro della profondamente creativa distinzione tra individuo e società. Senza difesa della reputazione e della privacy si arriva diritti all'autoritarismo di chi avendo già potere può usare l'informazione come un'arma repressiva della libertà individuale. 

Di fronte a questi pensieri oscuri, soccorre la fiducia pragmatica di Hans Magnus Enzensberger che nega la possibilità del totalitarismo perché i punti di vista individuali e le possibili azioni diversive sono talmente elevati che a loro volta i poteri autoritari centralizzati non possono diventare totalitari.

E soccorre il cultware: la cultura di chi pensa che per ogni problema ci sia qualcosa da fare per risolverlo.

I media della diaspora cinese

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More about Media and the Chinese Diaspora La formazione e la sussistenza dell'identità collettiva cinese fuori dalla Cina richiede il funzionamento di tre istituzioni: 1. network di business, clan, associazioni 2. scuole in lingua cinese 3. media in lingua cinese. Lo osserva nel suo studio Wanning Sun, che insegna Media alla Curtin University of Technology, nell'Australia occidentale. Il suo libro analizza il contributo dei media cinesi nel mantenimento dei legami identitari, politici e organizzativi delle persone che lasciano la madrepatria cinese per andare a vivere nel resto del mondo, dall'Indonesia al Canada, dalla Malesia all'Australia. E' un argomento destinato a un crescente interesse - mentre le piattaforme mediatiche occidentali tipo Google sembrano arretrare in Cina e mentre le iniziative mediatiche cinesi avanzano nel resto del mondo. (Media and the Chinese Diaspora, Community, communications and commerce, Edited by Wanning Sun, Routledge, 2006)

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Precedenti
Dazieri - gorilla
Conner - scienza popolare
Brokman - ottimismo
Il filo del BookBlogging - Gaggi e altri - giornalismo
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Si farà

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La Fondazione si farà... Martedì, pare, se ne potrà sapere di più... Stay tuned!

La Fondazione

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Il grande medium sociale che le persone hanno creato cogliendo le opportunità offerte da internet sta maturando in importanza quantitativa e presenza nella quotidianità. Il suo destino è quello che costruiranno le persone che lo rendono vivo. Ma il tema della sua crescita qualitativa dipende anche dalla diversità delle piattaforme sulle quali si sviluppa. E la diversità implica che ce ne siano anche non profit, non tutte siano basate solo sulla pubblicità, alcune siano specificamente pensate per favorire la qualità dei contesti nei quali l'informazione si sviluppa. Tra poche ore sapremo se può nascere in Italia una Fondazione per l'informazione dei cittadini.

Pubblicità su iPad

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L'idea che sull'iPad ricominci una logica editoriale più simile a quella delle tradizionali riviste sta convincendo molti inserzionisti a comprare "pagine" di magazine per iPad che ancora non esistono. Mica male come effetto buzz... (Paidcontent)

Il New York Times osserva che tra i primi inserzionisti ci sono Unilever, Toyota, Korean Air e Fidelity. (NyTimes)

Il Wall Street Journal sull'iPad costerà 17.99 dollari al mese. Una copia di Esquire uscirà in aprile con una versione per iPad da 2.99 dollari. Men's Health uscirà a 4.99 dollari. (Engadget)

Metapiattaforma

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Pierluca Santoro fa notare i dati che dimostrano come le conversazioni online si sviluppino spesso su piattaforme diverse da quelle dalle quali sono partiti i messaggi che le hanno generate.

E' interessante perché dimostra che i vari blog, Twitter, Facebook, YouTube, Flickr ecc. non sono soltanto un aggregato di piattaforme in competizione ma, almeno dal punto di vista del pubblico attivo, sono un unico grande medium.

La metapiattaforma del pubblico attivo è il luogo astratto nel quale avvengono le conversazioni del pubblico attivo. I giornali ne sono coivolti per i loro singoli messaggi ma sono destinati a tentare di distinguersi. La mediasfera potrebbe essere il luogo nel quale si sviluppa la circolazione dell'informazione professionale e non professionale, nella quale vige l'infodiversità e tutti i generatori di senso si adoperano per connettersi pur coltivando la propria specificità identitaria e di servizio.
Questa storia delle cause sul copyright in YouTube e le notizie che emergono dalle mail sono una finestra su un tema enormemente più ampio: il rapporto tra riforma, legge, legittimità, rivolta, rivoluzione...

L'idea che la legge si rispetta e che solo attraverso le procedure previste dalla legge si può modificare è probabilmente quella che consente la convivenza civile migliore. Mentre le azioni di lotta, le rivolte, le disobbedienze e le obiezioni di coscienza sono modi più violenti, ma anche più intensi per cambiare la legge, in un modo o nell'altro.

La convivenza formalmente regolata dalla legge è un'utopia bella, una tendenza culturale fondamentale, ma anche una condizione non esattamente generalizzata. 

Ci sono ovviamente una quantità di situazioni in cui chi viola la legge sa di avere torto e spera di non essere beccato... Ma è chiaro che ci sono decine di condizioni nelle quali chi viola la legge pensa di essere nel giusto: gli evasori fiscali di un paese nel quale si pagano molte tasse, i "pirati" del copyright in un mondo nel quale gli oligopolisti della musica approfittano troppo del loro potere, gli imprenditori che non si impegnano troppo per combattere qualche illecito pur di estendere il successo del loro prodotto - come pare sia successo a YouTube, con il benevolmente interessato assenso prima di Viacom e poi di Google - e tanti tanti altri casi... (Quintarelli ha seguito con attenzione la vicenda e va letto).

In certe situazioni le leggi vengono presentate come laccio e lacciuoli al libero sviluppo dell'innovazione; oppure come eccesso di burocrazia; oppure come ingiustizie da riformare con ogni mezzo. Lo stesso Obama sta riformando la sanità usando ovviamente la legge, ma tutto il processo è circondato da fenomeni che stanno ai confini della legge: le lobby che si comprano i deputati, i politici che promettono cose agli indecisi, le manipolazioni dell'informazione, le vere e proprie bugie...

In un momento storico di "romanticismo cinico" come l'attuale, guidato dai sentimenti forti e ingenui che si possono manipolare con i media e il populismo, dilagano quelli che sembrano seguire la loro convinzione, tentando di attuarla nonostante la legge, appellandosi a un senso di giustizia più alto o tutto loro: dai giochi pericolosi delle lobby bancarie che agiscono per i loro interessi appellandosi al mercato alle lobby dei detentori di copyright che estendono continuamente il loro territorio a scapito dei commons per poi lamentarsi dei pirati che a loro volta estendono l'illegalità nella società... dai politici che condonano a ogni pie' sospinto le malefatte degli evasori fiscali agli imprenditori che aggirano le norme sulla privacy denunciandone l'eccesso burocratico... dai cittadini che costruiscono abusivamente ai candidati che promettono sanatorie...

Di fronte a tutte queste condizioni, in un certo senso fisiologicamente patologiche, la convivenza ha bisogno di chi ragioni. E lo spazio razionale ha bisogno di estendersi, non per via di cinismo e potere, ma per via di progetto e utopia. Il confronto è aperto. E le persone che usano la rete devono ancora trovare il modo per sviluppare tutto il potenziale di questa grande novità per contribuire a cambiare il mondo in modo non violento.

(Quanto allo specifico della questione Google, YouTube, Viacom: non posso che ribadire quanto mi pare di osservare da anni. Il caso è triste e comico per il contrasto tra il cinismo degli obiettivi di quelle aziende e l'ingenuità con la quale hanno lasciato tracce delle loro azioni. Ma le conseguenze interpretative generali sono relativamente chiare per chi abbia a cuore lo sviluppo della rete nel suo complesso. La pubblicità non potrà pagare tutto, ovviamente. Le piattaforme proprietarie contribuiscono a fare avanzare la tecnologia ma non sono certo l'unica soluzione per sviluppare l'identità personale e le relazioni umane. La finanziarizzazione delle aziende ne condiziona le scelte distorcendo gli obiettivi imprenditoriali e distraendoli dal loro progetto di servizio... Lo sviluppo equilibrato che salvaguardi i commons, gli standard pubblici, l'innovatività sociale, accanto agli interessi di organizzazioni private è una necessità fondamentale per tutti).

Evil is illegal

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Evil is illegal. Illegal is not evil. O almeno alcuni imprenditori la pensano così... (Proprio oggi che si discuteva a Bellaria dell'evasione fiscale...):

Un pezzo sul New York Times - tra gli altri - racconta delle scoperte avvenute nel processo Viacom v. Google sulla violazione di copyright di YouTube. Sono pubblicate le "intercettazioni" di email dalle quali si apprende che:
1. quelli di YouTube, all'inizio, non erano tutti molto contrari alla pubblicazione di materiale sotto copyright perché questo favoriva la crescita del sito
2. quelli di Viacom, quando volevano comprare YouTube non si arrabbiavano per niente del fatto che su YouTube ci fosse materiale sotto copyright
3. quelli di Google non si facevano troppi scrupoli per il fatto che avrebbero trovato su YouTube materiale sotto copyright
4. nessuno era troppo preoccupato del copyright e tutti erano molto interessati a una piattaforma che cresceva molto anche perché non si preoccupata molto del copyright
5. nessuno ha protestato per la pubblicazione delle "intercettazioni".

- Un riassunto di tutto su Sandoval. Il commento di Eff.

- Update: una fantastica discussione su ff a partire da un post di Quinta.

Hans Magnus Enzensberger sulla televisione

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C'è stata un'accesa polemica nel pubblico intorno a quanto Hans Magnus Enzensberger ha detto ieri sulla televisione

Enzensbergher è noto per le sue posizioni simpaticamente critiche in materia: ne parla come di uno strumento "buddhista", nel senso che pacifica e combatte le preoccupazioni... E questo proprio perché ha separato chi produce informazione da chi la riceve, in una relazione non più di cultura attiva ma di passivo consumismo di massa definito da pochi centri di produzione...

«La televisione è come un farmaco. La sera lo si prende e ci si sente meglio. Oppure è come una lavatrice... anche il cervello ha bisogno di essere ripulito ogni tanto. Non è detto che sia un male...». 

Certo che, per uno che legge anche i bugiardini dei farmaci, come appunto Enzensberger, sarebbe il caso di scrivere anche il bugiardino della televisione... Oppure il manuale della lavacervelli, con tanto di capitolo sul troubleshooting... 

Ma l'ironia conversatoria di Enzensberger non è piaciuta a una critica televisiva che era in sala. Che ha inveito contro le assurdità sostenute sul palco. Dicendo che gli autori televisivi conducono una grande opera di relazione con il pubblico. E che alcuni telefilm recenti hanno qualità narrative straordinarie. 

Il che è vero, probabilmente. Ma non è il punto. Il punto, secondo Enzensberger, è che il consumo e la produzione di televisione costruiscono una società fatta di relazioni diseguilibrate. Tanto che le persone non sono particolarmente - dice lui - orientate a credere alla televisione: «ci si gode la tv ma non si crede alla tv...». Una relazione più equilibrata è quella nella quale tutti, almeno un po', hanno una relazione attiva con le altre persone attraverso il medium... Per questo Enzensberger è tanto interessato a internet.

Rai.it solo con Silverlight

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Un interessante dibattito è nato da un caso personale:

Perchè i cittadini italiani non possono vedere la rai.it pubblica senza installare il componente proprietario microsoft silverlight?

Andrea Paternostro, Stefano Bussolon, ganassa and marcella liked this

vero, ma è come i video che sfruttano Flash, che necessitano del plugin di casa Adobe - Luca Zappa @zaps

io ci ho rinunciato - paola caruso

http://acab(punto)servebeer(punto)com/tv-play... E buon divertimento. (almeno per vedere rai.tv) - Assimo

@lucazappa - infatti nemmeno flash andava bene. il punto è che esiste un contratto di servizio (sì, lo so, qui si sbeffeggia la costituzione, figuriamoci il contratto di servizio) che impegna la Rai a offrire la parte "in chiaro" dei propri contenuti sfruttando tutte le tecnologie che via via si rendono disponibili su standard aperti. nè adobe flash nè microsoft silverlight lo sono. VLC sarebbe stata una ottima scelta. - antonio pavolini

@Pavolini quale dovrebbero usare quindi, nel senso: ce ne sono di sufficientemente diffuse,ma open? - Marco Massarotto

La diffusione secondo me conta poco: vlc si scarica e via :) - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone

Beh non so cosa si direbbe se RAI rendesse necessario il download di un software per fruire dei programmi... - Marco Massarotto

HTML5 è la soluzione. - roldano

HTML5 sarà la soluzione tra un po', probabilmente. - Andrea Grassi
Roldano, Html5 POTREBBE essere una soluzione. Se finalmente decidessero che codec usare per il tag audio e il tag video... @Luca Zappa, articolo dell'anno scorso e con gli ultimi simpatici update del sito rai (iniziati praticamente a dicembre), non funziona nemmeno più. - Assimo

Marco, Anche adesso serve un download (silverlight)... La differenza è tra proprietario o open - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone

Html 5 ha un grosso problema, i browser...la maggior parte delle persone usa IE6 (nonostante il funerale), quindi oltre alla definizione del codice bisogna aspettare che una fascia sufficientemente ampia di persone utilizzi un browser adeguato (non sono mica tutti geek come noi ;) ) - Pierotaglia

io HTML5 lo vedo http://vimeo.com/10229038 tranquillamente su Chrome. Ora se la RAI e altri dicessero per vedere questo programma usa questo browser sarebbe fatta no? - roldano

@Assimo ... io lo uso ogni tanto per vedere Rainews24 e funziona http://mediapolis.rai.it/relinke... in effetti ho provato ora e gli altri non vanno - Luca Zappa @zaps

Beh diciamo che il download di Silverlight è un filo diverso da quello di VLC, ma appunto,
quello intendevo, non sarebbe una soluzione cmq. - Marco Massarotto

@Rolando Anche io lo vedo con Safari, ma noi siamo "avanti" ;) ci sono persone che usano ancora un AMD Athlon (bei tempi) - Pierotaglia

Pierotaglia si ma Vimeo non è un servizio pubblico e basterebbe mettere un link scarica qui no? E poi de che stiamo parlando? Ma quanti italiani vanno su rai.tv e quanti invece se ne stanno comodi in salotto con il TV acceso? - roldano

Io, per esempio. Che in camera mia il televisore non ce l'ho proprio... (ma anche quando sono in università torna molto utile) - Assimo

per rispettare il contratto di servizio basterebbe fornire lo stream in tutte le tecnologie più diffuse (tra cui non vi è Silverlight ma facciamo finta che lo sia) e non in una sola arbitraria... - ezekiel

Mi sembra che il quesito di Luca De Biase non sia posto in modo corretto: Silverlight è un componente proprietario come flash e tanti altri e francamente non ho mai visto polemiche così accese verso chi utilizza Flash o penalizza flash 8vedi apple). Vi invito a concentrarvi sul prodotto e sulla qualità dell'offerta di Rai.tv piuttosto che sul plug-in gratutito necessario per la visione dei contenuti. - gianluca stazio

Silverlight per noi rappresenta una soluzione di semplicità ed efficienza, non certo una "scelta di campo": partendo dalla tecnologia della nostra piattaforma di produzione, ci ha consentito di mettere a disposizione in tempi brevi una grande quantità di contenuti e di evolvere rapidamente verso nuove funzionalità di streaming. Scegliere altre piattaforme sarebbe stato possibile, ma valutando i pro e i contro abbiamo capito che i tempi si sarebbero allungati e i costi sarebbero lievitati; abbiamo preferito andare incontro alla più ampia fascia possibile di utenti subito, puntando sui contenuti, e quindi fornendo - posto che si può sempre migliorare :) - un'offerta ricca e completamente gratuita. - RaiTv

non per difendere nessuno o voler fare il sistemista a tutti i costi ma forse bisognerebbe avere un'idea (almeno un accenno...) della difficoltà/costi di mettere in piedi una piattaforma (con tutti i problemi di robustezza e sicurezza del caso) prima di fare discussioni sul sesso degli angeli. - Alessandro Nasini [ff]

@alessandro tu ne sai senza dubbio molto dell'implementazone e della complessità di una piattaforma del genere ma noi sappiamo che la Rai in base a quel contratto di servizio (quello che include anche i computer) raccoglie da tutti noi una cifra vicina ai 2 miliardi di euro ogni anno. forse lo spazietto per fare una buona piattaforma c'è. - ezekiel

I miei televisori sono sempre stati "proprietari". E francamente anche fossero "open" non mi azzarderei a metterci le mani. Ora la maggior parte di elettrodomestici usa viti che richiedono cacciaviti ad hoc, e questo ammetto sia un eccesso dannoso. Non mi è chiaro però a cosa serva il "open" se non nella misura in cui equivale a "free", il che poi non è neanche sempre vero. HTML5 non è un viewer, è un formato e come quasi sempre accade i migliori viewer (browser) saranno presumibilmente proprietari (anche se WebKit sta avendo una sempre più ampia diffusione, ma pur sempre all'interno di prodotti non open). Le amministrazioni pubbliche paiono puntare sempre più sull'open source che pare appunto a molti avere una qualche affinità, per me inspiegabile, con "gratuito" e con "pubblico". Io, da privato cittadino, preferisco tutto ciò che è proprietario e che con una modica spesa mi garantisce supporto, il tempo che perderei a spulciare codice open vale più di quanto spendo in software proprietario.
- Giovanni Sarbia

beh il contratto di servizio non parla di "open source", ma parla di standard definiti presso gli organismi competenti. non siamo ai livelli del contratto di servizio della BBC, che è persino più vincolante per la concessionaria pubblica, ma di questi tempi me lo terrei stretto. poi non credo proprio che avremo mai il televisore "white label" RAI...saranno sempre televisori proprietari, ci mancherebbe altro. Ma la mia interpretazione (del tutto soggettiva, ma da addetto ai lavori) è che, online, i contenuti debbano essere disponibili su piattaforme che "non scrivono regole per tutti gli altri", che non "definiscano l'ecosistema". E sia Silverlight che Flash hanno questa pretesa. (mentre un televisore Samsung piuttosto che LG, sull'etere, non hanno pretese di questo tipo) - antonio pavolini

Mo spiego un po' di cose banali e ovvie ad un po' di guru qui in giro :) Open non è un santo graal/feticcio da opporre a proprietario sempre e comunque. Partiamo dalle basi ovvie a) chi fabbrica qualcosa è sempre il proprietario di quello che fabbrica b) gli standard di comunicazione/linguaggio/ OS/ etc. più sono resi proprietari e più non funzionano per mere questioni di statistica e di interoperabilità e al contrario più sono open e diffusi (questo è essenziale) e meglio funzionano. Corollario non è detto che quelli più diffusi siano quelli migliori, ma qui ci addentriamo in teorie economiche. Per tornare al tema, la RAI è un servizio pubblico e quindi dovrebbe garantire la visibilità dei programmi a tutti, compresi quelli che non vogliono o non possono usare Silverlight. Nel passato alcuni privati ti davano la possibilità di scegliere tra Windows Media Player, Real Player e Quick Time ed erano privati eh. - roldano

@roldano AFAIK quelli più diffusi non sono open (basti vedere il caso dei sistemi operativi, abbastanza lampante) e qualunque azienda software che si rispetti adotta standards nei loro software proprietari proprio per garantire maggiore diffusione. @antonio Flash supporta H.264 che, non a caso, è usato da YouTube in modo da fornire video anche per iPhone - Giovanni Sarbia

@giovanni dove sta scritto in "più sono open e diffusi (questo è essenziale) e meglio funzionano. Corollario non è detto che quelli più diffusi siano quelli migliori, ma qui ci addentriamo in teorie economiche." che quelli open sono i più diffusi? :) Il tasso di diffusione non è legato al fatto che siano open o meno. Infatti, parlando di browser Explorer fa cacare, ma è il più diffuso e pure Symbian, OS Mobile, più diffuso, fa schifo. Io ho solo detto che Open è tendenzialmente meglio se molto diffuso, tutto qui. Poi se pensiamo acne solo ai carica batterie dei telefoni che ce ne sono millemila per ogni produttore la tua affermazione "qualunque azienda software che si rispetti adotta standards nei loro software proprietari proprio per garantire maggiore diffusione" è quanto meno dubbia e se parliamo di software la storia di UNix ti dice subito che disastro è la roba "io m faccio il mio standard" e Android rischia lo stesso perché ogni produttore si vuole fare la cosetta inutile sua. - roldano


E perché anche se lo installano il programma non parte?

Paola Bonomo liked this

De Biase non faccia cosi', spinga i bottoni giusti che Silverlight funzia anche su mac - massimo mantellini

pensa che a me aveva smesso di funzionare IE8 su winzoz! poi ho usato la soluzione dell'informatico (spegni e riaccendi) e il mefitico IE8 è resuscitato! gioie e dolori dell'informatica :) - czap

poi bisognerebbe chiedersi: con tutte le cose che ci sono da fare se uno ha una connessione a Internet, proprio per guardare la Rai deve usarla? - Paola Bonomo

@paola per vedere una trasmissione di ieri.. @mante non funziona col mio antico powerpc: ci vuole intel.. sarà per quando cambio mac.. - You from iPhone (edit | delete)

si infatti non funziona per il power e ci ho bestemmiato un ora prima di accorgermene, sempre perché i proogrammi di Bill sono fatti bene... una qualsiasi app. free ti direbbe già durante l'installazione che nn si può fare! - Mark Tamagnini

E su Twitter:

Gianna C Giagina
  1. @lucadebiase quell'odiosa frase del flash "la ragione è a tutti comune la volontà no" ? -
  2. Davide Schenetti dsot RT @lucadebiase: perchè gli italiani all'estero non possono vedere la diretta dello streaming rai.it anche avendo installato silver light?
  3. michelepasutto michelepasutto @lucadebiase ciao prova moonlight versione open io uso ubuntu ma credo c sia per mac
  4. Roldano De Persio RoldanoDePersio @lucadebiase microsoft silver light? La soluzione sarebbe HTML5 perché non fate un pezzo su Nova?
  5. sara bragonzi sarabrag @lucadebiase server in ufficio mi impedisce di installare programma x vedere rai.it e mi servirebbe x lavoro
  6. Nicolò Casagrande nicocasa @lucadebiase Per altro per via di questa mancanza non sono riuscito a fare una segnalazione a "Chi l'ha Visto".
  7. Marco Massarotto marcomassarotto @anywhere la risposta di Twitter a Facebook Connect? [via @lucadebiase]
  8. Luca Zappa zaps @lucadebiase vero, ma è come i video che sfruttano Flash, che necessitano del plugin di casa Adobe
  9. Emanuele ∞ Vulcano millenomi @lucadebiase Tecnico? Intendevo dire di policy.
  10. Emanuele ∞ Vulcano millenomi @lucadebiase Il motivo è meramente tecnico: Silverlight ha uno strato pesante di protezione da copia (DRM).
  11. Daniele Dal Sasso bongfactory @lucadebiase @nicocasa c'è un workaround http://bit.ly/aKZqYO però tutto ciò fa veramente poco "servizio pubblico"
  12. Luca De Biase lucadebiase RT @nicocasa: @lucadebiase Per altro un utente Mac con processore Power PC non può visualizzare i contenuti offerti. (ah: è il mio caso...)
  13. Nicolò Casagrande nicocasa @lucadebiase Per altro un utente Mac con processore Power PC non può visualizzare i contenuti offerti.
Intanto, segnala Paola, arrivano i siti senza Flash.

E poi qui si continua: Rai.it solo con Silverlight - http://blog.debiase.com/2010...

E secondo te è un bene o un male? A me non dispiace se non altro ora il mio Mac non scalda una cifra come quando vedo i filmati in flash - SanfredianinoDoc

Come vedi dai commenti ai post precedenti la questione è giustamente controversa: pubblico dovrebbe significare non legato a una sola azienda privata... e deve significare anche visibile facilmente a tutti... il pragmatismo è meglio dell'integralismo... forse dovrebbero semplicemente offrire la possibilità di vedere quello che vogliono far vedere in tutti i modi che il pubblico preferisce.. ma di sicuro non è molto giusto che si possa vedere solo con silverlight, secondo me...

In linea di principio concordo con te, a mio modesto parere però non bisogna sottovalutare anche una questione legata ai costi di implementazione e manutenzione di un sistema che possa permettere la fruizione di contenuti video multistandard. Già il fatto che la biblioteca RAI sia visibile ormai con qualunque tipo di sistema operativo e browser è un bel passo avanti secondo me, mi pare che fino a qualche anno fa questo non era possibile se non ricordo male i video si potevano vedere solo con Winzoz media player....... - SanfredianinoDoc

@sanfred purtroppo non si può vedere con tutti i computer e S.O. perchè le ultime versioni di silverlight (dopo la 1) hanno tagliato fuori vecchi S.O. e piattaforme e su Rai.tv c'era uno script che ti impediva di vedere se non aggiornavi a SL2. Per questo gli utenti si sono organizzati e hanno tirato fuori con un hack i link originali agli stream Rai per vederli su VLC (che implica anche aulteriori vantaggi) - ezekiel

senza contare che su linux non si vede più nemmeno con moonlight...bella merda che hanno fatto - Alex "M0rF3uS"

@sandredianinodoc - esiste il canone rai per pagare i costi di implementazione :) di sicuro non sono i soldo che mancano - Alex "M0rF3uS"

il problema è coniugare la richiesta di sicurezza da parte dei detentori dei diritti (che impongono che i contenuti siano fruibili solo in un determinato spazio web, altrimenti niente contenuti) e le richieste degli utenti. - Pierotaglia

si ma una televisione pubblica, la quale ti costringe anche a pagare una tassa, deve dare la possibilità di fruire dei servizi in maniera eguale a TUTTI gli utenti, altrimenti se cosi vogliono fare che cerchino di fare pagare agli utenti linux un canone molto più basso rispetto agli utenti windows, dato che i primi non possono usufruire di tutti i loro servizi (pubblici ricordiamolo) - Alex "M0rF3uS"

@piero questa in effetti è la questione storica a cui di solito viene risposto che la Rai è pubblica, crea contenuti con denaro pubblico e con il canone quindi i suoi contenuti appartengono già ai cittadini, se non altro perchè li hanno già pagati, e quindi devono essere liberamente fruibili. E questo in effetti era lo scopo storico di Rai Teche (che però non so adesso a che punto si trovi...) - ezekiel

@Alex "M0rF3us se parliamo d'investimenti ho visto i numeri durante il #Convergiamo: il budget di RaiTv è di circa tre milioni di euro, quello della BBC si aggira sui 140£, giusto per farci un idea : ) - Pierotaglia

ma i confronti non servono a nulla, la bbc si sa che è più ricca della rai :D il punto della questione è un altro, vuoi che tutti gli italiani ti paghino il canone? allora ti devi impegnare per far si che tutti gli italiani vedano le tue reti allo stesso modo, come fai non mi interessa, ma lo devi fare :D se no come fai discriminazione sugli utenti per i servizi lo devi fare anche per i pagamenti - Alex "M0rF3uS"

certo non si può dare mica la colpa a Rai.tv, 3 mln di budget per occuparsi di un colosso come la Rai (fatturato intorno ai 4 miliardi) è nulla, al massimo puoi sperare di farci un po' di comunicazione... - ezekiel

Su Buzz:

Davide Schenetti - Sull'argomento segnalo anche l'articolo di PI e soprattutto la discussione nei commenti:
http://punto-informatico.it/2826093/PI/News/altro-che-bbc-qui-mamma-rai.aspx
11:47 amDeleteUndo deleteReport spamNot spam
Davide Schenetti - Mi ha interessato la storia del contratto di servizio e sono andato a controllare. Ho scoperto:
1 - Il contratto di servizio RAI è scaduto e non ancora rinnovato. Forse con un po' di pressione si può ottenere qualcosa per il nuovo contratto?
2 - L'articolo 6 del vecchio contratto (http://www.comunicazioni.it/binary/min_comunicazioni/televisione_rai/contratto_servizio_5_aprile_2007.pdf) recita:
2.1 - [la RAI si impegna a] rendere disponibili, compatibilmente con il rispetto dei diritti dei terzi ed escludendo ogni sfruttamento a fini commerciali da parte di terzi, i contenuti radiotelevisivi trasmessi nell'ambito dell'offerta televisiva e radiofonica di cui all'articolo 4, comma 1, e all'articolo 5 direttamente dal portale Rai.it agli utenti che si collegano attraverso internet dal territorio nazionale e risultano in regola con il pagamento del canone di abbonamento Rai, nel rispetto del principio di neutralità tecnologica;
2.2 - analizzare lo sviluppo di interfacce tecnologiche che consentano la diffusione dei contenuti sui principali dispositivi di fruizione audiovisiva di tempo in tempo disponibili sul mercato;
2.3 - rendere accessibili i propri contenuti audiovisivi on line nei formati tecnologici e di fruizione più diffusi nel Paese

Poco oltre compare l'articolo 26

Articolo 26
Neutralità tecnologica
1. La Rai si impegna a realizzare la cessione gratuita, e senza costi aggiuntivi per l'utente, della propria programmazione di servizio pubblico sulle diverse piattaforme distributive, compatibilmente con i diritti dei terzi e fatti salvi gli specifici accordi commerciali.

Fatti salvi gli specifici accordi commerciali potrebbe voler dire, a quanto ho capito, che nel caso specifico esiste un contratto tra RAI e Microsoft che ha la priorità sulla neutralità tecnologica.
12:07 pmDeleteUndo deleteReport spam

Hans Magnus Enzensberger, a Pordenone

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Oggi a Pordenone, per Dedica, un incontro con Hans Magnus Enzensberger. Un poeta e saggista di capacità empatiche straordinarie, un querdenker, un visionario tagliente e mai prono al pensiero dominante.

Nei suoi Constituents of a theory of the media (un estratto) ha intravisto fin dal 1970 alcune dinamiche che oggi sembriamo aver riscoperto: i media tradizionali che separano la produzione e la fruizione delle informazioni sono perfettamente coerenti con la logica della produzione e del consumo di massa tipica dell'industrializzazione ma certamente non soddisfano in pieno le esigenze dello sviluppo umano. Ma diventano capaci di costruire intorno all'immaginazione delle persone un mondo nel quale finiscono per sentirsi immersi. Anche perché hanno la tendenza ad attivare una dinamica di convergenza tra tutti i possibili media in un unico grande calderone mediatico. 

Nei suoi interventi recenti, Enzensberger dimostra una visione coerente con le sue intuizioni del 1970 quando vede nella rete una vera e propria forma di riequilibrio mediatico che ridà alla società un ruolo di produttore di messaggi che l'epoca della televisione aveva sostanzialmente negato affidando all'audience tutt'al più il potere di cambiare canale.

Ma ovviamente tutto questo è un argomento molto complesso e fecondo di punti di vista. Oggi a Pordenone si parlerà proprio di questo. Intanto, si può dare un'occhiata a questa intervista di Gianni Riotta nella quale, poco più di un anno fa, tra l'altro, si accenna alla sua teoria dei media di Enzelsberger:



Rinnovamento Digg

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Digg si rinnova, si apprende a SXSWi. Se ne può sbriciare un'anteprima. E si sa che ci sarà un benaccetto miglioramento nel sistema di pubblicazione: si farà in un solo click. Di certo, Digg doveva darsi una mossa di fronte al crescente successo di servizi che non fanno la stessa cosa ma coprono in parte lo stesso spazio come Twitter. (Mashable)

Intanto, Instapaper aggiunge una feature: si possono bookmarcare le pagine (per esempio articoli di giornale) da leggere senza in seguito anche via mail. (Steve Rubel)

Talvolta il cambiamento non è divertente

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Uno dei tagli più frequenti nei giornali americani in crisi è il taglio delle strisce a fumetti. I comics sono di solito "syndicati" e compaiono su molti giornali nello stesso giorno. Ma ugualmente sono un costo significativo per le singole testate. The Star-Ledger of Newark, N.J. ha detto ai lettori che riducendo la sezione dei comics potranno risparmiare 300mila dollari all'anno. I disegnatori di B.C. dicono che negli ultimi tempi il numero di giornali che non rinunciano alla loro striscia è diminuito del 5% all'anno. (ABCnews)

L'autoritarismo contrattacca

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Internet non è più da tempo il territorio libero dei dissidenti nei paesi autoritari. E' anche un luogo di repressione e di contrattacco comunicazionale. Ne parla Reporters sans Frontières in un articolo allarmato per i recenti sviluppi di questa tendenza.

Come dice sempre Evgeny Morozov, i dissidenti non vincono solo sulla base della tecnologia internettiana. Perché quella può essere usata anche contro di loro. Vincono se non sono lasciati isolati. E se sono aiutati a difendersi e a difendere la libertà di espressione.

Non si può essere ambigui su queste questioni. E qualcosa si può fare con senso pratico e spirito non violento (su Nòva qualche spunto; un contributo di Alessandro Lanni).


Larry Lessig ha portato a Montecitorio la cultura remix. Il bello della rete nella sua pienezza. 

Poi, nell'incontro di ieri intitolato internet è libertà, ha voluto insistere sul fatto che esistono fenomeni positivi e fenomeni negativi nella rete. E che ogni "opposto estremismo" va superato. I punti che ha lanciato sono discutibili ma interessanti: vanno salvaguardati insieme il copyright e il diritto a costruire creazioni sulla cultura pubblica sedimentata in una società; vanno salvaguardati insieme il giornalismo dei cittadini e il giornalismo professionale d'inchiesta; va salvaguardata la tensione alla trasparenza nella politica e la possibilità di credere nella democrazia. Si può discutere su ciascun fatto che Lessig ha portato a sostegno delle sue tesi. Ma diciamo che è positivo passare da una contrapposizione radicale e sanguinosa a una discussione costruttiva che trovi il modo di valorizzare tutti i legittimi diritti in gioco.

Difficile non temere che il dialogo aperto da chi vuole l'innovazione non sia una finestra aperta alla durezza di chi vuole la conservazione. Ma è pur vero che prima o poi si dovranno trovare soluzioni che superino la fase rivoltosa e entrino in una fase costruttiva. Lessig crede che sia il momento di passare alla fase costruttiva perché ritiene che i fatti dimostrino che la rete non si ferma e non si può fermare, che i giovani sono ormai in un'altra epoca storica, e che gli adulti possono solo scegliere se essere i dinosauri che combattono la loro ultima battaglia prima dell'estinzione o se aiutare alla costruzione del nuovo mondo.

Di certo, nell'incontro di ieri, il contrasto più grande e sorprendente è stato quello che si è notato nella differenza sostanziale tra l'impostazione aperta e visionaria di Gianfranco Fini e le posizioni minimaliste e conservatrici di Paolo Romani.

Il panel era decisamente favorevole all'idea che internet è libertà. Il pubblico con ogni evidenza lo era ancora di più. Fini ha fatto un'ottima figura, ma non ha contraddetto punto per punto le posizioni di Romani (anche perché quando il viceministro ha parlato era andato via). Sicché non si è sentito nulla intorno alla speranza che alla Camera un decreto che blocchi lo sviluppo libero della rete sarà discusso con attenzione critica, non ha detto che si farà di tutto per sbloccare i fondi per la banda larga, non ha detto che internet va considerata una priorità dello sviluppo del paese e non una spesa da fare quando sarà passata la crisi.

Romani era con ogni evidenza sulla difensiva. Il suo decreto di "attuazione" vagamente creativa della direttiva europea, anche dopo le spiegazioni fornite ieri, resta di un'ambiguità sconcertante nei confronti di chi voglia far partire un'iniziativa aziendale che si basi sulla produzione di video da distribuire online; su YouTube in particolare non sembra ancora chiaro (ha detto che la direttiva si occupa di video on demand e near video on demand, alludendo al fatto che potrebbe assomigliare a YouTube anche se di fatto non ci assomiglia per niente). Quello che è chiaro è che il decreto non si occupa dei privati senza scopo di profitto (dunque si può fare