Recently in media Category
Larry Lessig ha portato a Montecitorio la cultura remix. Il bello della rete nella sua pienezza.
Dice Langeveld, in sintesi:
L'iPad è un cambio di passo nella mobilità dei contenuti. Genererà un sensibile aumento delle vendite di contenuti per device mobili.
I tempi di utilizzo dell'iPad e dell'iPhone, con tutti i loro emuli, saranno estesi alla maggior parte dei tempi di attesa e di spostamento. Le spese di marketing si sposteranno sui device mobili. I consumatori risponderanno con entusiasmo ai nuovi servizi - promozionali e informativi - proposti su queste piattaforme. Quello che sappiamo ora sull'iPad è minimo. Ma cominciare a lavorarci e obbligatorio.
Dopo due decenni di inseguimento del digitale, gli editori hanno l'opportunità di riprendere la leadership. Ma devono:
"Reinvent content for the mobile Web and iPad. As Doctor also notes, this is easier for magazines, with their stronger visual orientation and design resources, than it will be for newspapers, which will need to invest in new, innovative design capabilities.
- Challenge journalists to develop new streams of content, in new formats and with new kinds of interactivity and connectivity that will attract new readers and built new relationships of trust with them.
- Work with Apple and other mobile platform entities to enable content and advertising personalization. This means pushing Apple for a more open platform and for access to at least some of their customer data. If publishers are to be players in the mobile marketing game, they must be able to deliver individually targeted marketing messages, and that means having some ability to identify readers and to respond (with their permission) to their profiles and preferences.
- Work with marketers to invent new ways to interact with customers: to facilitate conversations, to blend news, social media and brand messages, to actually sell stuff and facilitate transaction -- in short, to leverage those new relationships of trust into brand new streams of revenue.
- Be ready to shift gears often. The job is not just to create a presence on iPad, but to adapt to the new mobile landscape as it develops and changes. Like the saying about the weather in various localities, if you think you have your iPad strategy figured out, wait five minutes."
Secondo Laurel Papworth il profilo e, in un certo senso, la reputazione si costruiscono attivamente, mentre l'dentità e la fiducia dipendono dalla reazione e dalla comprensione degli altri. Il tutto, naturalmente, in un gioco di interazioni continuo...
La disintermediazione, si diceva una volta. Oggi si dice, come Johnson, che la quota riservata agli autori dal sistema editoriale tradizionale è un cattivo affare per loro: "Creative types pay a heavy toll to distribute their works, and in "the internet age" they can and should be doing it for themselves. Be they painters having to give galleries 50 per cent of the price of their pictures, or authors getting just 7 per cent of the net proceeds of their novels from publishers, or singers receiving paltry royalties from record labels, for many the division of rewards is a bad deal."
E' un cattivo affare perché la gente non vede un film perché è incuriosito della major che lo ha prodotto, non sente un brano musicale perché è interessato a quello che presenta un'etichetta e non legge un libro perché ama un editore, dice Johnson: il pubblico presta attenzione a un'opera perché è affasciato dalla visione originale dell'artista o dell'autore. E poiché con internet e il digitale produrre e pubblicare è diventato molto meno costoso, gli autori che diventano imprenditori di se stesso, dice Johnson, possono guadagnare di più. Tagliando fuori gli intermediari. E' un modo per raccontare la crisi dell'editoria. Ma è un modo per spiegare bene che cosa faranno gli autori?
La pars denstruens è facile. E' la pars construens che resta difficile. Il che rende il problema interessantissimo. Gli autori possono pensare di fare a meno della produzione, del marketing, del lavoro di agenzia, del supporto legale che gli editori hanno sempre fornito in un unico blocco in cambio della possibilità di rivendere come volevano il copyright. Ma resta il fatto che anche il modello di business non è più quello di una volta: se il copyright non è protetto su internet per gli editori, non lo è neppure per gli autori. Inoltre, è vero che le funzioni di marketing e legale restano importanti e qualcuno le deve svolgere. Infine, non tutti gli autori, concentrati sulla loro visione creativa, sanno e vogliono saltare alla bisogna nella cultura dell'imprenditore.
Ne emerge una visione, ancora tutta da sviluppare, nella quale non abbiamo autori tuttofare, ma neppure editori onnipotenti. L'una e l'altra soluzione sono contrarie alla qualità creativa. Quello che avviene è la fine del bundle editoriale: le diverse funzioni si disaggregano e vengono pagate con una quota del fatturato; il problema è che tutti rischiano, nessuno si siede sul suo privilegio acquisito. Ma si ha l'impressione che sia un problema da affrontare e accettare.
Nello stesso tempo, nasce un insieme di nuove figure. Quelle che creano nuove opportunità imprenditoriali, disegnano contenitori e soluzioni innovative nelle quali il modello di business è comprensibile. Ostinarsi a imporre un copyright sui prodotti digitali registrati e replicabili non è una politica di grande lungimiranza. Scoprire nuovi modi di fatturare - concerti e incontri fisici, esperienze educative, invenzioni promozionali - è una funzione creativa-imprenditoriale nuova che potrebbe diventare decisiva.
Per gli editori si tratta di incorporare questa mentalità. Separare con chiarezza le funzioni, non più basandosi sui silos dei diversi mezzi di trasmissione ma sulla diversità di servizi offerti all'attività autoriale: produzione, marketing, controllo qualità, legale, sperimentazione di nuovi modelli di business, design dei contenitori, ecc ecc. Non tutti gli editori sapranno fare tutto. Ma in quella direzione ricostruiranno una prospettiva per il loro mestiere.
"Twitter is a simple service used by smart people. Facebook is a smart service used by simple people."
Non ricorda la battaglia ideale tra i tifosi di Apple e Microsoft?
----------------------------------------------------------------------------------------
(Su FriendFeed, intanto, alcune reazioni...
Le ricerche sui tweet sono sempre più efficienti. Per luogo, argomento, bio, ecc. Una serie di suggerimenti da Openforum.
Facebook intanto è cresciuto tanto che non solo ha la capacità di indirizzare il traffico molto più di Google per esempio nelle news (anche se Mante non nasconde le sue perplessità sulla qualità delle news), ma è anche capace di attrarre quasi tanto traffico quanto Google. Federico Ferrazza
Stefano Quintarelli è più tranquillo, nonstante che lui quelli dell'Aiip li conosca bene. E parla di un "bug" nel decreto che unito all'assenza di un richiamo alla direttiva ecommerce (quella che dice che le piattaforme non sono responsabili di quello che fanno gli utenti) dal quale potrebbero passare un sacco di guai. Ma la sua formulazione tranquilla induce a pensare che anche questo come ogni altro bug si possa correggere.
Alessandro Longo lavora di fino sulle perplessità. E vale la pena di leggerlo per capire che non si capisce per esempio se YouTube nel decreto è televisione o no.
Le reazioni a caldo di ieri.
Ora Hitwise aggiunge che da Facebook arriva più traffico a siti che nascono dal mondo del broadcast, mentre da Google News arriva più traffico ai siti che nascono da giornali cartacei.
Questo peraltro vale soprattutto per i grandi siti di news. La parte lunga della coda lunga è ancora più coperta da Google.
Anche perché quello che si fa su Facebook è più governato dall'immediatezza facile. (ReadWriteWeb)
Zambardino vede un po' di confusione. O'Presidente vede l'esclusione esplicita dei blog. PenneDigitali osserva la scarsa chiarezza sui provider. Dany si fa domande. Guido Scorza resta convinto dei suoi dubbi e pur apprezzando i cambiamenti apportati al testo pensa che i problemi non siano superati. Quinta segnala il testo e lo studia domani.
E' sempre più chiaro che le piattaforme internettare che invocano la libertà di espressione, dovrebbero impegnarsi a garantire meglio la privacy...
Per Chen questo significa che molti giornali che si preparano a pubblicare una versione per iPad dovrebbero stare attenti. Non solo quelli di moda. Ma anche molti altri periodici che pubblicano foto e pubblicità con qualche scollatura profonda...
Ma se dovessero fare questo, alla Apple, potrebbero unilateralmente prendere altre decisioni censorie, dice Chen.
iSpazio nota che probabilmente la censura effettuata da Apple si trasformerà in un'innovazione nella piattaforma AppStore: l'introduzione di una nuova categoria, "explicit".
La preoccupazione di Chen è probabilmente eccessiva. E' abbastanza assurdo, conoscendo la Apple, che quell'azienda si metta a discutere con gli editori. Ma dato il precedente delle foto osé, non è del tutto impossibile che intenda far valere il suo punto di vista anche in merito alle scelte editoriali.
Sarebbe vagamente comico trovare le applicazioni per iPad di - che so - Panorama o The Sun solo nella categoria "explicit"... Vedremo.
E probabilmente la questione si risolverà proprio in riferimento a questo.
Ma resterà aperta un'altra questione. Rilevante: perché è probabile che il diritto alla libertà di informazione e il diritto alla privacy saranno sempre più in conflitto. E tutti coloro che vorranno ridurre la prima potranno appellarsi alla seconda.
Allora sarà importante capire bene la seconda. E in questo caso a quanto risulta c'è un aspetto molto interessante. Perché in questo caso non ci sarebbe stata nessuna diffusione di dati sensibili sulla salute del ragazzo presentato nel video come affetto da sindrome di Down, se è vero quanto risulta: e cioè che il ragazzo non era affetto da sindrome di Down. Era malato, purtroppo, ma non di quella malattia.
Occorre dunque conoscere la sentenza per poter dire qualunque altra cosa.
Perché se tutto questo portasse a dire che la piattaforma deve assicurarsi che chi pubblica abbia tutti i diritti per farlo anche chiedendo ai terzi interessati prima di consentire la pubblicazione, questo costituirebbe una complicazione enorme per ogni piattaforma di user generated content. Se si trattasse semplicemente di scrivere meglio i termini di servizio la questione si risolverebbe abbastanza facilmente. In attesa di capire meglio l'intricatissima legge sulla privacy e la scarsa volontà da parte delle piattaforme di assumersene tutti gli oneri.
Invisigot concorda nel vedere la sentenza come una causa di complicazione per gli user generated content. Matteo è d'accordo. Gboccia vede un difficile equilibrio tra libertà di parola e privacy. Dario se ne preoccupa ancora più decisamente. E cita Stefano e Guido, oltre che il parere di Vidi Down che nonostante i diretti interessati si fossero ritirati ha continuato la causa. E questo è il parere di Google.
Non si può non considerare il fatto che ci mancano le motivazioni della sentenza. Se quando le pubblicherà il giudice dimostrerà di aver tenuto conto di tutto correttamante, trovando semplicemente che nei termini di servizio di Google all'epoca dei fatti non c'erano tutte le precauzioni necessarie per evitare che gli utenti uploadassero materiale lesivo della privacy, tutta la vicenda assumerà contorni meno preoccupanti. Basterà appunto che le piattaforme siano più chiare nel chiedere agli utenti attenzione sulla privacy perché la loro responsabiltà di eventuali violazioni sia risolta. Vedremo, appunto.
Siamo comunque lontani dal problema dell'introduzione degli sceriffi della rete. Che invece rischia di saltare fuori per tutt'altra via: la riforma studiata dal governo attraverso Romani. Su quella occorre vigilare.
La strumentalizzazione di una sentenza è sempre possibile: sia in un senso restrittivo che in un senso allarmistico. In un contesto di proposte di legge restrittive, la popolazione che tifa per la rete è sempre preoccupata. Per quanto riguarda questo fatto specifico, solo la pubblicazione della sentenza potrà sciogliere i dubbi. Ma un fatto generale è certo: la libertà di informazione è costantemente minacciata da regole difficili da interpretare, mentre la privacy è costantemente minacciata da piattaforme disattente. L'equilibrio è difficile. E passa prima di tutto dalla consapevolezza degli utenti.
Intanto, Bruxelles si interessa all'eventualità di studiare i possibili abusi di posizione dominante di Google. Non è già un procedimento, dice Giovanni. Sulla base di un'iniziativa di Microsoft.
(Sulla specificità di Google, infrastruttura globale, difficile da mantenere nelle regole di tutti i singoli paesi, c'era tempo fa un pezzo di Pierani)
E quindi le piattaforme che consentono agli utenti di pubblicare quello che vogliono online diventano responsabili delle eventuali violazioni commesse dagli utenti stessi? Un giudice italiano ha deciso che sì. E questo genera conseguenze giuridiche globali.
Il giudice Oscar Magi - quello di Abu Omar - ha condannato alcuni responsabili di Google Italia per violazione della legge sulla privacy, in riferimento al video sul bambino affetto dalla sindrome di Down pubblicato su Google Video, mentre li ha assolti dalle accuse di diffamazione.
In pratica, sembra di capire, Google avrebbe dovuto ottenere - o far ottenere dagli autori del video - la liberatoria alla pubblicazione delle immagini.
La sentenza è di primo grado e non è definitiva. Ma apre uno scenario molto complicato per tutti i provider di accesso a internet e soprattutto le piattaforme che consentono la pubblicazione di materiali informativi (soprattutto ma non necessariamente solo) in video da parte degli utenti.
Se fosse portata alle sue conseguenze, questa sentenza significa che prima di pubblicare qualunque cosa riguardi terzi su Twitter, Flickr, YouTube, Facebook, un utente dovrebbe ottenere la liberatoria dai terzi stessi e se non lo fa anche le piattaforme sono responsabili. Le piattaforme dovrebbero dunque in questo senso vigilare su quanto gli utenti pubblicano.
Potrebbe essere un colpo molto difficile da sopportare per il mondo degli user generated content. A questa sentenza potrebbero fare riferimento molti altri soggetti interessati a che la rete non possa essere il luogo della libertà di informazione - con i suoi pregi e difetti, con i suoi rischi e le sue opportunità.
"Non mi avete ancora convinto del tutto. Siete sicuri di essere completamente imparziali?
Accettiamo la sfida. Clicca qui: è una ricerca su Telecom Italia fatta su BlogNation. Verifica tu stesso se abbiamo nascosto post critici."
Nel momento in cui questo post va in pubblicazione, cliccando su "clicca qui" si arriva a una pagina nella quale ci sono zero post. Come dire: si sono presi il rischio e hanno fatto la loro figura. Troppo corretto... "Nessuno è perfetto" direbbe BlogNation
Il blog di YouTube ha festeggiato. E Giovanni ha raccolto un po' di video famosissimi... E Dario nota che è più giovane di Facebook...
Ecco i dati:
"Using a snapshot of Web traffic from December, Compete's director of online media and search, Jessica Ong, found that 15 percent of traffic to major Web portals like Yahoo, MSN and AOL came from Facebook and MySpace. The lion's share of that traffic, 13 percent came from Facebook. Google, which has profited handsomely from directing Web surfers to their destinations during the past decade, was third with 7 percent, just behind e-commerce site eBay, which had 7.61 percent. MySpace was fourth with just under 2 percent."
| Alcuni libri che ho in mano | Impressioni mentre leggo |
David Weinberger Elogio del disordine Bur Emanuel Rosen Passaparola Il Sole 24 Ore | L'ordine del mondo fisico imponeva alla realtà una struttura limitata, che il mondo digitale ha riformato. Il medium della nuova epoca è fatto dalle persone che si esprimono e si connettono. Anche il marketing impara a tenerne conto. |
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)
Pagina aNobii (social network sui libri)
In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
È particolarmente intricato il ragionamento retrostante. Anche perché nel pollaio vincono i galli e non quelli che vogliono approfondire: vince la neolingua e non la ricerca dell'informazione. Quindi i neolinguisti dovrebbero privilegiare i pollai, non chiuderli. Se lo fanno è però perché sono più avanti e stanno già scrivendo la nuova sceneggiatura: per far credere che in Italia c'è finalmente ordine e pace. E in questa nuova sceneggiatura dell'informazione-fiction, i pollai vanno chiusi perché rischiano di diventare veri programmi di approfondimento.
Tutti cercano di tenere la palla in questa partita. Costellata di invasioni di campo, cambiamenti delle regole, obiettivi nascosti che emergono solo dopo un po'.
Sembra ci sia un po' di confusione strategica. Ma il fatto è che le categorie tecnologiche di cui stiamo parlando non sono stabili, i loro confini sono in continuo movimento, l'uso di una soluzione si espande naturalmente al valore d'uso di un'altra: search, microblogging, social networking, posta elettronica, sconfinano nei rispettivi territori. L'effetto-rete parte più forte quando è chiara la tecnologia che si sta usando e il suo valore d'uso, non quando ci sono troppe alternative tecnologiche in gioco.
Ma fa pensare anche la diffusa pratica di creare strumentalmente interpretazoini banalizzanti sul mondo internettaro. Tipo la concezione dei "nativi digitali" come categoria culturale indipendente dall'insieme delle relazioni sociali che le persone di ogni età vivono, qualunque sia il medium che usano. La facilità di generazione di slogan e la degenerazione "edeologica" che essi determinano sono causa di distrazione e distruzione.
La storia di Federica segnala una tendenza ormai da tempo avvertita. E' finita l'epoca della contrapposizione tra blog e giornali. Non solo perché i giornali hanno imparato ad aprire i loro blog e ad ascoltarne la voce. Ma anche - e questa è la novità segnalata da Federica - perché i giornalisti come persone possono trovare nei blog un'opportunità di espressione che la loro professione (come molte altre professioni) non offre. Non a tutti. Non a tutti quelli che vorrebbero esprimersi.
La separazione tra blog e giornali resta, ma non è più tecnica. E' umana. Chi fa sia l'uno che l'altro può sentirsi tagliato in due, visto che in entrambe le situazioni scrive, ma in un caso per esprimersi e connettersi, nell'altro caso per sviluppare una linea editoriale. Sicché la stessa distanza tra blogger e giornalisti si sta trasformando: non è tanto nelle tecnologie e non è certamente nelle capacità personali. E' nel progetto che le persone perseguono.
E' un caso del problema irrisolto della relazione tra progetti individuali e progetti collettivi che si manifesta in molteplici occasioni nell'ambito intellettuale. Quando c'è un progetto comune forte, le individualità sono compresse; quando c'è soltanto una giustapposizione di progetti individuali senza obiettivi in comune si sviluppa un rumore generale poco comprensibile.
E' la differenza tra Wikipedia e Facebook: la prima è un progetto intellettuale comune forte (con la metafora dell'enciclopedia) nel quale in generale le singole persone non emergono; il secondo è uno spazio di espressione di progetti intellettuali individuali che in comune non hanno un progetto ma una piattaforma. I due modelli hanno avuto enorme successo. Ma entrambi di confrontano con il problema di come si possa migliorare la qualità del risultato intellettuale del progetto. In questo problema, come sempre su internet, c'è un'opportunità: per chi la saprà definire e sviluppare. Proponendo un nuovo contributo alla rete.
| Alcuni libri che ho in mano | Impressioni mentre leggo |
Jürgen Habermas Storia e critica dell'opinione pubblica Laterza Paolo Iabichino Invertising Guerini | L'idea di "pubblico" è tanto importante quanto intrinsecamente ambigua: leggere o rileggere Habermas fa bene. L'advertising, la pubblicità, cambia direzione, si inverte, perché il pubblico non è più target ma attivo protagonista della conversazione. |
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)
Pagina aNobii (social network sui libri)
In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
Intanto, commenti su: iPad, Blogopalla, Numeri dei video, Customer service, multitasking.
Ma che cosa manca alla politica per poter agire? Non il potere, in apparenza. Ma l'idea di come usarlo.
La lobby iperfinanziaria è capace di pagare i politici, suggerire opinioni, creare un contesto favorevole a certe opinioni, impaurire i contrari, far apparire "fuori dal mondo" e "non concrete" le idee divese. Negli ultimi trent'anni si è trovata a cavalcare una traformazione coerente con i suoi interessi (privatizzazioni, liberalizzazioni, globalizzazione, mercatismo, consumismo). Il suo modello non è sostenibile e moltissimi se ne rendono conto: ma nessuno vede e racconta come si può sostituire quel modello con uno migliore.
Perché non si vince questa battaglia se non dal punto di vista culturale. E la cultura non cambia solo esprimendo opinioni. Si cambia anche creando un contesto che dimostri che le opinioni innovative sono concrete, e sostenute concretamente dall'organizzazione della società e dell'economia. I media sociali sono adatti alla bisogna proprio perché costruiscono un sistema per comunicare che costruisce contemporaneamente un contesto ben più che mentale. In questo c'è probabilmente una delle radici della loro contemporaneità.
Interessante che l'applicazione contenente i discorsi del Duce sia stata rimossa non per motivi di opportunità politica ma per motivi legati a una possibile violazione di copyright. (Questo è molto americano: per gli americani, in nome della libertà di espressione, si possono anche vendere materiali filonazisti online, cosa vietata invece in Francia, come ci ricordiamo dal caso Yahoo! di qualche anno fa).
Se c'è una cosa di cui gli editori possono stare tranquilli è che la Apple è attenta al copyright.
Come diceva Gian Arturo Ferrari, a Segrate non hanno fretta.
(Anche perché è sempre vivo il problema della pirateria, fa notare Giornalisticamente...).
Diesel's "be stupid" campaign is evolving. It was about the difference between "brains" and "balls", which was not at all new (just like the less than shocking difference between "head" and "heart"). Now it is about a much more interesting difference between the "plans" of the smart and the "stories" of the stupid. And it is going towards a more subtile: "smart may have the answers, but stupid has all the interesting questions". Racked sort of likes it.
If they improve the message that's fine, of course. But let's face it: in a stupid context, stupid is an easy bet to be a trend setter, while the value of flexible and open brains could be a much more likely innovation.
Diesel's competition should not worry, then. And let them be stupid.
Un poco di link, presi da Techmeme... A partire da:
Apple Event to Focus on Reinventing Content, Not Tablets
Engadget, Gizmodo, Silicon Alley Insider, IT PRO - Today, AppleInsider, Digits, Shelly Palmer, The Toybox, Electronista, Electricpig.co.uk, SlashGear, CNET News, Gizmodo Australia, CNET News, Gizmodo, PC World, Boy Genius Report, Tech Central, Digital Daily, Electronista, TUAW, dot.Maggie, Silicon Alley Insider, The Register, Zatz Not Funny!, BBC, VentureBeat, CrunchGear, Crave, Pocket-lint, Ars Technica, DailyFinance, SFGate, Seeking Alpha, Redmond Pie, Electricpig.co.uk, BetaNews, Mashable!, Phone Arena, Between the Lines, Appletell, Gearlog, IntoMobile, L.A. Times Tech Blog, App Advice, DailyTech, Engadget, The Next Web, Digital Trends, AppleInsider, Hardware 2.0, TeleRead, 9 to 5 Mac, Podcasting News, Gizmodo Australia, Gawker, Daring Fireball, DisplayBlog, jkOnTheRun, PMP Today, Webomatica, EverythingiCafe, Gadget Lab, GottaBeMobile.com, The iPhone Blog
Mercury News, Scobleizer, Podcasting News, Engadget, Gadget Lab, Appolicious Advisor, Colin's Corner, Silicon Alley Insider, Loading Bars and All Shook Down
- 126 million - The number of blogs on the Internet (as tracked by BlogPulse).
- 84% - Percent of social network sites with more women than men.
- 27.3 million - Number of tweets on Twitter per day (November, 2009)
- 57% - Percentage of Twitter's user base located in the United States.
- 4.25 million - People following @aplusk (Ashton Kutcher, Twitter's most followed user).
- 350 million - People on Facebook.
- 50% - Percentage of Facebook users that log in every day.
- 500,000 - The number of active Facebook applications.
Update: sul Sole di oggi si legge peraltro che la Cina vanta da sola 180 milioni di blog su 384 milioni di utenti internet a fine 2009.
La competizione, che una volta era sulle tecnologie, ora è sugli ecosistemi. E sembrerebbe che i più importanti attualmente siano proprio Google, Apple, Amazon. Un po' distanziata, in termini di velocità innovativa, la Microsoft.
Le funzioni sono relativamente chiare:
1. La piattaforma è un sistema tecnologico che consente di pubblicare, trasmettere, far pagare, raccogliere pubblicità, personalizzare, cercare... ecc ecc... Una sorta di mix di connessione, hardware, sofware, organizzazione e offerta commerciale.
2. L'autore è chi crea l'opera e dunque ha originariamente il diritto d'autore
3. L'editore è chi acquista i diritti degli autori e li rivende (direttamente al pubblico o indirettamente alla pubblicità), pagando la piattaforma e gli autori.
Dimentico qualcosa?
Le piattaforme si trasformano nel senso di facilitare tutte le operazioni. Quella più evidente con il web 2.0 è la facilitazione della pubblicazione, ma ce ne sono molte altre meno evidenti. Con la grande facilitazione alla pubblicazione offerta dalle nuove piattaforme, gli autori si sono moltiplicati e hanno spesso trovato il modo di interagire direttamente con il pubblico saltando gli editori tradizionali. Le piattaforme si sono appropriate della funzione di monetizzazione pubblicitaria (e in qualche caso anche la vendita di contenuti). In quel momento sono diventate editori? Secondo la definizione riportata sopra: no, se lasciano agli autori la piena disponibilità del loro diritto d'autore facendo solo da marketplace; sì, se acquistano il diritto d'autore e lo rivendono. Quando diventano editori hanno le responsabilità degli editori. Quando sono piattaforme vale la regola del commercio elettronico. Imho.
Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.
Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).
Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.
Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.
Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.
Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.
La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.
(Domani su Nòva un pezzo in materia).
Ai precedenti interventi se ne sono aggiunti altri: Destralab, Tre scogli, Giornalaio. Ed ecco i precedenti: Guido Vetere, CronacheSospese, Giornalisticamente, PDObama, e i già segnalati Maremma, Mantellini, Scene digitali, Pd Vedano Olona, BlogNotes, Tre scogli, Omniaficta, LostSpace, Spazio della politica, Ideas Repository, Vittorio Pasteris, Luca Massaro. Gigi, WebNotes. GardaLine, Webeconoscenza, Antonio Larizza. Quinta.
Rampini peraltro tenta di aggiungere una sottolineatura sul concetto di ideologia. Presentando l'ideologia dell'"internet 2.0" come l'autoproclamata "espressione più avanzata del potere delle masse". Il che è abbastanza fuorviante, posto che è proprio l'idea di "massa" che appare vagamente estranea al web. Di ideologia e critica del fondamentalismo digitale si può ovviamente parlare: ma pensandola con parole come "massa" si rischia di perdere di vista la specificità dell'argomento. Ed è invece sottolineando la parola chiave, "persona", che si avvia la discussione in modo da liberarsi delle incrostazioni - e delle manipolazioni - ideologiche. Imho.
Da un lato sottolinea, giustamente, come il percorso di produzione culturale in rete debba recuperare un rapporto con i tempi della ricerca e dell'educazione, perché la straordinaria velocità del web si può equivocare in immediatezza. Dall'altro lato si preoccupa di attendibilità di Wikipedia e di digitalizzazione dei documenti storici con parole che sembrano indicare che il suo pensiero sottovaluti un dato di fatto che invece apparirebbe chiarissimo: internet si aggiunge alle altre occasioni di informare e trasmettere documenti, non si sostituisce. In questo senso, sembra più probabile che si traduca più in un arricchimento che in un appiattimento. Imho.
Anche discutendo di conversazione e verità, quello che conta è ancora favorire la forza pacifica della voce umana nei confronti dei meccanismi automatici che ne prendono il posto (che oggi sappiamo non sono solo quelli del marketing; c'è anche la finanza, per esempio... oppure la violenza).
Questo ha fatto emergere temi ricchissimi per l'economia della conoscenza, come autorità, reputazione, connessione...
Certo, non si può fare a meno di vedere la complessità. La reputazione e le pratiche di distrazione sono collegate, per esempio. Come non vedere quante volte nelle "conversazioni competitive" (una locuzione discutibile naturalmente) si sviluppa una pratica del tipo: "io" dico "A", "tu" rispondi che "io" non può dire A perché non ha la qualificazione per farlo (ha un conflitto di interesse, è incoerente con quella volta che ha detto "B", è amico di uno che ha detto "B"...). Quante volte invece di stare sul punto si vede che i "conversatori competitivi" cambiano discorso e attaccano la persona intaccando la sua reputazione per screditare anche il valore delle sue affermazioni... Il metodo della conversazione è un tema di riflessione per sviluppare conclusioni interessanti.
naturalmente a causa della fretta...
I giornali di qualità. Nel sottotesto del dibattito sul futuro dell'informazione, gli editori si richiamano costantemente alla locuzione "giornali di qualità". Il che avviene nel contesto di una valanga di perplessità (vedi il dibattito su www.veri.ta) relative a come si difende la qualità dell'informazione in rete dale pratiche del vandalismo, dell'estremismo, dell'integralismo. Ma del resto, visto da un altro punto di vista, tutto questo non è lontano dalla più generale questione del minestrone culturale che emerge - non solo in rete ma nel complesso del sistema dei media - dal fuoco incrociato della strategia della disattenzione e del disinvestimento nelle istituzioni educative, universitarie, museali a favore di nuovi modelli culturali televisivi e finanziari.
L'occasione di discuterne, ieri, con Nicholas Negroponte era ghiotta. Proprio nella città del papa, acerrimo avversario del "relativismo". E proprio insieme agli amici di Wired Italia, sempre ispirati dal direttore di Wired Chris Anderson, autore della coda lunga: ad Anderson avevo chiesto come emergerebbe nella coda lunga il valore della "qualità artistica universale" che una volta si poteva riconoscere in un Beethoven. Lui aveva risposto immaginando che Beethoven avrebbe cominciato suonando in un piano bar, sarebbe stato apprezzato da tutti, avrebbe raggiunto una grande notorietà con delle registrazioni su MySpace, avrebbe finito col pubblicare qualche disco e sarebbe diventato ricco con i concerti. In sostanza Anderson rispondeva parlando della costruzione della notorietà e dell'apprezzamento di qualunque autore, negando l'esistenza stessa di una nozione come "qualità artistica universale". Ovviamente.
In generale, in un ambiente come la rete emerge l'apprezzamento per un autore o per un'idea attraverso un movimento che aggrega consenso e attenzione, dibattito e conversazione, stabilendo scale di priorità mai stabili ma piuttosto in continuo movimento. E questo avviene in base a preferenze, a comportamenti e a connessioni, che prendono vita attraverso le segnalazioni e i link, e che dimostrano l'esistenza di sistemi di valutazione impliciti nelle menti dei partecipanti alla rete. Ma tutto questo non chiarisce come si formino quei sistemi di valutazione della qualità.
In assenza di una discussione sul modo in cui si formano i sistemi di valutazione, non abbiamo neppure una discussione su come migliorare la qualità. E tanto meno riusciamo a mettere in questione la nozione di "giornali di qualità".
La valutazione che avveniva nel mondo gerarchico, prima del successo della rete, era basata sulle istituzioni riconosciute dal tempo come fonte di qualità culturale: musei, università, editori... La rete ha aperto il gioco. Ora l'aggregazione di consenso attorno alla qualità riconosciuta nelle conoscenze e nei contenuti informativi dipende dai movimenti dei partecipanti alla rete. Un po' come avviene nell'arte moderna: ci sono esperti e critici, artisti e curatori, ma in realtà fanno tutti parte di una sorta di rete, cioè si muovono partecipando alle dinamiche del mercato dell'arte dal quale sembra sembra emergere l'aggregazione del consenso sulla valutazione della qualità artistica (tanto che sempre più spesso si presenta come una specie di citerio oggettivo della valutazione della qualità artistica). Questo, in rete, vale per ogni idea e ogni opera. Ma è un processo vagamente autoreferenziale, modaiolo, instabile.
"Probabilmente è proprio così che deve essere" ha risposto sulle prime Negroponte. Non c'è modo di stabilire che un criterio di valutazione sia migliore di un altro. In un mondo globalizzato tutti i punti di vista hanno uguale valore. Già, ma come si formano tutti i punti di vista? La cultura di un bostoniano non è quella di un italiano o di un cinese, tutte hanno diritto a uguale rispetto, ma vengono da qualche parte.
Da dove?
In assenza di una discussione su questo, vale il consenso che si ottiene e di mantiene lì per lì. La qualità diventa quello che i più bravi a costruire consenso riescono a far credere che sia in ogni momento. Si apre la strada a una sorta di populismo inflessibile. E quando sono in molti a essere bravi manipolatori, si finisce per distruggere ogni consenso. Con gravi problemi a tutte le attività che richiedono coordinamento per progetti di lunga durata: come la pace, la convivenza civile, la salvaguardia dell'ambiente, la valorizzazione dei beni culturali, l'identità, i diritti umani... Insomma, ci si muove in stormi la cui forma emerge dalla complessità ma non si sa bene come decidere dove lo stormo vuole andare.
Non si torna indietro alla gerarchia. La rete è un enorme opportunità per includere nella costruzione del consenso l'attivia partecipazione di chiunque abbia qualcosa di intelligente da condividere. La gerarchia blocca l'intelligenza se questa mette in discussione il suo scopo. La rete mette in discussione ogni privilegio acquisito. E dunque impone che ciascuna posizione sia definita dalla sua capacità di mettersi al servizio dell'ecosistema...
Probabilmente, si riparte dalle culture, dalle antropologie, dice Negroponte. "Io mi comporto come un bostoniano perché sono crescuto in quella cultura". Quindi c'è un sistema di autorità che trasferisce cultura e l'educazione diventa il centro di ogni altra questione.
Nel distruggere i privilegi inutili, la rete rischia di mettere in difficoltà anche le istituzioni educative? "La cosa più vicina che abbiamo a un'istituzione oggi è Google". Oppure, Wikipedia. E' dalle regole e dai metodi educativi impliciti in queste istituzioni - in queste piattaforme - che si può leggere il modo in cui emergeranno le nuove culture? E' anche da riflessioni come queste che può venire fuori l'idea di una nuova "istituzione-piattaforma" pensata per la sua utilità al servizio della rete e consapevole dei suoi effetti "educativi"?
Un post troppo lungo non finirebbe mai. Meglio finirlo con una domanda. O no?
E' vivo e appassionante dibattito partito dal pezzo di Gianni Riotta (direttore del giornale per cui lavoro) sulla qualità dell'informazione in rete. Ho lanciato un piccolo contributo a mia volta, sostenendo che la rete ha una caratteristica strutturale importante: critici ed entusiasti hanno tutti la possibilità di parlare e soprattutto hanno sempre qualcosa da fare. All'insegna dello slogan: "Non chiedetevi che cosa può fare il web per voi: chiedetevi che cosa voi potete fare per il web e avrete la risposta anche alla prima domanda".
Ora però sarebbe il caso di andare avanti con il raginamento: che cosa si può fare?
Il world wide web, la ragnatela grande come il mondo aveva questo nome prima che fosse veramente globale. E per questo si potevano proiettare sul suo futuro le utopie, di libertà civile e ribellione non violenta, che la centralità dei media tradizionali aveva costretto a vivere nei cieli suburbani, nelle cantine dei geek e nei laboratori delle università. La nuova economia di Kevin Kelly e l'intelligenza collettiva di Pierre Lévy, la democrazia emergente di Joi Ito e il beni comuni della creatività di Lawrence Lessig, la convergenza digitale di Nicholas Negroponte e il computer invisibile di Don Norman. E poiché è sempre vero che tra le aspettative e le realizzazioni ci sono sempre distanze incolmabili, le visioni, le utopie, i sogni e i progetti si mescolano nella meravigliosa complessità dell'evoluzione della specie umana.
Di quali aspettative stiamo parlando? Un mondo che si sappia raccontare con la voce dei suoi abitanti, non solo con quella dei suoi potenti. Nelle università, da dove per prima la rete si è popolata, i ricercatori facevano giusto l'esperienza di questo genere di medium. Perché non poteva allargarsi al pianeta? Mercati e democrazie nei quali consumatori e cittadini abbiano la possibilità di conversare alla pari con le corporation e i partiti. Comunità che si autoregolano per portare all'attenzione della società aspetti della realtà che le televisioni dimenticavano. Saperi non più chiusi nelle biblioteche degli scienziati ma diffusi a tutti. Era troppo bello per essere semplice. Quando Bill Clinton si lasciò scappare la sua preoccupazione per il fatto che su internet circolavano le istruzioni per costruire le bombe, non insistette. E quando Barak Obama ammise di essere arcistufo delle critiche alle volte gratuite che gli piovevano dal mondo dei blog non affondò il colpo. Perché non ha senso uccidere la speranza che è costituzionalmente parte della rete: perché niente impedisce ai critici e agli entusiasti che hanno un progetto per migliorare la situazione, di provare a realizzarlo.
Se ci domandiamo perché la società ha riposto tante speranze nella rete - e non soltanto perché queste speranze rischino a ogni passo di essere tradite - possiamo approfondire da due punti di vista:
1. che cosa c'è nei mezzi di comunicazione e negli ambienti della convivenza tradizionali di tanto limitante da spingere un miliardo e mezzo di persone nel mondo ad adottare la rete come strumento per comunicare e centinaia di milioni di persone a vederla come mezzo per realizzare progetti e iniziative?
2. tra i progetti emergenti e le opportunità che si vedono in giro, c'è evidentemente un grande filone di sviluppo nel mondo dei servizi che possono favorire uno sviluppo equilibrato e non violento dell'utilizzo della rete e della produzione intelligente di informazione. Che fare?
E' innegabile che a quarant'anni dalla prima rete delle reti universitarie e a vent'anni dai primi passi della rivoluzione interettiana, lo spirito delle minoranze visionarie si è mescolato in un grande ecosistema complesso nel quale ci sono purtroppo anche le pratiche dei leaderismi populisti e quelle dei gruppi violenti. Il pubblico attivo che ha popolato il web divenuto mondiale si trova a vivere un clic accanto al pubblico cattivo.
Ma è tremendamente sbagliato pensare che questa vasta popolazione sia definibile in quanto internettiana: in realtà, il centro del problema è piuttosto il potere complesso del sistema dei media-minestrone, nei quali resta regina la televisione commeciale che funziona essenzialmente in base agli incentivi dell'audience purchessia. In questo quadro mediatico complesso, la rete è stata adottata massicciamente anche perché ha rimesso in equilibrio la relazione tra chi produce e chi fruisce, allargando le possibilità di produrre, esprimersi, connettersi. Ma la sorgente della qualità, della profondità, dell'intelligenza dei saperi e delle informazioni, che si scambiano sui media viene dalla vita, dalla cultura, dalla società nel suo complesso. La rete è e resta un abilitatore fortissimo di tutto questo. Ma si può fare meglio. Come favorirla?
Il senso di uno strumento tecnologico come il web è nell'interpretazione di chi lo usa. E il medium è fatto dalle persone che lo usano. Ma le regole implicite nelle piattaforme, nelle loro interfacce, nei sistemi incentivanti che contengono, hanno influenza sul risultato. Il principio è che un ecosistema equilibrato dell'informazione vive nell'infodiversità, non è pensabile programmare sintesi vincenti (non si può obbligare un'epoca ad essere illuminista o romantica o utopista) ma è pensabile che il metodo della collaborazione civile e non violenta prevalga sul metodo della disattenzione e del casino. Sarebbe bello lavorare su queste intuizioni, che per ora purtroppo sono solo intuizioni.
-------------------------------------------------------------------------
Non so come lo comincerò, ma so come lo finirò:
Non chiedetevi che cosa può fare il web per voi. Chiedetevi che cosa voi potete fare per il web e avrete la risposta anche alla prima domanda.
In materia ci sono state molte recenti discussioni, motivate dalle decisioni di Facebook:
Tra poco più di un mese scadono i termini per partecipare alla design challenge lanciata da Mozilla che parte da una domanda: "The Home Tab -- What are some interesting uses of a Firefox-hosted start page?"
Bel pezzo di Gino Tocchetti sul dibattito relativo alla qualità delle relazioni online. Sulla cura da dedicare all'uso delle tecnologie sociali. E sulla fine della separazione - mai convincente - tra reale e virtuale.
Preoccupazioni sul modo di pensare alla rete da parte di governi e poteri vari. Enzo, Semioblog, Gianluca. Riprese e notizie sul contesto del sistema mediatico: Aza, Bigout, Orientalia, Librishop, Dario.
Il tema più affascinante, però, è capire come potranno emergere servizi e luoghi di conversazione che valorizzino chi rispetta gli altri e sceglie di discutere in modo civile.
Un progetto come Wikipedia, che non è certo privo di problemi, ha comunque saputo creare un contesto che incentiva la collaborazione costruttiva rispetto al vandalismo. È possibile, probabilmente, generalizzare alcune caratteristiche di Wikipedia nel design dei nuovi servizi di condivisione delle informazioni e discussione delle conoscenze. Quali sono quelle caratteristiche?
Ipotesi: un grande progetto comune, non profit e orientato al bene di tutti; una limitata sottolineatura dell'individualità di chi contribuisce che non innesca una gara degli ego; una buona struttura di manutenzione prevalentemente volontaria ma molto impegnata.
Non è detto che queste siano caratteristiche generalizzabili. E certamente non garantiscono neppure Wikipedia dall'emergere di problemi. Ma possono costituire un elemento di riflessione visto che in effetti sono connesse a un successo inequivocabile per una rete attenta alla civiltà delle relazioni.
Abstract: "Traditional discourses of the relationship between media producers and consumers have been challenged as of late in post-industrialized countries. The blurring of established consumer/producer identities due to changes in the mediascape, forecasted for decades, has changed how both academics and media professionals characterize the role of people in media engagings. The initial conceptualization of "audience-as-commodity" was challenged by increased recognition of the audience as active consumers, or "audience-as-agent". Recently this recognition has led to the Hollywood media industry's cooptation of these consumers, conceptualizing the people who engage with their media products as a combination of the previous two, or "audience-as-pusher". This paper is an account of this discourse swing through the description of case studies that demonstrate the utilization of interactive marketing schemes to co-opt pre-existent and emergent audience activity(s). The emergent conceptualization and its relationship with previous ones present academics with challenges and opportunities for theorizing and studying the relationships between the media industry and the people in their everyday lives."
Bella lezione di Dan Gillmor segnalata a modo suo da Graziano.
Altre segnalazioni: dalla pseudopolitica (tato, scacciamennule, corrado), alla politica straniera della ricerca (alfonso, asa) e alle letture dei lettori (vitadiunio, loriscosta, lsdi).

"Italy was worldwide ranked 8th in physical sales, 10th in digital sales and 8th in performance rights income in 2007. In the same year, the total industry trade revenue of the Italian music market was €266M. This turnover was generated by physical sales for 87%, digital sales for 7%, and performance rights exploitation for 6%. Physical sales decreased by 30% from 2005 to 2007. Conversely, digital music sales rose by 51,2% in 2006 and rather stabilised in 2007, but still represent a small percentage (in 2007, they accounted for 7,2% of total recorded music sales). This means that the digital music market cannot be seen as a mature market yet."
Mentre i rumors annunciano nella loro imperterrita, cinica ingenuità che arriverà presto un tablet fatto come un grande iPhone, leggero e comodo, con uno schermo adatto alla lettura, si pensa a quali forme potrebbero avere i magazine digitali. Ecco un prototipo di rivista che si potrebbe "sfogliare" su un tablet del genere (fatto con Berg):
Si tratta
Ma ora c'è Pope2you. E non teme nulla. (Neppure il sorriso benevolo che a qualcuno può sfuggire di fronte alla scelta di un nome vagamente fashion).
Ormai, si direbbe che internet non sia più pensata necessariamente come una distruttrice di filiali bancarie, di negozi di alimentari, di parrocchie. E' considerata piuttosto come un'integratrice, non necessariamente una disintermediatrice. E' vista come un sistema per scoprire relazioni nuove con network sociali che comunque non frequentano i luoghi fisici tradizionali. Ma è vero? Eppure in certi settori (tipo i biglietti aerei e la musica) ha cambiato le cose in modo molto profondo. Perché in certi settori internet è stata più rivoluzionaria che in altri? C'è una regola?
Per brevità, non commentiamo. Se non per dire che questa è una battaglia per lo standard che si vince in base al numero di url abbreviate con una particolare tecnologia. Chi abbrevia, sa connettere un utente a un'informazione che ha voluto condividere. Un sacco di dati in più per chi studia i comportamenti e le preferenze. Non è difficile immaginare che Google e Facebook raggiungeranno presto numeri considerevoli. Bit.ly è per ora il più usato su Twitter.
Non è per niente detto che quello che ha cancellato sia davvero sparito. Imho.
Ultimamente ti vedo meno fumoso e più concreto nei tuoi interventi :-p
Penso che tu abbia toccato tutti i nodi della questione. IMHO Il modo superficiale e quasi ingenuo in cui Schmidt affronta il problema mi fa dubitare della sua buona fede, o meglio, invece di esprimere un concetto condivisibile socialmente da tutte le parti in causa, la sua opinione è totalmente di parte.
Tra i vari aspetti quello che mi preoccupa di più per quanto riguarda google è la questione economica.
Google ricava gran parte del suo potere economico dal trattamento dei dati personali dei suoi utenti diretti e indiretti. Io, amministrando i miei dati, al massimo ne ricavo una traquillità sociale.
Questo è il vero squilibrio: Con la rete come la conosciamo oggi e la posizione attuale di Google, se tutti sapessero tutto di tutti accadrebbe l'esatto opposto dell'utopia della perfetta informazione e Google avrebbe un potere economico tendente ad infinito.
Un simpaticone, sto Schmidt :-)
Piu che di privacy forse dovremmo anche parlare di un concetto che fino a poco tempo fa era anche considerato valoriale, il concetto di riservatezza e di dignità. Spiattellare in rete, oltre alle generalità, i proprio stati d'animo, la propria salute i propri comportamenti, è ormai comunemente accettato come "normale" quasi restasse confinato nel proprio monitor. Quante volte girando per blog si incappa in post di un livello che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato "personale"? tradimenti, inclinazioni sessuali, utilizzo di sextoys, scherzi, youtube e il bullismo in rete. Cosa succede se fra cinque anni un ragazzo che ha fatto una cavolata in terza liceo si troverà di fronte un datore di lavoro che gli nega il posto per quell'episodio?
Credo che l'unica privacy possibile sia l'autoregolamentazione della propria sfera personale, rinunciando magari anche a dei servizi.
E questo indipendentemente da chi li eroga.
@giannac
Giustissimo.
Di conseguenza, come rendere consapevoli le persone? Come insegnare l'autoregolamentazione e quindi lungimiranza?
Apprezzo molto l'articolo e lo condivido in gran parte. Non sono così critico con le affermazioni di Schmidt: se stai facendo qualcosa di cui vergognarti, devi esserne consapevole. A volte la soluzione è semplicemente "non vergognarti". Se Marrazzo fosse stato gay dichiarato come il suo collega governatore della Puglia, il fatto di frequentare travestiti non avrebbe creato grossi problemi. Quindi il problema è diventato tale prima di tutto nella mente di Marrazzo.
D'altra parte è molto giusto osservare che un ideale che può valere per una società ideale, NON vale nella società reale.
In particolare: le regole DEVONO tutelare le parti deboli.
Si è vero ha toccato tutti i nodi , se volete approfondire la seconda parte dell'articolo suggerisco:
"Data protection legislation: What is at stake for our society and democracy?"
sinceramente non ne ho la più pallida idea. In verità bisogna anche dire che molti dei dati che si ritrovano in rete soprattutto riguardo alla sfera sessuale sono mere aspettative , della serie "ti garberebbe".
Ho visto campagne di comunicazione piuttosto efficaci fatte in altri paesi. Qui siamo anni luce lontani, siamo ancora a Topo Gigio.
In una un ragazzo videochatta con il busto di una ragazzina chiedendole di fargli vedere le tette, poi scende a colazione e scopre che la ragazzina è sua sorella, riconoscendola dalla maglietta...credo sarà una delle battaglie future, riinsegnare ai giovani e meno giovani un po di riservatezza...la vedo dura, non siamo ancora riusciti a farli smettere di bere e schiantarsi contro i platani...
purtroppo questa idea (una società trasparente senza privacy) si sta facendo strada da un pò di tempo; moltissime persone, ad esempio, usano internet senza nessun rispetto per la privacy degli altri. Quante foto vengono postate senza chiedere il consenso di chi è raffigurato?
Da Facebook:




- la fretta con cui le persone in generale agiscono sul web, accentuata in FB da un certo senso di colpa per la sensazione di perdere tempo;
- la difficoltà, tipica di FB, di percepire la differenza tra spazio pubblico e spazio privato della propria ristretta cerchia di amici (la quale comporta anche che gli utenti non si rendano conto che le proprie foto diventano di proprietà di FB, se publbicate qui).





E' la vittoria delle major? Forse è soprattutto la vittoria dello streaming. E dello scambio di link sui social network.
Oltre ad alcuni dati positivi, EFF segnala due aspetti importanti:
1. Come si diceva anche qui, la nuova politica sulla privacy incoraggia in molti modi - sottili e meno sottili - a pubblicare spontaneamente e autenticamente i fatti propri, promettendo un altissimo livello di privacy. Questo serve al business di Facebook (che è fondamentalmente basato sulla conoscenza capillare dei comportamenti e dei giudizi degli utenti). Ma abbassare il livello di attenzione su ciò che si vuole pubblicare di se e su ciò che si vuole mantenere riservato può condurre le persone a rischiare troppo.
2. L'introduzione improvvisa di una dimensione delle informazioni personali priva di privacy, "publicly available", riguarda anche la lista degli amici e altre informazioni che prima si potevamo mantenere riservate agli amici. E' una scelta che Facebook difende. Ma che non è priva di rischi.
3. Le applicazioni hanno troppa libertà di entrare nei profili delle persone, anche nei loro scaffali più riservati, secondo EFF.
Insomma, la nuova privacy di Facebook potrebbe rendere le persone meno consapevoli del problema della riservatezza dando l'impressione di maggiore controllo, indurle a pubblicare più spontaneamente e avventatamente, aprire varchi importanti nella privacy stessa.
Si sa: la privacy interessa le persone, ma sono le persone stesse a dimenticarsi di questo interesse molto spesso. Se fosse una scelta consapevole, quella di condividere tutto di sé, potrebbe andar bene. Ma il fatto è che quando si condivide qualcosa di sé che riguarda anche altri, di fatto si intacca la privacy altrui senza che questi ne siano consapevoli. E in ogni caso, a essere interessati ai fatti degli altri possono essere tipi di persone molto diversi e imprevedibili.
Sembra una garanzia in più. E lo è probabilmente. Per quanto riguarda la privacy dei singoli elementi di informazione che vengono pubblicati dagli utenti nei confronti delle curiosità degli altri utenti. Ma paradossalmente è anche un incoraggiamento a osare di più.
Il cambiamento annunciato infatti dovrebbe consentire alle persone di pubblicare con meno patemi quello che vogliono, contando sul fatto che sarà visto solo da chi loro intendono lo veda. Dunque, di fatto, incoraggerà a usare Facebook per cose anche più personali.
Chi è consapevole della scarsa privacy che c'è su Facebook, tende a pubblicare in modo molto asettico e soltanto cose che possono essere pubbliche. Se invece si fosse davvero convinti che la privacy sarà mantenuta su quello che appare più personale, si potrebbe scrivere con maggiore spontaneità.
E' proprio la spontaneità che interessa chi fa ricerche di mercato su Facebook. Il nuovo sistema non consentirà certo a chiunque di vedere qualunque cosa, ma aumenterà l'informazione che i robot di Facebook potranno utilizzare per fare analisi sui comportamenti, i valori e i cambiamenti culturali che avvengono tra le persone del social network.
Più controllo della privacy vuol dire in sostanza più informazioni utilizzabili per il business di Facebook.