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Groupon registra perdite inattese nel trimestre trascorso e si scusa dicendo che ha dovuto pagare più tasse del previsto all'estero, dove si sta espandendo velocemente (Bloomberg). In effetti, le tasse sono un costo tutt'altro che inatteso, anche se gli analisti non se lo aspettavano. Il capo di Groupon, Andrew Mason, è noto per mettere in giro voci strambe sulla sua vita (Inc.). Probabilmente, la stanchezza dei consumatori e le loro difficoltà economiche possono essere considerate una possibile causa delle difficoltà di Groupon.

Al di là di queste difficoltà, la strada aperta da Groupon appare piuttosto grande. Altri ci si stanno avviando, compresi Google e Facebook. E intorno a questi fenomeni, come conseguenza indiretta, anche una parte del sistema della pubblicità online potrebbe ulteriormente cambiare. Potrebbe persino evolvere in modo da generare maggiore valore aggiunto per gli editori e i proprietari di siti molto visitati.
Tal Givoly sembra uno hacker che ha rivolto la sua attenzione a dimostrare che le tecnologie a difesa della privacy, su Facebook e Amazon, sono attaccabili. E riesce a dimostrarlo.

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In pratica fa vedere che se uno pubblica qualcosa in rete lo si può trovare perché quel contenuto ha un indirizzo e se qualcuno lo trova e lo linka quel contenuto diventa pubblico. E questo avviene anche se chi ha pubblicato - per esempio una foto come quella qui sopra - era intenzionato a farla vedere solo agli amici. Il post dimostra due errori nel sistema di protezione della privacy su Facebook e Amazon.

Conseguenza: poiché le probabilità che il contenuto che doveva restare privato venga trovato e reso pubblico sono poche, ma non nulle, significa che le forme di tutela della privacy in rete garantite da piattaforme come Facebook e Amazon sono probabilistiche, non deterministiche.

Comincia il corso: internet e cultura allo Iulm

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Oggi comincia un corso allo Iulm che l'università, nell'affidarmelo, ha deciso di intitolare "Information technology e nuove piattaforme culturali". Spero che possa servire a chi intende non solo prepararsi a "lavorare" nell'economia della cultura, ma  anche immaginare come contribuire a progettare l'innovazione in quell'ambito.

Perché se c'è una scommessa che si può tranquillamente vincere sul futuro dell'economia della cultura è che le tecnologie digitali avranno sempre più imporanza. E per innovare non si potrà fare a meno di sintonizzarsi sul ritmo della loro evoluzione. Il che non si impara se non partecipando e riflettendo sull'esperienza che si ottiene partecipando.

L'economia della cultura, in questo senso, diventa una disciplina sperimentale: nella quale gli osservatori sono anche le cavie...

Oggi bisognerà mettersi d'accordo sulla conoscenza che la classe ha già e vuole sviluppare intorno a questi strumenti digitali. E poi cominciare a discutere due o tre concetti basilari (tipo: l'intelligenza è ai margini, internet è come una bicicletta per il cervello, il modo migliore per prevedere il futuro è costruirlo...). Buon lavoro a tutti.

Intanto, nelle pagine linkate in questo blog nella colonna più a destra, ci sono alcuni appunti forse utili per le lezioni e le letture tra una lezione e l'altra. Sono davvero solo appunti. E ne mancano un bel po':


Pubblicità mobile

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Uno studio dell'Osservatorio Mobile Marketing & Service del Politecnico di Milano:

"Nel 2011 quasi la metà dei 100 top spender italiani in advertising ha sviluppato almeno un'applicazione Mobile. Il Mobile Advertising è cresciuto del 50%, passando da 38 a 56 milioni di euro, pari al 5% del totale mercato ADV su Internet. Entro 2 anni previsto il sorpasso della quota 10%. Spicca, in crescita dell'81%, il settore dell'automotive, che scalza banche-finanza-assicurazioni".
Uno schema pubblicato dal ScienceMediaCentre della Nuova Zelanda mostra che, per quanto riguarda i tre principali gas-serra, le emissioni agricole sono superiori a quelle dell'industria (ma non alla somma di industria e trasporto).

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Facebook vuole il mio numero di telefono

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Da un paio di giorni non entro in Facebook. Quando mi collego appare una pagina intitolata "Completa il controllo di sicurezza". Serve a chiarire che non sono un robot. E che non ho troppi account. "I controlli di sicurezza aiutano a mantenere Facebook un sito affidabile e privo di spam". Bene. E come fanno a mantenere Facebook un sito affidabile e privo di spam?

No. Non eliminano la quantità di messaggi e inviti a fare cose. Naturalmente non eliminano la pubblicità che non è spam. Non eliminano le cavolate. Del resto, quelli sono giudizi soggettivi. Eliminano chi non riesce a passare il test del riconoscimento delle foto. Ti piazzano sotto il naso delle foto prese dall'album degli amici (anche quelle che ritraggono disegni, immagini di fantasia e altro) e ti chiedono di scegliere a chi appartengono tra sei possibili nomi di amici. E questo per cinque volte. Non ti dicono quanti ne devi indovinare. E non ti dicono quanto tempo hai a disposizione. Sta di fatto che se non riesci a passare l'esame resti fuori. A meno che...

A meno che non dai a Facebook il tuo numero di cellulare.

È così facile. Gli dai il numero di cellulare e dimentichi il problema. Tutto torna normale. Salvo che loro adesso hanno il tuo numero di cellulare. Non sarà mica per darlo a qualche inserzionista pubblicitario? Ma no, non credo che sia così. Avete già ricevuto messaggi pubblicitari via sms? A me ne è arrivato uno che segnalava un'offerta "imperdibile" per farmi gli occhiali nuovi: come fanno a sapere che ho gli occhiali? Forse bastava guardare le foto che ci sono liberamente in giro via Google. Forse è un caso. Vabbè. Sta di fatto che Facebook vuole il mio numero di telefono.

Un piccolo sacrificio della privacy personale in cambio di un grande servizio di connessione con gli altri. È uno scambio conveniente?

Facebook è nel business della conoscenza dei fatti miei e nostri allo scopo di creare il grafo sociale mondiale. La costruzione culturale finale cui sembra tendere è la riproduzione delle relazioni delle persone in modo da servirne tutte le esigenze di comunicazione. Per questo occorre eliminare i doppioni e i falsi account. Il telefono non serve tanto per vendere il contatto, credo, quanto per togliere il rumore dal grafo sociale mondiale che Facebook sta costruendo. A che scopo? Personalizzazione, pubblicità, filter bubble. Per ora.

Sicuramente tra i commentatori c'è chi ne sa di più.

Summify e Twitter

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Twitter ha comprato Summify, una start-up nata in Romania e che si è sviluppata in Canada, il cui prodotto serve a riassumere in modo abbastanza completo un argomento che si è sviluppato sui social network per poi condividere il riassunto con i conoscenti anche per mail (il bello è che la mail si concludeva con un rassicurante messaggio che spiegava come su quell'argomento il lettore ora sapesse più o meno tutto ciò che era uscito di rilevante - in inglese la formula sintetica era "you're done"). Si tratta certamente di un bisogno sempre più sentito per cercare senso nell'insieme piuttosto convulso della rete. (GigaOm)

Con l'acquisizione i team che ha fatto Summify si sposta da Vancouver e San Francisco per lavorare a Twitter. E il prodotto viene chiuso. (AllThingsD)

Chi ha usato finora Summify è scontento della novità. Chi è venuto a conoscenza di questo prodotto grazie all'acquisizione non se ne fa nulla ma può aspettarsi qualche novità da Twitter nei prossimi mesi. Chi è interessato al mondo delle start-up può domandarsi come l'incubatore di Vancouver sia riuscito ad attirare il talento dei fondatori di Summify e di come abbia favorito il passaggio a Twitter.

In generale, si può osservare che il capitale, le persone e i prodotti, in rete sono risorse il cui valore si rimescola continuamente in rete. E guardare ai fatti con gli occhi dell'economia industriale è sempre meno adeguato per comprendere come stanno andando le cose nelle dimensioni più innovative dell'economia.

Annuncio Apple: iPad per imparare

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Phil Schiller, capo del marketing della Apple, ha dunque annunciato iBooks2, una nuova app per i libri di testo che promette di cambiare l'esperienza dell'apprendimento. I nuovi libri, pensati per usare a fondo le tecnologie comunicative del tablet, saranno in vendita sull'iBookstore. E i primi volumi saranno prodotti da Pearson, McGraw-Hill e Houghton Mifflin Harcourt. (via Gigaom)

vedi anche:
I libri di scuola stanno per cambiare
A proposito di libri di scuola
Ieri sera alla Digital Accademia, conversando di strategie editoriali con Mafe De Baggis, Sergio Maistrello, Filippo Pretolani, è venuta fuori una riflessione laterale. Che forse merita una sottolineatura.

Nel contesto delle innovazioni sottostanti alla grande trasformazione dell'editoria emergono un paio di novità concettuali che servono a porre il problema dei modelli di business editoriali in modo forse inatteso:
1. Marshall McLuhan e Bill Gates sono stati citati, in due occasioni distinte, come fonti di una osservazione: il denaro è una forma di informazione
2. Yochai Benkler, e altri economisti, hanno segnalato che l'informazione è un bene economico di tipo piuttosto particolare perché quando viene scambiato si moltiplica (non viene ceduto ma condiviso)

Ora: è chiaro che le due osservazioni, una accanto all'altra, generano un problema. Mentre, normalmente, chi cede un'informazione a un'altra persona, ne resta in possesso, chi cede una certa quantità di denaro, alla fine del processo, non ce l'ha più. Lo scambio di denaro non lo moltiplica. Ma se il denaro è una forma di informazione, che cosa genera questa differenza?

La domanda è rilevante per tutti coloro che pensano di voler trovare un modello di business per l'informazione. Perché se lo scambio riduce la scarsità di un bene - il che avviene quando nello scambio la quantità esistente di un bene si moltiplica - ogni scambio rende più difficile far pagare quel bene. Ma se uno scambio non riduce la scarsità del bene, il tema del pagamento si pone in modo tradizionale e facilita la definizione di un modello di business comprensibile. (Ritrovere un modello di business tradizionale nell'informazione non è certo il più importante degli obiettivi concettuali in questo settore ma resta pur sempre un problema - almeno di scuola - interessante: è possibile porre il problema dello scambio dell'informazione in rete in modo che ripercorra le modalità tradizionali dello scambio di beni materiali?).

Come fa il denaro a essere una forma di informazione che non si moltiplica quando si scambia? Anche quando è totalmente digitale? Non è il drm che salvaguarda l'unicità del bene, per esempio. E non è una particolare norma anti-pirateria (che comunque esiste). In realtà, è un sistema di servizi che connette l'informazione contenuta nel denaro alla persona che la possiede, al luogo in cui risiede, all'istituzione che la gestisce in tutto il processo dello scambio, al bene al quale si applica e allo scambio al quale corrisponde. Del resto, il denaro è un'informazione che si scambia ma in funzione di dare un'informazione su tutti gli altri scambi ai quali si può applicare una misura monetaria. E quindi tutti accettano l'astrazione secondo la quale non si può moltiplicare senza fare perdere valore a molte altre forme si scambio.

Si potrebbe applicare questo insieme di caratteri ad altre forme di informazione, diverse dal denaro e in un certo modo non misurabili con il denaro? Tipo il prestigio, la reputazione, la fiducia? Si tratta di informazioni che si applicano, per esempio, a scambi non monetari come quelli che stanno nel dominio concettuale del dono.

Mi pare che si potrebbe andare avanti con questa riflessione. Ma forse il suo sviluppo più fruttuoso non è quello orientato a far diventare le altre informazioni come il denaro, ma a far valutare meglio le informazioni che non sono il denaro e meritano che ad esse venga riconosciuto più valore.

Sopa è un errore

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La protesta mondiale contro la Sopa dimostra ancora una volta la leadership culturale dei modelli intelligenti come Wikipedia nell'ambito della discussione su come regolare i diritti sul web.

Sopa non va bene perché offre molte nuove armi a chi difende un'idea di copyright che non è messa in difficoltà solo dalla pirateria ma soprattutto dalla tecnologia digitale di per se e che continuerebbe a essere in difficoltà anche se malauguratamente passasse la Sopa. Con l'aggravante che gli editori potrebbero pensare che l'innovazione nel loro settore sia meno urgente e quindi potrebbero ridurre ulteriormente la loro disponibilità a innovare. Lasciando libero campo all'ulteriore crescita delle piattaforme digitali come Google, Facebook, Apple e Amazon.

Il copyright è un diritto importante. Ma il modello di business tradizionale degli editori basato sull'acquisto del copyright e la sua rivendita in modo esclusivo sulle loro tecnologie è in difficoltà. Perché le loro tecnologie sono in difficoltà e di conseguenza il loro modello di business.

Se gli autori non avranno più convenienza a vendere agli editori il loro copyright, cioè se gli editori non riusciranno a ritrovare una qualche leadership culturale per ripagare gli autori, questi cercheranno altri modi per vendere il loro copyright. Amazon è già un'alternativa. E altre piattaforme potrebbero diventarlo. La priorità degli editori non è difendere il vecchio modello di business ma innovare la propria tecnologie e il proprio modello di business.

La difesa del modello di business tradizionale degli editori, condotta con la logica della Sopa, ha peraltro conseguenze dannose sulla ricchezza della cultura, sulla creatività, sull'innovatività della rete. E quindi danneggia molto i cittadini, mentre non aiuta gli editori a migliorare. E quindi è una pessima idea.

Di editori intelligenti e innovativi c'è peraltro sempre più bisogno. Perché affidare tutto solo alle piattaforme digitali, come Amazon, Google, Facebook e Apple non farebbe bene alla cultura e alla creatività. (cfr: piattaforme private e commons). Imho.

Libri - FILTER BUBBLE - Eli Pariser

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La società è un insieme di minoranze. Gruppi divisi in isole - culturali, ideologiche, pratiche - che non si parlano o parlano poco tra loro. Forse l'accelerazione è avvenuta attorno all'inizio degli anni Ottanta. Poi il fenomeno si è dispiegato in tutta la sua potenza. Un lungo movimento sociale ha distrutto alcune abituali forme di coesione sociale, ha messo in discussione vecchie gerarchie e creato nuove solitudini. Per comprendere e cavalcare il fenomeno il marketing, la politica, i media hanno parlato di target e nicchie, o addirittura di etnie e tribù. È stato un movimento evidentemente connesso alla fine dell'industrializzazione di massa. Ma ci ha lasciato divisi e disattenti. Ma la convivenza civile ha bisogno di un terreno comune, nel quale persone di ogni ideologia e visione del mondo possano incontrarsi per decidere insieme.

More about The Filter BubbleInternet non è stata colta soltanto, finora, come strumento per ricucire il tessuto civile. Anzi per la verità è stata interpretata più spesso come uno strumento di ulteriore separazione in isole culturali e ideologiche, in parallelo al grande fenomeno storico profondo del quale si è detto. A differenza di quanto qualcuno diceva negli anni Novanta, internet non è parte di un continente invisibile nel quale le persone vivono virtualmente separate dal resto della società e, dunque, ovviamente non è un'isola antropologica (almeno secondo me, a differenza di quanto riportato qui e come invece correttamente riassunto qui). Ma non solo.

Eli Pariser, in un bellissimo libro dell'anno scorso, The filter bubble, mostra come, sulla base della logica della personalizzazione dei servizi, internet sia oggi interpretata tecnicamente e commercialmente iin modo pericolosamente coerente con la tendenza ad accelerare la separazione delle persone e delle isole culturali. La personalizzazione del servizio del motore di Google che decide che cosa sia rilevante per ciascuno, il tempo sempre più grande che le persone passano su Facebook circondate dai loro "simili" culturali e ideologici, sono i fatti che avvalorano il rischio denunciato da Pariser.

L'autore, uno dei fondatori di MoveOn, lo spiega con la consapevolezza che gli deriva dalla sua attenzione alle istanze civiche. E sa che la ricostruzione della convivenza civile ha bisogno di una nuova interpretazione di internet, orientata non alla divisione, ma alla costruzione di un terreno culturale e pratico comune, nel quale persone di differente atteggiamento ideologico e di diverse esperienze possano incontrarsi e rispettarsi e arricchirsi vicendevolmente. E quindi vale la pena di battersi perché internet possa essere reinterpretata in modo da accrescere questo terreno comune. E vale la pena di costruire servizi che servano questo terreno culturale comune (un contributo è su Timu) e salvaguardino i commons culturali dalla tentazione delle piattaforme proprietarie di sfruttarli eccessivamente (se ne parlava qui su questo blog) e dalla disattenzione per i beni comuni che si può diffondere in assenza di consapevolezza (tema suggerito qui su questo blog).

Ecco una recensione di Evgeny Morozov sul New York Times. Ecco una recensione di Cory Doctorow su BoingBoing. Ed ecco una recensione di Jacob Weinsberg su Slate. Pariser ne ha parlato a TED:


Che i commons abbiano un valore economico enorme è un fatto certo. Ma è anche chiaro che una risorsa comune può essere supersfruttata fino a perdere valore per tutti. Un mare pescoso può attrarre tanti pescherecci da finire per diventare deserto. A Monterey, in California, c'è un museo dedicato proprio a questo.

Internet è uno dei commons più importanti del mondo. Il successo di Google, Facebook e Twitter, tra le altre aziende internettiane, dimostra che i commons hanno un grande valore economico. Si tratta di aziende private, molto orientate al profitto, che coltivano il loro business sulla base del valore comune dell'internet. La domanda è: c'è qualcuno che sta sfruttando troppo la risorsa e rischia di desertificarla?

Per ora, obiettivamente, non si può dire che questo stia accadendo. Per due ordini di motivi: da un lato, Google e company sono piuttosto attente a non creare un "giardino completamente chiuso" con le loro piattaforme. In secondo luogo, fino a che c'è net neutrality, alternative a quelle piattaforme continueranno ad apparire all'orizzonte. Ma è anche vero che le grandi piattaforme tentano, giorno dopo giorno, di attrarre e trattenere sempre più traffico sulle loro proprietà. Ed è anche vero che le nuove piattaforme faticano sempre di più a emergere (sto provando Diaspora, ma per ora mi pare poco popolata).

Google vive se e solo se la metafora della rete resta quella del commons della conoscenza nel quale tutti possono portare valore. Facebook è già meno legata a questa metafora perché il giro di "amici" può pensare di bastare a se stesso, ma non c'è dubbio che l'immersione di Facebook nella grande internet è ancora un valore per il social network. Twitter poi è ancora molto un sistema per linkare pagine che esistono in rete (e non su Twitter): il che la rende molto dipendente dalla vitalità del commons.

Del resto ci sono altre aziende che praticano lo sfruttamento del commons. Gli operatori, fissi e mobili, sono tra questi. Come molte aziende di servizi e marketplace di ogni genere.

Infine, i commons vengono sfruttati e talvolta rovinati dagli utenti poco accorti o maleducati. Che lasciano cartacce e bottiglie di plastica dppertutto.

La tragedia dei commons non è una fatalità. E una buona manutenzione dei commons è una possibilità più che provata. Se ne parlava in due post di pochi giorni fa (I commons e l'ecosistema... e Twitter, le agenzie...). Ma una buona manutenzione dei commons dipende dalla partecipazione della comunità.

Per questo, non è possibile immaginare una ricca e vitale internet senza utenti compenteti e attivi. Ieri, Google ha aggiunto un altro tassello alla tentazione proposta agli utenti di restare sempre nel loro mondo. Da un certo punto di vista è normale, visto che le informazioni da ricercare sono anche quelle dei social network; e soprattutto visto che se non lo fa Google lo fa qualcun altro. Ma una internet che attragga troppo traffico alle piattaforme proprietarie e riduca troppo la varietà delle conoscenze che si sviluppano indipendentemente dalle grandi piattaforme proprietarie rischia di impoverirsi.

L'internet come ricco e vitale bene comune non sarà mai un facile elettrodomestico che si compra e si consuma. Resterà un mondo complesso e sfidante. E lo sviluppo di questo bene comune dipende soprattutto dalla consapevolezza degli utenti.

Sfide editoriali

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Sergio Maistrello continua il suo impegno editoriale sulle sfide che devono affrontare gli editori. Grazie per avermi coinvolto per la prefazione.
I civic media sono le piattaforme sulle quali i cittadini sviluppano informazione ispirandosi a principi di responsabilità e collaborazione, trasparenza e documentazione. È l'informazione al servizio del pubblico, come si diceva.

Nella pratica chi vuole sviluppare civilmente il suo contributo all'informazione incontra mille difficoltà:
- innanzitutto, i principi sono appunto ispiratori ma la loro applicazione in buona fede richiede la maturazione di una comune esperienza dei metodi concretamente utilizzabili di volta in volta;
- in secondo luogo, il rumore generale rende talvolta difficile distinguere le informazioni orientate alla cittadinanza da quelle orientate all'interesse di chi le mette in giro;
- in terzo luogo, c'è chi approfitta della buona fede degli altri per imbrogliare le carte, cercare attenzione distribuendo rumors, allarmi, sensazionalismi...

Del resto, i punti di vista sono tanto diversi che è difficile mettersi d'accordo su qualunque cosa. C'è chi non cessa di denunciare l'eccessivo ottimismo di chi ritiene che le persone attive in rete possano produrre informazioni utili a sapere come stanno le cose (Riotta, al quale originariamente attribuivo questa opinione, non si riconosce nella mia sintesi; l'update con le precisazioni è in fondo a questo pezzo). Del resto le bufale che ogni giorno circolano in rete non fanno che confortare l'idea che ci sia molta confusione in rete (Massarotto). E d'altra parte, c'è chi ci tiene a ribadire che i blog sono fatti per dare libertà a tutti di affermare le proprie idee personali e che saranno i lettori a scegliere chi leggere (Tagliaerbe).

Evgeny Morozov è spesso citato come critico dell'utopia della rete liberatrice. Evgeny è anche deluso dall'ideologia che induce a credere che la rete sia un generatore autormatico di libertà. E chiama i suoi avversari intellettuali con il doppio appellativo di cyberutopisti e tecnocentrici. (A mia volta, con tutti i miei liimiti e con un piglio per nulla "deluso", avevo contribuito parecchi anni fa a questo genere di argomenti un libro intitolato Edeologia, Critica del fondamentalismo digitale). In realtà, Evgeny se la prende soprattutto con i politici americani che propugnano la "libertà di internet" per sostanziare una diplomazia aggressiva nei confronti dei paesi autoritari: per Evgeny quei politici sono incorenti con questa impostazione quando si tratta della libertà di espressione all'interno della democrazia americana (come nel caso della loro azione contro Wikileaks) e, peggio ancora, si dimostrano incompetenti quando spingono i dissidenti a usare internet per le loro manifestazioni (anche le polizie di alcuni regimi autoritari sanno usarela rete per scoprire e colpire i dissidenti).

Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, a sua volta non nega il rischio connesso al fatto che la credibilità dell'informazione finisca per essere misurata solo dal numero di volte che una certa notiza o fonte è condivisa in rete: in quel caso il servizio pubblico dell'informazione si confonde con il servizio "popolare". In realtà, Spadaro osserva, «per quanto strano possa sembrare, è il "giornalismo partecipativo" ad essere sempre più percepito, specialmente dalle giovani generazioni, come forma di "servizio pubblico". In questo contesto la questione della "credibilità" allora confina e s-confina con quella della "qualità" dell'informazione. La ricchezza quantitativa dell'informazione pone problemi in termini di qualità, infatti. Il rischio è quello di considerare moralisticamente la situazione attuale evidenziando i rischi e dimenticando le opportunità. Ma il rischio è parte integrante dell'innovazione. In ogni caso oggi la qualità non si può più imporre esclusivamente a partire da una autorità culturale predefinita. Il pubblico sta uscendo da una posizione passiva e sta mettendo sotto pressione l'ecosistema mediatico. La credibilità va dunque continuamente verificata e legittimata in un contesto di relazioni, e dunque diviene "affidabilità"; l'autorevolezza "competenza"; e dunque il giornalista un "testimone competente e affidabile"». Nell'ecosistema dell'informazione, dunque, c'è spazio per molte figure. Purché si tenda alla qualità vera e non a quella misurabile dalle varie forme di analisi dei dati del successo internettiano.

Il fatto è che la storia dei nostri giorni non si può comprendere a partire dall'ideologia o dalla disillusione.

Il grande rischio attuale è che la rete, nella velocità delle relazioni che talvolta incentiva, favorisca la tendenza già in atto alla frammentazione della società in una quantità di minoranze separate: scambiandosi idee veloci per trovare riconoscimento e relazioni si rischia di trovarsi soltanto con chi condivide le stesse idee di fondo, gli stessi interessi quotidiani, le stesse curiosità, le stesse ideologie, le stesse paure. Queste minoranze rafforzate dalla sensazione di un forte scambio di informazioni al loro interno possono apparire come mondi che bastano culturalmente a se stessi, mentre invece creano delle distorsioni nella percezione della realtà.

Ma questo rischio non si combatte solo denunciandolo. Occorre creare le condizioni perché sia interessante percorrere in rete anche strade alternative, cercare approfondimenti imprevisti e notizie "impopolari" o "differenti" e potersene fidare. I professionisti possono svolgere una parte di questo lavoro, se ritrovano le ragioni della loro affidabilità. Ma anche i cittadini possono dare una mano, soprattutto se a loro volta maturano la consapevolezza del fatto che la collaborazione con chi non la pensa necessariamente allo stesso modo non è un fatto scontato: ha bisogno di un metodo e di principi orientati a salvaguardare e coltivare quello che i cittadini stessi hanno in comune.

Tutto questo è perfettamente in linea con alcune dinamiche storiche molto importanti del mondo attuale. Mentre stato e mercato non cessano di dimostrare i loro difetti, si sta rivalutando l'importanza sociale, culturale ed economica dei commons della conoscenza. I commons, come ricordava Lessig, sono una ricchezza di tutti. I sostenitori dei commons culturali sono piuttosto anti-statalisti perché pensano che la comunità si possa arrangiare da sola a gestirli e manutenerli (Ostrom). E sono critici dell'approccio capitalistico quando sfrutta i commons fino a impoverirli o li recinta e privatizza impedendone l'uso alla comunità. I commons rischiano la tragedia della loro consunzione se le comunità non sono consapevoli del loro valore e li lasciano senza manutenzione, se non li rispettano, se consentono ai furbi di apppropriarsene e rovinarli. Ma quando ne riconoscono il valore ne traggono una ricchezza immensa.

I commons culturali hanno bisogno di comunità consapevoli. Attive. Colte.

Internet è un grande bene comune. Molte imprese capitalistiche si abbeverano della sua ricchezza e sono sempre al limite di sfruttarla troppo, come molti temono facciano Google o Facebook. Molte organizzazioni non profit al contrario arricchiscono il bene comune della conoscenza che si sviluppa in rete, come secondo molti sta facendo Wikipedia. Milioni di persone violente e ignoranti calpestano internet per trarne un vantaggio immediato, rovinandone la qualità. Milioni di altre persone usano la rete per collaborare e costruire fiducia, conoscenza e cittadianza. Di certo, la consapevolezza e l'orientamento attivo delle comunità che riconoscono quando la rete le arricchisca di conoscenze e di opportunità vanno a loro volta coltivati. Ma un fatto appare piuttosto chiaro: un'internet sana e ricca, aperta e neutrale conviene a tutti per molto tempo, un'internet ipersfruttata e recintata conviene a pochi per poco tempo. Le ragioni per dare un contributo costruttivo non sono dettate dall'ottimismo: ma dal realismo.

update 1: Gianni Riotta, pur comprendendo le necessità della sintesi, ha visto nella frase con la quale lo chiamavo in causa, qui sopra, una deformazione del suo pensiero e lo ha scritto su Twitter: ""Luca capisco sintesi ma deformi quel che dico. Mi spiace" e "Caro Luca deformare il dibattito sul web in Buoni e Cattivi farà ascolti da talk show ma non onore alla tua sapienza digitale".

Non era mia intenzione deformare. La sintesi non dava conto della densità e articolazione del pensiero di Riotta.

L'articolo che ha scritto in materia sul Sole si concludeva così: «La rete è e resterà il nostro futuro. I nostri figli ragioneranno sulla rete. L'informazione dell'opinione pubblica critica passerà sempre più dalla carta alla rete. Dunque non dobbiamo - come ci ammonisce Jaron Lanier - permettere ai teppisti di inquinarla con le loro farneticazioni e garantirne l'informazione, la cultura e l'eccellenza contro l'omogeneizzazione e il qualunquismo.
Google come aggregatore industriale di sapere, Wikipedia come aggregatore volontario di sapere, un'azienda strepitosa e un gruppo sterminato di volontari, non possono continuare a mischiare diamanti e cocci di bottiglia. Chi segue il dibattito su Wikipedia - vedi il Financial Times del 2 gennaio con l'inchiesta di Richard Waters - sa quanto questo riequilibrio sia importante: «È ormai duro controllare la qualità su Wikipedia, e interessi occulti possono fare correzioni con facilità, secondo il loro punto di vista. Andrew Lih dell'University of Southern California ci mette in guardia nel suo saggio «The Wikipedia Revolution»: «Il mio terrore è che poco a poco la verità goccioli tutta via, senza che nessuno se ne accorga».».

Ed ecco il link a una purtroppo interrotta registrazione del suo intervento a "Le grandi lezioni di giornalismo" su YouTube.

Il suo giudizio sul mio pezzo precedente e sull'intervento di Pier Luca Santoro: "C'è troppo ottimismo. Le forze della confusione sono bene organizzate online. Non ci sono Eden virtuali in terra" e "Information online: Eden @antoniospadaro Utopia @lucadebiase o Mondo Reale @evgenymorozov ? E per voi?"

update 2: Il professor Gianni Degli Antoni è intervenuto già ieri sul pezzo precedente:

«By gianni degli antoni on January 5, 2012 5:52 PM
Il nemico profondo della veridicità dei documenti è la loro lunghezza. La stampa..i media.. le discipline frammentano notizie conoscenze ed eventi..in funzione degli obiettivi dello SCRIVENTE.
I lettori oggi debbo deframmentare e ricostruire.. anche con varie mediazioni.. le notizie "originali"..
Un aspetto che caratterizza variamente tutti i documenti è la associazione al loro contesto..(dove quando come chi perchè..)
La associazione al contesto di per se non può caratterizzare la veridicità come ben riconosciuto nei documenti associati ad azioni militari..
Una cultura (ed i relativi supporti tecnologici) per una forma di comunicazione CONTEXT ORIENTED meriterebbe attenzione..
Grazie»

Teatro del presente

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addio_al_nubilato.jpg
Francesco Apolloni è un amico. Ha scritto per Nòva. Con umiltà ed entusiasmo. È un attore. Ed è un autore e regista teatrale. Ha scritto "Addio al nubilato", in scena in questi giorni al Cometa di Roma. Una commedia che parla di un angolo del presente, nel quale semplicemente si riconoscono ossessioni, stereotipi, ipocrisie, speranze e scoperte che possiamo fare nel nostro mondo. Specialmente dal punto di vista delle donne. Un genere di commedia che riconquista un po' di spazio al teatro.

Il teatro merita molto più spazio. Il teatro è il luogo nel quale si celebrano i monumenti della storia dello spettacolo. È educazione, storia, classicità, nostalgia, approfondimento, ripetizione, ritrovamento. Ma è anche invenzione, sperimentazione, racconto vivo della contemporaneità. E può anche puntare a servire umilmente da luogo di narrazione dell'attualità.

C'è il teatro artistico e il teatro artigiano. E forse le due accezioni nel tempo possono finire per fondersi.

Quello che però si riconosce sempre nel buon teatro è la capacità di mettere insieme parole, gesti, scene, tempi, respiri, sudori, performance, partecipazione, commozione, feedback, immediatezza. E rischi d'impresa, biglietterie, preoccupazioni, sale che si devono riempire... L'ansia di sapere come andrà... I limiti del teatro sono liberatori, i timori sono entusiasmanti, le finzioni sono autentiche... Da questo punto di vista, niente è come il teatro. E abbiamo bisogno di ritrovarlo nella nostra vita quotidiana, come una dimensione normale della vita mediatica.

Digital Accademia: gamification

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digital_accademia_gaming.JPGAlla Digital Accademia il workshop sulla gamification. Ecco alcune citazioni di riferimento.

1. Supercitato lo studioso di psicologia Mihályi Csíkszentmihályi, autore di Flow:
"Csíkszentmihályi identifies the following ten factors as accompanying an experience of flow
Clear goals (expectations and rules are discernible and goals are attainable and align appropriately with one's skill set and abilities). Moreover, the challenge level and skill level should both be high.
Concentrating, a high degree of concentration on a limited field of attention (a person engaged in the activity will have the opportunity to focus and to delve deeply into it).
A loss of the feeling of self-consciousness, the merging of action and awareness.
Distorted sense of time, one's subjective experience of time is altered.
Direct and immediate feedback (successes and failures in the course of the activity are apparent, so that behavior can be adjusted as needed).
Balance between ability level and challenge (the activity is neither too easy nor too difficult). A sense of personal control over the situation or activity.
The activity is intrinsically rewarding, so there is an effortlessness of action.
A lack of awareness of bodily needs (to the extent that one can reach a point of great hunger or fatigue without realizing it)
Absorption into the activity, narrowing of the focus of awareness down to the activity itself, action awareness merging.
Not all are needed for flow to be experienced."

2. Supercitata Jane McGonigal e il suo Reality is broken:
"I quattro caratteri che definiscono un gioco:
1. The goal is the specific outcome that players will work to achieve. It focuses their attention and continually orients their participation throughout the game. The coal provides players with a sense of purpose
2. The rules place limitations on how players can achieve the goal. By removing or limiting the obvious ways of getting to the goal, the rules push players to explore previously uncharted possibility spaces. They unleash creativity and foster strategic thinking.
3. The feedback system tells players how close they are to achieving the goal. It can take the form of points, levels, a score, oa a progress bar. Or, in its most basic form, the feedback system can be as simple as the players' knowledge of an objective outcome: "the game is over when...". Real-time feedback serves as a promise to the players that the goal is definitely achievable, and it provides motivation to keep playing.
4. Voluntary participation requires that everyone who is playing the game knowingly and willingly accepts the goal, the rules, and the feedback. Knowingness establishes common ground for multiple people to play together. And the freedom to enter or leave a game at will ensures that intentionally stressful and challenging work is experienced as safe and pleasurable activity."

3. Supercitato il modello di Fogg

modello_fogg.jpg


4. Citato Roger Caillois e la sua definizione di gioco basata sulle sue compomenti essenziali: agon (competizione), alea (casualità), mimicry (essere un ruolo diverso dal solito), ilinx (vertigine)

5. Citato Plantville. Gioco serio per simulare e imparare creato dalla Siemens. Ricordata la survey dell'Economist. Citata la scheda in questo blog. Supercitato Delivering Happiness di Zappos.

Il tema della gamification in azienda e soprattutto nell'ambito del cambiamento aziendale è affascinante quanto articolato. Di certo non è fingere che il lavoro sia un gioco.

Gamers inside

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Si avvicina l'appuntamento con il workshop sulla gamification alla Digital Accademia. Il 15 e 16 dicembre ci saranno Matteo Tarantino, Stefano Mizzella, Luca Chittaro, Fabio Viola, Federico Fasce, Nicola Brisotto, Tomas Barazza (vedi il programma). La sera del 14 sempre alla Digital Accademia ci sarà una chiacchierata in materia: si ascolta e si parla al caldo del camino e dell'atmosfera amichevole tipica dell'Accademia.

Grazie ai contributi che persone gentilissime stanno inviando o segnalando. Pier Luca Santoro ha scritto un post di notizie e link per collegare game e impegno sociale. Giorgio Massaro ha reso disponibile la sua tesi di laurea sull'etnografia dei giocatori italiani di World of Warcraft. Stefano De Paoli ha terminato e diffuso il paper che ha realizzato con Aphra Kerr sulle dinamiche di critica sociale che emergono in una piattaforma di gaming. Una scheda in proposito si trova in questo blog.

Intanto, da non perdere, il servizio dell'Economist sul mondo del game.
Ancora una volta ci si trova davanti a una decisione che lo Stato deve prendere sulle regole che governano le telecomunicazioni. Si tratta della forma che avrà la concorrenza nel caso si faccia la banda larghissima. Scrive Alessandro Longo: "Agcom sta per decidere le regole, forse il 12 o il 20 dicembre. E da queste dipenderà se e come si svilupperanno le offerte 100 Megabit in Italia."

I provider alternativi protestano perché temono che le nuove regole non garantiscano la concorrenza. D'altra parte la Telecom Italia vuole avere qualche garanzia per il ritorno degli investimenti e considera un eccesso di regole favorevole ai concorrenti come una minaccia. Il giusto equilibrio è estremamente difficile da trovare.

Sta di fatto che avendo lasciato l'unica rete fissa in proprietà dell'ex monopolista pubblico, la privatizzazione ha creato - non solo in Italia - una situazione nella quale solo la regolamentazione analitica può garantire la concorrenza. Una rete pubblica disponibile per tutti i provider di servizi avrebbe forse creato meno problemi. Ma la quantità di regole che questa scelta originaria ha reso necessarie è tale che ogni innovazione nel settore si trova impantanata in una guerra di lobby, in un'infinita serie di battaglie tecno-contrattuali, arricchendo gli studi legali più che alimentando il progresso del settore. I consumatori si trovano a subire. E gli osservatori esauriscono le energie nell'analizzare ogni minimo dettaglio regolatorio, immaginandone le conseguenze, ma senza mai poter arrivare a una visione chiara, netta e trasparente che consenta a chi investe e a chi acquista di poter scommettere su uno sviluppo di lungo termine del settore.

L'agenda digitale in questo modo si riempie di appuntamenti meno che importanti per la costruzione di un paese avanzato.

Per-corsi. Una scheda sul gaming

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Per la Digital Accademia e lo Iulm, occorre preparare un po' di materiale di supporto per i corsi. Trascrivo una prima scheda sul gaming. Forse nei commenti si aggiungeranno segnalazioni che la miglioreranno.

AltraTv - La fuga di Crossingtv

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Da AltraTv arriva la notizia dei teletopi assegnati quest'anno. Il premio testimonia la crescita qualitativa delle webtv italiane che accompagna l'esplosiva crescita quantitativa delle iniziative. Ecco i premiati:

Sul podio dei vincitori sono saliti, oggi nella Sala Borsa di Bologna: Bari tv per la categoria miglior micro web tv informativa, Crossing tv (Bologna) per la categoria migliore web tv di denuncia, Sesto tv (Sesto - FI) nella categoria miglior web tv amarcord, Giovani in rete (Torino) nella categoria migliore web tv giovane, Scrittori tv (Vibo Valentia) per la categoria miglior web tv da community, Youcatt (Brescia) per la categoria migliore web tv universitarie, Provincia autonoma di Trento (Trento) nella categoria migliore web tv della PA e Riviera del Conero tv (Ancona) nella categoria migliore web tv di promozione territoriale. Tre le menzioni speciali assegnate a: Varese news (Varese) per il miglior format per web tv, Roma Uno (Roma) per la migliore tv locale multicanale e Board tv (Modena) per il miglior modello di business.
Questo è un video di Crossingtv.it:

FUGGIRE/RESTARE from CrossingTV on Vimeo.

News apps su Facebook

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Le apps pensate per diffondere le news su Facebook sono oggetto di un'analisi su Poynter cui vale la pena di prestare attenzione. Le apps sembrano in effetti riuscire a far funzionare molto bene la logica della segnalazione di notizie tra pari tipica della vita quotidiana su Facebook, con buoni risultati in termini di traffico per chi ha pubblicato le notizie stesse. Google News sembra una soluzione ormai quasi antica. Facebook è contemporanea. Ma la storia non è finita.

Zynga, crisi di crescita

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castleville.pngZynga ha 49 milioni e mezzo di utenti attivi ogni giorno (AppData). Ha lanciato recentemente un nuovo gioco sociale su Facebook, CastleVille, con quasi 7 milioni di utenti attivi ogni giorno. Manca poco alla quotazione dell'azienda e questi numeri assoluti sono di sicuro molto buoni. Ma il problema è che invece di crescere, gli utenti attivi sono piatti o diminuiscono (TechCrunch). E gli analisti cominciano a lanciare segnali di scetticismo (BusinessWeek).

Il fenomeno dei giochi sociali su Facebook è stato gigantesco. E lo è tutt'ora. I soldi effettivamente girano. E il modello di business sta in piedi. Quello che manca attualmente sembra l'entusiasmo dei primi tempi, la libertà creativa delle piccole aziende che esplorano un mondo nuovo, la certezza di un ritmo di crescita sostenuto per l'avvenire. Siamo apparentemente arrivati al tipico rallentamento delle curve logistiche. Ma che male c'è? Per la finanza speculativa è un problema vero. Per il resto del mondo non sembra un grande problema. Vedremo se Zynga saprà adattarsi all'epoca storica in cui si presenta sul mercato finanziario.

Ma un fatto è certo. La gamification della vita sociale è un fenomeno che vive di mode, di eventi, di aggregazioni di attenzione non necessariamente continuative. Per coinvolgere, le storie devono sorprendere, gli incentivi a vincere devono affascinare e i software devono funzionare. Quando un fenomeno passa dalla fase esplorativa a quella della stabilizzazione la qualità deve crescere più della quantità.

Resta però l'impressione che nella cultura del gioco ci sia di più che un insieme di passatempi. C'è uno dei misteri della motivazione delle persone a impegnarsi e fare qualcosa con energia. Il dibattito intorno alla questione può avere dei periodi di maggiore e minore interesse, ma la tendenza segnala qualcosa di più profondo e importante.

Vedi anche:
L'esodo nel videogioco
Gamification non è packaging
Gamify
McGonigal: 10 mila ore di educazione

Herdict, per sapere chi censura cosa dove online

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Herdict.orgDal Berkman Center arriva Herdict, un'iniziativa del professor Jonathan Zittrain per condividere le esperienze sull'accessibilità dei vari servizi online in ogni parte del mondo.

L'analisi della censura può essere in qualche modo effettuata centralmente dalle università, ma uno scambio delle notizie generate dagli utenti che incontrano difficoltà di accesso ai servizi web può risultare più facile e vantaggioso.

Se un utente incontra difficoltà ad accedere a un servizio può guardare Herdict e scoprire se altri utenti hanno la stessa esperienza, magari trovando anche qualche spiegazione.
La musica è il laboratorio più avanzato della trasformazione dei media. E il adesso sembra il momento dei servizi streaming con un modello di business sensato e ottima integrazione con i social network.

Earbits per esempio si presenta come un servizio per scoprire nuovi musicisti e per ascoltarli come alla radio senza pubblicità. Earbits vive fondamentalmente dei dollari che le band spendono sulla sua piattaforma per farsi trovare e ascoltare.

Altri servizi in questo spazio anche se con modelli di business diversi ce ne sono. Per esempio Spotify, Rdio, Mog, Slacker.

Mashable mostra quanto questi servizi sono cresciuti da quando Facebook consente lo scambio di segnalazioni musicali con gli amici. Numeri da boom esponenziale.

Apple ha costruito dal nulla la prima grande piattaforma che è riuscita a rivoluzionare legalmente il business della musica. Era l'epoca dei download. Ora sembra piuttosto che lo streaming sia protagonista, anche perché ormai la banda larga always on è molto più diffusa. E Facebook sembra aver preso l'onda. Mentre Ping, della Apple, non pare ancora molto nel radar. Vedremo.
corte_giustizia_europea.jpgLa Corte di giustizia europea ha stabilito alcuni principi chiave sul copyright (via Quintarelli):
1. L'obbligo di filtrare i contenuti per trovare chi infrange il copyright non può essere imposto in modo generalizzato ai provider ("because the copyright is important but not inviolable")
2. Quindi la protezione del copyright non può ridurre altri diritti come il diritto dei provider di non monitorare i casi di violazione del copyright, il diritto di privacy di terze parti, la libertà di espressione e di parola, il principio di proporzionalità

La sentenza sembra sostenere la posizione che si sta sviluppando alla Commissione e portata avanti in modo coraggioso da Neelie Kroes.

Vedi anche:
Kroes fa un salto di qualità sul copyright - 21 novembre 2011
Io editore tu rete - 21 novembre 2011
L'arte fuori di sé - 18 novembre 2011
Brevetti e copyright - 7 novembre 2011
Il buono dell'editore - 7 novembre 2011
Occupy museums - 25 ottobre 2011

Quegli 800 milioni su YouTube e Facebook

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I dati più recenti sulla popolarità di YouTube (via GigaOm):

800 milioni di spettatori al mese
(oltre la metà non parlano l'inglese come prima lingua)

3,5 miliardi di video visti al giorno
(erano 3 miliardi sei mesi fa)
(erano 2 miliardi nel maggio 2010)

Anche Facebook ha 800 milioni di utenti. A quanto pare, almeno la metà usa il social network ogni giorno. (via Facebook)
L'evoluzione del discorso Neelie Kroes sul copyright si approfondisce e va assolutamente seguita attentamente. Da leggere il nuovo speech (grazie alla segnalazione di JC DeMartin).

Nel discorso, il commissario europeo all'Agenda Digitale porta all'attenzione dei potenti un'innovazione concettuale di enorme importanza e una conseguenza normativa molto seria.

L'innovazione concettuale è che la ricchezza della produzione culturale viene generata dagli autori. E la conseguenza è che la normativa va centrata a salvaguardia e incentivo dell'attività degli autori.

Il salto concettuale è fondamentale. Perché prima di questo intervento, nei piani alti del potere si faceva una gravissima confusione tra il ruolo degli autori e quello degli editori. Con la conseguente ossessione per il tema del copyright.

Il copyright è il punto di incontro tra gli interessi degli editori e quelli degli autori. Ma mentre per gli editori è fondamentale, e infatti lo difendono con ogni mezzo, è solo uno dei modelli di business che servono agli autori. Alcuni di loro ne traggono enormi guadagni, ma la maggior parte non ne tira fuori un reddito soddisfacente.

Kroes sa che gli autori sono i grandi generatori di senso e i creatori di nuova cultura. La capacità innovativa di un paese, la sua consapevolezza, l'apertura mentale della quale ha bisogno sono alimentate dal lavoro degli autori e degli artisti. Questi sono troppo spesso pagati pochissimo e sostenuti in modo del tutto insoddisfacente dall'attuale sistema governato dagli editori e dal loro modello di business basato sul copyright e concentrato ossessivamente sulla difesa del copyright.

Sarebbe assurdo annullare il sistema del copyright. Ma è altrettanto assurdo puntare tutto sul copyright, in un contesto nel quale è sempre meno facile difenderlo e sempre più facile creare modelli alternativi.

Il problema è che gli editori hanno gestito finora il migliore sistema possibile per trovare un reddito agli autori. Ma le difficoltà di quel sistema non si devono riversare sugli autori come se non esistessero altre strade.

È un discorso giusto anche per gli stessi editori, alla fine. Gli editori cercano giustamente di rigenerare il loro business, ma non dovrebbero farlo puntando a loro volta tutto sulla difesa a oltranza, ossessiva, del copyright. O addirittura sull'allargamento dello spazio culturale coperto dal copyright. Questo va contro i loro stessi interessi perché vede nel pubblico - che gli editori dovrebbero servire - il loro nemico: il pubblico, nella doppia accezione di pubblico dominio e audience - è referente e partecipante della produzione culturale. Senza il suo appoggio, la cultura resta confinata nelle opere di chi pensa di produrla: l'arte e le opere autoriali hanno senso solo quando sono adottate dal pubblico. È in quel momento che il senso che generano emerge davvero. Il pubblico della produzione culturale non può essere più considerato alla stregua di un insieme di consumatori: è parte integrante della produzione culturale e come tale va rispettato. E se sta cambiando, coinvolgendo anche i vecchi modelli di business, il rispetto impone l'ascolto. Gli artisti e gli autori questo lo sanno. Gli imprenditori della cultura lo devono imparare.

Questo passaggio avviene attraverso l'innovazione nel business editoriale. Questo significa anche una moltiplicazione dei sistemi di generazione di reddito per gli artisti e gli autori. La Kroes lo sostiene. E ha ragione.

Vedi anche:
Io editore tu rete - 21 novembre 2011
L'arte fuori di sé - 18 novembre 2011
Brevetti e copyright - 7 novembre 2011
Il buono dell'editore - 7 novembre 2011
Occupy museums - 25 ottobre 2011

Libri - IO EDITORE TU RETE - Sergio Maistrello

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Sergio Maistrello pubblica in ebook il suo nuovo libro, Io editore tu rete. Grammatica essenziale per chi produce contenuti, Apogeo.

Sergio è un attentissimo osservatore della dinamica della rete e delle problematiche connesse all'editoria. E non a caso propone un titolo che invita a pensare a una relazione culturalmente piuttosto primitiva tra editori e rete, implicitamente invitando i protagonisti a evolverla, migliorando la propria cultura in materia.

Il libro è veloce e si legge benissimo sia su un lettore che su un cellulare intelligente. Sull'iPhone è un godimento, nonostante le pagine siano piccolissime.

Sergio mi ha chiesto una prefazione. E mi ha dato il permesso di pubblicarla qui. Eccola:


Gli editori sono in fermento. Internet sta cambiando radicalmente gli scenari del loro business. La tecnologia digitale sta trasformando i linguaggi espressivi e le filiere produttive. Le condizioni a contorno, nell'epoca della conoscenza, stanno mutando e facendo di ogni azienda, organizzazione, gruppo sociale e singola persona, un soggetto potenzialmente in grado di produrre e distribuire contenuti di valore pubblico. In questo contesto, gli editori vedono contemporaneamente uno scenario di crisi e una situazione densa di nuove opportunità. E la variabile essenziale che li conduce a privilegiare il giudizio ottimistico o pessimistico è la loro capacità di costruirsi una competente visione della situazione. E' probabilmente il primo motivo di interesse per questo libro. Il secondo motivo discende dal fatto che il destino degli editori è importante per tutta l'evoluzione della capacità di generazione culturale delle società.

La storia dell'editoria moderna parte probabilmente all'inizio del Settecento nel momento in cui la corporazione degli stampatori riesce a ottenere il privilegio per ciascun affiliato di poter essere l'unico a pubblicare il libro di un autore con il quale si è messo d'accordo per la gestione del suo copyright. Tecnologia e diritto sono fin dal principio alla radice del business editoriale. In particolare il controllo della tecnologia di accesso ai contenuti, consentiva agli editori di far valere senza particolari problemi anche il loro diritto allo sfruttamento delle opere. Ma le trasformazioni attuali sembrano aver sottratto agli editori il controllo delle tecnologie strategiche e, di conseguenza, la tenuta del sistema del copyright. La leadership dello sviluppo delle tecnologie per pubblicare e distribuire contenuti sta progressivamente ma inesorabilmente passando alle piattaforme online, ai motori di ricerca, ai servizi di vendita di libri e giornali in rete, alle aziende che producono computer, tablet, cellulari, lettori dedicati alla lettura e così via. In qualunque business, l'impresa che non ha alcun controllo sulla tecnologia fondamentale per lo svolgimento del business rischia di essere marginalizzata.

L'impresa che non governa la sua tecnologia può superare con successo il rischio di perdere quote di mercato se conserva in qualche modo una relazione privilegiata con il suo pubblico o con i suoi fornitori. E indubbiamente i marchi e le testate aiutano gli editori a resistere nel cuore del pubblico, mentre possono conservare un'attrattiva nei confronti degli autori se riescono a convincerli di essere ancora il miglior interlocutore per generare reddito con il loro lavoro. Ma entrambe le difese sono superabili.

La struttura del mercato editoriale sta cambiando radicalmente. Un tempo la scarsità fondamentale era sotto il controllo dell'offerta: ciò che era scarso era lo spazio per la pubblicazione. Oggi, su internet, quello spazio è illimitato, mentre la scarsità fondamentale è sotto il controllo della domanda: ciò che è scarso è, prima di tutto, il tempo e l'attenzione del pubblico. Sicché, nel mercato editoriale, la domanda controlla le fonti del valore mentre l'offerta deve conquistare il suo spazio centimetro per centimetro. Contemporaneamente, nella relazione con il pubblico, gli editori si trovano di fronte nuovi agguerriti competitori, spesso dotati di marchi importanti e meglio posizionati sul piano tecnologico: quelli dei motori di ricerca, quelli dei negozi online, quelli dei produttori di device. Inoltre, molti ex inserzionisti pubblicitari sono partiti alla conquista del tempo e dell'attenzione del pubblico direttamente su internet senza la mediazione degli editori. E del resto, anche per gli autori stanno emergendo molte e interessanti opportuità per valorizzare le loro opere che a loro volta non passano per la mediazione degli editori.

Il primo capitolo di chiunque operi nel business editoriale diventa la dimostrazione dell'unicità del suo servizio a vantaggio del pubblico. Segue, subito dopo nella scala di priorità, la riconquista di una forma di controllo della tecnologia. E in terza posizione c'è la rigenerazione della sua relazione con gli autori. In tutti i casi si tratta di fare un salto di qualità culturale: le vecchie soluzioni e le inveterate abitudini semplicemente non funzionano più: il salto culturale deve condurre a comprendere non come controllare ma come servire il pubblico, a trasformarsi da passivi fruitori ad attivi innovatori della tecnologia, a passare da rentier del copyright a promotori e valorizzatori dell'accesso alle opere degli autori. Si tratta di salti culturali che, spesso, appaiono troppo alti per gli editori troppo tradizionali. E che quindi favoriscono in certi casi i nuovi entranti nel business.

Sta di fatto, che il pubblico cerca ancora le funzioni fondamentali che in passato erano svolte solo dagli editori, per scegliere a che cosa dedicare il tempo, per riconoscere autorevolezza e credibilità agli autori, per accedere in modo comodo e a un prezzo giusto alle opere. Le protezioni che favorivano gli editori nello sfruttamento di queste funzioni non ci sono più, ma le funzioni hanno ancora valore. E il riconoscimento di questa opportunità potrebbe rivelarsi la spinta decisiva per gli editori a rinnovarsi profondamente, per sincronizzarsi con la storia attuale e allo scopo di scrivere la storia futura.

Per chi è interessato al tema e apprezza gli ebook c'è anche Cambiare Pagina, Rizzoli.


(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)

More about Steve JobsIntanto sto leggendo anche:
1. Steve Jobs, Walter Isaacson (Mondadori)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. John Kay, Il pensiero obliquo (Codice)


Discussioni anche su:
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Roberto Carraro - Appdoit

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Roberto Carraro, a TEDxLakeComo, ha raccontato di come la realtà aumentata e gli strumenti mobili come l'iPad stanno creando nuove forme di interazione con il sapere e la conoscenza. La base teorica è la cinestesia, la percezione del movimento. Conoscere con le mani (e il movimento) cambia la capacità di imparare.

Ha mostrato un'app che contiene la Bibbia e che ha la forma di una cattedrale. La sua attività si sintetizza nella Appdoit. Che va tenuta d'occhio.

Il suo progetto è generale un design italiano nel mondo digitale. Sulla scorta della storica esperienza - architettonica, sociale, culturale - che in Italia si è sedimentata. E che può essere valorizzata nel nuovo contesto, aperto dalla sfera digitale ridisegnata dalle tecnologie mobili-touch-localizzate nella quale oggi viviamo. Potrebbe essere un'esperienza capace di dimostrare e rafforzare l'idea del valore aggiunto italiano.

ps. Anche per la capacità di toccare l'informazione e il modo in cui ci confrontiamo con essa, sui tablet, riconosciamo più valore in una app di informazione fatta per essere usata con questo strumento.

Gamification - Robotany dal Mit-Singapore-GameLab

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Robotany è un gioco nel quale i robot coltivano un bosco. Prodotto dal GameLab del Mit a Singapore, Robotany è una novità per il modo in cui sono programmati i comportamenti degli oggetti con i quali si gioca.

I programmatori di questo genere di giochi, di solito, sono obbligati a prevedere moltissime situazioni e impiegano tantissimo tempo per realizzare il prodotto. Con Robotany, sono gli utenti stessi a inserire le situazioni e i comportamenti che i robottini che coltivano il bosco devono tenere. Da questo vengono fuori gli algoritmi del comportamento degli oggetti del gioco e il risultato si produce più in fretta e in modo più divertente.


Economia della musica

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Roger McNamee, musicista e venture capitalist, parla del business della musica e tira fuori argomenti liberi da pregiudizi, ma basati su esperienza e fatti. «Non facciamo previsioni qui» dice molto correttamente «solo ipotesi». E le ipotesi sono tutte da ascoltare, rimuginare e provare.


Diaspora. È cominciata...

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Aperto il profilo su Diaspora, il nuovo social network fatto da volontari che promette di essere open source e orientato a garantire gli utenti in termini di controllo dei contenuti che postano e di privacy. I contenuti si potranno anche portare su un server di proprietà dell'utente. Si connette facilmente ai social network esistenti. Già localizzato in italiano. Propone subito di presentarsi in base ad argomenti di interesse che poi si possono seguire indipendentemente dalla conoscenza o meno di chi ne scrive. E a pensare alle persone con le quali si dialoga in base agli "aspetti" della vita quotidiana: famiglia, amici, lavoro, conoscenti. Ma si possono aggiungere altri "aspetti". C'è già anche la versione mobile, ovviamente. Ecco il blog di Diaspora.

Non si presenta come un attacco diretto a Facebook, ovviamente. Ottocento milioni di utenti non possono essere indotti in un giorno a pensare di avere sbagliato a scegliere la loro piattaforma in un giorno. Ma è una nuova alternativa. Ora non resta che provare la velocità della curva di apprendimento. Poi vedremo come va l'adozione.

Filog e workshop alla Digital Accademia

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La Digital Accademia organizza oggi un workshop sugli attrezzi del mestiere offerti dai social network e che servono alle aziende. In questo momento sta parlando Gianluca Diegoli: il suo tema è chi sono e che cosa fanno gli utenti dei social network? La sua tesi: i consigli e il passaparola degli amici ha un'influenza molto importante sul commercio. Se i prodotti sono spesso più o meno equivalenti agli occhi degli utenti, basta una segnalazione di un amico per far propendere la scelta di consumo su un brand. Perché il passaparola è basato su relazioni personali, dunque i suoi messaggi sono accolti con fiducia ed è persistente.

Ieri c'è stato il primo filog (un filò, una chiacchierata serale) dedicato alle novità introdotte da Facebook sul profilo, l'integrazione delle applicazioni nel grafo sociale, l'evoluzione del grandissimo mondo che sta crescendo intorno alla creatura di Mark Zuckerberg. C'era Leopoldo Bianchi, responsabile Advertising & Platform di Facebook Dublin.

L'impressione è che Facebook sia concentrata sul miglioramento delle funzioni della piattaforma a favore degli sviluppatori di applicazioni. Ci sarà, come in Apple, un'approvazione preventiva delle apps. Gli utenti seguiranno più facilmente le attività degli amici con le applicazioni. Gli sviluppatori avranno la gran parte dello spazio delle pagine per attivare i loro modelli di business, comprese le inserzioni pubblicitarie autonome da quelle di Facebook. Acquisiranno le informazioni sugli utenti delle loro applicazioni sempre consultando le pagine delle statistiche offerte da Facebook stessa. Le applicazioni continueranno a farsi trovare come oggi: con inserzioni su Facebook, con link dal sito degli sviluppatori, soprattutto con le segnalazioni degli amici (niente search o elenchi...). La scarsità di informazione che deriva dalla mancanza di un modo più facile per trovare le apps valorizza il concetto generale di Facebook (segnalazioni tra amici) e forse alimenta il bisogno di promuoverle anche usando, e pagando, la piattaforma di Facebook. Tra le altre novità per le applicazioni c'è la libertà di scegliere il verbo che definisce l'azione delle persone che la usano: non più solo like, ma anche read, watch, listen e ogni altro verbo coerente...

Oggi Bianchi ha ripreso il discorso: dice che gli utenti di Facebook sono già 800 milioni (intanto il pianeta raggiungerà - si stima - lunedì i 7 miliardi di abitanti). Una persona che abbia 180 amici può arrivare all'ordine della decina di milioni di persone sul grafo sociale... L'impatto di un messaggio su Facebook è potenzialmente molto importante.

La pubblicità su Facebook è una storia che spesso parte dall'utente che racconta una cosa su un brand o diventa fan della pagina di un brand. È un'ottima idea per le aziende quella di assecondare le scelte e le preferenze rivelate dagli utenti invece di imporre la loro storia.

Tra l'altro queste scelte - grazie all'introduzione della timeline - non passano più velocemente, ma restano a lungo, sono messaggi persistenti. Meglio della televisione, in fondo, dice Bianchi. Timeline focalizza il profilo verso l'identità.

«Siamo un'azienda di 3mila persone. Siamo ancora pienamente una start up. È bello lavorarci. Per i clienti qualche volta è una frustrazione, se trovano qualche bug. Ma siamo appassionati» dice Bianchi. E in effetti, come in tutte queste imprese che nascono e crescono velocemente, ogni versione è un po' una beta in continuo miglioramento.

Bronzo alla Vita Nòva

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La Vita Nòva ha vinto un bronzo ai Lovie Awards di Londra. Dopo il premio Moebius, di Lugano, è un nuovo riconoscimento che gli osservatori internazionali hanno voluto regalare al lavoro di una grande squadra di giornalisti, designer e programmatori. Grazie!

Grazie al Sole 24 Ore che ci consente di continuare a esplorare le possibilità di espressione giornalistica che si sviluppano nel mondo digitale. E soprattutto grazie a tutti coloro che ci sostengono scaricando e usando l'applicazione.

Guardando alla meravigliosa lista delle creazioni che hanno vinto l'oro, l'argento e il bronzo dei Lovie Awards, scopriamo quanto abbiamo ancora da imparare. E con razionale ed entusiastica umiltà ci rimettiamo a lavorare. Augh!

Esperienze - L'iPad per leggere le news

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Dopo un anno e mezzo, il rapporto tra l'iPad e l'editoria dell'informazione non è più soltanto una questione di visione ma anche di riflessione sui dati di fatto. E una ricerca di Pew Research Center's Project for Excellence in Journalism in collaborazione con The Economist Group può servire come punto di partenza. (via Journalism.org)

Stiamo parlando del comportamento dell'11% degli adulti che vivono negli Stati Uniti. Sono i possessori di un tablet. E la metà di loro usano il tablet ogni giorno per accedere alle notizie.

Il 77% dei possessori di tablet usa questo strumento tutti i giorni. E queste persone passano in media 90 minuti al giorno sul loro tablet. L'attività di gran lunga più popolare è consultare il web: 67%. La seconda attività più popolare è leggere e mandare mail: 54%. La terza attività più popolare è leggere le notizie: 53%. Social network (39%) e giochi (30%) vengono nettamente dopo. Leggere i libri è limitato all'17%. I video sono ancora più in basso: 13%.

Il 77% dei possessori di tablet usa questo strumento per leggere le notizie almeno una volta alla settimana. E il 30% di loro dice di passare più tempo sulle notizie di quanto non facesse prima. Il 42% dice di leggere regolarmente articoli di approfondimento sul tablet.

Il tablet è uno strumento ergonomicamente diverso dal pc e non per nulla si usa in modo diverso. Ha due punti di forza: la mobilità e la leggerezza, quindi viene usato durante gli spostamenti e sul divano. Entrambe situazioni in cui si è più disposti a passare del tempo di approfondimento. In effetti, il tempo della lettura dei quotidiani sul web via pc è mediamente 70% (dice Hal Varian) mentre il giornale di carta è 25 minuti: e si direbbe che l'iPad si faccia leggere con tempi che vanno più verso quelli del giornale di carta che quelli dello schermo del pc.

Se le persone dedicano più tempo alle notizie sull'iPad e se sono più disposte a leggerci degli approfondimenti, saranno più condotte a riconoscere valore nelle informazioni che trovano sull'iPad. È un equivoco (anche sul pc troverebbero probabilmente contenuti di analogo valore) ma non un'assurdità: nel nuovo scenario dell'editoria, nel quale la scarsità fondamentale non è lo spazio sul quale si scrive ma il tempo di chi legge, il valore è definito dalla domanda, non dall'offerta. E se la domanda vede il valore nell'insieme di contenuto e strumento, allora quello è il valore che conta.

Quanto a usare il tablet per fare browsing sul web e per consultare le apps, si osserva un'ulteriore selezione per qualità di attenzione. Chi usa le apps appare dai dati come una persona ancora più attenta di chi usa il tablet per andare sul web. Quindi le apps interessano una parte degli utenti di tablet. La più disposta a dedicare tempo alle notizie. E di questi, una parte è disposta a pagare.

Insomma: si va formando una piramide di comportamenti. Dal velocissimo scambio di link a notizie sui social network (pochi secondi di attenzione), alla consultazione dei notiziari sul web col pc (70 secondi), alla consultazione delle notizie sul web con il tablet, alla lettura delle apps di notizie, al pagamento delle apps. Gruppi di persone sempre più ristretti ma disposte a riconoscere un valore sempre più largo. (Sì, non stiamo parlando di telefonini e smartphone in questo post, ma andrebbero tenuti in considerazione anche loro).

L'idea non può che essere quella di scegliere in quale posizione si vuole essere e stabilire un modello di costi adeguato a sostenersi con le dimensioni di pubblico che esistono nelle diverse scale di attenzione citate.

Di certo, per chi si occupa delle parti alte della scala, quelle dove ci sono lettori attenti e disposti a riconoscere il valore dell'informazione proposta, l'offerta deve essere adeguata. Qualunque tradimento delle aspettative di approfondimento e qualità, in quella dimensione, non potrebbe essere perdonato.

Strategia Occupy Museums

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Insomma, a quanto pare la protesta contro la finanza globale che ha distrutto le prospettive di crescita dell'economia reale in Occidente ha rivolto l'attenzione contro un obiettivo inaspettato. Perdendo improvvisamente di mordente e comprensibilità.

Occupare Wall Street era chiaro e quella manifestazione aveva generato ondate di approvazione e imitazione in molte parti del mondo.

Ma ora il movimento americano si rivolge contro i musei d'arte accusandoli di far parte della stessa logica. Nelle spiegazioni di chi protesta, la finanza avrebbe preso possesso dell'arte moderna e ne avrebbe fatto una parte del suo perverso meccanismo. Occupare i musei è un gesto artistico che consente alla popolazione di riappropriarsi di un bene prezioso come, appunto, la generazione di senso artistica.

Rassegna:
Taking the Protests to the Art World
Monster Mash: Occupy Museums takes root
Occupy Wall Street Movement Declares War on NYC Museums as "Temples of Cultural Elitism"
Why is Occupy Wall Street Protesting NYC Museums, and Not Super Rich Galleries and Art Fairs?

Il programma di chi intende occupare i musei:

The game is up: we see through the pyramid schemes of the temples of cultural elitism controlled by the 1%. No longer will we, the artists of the 99%, allow ourselves to be tricked into accepting a corrupt hierarchical system based on false scarcity and propaganda concerning absurd elevation of one individual genius over another human being for the monetary gain of the elitest of elite. For the past decade and more, artists and art lovers have been the victims of the intense commercialization and co-optation or art. We recognize that art is for everyone*, across all classes and cultures and communities.

C'è un pensiero generoso e forse artistico in questo discorso. Certo, c'è anche un sapore ideologico molto forte. Ma è pur vero che il successo economico degli artisti era a sua volta diventando troppo l'unico metro di misura della loro arte.

Solo la non-violenza e il disinteresse faranno di questo messaggio una forza da ascoltare per rinnovare l'energia creatrice dell'arte.
 
Vale la pena di segnalare due libri in proposito.

More about Seven Days in the Art World
Da leggere Seven days in the Art World. Un libro disincantato e informato sul mondo dell'arte contemporanea che collega i pezzi del mosaico in modo divertente da leggere. Sarah Thornton ne emerge come una scrittrice da seguire.


More about L'arte fuori di sé. Un manifesto per l'età post-tecnologica
L'innovazione nell'arte è legata, come in molti settori anche all'innovazione dei mezzi digitali. E a questo proposito si segnala il libro di Andrea Balzola e Paolo rosa: L'arte fuori di sé.

Crap detector - Il sensore di boiate

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«Ogni persona dovrebbe avere impiantato un sensore di boiate automatico funzionante. E magari anche un trapano e una manovella nel caso che la macchina si rompa». Ernest Hemingway ovviamente lo diceva molto meglio in inglese: «Every man should have a built-in automatic crap detector operating inside him. It also should have a manual drill and a crank handle in case the machine breaks down». Il riconoscitore di boiate è essenziale: per uno scrittore e per ogni persona che intenda essere l'autore della sua vita. (l'intervista sul "crap detector", di Robert Manning a Hemingway era su The Atlantic, 1965)

Giustamente, nel 1969, Niel Postman, co-autore di Teaching as a subversive activity (qui un pdf libero), riprendeva la frase di Heminway per spiegare quale fosse il ruolo dell'educazione in un'epoca che non poteva permettersi di non coltivare il pensiero critico: il suo metodo di insegnamento tendeva a indurre all'apprendimento critico i ragazzi attraverso un percorso di lezioni a base soprattutto di domande. Qui un discorso di Postman. (Peraltro non esiste un'epoca in cui ci si possa permettere di non colvitare il pensiero critico e Nathan Gilmour propone una piccola bibliografia storica in materia di crap detection). A TED alcuni speech sono orientati a discutere e sostenere il pensiero critico.

E Howard Rheingold offre una serie di consigli pratici per riconoscere le boiate e alimentare il crap detector quando si consulta quello che è pubblicato in rete. Rheingold è chiaramente un grande sostenitore dell'innovazione provocata dalla rete, ma non si nasconde la quantità di spazzatura culturale che contiene. E anzi, proprio per proteggere la rete da un'involuzione che la renderebbe praticamente inutilizzabile, Rheingold propone di diffondere un sistema di crap detection sempre più diffuso. Che parte da noi e dalla nostra capacità di apprenderne e scambiarne i rudimenti fondamentali. (È bello questo argomento, perché è serio, ma chiunque se ne occupi, Hemingway per primo, scrive con una bella dose di ironia). «L'inquinamento online è enorme, ma risolvibile» dice Rheingold. I principi fondamentali per riconoscere le pagine web credibili e quelle che sono fondamentalmente boiate):
1. Chiediti chi è l'autore (se non c'è autore l'indicatore del crap detector sale molto)
2. Quando trovi l'autore vedi che cosa ha fatto in passato e che cosa ne dicono gli altri (ma cerca di qualificare anche questi altri che dicono qualcosa di lui)
3. Valuta il design del sito (mica deve essere superavanzato, ma se è troppo, troppo amatoriale può indicare un autore troppo solitario per essere davvero attendibile)
4. Vedi se l'autore offre documenti e link per attestare quello che afferma
5. Cerca se altri hanno linkato e citato questa pagina (e se l'hanno condivisa su posti come Delicious)
6. Non sei paranoico se sospetti che qualche sito sia fatto apposta per imbrogliarti
7. La regola generale è: triangola, fai verifiche. Se per esempio ti occupi di questioni di ricerca o scientifiche, prova a cercare l'autore anche nelle pubblicazioni che tengono traccia della conoscenza da lui generata (Rheingold cita: «use the scholarly productivity index that derives a score from the scholar's publications, citations by other scholars, grants, honors, and awards. If you want to get even more serious, download a free copy of Publish or Perish software, which analyzes scientific citations from Google Scholar according to multiple criteria.»)

Rheingold fa molti altri esempi e cita diversi altre letture da fare per sviluppare un buon crap detector. Tra questi: John McManus per identificare il giornalismo affetto da partigianeria; Snopes per riconoscere le leggende metropolitane; e Factchecked.org, di Annenberg.

In italiano, sappiamo naturalmente del grande lavoro che fa Attivissimo. Nel nostro contesto, probabilmente siamo dotati di un termometro del crap detector che segna sempre qualche cosa vicino al massimo: ma il sospetto e la malfidenza sono talmente costanti da diventare scetticismo e cinismo. Finisce che non crediamo a niente, neanche a noi stessi. Sarebbe meglio fare di più per individuare le boiate con metodo e costanza, in modo da distinguere anche le buone idee. E valorizzarle. Per essere autori della nostra vita, dobbiamo riconoscere le boiate. E poi sviluppare le buone idee. Fare migliori servizi di documentazione delle boiate e un'ottima idea. Imho.

Ipotesi sull'editoria - link

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Ieri si parlava di un'ipotesi sull'editoria basata essenzialmente sul controllo - culturale prima di tutto - della tecnologia per pubblicare, diffondere e vendere i prodotti editoriali. Il post di ieri ne dà conto. C'è un'enormità di innovazione da fare e gli editori se non vogliono essere spiazzati dovranno cominciare a farla sul serio.

Link da non perdere in tema di rapporti tra autori ed editori:
Giuseppe Granieri, scrive "la via del self-publishing", per il Mulino
Le nuove possibili libertà degli autori, per Nathan Bransford
Metapublishing, su indiereader

L'argomento è enorme. Grazie per ogni commento, magari con link a letture suggerite...

Ipotesi sull'editoria: per guardare oltre Amazon

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Un pezzo di David Streitfeld, sul New York Times, segnala il panico che si sta diffondendo tra gli editori di libri americani per effetto dell'aggressiva politica di Amazon sui loro autori. Amazon sembra intenzionata a disintermediare la filiera produttiva editoriale mettendo direttamente sotto contratto gli autori per sostenere la sua soluzione di self-publishing con la quale chi scrive un libro lo può pubblicare e vendere senza passare da editori, agenti, librerie, e quindi ottenere una quota molto maggiore del valore aggiunto generato con il suo lavoro.

Non è che ci volesse molta intelligenza per capire che sarebbe successo. Se ne parla dal 1995. Certo, con l'avvento degli ereader o tablet di successo, dal Kindle all'iPad, il processo sembra aver subito un'accelerazione significativa.

L'ipotesi strategica deriva dalla storia dell'editoria. È un'ipotesi centrata sulla tecnologia.

More about PirateriaSecondo Adrian Johns, la filiera editoriale come oggi la conosciamo è partita dalla tecnologia della stampa. Gli stampatori avevano scoperto di poter pubblicare con successo non solo i libri di pubblico dominio, come la Bibbia, ma anche i libri di attualità. A partire dal Cinquecento e fino a tutto il Settecento, proprio gli stampatori riuscirono a ottenere il riconoscimento da parte dello stato del diritto esclusivo temporaneo della pubblicazione di certe opere scritte. Partendo dalla tecnologia e arrivando al copyright costruirono la loro industria.

Oggi gli editori tradizionali non controllano più la tecnologia. Tentano di salvaguardare il copyright come principio. Ma non possono obbligare gli autori a cederlo proprio a loro. La competizione tra gli editori si è complicata con l'arrivo di nuovi protagonisti, come Amazon, che guardacaso, sono quelli che controllano lo sviluppo della nuova tecnologia per pubblicare, leggere, distribuire e vendere i libri.

Si direbbe che la tecnologia sia il punto di partenza dell'industria editoriale. Ovviamente la cultura e la produzione autoriale si appoggiano in parte su questa industria, ma hanno una dinamica relativamente indipendente e possono spostarsi da un'industria a un'altra, da un modello di business a un altro. Per gli editori, invece, la tecnologia è decisiva: perché chi controlla la tecnologia ha le carte vincenti per controllare il flusso del denaro.

Oggi gli editori hanno la chance di difendersi. Ma solo imparando la tecnologia e cominciando a innovare a loro volta. Altrimenti saranno soppiantati dai nuovi innovatori della tecnologia per la pubblicazione.

In questo caso, la filiera editoriale attualmente conosciuta si spaccherà in molte diverse funzioni: scelta e valutazione del valore qualitativo delle opere, marketing, editing, titoli e copertine, forme di archiviazione, e così via. Non c'è ragione perché queste funzioni spariscano: anzi, dovranno crescere. Non c'è ragione perché non continuino a essere svolte dai vecchi editori, ridimensionati. Ma non c'è ragione perché non vengano svolte anch'esse da nuovi soggetti.

L'editoria tradizionale, dopo quindici anni di internet, si stupisce ancora delle conseguenze dell'innovazione tecnologica. È ora che smetta di stupirsi e cominci a innovare. La competenza degli editori è ancora enorme e preziosa. Nel tempo, alle funzioni industriali e commerciali hanno aggiunto una rara capacità di influire - spesso positivamente - sulla produzione culturale. Sono diventati a loro volta protagonisti dell'avanzamento culturale. Questa competenza non andrà dispersa, perché anche i nuovi potenziali soggetti emergenti nasceranno da quella storia, ma non è sicuro che l'equilibrio culturale migliore sia quello in cui da una parte ci sono pochissime piattaforme globali e dall'altra ci sono miriadi di piccoli soggetti che fanno gli autori, gli scopritori di talenti, i recensori, i consulenti di marketing, e così via. Un buon equilibrio richiederebbe forme di aggregazione più ampie non solo dalla parte della commercializzazione ma anche dalla parte della produzione di idee. Probabilmente.

In ogni caso da innovare c'è molto. Penso per esempio alle forme di memorizzazione che il sistema della biblioteca con gli scaffali di libri garantivano e che invece si volatilizzano con i reader che a loro volta contengono metafore di scaffali molto meno efficaci per chi debba ricordare dove ha letto che cosa. I reader sono fantastici invece per selezionare e ritrovare le sottolineature e le citazioni, anche se si può fare molto di più di quanto si faccia ora, per aiutare la memoria a non abbandonarsi completamente all'idea che tanto tutto è registrato in una macchina: il pensiero ha bisogno di ricordare non solo di sapere come ritrovare. Ci sono innovazioni nella gestione della conoscenza, ma anche nella valutazione delle autorità culturali emergenti che poche piattaforme tenderanno sempre a dare attraverso formule più o meno quantitative e che invece richiederebbero a loro volta percorsi qualitativi più attenti. Sono solo piccole idee sui filoni di indagine che si possono sviluppare. Del resto, l'archiviazione della conoscenza e il suo riutilizzo sono decisivi per non abbassare il livello complessivo della cultura. E qui c'è tecnologia da innovare. Per adesso le piattaforme surfano sulla superfice del fenomeno. L'innovazione profonda è ancora tutta da fare. Ma qualcuno di certo ci sta lavorando. E quindi per gli editori tradizionali, nell'ipotesi qui formulata, non c'è più moltissimo tempo da perdere. Imho.
Una massiccia e storica evoluzione si sta compiendo oggi con l'arrivo di iCloud. Nel mondo Apple questo significa che il centro passa dai singoli apparecchi alla farm di server centrali gestiti remotamente dalla casa di Cupertino. Si espande la memoria e si dissolve nella nuvola.

Il passaggio è enorme e difficile, come documentano le difficoltà segnalate da Tuaw.

Molti gradiranno la sincronizzazione facilitata di tutta la memoria dei vari apparecchi. Specialmente gli iPhone e gli iPad ci guadagnano enormemente. I Mac si adattano al nuovo ruolo. Ma mantengono i gradi di libertà in più che i sistemi operativi mobili non hanno.

In questo passaggio noi utenti possiamo seguire l'onda o pensare in modo consapevole.

Per essere consapevoli, dobbiamo ricordare che:
1. nell'internet mobile non c'è network neutrality, nell'internet fissa c'è
2. i sistemi operativi mobili hanno capacità orientate alla fruizione più che alla creazione, mentre i sistemi operativi dei computer sono ancora orientati più alla creazione che alla fruizione
3. la memoria personale che sta sul computer è un valore non paragonabile alla memoria spersonalizzata che sta nella nuvola

Per essere pragmatici possiamo pensare che:
1. quello che è comodo è comodo e va usato, come la sincronizzazione remota di ogni oggetto che contenga cose "pubblicabili"
2. quello che è riservato è riservato e va tenuto sulla propria memoria "personal"
3. mantenere e coltivare la conoscenza di come funzionano le cose che usiamo ci salva dalla dipendenza da quelle cose e dalle aziende che le producono

La registrazione dei fatti della vita quotidiana va nella nuvola. Gli strumenti che servono ai nostri atti creativi e liberi non sono tutti nella nuvola.

Oggi acquistiamo una libertà in più. Ma solo se non dimentichiamo la libertà che ci conquistiamo da soli.

Anche il Guardian a pagamento sull'iPad

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La nuova app del Guardian per iPad costerà 9,99 sterline al mese. Più o meno come quella del New York Times e del Telegraph, dice PaidContent.

Il prezzo appare motivato dalla ricerca di un equilibrio con i prezzi per gli abbonamenti e le vendite in edicola della versione cartacea, ma non sembra trovarlo perché tiene con ogni evidenza conto del fatto che la versione iPad non deve pagare il trasporto, la rotativa, la carta e l'edicola. Ma deve pagare quasi un terzo del prezzo alla Apple. D'altra parte, evidentemente, il prezzo non poteva essere troppo elevato, visto che comunque la vendita di app di notizie resta ancora difficile da proporre al mercato.

Sta di fatto che le app producono un fatturato per utente non troppo dissimile da quello della carta, mentre il web produce un fatturato per utente di un ordine di grandezza inferiore. Il problema delle app è che non fanno per ora grandissimi numeri di vendita. Mentre il problema delle versioni web è che pur facendo grandi numeri di lettori non arrivano sempre a fare grande fatturato. La transizione dalla carta al digitale è ancora lunga. Ma l'iPad sembra porre le basi per renderla un po' più gestibile.

Copyright verde

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I verdi del Parlamento europeo hanno pubblicato qualche settimana fa un position paper sulla loro visione del futuro del copyright. In un certo senso, la vedono come un ritorno alle origini del copyright, in termini di maggiore bilanciamento tra il diritto d'autore e l'interesse del pubblico dominio. Ma lo migliorano mettendo l'accento più sull'interesse degli autori che degli editori. Discussioni ce ne sono già in giro. Varrebbe la pena di approfondire, ma non sono un giurista. Per ora segnalo il paper.
Sabina Guzzanti è bravissima. I testi sono interessanti, molto, ma indubbiamente le capacità dell'attrice sono eccellenti. Tra le altre cose, ho ritrovato un tema che mi affascina da tempo. Che quello che viviamo sia una specie di Dopoguerra, molto più complicato da affrontare perché le macerie sono culturali e non fisiche, ma che andrebbe affrontato come il Dopoguerra.

Come?

A Ricucire l'Italia, oggi all'Arco della Pace, a Milano, non hanno parlato molto di soluzioni ma di metodo. E probabilmente è il contenuto più importante al momento. Per ricostruire a partire dalla Costituzione e da ogni possibile terreno comune tra i cittadini italiani.

Certo, le soluzioni e le azioni devono venire fuori. Guzzanti ha parlato di dell'occupazione di un teatro a San Lorenzo, dove volevano fare un casinò, e nel quale la cittadinanza ha creato un'atmosfera attiva di spettacoli, dibattiti, forme di lotta. Ricucendo il quartiere come lei pensava inimmaginabile ("prima, mi sentivo una sopravvissuta in un quartiere di zombie"). Pisapia ha parlato del vento nuovo che lo ha portato alla carica di sindaco di Milano. Le soluzioni probabilmente verranno fuori da queste piccole-grandi situazioni. Ma in fondo è ancora una questione di metodo.

Anche Timu è un metodo: per i cittadini che vogliono fare sentire la loro informazione e la vogliono diffondere in modo credibile e significativo. Speriamo serva per diffondere la pratica dei civic media. (cfr. da un forum del 2007 all'istituto di Ethan del 2011)

In entrambe le occasioni, l'eco di una domanda si è sentito forte e chiaro: ma perché gli italiani non si ribellano? Una voce diffusa all'estero e che si va diffondendo anche da noi, con la sua conseguenza: se ci teniamo questa situazione siamo conniventi? Dov'è l'Italia per bene, che lavora per bene, che rispetta le leggi e gli impegni? L'impressione che in entrambe le occasioni, l'analisi sia stata che il tema si svolge in tre passi: 1. rendiamoci conto delle nostre macerie culturali, 2. ristabiliamo un metodo sul quale siamo tutti d'accordo, 3. procediamo con l'azione in una prospettiva più chiara, oltre la nebbia del presente.

Non basta il metodo. Certo. Occorre che il metodo e l'azione comincino a generare fatti. A ritmo sostenuto.
Gli innovatori hanno tante idee. Ciascuno di loro ha una visione di come cambiare il mondo. Ha un'attività che svolge per realizzare la sua visione. E soprattutto ha una sua opinione su come valutare il risultato.

I conservatori hanno in genere poche idee. Di solito sperano che le cose restino come sono. Lavorano per custodire quello che esiste. Talvolta si dividono tra coloro che vogliono conservare tutto e coloro che vogliono conservare solo quello che c'è di buono tra le cose che esistono.

I dittatori hanno una sola idea. Quella di restare al potere. Tutte le altre idee sono strumentali a questa. Quindi offrono solo un'alternativa: o la dittatura si accetta o si rifiuta.

La struttura del consenso viene influenzata da queste caratteristiche dei soggetti presi in considerazione. Il consenso si divide tra le molte idee degli innovatori, tra le poche idee dei conservatori e tra le due opzioni poste dai dittatori. Semplificando, l'innovazione è una questione di nicchie più o meno vaste. La conservazione aggrega un po' di più. La dittatura è fatta per aggregare tutti. È facile acconsentire a un dittatore e ci vuole molto coraggio per dissentire. È più difficile dimostrare perché adottare un'innovazione ed è ben poco rischioso dichiararsi contrari a un innovatore. La valutazione dell'innovazione richiede una certa attenzione e competenza.

Al massimo gli innovatori riescono ad aggregare un numero di persone superiore all'entità delle nicchie cui si riferiscono le loro innovazioni per motivi di carisma, di biografia, di fascino. E quando le loro innovazioni riescono a soddisfare molti punti di vista contemporanemente. Ma molto raramente quegli sconfinamenti portano a consensi maggioritari sul merito delle loro innovazioni.

La discussione su Steve Jobs è stata un esempio lampante di questa situazione. Grazie al suo carisma e alla qualità della sua biografia ha raccolto un consenso molto più vasto di quello raggiunto dalle sue stesse opere. Ma le sue innovazioni sono discusse e difficilmente maggioritarie (se non per nicchie, come nel caso della musica).

Proprio nel giorno più adatto a celebrare la storia di Steve Jobs non sono mancate le critiche al suo operato. E si può star certi che queste argomentazioni cresceranno nel tempo. Il più duro critico è stato Richard Stallman che ha visto nell'opera di Jobs un effetto maligno sull'informatica, per la chiusura privatistica delle sue architetture. Stallman, il pioniere del movimento per il software libero peraltro viene spesso criticato per il fatto che in fondo tutto quello che ha fatto è stato possibile grazie ai finanziamenti del Pentagono. Alla fine ciascuno dei due è criticabile, ma varia il contesto valoriale dal quale partono le critiche. La moltiplicazione dei punti di vista sull'innovazione e sui modi per valutarla divide il consenso degli innovatori tra molti modelli e molte idee, disaggregando l'opinione generale in nicchie più o meno grandi.

Forse è per questo che in televisione, dove si possono analizzare meglio le questioni semplici, tipo sì o no, vanno meglio coloro che hanno meno idee da discutere. Forse è per questo che su internet c'è più spazio per le interminabili discussioni degli innovatori.

Ma non è detta l'ultima parola. Perché la televisione sta moltiplicando i canali. E internet sta cercando nuove forme per arrivare a soluzioni sintetiche.

Una popolazione abituata da 30 anni a dibattiti fatti solo di "sì" contro "no" dovrà riconfigurare alcuni suoi tratti culturali per poter comprendere i nuovi dibattiti che emergeranno in questa situazione. Questi resteranno minoritari a lungo. Ma faranno apparire sempre più chiaramente i dibattiti apparentemente semplici che prevalgono oggi in tv per quello che sono: banali. Già oggi ci sono dibattiti nei quali i conduttori riescono a superare la gabbia del "sì" contro "no". Ma non sono moltissimi. L'evoluzione dei media potrebbe far ritenere che i programmi un poco più complessi potranno diventare più numerosi.

ps. Dal punto di vista culturale, 30 anni di dibattiti strutturalmente banali, quelli dove si può scegliere solo tra "sì" e "no" hanno lasciato macerie intellettuali e certamente richiederanno una ricostruzione, come un dopoguerra. Chi si vuole impegnare in questo dovrebbe sapere che sarà comunque un'attività di nicchia e che, probabilmente, non genererà dei risultati maggioritari per parecchio tempo. Questo era un contributo alla riflessione di Luca sulla scarsa audience di un programma sull'innovazione.

Peppino Ortoleva McLuhan

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More about Capire i mediaMagnifica prefazione di Peppino Ortoleva al classico di Marshall McLuhan, "Capire i media. Gli strumenti del comunicare", nell'edizione del Saggiatore.

«I media sono metafore». Questo per Ortoleva è in sintesi estrema il pensiero del maestro della ricerca sui media. L'etimologia greca della parola, metafora, parte dalla nozione di trasportare per arrivare all'idea di trasformare: sicché i media trasportano e trasformano il messaggio.

Avendo adottato per anni il libro di McLuhan per i suoi corsi universitari, Ortoleva ha visto generazioni di studenti impegnarsi a comprenderlo: la sua prefazione è una sintesi imperdibile di quella grande esperienza.

Qui invece una lezione di Ortoleva su McLuhan Galaxy per la Faculty of Information della University of Toronto:


A Classic on the Edge: Peppino Ortoleva on Marshall McLuhan from SiG @ MaRS on Vimeo.

Il Moebius alla Vita Nòva

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Bellissimo! Ieri a Lugano è stato assegnato il premio Moebius per le riviste originali su tablet in lingua italiana alla Vita Nòva. Una grande soddisfazione per tutti coloro che hanno lavorato alla sua creazione. E spero anche per coloro che hanno scelto di scaricarla e leggerla.

La motivazione, nelle parole di Derrick de Kerckhove, Presidente della giuria, alla consegna del
premio: «Per l'esperienza pioneristica del settore unita alla capacità di sfruttare al meglio, nella ricchezza dei contenuti e nell'armonia grafica, le caratteristiche dell'interfaccia tablet.»

La notizia sul Sole 24 Ore. Altre notizie sulle iniziative culturali di Lugano. Il sito del premio Moebius.

Wow, Vita Nòva

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Pare che la Vita Nòva stia raggiungendo un record di download... appena i dati sono ufficiali ne sapremo di più. Intanto, il giornale è candidato al Premio Moebius di Lugano! E sul blog di Domenico Rosa stanno arrivando i fumetti scritti dai vitanoveschi... Grazie!

REIsearch

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L'Atomium Culture lancia un social network di scienziati europeo dotato di un accesso ai database della ricerca dei paesi aderenti. Si chiama REIsearch.eu. Serve a fare una rete di scienziati che parlano tra loro e con i media. Nel quale tutti hanno un'identità certificata.

Massimo Marchiori che ha lavorato al progetto lo sta spiegando oggi a Kracovia. La forza della rete al servizio della collaborazione tra scienziati e media.

Il progetto è in preparazione. Le promesse sono elevate. Vedremo la realizzazione.

L'ispirazione è basata su poche regole:
1. semplicità: l'esempio è l'attuale sito di Obama (are you in? lasci la mail e clicchi I'm in
2. usabilità: non come un oggetto di design ma che non si usa bene
3. no dilution: ambiente controllato, non anonimo, nel quale si sa chi sono i partecipanti, l'informazione non si diluisce nel rumore
4. complexity: ci vogliono molte persone per fare un'innovazione e la complessità di gestire l'interazione tra molte persone va pensata a livello di progetto
5. gruppi: facile costruzione di gruppi di lavoro internazionali e interdisciplinari (gruppi organizzati come estensione del cervello individuale)

Scienza e media a Krakow

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A Cracovia per una discussione sull'innovazione nell'informazione scientifica. Si scopre che la scienza può fare molto per spiegarsi meglio, ma i media possono apprendere dalla scienza l'importanza del rispetto di un metodo standard per raccogliere e valutare le informazioni. Il programma.

In Krakow there is a discussion about innovation in scientific information. Science can do a lot to improve the way it is communicated, but the media can learn a lot from science about the existence of an "epistemology of information". The
programme
.

Organizzazione: Atomium Culture.

Nuria Molinero, direttore delle comunicazioni della Fundaciòn Espanola para la Ciencia y la Tecnologia. Lavora per migliorare la qualità dell'informazione che i media tradizionali diffondono sulla scienza, collegando i giornalisti agli scienziati per aiutarli a controllare i fatti. Di solito questo avviene sui temi per i quali non c'è fretta di pubblicare, perché richiede tempo.

Lydia Aguirre, vicedirettore di El Paìs, la concorrenza dei nuovi media sociali ha conseguenze pesanti sui media tradizionali. La loro condizione economica è oggi in chiara difficoltà. I giornali hanno moltiplicato gli sforzi per rispondere alla sfida. Fanno molti mestieri in più, per lavorare su tutte le tecnologie, controllare tutti i dati, aggiustare le notizie ai diversi media. Internet è stata la migliore cosa che è successa al giornalismo dall'introduzione del primo emendamento. Il nostro pubblico è cresciuto molto. In questo contesto abbiamo scoperto che le informazioni sulla scienza sono molto gradite dal pubblico. Le notizie sulla scienza vanno sempre in testa alle nostre classifiche.

Ho sostenuto che:
1. l'informazione gratuita che i cittadini, gli scienziati, le organizzazioni stanno diffondendo in rete non è la causa della crisi dei media tradizionali, ma è una forma di concorrenza; il punto di forza è la quantità di argomenti che i cittadini possono coprire con modelli di business molto meno costosi
2. il problema dei media tradizionali è cogliere i segnali costruttivi di quella concorrenza e innovare, scegliendo tra contrastare i nuovi media o allearsi con essi, cercando di fare simbiosi sulla base di un punto di forza da coltivare, come per esempio il servizio di controllo delle notizie
3. se i media tradizionali hanno un ruolo di autorità e controllo dei fatti e se non sono fedeli a questo ruolo perdono credibilità e perdono la possibilità di seguire costruttivamente la strategia dell'alleanza e si devono necessariamente porre come nomici della rete; ma in questa strategia probabilmente perdono, perché la rete continua a crescere
4. i media devono dunque recuperare un autentico ruolo di qualificazione delle informazioni anche ridiscutendo il metodo che seguono per trovare e pubblicare le notizie
5. l'esperienza dell'epistemologia, sofisticatissimo pensiero che ha aiutato la scienza a crescere, può servire ai media per sviluppare un metodo di ricerca più chiaro e affidabile; se il metodo scientifico - o una consapevolezza migliore intorno al metodo dei dati, le ipotesi, le teorie, la verifica ecc... - si diffonde nei media, anche per la scienza ci sarà più comprensione da parte dei media e maggiore e migliore copertura della scienza. Imho.

Il caso dei neutrini ha dimostrato che siamo ancora indietro in tutto questo, salvo che su un punto: il social media ha saputo reagire subito alla gaffe della ministra. Il fact checking che ne è seguito è stato molto costruttivo sia per i giornali, sia per i social media, sia per gli scienziati.

Per la ministra non sembra aver accelerato la curva di apprendimento. Ma questa è un'altra storia.

Digital alterNatives

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Il Centre for internet & society di Bangalore pubblica uno studio - scaricabile gratuitamente - sull'evoluzione della cultura giovanile online. E lo intitola significaticamente "digital natives with a cause". I giovani cercano in rete di "essere", "pensare", "agire" e "connettersi". Altro che perdere tempo. O meglio, come dice Mimi Ito, il loro passare tempo in rete ha un senso. (segnalazione di Jc De Martin)

Think Diffident

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C'è stato un tempo in cui, nell'immaginario, prevaleva l'ottimistico e costruttivo, benché alternativo, Think Different. Oggi sembra venga più spesso in mente il pessimistico Think Diffident.

Beh, per la verità, si direbbe che "diffident" significhi "timido", "modesto" più che "diffidente". Però l'idea è che nel mondo della rete, di fronte alle crescenti minacce dei produttori di malware, l'unica strada praticabile per gli internettari fosse quella di diffidare delle proposte poco chiare.

"Consapevolezza" è in effetti la parola chiave per sintetizzare i consigli degli esperti che oggi hanno parlato alla Social Media Week di Milano, nel convegno Safety Technology. La tecnologia può combattere i criminali ma non vincerli al 100 per cento, dicono a Kaspersky, per esempio.

Certo, non si vincerà mai pensando di giocare a "guardie e ladri". I criminali che mettono in giro malware fanno un sacco di soldi, facili e con pochi rischi. Aumentare i rischi, rendere la loro vita più difficile, fare in modo che i soldi siano di meno, sono tutte buone azioni dei sostenitori della legalità. Ma non basteranno mai alla piena sicurezza. Questo è quanto hanno detto tutti i relatori. Occorre una visione di ecosistema, nella quale molte forze e molti interessi concorrano a isolare e controbilanciare l'iniziativa dei criminali.

Intanto, sono emersi alcuni consigli pratici:
1. usare molte password diverse, tenerle a mente, generarle con una specie di algoritmo personale.
2. aggiornare sempre il software che si usa
3. usare software meno diffusi e non quelli maggioritari
...

La raccolta di "consigli pratici" continua. E i contributi sono benvenuti.

Cohn (Spot.us) va a Berkeley

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David Cohn, fondatore di Spot.us, è stato chiamato a collaborare con Berkeley per fare ricerca su nuovi modelli di business per i contenuti in rete. (Romenesko)

Populis acquista Mokono

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Il network di blog di Populis, la minimultinazionale dei contenuti nata dall'attività imprenditoriale di Luca Ascani, ha acquistato Mokono. Questa ha ora acquisito il network tedesco Adnation. (TechCrunch)

Italian media at Mit MediaLab

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logoCivicMedia.pngIt was great to meet such an incredible group of researchers who are working in one of the myth of media studies, lead by a myth of cosmopolitan, civic, active media like Ethan Zuckerman.

My contribution, it seems, has helped them to open their views in a weird way: they needed, it seems, to get over the cutting edge problems that they face in their day to day life, and to go back to where part of the rest of the world is, or where at least Italy is: somewhere in the past.

Why should such a contribution be in any way interesting? History is done by leading, innovative contexts, such as the MediaLab, but it is also done by the laggards. Italy, as I have been saying, is a laboratory of how some media decisions can go very wrong. But there is hope and, most important, responsibility to be taken.

Two messages in one: where traditional television is still very important, the social and civic media space is even more strategic. In a place such as Italy, civic media is fundamental to generate a more equilibrated media landscape. And the year 2011 will be remembered because: 1. for the first time, internet users in Italy were more than 50% of the population; 2. three national and very important referenda were won by those that campaigned online, while television was almost completely silent (id.e. adverse) about the matter.

Hope should be linked to responsibility.

The MediaLab folks showed a fantastic knowledge of what Italians have been able to contribute in terms of politically innovative usages of the media, from Antonio Gramsci to the "radio libere" movement and to Beppe Grillo's blog. But I have also stressed that those wonderful examples were also "minoritarian by design". And I sort of proposed to find some more responsible ideas, in terms of possibilities to involve a more substantial part of the population or even the majority. Civic and social media are not condemned to stay minoritarian. They are made for everybody. But what do we need to get there?

I proposed a very simple - maybe naif - approach:
1. the television age has grown illiteracy, but we need to reduce funcional and digital illiteracy to make the most of civic media;
2. following Ethan, the media space is more like an ecosystem than an industry, and the positive relationship that can be developed between professional newspapers and citizens contributing to information is going to be instrumental to the success of the whole innovative process that we are facing and living;
3. the civic media space needs a sort of practical "epistemology of information", some sort of common methodology to enlarge the space of agreement about some shared and sharable knowledge; a sort of balkanization of the civic media space would make it weaker in comparison with old-traditional-powerful media (and the danger is real).

Ahref, with Timu, is trying to propose such an approach. We will see how it is received. It is a simple approach. But just telling everybody that you follow some simple methodological principles when you generate and share information, could make a difference. A more transparent behavioural code could be embedded in a platform code to create incentives that could help grow a common space of information.

But we also added, during the discussion at the MediaLab, that participation will not be motivated by that sort of common methological pattern. It is much more likely that participation comes if there is something cool, or important, or revolutionary to do.

New formats, new initiatives, new editorial presentations for civic media project are as much important as the methodology: they motivate people, they make their ideas more noticed, they make big media more interested in reporting, they are more fun. The common methodological grownd is good for a long term objective. Formats are good for taking action.

The MediaLab folks asked me what's new in Italy about this matter. They were impressed by the lack of protests and revolutionary movements in Italy at the moment. I don't know why that happens, but it is clear that what Italians see as "cultural innovation", today, is more about finding a common space for knowledge. A common sense of what is the important information that we can share and from which we can build something new would be a revolution, for Italians: any antagonist action, while damned to lose, has also become part of the distraction strategy that has been created by the powerful media of the present.

These are some examples of what's interesting in Italy now. We can share them here as well. But it is a work in progress.

Now, how are Italians developing on that opportunity? I asked friends online to share some of the best examples they knew about civic media in Italy (thanks to all of them!!!). Here are some examples:

- shoot4change
photography as social change tool
- critical city 

creative ideas about getting together in town for learning and having fun
- suedstern
german speaking community in the North developing its culture and social impact

- kapipal
crowdfunding

- percorsi emotivi
tell stories about emotions that you link to places in Bologna
- blog sarzano (e altri quartieri genova)

bottom up social service design
- openpolis

adopting a politician to record all her/his decisions and movements
- 
procivibus (kublai)
civil protection withe the help of citizens

- Continuum innovation


a platform to organize discussions while drinking something together

- Rollsquare
where places are better accessible to everybody
- Decoro urbano
citizens share information about the quality of urban services
- Progetto e21
information and quality discussion about local administrative decisions
- Km01
linking green economy and digital agenda (slides)
- Raeeporter
informing to help the environment
- Milano abbandonata
where are wasted spaces in Milan
- Cleanap
clean the city

Ethan Zuckerman, head of the Mit Center for Civic Media, invited me to share some experiences about civic media and professional media in Italy. Here I took some notes before the speech. Here is a sort of live wiki taken during the meeting.

Here is Matt Stempeck's report (thanks!).

ethan and luca.jpg


Newton Minow, 50 anni dopo

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Newton Minow, mezzo secolo fa, era presidente della FCC. In quel tempo tenne un discorso che memorabile, sul deserto culturale generato dalla televisione. Una "vast wasteland" pronta essenzialmente all'inquinamento intellettuale.

Come riporta Ethan Zuckerman, Minow è tornato a Cambridge e ha parlato di nuovo di televisione. E ha ripetuto, con ancora maggiore convinzione il suo concetto. Allora era visionario. Oggi è descrittivo. "La questione della responsabilità dei broadcasters è del tutto sottovalutata".

Experience Cambridge. A day from Harvard to Mit

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Well, thanks to a lucky day, I spent the day between Harvard and the MediaLab. I will report about what happened. But I must say one thing right now: it is an experience of quality. The general idea that I had the feeling is that there is a network full of ideas in which every single person works on her meaning as an individual contributor to the ecosystem.

The cure to living the present times is made by a set of practices:
1. telling stories and showing their meaning by linking them to the rest of the world (cosmopolitan identity, as in Ethan Zuckerman's next book)
2. thinking projects and make them become something that is alive (to make sense of the individual vision by contributing to the ecosystem)
3. experiment with a real scientific mindset (to actively cope with complexity by a conscious knowledge of the relationship between theories and empirical testing)

Cosmopolitan identity is going to be again and again a challenge, which we need to win. Because our major opportunity is to link to the global network and contribute with a special, unique set of ideas).

The meaning of media, too, is changing. It is growing to objects that used not to be thought as media. Tools with an embedded methodology to tell stories that can be understood and shared.

(Oh, how hard it is to write in English... sorry... I hope it is understandable...)
Ethan Zuckerman, head of the Mit Center for Civic Media, invited me to share some experiences about civic media and professional media in Italy. Here are some notes. Just notes.

I must confess that I was really flattered but I was also quite worried, because I didn't think that Italy could be such an interesting subject at the MediaLab...

How did I sort out of that? With a set of questions in two steps:

First step - I sort of forced myself to think what I could say after a title like the following:

Why the Italian civic media landscape matters to you? I mean: why the Italian civic media should be a subject of interest for you, people, who don't leave in Italy?

Second step - I thought about some questions that I would really like to ask someone who is so lucky to be doing a research at the Mit Center for Civic Media.

At the end I came out with a compromise.

Yes, I know: I could entertain some people by talking about our bizarre media system, with a strange tycoon acting as political leader. But I must admit that it is such a sad subject... A much happier subject is the possible interpretation of the civic media space as a possible reaction to the same situation that made that kind of political leader possible. So maybe I should be asking both global and local questions.

I thought that some questions are global (and quite complicated): is it possible to think an epistemology of the news that emerge in the civic media context? What kind of incentives are leading the use of social media platforms? What does it mean to change that "social media" into a "civic media"? Is it true that civic media initiatives can grow their importance only by growing their ability to be both creative in format and reliable in content? Is there any kind of common methodology that can be developed to improve the efficiency of civic media initiatives?

Those are questions that are useful in Italy, too. But, to apply to Italy, they should be sort of simplified. Italy has an important percentage of functional illiterates and digital illiterates, while it is investing less and less in public education. But education in digital media is always some sort of learnig by doing. Thus, civic media initiatives in Italy could be both important to achieve their results and to spread a sort of general incentive to media literacy.

That said, here are some short ideas.

Italy matters for the media studies because it is a laboratory for testing lots of hypothesis about the consequences of some crucial decisions that shape media structures.

In particular, the Italian media landscape is a lab for testing many ideas that we share about the emergence of a new media landscape, while being an historical example of a rich set of mistakes that other countries still can avoid. On the other hand, Italy needs more than others a new media landscape, thus it may be getting some interesting thoughts about the "civic" in "civic media".

Italy is not well known for innovation. But it has invented the first law that allows one man to personally own three national television chains out of seven; and has forgot to include a norm stating at least that he should not try and become prime minister. That was a mistake, because now as premier he is owning his three channels and three more through the state controlled public broadcaster. Thus, political action in Italy is more about his agenda than the country's agenda.

Since 30 years, Italy has entered the Thatcher-Reagan age. By watching Dallas in tv. It was a shock for a catholic country to see a bad guy loaded with money and power to become a popular hero. People called their children Jayar and Sue Ellen. Tons of tabus were demolished. Since then, television became a central part of Italian life. And influenced policy making maybe even more than in other countries.

There are some consequences:
1. growing percentage of functional illiterate
2. diminishing social activities
3. paranoid political agenda
4. diminishing investment in public shools
5. growing importance of social media as a balancing force to a weird media situation.

Referendums in 2011 demonstrated that the social media world can influence an important political decision more than television.

Now, how are Italians developing on that opportunity? I asked friends online to share some of the best examples they knew about civic media in Italy. Here are some examples:

- shoot4change
photography as social change tool
- critical city 

creative ideas about getting together in town for learning and having fun
- suedstern
german speaking community in the North developing its culture and social impact

- kapipal
crowdfunding

- percorsi emotivi
tell stories about emotions that you link to places in Bologna
- blog sarzano (e altri quartieri genova)

bottom up social service design
- openpolis

adopting a politician to record all her/his decisions and movements
- 
procivibus (kublai)
civil protection withe the help of citizens

- Continuum innovation


a platform to organize discussions while drinking something together

- Rollsquare
where places are better accessible to everybody
- Decoro urbano
citizens share information about the quality of urban services

The new media landscape is a set of hypothesis:
1. the top-down, television based, industrial age, mediasphere is to be balanced by a new bottom-up, internet based, knowledge age, social media ecosystem: sharing and creating ideas and information is as important as learning in the knowledge age; it is the foundation for the energy and the freedom needed to innovate.
2. globalization is the competition between territories which can only win if they find their own special meaning in the global arena; this special meaning starts from their cultural history and is developed by investing in education and media, to end up issuing products, services and ideas that have a perceived value in the world.
3. the new social media ecosystem is very new and has not developed its own conscious epistemology; which means that the social network can risk a possible balkanization in the sense that everybody can be tempted to stick with the people that shares not only information but also values and political ideas, thus weakening the differences that make a cultural context less generative.

The social media context is innovative for its capability to energize the media system with the views and the values of people other than those that are professionally dedicated to the industry of content and those that have a top-down political agenda. But how can this contribution to knowledge and freedom become more important in terms of credibility, ability to influence the political agenda, quality of information that it generates? Incentives are different and competitive rules, personal roles are not the same. Is there anything that we can do to improve the system and the life of people at the same time?

Timu, by Fondazione Ahref, is a sort of platform that should help citizens who want to contribute with quality information. It does so by proposing social information games and learning opportunities, while asking to disclose the sort of methodology that citizens use to research and publish their information.

These where just some notes, for those that want to find the links at what was quoted during my short presentation at the Mit Center for Civic Media.

MoMA - Talk to me

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Solo un cenno a Talk to me, al MoMA. Grande. Una serie di soluzioni inventive intorno al rapporto tra gli uomini e le macchine. O degli uomini tra loro, con la mediazione delle macchine. Anche l'esplorazione sul sito è generativa. È un insieme di esempi ai quali ispirarsi. Per esempio, pensando a Timu, Ahref.

Chi ha visto esempi analoghi potrebbe segnalarli. Perché per fare innovazione sui media sociali occorrono anche nuovi format.

Se Google+ stesse rallentando...

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Sarebbe bello condividere gli analytics perché potremmo vedere alcune tendenze prima che vengano pubblicate ufficialmente. In ogni caso, l'analytics a questo blog segnala un rallentamento di Google+ e un'accelerazione di Twitter. Almeno a giudicare dal traffico che questi servizi hanno spinto fin qui. Assistiamo alla fine dell'inizio impetuoso di Google+?

(Twitter spinge qui più traffico di Google+ e di Facebook. Nella segnalazione precedente, Google+ era superiore a Facebook e Twitter).
Sarebbe bello se ci fosse un modo per condividere informazioni senza cedere i contenuti alle piattaforme che usiamo, se l'indirizzo sul quale pubblichiamo restasse di nostra proprietà, se il metodo con il quale pubblichiamo fosse discusso e migliorato insieme, se potessimo imparare a fare meglio quello che vogliamo fare, se ci fosse un modo per lanciare iniziative di ricerca di informazione da fare insieme e, magari, essere premiati per la qualità di quello che facciamo... Sarebbe bello, dunque, perché non tentare di farlo? Il tentativo proposto dalla Fondazione Ahref si chiama Timu. Ho contribuito anch'io a immaginarlo. E una squadra di studiosi, programmatori, esperti ed entusiasti lo ha realizzato. Sarebbe bello che chi passa da questo blog si interessasse all'idea e volesse dedicasse un po' di tempo a vedere se funziona, se può servire, come può migliorare. Come ogni beta Timu può migliorare solo attraverso una bella pratica di proposte, feedback, miglioramenti, e così via.

Di che si tratta?

I media sociali sono una grande occasione di rinnovamento del modo di informarsi e fare informazione. E il bello dei media sociali è che a loro volta non cessano di rinnovarsi. Fanno venire voglia di contribuire, magari di partecipare al processo dell'innovazione. Fanno venire in mente: "posso farlo anch'io?". Di solito la risposta è "sì".

Prima di tutto, sono le persone che li usano a creare le maggiori novità. Anche in Italia. La vicenda dei recenti referendum ha dimostrato che la rete riesce a informare e contare molto nel panorame dell'informazione: il quorum è stato raggiunto per il grande lavoro che è stato fatto da tantissime persone in rete, con l'appoggio di alcuni importanti giornali, ma non certo per l'informazione proposta dalla televisione.

In secondo luogo, il rinnovamento viene dalle piattaforme. Che a loro volta non cessano di innovare. Se ne dibatte spesso. E ce n'è bisogno. Perché si possono usare un po' meglio se si comprende come funzionano. E perché ci sono un sacco di cose che si possono migliorare.

Si parla molto di privacy, di modelli di business, di strategie delle grandi aziende e di opportunità per le piccole aziende o per i professionisti. C'è un tema che resta meno discusso di altri: gli incentivi impliciti nelle piattaforme.

Le piattaforme, proprio per come sono disegnate, contengono un insieme di incentivi, cioè favoriscono certi comportamenti piuttosto che altri. Si direbbe che, per esempio, Wikipedia sia disegnata in modo da favorire la collaborazione alla realizzazione di un progetto comune; mentre, per esempio, Facebook sia disegnata in modo da favorire l'incontro e il riconoscimento tra le singole persone, sottolineando i loro progetti e le loro curiosità personali più che un progetto comune. Quora e Ted Conversations sono disegnate in modo da favorire comportamenti seri e collaborativi, anche se non dichiarano un progetto specifico come quello di Wikipedia. Twitter sembra soprattutto orientata (e orientante) allo scambio di link di attualità, anche se non è certo solo questo.

Questi incentivi impliciti nel loro design funzionano anche quando le piattaforme sono usate per fare informazione. Il che ha delle conseguenze. Il metodo Wikipedia non ha funzionato tantissimo per l'attualità. Facebook ha un grandissimo impatto sul traffico dei giornali online, ma non sembra orientata a fare emergere un'agenda comune: piuttosto sembra favorire la moltiplicazione delle proposte di agenda. O sbaglio? Twitter va veloce e sembra fantastica per l'immediatezza dei messaggi, ma ovviamente non è fatta per gli approfondimenti che richiedono spazio e tempo: di solito ci si trova la novità ma poi si va a cercare di capire di più sui siti e i blog di informazione.

Molti temono che nella fretta delle attività che si svolgono sui social network si perda di vista la distinzione tra ciò che è informazione e ciò che è comunicazione. E soprattutto che si tenda a stare nei luoghi della rete più facilmente comprensibili, nei quali le persone la pensano in modo omogeneo. E che quindi si formino gruppi di interessi separati. Qualche volta persino ideologicamente separati. Ovviamente ciascuno può interpretare l'opportunità della rete come vuole e secondo le sue sensibilità. Ma sarebbe un'occasione sprecata non tentare di costruire qualcosa che invece incentivi a incontrare le altre persone e a collaborare con loro non in base agli interessi e alle ideologie ma a piccoli o grandi progetti di informazione da mettere in comune per obiettivi civili.

La rete è nata da un insieme di culture orientate alla collaborazione. Si sa che i militari l'hanno finanziata all'inizio, ma si sa anche che le prime applicazioni vere sono state portate avanti dagli scienziati. E gli scienziati partono - quasi sempre - da quella meravigliosa cultura della condivisione, da quell'idea che la ricerca vada avanti correttamente e creativamente solo se ci si scambiano i risultati degli esperimenti, solo se ci si critica in base a un metodo comune. Senza farne una questione personale, perché in fondo si lavora - si dovrebbe lavorare - per l'avanzamento della conoscenza di tutti.

Alla cultura degli scienziati si è unita fin dalle origini della rete la cultura degli hacker orientati a comprendere e innovare le macchine in modo da favorire la collaborazione e lo scambio di risorse. Inoltre, in quella cultura si è sviluppato il valore di "fare qualcosa" senza subire passivamente l'andazzo generale. Infine, la pratica del lavoro nell'open source è riuscita a far crescere un insieme di tecniche per il miglioramento della qualità complessiva dei prodotti che emergevano dalla collaborazione.

Gli economisti dei beni comuni, i giuristi dei creative commons, hanno poi aggiunto consapevolezza sulle forme con le quali il diritto d'autore e le altre nozioni collegate alla produzioni di contenuti possono essere orientate verso la collaborazione.

Quelle culture originarie hanno influenzato molto anche i modi con i quali gli utenti hanno lavorato all'informazione. I blogger hanno imparato subito a citarsi vicendevolmente per riconoscere il lavoro fatto dagli altri, in nome della crescita dell'informazione di tutti.

Certo, l'impetuosa crescita dell'uso della rete, ha qualche volta messo in secondo piano queste istanze, a favore di altre finalità perfettamente legittime: il successo commeciale, la notorietà, la promozione di movimenti, l'aggregazione di comunità di interessi, e così via. Di certo, non è passato di moda il senso della collaborazione, ma vale la pena, ogni tanto di ribadirlo.

La collaborazione nella produzione di informazione si può basare soltanto su un metodo condiviso. E anche questo metodo va ogni tanto ribadito. Soprattutto nell'ambito dei civic media usati dai cittadini.

Non occorre molto, probabilmente. Il metodo che distingue l'informazione dalla comunicazione generica, in fondo, può avere una formulazione relativamente semplice: chi vuole che la sua informazione serva con una certa qualità verificabile in nome della collaborazione tenta di solito di produrla con accuratezza, indipendenza, imparzialità e legalità.

Perché non dichiararlo esplicitamente? Per farlo si può anche pubblicare un'icona tipo quella che si trova anche in questo blog in basso a sinistra, vicino all'icona di Creative Commons. È una delle possibilità che si aprono usando Timu. Che è una beta. E ha bisogno di feedback. (L'icona stessa è in elaborazione...).

Il 15 settembre ne parlo al MediaLab con il gruppo Civic Media col magico Ethan Zuckerman. Spero di andarci con un bagaglio di esperienza, reazioni, consigli...

La Vita Nòva dei fumetti

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In Italia ci sono tantissimi bravi autori di fumetti. Non solo, ma anche, grazie alle conseguenze culturali e pratiche delle significative storie italiane di Disney, Bonelli e altri. La loro difficoltà fondamentale è sempre stata il fatto che la carta costava molto e il rischio di provare se nuove storie trovavano successo era alto: così molte sperimentazioni restavano nei circoli ristretti degli specialisti.

Ma il digitale, in particolare nella vesione tablet, sembra un'occasione per ridefinire la filiera della sperimentazione e dello sviluppo dei nuovi percorsi fumettari.

È uno degli spunti che si trovano sulla Vita Nòva. Che contiene anche un gioco di collaborazione creativa: storie mute da riempire online. Si sperimentano le tecnologie, provando il modo di generare senso. Chissà se piacerà.

Documentality - settimana prossima a Think!

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Un pomeriggio di riflessione sulla Documentality, l'idea sulla quale ha scritto Maurizio Ferraris, il 6 settembre a Think! Ecco il programma.

L'idea di base, mi pare, della documentality è che un atto sociale esiste solo quando è iscritto in un documento. Che può essere di carta, digitale o semplicemente registrato nella memoria delle persone.

La mia riflessione è questa: se un atto sociale esiste solo quando è documentato, la tecnologia ha un potere enorme perché definisce il limite del socialmente possibile. Viene in mente Matrix, il film nel quale un documento è l'unica realtà percepita da umani schiavizzati dalle macchine.

Ne consegue che la consapevolezza è la strada della libertà.

Economia delle news

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Stefano Quintarelli ha scritto un importante post per rispondere alla domanda: i giornali (quotidiani) possono sopravvivere solo con internet? La sua risposta è "no", "dipende", in realtà pochi.

Molte delle conclusioni dipendono dalle definizioni di partenza.
1. Se le news sono commodity, il settore tende fatalmente alla concentrazione.
2. Il prodotto dei giornali sono i mediagrammi, contenuti che possono essere fruiti su diversi supporti. Quindi la loro monetizzazione dipende dalla capacità di rivendere il prodotto su diversi supporti.
3. I diversi supporti sono adatti alle diverse ergonomie e dunque demografie. La carta è usata dagli utenti più anziani, il digitale dai meno anziani. La demografia stabilisce il risultato finale, a sfavore della carta.

La conclusione è una nuova definizione di editore: "colui che monetizza l'attenzione del cliente. (nel massimo numero di modi e occasioni possibili)".

Ne consegue un'immagine finalmente chiara di uno scenario strategico per un editore di notizie di servizio. Come il Sole 24 Ore, al cui prodotto Stefano esplicitamente si riferisce parlando dell'informazione cui si riferisce. Ma è consapevole che ci sono "giornali e giornali" e che dunque le sue conclusioni valgono soprattutto per gli editori che si occupano di informazioni di servizio.

Mi piacerebbe aggiungere qualche considerazione.

Che cos'è l'informazione di servizio? E' l'informazione della quale si può fare qualcosa, cioè in base alla quale si prende una decisione (sul lavoro o per la vita personale). Il problema è che si perndono decisioni in base al contenuto specifico dell'informazione, all'interpretazione dell'informazione, al momento in cui si riceve quell'informazione, alla credibilità dell'informazione. Inoltre, l'informazione di servizio è anche quella che prepara a prendere meglio le decisioni in futuro: dunque è formativa. Infine è informazione di sevizio anche quella che ispira i lettori a generare nuovi pensieri che a loro volta provocheranno nuove visioni della realtà che consentiranno loro di prendere decisioni innovative. Insomma: il servizio dell'informazione è relativo alla qualità dell'informazione, all'ergonomia dell'accesso all'informazione, al quadro interpretativo nel quale quell'informazione è compresa. I giornali di servizio influiscono su tutte queste dimensioni: dalle decisioni immediate e quotidiane, in qualche misura routinarie, relative a una situazione attuale, fino alle decisioni rare e difficili, fondamentalmente innovative, in ogni caso relative a una visione orientata alla costruzione del futuro. Il che significa che l'informazione è di servizio solo quando serve effettivamente, o si ritiene che possa servire, o si scopre che è servita. O ispira un nuovo modo di valutare che cosa serve fare, imparare, immaginare.

La conquista dell'attenzione che l'editore deve monetizzare in tanti modi è dunque un oggetto molto complesso, anche nel caso limitato dell'informazione di servizio. Ed è complesso, come dice Stefano, definire i confini dei business nei quali quell'attenzione viene monetizzata.

Carlo Alberto Carnevale Maffè si interroga su quali siano i mercati nei quali opera l'editore. E concorda con Stefano quando dice che le forme di monetizzazione devono essere le più varie. Ma aggiunge alcune categorie di ragionamento. C'è il servizio di dare un'informazione, c'è la sua autorevolezza. In quali mercati si scambiano questi valori?

Evidentemente, lo specifico dato dell'informazione è in un mercato definito dall'efficienza con la quale si distribuiscono le notizie. Come dice Stefano è una tecnologia crossmediale che consente al pubblico di essere raggiunto o di raggiungere le notizie in molti modi diversi.

Tra l'altro le fonti dei dati si moltiplicano. Perché ogni generatore di dati può decidere di metterli a disposizione del pubblico senza farsi intermediare da un editore (il che avviene: dalla borsa di Milano alla Camera dei Deputati).

Il digitale infatti non incide soltando sulla distribuzione delle notizie da parte degli editori, ma da parte di tutti coloro che possono condividere notizie. Comprese le fonti abituali dei giornali.

In questo contesto, il servizio può essere:
1. servire il pubblico con un algoritmo che consenta di trovare velocemente le notizie, soprattutto quando il pubblico sa quali notizie cerca
2. servire il pubblico con una redazione che metta in fila le notizie nel modo migliore per l'utente che non vuole perdere tempo a pensare quali sono estattamente le notizie che cerca

E' chiaro che il lavoro umano può vincere quando entra in campo non solo l'efficiente reperimento dei dati ma anche una sorta di giudizio sulla loro importanza.

L'autorevolezza dipende da una storia di servizio corretto e di interpretazioni ragionevoli. I beni esperienza non valgono in quanto se ne conosce il costo o il prezzo, ma in quando il pubblico sa per esperienza che chi li offre ha dimostrato di offrire beni che hanno valore.

Le fonti dell'autorevolezza sono nella ricerca necessaria a curare correttamene la valutazione delle notizie, nella qualità del design dell'interfaccia per l'accesso a quelle notizie, nella trasparenza del metodo interpretativo adottato dalla redazione.

In sintesi. Ci sono diversi mercati.

Quando si parla di dati informativi, notizie secche in quadri interpretativi stabili, risultati attesi di fenomeni conosciuti, il servizio è fondamentalmente orientato a ridurre al minimo il tempo necessario al pubblico per sapere quello che vuole sapere. E l'attenzione è relativa agli interessi precisi e noti dell'utente. In questo mercato, si vede una forte concentrazione. Si fanno bassi margini e si vince con gli alti volumi. La qualità e il design sono orientati a massimizzare la comodità per il pubblico di usare i dati, conoscerli proprio quando servono, dare la possibilità di agire nel quadro di un'attività abituale o prevedibile. Il valore è nell'affidabilità, comodità, usabilità delle notizie. In questo mercato vincono in pochi: i più efficienti e tecnologicamente innovativi. Di solito, gli editori che si occupano di questo comparto temono la concorrenza di Google.

Quando si parla di autorevolezza il discorso cambia. Autorevolezza non è affidabilità. L'autorevolezza serve se spinge l'azione e il pensiero oltre l'immediato e l'abituale. Un modo per valutare l'autorevolezza è la penetrazione delle notizie nella conversazione che gli utenti coltivano con i loro pari. E una notizia di servizio è autorevole non quanto spinge a un'azione immediata, ma genera un pensiero che l'utente trova importante, tanto da discuterne con gli altri o addirittura tanto da spingerlo a cambiare idea intorno alle azioni che dovrà compiere in futuro. L'autorevolezza vale per i gruppi di utenti simili e diventa una sorta di canale di coordinamento. Oppure vale per gli individui e diventa ispirazione al cambiamento, all'approfondimento, al miglioramento di se. In questo senso, gli editori che si occupano di lavorare sull'autorevolezza possono fare un valore aggiunto maggiore, ma devono dimostrare di valerlo investendo in ricerca, innovazione, qualità dell'informazione. E spesso questo riesce per temi specialistici. Il caso dell'Economist è probabilmente un esempio di questo tipo di editore. E l'Economist non è preoccupato della concorrenza di Google.

Il giornale efficiente e affidabile è uno strumento. Il giornale autorevole è una voce che parla dopo avere fatto una ricerca profonda e riconoscibile.

Nel primo caso ci sarà concentrazione. Basso valore e alto volume. Nel secondo caso ci sarà concentrazione forse per ogni settore, ma i settori sono molti.

In tutti i casi, i costi andranno aggiustati ai ricavi.

I giornali non spariscono se non quando i costi superano il fatturato per un tempo più lungo di quanto consenta il capitale. E il tempo si allunga man mano che gli editori riescono a ridurre i costi. O a moltiplicare il fatturato entrando in nuovi mercati.

Il nuovo equilibrio non è in vista.

Ma la storia insegna che l'editoria è nata dal controllo della stampa e si è evoluta con la definizione del copyright. Oggi la tecnologia non è più controllata dagli editori e il copyright è messo in discussione non solo dalla pirateria, ma anche dalle nuove opportunità che si aprono per gli autori e le fonti di informazione.

Inoltre, la scarsità non è più lo spazio sul quale si può pubblicare, che era controllato dagli editori; quello che è scarso è piuttosto il tempo, l'attenzione e la capacità di riconoscere autorevolezza, cioè è più relativa alle risorse del pubblico: il baricentro, nell'equilibrio nella determinazione del valore, è passato dall'offerta alla domanda.

Per questi motivi, il business degli editori è davvero difficile.

Lo scenario numero uno è che i nuovi controllori della nuova tecnologia siano in grado di evolvere in editori: l'autore del libro venduto a un dollaro in più di un milione di copie direttamente sulla piattaforma di Amazon è un caso che fa pensare a un'evoluzione del genere. E' stato l'autore a farsi pubblicità via Twitter e a conquistare attenzione e lettori. E Amazon gli ha garantito una percentuale molto superiore a quella che gli avrebbero concesso gli editori tradizionali.

Lo scenario numero due è che gli editori evolvano. Imparando a innovare. Imparando la nuova tecnologia e le sue logiche. Abbattendo i costi. E scegliendo se giocare sul mercato dei volumi a basso valore aggiunto oppure se cercare alto valore aggiunto: puntando sull'autorevolezza, dunque investendo in ricerca, metodo, qualità del design. Capacità di giocare su molti display e molti media. Capacità di ispirare.

Indubbiamente, lo stanno tentando. La questione non è sapere se spariranno i giornali. La questione è se i giornali faranno in tempo a evolvere, prima di finire i soldi.

In Italia, dove l'evoluzione è lenta, i giornali possono andare più veloci. O adeguarsi ai ritmi del resto del sistema. Nel primo caso sono favoriti. Nel secondo sono parte del problema.

Le sole domande sbagliate sono quelle che riguardano la supposta contrapposizione tra carta e digitale. Perché non c'è contrapposizione. Imho.

Casomai il tema è come si valorizzano i vari tipi di servizio sui vari tipi di tecnologia.

Si può dire con certezza che il valore monetario percepito da chi compra il giornale di carta è ancora superiore al valore percepito di chi usa il sito. E che le formule sul tablet o in pdf, per qualche motivo, sono in grado di avvicinarsi al valore percepito della carta.

Per quale motivo? Perché alludono al design della carta. Alludono cioè al servizio di gerarchizzazione, visione panoramica delle notizie, limitatezza del numero di notizie da sapere, interpretazione. Il valore monetario percepito nelle versioni per tablet o contiene quel qualcosa in più della somma degli articoli cui gli utenti sono abituati dal tempo della carta.

C'è l'eredità del mix tradizionale di servizio di accesso alle singole notizie e di autorevolezza del prodotto che le impacchetta in un insieme dotato a sua volta di senso. Capace di far parlare di sé. Che ispira.

E allora si può pensare che per questa via si possa riconfigurare il giornale digitale in modo che a partire dall'allusione al giornale tradizionale possa conquistare anche in digitale un valore d'uso e un valore di ispirazione per il quale gli utenti siano disposti a pagare (denaro e tempo), il che si traduce in un biglietto di entrata o in pubblicità di maggior valore.

Per i siti, la velocità di utilizzo e la infinità di notizie, il tempo reale e la mancanza di confini, riduce la percezione di un servizio interpretativo e mette il giornale a confronto troppo ravvicinato con altri servizi che partono da strutture di costo e modelli di business molto diversi. I siti servono, se servono, a inserire le notizie nel flusso delle attività quotidiane delle persone. Creando un ambiente in più che può avere senso economico se trova una monetizzazione diversa dalla semplice pubblicità. Può essere un canale di vendita? Può essere un club? Può far conoscere altri prodotti a maggior valore aggiunto? Di certo, fa raggiungere al brand un numero di persone superiore. E su questo, solo su questo, si può lavorare.

Se tutto questo è vero, i prodotti sono diversi come i diversi servizi che svolgono. Non è tanto vero che si possono usare le stesse notizie sui diversi device. E' vero che si devono tagliare le notizie in modo diverso per i diversi scopi che hanno. E che gli editori devono tentare non di rivendere in tanti modi le stesse notizie, ma le stesse competenze delle redazioni.

Le conseguenze sulla struttura redazionale sono importanti. I gruppi di lavoro, composti di redattori, designer e programmatori, abilitano gli autori competenti delle loro materie a pubblicare ciò che il pubblico cerca nei diversi device. Servizio immediato e in tempo reale sul sito, autorevolezza e unicità sulla carta e il tablet. Ne vengono fuori matrici di lavoro attraverso le quali i giornalisti sono suddivisi in squadre organizzate per competenze contenutistiche e per piattaforme di fruizione.

Ma attenzione. Alla fine, il lavoro ad alto volume e basso valore aggiunto porta fatalmente alla concentrazione degli operatori del mercato. Mentre ciò che distingue e mantiene in vita la diversità delle voci resta la ricerca costante dell'autorevolezza.

E l'autorevolezza non è più data. Si conquista: con la ricerca che prepara la generazione di contenuti, con l'innovazione tecnologica che porta gli editori tradizionali a comprendere meglio la nuova tecnologia (l'acquisto di Zite da parte di Cnn è parte di questo), con la trasformazione del design in modo che sia percepito il valore dell'insieme del giornale e non solo la somma delle notizie che lo compongono...

Diritti di internet all'Onu

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Dopo le dubbie tentazioni di alcuni governi anche occidentali verso la limitazione della libertà di utilizzo di internet, la Svezia appoggia le richieste per un approfondimento del tema dei diritti di connessione ed espressione su internet come diritti umani. Se ne parlerà alla prossima riunione dell'Onu dedicata ai diritti umani. (Apc via Jc)

Se ne dovrebbe parlare anche al prossimo Igf italiano di Trento.

Il valore del pubblico di un giornale

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Dave Winer ha una domanda: perché i giornali come il New York Times non adottano una funzione come quella di Quora? Un buon social network orientato a far venire fuori risposte buone a domande difficili potrebbe essere finalmente un modo serio, dice Winer, per valorizzare le qualità del pubblico di un giornale in funzione di ottenere un'informazione migliore. Winer pensa che il vero asset del giornale non sia chi lo fa ma chi lo legge. E questo punto di vista aiuta sempre a fare ragionamenti interessanti.
Vedo questo video dell'anno scorso, nel quale Sinan Aral parla di causa e contagio, uno dei suoi percorsi di ricerca, a PopTech.



Sono sei minuti, ma passano in fretta, no? Sembra che almeno l'80% delle persone che vedono un video non vadano oltre il primo minuto. Ma sicuramente c'è video e video... Come c'è persona e persona.

Ci sentiamo individui, ci comportiamo seguendo regole di gruppo, siamo più attenti o meno attenti agli stimoli degli altri a seconda del nostro individuale schema di relazioni... Tutto da studiare. Intelligenza collettiva, mi pare, e individualità non sono nozioni che ci possano comprendere separatamente.

Privacy Facebook, nota di servizio

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Ormai lo sanno tutti: Facebook ha cambiato ancora gli strumenti di gestione della privacy. Ma vale la pena di segnalare questa piccola summa delle modifiche, perché notarle tutte, anche solo le più rilevanti, è una perdita di tempo che si può risparmiare: via Mashable.

I cambiamenti alla gestione della privacy:
1. controlli su profilo e post più granulari, come richiedevano tutti gli esperti
2. si possono togliere più facilmente le foto taggate da altri
3. si possono inserire localizzazioni diverse da quelle nelle quali si è al momento del post

Già che ci siamo, va ricordato anche che - secondo alcuni osservatori - Facebook ha dichiarato implicitamente di aver perso contro Foursquare nella battaglia dei Places sul mobile... via SocialBeat. O forse meglio: la localizzazione è diventata una feature standard, non è più vista come un servizio autonomo.

Emi v. Mp3tunes: un caso da studiare

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E' finito un processo per il solito copyright sulla musica, partito da Emi contro Mp3tunes. I commenti sono diversi. Non pare che ci sia un chiaro vincitore.

Emi ha perso perché la sentenza conferma che non sono i provider a dover fare da poliziotto della rete, ma i detentori di diritti a dover cercare chi infrange il loro diritto e chiedere di volta in volta che i file - presunti - illegali siano eliminati.

Mp3tunes ha perso perché, in seguito alla richiesta di Emi, ha eliminato i link alle fonti di file illegali ma non ha eliminato i file stessi dalle partizioni di memoria assegnate agli utenti (il servizio è una sorta di cloud della musica).

Via PaidContent.

Social Media ProBook

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Grazie a Luca Conti, vedo il Social Media ProBook. Varie chicche. Da "life after like" a "engage and entertain". Autorevole summa di consigli, raccontati con leggerezza. (Si scarica gratis il pdf e si legge con l'iPad o quello che si vuole...).

Google+ cresce (per questo blog)

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Google Plus è diventato in poche settimane il terzo tra i modi con i quali le persone arrivano a questo blog. Il primo è sempre l'accesso diretto alla home page del blog. E il secondo è sempre la ricerca su Google.

Ma al terzo posto c'erano i feed rss. E al quarto Facebook, abbondantemente. Poi Twitter. Ora Google Plus ha conquistato il terzo posto: un risultato notevole ottenuto in poco tempo. Facebook è quinto. Twitter sta recuperando grazie al nuovo servizio t.co.
Nelle redazioni dei giornali online si sta facendo strada una serie di strumenti software per monitorare le reazioni del pubblico ai titoli e alle storie pubblicate. Servono a valutare il successo di ogni singolo elemento informativo del giornale online e puntano a predire il risultato degli articoli e dei titoli che si stanno per pubblicare. Ne parla Poynter in un articolo da leggere.

Il rischio è quello di avere un "effetto Auditel" anche nei giornali online, per il quale si pubblica solo ciò che fa click e non ciò che è importante pubblicare. In passato, la qualità della televisione si è trasformata storicamente in base alla disponibilità di strumenti in grado di valutare le reazioni dell'audience minuto per minuto: e non siamo certi che si sia trasformata in un senso culturalmente costruttivo. Il pragmatico modo di rispondere dei responsabili dei palinsesti, secondo i quali il pubblico decide, non è esatto: il pubblico decide in base a reazioni prevedibili, non razionali, orientate alla soddisfazione di curiosità immediate e non solo in base a valutazioni profonde e consapevoli del valore artistico, informativo o culturale dei programmi. Si dunque può temere che, portando le logiche del monitoraggio immediato alle estreme conseguenze anche nei giornali online, si vada nella direzione di uno scadimento verso "il minimo comun denominatore culturale" anche in questo settore dei media?

Ci sono molti motivi per accreditare questa ipotesi. La frenetica ricerca di una soluzione ai problemi economici dei giornali non aiuta certo a mantenere la calma e a difendere le posizioni più culturalmente avanzate ma meno popolari. E può aprire la strada a soluzioni populiste, demagogiche, orientate al consenso immediato, piuttosto che alla riflessione o alla ricerca. Ma non è tutto qui.

In effetti, il web è troppo grande per poter vivere solo del "minimo comun denominatore". La quantità del web è sempre stata anche una forma di qualità: allude al fatto che se esiste qualcosa che si può pubblicare, questo qualcosa sarà pubblicato, da qualche parte. E farà concorrenza agli altri. La concentrazione di tutti sui contenuti più banali e immediatamente soddisfacenti può forse bastare ad alcuni contenitori, ma non sarà mai una soluzione per tutti i "prodotti editoriali" sul web. Al confronto, l'offerta di contenuti televisiva è costretta a restare molto limitata: questo tende a portare i palinsesti dei grandi network in una direzione relativamente più convenzionale di quella che si possono permettere i contenitori sul web. Puntare al "minimo comun denominatore culturale" in televisione può anche apparire come una scelta sensata, ma sul web sarebbe alla lunga piuttosto penalizzante.

In realtà, il web accentua l'importanza della forza identitaria dei contenitori. La loro qualità è decisiva per attrarre traffico quanto la curiosità suscitata dai singoli elementi contenutistici. Il singolo articolo e il singolo titolo possono essere studiati analiticamente con gli strumenti statistici più sofisticati. Ma avranno tanto più valore e successo quanto più riusciranno a essere parte di un tutto identitariamente forte. Non tutto il traffico va sulle home page dei giornali online. Ma non tutto il traffico arriva ai singoli articoli da Google News o da Facebook. L'equilibrio indentitario resterà decisivo per i contenitori che abbiano una strategia di sviluppo indipendente dai motori di ricerca e dai social network. Imho.

Apprendimento è cambiamento

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Suggerimenti sul racconto della vita

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Lyndsay Grant scrive un pezzo da leggere sulla narrazione della vita nei social media. Si fa, ma non necessariamente si sa come si fa. Per lui è un argomento di insegnamento. C'è chi lo fa cercando di creare una storia coerente, c'è chi lo fa cercando di stupirsi e di stupire, c'è chi lo fa per personal branding. Ma di certo è un'attività che i social media stanno facendo diventare sempre più praticata. Per questo non può non essere un terreno di riflessione per gli educatori. E per chi apprende. Cioè tutti noi. (Digital Media and Learning)

La vacanza è lavoro o il lavoro è vacanza?

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È un lamento endemico tra i lavoratori della conoscenza e il loro entourage: l'information overload. La quantità di tempo che si deve passare a rispondere alla mail, a curare i social network, leggere i blog e rispondere ai commenti... Ma quel lamento si accentua ed esprime massimamente durante le vacanze. 

Le motivazioni sono diverse. Ecco alcuni esempi: 
1. Pre-emtive strike. Il lavoratore della conoscenza non riesce a staccarsi dal suo smartphone ma per anticipare le critiche dei familiari si lamenta della quantità di mail che riceve anche il 15 agosto. La strategia può essere efficace, se dura poco. Per vacanze lunghe è meglio pensarne un'altra.
2. Horror vacui. Il lavoratore della conoscenza è abituato ad avere la giornata piena di connessioni, minuto per minuto. La disconnessione vacanziera può essere scambiata per un vuoto. Se accade significa che è giunto il momento di riflettere. La paura del vuoto si può vincere.
3. Quanti amici hai? I discorsi relativi alla competizione per chi ha il social network più ampio si possono trasformare ipocritamente in uno sconsolato lamento sull'eccessivo numero di amici da curare online. È assolutamente meglio evitare di fare un discorso del genere a tavola, con gli amici che per una volta sono fisicamente presenti, prima di accendere il telefonino e rispondere ai messaggi.

In realtà, il senso comune potrebbe aiutare. Dice l'Economist:
"Most companies are better at giving employees access to the information superhighway than at teaching them how to drive. This is starting to change. Management consultants have spotted an opportunity. Derek Dean and Caroline Webb of McKinsey urge businesses to embrace three principles to deal with data overload: find time to focus, filter out noise and forget about work when you can. Business leaders are chipping in. David Novak of Yum! Brands urges people to ask themselves whether what they are doing is constructive or a mere "activity". John Doerr, a venture capitalist, urges people to focus on a narrow range of objectives and filter out everything else. Cristobal Conde of SunGard, an IT firm, preserves "thinking time" in his schedule when he cannot be disturbed. This might sound like common sense. But common sense is rare amid the cacophony of corporate life."

Giochi Google+: l'altro Facebook avanza

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Arrivano i giochi su Google+. E la piattaforma attira gli sviluppatori chiedendo meno di Facebook in termini di commissioni.

Editori e regole Apple

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Una summa delle strategie degli editori dopo l'introduzione delle nuove regole dell'App Store è riportata su Atd.

Le regole stabiliscono che il 30% di tutto ciò che si vende grazie all'App Store deve andare alla Apple. Una bella fetta, anche se inferiore a quella che in passato volevano i servizi analoghi delle telco mobili (a parte Docomo in Giappone, che infatti andava benissimo).

Per gli editori ci sono tre possibili alternative: 1. Accettare la regola e pagare (magari alzando il prezzo finale per ribaltare il costo sui consumatori); 2. Lasciare la app sull'App Store ma senza vendere nulla, togliendo ogni link a un punto vendita; 3. Uscire dall'App Store, o sostanzialmente lasciarlo perdere, e fare una web app che si vede con il browser.

Ci sono esempi per tutte le strategie. La maggior parte stanno alle regole, Amazon usa la seconda strada, Financial Times la terza.

Apple sta sul filo del rasoio. Ha un tale mercato che pochi possono rinunciare a offrirvi i loro prodotti. Ma se esagera con il costo del servizio rischia di soffocare l'ecosistema.

Showyou: video, interfaccia e grafo sociale

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È una sorta di Flipboard dei video, come dicono i recensori. Si chiama Showyou. Ci si iscrive e si vedono in un solo posto tutti i video segnalati dagli amici o dalle fonti delle quali ci si fida.

La ricerca dell'interfaccia perfetta continua. E intanto sono sempre più numerosi i servizi che raccolgono i dati sul grafo sociale degli iscritti.

Il ciclo dei social network

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Un'interessante analisi di Vincos propone di vedere dove si trovano i diversi social network nel grafico del ciclo di vita proposto da Geoffrey Moore. Questo genere di analisi è sempre divertente. In sostanza parte dalla voglia di vedere chi ce la fa e chi no nella competizione tecnologica.

Come sappiamo ogni tecnologia ha una storia. E in termini di adozione è più o meno questa: 
1. in principio la usano gli innovatori, poi quasi sempre - se proprio non è una ciofeca - l'adottano quelli che adottano tutto per primi; 
2. a quel punto, la tecnologia fronteggia un'alternativa diabolica: o svolta e passa a crescere nel mondo degli esseri umani normali, o viene abbandonata
3. se passa il chasm la tecnologia trova una prima maggioranza qualificata
4. poi va alla grande maggioranza
5. alla fine raggiunge persino i più pigri.

Questo vale un po' per tutti. Ma se si vuole applicare lo schema a un particolare settore tecnologico occorre farsi domande molto pratiche. La maggioranza di che? I più pigri quali? Di che numeri assoluti stiamo parlando? Chi riesce a superare il chasm? Google+ ce la farà? Dove arriverà Facebook? Esistono dinamiche specifiche di questo settore che rendono il ciclo un po' diverso da quello degli altri?

Vediamo il caso dei social network, secondo Vincos.


Social Networks Adoption Lifecycle

Il grafico è molto informativo per quanto riguarda in numeri degli utenti. Interessante vedere i network cinesi che di solito non si citano ma che invece vanno chiaramente citati. Vediamo i casi sui quali di solito dibattiamo.

Queste sono le opinioni prevalenti:
FriendFeed sembra essere condannato: da quando è stato acquisito da Facebook non è andato avanti e non supererà il chasm.
Google+ è partito in quarta e potrebbe arrivare alla maggioranza
Twitter ha già svoltato e serve già una maggioranza
Facebook è già maggioritario e punta a coprire tutto il mercato, un miliardo di utenti.
MySpace non dovrebbe più superare il chasm.

Fin qui è un po' di buon senso organizzato. Utile. Ma per andare oltre con il ragionamento ci dobbiamo domandare se stiamo confrontando tutto correttemente. Perché per esempio pensiamo che Google+ (20 milioni) andrà oltre il chasm e MySpace (125 milioni) non ce la farà?

Altre domande:
Stiamo parlando dello stesso miliardo di persone?
Stiamo parlando di tecnologie fungibili?
Stiamo parlando di dinamiche che hanno tempi lunghi o brevi?

FriendFeed e MySpace hanno avuto tutto il tempo per superare il chasm e non ce l'hanno fatta. In questo settore i tempi sono relativamente brevi: oltre un certo limite di tempo, la forza della crescita si affievolisce. Eppure molti utenti restano. Perché? E che cosa succede allora?

Ecco alcune considerazioni:

1. Un social network è una tecnologia di rete. Nel momento in cui si confronta con un'altra simile si apre una competizione: vince la tecnologia che conquista più utenti, per l'effetto-rete, e perde quella che resta indietro.

Ma un social network usato da qualcuno è una tecnologia di rete diversa da ogni altra se gli utenti trovano in quel social network il "loro" network sociale. Non lo abbandoneranno. E non lo abbandoneranno neppure se ci hanno investito molto tempo e se ci hanno registrato molte cose, come spesso hanno fatto gli utenti di MySpace. 

Quindi è come se entrassero in una categoria diversa: le tecnologie che non crescono eppure resistono perché qualcuno le usa. Hanno un valore diverso. Non è vero però che non hanno più valore. Una strategia che coltiva i network di questo tipo, senza crescita ma con valore, può essere interessante.

2. I network cinesi non si possono molto confrontare con quelli occidentali perché la maggioranza di persone che possono raggiungere è, a priori, totalmente diversa da quella che può raggiungere Facebook. Le persone che li usano e i network sociali che costruiscono sono diversi. Almeno fino a che non si internazionalizzano.

Metterli sullo stesso grafico è suggestivo. Ma questa precisazione va fatta. Imho.

3. Google+ riesce a ottenere credibilità. Non però solo perché è di Google. Precedenti tentativi della stessa azienda sono falliti. Del resto, la credibilità di Apple è fuori discussione, ma il suo Ping non è riuscito neppure a entrare nella classifica di Vincos.

Che cos'è dunque quella credibilità che fa dire che Google+ ce la può fare a superare il chasm?

E' la velocità di adozione dimostrata. E il tipo di dibattiti che si sviluppano. E' l'innovazione unica che è riuscita a costruire. La prima è un fatto misurabile. I secondi sono più qualitativi. Difficile confrontarli con le analoghe caratteristiche degli altri.

Se questo è vero, mettere tutti sullo stesso grafico è divertente. Ma dobbiamo avere la consapevolezza che è come se il grafico fosse la sovrapposizione di molti grafici. Ogni tecnologia ha il suo destino, la forma del suo grafico è simile a quella del grafico degli altri, ma il suo grafico non è quello degli altri. La maggioranza che può raggiungere non è quella degli altri. Il motivo per cui ce la fa o non ce la fa è unico. E il confronto è giusto sul piano logico, non sul piano quantitativo. 

La domanda centrale del grafico di Moore è questa: ce la fa o non ce la fa una tecnologia a superare il suo chasm? Deve superare la concorrenza degli altri per tutte le questioni che l'accomunano agli altri, ma per farcela deve trovare la propria unicità. Che non consente di paragonarla agli altri.

I piccoli, quelli che si rivolgono a un gruppo più limitato, devono cercare il valore aggiunto. I grandi devono cercare il volume. Quora è del primo tipo, Facebook del secondo. La sostenibilità si raggiunge comprendendo presto a quale tipo si appartiene, quali sono le proprie unicità, quali sono le unicità che ci riconoscono gli utenti, e seguire una strategia flessibile in modo che se non funziona la prima strada ci si possa adattare.

Ihmo.

Altri commenti su:

Internet è un'infografica

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Un'infografica fatta da Online Schools descrive lo stato dell'intenet 2011:


State of the Internet 2011
Created by: Online Schools

Ascoltando un mosaico di McLuhan

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Un secolo di McLuhan. Perché non dare un'occhiata a YouTube per trovare le sue apparizioni in tv? Ce n'è una - il cui codice non si può embeddare - nella quale McLuhan dice che nella nostra epoca è impossibile avere un punto di vista perché si possono solo avere molti punti di vista. E spiega che il libro non è più un oggetto ma un servizio di informazione, «nell'era del microfilm». Lui è supersimpatico. Da vedere qui. (Questo video è per ora il migliore che ho trovato anche se non si può embeddare).

In quest'altro brano, discute la fine dell'identità basata sulle condizioni esterne e l'avvento di un'era in cui l'identità dipende da qualcosa di interiore.



Come direbbe lui, le cattive notizie sono tranquillizzanti e spingono a essere conservatori, mentre le buone notizie spingono a cambiare.

E qui sotto parla della generazione dei nativi televisivi, dicendo che hanno esperienze educative completamente diverse da quelle delle generazioni precedenti. Da sempre le persone sono terrorizzate dal presente. Ma in questa epoca composta come un mosaico non possiamo esimerci dal presente, dall'istantaneo, dal contemporaneo. Un pezzo un po' astratto, in un contesto peraltro molto simbolico...



Ma è inutile riportare qui tanti brani. YouTube li trova facilmente. È divertente pensare a McLuhan nella rete.

Tanto divertente che si trova qui McLuhan, solo in audio, che racconta barzellette. Neanche male.


Se il Creator avesse avuto una guida

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Da Google+ al blog / update

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Un update rispetto a un post precedente: oggi sono arrivate a questo blog più persone da Google+ che da Twitter...
Retwittare ha molti significati. Può voler dire "mi interessa", "mi incuriosisce, "mi piace", dunque dovrebbe interessare, incuriosire e piacere anche agli altri. Nessuno è impegnato esplicitamente a dichiarare perché retwitta. Ma forse è tempo di una riflessione.

In effetti succede spesso che si retwittano rumors, voci incontrollate e non controllate. Ne parla GigaOm.

È chiaro che ciascuno fa ciò che preferisce coi tweet, ma vedere le cose solo dal punto di vista individuale non è più sufficiente, perché esiste anche la dimensione collettiva e questa ha delle conseguenze. Twitter è uno strumento di coordinamento collettivo e fa parte del megainsieme dell'intelligenza collettiva. Il risultato collettivo del modo in cui ciascuno usa Twitter ha degli effetti. Se questo è vero le regole che si seguono nell'attività di twittare - implicite o esplicite - sono a loro volta molto influenti sulla qualità dell'intelligenza collettiva. Si potrebbe riflettere su regole individuali di azione che tengano conto della responsabilità di ciascuno nei confronti della qualità dell'intelligenza collettiva e che prevedano per esempio che si retwitta solo dopo aver verificato che una frase riguarda una notizia controllata o una semplice voce non controllata. L'incentivazione di una singola regola probabilmente è oggi legata solo alla credibilità di lungo termine di una persona che contribuisce via Twitter all'informazione: chi twitta troppe volte una notizia che invece era una bufala rischia di perdere credibilità. Se questo fosse almeno esplicito e consapevole, l'incentivo sarebbe più forte. E si potrebbe distinguere tra le notizie, i commenti e le voci. Impossibile stabilire tutto questo per regola cogente: ma parlarne può forse rendere più probabile un comportamento di maggiore qualità. Imho.

Gamify

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Il Giornalaio segnala Gamify una piattaforma per la gamification. Di che si tratta?

Come dice Jane McGonigal la realtà è troppo meno divertente del gioco. E parla di un "esodo" di milioni di persone dalla realtà per vivere intensamente nel gioco. Si può fare di più. Perché questo di per se non è un fenomeno divertente. E anzi può apparire desolante.

L'idea della gamification parte dalla constatazione che le logiche del gioco - dal feedback immediato al divertimento di confrontarsi con i risultati degli altri all'interno di storie chiare e ben raccontate - sono capaci di migliorare l'impegno delle persone. La gamification tende a portare le logiche del gioco nelle attività quotidiane, dal lavoro all'interazione con le istituzioni e i servizi.

Certo, ci sono giochi che fanno sentire come appartenenti a una cultura underground che pochi altri comprendono, dunque in un certo senso privilegiati. C'è una cultura dei game per early adopters che è probabilmente molto diversa dalla cultura mainstream. Su queste differenze ci sarà da riflettere parecchio.

Inoltre, è chiaro che un conto è avere feedback immediato sulla propria capacità di superare sfide difficili, una sorta di flow; un altro conto è mettere tutti in una condizione di giocare a vincere una partita, a scalare una classifica, a battere gli altri. Questa interpretazione del game non è l'unica, ma può essere troppo attraente e dunque pericolosa.

C'è dunque molto da fare anche per gli editori. E se ne parlerà ancora a lungo.
Uno studio di Informa Telecoms & Media prevede che il mercato dei tablet crescerà dai 20 milioni di pezzi venduti nel 2010 ai 230 milioni che saranno venduti nel 2015. A quell'epoca la quota di mercato della Apple, attualmente dominante, sarà scesa al 38% (87,4 milioni di pezzi). Solo nel 2016 i tablet con Android venduti saranno più di quelli con sistema operativo Apple. (via Mashable)

Tutto questo è piuttosto ipotetico. Dipende dallo scenario teorico di riferimento. Se i tablet assomigliano ai telefoni, andrà forse come dice Informa. Se i tablet assomigliano agli iPod non andrà così e Apple resterà dominante. Dipende essenzialmente dall'ecosistema delle applicazioni: nel caso di iPod, il servizio iTunes è nettamente vincente sugli altri e sostiene gli iPod; nel caso dei telefoni, il servizio dell'App Store non riesce a mantenere la stessa unicità e in un ecosistema tanto più complesso come quello della telefonia lascia spazio a interpretazioni diverse del servizio e della tecnologia.

Bisogna ammettere che la Apple non sta facendo di tutto per mantenere una quota di mercato maggioritaria, ma piuttosto tende a massimizzare il profitto sulla sua quota. Tanto è vero che le strategie dei produttori di applicazioni si dividono: in parte accettano le regole Apple, in parte cercano alternative nei sistemi operativi diversi oppure nelle webapps. (Per esempio, vedi il caso Amazon)

In questo senso, pare più probabile lo scenario Informa.

Riformando i social network

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Si avvicina probabilmente il momento in cui i social network basati su piattaforme proprietarie saranno tanto importanti da generare un grande bisogno di social network basati su piattaforme comuni.

Geert Lovink ci sta evidentemente pensando. Il suo nuovo libro uscirà l'anno prossimo. Ma alcuni video danno già un'idea.

Da Google+ al blog

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Google+ è diventato in poco tempo il quinto sito dal quale arrivano persone a questo blog. Il maggior numero arrivano ancora direttamente all'indirizzo. In seconda posizione ovviamente Google come motore. Al terzo posto coloro che leggono un post ricevuto in rss sul loro reader e vogliono andare al blog. Poi ci sono nell'ordine: Facebook, Twitter e Google+. Friendfeed è sceso al settimo posto.

Di certo, Google+ è anche un ottimo sistema per discutere. Ecco i commenti al post di ieri sull'indifferenza all'estero per le vicende italiane.


Foto del profilo di Rocco Pellegrini
Rocco Pellegrini - molto giusto lo trovo questo ragionamento...
Ieri alle ore 17:53   
Foto del profilo di Ivana Di Carlo
Ivana Di Carlo - dovremmo stamparlo e attaccarlo al muro, e rileggerlo spesso, così ci ricordiamo magari, e iniziamo seriamente a pensare a quanto sia necessario cambiare questo paese...
Ieri alle ore 17:54   
Foto del profilo di Giovanni Cappellotto
Giovanni Cappellotto - Vediamo intanto come andranno i collocamenti dei titoli del debito pubblico del 26 e del 29 luglio.
Ieri alle ore 18:01   
Foto del profilo di Omar Degoli
Omar Degoli - Interessante, deprimente e vero. non è detto che non possa cambiare, ma leggere queste righe mette veramente addosso una gran pena.
Ieri alle ore 18:23   
Foto del profilo di Leopoldo Benacchio
Leopoldo Benacchio - eh si, abbiamo perso il filo pure noi che pensavamo di vederci chiaro.
un bel post, grazie
Ieri alle ore 18:30   
Foto del profilo di Luca De Biase
Luca De Biase - grazie dei commenti! per la verità, mi spiace che il post induca pena, ma spero che aiuti anche a farsi qualche idea in più: in fondo chiarire i termini di un problema potrebbe servire a fare qualche considerazione sulle soluzioni... almeno serve a vederci dall'esterno, a superare con lo sguardo l'ombelico cui troppo spesso si fermano i commenti italici sugli italici... la leadership culturale ci sfugge da tempo, ma continuerà a sfuggirci se non ci accorgiamo neppure di averne perduto le tracce...
Ieri alle ore 19:35  -  Modifica      
Foto del profilo di giovanni romito
giovanni romito - ma perchè vi affascinate così facilmente alle teorie che denigrano il nostro paese, non ho trovato una seria motivazione in quell'articolo sennò qualche sterile polemica politica. quale sarebbe un paese che avanza. negli stati uniti, che voi esterofili portate sempre come grande esempio di meritocrazia ci sono due famigle ai vertici da 25 anni (Clinton/Bush). davvero non vi comprendo e non vi condivivo. con tutto il rispetto, mi sembra che vi lasciate trasportare troppo facilmente dagli entusiami al negativo verso l'Italia.
Ieri alle ore 22:01      
Foto del profilo di Rocco Pellegrini
Rocco Pellegrini - Cosa dovrebbe interessare dell'Italia? Cosa viene di nuovo in qualsiasi settore? In cosa siamo all'avanguardia? Nessun confronto con gli altri. Semplicemente trovo condivisibile il fatto che noi, in questo momento, non siamo un paese interessante.
Ieri alle ore 22:06   
Foto del profilo di vincenzo riccardi
vincenzo riccardi - E si!! il pessimismo è molto più virulento dell'ottimismo.
I profeti dei tempi moderni, osservando un sistema economico in crisi predicano la crisi "radiale" che tocca ogni forma d'arte e di espressione; ci mancava un giornalista di libé che con il suo occhio tumefatto da una crisi in terra di Spagna o di identità dei giovani parigini aveva tanta voglia di dire "l'italia non interessa più!" e come unità di misura utilizza la presenza di giornalisti stranieri alle elezioni di Napoli e di Milano. Scusate qualcuno conosce vagamente chi è il sindaco di Madrid o di Barcellona? io non ne ho idea!
Un famoso editorialista del Guardian, in occasione del G8 all'Aquila, nel 2009 "osservava" che era meglio far uscire l'Italia dal G8 a favore della Spagna! Un certo Julian Borger, un profeta, tenetelo d'occhio!
L'Italia è un grande paese, chiedetelo a chi acquista o vende i nostri prodotti, la nostra bellezza che, al contrario dell'ottimismo, è molto più virulenta della bruttezza, sua antagonista.
Ieri alle ore 22:09 (ultima modifica:Ieri alle ore 22:18)      
Foto del profilo di giovanni romito
giovanni romito - bravissimo Vincenzo Riccardi... clack clack clack
Ieri alle ore 22:12   
Foto del profilo di Rocco Pellegrini
Rocco Pellegrini - Va bene, va bene. Ognuno ha i suoi sogni ed i suoi punti di riferimento. Io amo l'Italia perché ci sono nato e perché ci sono sempre stato bene però mi sono formato l'idea, giusta o sbagliata che essa sia, che si tratta di un paese conservatore, familista, troppo attaccato alla conservazione dell'esistente e poco aperto alla modernizzazione, in tutti i sensi. Basta frequentare un'università come studente o come docente o anche come semplice osservatore per vedere di che pasta è fatto il bel paese. Dopodiché si sente in giro che siamo un gran paese, maestri del gusto e del bello. Certamente l'Italia è un gran museo a cielo aperto, non 'è dubbio ed un certo gusto lo si respira di conseguenza ma per il resto io lo trovo poco interessante proprio come lo spagnolo da cui siamo partiti. E non c'è nessuna complicità o esterofilia. semplicemente così mi pare.
Ieri alle ore 22:24   
Foto del profilo di Omar Degoli
Omar Degoli - io non dispero affatto che la situazione possa cambiare, ma è un fatto che oggi l'italia è fuori dai giochi anche nei settori in cui siamo stati grandi in passato. qui a milano continuano ad esserci studenti stranieri, che adorano stare qui ma alla fine non ci restano mai, a differenza di quel che accade ai nostri amici che vanno a fare esperienza in numerosi paesi esteri. inoltre faccio presente che negli stati uniti ci saranno anche due famiglie che governano da 25 anni, ma quello che governa più di tutti, beh, quando l'hanno eletto ha rappresentato una bella sorpresa. può capitare anche qui. ma per ora, il giudizio del giornalista mi sembra rispecchiare una triste verità.
Ieri alle ore 22:29   
Foto del profilo di giovanni romito
giovanni romito - L'Italia è numero uno nel vino, nel cibo, nella moda, nel turismo, nelle tecnologie militari, nell'artigianato, nella medicina, nella letteratura, per certi versi nel cinema, nelle tecnologie estrattive e nel settore dell'energia, poi ha mille problemi, ma questi non si risolvono facendo le pecore fuori dal gregge in campo internazionale. Non comprendo chi dileggia l'Italia quando si confronta con persone di altri paesi, quasi vaneggiando una diversità che alla fine si risolve solo in un atteggiamento ruffiano e quasi da voltagabbana. Vi prego tirate fuori gli attributi TUTTI e mostriamo di che pasta è fatta la nostra gente!!! con stima e amicizia.
Ieri alle ore 23:03   
Foto del profilo di Luca De Biase
Luca De Biase - Sono anni che cerco di raccontare come giornalista le innovazioni italiane e le storie che ci incoraggiano a vivere questa epoca con spirito costruttivo. Non c'è alcun motivo per essere pessimisti. Ma quello che il pezzo ci aiuta a vedere è un'altra cosa. Per essere protagonisti, per attrarre talenti e capitali, occorre generare una fascinazione speciale, tipica di quest'epoca: il cambiamento genera spaesamento un po' dovunque non solo in Italia, ma chi si dà una prospettiva e riesce a comunicarla, attrae; e lo fa (anche) per una capacità di leadership culturale che in questo momento ci manca: considerare questo aspetto è importante mi pare. Le nostre aziende migliori sanno vendere all'estero, in parte anche in nome del ricordo di una forma di leadership che abbiamo avuto e le cui fonti culturali autentiche dobbiamo tornare coltivare... Mi pare.
Ieri alle ore 23:03  -  Modifica   
Foto del profilo di giovanni romito
giovanni romito - Luca ti seguo da sempre e riconosco quanto tu sia un vero Spot vivente all'Italia. però non mi pare che in giro per il mondo ci siano esempi migliori: enron, news world, Lehman Brothers, British Petroleum, sono grandi aziende del mondo occidentale che hanno brillato per leadership positive. In Italia abbiamo aziende che volano a mille. vogliamo parlare della grande industria pesante, a parte la controversa condizione di Fiat, la decadenza dei grandi gruppi industriali non mi sembra per forza un dato negativo, qualche acciaieria in meno e dieci produttori di finissimi spilli in più non guasterebbero, mantenendo le stesse capacità occupazionali. se poi parliamo dei politici allora sono pienamente d'accordo con te, ma torniamo sullo stesso punto, di leader politici democratici significativi al mondo ne conto pochissimi (non certo il deludente Obama, che vanta ancora un Nobel a sbafo). davvero un pizzico di orgoglio in più non guasterebbe, come vedo dai commenti.
Ieri alle ore 23:13   
Foto del profilo di giovanni romito
giovanni romito - non hanno*
Ieri alle ore 23:14   
Foto del profilo di Leopoldo Benacchio
Leopoldo Benacchio - il breve post che avevo messo non voleva essere pessimista o da adoratore dello straniero. Anzi, personalmente a 35 sono tornato nel nostro Paese lasciando un posto di lavoro molto interessante in olanda per poter dare il mio contributo qui. Il punto è che in questi anni è stato demolito qualcosa di terribilmente impalpabile e difficile da ricostruire, che è una rete di tela di ragno che parte dal sistema educazionale, passa attraverso quello culturale e forma la base su cui costruire la sensibilità di un intera società, l'apertura e la voglia di cambiare e migliorare. Innovazione e ricerca, senza cui l'innovazione sortisce l'effetto di rendere dipendente e non indipendente un paese, disgraziatamente non si inventano. Il problema non è sentirsi succubi della spagna o dell'italia, il problema è che da noi non viene più nessuno a investire, a studiare e fra un po' neppure a fare le vacanze., visto quello che offriamo. molti resistono e fanno il possibile, ma un sistema Paese non è un insieme di molti eroi. bisogna prendere coscienza che molti sistemi non si possono "comprare" , ma vanno costruiti e una volta persi ci vuole un sacco per rimetterli in piedi. comunque dai posto si capisce che almeno noi non molliamo, anche se la pensiamo diversamente ;DD
Ieri alle ore 23:17   
Foto del profilo di giovanni romito
giovanni romito - certo, remiamo nella stessa direzione :-)
Ieri alle ore 23:29   
Foto del profilo di vincenzo riccardi
vincenzo riccardi - Luca io lo vedo il cambiamento, è un rivoluzione silenziosa e relativamente lenta.
E' tipico di ogni generazione il desiderio voler velocizzare i processi di rinnovamento, ma la velocità con cui oggi ci scambiamo opinioni accrescendo il nostro bagaglio di informazioni non ha eguali e questo farà la differenza. Forse bisognerà aspettare ancora un po' e la nuova ideologia, basata sull'importanza di programmare il futuro, cosa in cui abbiamo fallito negli ultimi 30 o 40 anni (i miei), probabilmente passerà attraverso quei giovani che oggi conoscono il precariato e danno il giusto valore all'idea di "futuro". Nelle pubbliche amministrazioni, negli uffici postali, nelle scuole c'è un piccolo esercito di giovani che danno valore alla parola futuro perché ci pensano in ogni istante, e li noti perché sono diversi, lavorano a testa bassa, costruendo quel momento: prima o poi toccherà a loro guidare.
Ecco la mia "vision" e da questo nasce la mia diffidenza: come farà la stampa internazionale a vedere tutto ciò?
00:05      
Foto del profilo di Paola Bonomo
Paola Bonomo - Due articoli esempio di mappa del mondo senza l'Italia, giusto lo scorso weekend: http://www.economist.com/node/18988506 http://www.economist.com/node/18988694
06:55   
Foto del profilo di Ivana Di Carlo
Ivana Di Carlo - +giovanni romito Non è questione, almeno da parte mia, di vedere il bicchiere mezzo vuoto o di non apprezzare il proprio paese. Non voglio però nemmeno chiudere gli occhi... Tu citi ambiti di eccellenza nel ns paese, che sono riconosciuti certo, ma sono d'aiuto (come dovrebbero) nel miglioramento del paese? No.

Non siamo in grado di valorizzare le nostre eccellenze e il nostro patrimonio, nessuno dice che non ci sia nulla da valorizzare, anzi.
Dobbiamo semplicemente renderci conto che la vita di rendita che abbiamo fatto fino ad ora (arte, cucina, turismo. etc.) non possiamo più farla, che il paese per stare al passo deve migliorare molto anche da altri punti di vista, perchè se siamo un paese senza etica e senza morale i nostri giovani e le nostre eccellenze non faranno altro che scontrarsi con un sistema che li blocca, li ostacola.

Non attiriamo investimenti, come dice qualcuno, e per un paese alla disperata ricerca di sviluppo è un dramma: non li attiriamo perchè all'estero (critichiamoli quanto ci pare) non ci considerano competitivi, nonostante le nostre eccellenze. Capire questo, accettarlo come dato di fatto, non è disfattismo, è il primo passo per riconoscere il problema e risolverlo.
10:06   
Foto del profilo di giovanni romito
giovanni romito - cosa intendi quando dici: "Tu citi ambiti di eccellenza nel ns paese, che sono riconosciuti certo, ma sono d'aiuto (come dovrebbero) nel miglioramento del paese? No." non capisco cosa dovrebbero fare questi soggetti.
10:36   
Foto del profilo di Ivana Di Carlo
Ivana Di Carlo - +giovanni romito Intendo dire che proprio perché operano in un sistema inefficiente, marcio, vecchio, non incline al cambiamento, questi ambiti esistono, ma non possono fare nulla. non portano sviluppo, non sono valorizzate, non esprimono il loro vero potenziale (che se serve solo a far arricchire pochi allora non è funzionale al paese )
10:42   
Foto del profilo di giovanni romito
giovanni romito - mi dispiace ma su questo ragionamento non riesco a seguirti. è naturale che un'azienda distribuisca tanti stipendi e alcuni super profitti. se poi siamo a criticare questo metodo, allora è un altro discorso. prendiamo ad esempio Autogrill, leader assoluta nel proprio settore, perchè secondo te non porterebbe sviluppo, che dovrebbe fare altrimenti?
11:03   
Foto del profilo di Ivana Di Carlo
Ivana Di Carlo - +giovanni romito sto solo dicendo che le eccellenze in un paese non bastano, serve un sistema che funzioni in un certo modo, e visti i tempi, che cambi anche in fretta. Noi non l'abbiamo, l'articolo dice quello, non capisco come si possa non essere d'accordo o vedere una riflessione di questo tipo come negativa verso il paese, senza invece cogliere lo spunto importante di riflessione che suggerisce.
11:05   
Foto del profilo di giovanni romito
giovanni romito - Sono completamente d'accordo con te sulla necessità di rivedere il nostro sistema produttivo e di consumo. il fatto è che in realtà mentre ne parliamo lo stiamo già facendo e tanti altri lo stanno facendo silenziosamente, come è sempre accaduto nella storia. il cambiamento avviene... noi ne siamo una piccola parte e spesso ci sembra che tutto sia fermo perchè lo guardiamo dalla nostra prospettiva. Molto stimolante questa discussione, spero arrivino altri contributi.

Boom html5

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L'html5 sta arrivando. Ed è importante per ogni struttura che progetta e realizza contenuti per la rete. GigaOm segnala che gli strumenti di accesso dotati di html5 erano 109 milioni nel 2010 ma saranno 2,1 miliardi nel 2016. È una tecnologia standard e fondamentale per tenere insieme la rete, imho. Un manuale era segnalato qui.

Katzenberg su tv e cinema e... social networks

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Jeffrey Katzenberg è un grandissimo protagonista dell'industria cinematografica. E' il ceo di Dreamworks. E ha rilasciato un'intervista a Cnn-Money nella quale discute il futuro del cinema e soprattutto del suo pubblico. Il testo è tutto da leggere.

Tra le cose da notare, il discorso di Katzenberg sullo stato di ottima salute delle produzioni per la tv, (lo show preferito? Breaking Bad), e sulle difficoltà del cinema tradizionale.

Colpa dei social network e del digitale? No. Anzi: i social network costringono Hollywood a fare prodotti migliori. "A movie experience is a passive experience. The storytelling narrative is something that I think is still a unique and interesting, and valued experience by people around the world. And whether it's done in a movie theater or in your home, or on your laptop, or iPad, or whatever the device is, people love that passive experience. And we see it, again, there's more and more consumption of it. What all of these devices and social networking things do is they're going to actually force Hollywood to make better products, because today the thing that is probably most askew in Hollywood is the issue of marketability versus playability".

Fox fa male all'America

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L'attacco generalizzato all'impero di Murdoch è una storia interessantissima e vedremo come va a finire. Ma un fenomeno nel fenomeno è importante: la tenuta dello stile "informativo" di Fox è indirettamente in discussione. E secondo me è un bene.

Da decenni si sta svolgendo sotto i nostri occhi una storia sbagliata. Ormai nessun politico può dichiarare di voler alzare le tasse perché viene messo in croce immediatamente. Ma i cittadini vengono riempiti anche di promesse sulla qualità del servizio della pubblica amministrazione che puntualmente vengono disattese. Aspettative crescenti a fronte di una riduzione delle risorse disponibili per la pubblica amministrazione, nel lungo termine, significano delusione e aumento del debito pubblico. Imho.

La cattiveria con la quale Fox gioca con la pancia della gente anti-statalista è uno degli elementi che rendono difficile salvare il salvabile del bilancio pubblico americano. Forse c'è stata un'epoca in cui quel tipo di approccio era necessario: quando si dovevano mettere in discussione i privilegi degli statalisti. Oggi è un disastro culturale, civile ed economico. E bisogna ammettere che i privilegi statalisti non sono neppure molto diminuiti...

La lotta per rimpicciolire lo stato è fallita, finora. Il mercato non ha saputo rispondere, per ora, ai fallimenti dello stato. L'ineguaglianza è cresciuta a dismisura. Fox ha fatto il suo tempo.

Ma ripeto, è soltanto il mio parere.

Organizzare l'organizzazione dei contenuti

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Anche Sribd entra nel settore delle apps per gestire la lettura di testi che provengono da varie fonti, segnalate dal social network, cercate con un motore; e ovviamente per condividere, leggere più tardi, commentare... (vedi TechCrunch) La nuova app si chiama Float. E per scoprire come si inserisce nell'insieme già popolato di Zite, Flipboard, Instapaper, rss readers e altro, non c'è che da provarla.

Ma come è vero che l'organizzazione dei contenuti è diventata una funzione separata tra quelle per le quali competono anche i giornali, perché nel digitale si apre una voragine di opportunità e bisogni in questo settore, è anche vero che quando si moltiplicano le soluzioni si apre il paradosso della scelta, l'ansia di scegliere la migliore, lo sforzo continuo di imparare nuovi modelli di interfaccia.

Finirà che ci sarà un organizzatore degli strumenti di organizzazione dell'informazione. Oppure che si tenderà ad affidarsi a uno, per fiducia in un marchio, per fedeltà a un'emozione, o a per abitudine.
L'esperimento è relativamente semplice. Si forniscono alcune nozioni abbastanza dettagliate a un certo numero di persone che possono trascriverle sul loro computer prima di essere chiamate a usarle. A metà di loro si dice che le informazioni saranno cancellate dal computer, all'altra metà si dice che non saranno cancellate. Non ha sorpreso gli sperimentatori scoprire che la metà che pensava che le informazioni sarebbero state cancellate le ricordava meglio dell'altra metà. 

Il secondo esperimento era meno ovvio. Si chiedeva se ci sono Stati con la bandiera di un solo colore. La risposta era registrata in una delle diverse cartelle sulla scrivania di un computer. La domanda successiva era interessante: ricordate quali stati hanno una bandiera di un solo colore e in quale cartella si trova l'informazione? Gli scienziati si sono stupiti nello scoprire che la gente ricordava con maggiori probabilità la cartella di quanto non ricordasse lo stato. 

Queste storie sono riassunte in un articolo di Patricia Cohen, sul New York Times, e si riferiscono a uno studio pubblicato da John Bohannon su Science.

Le preoccupazioni sull'effetto di internet sul modo di pensare, ricordare, ragionare sono ormai diffuse e studiate. La società si accorge della grande trasformazione in atto e ha bisogno di digerirla dal punto di vista culturale. Una serie di risposte sono pubblicate su Edge.

More about L'arte della memoriaLa sostanza di questo bisogno di conoscere l'effetto culturale degli strumenti non è nuova. Ne parla meravigliosamente nel suo gran libro Frances Yates: L'arte della memoria. All'epoca del passaggio dalla tradizione orale alla scrittura, le preoccupazioni erano analoghe: perderemo qualità culturale? dimenticheremo quello che sappiamo visto che sarà tutto registrato sul papiro? la scrittura ci rende stupidi?

Il fatto è che, come spiega Yates, la memoria è tante cose. Ma la memorizzazione è un'arte, è una tecnica e una strategia. Che ha effetti culturali, certo.

Come tecnica risponde al bisogno elementare di ricordare. E se una tecnologia è più efficace di un'altra la precedente è soppiantata. Imparare tutto a memoria e ripeterlo agli altri a voce perché lo ricordino a loro volta è una buona tecnica, ma viene superata dalla tecnica della scrittura. E la copiatura a mano degli scritti è superata dalla stampa. E la registrazione su carta è superata dalla registrazione digitale. Su questo non c'è molto da fare. Quali sono le conseguenze?

More about The ShallowsPensare che una nuova tecnologia ci cambi o ci renda più stupidi non è un approccio molto intelligente. È semplicemente frutto di un'ansia: quella di non capire ciò che sta succedendo e reagire con un'idea tipo "fermate il mondo voglio scendere". Chiaramente, quando si dispone di una tecnica che funziona la si adotta: la reazione non è cancellarla, ma comprenderla.

Le conseguenze sono comunque piuttosto rilevanti e vanno indagate. A mio parere ci sono molti filoni di indagine e almeno tre ipotesi da verificare:
1. La strategia di memorizzazione vincente emerge in quanto si adatta meglio all'ambiente di tecniche disponibili, necessità pratiche, quantità di dati, ecc.;
2. Una strategia di memorizzazione non è mai asettica rispetto alle relazioni tra le notizie ricordate;
3. Una strategia di memorizzazione non è mai asettica rispetto alle relazioni tra le persone che ricordano.

More about Is the Internet Changing the Way You Think?Non esiste una sola soluzione di memorizzazione buona per ciascuna questione. Di certo, se si sa che tutto si può trovare online facilmente, si tenderà ad affidare a internet una crescente quantità di nozioni, ma anche si otterrà l'effetto di poter nel tempo contare su una quantità di informazioni di qualità potenzialmente migliore di quella che si può tenere a mente.

La conseguenza principale dell'internet è quella di poter contare su un archivio accessibile, riducendo i motivi per mandare a memoria: ma quell'archivio è formato da un insieme di fonti tradizionali sulle quali si cerca in base a un network sociale dotato di logiche diversificate: la logica dell'algoritmo di Google che sottolinea il numero di volte che una pagina è linkata dai gestori di altre pagine; la pratica di Facebook che di fatto privilegia la segnalazione dell'interessante, del curioso, dell'immediato; la logica di Twitter che a sua volta sembra privilegiare l'attuale; e così via. Ma la tradizionale netiquette ha sempre proposto a chi manda un'informazione online di citare la fonte. È la logica di Wikipedia. Se questa "net-etica" viene seguita, si forma una rete sociale di accesso a informazioni fondate che finisce per generare una maggiore quantità di informazioni disponibili per tutti, basata su una minore responsabilizzazione personale e una maggiore responsabilizzazione collettiva. (Se non viene seguita quella "net-etica" si assiste a una balcanizzazione della memorizzazione, ma questa è ancora un'altra storia).

Internet (con l'accelerazione ulteriore dell'internet mobile) emerge chiaramente in una quantità di situazioni come la tecnica più adatta per memorizzare e accedere all'informazione memorizzata. E affida alla collettività di riferimento una maggiore responsabilità di memorizzazione rispetto alla memorizzazione individuale: il che ha conseguenze sulle relazioni tra le persone e le relazioni tra i fatti che le persone ricordano.

Non per nulla l'articolo di Science cita il tema della "transactive memory": "Transactive memory suggests an analysis not only of how couples and families in close relationships coordinate memory and tasks in the home, but how larger groups and organizations come to develop "group minds," memory systems that are more complex and potentially more effective than those of any of the individuals that comprise them".

La memoria non è la memorizzazione. La memoria è una funzione individuale ma anche un atto culturale, psicologico, filosofico complesso. La nozione di memoria contiene anche quella di oblio, implica anche la selezione di ciò che non va ricordato, riguarda anche la focalizzazione su ciò che importa, di volta in volta e in generale. 

La capacità di pensare e vivere in modo indipendente, innovativo e libero dipende anche dalla capacità individuale di connettere informazioni e pensieri in modo originale o comunque autenticamente personale. E la capacità di innovare in una società o una cultura dipende anche dallo spazio che la società o la cultura affidano all'indipendenza individuale, alla diversità, alla sperimentazione.

Da questo punto di vista, chiedersi quale sia l'effetto di internet sulla memoria è evidentemente insufficiente perché la risposta va contestualizzata nelle diverse condizioni sociali e culturali nelle quali interviene l'utilizzo di internet.

Si può dire che internet acceleri tutto. Moltiplichi la quantità di informazioni. Avvicini le persone e le nozioni in modo molto sensibile. Dunque richiede e premia le migliori strategie per gestire la memoria collettiva. Questo è il territorio di innovazione principale al momento, visto che stiamo affrontando una novità molto molto significativa. Ma l'equilibrio individuale con il quale a nostra volta gestiamo l'uso di internet non va dimenticato, altrimenti avremo meno probabilità anche di pensare buone innovazioni per la memoria collettiva. E quell'equilibrio individuale va coltivato come si coltiva il corpo e lo spirito. Accedendo a una diversità di attività, di fonti, di modi di allenare il cervello: sicché - tra l'altro, ripeto, tra l'altro - trovo insostituibile il tempo che si dedica alla lettura di un libro lineare, lento, fisico. Anche questo serve per usare e contribuire a internet e all'innovazione culturale che via internet si sta rendendo possibile, senza limitarsi a subirla. Il che la negherebbe.
Ecco, appena uscito, il primo video pubblicato dal TED di Edimburgo 2011. Rebecca ha co-fondato GlobalVoices.


L'ultima copia del News of the World

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L'antico giornale inglese, The News of the World, che Murdoch aveva comprato per portarlo a una diffusione stellare a suon di scoop ottenuti da una redazione guidata da persone senza scrupoli, arriva all'ultima copia molto prima del New York Times. Un giornale finisce: non per mancanza di lettori sulla carta, non perché i motori di ricerca portano via fatturato, ma perché perde credibilità. E in questo caso la credibilità è stata irrimediabilmente perduta. 

La storia è orribile. I giornali hanno raccontato in ogni dettaglio il male inflitto a una famiglia da giornalisti che interferivano nelle indagini sul rapimento della figlia pur di avere notizie in anteprima, con la conseguenza di favorire, si presume, l'assassinio della bambina.

Se ne parlava qui sul blog. Da leggere Guardian (primo sulle notizie), Independent, PaidContent. E oggi l'Economist.

Murdoch ha deciso di chiudere non per etica ma perché ha capito che il giornale non avrebbe avuto più inserzioni pubblicitarie. Ma il mercato è fatto di persone: le persone non avrebbero voluto più avere niente a che fare con quella gente e quel giornale. Fino all'ultimo Murdoch ha tentato di negare. Poi ha mollato tutto. Stop loss.

Tutti i ragionamenti sull'innovazione che si deve realizzare per rilanciare il giornalismo sono importanti. Ma come ogni mezzo devono avere un fine. Il fine del giornalismo è servire il pubblico, in modo trasparente e chiaro, divertente e professionale... Da qui si riparte. Ed è qui la più grande difficoltà, per giornali che si sono guadagnati un'immagine per cui il pubblico li vede compromessi con il servizio ai potenti di turno o la ricerca del profitto a tutti i costi. Ripartire da qui, dunque, è difficile. Ma è una difficoltà che vale la pena di affrontare. Perché se si riesce a superarla, sarà per il bene di tutti.

Rivoluzione pubblicitaria implicita

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Per Jon Steinberg siamo di fronte a una rivoluzione della pubblicità. Perché si confrontano strategie creative diverse dotate di forza crescente. Da una parte le strategie basate sull'idea di colpire l'immaginazione con iniziative nelle quali le aziende compiano per prime gesti significativi, unici, di grande impatto. Dall'altra parte le strategie standard con inserzioni sempre meglio centrate sull'interesse dei lettori. E infine le strategie nelle quali le inserzioni non servono a sostenere il marchio ma direttamente la vendita o la "quasi vendita". Pezzo da leggere, non tanto per sapere come va a finire. Ma per assaporare il confronto.

(Comunque per Steinberg va a finire che il futuro della pubblicità di marchio su internet è sempre più "creative, social, integrated, and custom.")

AGCOM: com'è finita

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Una soluzione abbastanza buona anche se densa di punti interrogativi: la soluzione trovata all'AGCOM è stata anticipata da Alessandro Longo.

In sostanza sono esplicitamente esclusi dal provvedimento i siti di informazione e quelli non commerciali. La procedura amministrativa si interrompe se una delle parti si rivolge alla magistratura. Non si oscurano i siti esteri. E ci sono 60 giorni per discutere.

Il rischio? Che vada a finire che tutti siano un po' scontenti. Salvo gli avvocati.

Da leggere Quinta.
Una bambina è stata rapita. Un giornalista di News of the world è entrato illegalmente nella segreteria telefonica. Ha ascoltato le telefonate, le ha cancellate, ha scritto il suo scoop. La bambina poi è stata uccisa. La polizia ritiene che il giornalista abbia interferito in modo gravissimo nelle indagini. Il giornale è di Murdoch. (Reuters)

Molti si domandano se alla fine Murdoch la pagherà.

L'ipercompetitività dei giornali scandalistici inglesi è un carattere tipico di quel medium. Ma non per questo tutti i giornalisti si comportano in quel modo. E nessuno si preoccupa di pensare all'insieme dei giornali scandalistici come a un sistema che merita delle leggi speciali.

Anche internet è un sistema sul quale si fa informazione. La maggior parte della gente la fa in modo corretto. Qualcuno invece approfitta della sua posizione per far del male agli altri. Alcuni di costoro sono perseguiti e pagano, altri la fanno franca. Ma in questo caso, a differenza di quando parlano dei giornali scandalistici, molti si preoccupano di internet come di un'entità unitaria e propongono leggi speciali. Perché mai?

È vero che i responsabili dell'editoria tradizionali sono formalmente noti e che è qualche volta possibile che i responsabili dell'informazione online si nascondano dietro l'anonimato. Ma è anche vero che - come è successo ieri - gli anonimi possono essere talvolta comunque scoperti e perseguiti, come è vero che i non anonimi editori, pur colpevoli di malefatte, possono essere talvolta non perseguiti perché difesi da logiche complesse legate al loro grande potere...

Le differenze sono più teoriche che pratiche, si direbbe. E poi ci sono differenze nell'abitudine sociale ai diversi media. C'è evidentemente bisogno di una maturazione culturale nei confronti di internet, strumento molto giovane e dunque per qualcuno più temibile. In tutti i casi, non sono le leggi speciali a risolvere i problemi: la prima difesa è la capacità del pubblico di riconoscere i portatori di bufale e i malfattori dai produttori corretti di informazione affidabile. Sia sui mezzi tradizionali, sia sui nuovi mezzi. Imho.

L'argomento è solo vagamente tangente la questione in discussione oggi all'AGCOM, ovviamente. Si tratta di questioni di merito profondamente diverse. Ma un punto è comune: internet è un mezzo da comprendere prima di regolarlo con leggi speciali, non va intesa come un'entità unitaria ma come un insieme di casi di persone e organizzazioni che la usano a modo loro, nell'illegalità o nella piena correttezza, non è un luogo di crisi ma una grande opportunità civile. Che va compresa. Per questo dalla riunione di oggi deve uscire la decisione di una lunga e ampia consultazione.

Rodotà e AGCOM

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Rileggevo alcuni appunti su un convegno della settimana scorsa. Ecco un estratto dell'intervento di Stefano Rodotà (spero di aver preso bene gli appunti):

Stefano Rodotà diceva che per lui occorre integrare il concetto di copyright con nuovi riferimenti. Pensa al "futuro delle idee" di Lessig e alla "conoscenza come bene comune" di Elinor Ostrom. E l'accesso è sempre più autorevolmente considerato un diritto. D'altra parte, dice sempre Rodotà, all'autore conviene far circolare le sue idee: se vende 10mila copie, guadagna 10mila euro; ma se mette online il suo libro e l'opera è vista 400mila volte, può fare addirittura più soldi come conferenziere. Gli usi rivali dei beni sono spesso superati nel mondo digitale, ma gli usi non rivali possono essere molto più ricchi per la società. E dunque, la delibera AGCOM? Vale la pena, dice Rodotà, di dare un'occhiata al caso Adopi in Francia, abbattuto perché incostituzionale: non c'era diritto alla difesa. Attenzione: in generale, se creiamo normative criminogene siamo responsabili di quello che ne consegue...

Ieri scrivevo di "editori, tecnologia, pirati" alla ricerca della giusta misura nell'enforcement delle attuali norme sul copyright.

Google+ mobile: ancora una domanda

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Su Diritto 2.0 una disamina delle principali questioni di privacy poste da Google+. Mi resta una domanda che però pare non sia molto preoccupante, anche perché molti non hanno la stessa esperienza: perché quando mi connetto con iPhone o iPad, prima di lasciarmi entrare, Google+ mi chiede di accettare che Google usi la mia posizione geografica? Qui sotto la foto della schermata:

gplus.jpg

Quando innovano gli editori?

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Provocatoriamente, Neil Thackray si domanda: "Ma le compagnie media devono fallire prima di riuscire a reinventarsi?"

Con Luke Williams, possiamo solo rispondere che non è la migliore strategia possibile... (blog)

Ah, però, Chrome...

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I visitatori di questo blog usano molto più Chrome che Explorer:

Firefox 34,71%
Chrome 26,08%
Explorer 16,24%
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David Weinberger è andato un po' più avanti con la ricerca sulla questione dell'appoggio americano alle regolamentazioni in discussione all'AGCOM segnalato dalla Fimi. E ne parla sul suo blog e su BoingBoing

Quello che ha trovato non è un chiaro sostegno alle proposte AGCOM, che sembrano esagerate, ma in ogni caso non giudica particolarmente "carino" l'atteggiamento dell'amministrazione americana.

Peraltro, vanno guardati i commenti al pezzo su BoingBoing. Fino a questo momento non c'è nessuna simpatia nei confronti degli italiani; prevale l'idea che i siti italiani si approprino dei contenuti altrui senza prestare attenzione al copyright o che riempiano la rete di robaccia.
E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia.

Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali. Ha reso possibile lo scambio gratuito di contenuti. E ha creato un nuovo settore della pirateria: prima era basata sulla copia di cd falsi, ora va online alla velocità della rete.

I pirati sono quelli che fanno commercio di materiale sotto copyright altrui; e comunque sono la preoccupazione dichiarata delle associazioni come la FIMI: "Non si sta parlando di comprimere le libertà digitali. Qui lo snodo è bloccare l'illegalità diffusa ed aiutare il mercato legittimo. Inibire quindi quelle (poche) piattaforme web palesemente pirata. Non blog, forum, motori di ricerca, siti personali e quant'altro. Ma pirate-bay, btjunkie, dduniverse, roja-directa, ecc!!"

Ma a livello macro, la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali anche senza l'illegalità. Questi editori stanno perdendo la competizione per il controllo del mercato anche contro le piattaforme tecnologiche perfettamente legali, come Apple, Google e Amazon.

Gli editori tradizionali avevano due grandi colonne: il controllo della tecnologia e il controllo degli autori. Il primo era definito dalla struttura analogica della tecnologia. Il secondo era definito dal copyright. Perdendo per una parte importante il controllo della tecnologia, gli editori si sono trovati schiacciati nella funzione di gestori dei diritti d'autore. E hanno cominciato ad abbarbicarsi su questo punto di forza in modo sempre più agitato.

Il fatto è che alcuni autori hanno preso la strada di andare direttamente alla tecnologia per la distribuzione e il modello di business. John Locke e la Rowling hanno recentemente dimostrato che sulle nuove piattaforme si possono vendere contenuti anche indipendentemente dagli editori. John Locke ha venduto un milione di copie del suo libretto per ereader che è riuscito a far conoscere usando bene i social network. La Rowling, già uberfamosa, è riuscita a sfruttare da sola i diritti digitali creando Pottermore.

Se andasse avanti così, gli editori rischierebbero di perdere sia la tecnologia che gli autori. Non è corretto proiettare il presente sul futuro. Ma di certo qualche segnale tutto questo lo offre.

La risposta non può essere soltanto quella di combattere per lasciare tutto come sta. Non può essere tutta legata ai tribunali, alle lobby e alle decisioni che rischiano di frenare lo sviluppo della rete.

La risposta è in un mix di innovazione tecnologica e innovazione nella gestione degli autori. Non si può fermare la tecnologia, ma si può innovare alla velocità della tecnologia. E non si vede perché anche gli editori non possano farlo. Non basta. Gli editori possono innovare anche nella gestione degli autori: dando loro di più per non lasciarli andare da soli alla ricerca del loro personale mercato.

Il caso Sony è interessante. Lavora sia nella tecnologia che nella produzione di contenuti. Non è riuscita a imporre le sue innovazioni tecnologiche e questo è un bel problema per gli altri editori che hanno una vocazione ancora meno tecnologica della sua. Ma non ha pensato di cambiare il sistema di gestione degli autori. O meglio, lo aveva fatto con i produttori di videogiochi all'epoca in cui la sua PlayStation superava la Nintendo: ma non ha generalizzato l'esperienza.

Si possono pensare diverse innovazioni in proposito. Autori più liberi, idee di marketing rinnovate, attenzione alle performance fisiche oltre che alla riproduzione dei contenuti, maggiore attenzione alla qualità, formati innovativi: già oggi si vede molto di tutto questo. Perché non dovrebbero riuscire anche gli editori ha cambiare le loro abitudini? Per la verità, ci devono riscire. Altrimenti sono strategicamente in difficoltà.

Se le autorità non vogliono semplicemente frenare l'innovazione in nome di norme legate a condizioni tecnologiche un po' superate, se vogliono salvaguardare i giusti diritti di tutti gli interessati al mondo dell'editoria (editori, pubblico, autori, ecc), se vogliono guidare senza essere determinate dall'urgenza, devono trovare la giusta misura. L'AGCOM in particolare è chiamata a farlo. Dopodomani.

Rim-pianti

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Il Blackberry era uno strumento amato-odiato dai suoi grandi utenti, gente d'azienda che non ne poteva fare a meno per seguire in ogni momento e in ogni luogo l'andamento degli scambi di inforamzione con i colleghi, i superiori e i collaboratori.

La sua superiorità nella gestione della mail è stata indiscussa per anni. Il suo spiazzamento è arrivato per il contemporaneo emergere di due tendenze: sono nati strumenti migliori della mail per gestire certe modalità di conversazione in rete, mentre l'efficacia della mail è diminuita anche in corrispondenza con l'inflazione di messaggi cc, inutili richieste di risposta, netiquette antica che richiede a tutti di rispondere comunque... Chris Anderson di Ted si è fatto portavoce di questa questione qualche giorno fa. E di certo non è un tema che aiuti la tecnologia della Rim che ha fatto della mail il centro del suo valore.

Una discussione di ieri dimostra che intorno alla Rim, che fabbrica il Blackberry e il discusso tablet PlayBook, si stanno addensando nubi, probabilmente destinate a essere superate solo con uno sforzo di grande innovazione. Ridare smalto alla Rim, assediata dalle piattaforme nate per servire a un insieme di attività ben più variegato e divertente, come iPhone e Android, significherà probabilmente ricreare un senso specifico del Blackberry: una migliore etichetta della mail potrebbe essere il primo punto; il secondo sarà rendere più importante la sicurezza che la piattaforma della Rim continua a vantare a favore degli utenti; il terzo sarà dare al Blackberry un'impronta meno seriosa e lavorativa, forse.
Un premio per gli anonimi non è facilissimo da consegnare. Ma è quello che tenterà di fare il 1 luglio la VDW (Associazione degli scienziati Tedeschi) insieme alla IALANA (International Association of Lawyers against Nuclear Arms) quando daranno il premio whistleblower 2011 alla fonte anonima del video "Collateral Murder" pubblicato da Wikileaks il 5 aprile 2010. Lo segnala Daniel Domscheit-Berg.

Storia della pubblicità su Facebook

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Mashable pubblica un'infografica disegnata da Emily Caufield sulla storia della relazione tra Facebook e la pubblicità.

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Nella maggior parte dei casi viviamo una molteplicità di network sociali. Ci sono le poche persone che sentiamo regolarmente, un più grande insieme di persone con le quali interagiamo per lavoro o altre occupazioni e un sistema di persone ancora più ampio che ci interessa seguire.

Facebook sembra votato a servire chi vuole sviluppare il secondo tipo di relazioni e Twitter il terzo. Forse. Poi ciascuno interpreta questi strumenti come vuole. Ma diciamo che gli incentivi interni alle piattaforme vanno in questa direzione.

Marko Ahtisaari, capo del design della Nokia, sogna di poter lavorare per il social network più intimo delle persone. E non è un caso perché questo gli consente di sviluppare innovazione intorno alla tradizione del leader dei cellulari (che prima che diventassero uno strumento di accesso a internet erano soprattutto usati per sentire un numero molto limitato di persone). Questo potrebbe finire coll'essere coerente con la relazione che la Nokia coltiva con la Microsoft che si è dotata di Skype.

Google+-Circles entra nel gioco dei social network puntando inizialmente sul social network più intimo delle persone. E con Google+ offre a chi sviluppa queste relazioni più intense nuovi strumenti tipo Facebook + Skype.

Forse è giusta l'analisi di GigaOm che sostiene che Google+ non darà tanto fastidio a Facebook quanto a Skype.

Consigli ragionevoli, non fanno mai male

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Nove consigli ragionevoli per migliorare l'efficacia della scrittura sui social network (e non solo). Via Andrea Vascellari:

1. Be Brief 

- When it comes to great content, brevity is your friend. Your content should be long enough to convey your idea, but no longer. When editing your content, set aside a special review pass for identifying content that isn't necessary and can be deleted.

2. Understand the Audience Persona

- Great B2B marketing is about having a clear persona for your target buyer. Great content is no different. Know the problems that your target audience is trying to solve. At your next tradeshow, observe how people consume information and ask target readers what type of information they are looking for. This information is priceless and will guide your content for the long-term

3. Marvel

- Be confident, not cocky. People want to be cool. As a business creating content, it is important that you show you believe in the information you are distributing. If you think an idea is awesome, then say it is. Marvel at your own insight to model for your readers how they should feel

4. Use Visuals

- Images and video are great storytelling devices. They have the power to convey a complicated message quickly, which, for B2B companies, is an important skill. Use visuals whenever possible to help demonstrate and simplify your story

5. Segment

- When writing a blog post or an ebook, you want to hold the reader's attention. One way to do this is to ensure you're not overwhelming them with information. By using section headers and bullet points, you can easily segment information and avoid daunting your readers. This practice of segmenting makes it easy for your audience to quickly understand, consume, and engage with your content

6. Be Positive

- Nobody likes a Debbie Downer. Positive content beats negative content any day of the week. Illustrate why an idea or product is great, not why the competition is bad. Think about the tone of your website, blog posts, and other content. Do they tend to lean positive or negative?

7. Don't Preach

- People don't like to be told what to do. Instead, they want to be empowered to know how to do something new. Focus on how-to content that directs the reader down a path of information that, over time, allows them to adopt your idea on their own

8. Cite Others

- Sharing information or quotes from others helps to add credibility to the idea you're working hard to get adopted. Link to content on other websites that is relevant to your idea. Look for ways to incorporate content from others such as guest blog posts that can add credibility to your business

9. Inspire

- Emotion matters. It is a factor that moves people to take an action. Tell stories related to your industry and business. Fact sheets are a thing of the past. Transform what used to be a black and white decision into one guided by emotion

Sognare ed essere pagati per farlo

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La Knight Foundation assume. Tra l'altro per immaginare modi rivoluzionari per fare informazione e realizzarli. Finanziando ricerca, sperimentazione, visione. 

Pottermore è un sogno per gli autori

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La J.K. Rowling, autrice di Harry Potter, ha conservato i diritti per le versioni digitali dei suoi libri. Ci ha pensato un po' e poi ha deciso di creare Pottermore dove ci sarà il mondo di Harry Potter e i libri in vendita in formato digitale. Un servizio autofinanziato dalla Rowling. Un sogno per gli autori... Un nuovo incubo per gli editori.
Non era da tempo in buona salute. E anche chi guardava con attenzione il metodo di raccolta dei dati non si sentiva tanto bene. Ma sta di fatto che, a quanto dice Prima, l'Audiradio va in liquidazione.

Il sistema delle statistiche che seguono l'andamento dei media in Italia andrebbe un po' ripensato...
Non si possono paragonare i dati Audiweb e Auditel. Perché l'ascolto medio non sarà mai paragonabile agli utenti unici. E il tempo medio per una sessione online non ha riscontro sui numeri raccolti per la televisione. Ma un fatto è chiaro. I numeri del web sono importanti.

Il Corriere della Sera è letto online da più persone (1.300.000) di quante vedano la7 nella fascia di massimo ascolto (1.193.000). Rai4 e Rai5 insieme non arrivano mai a un ascolto superiore al numero di lettori quotidiani del Fatto (273.000). E in televisione Disney non ha più del doppio degli utenti che ha sul web.

Ovviamente sono paragoni del tutto imprecisi. Ma danno l'idea di proporzioni che tempo fa non sarebbero state possibili.

Perché mentre il web sta maturando, la televisione si disperde in sempre più numerosi canali. In entrambi i mezzi ci sono i marchi che aggregano la stragrande maggioranza dell'attenzione. Ma la loro dispersione è in atto. I numeri assoluti lo fanno intuire. E i numeri necessari a comprendere i media del futuro non sono ancora raccolti.
Eduardo de la Fuente insegna sociologia alla Flinders University e ha scritto Twentieth Century Music and the Question of Modernity (2010).

Il suo pezzo su Times Higher Education va letto. Non per dibattere sul ruolo del sacro nella cultura moderna. Ma perché lascia intuire che neppure la comprensione della dinamica culturale che si genera attraverso l'evoluzione dei media può essere lasciata solo agli specialisti.

De la Fuente cita Durkheim e Weber, Lukács e McLuhan, oltre a molti altri. Annuncia che non c'è alcuna necessaria contraddizione tra tecnologia e teologia. Scopre che molti autori della tradizione semiologica e della scienza delle comunicazioni avevano un lato regiosamente avvertito o avevano studiato teologia medievale o avevano curiosità che debordavano dal relativismo o dall'oblio del sacro che caratterizza i media studies. Il suo discorso bordeggia l'analisi dei media alludendo all'indicibile cui anche i media non possono, per definizione, dare parola.

Dalla scoperta del disincanto globale alle forme più banali dell'edonismo quotidiano, dalla grande tradizione del carnevalesco alla "democratizzazione di Dioniso" per cui ciascuno può agire sempre in base ai suoi impulsi del momento: l'oblio del sacro non è che il silenzio di una ricerca che anche quando è sbeffeggiata o tralasciata dalla cultura mainstream, in fondo, continua.

Il potere delle rappresentanze ufficiali del sacro non è ovviamente la questione, in questo caso.

Qui si parla di una dimensione umana che ha a che fare con ciò che una persona sensibile può dichiarare "importante": umanità, natura, vita, sono parole che continuano a evocare quella dimensione e che non possono che arricchire il dibattito sui media e dei media. Un pezzo da leggere, quello di Eduardo de la Fuente. Perché l'utopia va alimentata.

Inter internet

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I dati Audiweb di aprile 2011 registrano come al solito anche i minuti che gli utenti passano sui siti preferiti per sessione nel giorno medio.

I campioni d'Italia in questa classifica sono i 2.480 utenti unici al giorno del Canale Inter: più di 40 minuti per sessione.

Tra i giornali, quello che spinge gli utenti a passare più tempo sulle sue pagine è il Gazzettino (7 minuti). Il Mattino è a 6 minuti. Repubblica, Corriere, Fatto e Stampa, stanno sopra i 5 e sotto i 6 minuti per sessione.

Tim Berners-Lee e la "filter bubble"

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Tim Berners-Lee parla della "filter bubble". Ci si trova di fronte a un sacco di informazione. Ci si affida ai motori di ricerca e ai social network. Questi imparano a capire che cosa ti interessa e ti segnalano solo cose che gradisci, magari perché le conosci. Finisci per restare sempre chiuso in una bolla informativa fatta di una monocultura. La tua conoscenza non avanza. Non ti stupisci più. Non riconosci la diversità. Perdi capacità culturale, intellettuale, sociale. L'intervento di Tim Berners-Lee è anche in video. (via TheFilterBubble)

Atlantic: content is not king

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Lo si è spesso detto: il contenuto è re, ma siamo in una repubblica. Nella quale il re conta come gli altri. Forse di meno. Forse per nulla. Jonathan Knee pensa che l'economia del contenuto sia nettamente sfavorita rispetto all'economia della tecnologia di distribuzione. E lo scrive sull'Atlantic in un pezzo controverso ma interessante da leggere.

Il caso che prende in esame è quello di Netflix, azienda sopravvalutata in borsa a detta di tutti gli osservatori disincantati, che si occupa solo di distribuzione non di generazione di contenuto.

Gli editori tradizionali avevano il controllo della loro tecnologia e firmavano contratti che li mettevano in controllo dell'opera degli autori. Ora non hanno più alcuna influenza sulla tecnologia e molti autori sfuggono ai loro contratti. Il problema è che contemporaneamente le aziende che si occupano di tecnologia di distribuzione e valorizzazione dei contenuti e che cavalcano l'innovazione sono in vantaggio, possono puntare a scalare e se raggiungono le giuste dimensioni fanno utili stratosferici. La produzione di contenuti, invece, è difficile da scalare. Non è macchina. È persone. Non è digitale. È analogica. Gli editori devono imparare la tecnologia: non possono certo controllarla ma se non riescono neppure a capirla sono tagliati fuori. Stanno reagendo. Ma i tecnologici sono molto avanti. Non è detta l'ultima parola solo se si considera che gli autori per adesso preferiscono un editore che ha ancora qualcosa di illuminato a una piattaforma. Ma per quanto tempo?

Kant, l'iPod e l'etica della musica

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Dice Umberto Eco nella sua ultima Bustina sull'Espresso che Kant non apprezzava la musica:

"Kant, lo ricordo, è stata una delle più grandi menti della storia della filosofia, ma gli accadeva talora di dormicchiare, come ad Omero, e di lasciarsi sfuggire delle affermazioni che ci lasciano perplessi. Una delle più note è la condanna della musica come arte inferiore (pronunciata nella "Critica del giudizio") perché disturba anche coloro che non la vogliono sentire - ed è importuna come un profumo troppo penetrante di cui qualcuno intride il fazzoletto, così che quando lo trae di tasca tutti ne sono nauseati. E valga come giustificazione il fatto che forse Kant, di musica, conosceva solo importune marcette militari che turbavano le sue meditazioni quotidiane".

Sicché, si può dire che l'iPod, le cuffie e la musica che si fruisce ciascuno singolarmente sono una risposta all'obiezione - discutibile - di Kant.

Evidentemente, Kant non valutava la forza aggregante della musica ascoltata insieme. Talvolta si dice lo stesso dell'uso dell'iPod.

Vevo...

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Non avevo la percezione che Vevo fosse così importante in Italia. Ma Comscore lo mette al terzo posto in termini di numero di video per utenti unici. Solo in Uk è altrettanto importante.

Top 3 Video Properties in all Reported Video Metrix European Countries
Ranked by Total Videos (000) Viewed by Unique Viewers
April 2011
Total Audience; Age 15+ - Home & Work Locations
Source: comScore Video Metrix

Top Properties
France Google Sites DailyMotion.com Facebook.com
Germany Google Sites ProSiebenSat1 Sites Facebook.com
Italy Google Sites Facebook.com Vevo
Russia Google Sites Mail.ru Group Gazprom Media
Spain Google Sites Vevo Facebook.com
Turkey Facebook.com Google Sites DailyMotion.com
UK Google Sites BBC Sites Vevo

(a cura di)

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Chi cura a mano raccolte di saggi digitali, di tweet, di feed rss e altro, nella vasta rete delle mille possibilità e punti di vista, svolte un'attività da riconoscere e valorizzare. Ne parla Maria Popova, editor di Brain Pickings.

Nella corsa tra i motori che scelgono in base ad algoritmi e i cervelli umani che scelgono in base ai loro gusti, conoscenze, velocità, punti di vista, interessi, sistemi di valutazione, relazioni e molto altro, per molto tempo hanno vinto i motori. Ma i curatori hanno oggi il loro nuovo momento di gloria. Si sono sdoganate tante nuove modalità di lettura (non solo web ma anche telefono e tablet). Le storie lunghe sono tornate di attualità (grazie al fatto che si possono mettere da parte durante la giornata e leggere con calma sull'iPad alla sera sul divano). Le forme di promozione dei singoli curatori sono diventate più sofisticate e coinvolgenti con i social network. I modi di valutare ciò che vale la pena di leggere si sono moltiplicati. E i curatori si sono aggiunti ai motori per scoprire ciò che c'è di interessante.

In principio, del resto c'era Yahoo! la cui versione originale era un'attività da curatori. Altavista fu una prima risposta automatica. Da allora Google ha introdotto una logica fondamentalmente sociale nell'algoritmo migliorando di molto i risultati automatici. Ma la complessità continua ad aver bisogno dei curatori.

Se però questi si moltiplicano, per trovarli occorre avere un motore. Ma se il motore migliora con la sempre nuova introduzione di suggerimenti a base sociale, finirà per tener conto in modo speciale del lavoro dei curatori. Del resto, mi dicono, il magico Watson dell'Ibm conta, per rispondere alla maggior parte delle domande, su quello che fanno i "curatori" delle pagine di Wikipedia.

Cura è in fondo attenzione alla qualità. La domanda di cura cresce. Potrebbe diluirsi in un'offerta a sua volta crescente. Ma si può scommettere che i migliori motori ne sapranno fare buon uso.

(Resta aperto un dibattito vagamente teorico sull'effetto complessivo delle macchine della conoscenza sulla cultura delle persone. È probabile che in generale macchine e persone crescano assieme. O peggiorino assieme. Il timore che le macchine migliorino e le persone peggiorino può forse essere reale nel breve periodo: perché è probabile che una volta peggiorate le persone, anche le macchine peggiorino. Ma le conseguenze più probabili sono differenziate: la bravura delle macchine in certe attività potrà rendere gli umani meno adatti a coltivarle, ma questo dovrebbe aprire la strada alla coltivazione di altre capacità umane... È un tema che appassiona molti: a me pare più che altro un sintomo del fatto che stiamo digerendo un'insieme di innovazioni piuttosto complesso e denso di conseguenze culturali. E nella digestione qualcosa può essere più duro da assorbire e armonizzare. Nelle reazioni teoriche e pratiche a queste innovazioni accelerate ci vuole in effetti un po' di cura. Imho).

Ancora Atavist

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Un blend di libro e magazine, ma con sapori rinnovati: storie più corte di un libro, più lunghe di un articolo. Una storia scritta con tutti gli strumenti messi a disposizione da uno strumento digitale, come l'iPad. Documentari costruiti con testi, video, foto e audio. Da parecchio si parla di questa idea dell'Atavist. Non se ne conosce ancora l'esito economico (i saggi sono venduti a 2,99 dollari per iPad/iPhone e a 1,99 per Kindle e Nook). Si apprezza da molte parti l'idea editoriale.

Metriche da social marketing

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Clay McDaniel propone su Search Engine Watch tre semplici concetti per innovare le metriche del marketing tenendo conto dei network sociali:
1. calcolare il totale della comunità di un brand o di una persona sommando tutto (blog, twitter, youtube, facebook ecc)
2. traffico mensile sui vari mezzi e piattaforme
3. pagine viste mensili originate da social media.

Deep blorking

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Elvezio Sciallis scrive un ottimo pezzo sul blorking, l'idea proposta da Dave Winer di realizzare un sistema per il social networking aperto e non proprietario. (Liquida)

Stile dello stile

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Style Jam è una piattaforma al servizio dei web designers. Guardando il sito di Style Jam, così essenziale e immediato, ci si domanda se il suo carattere sia un consiglio agli utenti-designer o se sia una scommessa sul web design emergente: una sorta di esercizio di stile sullo stile.

stylejam.jpg

Anche l'Italia è fuorilegge sui cookies

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La nuova normativa europea che impone alle compagnie di ottenere un esplicito consenso dagli utenti che visitano i loro siti sul conferimento delle informazioni registrate con i cookies è in vigore da oggi, quasi nessuno stato se n'è dato per inteso. L'Italia non ha deciso di essere neppure in questo caso all'avanguardia. Register.

WordCamp

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Due giornate per WordPress a Milano. Da domani.

Lessig, Jarvis, Benkler...

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Una conferenza stampa improvvisata a margine del G8 internet.


[EN] La société civile s'en va t'en guerre à l' e-G8 from OWNI on Vimeo.

Come s'ingannano gli occhi

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Le illusioni migliori del 2011 sul New Scientist. Il contest era a Naples, Florida. Qui sotto il vincitore. Tutte le spiegazioni e gli altri classificati sul sito del giornale citato. Intanto, guardate il video fissando gli occhi sul punto bianco in mezzo (spiegazione sotto)...




Spiegano sul New Scientist:

While watching the animation above, fix your eyes on the white dot in the center. When the surrounding ring is stationary, you'll notice the dots inside changing colour. But as the wheel rotates, the flashing circles should appear to switch colour less often or not at all. In reality, the colours are changing at the same rate throughout the animation.

Suchow and Alvarez think that the phenomenon, called change blindness, occurs because specific brain areas monitors different locations in our visual field. When an object is moving fast, local detectors don't have much time to register a colour change so they can remain undetected. The trick isn't just for colour either, another version of the illusion, shows how motion can mask variations in shape and shade too.

Facebook rallenta... forse

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Secondo Inside Facebook, segnalato da Andrea nel suo commento a un precedente post, la crescita del traffico su Facebook nei paesi che hanno adottato precocemente il social network è in fase di rallentamento e talvolta diventa negativa. Il che confermerebbe appunto quello che diveva Enrico.

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Il brevetto del tag

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Mentre i grandi della Terra si riuniscono a Parigi per parlare di internet e ascoltare la visione di Marc Zuckerberg, non si pongono il problema del brevetto sul tagging che a quanto pare è stato concesso a Facebook. Il bizzarro senso di questo brevetto e delle sue conseguenze conduce Guido Vetere a porsi questioni da approfondire.

Ma internet non è un villaggio

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offensive_internet.jpgThe Offensive Internet, curato da Saul Levmore e Martha Nussbaum, si domanda come risolvere la questione sempre più citata del rapporto tra libertà di espressione e qualità dell'informazione su internet. Come salvaguardare la meravigliosa facilità di comunicazione e condivisione di idee e notizie offerta dalla rete e insieme migliorare l'affidabilità del risultato, evitando strumentalizzazioni, manipolazioni, inganni e quant'altro?

La ricerca degli autori parte da una domanda: si può adattare a internet quello che abbiamo imparato a proposito di questa questione in un contesto più conosciuto? Per esempio, regolandoci su internet come avremmo fatto in un villaggio tradizionale? Oppure la rete è un contesto talmente nuovo e inesplorato da imporre l'elaborazione di un pensiero totalmente nuovo?

Nel villaggio, in fondo, sapevamo come scegliere le fonti dell'informazione, sapevamo un po' tutto di tutti ma avevamo anche modo di leggere criticamente quello che si diceva in giro delle persone e dei fatti. Se internet è come un villaggio e se il villaggio si sapeva autoregolare, basterà ritrovare quell'esperienza storica e farne tesoro anche online. Se invece la rete è qualcosa di totalmente diverso, per esempio per il fatto che è uno spazio definito dall'effetto-rete che impone a "virtualmente" tutti di stare dove stanno tutti gli altri, sarà difficile lasciare il villaggio e andare altrove nel caso si voglia recuperare una propria indipendenza culturale o di vita. Se internet è definita dall'effetto-rete e se questo genera delle forme di "monopolio" cui nessuno può sfuggire, la metafora del villaggio non funziona più.

Recensioni più qualificate sono su:

L'anonimato o la trasparenza saranno la nuova utopia? Mashable cita una infografica di Namesake: sei chi dici di essere? (Secondo altri la soluzione sta nell'ammettere che "siamo quello che gli altri vedono che siamo"; ma è un po' relativista...). In ogni caso, su Namesake c'è un'interessante infografica...

Transparency-Infographic_thumb.png


Molto intuitivamente, ho l'impressione che in futuro ci saranno ancora tutte le tensioni: anonimato e trasparenza, espressione e controllo, rivolta e censura; la rete non è ancora stata digerita dalla società, che cerca nelle sue antiche metafore qualche guida intellettuale. Ma l'esperienza che ne abbiamo fatto è ancora troppo limitata per consentirci di decidere senza pregiudizi e interessi manipolatori. L'esperienza dice che fino a che è neutrale, la rete può generare problemi e soluzioni a getto continuo, sicché dalla complessità emergano comportamenti da sperimentare e poi valutare. Il meglio, probabilmente, è vivere la nostra storia con intensità e piglio critico, dando un contributo attivo ogni volta che si vede qualcosa che si può migliorare. Imho.

Facebook e Quora

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Facebook Questions è un attacco letale a Quora? Se lo chiede Gabriella Infante non senza buone ragioni. In realtà, probabilmente, questo servizio si aggiunge agli altri esistenti senza eliminarli. Perché la qualità delle risposte che si trovano dipende dalla qualità del social network che si usa. E Quora è partito con un tasso di qualità degli interlocutori abbastanza alto, Yahoo! Answers è popolatissimo e Facebook è più concentrato sull'elaborazione intorno al grafo sociale, enorme, che ha costruito. Del resto, la sua caratteristica è di introdurre regole abbastanza serrate su ciò che si può e non si può fare, guidando gli utenti a una facile usabilità ma riducendo la variabilità delle attività possibili. Quindi non è uno strumento specializzato in nulla anche se fa bene quasi tutto ciò che attiene alla comunicazione nel grafo sociale.

Il Giornalaio ricorda che gli utenti vedono l'insieme degli strumenti che hanno a disposizione come un solo grande medium. E, nella veloce variabilità di funzioni e significati dei mezzi di comunicazione, si sono abituati a non affidare tutto a una sola soluzione. Questo aumenta un po' la complessità. Ma fa parte della cultura della prova, dell'errore, e della continua ricerca di novità interessanti. Non è la fine della storia. Ma per ora questo mantiene spazio per molte alternative. Esistenti e da inventare.

Metriche pubblicitarie

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Si sapeva già da un sacco di tempo. Però adesso anche le più solide istituzioni della pubblicità si sono decise a prendere in seria considerazione una riforma delle metriche con le quali valutano il successo delle campagne. E il centro della novità è questo: il fatto che le persone si scambino segnalazioni su un certo spot in rete è una misura del gradimento del messaggio. Ok ok, non è una grande scoperta: ma ogni cosa ha il suo tempo. E quello dell'audience tout court sta finalmente finendo. (Adage)

California: privacy di default

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Facebook e altri social network dovrebbero organizzarsi per offrire agli utenti il loro servizio in modo che le informazioni che postano siano private di default e solo per volontà degli utenti stessi rese pubbliche. Attualmente spesso avviene il contrario. (SfGate)

Intanto, Apple e Google vanno al Senato americano per spiegare la loro politica sulla privacy mobile. (Bloomberg)

Sembra dunque che gli americani stiano arrivando a conclusioni - sulla privacy online - che gli europei avevano intravisto già da tempo.

Efficacia dei tweet

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E Vincos segnala i suggerimenti di Shane Steele, Director of Sales & Marketing di Twitter, per compilare tweet di successo.Quasi tutti i tweet che fanno strada nella rete contengono un link, quasi tre su quattro contengono una hashtag, oppure descrivono un fatto in tempo reale; 4 su dieci hanno un punto esclamativo o un invito all'azione; un quarto fanno una domanda.

Facebook è meglio della tv?

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Luca Massaro spera che Facebook sia meglio della tv.

I dodici milioni di italiani che si collegano a Facebook ogni giorno sono un potenziale formidabile per superare i media della solitudine. Secondo il professor Tullio De Mauro, di solito molto severo, questo gesto è una luce nel buio del crescente analfabetismo funzionale degli italiani.

E il motivo di speranza c'è. Per crescere Facebook, come Google, cercherà di incentivare la qualità. Perché troppo spam fa male a qualunque mezzo in rete.

Perché tutto questo dovrebbe riuscire? Se Facebook, come Google, e come la tv, vivono di pubblicità, perché non dovrebbero andare nella stessa direzione della tv? Con un continuo abbassamento dei costi in un contesto che - fatte le dovute eccezioni - non incentiva la capacità di generare contenuti di qualità culturale significativa? Primo, bisogna evitare di vedere tutto all'italiana: la tv tedesca o nordeuropea non ha preso la stessa spirale che ha coinvolto quella italiana. E lo spazio per i programmi di qualità è mantenuto in quei contesti anche per tenere alto il valore dell'insieme. Secondo, la rete è più libera, anche nella versione Facebook: avrà sempre molto spazio per le curiosità di consumo immediato e per le questioni più impegnative; ma come dimostra la crescita dei contenuti e degli strumenti per l'approfondimento - long stories, read later, ted e così via - la differenza la fanno le dinamiche di socialità. Se si avvia una valanga, questa cresce. E il tipo di cose delle quali si avverte più bisogno, proprio per differenza dalla tv, sono quelle nelle quali ciascuno e coinvolto ed è orgoglioso di essere coinvolto. Un filo di speranza, insomma, c'è. Va incoraggiato. Non si può imporre.

Non si può certo pretendere che il divertimento e la velocità di quello che si fa di solito su Facebook siano sostituiti da noiose articolesse digitali. Ma si può immaginare quale evoluzione potranno sviluppare le relazioni in rete. E' sempre possibile che la ricerca immediata di visibilità continui a consigliare a molti un comportamento banale ma capace di incuriosire. Ma nel tempo emergeranno e saranno sostenute di più le iniziative che non si limitano a "incuriosire" e anzi possono "ispirare".

La Fondazione Ahref se ne occupa con tutte le sue forze.

Pubblicità: meglio Google o Facebook?

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Nella pubblicità, è meglio Google o Facebook? A SocialMediaToday, non sorprende, sono convinti che sia meglio Facebook.

Di sicuro sono due modelli molto diversi. La pubblicità di Google è un modo fantastico per aumentare il traffico su un sito o per altre attività che si svolgono sul web. La pubblicità di Facebook è fantastica per aumentare il traffico soprattutto su attività che si sviluppano su Facebook. E' un po' semplicistico, ma è un po' così.

Il punto è che su Facebook la gente passa il 25% del tempo internet, più o meno. E che ogni giorno, in un paese come l'Italia, 12 milioni di persone si collegano a Facebook. Ogni giorno! (La notizia mi è stata consegnata da fonte ben informata). Se fosse audience sarebbe meglio della media di qualunque rete tv. E meglio di quasi qualunque programma tv italiano.

Abbiamo solo cominciato a comprendere come cambia la "pubblicità" con il web.

ps. Una conferma indiretta dell'intuizione proposta in questo post è nell'impegno sempre più chiaro di Google per incentivare la produzione di contenuti di qualità sul web. E' una vicenda da seguire. Qui i consigli di Webmaster Central Blog (ma perché "central", poi?).

Ogni azienda è una media company?

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Leggendo un pezzo lungo e impegnativo - anche se presentato in modo solo apparentemente markettaro - sull'economia digitale, si incoccia nella frase "every company is a media company".

Il che in un certo senso è vero. Ogni oggetto trasporta "messaggi" e nell'economia della conoscenza i messaggi che trasporta sono parte fondamentale del suo valore.

Ma allora, se ogni azienda è un editore, che cosa sono gli editori?

Se non rispondono a questa domanda, probabilmente non potranno sopravvivere come tali e si trasformeranno in altro. Se vanno dietro solo alla pubblicità, se resistono al cambiamento con i loro oggetti tradizionali, se non hanno un modo chiaro con il quale valorizzare non tanto i messaggi quanto le capacità creative dei loro autori, allora non troveranno un modo di far pagare quello che le altre aziende danno gratuitamente perché hanno un altro focus imprenditoriale. Lo scopo di un editore non è quello di ogni altra azienda. Ma solo riappropriandosi di un'identità di mestiere forte potranno dimostrarlo e farlo valere.
Thumbnail image for loghiloghi.jpgTre piattaforme che mettono i designer e i creativi in contatto con potenziali clienti.

Le aziende lanciano un contest, i creativi rispondono. I creativi si fanno conoscere, le aziende li chiamano.

Le regole sono un po' diverse. Il senso è lo stesso: aprire strade, rispettare le idee, alimentare l'intelligenza dei progetti.

Zooppa
99 Designs
Shicon



Nel frattempo va avanti la votazione sul logo dell'Expo.

Intelligenze collettive - David Lane

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Il professor David Lane (tra i pionieri della scienza della complessità) vede l'idea di intelligenza collettiva non come una metafora ma come una realtà. La deduce dal comportamento della specie umana, che si coordina a un livello che nessun individuo riesce a comprendere appieno: nessun individuo comprende il sistema telefonico, la città, la globalizzazione... Queste sono diverse intelligenze collettive all'opera. È un po' come se gli individui fossero neuroni, parte di un cervello: un neurone non sa comprendere un concetto, ma molti neuroni lo generano; lo stesso vale per gli individui e la collettività. Lane è convinto che non possiamo essere in grado come individui - e non potremo in futuro - comprendere le intelligenze collettive. Che sono di fatto più avanzate delle intelligenze individuali. Le forme della comunicazione, dunque, sarebbero come i meccanismi delle sinapsi e degli scambi di energia nel cervello. I neuroni specchio sono una forma fisicamente visibile di "sinapsi" tra individui..

La domanda è: l'intelligenza collettiva è intelligente o stupida? E soprattutto: noi possiamo farci qualcosa? Il design dei fenomeni emergenti (non orientato a svolgere una funzione prevedibile specifica ma a generare conseguenze) è la materia di indagine per testare le risposte all'ultima domanda.

Ho incontrato David Lane a Fet11. C'è anche il mitico Stefano Mancuso (da vedere il suo video a Ted).
I giornalisti e Facebook. Non i giornalisti che parlano di Facebook. E nemmeno quelli che usano Facebook. I giornalisti che lavorano a Facebook. Il primo è Vadim Lavrusik. (via AllThingsD). Vadim ha coperto il mondo del "giornalismo sociale" (tipo il giornalismo che usa e conosce i network sociali, credo). Ora sviluppa le sue abilità. (Recentemente è stata aperta  una pagina chiamata Journalists on Facebook). 

Nel video Vadim definisce Facebook "il giornale del popolo"... in un certo senso...

E aggiunge che è contento di andare a Facebook perché l'obiettivo di un giornalista è sempre "aiutare a creare una società più informata".


Gli editori ripensano alle app

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I tablet sono stati un successo straordinario. E gli editori hanno da subito sentito che sarebbero stati uno strumento di rilancio del loro business. Ma continuano a cercare di capire in che modo. La transizione delle loro pubblicazioni sul nuovo supporto non ha certo sfondato (e d'altra parte in genere sono state realizzate con investimenti piuttosto contenuti). Ora New York Times e Washington Post stanno provando le loro versioni di aggregatori, sulla scia dei successi di start-up indipendenti come FlipBoard o Zite, con discreto successo. L'esplorazione continua. Ne parla Damon Kiesow per Poynter.

Chad Hurley e Steve Chen: il ritorno

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Chad Hurley e Steve Chen, immensamente ricchi per la vendita di YouTube a Google e non più direttamente impegnati con la loro creatura, lanciano una nuova società, la Avos, e comprano Delicious da Yahoo!. Gli utenti potranno continuare a usare il servizio accettando una nuova policy per la privacy. La prima mossa sarà creare un'estensione per Firefox. (via Liz Gannes)

Editoria coi numeri

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La Visual Loop ha preso i dati proposti da Bain & Company sull'evoluzione dell'editoria e ha costruito questa infografica. (cliccandoci sopra si va sulla Visual Loop non sull'ingradimento).

Albert-László Barabási, Alex Pentland, Carlo Ratti e altri, usano i telefonini e i sensori per studiare il comportamento delle persone nei loro spostamenti e nelle loro relazioni. Senza bisogno di ascoltare le telefonate riescono a prevedere molti fenomeni. Il Wall Street Journal in un lungo articolo riporta alcuni risultati. Si possono comprendere i comportamenti in modo tanto capillare da intuire che due persone stanno parlando di politica oppure che un tizio sta per prendere l'influenza senza bisogno di altro che della possibilità di registrare gli spostamenti del suo telefonino.

Sembra emergere una tale quantità di dati sui movimenti delle persone che la dimensione della libertà individuale, cui il telefonino sembrava dare un'ulteriore enorme spinta, cede il posto all'analisi sistemica: le formiche nel loro piccolo si sentono imitate.

Non stiamo studiando l'intelligenza collettiva. Anche se la rete sembra diventare ogni giorno di più uno strumento dell'eventuale emergenza di una intelligenza collettiva (o almeno uno strumento di studio della stessa). Per ora, stiamo osservando il movimento dell'insieme delle persone. Che evidentemente scelgono nella vita quotidiana secondo schemi piuttosto prevedibili.

Matteo Berlucchi e aNobii

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Bella intervista a Matteo Berlucchi su aNobii e quello che succede nel mondo dei libri digitali. Matteo sa quello che dice. Anche se non dice tutto quello che sa: il suo mestiere non glielo consente...

Luca Ascani spiega i media digitali

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Secondo me, va letto il pezzo di Luca Ascani su Le Journal du Net. E' netto e forse troppo tagliato. Ma ha il merito di semplificare con coraggio la classificazione delle opzioni disponibili.

E decolla a partire da qui:
"il est important de comprendre que tout média en ligne constitue une réponse aux questions suivantes :
- de quelle manière l'information va-t-elle être perçue par l'utilisateur?
- quel est le type de contenu que l'utilisateur souhaite lire ?
- quel est le style rédactionnel qui convient à ce type de contenu ?
- quel type de publicité serait le plus approprié au contenu?"

C'è anche un pezzo di Robyn McMaster, cui va data un'occhiata. Si sviluppa intorno all'idea di un marketing win-win e di leadership interessanti...

Povera televisione...

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MEDIASET: CONFALONIERI, IN BANDA LARGA FAVORITE TLC
COLOGNO MONZESE (MILANO)
(ANSA) - COLOGNO MONZESE (MILANO), 20 APR - "Siamo di fronte a una incomprensibile politica di favore verso il mondo delle telecomunicazioni e a scapito del mondo di noi televisivi". Così il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, commenta la gara per la banda da 800 megahertz per nuove frequenze in banda televisiva "che l'Europa prescrive di assegnare agli operatori di telefonia mobile". Aprendo l'assemblea del gruppo televisivo, Confalonieri conferma che Mediaset parteciperà all'assegnazione in 'beauty contest' di sei multiplex nazionali. Nel rapporto tra internet e televisione, secondo il presidente Mediaset, "da una parte regna la totale assenza di regole e controlli, dall'altra invece vi è una pesante ingerenza degli organi di regolamentazione. Il nostro conflitto con Google, nel quale siamo alleati con gli altri editori, in Italia e all'estero, vuole difendere gli investimenti contro ogni utilizzo parassitario e ogni pirateria". (ANSA).
NI/MB S0A QBXB

Visto Dipity? Timeline da vedere e fare...

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Europa troppo neutrale sulla net neutrality

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Si direbbe che l'Europa faccia la voce grossa per dire una cosa piccola sulla net neutrality. Il pezzo del Guardian vede il bicchiere mezzo vuoto. La Commissione si dichiara convinta sostenitrice della net neutrality ma non chiarisce che cosa esattamente impedirà di fare alle telco. Dice solo che se vanno troppo in là nella "gestione del traffico" interverrà. Il che può significare un po' di tutto: lascerà che blocchino il peer-to-peer e il voip per salvaguardare i propri interessi? Consentirà che, in base a leggi locali, i provider diano un po' di fastidio all'opposizione politica in posti come l'Ungheria? Oppure garantirà sempre alle start-up pari opportunità per farsi largo con l'innovazione, anche contro gli interessi delle grandi compagnie attuali? La net neutrality è un concetto complesso da molti punti di vista. Forse bisogna contare sul fatto che alla lunga, come dice Quinta, non conviene neppure a chi pensa di volerla praticare.

Libertà di internet: dov'è l'Italia

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Nella mappa della libertà di internet, l'Italia è pari alla Gran Bretagna, con minore diffusione, ma peggio di Usa e Germania. (Economist)

Prezzi di libri: carta e ebook

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Luca Conti ha segnalato una situazione bizzarra: "Cambiare pagina" in versione cartacea si trova a un prezzo più basso di quello che si paga per la versione ebook (epub o pdf). Vista la segnalazione ho chiamato l'editore per capirne qualcosa si più.

Come è ovvio, un autore non ha alcuna voce in capitolo sul prezzo dei suoi libri. Ma chiedendo all'editore si scopre che anche quest'ultimo non ha tutte le leve decisionali in mano. Anche perché un conto sono i prezzi e un conto sono gli sconti. Mentre la struttura dei costi è abbastanza poco conosciuta. Non ne sono venuto a capo pienamente, ma ho imparato qualcosa.

Il prezzo di copertina ufficiale di Cambiare pagina è 11 euro e quello della versione digitale è 8,99 euro. Il che corrisponde al maggiore costo della carta. Ma la produzione non è la sola voce di costo. C'è anche la distribuzione, che conta per circa il 30-40% del prezzo di copertina anche nelle librerie digitali. Questo consente di praticare degli sconti. Ma gli sconti sono diversi a seconda della capacità contrattuale delle parti. E a fronte della politica di sconti aggressivi di piattaforme come Amazon per la vendita online di libri di carta anche le altre piattaforme abbassano i prezzi. Ma solo dove c'è concorrenza

Si scopre insomma che il mercato è più concorrenziale nella vendita online dei libri di carta, mentre lo è meno sulla vendita dei libri in formato elettronico. (Non solo: secondo me, ma è una pura supposizione, il prezzo del libro elettronico deve restare alto anche per pareggiare un po' le perdite dello scambio di libri elettronici tra utenti che in questo modo non pagano il prezzo di acquisto).

Si scopre che in generale nel mercato dei libri di carta, gli editori hanno più forza contrattuale e che nelle piattaforme online hanno meno potere. E che i compratori di libri elettronici sono meno sensibili agli sconti.

Da queste differenze emerge che il mercato dei libri elettronici e quello dei libri di carta sono sorprendentemente separati. La maggior parte della gente non confronta gli sconti di carta ed elettronici prima di comprare. E la ricerca di libri elettronici è ancora meno sviluppata e abituale di quelli di carta, tanto che nei libri elettronici, in Italia, il mercato è più concentrato sui bestseller mentre nella carta c'è una coda lunga più lunga.

Tutto questo significa essenzialmente che anche qui il mercato non funziona proprio come ci si aspetterebbe. Istruttivo, mi pare. Ma di sicuro non abbiamo ancora finito di imparare.

Link economy e comportamenti contraddittori

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Da molto tempo, grazie a Jeff Jarvis e altri, sentiamo parlare del il web come di una "link economy", in opposizione concettuale all'idea di un'economia mediatica basata sui contenuti o tanto meno sui contenitori. (alcune tra le molte referenze possibili: Jarvis1, Jarvis2, Jarvis3, Ahearn, Salmon, DeRosa).

E David Weinberger insegna a leggere il sistema dei link come una vera e propria struttura cognitiva capace di aggiungere valore alla cultura contemporanea. Con la conseguenza che la nozione di qualità dell'informazione cambia, mettendo in crisi le autorità tradizionali e rendendo necessario alle persone un salto di consapevolezza riguardo al processo con il quale ritengono vere le affermazioni: non basta più la pubblicazione perché lo siano. (Vedi il contributo di David su Ahref).

Ora il problema è che i link sono considerati contemporaneamente un elemento dell'informazione (per la citazione delle fonti o per il rimando agli approfondimenti, per esempio) e un elemento del governo del traffico in rete: un link porta traffico o fa perdere traffico. Il che significa che là dove deve prevalere l'informazione si linka, mentre dove prevale la lotta per il traffico si spera di essere linkati ma non si linka mai... La questione è evidentemente tale da generare forti contraddizioni nell'ecosistema della rete. Qualcuno pensa che si risolva per via etica. Sarebbe interessante anche dimostrare che si possa risolvere in base a un ragionamento di convenienza. Di certo, la convenienza pubblica è chiara, mentre la convenienza privata lo è meno. I forti sanno che saranno linkati anche se non linkano. I deboli linkano nella speranza di essere linkati. Per ora si vede il problema: la soluzione è ancora lontana.

La sentenza su Google e i libri digitali

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Giusto per curiosità, si può dare un'occhiata alla sentenza del giudice Chin sulla vicenda della digitalizzazione dei libri operata da Google e osteggiata da una serie di autori, editori e piattaforme alternative. Il succo è che Google non può operare pensando che chi non è d'accordo con la digitalizzazione di un suo libro della fare opt-out: in realtà, il giudice decide che Google prima di digitalizzare debba chiedere che il detentore del copyright faccia opt-in. Ma il bello è leggere la sentenza in pdf. Un testo chiaro anche ai profani.

Linkedin, by Vincos

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The State of LinkedIn 2011

Linkedin è in piena evoluzione e sta cercando di arrivare alla quotazione in borsa. (Una visione critica)

Microsoft lascia perdere con Zune (Bloomberg)

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Secondo una persona informata dei fatti, dice Bloomberg, la Microsoft abbandona lo sviluppo di Zune. Il player per la musica che era stato lanciato nel 2006 e che secondo Steve Ballmer avrebbe dovuto fare concorrenza all'iPod-iTunes della Apple non ha convinto i consumatori e non ha cambiato la struttura dell'ecosistema. L'effetto-rete, che nei pc ha sempre favorito la Microsoft, si è dimostrato insuperabile anche nel mondo della musica. Ma in questo caso è la Microsoft ad averne subito le conseguenze.

Quanto vivono gli animali?

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HowLongLiveAnimals.jpg

Isotype, via Information is Beautiful.

Twitter frena gli sviluppatori

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Twitter ha avvertito gli sviluppatori che non lascerà più la stessa libertà agli sviluppatori che fanno interfacce per usare la piattaforma. Il motivo è rendere la vita più facile agli utenti. Ma la comunità di sviluppatori non è certo molto contenta.

Ogni piattaforma privata tiene il suo ecosistema in scacco. E può cambiare politica quando vuole. La sola piattaforma che garantisce a chi sviluppa la libertà di creare in base a una propria idea e di stabilire la propria strategia è internet, fino a che sarà mantenuta la neutralità della rete.

Ecco il commento di Dave Winer. "The [wide open] Internet," writes epoch-defining innovator Dave Winer about the news, "remains the best place to develop because it is the Platform With No Platform Vendor. Every generation of developers learns this value for themselves."

L'infinito loop dell'anonimato

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Su Slate una discussione sull'anonimato dei commenti ai giornali online.

Da quando c'è la rete, c'è anche questo dibattito. Fin dai tempi di The Well. È chiaro che l'anonimato favorisce l'emergere di notizie che non uscirebbero se chi le scrive si dovesse esporre ai poteri che vorrebbero impedirne la pubblicazione. Ma l'anonimato favorisce anche l'emergere di commenti che non uscirebbero se chi li scrive sente che dichiarando la propria identità se ne dovrebbe vergognare.

L'anonimato in effetti annulla i freni inibitori di chiunque tenga alla propria immagine pubblica e induce qualcuno a lasciarsi andare e a sparare qualunque genere di sciocchezza proprio perché la sua identità resta coperta.

Qualunque pubblicazione può lasciare che i commenti siano anonimi o impedirlo. Ma saranno comunque i lettori a giudicare: un commento anonimo è meno credibile di un commento scritto da chi se ne assume la responsabilità. O per lo meno chi si assume la responsabilità di quello che scrive conquista di solito - a parità di altre condizioni - un maggiore rispetto.

Impossibile, impedire l'anonimato su internet. E probabilmente sarebbe anche sbagliato. Ma è anche corretto sottolineare che scrivere e firmare quello che si scrive genera informazione dotata di maggiore concretezza. E in generale contribuisce alla qualità delle relazioni che si sviluppano nelle conversazioni online.

Questo vale in generale. I casi particolari, peraltro, sono molti e diversi. In alcuni di questi casi, l'anonimato può essere una soluzione obbligata. Sono i casi in cui un potere forte impedisce seriamente la libertà di espressione. Ma abusare in generale dell'anonimato per conversazioni che potrebbero benissimo essere sostenute con il proprio nome e cognome non aiuta la crescita della qualità della rete. Imho.

Personal news

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Anche Instapaper consente ora di condividere e segnalare gli articoli letti online alla rete sociale. Intanto, Linkedin propone un servizio di notizie personalizzate, scelte in base agli interessi e alle connessioni degli utenti. E Goodreads propone un algoritmo per segnalare libri che gli utenti potrebbero essere interessanti a leggere.

La rete ha reso facilissimo pubblicare. Ora il problema è scegliere. E le iniziative per facilitare la scelta si moltiplicano.

Se saranno troppe anche le iniziative per facilitare la scelta di quello che va letto, si dovrà comincaire a scegliere a quali di queste occorre affidarsi... Ma così è la rete. Ed è evidentemente il suo bello.

Facebook e l'informazione

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Effettivamente, parlando di informazione e social network, si pensa di più a Twitter che a Facebook. Ma Vadim Lavrusik invita a riflettere da questo punto di vista. Perché Facebook consente iniziative più complesse di quelle che si possono sviluppare su Twitter. 

Il problema è che si tratta di una piattaforma proprietaria. Il vantaggio è che ha un'audience potenziale molto grande. Probabilmente, l'integrazione di Facebook e Twitter in un'iniziativa di informazione, senza affidare tutto a quelle piattaforme, resterà a lungo l'idea più diffusa di chi voglia impegnarsi in questa direzione. Ma imparare davvero a usare quelle piattaforme diventerà sempre più strategico.

A spot to take a look at...

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Avanti con le web-apps

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Mozilla spinge le web-apps. Il browser è abilitatore del software che si scrive una volta e gira su tutti si sistemi operativi. Logica molto importante con la fioritura dei tablet e degli smartphone con sistemi operativi diversi.

Boom Html5

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Secondo Mefeedia, negli ultimi 12 mesi, la quota di video disponibili in html5 è passata dal 10% al 63%. (Non solo per la spinta dell'iPad, naturalmente: certo, lo standard non proprietario ha un vantaggio strutturale, ma va appoggiato dai protagonisti più importanti).

Custodia Net Neutrality

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Su Scientific American, un pezzo sulla net neutrality che parte da un'ammissione: non tutti sono coscienti della strategica importanza di custodire la struttura fondamentale della rete, cioè il fatto che internet non discrimina sui contenuti. 

Si parla di una "ragionevole" forma di governo della rete, una forma secondo la quale si fa pagare il traffico a gigabyte o si rallenta la connessione nei momenti di picco. Forse questo è ragionevole, ma sarebbe assolutamente irragionevole qualunque discriminazione in termini di specifici contenuti o di specifiche applicazioni. Le tentazioni ci possono essere, ma non devono vincere. Non si deve rallentare perché si parla di leaks. Non si deve rallentare perché si usa un software per il peer-to-peer. Perché il principio deve essere semplice. 

La Net Neutrality abilita l'innovazione. La discriminazione autoritaria la rallenta fino a disseccarla.

Steve Jobs è sul palco, oggi!

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jobs2marzo.jpg



via Raja Faheem via vipmasti.

Dallas non era un progetto, dice

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La tv commerciale ha cambiato l'Italia mandando Dallas in onda nei primi anni Ottanta. E' una convinzione espressa nel 1989 dall'attuale presendente del Consiglio. Che può aver fatto pensare a una sorta di progetto culturale. E della quale si è parlato in più post anche in questo blog.

Antonio Ricci, incontrato al volo, ha voluto raccontare il suo punto di vista sulla questione. Ricci è convinto che non ci fosse, ai primi anni Ottanta, alcun progetto culturale alla radice della scelta di mettere Dallas. "Lui voleva essenzialmente rifare la Rai".

In questo senso, sarebbe proprio la forza del meccanismo televisivo ad aver costruito il proprio progetto culturale e le sue conseguenze.

Il rivelatore di boiate

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Howard Rheingold propone da tempo una riflessione e un metodo pratico sulla "crap detection", l'attività di distinguere le boiate dalle informazioni credibili su internet.

Propone di alimentare la consapevolezza della necessità di operare costantemente questa attività critica. E offre alcune indicazioni operative. Sostenendo che l'autodifesa dei cittadini che usano internet è molto più efficace di qualunque ipotesi di controllo dall'alto. Per chi non l'abbia già visto, questo è il primo video di una serie dedicata all'argomento.



Di sicuro, ci vorrebbe una bella "crap detection" non solo per internet... L'Italia potrebbe essere un grande laboratorio di sviluppo per questa attività.

La mano, l'occhio e la memoria

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Leggendo per qualche tempo sul Kindle ti accorgi che non tutto è come prima. Il testo si legge magnificamente, l'oggetto si tiene in mano molto comodamente, la ricerca delle sottolineature è fantastica.

L'esperienza però non è tutta qui. Mancano gli intoppi pratici della lettura sulla carta, manca la difficoltà di ritrovare un passo che avevi letto e ricordi vagamente, manca la differente consistenza dei libri, manca il colore della copertina. Manca il gesto di sfogliare, un po' diverso per ogni libro. E questo ha conseguenze sulla memoria.

Sul Kindle, o su un ereader, ogni libro è fisicamente più o meno uguale a ogni altro, il gesto di passare da una pagina all'altra è sempre lo stesso, non hai davvero idea di quanto tu abbia letto e quanto ti manchi al prossimo capitolo...

L'omogeneità della lettura elettronica elimina piccoli eventi che la memoria è abituata inconsapevolmente ad associare ai passi di testo che hai letto.

In breve, si ricorda meglio, elettronicamente, sfruttando il motore di ricerca. Ma si ricorda peggio, biologicamente, perché non si sfruttano le associazioni tra parole, gesti, segni aggiuntivi, come i colori e la posizione del testo nella pagina a destra o a sinistra... La memoria diventa più artificiale. Capita, alla fine, di sapere di avere letto qualcosa, ma di non ricordare l'autore o il titolo nel modo cui la lettura di un oggetto fisico ben identificato e diverso dagli altri ci aveva abituato.

E' un fenomeno che ricorda il passaggio dalla cultura orale a quella scritta. Anche in quel caso la memoria era al centro del cambiamento. La cultura si è adattata.

Post precedenti su questo argomento:
Il gesto di conoscere
Imparare con le mani

Bolla: dopo Demand Media, Glam Media

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Nonostante la notizia riportata al post precedente, le fabbriche dei contenuti avanzano.Glam Media starebbe preparando la sua IPO consultando una serie di banche. La decisione sembra essere stata presa dopo lo spettacolare successo della quotazione in borsa della Demand Media che oggi vale 1,8 miliardi di dollari (via Blodget). 

Meno fuffa su Google, dice

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Google ha annunciato un cambiamento, per ora valido solo negli Stati Uniti, del suo algoritmo. Il cambiamento è inteso a eliminare dalle ricerche - soprattutto dal ranking - i siti che non danno contenuti originali ma si limitano a copiare altri siti allo scopo essenzialmente di pubblicare link che servono a fare crescere l'importanza di certe url nelle risposte che gli utenti ottengono dalle loro ricerche. Pratiche molto diffuse che portano certi siti a salire vertiginosamente nelle classifiche del vecchio algoritmo di Google (distorcendone il significato) e che ora potrebbero essere eliminate. Non sappiamo quali altri effetti avrà il cambiamento deciso, ma per ora sembra un buon segnale. (cfr Arrington).

Le tre leggi del display advertising

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Demografia Twitter e Facebook

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Social media e isolamento

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Bene. Pew pubblica una ricerca che indaga sulla solitudine degli americani. La tendenza all'aumento della solitudine dimostrata in un famoso studio di qualche anno fa sembrerebbe essersi invertita grazie ai media sociali. Si intuiva ma ogni prova va presa in considerazione. I beni relazionali non possono più essere dispersi e le persone hanno bisogno di imparare a coltivarli di nuovo. Il fatto che una ricerca osservi come i media sociali contribuiscono al recupero della dimensione relazionale è un segnale importante nel quadro del filone di pensiero collegato al tema dell'economia della felicità.

Ted conversations

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Il mitico Ted lancia il suo social network, Ted Conversations. Si postano domande, si lanciano temi di discussione, si propongono idee da sviluppare.

L'interfaccia e l'ambiente che si trova nelle Ted Conversations non invita a perdere tempo: piuttosto invita ad approfondire e solidarizzare intellettualmente con gli altri.

Grande esordio. Fin dalla partenza della piattaforma ci sono grandissimi interventi, da Morozov a Zuckerman a O'Reilly.

Un'idea interessante: le discussioni hanno una data di scadenza. Ci sono amministratori volontari. Le regole sono molto semplici.

Qualche esempio?

Zeid Abdul-Hadi propone questa domanda:

To what extent has social media contributed to the spreading of the People's revolutions and call for Freedom in Tunisia & Egypt?

The past month has seen unprecedented events in history in the Middle East that hasn't been possible to achieve in 30 years, and this is partly due to the rise of the internet and the new means of communication at the disposal of people, and in particular social media, such as Twitter & Facebook, which has allowed people to rally for a common cause in large numbers in a way that would've been impossible before. In addition, the rise of the use of the internet and social media has enabled people to see everything clearly and to know about everything from different media sources, so no government can fool its people anymore.

Evgeny Morozov risponde:

2 days ago: The governments of Tunisia and Egypt were overthrown in part because they did not pay enough attention to the power of the Internet. How else to explain the fact that the Egyptian government took little effort to crack down on the Facebook groups opposing it in the several months preceding the protests?

Social media are good for publicizing protests - but, as they are social by definition, they are also easy to track and monitor, subjecting protesters to risks they may not even be aware of. What we are going to see in the months to come is more governments learning the tricks of open-source intelligence gathering to avoid being caught off guard like Ben Ali or Hosni Mubarak.

Ethan Zuckerman risponde:

2 days ago: I've heard at least three ideas for why social media could be important in the Egyptian/Tunisian context, and I think there's a fourth idea that's not been widely discussed yet.

Idea 1 - the secret information theory
A number of commentators have suggested that information released by Wikileaks and circulated via social media helped foment frustration in Tunisia and mobilize the demonstrations. While it's true that Tunisia worked very hard to suppress the Wikileaks information, the information revealed wasn't especially secret. I think that, while the idea of the Internet as a platform for unblockable secrets is very appealing, I think there may be fewer secrets than we imagine in our mediated age, and more channels than the internet.

Idea 2 - command and coordination
The New York Times has run several stories looking at how groups like the April 6 Youth Movement and Kefaya used the internet to coordinate protests in Egypt. While there's some truth to these stories, it's worth noting that the protests continued during an internet shutdown. Yes, the internet is a great tool for organizing protest, but it's also an open, public channel, not always the best place to plan a revolution.

Idea 3 - amplifying voices
Protests in Sidi Bouzid would have received little media attention without two technologies - Facebook and Al Jazeera. AlJ used videos posted on Facebook to report on the protests to the rest of Tunisia and the rest of the world. As protests spread through Tunisia, they inspired the world as a whole.

the one I've heard little about

Idea 4 - participatory governance
Now that leaders have been overthrown in Egypt and Tunisia, what's next? There needs to be a channel for youth - the folks who led protests - to influence the new process of governance. What will be really exciting is if figures like Wael Ghonim can use Facebook to get ideas from the youth he now represents in conversations with the new Egyptian government.

E così via...

Lo spazio dei libri brevi sull'ebook

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Una storia lunga circa 70 pagine, in un giornale sarebbe imponente e come libro appare troppo breve. Ma una storia di una settantina di pagine, venduta a un dollaro, potrebbe essere un nuovo formato molto adatto al Kindle e agli ebook.

L'esempio viene dalla storia del ruolo del Pakistan nell'attentato a Mumbai di un paio d'anni fa. E' scritta da Sebastian Rotella di ProPublica. Ha una dimensione molto ampia per il web o per un giornale. Ma è perfetta per il Kindle. E su quella piattaforma ha effettivamente trovato un grandissimo successo. Lo racconta Megan Garber sul NiemanJournalismLab.

Ne parlava Clay Shirky: il reader farà venire in mente nuovi generi. E nuove possibilità.

Newspaper Album by Radiohead

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I Radiohead lanciano il loro nuovo album. E lasciano trapelare che si tratta del primo "newspaper album". Che cosa questo significhi è tutto da scoprire. Certo, accostare giornali e musica, al momento, appare abbastanza appropriato: ma sarà la musica a dare notizie o saranno i giornali a doversi trasformare in opere d'arte? (via DT)

radiohead.png

Conferenza: tools of change for publishing

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Gli ospiti della Toc (tools of change for publishing). E i link ai video per seguire la conferenza (in corso).

Smw: YouTube

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Alla Social media week, un convegno organizzato da Google-YouTube. Ecco qualche spigolatura.

Maria Ferreras, Google: "Offriamo audience: 15 milioni di utenti unici al mese, un miliardo di video visti al mese, in Italia. Offriamo business: creare ricavi per i video senza nulla togliere ai modelli di business tradizionali. Offriamo controllo: anche i video che gli utenti hanno uploadato senza permesso possono essere individuati e dotati di spot che rendono possibile monetizzarli".

Andrea Portante, Rai: "Effettivamente possiamo dire che sono stati caricati da noi 10mila video della Rai sui canali YouTube ma altri 80mila sono stati caricati dagli utenti. Con YouTube siamo stati in grado di monetizzare sia quelli che abbiamo messo noi che quelli pubblicati dagli utenti. I video della Rai visti su YouTube sono molti di pià di quelli che sono stati visti sul sito della Rai".

Lamberto Mancini, Anica: "Per il cinema la situazione è diversa. L'investimento iniziale per realizzare il prototipo cinematografico è enorme. Questo conduce a un'attenzione molto grande contro la pirateria. Ed è difficile pensare a usare la rete per fare fatturato adeguato".

Nicola D'Angelo, Agcom: "L'italia è l'unico paese che adotta regole per le quali è la televisione a contaminare internet e non viceversa. Ma la tecnologia va avanti e non sarà fermata da queste difficoltà. Sta di fatto che la legge è densa di ambiguità per tutto quanto riguarda internet nel momento in cui entra in conflitto con la televisione. Il prossimo punto di attenzione sta nelle piattaforme chiuse che possono influire sul mercato in modo sempre più pesante".

Guido Scorza, avvocato: "Oggi le regole dicono che fare televisione via internet è possibile ma le difficoltà normative sono enormi e possono scoraggiare le iniziative. Per esempio è molto più facile fare televisione via internet se non si fa un fatturato significativo...".

Giampaolo Colletti, Femi: "Le microwebtv italiane sono passate da 6, nel 2006, a oltre 400, oggi. Danno un'immagine dell'Italia attiva e interessata a un'informazione che le grandi tv non sono in grado di dare".

Alessio Bertallot, artista, organizza una trasmissione radiofonica mixando i brani musicali che lui stesso sceglie con quelli proposti dal pubblico via Facebook. Filippo Rossi, Caffeina, scopre la potenza inarrestabile della rete: "È la frontiera. E la frontiera non è un confine".

We are the medium / reloaded

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David Weinberger torna sul concetto basilare delle reti sociali: we are the medium. Nel senso che sono proprio le persone a costituire l'elemento portante del nuovo medium sociale.

Il concetto è chiaro. Ma la chiosa di David è come sempre interessante: il fatto che il medium sia fatto dalle persone trasforma le notizie che trasmette in qualcosa che ha una doppia o tripla valenza. Riguarda il fatto riportato, le motivazioni di chi lo riporta e le identità di chi lo ritrasmette, lo riceve e attivamente ci fa qualcosa: il tutto diventa messaggio. La formula "Il medium è il messaggio" assume dunque ulteriori dimensioni di senso.

I migliori siti aziendali

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I migliori siti delle aziende dal punto di vista della comunicazione istituzionale e finanziaria in base ai criteri Hallvarsson & Halvarsson Webranking Awards sono online. La classifica delle aziende italiane: 1. Eni, 2. Hera, 3. Telecom Italia e poi via via tutte le altre.

Può interessare notare che quest'anno la Telecom Italia ha superato la Pirelli...

Da notare l'ottima posizione delle aziende italiane nelle prime 500 in Europa: 1. Eni, 3. Telecom Italia, 6. Unicredit.

Wikipedia, dietro le quinte

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Un assaggio di discussione tra editor di Wikipedia, su Notabilia (disegno più sotto). Ma soprattutto uno studio su FirstMonday che ricostruisce i sistemi di gratificazione nel network sociale che edita la grande enciclopedia online, scritto da Daniel Ashton (School of Humanities and Cultural Industries, Bath Spa University).

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Giallo Facebook Goldman (continua)

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Dopo tutte le discussioni sulla quantomeno bizzarra gestione dell'investimento di Goldman Sachs in Facebook, una implicita confessione da parte della banca americana:

Solo i clienti non americani potranno comprare nel mercato grigio attraverso Goldman perché "c'è stata troppa copertura mediatica" della vicenda... (via Wsj):

"Goldman Sachs concluded the level of media attention might not be consistent with the proper completion of a U.S. private placement under U.S. law. [We] regret the consequences of this decision, but we believe this is the most prudent path to take," the statement reads."

Puntate precedenti:
Facebook: giallo finanziario
Controversa finanza Facebook

Dove ti porta il Quora

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Heather Whaling propone un approccio aziendale e "pr" a Quora. Con indicazioni di buon senso per gente che debba comunicare anche attraverso il nuovo servizio di domande e risposte.

La conoscenza dei media sociali diventa sempre più chiaramente un piccolo, grande vantaggio per le aziende che vi si dedichino. E si va comprendendo che gli obiettivi che le aziende possono perseguire con questi strumenti richiedono pazienza e consapevolezza dell'importanza dei dettagli. Non sono tanto piattaforme per fiammate di comunicazione quanto strumenti per costruire relazioni di medio termine con gli interlocutori che si pensa possano essere rilevanti.

Interessante, in particolare, per Quora, la porta che si apre per contributi più lunghi e articolati di quelli che prevalgono nelle abitudini che si sono sviluppate su Twitter e Facebook.

Intanto, la conoscenza delle dinamiche nei social network si comincia ad avvalere di rilevazioni statistiche piuttosto profonde sul comportamento degli utenti. Due ricercatori di Stanford, Jure Leskovec e Jaewon Yang, tentano di riconoscere i modelli di reazione delle persone che stanno su Twitter all'uscita delle notizie con l'obiettivo di imparare a prevedere la quantità di attenzione che le notizie riusciranno a ottenere in rete.

Le loro analisi sono confermate da Ilya Grigorik, di PostRank, che aggiunge un dato: il 50% delle reazioni alle notizie avviene nella prima ora dalla pubblicazione, l'80% delle reazioni avviene nelle prime 24 ore dalla pubblicazione. Non stupisce, forse, ma è un dato confermato da tre anni di rilevazioni. E dimostra che nuove metriche per la valutazione dell'impatto delle notizie e delle informazioni che circolano in rete sono possibili e prossime.

Universo Twitter

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Jess3 ha raccolto in un grafico il sistema delle applicazioni che girano intorno a Twitter, un Twitterverse enorme.

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Gratis, grande, veloce...

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Come vorresti il tuo graphic design? Questo diagramma di Venn fa sorridere...

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YouTube batte Facebook

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L'identità di un servizio è un valore particolarmente importante online. Il servizio video di YouTube resiste all'avanzata dell'utilizzo di Facebook nello specifico settore del video. Questi e altri dati su Pingdom.


  • 2 billion - The number of videos watched per day on YouTube.
  • 35 - Hours of video uploaded to YouTube every minute.
  • 186 - The number of online videos the average Internet user watches in a month (USA).
  • 84% - Share of Internet users that view videos online (USA).
  • 14% - Share of Internet users that have uploaded videos online (USA).
  • 2+ billion - The number of videos watched per month on Facebook.
  • 20 million - Videos uploaded to Facebook per month.

Fidarsi è bene

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Puoi fidarti della crowd. Il progetto Ushahidi a Haiti funziona. (WashPost)
Newton Minow è stato nominato dal presidente John Kennedy alla guida della Federal Communications Commission. Il suo primo discorso pubblico ha lasciato il segno. E fa bene ogni tanto ritrovarlo. Anche ricordando che è stato pronunciato nel 1961... Cinquant'anni fa.

"When television is good, nothing -- not the theater, not the magazines or newspapers -- nothing is better.
But when television is bad, nothing is worse. I invite each of you to sit down in front of your own television set when your station goes on the air and stay there, for a day, without a book, without a magazine, without a newspaper, without a profit and loss sheet or a rating book to distract you. Keep your eyes glued to that set until the station signs off. I can assure you that what you will observe is a vast wasteland.
You will see a procession of game shows, formula comedies about totally unbelievable families, blood and thunder, mayhem, violence, sadism, murder, western bad men, western good men, private eyes, gangsters, more violence, and cartoons. And endlessly commercials -- many screaming, cajoling, and offending. And most of all, boredom. True, you'll see a few things you will enjoy. But they will be very, very few. And if you think I exaggerate, I only ask you to try it."

Share di attenzione

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Nella tabella sono riportati i cambiamenti nella quantità di attenzione raccolta dai vari brand nel corso del Ces di Las Vegas. ReadWriteWeb fa un'utile analisi della cronaca. Ma è interessante segnalare anche il concetto "share di attenzione". RowFeeder lo calcola in base alle volte che i brand sono citati nei social network. E' ovviamente una proxy. Ma dimostra che stiamo cercando nuove metriche per capire come stanno le cose in un mondo in cui la scarsità non è più nello spazio disponibile sui media, ma nel tempo e nell'attenzione della rete sociale.

Facebook: un po' come un giallo finanziario

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La controversa operazione di acquisto di azioni Facebook da parte di Goldman Sachs (della quale si è parlato qui ieri) continua a generare notizie e perplessità. Nel fuoco di fila di comunicati, leaks, affermazioni, è difficile distinguere tra le comunicazioni strumentali e le notizie. Ma le novità emerse rispetto a quanto si sapeva sono tali da meritare un aggiornamento.

Il problema è: la supervalutazione di Facebook è una bolla che farà danno solo ai clienti di Goldman o diventerà una quotazione? E poi: è giusto che queste operazioni avvengano in un mercato grigio senza informazioni sull'azienda o si dovrebbero cambiare le regole che impongono l'obbligo di informazione alle imprese importanti? E infine: Facebook vuole quotarsi o non ha interesse a farlo?

Ecco quello che si può dire sia informazione:
1. All'interno della Goldman Sachs non c'è accordo. Una parte importantissima della banca ha rifiutato l'affare, quella che si occupa di investitori istituzionali. Il New York Times accosta questo rifiuto alla speciale responsabilità nei confronti dei clienti. (Nytimes)
2. Dalla Goldman sono trapelate notizie tratte da un rapporto legato all'affare di cui stiamo parlando sulla condizione finanziaria di Facebook. Avrebbe accumulato un fatturato di 1,2 miliardi nei primi nove mesi del 2010 con un utile di 350 milioni. Si pensa che abbia fatto profitti per 500 nel corso dell'intero 2010. Si tratta dunque di un business capace di fare un 30-40% di margine. E' la prima volta che la mancanza di trasparenza sui conti di Facebook è violata. E' un leak che fa comodo alla Goldman, evidentemente orientata a far credere che Facebook si quoterà e che i clienti che ne hanno comprato azioni ci guadagneranno (Reuters).
3. Facebook non dice se si quota o no. Ma lo lascia intendere. Nello stesso tempo i nuovi azionisti Facebook comprano da Goldman attraverso un veicolo finanziario che si trova in Delaware in modo che appaiano nell'insieme come un unico azionista. Questo non farebbe scattare l'obbligo di trasparenza dei conti dell'azienda previsto quando i soci diventano più di 500. Un obbligo che avrebbe conseguenze solo dopo un anno. E fa pensare che la famosa quotazione di Facebook non sia prevista per quest'anno e forse neppure per il prossimo anno. Tra l'altro i clienti che comprano da Goldman si stanno obbligando a non rivendere prima del 2013. (Wsj titola invece su una possibile quotazione l'anno prossimo; Techdirt ovviamente è sospettosa)

Queste le notizie per ora. Di certo sembra un giallo. Goldman spinge per la quotazione, o almeno perché si creda che ci sarà. Facebook è indecisa. Almeno sappiamo che per ora i risparmiatori non sono coinvolti. Ma il tentativo di innescare una bolla è pericoloso per tutti.

Ieri ci sono stati interventi importanti su questo blog. Li riporto, ringraziando tantissimo gli autori:

Dalle tabelle di JPMorgan non emergono performance brillanti di Facebook rispetto ad altri attori tra le Tech Companies.

Qui i dati che cito:
http://periodistas21.blogspot.com/2011/01/la-atencion-de-facebook-vale-37500.html

Quando una impresa, com'è il caso di Goldman Sachs ha gravissimi problemi di immagine e di relazione con il grande pubblico viene spontaneo chiedersi se non si tratti di una operazione tesa solo a controllare a proprio beneficio il social network più popoloso del mondo.

Un abbraccio.

PL

Anche se non è quotata, e perciò non un pericolo diretto per i risparmiatori, un'azienda con un brand molto pompato dai media e senza un modello di business sostenibile è comunque un pericolo per il mondo finanziario, basti pensare alla capacità di grandi operatori all'ingrosso - come può essere definita GS - di costruire prodotti strutturati che poi finiscono ai fondi venduti al pubblico di fessacchiotti alla ricerca del guadagno facile e senza lavorare.

Umair Haque traccia un paragone tra l'IPO di Google e quella di Facebook

http://www.bubblegeneration.com/2011/01/tale-of-two-ipos.html

Da leggere

La controversa finanza di Facebook

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L'ideologia finanziaria è un po' in crisi ultimamente. Ma il caso Facebook aggiunge un altro pezzetto di dubbi (imho).

Goldman Sachs ha comprato azioni di Facebook, che non è un'azienda quotata, per 450 milioni di dollari, più altri 50 milioni per i russi di Dst che avevano già preso una quota tempo fa. E tutti hanno pensato alla capitalizzazione virtuale che questo acquisto significava: 50 miliardi di dollari sarebbe stato il valore di Facebook se fosse stata comprata tutta a quel prezzo. La spiegazione ufficiale: alcuni venture capitalist volevano uscire e hanno venduto guadagnandoci alla Goldman che avrebbe poi guadagnando portando in borsa Facebook (evidentemente pensando che la borsa avrebbe valutato ancora di più la società).

Il dato ideologico di questa spiegazione era semplice: un'azienda non vede l'ora di andare in borsa, trovare nuovi soci, investire il ricavato in innovazione, espansione e acquisizioni; perché la finanza è strumento della crescita reale delle aziende e la abilita trovando i mezzi per realizzarla. Purtroppo, molto spesso la finanza si rivela invece autoreferenziale, ben poco attenta all'economia reale, orientata a considerare l'economia reale come un suo strumento (non il contrario). E quando si muove Goldman, vista la storia, si può spesso sospettare che questa sia l'interpretazione giusta.

Ora vengono fuori un po' di dettagli che sembrano mettere in discussione la lettura idelogico-finanziaria dell'operazione Goldman-Facebook:
1. Facebook sta facendo tutto salvo che quello che serve per prepararsi ad andare in borsa
2. Goldman sta facendo tutto salvo che quello che serve per vendere le azioni comprate da poco in Facebook e aspettare a rivenderle quando ci sarà la quotazione
3. Una marea di investitori stanno cercando di comprare le azioni Facebook comprate da Goldman adesso, in un mercato grigio che preoccupa la Sec.

La regola è che un'azienda non quotata non ha obblighi di informare il mercato sul suo andamento aziendale. Oggi sappiamo solo che Facebook ha un fatturato stimato di 1,5-2 miliardi di dollari e non si sa quanto faccia di utili (i numeri che si trovano in giro vanno da più di qualche decina di milioni di dollari meno di 200 milioni di dollari). Significa che fattura meno di 30 centesimi di dollaro al mese per utente (meno di 4 dollari all'anno). E' un business di volumi alti e profitti bassi e se cresce molto è essenzialmente attraverso il numero di utenti (dovesse superare, come pare, la fase iperespansiva della sua curva a "esse" e dovesse scoprire che il numero di utenti crescerà più lentamente in futuro, anche il suo valore finanziario futuro andrebbe rivisto).

La regola è anche che se hai più di 500 soci non sei più un'azienda privata normale e devi dare informazioni sul tuo business. E Facebook sta facendo di tutto per restare sotto i 500 soci: il che significa che non è pronta a dare informazioni sul suo business.

Ma il mercato delle sue azioni c'è già, anche in mancanza di informazioni. E Goldman ne approfitta. La Sec investiga. E per fortuna i risparmiatori privati sono fuori dal gioco, perché allora ci sarebbe da preoccuparsi per loro.

Facebook sta ottenendo tutto quello che le serve dalla finanza senza dare in cambio trasparenza dei suoi conti. Non ha a quanto pare bisogno dei soldi dei risparmiatori perché le basta già la sua capacità di genera cassa per ora. La mecca della borsa - con le regole che impone - non è un sogno.

Ma tutto questo è un incompetente riassunto di molto materiale informativo che sta uscendo:
Inchiesta su Facebook-Goldman
Goldman vende azioni Facebook
Commento Fortune
Commento TechCrunch
Commento Reuters
Perché non comprare Facebook, Fortune

Esercizi di stile editoriale

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Il successo delle iniziative editoriali dipende da molte, molte condizioni. Ma mi pare che la prima sia la capacità di distinguersi nel mare magnum. Di certo, senza identità si perde. Ma l'identità dipende anche dalla coerenza con la quale si segue una linea editoriale, una missione, uno scopo.

Provando a distinguere le forme identitarie, o almeno le promesse editoriali, vengono alcune idee.

Orientamento editoriale:

Informazione

Comunicazione

Indipendenti

Schierati

No (low) profit

Profit

 

Posizionamento di mercato:

Alto valore aggiunto

Grande volume di fatturato

Specialisti

Generalisti

Orientamento B2B

Orientamento B2C


Attività che fa la differenza:

Ricerca di informazione

Filtri all'informazione

Content oriented

Design oriented

Software oriented

Service oriented



Il valore dell'apertura che si propaga grazie alla cultura (e alla pratica) del web implica alcune conseguenze per le attività imprenditoriali. Si deve scegliere. Non si vince su tutto. Si vince su quello che si sa fare meglio, collaborando con gli altri che sanno fare meglio il resto. L'esercizio dovrebbe servire a decidere in che cosa si è veramente più bravi.

Bis sulle apps, grazie a Massimo

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Massimo Mantellini ha risposto al mio post precedente con considerazioni a suo dire deprimenti: il meglio che è venuto fuori nell'editoria per gli iPad è stato la possibilità di leggere lo stesso giornale di carta anche sul tablet. Ma più che considerazioni deprimenti, queste sono considerazioni descrittive. Quello che ci interessa è capire che cosa succederà poi.

Ringrazio Massimo perché ha fatto emergere meglio un tema che avevo lasciato implicito: è possibile che gli editori producano qualcosa di davvero buono per il tablet, innovativo e produttivo per il loro business, consapevole dei passi avanti che il web ha fatto fare al pubblico (passi avanti dei quali il pubblico rifiuta e rifiuterà - giustamente - di privarsi)?

Lasciamo perdere il cinismo con il quale si potrebbe rispondere in generale sulla politica degli editori (anche perché facendo il giornalista dovrei prima di tutto parlare delle responsabilità dei giornalisti). Il punto è un altro. Che cosa succederà davvero?

Lo scenario di piccolo cabotaggio, continueremo a leggere i pdf sul tablet è davvero il più probabile?

No. E' quello che si realizzerebbe se non succedesse più niente. Ma se c'è una cosa poco probabile è proprio che non succeda più niente.

Gli incentivi a innovare per gli editori cresceranno. La crisi, le opportunità, il ricambio generazionale, le novità che si potranno emulare, i nuovi tablet e le nuove piattaforme... Il punto è che qualcuno probabilmente prenderà la strada giusta e gli altri saranno costretti ad andargli dietro. Quale strada giusta?

Ecco alcuni spunti:
1. Il web e le applicazioni per l'iPad non sono dimensioni contraddittorie, ma integrate (come tutto o quasi nei media, peraltro)
2. Le opportunità di business che offrono sono specifiche (non vanno pensate come il rimedio alla perdita della carta); si deve pensare che cosa può portare in più ogni nuova forma con la quale si propone l'informazione (non pensare a quello che si perde, ma pensare a creare di più e di meglio con ogni medium)
3. La sperimentazione fa comprendere come funziona un nuovo mondo e quando si è imparato si va più veloci. Siamo nella sperimentazione, ancora.

Ed ecco dunque alcune considerazioni costruttive:
1. La logica del web andrà avanti e avrà ancora a lungo la leadership culturale. Il business sostenuto dalla pubblicità continuerà a crescere, su pc e su tablet. Basterà? Niente basterà, ma tutto servirà. Non stiamo sostituendo un vecchio business con un nuovo. Stiamo costruendo un nuovo business.
2. Il design delle applicazioni non è necessariamente chiuso. Si possono fare le applicazioni in html5 o con le funzioni di social networking e altro. Si possono mettere gli stessi contenuti in diversi contesti (web e apps). Si possono creare contenuti specifici per ogni medium. Ma di certo il design di quello che va sul tablet ha le sue specificità: perché il tablet si porta in giro, si tocca, si può apprezzare con più calma e comodità che un pc sulla scrivania dell'ufficio... mentre la velocità e la comodità del pc nell'interazione resteranno a lungo migliori.
3. Le storie raccolte dai giornali andranno proposte in tutti i modi possibili e comodi per il pubblico. In tutti i modi che il pubblico riterrà di gradire. Alcune cose andranno a pagamento se avranno il valore giusto, anche modesto ma riconoscibile. E su questo c'è ancora da lavorare: ma non per tornare indietro, per andare avanti.

(Giusto per la cronaca, Pew ha messo in giro una ricerca sulla disponibilità a pagare per i contenuti digitali in America. L'arpu di 10 dollari al mese non è molto, ma è anche l'arpu medio dei siti che fanno la raccolta pubblicitaria. Le logiche di sviluppo sono ancora tutte da definire: ma ci sarà bisogno di perseguire con ragionevolezza tutte le strade. E questo vale sia per i vecchi editori che per i nuovi. A questi conti andrà dedicato un ulteriore post).

Background su Editoria delle apps
Nel 2010, la Apple ha di fatto creato il mercato dei tablet. E, connettendo il concetto a quello dell'iPhone, ha rilanciato il mercato delle applicazioni. Concepite come software che girano su oggetti mobili e belli.

Il 2011 si annuncia come un grande momento di passaggio per questo mercato. Al Ces stanno per arrivare molti nuovi tablet con sistemi operativi diversi, da Android a Microsoft e a Palm (probabilmente), in attesa del Rim. Questo renderà più complesso il mercato delle applicazioni. Comprese quelle editoriali.

Ora dunque arrivano i problemi. E proprio nel momento in cui si leggono le notizie negative sul mercato delle apps editoriali su iPad. (Mondaynote). Che cosa succederà ora?

L'editoria dei magazine ha creduto in questo modello perché:
1. Il Kindle aveva dato la spinta al libro elettronico e dimostrato che è vero che si legge in mobilità, comprando i libri online con un oggetto sempre connesso
2. L'iPad era tanto bello e ricco di grafica da potersi candidare a svolgere la stessa funzione del Kindle per i magazine e i giornali
3. La logica economica del mercato delle applicazioni aveva pagato per diverse industrie, come quella dei giochi, e aveva replicato il successo della musica su iTunes: dunque poteva anche funzionare per i magazine.

L'editoria arrivava a prendere in considerazione le applicazioni dopo aver vissuto l'incubo della crisi della pubblicità del 2009. E sperava che le applicazioni riaccendessero il mercato dei giornali a pagamento anche nel digitale, dopo aver visto che sul web questo modello non passa. E ha pensato di poter contrapporre la logica delle apps a quella del web. Di questa idea si è fatto portavoce Chris Anderson su Wired, con il famoso e controverso (per non dire sbagliato) titolo estivo "il web è morto". Anderson ha poi chiarito che l'eccessiva drammaticità della titolazione era un po' dovuta a una scelta di comunicazione.

Ora scopriamo che le apps editoriali in vendita su App Store sono andate sempre peggio nel corso del 2010. E che funzionano quelle che si propongono gratuitamente con il supporto della pubblicità. La nuova ipotesi forte è che le apps sono un nuovo passo avanti della logica di internet e del web, non un passo indietro al mondo controllato della carta. (Bradford)

Le apps editoriali sono uscite con grande entusiasmo e molte sono state estremamente innovative, nel design, nei contenuti, nelle presentazioni grafiche animate. Si sono dimostrate interessanti per i lettori. Ma non abbastanza da convincerli a pagare fedelmente per ogni uscita.

Il problema è stato nei dettagli. E non solo. Perché talvolta, o molto spesso, salvo eccezioni:
1. Erano troppo pesanti da scaricare
2. Erano troppo simili ai giornali di carta dei quali erano emanazioni
3. Non si trovavano facilmente (perché non c'è un negozio di riviste sull'App Store)
4. Dovevano sottostare alle regole imposte dalla Apple che non sempre corrispondevano alla linea editoriale delle riviste e soprattutto alle logiche di marketing degli editori
5. Produrle era un costo che alcuni editori affrontavano più per ragioni di immagine che di sostanza
6. Avevano funzionalità di lettura elevate ma erano spesso poco interattive, poco connesse ai network sociali, poco... web
7. Erano troppe, troppo poche, con costi troppo diversi, in un mercato troppo immaturo, non facilmente comprensibile, molto definito dalla luce dell'iPad e dall'eredità web o cartacea delle testate che cercavano fortuna sul tablet.

I motivi per cui le apps a pagamento non vanno un granché bene sono diversi, ma si riassumono in una sintesi: le apps arrivano dopo il web e non ne cancellano la grandissima importanza culturale; possono creare una nuova fase dell'editoria digitale solo se offrono funzionalità molto innovative che però si aggiungono e non si oppongono alla cultura del web; ma a questo pone un freno la politica commercialmente restrittiva della Apple, il limite agli investimenti in ricerca degli editori, la conseguente mancanza di libertà d'azione dei progettisti che talvolta dimostrano di dover fare troppo i conti con il compromesso. La ragione vuole la sua parte.

Che cosa può succedere? Facciamo due scenari per le apps editoriali a pagamento:
1. Lo scenario peggiore per il prossimo anno - Nel corso del 2011 le apps editoriali a pagamento avranno altri problemi perché dovranno essere scritte in linguaggi diversi, tanti quanti saranno le piattaforme sulle quali si vorrebbe che girassero. Ci saranno sistemi editoriali per produrle in modo più industriale ma in questo senso diventeranno anche meno "originali" e diverse. Avranno ancora più difficoltà a farsi trovare. Costeranno sempre di più in termini di software e meno in termini di contenuti. Si innescherà un circolo vizioso. Solo alcuni sopravviveranno.
2. Lo scenario migliore per il prossimo anno - Nel corso del 2011, un'azienda come Google (o un'altra con analoga logica) creerà un'edicola virtuale con costi bassi per gli editori e lancerà una grande campagna per diffondere i tablet con Android (o con un altro sistema operativo alternativo a quello della Apple). Allora la Apple dovrà rispondere creando migliori condizioni per gli editori sulla sua piattaforma. I costi scenderanno, la libertà commerciale per gli editori migliorerà, si innescherà un circolo virtuoso. Molti nuovi entreranno in competizione e ci sarà spazio per diversi vincitori.

Per le apps gratuite con pubblicità la logica sarà diversa perché dipenderà dalla qualità del contenuto, dalla velocità di scaricamento, dalla forza di vendita delle concessionarie editoriali ma non avrà remore a connettersi con il web. Perché i contenuti gratuiti e la pubblicità connessa andranno logicamente anche sul web, sebbene con un design diverso. Avranno più lettori su tablet e avranno ancora più lettori connettendosi a pagine intelligemente collegate sul web. E quindi la pubblicità avrà un maggiore impatto. Con un circolo virtuoso. Sarebbe logico che fossero fatte in html5, per questo, ma non è obbligatorio per ora perché l'html5 non ha ancora editor sufficientemente facili da usare.

Tutto questo dovrebbe portare avanti la logica delle apps connesse al web e frenare quella della vendita di magazine digitali. Non è certo detto che sia questo il risultato finale. Ma i primi metri della valanga vanno in questa direzione e non nell'altra.

Del resto, perché mai dovrebbero vincere delle strategie anti-web?

Il vero tema è che le applicazioni devono avere qualcosa di speciale e pesare poco. Quindi devono risultare da un ottimo studio di software, design e contenuti. Se c'è una scommessa da fare, ancora una volta, è sull'innovazione.

Background su Editoria delle apps

Paul Saffo parla della riforma dei media

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Paul Saffo, storico del futuro, descrive la sua visione delle grandi trasformazioni che attraversano i media. Un discorso "no nonsense" che mette un po' d'ordine nei pensieri.


Evan Williams sull'informazione infinita

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Evan Williams è, tra i fondatori di Twitter, quello che parla meno. Ha scambiato qualche parola con Om Malik. E vale la pena di leggere il post originale. Perché il tema è buono: c'è troppa roba sul web, apparentemente. «Le nostre piattaforme non erano disegnate per un'epoca di informazione infinita. C'è molto da fare. Si tratta di un passaggio simile a quando c'era troppo da consultare tra le pagine ed è arrivato Google. Ora di nuovo: vorrei che Twitter non fosse una causa di ulteriore peggioramento, ma uno strumento per il miglioramento della gestibilità dell'informazione online».

Si tratta di riflettere, per esempio, sui retweet, come valutazione sociale della rilevanza delle notizie. E di costruire intorno a questo genere di segnali, dice Evan. «Si tratta di una gestione fatta insieme di persone e macchine. Persone che raccolgono dati e macchine che li analizzano per renderli fruibili».

Ecco uno scambio importante:
"OM: Do you think that the future of the Internet will involve machines thinking on our behalf
Ev: Yes, they'll have to. But it's a combination of machines and the crowd. Data collected from the crowd that is analyzed by machines. For us, at least, that's the future. Facebook is already like that. YouTube is like that. Anything that has a lot of information has to be like that. People are obsessed with social but it's not really "social." It's making better decisions because of decisions of other people. It's algorithms based on other people to help direct your attention another way."

Non è sufficiente. Ma è il modo in cui si sta pensando ed evolvendo la rete. Persone e computer insieme. Non solo persone, non solo computer. Che si influenzano a vicenda. Combinazioni tra scelte individuali, movimenti di gruppo e algoritmi che rischiano di creare circoli autoreferenziali, ma che possono diventare invece molto innovative e capaci di grande ispirazione. Dipende dalla consapevolezza degli utenti e dei progettisti. È ovviamente giusto così. Su questo concretamente si può riflettere.

Valore Musil

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Girando per Vienna con Musil in mano, tra casa Freud, l'inceneritore dei rifiuti piú istruttivo d'Europa e la piccionaia in piedi al teatro dell'Opera, per il Don Giovanni di Mozart..

In Austria c'è poca tv e gli 8 milioni di abitanti comprano 3,5 milioni di quotidiani al giorno... Giornali popolari, naturalmente, ma da leggere...

I verdi hanno una percentuale di voto ancora gigantesca in Austria. Hanno guidato la politica dell'ecologia con i no ma anche con i sí e con le proposte. L'inceneritore di Vienna è un monumento al pragmatismo.

Musica: come volevasi dimostrare

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Uno studio pubblicato sul sito di Harvard dimostra che in relazione all'impatto di internet sul business della musica si sono ridotti i ricavi della musica registrata e sono aumentati i ricavi dei concerti, specialmente (e questo è interessante) per i cantanti meno famosi, probabilmente perché con i media sociali sono riusciti a suscitare maggiore attenzione.

La musica è un laboratorio per molti business editoriali nel mondo digitale. La sua "crisi" è arrivata prima. E la sperimentazione anche.

Decisioni Fcc sulla neutralità della rete

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La Fcc ha dunque rilasciato un comunicato stampa che informa in via preliminare sulle sue decisioni in materia di net neutrality.

Da quello che si capisce la Fcc dichiara che vuole salvare la net neutrality dalle mire di chi la vuole sorpassare, ma distingue il mobile e il fisso.

Nel mobile, dove non c'è net neutrality, lascia le cose come stanno invece di introdurla. Perché, dice, con l'avvento dei sistemi operativi open come Android potrebbero nascere soluzioni in grado di ottenere lo stesso risultato della net neutrality. Il che è probabilmente sbagliato. Perché non si vede come un operatore che ne ha la possibilità potrebbe permettere - per esempio - che una nuova tecnologia abiliti la voip gratuita sulla rete mobile: il software si potrebbe fare grazie al sistema operativo open, ma l'operatore potrebbe stabilire che sulla sua rete va solo quello che lui stesso consente. Si direbbe dunque che la Fcc abbia preso una decisione sbagliata o che abbia motivato male la sua decisione.

Nel fisso, a quanto pare, la net neutrality è salva. Con un problema: quando un operatore vorrà introdurre forme innovative di prioritizzazione del traffico la Fcc deciderà caso per caso. Il principio dovrebbe essere: le prioritizzazioni saranno ammesse anche a costo superiore per l'utente se sono relative a servizi aggiuntivi e se gli utenti non sono obbligati a usarle. Vedremo.

Il tema va seguito con attenzione.

Si diceva: la neutralità è la garanzia dell'innovazione. Consente a chiunque, piccolo o grande, di proporre alla rete le sue idee e provarne la qualità. Mette in crisi i poteri acquisiti, ma garantisce che l'ecosistema produca sempre nuove proposte. Nell'insieme, dopo quindici anni di innovazione, gli utenti di internet ne hanno tratto giovamento. Bloccare la neutralità in modo da consentire agli operatori di discriminare sui contenuti e i servizi rende ogni innovazione aleatoria e rischiosa.

I primi commenti: tutti scontenti (ArsTechnica), mobile in movimento grazie ad Android (Engadget), una promessa di Obama (Politico), no comment (Quintarelli).

Che fare sui DDoS

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Evgeny Morozov aveva chiamato in causa esplicitamente gli intellettuali del Berkman Center di Harvard per coinvolgerli nella discussione sui DDoS, gli attacchi ai siti che moltiplicando gli accessi in modo esasperato rallentano o bloccano il traffico normale rendendo impossibile o quasi la consultazione dei contenuti pubblicati.

Il Berkman aveva già un lavoro in preparazione sulla questione. Lo dimostra il corposo studio pubblicato oggi.

Lo studio si occupa dei DDoS pensando alla difesa dei siti che contengono informazioni di gruppi che lavorano per i diritti umani. E suggerisce - se non ho capito male - che:
1. Utilizzino più pagine html semplici piuttosto che complessi software di gestione del servizio
2. Oppure si appoggino a piattaforme molto difese come quelle offerte da Google
3. E se decidono comunque di ospitare le loro pagine sui loro server, tengano comunque in funzione un sistema di monitoraggio tale che consenta loro di deviare il traffico su un backup ospitato su una grande piattaforma in caso di attacco.

Gli studiosi del Berkman non sembrano occuparsi del tema lanciato da Morozov: se i DDoS sono forme di disobbedienza civile e se dunque vada predisposto un sistema di repressione proporzionato e non esagerato per coloro che decidono di praticarli.
Dal punto quantitativo la pubblicità online cresce molto e i motivi non mancano. Solo in Italia, come si è visto, c'è stato un aumento del 17,7% tra gennaio e ottobre. Nello stesso tempo, si segnalano, in modo più episodico, dati che indicano come dal punto di vista qualitativo ci sia ancora molta strada da fare. 

Si osserva in ogni caso che il tempo passato dalle persone davanti alla televisione non è poi tanto diverso dal tempo passato con internet, mentre la quota di pubblicità che va alla televisione è molto superiore alla quota che va a internet. Il che può significare diverse cose:
1. gli investitori pubblicitari non hanno ancora capito che il tempo delle persone è lo stesso e dunque quello di internet vale come quello della tv
2. oppure che gli investitori pubblicitari riescono a pagare meno il tempo di internet perché internet è offerta da strutture che hanno meno capacità contrattuale
3. oppure che l'attenzione del pubblico online per la pubblicità è considerata minore di quella del pubblico davanti alla televisione (stesso tempo ma minore valore)
4. oppure che la creatività della pubblicità online non riesce a conquistare attenzione quanto quella della pubblicità televisiva
5. oppure che l'abitudine cambia lentamente per motivi antropologici, organizzativi, contrattuali...

Oppure tutte queste cose insieme. Più o meno.

Sta di fatto che ci sono alcuni problemi strutturali che non consentono al mercato della pubblicità di essere del tutto efficiente. E inducono a riflessioni qualitative più che quantitative:
1. Si dice che lo spazio sul quale mettere pubblicità online è meno finito dello spazio in tv: un'offerta virtualmente infinita ha meno forza di un'offerta ben limitata. A parità di ogni altra considerazione, questo dovrebbe abbassare il costo della pubblicità in generale. Ma il mercato non è perfetto. Quindi il fenomeno tiene basso il costo della pubblicità su internet più di quanto contenga il costo della pubblicità tout court. Anche questo effetto è diversificato: nei contesti di maggior prestigio, anche online, il prezzo della pubblicità è più alto; perché anche il valore del contesto conta nella qualità dell'effetto pubblicitario. 
2. La tv raggiunge più singole persone dell'internet. Ma è anche vero che la parte della popolazione che ha maggiore disponibilità di spesa è online. E per quella parte della popolazione si dovrebbe vedere una maggiore competizione tra i mezzi. Se non si vede quanto si dovrebbe vedere questo dipende probabilmente da forme di "abitudine" che non hanno ragione di mercato.
3. Le ragioni quantitative sono importanti. Ma quelle qualitative, visto quanto detto sopra, sono altrettanto importanti. E infatti la vera via d'uscita è probabilmente una innovazione del concetto di pubblicità, che online non è ancora avvenuta in pieno. Dal punto di vista creativo c'è ancora molto da fare per accrescere la pubblicità online.

La pubblicità cresce su internet e tv

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La Nielsen comunica i dati sulla pubblicità in Italia nel periodo gennaio-ottobre 2010. Rispetto ai drammi dell'anno scorso, quest'anno è andata meglio. Con un aumento compessivo del 3,8% (a quasi 7 miliardi) e una crescita della pubblicità commerciale nazionale del 4,7%.

Quanto ai mezzi usati per fare pubblciità, la televisione giganteggia con quasi 3,8 miliardi e un aumento del 6,3%. Internet cresce più di tutti con un aumento del 17,7% a 277 milioni sempre nel periodo gennaio-ottobre rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente (fonte citata da Nielsen per questo dato è Fpc-Assointernet - il dato non tiene conto di Google).

Dice Nielsen:

"La televisione, considerando sia i canali generalisti che quelli satellitari (marchi Sky e Fox), chiude i primi dieci mesi dell'anno con una crescita del +6,3%. Il piccolo schermo con 3,8 miliardi di Euro raccoglie il 54% del totale advertising.
In termini di crescita percentuale rispetto al 2009 internet rimane ampiamente il primo media: fino a questo punto dell'anno la variazione rispetto al 2009 è del +17,7%.

Sempre nel periodo gennaio - ottobre la radio (+10,2%) e il direct mail (+7,0%)  si confermano tra i media più dinamici in un anno positivo per l'advertising nel suo complesso. Buono l'andamento anche per quanto riguarda cinema (+7,3%) e affissione (+3,1%).

Rimane negativo l'andamento per la stampa in particolare per la periodica (-6,7%), anche se negli ultimi due mesi è stato rilevato un leggero miglioramento, e per la free press (-18,8%). Per i quotidiani a pagamento cresce la pubblicità commerciale nazionale (+1,0%) ma si confermano in calo quella locale e le altre tipologie minori, pertanto la variazione rispetto al 2009 è negativa (-1,5%). In leggero decremento anche gli investimenti su cards e transit".

Bambini italiani per l'Eurispes

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Dall'ufficio stampa dell'Eurispes, un'indagine condotta con Telefono Azzurro, sui bambini italiani. Che appaiono sempre più soli, dice il titolo. Qui sotto i capitoli sull'uso dei media:

DOMINA LA TV, IN CRESCITA L'USO DEI TELEFONINI. Il media tuttora più popolare presso i bambini rimane la televisione: solo il 4,8% del campione, infatti, afferma di non utilizzarla mai. Il consumo televisivo risulta nella maggioranza dei casi moderato: il 37,1% vede la tv fino ad un'ora al giorno, il 30,8% da 1 a 2 ore. I bambini forti consumatori sono una minoranza, che non va però trascurata: più di un bambino su 10 (il 12,6%) trascorre più di 4 ore al giorno davanti alla Tv. Al secondo posto, per diffusione tra i bambini, si colloca il computer. L'uso giornaliero del pc risulta di durata contenuta: il 41,3% lo utilizza al massimo per un'ora al giorno, mentre il 17,4% da 1 a 2 ore. La maggioranza dei bambini si collega ad Internet (59,7%), mentre un terzo ne rimane escluso (33,1%). Anche in questo caso prevale un consumo contenuto: il 31,9% lo usa fino ad un'ora al giorno, il 13% da 1 a 2 ore, ma un 6,9% dei giovanissimi naviga per oltre 4 ore al giorno.

IL BOOM DELLE CONSOLLE. Quasi tre bambini su quattro giocano abitualmente con le consolle per videogiochi (Playstation/PSP/Xbox/Wii), divenute da tempo una sorta di must per i ragazzi e sempre più ricche e diverse. Il 30,7% le utilizza fino ad un'ora al giorno, il 19% da 1 a 2 ore, ma 1 bambino su 10 addirittura più di 4 ore al giorno. Nel 2009 il 41,1% dei bambini di 7-11 anni non giocava con le consolle, ad un anno di distanza la quota è scesa al 25,8%, segno di un vero e proprio boom.

UN USO SOLITARIO DELLE TECNOLOGIE. I bambini utilizzano le apparecchiature elettroniche prevalentemente da soli. Per quanto riguarda la Tv, la metà del campione la guarda solitamente da solo, quasi un terzo (31,8%) con i genitori ed il 12% con gli amici.  Un terzo degli intervistati guarda i dvd da solo, il 23,6% con i genitori ed il 19% con gli amici. La consolle per i videogiochi viene utilizzata prevalentemente dai bambini da soli (39,9%). Per quanto riguarda Internet, solo il 14,4% del campione riferisce di navigare con i genitori: il 40,4% naviga da solo e l'11,7% con gli amici. Ciò significa che i bambini sono generalmente privi di controllo da parte degli adulti anche quando usano mezzi di comunicazione potenzialmente insidiosi per i più piccoli.

CHE COSA FANNO SU INTERNET: ESPLODONO YOUTUBE E SOCIAL NETWORK. Le attività legate all'utilizzo di Internet più diffuse tra i bambini risultano essere: guardare filmati su YouTube (lo fa il 67,8% di chi naviga), giocare con i videogiochi (64,6%), cercare informazioni interessanti (61,7%), scaricare musica/film/giochi/video (58,7%). Se queste attività sono diffuse tra la maggioranza dei piccoli navigatori, risulta non trascurabile anche la quota di chi cerca materiale utile per lo studio (46,6%), chatta (42,2%), utilizza Social Network (42,1%). Quasi un terzo usa la posta elettronica (32,2%) ed il 27,6% partecipa a giochi di ruolo online. Si segnala in particolare la diffusione ormai capillare, anche tra i più giovani, di YouTube, dei Social Network, nonché l'abitudine dilagante, fin dall'infanzia, di scaricare materiali da Internet - spesso in modo illegale. In aumento la quota di bambini che guarda filmati da YouTube (a riprova della crescita travolgente del sito) - erano 54,7% nel 2009, percentuale salita al 67,8% nel 2010 - e che usano la posta elettronica (27,8% nel 2009 e 32,2% nel 2010).  La rilevazione inerente i gusti e le preferenze dei bambini nella scelta di generi di video guardati su YouTube ha mostrato una significativa propensione del campione intervistato al genere musicale, scelto nel 62,9% dei casi. I filmati divertenti/curiosi ed i pezzi di programmi televisivi preferiti, vengono guardati rispettivamente dal 57,8% e dal 57,5% del campione. I video con scene forti (incidenti, violenza, sesso, ecc.) registrano la percentuale più bassa di risposte affermative (17,1%), benché si tratti di una percentuale da non sottovalutare considerando il contenuto ed il genere dei video stessi.

VIDEOGIOCHI: COSA ORIENTA L'ACQUISTO?  Nel 29% dei casi (la percentuale più alta di risposte affermative) i bambini hanno dichiarato che quando viene comprato loro un videogioco, questo è scelto perché piace. Il secondo fattore di scelta nell'acquisto (23,5% dei casi) risulta essere quello dell'attenzione, da parte dei genitori, al fatto che il videogioco sia adatto all'età del bambino. Il 13% dei bambini intervistati afferma di acquistare videogiochi da solo, il 10,6% riconduce l'acquisto di un videogioco da parte dei genitori al fatto che il prezzo sia basso e solo il 6,7% dei bambini ha attribuito al valore educativo del videogioco il motivo di scelta. I bambini ai quali non vengono comprati videogiochi sono il 9,6% del campione e quelli che identificano altre ragioni di acquisto e di scelta sono il 4,9%.

AUMENTANO I BAMBINI CHE POSSIEDONO IL CELLULARE. Le indagini effettuate negli ultimi anni da Telefono Azzurro ed Eurispes hanno messo in luce come il telefono cellulare abbia avuto un progressivo incremento di diffusione. Se nel 2009 la percentuale di bambini in possesso di un telefono cellulare si attestava al 53,7%, il 2010 fa registrare un ulteriore incremento della percentuale dei bambini che possiede un telefono cellulare: complessivamente il 62,4%, contro il 33,2% che non ne dispone ancora. Nello specifico il 34,5% dichiara di possedere un cellulare semplice, il 18,6% un smart-phone o un video-telefonino, il 9,3% di averne più di uno.

2 BAMBINI SU 3 LO USANO PER FARE FOTO E FILMATI. L'attrattiva maggiore dei cellulari, specie negli ultimi anni, è data dal fatto che le funzionalità messe a disposizione degli utenti sono tante e tali da consentire una scelta sempre maggiore di possibilità comunicative.

Dai risultati dell'indagine emerge tuttavia che il telefonino viene utilizzato soprattutto per assolvere alla sua funzione basilare: il 76,2% dei bambini utilizza il telefonino per chiamare ed essere chiamato dai genitori. Si può inoltre constatare che il telefonino è sicuramente percepito dai più piccoli come uno strumento di comunicazione che permette di relazionarsi in breve tempo e in modo diretto con i propri amici (66,3%). La tendenza viene confermata anche dall'uso frequente che i bambini fanno degli sms (54,7%). Probabilmente a causa del loro costo maggiore rispetto agli sms, risulta molto meno diffuso lo scambio degli mms (28,3%).Si registra, rispetto alle rilevazioni degli altri anni, un aumento considerevole dei bambini che utilizzano il telefonino per la navigazione su Internet: 23,1% rispetto all'8,5% del 2007, al 12,8% del 2008 e al 20,3% dello scorso anno. Molto diffuso l'uso del telefono per fare fotografie o filmati (66,1%) o per giocare (59%). In quest'ultimo caso si registra una flessione rispetto ai risultati dell'indagine condotta lo scorso anno, da cui risultava che la percentuale dei bambini che utilizzava il cellulare per giocare era pari al 69,9%.

IL PIACERE DI LEGGERE. I dati emersi dal sondaggio condotto da Telefono Azzurro ed Eurispes dimostrano come la maggioranza dei bambini legge a prescindere dai doveri scolastici. Solamente il 13,5% degli intervistati, infatti, dichiara di non leggere alcun libro in un anno oltre a quelli indicati a scuola, mentre il 36,6% ne legge tra 1 e 3, il 19,5% tra 4 e 10, il 7,7% tra 11 e 15, e circa un quinto degli intervistati (20,9%) ha indicato di leggerne più di 15. Le ragioni prevalenti degli intervistati sul perché piace loro leggere sono il divertimento (24,2%), il poter viaggiare con la fantasia (23,6%) e il poter imparare cose nuove (20,2%). Il 10,2%, invece, lo considera un buon modo per passare il tempo e il 6%, infine, trova nella lettura la possibilità di vivere nuove emozioni. Solo il 14,2% dei bambini dichiara di non trovare piacere nella lettura.

Lezioni Wikileaks

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Wikileaks ha dato una bella lezione a tutti, compresa sé stessa. Ecco gli insegnamenti principali:

1. L'informazione grezza va verificata, selezionata, constestualizzata, editata. La filiera che va da chi possiede un documento riservato e lo vuole rendere pubblico, a chi lo raccoglie nascondendo la fonte, a chi lo verifica e poi pubblica, costituisce una divisione del lavoro importante e ogni sua parte ha un grande valore. (cfr. Crovitz - Wsj - pagina a pagamento)
2. I giornali che capiscono questo gioco migliorano. Per spingere i giornali a capire questo gioco può essere necessario uno shock. Come quello che Wikileaks ha generato in due riprese nel corso del 2010. (cfr. Carr - Nyt)
3. Se gli stati e le imprese non vogliono che i documenti riservati diventino pubblici devono proteggerli soprattutto dai loro stessi funzionari e impiegati. Perché anche se riusciranno a chiudere Wikileaks, ci saranno altre piattaforme capaci di aiutare chi vuol far conoscere le cose che succedono.

Ma non ci sono solo lezioni. Anche questioni aperte.

1. Il potere si è distribuito in modo diverso e più diluito negli ultimi tempi. E' sceso il potere degli stati. E' salito quello delle organizzazioni criminali, che in certi casi si sono conquistate uno stato. E' salito il potere delle aziende multinazionali e delle banche, che riescono a far fare agli stati quello che vogliono. In questo contesto cercano più potere anche organizzazioni formali come Wikileaks o Openleaks, giocando sulla disponibilità di informazioni; e insieme a queste cercano più potere anche delle sedicenti organizzazioni di cosiddetti hacker, che si danno un brand, lo rendono famoso con azioni eclatanti, sperano di conquistare influenza, attenzione e potere. Quali tra le organizzazioni che sono emerse in questa occasione sono reali e quali un bluff? Quali sono le loro agende?
2. Le aziende che fanno un mestiere tecnico, come Visa, Mastercard, PayPal, Amazon, possono sentirsi in dovere di prendere delle posizioni politiche. Che senso ha? E' perché i loro responsabili si sentono vicini a qualche politico, perché hanno avuto qualche avvertimento, o perché sanno che in presenza di stati sempre meno forti e influenti occorre che esse stesse maturino un comportamento politico?
3. Come sono stati scelti i giornali cui affidare i leaks? Perché gli altri sono stati esclusi? C'è stata una trattativa o solo una scelta unilaterale da parte di Wikileaks? E perché i politici se la sono presa con Wikileaks ma non con i giornali che hanno pubblicato i leaks?

Il paragone che aiuta a interpretare meglio la situazione è quello che avvicina Wikileaks a Napster. L'eventuale sconfitta di Napster non ha fermato la cosiddetta pirateria della musica. Il numero di sistemi per continuarla è cresciuto sempre e la loro qualità migliorata costantemente. La risposta violenta delle case discografiche non è servita a nulla. Quello che è servito è stato maturare un nuovo modello di business per la musica registrata e un nuovo rispetto per gli artisti e il loro pubblico.

Allo stesso tempo, la violenza degli stati può essere più pericolosa della violenza delle case discografiche. E se dovesse aprire la strada a una repressione della libertà di internet, Wikileaks avrebbe un effetto boomerang davvero drammatico. Di certo, molti poteri vecchi e incancreniti ne sarebbero felici. E gli innovatori veri avrebbero una difficoltà in più per dare il loro contributo.

Twitter semisociale

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Solo una metà degli utenti di Twitter legge i minipost degli altri. L'altra metà non lo fa mai o quasi. (via TheNextWeb)

Il dilemma di Google / 2

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Non si esce facilmente dal dilemma di Google. Restituire prima i link che più interessano al business immediato di Google - promuovendo per esempio i suoi servizi di ricerca verticali - oppure restituire i link in modo indipendente dai suoi stessi interessi, secondo un algoritmo neutrale di rilevanza delle informazioni?

E' chiaro che gli utenti vorrebbero la seconda. Ma non è facilissimo capire come, se Google fa altre attività oltre a quella del motore:
1. Se Google fa qualcosa sarà molto linkato e dunque salirà nel ranking del suo algorimo anche senza "trucchi"
2. Google non ha particolari obblighi legali alla neutralità del suo motore. Rischia però se abusa del suo potere dominante per entrare in un nuovo mercato (per esempio, la ricerca verticale di un settore particolare) di essere condannata dall'Antitrust. L'Europa è intervenuta. Ma che cosa deciderà? La obbligherà a non linkare i suoi stessi siti?
3. Google non ha obblighi alla neutralità del suo motore, anche se gli utenti se la sono sempre aspettata. E rischia di perdere credibilità con gli utenti se ci sono valide alternative. Nel breve termine guadagna, nel lungo termine perde. Se vuole soddisfare i mercati finanziari a breve prende una strada. Se vuole soddisfare gli utenti nel lungo termine prende l'altra strada.

Ci sono servizi che assumono un carattere di interesse pubblico all'indipendenza. Dovrebbero essere regolati di conseguenza?

I giornali potrebbero essere interpretati allo stesso modo, per la verità. Dovrebbero anche loro essere regolati in modo che qualcuno li obblighi all'indipendenza?

Non è facile uscirne. Quello che sappiamo è che vorremmo un motore di ricerca indipendente, con regole trasparenti, che migliora costantemente, che non ammazza la concorrenza e che non trae in inganno gli utenti. Così come vorremmo giornali indipendenti, rispettosi della realtà e dell'interesse dei lettori a sapere come stanno le cose.

Ma è difficile che ci siano regole capaci di garantire queste cose. Quello che può esserci è una buona concorrenza. E un pubblico capace di distinguere. Ne consegue che la perfezione non esiste: ma esistono dinamiche che possono perfezionare quello che c'è e correggere le dinamiche che peggiorano la situazione. E quelle dinamiche possono anche essere legali (antitrust), economiche (concorrenza), ma devono essere anche culturali: per gli utenti la ricerca di consapevolezza, l'educazione, l'informazione sono valori decisivi.

Belli gli interventi in proposito di Danny Sullivan. Ecco il pezzo del Wall Street Journal che aveva originato questa ripresa della discussione. E il post di ieri.

Tempo di media

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Il tempo passato davanti alla televisione è ormai pari al tempo passato su internet, in America, dice Forrester. Per i giovani, però, internet vale più tempo che la televisione. Anche così, a quanto pare, il tempo di televisione non è necessariamente diminuito. (via New York Times)

La televisione resiste. Anche perché si può fare internet e televisione insieme. La tv può essere anche un consumo distratto, di sottofondo. Il tempo di attenzione e il tempo di accensione sono entità diverse. Per ora, ovviamente, non c'è traccia di una misurazione del genere.

Dilemma strategico per Google

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Se fosse vero che il motore di ricerca di Google favorisce certi siti piuttosto che altri in funzione degli interessi economici dell'ormai vasta azienda Google, se le persone se ne accorgessero e cominciassero a non credere più a Google come un motore di ricerca obiettivo con una chiara distinzione tra pubblicità e informazione ma si facessero la convinzione che tutto quello che Google offre non è altro che quello che a Google interessa offrire, allora sarebbero dolori per Google. Tutti i motori di ricerca concorrenti diventerebbero improvvisamente più interessanti. E la dominanza attuale - motivata essenzialmente dalla qualità del motore di Google - sarebbe messa in gioco.

La grande importanza di Google attira contro l'azienda una quantità di accuse di ogni genere. Compresa quella di aver tradito la funzione originaria del suo motore. Ne parla a lungo il Wall Street Journal. E molti tra coloro che si lamentano non sono del tutto esenti dal sospetto di avere a loro volta approfittato delle caratteristiche del motore di Google per far salire i loro siti nel ranking in modo non del tutto corrispondente alla logica e alla ratio dell'algoritmo googliano.

Per Google è strategico tenere ferma la funzione del suo motore: che dà conto dell'importanza che il popolo della rete attribuisce alle pagine non dell'interesse che Google ha in quelle pagine. La netta distinzione delle pagine sponsorizzate è sempre stata una dimostrazione di lealtà nei confronti del pubblico. E così deve continuare a essere. La credibilità di guadagna con un lungo lavoro, si perde in poco tempo.

Il dilemma in ogni caso è: Google cercherà di guadagnare il più possibile nel breve termine con le tecnologie che ha già inventato, o cercherà di continuare a crescere inventando nuove e migliori tecnologie? Forse, specialmente se per inseguire il breve termine dovesse rovinare la propria credibilità, fare entrambe le cose non sarà possibile.

Editori ricchi di nicchia

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Tyler Brûlé è riuscito a dimostrare che un editore piccolo, che sceglie una nicchia ricca e che riesce a servirla costruendo un "mondo di senso" all'interno del quale c'è design, stile e spirito innovativo sta in piedi anche con la carta. (via Amy Larocca)
Assange ha contrattato e ottenuto il suo arresto.

Amazon e PayPal, Mastercard, Visa, il sistema bancario svizzero e il sistema giudiziario svedese si sono schierati contro di lui.

Noam Chomsky difende Wikileaks. Dan Gillmor dice che se si accetta la chiusura di Wikileaks si perde la libertà di espressione. Mark Lee Hunter dice che se Assange è una spia allora lo sono tutti i giornali che danno notizie. Facebook e Twitter non chiudono a Wikileaks. Centinaia di siti adesso ospitano la piattaforma di Assange.

La strada della reazione sembra la preferita in alcuni circoli della politica americana e britannica. Mitch McConnell, repubblicano, dice che Julian Assange, di Wikileaks, è un terrorista high tech. E che va fermato. «Se si dimostrerà che Assange non ha violato la legge, allora bisognerà cambiare la legge».

Condoleezza Rice è fondamentalmente d'accordo con McConnell, a giudicare dalle sue risposte in questa intervista. E Joseph Lieberman propone una nuova legge che renderebbe vietato fare quello che fa Wikileaks.

Pare però indubitabile che questo genere di reazioni avrebbe conseguenze non solo su Wikileaks ma anche sui giornali. Sarebbe una vera contraddizione del sistema americano e britannico. Probabilmente, a quel punto, si farebbe più fatica a comprendere l'esatta definizione di libertà di espressione.

Clay Shirky scrive un intervento equilibrato. Si rende conto che bloccare Wikileaks sarebbe un attentato alla libertà di espressione. E si rende conto che la totale trasparenza non è possibile e forse neppure augurabile. La sua idea è che mentre si studia come riequilibrare il sistema dei poteri che si devono bilanciare per poter funzionare, Wikileaks deve restare aperta, non chiusa. E d'altra parte, se si chiude Wikileaks non si ferma comunque il processo avviato dalla rete. A meno che non si voglia bloccare la rete...

Il fatto è che, almeno nei paesi anglosassoni più "evoluti", esiste il reato di svelare segreti dello stato: ma i colpevoli di quel reato sono coloro che hanno i documenti e li consegnano a un sistema che fa informazione. I giornali che li pubblicano non commettono alcun reato. Non si vede perché questo dovrebbe cambiare: gli americani e i britannici che vogliono impedire la pubblicazione dei documenti segreti dovrebbero concentrarsi sulle indagini necessarie a capire chi ha consegnato i file, non sul tentativo di bloccare Wikileaks.

D'altra parte i grandi giornali che hanno pubblicato i file di Wikileaks non sono rivoluzionari. Avendo pubblicato i documenti di Wikileaks hanno anche dimostrato che si tratta di notizie. Che altrimenti non sarebbero uscite. Il che significa che Wikileaks può anche essere interpratata come una piattaforma che crea condizioni tali da migliorare i giornali. E ora che sono uscite, il fatto dimostra che anche i diplomatici possono migliorare il modo in cui comunicano. I guai che Wikileaks fa emergere non sono colpa di Wikileaks, e al massimo dimostrano che ci sono dimensioni - giornalistiche o politiche - che possono essere migliorate.

Se si va avanti con posizioni ideologiche o ingenue ci sarà una stupida guerra. Tra poteri che contrastano l'azione di Wikileaks e programmatori che moltiplicheranno i siti sui quali si potranno pubblicare documenti segreti, che difenderanno Wikileaks, che attaccheranno chi attacca Wikileaks. Una confusione crescente, invece di una maturazione del sistema dell'informazione.

Ignorando la pubblicita'

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Il pubblico americano ignora la pubblicità online più di quanto ignori la pubblicità su altri media. (via Mitch Joel). Il che spiega in parte, forse, la distanza che separa la quota di tempo mediatico dedicato a internet (28%) e la quota di pubblicità che finisce su internet (13%; via Gasperini).

"Americans Ignore Internet Ads Far More Than TV." That was title of the news item published in today's MediaDailyNews. Here's the scoop according to the news item: "A majority of Americans say they ignore Internet ads - far more than television, radio and newspaper ads. Some 63% of consumers say they tend to ignore or disregard all Internet ads. Among this group, 43% say they don't pay attention to banner ads and 20% ignore search ads. The research was produced by AdweekMedia/Harris Poll, from a recent online survey done by Harris Interactive. Farther down the list was television ads - only a 14% number. Radio was at 7%; newspapers ads, 6%. Overall, almost all Americans say they ignore some ads - 91%. Looking at the Internet space, men and women ignore ads around the same levels - 42% for men; 45% for women."


Dopo l'isteria su Wikileaks

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La vicenda del gossip diplomatico diventato notizia sui giornali attraverso Wikileaks ha suscitato un'isteria collettiva. E adesso? Adesso vale la pena di "resettare" e ragionare.

Le contraddizioni:
1. Tutti i commentatori hanno detto che nei file pubblicati c'è ben poco di nuovo. Ma molti politici hanno detto che la pubblicazione era devastante.
2. Molti criticano Assange per i leaks. Ma i leaks sono stati realizzati da chi aveva i file non da Assange.
3. Molti sperano che Assange e Wikileaks vengano fermati. Ma esistono molti altri modi per far passare dei leaks (Cryptome, i nuovi siti dei fuorusciti di Wikileaks, qualunque altra cosa sia su internet e voglia far passare leaks...)
4. Si critica Wikileaks e chi c'è dietro, ma non si critica il New York Times, il Guardian, Le Monde e gli altri giornali che hanno pubblicato i leaks.
5. Si criticano i leaks. Ma i file non erano considerati riservati. I diplomatici li avevano scritti in base a informazioni generiche. Sono usciti e non dovevano uscire, ma non si è poi fatto molto perché non uscissero: li potevano vedere migliaia di persone sulla intranet.

Si ha l'impressione di un colossale abbaglio.

I fatti:
1. Wikileaks per quello che si sa è una buca delle lettere anonime. Controlla quello che può sull'autenticità dei documenti. Poi prima di pubblicare chiede ai giornali di fare verifiche. Questi giornali verificano, chiedono un parere al governo americano, pubblicano.
2. Non c'è solo Wikileaks che fa questo mestiere. Se non ci fosse Wikileaks ci sarebbero altre soluzioni analoghe. Prima di internet si faceva già: ora è solo più facile.
3. Non è uscito niente di interessante. Perché i diplomatici non si scambiano niente di interessante, apparentemente. Si direbbe che prendano le loro informazioni dai giornali e dal gossip. Di sicuro danno un'idea di quello che pensano dei vari politici. Se non vogliono farlo sapere non devono metterlo in circolazione su mezzi di comunicazione tanto aperti.

Prendersela con Wikileaks è facile. Perché Assange è troppo protagonista (e si comporta in modo che può apparire vagamente paranoico). Ma se non ci fosse lui ci sarebbero altri che farebbero qualche altra cosa analoga. Quando e se Assange cadrà, ci sarà qualcosa d'altro di simile, peggiore (non chiede aiuto ai giornali) o migliore (chiarisce meglio da dove prende i soldi).

Se si vuol fare dietrologia, si può cercare chi ha messo in giro i file. Avrà avuto i suoi motivi. Ha usato Wikileaks. Avrebbe potuto mandarli direttamente ai giornali. Oppure usare altre piattaforme. Il problema per la diplomazia è chi ha messo in giro i file. Il sistema con il quale quei file vengono pubblicati, invece, fa parte della libertà di stampa: le informazioni riservate non devono essere rivelate da chi le ha, ma se entrano in possesso dei giornali, questi le possono e devono pubblicare (usando il cervello, come fanno in effetti, spesso).

La disinformazione, l'informazione strumentale, la comunicazione falsata per manipolare la realtà, peraltro, non è una pratica di Wikileaks o di internet. Ma di chi usa il sistema dell'informazione per far credere cose che non sono vere o per fare confusione tra ciò che è rilevante e ciò che non lo è. Si usano i giornali di parte per farla, si usano giornalisti affiliati a servizi segreti, si usano le televisioni, e si può usare anche internet. Il problema è che c'è il marcio, non che si vede il marcio. Imho.

ps. Paolo Ratto segnala altri post rilevanti su Wikileaks:
  • Perchè i giornalisti odiano Wikileaks di Massimo Mantellini;
  • Quel pasticciaccio brutto via Wikileaks di GB Artieri;
  • Wikileaks uguale terrorismo 2.0? di Claudio Tamburrino;
  • Wikileaks e il paradosso dell'informazione di Davide Pozzi;
  • Il cablegate "Wikileaks": una guida di Francesco Costa

  • Intanto, Fp pubblica Wikileaked.

    Nessuna spiegazione da Amazon sul perché hanno smesso di fare l'hosting di Wikileaks.

    Manovre eBook

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    Non si capisce quanto sia la ricerca di un effetto-annuncio, a natale, e quanto sia un fenomeno forte. Ma è chiaro che dai mondi di Google e Apple arrivano segnali di attenzione crescente al mercato dei libri in digitale, ancora fondamentalmente controllato da Amazon (65% dice wsj) ma che potrebbe cambiare rapidamente. Anche perché Google e Apple, ma anche gli editori e i produttori di lettori alternativi, hanno molto da proporre e diversi punti di forza.

    Quello che deve succedere perché ci si capisca qualcosa di più mi pare una riorganizzazione che separi i livelli di lavoro: informazioni sui libri (motori di ricerca, giornali, blog, social network librari), negozi virtuali di libri (completezza, prezzo, qualità, aggiornamento, servizio...), connessioni e device di lettura (facilità d'uso, interfacce, valori d'uso dei libri...), editori (riconfigurazione della progettazione editoriale, tempi di uscita, prezzi...), autori (libertà di azione, valorizzazione del loro lavoro...). Ci sarà chi tenterà di portare tutto dentro una piattaforma (per dare facilità d'uso) e ci sarà chi tenterà di separare i piani (per garantirsi un ruolo e una libertà di manovra limitando assolutamente le esclusive). Le due dinamiche andranno avanti insieme. E il pubblico sceglierà il suo vincitore.

    Che cosa scommetto? Che editori e autori eviteranno come potranno l'esclusiva. Che la gente vorrà avere in borsa un solo lettore. Che le telco dovranno scegliere tra volumi e valore aggiunto ma tenteranno di avere tutti e due, frenando un po' il mercato (non molto). Che le grandi piattaforme (Amazon, Apple, Google) vinceranno comunque. Che ci sarà spazio per piccoli produttori solo se ci saranno librerie indipendenti abbastanza complete e convenienti.

    Sostiene Gasperini

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    Enrico Gasperini, Audiweb, segnala:

    12 milioni di utenti attivi nel giorno medio su internet in Italia
    6 milioni di utenti di internet mobile
    +15% aumento della pubblicità online (2010 su 2009)
    11% quota della pubblicità online sul totale della pubblicità
    1 miliardo investito in pubblicità online (di cui mezzo miliardo a Google)

    in Usa, secondo Morgan Stanley:
    il 28% del tempo mediatico è speso davanti a un computer connesso ma solo il 13% della pubblicità va in quel "canale" (carta e tv hanno una quota di pubblicità maggiore del tempo che la gente dedica a quei media)
    Gasperini conclude che c'è ampio spazio di crescita

    Infine riporta una valutazione dell'Upa: la pubblicità sui tablet "funziona" 5 volte meglio di quella che va sul web.

    L'apocalisse incredibile

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    I messaggi apocalittici sul cambiamento climatico non convincono la maggior parte della gente, dice una ricerca di Berkeley. Perché mettono in una condizione di insicurezza ingestibile. Anche quando sono scientificamente fondati. Meglio suggerire qualcosa di costruttivo da fare che infondere la paura di una minaccia troppo lontana.

    Sarà. Ma la paura è anche il primo sistema adottato da molti governi per ottenere il consenso intorno a misure impopolari o irrazionali, tipo andare in guerra o prendersela con gli immigrati. Evidentemente, i governi che puntano sulla paura lo fanno enfatizzando pericoli di cui c'è esperienza, non facendo immaginare pericoli dei quali hanno evidenza solo gli scienziati.

    Siamo le nostre narrazioni, per ora

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    John Bickle e Sean Keating scrivono un bel pezzo sulla relazione tra il funzionamento del cervello e l'orientamento fondamentale degli esseri umani a raccontare.

    Siamo le nostre narrazioni, si dice. Ma secondo il neuroscienziato Michael Cazzaniga lo siamo anche per le caratteristiche del modo in cui i neuroni della parte sinistra del cervello mettono in fila gli argomenti, formano ipotesi, interpretano le situazioni.

    In pratica, vediamo tutti i fatti in un ordine narrativo, con tanto di protagonista e antagonista, con una relazione precisa tra narratore, personaggi e pubblico. Persino il nostro "sé" è un "sé narrativo": l'autobiografia è la pratica cerebrale che costruisce l'identità personale. 

    Il problema è quello di vedere se le nuove forme narrative emergenti sul web e nel mondo digitale, che non sono lilneari, avranno un'influenza sulle dinamiche fondamentali del cervello. (Via New Scientist)

    Scienza a Trieste

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    Tutto vagamente precario nell'informazione sulla scienza, si direbbe sentendo gli interventi al convegno Mappe di Trieste. Una precarietà di sistema, epistemologica, economica, mediatica, editoriale e professionale. E nello stesso tempo una grande diffusa passione per un tema e un insieme di mestieri che evidentemente è una cifra di questa nostra epoca. La domanda di informazione scientifica è potenzialmente molto grande: l'offerta può articolarsi e allargarsi di più, diventando nel tempo più solida. La sofferenza attuale è un'esperienza (della quale faremmo a meno) ma non è una condanna.

    RItaglio su memoria e velocità

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    Secondo una ricerca di Miratech, la lettura sull'iPad è più veloce di quella sulla carta, ma garantisce una minore memorizzazione delle informazioni. (Via Giornalaio)

    Custom advertising

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    Nella pubblicità ci sono tante cose da innovare. Due tipi di mercato: la costruzione di mondi per i brand, la segnalazione di occasioni di acquisto. Tre dimensioni del business: agenzie creative, centri media, concessionarie. Varie piattaforme.

    La costruzione di mondi avviene raccontando storie che attraversano i media. Cerca di emozionare. Costa quanto riesce a costare: martellando con slogan ripetitivi o facendosi notare in modi creativi e intelligenti senza pagare nulla o quasi agli editori.

    La segnalazione di occasioni d'acquisto avviene prima di tutto sui luoghi di vendita, oppure dove la gente che passa può andare velocemente a un punto di vendita. Ed evolve come un contributo alla vendita. E si potrebbe pagare come contributo alla vendita: cioè molto ma solo nel caso di una transazione effettuata.

    Google è riuscita a intercettare un lavoro di segnalazione un po' preliminare alla vendita ma abbastanza successivo alla costruzione del marchio. E' dove la gente passa, è interessata, ed è a un clic da un punto vendita.

    Si può innovare molto in tutti i settori e in tutte le piattaforme. E Google è già piena di concorrenti in tutte le sue attività, anche se per ora vince.

    Il pensiero innovativo non dovrebbe andare nella direzione di attaccare Google frontalmente. Ma di erodere le sue frontiere di sviluppo. Magari lavorando sulla relazione tra creatività, concessionarie e punti vendita che si sviluppa sui nuovi device di accesso alle informazioni. Penso che iAd farà pensare molti attori del mercato. Ne avranno bisogno. Ma l'occasione dei telefoni e dei tablet intelligenti è interessante.

    Il concetto di custom adversing, per esempio, pare sviluppabile.

    Sorprese Istat

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    Nove ragazzi su dieci tra i 15 e i 19 anni usano i computer e in genere internet. Sette su dieci tra gli 11 e i 14 anni leggono. Tutto questo in aumento. Notizie importanti sull'annuario Istat. (Repubblica)

    Passato in 3D

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    Luca Chittaro segnala il bellissimo progetto di un sito web che racconta la storia dell'informatica in 3D. Da vedere. Tanto da vedere che sembra di toccare (se si scarica il plug-in).

    La Vita Nòva sul web

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    Doveva arrivare anche al web il contenuto della Vita Nòva. Certo, il design della app per iPad non si può replicare. Ma le informazioni, un po' alla volta, arrivano.

    Cultura orale e scritta

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    Il libro di Alessandra Anichini sul Testo Digitale va letto. Tra l'altro c'è una discussione molto istruttiva sulle qualità del testo scritto e del testo orale.

    Se ne esce con l'idea che l'oralità sia legata alla ripetizione di schemi comuni che facilitano la memorizzazione dei testi da pronunciare, mentre la scrittura sia alla fine liberatoria per l'autore. D'altra parte, l'oralità implica una sostanziale simmetria del tempo dedicato al testo da chi lo pronuncia e da chi lo fruisce. Mentre la lettura può essere effettuata alla velocità scelta dal lettore, che può essere interessato a recepire tutto il testo e addirittura a farsi trasportare nell'immaginazione dal testo, oppure a leggere trasversalmente per farsi una veloce idea dei contenuti proposti dal testo.

    E' peraltro chiaro che l'oralità può apparire più coinvolgente e comunque è più probabilmente orientata a coinvolgere. Mentre la scrittura è possibile sia in forma fredda e didascalica che in forma empatica.

    Finisce che viene da paragonare il testo televisivo e quello del libro o del giornale. Per scoprire che il testo televisivo è sempre un po' più orale e più orientato a convincere. Mentre il libro o il giornale possono anche essere fatti per informare o per essere usati come referenza.

    La televendita ci può essere solo in tv. Ma non è che la tv è un po' tutta una televendita? Certo, i libri e i giornali hanno imparato a sviluppare interfacce e design destinati a "vendere" il contenuto che propongono. Ma possono anche permettersi uno studio molto preciso e analitico, che in tv è sostanzialmente impossibile.

    La domanda è: internet può mettere insieme il meglio dei due mondi?

    La Vita Nòva del testo alla Triennale

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    Domani alla Triennale si fa ricerca sul futuro della scrittura. Ecco le immagini dei test che avevamo proposto a titolo di mero esperimento sul primo numero della Vita Nòva.

    La Vita Nòva alla Triennale

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    Giovedì prossimo, alla Triennale di Milano, la Vita Nòva. Sarà un'occasione per accelerare la ricerca, il disegno, la sperimentazione dei nuovi modi per leggere resi possibili dalla tecnologia digitale. Ci saranno Carlo Sini (filosofo, membro dell'Accademia dei Lincei e dell'Institut International de Philosophie di Parigi), Giovanni Anceschi (designer, docente all'università Iuav di Venezia), Daniele Barbieri (semiologo, esperto di comunicazione visiva, blogger), Leonardo Romei (semiologo, docente all'Isia di Urbino) e Alessandra Anichini (autrice del volume "Il testo digitale", Apogeo).

    Path si vuole personal network

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    Path si propone come un social network nel quale ciascuno può avere al massimo 50 contatti. Perché deve essere un posto dove si mettono online le cose anche molto personali senza alcuna preoccupazione. La Nokia sta lavorando a un concetto simile. E Diaspora arriverà con un servizio pensato per dividere i contatti tra i vari aspetti della vita quotidiana, contro la generica attribuzione di "amicizia" a tutti.

    Murdoch segue e governa

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    Sostiene Murdoch: "Ci sono tante di quelle tecnologie che spuntano in continuazione - ha dichiarato Murdoch, 79 anni, accreditato una settimana fa da Forbes come il 13/o uomo piu' potente al mondo -. E' dannatamente interessante cercare di seguirle, di governarle. Sono convinto che per la fine del prossimo anno gli iPad in circolazione saranno 30-40 milioni, alla fine tutti ne avranno uno, anche i bambini".

    Bello che alla sua età sia disposto a imparare. Ma dannatamente confuso nel suo doppio interesse di "seguire" le nuove tecnologie e, dopo una virgola, di "governarle". Imho.

    Html5 per le apps sul web

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    Il Center for Public Integrity propone un progetto orientato a mostrare testi e altri contenuti da vedere sul web con lo stesso design che si trova sulle apps. Salvo naturalmente le funzionalità touch. (via Mashable)

    Potrebbe essere usato per mostrare i giornali in formato app sul web...

    10.000 Vita Nòva

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    Oltre diecimila persone hanno scaricato la Vita Nòva! Evviva! grazie...

    Soylent vision e l'evoluzione del testo

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    È una visione e un progetto in corso. Soylent, tra Mit e Microsoft, è il crowdsourcing dell'editing. Accorciare un testo, controllare la grammatica, cambiare i tempi dei verbi, per esempio, dal passato al presente storico, sono attività che si possono affidare mentre si scrive a un sistema controllato di collaboratori online. O così ritengono gli ideatori (via Nieman).

    Vedremo. Ma il testo digitale sta cambiando forma. Può esplorare oltre le vecchie colonne adatte alla stampa ma non necessarie al monitor. Può cercare nuove connessioni con il cervello di chi ne fruisce. Ma può anche andare a cercare nuove connessioni nei cervelli di chi li producono. Lo sta già facendo nella blogosfera e nei social network. Ma ovviamente non è che l'inizio.

    È uno dei temi di ricerca che ci siamo dati con la Vita Nòva.

    Festival Scienza Live

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    A quanto risulta, almeno 40mila persone hanno seguito i primi giorni del Festival della Scienza con il nuovo servizio live. Meglio di molti programmi della tv satellitare... Apprezzate, tra l'altro, le chat per chiarirsi le idee al volo sui concetti più difficili da intendere della ricerca scientifica.

    Promette bene Tuttolibri

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    Annunciata sul giornale ieri, è arrivata la app che fa da preview del TuttoLibri della Stampa che sarà pubblicato regolarmente per iPad dalla fine di novembre. E promette molto bene. L'esperienza dei cd rom non è passata invano e si sente anche in questa primissima visione del giornale. Il contenuto è importante. E più che celebrare, sembra voler riaprire una stagione di approfondimento culturale.

    A proposito: che bello l'Archivio Storico...

    Non sempre una scoperta sorprende

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    Secondo un test commissionato dalla Online Publisher Association, le inserzioni pubblicitarie davvero grandi, sul web, riescono ad attrarre l'attenzione. Già.

    Zynga supera Electronic Arts

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    Secondo le valutazioni - vagamente virtuali, ma che cosa nella finanza non lo è? - emergenti su SharesPost (un mercato di azioni per aziende non quotate), il valore del produttore di giochi per social network Zynga - quelli di FarmVille - ha superato il valore del tradizionale leader dei videogiochi Electronic Arts. (via Businessweek)

    (quanti incisi in questa frase!)

    Playthenews

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    Un format per le news non è necessariamente quello del giornale. Può anche essere un videogioco: PlayTheNews.

    Oggi Vita Nòva

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    E dunque è sull'App Store La Vita Nòva. Spero di conoscere presto le reazioni. Per noi è una strana sensazione. Come un nuovo inizio continuo: non si finisce mai di iniziare... Forse è giusto così...

    E' stata un'esperienza straordinaria, la Vita Nòva. Una cosa che ho imparato? 

    1. Probabilmente le redazioni del futuro non saranno più fatte (per dirla sommariamente) di articolisti e grafici. Saranno fatte di autori, designer e programmatori.
    2. Che il passaparola ha un enorme importanza nella diffusione delle notizie sulle novità editoriali nei media digitali, giorno per giorno.
    3. Che il linguaggio con il quale si propone l'informazione va radicalmente riformato, integrando grafici interattivi, video, nuove forme della scrittura. Su quest'ultimo punto c'è molto da fare. E si sbaglierà parecchio: ma la struttura della colonna di testo non è la fine dell'evoluzione, probabilmente.

    Spero che il risultato riesca a interessare. Di sicuro va molto migliorato. E' solo un inizio... Un inizio continuo...

    La Vita Nòva: il video...

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    Laura Cattaneo e Gianluca Balzerano hanno voluto fare un video che racconta un po' come sarà La Vita Nòva. Grazie!!!


    Allora, giovedì esce la Vita Nòva e...

    | | Comments (2) | TrackBacks (0)
    E' stata un'esperienza straordinaria, la Vita Nòva. Una cosa che ho imparato?

    1. Probabilmente le redazioni del futuro non saranno più fatte (per dirla sommariamente) di articolisti e grafici. Saranno fatte di autori, designer e programmatori.
    2. ...
    ...

    Spero che il risultato riesca a interessare. Di sicuro va molto migliorato. E' solo un inizio...

    Spacciatori

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    Con tutto il rispetto: spacciare la realtà dei minatori cileni per un reality, pur con latente ironia che serve solo a rendere il discorso più credibile, non è dire la verità: è manipolarla. Forse questa osservazione è ovvia e banale ma va fatta, giusto per mantenere le proporzioni tra i fatti. Non so se si tratta di una manipolazione volontaria o della conseguenza di una sorta di cultura ormai pienamente assorbita. In ogni caso discente da un'ideologia il cui scopo è altrettanto ovvio e banale: tutto il potere alla tv. Imho.


    Video e information divide

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    Chris Anderson di Ted dice che il video online sta ridefinendo la trasmissione orale delle conoscenze. 

    Questo appare potenzialmente molto importante in un paese come l'Italia, dove solo il passaparola batte la televisione nella trasmissione di informazioni, specialmente per la parte della popolazione (circa il 50%, sic) che è di fatto analfabeta.

    Naturalmente, la trasmissione delle informazioni è solo un aspetto del problema: un altro aspetto è la formazione dell'agenda pubblica. Da questo punto di vista, la televisione batte per ora qualunque altro medium. Ma la storia va avanti... 

    Haltadefinizione

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    Da esplorare il lavoro di Haltadefinizione. Almeno perché è bello. Si possono guardare opere d'arte importanti da vicino, vicinissimo...

    Adam Sadowsky

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    Adam Sadowsky mostra come realizzare un video musicale virale. Anche se sarebbe meglio che dicesse: sperando che diventi virale.


    I non luoghi di Facebook

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    Pietro Zanarini segnala un bizzarro fenomeno che gli è successo con i luoghi di Facebook. Per disabilitarli bisogna andare sia nelle impostazioni della privacy che nelle impostazioni delle applicazioni. Istruzioni chiare in LifeHacker.

    ps. Da qui in Giappone, il mio Facebook appare in italiano, ma propone pubblicità in giapponese.

    Tablet a go go

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    Secondo uno studio di Smart Research, presentata oggi al Sole, il 4% degli uomini tra i 18 e i 64 anni hanno un iPad o tablet e un terzo lo vorrebbe acquistare. Sono dati forse un po' alti ma segnalano che è uno strumento molto desiderato.

    Curatori

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    Software per realizzare pagine di informazione scegliendo le fonti twitteresche e bloggesche e per impaginarle in modo interessante. Il contributo è quello di curare una scelta di contenuti...

    E' la buzz-word: curation. E un esempio è Paper.li... Ma è solo un esempio.

    Ecco la pagina che deriva dai contenuti proposti dalle persone che seguo su Twitter. Ed ecco la pagina delle persone che sono nella lista relativa ad alcuni visionari.

    Laggiù nel Far Web

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    Un duello, molto amichevole, sulle regole del web. Sul Sole. Mi pare che le due opinioni a confronto non siano poi tanto diverse. In particolare, Daniele sostiene che le regole del web ci possono essere: soprattutto basate sull'autoregolamentazione. E su questo siamo d'accordo. Casomai si può dire che forse il livello del problema si sta innalzando: perché mentre da queste parti si discute ancora di copyright, altrove si stanno preparando alla cyberguerra...

    TechCrunch va con Aol

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    Om Malik dice che Aol sarebbe intenzionata a comprare TechCrunch. L'accordo sarebbe visto soprattutto come un rafforzamento della struttura di Aol nell'ambito degli eventi.

    La possibilità non va interpretata come un'acquisizione di un giornale da parte di un editore. Ma come l'accesso a una cultura e a un'organizzazione.

    La ventilata acquisizione segnala che la questione editoriale non è più intesa come un processo produttivo attraverso il quale si passa da una struttura che genera contenuti a un fatturato. La produzione di informazioni online - quando è ben compresa - è sempre meno simile a una catena di montaggio e sempre più simile a un sistema creativo che riesce a dar conto di "eventi".

    Il fatto non c'è ancora ma potrebbe far riflettere chi si deve occupare di scrivere le nuove regole della relazione tra editori e autori.

    Update: La storia si è conclusa. Aol ha comprato TechCrunch...

    Say Six Apart

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    Say Media, piattaforma pubblicitaria, compra Six Apart, piattaforma di blogging. Quella che usa anche chi blogga su Nòva.

    I blog tendono a diventare giornali

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    Uno studio di eMarketer mostra che il blogging è considerato meno alla frontiera dell'innovazione mediatica di quanto avviene nei social network e nel microblogging di Facebook e Twitter. Ma aggiunge che è tutt'altro che in crisi. 

    In pratica Twitter e simili assumono il compito di consentire a molte persone di scambiarsi segnali veloci. Mentre i blog sono più impegnativi e vengono fatti da poche persone.

    Ma d'altra parte i blog crescono molto dal punto di vista del numero di persone che li leggono, negli Stati Uniti. E forse tendono a essere più simili a dei piccoli giornali. Una buona metà degli americani leggono i blog. Poco più di un decimo degli americani li scrivono.

    Cosmo: ci stanno pensando

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    Grazie moltissimo a tutti coloro che si interessano del destino di Cosmo, la trasmissione andata in onda in forma sperimentale e unica il 4 settembre scorso. È stata un'esperienza molto interessante. E del tutto episodica. A meno che... Beh, vedremo... Ai piani alti della Rai stanno ancora pensando a quali conclusioni trarre dall'esperimento e a che cosa fare del programma.

    Intanto, le persone che si occupano degli accessi via web alle pagine di Cosmo: siamo tutti una rete hanno valutato il risultato "ottimo". Se dovessero decidere di andare avanti con la trasmissione sarebbe interessante approfondire la relazione tra il programma in tv e il suo servizio in rete. 

    Ce lo si poteva aspettare. Ma lo stupore apre le porte della conoscenza... 

    Diaspora rilascia il codice

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    Per chi sappia come contribuire, oggi è il giorno in cui Diaspora rilascia il codice e spera nella collaborazione dei programmatori in rete. Diaspora è un social network open source che promette agli utenti di restare in controllo di tutto, dalla privacy alla piattaforma stessa.

    Twitter

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    Il palazzo della memoria

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    The memory palace racconta storie affascinanti, online. Segnalato da Ethan.

    Esperimenti - oggi e domani - di live on YouTube

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    Questi qui sotto sono i programmi sperimentali - solo oggi e domani - sulla piattaforma che YouTube sta realizzando per trasmettere in diretta. Dicono a YouTube che l'obiettivo è mettere a disposizione un sistema che consenta le dirette a chi abbia una telecamera e un computer connesso. Sarà una piattaforma aperta a tutti? Per ora si legge solo che chi trasmette non viene definito "user" ma "partner". E qualche osservatore si aspetta che non sarà aperta proprio a tutti. I concorrenti in questo spazio sono: Ustream, Justin.tv, Vokle, Livestream e altri.


     

    Pubblicità YouTube

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    Un tizio che sta dentro la finestra del video di YouTube tira fuori un braccio, prende in mano un oggetto pubblicizzato lì accanto modifica il titolo e lo rende interattivo... Chissà quanto tardi arrivo, ma vale la pena di segnalarlo... Perché la pubblicità online non è solo semantica e controllo del comportamento degli utenti. E' anche creatività: basata su una bella conoscenza dello strumento. (Il video per chi non lo avesse ancora visto è qui)

    Qui finisce l'Italia

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    Gilles Coton è venuto dal Belgio in Italia per documentare un viaggio ironico negli stessi luoghi percorsi da Pasolini.

    Da allora sul senso semplice del territorio millenario della penisola si è depositata una patina di rifiuti del consumismo che ormai nasconde la storia del posto e la logica dell'ambiente locale. (Festival Letteratura)

    Pasolini quasi finisce il suo racconto a Trieste come fosse Itaca ma subito riparte per un viaggio definitivo e insensato dove finisce l'Italia...
    Il mitico Olli-Pekka Kallasvuo lascia il posto di ceo della Nokia a Stephen Elop che viene dalla Microsoft.

    Olli-Pekka Kallasvuo era mitico perché non aveva niente del ceo moderno, di quelli che sanno affascinare le platee e manipolare i giornalisti. Il suo carisma era paradossalmente nella mancanza di carisma che non nascondeva però una chiarissima dotazione di serietà e razionalità. Forse la nostra epoca non merita tanta delicatezza.

    Stephen Elop viene dalla divisione business della Microsoft, circondato da un diffuso rispetto. Il presidente della Nokia, Jorma Ollila, è soddisfatto della scelta. 

    Vedremo come si troverà con Marko Ahtisaari, il capo del design arrivato alla Nokia qualche mese fa, e che promette di rinnovare profondamente la linea dei prodotti della Nokia.

    Boschi precisa che continuerà a informare

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    Ieri si è discusso molto dell'ipotesi che l'Ingv smetta di informare online sull'attività sismica in Italia. Oggi le precisazioni: Enzo Boschi, direttore dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia dice - secondo Tifeoweb - che il suo pensiero è stato probabilmente travisato. E il suo istituto continuerà a informare: Messaggero, Apcom, Inabruzzo,

    Dislike

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    Al commentatore televisivo della Repubblica, Cosmo non è piaciuto. Antonio Dipollina, spesso critico con Gregorio Paolini, ci ha messo tre giorni per scrivere un pezzo nel quale dice che la trasmissione non era condotta in maniera abbastanza veloce. (Al momento, non ho trovato l'articolo online). Per fortuna che Zambardino, sempre sulla Repubblica, era stato più incoraggiante. I commenti, peraltro, sono stati talmente tanti da dimostrare che i gusti sono piuttosto soggettivi. Grazie a tutti.

    Per quanto mi riguarda ho solo da imparare. E scrivevo - più tempestivamente :) - che le scelte su Cosmo andranno prese da chi sa valutare.

    Più importante, secondo me, la critica sulla relazione tra internet e tv. Dice Dipollina che Cosmo aveva tentato di portare internet in tv e che questo non è riuscito. Si deve intendere "lo stile internet" oppure "la materia internet" o ancora il contenuto di internet, il suo valore e la sua sostanza? In ogni caso, sarebbe un tentativo destinato a vita difficile. Internet si vive in prima persona, la televisione no. Persino chi si trova davanti alla telecamera rischia in ogni momento una sorta di spersonalizzazione che lo trasforma in personaggio. Di certo, se dovesse continuare, Cosmo dovrebbe coltivare una relazione molto profonda con le opportunità offerte da internet. Ma dubito che "portare internet in tv" possa avere senso.

    Intanto, chi deve decidere se Cosmo continuerà sta decidendo. Probabilmente. Per ora, non ci sono notizie.

    Facebook: "likes in common"

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    Ti piacerebbe conoscere gente su Facebook che fa "like" sulle stesse cose sulle quali lo fai tu? Secondo Facebook "ti piacerebbe". Tanto è vero che ha aggiunto questa feature, senza troppo clamore. (via InsideFacebook). Se non ti piace, invece, che chi non è tuo amico sappia che cosa ti piace, fai attenzione ai comandi per la privacy.

    Ahref al servizio delle persone

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    La testimonianza di Concita De Gregorio su Wikipedia va presa come un segnale: la cultura della rete non è facile da comprendere neppure per le persone più aperte e costruttive. E le reazioni raccolte a Pesaro sull'importanza dei social network per la costruzione di un migliore sistema dell'informazione dimostrano che c'è ancora molta strada da fare: si sentivano diversi interventi, in effetti, nei quali la rete veniva descritta come tendenzialmente orientata a fomentare piccoli gruppi di interessi omogenei e visioni del mondo chiuse piuttosto che come un territorio di dibattito aperto. Sono segnali da prendere in considerazione con attenzione.

    La rete aperta e neutrale è un luogo nel quale chi vuole fare qualcosa di innovativo può esprimersi meglio. Ma è un luogo che può aiutare anche le iniziative più conservatrici. E' chiaro che il risultato non si può valutare senza tener conto che al centro della questione c'è il bene comune della rete, che di per se è aperto, mentre il modo di utilizzarlo o sprecarlo dipende da chi prende le iniziative.

    In questo contesto, Ahref.eu può essere d'aiuto. Se riuscirà a introdurre nel gioco della rete un sistema di "incentivi" culturali, pratici e teorici, che coinvolga persone con orientamento diverso ma capaci di riconoscere il valore di coltivare un territorio comune che arricchisce tutti dal punto di vista della conoscenza diffusa, metodologicamente consapevole. Questa settimana la nuova fondazione può partire. E anche questo blog servirà a dar conto del suo percorso, con tutta l'umiltà richiesta da un tema enorme, delicato, importante, denso di diversità e punti di vista. Con un'idea in testa: la rete non si comprende bene se la si prende in considerazione solo come se fosse un medium da criticare nella sua interezza ma tenendo presente che è sempre uno strumento da usare per ogni innovazione si ritenga possa servire. Ogni suggerimento è importante.

    Commenti per Cosmo

    | | Comments (5) | TrackBacks (0)
    Risulta dunque che Cosmo abbia avuto un buon successo tra i giovani e poco tra gli anziani. Forse anche perché c'era il Rigoletto in un altro canale. Ma ha suscitato un fervore di commenti in rete. Bisogna dire che sono stati prevalentemente positivi. E alle volte esageratamente positivi... Non mancano le critiche costruttive. Una raccolta è qui. Grazie a tutti!

    ps: La trasmissione, attualmente, si può rivedere qui.

    pps: Altri commenti da Yurait, Deeario, Byoblu, Scacciamennule, Pollicinor, Vittorio, Keplero, Rangle. (Grazie, grazie molto a Mante, Michele, Dario, Idenditag, Webeconoscenza, Infoservi, Andrea Contino, Catepol, Giorgio Marandola, Alessandro, Gravità Zero, ScienceBackstage, Chez Aza, Garbriele, Riccardo e a tanti tanti tanti amici che ne hanno scritto in mail, twitter, facebook...)

    Mike Arrington si interroga

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    Mike Arrington, di TechCrunch, con la sua abituale generosità intellettuale - vagamente ingenua - si interroga sulla capacità dei blog di manipolare le opinioni. E conclude che il problema si risolve con la crescita della consapevolezza del pubblico attivo.
    Concita De Gregorio, direttrice dell'Unità, dice che la sua data di nascita su Wikipedia è sbagliata. Questo le fa concludere che Wikipedia può contenere una quantità di errori molto grande. Aggiunge che non sa come correggere quell'errore da sola. E testimonia che nessuno l'ha chiamata per conoscere dalla sua viva voce la sua data di nascita.

    Domande cosmiche

    | | Comments (31) | TrackBacks (0)
    Non ho visto la trasmissione che va in onda stasera. Cosmo finora per me è quello che ne ho scritto: un'esperienza fatta di emozione, lunghi ragionamenti collettivi, sincopati, creativi e nello stesso tempo attenti a interpretare il possibile risultato in termini di audience e di critica. A me ovviamente interessa il servizio che abbiamo alla fine realizzato per il pubblico. Ma indubbiamente un pubblico tanto vasto e differenziato ha esigenze incommensurabili con la mia capacità di interpretazione.

    Che fare dunque? L'unica strada è condividere le domande necessarie per fare la prossima volta - se ci sarà - una trasmissione migliore. I temi? L'equilibrio tra velocità e precisione? La varietà dei servizi? La qualità delle parole usate? Spero che dopo la visione di stasera, per chi capiterà su RaiTre, le risposte costruttive del pubblico attivo giungeranno anche qui...

    Cosmo: la rete come metafora

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    Cosmo è dunque domani sera. Ho scritto le mie impressioni davanti all'obiettivo della telecamera. Ora aspetto di conoscere le impressioni che avremo davanti alla televisione: non ho visto la puntata anche se spero che sia venuta bene. E spero davvero che le aspettative non siano superiori al risultato.

    Non si parla molto di web, internet e social network: i media digitali sono il nostro contesto e ci accompagnano a ogni passo. Si parla di novità scientifiche con ritmo e piglio da magazine, sulla base della convinzione che "siamo tutti una rete": viviamo in un sistema complesso nel quale ogni elemento è connesso a ogni altro. Per questo vale l'idea che il futuro non si prevede ma si costruisce. Perché quello che facciamo ha delle conseguenze. E abbiamo bisogno di esserne molto più consapevoli.

    (Grazie, grazie molto a Mante, Michele, Dario, Idenditag, Webeconoscenza, Infoservi, Andrea Contino, Catepol, Giorgio Marandola, Alessandro, Rangle, Gravità Zero, ScienceBackstage, Chez Aza, Garbriele, Riccardo e a tanti tanti tanti amici che ne hanno scritto in mail, twitter, facebook...)

    Hobby Apple Tv: non ha un palinsesto sociale

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    Steve Jobs ieri ha parlato della Apple Tv come di uno hobby. Perché il sistema televisivo non reagisce come quello della musica all'impatto di internet. E quindi Apple non ha lo stesso impatto che ha avuto nella musica.

    Il sistema iPod-iTunes ha cavalcato l'onda della musica in mp3, razionalizzando un po' il rapporto tra la vendita di brani e internet. Il risultato è stato quello di ricreare un modello di business che il peer-to-peer stava mettendo in discussione. Ma contribuendo a mettere in crisi la logica dei cd: tante canzoni in bundle non avevano senso in un mondo in cui si compra il singolo brano.

    Nella televisione, il bundle è fatto dai network che riescono a tenere il pallino della programmazione e del modello di business (pubblicità o abbonamento). Le reti mantengono il controllo del palinsesto, della linea editoriale, della selezione dei programmi da mandare in onda. Nel frattempo le grandi innovazioni avvengono all'interno della logica televisiva, con l'aumento vertiginoso delle reti e dei canali e con la progressiva distinzione tra la produzione di programmi e la rete che li mette in onda.

    Internet in questo processo ha eroso l'audience ma non ha messo in crisi il sistema. Per ora.

    Il problema del palinsesto è che costruisce un luogo di aggregazione, anche se passivamente accettato dai telespettatori. E Jobs dice che quella passività è un desiderio delle persone che scelgono di guardare la tv. Quindi per adesso regge dal punto di vista sociale. Anche se tecnologicamente e organizzativamente è messo in discussione: i programmi possono sempre più chiaramente essere intesi come singoli brani che sarebbe possibile unbundle, separare, dal pacchetto che li contiene (la rete). E la quantità di reti in concorrenza potrebbe spingere gli spettatori a superare la logica dello zapping casuale per costruirsi un palinsesto personale. In questo senso Apple Tv che propone di affittare può alimentare la tendenza. Ma non può determinarla o accelerarla più di tanto, proprio perché non risponde all'esigenza di aggregazione cui le reti riescono ancora a rispondere.

    Solo un'eventuale grande crisi delle reti potrebbe mettere in discussione il sistema. In una eventuale crisi del genere, gli spettatori perderebbero il luogo di aggregazione, che a quel punto si potrebbe riformare sui social network (come Apple tenta di fare con Ping nella musica). Sta di fatto che una crisi del genere per ora non si vede: si vede un'erosione della centralità dei palinsesti principali che è ben lontana da essere diventata un crollo verticale.

    Le muraglie che rischiano di dividere il web

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    Raffaele Mastrolonardo segnala che l'Economist esce domani con una copertina dedicata ai rischi che corre la struttura aperta del web. Dagli attacchi alla net neutrality alla sua assenza completa nel mondo dell'internet mobile, dalla Cina alla intromissione censoria di molti altri governi, dalla crescita di nuove piattaforme chiuse alle conseguenze di una domanda montante di difese contro l'utilizzo spregiudicato che alcune aziende fanno della tecnologia per conoscere i comportamenti degli utenti invadendone la privacy...

    Contro le muraglie che rischiano di dividere il web, abolendone la tradizionale apertura e frenandone la straordinaria innovatività, non vincono le posizioni integraliste, ma quelle che riescono a dimostrare come la qualità culturale, economica e pratica di un ecosistema ricco di diversità è più elevata di quella che si determina in un mondo fatto di piccoli giardinetti chiusi.

    Lo standard pubblico aperto e neutrale è la sola garanzia per una struttura talmente innovativa che può continuamente generare soluzioni ai problemi che incontra, oltre che dare spazio a grandi visioni e concorrenziali implementazioni. All'interno di un mondo così aperto, non c'è nulla di male che qualcuno scelga di ritagliarsi dei mondi chiusi. Perché accanto a questi ci sarà sempre la possiblità di svilupparne altri più aperti.

    Ping fa discutere

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    Robert Scoble non ci trova Madonna e i Black Eyed Peas. Altri non capiscono come cercare amici. Altri ancora dicono che funziona solo nei paesi dove funziona iTunes. Insomma, Ping, il nuovo social network musicale della Apple, fa come minimo discutere.

    Riflettendoci, forse è più un miglioramento di iTunes che un sistema per fare direttamente concorrenza a MySpace o altri. Anche perché non viaggia nello stesso spazio economico: i primi sono fatti per raccogliere tanta pubblicità, questo è fatto per fare marketing di brani da comprare su iTunes.

    Naturalmente, una certa concorrenza ne verrà fuori. Anche perché iTunes ha una base installata molto importante (160 milioni di utenti potenziali).

    Il senso di Scribd

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    Robert Scoble intervista Trip Adler di Scribd, la piattaforma di social publishing...


    Arrivano i dati Audiweb sull'uso di internet in Italia.

    In luglio 2010, ben 23,8 milioni di italiani hanno usato il web (quasi il 10% in più rispetto al luglio 2009). Nel giorno medio navigano 10,8 milioni di persone (un incremento del 3,8%): 6 milioni di uomini e 4,8 milioni di donne. Nel Nord-Ovest, l'area a massima concentrazione dell'uso di internet, sono 3,3 milioni nel giorno medio. Gli utenti attivi nel giorno medio stanno online un'ora e 28 minuti. Più al lunedì (11,7 milioni per un'ora e 34 minuti), meno nel weekend (9 milioni per un'ora e 22 minuti).

    Localizzazione al rallentatore

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    Dire rallentatore è solo un eufemismo per quello che succede online. Insomma, anche la localizzazione va veloce nei social network. Solo che a paragone con il resto sembra sempre un po' più lenta. Solo il 4 per cento degli americani ha provato i servizi basati sulla localizzazione, solo l'1 per cento lo fa ogni settimana. E sono quasi tutti tra i 19 e i 35 anni. Ne parla un'inchiesta del New York Times.

    Perché? Ci sono diverse ipotesi:
    1. Pudore, o privacy...
    2. Mancanza di un valore d'uso percepibile
    3. Eccesso di commercializzazione del dato
    4. Lento decollo dell'effetto-rete
    5. Eccessiva varietà dei servizi

    Sta di fatto che la rete mobile sa sempre dove siamo se abbiamo in tasta un cellulare. E si spera sempre che i maleintenzionati veri non possano riuscire ad accedere a quei dati.

    Promemoria Wikileaks

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    Segnalava su Nexa Arturo di Corinto, un documento pubblicato su Cryptome secondo il quale la Wau Holland Foundation, che sostiene finanziariamente Wikileaks, pubblicherà entro fine agosto i dati sui suoi finanziatori.

    Il pezzo di oggi sul Sole.
    Un promemoria per ricapitolare.
    post di ieri e di pochi giorni fa.
    Una breve intervista ad Assange.

    Kindle. E la biblioteca della mente

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    Il nuovo Kindle piace alla critica. Non si sa quanto, ma si presume piaccia molto anche al pubblico. Difficile non vedere i vantaggi di questa tecnologia - reader sempre connesso con funzioni di ricerca nel testo più negozio iperfornito - e dunque non immaginare che si tratta almeno di un nuovo modo per fruire di quei lunghi testi che un tempo si chiamavano libri. Un modo fantasticamente adatto all'aggiornamento di chi legge saggi americani di attualità, di chi ama portarsi in viaggio una quantità di romanzi e saggi, di chi studia un argomento a fondo... E chissà quanti altri utilizzi.

    E' un mondo di libri per nomadi, dove lo spazio è poco mentre è necessario viaggiare leggeri.

    La biblioteca invece è pesante. Come sa bene chi cambia casa. Costa. Occupa spazio. Ma il peso, la lentezza, lo spazio hanno una funzione culturale. La perdiamo a cuor leggero?

    La biblioteca non è un deposito informe di libri. La biblioteca parla. Il suo ordine costruito nel tempo è un supporto della memoria senza paragoni. I collegamenti che ciascuno produce tra i suoi libri appoggiandoli negli scaffali sono riproposti ogni volta che li si percorre con lo sguardo. E ogni lavoro di ricerca, ogni ripensamento dell'esperienza accumulata dagli autori delle opere, ogni consultazione, si sostanzia anche dell'ordine dei ricordi di ciò che si è letto e di ciò che si da dove si può leggere incarnato dalla biblioteca.

    Personalmente, ho un'esperienza preKindle che può aiutare a immaginare quello che succede con il Kindle. Dopo troppi traslochi, la mia biblioteca è stata smembrata e scompaginata tante volte che ormai il suo ordine è restato solo nella mia mente. I neuroni e le sinapsi sono l'unico luogo dove si mantengono in vita i valori culturali della biblioteca della mia vita. Ed è un po' quello che sarebbe successo se tutti i miei libri si fossero trovati soltanto nel reader e nei computer cui esso consente di accedere. Perché la biblioteca, con la fisicità dei suoi scaffali e la pensante lentezza della sua struttura, manca nel mondo dei libri digitali. Né vale, per ora, a sostituirla, l'immagine riflessa nello schermo, per esempio di aNobii o di iBooks, degli scaffali digitali. Quella sembra piuttosto la scaffalatura della libreria, non della biblioteca personale.

    La memoria di una biblioteca è fondamentale. La sua sostituzione vera nel mondo digitale non è ancora chiara. Ma è un tema di sviluppo al quale varrebbe la pena di dedicare un poco di creatività. L'interfaccia e l'architettura di interni di un mondo digitalizzato ma che si deve connettere all'esperienza analogica di chi ne fruisce.

    update: Giuseppe Granieri suggerisce l'intrigante soluzione della biblioteca sociale, tipo Goodreads...

    Cosmo, siamo davvero tutti una rete

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    Gli amici in rete si sono accorti che il 4 settembre, in prima serata, andrà in onda Cosmo, un programma televisivo realizzato da Gregorio Paolini e la sua Hangar per RaiTre. Ne sarò il conduttore. (Grazie a Mante, Michele, Dario... e poi a Idenditag e a tanti tanti amici che ne hanno scritto in mail, twitter, facebook...).

    Per uno che si mantiene agli studi lavorando nella carta stampata e nel web, partecipare alla realizzazione di una trasmissione tv è un'esperienza istruttiva (e grazie al Sole 24 Ore che mi consente di fare anche questo). Ne avevo scritto un paio di note. Ma forse vale la pena di condividere qualche altra impressione.

    La prima impressione è la clamorosa qualità del lavoro di Hangar. Decine di persone si attivavano come un coro supercoordinato nello studio, alternando la frenesia dei movimenti tra una scena e l'altra, e il silenzio immobile dei momenti durante i quali si girava. E governando le dodici telecamere e fotocamere ad alta definizione, le luci, i suoni, gestendo ogni minimo dettaglio. Sembrava un set cinematografico. Il regista, il capo delle macchine, il produttore, gli autori, gli architetti erano tutti in scena insieme agli operatori. Di certo, qualunque valore abbia avuto quanto è stato detto dal conduttore e dai protagonisti della trasmissione - il chimico Dario Bressanini, le giornaliste scientifiche Alessandra Viola, Elisabetta Curzel e Silvia Bencivelli, la documentarista Chiara Cetorelli, la bioeticista Chiara Lalli e il tecnologo Ricardo Meggiato - insomma, qualunque cosa abbiamo detto, sappiamo che è stata registrata bene...

    Il tentativo di raccontare l'attualità della ricerca scientifica in una forma di magazine è altrettanto sorprendente. La struttura narrativa è veloce e molto varia. Potrebbe forse apparire persino troppo varia se non fosse che la televisione evidentemente vive più di ritmo e di immagini che di ragionamenti e di parole. Da questo punto di vista, il giornalista della carta stampata può soffrire: oppure adattarsi, sorridendo alla sorpresa che la vita gli ha riservato mettendolo in quella situazione. Ma alla fine, si scopre che anche nella trasmissione televisiva il ragionamento e le parole sono importanti perché sono i pilastri della struttura, che senza non starebbe in piedi, anche se non li mette in mostra. Su questo c'è da riflettere.

    Il testo è in effetti frutto di un lavoro collettivo nel quale ogni parola ha almeno tre o quattro genitori. Difficile trovare un'analogia con il lavoro di un giornale. Ancora una volta, si direbbe piuttosto che l'analogia migliore sia quella che si può fare con il cinema. Anche se è un cinema di episodi e documentari strutturati a magazine.

    Il contenuto è organizzato sull'idea di fondo che mi sembra decisiva e alla quale un po' ho partecipato: come possiamo descrivere le conseguenze di quello che stiamo scoprendo dal punto di vista scientifico e tecnologico sulla vita futura dei ragazzi e dei bambini di oggi? Le risposte che sono state trovate non sono affette da fideismo nella scienza e nella tecnologia, ma derivano da una sola certezza: il futuro è quello che stiamo costruendo.

    Grande impegno per i servizi: poco o nulla è stato comprato dalle agenzie e dai network internazionali. Quasi tutto è stato realizzato dagli autori, dai giovani scienziati e giornalisti, e dai videomaker indipendenti. E' un'apertura alla produzione e alla creatività dei giovani che la televisione si è consentita. Ed è una grande innovazione ancora una volta strutturale.

    Il risultato finale non lo conosco. Non l'ho visto ancora. Spero sia buono. Aspettative troppo alte sono sempre un problema. Spero davvero che non siano più alte del risultato...

    L'unica cosa che so è che tutti ce l'hanno messa tutta. Con una rinfrescante dose di umiltà di fronte alla conoscenza e rispetto nei confronti del pubblico.

    Un evento unico. Vedremo se, una volta visto, saremo tanto ben impressionati da augurarci che si ripeta...


    Giornalismo delle cartine

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    Bbc fa una pagina in cui si vedono le dimensioni geografiche coinvolte dai grandi eventi (attuali o storici) e le confronta con posti più conosciuti dagli utenti.

    Per esempio si può vedere l'estensione dell'alluvione in Pakistan e confrontarla con la dimensione dell'Italia.

    Analisi a spanne 2.0

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    Avinash Kaushik rilancia l'importanza dell'analisi qualitativa dei servizi web. Altro che numeri. Quello che conta è l'esperienza, dice in pratica. Ma il suo contributo è rilevante: si può sviluppare un metodo per gestire l'analisi qualitativa in modo relativamente controllabile.

    Questo metodo, alla lunga, riporta in primo piano la responsabiltà e il senso del rischio di chi fa le scelte su interfaccia, contenuti, struttura, affidabilità, facilità d'uso dei servizi online. E mi pare una conseguenza molto positiva. Contro la deresponsabilizzazione che talvolta provocano i metodi quantitativi.

    Alla fine, con ragionevolezza, si arriverà a dire che occorre un giusto equilibrio tra numeri e idee. Ma in questo momento di confusione concettuale e pratica, vale la pena di riflettere molto sulle idee. I numeri, in fondo, non fanno che misurare le variabili che approssimano le idee: e quando le approssimazioni prendono il posto degli originali, sorgono molti equivoci...

    Il centro della questione, attualmente, è la ridefinizione di "qualità".

    Zombie Media

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    L'esperto di "media morti", Tim Carmody, scriverà per Wired, il magazine americano che ha appena esteso il suo territorio d'indagine al web. In bocca al lupo a Tim. (Una precedente citazione del suo lavoro).

    Lady Gaga supera Britney Spears

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    Con 5,76 milioni di followers, Lady Gaga supera Britney Spears anche su Twitter. E secondo la Reuters, questo weekend, è diventata la persona più seguita su quella piattaforma.

    Resta da chiedersi come avesse fatto Britney a restare in testa così a lungo...

    Implosioni d'immagine

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    Grande pezzo sulle strategie di pr che sono state adottate in seguito alle catastrofi che hanno causato l'implosione dell'immagine di Toyota, Bp e Goldman Sachs. Tutto da leggere. Non si esce da quelle crisi con lo spin, a quanto pare. È molto più profondo. Il cinismo può far molto male. (Peter Goodman, New York Times)

    Peggio della pubblicità nei libri

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    Ogni tanto si parla di pubblicità nei libri. Poi non succede. Per molti motivi, nonostante il ragionamento di chi propugna questa soluzione non sia assurdo (anzi, probabilmente è troppo razionale). Ma questa volta il ragionamento che avanza è consistente: i libri sono come i film, dunque non possono essere interrotti dalla pubblicità. Ma come i film possono essere ottimi generatori di senso per i prodotti che i personaggi usano: product placement nei libri. (Paul Carr, TechCrunch)

    Pace Pipilotti Rist

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    pipilotti.jpg
    Alla Fundació Joan Miró di Barcellona una bellissima mostra di Pipilotti Rist. Generale senso di pace, nella ricerca di una fusione tra la natura e i suoi umani visitatori.

    La spiegazione ufficiale è un omaggio alla lingua del paese ospitante:

    "EL LIRISME DE RIST EN DOS ESPAIS

    El recorregut per les sales ens submergeix en l'univers ple de color de Rist. La mostra s'inicia amb dues petites videoinstal·lacions, Porqué te vas? (nass) [Per què te'n vas? (humit)] (2003) i Grabstein für RW [Làpida per a RW] (2007), i continua amb una de les obres més reconegudes de l'artista, Sip My Ocean [Xucla el meu oceà] (1996). Aquesta peça consisteix en una projecció sobre dues parets de la sala fent angle, que operen com a macropantalles on es veu un fons marí amb cossos bussejant, mentre sona la hipnòtica veu de Pipilotti Rist interpretant una versió de Wicked Game, de Chris Isaak. L'obra reflexiona sobre l'eterna necessitat de comprensió absoluta de l'altre i sobre el desig quasi irrealitzable de sincronicitat.

    A Tyngdkraft, var min vän [Gravetat, sigues amiga meva] (2007), les imatges mostren dues persones i fulles flotant a l'espai. El títol és una invitació al visitant a reflexionar sobre la força de la gravetat, mentre s'estira i contempla les projeccions damunt dos plafons amorfs que pengen del sostre. Es veu i se sent diferent quan els músculs estan relaxats?

    La següent instal·lació que trobem és Ginas Mobile [El mòbil de la Gina] (2007), un mòbil format per una branca, una esfera de coure i una llàgrima de plexiglàs on es projecten primers plans de vulves; el fet que costi reconèixer de què es tracta els fa perdre les connotacions habituals. Amb aquesta obra l'artista vol qüestionar les pors i els tabús socials.

    Lungenflügel [Lòbul pulmonar] (2009) és una instal·lació que ocupa tres parets. El rodatge d'aquesta peça està relacionat amb el de Pepperminta, el primer llargmetratge de l'artista. Les imatges ens mostren Pepperminta (Ewelina Guzik), la protagonista de les obres recents de Rist, interactuant amb la natura, per establir analogies i contradiccions entre la vida humana i l'animal.

    La següent instal·lació, Regenfrau (I Am Called A Plant) [Dona de pluja (Em diuen planta)] (1999), també aborda la temàtica de la unió amb la natura. En aquest cas, ho fa mostrant el contrast entre la vida orgànica, representada per un cos nu i vulnerable estirat al carrer, sota la pluja, i la domesticitat i esterilitat exemplificada en la immensa cuina damunt la qual es projecta el vídeo.

    La mostra acaba amb À la belle étoile [Sota els estels] (2007), una projecció al terra del museu, i amb Doble llum, diàleg entre Rist i Joan Miró, una projecció d'un vídeo damunt Femme, una escultura de l'any 1968 que forma part del fons de la Fundació. Aquesta obra, donació de Han Nefkens, passarà a formar part de la col·lecció de la Fundació Joan Miró

    A la Fontana d'Or, a Girona, Pipilotti presenta tres obres. En primer lloc, Ever Is Over All [Sempre està pertot arreu] (1997), dues projeccions solapades que mostren un camp de flors vermelles i una dona passejant feliçment pel carrer. Ella branda una de les flors amb la qual trenca les finestres dels cotxes aparcats a la vorera, amb naturalitat, com si ho fes cada dia. La instal·lació reflexiona sobre les idees estereotipades en relació a les normes d'urbanitat. Els cotxes simbolitzen els obstacles que habitualment no són qüestionats.

    Lap Lamp [Llum de falda] (2006) és una videoinstal·lació formada per un llum de peu que projecta imatges d'un camp ple d'arbres, llenya tallada i ortigues damunt la falda del visitant, com si l'acariciés. L'obra contraposa la rigidesa del confinament físic amb el desig de llibertat psicològica.

    Finalment, Deine Raumkapsel [La teva càpsula espacial] (2006) té l'aparença d'una caixa de transport que acabés d'arribar al museu. A dins hi ha un dormitori en miniatura, abandonat recentment pel seu ocupant, amb una lluna mig incrustada que ha esbotzat una de les parets, de manera que l'estança s'obre a un cel estrellat. Una videoprojecció es mou damunt les parets i mostra seqüències de gent de diverses generacions que interactuen a càmera lenta, mentre s'escolta el so del vent i música sacra de fons."

    Pazzi da museo

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    A quanto pare il diritto d'autore genera situazioni paranoiche non solo nella musica. Alla Fundació Joan Miró di Barcellona ci sono tre addetti a impedire ai visitatori di fare fotografie: ma almeno in genere lo fanno simpaticamente. Però questo può generare conversazioni interessanti. 

    Dalle quali si scopre per esempio che al Musée d'Orsay le persone che prendono l'audioguida hanno il diritto di ascoltarla da soli. Se raccontano quanto hanno appreso dall'audioguida ad altre persone che ne sono prive vengono redarguite e bloccate. Non si sa bene che cosa rischino, ma a quanto pare, rischiano.

    Queste restrizioni sono un vero freno alla diffusione della conoscenza che i musei sono chiamati a sviluppare. Di certo non fonderanno il loro avvenire economico su queste cose. Ma sulla loro capacità di apparire talmente attraenti che le persone non vorranno mancare di visitarli quando passano in città. E per essere attraenti, i loro contenuti devono entrare nella conversazione, nel passaparola e nel "passaimmagine".

    Anche perché altri musei consentiranno ai colori di Miró di viaggiare in rete. E alle notizie sui classici dell'Impressionismo di arrivare alle persone interessate. Quelli del Musée parigino potrebbero non essere i migliori produttori di contenuti per audioguide: anzi, si potrebbe fare un'applicazione che si scarica sull'iPhone e consente di conoscere meglio quello che si vede visitando Orsay o qualunque altro museo... Magari c'è già...

    Pew: le contraddizioni dei consumatori sulla tv

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    Bel rapporto di Pew Research Center. Il televisore è considerato sempre meno un elettrodomestico "necessario" dagli americani: lo considera tale solo il 42%, contro il 64% del 2006. In compenso gli americani ne comprano sempre di più... Perché pur non essendo "necessario", il televisore piatto è un acquisto molto desiderato.
    La app per iPad del magazine People è ora gratuita per gli abbonati alla versione cartacea. Seguiranno probabilmente tutti i magazine di Time. 

    La notizia non stupisce. Se non chi conosce quanto sia stato difficile finora riuscire a fare strategie di prezzo un po' complesse con le app per iPad. 

    Il fatto che quindi l'offerta voluta dall'editore sia passata al vaglio dei mastini dell'AppStore è un buon segno. Come si è detto fin dall'inizio, questo mercato è interessante. Ma per un po' rimarrà disordinato. Perché occorre mettere d'accordo le strategie degli editori con quelle della Apple. Con prezzi, offerte, sconti, bundle, tutti da discutere... 

    Un po' di concorrenza sulle piattaforme - tablet con software Google, per esempio - potrebbe fare sulle prime ancora più confusione prima di provocare però una graduale maturazione verso un ordine più comprensibile per i lettori. La Apple probabilmente anticiperà questo effetto rendendo un po' più semplice per gli editori sviluppare il proprio business e dunque candidando la sua piattaforma a fare da punto di riferimento del mercato anche nel lungo termine.

    Facebook Places: consigli

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    Il servizio Places di Facebook non si può provare dall'Europa, per ora. Quindi vale la pena di leggere che cosa ne pensano gli americani che l'hanno provato. Per quanto riguarda la privacy c'è una certa dose di confusione. Come spesso succede. La questione è analizzata con attenzione da TechCrunch ed Electronic Frontier Foundation. Da leggere assolutamente. Si scopre che il sistema è disegnato per massimizzare la viralità di Places ma mantenere anche un certo controllo dalla parte degli utenti. Questo significa che le regole sono un po' complicate:

    "Turns out, there are three different stages of opting into the service. Let's spell them out.
    • Option one: You've explicitly opted into allowing people to tag you into Places. Any of your friends can do this. Pretty straightforward.
    • Option two: You've braved the muddled waters of Facebook's privacy control panel and turned off Places entirely. You can't be tagged -- if a friend does try to tag you in a Places post, your name simply won't show up in the post.
    • Option three: If you've never decided to 'Allow' your friends to tag you, but you haven't blocked the Places feature entirely, you're in a sort of limbo. This is where the vast majority of Facebook users in the US are right now. As soon as they get tagged for the first time, they'll get an email and a prompt on Facebook itself asking them if they'd like to allow their friends to tag them at Places in the future. Accepting this will allow any of your friends to tag you unless you go into your privacy settings and cancel it (see Option one).But even if you hit the "Not Now" button, you'll still be tagged in the relevant Places update. In fact, you'll still be tagged even if you haven't even seen the prompt asking you to approve Places tags. Facebook treats this as if you were tagged in a basic status update so it will show up on your Wall and your friends' News Feeds -- you just aren't associated with whatever Place your friend was tagging you into (i.e. if your friend visits the venue's Place page, they won't see that you've previously checked in there). The logic here is that your friends could manually tag you in a normal status update anyway. Update:Facebook has clarified that it doesn't show up on your wall."

    Macba: Gil J Wolman

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    Guy Debord e Gil J Wolman prima di litigare scrivevano insieme: «Il più urgente esercizio di libertà è la distruzione degli idoli». Se si ha l'impressione che la creatività abbia raggiunto il suo massimo, occorre distruggere ciò che è stato fatto e ricominciare. Dada, Futurismo. Lettrismo. Se ne parla alla mostra su Wolman organizzata al Macba.

    Viene in mente che gli idoli possono essere distrutti da due punti di vista opposti. 

    C'è chi crede in un dio assoluto che non ammette i suoi simboli. E c'è chi invece intende degradare ogni idolo con i ritmi della moda per poi sostituirlo con piccole icone, vagamente commerciali.

    L'arte, la religione, la moda, partecipano di questi cicli, tra assoluto e relativo, tra attualità e fuori dal tempo, tra moda e lunga durata. Evidentemente nelle varie epoche storiche prevale chi costruisce o chi distrugge. 

    Si ha l'impressione che questa epoca avverta il bisogno di una distruzione per far ripartire la logica della costruzione di qualcosa di grande: l'imperativo omogeneizzante del minestrone televisivo non consentiva a nulla che non fosse la televisione stessa di crescere troppo. Ma è un'epoca che si sta erodendo. Forse.

    Update sulle morti annunciate nella tecnologia

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    Lo stato di salute del web resta ottimo, si diceva. Nonostante la diagnosi pesantissima proposta da Wired

    Da non perdere il pezzo di Harry McCracken sulla paradossale quantità di morti prematuramente annunciate nel mondo della tecnologia.

    Facebook Places: dentro e fuori

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    Parte Facebook Places in America. E si possono condividere le informazioni sul luogo dove ci si trova. 

    La regola per la privacy è ancora una volta discutibile. Si deve dichiarare la propria adesione per consentire alle applicazioni di usare la localizzazione. Ma nei confronti degli amici che usano applicazioni che coinvolgono la localizzazione, invece, non serve il permesso: se non si desidera condividere questa informazione con le applicazioni degli amici - a quanto pare - si deve dichiarare di non voler far sapere dove ci si trova.

    "You may want to share your check-in information with third-party applications that build interesting experiences around location, such as travel planning. Applications you use must receive your permission before getting this information. Your friends will be able to share your check-ins with the applications they use to help create new social experiences with location. If you don't want to share your check-ins with your friends' applications, just uncheck the new box in your Privacy Settings under "Applications and Websites."

    (Intanto, Pete Warden spiega su ReadWriteWeb quante cose si possono fare con i dati pubblici di Facebook: una dimensione analitica destinata a crescere probabilmente anche con Places).

    Lo stato di salute del web

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    Il web sta bene. Non è morto. E sta ancora crescendo. Anche se se ne può discutere.

    Chris Anderson e Michael Wolff segnalano - sulla base di dati Cisco - che la percentuale di traffico internet che riguarda il web è in diminuzione rispetto ad altri utilizzi. E colgono l'occasione per tirare le somme: le apps sono il futuro ed essendo parte di un mercato più controllato dai grandi operatori finiranno per ridare ordine alla rete, rafforzare il capitalismo, mettere fine alla confusione dell'internet troppo aperta. Può essere vagamente forzato: lo ammette lo stesso Anderson ricordando come Wired abbia scritto nel 1997 che la tecnologia "push" avrebbe scalzato il modo di consultare la rete basato su browser e ipertesti (un pezzo scritto poco prima che la tecnologia "push" finisse nel dimenticatoio). Ma è un argomento di discussione. E allora discutiamo.

    1. Nel grafico citato da Anderson e Wolff (pubblicato in un primo momento con la timeline sbagliata e poi corretto) si parla di numeri relativi. E il web appare in diminuzione. Ma usando i numeri assoluti, come fa Rob Beschizza su BoingBoing, si vede che il web sta ancora crescendo moltissimo.

    2. Il traffico web diminuisce in termini relativi perché aumenta il video. Ma il video che viene considerato nel grafico citato da Anderson e Wolff è anche quello di YouTube, che dovrebbe essere considerato probabilmente traffico web, come osserva anche Erick Schonfeld su TechCrunch, dopo aver consultato i dati Cisco dai quali il grafico è tratto.

    3. Il pericolo che la rete libera sta correndo non viene dalla concorrenza delle apps che in fondo non sono che un altro modo per usare internet. La supposta chiusura delle piattaforme per usare le apps è comunque parte di un sistema competitivo aperto basato su internet. Del resto, Facebook è anche una piattaforma per le apps che si usa sul web. Il vero pericolo è che i grandi cui Anderson e Wolff assegnano già la vittoria riescano ad abbattere la neutralità della rete che garantisce l'innovatività del sistema (tema accennato per esempio da Gizmodo).

    Molti commenti alla vicenda sottolineano che si tratta semplicemente di un'operazione di marketing di Wired. Sono intervenuti per quanto ho visto: Giuseppe Granieri, Tiziano Caviglia, Massimo Mantellini e, velocemente, Nereo.

    Maroni: ".. si deve andare a.."

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    Estrarre le frasi dal contesto e citarle è sempre una pratica dubbia. Un titolo di giornale lo deve fare spesso. Ma un titolo di giornale ripreso da un motore che aggrega titoli di giornali citati da blog puó riservare qualche ulteriore dubbio. È successo a una frase del ministro Maroni, ripresa in un titolo del Corriere della sera che è stato citato da tanti blogger da finire in prima pagina su Blogbabel. La sua frase era diventata: "Se cade la maggioranza scelta dagli italiani si deve andare a...".

    Proprio così. Frase tronca. E i lettori a domandarsi: "... affanbrodo"? "...a casa"? "...a Lourdes?"

    Yahoo di Sant'Antonio

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    Secondo vecchie osservazioni, epoca bolla dot.com, il boom di inserzioni su Yahoo era dovuto alle dot.com che si facevano pubblicità e così facendo aumentavano il valore di Yahoo che a sua volta motivava i folli multipli che inflazionavano il prezzo delle azioni delle dot.com. Un elaborata catena di Sant'Antonio. Ora, qualche analista vede lo stesso rischio nell'iAd, usato per pubblicizzare apps...

    Survey: l'iPad quotidiano

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    Cooper Murphy Webb fa un sondaggio tra i possessori di iPad e scopre - non sorprendentemente - che l'iPad conquista vasti spazi nelle abitudini di lettura. Diventando in molti casi lo strumento di lettura preferito - soprattutto in casa.

    Intanto Murdoch pensa a un nuovo giornale nazionale ameriano, tutto digitale, a pagamento per tablet e smartphone.

    L'autodifesa di Google

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    Google difende la sua proposta sulla net neutrality. Dice che è una proposta di legge e non un accordo di business. Dice che è un buon compromesso perché per la prima volta una grande compagnia telefonica si impegna con precisione sul tema della neutralità nelle reti fisse anche se in cambio ha ottenuto mano libera nelle reti mobili. É una difesa debole, imho. La rete mobile è enormemente importante. Si presta a ogni genere di controlli e limitazioni della neutralità. Si dovrebbe affermare il principio della neutralità anche sul mobile e ammettere Che questa è la strada dell'innovazione. Strategie di chiusura per chi la apprezza, come quella di Apple, non sarebbero in discussione. Sarebbe peró evitato che le compagnie possano discriminare come vogliono i contenuti e i servizi. Nuovi servizi, più aperti si dovrebbero sempre poter fare, per fare concorrenza a quelli più chiusi. Insomma: perché escludere tutto questo a livello di principio?

    Bookfuturism

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    Timothy Carmody scrive sull'Atlantic della cultura librofuturista. Il Bookfuturism non è ingenuamente proteso ad attendere il progresso drlla tecnologia del libro e non è sospettoso dell'innovazione. Cerca di capire la tecnologia e di fare innovazioni che abbiano un vero valore umano.

    Qualunque cosa se ne possa pensare è un gran bel pezzo.

    Localizzare la geolicalizzazione

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    Un pezzo del Nyt per rendersi conto che le funzioni nascoste o poco conosciute della geolocalizzaziobe possono riservare sgradevoli sorprese. Ancora una volta la privacy è una questione di informazione e consapevolezza.

    Anche Eff contro Google sul mobile

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    Anche Eff è critica sulle posizioni di Google sulla net neutrality nell'internet mobile.

    La condanna dell'internet mobile

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    Non si capisce perché, nello stabilire alcuni prevalentemente sani principi di net neutrality validi per l'internet a banda larga, Google e Verizon abbiano deciso di introdurre una clausola diversa per l'internet mobile. 

    E' chiaro che finora i provider delle reti senza fili hanno fatto più o meno quello che hanno voluto con la questione della neutralità della rete mobile. Ma non è chiaro perché, nello stabilire dei principi, si dovrebbe ammettere che potranno continuare a fare quello che vogliono per sempre.

    Non solo perché internet mobile e fissa, dal punto di vista dei cittadini, è diversa per i costi ma non per il significato e per la sostanza del valore d'uso. Non solo perché ammettere la non neutralità della rete rallenta l'innovazione nel mobile (come appunto si vuole evitare che rallenti nel fisso). Ma anche perché ci sono diverse soluzioni, ancora poco sviluppate, ma che dovrebbero poter dare all'esperienza dell'internet senza fili la stessa qualità di quella fissa. O si vuole dire che wimax e wifi pubblica sono definitivamente condannate? O si vuole dire che l'internet mobile è il territorio nel quale le grandi compagnie possono giocare tutte le loro carte nel controllo dell'innovazione? Insomma, questa distinzione può valere come descrizione della realtà, ma a livello di affermazione di principio non mi sembra che regga.

    Al mondo ci sono 129.864.880 libri

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    Google ha contato i libri che esistono al mondo. O meglio che esistevano domenica, 1 agosto 2010. Erano 129.864.880. (via Epicenter)

    Boyd e Hargittai sulla privacy in Facebook

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    Danah Boyd e Eszter Hargittai scrivono un paper molto utile per discutere delle questioni relative alla privacy su Facebook. Chi sottovaluta ha torto. Anche se molti utenti non ne sono consapevoli e sembrano razionalmente scegliere di non curare la propria privacy su Facebook, è anche chiaro che l'interesse sul tema cresce con la crescita della conoscenza dello strumento. L'informazione in materia genera consapevolezza e comportamenti consequenziali: dunque trincerarsi dietro l'idea che gli utenti sanno quello che fanno quando non si curano della propria privacy online potrebbe essere un alibi che non tiene.

    Digg per i conservatori

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    Questa volta sono stati i conservatori americani. Si sono organizzati - dicono - in modo da tirar giù i link progressisti su Digg e fare emergere solo i pezzi neo-con..

    Sarebbe ora di rendersi conto che in un contesto basato solo sugli automatismi della piattaforma si rischia di dare più spazio ai prepotenti. Occorrono persone consapevoli, certo, per contrastarli: ma non solo. C'è un grande spazio di innovazione per arrivare a social media che - senza nulla togliere a quelli attuali - incentivino la qualità, la tolleranza, lo scambio leale di opinioni e la condivisione di dati verificabili. Le piattaforme che chiedono troppo alla lealtà di tutti gli utenti rischiano di dare troppo peso agli sleali.

    Partito! 40K

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    E' partito 40K... In bocca al lupo:
    CEO: Marco Ferrario
    Business engine:
    Marco Ghezzi
    Editorial Director:
    Giuseppe Granieri
    Chief Editor: Matteo Brambilla
    Production Manager: Letizia Sechi
    Technology Manager: Matteo Scurati
    Design: Roberto Grassilli

    Pubblicità aumentata

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    Nielsen segnala che la pubblicità è aumentata in Italia, nel primo semestre, del 4,7% rispetto ai primi mesi del 2009, a 4,5 miliardi di euro.

    La pubblicità in tv è aumentata del 7,3%. Nei quotidiani a pagamento dello 0.5%. Su internet del 14,6%. Alla radio del 14,8%. Hanno perso ancora quotidiani gratuiti e periodici.

    La televisione resta padrona della situazione, evidentemente, per valori assoluti e capacità di ripresa.

    Libri e giornali

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    Lo spunto viene da un pezzo di Mante su Punto informatico. Che induce un pensiero laterale. Il pezzo di Massimo allude ai diversi comportamenti degli editori di libri e di giornali nei confronti dei supporti digitali tipo tablet e ereader.

    Una differenza importante sta nel fatto che i giornali sembrano finalmente orientati a sperimentare qualcosa con le apps, mentre i libri tendono a essere trasportati sul nuovo supporto più o meno tali e quali. Il che è sostanzialmente vero. Ma perché avviene questo e che cosa può succedere ora?

    La differenza tra libri e giornali è originariamente nella fruizione dei testi e dei contenuti. Più orientati al consumo immediato i giornali, più orientati ai tempi lunghi i libri. Ma questa differenza originaria è da tempo in discussione. Non in generale ma ai margini: nel senso che le differenze sostanzialmente restano ma nei territori di confine, dove libri e giornali cercano di espandersi, quelle stesse differenze vengono messe in discussione.

    I libri da leggere con calma, tenere in biblioteca e riutilizzare comodamente, consultare, rileggere, o persino destinati a insegnare il gusto per la scrittura, sono la maggioranza. Ma non fanno probabilmente la maggioranza del rumore. E delle vendite. I libri che alimentano il mercato, la moda e allargano i confini degli editori, ultimamente sembrano meno distanti dal concetto di giornale di quanto dovrebbero. Libri di consumo, libri di notizie, libri da spendere in una conversazione e poi dimenticare, ce ne sono tanti. Questi non hanno necessariamente un comportamento molto diverso da quello dei giornali.

    I giornali da consumare restano maggioritari. Tentano di espandersi nella consultazione di lunga durata. Ma fondamentalmente la loro lunga durata è basata sul servizio di consultazione dell'archivio e sulla tenuta nel tempo della credibilità della testata.

    Forse la differenza principale è nel fatto che i libri sono presentati come prodotti di singoli o pochi autori, e l'editore ne è al più il garante, mentre i giornali sono prodotti collettivi in tutto e per tutto.

    Il che porterà i due prodotti a vivere in modo diverso la digitalizzazione. Potrebbe infatti succedere che nel tempo breve i margini si sovrappongano, che i libri col blog e le animazioni assomiglino di più ai giornali e che i giornali su tablet con gli approfondimenti da consultare in rete assomiglino di più a "libri" o almeno scaffali di paper da usare alla bisogna. Ma nel lungo termine dovrebbero emergere nuovamente le differenze. Da una parte il lavoro di espressione degli autori. Dall'altro il servizio delle redazioni. I libri, in questo senso, resteranno prodotti. I giornali, in questo senso, tenderanno a diventare servizi.

    Questo confronto è denso di eccezioni e di incertezze. E certamente questi appunti non le risolvono.

    Il tempo che fa su Google

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    Google Earth promette di mostrare la situazione meteorologica in tempo reale, da oggi. (Bisogna abilitare il layer chiamato clouds).

    Intanto la gente moltiplica gli sforzi per restare un po' invisibile a Google e ai provider. Autodeterminazione della privacy.

    Infine, i finanziari parlano di rallentamento futuro della crescita di Google. E penalizzano il titolo. Nonostante che sia uno dei business che vanno meglio al mondo.

    Strani tempi per Google. Bizzarri Zeitgeist.
    Il Wsj vede un aumento significativo del fatturato pubblicitario dei siti dei giornali americani. Anche se non basta a coprire le perdite della pubblicità cartacea. Ma in questo fenomeno ci sono anche i motivi per aprire un dibattito sulle metriche che motivano i costi pubblicitari online.

    Secondo ComScore, il Cpm (costo per mille pagine viste) è una misura abbastanza disordinata. Nei giornali il Cpm in America, in aprile, era 6,99 dollari, nei portali 2,60 e nei social network 56 centesimi. Nello stesso tempo le pagine viste dei giornali erano 8,5 miliardi, nei portali erano 69,7 miliardi e nei social network 98 miliardi. Il fatturato era rispettivamente di 59,4 milioni di dollari, di 181 milioni e di 54,7 milioni.

    Perché un mercato dovrebbe accettare queste differenze di prezzo e performance? Probabilmente occorre un'unità di misura più coerente e omogenea. Il tempo per utente potrebbe andare meglio?

    Articolo 1, comma 29: non avere paura

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    Il comma 29 per come è scritto sembra dire che qualunque sito è soggetto all'obbligo di rettifica e rischia una multa molto salata se non ottempera in 48 ore. (Fatto)

    Io dico che i blog sono fatti apposta per rendere facilissime le rettifiche. Chi le vuole le mette nei commenti. Se non lo fa subito da solo vuol dire che non ha interesse a un'immediata rettifica della notizia. Se non ha quell'interesse e non lo dimostra, non può pretendere che ce l'abbia il blogger. (Che ne dici Guido?)

    In ogni caso, queste norme (o minacce di norme) non devono mettere paura alla gente che usa la rete onestamente. Se lo scopo di quelle norme (o minacce di norme) è quello non devono realizzarlo.

    (Che ne pensate joiyce, stopthecensure, ilmiopaesealtrove, ilviagradellamente?)

    Il valore del passaparola

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    Sul McKinsey Quarterly, un saggio di razionalità per capire il valore del brand di un'azienda in base ai messaggi trasmessi per passaparola.

    Il valore del brand in base ai messaggi trasmetti per passaparola è funzione del numero di messaggi più il loro impatto. L'impatto è tanto maggiore quanto più: 1. il network è compatto (non disperso); 2. i messaggi sono rilevanti (influiscono direttamente sulle decisioni di acquisto); 3. il mittente è influente; 4. il messaggio riguarda un'esperienza diretta (non è un "sentito dire").

    Meglio pochi messaggi ma di grande impatto che molti messaggi di poco impatto, dicono alla McKinsey.

    Ritrovando Rising Voices

    | | Comments (1) | TrackBacks (0)
    Marta Mainieri sottolinea giustamente l'importanza di iniziative come Rising Voices, lanciata da Global Voices per migliorare l'accesso attivo di popolazioni "sottorappresentate" al sistema dei media. Questa segnalazione fa parte della serie di suggestioni utili per Ahref.

    La coda mozza

    | | Comments (1) | TrackBacks (0)
    Scrive Alberto Carnevale Maffè, su Link, che l'effetto "coda lunga" tradotto in redditività dei contenuti si trasforma in un effetto "coda mozza". I contenuti di larghissima audience e i contenuti di estrema nicchia hanno più possibilità di guadagnare di quanta ne abbiano i contenuti che stanno nel mezzo.

    Scoble entusiasta di Flipboard

    | | Comments (2) | TrackBacks (0)
    Robert Scoble è entusiasta di Flipboard, una nuova app che fa vedere il contenuto proveniente da Twitter, Facebook, feed di giornali e altro, nella forma di un magazine che si sfoglia e si aggiorna continuamente.

    Il design del magazine si dimostra molto attraente. E' come se trasformasse contenuti piuttosto semplici in qualcosa di elaborato e critico. Una storia di user interface che si riprogetta per contenuti del tutto nuovi e per modalità produttive del tutto rinnovate.

    In crisi non è l'utilità e la bellezza della forma del magazine.

    Ecologia della credibilità

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    A quanto pare la credibilità si guadagna con un lungo lavoro e si perde in un attimo. E quando si perde non si ricostruisce se non con un lavoro almeno altrettanto lungo.

    In questo, evidentemente, assomiglia all'equilibrio ambientale. Un sistema ecologico ci mette milioni di anni a formarsi, ma si può distruggere in breve tempo. 

    Se resiste, quando resiste, è solo grazie alla biodiversità. Una monocultura come quella delle aragoste del Nordamerica, diceva Johan Rockström a Ted, sembra estremamente efficiente. Ma basta l'inserimento anche casuale di un organismo esterno per distruggerlo. L'equilibrio ecologico di lunga durata si forma attraverso la biodiversità.

    La credibilità a sua volta resiste meglio se non è basata su un'unica caratteristica. Ma si attribuisce a una persona della quale si conoscono i caratteri distintivi, i valori, i fatti compiuti, le complessità e persino i difetti. La credibilità ottenuta per manipolazione di una o due caratteristiche della persona è fragile.

    Un sistema dell'informazione è credibile se è dotato di infodiversità. Altrimenti è fragile. E prima o poi crolla. 

    (Ma anche le persone hanno bisogno di infodiversità: se si chiudono in un ghetto culturale finiscono per avere una visione del mondo fragile).

    Ethan Zuckerman

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    Jamil Abu-Wardeh

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    Dicono qui in Inghilterra che una commedia che ha successo "kills" mentre una che si dimostra un insuccesso "bombs". «Mi pareva molto adatto al nostro tipo di spettacolo: la commedia mediorientale» dice Jamil Abu-Wardeh. (Ethan riassume). Tanto che con altri colleghi - tra cui un iraniano e un coreano che parla arabo - è riuscito a mettere in piedi una compagnia chiamata "The Axis of Evil". Per combattere gli stereotipi li devi ridicolizzare...

    Ecco una registrazione. Non quella di Ted che arriverà nei prossimi giorni con la solita fantastica qualità...


    Per Robert Senior, fondatore di Fallon e ora Saatchi & Saatchi Fallon, dice che le elezioni britanniche sono state stravinte dalla televisione. «Altro che internet. Proprio quest'anno, la tv ha ridefinito la politica inglese».

    L'ultimo Grande Fratello

    | | Comments (0) | TrackBacks (0)
    In Gran Bretagna il Grande Fratello è ormai considerato noioso. Ha perso la metà dell'audience dal 2000. E Channel 4 ha deciso che lo trasmette quest'anno per l'ultima volta, riferisce John Lloyd.

    Dov'è nato il web

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    David Galbraith, in un post da leggere, per celebrare, ricostruisce con Tim Berners-Lee il luogo esatto dove al Cern è Stato concepito e poi scritto il codice che ha dato vita al web. Era il 1989. L'anno della caduta del muro di Berlino e della nascita del www...

    Facebook vuole un miliardo di utenti

    | | Comments (0) | TrackBacks (0)
    Facebook vuole un miliardo di utenti. E pensa di arrivarci abbattendo le barriere all'adozione del suo prodotto nei paesi del Sud del mondo. Salvo la Cina, probabilmente.

    YouTube mobile in html5

    | | Comments (1) | TrackBacks (0)
    YouTube ha scelto di svilupparsi in html5 per la fruizione mobile. E' chiaro che l'evoluzione del video si sta davvero liberando delle limitazioni di Flash-Adobe. Ma è anche una nuova tappa della competizione sana tra Google e Apple.

    Prospettiva internettara positiva

    | | Comments (0) | TrackBacks (0)
    Pew segnala un suo studio dal quale si vede che gli internettari considerano la rete come un motivo di miglioramento delle relazioni sociali. E in prospettiva pensano che continuerà a migliorarle ancora più chiaramente in futuro.

    Tablet e libri: la velocità della lettura

    | | Comments (0) | TrackBacks (0)
    Jakob Nielsen, uno dei massimi esperti di usabilità, riporta i risultati di uno studio secondo il quale si leggerebbe più lentamente su iPad e Kindle di quanto non si legga sui libri di carta.

    Molti hanno ripreso e, spesso, criticato la notizia: Mobile-ent (non è troppo più lento), Teleread (non è uno studio definitivo), TechSpot (sempre meglio del monitor del pc), Mulley, MobilitySite (studio affrettato), MacStories (ci vogliono altri studi), AppAdvice (non è detto che la velocità di lettura sia davvero così importante), iReaderReview (abbiamo un'antica abitudine a leggere sulla carta e poca sui tablet; inoltre, su certi dati, lo studio sembra poco significativo dal punto di vista statistico). Pasteris, eBookit (lo studio segnala comunque che gli utenti sono piuttosto soddisfatti).

    Non è detto che la velocità sia tutto nella lettura. Certo è una componente. Sarebbe bello vedere anche se i tablet invitano a leggere più attentamente, o aiutano a ricordare meglio quello che si legge, sia paragonandoli alla carta che paragonandoli al web. E' vero che la carta è un'abitudine antica e il digitale no. Ed è vero che le logiche con le quali si impaginano le parole sulla carta non sono necessariamente le migliori quando si traspongono sul tablet. Ci sarà un'evoluzione.

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    Altri commenti alla twittata su questo argomento dell'altro giorno:

    FriendFeed
    per la miseria, dateci il tempo! - Gaspar Torriero
    il link corretto è http://mashable.com/2010... - alieb
    like a Gaspar :) - roberta milano from iPhone
    forse, ma si limitano le calorie spese nel girare pagina :P - Riccardo Cambiassi
    che poi io per esempio probabilmente leggo piu 'lento ma alla fine leggo di piu', quindi... - massimo mantellini
    io più che altro almeno ho un solo posto dove tengo i libri / note / commenti. la mia biblioteca cartacea è stata disintegrata da qualche trasloco di troppo - Riccardo Cambiassi

    Twitter
    1. SandroMontagner @lucadebiase cosa abbastanza intuibile, visto che il comportamento degli occhi non è il medesimo se sta davanti a un libro o ad uno schermo.
    2. salvomizzi @lucadebiase dunque si assimila meglio?
    3. intermezzi @lucadebiase la pagina non si apre... comunque credo sia solo una questione di abitudine: d'altronde è su carta che si impara a leggere

    Facebook
    Romeo Bassoli
    ci credo.Richiede una attenzione maggiore
    sabato alle 20.06

    Laura Biason
    E non serviva uno studio per dirlo. Se poi vogliono farne un altro, possono verificare anche che ci si stanca prima...
    sabato alle 20.10

    Sara Cristaldi
    ma tu sei d'accordo, luca?
    sabato alle 20.17

    Domenico Ferrara
    Confidiamo ancora sulla carta...
    sabato alle 20.20

    Pietro Zanarini
    io invece dall'iPad ho letto quello studio in un secondo (forse perchè quell'url mi da "Page Not Found" :-)
    sabato alle 20.22

    sabato alle 20.31

    Pietro Zanarini
    Grazie Jack!
    sabato alle 20.37

    Luca De Biase
    grazie jack
    sabato alle 20.44

    Luca De Biase
    @sara : sulla carta abbiamo imparato a scrivere.. per l'ipad dobbiamo ancora imparare..
    sabato alle 21.00

    Sara Cristaldi
    E questa e' la cosa più challenging. Ma questo e' il futuro dei giornali e dei giornalisti. Prima lo capiranno e meglio sara'
    sabato alle 21.39

    Pietro Zanarini
    io però nello "slow read" non ci vedo nulla di male, anzi!
    sabato alle 22.35 ·

    Fiorella Buzzi
    secondo me il nodo non è come si legge, ma come si scrive. La digitalizzazione di un testo lineare che resti tale (quindi che non diventi ipertestuale) è un ibrido la cui efficienza, oggi, dipende dall'efficacia del dispositivo di fruizione. La sua ricaduta è solo sul piano della distribuzione, laddove per "testo" si intenda "prodotto editoriale... Mostra tutto".
    I fatti sono due:
    • la digitalizzazione è un processo generale e irreversibile. Tra l'altro, l'intera produzione editoriale è già digitale e si interrompe solo nel momento in cui il testo, fino a quel momento immateriale, viene "appoggiato" sulla carta (vedi Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Laterza).
    • l'ipertesto è la migliore modalità di fruizione del testo in rete, potrebbe esserlo anche in ambiente digitale offline. I testi che funzionano in rete sono tendenzialmente brevi e soprattutto puntano ad altri contenuti.
    I prodotti su carta, invece, sono della natura più varia. Per portarli dalla carta al digitale, e perché funzionino, occorre prima capire quale tipo di scrittura sia più adatta alla fruizione digitale offline. In altre parole, niente copia e incolla dal prodotto cartaceo. IMHO, ovviamente.
    Ieri alle 12.21

    Piattaforme bucate

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    Non solo la piattaforma della BP si rompe. Anche quelle di Apple e YouTube, pare. Dicono che l'AppStore sia stato aperto e sfruttato da mani maligne, con tanto di furto di soldi a ignoti utenti e acquisto di apps non volute (TheNextWeb). Peraltro, MacRumors invita a non esagerare questo allarme, non particolarmente nuovo né diffuso. Intanto, TheNextWeb segnala anche un buco su YouTube, con una risposta di Google che dichiara di avere già risolto. Dario commenta. L'inquinamento della rete è latente. Motivo di più per essere prudenti. E cambiare spesso la password.

    Fragili commons

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    Oggi lezione di Lewis Hyde al Berkman Center sulla facilità con la quale i privati depredano i commons culturali. E su come si possono difendere e valorizzare.

    "Lewis Hyde's talk will be drawn from a book he has just finished, Common as Air:  Revolution, Art, and Ownership.  One thesis of the book is that the founding generation in the United States hoped to establish a cultural commons of art and ideas, a lively public domain of created works that all of us use because nobody controls it.  What has become apparent in recent years is that the founders did not leave us with any good way to protect this commons.  The public domain has turned out to be highly vulnerable to private capture.  How might this vulnerability be reduced?  How might an unguarded public domain be converted into a rule-governed and thus durable cultural commons? "

    Pensa differente

    | | Comments (7) | TrackBacks (0)
    Le neuroscienze e l'esperienza quotidiana insegnano: siamo multitasking nelle operazioni più o meno automatiche (masticare una gomma americana e camminare) ma non siamo in grado di dedicare attenzione a più di un'attività alla volta.

    La parola chiave è attenzione. E la domanda che circola sempre più spesso è: internet ci sta cambiando il modo di pensare influendo sulla nostra capacità di concentrare l'attenzione? Se lo domandano per esempio oggi al Telegraph (che cita molti precedenti interventi in materia).

    L'attenzione è precisamente il contrario del multitasking: è focalizzazione. La consapevolezza che dedichiamo a un'attività della quale siamo coscienti e alla quale dedichiamo attenzione è il solo modo per realizzarla efficientemente, velocemente, in modo da ricordarla e poterla elaborare ulteriormente.

    La lettura e la scrittura, come la parola, richiedono un'attenzione focalizzata che non consente di fare altro nello stesso tempo. O meglio: si fa altro, ma non con lo stesso grado di attenzione, quasi in automatico (c'è chi ascolta musica mentre legge o scrive... tutti accumulano materiale inconscio mentre vivono la loro vita quotidiana... tutti pensano e parlano mentre mangiano e respirano...). Ma le cose cambiano: e allora può cambiare la scrittura e la lettura in modo da diventare un'attività semiautomatica? Può cambiare in modo da influire sul modo in cui pensiamo?

    Dato che il cervello evolve lentamente, è più facile pensare che esista un'evoluzione della scrittura e della lettura. Il web è evidentemente molto efficiente per una lettura esplorativa e veloce. Il libro è chiaramente più orientato alla focalizzazione dell'attenzione. Entrambe le forme servono a quello che servono: ma è giusto pensare che il web diseduchi all'attenzione? Non è più probabile che una società dello zapping sia già abbastanza distratta da non aver bisogno anche del web per perdere abitudine alla concentrazione sui libri? Ed è poi vero che perdiamo attenzione per i libri?

    La lettura dei libri non è mai stata diffusissima ma non sembra in crollo verticale. Anzi. E gli iPad, eReader e tablet arrivati e in arrivo dimostrano che le persone vogliono anche strumenti atti a favorire una lettura più concentrata e attenta. Il web può educare alla velocità, insegnare a trasferire rapidamente la focalizzazione da un'attività a un'altra e indurre nella tentazione di pensare di poter leggere e scrivere molte cose contemporaneamente: la lettura lineare del libro resta un elemento educativo fondamentale per allenare alla focalizzazione. Ma come finisce per sostenere anche l'articolo del Telegraph non c'è nessuna prova che il web abbia un potere diseducativo tanto forte da rendere di per se chi lo frequenta più debole nella lettura dei libri. In effetti, si può scommettere che la probabilità di trovare lettori di libri tra i frequentatori abituali del web (rapporto lettori/navigatori) è molto più alta della probabilità di trovare lettori di libri tra i frequentatori abituali della tv (rapporto lettori/telespettatori).

    Certo, la capacità "educativa" della televisione e del web - per quanto riguarda la loro differente struttura tecnica - è ancora una materia di indagine. E si può scoprire di tutto. Un dato di buon senso è però quasi certamente giusto: il migliore allenamento della mente è la diversità e varietà dei modi in cui la nutriamo. 

    A commento ulteriore, si può dire che il problema della sindrome della disattenzione denunciata da più parti non è tanto collegato al web, quanto a una vera e propria strategia della disattenzione. (Ringrazio Mante e Comizietto per le recenti citazioni). Un'intera industria della comunicazione sembra essere stata asservita a un potere soft che oltre a cercare l'attenzione dei sudditi per somministrare abbondanti dosi di propaganda, ha imparato a liberarsi da ogni controllo attraverso la confusione e a convincere attraverso un bombardamento di messaggi fatti per riempire orecchie distratte e per governare menti disattente.

    Blogger e pubblico attivo sono chiamati a mantenere viva l'attenzione contro la strategia della disattenzione. E' un compito che in molti si sono assunti. Un compito prezioso. Da svolgere con pazienza, senza stancarsi...

    Domande: Fondazione Ahref

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    Chi ha visto cose nuove eccellenti nel mondo dei social media? Ha voglia di segnalarle? E che cosa sta succedendo ai blog? Stiamo attraversando una fase di stanca? O è solo l'approssimarsi dell'estate? E la concorrenza del mondiale?

    Già: mentre si aspetta vengono in mente un sacco di domande.

    Si aspetta che cosa? Intorno alla metà di aprile è stata creata davanti a un notaio la Fondazione Ahref, per contribuire alla crescita dei media sociali in Europa, a partire dall'Italia. Da quel momento, la burocrazia necessaria a far nascere una nuova persona giuridica ha preso in mano la situazione. Speriamo che la lenta procedura delle carte bollate e dei timbri ufficiali trovi presto il suo giusto coronamento. 

    Ma l'indomabile ottimismo che contraddistingue i fondatori non li lascia in tranquilla attesa. 

    Il tempo trascorso da allora è stato impiegato nel test delle idee che andiamo sviluppando con gli interlocutori che hanno la pazienza di ascoltare le nostre ipotesi di lavoro. E nella ricerca di persone disposte a dare una mano. 

    Approfittando delle ultime settimane di inattività burocraticamente indotta, possiamo raccogliere le idee e chiedere il contributo di esperienze e visioni di chi voglia offrirle anche su questo blog. Domande che è necessario porsi, mentre si passa il tempo:

    1. come si riconosce la qualità dell'informazione?
    2. è vero che i blog sembrano attraversare una fase di stanca e linkano meno tra loro?
    3. i social media possono influire non solo episodicamente sull'agenda generale di un paese?

    Lo scopo di queste domande è raccogliere il più possibile di idee per configurare i servizi della Fondazione nel mondo più ragionevole e attento possibile... Sarà sempre così: una Fondazione a caccia di suggerimenti. Ma questo, prima che le prime scelte siano fatte, è un buon momento per contribuire.


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    Per comodità di chi volesse contribuire, ecco il post di aprile e i commenti relativi:

    Nell'ecosistema dell'informazione c'è ormai uno spazio evidente per le iniziative che siano sostenute dalla comunità, con motivazioni legate alla responsabilità sociale e culturale dei cittadini e, dunque, organizzate in una forma non profit. 

    A Trento è appena nata la Fondazione Ahref. E' pensata per studiare, diffondere e progettare iniziative di qualità nei media sociali al servizio dei cittadini che la sostengono. 

    Il nome viene dal comando html per creare un link. E il suo compito è proprio quello di sviluppare collegamenti. Per contribuire allo sviluppo di un ecosistema sano dell'informazione. 

    La Fondazione comincia in questi giorni. Tutti i particolari sono ancora in via di definizione. Solo il suo scopo è chiaro. E' un buon momento per mandare alla Fondazione qualche consiglio...

    7 Comments

    si, am come? hanno un sito?

    "La comunicazione globale, l'iper-informazione, minacciano tutte le difese umane. Lo spazio simbolico, lo spazio mentale del "giudizio", non è più protetto da niente". Jean Baudrillard

    è appena cominciata e certamente il sito verrà fuori tra un po' di tempo... ora c'è solo l'annuncio... http://www.ahref.eu/ (update: con i tempi dettati dalla burocrazia, ora c'è la descrizione delle finalità della fondazione contenuta nello statuto)

    ricordo che segnalai a suo tempo, sempre della fondazione kessler, il bando per giovani laureati "Progetto Esplorativo SoNet" http://is.gd/bGGwN

    Credo che il contributo della fondazione <ahref in questo settore possa rivelarsi fondamentale.

    L'informazione prodotta da aggregazioni spontanee di cittadini può davvero rappresentare il fulcro per un effettivo cambiamento.

    "Il cambiamento non arriverà se aspettiamo altre persone o altri tempi...; SIAMO NOI QUELLI CHE STAVAMO ASPETTANDO". [Barack Obama]

    Nel nostro piccolo ci stiamo provando in provincia...

    Vedi MIRANO Community Network @: http://40xmirano.ning.com

    Auguri alla Fondazione ai blocchi di partenza!

    Gli estremisti del copiadiritto

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    Un tribunale americano ha dato ragione a YouTube e torto a Viacom per una causa sul copyright sostenendo che la legge non impone alla piattaforma di fare il monitoraggio di ciò che fanno gli utenti con il copyright. Basta che sia cooperativa con gli aventi diritto. Non è obbligata a fare lo sceriffo. (Commenti di YouTube, Viacom, Electronic Frontier Foundation)

    Gli estremisti del copyright vorrebbero imporre a tutta l'industria dell'internet di mettersi al loro servizio. E vorrebbero costantemente allargare lo spazio del copyright oltre i limiti attuali.

    Un copyright equilibrato è attaccato dall'azione parallela dei pirati da una parte e degli estremisti del copyright dall'altra. L'Economist aveva pubblicato un fondamentale articolo su questo punto: il copyright è una lesione alla libertà che ha perfettamente senso per la remunerazione dei creatori ma non può andare oltre un limite equilibrato. La ricerca dell'equilibrio è difficile ma va perseguita con grande tenacia e ragionevolezza.

    Storcere il naso in rete

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    Si vede che storcere il naso quando si parla di internet è diventato un modo per appartenere alla corrente di chi è controcorrente. Come se si potessero combattere gli ideologici che hanno dipinto la rete come una terra promessa - quindici anni dopo - dicendo che non è veramente meravigliosa. C'è rumore, si dice. C'è falsità, si afferma. C'è capziosità, settarismo, violenza, populismo... si lamenta. Ovviamente, si ammette anche che in rete c'è tanto di buono... ma insomma...

    Insomma che?

    Una rete di decine di milioni di persone in Italia, di quasi due miliardi di persone nel mondo, non si valuta come unità. Ma per quanto valgono le diverse fonti di contenuto, le piattaforme sulle quali si pubblica, le innovazioni che non cessano di alimentarla. E comunque, in un'epoca ancora dominata dalla televisione, che ha tutti i difetti della rete più uno, storcere il naso parlando di internet è come dire che la rivoluzione è scomoda.

    Casomai, occorre digerire l'innovazione, pensare le conseguenze di quello che si sta facendo, credere nella possibilità di cambiare quello che può essere cambiato e smettere di fingere di poter cambiare ciò che non cambia. E casomai si può cercare una sintesi pratica: la televisione, si diceva, è il potere rassicurante della convenzione mentre internet è l'influenza inquietante dell'azione. Nel senso che la sua vera specificità è la facilità con la quale si può tentare di trovare e proporre alla rete una soluzione per i problemi che la rete sembra far emergere.

    Tanto per fare un esempio. Tutti noi soffriamo per il "rumore" della rete: internet per ora non ha risolto il fastidioso "rumore" generale delle grida sconnesse che la società lancia attraverso tutti i suoi media (cfr. Ecologia dell'attenzione) e forse ha contribuito ad aumentarlo. Ma a fronte di questo, la gente che sta in rete non cessa di provare a proporre nuovi filtri, motori di ricerca, forme di collaborazione, che servono proprio a navigare meglio tra le molte sollecitazioni mediatiche, con meno disturbi. Di certo non siamo vicini alla "soluzione finale", ma questa probabilmente non è desiderabile. Probabilmente, siamo invece molto vicini al punto di partenza di questo strumento: la cultura non lo ha ancora digerito. La gerarchia della qualità, la finezza intellettuale, l'eccellenza delle idee non si distingue ancora facilmente dalla bagarre generale. Ma è inutile accusare di questo la rete (dimenticando che la televisione ha fatto la sua parte, eccome): molto meglio farsi venire un'idea e agire. Si può.

    (Con pazienza. Senza stancarsi).

    Televisione e internet

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    Appunti per un intervento alla Fondazione Cini, su "dalla televisione a internet". 



    Parlando di tecnologia dei media non ci potrebbero essere strutture più apparentemente opposte di quanto non siano internet e la televisione. La rete corrisponde alla struttura della società delle singole persone che ciascuna si esprime, si connette alle altre, cerca riconoscimento. Riflette la struttura sociale prima di poterla eventualmente modificare. La televisione corrisponde alla gerarchia della conoscenza e della narrazione pubblica: riflette la struttura del potere prima di potersi adattare alla società. È la differenza tra la dinamica top-down e la dinamica bottom-up. È la differenza tra gerarchia e rete. È la differenza tra broadcast e narrowcast. Non è la differenza tra modernità e postmodernità, tra industria e postindustria, tra moneta e gratuito: è la differenza tra il potere rassicurante della convenzione e l'influenza inquietante dell'azione.


    La relazione storica tra televisione e internet non è quella del prima e del dopo. Internet è la versione informatica di relazioni molto tradizionali tra le persone, le istituzioni, le comunità. La televisione sembra resistere meglio di ogni altro elemento del sistema mediatico del secolo scorso, come ha spiegato recentemente l'Economist. Lo si comprende pensando al suo antenato: il campanile.


    Il campanile è una struttura mediatica estremamente costosa che solo il potere massimo della chiesa poteva permettersi di far accettare, pagare e costruire dal gregge dei suoi fedeli sudditi. Il suo compito è quello di lanciare i messaggi fondamentali per la vita della comunità. Scandisce il tempo, riflettendo insieme le necessità operative della giornata di lavoro di ciascuno e le esigenze rituali e dunque educative della vita sociale, senza mancare di trasmettere gli allarmi e le notizie insolite ma importanti per la vita della comunità. La decodifica dei suoi messaggi avveniva in base a un pensiero convenzionale ben preciso (e stabile). Non c'era nessuna premessa di un dibattito sulla partecipazione alla produzione di messaggi da parte del pubblico.


    La televisione non è stata molto diversa per i lunghi sessant'anni della sua storia. All'inizio si è inserita nel pensiero convenzionale che aiutava a decodificare i suoi messaggi. Poi, con la sua commercializzazione, ha costruito la nuova convenzione dalla quale ha fatto discendere la decodifica dei suoi nuovi messaggi, contribuendo a modificare e manipolare il pensiero collettivo in modo enorme.


    Il campanile non ha però mai governato pienamente le coscienze. E nemmeno la televisione.


    Altre istituzioni e altre strutture mediatiche hanno sempre reso relativo un potere che si pensava strutturalmente assoluto. La famiglia, le relazioni personali, il passaparola... Internet è stata la rivoluzione del recupero dell'autonomia della società dalla dominanza congiunturale della televisione. Ha riabilitato le persone a connettersi e riconoscersi indipendentemente dalla fiction televisiva. Non ha annullato la televisione. Ha creato una nuova dimensione della comunicazione nella quale ciò che la televisione non può fare ritrovava uno spazio. Ma internet può fare molto di più.


    Il confronto è appena cominciato.

    Maxxi, Ataman e un problema legale

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    La mostra di Kutlug Ataman al Maxxi di Roma è la porta d'accesso a una ricerca vera. La ricerca di un regista, artista, documentarista, esploratore dell'esperienza delle persone anche - senza farla troppo difficile - attraverso l'esplorazione del linguaggio narrativo. Siamo ai confini del Mediterraneo, facciamo domande alla sociologia francese e alla consapevolezza turca, camminiamo per la Mesopotamia e ci sdraiamo sul divano (parola araba) per guardare immagini oniriche-ironiche che scendono dal soffitto. Bello. Interessante. Divertente.

    E meno male. Perché...

    Dov'è il problema? In una curiosa - poco diffusa anche se non del tutto assente altrove - clausola delle note legali:
     
    "Qualsiasi forma di link al presente sito, se inserita da soggetti terzi, non deve recare danno all'immagine ed alle attività del MAXXI."

    Questo post contiene, appunto, due link al sito del Maxxi. Contiene anche una critica positiva. Se non fosse stata positiva avrebbe recato danno - con tutti i limiti di questo blog - all'immagine e alle attività del Maxxi. 

    Ne consegue una curiosità: che valore ha e che cosa significa esattamente quella clausola?

    ps. Cercando in Google, si trova meno di una trentina di siti che riportano una clausola analgoca, tra i quali:

    Soru, Caio, Gentiloni

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    Francesco Caio e Renato Soru. Insieme per discutere dell'internet all'italiana, tra banda larga che non si allarga e politica che si restringe. L'occasione è stata ieri, sul finire di una giornata dedicata al tema, a Roma, organizzata da Paolo Gentiloni

    Non era la serata per ritornare a parlare dei dettagli del piano per la banda larga, per vedere le possibili configurazioni tecnologiche, per ritornare sulle polemiche tra gli operatori... Era la serata per ascoltare due protagonisti veri che, con il cuore e il cervello, hanno fatto molto per l'infrastruttura dell'internet italiana. Ed era la serata per cercare di comprendere come si può sparigliare, come si può sbloccare il processo che serve a migliorare la connettività in questo paese, chi se ne deve occupare.

    Entrambi hanno scelto di partire dalla visione. Per Caio è dimostrato che l'allargamento della banda è pienamente connesso allo sviluppo economico. Per Soru è chiaro che, come dice l'Europa, la rete è competitività e inclusione. Per entrambi è speranza di crescita culturale, sociale, economica. 

    Caio ha sottolineato il fatto che un piano è necessario per essere al passo con il progresso globale. E che non ha senso lasciare che l'Italia resti indietro per poi affrontare la questione quando sarà diventata un'emergenza. 

    Soru ha insistito sul fatto che la velocità del progresso tecnologico su internet è tale che, sebbene tanti treni passino e si perdano, ce ne sono sempre nuovi davanti a noi. Anche gli italiani hanno dimostrato di essere in grado di fare innovazione: avevano fatto il loro motore di ricerca, la loro voip, i loro social network. Altri hanno vinto in questi settori: ma gli italiani - come tutti - possono continuare a cercare e aprirsi nuove opportunità, perché la rete non si è fermata ed è in piena ebollizione innovativa. 

    Occorre convinzione e orientamento fattivo. In rete vince chi sperimenta, investe, innova. E del resto questo vale per l'insieme dell'economia che non supererà la crisi se non torna a investire e non prende la strada dell'innovazione vera.

    La politica, si direbbe, non è abbastanza convinta. Da una parte - la maggioranza - è concentrata su altre infrastrutture e certamente privilegia la televisione. Dall'altra parte - l'opposizione - non ha ancora fatto dell'internet un suo vero cavallo di battaglia e il terreno sul qualche puntare per vincere. Ma Paolo Gentiloni sta dando un contributo notevole in questa direzione. 

    Cara carta

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    Un comunicato stampa è un comunicato stampa. Qualche volta vale la pena di condividerlo, come documento:

    SETTORE CARTARIO NAZIONALE:

    pesante contrazione di produzione (-11,2%) e fatturato (-16%) nel 2009

     E' urgente completare le riforme del mercato del gas e attuare la Direttiva Cogenerazione

     Senza rilancio dell'industria manifatturiera non ci sono né sviluppo né politiche ambientali

     

     

     

    Milano, 16 giugno 2010 - Si è tenuta oggi, presso l'Associazione Civita a Roma, l'Assemblea Annuale di Assocarta  con la partecipazione del Sottosegretario allo Sviluppo Economico, Stefano Saglia, del Presidente e del Commissario dell'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas, Alessandro Ortis e Tullio Fanelli, del Vice Presidente di Confindustria, Antonio Costato e del Direttore Generale di CEPI - Confederazione Europea dell'Industria Cartaria - Teresa Presas.

     

    Le cartiere italiane nel 2009 hanno realizzato una produzione di 8,4 milioni di tonnellate per un fatturato di poco superiore ai 6 miliardi di Euro con una contrazione rispettivamente dell'11,2% e del 16% rispetto al 2008.

    "Nel confronto con il livello massimo di produzione e fatturato toccati nel 2007" afferma Paolo Culicchi, Presidente di Assocarta "le nostre imprese hanno perso ben oltre 1,7 milioni di tonnellate di produzione e 1,6 miliardi di Euro di fatturato riportando il settore alla fine degli anni '90. Se poi consideriamo il cartario come primo anello della filiera produttiva Editoria, Carta, Stampa e Trasformazione, il fatturato che nel 2007 aveva superato i 42,6 miliardi di Euro, è sceso a poco più di 35,1 miliardi nel 2009 con una contrazione complessiva di 7,6 miliardi di Euro e una contestuale perdita di 10 mila addetti, sempre per il biennio 2007-2009, che si triplica se consideriamo l'indotto".

    Qualche modesto segnale positivo si rileva nei primi quattro mesi dell'anno dove, nonostante gli elevati costi energetici, i continui rincari delle materie prime fibrose e la difficoltà nel loro approvvigionamento, si è registrato un incremento tendenziale generalizzato nei vari comparti del 7,8% nei volumi e del 5,8% in termini di fatturato.

     

    "Senza rilancio dell'industria manifatturiera" evidenzia Culicchi "non ci sono né sviluppo né politiche ambientali e per recuperare competitività è indifferibile il completamento delle riforme del mercato del gas e l'attuazione della Direttiva Cogenerazione adottata a livello europeo nel 2004. Riguardo invece alla difficoltà nell'approvvigionamento delle materie prime" conclude Culicchi "Assocarta apprezza l'iniziativa del Presidente di Confindustria Marcegaglia e l'intenzione del Vice Presidente della Commissione Europea Tajani di adottare una lista di materiali strategici per l'Europa che includa legno, cellulosa e carta da macero".  E per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di riciclo previsti dalla Direttiva Europea in materia di rifiuti (n.8/2008), in corso di recepimento, è essenziale preservare la competitività dell'industria promuovendo le capacità industriali in Italia anziché esportare i materiali raccolti in Europa senza alcun beneficio in termini di valore aggiunto e di efficace gestione delle risorse.

     

     Questi interventi sono indispensabili per ridare slancio a un'industria cartaria che ha una grande storia e un grande futuro da raccontare. Un'industria verde che produce un materiale, la carta, che è rinnovabile, riciclabile e naturale. La sostenibilità del settore cartario è stata oggetto dell'intervento di Teresa Presas, Direttore Generale di CEPI - Confederazione Europea dell'Industria Cartaria - che ha sottolineato come le cartiere europee abbiano saputo disallineare la produzione cartaria dal suo impatto ambientale ad esempio attraverso una riduzione delle emissioni di CO2 del 42% per tonnellata se consideriamo il periodo 1990-2008.

    Anche la crescita del riciclo si è rilevata per il settore più veloce della produzione: dal 1991 ad oggi si registra un +56% nella produzione e un +123% nell'utilizzo di macero. Basti pensare che entro quest'anno, in Europa, saranno riciclati più di 2000 Kg di carta ogni secondo.

     

    La sostenibilità del prodotto carta unitamente alla sua efficacia sono i temi su cui incentra il nuovo progetto europeo di comunicazione Print Power presentato da Massimo Medugno, Direttore Generale di Assocarta. "Dopo l'iniziativa italiana sui luoghi comuni della carta" afferma Medugno "Assocarta anche grazie all'impegno di Paolo Mattei e delle aziende del comparto grafico ha sostenuto la costituzione di Print Power, un'iniziativa promossa da tutta la filiera in ben tredici Paesi europei che ha l'obiettivo di promuovere la comunicazione su carta come strumento efficace e sostenibile presso i decisori degli investimenti pubblicitari".

    La fisicità della carta consente contatti reiterati e tempi più lunghi di esposizione al messaggio mentre la sua permanenza è sinonimo di credibilità in quanto il soggetto che comunica risulta maggiormente coinvolto in termini di responsabilità. Inoltre, l'esperienza tattile legata alla carta coinvolge il lettore stimolandone l'immaginazione e l'attenzione.

    Print Power promuoverà anche il marchio TwoSides - Il lato verde della carta - che documenta la sostenibilità della comunicazione su carta anche presso il grande pubblico sfatando con evidenze luoghi comuni che vedono la carta come sinonimo di inquinamento e deforestazione.

    "E' bene ricordare" conclude Medugno "che più del 60% della carta e del cartone prodotti in Italia proviene da impianti con sistemi di certificazione ambientale (ISO 14001 e/o EMAS) e che la totalità della fibra vergine impiegata in Italia proviene da foreste gestite in modo sostenibile mentre il 60% della fibra è anche dotato di certificazione forestale".

     

     

     

     

     

     

    Per maggiori informazioni:

    Maria Moroni - Comunicazione e Ufficio Stampa Assocarta

    maria.moroni@assocarta.it


    Editing YouTube

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    Dice YouTube che ora si può fare un po' di editing dei video direttamente sulla piattaforma (tipo: mettere insieme più video, tagliare l'inizio e la fine, aggiungere una colonna sonora...). (YouTube)

    Facebook cambia ancora regole

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    PeteSearch fa notare che Facebook ha imposto nuove regole ai robot che visitano le sue pagine e raccolgono informazioni. E non sono né chiare né standard. Mettono in difficoltà i piccoli e impongono ai grandi di trattare. Soprattutto non salvaguardano gli utenti ma soltanto quello che Facebook pensa di possedere perché gli utenti lo hanno prodotto e di fatto donato al social network.

    E' un'epoca in cui tutti si fanno le loro regole e gli standard di comportamento online sono messi in discussione dalle grandi piattaforme.

    Dice PeteSearch:

    "What it means in practice is that large established companies are able to crawl (though always with the threat of legal action hanging over them) but smaller, newer startups will be attacked by Facebook's lawyers as soon as they look threatening. Google definitely fall foul of the new rules (caching web pages, the use of data for advertising purposes), so I'd be interested to know if they've signed up? I know these changes would make it impossible for them to get started today, since they'd have to contact each and every website before they crawled them and respond to things like "an accounting of all uses of data collected through Automated Data Collection within ten (10) days of your receipt of Facebook's request for such an accounting". Avoiding that sort of mess was exactly why the industry agreed on robots.txt as a standard.

    To be completely clear, I understand that Facebook need to protect their users' privacy. This does nothing to help that, anyone malicious is free to gather and analyze all the information they have made public about people, Facebook has left it all completely in the open with no technical safeguards. What this does is gives Facebook a legal stick to beat anyone legitimate who tries to openly use the data they've made available in a way they decide they don't like."

    Twitt about BP

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    Tweets about BP (#BP)




    Oltre la carta

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    Visioni e pratiche sulla vita oltre la carta. Oggi a Milano. GG promette di scriverne su Twitter.

    Giornali equilibrati

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    Dice l'Economist che l'annunciata morte dei giornali non è più così imminente. Aumentare il prezzo di copertina e ridurre i costi consente a molti editori americani di ritrovare un equilibrio economico. Anche se non ritroveranno facilmente i margini da 20% del fatturato che avevano in un non lontanissimo passato. E anche se altri tagli sono prevedibili.

    L'equilibrio economico è necessario a qualunque struttura che voglia fare informazione con un minimo di indipendenza. Non è sufficiente, naturalmente. Anche perché in certi casi l'equilibrio economico si trova proprio attraverso l'asservimento. Ma - sebbene per la sufficienza ci voglia altro - è pur sempre una condizione necessaria.

    La tendenza dunque è chiara: la carta costa di più e la si fa pagare di più, mentre si adeguano i costi alla nuova struttura tecnologica. Il passaggio va governato in modo da non andare a gambe all'aria. E da salvaguardare il bene più importante di una testata: la sua credibilità.

    Dunque:
    1. per far pagare di più la carta e per sprecarne di meno occorre scrivere cose che abbiano grande valore; il che significa che occorre investire sulla qualità dei contenuti, non disinvestire su questo fronte
    2. per trovare la modalità più adatta a valorizzare l'informazione prodotta e distribuita per i media digitali occorre investire sulla sperimentazione, non disinvestire su questo fronte
    3. per traghettare il business editoriale dalla situazione tradizionale alla nuova occorre ridurre i costi, ma non in modo indiscriminato, orientando i tagli in una direzione coerente con la tendenza di fondo che a questo punto appare piuttosto chiara... 

    Ogni azione burocraticamente amministrativa che non distingue la qualità e la strategicità delle risorse da coltivare da quelle che possono essere tagliate senza impoverire il business può essere piuttosto pericolosa. Imho.

    Ma se questo vale per gli editori, ai giornalisti compete di migliorare la qualità del loro lavoro e l'apertura alla sperimentazione. Con umiltà. Ma credendoci. L'Economist ha scritto un pezzo incoraggiante. E l'Economist in passato aveva pubblicato una copertina dal titolo "who killed the newspaper?" (testo, ora, a pagamento).

    La difficoltà di scomparire

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    Una bella pagina di SmashingMagazine mostra i diversi gradi di difficoltà che incontra chi si voglia cancellare da un social network. E' molto difficile uscire da Facebook. Impossibile da Wikipedia. Per gli altri è un po' più facile. Ma la memoria della rete è enorme...

    Ricerche sullo sguardo

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    sguardovangogh.jpg



    Esistono ricerche sullo sguardo? Molte. Il cinema dello sguardo ne ha sugerite diverse. Così come la fotografia e l'arte figurativa. I link sono del tutto insufficienti a dare un'idea della vastità dell'argomento. C'è persino chi, come Ninjia, presenta il tema del tracciamento dello sguardo sui banner nei social network.

    Ci starebbero anche ricerche sullo sguardo in senso antropologico e neuroscientifico. Lo sguardo è un insieme di espressione e funzione. Nasce dall'attività di vedere, sboccia nel momento in cui incrocia un oggetto o una persona da vedere, esprime il modo in cui si sente chi vede e persino come reagisce a ciò che vede.

    Lo sguardo è una traccia momentanea della cultura e della fisiologia dell'interazione tra le persone e il resto del mondo.

    Ma le domande si moltiplicano. Esistono sguardi cinesi, americani, italiani, indiani? Esistono sguardi da suddito, da violento, da furbo, da pacifista? Esistono gli sguardi di società aperte e chiuse, imperiali e democratiche, competitive e cooperative? O esistono solo le interpretazioni individuali della condizione umana?

    Lo sguardo cambia mentre entrano in funzione i neuroni specchio e si immagina che cosa significhi il gesto dell'altro appena incontrato. Cambia in funzione delle emozioni. E dei pensieri razionali.

    Ma lo sguardo cambia, si adatta, si abitua alle circostanze: in una società nella quale tutti possono essere spie di un governo autoritario, oppure nella quale tutti portano una pistola in tasca, oppure nella quale la maggior parte della gente lavora in una cooperativa. Oppure, dove la religione, l'ideologia dominante, l'educazione diffusa propongono una vita non violenta, orientata a incentivare comportamenti morali. Oppure, dove tutti sono lupi e ci si aspetta che ogni giorno si possa essere sbranati o si sia costretti a sbranare.

    Lo sguardo cambia. Può far paura. O sancire la pace. O essere, come quello di Vincent Van Gogh, uno sguardo di chi guarda, destinato alla ricerca, umile e curioso, sempre più stupito che giudicante.

    iAd vuole il 48% della pubblicità mobile

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    Steve Jobs dice che iAd conquisterà il 48% del mercato della pubblicità mobile degli Stati Uniti. "Abbiamo inserzionisti che si sono impegnati per 60 milioni di dollari" dice Jobs. Effettivamente il "target" è interessantissimo. Ma è soprattutto interessante come iAd cambierà il modo di fare la pubblicità. Attivando nuova creatività.

    Stats apps

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    Le applicazioni sono un mercato in espansione. Stanno avvalorando l'idea di una divisione dell'internet mobile in settori separati da sistemi operativi non compatibili: Apple, Google, Nokia, Facebook... Di fatto, sotto a quello resta l'unità del web. E alla fine quello dovrebbe e potrebbe prevalere.

    Ma quali sono le apps più scaricate? In generale al top c'è proprio Facebook, su tutte le piattaforme. Questi e altri dati.

    Sorprende poi che la maggior parte delle apps di Facebook siano scaricate dal pubblico femminile. Demografia apps e altri dati.

    I don't "like"

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    Migliaia di siti hanno aggiunto la funzione "like" che connette a Facebook e fa cose. Se ne discute in termini più ampi di privacy e influenza di Facebook sul web. Ma l'assurdo è che spesso non funziona. Pare che la stiano aggiustando. (Mashable)

    Faceback update

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    Per ora non si vedono particolari aggiornamenti nella privacy su Facebook. Intanto, qualcuno dice che è fallito il "quit facebook day". Non sappiamo peraltro quanti, tra quelli che non lo hanno lasciato, stanno diventando meno attivi su Facebook. E non sappiamo se il comportamento diventa progressivamente più attento alla privacy, cioè orientato a pubblicare - giustamente - solo quello che può essere in qualche modo pubblico.

    iPed, APad, e altri tarocchi

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    Un servizio, giapponese, parla di iPad tarocchi. Anche per gli italiani che non conoscono la lingua nipponica il servizio è facilmente comprensibile. Non solo perché aipaddo e intelnetto sono parole internazionali... Ma anche perché siamo vecchi maestri dei tarocchi...




    Grazie a Umberto Basso per la segnalazione.

    L'arretratezza della pubblicità digitale

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    Il Washington Post propone un pezzo sull'arretratezza della pubblicità digitale. In effetti, con la quantità di attenzione e di tempo che la rete ormai attrae è strano che ci sia ancora così tanta differenza tra i valori assoluti della pubblicità digitale e quella che va in tv. Non che ci sia materia per dire che dovrebbero pareggiarsi, ma non dovrebbero essere tanto differenti.

    Da un lato, bisogna dire che la scarsità di spazio in tv e nei media tradizionali non c'è online e questo non può che far scendere il prezzo della pubblicità online. Ma dall'altro è possibile che esista un gap creativo ancora da colmare.

    L'acquisizione di AdMob da parte di Google e di Quattro Wireless da parte di Apple potrebbero preludere a qualche cambiamento da questo punto di vista. Anche la creatività nella pubblicità online e mobile è destinata a cambiare. E dall'autunno, quando l'iPad sarà multitasking, la competizione in questo settore potrebbe diventare piuttosto interessante.

    La fabbrica dell'attenzione

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    Livia Blackburne studia Brain and Cognitive Sciences al Mit. E in questo post spiega come si cattura e mantiene l'attenzione:

    1. sorprendi i lettori con un fatto o un dato inaspettato
    2. crea un contesto per cui i lettori sentano empatia
    3. definisci un mistero

    "The more I think about it it, the clearer it becomes that fiction and nonfiction hook their readers in fundamentally the same way. It's all about providing a bit of context to make the reader care and introducing a mystery to keep her hooked."

    via GG

    Pubblicità mobile: Google e Apple

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    Google compra AdMob. E risponde all'acquisizione di Quattro Wireless da parte di Apple. La creatività nella pubblicità online e mobile è destinata a cambiare. Dall'autunno, quando l'iPad sarà multitasking, la battaglia sarà davvero interessante.

    Editori di se stessi sull'iPad

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    La Apple ha messo a punto il servizio attraverso il quale gli autori di libri possono mettere in vendita le loro opere direttamente su iBookstore. (Maclife)

    Le opere vanno scritte in ePub. Devono avere un codice Isbn. E vanno create su un Mac. Per venderle, o regalarle, per ora, occorre essere contribuenti del fisco americano. Non tutto facile per il resto del mondo... Il tema va seguito con attenzione.

    update: se hai scritto apps non ti accettano come scrittore di libri, dice Gewirtz. Devi cambiare account...

    E l'Italia è lì in mezzo...

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    In questa chart l'Italia è in mezzo, né carne né pesce, né ricca né povera, né internettara né sconnessa...

    chart_bridging_tech_gap_big.gif

    Chiaro Twitter, oscuro Facebook

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    Enduring value: un bel post di Dick Costolo sulle strategie di Twitter, anche se il titolo è vagamente esagerato. Le sue affermazioni sono una boccata d'aria fresca in un contesto dei media sociali un po' annebbiato dalle azioni e dalle affermazioni di Mark Zuckerberg, di Facebook

    Il sistema Twitter si dimostra più chiaro e semplice da guidare. Con una buona corrispondenza tra intenzioni e realizzazioni. A parole, ma finora anche con i fatti, Twitter si pone al servizio dell'ecosistema. Il sistema Facebook sembra invece sempre sull'orlo del tradimento verso i suoi utenti. E comunque non lavora per un ecosistema, è tutto concentrato sulla sua piattaforma, e casomai estende il suo servizio all'esterno, sui siti che accettano di collaborare.

    update: i boatos si susseguono sull'eventualità che Twitter "tassi" le aziende che fanno business usando la sua tecnologia...
    update: i segnali sull'aumento di attenzione intorno alle possibilità di cancellarsi da Facebook si moltiplicano
    Si vedrà come evolve questa situazione. Di certo Facebook è stato uno dei grandissimi successi della rete. E ha ancora moltissimo da dare. Ma non è un caso che sembri a tratti inseguire il modello di Twitter (anche se è strutturalmente diverso dal suo).

    Zuckerberg e le buone intenzioni

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    Dice Zuckerberg - fondatore di Facebook - che le sue intenzioni erano buone: ma ammette di aver commesso degli errori nella gestione della privacy. Promette che rimedierà. (Un paio di post precedenti).

    Pew e l'agenda dei media sociali

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    L'agenda che mette in ordine di importanza le notizie definita dai media tradizionali è diversa da quella emergente sui media sociali. Un ottimo rapporto Pew in materia.

    Germano italiano

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    Elio Germano, migliore attore a Cannes, è ottimista. Riporta Repubblica: "nel ritirare il premio ringrazia il suo regista, la produzione e dedica il riconoscimento a tutti gli italiani: "Siccome la nostra classe dirigente rimprovera sempre al nostro cinema di parlare male della nostra nazione dedico il premio all'Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere l'Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente''."

    Gentiloni e il dividendo digitale

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    Paolo Gentiloni è tornato ieri sul Sole a parlare del tesoro pubblico delle frequenze televisive. Un tesoro che poteva generare un risultato economico significativo per le finanze pubbliche e che invece è gettato alle ortiche.

    Con il passaggio alla tv digitale terrestre, la trasmissione dei canali televisivi occupa molto meno spazio nell'etere di quanto ne richiedessero le frequenze necessarie alla tv analogica e quindi lo spazio liberato si potrebbe riallocare per altri scopi. Anche con un asta: in Germania questa ha fruttato, si stima, circa tre miliardi. Ma mentre il ministero dell'Economia si arrovella su come trovare i soldi per la manovra di risanamento dei conti pubblici, a questi soldi nessuno pensa.

    Ovviamente perché le frequenze devono restare a chi le occupa ora, in Italia. Altrove, in tutti i maggiori paesi, gli stati hanno lucrato il dividendo digitale. In Italia sono invece le aziende concessionarie, come Rai e Mediaset a lucrare un aumento dello spazio che possono utilizzare per mandare in onda i loro programmi e moltiplicare i canali. Solo una minima parte sarà assegnata a nuovi entranti. Da ricordare che, anzi, anni fa lo stato ha addirittura speso soldi per favorire la diffusione dei decoder. Era l'epoca in cui si doveva dimostrare che Retequattro non doveva andare sul satellite... E invece oggi non si trovano i soldi neppure per avviare la banda larga...

    Si direbbe che, agli occhi del governo, tutto vada sacrificato in nome della prosperità delle aziende televisive esistenti in Italia.

    La privacy interessa di più

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    Non so come la pensate, ma ho l'impressione che il tema della privacy stia diventando più sentito dalle persone. La maggiore consapevolezza della questione, forse, è stata alimentata proprio dal cambio di politica di Facebook... E magari dalle gaffes di Google Buzz...

    Sole...

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    E' stato presentato oggi il nuovo sito del Sole. E' radicalmente nuovo. Il posto dei blogger è aumentato. Vedremo se saremo capaci di fare un buon lavoro...

    Obama oPad

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    Bella discussione. Metilparaben si preoccupa di un'involuzione antitecnologica di Obama. Luca Nicotra invita a leggere tutto il discorso del presidente americano. E osserva che le sue opinioni si collocano dopo, non prima dell'innovazione tecnologica. Sono nel mondo in cui la ricchezza delle nuove opportunità aperte dalla rete è dispiegata e apprezzata, ma un mondo nel quale c'è bisogno di un altro salto di qualità: per favorire l'emergere di nuovi modi per scoprire, filtrare, interpretare, condividere in modo trasparente, l'informazione. Per non essere travolti dalle strategie della disattenzione. E l'istruzione, dice Obama, è una risorsa da migliorare per andare in questa direzione.

    Facebook privacy: ci devono pensare

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    Sul Wall Street Journal: Facebook si è accorta che non può continuare a erodere la privacy dei suoi utenti senza conseguenze. (Post precedente: boomerang privacy)

    Intanto si prepara a uscire Diaspora. Per quelli che vogliono un social network e anche la privacy. (ReadWriteWeb)

    Gates parlò con Jobs dell'iPad (e altro)

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    Nel maggio del 2007, un'intervista doppia a Steve Jobs e Bill Gates. Entrambi arrivano alle stesse conclusioni. Ma da due punti di partenza diversi. Gates sembra più orientatato a vedere il mondo coperto da schermi di ogni genere e proiettori che trasformano in schermi tutte le superfici. Jobs sembra più orientato a raccontare l'evoluzione del pc in tutte le nuove forme che potrà assumere. Arrivano alla stessa conclusione, ma il percorso è diverso. (Gizmodo secondo me la vede in modo un tantino unilaterale: entrambi parlano di iPad)


    Ministro dell'Internet: "Internet mi fido"

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    Il Sole pubblica le bozze preparatorie del "codice di autodisciplina di internet" sponsorizzato dal ministro dell'Interno.

    Il passaggio-chiave, mi pare, riguarda il fatto che è un codice da adottare su base volontaria:
    "Fermo restando il rispetto delle norme vigenti, con il Codice si intende assicurare - su base volontaria - l'adozione di procedure volte a contrastare l'uso illecito delle risorse Internet fornite dai soggetti aderenti e, in particolare volte a garantire, su tali risorse, il pieno rispetto della dignità umana ed il rifiuto di ogni forma di discriminazione fondata, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali. Si intende altresì assicurare particolare attenzione agli utenti minorenni, anziani e, in generale, meno esperti, promuovendo un uso più consapevole e sicuro della navigazione sul web e garantendo loro una maggiore tutela."

    In pratica, pare di capire, che chi aderisce al codice si impegna a togliere i contenuti offensivi (tempestivamente, se segnalati da parti lese). E poi un sacco di altre cose tutte da leggere e sulle quali riflettere. Tra queste è sparito - si direbbe - l'obbligo di mettere in vista il logo del codice (basta dichiarare la propria adesione con la formula prevista). Funzionerà?

    Help: intrusi su FriendFeed...

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    Strano fenomeno. Su FriendFeed è apparso due volte un post con il link al mio profilo di Linkedin. Ma non sono io ad averlo pubblicato.

    Dopo il primo caso, ho tolto il feed di Linkedin da quelli che alimentano FriendFeed. Ma questo non ha impedito la ripetizione del fenomeno.

    Qualcuno sa darmene una interpretazione?

    Boomerang privacy Facebook

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    La gente si va disaffezionando a Facebook. Un sito nato per coltivare "amicizie" e trasformato in servizio di comunicazione e promotore della presenza online per arrivare a un motore di ricerca sociale, si capisce meno. SearchEngineLand dice che la percentuale di utenti attivi diminuisce.

    Genna e i canoni del web

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    Giuseppe Genna ha parlato ieri, a Oilproject, della narrazione all'epoca del web. Epica e sperimentazione, classifiche e canoni. Post-moderno e paura.

    Sintesi personali:
    1. Molte funzioni tipiche degli editori tradizionali potrebbero finire ai leader delle grandi piattaforme, tipo Apple. Per gli editori di libri, i distributori, i tipografi potrebbe essere un problema.
    2. Alcune innovazioni, mutuate dai telefilm, potrebbero diventare una nuova funzione editoriale: la creazione di mondi di senso all'interno dei quali si valorizzino le singole vicende. Potrebbe essere una chance per gli editori di giornali, le cui testate si avvicinano all'idea di "mondo di senso". Lo stesso vale per nuovi progetti collettivi, in stile wikipedia,
    3. Alcuni autori, divenuti icone, potrebbero diventare a loro volta con la loro biografia delle forme di sintesi del contesto, trovando il mondo di valorizzare i loro contenuti in maniera adatta al nuovo mondo dell'editoria crossmediale.

    Giuseppe ha sottolineato molti rischi. Uno mi pare da ricordare. Le modalità di conversazione in rete rischiano di appiattirsi su alcune forme convenzionali, canoniche. Valorizzando il dialogo soltanto tra coloro che le apprezzano aprioristicamente. E facendo perdere occasioni di incontro con lo stupore delle idee diverse e inattese.

    Facebook scuola di privacy

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    Pare dunque che le persone si stiano rendendo conto che l'unico modo per usare Facebook e mantenere uno spazio per sé, senza essere continuamente osservati da chissà chi, sia quello di maturare una consapevolezza del mezzo e postare solo quello che si pensa possa essere pubblico.

    Ovviamente senza farne una paranoia, come ironizza Paul Carr. La discussione in materia è ampia. L'evoluzione della privacy su Facebook è un'animazione da vedere.

    La privacy di Zuckerberg

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    Il ceo di Facebook va dicendo da tempo cose che non lo mettono nel novero dei grandi difensori della privacy. Cercando esattamente che cosa pensa in materia ci si imbatte online in un pezzo uscito qualche giorno fa che riporta un commento fatto da un suo dipendente.

    Si tratta di un frammento di una frase di Zuckerberg, detta in un ambito che egli evidentemente riteneva privato, e che pare dimostrare come al fondatore di Facebook non importi nulla della privacy.

    Può darsi che non gli importi neppure del fatto che è uscita questa notizia su una sua conversazione privata.

    Fidarsi dei "termini di servizio"

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    Eff riporta una cronologia dei cambiamenti nelle regole sulla privacy di Facebook. Mostrava tempo fa la durezza delle regole Apple per chi vuole distribuire applicazioni sull'App Store. Ning cambia improvvisamente politica e impone un pagamento per l'uso dei suoi minisocialnetwork. E poi c'è la storia - tutta da leggere e valutare - di Totlol e Google.

    Dobbiamo abituarci a pensare che se le piattaforme più rilevanti del pianeta digitale sono private, dovranno sempre mediare tra la necessità cogente di fare i loro interessi e la visione lungimirante di comprendere come servire al meglio gli utenti.

    E' chiaro a tutti, persino ai gestori di quelle piattaforme, che il valore dei loro prodotti è generato dalle persone che le usano. Se trattano troppo male le persone, queste se ne vanno e le piattaforme perdono valore. Ma se non possono andarsene troppo facilmente, se hanno investito molto su quelle piattaforme, se vedono che tutti i loro amici sono su quelle piattaforme, allora i gestori delle piattaforme possono cedere ai propri interessi a scapito di quelli degli utenti. E' un'evoluzione possibile e in qualche caso prevedibile.

    Si può fare qualcosa? Fino a che internet sarà libera e neutrale, nasceranno sempre nuove proposte che dovranno presentarsi come vantaggiose per farsi adottare e dunque miglioreranno la situazione, tenendo a bada la sete di controllo e profitto delle piattaforme private esistenti. E questa dinamica continuerà. La rete si autodifende se è aperta.

    Ma non basta. La logica dei "commons" dovrebbe estendersi almeno un po' anche al settore delle piattaforme. Alcune sono già così. Ma nei social network c'è ancora poco. E i profili o le identità che contano tendono a diventare sempre più legate a piattaforme private. Sarebbe meglio equilibrare l'ecosistema con servizi "commons" che garantiscano un luogo neutro dove mettere le informazioni che interessano alle persone al sicuro dai cambiamenti dei termini di servizio delle piattaforme private. E' un progetto piuttosto grande e complesso. Ma va almeno dichiarato.

    La rete tivù

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    La tv resiste meglio di altri media alla rete, dice l'Economist. Meglio della musica, meglio dei giornali di carta, forse anche meglio della radio.

    Perché l'umanità ha ancora bisogno di punti di aggregazione per appuntamenti collettivi. E la tv li offre. Mentre la rete li moltiplica. Tanti piccoli punti di aggregazione (la rete) invece di pochi grandi (la tv).

    Ma vedremo se questo continuerà nel tempo. Oggi la tv è decisamente cambiata. La tv generalista non è più centrale e regale come in passato. La tv resta importante anche perché si è a sua volta suddivisa in molti canali e sottocanali. La tv generalista ha conosciuto la sua forma di erosione del tempo e dell'attenzione del pubblico. L'Economist lo sottolinea, ma parlando di tv in generale non mostra abbastanza chiaramente come la tv di oggi sia difficilmente la tv di quindici anni fa.

    La tv è il grande canale dei grandi eventi mediatici. E lo resta. Sport. Telefilm. Le notizie immediate dei grandi fatti che sconvolgono la vita quodidiana. Ma non basta certo più. Il suo futuro è, come per ogni altro medium, nell'adattamento al nuovo ecosistema mediatico che si è creato con l'emergere della rete internet. Non tutti i media reagiscono nello stesso modo. Ma tutti stanno cambiando di senso: non più imperatori del loro territorio, ma parti di un insieme più complesso. 

    Si direbbe che emergano diverse funzioni e diversi ruoli dei media. E che l'adattamento si configuri in ragione di queste diversità. La tv appare più adatta all'immediatezza delle sensazioni, aperta all'irrazionalità, alle emozioni. I giornali sembrano più adatti a ospitare anche il lato più razionale, empirico, fattuale dell'informazione. E la rete parrebbe votata a collegare i vari aspetti del tutto. Ma sono ipotesi che non possono essere generalizzate più di tanto. A oggi passo si possono trovare eccezioni. 

    Il problema è cercare di leggere le tendenze di fondo. E le esigenze di fondo: nell'ecosistema dell'informazione, gli spazi della ragione accomunano in base a un metodo di ricerca condiviso, empirico e razionale, gli spazi dell'irrazionalità accomunano invece in base a conoscenze comuni, esperienze già compiute, istinti indiscussi. Occorre la massima infodiversità. E il contributo finora portato dalla rete a questo scopo particolare è certamente molto significativo. Ma il processo non si ferma qui.

    Scribd

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    Interessante questo Scribd, che ho finalmente trovato il tempo di provare caricando un testo che da tempo si trova qui sul blog, Ecologia dell'attenzione. E' una sorta di YouTube per i testi, con varie feature anche per la condivizione o addirittura la vendita di libri e presentazioni fai-da-te (su quest'ultimo aspetto non ho opinioni perché non ho provato come funziona). Per la condivizione mi sembra che funzioni bene. Peraltro il risultato è in Flash dunque non si vede su iPhone e iPad..

    Per esempio, si può embeddare un testo:
    Ecologiadellattenzione

    Dal Giurassico al Cartaceo e oltre

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    La nomenclatura delle ere mediologiche va dal Giurassico al Cartaceo. Oggi siamo forse nel Paleodigitale. Ormai se ne rendono conto tutti. Gli umani che leggono si stanno adattando. C'è un magnifico studio di Terje Hillesund sull'evoluzione delle tecniche di lettura.

    Facebook, Google e il governo del web

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    I percorsi del traffico in rete sono molto influenzati dalle regole delle piattaforme con le quali si cercano e si segnalano i contenuti dei siti. E non c'è dubbio che questo influenza in un certo senso i contenuti stessi. Google ha fatto nascere nuove professionalità per ottimizzare i siti allo scopo di renderli più facili da trovare usando il motore di ricerca. E il nuovo servizio di Facebook che tende a sviluppare la semantica delle pagine avrà probabilmente un impatto analogo. Tutto da capire. Da rileggere il pezzo di Vincos. E quello di ReadWriteWeb. L'importante è tenere aperte le vie per la generazione di alternative.

    iPad: incuriositi e perplessi

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    Apocalittici e integrati, sull'iPad non si può essere. Al massimo incuriositi e perplessi. Forse perché in Italia, anche ad avercelo in mano, dell'iPad non si può capire più di tanto, visto che non si possono ancora scaricare le applicazioni. Questo avverrà solo dopo l'uscita del prodotto in Italia. E solo in autunno arriverà il sistema operativo multitasking che dovrebbe dare arricchire l'esperienza in modo decisivo.

    Ma una questione sta emergendo comunque. Pierluca Santoro se ne fa portavoce con un bel post pieno di rimandi utilissimi. Al centro della questione è la paura che l'iPad sia un passo indietro nella liberazione del pubblico attivo e rigeneri la situazione preferita dagli editori tradizionali: un ambiente che protegge i prodotti da vendere ai consumatori che passivamente ne fruiscono.

    E' verissimo che l'iPad è un oggetto chiuso, migliore per la fruizione che per la creazione di contenuti. Fa persino venire voglia di leggere di più e soprattutto di guardare più video. Tra l'altro rivitalizza i videopodcast perché almeno all'inizio verrà usato in casa o in altri posti dove c'è il wifi: altrove però potrà essere usato per guardarsi contenuti precedentemente scaricati. L'iPad è una piattaforma orientata a facilitare la fruizione di testi e video, meno decisivo per l'audio, forse molto divertente per i giochi (peraltro, appunto, per ora impossibili da provare dall'Italia). Inoltre il tema delle applicazioni, il vero centro del sistema iPad, riporta in auge i marchi più che i singoli elementi informativi.

    Non si vede perché, però, questo debba essere visto come un passo indietro per tutto il resto. Il mondo del web attivo, al quale tutti contribuiamo, non è certo intaccato dall'iPad (che ne costituisce un'alternativa ma non una diretta limitazione). Che anzi può essere un luogo nel quale i testi e i video del pubblico attivo possono essere visti più comodamente. Anche sviluppando applicazioni orientate a questo. Tra l'altro non impedisce il comportamento attivo più frequente: le brevi reazioni a ciò che si incontra navigando e che sono le più comuni si possono comunque gestire bene anche con l'iPad. L'iPad non va bene per produrre video e testi elaborati, ma potrebbe per certi versi dimostrarsi una sorta di stimolo alla produzione di testi e video di qualità anche per il pubblico attivo.

    Si vedrà se l'iPad diventerà un luogo nel quale gli editori potranno sviluppare nuovi prodotti a pagamento. Se lo diventerà sarà solo perché gli editori avranno investito per fare prodotti validi, tanto interessanti da trovare un mercato. E non si vede perché questo dovrebbe essere un male: significherebbe che in quel caso l'iPad avrebbe contribuito al miglioramento della qualità complessiva della mediasfera. Senza nulla togliere, appunto, al mondo del web aperto.

    Da questo punto di vista è dunque una speranza in più per gli editori, ma niente di peggio per il pubblico attivo. Del resto, non è molto diverso dall'iPhone che ha una logica perfettamente analoga: rispetto all'iPhone ha qualcosa in più per gli editori ma niente di peggio per il pubblico attivo. In sintesi, può essere complessivamente un passo avanti più che un passo indietro. Anche Facebook poteva essere un passo indietro, tenendo tutto il lavoro degli utenti su una piattaforma proprietaria orientata a favorire lo scambio veloce piuttosto che l'approfondimento da parte del pubblico attivo: alla fine anche Facebook ha contribuito ad allargare la platea, ha conquistato tempo mediatico, ma non ha impedito lo sviluppo dell'attività complessiva del pubblico, anzi, forse l'ha accelerato. La forza del medium delle persone è più grande di quella delle singole piattaforme. E internet non cessa di proporre nuove soluzioni aperte che rispondono in sempre nuovi modi al fenomeno generale generato dal pubblico attivo. L'iPad non fa paura.

    I veri pericoli per il web aperto non sono nella nascita di alternative o nell'eventuale (e tutto da dimostrare) ritorno di validi contenuti editoriali a pagamento. I pericoli vengono dal continuo allargamento del concetto di copyright, dalle smanie delle compagnie di telecomunicazioni e dagli attacchi alla net neutrality. 

    Copyright da equilibrare

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    L'Economist è un grande giornale. Vive di copyright. Guadagna, a differenza di altri giornali. E scrive un importante editoriale sul copyright, senza paura ma con molta razionalità. 

    Il copyright, dice l'Economist, va riequilibrato. Perché si è allargato troppo. Dura troppo. E diventa sempre più invadente nella vita dei creatori, degli autori, del pubblico. 

    E' assurdo pensare che la quantità di persone che infrangono il copyright non si senza in parte vagamente legittimata a farlo dall'incessante avanzata delle pretese delle grandi corporation che detengono il copyright. E' probabile che gli autori, il pubblico e persino gli editori trarrebbero vantaggio da un riequilibrio del copyright.

    ps. JP Rangaswami, via Simone Brunozzi, sul copyright...
    La pubblicità, per Apple, è un'applicazione che funziona dentro le altre applicazioni. Per questo iAd non poteva che essere annunciato quando il sistema operativo per l'iPhone diventava multitasking. Sarà per inizio estate. E poi in autunno succederà all'iPad.

    Le agenzie creative potranno mandare alle concessionarie le loro campagne pensate come applicazioni, dotandole quanto vogliono di informazione, servizio, emozione. E chi fa le applicazioni le potrà inserire "in un pomeriggio".

    La Apple si terrà una fetta del valore abbastanza grande da non incentivare troppo il passaggio delle apps a pagamento verso un modello gratuito con pubblicità. Quindi non sarà uno tzunami. L'equilibrio dello sviluppo di tutto questo sarà gestito. Anche se la complessità dell'ecosistema che sta nascendo intorno alla Apple è in crescita verticale.

    Il tempo di Facebook

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    Non solo crescono gl utenti. Ma ci passano sempre più tempo. E' la marcia di Facebook. Non sorprende. Ma è un dato di fatto. eMarketer e AllFacebook.

    Pensieri fatti a mano (e iPad)

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    Ne stavo scrivendo giusto su Nòva. Ed è arrivata questa segnalazione da Dario. Quindi riporto anche qui quanto andavo elaborando...

    «Chi lo avrebbe mai detto? La conferenza "visual notes" è un successo. L'aula è piena». Lo notava Cliff Atkinson, autore di saggi sulla concisione, nel corso della recente megaconvention South By Southwest, a Austin. E infatti poteva sembrare strana una banda di nerd accalcati per ascoltare esperti di una materia tanto particolare come quella che si occupa di come prendere appunti usando le immagini. Eppure... Non è soltanto la consapevolezza che un'immagine vale più di mille parole. È soprattutto la riscoperta della relazione personale ma molto efficace che ciascuno conosce tra le immagini, gli schizzi, i disegni, i simboli, e la sintesi del contesto delle informazioni che si vogliono registrare. E poiché si avvicina l'epoca tante volte annunciata ma oggi, pare, più realistica, del tablet, si può immaginare una convergenza tra gli appunti in forma simbolica e la registrazione digitale. Il che significa il superamento del difetto cognitivo di chi apprende e crea usando molto la mente ma poco il corpo: finora la registrazione sul computer era basata su gesti sempre uguali, ripetuti all'infinito, come il movimento di pigiare sul tasto del mouse. Toccando lo schermo del tablet, il recupero della varietà gestuale del corpo, e le sue conseguenze cognitive, è "a portata di mano". Si comincia con la manipolazione delle foto. Poi si aggiungeranno gli appunti. E il resto si vedrà.

    Che gli dico? Domani su Google in Cina...

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    Domani all'Ispi, una discussione su Google e Cina... Questo era il mio commento a caldo, sul Sole:

    Il caso Google in Cina è un piccolo buco della serratura attraverso il quale si può sbirciare in una nuova dimensione geopolitica nella quale le regole sono ignote, i rapporti di forza sono tutti da valutare e i confini tra pace e guerra appaiono confusi.

    A leggere le cronache del confronto tra il governo cinese e l'azienda fondata da Sergey Brin e Larry Page vien voglia di chiedersi: chi sta vincendo? Ma nessuna risposta può essere soddisfacente fintantoché non si stabilisce qual è la partita. È un confronto tra democrazia e autoritarismo, libertà e censura? È un gioco per il softpower nel mondo? È una questione di affari?

    Le risposte che si leggono nei fatti cambiano significato a seconda del punto di vista. Google aveva perduto in Occidente la sua verginità di "azienda che non fa del male" proprio accettando qualche anno fa di scendere a compromessi con le leggi cinesi. Ma da qualche mese tenta di recuperarla. Dopo aver lamentato le incursioni di hacker filo governativi nella posta elettronica - su Gmail - di attivisti per la libertà di espressione in Cina, ha iniziato una lunga trattativa con le autorità destinata al fallimento e, dunque, sfociata nel tentativo più furbo che efficace di ieri: reindirizzare le ricerche sul motore di Google dalla Cina verso il servizio libero da censure che l'azienda offre a Hong Kong.

    Il governo Usa, e il segretario di stato Hillary Clinton in particolare, ha accompagnato Google in tutto il tormentato percorso, cogliendo l'occasione per sottilineare a ogni passaggio un punto chiave della sua politica estera: la libertà di espressione su internet è un principio fondamentale e irrinunciabile per gli Stati Uniti.

    Il governo cinese tenta d'imporre il suo ordine interpretativo, opposto a quello americano, sintetizzato dal portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang: la vicenda di Google deve restare commerciale e non diventare politica. Ci sono delle regole, in Cina, e vanno rispettate da tutte le aziende che vogliono fare affari nella Repubblica Popolare.

    Il progetto di sviluppo armonioso della Cina ammette la critica costruttiva, ripetono gli ideologi cinesi, ma non la discussione distruttiva: e in effetti internet per la popolazione cinese è diventata una soluzione per proporre miglioramenti e critiche focalizzate su particolari aspetti dell'organizzazione sociale ma non certo per alimentare forme di opposizione al sistema.Ma gli americani incalzano. E non solo con le dichiarazioni di principio di Clinton. Nel dicembre scorso, la Casa Bianca si è dotata di un coordinatore della cybersicurezza nazionale, Howard Schmidt. E in questi giorni, il Senato e il Dipartimento di stato stanno cercando a loro volta di creare una figura di "ambasciatore" destinato a coordinare la politica estera americana nella dimensione internettiana.

    La scommessa "ideologica" di Clinton, il potere attribuito a Howard Schmidt e, appunto, la definizione di una dimensione internettiana della politica estera americana dimostrano se non altro la complessità e il peso strategico che internet ha raggiunto dal punto di vista geopolitico.

    Su internet, in effetti, si è svilupato un ambiente operativo per sostenere le cause più nobili, per diffondere informazione e conoscenza, ma anche per attuare sofisticatissime attività di spionaggio, terrorismo, controinformazione. I protagonisti sono certamente gli stati, autoritari e democratici, nelle loro varie e non sempre coordinate articolazioni, insieme a multinazionali, organizzazioni di attivisti, bande criminali, reti terroristiche. Un contesto tecno-caotico, le cui vicende restano per la maggior parte del tempo oscure e che i fatti, come quello di Google, s'incaricano talvolta d'illuminare parzialmente.Ma per ora i fatti non rispondono alla domanda: chi vince? Clinton non cessa di sottolineare l'importanza liberatoria di internet in paesi come l'Iran e la Birmania. Ma, come osserva Evgeny Morozov attraverso il suo blog su Foreign Policy, internet è anche un'arma di controllo e repressione usata dai regimi autoritari contro i dissidenti.

    Intanto, le bande mercenarie di superhacker capaci di attaccare piattaforme come Twitter e stati come l'Estonia restano largamente fuori controllo. E i "siti dell'odio" integralista e razzista censiti dal Simon Wiesenthal Center sono ormai 11.500 - eramo 4mila nel 2004 - ma «la crescita delle attività avviene come in ogni altro settore sui network sociali», osserva Abraham Cooper che si è occupato della ricerca.

    Secondo Howard Schmidt, il cosiddetto zar della cybersicurezza americana, non vince nessuno, perché quella che si sta svolgendo su internet non è una guerra. «La metafora è sbagliata», dice. Anche perché era la metafora preferita di Michael McConnell, direttore dei servizi d'intelligence per l'amministrzione di George W. Bush: un uomo che sosteneva che gli Stati Uniti stavano perdendo la cyberguerra e che per cambiare il risultato dovevano riprogettare internet per trasformarla in qualcosa di controllabile.

    Al contrario, Schmidt, come il presidente Barack Obama, crede che internet vada lasciata com'è, libera e innovativa, aggiungendo criteri di sicurezza per specifiche attività, come quelle finanziarie e governative, ma senza introdurre distruttive forme di controllo. «Internet è un ambiente nel quale non ci possono essere vincitori. Ma se si elimina la libertà tutti certamente perdono».

    Accettando la dinamica internettiana, i leader politici e i capi delle multinazionali devono accettare anche che il contesto nel quale operano sia continuamente messo in discussione. Tensioni continue sulle regole relative a privacy, copyright, libertà d'espressione, resteranno a lungo all'ordine del giorno. E un'escalation di tecnologie per la sicurezza contro le tecnologie per la criminalità va messa in conto.Ma la realtà è che internet anche a livello geopolitico e geoeconomico ha risposto al bisogno di gestire meglio le dinamiche reali che la globalizzazione aveva concretamente attivato: una nuova competizione fra territori, lingue, legislazioni, sistemi istituzionali, forme di collaborazione e condivisione delle informazioni capaci di accelerare lo sviluppo nell'epoca della conoscenza.

    Almeno su un punto ha certamente ragione, Sergey Brin, cofondatore di Google, intervistato dal New York Times: «La storia non è ancora finita».

    La campanella della reputazione

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    Michael Arrington scrive un post sulla fine della reputazione. Non si può fermare, dice, la quantità di post che parlano male delle persone o che pubblicano foto, video o testi diffamatori o semplicemente critici verso gli altri. E quando quei post sono pubblicati, sono destinati a restare per sempre online. Arrington è convinto che stia addirittura per nascere un servizio dedicato alla demolizione della reputazione altrui. Resistance is futile.

    È un'opinione che assomiglia a quella espressa più volte da molti autorevoli osservatori, da Scott McNealy a Erick Schmidt, sulla fine della privacy online. Le piattaforme più importanti, in effetti, sono molto più interessate alla libera circolazione di non importa quale informazione piuttosto che alla qualità di ciò che viene fuori.

    Non si vede perché non possa essere in preparazione invece un nuovo servizio pensato al contrario per incentivare lo sviluppo di un maggiore equilibrio tra libertà di espressione, qualità dell'informazione anche sulle altre persone e privacy. È un bisogno emergente enormemente importante. La reputazione è al centro della relazione che ogni individuo intrattiene con il resto della società, come del resto la privacy è al centro della profondamente creativa distinzione tra individuo e società. Senza difesa della reputazione e della privacy si arriva diritti all'autoritarismo di chi avendo già potere può usare l'informazione come un'arma repressiva della libertà individuale. 

    Di fronte a questi pensieri oscuri, soccorre la fiducia pragmatica di Hans Magnus Enzensberger che nega la possibilità del totalitarismo perché i punti di vista individuali e le possibili azioni diversive sono talmente elevati che a loro volta i poteri autoritari centralizzati non possono diventare totalitari.

    E soccorre il cultware: la cultura di chi pensa che per ogni problema ci sia qualcosa da fare per risolverlo.

    I media della diaspora cinese

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    More about Media and the Chinese Diaspora La formazione e la sussistenza dell'identità collettiva cinese fuori dalla Cina richiede il funzionamento di tre istituzioni: 1. network di business, clan, associazioni 2. scuole in lingua cinese 3. media in lingua cinese. Lo osserva nel suo studio Wanning Sun, che insegna Media alla Curtin University of Technology, nell'Australia occidentale. Il suo libro analizza il contributo dei media cinesi nel mantenimento dei legami identitari, politici e organizzativi delle persone che lasciano la madrepatria cinese per andare a vivere nel resto del mondo, dall'Indonesia al Canada, dalla Malesia all'Australia. E' un argomento destinato a un crescente interesse - mentre le piattaforme mediatiche occidentali tipo Google sembrano arretrare in Cina e mentre le iniziative mediatiche cinesi avanzano nel resto del mondo. (Media and the Chinese Diaspora, Community, communications and commerce, Edited by Wanning Sun, Routledge, 2006)

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    Precedenti
    Dazieri - gorilla
    Conner - scienza popolare
    Brokman - ottimismo
    Il filo del BookBlogging - Gaggi e altri - giornalismo
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    Si farà

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    La Fondazione si farà... Martedì, pare, se ne potrà sapere di più... Stay tuned!

    La Fondazione

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    Il grande medium sociale che le persone hanno creato cogliendo le opportunità offerte da internet sta maturando in importanza quantitativa e presenza nella quotidianità. Il suo destino è quello che costruiranno le persone che lo rendono vivo. Ma il tema della sua crescita qualitativa dipende anche dalla diversità delle piattaforme sulle quali si sviluppa. E la diversità implica che ce ne siano anche non profit, non tutte siano basate solo sulla pubblicità, alcune siano specificamente pensate per favorire la qualità dei contesti nei quali l'informazione si sviluppa. Tra poche ore sapremo se può nascere in Italia una Fondazione per l'informazione dei cittadini.

    Pubblicità su iPad

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    L'idea che sull'iPad ricominci una logica editoriale più simile a quella delle tradizionali riviste sta convincendo molti inserzionisti a comprare "pagine" di magazine per iPad che ancora non esistono. Mica male come effetto buzz... (Paidcontent)

    Il New York Times osserva che tra i primi inserzionisti ci sono Unilever, Toyota, Korean Air e Fidelity. (NyTimes)

    Il Wall Street Journal sull'iPad costerà 17.99 dollari al mese. Una copia di Esquire uscirà in aprile con una versione per iPad da 2.99 dollari. Men's Health uscirà a 4.99 dollari. (Engadget)

    Metapiattaforma

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    Pierluca Santoro fa notare i dati che dimostrano come le conversazioni online si sviluppino spesso su piattaforme diverse da quelle dalle quali sono partiti i messaggi che le hanno generate.

    E' interessante perché dimostra che i vari blog, Twitter, Facebook, YouTube, Flickr ecc. non sono soltanto un aggregato di piattaforme in competizione ma, almeno dal punto di vista del pubblico attivo, sono un unico grande medium.

    La metapiattaforma del pubblico attivo è il luogo astratto nel quale avvengono le conversazioni del pubblico attivo. I giornali ne sono coivolti per i loro singoli messaggi ma sono destinati a tentare di distinguersi. La mediasfera potrebbe essere il luogo nel quale si sviluppa la circolazione dell'informazione professionale e non professionale, nella quale vige l'infodiversità e tutti i generatori di senso si adoperano per connettersi pur coltivando la propria specificità identitaria e di servizio.
    Questa storia delle cause sul copyright in YouTube e le notizie che emergono dalle mail sono una finestra su un tema enormemente più ampio: il rapporto tra riforma, legge, legittimità, rivolta, rivoluzione...

    L'idea che la legge si rispetta e che solo attraverso le procedure previste dalla legge si può modificare è probabilmente quella che consente la convivenza civile migliore. Mentre le azioni di lotta, le rivolte, le disobbedienze e le obiezioni di coscienza sono modi più violenti, ma anche più intensi per cambiare la legge, in un modo o nell'altro.

    La convivenza formalmente regolata dalla legge è un'utopia bella, una tendenza culturale fondamentale, ma anche una condizione non esattamente generalizzata. 

    Ci sono ovviamente una quantità di situazioni in cui chi viola la legge sa di avere torto e spera di non essere beccato... Ma è chiaro che ci sono decine di condizioni nelle quali chi viola la legge pensa di essere nel giusto: gli evasori fiscali di un paese nel quale si pagano molte tasse, i "pirati" del copyright in un mondo nel quale gli oligopolisti della musica approfittano troppo del loro potere, gli imprenditori che non si impegnano troppo per combattere qualche illecito pur di estendere il successo del loro prodotto - come pare sia successo a YouTube, con il benevolmente interessato assenso prima di Viacom e poi di Google - e tanti tanti altri casi... (Quintarelli ha seguito con attenzione la vicenda e va letto).

    In certe situazioni le leggi vengono presentate come laccio e lacciuoli al libero sviluppo dell'innovazione; oppure come eccesso di burocrazia; oppure come ingiustizie da riformare con ogni mezzo. Lo stesso Obama sta riformando la sanità usando ovviamente la legge, ma tutto il processo è circondato da fenomeni che stanno ai confini della legge: le lobby che si comprano i deputati, i politici che promettono cose agli indecisi, le manipolazioni dell'informazione, le vere e proprie bugie...

    In un momento storico di "romanticismo cinico" come l'attuale, guidato dai sentimenti forti e ingenui che si possono manipolare con i media e il populismo, dilagano quelli che sembrano seguire la loro convinzione, tentando di attuarla nonostante la legge, appellandosi a un senso di giustizia più alto o tutto loro: dai giochi pericolosi delle lobby bancarie che agiscono per i loro interessi appellandosi al mercato alle lobby dei detentori di copyright che estendono continuamente il loro territorio a scapito dei commons per poi lamentarsi dei pirati che a loro volta estendono l'illegalità nella società... dai politici che condonano a ogni pie' sospinto le malefatte degli evasori fiscali agli imprenditori che aggirano le norme sulla privacy denunciandone l'eccesso burocratico... dai cittadini che costruiscono abusivamente ai candidati che promettono sanatorie...

    Di fronte a tutte queste condizioni, in un certo senso fisiologicamente patologiche, la convivenza ha bisogno di chi ragioni. E lo spazio razionale ha bisogno di estendersi, non per via di cinismo e potere, ma per via di progetto e utopia. Il confronto è aperto. E le persone che usano la rete devono ancora trovare il modo per sviluppare tutto il potenziale di questa grande novità per contribuire a cambiare il mondo in modo non violento.

    (Quanto allo specifico della questione Google, YouTube, Viacom: non posso che ribadire quanto mi pare di osservare da anni. Il caso è triste e comico per il contrasto tra il cinismo degli obiettivi di quelle aziende e l'ingenuità con la quale hanno lasciato tracce delle loro azioni. Ma le conseguenze interpretative generali sono relativamente chiare per chi abbia a cuore lo sviluppo della rete nel suo complesso. La pubblicità non potrà pagare tutto, ovviamente. Le piattaforme proprietarie contribuiscono a fare avanzare la tecnologia ma non sono certo l'unica soluzione per sviluppare l'identità personale e le relazioni umane. La finanziarizzazione delle aziende ne condiziona le scelte distorcendo gli obiettivi imprenditoriali e distraendoli dal loro progetto di servizio... Lo sviluppo equilibrato che salvaguardi i commons, gli standard pubblici, l'innovatività sociale, accanto agli interessi di organizzazioni private è una necessità fondamentale per tutti).

    Evil is illegal

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    Evil is illegal. Illegal is not evil. O almeno alcuni imprenditori la pensano così... (Proprio oggi che si discuteva a Bellaria dell'evasione fiscale...):

    Un pezzo sul New York Times - tra gli altri - racconta delle scoperte avvenute nel processo Viacom v. Google sulla violazione di copyright di YouTube. Sono pubblicate le "intercettazioni" di email dalle quali si apprende che:
    1. quelli di YouTube, all'inizio, non erano tutti molto contrari alla pubblicazione di materiale sotto copyright perché questo favoriva la crescita del sito
    2. quelli di Viacom, quando volevano comprare YouTube non si arrabbiavano per niente del fatto che su YouTube ci fosse materiale sotto copyright
    3. quelli di Google non si facevano troppi scrupoli per il fatto che avrebbero trovato su YouTube materiale sotto copyright
    4. nessuno era troppo preoccupato del copyright e tutti erano molto interessati a una piattaforma che cresceva molto anche perché non si preoccupata molto del copyright
    5. nessuno ha protestato per la pubblicazione delle "intercettazioni".

    - Un riassunto di tutto su Sandoval. Il commento di Eff.

    - Update: una fantastica discussione su ff a partire da un post di Quinta.

    Hans Magnus Enzensberger sulla televisione

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    C'è stata un'accesa polemica nel pubblico intorno a quanto Hans Magnus Enzensberger ha detto ieri sulla televisione

    Enzensbergher è noto per le sue posizioni simpaticamente critiche in materia: ne parla come di uno strumento "buddhista", nel senso che pacifica e combatte le preoccupazioni... E questo proprio perché ha separato chi produce informazione da chi la riceve, in una relazione non più di cultura attiva ma di passivo consumismo di massa definito da pochi centri di produzione...

    «La televisione è come un farmaco. La sera lo si prende e ci si sente meglio. Oppure è come una lavatrice... anche il cervello ha bisogno di essere ripulito ogni tanto. Non è detto che sia un male...». 

    Certo che, per uno che legge anche i bugiardini dei farmaci, come appunto Enzensberger, sarebbe il caso di scrivere anche il bugiardino della televisione... Oppure il manuale della lavacervelli, con tanto di capitolo sul troubleshooting... 

    Ma l'ironia conversatoria di Enzensberger non è piaciuta a una critica televisiva che era in sala. Che ha inveito contro le assurdità sostenute sul palco. Dicendo che gli autori televisivi conducono una grande opera di relazione con il pubblico. E che alcuni telefilm recenti hanno qualità narrative straordinarie. 

    Il che è vero, probabilmente. Ma non è il punto. Il punto, secondo Enzensberger, è che il consumo e la produzione di televisione costruiscono una società fatta di relazioni diseguilibrate. Tanto che le persone non sono particolarmente - dice lui - orientate a credere alla televisione: «ci si gode la tv ma non si crede alla tv...». Una relazione più equilibrata è quella nella quale tutti, almeno un po', hanno una relazione attiva con le altre persone attraverso il medium... Per questo Enzensberger è tanto interessato a internet.

    Rai.it solo con Silverlight

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    Un interessante dibattito è nato da un caso personale:

    Perchè i cittadini italiani non possono vedere la rai.it pubblica senza installare il componente proprietario microsoft silverlight?

    Andrea Paternostro, Stefano Bussolon, ganassa and marcella liked this

    vero, ma è come i video che sfruttano Flash, che necessitano del plugin di casa Adobe - Luca Zappa @zaps

    io ci ho rinunciato - paola caruso

    http://acab(punto)servebeer(punto)com/tv-play... E buon divertimento. (almeno per vedere rai.tv) - Assimo

    @lucazappa - infatti nemmeno flash andava bene. il punto è che esiste un contratto di servizio (sì, lo so, qui si sbeffeggia la costituzione, figuriamoci il contratto di servizio) che impegna la Rai a offrire la parte "in chiaro" dei propri contenuti sfruttando tutte le tecnologie che via via si rendono disponibili su standard aperti. nè adobe flash nè microsoft silverlight lo sono. VLC sarebbe stata una ottima scelta. - antonio pavolini

    @Pavolini quale dovrebbero usare quindi, nel senso: ce ne sono di sufficientemente diffuse,ma open? - Marco Massarotto

    La diffusione secondo me conta poco: vlc si scarica e via :) - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone

    Beh non so cosa si direbbe se RAI rendesse necessario il download di un software per fruire dei programmi... - Marco Massarotto

    HTML5 è la soluzione. - roldano

    HTML5 sarà la soluzione tra un po', probabilmente. - Andrea Grassi
    Roldano, Html5 POTREBBE essere una soluzione. Se finalmente decidessero che codec usare per il tag audio e il tag video... @Luca Zappa, articolo dell'anno scorso e con gli ultimi simpatici update del sito rai (iniziati praticamente a dicembre), non funziona nemmeno più. - Assimo

    Marco, Anche adesso serve un download (silverlight)... La differenza è tra proprietario o open - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone

    Html 5 ha un grosso problema, i browser...la maggior parte delle persone usa IE6 (nonostante il funerale), quindi oltre alla definizione del codice bisogna aspettare che una fascia sufficientemente ampia di persone utilizzi un browser adeguato (non sono mica tutti geek come noi ;) ) - Pierotaglia

    io HTML5 lo vedo http://vimeo.com/10229038 tranquillamente su Chrome. Ora se la RAI e altri dicessero per vedere questo programma usa questo browser sarebbe fatta no? - roldano

    @Assimo ... io lo uso ogni tanto per vedere Rainews24 e funziona http://mediapolis.rai.it/relinke... in effetti ho provato ora e gli altri non vanno - Luca Zappa @zaps

    Beh diciamo che il download di Silverlight è un filo diverso da quello di VLC, ma appunto,
    quello intendevo, non sarebbe una soluzione cmq. - Marco Massarotto

    @Rolando Anche io lo vedo con Safari, ma noi siamo "avanti" ;) ci sono persone che usano ancora un AMD Athlon (bei tempi) - Pierotaglia

    Pierotaglia si ma Vimeo non è un servizio pubblico e basterebbe mettere un link scarica qui no? E poi de che stiamo parlando? Ma quanti italiani vanno su rai.tv e quanti invece se ne stanno comodi in salotto con il TV acceso? - roldano

    Io, per esempio. Che in camera mia il televisore non ce l'ho proprio... (ma anche quando sono in università torna molto utile) - Assimo

    per rispettare il contratto di servizio basterebbe fornire lo stream in tutte le tecnologie più diffuse (tra cui non vi è Silverlight ma facciamo finta che lo sia) e non in una sola arbitraria... - ezekiel

    Mi sembra che il quesito di Luca De Biase non sia posto in modo corretto: Silverlight è un componente proprietario come flash e tanti altri e francamente non ho mai visto polemiche così accese verso chi utilizza Flash o penalizza flash 8vedi apple). Vi invito a concentrarvi sul prodotto e sulla qualità dell'offerta di Rai.tv piuttosto che sul plug-in gratutito necessario per la visione dei contenuti. - gianluca stazio

    Silverlight per noi rappresenta una soluzione di semplicità ed efficienza, non certo una "scelta di campo": partendo dalla tecnologia della nostra piattaforma di produzione, ci ha consentito di mettere a disposizione in tempi brevi una grande quantità di contenuti e di evolvere rapidamente verso nuove funzionalità di streaming. Scegliere altre piattaforme sarebbe stato possibile, ma valutando i pro e i contro abbiamo capito che i tempi si sarebbero allungati e i costi sarebbero lievitati; abbiamo preferito andare incontro alla più ampia fascia possibile di utenti subito, puntando sui contenuti, e quindi fornendo - posto che si può sempre migliorare :) - un'offerta ricca e completamente gratuita. - RaiTv

    non per difendere nessuno o voler fare il sistemista a tutti i costi ma forse bisognerebbe avere un'idea (almeno un accenno...) della difficoltà/costi di mettere in piedi una piattaforma (con tutti i problemi di robustezza e sicurezza del caso) prima di fare discussioni sul sesso degli angeli. - Alessandro Nasini [ff]

    @alessandro tu ne sai senza dubbio molto dell'implementazone e della complessità di una piattaforma del genere ma noi sappiamo che la Rai in base a quel contratto di servizio (quello che include anche i computer) raccoglie da tutti noi una cifra vicina ai 2 miliardi di euro ogni anno. forse lo spazietto per fare una buona piattaforma c'è. - ezekiel

    I miei televisori sono sempre stati "proprietari". E francamente anche fossero "open" non mi azzarderei a metterci le mani. Ora la maggior parte di elettrodomestici usa viti che richiedono cacciaviti ad hoc, e questo ammetto sia un eccesso dannoso. Non mi è chiaro però a cosa serva il "open" se non nella misura in cui equivale a "free", il che poi non è neanche sempre vero. HTML5 non è un viewer, è un formato e come quasi sempre accade i migliori viewer (browser) saranno presumibilmente proprietari (anche se WebKit sta avendo una sempre più ampia diffusione, ma pur sempre all'interno di prodotti non open). Le amministrazioni pubbliche paiono puntare sempre più sull'open source che pare appunto a molti avere una qualche affinità, per me inspiegabile, con "gratuito" e con "pubblico". Io, da privato cittadino, preferisco tutto ciò che è proprietario e che con una modica spesa mi garantisce supporto, il tempo che perderei a spulciare codice open vale più di quanto spendo in software proprietario.
    - Giovanni Sarbia

    beh il contratto di servizio non parla di "open source", ma parla di standard definiti presso gli organismi competenti. non siamo ai livelli del contratto di servizio della BBC, che è persino più vincolante per la concessionaria pubblica, ma di questi tempi me lo terrei stretto. poi non credo proprio che avremo mai il televisore "white label" RAI...saranno sempre televisori proprietari, ci mancherebbe altro. Ma la mia interpretazione (del tutto soggettiva, ma da addetto ai lavori) è che, online, i contenuti debbano essere disponibili su piattaforme che "non scrivono regole per tutti gli altri", che non "definiscano l'ecosistema". E sia Silverlight che Flash hanno questa pretesa. (mentre un televisore Samsung piuttosto che LG, sull'etere, non hanno pretese di questo tipo) - antonio pavolini

    Mo spiego un po' di cose banali e ovvie ad un po' di guru qui in giro :) Open non è un santo graal/feticcio da opporre a proprietario sempre e comunque. Partiamo dalle basi ovvie a) chi fabbrica qualcosa è sempre il proprietario di quello che fabbrica b) gli standard di comunicazione/linguaggio/ OS/ etc. più sono resi proprietari e più non funzionano per mere questioni di statistica e di interoperabilità e al contrario più sono open e diffusi (questo è essenziale) e meglio funzionano. Corollario non è detto che quelli più diffusi siano quelli migliori, ma qui ci addentriamo in teorie economiche. Per tornare al tema, la RAI è un servizio pubblico e quindi dovrebbe garantire la visibilità dei programmi a tutti, compresi quelli che non vogliono o non possono usare Silverlight. Nel passato alcuni privati ti davano la possibilità di scegliere tra Windows Media Player, Real Player e Quick Time ed erano privati eh. - roldano

    @roldano AFAIK quelli più diffusi non sono open (basti vedere il caso dei sistemi operativi, abbastanza lampante) e qualunque azienda software che si rispetti adotta standards nei loro software proprietari proprio per garantire maggiore diffusione. @antonio Flash supporta H.264 che, non a caso, è usato da YouTube in modo da fornire video anche per iPhone - Giovanni Sarbia

    @giovanni dove sta scritto in "più sono open e diffusi (questo è essenziale) e meglio funzionano. Corollario non è detto che quelli più diffusi siano quelli migliori, ma qui ci addentriamo in teorie economiche." che quelli open sono i più diffusi? :) Il tasso di diffusione non è legato al fatto che siano open o meno. Infatti, parlando di browser Explorer fa cacare, ma è il più diffuso e pure Symbian, OS Mobile, più diffuso, fa schifo. Io ho solo detto che Open è tendenzialmente meglio se molto diffuso, tutto qui. Poi se pensiamo acne solo ai carica batterie dei telefoni che ce ne sono millemila per ogni produttore la tua affermazione "qualunque azienda software che si rispetti adotta standards nei loro software proprietari proprio per garantire maggiore diffusione" è quanto meno dubbia e se parliamo di software la storia di UNix ti dice subito che disastro è la roba "io m faccio il mio standard" e Android rischia lo stesso perché ogni produttore si vuole fare la cosetta inutile sua. - roldano


    E perché anche se lo installano il programma non parte?

    Paola Bonomo liked this

    De Biase non faccia cosi', spinga i bottoni giusti che Silverlight funzia anche su mac - massimo mantellini

    pensa che a me aveva smesso di funzionare IE8 su winzoz! poi ho usato la soluzione dell'informatico (spegni e riaccendi) e il mefitico IE8 è resuscitato! gioie e dolori dell'informatica :) - czap

    poi bisognerebbe chiedersi: con tutte le cose che ci sono da fare se uno ha una connessione a Internet, proprio per guardare la Rai deve usarla? - Paola Bonomo

    @paola per vedere una trasmissione di ieri.. @mante non funziona col mio antico powerpc: ci vuole intel.. sarà per quando cambio mac.. - You from iPhone (edit | delete)

    si infatti non funziona per il power e ci ho bestemmiato un ora prima di accorgermene, sempre perché i proogrammi di Bill sono fatti bene... una qualsiasi app. free ti direbbe già durante l'installazione che nn si può fare! - Mark Tamagnini

    E su Twitter:

    Gianna C Giagina
    1. @lucadebiase quell'odiosa frase del flash "la ragione è a tutti comune la volontà no" ? -
    2. Davide Schenetti dsot RT @lucadebiase: perchè gli italiani all'estero non possono vedere la diretta dello streaming rai.it anche avendo installato silver light?
    3. michelepasutto michelepasutto @lucadebiase ciao prova moonlight versione open io uso ubuntu ma credo c sia per mac
    4. Roldano De Persio RoldanoDePersio @lucadebiase microsoft silver light? La soluzione sarebbe HTML5 perché non fate un pezzo su Nova?
    5. sara bragonzi sarabrag @lucadebiase server in ufficio mi impedisce di installare programma x vedere rai.it e mi servirebbe x lavoro
    6. Nicolò Casagrande nicocasa @lucadebiase Per altro per via di questa mancanza non sono riuscito a fare una segnalazione a "Chi l'ha Visto".
    7. Marco Massarotto marcomassarotto @anywhere la risposta di Twitter a Facebook Connect? [via @lucadebiase]
    8. Luca Zappa zaps @lucadebiase vero, ma è come i video che sfruttano Flash, che necessitano del plugin di casa Adobe
    9. Emanuele ∞ Vulcano millenomi @lucadebiase Tecnico? Intendevo dire di policy.
    10. Emanuele ∞ Vulcano millenomi @lucadebiase Il motivo è meramente tecnico: Silverlight ha uno strato pesante di protezione da copia (DRM).
    11. Daniele Dal Sasso bongfactory @lucadebiase @nicocasa c'è un workaround http://bit.ly/aKZqYO però tutto ciò fa veramente poco "servizio pubblico"
    12. Luca De Biase lucadebiase RT @nicocasa: @lucadebiase Per altro un utente Mac con processore Power PC non può visualizzare i contenuti offerti. (ah: è il mio caso...)
    13. Nicolò Casagrande nicocasa @lucadebiase Per altro un utente Mac con processore Power PC non può visualizzare i contenuti offerti.
    Intanto, segnala Paola, arrivano i siti senza Flash.

    E poi qui si continua: Rai.it solo con Silverlight - http://blog.debiase.com/2010...

    E secondo te è un bene o un male? A me non dispiace se non altro ora il mio Mac non scalda una cifra come quando vedo i filmati in flash - SanfredianinoDoc

    Come vedi dai commenti ai post precedenti la questione è giustamente controversa: pubblico dovrebbe significare non legato a una sola azienda privata... e deve significare anche visibile facilmente a tutti... il pragmatismo è meglio dell'integralismo... forse dovrebbero semplicemente offrire la possibilità di vedere quello che vogliono far vedere in tutti i modi che il pubblico preferisce.. ma di sicuro non è molto giusto che si possa vedere solo con silverlight, secondo me...

    In linea di principio concordo con te, a mio modesto parere però non bisogna sottovalutare anche una questione legata ai costi di implementazione e manutenzione di un sistema che possa permettere la fruizione di contenuti video multistandard. Già il fatto che la biblioteca RAI sia visibile ormai con qualunque tipo di sistema operativo e browser è un bel passo avanti secondo me, mi pare che fino a qualche anno fa questo non era possibile se non ricordo male i video si potevano vedere solo con Winzoz media player....... - SanfredianinoDoc

    @sanfred purtroppo non si può vedere con tutti i computer e S.O. perchè le ultime versioni di silverlight (dopo la 1) hanno tagliato fuori vecchi S.O. e piattaforme e su Rai.tv c'era uno script che ti impediva di vedere se non aggiornavi a SL2. Per questo gli utenti si sono organizzati e hanno tirato fuori con un hack i link originali agli stream Rai per vederli su VLC (che implica anche aulteriori vantaggi) - ezekiel

    senza contare che su linux non si vede più nemmeno con moonlight...bella merda che hanno fatto - Alex "M0rF3uS"

    @sandredianinodoc - esiste il canone rai per pagare i costi di implementazione :) di sicuro non sono i soldo che mancano - Alex "M0rF3uS"

    il problema è coniugare la richiesta di sicurezza da parte dei detentori dei diritti (che impongono che i contenuti siano fruibili solo in un determinato spazio web, altrimenti niente contenuti) e le richieste degli utenti. - Pierotaglia

    si ma una televisione pubblica, la quale ti costringe anche a pagare una tassa, deve dare la possibilità di fruire dei servizi in maniera eguale a TUTTI gli utenti, altrimenti se cosi vogliono fare che cerchino di fare pagare agli utenti linux un canone molto più basso rispetto agli utenti windows, dato che i primi non possono usufruire di tutti i loro servizi (pubblici ricordiamolo) - Alex "M0rF3uS"

    @piero questa in effetti è la questione storica a cui di solito viene risposto che la Rai è pubblica, crea contenuti con denaro pubblico e con il canone quindi i suoi contenuti appartengono già ai cittadini, se non altro perchè li hanno già pagati, e quindi devono essere liberamente fruibili. E questo in effetti era lo scopo storico di Rai Teche (che però non so adesso a che punto si trovi...) - ezekiel

    @Alex "M0rF3us se parliamo d'investimenti ho visto i numeri durante il #Convergiamo: il budget di RaiTv è di circa tre milioni di euro, quello della BBC si aggira sui 140£, giusto per farci un idea : ) - Pierotaglia

    ma i confronti non servono a nulla, la bbc si sa che è più ricca della rai :D il punto della questione è un altro, vuoi che tutti gli italiani ti paghino il canone? allora ti devi impegnare per far si che tutti gli italiani vedano le tue reti allo stesso modo, come fai non mi interessa, ma lo devi fare :D se no come fai discriminazione sugli utenti per i servizi lo devi fare anche per i pagamenti - Alex "M0rF3uS"

    certo non si può dare mica la colpa a Rai.tv, 3 mln di budget per occuparsi di un colosso come la Rai (fatturato intorno ai 4 miliardi) è nulla, al massimo puoi sperare di farci un po' di comunicazione... - ezekiel

    Su Buzz:

    Davide Schenetti - Sull'argomento segnalo anche l'articolo di PI e soprattutto la discussione nei commenti:
    http://punto-informatico.it/2826093/PI/News/altro-che-bbc-qui-mamma-rai.aspx
    11:47 amDeleteUndo deleteReport spamNot spam
    Davide Schenetti - Mi ha interessato la storia del contratto di servizio e sono andato a controllare. Ho scoperto:
    1 - Il contratto di servizio RAI è scaduto e non ancora rinnovato. Forse con un po' di pressione si può ottenere qualcosa per il nuovo contratto?
    2 - L'articolo 6 del vecchio contratto (http://www.comunicazioni.it/binary/min_comunicazioni/televisione_rai/contratto_servizio_5_aprile_2007.pdf) recita:
    2.1 - [la RAI si impegna a] rendere disponibili, compatibilmente con il rispetto dei diritti dei terzi ed escludendo ogni sfruttamento a fini commerciali da parte di terzi, i contenuti radiotelevisivi trasmessi nell'ambito dell'offerta televisiva e radiofonica di cui all'articolo 4, comma 1, e all'articolo 5 direttamente dal portale Rai.it agli utenti che si collegano attraverso internet dal territorio nazionale e risultano in regola con il pagamento del canone di abbonamento Rai, nel rispetto del principio di neutralità tecnologica;
    2.2 - analizzare lo sviluppo di interfacce tecnologiche che consentano la diffusione dei contenuti sui principali dispositivi di fruizione audiovisiva di tempo in tempo disponibili sul mercato;
    2.3 - rendere accessibili i propri contenuti audiovisivi on line nei formati tecnologici e di fruizione più diffusi nel Paese

    Poco oltre compare l'articolo 26

    Articolo 26
    Neutralità tecnologica
    1. La Rai si impegna a realizzare la cessione gratuita, e senza costi aggiuntivi per l'utente, della propria programmazione di servizio pubblico sulle diverse piattaforme distributive, compatibilmente con i diritti dei terzi e fatti salvi gli specifici accordi commerciali.

    Fatti salvi gli specifici accordi commerciali potrebbe voler dire, a quanto ho capito, che nel caso specifico esiste un contratto tra RAI e Microsoft che ha la priorità sulla neutralità tecnologica.
    12:07 pmDeleteUndo deleteReport spam

    Hans Magnus Enzensberger, a Pordenone

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    Oggi a Pordenone, per Dedica, un incontro con Hans Magnus Enzensberger. Un poeta e saggista di capacità empatiche straordinarie, un querdenker, un visionario tagliente e mai prono al pensiero dominante.

    Nei suoi Constituents of a theory of the media (un estratto) ha intravisto fin dal 1970 alcune dinamiche che oggi sembriamo aver riscoperto: i media tradizionali che separano la produzione e la fruizione delle informazioni sono perfettamente coerenti con la logica della produzione e del consumo di massa tipica dell'industrializzazione ma certamente non soddisfano in pieno le esigenze dello sviluppo umano. Ma diventano capaci di costruire intorno all'immaginazione delle persone un mondo nel quale finiscono per sentirsi immersi. Anche perché hanno la tendenza ad attivare una dinamica di convergenza tra tutti i possibili media in un unico grande calderone mediatico. 

    Nei suoi interventi recenti, Enzensberger dimostra una visione coerente con le sue intuizioni del 1970 quando vede nella rete una vera e propria forma di riequilibrio mediatico che ridà alla società un ruolo di produttore di messaggi che l'epoca della televisione aveva sostanzialmente negato affidando all'audience tutt'al più il potere di cambiare canale.

    Ma ovviamente tutto questo è un argomento molto complesso e fecondo di punti di vista. Oggi a Pordenone si parlerà proprio di questo. Intanto, si può dare un'occhiata a questa intervista di Gianni Riotta nella quale, poco più di un anno fa, tra l'altro, si accenna alla sua teoria dei media di Enzelsberger:



    Rinnovamento Digg

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    Digg si rinnova, si apprende a SXSWi. Se ne può sbriciare un'anteprima. E si sa che ci sarà un benaccetto miglioramento nel sistema di pubblicazione: si farà in un solo click. Di certo, Digg doveva darsi una mossa di fronte al crescente successo di servizi che non fanno la stessa cosa ma coprono in parte lo stesso spazio come Twitter. (Mashable)

    Intanto, Instapaper aggiunge una feature: si possono bookmarcare le pagine (per esempio articoli di giornale) da leggere senza in seguito anche via mail. (Steve Rubel)

    Talvolta il cambiamento non è divertente

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    Uno dei tagli più frequenti nei giornali americani in crisi è il taglio delle strisce a fumetti. I comics sono di solito "syndicati" e compaiono su molti giornali nello stesso giorno. Ma ugualmente sono un costo significativo per le singole testate. The Star-Ledger of Newark, N.J. ha detto ai lettori che riducendo la sezione dei comics potranno risparmiare 300mila dollari all'anno. I disegnatori di B.C. dicono che negli ultimi tempi il numero di giornali che non rinunciano alla loro striscia è diminuito del 5% all'anno. (ABCnews)

    L'autoritarismo contrattacca

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    Internet non è più da tempo il territorio libero dei dissidenti nei paesi autoritari. E' anche un luogo di repressione e di contrattacco comunicazionale. Ne parla Reporters sans Frontières in un articolo allarmato per i recenti sviluppi di questa tendenza.

    Come dice sempre Evgeny Morozov, i dissidenti non vincono solo sulla base della tecnologia internettiana. Perché quella può essere usata anche contro di loro. Vincono se non sono lasciati isolati. E se sono aiutati a difendersi e a difendere la libertà di espressione.

    Non si può essere ambigui su queste questioni. E qualcosa si può fare con senso pratico e spirito non violento (su Nòva qualche spunto; un contributo di Alessandro Lanni).


    Larry Lessig ha portato a Montecitorio la cultura remix. Il bello della rete nella sua pienezza. 

    Poi, nell'incontro di ieri intitolato internet è libertà, ha voluto insistere sul fatto che esistono fenomeni positivi e fenomeni negativi nella rete. E che ogni "opposto estremismo" va superato. I punti che ha lanciato sono discutibili ma interessanti: vanno salvaguardati insieme il copyright e il diritto a costruire creazioni sulla cultura pubblica sedimentata in una società; vanno salvaguardati insieme il giornalismo dei cittadini e il giornalismo professionale d'inchiesta; va salvaguardata la tensione alla trasparenza nella politica e la possibilità di credere nella democrazia. Si può discutere su ciascun fatto che Lessig ha portato a sostegno delle sue tesi. Ma diciamo che è positivo passare da una contrapposizione radicale e sanguinosa a una discussione costruttiva che trovi il modo di valorizzare tutti i legittimi diritti in gioco.

    Difficile non temere che il dialogo aperto da chi vuole l'innovazione non sia una finestra aperta alla durezza di chi vuole la conservazione. Ma è pur vero che prima o poi si dovranno trovare soluzioni che superino la fase rivoltosa e entrino in una fase costruttiva. Lessig crede che sia il momento di passare alla fase costruttiva perché ritiene che i fatti dimostrino che la rete non si ferma e non si può fermare, che i giovani sono ormai in un'altra epoca storica, e che gli adulti possono solo scegliere se essere i dinosauri che combattono la loro ultima battaglia prima dell'estinzione o se aiutare alla costruzione del nuovo mondo.

    Di certo, nell'incontro di ieri, il contrasto più grande e sorprendente è stato quello che si è notato nella differenza sostanziale tra l'impostazione aperta e visionaria di Gianfranco Fini e le posizioni minimaliste e conservatrici di Paolo Romani.

    Il panel era decisamente favorevole all'idea che internet è libertà. Il pubblico con ogni evidenza lo era ancora di più. Fini ha fatto un'ottima figura, ma non ha contraddetto punto per punto le posizioni di Romani (anche perché quando il viceministro ha parlato era andato via). Sicché non si è sentito nulla intorno alla speranza che alla Camera un decreto che blocchi lo sviluppo libero della rete sarà discusso con attenzione critica, non ha detto che si farà di tutto per sbloccare i fondi per la banda larga, non ha detto che internet va considerata una priorità dello sviluppo del paese e non una spesa da fare quando sarà passata la crisi.

    Romani era con ogni evidenza sulla difensiva. Il suo decreto di "attuazione" vagamente creativa della direttiva europea, anche dopo le spiegazioni fornite ieri, resta di un'ambiguità sconcertante nei confronti di chi voglia far partire un'iniziativa aziendale che si basi sulla produzione di video da distribuire online; su YouTube in particolare non sembra ancora chiaro (ha detto che la direttiva si occupa di video on demand e near video on demand, alludendo al fatto che potrebbe assomigliare a YouTube anche se di fatto non ci assomiglia per niente). Quello che è chiaro è che il decreto non si occupa dei privati senza scopo di profitto (dunque si può fare una televisione online non profit?). Vedremo il testo definitivo: per ora i dubbi superano le certezze e il sistema è frenato (il che non è certo coerente con l'affermazione di principio secondo la quale internet è libertà). Sui fondi alla banda larga l'ambiguità è massima (ne parla anche Alessandro). Si capisce solo che non sono considerati una misura di sviluppo ma una spesa da fare quando si potrà.

    Internet è libertà. Ma la libertà non è solo una questione di principio.

    Internet è libertà

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    Ieri, al Politecnico di Milano, una lezione sulla Next economy: green, social, network...

    Gli studenti chiedono: internet è da Nobel per la pace? e poi: internet è il medium della felicità? e qualche settimana fa, il Sole 24 Ore si chiedeva: internet è il mezzo della verità?

    Sappiamo purtroppo che nessuna tecnologia può essere pace, felicità, verità. E sappiamo che siamo noi che la usiamo a interpretarla, sulla base della nostra cultura, della nostra consapevolezza, della nostra storia. Ma è anche chiaro che internet, in particolare, è una tecnologia profondamente densa di umanità: il suo senso e il suo impatto dipendono dalle persone che si esprimono, si riconoscono, si connettono... 

    L'internet che conosciamo è soprattutto un recupero della dimensione relazionale delle persone, un grande valore spesso compresso dai media tradizionali. E se è anche popolata di odio, manipolazione, superficialità, è pur sempre un'occasione per l'approfondimento, la conversazione pacifica, l'informazione alternativa e indipendente. Oggi, dopo tanto tempo, sappiamo che rispecchia soprattutto la capacità di una società di sviluppare una sua dinamica culturale. Può schiacciare sull'iperpresente dello scambio immediato di curiosità, ma può anche aprire la strada a meravigliose forme di accesso a saperi conclucati dai vecchi media. Sta a noi cogliere l'occasione. 

    Verità, felicità, pace sono valori da conquistare giorno per giorno, su qualunque medium e in qualunque contesto. 

    Ma se c'è un valore che internet incarna in modo particolarmente preciso, responsabilizzante, attivo, beh quel valore è la libertà. 

    Nòva ne parla oggi, con David Weinberger, Ethan Zuckerman, Lawrence Lessig, Juan Carlos De Martin...

    Nòva ha voluto portare un contributo alla giornata: perché oggi a Montecitorio c'è un convegno straordinario, il cui titolo ispirato e ispirante è, appunto, Internet è libertà.

    Riflessioni su iPad e giornali

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    Martin Langeveld offre una serie di riflessioni sull'impatto dell'iPad nell'industria editoriale. Un riassunto è qui, ma il post originale vale il tempo che richiede. Più sotto in questo box le osservazioni dell'Electronic Frontiers Foundation sul contratto che lega i produttori di apps (compresi quelli che fanno applicazioni giornalistiche) alla Apple.

    Dice Langeveld, in sintesi:

    L'iPad è un cambio di passo nella mobilità dei contenuti. Genererà un sensibile aumento delle vendite di contenuti per device mobili.

    I tempi di utilizzo dell'iPad e dell'iPhone, con tutti i loro emuli, saranno estesi alla maggior parte dei tempi di attesa e di spostamento. Le spese di marketing si sposteranno sui device mobili. I consumatori risponderanno con entusiasmo ai nuovi servizi - promozionali e informativi - proposti su queste piattaforme. Quello che sappiamo ora sull'iPad è minimo. Ma cominciare a lavorarci e obbligatorio.

    Dopo due decenni di inseguimento del digitale, gli editori hanno l'opportunità di riprendere la leadership. Ma devono:

    "Reinvent content for the mobile Web and iPad. As Doctor also notes, this is easier for magazines, with their stronger visual orientation and design resources, than it will be for newspapers, which will need to invest in new, innovative design capabilities.
    1. Challenge journalists to develop new streams of content, in new formats and with new kinds of interactivity and connectivity that will attract new readers and built new relationships of trust with them.
    2. Work with Apple and other mobile platform entities to enable content and advertising personalization. This means pushing Apple for a more open platform and for access to at least some of their customer data. If publishers are to be players in the mobile marketing game, they must be able to deliver individually targeted marketing messages, and that means having some ability to identify readers and to respond (with their permission) to their profiles and preferences.
    3. Work with marketers to invent new ways to interact with customers: to facilitate conversations, to blend news, social media and brand messages, to actually sell stuff and facilitate transaction -- in short, to leverage those new relationships of trust into brand new streams of revenue.
    4. Be ready to shift gears often. The job is not just to create a presence on iPad, but to adapt to the new mobile landscape as it develops and changes. Like the saying about the weather in various localities, if you think you have your iPad strategy figured out, wait five minutes."
    Nel frattempo, però, gli editori dovranno organizzarsi per comprendere ed eventualmente migliorare le condizioni finora imposte dalla Apple ai produttori di applicazioni (compresi quelli che fanno applicazioni giornalistiche): secondo le osservazioni dell'Electronic Frontiers Foundation, la Apple si riserva diritti unilateralmente a suo esclusivo vantaggio. Compresa la possibilità di interrompere il contratto ed escludere qualunque app in ogni momento.

    Neppure Google guadagna con le news

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    Sentite le grandi lamentazioni degli editori, Murdoch in testa, sul fatto che Google guadagnerebbe con le notizie dei loro giornali, ci si domandava: ma è vero? E dunque pare proprio di no. Lo diceva Google che non fa fatturato con le news, ora lo registra anche Chris Dixon.

    Profilo e reputazione; identità e fiducia

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    Le parole chiave del valore nel contesto dei media sociali: profilo, identità, reputazione, fiducia...

    Secondo Laurel Papworth il profilo e, in un certo senso, la reputazione si costruiscono attivamente, mentre l'dentità e la fiducia dipendono dalla reazione e dalla comprensione degli altri. Il tutto, naturalmente, in un gioco di interazioni continuo...

    social-web-reputation-mgmt-cycles.jpg

    New York Software Times

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    Il New York Times assume 12 ingegneri del software e web designer più un social media marketing manager. Il titolo di una di queste nuove posizioni è Creative Technologist. Venturebeat. L'editore del New York Times sta facendo il suo mestiere.

    Internet, libertà

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    Ventisettemila persone, in 26 paesi, hanno risposto a un sondaggio della Bbc. E quattro su cinque hanno detto che l'accesso a internet è un diritto fondamentale. Perché è una possibilità di avanzamento culturale senza paragoni. Perché aiuta in modo decisivo la libertà di espressione.

    Internet è opportunità di liberazione. Non violenta. Problematica, naturalmente. Come ogni possibilità aperta sia a chi costruisce che a chi distrugge.

    Gli Stati Uniti ne hanno fatto un elemento basilare della loro politica internazionale, vedendo nella libertà della rete un rilancio del loro softpower. Ma questo significa anche che si impegnano in una direzione libertaria: perché internet è uno strumento esigente che non si lascia usare senza chiedere in cambio un atteggiamento coerente. 

    Questa settimana è importante, da questo punto di vista, anche per l'Italia. Chi si impegna dicendo che "internet è libertà" si pone al servizio di quella affermazione e delle sue conseguenze.

    Internet per l'Italia può essere considerata un nuovo terreno di coltura per il populismo, se interpretata in chiave di strategia della disattenzione: ma il suo contributo non violento e costruttivo è potenzialmente molto più dirompente. D'altra parte i media adatti al populismo non mancano di certo.. Sta a chi la usa pensare la rete non come l'ennesimo facile sistema per rilanciare slogan tattici, ma come opportunità di approfondimento, confronto sui fatti, accettazione delle opinioni diverse. Questo paese ne ha enorme bisogno.
    Nell'epoca di internet il business editoriale è in trasformazione. E una possibile via d'uscita è che gli autori semplicemente diventino imprenditori di sé stessi. Luke Johnson, presidente della Royal Society of Arts e leader della compagnia di private equity Risk Capital partners, pone un vecchio problema in modo tanto diretto e sicuro da sfidare a rifletterci sopra di nuovo.

    La disintermediazione, si diceva una volta. Oggi si dice, come Johnson, che la quota riservata agli autori dal sistema editoriale tradizionale è un cattivo affare per loro: "Creative types pay a heavy toll to distribute their works, and in "the internet age" they can and should be doing it for themselves. Be they painters having to give galleries 50 per cent of the price of their pictures, or authors getting just 7 per cent of the net proceeds of their novels from publishers, or singers receiving paltry royalties from record labels, for many the division of rewards is a bad deal."

    E' un cattivo affare perché la gente non vede un film perché è incuriosito della major che lo ha prodotto, non sente un brano musicale perché è interessato a quello che presenta un'etichetta e non legge un libro perché ama un editore, dice Johnson: il pubblico presta attenzione a un'opera perché è affasciato dalla visione originale dell'artista o dell'autore. E poiché con internet e il digitale produrre e pubblicare è diventato molto meno costoso, gli autori che diventano imprenditori di se stesso, dice Johnson, possono guadagnare di più. Tagliando fuori gli intermediari. E' un modo per raccontare la crisi dell'editoria. Ma è un modo per spiegare bene che cosa faranno gli autori?

    La pars denstruens è facile. E' la pars construens che resta difficile. Il che rende il problema interessantissimo. Gli autori possono pensare di fare a meno della produzione, del marketing, del lavoro di agenzia, del supporto legale che gli editori hanno sempre fornito in un unico blocco in cambio della possibilità di rivendere come volevano il copyright. Ma resta il fatto che anche il modello di business non è più quello di una volta: se il copyright non è protetto su internet per gli editori, non lo è neppure per gli autori. Inoltre, è vero che le funzioni di marketing e legale restano importanti e qualcuno le deve svolgere. Infine, non tutti gli autori, concentrati sulla loro visione creativa, sanno e vogliono saltare alla bisogna nella cultura dell'imprenditore.

    Ne emerge una visione, ancora tutta da sviluppare, nella quale non abbiamo autori tuttofare, ma neppure editori onnipotenti. L'una e l'altra soluzione sono contrarie alla qualità creativa. Quello che avviene è la fine del bundle editoriale: le diverse funzioni si disaggregano e vengono pagate con una quota del fatturato; il problema è che tutti rischiano, nessuno si siede sul suo privilegio acquisito. Ma si ha l'impressione che sia un problema da affrontare e accettare.

    Nello stesso tempo, nasce un insieme di nuove figure. Quelle che creano nuove opportunità imprenditoriali, disegnano contenitori e soluzioni innovative nelle quali il modello di business è comprensibile. Ostinarsi a imporre un copyright sui prodotti digitali registrati e replicabili non è una politica di grande lungimiranza. Scoprire nuovi modi di fatturare - concerti e incontri fisici, esperienze educative, invenzioni promozionali - è una funzione creativa-imprenditoriale nuova che potrebbe diventare decisiva.

    Per gli editori si tratta di incorporare questa mentalità. Separare con chiarezza le funzioni, non più basandosi sui silos dei diversi mezzi di trasmissione ma sulla diversità di servizi offerti all'attività autoriale: produzione, marketing, controllo qualità, legale, sperimentazione di nuovi modelli di business, design dei contenitori, ecc ecc. Non tutti gli editori sapranno fare tutto. Ma in quella direzione ricostruiranno una prospettiva per il loro mestiere.

    Twitter different

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    Peretti ha scritto un post su Twitter che è stato retwittato più di 400 volte:

    "Twitter is a simple service used by smart people. Facebook is a smart service used by simple people."

    Non ricorda la battaglia ideale tra i tifosi di Apple e Microsoft?

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    (Su FriendFeed, intanto, alcune reazioni...
    Battuta carina:) - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone
    questo dualismo fra fighi e sfigati dei social network è noiosissimo ... - Roberto - La TV Liquida from twhirl
    Sarà anche noioso, ma l'hanno ritwittato in più di 400 (http://www.buzzfeed.com/jonah...) - Paola Bonomo
    io quasi non mi sono ancora annoiato di apple-microsoft figuriamoci se non seguo volentieri twitter-facebook... :) - You from iPhone (edit | delete)
    Mi sembra mutuata dalla battuta su rugby e calcio che si sente in Invictus. Razzisti! - Daniele Della Seta
    Battuta elitaria di chi non è più elite! - cannedcat from fftogo)

    Twitter cresce e Facebook è cresciuto

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    Oltre un miliardo di tweet al mese, in questo 2010. Con una forte concentrazione al lunedì e venerdì. E con una coda lunghissima di utenti in base al numero di follower. Twitter cresce veloce, anche se il tasso di crescita sembra rallentare. Brian Solis

    Le ricerche sui tweet sono sempre più efficienti. Per luogo, argomento, bio, ecc. Una serie di suggerimenti da Openforum.

    Facebook intanto è cresciuto tanto che non solo ha la capacità di indirizzare il traffico molto più di Google per esempio nelle news (anche se Mante non nasconde le sue perplessità sulla qualità delle news), ma è anche capace di attrarre quasi tanto traffico quanto Google. Federico Ferrazza

    Dubbi Romani

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    L'Aiip è furente con il Decreto Romani. Dice che la nuova norma è un "grande fratello di stato". Come se non bastasse quello della Endemol, l'Aiip vede nel decreto una serie di mancanze gravi che aprono la strada alla trasformazione dei provider in sceriffi tagliando fuori i magistrati.

    Stefano Quintarelli è più tranquillo, nonstante che lui quelli dell'Aiip li conosca bene. E parla di un "bug" nel decreto che unito all'assenza di un richiamo alla direttiva ecommerce (quella che dice che le piattaforme non sono responsabili di quello che fanno gli utenti) dal quale potrebbero passare un sacco di guai. Ma la sua formulazione tranquilla induce a pensare che anche questo come ogni altro bug si possa correggere.

    Alessandro Longo lavora di fino sulle perplessità. E vale la pena di leggerlo per capire che non si capisce per esempio se YouTube nel decreto è televisione o no.

    Le reazioni a caldo di ieri.
    Google è grande. Ma Google News lo è meno. E sicuramente meno di Facebook. Su Facebook la gente si segnala di tutto, comprese le notizie. E secondo Hitwise il traffico che effettivamente arriva ai siti di notizie da Facebook ha superato quello che arriva da Google News. Con buona pace di tutte le lamentazioni degli editori che si ispirano a Murdoch.

    Ora Hitwise aggiunge che da Facebook arriva più traffico a siti che nascono dal mondo del broadcast, mentre da Google News arriva più traffico ai siti che nascono da giornali cartacei.

    Questo peraltro vale soprattutto per i grandi siti di news. La parte lunga della coda lunga è ancora più coperta da Google.

    Anche perché quello che si fa su Facebook è più governato dall'immediatezza facile. (ReadWriteWeb)
    Si chiama Salmon. E' un progetto open source che deve tentare di aggregare non solo i post ma anche i commenti che si trovano frammentati sulle varie piattaforme social media. (Online Media Daily)

    Romani: vagamente ambiguo

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    Il decreto Romani è passato al Consiglio dei ministri. Non contiene molte delle norme iper restrittive che sembra caratterizzassero le prime bozze. Non riguarda i blog e le attività degli utenti che generano contenuti. Non richiede controlli preventivi sui contenuti da parte delle piattaforme. Casomai è ambiguo sulla questione dei siti che professionalmente pubblicano video. La commissione europea comunque è chiara. Dunque le ambiguità, si spera, saranno superate dalla normativa più generale europea. Ma le ambiguità hanno comunque l'effetto di tenere sotto pressione la rete e probabilmente non lasciano tranquilli quelli che dovrebbero investire per sviluppare nuovi business online. Il testo su Repubblica.

    Zambardino vede un po' di confusione. O'Presidente vede l'esclusione esplicita dei blog. PenneDigitali osserva la scarsa chiarezza sui provider. Dany si fa domande. Guido Scorza resta convinto dei suoi dubbi e pur apprezzando i cambiamenti apportati al testo pensa che i problemi non siano superati. Quinta segnala il testo e lo studia domani.

    Nuovo buco nella privacy su Facebook

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    Zachary Seward ha ricevuto nella sua posta elettronica 128 messaggi privati scambiati su Facebook tra persone che non conosce. (Wsj).

    E' sempre più chiaro che le piattaforme internettare che invocano la libertà di espressione, dovrebbero impegnarsi a garantire meglio la privacy...

    Cala il p2p

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    Quinta segnala che effettivamente i dati Nielsen sembrano indicare un calo del p2p...

    Apple potrebbe censurare i giornali sull'iPad

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    Brian X. Chen ha un argomento che fa riflettere. Quando Apple ha tolto le apps che hanno un contenuto sexy, molti blogger hanno notato che se ne andavano anche programmi contenenti foto non particolarmente problematiche, come quelle delle ragazze in bikini di un servizio di ecommerce di constumi da bagno.

    Per Chen questo significa che molti giornali che si preparano a pubblicare una versione per iPad dovrebbero stare attenti. Non solo quelli di moda. Ma anche molti altri periodici che pubblicano foto e pubblicità con qualche scollatura profonda...

    Ma se dovessero fare questo, alla Apple, potrebbero unilateralmente prendere altre decisioni censorie, dice Chen.

    iSpazio nota che probabilmente la censura effettuata da Apple si trasformerà in un'innovazione nella piattaforma AppStore: l'introduzione di una nuova categoria, "explicit".

    La preoccupazione di Chen è probabilmente eccessiva. E' abbastanza assurdo, conoscendo la Apple, che quell'azienda si metta a discutere con gli editori. Ma dato il precedente delle foto osé, non è del tutto impossibile che intenda far valere il suo punto di vista anche in merito alle scelte editoriali.

    Sarebbe vagamente comico trovare le applicazioni per iPad di - che so - Panorama o The Sun solo nella categoria "explicit"... Vedremo.
    Come sottolineava Gboccia la questione sollevata dalla sentenza sull'orribile filmato pubblicato su Google Video è quella dell'equilibrio tra privacy e libertà di espressione. (Se ne parlava ieri in tre post a caldo).

    In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza possiamo dire che secondo il giudice di primo grado:
    1. Non c'è diffamazione, dunque la piattaforma non è "editore"
    2. C'è violazione della legge sulla privacy perché la piattaforma avrebbe dovuto scrivere in modo esplicito che prima di caricare un video gli utenti devono assicurarsi di avere ogni diritto di farlo, ripetendo due volte la richiesta di verificare se il materiale pubblicato non contenga dati sensibili su terzi
    3. I manager erano consapevoli di non aver fatto tutto il possibile per garantire la privacy.

    Si vedrà se in secondo grado la sentenza sarà confermata e si vedranno le motivazioni di questa.

    Ma intanto possiamo dire che la legge sulla privacy diventa il nuovo punto di attacco contro le piattaforme per gli user generated content. Ed è un punto molto delicato. Perché:
    1. Le piattaforme, da Facebook a Google, sono strutturalmente poco propense a garantire la privacy, i loro modelli di business sono anzi proprio legati alla conoscenza di dati relativi alle persone per fini pubblicitari
    2. Le piattaforme sono globali ma le leggi sono nazionali e il mosaico di normative non favorisce la chiarezza del diritto dei cittadini e delle piattaforme
    3. La privacy non è sempre un tema molto sentito dai cittadini, anche in aree che godono di una normativa sulla privacy molto significativa; la cultura della privacy non è diffusa quando dovrebbe; salvo che poi quando i singoli si trovano la privacy invasa reagiscono con molta sofferenza.
    4. D'altra parte, la diffusione di informazioni rilevanti su persone che hanno una funzione pubblica è un valore decisivo per la democrazia; e la possibilità che all'informazione partecipi anche la cittadinanza che non si occupa professionalmente di informazione è un valore di primissima grandezza per lo sviluppo della convivenza civile.

    Occorre impedire che si assista a un crescente contrasto tra libertà di espressione e privacy. Anzi, i due diritti devono crescere parallelamente. 

    Le norme per ora non aiutano. E i grandi player sembrano poco proattivi a favore della privacy, mentre molti interessi sono decisamente contrari allo sviluppo della libertà di espressione. 

    La forza decisiva è quella dei cittadini. Che possono e devono combattere per avere equilibrio tra privacy e libertà di espressione, sviluppando entrambe e non riducendole entrambe. Il che passa prima di tutto da una crescente e forte consapevolezza della decisiva importanza democratica di entrambe.

    La brutta giornata di Google / update

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    Si poteva essere fiduciosi se la questione fosse stata soltanto una mancata chiarezza da parte di Google nei termini di servzio. (Vedi post precedente).

    E probabilmente la questione si risolverà proprio in riferimento a questo.

    Ma resterà aperta un'altra questione. Rilevante: perché è probabile che il diritto alla libertà di informazione e il diritto alla privacy saranno sempre più in conflitto. E tutti coloro che vorranno ridurre la prima potranno appellarsi alla seconda.

    Allora sarà importante capire bene la seconda. E in questo caso a quanto risulta c'è un aspetto molto interessante. Perché in questo caso non ci sarebbe stata nessuna diffusione di dati sensibili sulla salute del ragazzo presentato nel video come affetto da sindrome di Down, se è vero quanto risulta: e cioè che il ragazzo non era affetto da sindrome di Down. Era malato, purtroppo, ma non di quella malattia.

    Occorre dunque conoscere la sentenza per poter dire qualunque altra cosa.

    Perché se tutto questo portasse a dire che la piattaforma deve assicurarsi che chi pubblica abbia tutti i diritti per farlo anche chiedendo ai terzi interessati prima di consentire la pubblicazione, questo costituirebbe una complicazione enorme per ogni piattaforma di user generated content. Se si trattasse semplicemente di scrivere meglio i termini di servizio la questione si risolverebbe abbastanza facilmente. In attesa di capire meglio l'intricatissima legge sulla privacy e la scarsa volontà da parte delle piattaforme di assumersene tutti gli oneri.

    La brutta giornata di Google

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    La sentenza italiana su Google dice dunque fondamentalmente che i giudici non considerano la piattaforma come un editore (non è condannata per diffamazione) ma la considerano responsabile se ci sono violazioni della legge sulla privacy, in particolare per la diffusione di dati sensibili relativi alla salute di una persona. E' possibile che questo problema sia risolto semplicemente aggiungendo un bottone alla piattaforma che, nel momento in cui un utente si iscrive per pubblicare qualcosa, chieda di dichiarare che il contenuto uploadato non infrange la legge sulla privacy? Vedremo.

    Invisigot concorda nel vedere la sentenza come una causa di complicazione per gli user generated content. Matteo è d'accordo. Gboccia vede un difficile equilibrio tra libertà di parola e privacy. Dario se ne preoccupa ancora più decisamente. E cita Stefano e Guido, oltre che il parere di Vidi Down che nonostante i diretti interessati si fossero ritirati ha continuato la causa. E questo è il parere di Google.

    Non si può non considerare il fatto che ci mancano le motivazioni della sentenza. Se quando le pubblicherà il giudice dimostrerà di aver tenuto conto di tutto correttamante, trovando semplicemente che nei termini di servizio di Google all'epoca dei fatti non c'erano tutte le precauzioni necessarie per evitare che gli utenti uploadassero materiale lesivo della privacy, tutta la vicenda assumerà contorni meno preoccupanti. Basterà appunto che le piattaforme siano più chiare nel chiedere agli utenti attenzione sulla privacy perché la loro responsabiltà di eventuali violazioni sia risolta. Vedremo, appunto.

    Siamo comunque lontani dal problema dell'introduzione degli sceriffi della rete. Che invece rischia di saltare fuori per tutt'altra via: la riforma studiata dal governo attraverso Romani. Su quella occorre vigilare.

    La strumentalizzazione di una sentenza è sempre possibile: sia in un senso restrittivo che in un senso allarmistico. In un contesto di proposte di legge restrittive, la popolazione che tifa per la rete è sempre preoccupata. Per quanto riguarda questo fatto specifico, solo la pubblicazione della sentenza potrà sciogliere i dubbi. Ma un fatto generale è certo: la libertà di informazione è costantemente minacciata da regole difficili da interpretare, mentre la privacy è costantemente minacciata da piattaforme disattente. L'equilibrio è difficile. E passa prima di tutto dalla consapevolezza degli utenti.

    Intanto, Bruxelles si interessa all'eventualità di studiare i possibili abusi di posizione dominante di Google. Non è già un procedimento, dice Giovanni. Sulla base di un'iniziativa di Microsoft.

    (Sulla specificità di Google, infrastruttura globale, difficile da mantenere nelle regole di tutti i singoli paesi, c'era tempo fa un pezzo di Pierani)

    Google Video: la legge italiana complica il mondo

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    E quindi le piattaforme che consentono agli utenti di pubblicare quello che vogliono online diventano responsabili delle eventuali violazioni commesse dagli utenti stessi? Un giudice italiano ha deciso che sì. E questo genera conseguenze giuridiche globali.

    Il giudice Oscar Magi - quello di Abu Omar - ha condannato alcuni responsabili di Google Italia per violazione della legge sulla privacy, in riferimento al video sul bambino affetto dalla sindrome di Down pubblicato su Google Video, mentre li ha assolti dalle accuse di diffamazione.

    In pratica, sembra di capire, Google avrebbe dovuto ottenere - o far ottenere dagli autori del video - la liberatoria alla pubblicazione delle immagini.

    La sentenza è di primo grado e non è definitiva. Ma apre uno scenario molto complicato per tutti i provider di accesso a internet e soprattutto le piattaforme che consentono la pubblicazione di materiali informativi (soprattutto ma non necessariamente solo) in video da parte degli utenti.

    Se fosse portata alle sue conseguenze, questa sentenza significa che prima di pubblicare qualunque cosa riguardi terzi su Twitter, Flickr, YouTube, Facebook, un utente dovrebbe ottenere la liberatoria dai terzi stessi e se non lo fa anche le piattaforme sono responsabili. Le piattaforme dovrebbero dunque in questo senso vigilare su quanto gli utenti pubblicano.

    Potrebbe essere un colpo molto difficile da sopportare per il mondo degli user generated content. A questa sentenza potrebbero fare riferimento molti altri soggetti interessati a che la rete non possa essere il luogo della libertà di informazione - con i suoi pregi e difetti, con i suoi rischi e le sue opportunità.

    L'ultima delle Faq a BlogNation

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    Le risposte alle Faq di BlogNation sono da leggere. Divertenti. E piene di buon senso. Persino "troppo" aperte, visto che l'ultimo scambio è questo:

    "Non mi avete ancora convinto del tutto. Siete sicuri di essere completamente imparziali?
    Accettiamo la sfida. Clicca qui: è una ricerca su Telecom Italia fatta su BlogNation. Verifica tu stesso se abbiamo nascosto post critici."

    Nel momento in cui questo post va in pubblicazione, cliccando su "clicca qui" si arriva a una pagina nella quale ci sono zero post. Come dire: si sono presi il rischio e hanno fatto la loro figura. Troppo corretto... "Nessuno è perfetto" direbbe BlogNation

    Autori che bloggano

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    Simon & Schuster, megaeditore, dice che gli autori dovrebbero tenere un blog e partecipare ai social network. (Joanna Penn). E suo nel nuovo sito pubblica una sezione apposta per dare suggerimenti pratici agli autori che vogliano fare tesoro del consiglio.

    Apple frontale contro Flash

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    Pare che Steve Jobs abbia presentato l'iPad al Wall Street Journal. E che abbia colto l'occasione per fare un attacco frontale durissimo contro Flash. Niente compromessi. (Gawker

    Social mobile

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    Pare che gli americani spendano tre ore al giorno con il telefonino in mano. E che lo usino tanto per comunicare sui social network da lasciare intendere che Facebook e company siano ormai piattaforme più usate dal telefono mobile che da computer fisso. Il che è considerato il segno del fatto che i social network diventano sempre più mainstream. (ReadWriteWeb)

    Che cos'è l'ATTENZIONE? Una forma di energia

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    Con l'arrivo di Buzz molti hanno avuto un moto di repulsione: non solo per le note questioni di privacy violata, ma anche perché ci si trova di fronte a un ennesimo strumento di comunicazione sociale da gestire, ascoltare, tenere d'occhio.

    Di qui lo spunto per una riflessione sull'attenzione.

    C'è un pezzo di Chris Brogan che si fa leggere. Contiene un'indicazione da criticare e una proposta da prendere sul serio.

    Per Brogan l'attenzione è una moneta che si scambia e ha un grande valore. Uhmm. Per me la metafora non tiene: la moneta, come insegna la reazione pubblica alla crisi finanziaria, quando manca si può stampare. L'attenzione è scarsa e non si può replicare. In realtà, la moneta è una forma di informazione. Mentre l'attenzione casomai si può paragonare a una sorta di energia: viene da fonti rinnovabili ma è in ogni caso scarsa e limitata.

    La proposta di Brogan però è di buon senso. Gestire l'attenzione facendosi una personale lista di priorità. Non lasciandosi trasportare dai doveri impliciti nelle piattaforme che si usano. Trovare un equilibrio interiore per tutte le fonti di energia-attenzione e i vari modi per impiegarla costituisce un valore per l'equilibrio del nostro personale ecosistema dell'informazione ed è la premessa di un equilibrio informativo complessivo. Il buon senso, qualche volta, serve. Anche per combattere la strategia della disattenzione.

    Dati sulla FELICITA' da Facebook

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    I dati sulla "felicità" degli utenti di Facebook potrebbero essere la più grande raccolta di esperienze in materia della storia. Per adesso sono registrati con un metodo piuttosto arcaico: si estraggono le parole associate a qualcosa di positivo e quelle che segnalano qualcosa di negativo, poi si contano. Risultato: per lo più l'ovvio, che di per sé è interessante ma non sorprende.

    Balza all'occhio la persistenza di single, in un "campione" di 400 milioni di persone: 30% delle donne e 40% degli uomini si dichiarano single. 

    E intriga il miglioramento della "felicità" man mano che l'età cresce. Il che sembra indicare che, almeno su Facebook, prevale l'ipotesi che la vita sia un percorso verso la saggezza, piuttosto che una progressiva perdita di spensieratezza e spontaneità. (O forse è un percorso verso il controllo delle emozioni che si condividono su Facebook e una perdita di spontaneità).

    YouTube's secret

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    E' stata una vera innovazione, YouTube. Il suo segreto più straordinario è stata l'idea di consentire le citazioni profonde dei video sui blog e i siti che "embeddavano" facilmente il codice. Una piccola differenza che ha generato una valanga di conseguenze, grazie alla dinamica del passaparola. E ha consentito a YouTube di battere 10 a 1 Google Video. Oggi in assoluta maggioranza i video si vedono perché sono stati segnalati da qualcuno, non perché sono stati cercati sul motore di ricerca.

    Il blog di YouTube ha festeggiato. E Giovanni ha raccolto un po' di video famosissimi... E Dario nota che è più giovane di Facebook...

    Facebook dirige il traffico più di Google

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    Come riporta SFGate sul San Francisco Chronicle, secondo la Compete Inc, Facebook ha superato Google per diventare la massima fonte di traffico per alcuni portali principali, come Msn e Yahoo!, mentre è tra i leader per molti altri tipi di siti. I "social search engine" avanzano.

    Ecco i dati:

    "Using a snapshot of Web traffic from December, Compete's director of online media and search, Jessica Ong, found that 15 percent of traffic to major Web portals like Yahoo, MSN and AOL came from Facebook and MySpace. The lion's share of that traffic, 13 percent came from Facebook. Google, which has profited handsomely from directing Web surfers to their destinations during the past decade, was third with 7 percent, just behind e-commerce site eBay, which had 7.61 percent. MySpace was fourth with just under 2 percent."

    daLeggere - DIRITTO D'AUTORE - Agcom

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    L'indagine conoscitiva dell'Agcom sul diritto d'autore nelle reti di comunicazione elettronica è una lettura che chiarisce molti dubbi. In particolare non ci possono essere sceriffi privati in Italia ma solo magistratura e polizia. I provider e gli host non hanno responsabilità se non sanno nulla dei contenuti che circolano e si memorizzano sulle loro macchine. Corollario: non sono responsabili se mantengono fermo il principio e la pratica della network neutrality. Come in ogni paese civile. 

    E l'Europa non può accettare che l'Italia non lo sia più.

    BookBlogging - MEDIOLOGIA - Régis Debray

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    More about Cours de mediologie generale
    Régis Debray è un intellettuale militante, controverso, colto e innovativo. Tra le sue avventure c'è la fondazione della mediologia, una disciplina che si sforza di trovare una dimensione specifica per la ricerca, appunto, sui media.

    Il suo corso di mediologia generale è apparso nel 1991. Ed è ancora denso di suggestioni, nonostante il tempo sia corso veloce da allora. Perché la sua riflessione era e resta pienamente solida. La sua mediologia tenta di definire lo studio "scientifico" della trasmissione del senso, della cultura, della conoscenza, attraverso il linguaggio, le immagini, le tecnologie. E si concentra su quello che noi oggi potremmo definire "piattaforme" ed "ecosistemi" dell'informazione: non si occupa dei messaggi che trasmettono ma eventualmente dell'influenza che le strutture di trasmissione e i loro contesti hanno sulle modalità di generazione dei messaggi. Non si occupa della "verità" o della "bellezza" dei contenuti, ma delle modalità con le quali essi sono prodotti, trasmessi e fruiti. Poiché nella nostra epoca sono proprio queste strutture a essere messe in discussione dall'innovazione accelerata da internet e i media sociali, la riflessione mediologica di Debray vale il tempo che richiede ripercorrerla.

    La sua mediasfera per esempio è una nozione che arricchisce profondamente l'idea di ecosistema dell'informazione. Considerando, alla luce dell'esperienza della scuola francese della storia delle mentalità, la totalità umana e tecnica dei media e del discernimento del senso che trasportano. La mediologia non è la sociologia dei media: è casomai la storia e la filosofia della trasmissione del senso.

    Ed è comunque una lettura di grande valore letterario. Come attestano alcune battute tipo: "La médiologie se voudrait au monde idéologique ce que l'écologie est au monde économique". Il che spiega in una riga il senso di una vita di ricerca.

    _______________________________________________________________________
    Alcuni libri che ho in mano             
      Impressioni mentre leggo

    David Weinberger
    Elogio del disordine
    Bur

    Emanuel Rosen  

    Passaparola
    Il Sole 24 Ore

    L'ordine del mondo fisico imponeva
     alla realtà una struttura limitata, che
    il mondo digitale ha riformato. 

    Il medium della nuova epoca è fatto dalle
    persone che si esprimono e si connettono. 
    Anche il marketing impara a tenerne conto.
    _______________________________________________________________________


    Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
    Tempo, Roberto Peregalli (31 gennaio 2010)
    Repressione, Cory Doctorow (10 gennaio 2010)
    Miti, Umberto Galimberti (27 dicembre 2009)
    Città esemplari (20 dicembre 2009)
    Rifare la città (13 dicembre 2009)
    Ricchezza della famiglia (6 dicembre 2009)
    Capitale e condivisione (29 novembre 2009)
    Miseria del millennio (22 novembre 2009)
    Che cos'è la coscienza (15 novembre 2009)
    Pirati e designer (11 ottobre 2009)
    Scrivere la musica (6 settembre 2009)
    L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
    Gandhi (7 giugno 2009)
    La storia dei giornali (24 maggio 2009)
    La valanga della crisi (29 marzo 2009
    Il destino della storia (1 marzo 2009)
    L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
    Il regime dei media (15 febbraio 2009)
    Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
    Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
    Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
    Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
    Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
    Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
    Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
    Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
    Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
    Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
    Hacker (12 ottobre 2008)
    Odio (27 settembre 2008)
    Querdenker (24 agosto 2008)
    L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
    Il filo dei libri (15 luglio 2008)
    Felicità in azienda (28 maggio 2008)
    Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
    Senza povertà (4 maggio 2008)
    Nothing ends (27 aprile 2008)
    Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
    L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
    L'arte nella storia (9 marzo 2008)
    La logica della decrescita (2 marzo 2008)
    La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
    La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
    Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
    Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
    Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
    Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
    Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
    Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
    Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
    Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
    L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
    La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
    L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
    Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
    Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
    Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
    Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
    Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
    Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
    Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
    L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
    La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
    Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
    Il destino di leggere (8 luglio 2007)
    Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
    Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
    Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
    Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
    Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
    Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
    Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
    L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
    La felicità di leggere (29 aprile 2007)
    La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
    Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
    Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
    Leggere nella rete (1 aprile 2007)
    Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
    Leggere memi (18 marzo 2007)
    Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
    Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
    Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
    Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
    Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
    Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
    Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
    Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
    Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
    Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
    Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
    Leggere per citare (24 dicembre 2006)
    Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
    Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
    Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
    Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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    Ecosistemedia - NON SORPRENDE CHE...

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    Non sorprende che l'Osservatorio di Pavia registri una prevalenza del governo e della maggioranza nel tempo dedicato dai telegiornali alle dichiarazioni dei politici. Però un po' sorprende la proporzione. (Sole 24 Ore, 2010 e 2009)

    Solo su Tg3 il governo e l'opposizione hanno lo stesso tempo. Su Tg1, Tg2, Tg4, Tg5 e Studio Aperto, non c'è paragone. Negli altri telegiornali della Rai i quattro partiti dell'opposizione hanno meno di un terzo del tempo, riporta Marco Mele del Sole. Mentre sui telegiornali della Mediaset, che appartiene al capo del governo e della maggioranza, la parte politica del proprietario ottiene quote comprese tra il 60 e l'80% del tempo. Se poi si moltiplica tutto questo per l'audience, si vede che la grandissima parte degli italiani sono martellati dai messaggi della maggioranza. Ricordando che una quota superiore alla metà degli italiani ottiene le notizie solo dai telegiornali si trova conferma alla convinzione che in queste condizioni la partita del consenso non è facile per l'opposizione. 

    Ma è chiaro che l'opposizione, quando era governo, non ha pensato che tutto questo potesse essere importante, visto che non ha preso provvedimenti strutturali in materia di proprietà delal tv. Chi dà ragione all'attuale opposizione, dunque, non può preoccuparsi dei dati rilevati dall'Osservatorio di Pavia. (Oppure non è d'accordo con la strategia tenuta in passato in materia dall'opposizione stessa e con chi l'ha guidata in quella direzione).

    Buzz con grano di sale

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    Chi accetta di partecipare ai social network deve sapere che alle piattaforme non importa molto della privacy, o meglio della libertà di parola e di silenzio degli utenti. Il capo di Google, Eric Schmidt, lo ha detto abbastanza chiaramente. Facebook ha cambiato le regole della privacy in modo che ha indotto molti utenti a trasformare in informazioni pubbliche quelle che in precedenza erano riservate agli amici. (Se le parlava qui). 

    Se vogliamo scegliere che cosa portare nella dimensione pubblica e che cosa tenere nella dimensione privata dobbiamo pensarci noi. In generale, le piattaforme rispondono alle domande del pubblico sulla privacy ma non le considerano prioritarie. (Si diceva, forzando, che le amicizie sono in vendita).

    Lo dimostra il lancio di Buzz che nei primi giorni ha trasformato in informazioni pubbliche la lista delle persone con le quali gli utenti di Gmail corrispondono più frequentemente. E ha poi migliorato l'interfaccia per rendere più facile impedire questo fenomeno solo dopo aver visto montare le proteste in materia.

    Evgeny Morozov ha giustamente notato che questo genere di problema può anche essere futile per le persone che vivono in paesi dotati di una legislazione democratica. Ma nei paesi autoritari la pubblicazione della lista dei contatti di posta elettronica è una manna per i regimi che intendono reprimere ogni dissidenza.

    Quanto ai paesi democratici, le persone sono sempre più chiamate a essere consapevoli di quello che pubblicano e di quello che vogliono mantenere privato. La dimensione pubblica è il grande territorio nel quale emergono i materiali di idee e informazioni con i quali si formano le decisioni collettive ed è bellissimo che si allarghi - con i media sociali - al contributo attivo di molte più persone. Ma quelle persone devono poter scegliere che cosa delle loro idee e personalità è pubblico e che cosa è privato. E questo avviene soltanto grazie alla loro consapevolezza. 

    La neolingua del pollaio

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    Basta trasmissioni-pollaio ma solo durante la campagna elettorale, dice il governo. E anche Pierluigi Battista si indigna sul Corriere: per l'uso spietato della neolingua orwelliana con la quale si proclama il contrario di ciò che si fa.

    È particolarmente intricato il ragionamento retrostante. Anche perché nel pollaio vincono i galli e non quelli che vogliono approfondire: vince la neolingua e non la ricerca dell'informazione. Quindi i neolinguisti dovrebbero privilegiare i pollai, non chiuderli. Se lo fanno è però perché sono più avanti e stanno già scrivendo la nuova sceneggiatura: per far credere che in Italia c'è finalmente ordine e pace. E in questa nuova sceneggiatura dell'informazione-fiction, i pollai vanno chiusi perché rischiano di diventare veri programmi di approfondimento.

    What's the Buzz

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    E quindi ecco Buzz. Per costruire conversazioni a partire dalle reti sociali che si coltivano già in Gmail, connettendo quelle che si tengono via Twitter e condividendo i contenuti pubblicati già su Flickr, YouTube, Picasa, ecc, anche in base a soluzioni viste su Wave. NyTimes.

    Tutti cercano di tenere la palla in questa partita. Costellata di invasioni di campo, cambiamenti delle regole, obiettivi nascosti che emergono solo dopo un po'.

    Sembra ci sia un po' di confusione strategica. Ma il fatto è che le categorie tecnologiche di cui stiamo parlando non sono stabili, i loro confini sono in continuo movimento, l'uso di una soluzione si espande naturalmente al valore d'uso di un'altra: search, microblogging, social networking, posta elettronica, sconfinano nei rispettivi territori. L'effetto-rete parte più forte quando è chiara la tecnologia che si sta usando e il suo valore d'uso, non quando ci sono troppe alternative tecnologiche in gioco.

    Un tanto al post

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    Marco commenta la vicenda del ragazzo che si è fatto pagare per un post. Ampia discussione anche su Facebook. Il tema merita anche una chiosa laterale.
     
    Il problema, secondo me, non è di questo o quel ragazzino. Che di per se fa più che altro tristezza. Casomai è di questa o di quell'azienda che pensa alle recensioni come fossero pubblicità e accetta di pagare.

    Ma fa pensare anche la diffusa pratica di creare strumentalmente interpretazoini banalizzanti sul mondo internettaro. Tipo la concezione dei "nativi digitali" come categoria culturale indipendente dall'insieme delle relazioni sociali che le persone di ogni età vivono, qualunque sia il medium che usano. La facilità di generazione di slogan e la degenerazione "edeologica" che essi determinano sono causa di distrazione e distruzione.

    Taglio alto

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    Federica Sgaggio, giornalista dell'Arena, spiega perché ha deciso di aprire un blog. Sente il peso di un'evoluzione editoriale che tende a cambiare il lavoro dei giornalisti escludendoli progressivamente dal mondo degli intellettuali. Paradossalmente, dice Sgaggio, una giornalista che voglia far sentire la sua voce deve aprire un blog. Il suo si chiama: due colonne taglio basso. Suona come la risposta del caporedattore alla proposta del redattore (e il redattore pensa, in silenzio: "non vogliono dare importanza alla notizia").

    La storia di Federica segnala una tendenza ormai da tempo avvertita. E' finita l'epoca della contrapposizione tra blog e giornali. Non solo perché i giornali hanno imparato ad aprire i loro blog e ad ascoltarne la voce. Ma anche - e questa è la novità segnalata da Federica - perché i giornalisti come persone possono trovare nei blog un'opportunità di espressione che la loro professione (come molte altre professioni) non offre. Non a tutti. Non a tutti quelli che vorrebbero esprimersi.

    La separazione tra blog e giornali resta, ma non è più tecnica. E' umana. Chi fa sia l'uno che l'altro può sentirsi tagliato in due, visto che in entrambe le situazioni scrive, ma in un caso per esprimersi e connettersi, nell'altro caso per sviluppare una linea editoriale. Sicché la stessa distanza tra blogger e giornalisti si sta trasformando: non è tanto nelle tecnologie e non è certamente nelle capacità personali. E' nel progetto che le persone perseguono.

    E' un caso del problema irrisolto della relazione tra progetti individuali e progetti collettivi che si manifesta in molteplici occasioni nell'ambito intellettuale. Quando c'è un progetto comune forte, le individualità sono compresse; quando c'è soltanto una giustapposizione di progetti individuali senza obiettivi in comune si sviluppa un rumore generale poco comprensibile.

    E' la differenza tra Wikipedia e Facebook: la prima è un progetto intellettuale comune forte (con la metafora dell'enciclopedia) nel quale in generale le singole persone non emergono; il secondo è uno spazio di espressione di progetti intellettuali individuali che in comune non hanno un progetto ma una piattaforma. I due modelli hanno avuto enorme successo. Ma entrambi di confrontano con il problema di come si possa migliorare la qualità del risultato intellettuale del progetto. In questo problema, come sempre su internet, c'è un'opportunità: per chi la saprà definire e sviluppare. Proponendo un nuovo contributo alla rete.

    BookBlogging - SCIENZA E MEDIA - Greco e Pitrelli

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    More about Scienza e media ai tempi della globalizzazione
    Pietro Greco e Nico Pitrelli hanno un scritto un libro concreto e sostanzioso su una delle frontiere più problematiche e affascinanti dell'informazione. Il rapporto tra giornalismo e scienza è uno dei luoghi della produzione mediatica dove appare più evidente la contraddizione tra velocità e affidabilità, tra comunicazione e informazione, tra ricerca giornalistica e promozione della ricerca scientifica.

    Greco e Pitrelli sono riusciti a dare il senso della complessità della situazione senza assecondare i preconcetti diffusi. Ricostruendo la storia dei rapporti tra giornali e scienza. E dimostrando l'urgenza di innovazione in questo settore strategico per il futuro di qualunque società nell'epoca della conoscenza.

    I motivi di urgenza non mancano. La vicenda dei dati sul clima, presentati in modo da drammatizzare il più possibile l'effetto sull'opinione pubblica, i diversi casi di studi pubblicati da primarie riviste scientifiche che si sono rivelati delle bufale, le motivazioni extrascientifiche (economiche, politiche, mediatiche) che provocano comportamenti devianti dall'onesto lavoro di ricerca scientifica, emergono sempre più spesso alla consapevolezza della società. In compenso, la scienza è anche molto forte nella correzione dei risultati sbagliati che derivano da queste deviazioni: ma è sempre più necessario rendere facile e chiaro il flusso di affermazioni e correzioni in modo da avvalorare il percorso di ricerca collettivo tanto quanto si dà conto di ogni sua tappa. D'altra parte la facilità con la quale i giornali sbagliano, si prestano a campagne manipolatorie, scelgono i fatti più spettacolari rispetto a quelli più importanti, resta un fenomeno diffuso, ma gli incentivi al miglioramento qualitativo non sono mancati negli ultimi anni e si fanno sentire sempre più fortemente in questo periodo di crisi. In realtà, la difficoltà dell'informazione e della comunicazione della scienza è un aspetto di un più generale fenomeno di trasformazione mediatica. Del quale Greco e Pitrelli riescono a dar conto con acuta e motivata sintesi. E senza proporre facili soluzioni salvifiche, osservano che la soluzione non è soltanto tecnologica ma sostanzialmente culturale ed editoriale: la società è sempre più consapevole dell'importanza dell'informazione sull'evoluzione della scienza e se dimostra di non essere soddisfatta dall'offerta attuale sta purtuttavia sviluppando una domanda che qualcuno dovrebbe essere in grado prima o poi di soddisfare. Non è dunque un luogo comune dire che c'è una crisi, ma anche un miglioramento possibile.

    Link:
    6th World Conference of Science Journalists (Londra, 30 giugno - 2 luglio 2010)

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    Alcuni libri che ho in mano             
      Impressioni mentre leggo

    Jürgen Habermas
    Storia e critica dell'opinione pubblica
    Laterza

    Paolo Iabichino  

    Invertising
    Guerini

    L'idea di "pubblico" è tanto importante
     quanto intrinsecamente ambigua:
    leggere o rileggere Habermas fa bene. 

    L'advertising, la pubblicità, cambia direzione,
    si inverte, perché il pubblico non è più target
    ma attivo protagonista della conversazione.
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    Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
    Tempo, Roberto Peregalli (31 gennaio 2010)
    Repressione, Cory Doctorow (10 gennaio 2010)
    Miti, Umberto Galimberti (27 dicembre 2009)
    Città esemplari (20 dicembre 2009)
    Rifare la città (13 dicembre 2009)
    Ricchezza della famiglia (6 dicembre 2009)
    Capitale e condivisione (29 novembre 2009)
    Miseria del millennio (22 novembre 2009)
    Che cos'è la coscienza (15 novembre 2009)
    Pirati e designer (11 ottobre 2009)
    Scrivere la musica (6 settembre 2009)
    L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
    Gandhi (7 giugno 2009)
    La storia dei giornali (24 maggio 2009)
    La valanga della crisi (29 marzo 2009
    Il destino della storia (1 marzo 2009)
    L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
    Il regime dei media (15 febbraio 2009)
    Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
    Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
    Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
    Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
    Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
    Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
    Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
    Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
    Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
    Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
    Hacker (12 ottobre 2008)
    Odio (27 settembre 2008)
    Querdenker (24 agosto 2008)
    L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
    Il filo dei libri (15 luglio 2008)
    Felicità in azienda (28 maggio 2008)
    Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
    Senza povertà (4 maggio 2008)
    Nothing ends (27 aprile 2008)
    Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
    L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
    L'arte nella storia (9 marzo 2008)
    La logica della decrescita (2 marzo 2008)
    La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
    La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
    Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
    Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
    Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
    Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
    Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
    Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
    Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
    Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
    L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
    La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
    L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
    Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
    Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
    Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
    Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
    Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
    Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
    Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
    L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
    La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
    Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
    Il destino di leggere (8 luglio 2007)
    Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
    Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
    Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
    Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
    Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
    Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
    Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
    L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
    La felicità di leggere (29 aprile 2007)
    La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
    Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
    Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
    Leggere nella rete (1 aprile 2007)
    Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
    Leggere memi (18 marzo 2007)
    Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
    Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
    Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
    Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
    Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
    Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
    Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
    Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
    Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
    Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
    Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
    Leggere per citare (24 dicembre 2006)
    Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
    Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
    Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
    Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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    Scrivono di libri: Clelia Mazzini (AkatalÄ“psìa), Luisa Carrada (Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d'Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio. E... VibrisseLipperaturaLitteratitudineWittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di LetturaPenna e mouseBookrepublicLa FrustaZamBooksblog. E MilanoNera. E Sottotomo... BooksWebTvPalagniacAmalteoCarmilla onlineAntonio Genna. E Nazione indiana.


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    In libreriaEconomia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltreFeltrinelli



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    Libri e commenti

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    Commenti sulla vicenda Amazon MacMilla. Amazon non ne esce bene. Ed è importante.

    Intanto, commenti su: iPad, Blogopalla, Numeri dei video, Customer service, multitasking.

    Facebook contro Gmail

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    Dice Arrington che Facebook sta studiando un Gmail-killer. Potrebbe essere l'ennesima web mail? Non credo. Potrebbe essere un tentativo per mandare mail a partire dai messaggini di Facebook, ma occorrerebbe anche un miglioramento dell'interfaccia che per ora è piuttosto arcaica. Non credo che possa essere anche l'apertura a ricevere messaggi mail sulla casella di Facebook (a meno di aprire ancora più i setting dell'account e lasciar perdere ogni traccia residua di privacy).

    Grandi foto per un piccolo paese

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    Grandi, terribili, foto di Haiti. Tre settimane dopo.

    Chi ha ucciso la riforma finanziaria

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    Robert Reich scrive per Salon un pezzo significativo. Che mostra come la politica americana sia impotente di fronte alla volontà della lobby di Wall Street sulla riforma finanziaria.

    Ma che cosa manca alla politica per poter agire? Non il potere, in apparenza. Ma l'idea di come usarlo.

    La lobby iperfinanziaria è capace di pagare i politici, suggerire opinioni, creare un contesto favorevole a certe opinioni, impaurire i contrari, far apparire "fuori dal mondo" e "non concrete" le idee divese. Negli ultimi trent'anni si è trovata a cavalcare una traformazione coerente con i suoi interessi (privatizzazioni, liberalizzazioni, globalizzazione, mercatismo, consumismo). Il suo modello non è sostenibile e moltissimi se ne rendono conto: ma nessuno vede e racconta come si può sostituire quel modello con uno migliore.

    Perché non si vince questa battaglia se non dal punto di vista culturale. E la cultura non cambia solo esprimendo opinioni. Si cambia anche creando un contesto che dimostri che le opinioni innovative sono concrete, e sostenute concretamente dall'organizzazione della società e dell'economia. I media sociali sono adatti alla bisogna proprio perché costruiscono un sistema per comunicare che costruisce contemporaneamente un contesto ben più che mentale. In questo c'è probabilmente una delle radici della loro contemporaneità.

    iMussolini a testa in giù

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    Alla fine hanno tolto iMussolini dall'AppStore, dice iPhoneItalia.

    Interessante che l'applicazione contenente i discorsi del Duce sia stata rimossa non per motivi di opportunità politica ma per motivi legati a una possibile violazione di copyright. (Questo è molto americano: per gli americani, in nome della libertà di espressione, si possono anche vendere materiali filonazisti online, cosa vietata invece in Francia, come ci ricordiamo dal caso Yahoo! di qualche anno fa).

    Se c'è una cosa di cui gli editori possono stare tranquilli è che la Apple è attenta al copyright.

    Telecom-Telefonica, uhmm

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    Vincenzo Novari, della 3Italia, davanti al viceministro Paolo Romani, nel corso dell'ultima giornata marconiana, aveva lamentato come il blocco della costruzione della nuova rete veloce italiana fosse essenzialmente dovuto all'ostruzionismo del socio straniero di Telecom Italia. E il viceministro aveva annuito...

    Inoltre, non tutti i soci di Telco sono d'accordo con la vendita a Telefonica. Infine, le smentite e i no comment sulla possibile operazione sono molti. Forse troppi perché si possa pensare a una scelta già operata e a una decisione imminente. O almeno, speriamo.

    Perché il tema è che prima di quell'eventuale operazione, è necessario prendere una decisione sulla rete attuale e sulla rete di nuova generazione. Con in mente due priorità: che se si scorporerà la rete, questo dovrà avvenire in modo da garantire la concorrenza tra gli operatori e la libertà dei cittadini. Quindi la governance dell'eventuale rete scorporata non deve essere affidata a niente di simile a un "cartello" di operatori, non può essere gestita dal governo, non va affidata a nessuno che possa essere interessato a limitare la net neutrality e il controllo dei contenuti in circolazione. È chiaro insomma che la questione è superdelicata.

    Il porto delle perle #1

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    Molte aziende bloccano l'uso di Facebook e dei social network ai loro dipendenti. L'Economist introduce il tema con spirito flemmaticamente critico:

    "AN ASTONISHING amount of time is being wasted on investigating the amount of time being wasted on social networks."

    Piani Mondadori per l'ebook

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    Maurizio Costa, ad di Mondadori, dice che la sua azienda avrà un'offerta ebook nel 2011. (via Luca).

    Come diceva Gian Arturo Ferrari, a Segrate non hanno fretta.

    (Anche perché è sempre vivo il problema della pirateria, fa notare Giornalisticamente...).

    Numeri: audience dei video online

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    Ashkan Karbasfrooshan, fondatore di Mojo, ha raccolto alcuni numeri e considerazioni importanti per capire che cosa sta succedendo ai video online e alla raccolta pubblicitaria che potrebbero ottenere. I suoi risultati in sintesi (incredibile il crollo dei portali e l'aumento dei valori dei principali servizi strutturalmente beneficiati dal passaparola, nel grafico in basso):

    1. frammentazione della televisione
    Trent'anni fa il 90% della popolazione vedeva i principali canali televisivi generalisti. La Nbc per esempio era vista dal 30% della popolazione in prime time. Oggi solo dal 5%.

    2. i portali hanno perso share
    Il tempo passato online nel mondo, tre anni fa, era per il 12% dedicato a Msn e Yahoo!, che oggi non hanno più del 4% di share. Facebook e YouTube hanno conquistato insieme l'8%.

    3. la frammentazione è aumento assoluto
    Mentre i generalisti perdono terreno, il tempo assoluto dedicato ai media (alla televisione in particolare), è cresciuto.

    4. context is king
    E' il contesto che dà significato e valore al contenuto, non il canale di distribuzione. Facebook di fatto dà più significato a un contenuto di quanto non generi il mezzo tecnico che lo distribuisce.

    5. la pubblicità cresce, ma non abbastanza
    L'audience e la pubblicità crescono, ma non abbastanza da generare risorse per tutti i creatori di contenuto.

    6. la frammentazione si estremizza
    I video, in media, sono e saranno visti circa 500 volte; il 25% delle visioni avverrà nei primi 4 giorni dall'uscita, solo 30-60 secondi saranno davvero visti, nella larga maggioranza dei casi.

    7. il passaparola è decisivo
    Su YouTube, il 45% dei video si vede perché lo si è cercato nella piattaforma sapendo che cosa si cercava. Il 55% dei video è visto invece per caso o per passaparola (una segnalazione su un blog, una navigazione casuale, ...).

    8. piattaforme vincenti
    Hulu ha vinto, per ora, la battaglia per la fetta di mercato a pagamento. YouTube ha stravinto la battaglia per i contenuti generati dagli utenti. La soluzione per i contenuti intermedi, professionali ma non destinati a quelle piattaforme, è la crossmedialità: in modo che i video siano accessibili su tutte le piattaforme possibili in modo che il pubblico li trovi nel modo più conveniente nel momento in cui le vuole vedere.

    TempoOnline.gif

    Diesel's "be stupid" campaign

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    Smart is stupid. But stupid is not necessarily smart.

    Diesel's "be stupid" campaign is evolving. It was about the difference between "brains" and "balls", which was not at all new (just like the less than shocking difference between "head" and "heart"). Now it is about a much more interesting difference between the "plans" of the smart and the "stories" of the stupid. And it is going towards a more subtile: "smart may have the answers, but stupid has all the interesting questions". Racked sort of likes it.

    If they improve the message that's fine, of course. But let's face it: in a stupid context, stupid is an easy bet to be a trend setter, while the value of flexible and open brains could be a much more likely innovation.

    Diesel's competition should not worry, then. And let them be stupid.

    iPad, oltre il rumore

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    Underwhelming, dice Larry Magid. L'iPad non ha colpito l'immaginazione più di quanto l'immaginazione di tanti osservatori avesse già compreso prima dell'annuncio. E, in questo contesto di marketing esasperato, come nella finanza più speculativa, non superare le aspettative significa deludere. (Una summa di delusioni, su Rww) Ma questi fuochi d'artificio non sono il modo migliore per capire quello che succede.

    Bisogna anche ammettere che, guardando almeno il video della presentazione dell'iPad, Steve Jobs non era al massimo della forma. E che l'unico annuncio davvero pratico e immediato è stato quello relativo al rilascio del kit per lo sviluppo di applicazioni: il vero scopo dell'evento era indurre gli sviluppatori a scrivere software e contenuti per essere pronti quando l'iPad sarà in vendita, tra un paio di mesi.

    Tecnologicamente, l'iPad è un'evoluzione di idee già viste, con un tocco (questo sì magico) di design straordinario. E rispetto a ogni altro tablet è focalizzato su un valore d'uso ben preciso: leggere, accedere al web, accedere a contenuti. E adattandosi al mezzo, fare la mail, fare i conti, fare presentazioni, scrivere. Non è il massimo della portabilità e non è il massimo per produrre: a quelle attività servono meglio l'iPhone e il Mac. L'iPad doveva diventare il massimo in qualcosa di intermedio. Che probabilmente è la fruizione comoda dei contenuti digitali, a un prezzo molto contenuto se ci si accontenta (come è probabile per adesso) della versione che privilegia la connessione wifi. 

    Quello che manca all'iPad e ha fatto arrabbiare molti tecnici è quello che non è essenziale per quel valore d'uso. A parte la mancanza del Flash che, a quanto pare, serve a garantire che i contenuti video sull'iPad saranno quelli che in qualche modo sono adatti alle strategie di Apple.

    Perché l'iPad è soprattutto il terminale - divertente, comodo, efficace - del sistema di vendita di contenuti e software intermediato e organizzato da Apple: un'estensione della logica già sperimentata con l'iPod e l'iPhone. Il mercato è meno maturo di quanto non fosse all'epoca del lancio dell'iPod e saranno molto rilevanti i prossimi annunci sugli accordi tra Apple e produttori di contenuti, perché faranno la differenza e creeranno il "momentum" che assisterà l'iPad nelle prime fasi di impatto sul mercato.

    Per gli altri il tema è semplicemente: scommettiamo che si venderanno molti iPad o no? Se sì, gli editori faranno bene a sbrigarsi e a mettere in campo i loro prodotti per questa piattaforma, visto che offre un'opportunità in più per migliorare le vendite. Se no, sarà stato tutto una bolla.

    Per gli autori però tutto questo è molto rilevante. Dovesse prendere piede, l'Pad consentirà di vendere libri realizzati in ePub e non necessariamente assistiti da grandi case editrici. E offrirà nuove opportunità ai piccoli produttori di software con una buona idea al servizio dell'industria editoriale. 

    L'iperventilazione che è stata necessaria al lancio dell'iPad non deve fuorviare: si tratta di un momento importante per il business dell'informazione. Un momento che si può cogliere, o lasciar passare via. Meglio coglierlo.

    Update: nel frattempo Amazon - giustamente ammirata da Jobs per il suo lavoro pionieristico in questo settore - subisce la concorrenza di Apple e cede sulla questione del prezzo dei libri per Kindle... Si prepara all'arrivo di iBooks.

    Free Twitter Riders

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    Secondo uno studio di Mikolaj Jan Piskorski, di Harvard, su 300mila utenti di Twitter, più della metà pubblicava un micropost meno che ogni 74 giorni. Si scopre anche che il 10% degli utenti di Twitter che scrive più spesso è responsabile del 90% di tutti i micropost pubblicati. (Economist)

    E' una proporzione simile a quella che Bernardo Huberman aveva scoperto tempo fa sugli utenti di Kazaa: il 10% degli utenti metteva a disposizione il 90% della musica che si trovava con quel software peer-to-peer. Quelli che usavano la musica messa a disposizione degli altri senza condividere la propria erano chiamati "free rider".

    Man mano che cresce di numero, anche l'insieme del pubblico attivo va dunque compreso meglio, per distinguere tra le varie gradazioni di impegno e condivisione che ogni persona può scegliere di offrire alla rete.

    Google abbandona Explorer 6

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    La tua azienda usa ancora Explorer 6? Non di dà la possibilità di aggiungere un altro browser al tuo pc? O il tuo vecchio computer di casa ha ancora il vecchio browser che ci hai trovato preinstallato? Vale la pena di scaricare un altro browser. Perché anche Google sta smettendo di supportare Explorer 6, il che significa che la mail e i documenti che usi sulla "nuvola" di Google cominceranno a funzionare meno.

    iPad, perché se ne parla tanto

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    Non cessa il profluvio di articoli e commenti sull'iPad. Perché l'intelligenza collettiva dei cercatori di opportunità deve digerirlo nella sua fattuale concretezza, dopo tanto tempo passato a immaginarne le possibili forme e funzioni. (Antonio, Guardian)

    Con un punto di domanda chiaro in testa: se ne venderanno abbastanza da dare valore al mio possibile investimento, come consumatore e come sviluppatore? Già, perché sia per chi compra l'iPad sia per chi intende scrivere software da distribuire a chi compra l'iPad, il problema comune è quanto sarà grande il mondo dei possessori di iPad? Maggiore quel numero, maggiore la ricchezza di contenuti e applicazioni, maggiore il valore, migliore la possibile soddisfazione.

    Il problema dell'uovo e della gallina in questo caso è facilitato dal fatto che esiste già una quantità di software per l'iPhone che verrà facilmente adattato all'iPad. E che alcuni editori di libri hanno già in cantiere la vendita di libri per l'iPad. E che i giochi andranno bene (l'idea del Monopoli con giocatori attorno a un tavolo con l'iPad in mezzo e qualche amico che gioca da un'altra città non è male...).

    E per le applicazioni di base, la possibilità di leggere il web e fare la mail girellando per la casa, semplicemente connessi col wifi, il costo è davvero contenuto: 499 dollari...

    E' più facile pensare che sia un prodotto relativamente molto venduto, piuttosto che sia un totale flop. Il che rende probabile che molti scommettano su questa ipotesi e facciano software e contenuti adatti all'iPad. Il che arricchirà la piattaforma e la renderà di vero valore. Decretandone il successo. E' più facile che decolli piuttosto che resti a terra.

    Se questo è vero, vale la pena di pensare giornali da diffondere sull'iPad. Inventandone il nuovo design e pensandoli come servizi di organizzazione dell'informazione talmente interessanti da poter anche essere venduti. E' una possibilità in più. Per chi si muove bene, con qualità e velocità, facendo ricorso a immaginazione e spirito di iniziativa. Editori tradizionali e nuovi editori sono dunque ai nastri di partenza. Dovrebbe essere divertente.

    Sostegno al Public Domain Manifesto

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    Senza nulla togliere all'importanza del copyright, è necessario sostenere, alimentare e difendere il pubblico dominio. Un ecosistema culturale ricco e sano ha bisogno di equilibrio tra modelli e forme di sviluppo del pensiero diverse. Il pubblico dominio è un terreno fertile e fertilizzante. http://publicdomainmanifesto.org/italian.

    Gli editori amano il tablet

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    Informavore e Filtering

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    A DLD si discute un sacco di information overload, filtri e potere. Frank Schirrmacher dice che non sarà mai più possibile gestire l'informazione senza le mavchine e che queste prenderanno il potere. David Gelernter risponde che il problema è che si fa troppo poca ricerca sull'interfaccia e le macchine che usiamo, e che quindi l'attuale malessere è relativo alla scarsa comprensione dei fenomeni. E aggiunge una domanda: dove sono i risultati di tutta questa informazione? Siamo davvero più informati? Baratunde Thurson risponde che ci vuole anche un po' di calma: non è necessario sapere tutto quello che viene pubblicato da 6 miliardi di persone. Loic mostra la nuova interfaccia di Seeismic (più sintetica e divertente) per Twitter. E aggiunge che il filtro per lui sono le segnalazioni degli amici.

    La maggioranza di Google / 2

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    Una piccola discussione si è sviluppata intorno al post precedente che riportava la notizia secondo la quale i fondatori Page e Brin cederanno entro cinque anni una parte dei loro diritti di voto su Google, arrivando a perdere la maggioranza assoluta. Grazie a Thomas e Hamlet (le firme dei commenti) per le precisazioni. Ma il senso rimane lo stesso: il documento presentato alla Sec significa, come dice Paidcontent, esiste la possibilità che tra cinque anni qualcuno compri il controllo di Google. (I due fondatori potranno tenere il controllo se resteranno d'accordo con Schmidt che detiene un altro importante pacchetto, dice il Sole)

    E' un'ipotesi improbabile. Per comprare il 52% di Google ci vorranno tra cinque anni molti soldi (inutile tentare una previsione sulla capitalizzazione ovviamente). E non tutte le azioni necessarie saranno del tipo venduto in borsa. Ma saranno comunque in mano a investitori che a fronte di un buon prezzo potrebbero voler vendere. E dunque, i custodi della fondamentale "missione moralmente consapevole" di Google, Brin e Page, potrebbero essere superati da altre filosofie aziendali. 

    All'interno di Google, non tutto è omogeneo. E lo sappiamo, anche se questa questione va affrontata meglio. Finché ci saranno i fondatori e finché i fondatori avranno la stessa filosofia che li ha portati fin qui, Google continuerà a svolgere il suo compito strategico con una particolare attenzione alle implicazioni sociali e culturali del suo operato. Ma se dovesse entrare al posto di comando qualcuno che non ha le stesse idee, il grande potere di Google potrebbe essere indirizzato ad altri fini. 

    Questo non significa che succederà. Significa che finora era impossibile. Ora è improbabile.

    Come sempre, in rete, questo porta a pensare che varrebbe la pena di darsi da fare per costruire delle alternative.

    La maggioranza di Google

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    Seguendo uno schema abbastanza normale ttra i fondatori di grandi aziende americane, Brin e Page venderanno azioni di Google nel corso dei prossimi cinque anni. Alla fine non avranno più la maggioranza assoluta. (Paidcontent)

    La fantapolitica si potrebbe scatenare. Pensando che un fondo cinese si possa comprare la maggioranza di Google, viene da pensare che potrebbe farlo l'Europa... Ma si può prevedere che non lo farà nessuno. Forse.

    126 milioni di blog

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    Una collezione di numeri sull'uso dell'internet nel mondo. (via Loic). Le persone connesse sono 1,73 miliardi nel mondo.

    Tra l'altro:

    • 126 million - The number of blogs on the Internet (as tracked by BlogPulse).
    • 84% - Percent of social network sites with more women than men.
    • 27.3 million - Number of tweets on Twitter per day (November, 2009)
    • 57% - Percentage of Twitter's user base located in the United States.
    • 4.25 million - People following @aplusk (Ashton Kutcher, Twitter's most followed user).
    • 350 million - People on Facebook.
    • 50% - Percentage of Facebook users that log in every day.
    • 500,000 - The number of active Facebook applications.


    Update: sul Sole di oggi si legge peraltro che la Cina vanta da sola 180 milioni di blog su 384 milioni di utenti internet a fine 2009.

    Amazon si prepara al tablet Apple

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    Dopo aver abbassato la quota che si trattiene del prezzo di vendita dei libri e giornali che vende sul Kindle, Amazon ha anche aperto il suo lettore agli sviluppatori. Perché dovrà reggere l'urto del prossimo arrivo del tablet della Apple.

    La competizione, che una volta era sulle tecnologie, ora è sugli ecosistemi. E sembrerebbe che i più importanti attualmente siano proprio Google, Apple, Amazon. Un po' distanziata, in termini di velocità innovativa, la Microsoft.

    Editori e piattaforme

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    Stefano Quintarelli propone una discussione sull'evoluzione dei concetti di editore e piattaforma nel passaggio dal web 1.0 al web 2.0.

    Le funzioni sono relativamente chiare:
    1. La piattaforma è un sistema tecnologico che consente di pubblicare, trasmettere, far pagare, raccogliere pubblicità, personalizzare, cercare... ecc ecc... Una sorta di mix di connessione, hardware, sofware, organizzazione e offerta commerciale.
    2. L'autore è chi crea l'opera e dunque ha originariamente il diritto d'autore
    3. L'editore è chi acquista i diritti degli autori e li rivende (direttamente al pubblico o indirettamente alla pubblicità), pagando la piattaforma e gli autori.

    Dimentico qualcosa?

    Le piattaforme si trasformano nel senso di facilitare tutte le operazioni. Quella più evidente con il web 2.0 è la facilitazione della pubblicazione, ma ce ne sono molte altre meno evidenti. Con la grande facilitazione alla pubblicazione offerta dalle nuove piattaforme, gli autori si sono moltiplicati e hanno spesso trovato il modo di interagire direttamente con il pubblico saltando gli editori tradizionali. Le piattaforme si sono appropriate della funzione di monetizzazione pubblicitaria (e in qualche caso anche la vendita di contenuti). In quel momento sono diventate editori? Secondo la definizione riportata sopra: no, se lasciano agli autori la piena disponibilità del loro diritto d'autore facendo solo da marketplace; sì, se acquistano il diritto d'autore e lo rivendono. Quando diventano editori hanno le responsabilità degli editori. Quando sono piattaforme vale la regola del commercio elettronico. Imho.

    Wikipedia e il recentismo

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    Questo post riguarda il concetto di "recentismo" usato come avvertenza per i lettori che incontrano certe voci di Wikipedia, come nel caso del partito "Alleanza per l'Italia". E il dibattito intorno all'esclusione della voce sul "Movimento 5 stelle".

    Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.

    Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).

    Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.

    Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.

    Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.

    Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.

    La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.

    (Domani su Nòva un pezzo in materia).

    Federico Rampini

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    Chissà perché - sulla Repubblica di carta - Federico Rampini ha riscritto il pezzo di Gianni Riotta dal quale aveva preso avvio il dibattito sulla relazione tra internet e dinamica della conoscenza.

    Ai precedenti interventi se ne sono aggiunti altri: Destralab, Tre scogli, Giornalaio. Ed ecco i precedenti: Guido Vetere, CronacheSospese, Giornalisticamente, PDObama, e i già segnalati Maremma, Mantellini, Scene digitali, Pd Vedano Olona, BlogNotes, Tre scogli, Omniaficta, LostSpace, Spazio della politica, Ideas Repository, Vittorio Pasteris, Luca Massaro. Gigi, WebNotes. GardaLine, Webeconoscenza, Antonio Larizza. Quinta.

    Rampini peraltro tenta di aggiungere una sottolineatura sul concetto di ideologia. Presentando l'ideologia dell'"internet 2.0" come l'autoproclamata "espressione più avanzata del potere delle masse". Il che è abbastanza fuorviante, posto che è proprio l'idea di "massa" che appare vagamente estranea al web. Di ideologia e critica del fondamentalismo digitale si può ovviamente parlare: ma pensandola con parole come "massa" si rischia di perdere di vista la specificità dell'argomento. Ed è invece sottolineando la parola chiave, "persona", che si avvia la discussione in modo da liberarsi delle incrostazioni - e delle manipolazioni - ideologiche. Imho.

    Tablet editoriale

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    A quanto pare, il tablet della Apple arriverà accompagnato da una serie di accordi con editori in cerca di nuovi modelli di business: dopo Time Inc per Sports Illustrated, arrivano voci su HarperCollins e NYTimes. Dopo aver trovato un nuovo modello di business per la musica, la Apple starebbe impegnandosi a "curare" anche l'editoria.

    Macchine del silenzio

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    Il governo cinese utilizza le compagnie internet che operano nel suo paese come poliziotti e collaboratori per limitare l'informazione che circola in rete. Ne scrive in un ampio commento Rebecca MacKinnon, dell'Open Society Institute, ex capo dell'ufficio di Pechino della Cnn, che sta scrivendo un libro sul futuro della libertà nell'era di internet. E il suo punto è questo: gli occidentali stanno imparando dalla Cina a considerare gli intermediari internet responsabili di ciò che fanno i clienti e gli utilizzatori delle loro piattaforme?

    Le notizie intanto si moltiplicano, dai giornalisti stranieri spiati in Cina ai computer governativi indiani spiati da cinesi. Non possiamo sapere chi effettivamente abbia fatto che cosa. Ma ci dicono che Google ha subito pressioni sempre più forti perché collaborasse più attivamente alla censura. Proprio mentre in occidente si trova a combattere su molti fronti diversi: digitalizzazione dei libri, copyright dei giornali, controllo dei filmati uploadati su YouTube... 

    Google non è ovviamente internet, ma ne è un'"istituzione" emblematica che cresce con la rete. L'intensità degli attacchi a Google sono direttamente proporzionale alla crescita della sua importanza. Nella complessità della situazione, una lettura vagamente ottimistica si può comunque dare: tutto questo potrebbe costringere Google a non sedersi sul suo potere ma a cercare di dimostrare continuamente il suo spirito di servizio alla rete. La decisione cinese potrebbe essere letta in questo senso.

    Owl... un'esplorazione di editoria online by Aol

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    Owl non è per adesso molto "completa". E' una libreria appena cominciata di articoli, guide, "how to...", "sapevi che...". Ma è un'iniziativa di Aol. Connessa con la mega chiamata a raccolta di scrittori e fotografi online che sperano di poter essere pagati per i loro contenuti sulla piattaforma Seed.

    Miguel Gotor

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    Miguel Gotor partecipa al dibattito sull'evoluzione della conoscenza e la rete con un articolo sul Sole 24 Ore che andrebbe discusso.

    Da un lato sottolinea, giustamente, come il percorso di produzione culturale in rete debba recuperare un rapporto con i tempi della ricerca e dell'educazione, perché la straordinaria velocità del web si può equivocare in immediatezza. Dall'altro lato si preoccupa di attendibilità di Wikipedia e di digitalizzazione dei documenti storici con parole che sembrano indicare che il suo pensiero sottovaluti un dato di fatto che invece apparirebbe chiarissimo: internet si aggiunge alle altre occasioni di informare e trasmettere documenti, non si sostituisce. In questo senso, sembra più probabile che si traduca più in un arricchimento che in un appiattimento. Imho.

    10 anni di Cluetrain

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    Cory Doctorow legge l'edizione del Cluetrain Manifesto aggiornata per il decennale. E' sempre così attuale!

    Anche discutendo di conversazione e verità, quello che conta è ancora favorire la forza pacifica della voce umana nei confronti dei meccanismi automatici che ne prendono il posto (che oggi sappiamo non sono solo quelli del marketing; c'è anche la finanza, per esempio... oppure la violenza).

    Questo ha fatto emergere temi ricchissimi per l'economia della conoscenza, come autorità, reputazione, connessione...

    Certo, non si può fare a meno di vedere la complessità. La reputazione e le pratiche di distrazione sono collegate, per esempio. Come non vedere quante volte nelle "conversazioni competitive" (una locuzione discutibile naturalmente) si sviluppa una pratica del tipo: "io" dico "A", "tu" rispondi che "io" non può dire A perché non ha la qualificazione per farlo (ha un conflitto di interesse, è incoerente con quella volta che ha detto "B", è amico di uno che ha detto "B"...). Quante volte invece di stare sul punto si vede che i "conversatori competitivi" cambiano discorso e attaccano la persona intaccando la sua reputazione per screditare anche il valore delle sue affermazioni... Il metodo della conversazione è un tema di riflessione per sviluppare conclusioni interessanti.

    Quando Google cambia punto di vista

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    Il mondo alla rovescia. Di solito Google è accusato di fare soldi aggregando contenuti di editori. Ora Google accusa altri aggregatori di fare soldi con i contenuti pubblicati su YouTube... (via RobinGood)
    Questo post è troppo lungo;
    naturalmente a causa della fretta...


    I giornali di qualità. Nel sottotesto del dibattito sul futuro dell'informazione, gli editori si richiamano costantemente alla locuzione "giornali di qualità". Il che avviene nel contesto di una valanga di perplessità (vedi il dibattito su www.veri.ta) relative a come si difende la qualità dell'informazione in rete dale pratiche del vandalismo, dell'estremismo, dell'integralismo. Ma del resto, visto da un altro punto di vista, tutto questo non è lontano dalla più generale questione del minestrone culturale che emerge - non solo in rete ma nel complesso del sistema dei media - dal fuoco incrociato della strategia della disattenzione e del disinvestimento nelle istituzioni educative, universitarie, museali a favore di nuovi modelli culturali televisivi e finanziari.

    L'occasione di discuterne, ieri, con Nicholas Negroponte era ghiotta. Proprio nella città del papa, acerrimo avversario del "relativismo". E proprio insieme agli amici di Wired Italia, sempre ispirati dal direttore di Wired Chris Anderson, autore della coda lunga: ad Anderson avevo chiesto come emergerebbe nella coda lunga il valore della "qualità artistica universale" che una volta si poteva riconoscere in un Beethoven. Lui aveva risposto immaginando che Beethoven avrebbe cominciato suonando in un piano bar, sarebbe stato apprezzato da tutti, avrebbe raggiunto una grande notorietà con delle registrazioni su MySpace, avrebbe finito col pubblicare qualche disco e sarebbe diventato ricco con i concerti. In sostanza Anderson rispondeva parlando della costruzione della notorietà e dell'apprezzamento di qualunque autore, negando l'esistenza stessa di una nozione come "qualità artistica universale". Ovviamente.

    In generale, in un ambiente come la rete emerge l'apprezzamento per un autore o per un'idea attraverso un movimento che aggrega consenso e attenzione, dibattito e conversazione, stabilendo scale di priorità mai stabili ma piuttosto in continuo movimento. E questo avviene in base a preferenze, a comportamenti e a connessioni, che prendono vita attraverso le segnalazioni e i link, e che dimostrano l'esistenza di sistemi di valutazione impliciti nelle menti dei partecipanti alla rete. Ma tutto questo non chiarisce come si formino quei sistemi di valutazione della qualità.

    In assenza di una discussione sul modo in cui si formano i sistemi di valutazione, non abbiamo neppure una discussione su come migliorare la qualità. E tanto meno riusciamo a mettere in questione la nozione di "giornali di qualità".

    La valutazione che avveniva nel mondo gerarchico, prima del successo della rete, era basata sulle istituzioni riconosciute dal tempo come fonte di qualità culturale: musei, università, editori... La rete ha aperto il gioco. Ora l'aggregazione di consenso attorno alla qualità riconosciuta nelle conoscenze e nei contenuti informativi dipende dai movimenti dei partecipanti alla rete. Un po' come avviene nell'arte moderna: ci sono esperti e critici, artisti e curatori, ma in realtà fanno tutti parte di una sorta di rete, cioè si muovono partecipando alle dinamiche del mercato dell'arte dal quale sembra sembra emergere l'aggregazione del consenso sulla valutazione della qualità artistica (tanto che sempre più spesso si presenta come una specie di citerio oggettivo della valutazione della qualità artistica). Questo, in rete, vale per ogni idea e ogni opera. Ma è un processo vagamente autoreferenziale, modaiolo, instabile.

    "Probabilmente è proprio così che deve essere" ha risposto sulle prime Negroponte. Non c'è modo di stabilire che un criterio di valutazione sia migliore di un altro. In un mondo globalizzato tutti i punti di vista hanno uguale valore. Già, ma come si formano tutti i punti di vista? La cultura di un bostoniano non è quella di un italiano o di un cinese, tutte hanno diritto a uguale rispetto, ma vengono da qualche parte.

    Da dove?

    In assenza di una discussione su questo, vale il consenso che si ottiene e di mantiene lì per lì. La qualità diventa quello che i più bravi a costruire consenso riescono a far credere che sia in ogni momento. Si apre la strada a una sorta di populismo inflessibile. E quando sono in molti a essere bravi manipolatori, si finisce per distruggere ogni consenso. Con gravi problemi a tutte le attività che richiedono coordinamento per progetti di lunga durata: come la pace, la convivenza civile, la salvaguardia dell'ambiente, la valorizzazione dei beni culturali, l'identità, i diritti umani... Insomma, ci si muove in stormi la cui forma emerge dalla complessità ma non si sa bene come decidere dove lo stormo vuole andare.

    Non si torna indietro alla gerarchia. La rete è un enorme opportunità per includere nella costruzione del consenso l'attivia partecipazione di chiunque abbia qualcosa di intelligente da condividere. La gerarchia blocca l'intelligenza se questa mette in discussione il suo scopo. La rete mette in discussione ogni privilegio acquisito. E dunque impone che ciascuna posizione sia definita dalla sua capacità di mettersi al servizio dell'ecosistema...

    Probabilmente, si riparte dalle culture, dalle antropologie, dice Negroponte. "Io mi comporto come un bostoniano perché sono crescuto in quella cultura". Quindi c'è un sistema di autorità che trasferisce cultura e l'educazione diventa il centro di ogni altra questione.

    Nel distruggere i privilegi inutili, la rete rischia di mettere in difficoltà anche le istituzioni educative? "La cosa più vicina che abbiamo a un'istituzione oggi è Google". Oppure, Wikipedia. E' dalle regole e dai metodi educativi impliciti in queste istituzioni - in queste piattaforme - che si può leggere il modo in cui emergeranno le nuove culture? E' anche da riflessioni come queste che può venire fuori l'idea di una nuova "istituzione-piattaforma" pensata per la sua utilità al servizio della rete e consapevole dei suoi effetti "educativi"?

    Un post troppo lungo non finirebbe mai. Meglio finirlo con una domanda. O no?

    Sergey Brin per la manutenzione del "no evil"

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    Sergey Brin, a quanto pare, è l'anima della manutenzione della filosofia "no evil" di Google. Ken Auletta riporta un caso di un paio d'anni fa. Quando in assemblea fu proposta una mozione per chiudere i rapporti commerciali con la Cina, Sergey Brin si astenne mentre gli altri principali leader della compagnia votarono contro, dice Beet.tv. Jessica Vascellaro, su Wsj, in un articolo molto interessante, conferma il ruolo di Brin in questo dibattito interno sulla Cina. Le posizioni possono essere diverse tra i responsabili di Google: fino a che la cultura originaria resterà al vertice e riuscirà a prevalere, Google resterà capace di una credibilità che in caso contrario potrebbe perdere.

    Electronic Frontier Foundation approva la decisione di Google. E segnala che questo non significa che i cinesi non potranno più avere Google, anzi. Il problema sarà utilizzare gli strumenti che servono (e che esistono e sono largamente utilizzati come ha dimostrato un servizio di Gabriele Barbati su Nòva di qualche settimana fa). In realtà, Google tornerà ad essere un simbolo di libertà per chi non può accedere senza censure all'informazione. L'amministrazione americana è superd'accordo: il softwpower deve avere i suoi simboli. Dato l'annuncio, comunque, i siti normalmente censurati su Google in Cina sono restati nell'immediato altrettanto censurati, riporta il Sole 24 Ore. La Repubblica deduce che ci sia una sorta di trattativa in corso.

    Il Guardian si chiede se Google farà lo stesso in altri paesi nei quali la libertà internettiana è sotto assedio (e cita Francia e Italia). Wsj dice che Google va dalla parte giusta della storia.

    Ma il motore della decisione è stato, a quanto pare, l'unilaterale attacco originato dalla Cina ai server di Google, si direbbe alla ricerca di informazioni sui dissidenti. Google si difende anche condividendo i dati sugli attacchi (il che è un altro segnale positivo, segnala Gigi). Il confronto Usa-Cina in materia non è ancora una cyberguerra, ma non è neppure una partita a bridge... Quinta.

    A chi donare per Haiti

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    Twitter, Skype, Facebook, funzionano straordinariamente bene per l'informazione su una catastrofe come quella di Haiti e sottolineano come l'informazione, la solidarietà e l'emozione siano in certi casi un'unica dimensione umana. Intanto, su Google appaiono le immagini satellitari del disastro (rww).

    Anche in questo caso, purtroppo, il tema è che nella rete non ci sono solo le larghe maggioranze di persone oneste e sincere, ma anche gli squallidi sciacalli. Per questo l'Fbi avverte che non è bene donare al primo che chiede soldi per Haiti via social network.

    E' uno strazio vedere che pochi maledetti possono rendere sospettosi tutti. Ma di fatto è meglio essere intelligenti. La Cnn riporta i consigli dell'Fbi, sulla base dell'esperienza di catastrofi precedenti, e offre un insieme di link per trovare enti affidabili ai quali consegnare il proprio gesto di solidarietà. Ancora una volta, l'ecosistema dell'informazione è completo e funzionante se si tiene insieme la meravigliosa energia del pubblico attivo e il lavoro di verifica e controllo che qualcuno deve avere il tempo e i mezzi per fare, con la dovuta tempestività. I social network migliorano l'informazione professionale e questa quando si muove può migliorare l'informazione sociale.

    Per la verità, c'è molto da fare

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    E' vivo e appassionante dibattito partito dal pezzo di Gianni Riotta (direttore del giornale per cui lavoro) sulla qualità dell'informazione in rete. Ho lanciato un piccolo contributo a mia volta, sostenendo che la rete ha una caratteristica strutturale importante: critici ed entusiasti hanno tutti la possibilità di parlare e soprattutto hanno sempre qualcosa da fare. All'insegna dello slogan: "Non chiedetevi che cosa può fare il web per voi: chiedetevi che cosa voi potete fare per il web e avrete la risposta anche alla prima domanda".
    Ora però sarebbe il caso di andare avanti con il raginamento: che cosa si può fare?


    Il world wide web, la ragnatela grande come il mondo aveva questo nome prima che fosse veramente globale. E per questo si potevano proiettare sul suo futuro le utopie, di libertà civile e ribellione non violenta, che la centralità dei media tradizionali aveva costretto a vivere nei cieli suburbani, nelle cantine dei geek e nei laboratori delle università. La nuova economia di Kevin Kelly e l'intelligenza collettiva di Pierre Lévy, la democrazia emergente di Joi Ito e il beni comuni della creatività di Lawrence Lessig, la convergenza digitale di Nicholas Negroponte e il computer invisibile di Don Norman. E poiché è sempre vero che tra le aspettative e le realizzazioni ci sono sempre distanze incolmabili, le visioni, le utopie, i sogni e i progetti si mescolano nella meravigliosa complessità dell'evoluzione della specie umana.

    Di quali aspettative stiamo parlando? Un mondo che si sappia raccontare con la voce dei suoi abitanti, non solo con quella dei suoi potenti. Nelle università, da dove per prima la rete si è popolata, i ricercatori facevano giusto l'esperienza di questo genere di medium. Perché non poteva allargarsi al pianeta? Mercati e democrazie nei quali consumatori e cittadini abbiano la possibilità di conversare alla pari con le corporation e i partiti. Comunità che si autoregolano per portare all'attenzione della società aspetti della realtà che le televisioni dimenticavano. Saperi non più chiusi nelle biblioteche degli scienziati ma diffusi a tutti. Era troppo bello per essere semplice. Quando Bill Clinton si lasciò scappare la sua preoccupazione per il fatto che su internet circolavano le istruzioni per costruire le bombe, non insistette. E quando Barak Obama ammise di essere arcistufo delle critiche alle volte gratuite che gli piovevano dal mondo dei blog non affondò il colpo. Perché non ha senso uccidere la speranza che è costituzionalmente parte della rete: perché niente impedisce ai critici e agli entusiasti che hanno un progetto per migliorare la situazione, di provare a realizzarlo.

    Se ci domandiamo perché la società ha riposto tante speranze nella rete - e non soltanto perché queste speranze rischino a ogni passo di essere tradite - possiamo approfondire da due punti di vista:
    1. che cosa c'è nei mezzi di comunicazione e negli ambienti della convivenza tradizionali di tanto limitante da spingere un miliardo e mezzo di persone nel mondo ad adottare la rete come strumento per comunicare e centinaia di milioni di persone a vederla come mezzo per realizzare progetti e iniziative?
    2. tra i progetti emergenti e le opportunità che si vedono in giro, c'è evidentemente un grande filone di sviluppo nel mondo dei servizi che possono favorire uno sviluppo equilibrato e non violento dell'utilizzo della rete e della produzione intelligente di informazione. Che fare?

    E' innegabile che a quarant'anni dalla prima rete delle reti universitarie e a vent'anni dai primi passi della rivoluzione interettiana, lo spirito delle minoranze visionarie si è mescolato in un grande ecosistema complesso nel quale ci sono purtroppo anche le pratiche dei leaderismi populisti e quelle dei gruppi violenti. Il pubblico attivo che ha popolato il web divenuto mondiale si trova a vivere un clic accanto al pubblico cattivo.

    Ma è tremendamente sbagliato pensare che questa vasta popolazione sia definibile in quanto internettiana: in realtà, il centro del problema è piuttosto il potere complesso del sistema dei media-minestrone, nei quali resta regina la televisione commeciale che funziona essenzialmente in base agli incentivi dell'audience purchessia. In questo quadro mediatico complesso, la rete è stata adottata massicciamente anche perché ha rimesso in equilibrio la relazione tra chi produce e chi fruisce, allargando le possibilità di produrre, esprimersi, connettersi. Ma la sorgente della qualità, della profondità, dell'intelligenza dei saperi e delle informazioni, che si scambiano sui media viene dalla vita, dalla cultura, dalla società nel suo complesso. La rete è e resta un abilitatore fortissimo di tutto questo. Ma si può fare meglio. Come favorirla?

    Il senso di uno strumento tecnologico come il web è nell'interpretazione di chi lo usa. E il medium è fatto dalle persone che lo usano. Ma le regole implicite nelle piattaforme, nelle loro interfacce, nei sistemi incentivanti che contengono, hanno influenza sul risultato. Il principio è che un ecosistema equilibrato dell'informazione vive nell'infodiversità, non è pensabile programmare sintesi vincenti (non si può obbligare un'epoca ad essere illuminista o romantica o utopista) ma è pensabile che il metodo della collaborazione civile e non violenta prevalga sul metodo della disattenzione e del casino. Sarebbe bello lavorare su queste intuizioni, che per ora purtroppo sono solo intuizioni.

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    Un contributo fortissimo viene da Edge: la domanda globale di quest'anno, appena lanciata, infatti è: "how is the internet changing the way you think?" Imperdibile.

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    Domani sul Sole, su internet e la verità...

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    Scrivendo un articolo per il Sole di domani. Proprio sul dibattito partito dal pezzo di Gianni Riotta (direttore del giornale per cui lavoro) sul ruolo di internet nell'evoluzione del sapere, citato nel post qui sotto...

    Non so come lo comincerò, ma so come lo finirò:

    Non chiedetevi che cosa può fare il web per voi. Chiedetevi che cosa voi potete fare per il web e avrete la risposta anche alla prima domanda.

    Tv mobili iperlocali

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    Al Ces, le tecnologie fanno venire in mente le applicazioni. Come queste soluzioni per fare tv, basate su telefonini, che fanno pensare a una quantità di televisioni iperlocali...

    Incertezza sconosciuta ai greci

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    Borges osservava che l'incertezza era una condizione sconosciuta ai greci. Dal punto di vista filosofico, naturalmente. Tra l'errore e la verità non c'era nulla. Niente calcolo delle probabilità. Ne parlava Simona Morini, Università IUAV di Venezia, all'interessante convegno sul governo dell'incertezza organizzato dal CsiPiemonte e ora disponibile anche in video online.

    Readings #13 - La privacy interessa, invece...

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    Kate Raynes-Goldie ha studiato per un anno il comportamento di un gruppo di giovani di Toronto in merito al loro approccio alla privacy. Scoprendo che sono molto più interessati al tema di quanto non si sia soliti pensare.

    In materia ci sono state molte recenti discussioni, motivate dalle decisioni di Facebook:
    Tra poco più di un mese scadono i termini per partecipare alla design challenge lanciata da Mozilla che parte da una domanda: "The Home Tab -- What are some interesting uses of a Firefox-hosted start page?"

    Bel pezzo di Gino Tocchetti sul dibattito relativo alla qualità delle relazioni online. Sulla cura da dedicare all'uso delle tecnologie sociali. E sulla fine della separazione - mai convincente - tra reale e virtuale.

    Preoccupazioni sul modo di pensare alla rete da parte di governi e poteri vari. Enzo, Semioblog, Gianluca. Riprese e notizie sul contesto del sistema mediatico: Aza, Bigout, Orientalia, Librishop, Dario.


    Facebook contro Suicide Machine

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    Se sei su Facebook non puoi divorziare dai tuoi amici usando il software di Suicide Machine. Si tratta di un servizio che toglie di mezzo tutte le connessioni con amici di un profilo e poi blocca quel profilo in modo che nessuno lo possa più toccare. Un modo per chiudere definitivamente con Faccialibro. Ma Facebook ha deciso di impedire l'uso di Suicide Machine. Los Angeles Times.

    Happy Public Domain Day

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    Happy 01.01.10! 

    Communia ricorda che oggi è il Public Domain Day. Un giorno per celebrare la ricchezza culturale del pubblico dominio. Per guardare il mondo da una prospettiva resa più ampia dai giganti sulle cui spalle possiamo salire... 

    C'è anche una lista di autori le cui opere entrano o stanno entrando nel pubblico dominio. (È anche segnalato il fatto che le legislazioni nazionali sul pubblico dominio sono diverse. In qualche caso, per utilizzare le opere degli autori in questione occorre farsi consigliare da un esperto. Questo è un problema che va affrontato e risolto per rendere più facile la vita di ciascuno di noi). Ecco un database per conoscere le opere in pubblico dominio.
    Il paradosso di Free, di Chris Anderson, è che il libro si può scaricare gratuitamente, ma solo negli Stati Uniti, per motivi legati ad accordi sulla proprietà intellettuale internazionale tra gli editori. ("Sorry, this content is geographically restricted").

    Intanto, vagando in rete, si trovano i contributi gratuiti alla ricerca pubblica che gli scienziati e gli intellettuali mettono a disposizione attraverso istituzioni orientate alla conoscenza distribuita. 

    Si incontra per esempio il testo sulle specificità del cervello umano di Stanislas Dehaene, Jean-René Duhamel, Marc D. Hauser, e Giacomo Rizzolatti. From Monkey Brain to Human Brain. A Fyssen Foundation Symposium. MIT Press, 2005, che si può scaricare in pdf. Una lettura non specialistica che muove la consapevolezza su ciò che siamo: non abili utilizzatori di simboli astratti, ma creatori.

    E poi i podcast del College de France. Una miniera inesauribile. Tra la proprietà intellettuale e la disponibilità pubblica la partita è aperta.

    Intanto, si segnala il contributo di Galatea a un dibattito che non termina, perché ricchissimo di esperienze: "La stanchezza del blog. Dal blog al social network: perché tutti vogliono censurare Fb oggi?"

    Si fa notare, infine, il pezzo di Vittorio Bertola sulle sue "relazioni" difficili con Wikipedia. Da approfondire.

    Civiltà nella rete

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    La rete rischia se lascia che l'inciviltà di alcuni degradi la qualità dell'esperienza di tutti, dicono Jimmy Wales e Andrea Weckerle, sul Wall Street Journal. Non senza ragioni, chiaramente. La soluzione, però, è la consapevole vigilanza degli internettiani. Può essere per un verso una questione normativa, ma non servono nuove leggi, casomai occorre il rispetto delle leggi attuali.

    Il tema più affascinante, però, è capire come potranno emergere servizi e luoghi di conversazione che valorizzino chi rispetta gli altri e sceglie di discutere in modo civile.

    Un progetto come Wikipedia, che non è certo privo di problemi, ha comunque saputo creare un contesto che incentiva la collaborazione costruttiva rispetto al vandalismo. È possibile, probabilmente, generalizzare alcune caratteristiche di Wikipedia nel design dei nuovi servizi di condivisione delle informazioni e discussione delle conoscenze. Quali sono quelle caratteristiche?

    Ipotesi: un grande progetto comune, non profit e orientato al bene di tutti; una limitata sottolineatura dell'individualità di chi contribuisce che non innesca una gara degli ego; una buona struttura di manutenzione prevalentemente volontaria ma molto impegnata.

    Non è detto che queste siano caratteristiche generalizzabili. E certamente non garantiscono neppure Wikipedia dall'emergere di problemi. Ma possono costituire un elemento di riflessione visto che in effetti sono connesse a un successo inequivocabile per una rete attenta alla civiltà delle relazioni.

    Babele e la matematica

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    Pensando che internet è globale - un patrimonio comune dell'umanità - si resta vagamente perplessi leggendo della moltiplicazione delle lingue e degli alfabeti con i quali si possono scrivere gli indirizzi. via New Scientist. Ma è un errore. Perché il linguaggio universale resta lo stesso: quello dei numeri.

    Readings #11 - IL PUBBLICO NON E' UNA COMMODITY

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    Un articolo di CarrieLynn Reinhard, Roskilde Universitet, sulla fine dell'audience come commodity e l'avvento dell'audience attiva. (pdf)

    Abstract: "
    Traditional discourses of the relationship between media producers and consumers have been challenged as of late in post-industrialized countries.  The blurring of established consumer/producer identities due to changes in the mediascape, forecasted for decades, has changed how both academics and media professionals characterize the role of people in media engagings.  The initial conceptualization of "audience-as-commodity" was challenged by increased recognition of the audience as active consumers, or "audience-as-agent".  Recently this recognition has led to the Hollywood media industry's cooptation of these consumers, conceptualizing the people who engage with their media products as a combination of the previous two, or "audience-as-pusher".  This paper is an account of this discourse swing through the description of case studies that demonstrate the utilization of interactive marketing schemes to co-opt pre-existent and emergent audience activity(s).  The emergent conceptualization and its relationship with previous ones present academics with challenges and opportunities for theorizing and studying the relationships between the media industry and the people in their everyday lives."

    Bella lezione di Dan Gillmor segnalata a modo suo da Graziano.

    Altre segnalazioni: dalla pseudopolitica (tato, scacciamennule, corrado), alla politica straniera della ricerca (alfonso, asa) e alle letture dei lettori (vitadiunio, loriscosta, lsdi).

    I motori del profitto per Twitter

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    Un accordo risolutivo per il business di Twitter. Che ottiene 25 milioni di dollari in cambio di consentire che i microblog pubblicati su Twitter diventino ricercabili dai motori di Google e Bing. (BusinessWeek)

    Mappa dei social network

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    Vincos ha aggiornato la sua mappa dei social network. RIpresa da TechCrunch! Facebook è ora leader in 100 su 127 paesi presi in considerazione.

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    Rss trasformazione

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    Gli rss-reader sono meno usati. Si tende a tenersi informati piuttosto con le segnalazioni che si trovano su Twitter. Lo segnala Richard MacManus. Perché, ihmo, i reader possono diventare sistemi di informazione troppo personalizzati e rischiano di chiudere fuori l'inaspettato. 

    Ma i feed rss invece hanno un enorme futuro. Perché possono essere usati da aggregatori di ogni genere (da Techmeme fino a... Nòva100). E perché a sua volta Twitter può essere trattato in funzione dei feed rss che produce. Come del resto Google News e altri servizi (primi tra tutti, naturalmente i blog).

    Senza dimenticare che anche gli rss-reader potrebbero evolvere...

    Facebook e privacy

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    Le perplessità espresse nei giorni scorsi sulla privacy e Facebook sono diventate anche una richiesta di intervento alla Ftc da parte di dieci organizzazioni americane per la difesa della privacy. Sostengono che Facebook ha violato la legge.

    Per comodità, i link alle puntate precedenti: 
    critiche dell'impostazione del progetto di nuova privacy su Facebook (18 novembre)
    Electronic Frontier Foundation a difesa degli utenti di Facebook (10 dicembre)
    critica dell'intervento del capo di Google e delle scelte di Facebook (11 dicembre)
    discussioni su questo e altri blog (12 dicembre)
    un esperto spegne e accende il suo facebook (14 dicembre)

    Digitalizzazione gallica

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    Nel quadro delle sue recenti decisioni, il governo francese ha stanziato anche 750 milioni di euro per la digitalizzazione del patrimonio culturale (libri, film, giornali, stampe) del paese. (sì: 750 milioni!)

    Saranno destinati alle varie istituzioni come la Bibliothèque Nationale, il Centre national du cinéma, il Louvre, il Centre Pompidou e così via. Già oggi su Europeana, il 50% dei contributi è francese. La distanza dagli altri paesi è destinata ad aumentare. 

    I problemi non mancheranno: come verranno messi a disposizione. Che cosa si potrà fare con i materiali consultabili? Partirà una guerra della protezione dei diritti? Ma un fatto è certo: questa iniziativa darà una spinta a molta innovazione nel settore dei beni culturali. In Francia.

    Un'ottava per Italia musicale

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    L'Italia è ottava nel mercato mondiale della musica. E il mercato si riduce. Uno studio europeo sulla musica e la diversità culturale.

    "Italy was worldwide ranked 8th in physical sales, 10th in digital sales and 8th in performance rights income in 2007. In the same year, the total industry trade revenue of the Italian music market was €266M. This turnover was generated by physical sales for 87%, digital sales for 7%, and performance rights exploitation for 6%. Physical sales decreased by 30% from 2005 to 2007. Conversely, digital music sales rose by 51,2% in 2006 and rather stabilised in 2007, but still represent a small percentage (in 2007, they accounted for 7,2% of total recorded music sales). This means that the digital music market cannot be seen as a mature market yet."

    Il magazine possibile: Mag +

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    Un editore che fa Ricerca & Sviluppo è un editore saggio, in questa fase di grande trasformazione. Bonnier fa R&D.

    Mentre i rumors annunciano nella loro imperterrita, cinica ingenuità che arriverà presto un tablet fatto come un grande iPhone, leggero e comodo, con uno schermo adatto alla lettura, si pensa a quali forme potrebbero avere i magazine digitali. Ecco un prototipo di rivista che si potrebbe "sfogliare" su un tablet del genere (fatto con Berg):


    Mag+ from Bonnier on Vimeo.


    Si tratta

    Pope2you e qualche domanda

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    Chi ha parlato con Joaquìn Navarro Valls nel 1995 ricorda come l'allora responsabile delle comunicazioni del papa rispondeva alle domande su internet. "Internet non va usata in modo da mettere i fedeli nelle condizioni di saltare le parrocchie nelle loro relazioni con la chiesa". 

    Ma ora c'è Pope2you. E non teme nulla. (Neppure il sorriso benevolo che a qualcuno può sfuggire di fronte alla scelta di un nome vagamente fashion).

    Ormai, si direbbe che internet non sia più pensata necessariamente come una distruttrice di filiali bancarie, di negozi di alimentari, di parrocchie. E' considerata piuttosto come un'integratrice, non necessariamente una disintermediatrice. E' vista come un sistema per scoprire relazioni nuove con network sociali che comunque non frequentano i luoghi fisici tradizionali. Ma è vero? Eppure in certi settori (tipo i biglietti aerei e la musica) ha cambiato le cose in modo molto profondo. Perché in certi settori internet è stata più rivoluzionaria che in altri? C'è una regola?

    Brevità

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    Google e Facebook pensano al loro "abbreviatore di url". Intanto Bit.ly propone a tutti (i grandi per ora) di farsi il proprio abbreviatore.

    Per brevità, non commentiamo. Se non per dire che questa è una battaglia per lo standard che si vince in base al numero di url abbreviate con una particolare tecnologia. Chi abbrevia, sa connettere un utente a un'informazione che ha voluto condividere. Un sacco di dati in più per chi studia i comportamenti e le preferenze. Non è difficile immaginare che Google e Facebook raggiungeranno presto numeri considerevoli. Bit.ly è per ora il più usato su Twitter.

    Nuovo Tweefind

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    Da vedere: Tweefind



    Architettura olografica

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    Dan Gillmor e Facebook

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    Dan Gillmor non ha apprezzato il comportamento di Facebook nel cambiamento di regole di privacy. Ha chiuso il suo vecchio account (nel suo pezzo il resoconto delle difficoltà che ha superato per farlo). E ne ha aperto un altro nuovo.

    Non è per niente detto che quello che ha cancellato sia davvero sparito. Imho.

    Tesi su tecnologie della privacy

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    "this dissertation develops and validates an instrument that identifies and measures the extent to which information technology influences individuals' IT-related privacy-invasive perceptions. This newly created IT-related privacy-invasive perceptions (PIP) scale is then used to predict behavioral intention toward using information technology."

    Altrove Mark Burdon pubblica uno studio sulla relazione tra servizi georeferenziati, mappe digitali e privacy.

    "Online technological advances are pioneering the wider distribution of geospatial information for general mapping purposes. The use of popular web-based applications, such as Google Maps, is ensuring that mapping based applications are becoming commonplace amongst Internet users which has facilitated the rapid growth of geo-mashups. These user generated creations enable Internet users to aggregate and publish information over specific geographical points. This article identifies privacy invasive geo-mashups that involve the unauthorized use of personal information, the inadvertent disclosure of personal information and invasion of privacy issues. Building on Zittrain's Privacy 2.0, the author contends that first generation information privacy laws, founded on the notions of fair information practices or information privacy principles, may have a limited impact regarding the resolution of privacy problems arising from privacy invasive geo-mashups. Principally because geo-mashups have different patterns of personal information provision, collection, storage and use that reflect fundamental changes in the Web 2.0 environment. The author concludes by recommending embedded technical and social solutions to minimize the risks arising from privacy invasive geo-mashups that could lead to the establishment of guidelines for the general protection of privacy in geo-mashups."


    Ultimamente ti vedo meno fumoso e più concreto nei tuoi interventi :-p

    Penso che tu abbia toccato tutti i nodi della questione. IMHO Il modo superficiale e quasi ingenuo in cui Schmidt affronta il problema mi fa dubitare della sua buona fede, o meglio, invece di esprimere un concetto condivisibile socialmente da tutte le parti in causa, la sua opinione è totalmente di parte.

    Tra i vari aspetti quello che mi preoccupa di più per quanto riguarda google è la questione economica.
    Google ricava gran parte del suo potere economico dal trattamento dei dati personali dei suoi utenti diretti e indiretti. Io, amministrando i miei dati, al massimo ne ricavo una traquillità sociale.
    Questo è il vero squilibrio: Con la rete come la conosciamo oggi e la posizione attuale di Google, se tutti sapessero tutto di tutti accadrebbe l'esatto opposto dell'utopia della perfetta informazione e Google avrebbe un potere economico tendente ad infinito.

    Un simpaticone, sto Schmidt :-)

    Piu che di privacy forse dovremmo anche parlare di un concetto che fino a poco tempo fa era anche considerato valoriale, il concetto di riservatezza e di dignità. Spiattellare in rete, oltre alle generalità, i proprio stati d'animo, la propria salute i propri comportamenti, è ormai comunemente accettato come "normale" quasi restasse confinato nel proprio monitor. Quante volte girando per blog si incappa in post di un livello che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato "personale"? tradimenti, inclinazioni sessuali, utilizzo di sextoys, scherzi, youtube e il bullismo in rete. Cosa succede se fra cinque anni un ragazzo che ha fatto una cavolata in terza liceo si troverà di fronte un datore di lavoro che gli nega il posto per quell'episodio?
    Credo che l'unica privacy possibile sia l'autoregolamentazione della propria sfera personale, rinunciando magari anche a dei servizi.
    E questo indipendentemente da chi li eroga.

    @giannac

    Giustissimo.

    Di conseguenza, come rendere consapevoli le persone? Come insegnare l'autoregolamentazione e quindi lungimiranza?

    Apprezzo molto l'articolo e lo condivido in gran parte. Non sono così critico con le affermazioni di Schmidt: se stai facendo qualcosa di cui vergognarti, devi esserne consapevole. A volte la soluzione è semplicemente "non vergognarti". Se Marrazzo fosse stato gay dichiarato come il suo collega governatore della Puglia, il fatto di frequentare travestiti non avrebbe creato grossi problemi. Quindi il problema è diventato tale prima di tutto nella mente di Marrazzo.

    D'altra parte è molto giusto osservare che un ideale che può valere per una società ideale, NON vale nella società reale.

    In particolare: le regole DEVONO tutelare le parti deboli.

    Si è vero ha toccato tutti i nodi , se volete approfondire la seconda parte dell'articolo suggerisco:

    "Data protection legislation: What is at stake for our society and democracy?"

    sinceramente non ne ho la più pallida idea. In verità bisogna anche dire che molti dei dati che si ritrovano in rete soprattutto riguardo alla sfera sessuale sono mere aspettative , della serie "ti garberebbe".
    Ho visto campagne di comunicazione piuttosto efficaci fatte in altri paesi. Qui siamo anni luce lontani, siamo ancora a Topo Gigio.
    In una un ragazzo videochatta con il busto di una ragazzina chiedendole di fargli vedere le tette, poi scende a colazione e scopre che la ragazzina è sua sorella, riconoscendola dalla maglietta...credo sarà una delle battaglie future, riinsegnare ai giovani e meno giovani un po di riservatezza...la vedo dura, non siamo ancora riusciti a farli smettere di bere e schiantarsi contro i platani... 

    purtroppo questa idea (una società trasparente senza privacy) si sta facendo strada da un pò di tempo; moltissime persone, ad esempio, usano internet senza nessun rispetto per la privacy degli altri. Quante foto vengono postate senza chiedere il consenso di chi è raffigurato?



    Da Facebook:


    Monica Fabris
    Monica Fabris
    Due cose mi colpiscono. La concomitanza dell'annuncio di google sul motore di ricerca su social network e la passivita' con cui le nuove impostazioni sono state accolte dal 'popolo di fb'

    Luca De Biase
    Luca De Biase
    hai ragione... ma questa passività è frutto di una mancata comprensione del tema della privacy...

    Daria Santucci
    Daria Santucci
    ieri sera ho passato due ore a resettare tutte le mie impostazioni di privacy. ad esempio, è cambiata la visibilità della friends list (visibile a tutti o a nessuno). e poi, sono spuntate una serie di icone in cui rendevo visibile a "everyone" determinati aspetti del profilo che non avevo mai autorizzato prima. decisamente una sensazione sgradevole.

    Paolo Subioli
    Paolo Subioli
    Io penso, sulla "passività", che influiscano anche 2 fattori:
    - la fretta con cui le persone in generale agiscono sul web, accentuata in FB da un certo senso di colpa per la sensazione di perdere tempo;
    - la difficoltà, tipica di FB, di percepire la differenza tra spazio pubblico e spazio privato della propria ristretta cerchia di amici (la quale comporta anche che gli utenti non si rendano conto che le proprie foto diventano di proprietà di FB, se publbicate qui).

    'Domenico Palladino'
    'Domenico Palladino'
    non sempre il lucchetto mostra di default tutti, qualche volta mi è capitato che fosse impostato in automatico su post visibili solo a me condividendo l'articolo da siti esterni, ma non so se fossero impostazioni del sito o bug estemporanei. Sulla privacy anche il messaggio di sistema non ha aiutato facendo quasi credere che le nuove impostazioni avrebbero automaticamente aumentato la privacy degli utenti.

    Giorgio Scura
    Giorgio Scura Questa questione della privacy è ampiamente sopravvalutata. Ci sentiamo un po' tutti Vip, come se dietro la porta avessimo una coda di paparazzi pronti a immortalare ogni nostro passo, come in realtà ci piacerebbe che fosse. In un certo senso la Rete ci rende tutti protagonisti, ma non saremo mai "famosi" come abbiamo inteso il termine in epoca televisiva. Lla nostra privacy non interessa a nessuno. E in ogni caso siamo NOI a decidere cosa pubblicare e cosa no. Chi non ha nulla da temere, non teme la violazione della privacy.

    Andrea Falcone
    Andrea Falcone
    Io penso che sulla passività influisca il fatto che facebook sia molto "user-friendly", tanto semplice nell'uso da far dimenticare che non ne dominiamo tutti gli aspetti e che è difficile controllare tutte le tracce che lasciamo...

    Federico Guerrini
    Federico Guerrini
    Impossibile che i responsabili non potessero prevedere le proteste che sono sorte quasi all'istante. I casi sono due: o ormai Facebook si sente talmente forte da non dover rispondere alle critiche e da poter fare a meno di una certa percentuale dei propri utenti, quelli che davanti a questi cambiamenti potrebbero essere indotti a lasciare il sito o hanno commesso un clamoroso errore di sottovalutazione.

    Federico Guerrini
    Federico Guerrini
    Non è tanto il fatto dell'"everyone", quanto la nuova categorie delle cose publicly available e l'accesso garantito alle applicazioni...

    Cala la quota di traffico p2p

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    Un manager di un primaio operatore telefonico nota: "Il traffico peer-to-peer era anche il 60% del totale del traffico internet in Italia, fino a qualche tempo fa. Oggi non è più del 20%". (Probabilmente il dato è approssimativo nella cifra anche se è certo nella tendenza).

    E' la vittoria delle major? Forse è soprattutto la vittoria dello streaming. E dello scambio di link sui social network.
    Eric Schmidt, il capo di Google, ha espresso la sua idea sulla privacy. E poiché Google è al centro di una quantità di polemiche relative alla privacy, la sua idea fa riflettere. Perché intorno al concetto di privacy (parola che evoca questioni noiose che non lo sono per niente), si giocano questioni decisive per la conformazione della rete sociale e il suo sviluppo equilibrato, per non dire pacifico e giusto.

    Dice Schmidt: "I think judgment matters. If you have something that you don't want anyone to know, maybe you shouldn't be doing it in the first place. If you really need that kind of privacy, the reality is that search engines--including Google--do retain this information for some time and it's important, for example, that we are all subject in the United States to the Patriot Act and it is possible that all that information could be made available to the authorities."

    Ci sono diversi elementi in questa frase. Il pensiero di Schmidt si inserisce in un filone molto diffuso e piuttosto realistico: l'idea di fondo è che online la privacy sia fondamentalmente impossibile. Schmidt in questo caso si riferisce alla legge che consente al governo americano di fare indagini antiterrorismo usando tutto quello che viene fuori online. Ma prima di lui, Scott McNealy aveva sostenuto che, indipendentemente dalle leggi e anche sotto il profilo tecnico, la privacy online non esiste. Del resto, anche quando si ammette che possa esserci una privacy, le linee di confine sono talmente complicate che la loro interpretazione è molto controversa: come nel caso della nuova autoregolamentazione della privacy su Facebook.

    E d'altra parte, la questione della privacy rischia di essere sottovalutata anche dagli utenti. Può essere che appaia irrilevante, può essere che sia considerata impossibile, può anche essere che non ci si renda conto del suo significato e sia vista più come un fatto burocratico che sostanziale. Ma sta di fatto che se una piattaforma offre servizi che gli internettiani apprezzano, la loro considerazione della loro stessa privacy tende ad andare velocemente in secondo piano.

    Se ne parlava ieri con Cesare Sironi, l'amministratore delegato di Matrix (Virgilio). Google deve sottostare alle regole, ma di fatto ne è potenzialmente esente: è una multinazionale talmente gigantesca e flessibile, vive in un luogo tecnologicamente tanto veloce e complesso, che per qualunque stato sarà sempre più difficile tenerla sotto controllo. E infatti Google dichiara di aderire soprattutto a una legge morale, autodefinita e per la verità coerentemente seguita almeno in apparenza finora (non facciamo del male). Ma è chiaro che Google sa un'enorme quantità di cose su ciascuno dei suoi utenti e molti temono che se andasse a governarla un nuovo team di persone, aderenti a un qualunque nuovo approccio morale, per gli utenti potrebbero essere problemi. Virgilio, da parte sua, offre servizi basati sulla localizzazione e altre informazioni relative ai singoli utenti: si impegna a separare quelle informazioni dalle persone alle quali si riferiscono e a trattarle sempre e comunque come fatti statistici. 

    Ma c'è qualcosa di più.

    Perché Schmidt ha espresso una valutazione profonda e molto diffusa: l'idea secondo la quale chi desidera salvaguardare la privacy abbia qualcosa da nascondere. In questo senso la privacy è soltanto un vincolo alla libertà di circolazione delle informazioni: e il fatto che si tratti di informazioni sulle persone non cambia la sostanza del discorso. Se non hai nulla da nascondere perché vuoi la privacy?

    L'idea è talmente diffusa che andrebbe presa sul serio. Forse un modo per valutarla è immaginarsi una società basata su un modello totalmente privo di privacy e pensare dove può portare. (L'argomento è talmente complicato che qui si può soltanto accennare a un punto di vista, che resta tutto da approfondire).

    Teoricamente, si può partire da una concezione generale: la circolazione dell'informazione è un bene. Se tutti sanno tutto di tutti non si può imbrogliare, ciascuno è libero di fare le sue scelte sulla base di una corretta dotazione di informazioni, i risultati sono i migliori possibili in termini politici, economici, sociali, culturali. Sarebbe bellissimo, ma non è storicamente mai stato vero e possibile. Anche perché la disponibilità di informazione è cosa diversa dal trattamento, la comprensione e l'utilizzazione dell'informazione. La conseguenza è che l'informazione ha un enorme valore, ma la sua dinamica va ben compresa per poter vivere in modo consapevole.

    L'idea della perfetta informazione è tipicamente sostenuta dall'economia neoclassica: se tutti sanno tutto di tutti e gli operatori sono razionali la concorrenza perfetta porterà alla migliore allocazione delle risorse possibile. E' una costruzione ideale molto interessante. Peccato che non sia mai stato possibile realizzarla. Il Nobel Stiglitz ha dimostrato che non è possibile avere una società nella quale tutti gli operatori siano perfettamente informati. E ha anche dimostrato una cosa sorprendente: non è vero che se aumenta l'informazione ci si avvicina alla condizione di concorrenza perfetta. La migliore allocazione delle risorse possibile data dal modello teorico della concorrenza perfetta non è una meta alla quale ci si avvicina per step successivi: è una realtà che o c'è o non c'è. Se non c'è non basta un po' più di informazione per avvicinarsi ad essa. L'utopia della concorrenza perfetta, nata per salvaguardare la libertà di concorrenza dei piccoli e grandi operatori economici, è stata di fatto utilizzata dai grandi poteri del capitalismo per eliminare barriere al loro potere. E invece la salvaguardia del mercato libero passa dalla limitazione della libertà d'azione dei grandi poteri del capitalismo, attraverso per esempio l'antitrust: la libertà esiste solo se ci sono regole che paradossalmente costringono a salvaguardarla.

    E' molto interessante. Perché la realtà non è come la dipinge l'utopia della perfetta informazione. Perché la stessa informazione è diversa a seconda di chi la utilizza. Perché l'informazione non è equamente distribuita. Perché non è equamente distribuita la capacità di utilizzare l'informazione. E in una società iniqua i soggetti deboli hanno bisogno di una protezione nei confronti dei soggetti forti. La libertà vive nelle regole, non nell'assenza di regole.

    La perfetta informazione non è l'obiettivo dell'informazione. E la privacy non ha l'obiettivo di impedire l'informazione. Ha l'obiettivo di rendere più equilibrato il gioco del potere sull'informazione.

    La perfetta informazione su tutti è un problema di controllo sociale. In un villaggio tradizionale nel quale tutti sanno tutto di tutti, il controllo sociale è più facile. Ma l'interpretazione del controllo sociale dipende dal sistema di potere in vigore in quel villaggio. Se c'è molto controllo sociale e una sola persona ha tutto il potere, quel potere sarà privo di equilibrio e le persone saranno prive di libertà. 

    Ci può essere una situazione ancora meno equilibrata. Quella nella quale il potere sa tutto di tutti, mentre nessuno sa niente degli altri. E' una situazione vagamente simile a quella del Grande Fratello di Orwell. In quella situazione, la libertà dei cittadini sottoposti all'enorme potere del Grande Fratello esiste solo se i cittadini riescono a dissimulare, cioè a impedire la perfetta circolazione dell'informazione su di loro.

    L'informazione può essere un fattore di equilibrio sociale, può generare libertà, può alimentare una tensione verso una convivenza più giusta e pacifica, solo se è asimmetrica a favore dei soggetti che non hanno potere e se il controllo è esercitato con l'informazione in modo tale che si sappia molto su chi ha il potere e meno su chi non ha il potere. Per questo si dice che le persone che hanno responsabilità pubbliche non hanno diritto alla stessa privacy degli altri: Il controllo sociale, in una società democratica, è asimmetrico e si esercita in modo che dei potenti si sappia molto di più che degli altri.

    Non è solo una questione politica. Prendiamo il caso di un'assicurazione sanitaria. Se si sapesse tutto di tutti è l'assicurazione a trarre il massimo vantaggio, non gli assicurati. Perché l'assicurazione non prende in carico le persone che rischiano la loro salute, mentre prende in carico solo quelle che pagano la loro quota e non hanno mai problemi di salute. Se un'assicurazione sanitaria sulla vita sapesse tutto quello che Google sa di ciascuno, i suoi rischi sarebbero molto minori e i cittadini che hanno più bisogno di assistenza sanitaria sarebbero penalizzati.

    L'informazione è storicamente asimmetrica a favore del potere e delle grandi organizzazioni e a sfavore dei singoli cittadini e dei soggetti deboli. Migliorare l'informazione non significa portare tutti a conoscenza di tutto, che è impossibile, ma portare a un maggiore controllo sulle azioni dei responsabili delle grandi scelte collettive.

    Le leggi sulla privacy sono importanti. Non perché funzionino bene e si possano far valere facilmente su internet. Lo sono forse soprattutto in chiave educativa. Favorire la consapevolezza dei cittadini del valore dell'informazione su di sé è una premessa fondamentale per la libertà. La si può intendere pienamente però solo se i cittadini sono consapevoli che far valere la propria privacy ha senso in quanto costringe il potere a comportarsi in modo più trasparente.

    (Ripeto: queste sono soltanto intuizioni disordinate. Si spera che possano servire a qualche riflessione e soprattutto a far emergere opinioni più competenti).

    Google impara i numeri di cellulare

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    Si possono mandare sms da gmail. E Google impara informazioni preziose: i numeri di cellulare di chi invia e di chi riceve. (via Oztech)

    EFF: perplessi sulla nuova privacy in Facebook

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    Electronic Frontier Foundation, un'antica e ipercompetente organizzazione che lavora a favore dei cittadini che usano i media digitali, si mostra perplessa sulla nuova politica della privacy in Facebook. E pubblica un'analisi molto attenta.

    Oltre ad alcuni dati positivi, EFF segnala due aspetti importanti:
    1. Come si diceva anche qui, la nuova politica sulla privacy incoraggia in molti modi - sottili e meno sottili - a pubblicare spontaneamente e autenticamente i fatti propri, promettendo un altissimo livello di privacy. Questo serve al business di Facebook (che è fondamentalmente basato sulla conoscenza capillare dei comportamenti e dei giudizi degli utenti). Ma abbassare il livello di attenzione su ciò che si vuole pubblicare di se e su ciò che si vuole mantenere riservato può condurre le persone a rischiare troppo.
    2. L'introduzione improvvisa di una dimensione delle informazioni personali priva di privacy, "publicly available", riguarda anche la lista degli amici e altre informazioni che prima si potevamo mantenere riservate agli amici. E' una scelta che Facebook difende. Ma che non è priva di rischi.
    3. Le applicazioni hanno troppa libertà di entrare nei profili delle persone, anche nei loro scaffali più riservati, secondo EFF.

    Insomma, la nuova privacy di Facebook potrebbe rendere le persone meno consapevoli del problema della riservatezza dando l'impressione di maggiore controllo, indurle a pubblicare più spontaneamente e avventatamente, aprire varchi importanti nella privacy stessa.

    Si sa: la privacy interessa le persone, ma sono le persone stesse a dimenticarsi di questo interesse molto spesso. Se fosse una scelta consapevole, quella di condividere tutto di sé, potrebbe andar bene. Ma il fatto è che quando si condivide qualcosa di sé che riguarda anche altri, di fatto si intacca la privacy altrui senza che questi ne siano consapevoli. E in ogni caso, a essere interessati ai fatti degli altri possono essere tipi di persone molto diversi e imprevedibili.

    Google personalizzato di default

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    Insomma. Da adesso le ricerche su Google sono personalizzate anche per chi non è iscritto o non sta navigando dopo aver digitato id e password sui servizi di Google. Perché la navigazione di ciascuno viene mantenuta in memoria e usata per restituire alle ricerche informazioni collegate alle precedenti ricerche. Si può rifiutare il servizio. Se non si fa niente, invece, viene automaticamente applicato. (I dati raccolti da Google secondo SlightlyShadySeo). E si aggiungono i dati raccolti come Dns.

    Ecosia: motore verde

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    Ecosia:

    "Ecosia è un sito web indipendente e senza scopo di lucro. Almeno l'80% dei guadagni ricavati dalle ricerche va a un programma di protezione della foresta pluviale del WWF che utilizza questo denaro per la protezione sostenibile delle foreste pluviali". (TgDaily)

    Autenticità e pubblicità

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    La campagna pubblicitaria per la videocamera Flip, acquisita recentemente dalla Cisco, punta sull'idea che persone normali riprendano i fatti della loro vita quotidiana. Dovrebbe avere un sapore di autenticità, ma in qualche modo, secondo un pezzo del New York Times, non riesce ad apparire davvero autentica. 

    Ma è possibile l'autenticità nella pubblicità?

    Ci si può riflettere a lungo. Ma la risposta è sempre no. O meglio, si tratta comunque di una rappresentazione. Che ha tra l'altro uno scopo molto precisamente commerciale. Ma non è soltanto questo il punto. L'esperienza di una rappresentazione non è destinata a funzionare come l'esperienza della realtà. 

    Carlo Goldoni, si difendeva dall'accusa che qualcuno gli muoveva, di fornire sì una critica della società nelle sue commedie, ma una critica edulcorata. E sosteneva, difendendosi appunto, che se avesse scritto commedie che descrivessero il "vero" il pubblico non ci avrebbe creduto; doveva invece scrivere qualcosa di "verosimile" perché il pubblico potesse sentirsi coinvolto e ricevere il messaggio fondamentale.

    Non è una formula universale. Ma poiché in qualunque rappresentazione si pone il problema della costruzione di un mondo che possa essere accettato dal pubblico come adatto a fare da contesto per una storia, il problema della verosimiglianza si pone. 

    Ed è persino troppo ovvio finire col trovare la dimostrazione che il verosimile non è il vero. Come nella casa del Grande Fratello.

    Casomai, la questione è che la pubblicità, in quanto rappresentazione a scopo commerciale, studiatissima nelle sue conseguenze neurologiche e comportamentali, non dovrebbe promettere quello che non può mantenere. Quindi è meglio che non prometta di essere autentica, perché non potrebbe mantenere la promessa. Inoltre, se l'autenticità è cercata per abbassare le difese di incredulità del pubblico e poi fallisce, ottiene l'effetto opposto.

    Giocare sui confini dell'autenticità, della verità, della verosimiglianza, è molto scivoloso. Soprattutto quando si ha un interesse preciso da portare avanti. Molto meglio il concetto di trasparenza.

    800 milioni per l'occupazione

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    800 milioni dello stato (più quasi altrettanti dei privati) sono pochi o tanti per migliorare la banda larga in Italia? Pochi, per quello che serve. Ma molti più che zero. In ogni caso, si dice, hanno un impatto significativo sull'occupazione. Quanto significativo? Uno studio di Massimo Chiriatti tenta di rispondere a questa domanda: con un modello sperimentato e una sua applicazione. (VIa Stefano)


    Résumé #4- DIVIDE ET IMPERA

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    Le strategie degli editori che tentano di dividere il web, per esempio tra quello che si trova via Bing e quello che si trova via Google, ricordano il vecchio modello nel quale quegli stessi editori sentivano di controllare il pubblico: solo l'editore concedeva il permesso di accesso ai suoi contenuti governando con precisione la tecnologia di distribuzione.

    Nel modello del web come ecosistema, invece, tutti si aiutano a crescere e tutti hanno bisogno di tutti. Ma i percorsi di accesso sono liberamente decisi dal pubblico. Il che mette in crisi alcuni modelli di business. Ma ne apre di nuovi.

    Murdoch sembra interessato a qualcuno che gli dia dei soldi immediati, senza troppe complicazioni. Ma questo non implica che si possa ritrovare uno standard unico nella distribuzione delle notizie. Anzi. Il pubblico attivo non cesserà di inventare nuove modalità per contribuire.

    Una mappa per collocare le strategie annunciate dai grandi potrebbe essere basata su questi semplici criter: se dividono il web, sono vecchie; se rafforzano la diversità, sono innovative; se concentrano il potere dei grandi, sono contemporanee.

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    Precedenti 
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    Facehoo! e Tweeogle

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    Grandi manovre tra i massimi concentratori del traffico in rete. 

    1. Identità. Molte proprietà di Yahoo! saranno accessibili con l'identità che si usa per entrare in Facebook. E gli account Twitter serviranno per accedere direttamente anche a Google Friend Connect. Si direbbe che i grandi attrattori del traffico in rete si vadano concentrando in una sorta di competizione semplificata, per ora centrata su Google, Microsoft e Facebook. Marshall Kirkpatrick ci vede un pericolo per la libertà di invenzione dei piccoli innovatori indipendenti.

    2. Interfacce. Google cambia la home page in modo che si veda all'inizio soltanto la finestra e i bottoni per le ricerche, poi solo muovendo il mouse appaiono i bottoni per la mail e le altre feature. Bing aggiunge molti nuovi servizi di ricerca semplificata basati sulle mappe. Tutto questo potrebbe essere messo a confronto con il modello di Fogg: i bottoni che invitano a cliccare sono decisivi, specialmente in un contesto rassicurante.

    3. Privacy. Facebook sta introducendo le sue nuove regole per la privacy. Potrebbero rassicurare gli utenti finendo per indurli a scrivere più spontaneamente. Può essere un vantaggio per gli utenti, ma lo sarà più certamente per gli interessai alle ricerche di mercato basate sui comportamenti online.

    La quantità di novità che arrivano dai tre grandi è impressionante. Difficile per gli utenti stare al passo. La complessità così generata, accanto alla scarsità di tempo della quale soffre chiunque, finisce probabilmente col radicare le abitudini all'utilizzo degli strumenti già noti. Il che avvantaggia gli operatori già grandi. Non è una fase facile per i nuovi entranti piccoli che non accettino di far parte dell'ecosistema di uno dei giganti (Google, Microsoft, Facebook... in attesa delle prossime mosse di Apple e della migliore definizione della strategia di Twitter).

    Facebook privacy update

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    Mark Zuckerberg scrive ai 350 milioni di iscritti a Facebook per informarli che sta arrivando una nuova versione del sistema di controllo della privacy nel social network. La novità principale sembra essere l'abolizione dei network regionali che costituivano una falla nel sistema della privacy. Il nuovo sistema consentirà a ciascuno di stabilire esattamente il livello di privacy che vogliono, di far vedere quello che pubblicano solo agli amici ed eventualmente di decidere il livello di privacy per ogni singolo elemento di informazione che pubblicano.

    Sembra una garanzia in più. E lo è probabilmente. Per quanto riguarda la privacy dei singoli elementi di informazione che vengono pubblicati dagli utenti nei confronti delle curiosità degli altri utenti. Ma paradossalmente è anche un incoraggiamento a osare di più.

    Il cambiamento annunciato infatti dovrebbe consentire alle persone di pubblicare con meno patemi quello che vogliono, contando sul fatto che sarà visto solo da chi loro intendono lo veda. Dunque, di fatto, incoraggerà a usare Facebook per cose anche più personali.

    Chi è consapevole della scarsa privacy che c'è su Facebook, tende a pubblicare in modo molto asettico e soltanto cose che possono essere pubbliche. Se invece si fosse davvero convinti che la privacy sarà mantenuta su quello che appare più personale, si potrebbe scrivere con maggiore spontaneità.

    E' proprio la spontaneità che interessa chi fa ricerche di mercato su Facebook. Il nuovo sistema non consentirà certo a chiunque di vedere qualunque cosa, ma aumenterà l'informazione che i robot di Facebook potranno utilizzare per fare analisi sui comportamenti, i valori e i cambiamenti culturali che avvengono tra le persone del social network.

    Più controllo della privacy vuol dire in sostanza più informazioni utilizzabili per il business di Facebook.

    Twitter su iPhone con realtà aumentata

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    Una nuova applicazione per iPhone con geotagging consente di vedere la realtà aumentata con i commenti lanciati su Twitter da posti vicini a quelli inquadrati con la telecamera.
    Ancora dall'Ansa. Approvata in commissione Trasporti e Telecomunicazioni alla Camera la risoluzione sottoscritta da Paolo Gentiloni (PD), Luca Barbareschi (PDL) e dagli esponenti di tutti i gruppi parlamentari con la quale si chiede al Governo di sbloccare nella prossima seduta del CIPE i fondi congelati per lo sviluppo della banda larga. Lo annuncia Michele Meta, capogruppo del Pd in commissione. Aggiungendo che questo potrebbe fare scomparire le polemiche sulla presunta trattativa sulla rete telefonica che coinvolgerebbe anche Mediaset.

    Grosse spalle

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    Riporta l'Ansa che il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, rispondendo a una domanda sulla rete a banda larga dopo un incontro all' Università Cattolica, ha detto. «Un nostro interesse per Telecom? È una delle voci che girano. Investire nelle telecomunicazioni non è cosa da poco: quella è una struttura che costa e nella quale occorre investire un'infinità di soldi e quindi ci vogliono le spalle grosse».

    Controversia YouTube

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    Viene in mente ripensando al caso del video assurdo pubblicato da YouTube. Stefano ha pubblicato un ottimo post in proposito. E credo che a questo punto valga la pena di ricominciare il discorso da quel post.

    La questione sembra essere essenzialmente: che cosa è YouTube? Imho, si può rispondere così: se YouTube è fondamentalmente una macchina e se il suo valore deriva da una vasta popolazione di utenti che comunicano attraverso YouTube, allora YouTube è più come un videotelefono che come un editore televisivo (ovviamente non è né l'uno né l'altro, ma è un po' più come il primo che come il secondo). E allora non dovrebbe essere il gestore della macchina a decidere - come se fosse un giudice e un poliziotto - che cosa vada o non vada pubblicato, che cosa vada o non vada rimosso. Salvo i casi in cui siano esplicitamente definiti i criteri di comportamento - in modo che la "macchina" (o una procedura standard e trasparente che possa essere eseguita dalle persone che operano la macchina) li possa applicare senza discrezionalità. In tutti gli altri casi ci vuole purtroppo un intervento interpretativo e applicativo della legge da parte di autorità competenti. Ripeto: imho.

    Short message strike

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    Altroconsumo dice che la decisione dell'Agcom in materia di sms è per lo meno ambigua. I prezzi in Itaila restano molto alti. E Facciamocisentire continua la sua protesta chiedendo lo sciopero degli sms.

    Agcom dice che invece con la sua decisione i consumatori possono aspettarsi prezzi degli sms in linea con quelli europei.

    I consumatori dovranno attivarsi per ottenere gli eventuali vantaggi della tariffazione al secondo.

    L'agenda di Kroes

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    Neelie Kroes è il nuovo commissario europeo all'Agenda digitale (ex portafoglio Tlc e Società dell'informazione) in sostituzione di Viviane Reding. Kroes era all'antitrust dove aveva lavorato ai dossier Microsoft e Sun-Oracle. In questo momento, il suo sito non è aggiornato. (Per chi ne sorridesse in base a una sorta di hubris internettara vale la pena di osservare che in questo momento non è aggiornata neppure wikipedia).

    Dolcetto scherzetto

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    I cookies vanno bene anche all'Europa. E quindi gli utenti non avranno il diritto di accettarli prima che vengano installati sui loro browser (il che avrebbe comportato una finestra pop-up aperta ogni volta che i cookies avessero chiesto il permesso di entrare). Iab soddisfatta.

    Microwebtv

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    Giampaolo Colletti ha scoperto decine di web tv iperlocali un po' dappertutto in Italia, ne ha parlato su Nòva per anni ed è riuscito ad avviare un'iniziativa associativa molto rilevante. E' una bella cosa. Altratv.

    Coraggio blogosfera

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    Se si vuole trovare facile consenso in Italia, basta fare una bella lamentazione: ben scritta, ben sintetizzata in uno slogan, proposta con buona scelta di tempo. Ma alla fine non ci porta molto avanti. L'informazione equilibrata sa mettere insieme i fatti, la diversità delle opinioni, una critica di quello che non funziona e un'agenda costruttiva di quello che si può fare. E direi che l'obiettivo di una rivoluzione dell'informazione in Italia non sarebbe tanto quello di avere più critica, quanto avere più equilibrio, attenzione, consapevolezza che il nostro futuro dipende da quanto siamo capaci di fare in base a quanto siamo capaci di capire. Ma vabbè: metto queste considerazioni generali in piccolo perché si possono anche saltare.

    Meno male, dunque, che proprio mentre si spegne lentamente il dibattito sulla "blogosfera molle" arrivi la giusta proposta sulla liberazione del wi-fi, sostenuta dagli stessi media sociali in modo molto efficace. Si annuncia una dimostrazione di critica costruttiva della blogosfera (che evidentemente, almeno a fiammate, non è poi tanto molle).

    La riflessione sulla forza dell'impatto dei nuovi media sociali sulla capacità della società italiana di costruire una visione critica, costruttiva, coraggiosa dell'epoca che viviamo è necessaria. Ma è importante anche tirarne fuori qualcosa di propositivo.

    I temi si dimostrano molto diversi. Difficile tenerne traccia ordinatamente.

    C'è un approccio cinico che genera una domanda del tiop: "se l'intera società italiana non è capace di critica costruttiva, come può farlo la blogofera?" La risposta può essere: "eh, già", oppure "è proprio dalla novità della blogofera e della microblosfera che può partire un rinnovamento, ma bisogna imparare dall'esperienza".

    Imparare dall'esperienza significa abbandonare l'ingenuità di un puro e semplice approccio tecno del tipo: "le nuove piattaforme sono tanto liberatorie che l'innovazione verrà fuori per forza, perché nella quantità enorme di informazioni generate dagli utenti ci saranno anche quelle che migliorano l'informazione nel suo complesso". Questo approccio non funziona perché se è vero che nella grande quantità di informazione c'è anche quella buona, è anche vero che non è per tutti facile trovarla e che comunque si infiltra anche l'informazione cattiva. Anzi, per la verità, chi punta sulla strategia della disattenzione è perfettamente in grado di estenderla anche sui media sociali.

    Probabilmente le piattaforme e le soluzioni tecniche non sono la risposta al problema di migliorare l'efficacia culturale dei media sociali. Perché naturalmente questa dipende molto di più dalle persone. Ma è anche vero che le regole implicite - tecniche - con le quali le piattaforme e i servizi di aggregazione sono organizzati contengono elementi incentivanti che possono valorizzare comportamenti costruttivi o alimentare forme di competizione distruttiva. Un punto di riflessione è dunque: possiamo pensare a regole implicite più intelligenti di quelle attuali? Può darsi.

    Uno dei problemi più belli in questo senso è come si può migliorare la valorizzazione dei contributi che contengono più ricerca, più informazione nuova e verificata, più apertura culturale? Sembra impossibile. Ma in certi contesti è stato affrontato. Anche se oggi il problema va posto in modo totalmente diverso, ci sono state epoche e territori in cui la qualità culturale è stata in qualche modo notata e valorizzata da sistemi incentivanti intelligenti. Un contributo di avanzamento culturale, in questo senso, è stato prodotto da alcune regole implicite nell'università originaria medievale (quella che nasceva istituzionalmente come territorio intellettuale libero dai condizionamenti del papato e dell'impero). E un contributo di avanzamento culturale derivò in seguito dal mecenatismo, rinascimentale (politico e mercantile). Altri esempi spesso emergono dalle logiche delle fondazioni statunitensi o nei sistemi museali innovativi o nei network culturali (tipo enciclopedisti, impressionisti, e chi più ne ha più ne metta...). Ci mancherebbe: si possono citare e discutere mille di questi esempi. Ma in tutti ci sarà sempre una qualche regola incentivante che ha aggregato un movimento culturale e lo ha portato a migliorarsi qualitativamente. Perché non potremmo pensare a qualcosa del genere anche per il mondo dei media sociali? E' il lancio di una palla lunga, mi rendo conto. Ma perché no? Questo sarebbe il primo caso di movimento culturale nel quale ciascuno può pensare quello che vuole: perché non sarebbe orientato a definire i contenuti, ma a valorizzare il modo trasparente e aperto con il quale vengono generati e condivisi. Senza imporre niente a nessuno. Ma gratificando in modo non competitivo l'impegno culturale che ciascuno decide di regalare agli altri.

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    Reminder sul dibattito relativo alla blogosfera molle:
    Molte reazioni al pezzo di Giuseppe... A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d'uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l'avanguardia. Pasteris lo cita. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l'arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d'occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.
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    Readings #7 - Molliche di blogosfera

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    Cercando aggiornamenti al mitico pezzo di Bill Joy sull'emergere possibile di una nuova specie post-umana, si può scoprire che alla Darpa (l'agenzia di ricerche avanzate del dipartimento alla difesa americano, superinteressante) stanno cercando il modo di potenziale i soldati "cellula per cellula" (come dire con biotecnologie, neuroscienze, ecc ecc): World Politics Review. Invece pare che il progetto "telepatia" sia stato abbandonato.

    Si moltiplicano i pezzi che riguardano le sperimentazioni degli editori di fronte alla crisi. Sta nascendo una nuova società che farà da piattaforma per la distribuzione dei magazine negli Stati Uniti (Observer). Molti si domandano che effetto avrà la rinuncia di Murdoch al traffico proveniente da Google: Hitwise. Altri editori comunque seguono il magnate australiano-americano (Bloomberg).

    Quante reazioni al pezzo di Giuseppe sulla blogofera molle... A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d'uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l'avanguardia. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l'arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d'occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.

    Aza riflette sui dati che riguardano il rapporto tra blog e social media in generale. Nessuno dei suddetti ripassa la crisi degli editori. Intanto, la privacy interessa al Gobbo e a Orientalia.


    Pensiero debole, breve e molle

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    Dopo il periodo del pensiero debole,
    è arrivata l'epoca dell'attenzione breve
    nel contesto di una blogosfera molle...

    Giuseppe Granieri propone l'idea della "blogosfera molle" italiana, una blogosfera leggera nell'impatto e nei contenuti, più orientata alla chiacchiera da bar che alla discussione sui fatti e le interpretazioni. La proposta di Giuseppe nasceva da un passaggio del resoconto di Sergio Maistrello sul Personal Democracy Forum, dedicato a uno studio di Linkfluence sulla rete dei blog in Europa: che mostra un sistema bloggaro italico poco incline alle analisi politiche ma piuttosto chiuso nelle beghe nazionali, isolato e non orientato all'Europa.

    Vincos sottolinea che la blogosfera è molle anche perché si sviluppa nel contesto di un paese che comunque è in generale molle in riferimento alla cultura politica e alla fiducia nella possibilità di una discussione intellettualmente onesta sui temi della politica. Altri hanno commentato o semplicemente citato l'argomento.

    È chiaro che il concetto di conversazione in rete suscita interpretazioni e significati diversi. Sulle prime, grazie allo slogan del Cluetrain, è stato liberatorio. Dotato della magnifica bellezza della ribellione. Alimentato dalla cultura costruttiva della discussione all'anglosassone. Rafforzato dall'imbecillità della risposta dei vecchi modi "top-down" di fare comunicazione, marketing e informazione. Poi però si è strutturata. E come si diceva al Wommi, oggi va pensata. 

    Fa bene Giuseppe a porre il tema e a lanciare un bel titolo. Dal pensiero debole di qualche decennio fa, si è passati al racconto breve di Twitter che ha più o meno senso nei contesti in cui la blogosfera è più o meno molle.

    Ma pensare - senza ammorbarci - sul nuovo medium delle persone che è nato e si sta sviluppando non significa soltanto comprenderlo nel contesto della cultura italica (va da se che la nostra blogosfera è riflesso della cultura e della politica locali; orientata ai piccoli feudi e alle faide tra piccoli comuni; questo non stupisce). 

    C'è anche un altro lavoro da compiere: poiché qualunque lavoro di rete è comprensibile più con la teoria della complessità che con i modelli lineari, è chiaro che si tratta di capire quali sono i meccanismi incentivanti che portano la blogosfera italiana verso la leggerezza dell'ironia e lo scambio di brevi battute piuttosto che verso la discussione approfondita e la ricerca in comune basata sui fatti. I blog non sono solo una critica del vecchio e non sono condannati a essere soltanto un riflesso della società locale: possono essere un motivo di miglioramento e innovazione. Ogni persona ha la sua forza e la sua motivazione. Ma il contesto di rete lo incentiva e aiuta ad andare in una direzione o in un'altra. 

    Come progettare un sistema che incentivi nella direzione della costruttività delle conversazioni? Non è facile rispondere. In base alla storia degli italiani vediamo che in questo popolo - e probabilmente non solo in questo - le persone che si sentono più o meno alla pari mettono in comune il loro impegno quando il risultato dell'azione è percepito come vantaggioso per tutti più o meno allo stesso modo. Se vedono che alla fine di un lavoro in comune si avvantaggia soltanto una parte o una persona, prima o poi reagiscono o finiscono col partecipare con "mollezza". Vale la pena di riflettere su questo punto: esistono luoghi della rete che non siano tali da aggregare l'impegno di molti ma anche di avvantaggiare soltanto pochi? Una discussione raccolta su un aggregatore proprietario e commercialmente attivo è una conversazione costruttiva ma avvantaggia più il possessore della piattaforma di quanto non avvantaggi chiunque altro. Questo avviene, in modi diversi, su qualunque situazione che comprenda una classifica e una remunerazione (monetaria o simbolica). Ma è anche vero che l'aspetto ludico della conversazione è parte integrante del suo possibile successo. Ne deriva che - a parte le fiammate che qui e là avvengono con successo - la rete può sviluppare una sua capacità di incidere meno mollemente in Italia soprattutto se trova il modo di sviluppare conversazioni che appaiano chiaramente, istituzionalmente orientate ad avvantaggiare tutti i partecipanti, e nello stesso tempo siano divertenti. 

    È un problema di progettazione. Che vale la pena di porsi. Se vogliamo aggiungere al pensiero debole e alla blogosfera molle anche risultati forti. Imho.

    Wommi

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    La nascita del Word of mouth marketing Italia è stata raccontata ieri a Milano, palazzo Belgioiso. Il grande medium del passaparola aumentato con internet è un territorio di meditazione e pratica per chi si occupa di marketing e si è accorto che i "mercati sono conversazioni". Ma tra tensioni markettare e valori della persona, ci sono urgenze vagamente contrastanti: la distinzione è tra chi fa partire l'azione e il ragionamento dai budget pubblicitari delle aziende e chi invece si mantiene focalizzato sulla dimensione delle relazioni tra le persone.

    Enrico Pozzi, il presidente, tiene soprattutto alle relazioni tra le persone. E osserva come di questa dimensione ci si sia accorti solo di recente perché era ovvia, dunque invisibile. Ma ora è diventata ineludibile.

    Il problema è che nella velocità della trasformazione tecnologica e nell'imponenza del fenomeno mediatico, la riflessione sembra stare al passo con difficoltà.

    Alberto Abruzzese, guida del "comitato scientifico" (parola che peraltro contesta), pensa che la differenza tra comunicazione unidirezionale e comunicazione relazionale sia difficilmente colmabile. E che per non restare ingenuamente a subire gli accadimenti occorra prendere consapevolezza della dinamica del potere, a fronte dell'ironia del sociale.

    Mirko Pallera, NinjaMarketing, Andrea Febbraio, PromoDigital, Stefano Vitta, Zzub, hanno presentato il loro punto di vista. Tra foto, video e slogan, hanno dimostrato che questo genere di riflessioni di marketing sono per lo meno sorridenti.

    L'Italia mezza piena e mezza vuota, di lettori

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    Esce l'annuario dell'Istat. E i lettori non sono pochi. Ma mezza Italia non legge...

    "Meno diffusa è l'abitudine alla lettura di giornali e libri: nel 2009 legge un quotidiano
    almeno una volta a settimana il 56,2% delle persone di 6 anni e più mentre il 45,1%
    dedica parte del proprio tempo libero alla lettura di libri. Tuttavia, rispetto all'anno
    precedente crescono i lettori, dal 44% al 45,1%, soprattutto quelli "forti": la percentuale
    di chi ha letto 12 libri e più passa dal 13,2% al 15,2%. I giovani tra gli 11 e i 14 anni
    rappresentano la quota più alta di lettori: sono infatti il 64,7% quelli che dichiarano di
    leggere libri nel tempo libero."

    800 ridicoli milioni

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    È chiaro che se Letta dice che gli 800 milioni per la banda larga ci saranno dopo la fine della crisi e se Scajola dice che ci saranno prima della fine dell'anno vuol dire che o il governo pensa che crisi finirà entro l'anno o che il governo pensa cose diverse e vagamente contraddittorie. Ma ci sta. Il problema è che questa mancanza di chiarezza apre la strada ai boatos più vari. Come quello secondo il quale tutto sarebbe sottoposto a una trattativa sull'iptv tra la Telecom e la Mediaset. Voci che non hanno riscontro. Ma che fanno dire a chi se ne intende che gli 800 sono importanti ma non decisivi fintantoché la domanda di banda in Italia è limitata. E quindi l'unica cosa chiara è che il passaggio chiave consiste nell'investimento che la pubblica amministrazione deve fare per ammodernarsi: che provocherebbe allo stesso tempo la necessità e l'opportunità per spendere gli 800. Concentrando l'attenzione su un tema vero di convivenza. E senza fare apparire il tutto come una pressione anticompetitiva dell'attuale sistema televisivo.

    La mediaforfosi del Censis

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    A prima vista può sorprendere la metamorfosi dei media registrata dal Censis. Alla fine del primo decennio del nuovo millennio, per esempio, si vendono più giornali di quanti se ne vendessero all'inizio. E i nuovi media non hanno penalizzato quelli vecchi. In una prospettiva di dieci anni, la catastrofe di cui si parla in questi giorni non è poi così enorme.

    "L'evoluzione dei consumi mediatici. In crescita la diffusione di tutti i mezzi di comunicazione tra il 2001 e il 2009. Aumentano gli utenti di Internet (+26,9%) e dei telefoni cellulari (+12,2%), ma anche la radio - che ormai si può ascoltare anche dal lettore mp3, dal telefonino e dal web - fa un grande balzo in avanti (+12,4%), così come crescono, anche se di poco, i lettori di libri (+2,5%) e di giornali (+3,6%), e la stessa televisione raggiunge praticamente la quasi totalità degli italiani (+2%). Gli utenti della Tv arrivano a quota 97,8% della popolazione, il cellulare sale all'85%, la radio all'81,2% (in particolare, l'ascolto della radio dal lettore mp3 è tipico del 46,7% dei giovani tra 14 e 29 anni), i giornali al 64,2%, i libri al 56,5%, Internet al 47%. La diffusione dei nuovi media non ha penalizzato quelli già esistenti: nella società digitale i nuovi mezzi di comunicazione non sostituiscono i vecchi, anzi, affiancandosi ad essi, creano nuovi stimoli al loro impiego secondo la logica della moltiplicazione e integrazione."

    In realtà, la crisi è degli ultimi due anni. Con i 19 milioni di persone sui social network e il crollo di alcuni media tradizionali.

    "Si rinuncia alla carta stampata. Negli ultimi due anni la lettura dei quotidiani a pagamento passa dal 67% al 54,8%, invertendo la tendenza leggermente positiva che si era registrata negli anni immediatamente precedenti al 2007. Questo è il dato dell'utenza complessiva, cioè chi legge un quotidiano almeno una volta la settimana. L'utenza abituale, cioè chi lo legge almeno tre volte la settimana, passa dal 51,1% del 2007 al 34,5% del 2009. Se prima della crisi la metà degli italiani aveva un contatto stabile con i quotidiani, adesso questa porzione si è ridotta a un terzo. Se si pensa che in questa quota sono compresi anche i quotidiani sportivi, si può capire quanto la crisi abbia reso ancora più marginale il ruolo della carta stampata nel processo di formazione dell'opinione pubblica nel nostro Paese. La flessione non è neanche compensata dall'aumento della diffusione della free press, che rimane pressoché stabile (l'utenza passa dal 34,7% al 35,7%). La lettura, anche occasionale, dei settimanali coinvolge nel 2009 il 26,1% degli italiani (-14,2% rispetto al 2007) e quella dei mensili il 18,6% (-8,1%). In leggera flessione anche la lettura dei libri, che era cresciuta per tutto il decennio, raggiungendo il 59,4% della popolazione nel 2007, per ripiegare poi al 56,5% nel 2009."

    Blog di più lunga durata

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    Postrank pubblica dati molto interessanti sulla relazione tra blog e social network. Da studiare meglio. Quello che emerge chiaramente è che che cose stanno cambiando rapidamente e in modo profondo:

    1. Il contributo informativo dei blog cresce in assoluto, anche se l'impegno di produrre blog relativamente al totale dell'impegno dedicato all'insieme dei social media diminuisce per la crescita di altre piattaforme di microblogging
    2. I social network stanno contribuendo in modo significativo alla segnalazione di notizie e dati
    3. L'effetto finale più nuovo, parrebbe, è che molti post dei blog stanno cominciando ad avere una vita più lunga.

    Parlare per digerire

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    Se ne parla sempre tanto. Di internet e delle sue conseguenze. I post e gli articoli non mancano di certo. Perché? Probabilmente, l'ondata di novità concettuali e tecniche che internet non cessa di proporre è troppo grande per una cultura troppo lenta ad adattarsi. E probabilmente perché internet è l'aspetto più evidente e concreto di un cambiamento profondissimo del modo di pensare collettivamente. Prima o poi smetteremo di parlarne, ma soltanto quando avremo digerito l'innovazione. Però, per tutto il tempo di questo lungo passaggio, dovremo dare fondo a tutte le parole, le metafore e con i pensieri per concepire quello che avviene.

    Per chi ci lavora è abbastanza dura. Perché internet consente di costruire iniziative importantissime ma chi non le immagina prima che ci siano non è in grado di capirle se non quando se le vede sotto il naso. Questo avviene nelle aziende, nella pubblica amministrazione, nell'informazione. E poiché di solito non sono i leader delle organizzazioni a concepire nella pratica le iniziative, in pratica avviene che la guida del processo è più indietro di chi il processo realizza. Questione non da poco.

    More about L'uomo artigianoDi solito, chi lavora su internet si trova nel paradosso dell'artigiano che "sa fare" ma non sa "dire quello che sa fare". Ed è circondato da una cultura che non immagina in anticipo quello che sarà fatto, ma lo comprende solo dopo che è fatto. In questo senso, la dinamica culturale è diversa da quella tradizionale: chi ha il potere non è alla guida. Anzi. 

    More about Communication PowerE' un elemento dell'enorme complessità che stiamo affrontando. Una lettura del libro di Manuel Castells, Communication power, potrebbe rivelarsi indispensabile. Accanto a L'uomo artigiano di Richard Sennett. (In effetti, e non è un paradosso, la rete si può vivere intensamente, ma la riflessione sulla rete avviene ancora molto spesso off line, con l'aiuto di un buon paio di libri: una sola delle due attività spesso non basta).

    Wave non è la posta

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    E' stato presentato come la nuova posta elettronica. Ma c'è una generale tendenza nei recensori a dire che Wave non è la posta. E' collaborazione in tempo reale.

    Mi pare ragionevole (in attesa di poter esprimere impressioni più personali) Markingegno:

  • Wave è uno strumento potenzialmente molto interessante per il remote collaboration; un gruppo di lavoro che deve sviluppare un progetto ed ha bisogno di essere aggiornato su come si sviluppa il lavoro, chiarire i punti incerti, eccetera.
  • Non ha niente a che vedere né con la email, né con Twitter e Friendfeed
  • Probabilmente in molti diranno che non è tutta questa rivoluzione che si voleva far credere; in parte potrebbe essere vero, ma quello che interessa è che sia uno strumento efficace per quello per cui è stato pensato.
  • Editoria che vende online

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    Secondo l'Osservatorio Netcomm del Politecnico di Milano, l'ecommerce cresce in Italia: "In forte crescita la vendita online di Abbigliamento (+42%), l'Editoria, musica ed audiovisivi registra un +17%, mentre si riduce il Turismo (-3%), che rappresenta il 51% del valore dell'eCommerce in Italia, confermandosi il primo settore in assoluto. Rimane comunque prevalente in Italia la vendita di servizi (66%) rispetto alla vendita di prodotti (34%), in contro-fase rispetto ai mercati esteri".

    In effetti, l'Ibs è arrivato a 45 milioni di fatturato nel 2009.

    Facebook.va

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    Mentre tra i ragazzi va di moda usare Facebook con l'interfaccia in latino (con "domus" al posto di "home" ed "epistulae" al posto di "posta"), i vescovi europei incontrano questa settimana i rappresentanti di Facebook, Wikipedia, Google, Identi.ca e altre piattaforme di social media. Per comprendere le relazioni tra "la cultura di internet e la comunicazione della Chiesa". Comunicato del Consilium Conferentiarum Episcoporum Europae.

    Notevole la presenza di Identi.ca e l'assenza di Twitter.

    Non manca una sezione dedicata ai delitti che si commettono via internet, con tanto di intervento di un hacker svizzero e rappresentanti dell'Interpol. Il comunicato precisa che la violazione del copyright ha conseguenze anche per la Chiesa (ma non precisa da che punto di vista questo possa essere preoccupante).

    800: il giallo della banda larga

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    Guido Scorza non crede che sia tutto chiaro sulla vicenda degli 800 milioni della banda larga. E come dargli torto? Del resto, il fatto ha generato una tale quantità di reazioni indignate... (Intanto Scajola dice che la banda larga effettivamente serve all'occupazione). Ricordo qui i commenti raccolti in questo blog.

    Gli occhi sulla nuca: non si va lontano e si crede ( si fa credere ? ) di andare avanti.

    Bisogna sempre ricordare chi è a governarci e dunque a prendere le decisioni che dovrebbero massimizzare il benessere pubblico. Le principali entrate del presidente del consiglio provengono da mediaset e publitalia 80. La prima, come tutti sanno, si occupa di produzione e distribuzione televisiva in libera visione e fattura 4,2 miliardi di euro l'anno. La seconda è una concessionaria per la raccolta pubblicitaria per la televisione (prima in Europa per fatturato, circa 3 miliardi) e detiene oltre il 60 per cento del mercato pubblicitario italiano. (Publitalia ha creato una concessionaria che si occupi della raccolta della pubblicità on line, ma solo qualche giorno fa e risulterà operativa solo dal 2010).
    Oggi internet anche grazie all'avvento di socialnetwork come facebook è diventato anche in Italia un valido concorrente nella sfida per l'attenzione del pubblico, risulta dunque evidente come un ampliamento o un miglioramento dell'infrastruttura che consente connessioni a banda larga non venga visto come una priorità da chi deve guardare alla rete come si guarda ad un concorrente, quantomeno sul piano economico, tralasciando per ora quello politico.

    La Federazione delle concessionarie di pubblicità online - Assointernet, grazie al suo presidente Carlo Poss, ha recentemente espresso un grande e chiaro dissenso per la scelta di abbandonare l'investimento di 800 milioni; purtroppo pero' nessun media, eccetto La Repubblica ed alcuni blog (tra cui questo) ne ha ripreso e commentato la notizia.
    Non avendo quindi visibilità mediatica, il dissenso del mondo web rimane più o meno noto ad un ristretto pubblico.

    beautiful ^_^

    Che la banda larga sia un investimento che possa portare vantaggi al paese, nulla questio, ma non sarà quest'infrastruttura che farà aumentare il numero di utenti internet, e per due ragioni:
    1) la maggior parte della popolazione italica non ha sufficiente scolarità.
    2) l'accesso a Internet costa troppo per la famiglia media italica.
    Per quanto riguarda la pubblicità che finisce sopratutto in TV, questo è funzione dei due fatti precedenti:
    la TV non richiede scolarità e, sopratutto, è gratuita.


    Caro Luca,
    a volte trovo divertente andare a guardare l'etimologia delle parole. Si possono trovare i significati dei vocaboli in uso, ci si puo' sorprendere dei loro significati nascosti, oppure se ne rintraccia la storia e si interpreta la societa' che li usava.

    Investimento e' parente stretto di "vestire" ed era inteso come addobbare, coprire d'ornamenti (http://www.etimo.it/?term=investire&find=Cerca), in questo "investimento" ed "investitura" erano perfetti sinonimi. Il significato di investimento come "denaro utilizzato per produrre profitto" a quanto pare nasce solo nel 17 secolo in connessione col commercio verso le "indie orientali" (http://www.etymonline.com/index.phpsearch=invest&searchmode=none).

    L'investitura permetteva ai prescelti di acquisire meriti grazie ai titoli; l'investimento consentiva ai meritevoli di far fruttare i titoli ricevuti.

    Oggi, temo che l'investimento sia tornato ad essere un'investitura.

    All''opportunita' strategica di alcune scelte, perfettamente logica e razionale, spesso si preferisce la discrezionalita' illogica e irrazionale dei potenti. Mi viene in mente la risposta di un funzionario ministeriale alla richiesta di adottare una strategia nel suo campo di azione: "A strateggia nun se ppo' ffa'... pe 'ttanti motivi".

    Ciao Luca, ti segnalo questa intervista di Giacomo Dotta: http://www.dariosalvelli.com/2009/10/un-laptop-per-alunno

    E' un vero peccato.
    Un'altra occasione persa.
    E' un po' come conservare le medicine per quando uno sarà guarito.

    Piattaforme o persone

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    Se ne parla. Ma non si vedono i fatti. Stiamo consegnando un sacco di informazioni su di noi alle varie piattaforme private, come Google e Facebook. E fin lì va bene, purché siamo consapevoli di quello che scriviamo e di quello che significa. Stiamo anche affidando a piattaforme private la maggior parte delle comunicazioni personali (ancora Facebook, Google, Microsoft, Twitter, ecc ecc). E anche qui a moltissimi va bene, se si pensa in termini di "basta che funzioni".

    Dall'altra parte, parliamo di posta elettronica certificata, fatture online, pubblica amministrazione in rete.

    E' chiaro che ogni persona avrà sempre più attività in rete. E che avrebbe senso che il suo indirizzo in rete fosse sostanzialmente "suo", come quello di casa. E che sarebbe intelligente che le sue informazioni fossero sostanzialmente "sue", anche se pubblicamente accessibili all'occorrenza in base alla legge, come quelle che mette nelle lettere di carta o che trova nei documenti dell'anagrafe.

    Del resto, il bello di internet è che non è una piattaforma proprietaria. Che chiunque può trovare il suo posto. Ma perché non emergono piattaforme che aiutano questo processo? Una volta c'erano, per costruire i siti web. Oggi ci sono meno per costruire la conversazione online. Forse Wordpress è il miglior esempio... e forse ce ne sono altri...

    Ma per la maggior parte della gente, il web 2.0 è basato sulle persone ma allo stesso tempo anche sulle piattaforme proprietarie planetarie. E' giusto che sia così?

    Uno spunto su Logeeka.

    Molti pirati sono anche consumatori

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    Sono dieci anni che si legge questa storia. Lo diceva per prima la Forrester Research. Ora lo dice una ricerca commissionata da Demos e realizzata da Ipsos Mori. Le persone che usano di più i sistemi per scaricare illegalmente la musica sono anche le persone che comprano più spesso la musica legale. (Independent)

    Deduzioni. 1. Combattere a suon di battaglie legali quelli che usano i sistemi di file sharing per scaricare musica significa probabilmente combattere il pubblico che compra la musica. 2. Il file sharing è anche una forma di marketing per l'acquisto di musica.

    Il laboratorio-musica dà i suoi risultati. Se ne deve pur tenere conto.

    Ricerca musicale

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    Google annuncia un servizio più completo per rispondere alle ricerche che riguardano brani musicali. In collaborazione con MySpace e Lala. Si digita una canzone nel riquadro della search e si ascolta. Tutto legale. La rete avanza. E chi ha resistito per tanto tempo all'avanzamento, ora impara ad adattarsi.

    La musica è laboratorio per tutti i contenuti in rete. Non tutto andrà come nella musica, ma dall'esperienza della musica tutti possono imparare. Anche i giornali.

    Status.net

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    Se molti vogliono un blog sul proprio dominio, allora molti vorranno un microblog sul proprio dominio. E' l'idea di Status.net. Il team di Status.net sta creando un software open source che si caricherà sul server e che consentirà a chiunque di mettere in piedi un sito di microblogging. Quelli di Status.net sono gli autori di Identi.ca.

    Di passaggio sulle conversazioni

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    Un post precedente (Attenti al loop) ha generato reazioni, soprattutto per l'idea di distinguere tra atteggiamenti competitivi e atteggiamenti collaborativi nell'ambito delle conversazioni. (Segnalo qui quelli commenti, e ne ringrazio gli autori, in attesa di scrivere un nuovo post che ne tenga adeguatamente conto).

    Gaspar ha negato la possibilità di una simile distinzione, perché le conversazioni sono quello che sono e al massimo ci sono persone civili e persone maleducate. Altri hanno approvato: internet pr ci ha visto un ragionamento adatto a capire l'atteggiamento tipico delle persone che si occupano di marketing quando immaginano le loro marche sui social network; semiotblog vi ha visto il dubbio sull'idea che internet sia "sempre" il contesto adatto a far emergere una conversazione collaborativa; niente ha sottolineato soprattutto la relazione tra regole e atteggiamenti delle persone; antonio vede la relazione tra collaborazione e capacità di portare avanti un progetto; e Mario Todeschini Lalli aggiunge il concetto di conversazione orientata ad arrivare a una decisione, una conversazione deliberativa, il che lo conduce a una riflessione sulla gestione dei conflitti nella società digitale.

    Intanto, su questo blog sono emerse altre considerazioni che riporto qui: 

    "Internet ha dato forza alla comunità e alle relazioni umane. Ma in un contesto di leggi forti produce più risultati collaborativi che in un contesto di leggi deboli."
    Ecco, però ci sono alcune eccezioni che andrebbero studiate (es.:http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1049 ). Forse ne sappiamo ancora troppo poco..

    Luca, per ragioni che non avevano nulla a che fare poco dopo aver letto questo tuo interessante post sono finito sul sito d'informazioni dell'Unione delle Comunità ebraiche (http://moked.it/unione_informa/091016/091016.htm), che apre con un pensiero di un famoso commentatore biblico medievale offerto dal rabbino Roberto Colombo. Mi sembra adatto:

    Dio disse: "Faremo l'uomo" (Gen. 1,26). "Faremo" e non "Farò". Pur potendo agire da solo Dio chiese la collaborazione degli angeli. Questo per insegnare a noi lettori la buona educazione, il garbo e la cortesia. Nessuno deve agire senza prima chiedere il consiglio e la collaborazione anche di coloro che si reputano meno capaci. (Rashì)

    La questione è, naturalmente, come "organizzare" e far funzionare "buona educazione, garbo, cortesia" perché generino "consiglio e collaborazione" nel contesto del quale parliamo. Non ho una risposta, ma sono convinto che non può essere affidata - come pure da qualche parte ancora si ritiene - a presunte qualità innate della comunicazione in rete.

    La non finitezza della rete rende urgente riconoscere che ci sono problemi che nascono proprio dalla caratteristica "di massa" dell'ambiente. Quand'anche non ci sia un unico "broadcaster", resta la dimensione numerica che rende più complicato "conversare".

    Altro elemento da valutare: la "conversazione" è un'immagine insufficiente per comprendere quello che si fa o si dovrebbe fare. Nel suo significato tradizionale la conversazione non è di solito "finalistica", non si propone di per sé uno scopo -- anche se spesso genera delle conseguenze. Esiste invece anche una comunicazione a più voci, una conversazione che definirei "deliberativa", che si effettua cioè al fine di arrivare ad alcune conclusioni, per quanto provvisorie.

    Si tratta del tipico atto "politico": discutere per decidere. Può applicarsi a materie ufficialmente ritenute politiche, a materie più vicine alla vita di tutti i giorni(es.: le terribili riunioni di condominio), ad altre più "culturali" (una relazione di un gruppo di studio, un progetto di corso di laurea, ecc.).

    E' in particolare per questo tipo di conversazione, per le conversazioni "deliberative", che nasce un diritto oggettivo che le regola sulla base di premesse di valore e di codici comportamentali condivisi.

    Da un paio di secoli a questa parte, nella società politica e civile dell'Occidente liberale, queste regole si sono costruite sulla base di un concetto fondamentale: il conflitto degli interessi, delle convinzioni, delle idealità deve essere riconosciuto come ineliminabile e le regole servono per "gestirlo" (manage) non per eliminarlo. Un concetto che non capiscono gli integralisti di ogni genere, compreso il nostro attuale presidente del Consiglio che semplicemente non sa darsi una ragione del perché non tutti lo "amino" come pensa di meritare.

    Dovremmo cominciare a discutere del conflitto nella società digitale e delle regole per gestirlo.

    Bella la citazione del Genesi, e anche il commento. Il plurale c'è perchè il soggetto sono gli Elohim, ossia, "i Signori". Quel versetto del Genesi è parte della cosiddetta tradizione "elohista", che è affiancata ad un altro mito della creazione dell'uomo, che invece è della tradizione "yahvista" (quello dell'arglla, la costola etc.). Anche l'ebraismo alle origini era un politeismo.... viva il politeismo.

    il politeismo è più collaborativo...

    Piccola parentesi, per Antonio Roversi. Io lo incontrai a gennaio 2006, per rep, avrei voluto tornarci, ma, forse non lo sai Luca, purtroppo da due anni non è più su questa terra. Era una splendida persona.

    Oh non lo sapevo.. Mi dispiace tanto.. L'avevo conosciuto solo in occasione di quell'intervista e avevo pensato spesso alla sua coraggiosa ricerca.

    A pelle, non mi piace la distinzione tra conversazione collaborativa e competitiva. La parte più qualificante della conversazione non è il dire, ma è l'ascolto attento, rispettoso ed empatico dell'interlocutore che hai davanti.

    Sulla base di questa definizione, ci sono le conversazioni, e poi ci sono (scusa il tecnicismo) gli stronzi. Il bello di internet non è che elimina gli stronzi, è che non ti obbliga a seguirli.

    Grazie.. Ci penserò meglio. Ma ho l'impressione che.. it's more complicated than that :)

    Credo che tutto debba passare per il rispetto e la fiducia del "codice più importante" da parte di tutti gli attori della conversazione, sia essa collaborativa o competitiva. Se è scontato per chi collabora che debba sviluppare rispetto e fiducia intorno a dei valori e per un progetto comune, non è affatto scontato per chi compete. Sono curioso di sapere come evolverà questa conversazione.

    Luca, ci avevo ripensato pure io, da qui la triste scoperta, a Roversi (il cui blog è ancora on line: http://www2.scform.unibo.it/wordpress prendila come una notizia, ci scappasse una commemorazione) dopo L'odio in rete, per recensire il quale mi disse:

    Internet oggi «è un po' ancora mitologia, e sempre più vita quotidiana, tanto che quello della rete non si può più considerare uno "spazio virtuale". E neppure un "villaggio globale", uno spazio democratico e cosmopolita: sembra piuttosto, anche se non solo, uno spazio in cui riprodurre e amplificare le differenze, dove far prevalere criteri identitari marcati e non negoziabili. In una parola, assistiamo a una "balcanizzazione" della rete».

    E questa va dedicata all'ottimo Gaspar :)

    Io francamente questa volta non sono d'accordo con Gaspar.

    La conversazione è la modalità di interazione che prevede che ci si alterni nella attività del parlare e dell'ascoltare in modo non strutturato, è l'antitesi della conferenza.

    Collaborazione o competizione sono due possibili sfumature della conversazione, in realtà non esistono conversazioni completamente collaborative o completamente competitive, credo che in ogni conversazione ci sia una mix di questi due atteggiamenti.

    Il problema non sta nella competizione che non è di per sé un disvalore, ma nelle modalità usate per sostenere una propria tesi.

    In realtà la rete non è che uno strumento di comunicazione e le dinamiche della rete altro non sono che le dinamiche del mondo reale, qualche volta amplificate in modo negativo dalla immaterialità e dall'anonimato.

    Francamente rispetto a conversazioni molto competitive trovo che quello che uccide la conversazione è l'atteggiamento, molto comune tra le "blog star" che dopo la prima contestazione a una loro affermazione nemmeno rispondono e se chiedi come mai ti rispondono "se non siamo d'accordo a cosa serve rispondere?" trasformando la conversazione in una sterile serie di conferenze.

    bob

    PS quello che tende ad uccidere la conversazione a mio modo di vedere è il cross posting una volta giustamente considerato negativo, oggi largamente praticato.

    Anche a me la visione della conversazione in rete in termini di dualismo collaborazione/competizione non convince molto. Anzi ritengo che il risultato migliore in termini di co-creazione e scambio di conoscenze si abbia spesso quando le persone coinvolte hanno punti di vista diversi sulla medesima tematica. Anche su questo blog credo che i thread più lunghi, più interessanti ed in grado di metter in circolo nuovi flussi di conoscenza (per chi vi partecipa o chi semplicemente li legge) siano quelli che nascono dal disaccordo rispetto alle opinioni di Luca, a quelle dei protagonisti dei suoi post o ancora a quelle espresse nei commenti. Citare in questo caso la metafora economica più concorrenza=maggiore bene pubblico credo sia pericoloso, però temo sia un errore altrettanto grave considerare la competizione in termini esclusivamente negativi.

    ascolto con molta attenzione.. spero di fare presto un nuovo post in materia.. come sempre sono più interessanti i commenti dei post. ma vorrei precisare che il mio intervento mirava a distinguere diverse dimensioni della "conversazione", che rischia di diventare una nozione troppo larga per poter essere pienamente significativa.. imho

    Per fortuna la lingua italiana è già ricca di termini per indicare una interazione verbale tra due esseri umani. Ad esempio conversazione, discussione (quella di cui parlava Bob), disputa, litigio, alterco, gazzarra, etc.

    David Weinberger

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    Il contenuto non è i media. Internet non è un medium. O meglio è "anche" un medium, è come un medium, ma è un posto; Ã¨ un mondo, è parte del mondo, non è separato dalla nostra vita.. il web è il mondo..

    Il web è il mondo, ed è fatto di iperlink; è content, è il medium che ti porta da un contenuto all'altro, qualcosa di nuovo. Il web è un mondo di idee e di raccomandazioni di idee proposte dalle persone; è un mondo di differenze...

    La tecnica dell'autorità tradizionale è costruita sulla tecnologia dei libri, ma il libro è un medium non connesso... I link cambiano la struttura dalla quale emerge l'autorità. Come impariamo a trovare quello che cerchiamo e a ritenere autorevole quello che troviamo?

    La quantità di informazione è enormemente cresciuta; la gestiamo con altra informazione (sull'informazione): metadata. E con la search ogni pezzetto di contenuto diventa anche un modo per trovare qualcosa: metadata e data diventano la stessa cosa. Tutto questo è troppa informazione? abbiamo trovato il modo di trovare i contenuti con l'aiuto delle altre persone. Ma non basterà. Abbandoniamo la gerarchia dell'autorità che offre la risposta perfetta: basta una risposta abbastanza buona.

    Sul web una risposta abbastanza buona è spesso abbastanza buona.. non distrugge la credibilità (come avverrebbe sui vecchi media).

    Sul web la trasparenza sta rispondendo alla stessa esigenza che era soddisfatta dall'idea di obiettività nei vecchi media.

    Ma era obiettività? Stiamo rigettando l'idea che i media tradizionali abbiano autorità solo perché possiedono i mezzi per pubblicare. Certo, i media non spariranno; ma la loro autorità si ricostruirà in base alla loro capacità di contribuire al sapere in rete..

    Ma se la rete è un mondo di differenze più che di consenso, non fa agenda setting. E' questo il nuovo ruolo dei "vecchi media del futuro"?. Non sembra: la rete come mondo di differenze non fa agenda setting; ma non credo in fondo che i vecchi media l'abbiano mai settata..

    Martin Sorrell

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    Martin Sorrell, Wpp, 1 su 3 inserzioni pubblicitarie su qualunque medium è fatta attraverso il nostro lavoro. In tutto il mondo. Oggi 25% del nostro business è online! (In Italia poco, solo 6%; nei paesi più avanzati oltre il 35%; Danimarca e Uk pubblicità online più grande che quella televisiva). Andiamo sempre più in Asia, sempre più online, sempre più orientata a comprendere i comportamenti dei consumatori.

    Le media companies che stanno solo su un mezzo e solo in un mercato nazionale sono destinate a trovare fortissimi problemi.

    La globalizzazione era l'americanizzazione del mondo. Ora è lo spostamento verso l'Asia del baricentro del mondo.

    Il cellulare è più veloce dell'internet fissa. E l'India è più veloce della Cina. 

    Usa si riprenderà. Europa sarà più nei guai. Difficile convincere i giovani, ma più importante è convincere gli anziani (invecchiamento della popolazione ovunque, Cina in testa).

    Web: nonostante la fine della bolla della fine degli anni Novanta, internet continua a disintermediare i mercati tradizionali (Google è un "paginegialle" meccanico)...

    Il prossimo business model: pay per view, advertising, pay per content... Murdoch ha perfettamente ragione. Ma bisogna capire quale contenuto la gente sarà disposta a pagare.

    Ma soprattutto deve cambiare la struttura delle aziende. Più globali e più locali (governo, education...). Più responsabilità sociale. Branding e innovazione. Ma soprattutto innovazione.

    Ma Martin Sorrell non sta parlando della credibilità della pubblicità. Bisogna chiedergli qualcosa del genere.

    Dice: Google sta cambiando diventando qualcosa di più simile a una normale azienda con i problemi che riguardano le grandi aziende. Chi beneficia del cambiamento è la gente. La concorrenza di avvicina alla perfezione i profitti scendono.. Le compagnie che scommettono su molti mercati, che innovano, che spostano l'asticella stanno meglio... Sarà dura per monetizzare per le aziende tradizionali. Tutto molto flessibile. Le mode passano velocemente. I successi crescono, esplodono, passano... Come Second Life...

    Résumé

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    Legal Sensors

    Fcc apre un sito per sviluppare i principi da applicare in nome della net neutrality.

    Parte una consultazione per comprendere le conseguenze delle nanotecnologie e diffondere la consapevolezza dei reali rischi.

    Non ci sono prove della pericolosità dell'esposizione alle radiofrequenze. Le Monde, che si era allarmato in passato, fa un passo indietro.

    Pare che il governo francese pagherà un po' di soldi per la formazione dei giornalisti che devono imparare a lavorare sul web... Uhmmm...

    I finlandesi dichiarano che internet è un diritto fondamentale del cittadino. (Dario)

    Techno Sensors

    Apple va verso un decimo del mercato americano, ma in Europa resta sotto un ventesimo del mercato, nei personal computer.

    In attesa di provare Google Wave si possono leggere pezzi ingenuamente interessanti sull'argomento. E pezzi più interessanti senza ingenuità.

    Social Sensors

    Huffington Post testa in diretta l'efficacia dei titoli e li aggiusta in funzione del gradimento dei lettori.

    Non tutti i medici segnalano alle autorità i cittadini privi di permesso di soggiorno. (Metilparaben)

    I polli di Renzo si beccavano tra loro mentre venivano portati all'Azzeccagarbugli... (Niente)

    Internet fa cultura

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    Una fantastica ricerca su Le Monde sulla relazione tra l'uso di internet e l'accesso a esperienze culturali come cinema, teatro, musei, ecc, in Francia. Vista in prospettiva di lunga durata.

    Si scopre che il maggior tempo dedicato dalla gente allo schermo del computer e del telefonino per stare online non è sottratto alle altre esperienze culturali. Anzi: proprio chi usa di più internet fa anche più esperienze culturali.

    Piuttosto è la televisione a non andare d'accordo con le esperienze culturali.

    Una survey tutta da leggere. Le Monde. Documento.
    Stefano Quintarelli invita a protestare contro Catherine Trautmann (http://catherinetrautmann.net/) e Alejo Vidal-Quadras (http://www.vidal-quadras.com/).

    I due rappresentavano il Parlamento europeo in una complicata trattativa e a quanto pare hanno tradito il loro mandato. Erano impegnati a impedire che passasse la nuova regola secondo cui, per i reati compiuti su internet, gli stati membri "possono" richiedere una decisione della magistratura (in realtà, qualcunque persona civile vorrebbe che in quella legge ci fosse scritto "devono"... cioè non possono saltare la magistratura, non possono decidere per via direttamente governativa o tecnica come vorrebbe per esempio la Francia del marito di Carla).

    Stefano spiega tutto benissimo e invito a leggerlo.

    Inoltre ci sono le cronache di Scambio Etico e La Quadrature.

    Résumé: social sensors

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    GG riprende il fatto dei blog-twitterer che hanno aiutato l'informazione britannica a far uscire un nome che non doveva essere reso pubblico. E in un cinguettio segnala che Journalism.co.uk pubblica un servizio sui nuovi lavori scelti dai giornalisti che hanno perso il posto in un giornale.

    Intanto FriendFeed perde terreno. Doveva essere la prossima Twitter ma si è venduta a Facebook e ora non va più. Significa che, sebbene gli estimatori della crescita esponenziale lo dimentichino spesso, che non tutto ciò che cresce in modo accelerato continuerà a farlo in futuro... Banale ma difficile da ricordare. E i sensori vanno tenuti bene accesi: il nuovo Technorati ha superato Twitter in termini di visitatori unici questa settimana (Jalichandra).

    Infoservi segnala l'imminente arrivo di un aggregatore di blog di Telecom Italia, chiamato in codice DailyMe.

    La speranza che internet superi la tv resta elevata, anche se conduce a vedere i dati in modo un po' parziale, come oggi su OneWeb2.0 (in realtà, i dati di Finzi si riferiscono alla parte di popolazione che è connessa al web; che purtroppo non è ancora la maggioranza).

    Il libro dell'anno 2018

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    Quelli con la palla di cristallo dicono a Francoforte che nel 2018 gli ebook supereranno i libri di carta (El Pais). Anche se attualmente le vendite di ebook sono solo lo 0,8% del totale in Europa. Molti credono che l'arrivo della nuova generazione di lettori e la scelta di molti editori di preparare i libri in formato elettronico sia decisiva per il successo dell'ebook. Di sicuro ci saranno battaglie sui prezzi, sulle connessioni, sui diritti, sugli standard e sulla pirateria.

    Ma un fatto è certo. Erano anni che non si sentiva una tale energia intorno alla questione degli ebook. Ed è chiaro che la differenza l'ha fatta il Kindle. Con la qualità dello schermo, la connessione wireless, il prezzo standard dei libri. Ma avviato il processo, ci sarà una fioritura di soluzioni alternative.

    A proposito. Possibile che nessuno in Italia ci stia mettendo la testa? Abbiamo fantastici produttori di set-top-box per la tv e non siamo capaci di fare gli ebook? Perché mai?

    Frammenti

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    La serie-gioco-fiction di SHADO e LOG607, società nate in H-Farm a Treviso, che sarà trasmessa a partire dal 22 ottobre su Current Tv, è destinata a farsi notare. Ieri se n'è potuto vedere qualche brano con Tommaso Tessarolo e Co. Che peraltro avevano dato la vera anteprima al Venerdì di Repubblica.

    Penso che sarà divertente. Ma che da Current si voglia anche qualcosa di più. La loro non è solo televisione e audience. E neppure sperimentazione nella fiction interattiva. La storia, che non racconto neppure per la piccola parte che ho visto, riguarda la ricerca esasperata di profitti e potere a mezzo di farmaci e mind-control. C'è il movimento di opposizione. E c'è l'eroe. Soprattutto ci sono i telespettatori che diventano giocatori e dunque parte del divertimento. Ma, proprio per Current, l'occasione è buona per una grande inchiesta sui temi del corpo e della scienza che lo modifica: temi che si aprono sempre più chiaramente di fronte a un'umanità ancora sostanzialmente ignara. I giocatori possono a loro volta dare contributi, non solo di opinione, ma anche fattuali, su quello che sta succedendo intorno a noi. Vedremo.

    Intanto, saltando di palo in frasca, si può dire che Frammenti sdoganerà l'accento veneto in un programma drammatico e teso, molto diverso dal solito utilizzo teatrale di quella parlata limitato all'ambito della commedia. In bocca al lupo!

    "//"

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    Dice Tim Berners-Lee che quel "//" negli indirizzi internet non era necessario. E dato che secondo WolframAlpha i siti internet esistenti sono 231.5 milioni, 1,393 miliardi di persone sono connesse, mezzo miliardo cerca qualcosa su google ogni giorno, ci sono 9,1 (con 16 zeri) byte su internet, ..., con grande precisione si può affermare che si poteva risparmiare un sacco di potenza di calcolo e di memoria.

    Essere o non essere su Twitter

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    Riccardo Staglianò si chiede a che cosa mai serva Twitter. Prima di rispondere ho pensato di chiedere un po' in giro. I suggerimenti hanno dimostrato che la risposta si può basare su diversi criteri:

    1. Valutare soggettivamente in che modo si usa e dichiarare se piace o non piace
    2. Valutare come molti lo usano e dichiarare se piace o non piace
    3. Valutare la piattaforma nel suo complesso e vedere se sviluppa servizi che contano

    La prima strada è la più pratica e la meno fruttuosa. La seconda arriva a dimostrare che la varietà degli utilizzi della piattaforma garantisce che ci sia qualcosa di interessante e qualcosa di non interessante, con il risultato che si può dimostrare tutto e il suo contrario.

    La valutazione della piattaforma nel suo complesso consente di proporre alcune osservazioni più interessanti. Ecco alcune ipotesi:
    1. Il servizio è essenziale: dunque si può interpretare molto liberamente. Questo genera una enorme varietà di messaggi. L'utilizzo di quella enorme varietà si può modellare in una grande varietà di modi.
    2. Ogni elemento prodotto su Twitter è un feed rss. E le Api sono utilizzabili in modo creativo. Quindi sulla base della massa di messaggi di Twitter si possono costruire altre piattaforme e altri servizi: search, pagine tematiche, classifiche, giochi, condivisione di link, monitoraggio degli interessi prevalenti in un certo momento, sperimentazioni estetiche.
    3. Ogni piattaforma può integrare un servizio proveniente da Twitter e viceversa, con sviluppi ancora da esplorare.

    Essenzialmente è una forma di condivisione di conoscenze molto malleabile e valorizzabile in molti modi.

    La brevità è il suo valore e il suo limite.

    La libertà di scegliere di seguire solo gli autori che interessano garantisce che la funzione che si preferisce trovare nella fruizione di Twitter sarà soddisfatta. Nessuno obbliga a nessun contenuto. Al contrario si può scegliere di condividere i propri messaggi con tutti o solo con qualcuno.

    Twitter produce una creta di parole cui si può dare la forma che si vuole.

    Personalmente la considero una prima pagina di informazione molto personalizzata, iperaggiornata per temi specialistici e quasi sempre sorprendente. A mia volta cerco di contribuire con notizie originali o rilanciando notizie che considero particolarmente degne di nota. Alla prossima puntata gli esempi...

    Reazioni: a che serve Twitter

    | | Comments (2) | TrackBacks (0)
    Riccardo Staglianò si chiede a che cosa mai serva Twitter. Prima di rispondere ho pensato di chiedere un po' in giro. Ecco i suggerimenti che sono arrivati finora.

    Plumfake @lucadebiase comunicare in modo veloce aggregando interessi comuni
    gnomade @lucadebiase: a farti trovare link interessanti, a scrivere un diario di viaggio col cellulare, a imparare notizie, a essere sintetici
    fmanclossi @lucadebiase penso che questa immagine postata tempo fa descriva bene Twitter http://bit.ly/2BTo0r
    24energia @lucadebiase non ha una funzione specifica.c'è chi scrive che sta andando in bagno,chi segnala link,chi consiglia film,chi segue e basta
    24energia @lucadebiase io credo sia utile per la condivisione di informazioni sintetiche.un feed rss più attivo e consapevole

    me lo spieghi anche a me? - Simone MASI
    comunicare in modo veloce aggregando interessi comuni - Mauro Rubin
    ...ma se vuoi qualcosa di + http://www.slideshare.net/nemolog... l'avevo fatto per gli utonti aziendali - Mauro Rubin
    condividere in modo semplice e veloce idee, esperienze, contenuti, pensieri. potenzialmente ovunque. ed essere informato su ciò che fanno/pensano i profili che più interessano 8) - umbazar
    Individualmente (e soprattutto dall'esterno) Twitter ha poco senso, perché è un medium che produce i suoi effetti positivi per effetto dell'aggregazione della massa (degli utenti, dei tweet, ecc..) - quindi l'unico modo per capire Twitter è partecipare. Inoltre il vincolo ai 140 caratteri innesca dinamiche del tutto nuove, per lo più incomprensibili a chi utilizza logiche derivate dagli old-media. -- La versione sintetica è: Nel web le relazioni si sviluppano attraverso i link. Su Twitter viaggiano link, quindi relazioni. - Markingegno - Donato
    un SMS condiviso, condito con pepe (link) e prezzemolo (share-foto). Immaginate di inviare aggratis un SMS a tutta la rubrica del vostro telefono. :)) - vitocola
    avere le persone vicino con un pochino di privacy in più rispetto a fb - Denis
    questa domanda si sente spesso, per quel che mi riguarda la miglior risposta sta in uno dei consigli che il fondatore di spotify ha dato ad alcuni imprenditori :"...listen to smart people. With Twitter and other social networking tools, you can get a lot of advice from great people. I learn more from Twitter than any survey or discussion with a big company." - emilio raiteri

    Simone Brunozzi
    Twitter è una piattaforma che facilita una forma di comunicazione. Da qui il successo. Punto, e semplice.

    Dino Lupelli
    D'altra parte quasi tutti utilizzano il cambio di stato per comunicare e twitter alla fine è addirittura più funzionale di skype e fb

    Emidio Picariello
    A niente. E' il suo bello. Come quando telefoni ad un amico per chiedergli che fa e come sta.


    Dario Salvelli
    Per scambiarsi sms anche senza credito


    Agnese Vardanega
    smistamento informazioni?


    Pippo Ferrante
    Perchè permette il dialogo, senza fuffa, lasciando libere le parti di approfondire gli argomenti. Come un diario collettivo (del mio collettivo), una pizza con amici in cui alla fine restano i pochi dello zoccolo duro e li si inizia ad alzare il livello della discussione

    Matteo Baldan
    A me pare che sia utile per segnalare e raccogliere segnalazioni in merito a informazioni e servizi disponibili via Web. Poi penso che possa essere un modo approssimativo, ma utile, per farsi un'idea di quel che si dice in rete. Infine mi sembra un buon modo per pubblicare testimonianze ad eventi di interesse generale: terremoti, calamità naturali, fatti inaspettati, ecc.

    Susanna Jacona Salafia
    non conosco twitter nè ci sono mai entrata.Ma vorrei che qualcuno mi spiegasse la differenza con Facebook.A quanto leggo mi sembrano identici.Forse c'è qualche "celebrity" in piu come la principessa Ranya di Giordania.Ma non stiamo forse esagerando un po?


    Andrea Gallazzi
    Luca, a cosa serve twitter è spiegato benissimo sulla home page, recentemente rivista: "Share and discover what's happening right now, anywhere in the world". Non servono altre parole.

    La vecchia home page recitava un messaggio diverso [ cfr. http://www.techcrunch.com/2009/07/28/new-twitter-homepage-goes-live-with-search-front-and-center/ ] ma poi gli utenti hanno utilizzato il "servizio" in altro modo... come ben sai! ;)

    Matteo Baldan
    ah s... Visualizza altroì, Twitter è essenzialmente un canale per la trasmissione di microtesti. Caratteri, 140 al max. Niente immagini, suoni, video. FB è un Network in qualche modo chiuso, mentre su Twitter si generano feed pubblici a cui chiunque si può iscrivere. E' una specie di telegrafo 2.0.
    La privacy su Twitter non è un tema così scottante. Si pubblica e basta, anche se volendo i può rendere il proprio feed privato. Impossibile dire a che serve. E' un canale di comunicazione. Come il telefono può essere usato per chiaccherare, per lavoro, per fare webmarketing...


    Diritti dei lettori

    | | Comments (4) | TrackBacks (0)
    Nel quadro dei due dibattiti contemporanei che stiamo sviluppando, tendiamo ad approfondire il tema della libertà di espressione e informazione, da una parte, e, dall'altra, la questione della crisi dei diritti degli autori e del business degli editori. Non si parla quasi mai, se non indirettamente dei diritti dei lettori.

    Ma perché occuparsene? Si potrebbe in effetti lasciare al "mercato" il compito di risolvere la questione. i lettori dedicano il loro tempo e qualche volta i loro soldi a qualche particolare pubblicazione e lo fanno consapevolmente e a loro rischio e pericolo. Questo però sottovaluta le forme di sottile manipolazione che le varie forme di pubblicazione possono mettere in atto.

    A questo proposito si potrebbe pensare a una soluzione che non limiti la libertà di espressione e salvaguardi la qualità dell'informazione al servizio dei lettori. L'idea: chi pubblica per informare e vuole prendersi una responsabilità per il diritto dei lettori dichiara quale metodo segue per fare la ricerca su ciò che scrive e/o quale sistema di valori lo conduce a stabilire la sua linea editoriale. Se il testo prescelto per questa dichiaraione fosse basato su uno tra molti possibili template standard e se quei template fossero abbastanza pragmatici e fattuali, quel punto la pubblicazione si assumerebbe una esplicita responsabilità su ciò che ha promesso di fare per i lettori. Ma guadagnerebbe in serietà e affidabilità. Almeno fintantoché fosse coerente con la propria linea editoriale. L'accountability nelle pubblicazioni potrebbe essere un progresso. Ovviamente tutto questo sarebbe volontario. E tanto più utile quanto più pragmatico. (Difficile dirne di più, scrivendo sul cellulare, dalla sala dell'Sts di Kyoto).

    Libri sui pirati

    | | Comments (2) | TrackBacks (0)
    Randall Stross pubblica un'inchiesta sulla relazione tra la diffusione di nuovi lettori di e-book e la pirateria libraria. Una storia da leggere.

    Si può commentare che la "pirateria" libraria non nasce dalla tecnologia, anche se questa la può rendere più popolare. La "pirateria" è alimentata anche dalla popolarità dei libri, dalla quantità di notizie sui guadagni milionari che fanno gli autori di bestseller, dal prezzo di copertina. Ma difficilmente sarà importante quanto la "pirateria" musicale. La maggiore concorrenza tra le case editrici rispetto all'oligopolio delle etichette di qualche tempo fa, rende meno "legittimato" il comportamento del "pirata". Il libro poi è pur sempre un bell'oggetto da tenere in mano e mostrare oltre che leggere. I reader potrebbero essere più adatti alla lettura di libri utili, manuali, e altro materiale che richiede una interazione online (per i test e altro) che potrebbe ridurre la "pirateria". Ma è chiaro che la moda di "piratare" i libri di moda andrà di pari passo, per qualche tempo, con la moda dei nuovi e-book reader, se mai scoppierà... Imho.

    Lodo Mondadori

    | | Comments (3) | TrackBacks (0)
    La Mondadori è una magnifica azienda. Soprattutto per il valore delle persone che ci lavorano. Lodo la Mondadori ogni volta che posso per questo. Nonostante le strane vicende della sua proprietà.

    Oggi si scopre che la Cir sarà risarcita per i danni che ha subito per quelle strane vicende, sempre che sia confermata la sentenza che condanna la Fininvest a pagare alcuni fantastiliardi di compensazioni. Ma è solo un problema dei grandi capitalisti coinvolti? Ci si domanda se non sarebbe giusto considerare anche le conseguenze subite da che lavora alla Mondadori per quelle strane vicende della proprietà. (link nei commenti).

    Non ci posso credere

    | | Comments (4) | TrackBacks (0)
    Da non credere. Pare - ma non essenso in Italia non si può verificare - che "il fatto" creda alla pubblicità del Latenox (della quale non so nulla). Se il post citato ha ragione, la storia è divertente. Sarebbe come credere al Cacao Meravigliao. Grande successo per Current. E simpatia per chi come tutti noi qualche volta può sbagliare.

    Facebook e Orkut

    | | Comments (0) | TrackBacks (0)
    Secondo TechCrunch, i sistemi adottati da Google per impedire l'esodo degli abbonati a Orkut in India verso Facebook non sono molto ortodossi. TechCrunch.

    Discussioni: verificare il nostro adsl

    | | Comments (10) | TrackBacks (0)
    Dopo il post "facciamoci un favore", molte prove e molte critiche al software della Ipsosure che serve a verificare la velocità del nostro adsl e confrontarla con quella dei vicini.

    Stefano Quintarelli e Guido Tripaldi hanno detto che la qualità è un valore ben più complesso (riassunto appena possibile), mentre Simone Brunozzi segnala qualche possibile dubbio tecnico.

    Intanto, ecco la discussione:

    peccato non ci sia una versione x Linux, io farei volentieri il beta tester...

    io lo uso da una ventina di giorni e se non ricordo male (ce l'ho a casa), il risultato medio della mia Alice casa 7mega è sui 4mega...e (sempre se non mi sbaglio) in confronto agli altri operatori, è il risultato migliore della mia zona...stasera metto dati più precisi se mi ricordo ;)

    Lo provo, ma usare http://speedtest.net Ã¨ così differente? A me pare faccia le stesse cose dall'interno di un browser.

    Ho fatto il test.

    Qui ho Fastweb da 6M e mi dà che scarico a 5,25 Mbps. Devo dire che ho fatto il confronto con gli altri e mi sembra di essere fra quelli che hanno uno scarto minore rispetto alla velocità massima prevista. Ho visto un Tele2 da 20M andare a 2.8. Ma qui c'è da dire che l'opzione che ho attivata io è vecchia e mi sa che non c'è più per cui magari nei fatti ho qualcosa di differente.

    Ad ogni modo di software che ti misurano la velocità della rete ce ne sono tanti. Questo ha in più il fatto che raccoglie i dati aggregati e quindi genera una statistica dei diversi provider facendo i test sul campo.

    Luca,

    di certo una buona idea, sia per gli utenti che ricavano informazioni ma soprattutto parametri di confrontro, sia per Between che ne ricava qualche soldino vendendo i dati agli isp.

    Qualche dubbio solo su la quantità dei dati prelevati (l'ID per esempio è a rischio privacy).

    La cosa buffa è che l'Autorità ha appena assegnato alla fondazione Bordoni il compito (e un po' di soldini) per misurare la qualità delle adsl italiani con dati che da contratto non arriveranno prima dell'ottobre 2010.

    Se a pensare ad idea "collaborativa" come questa fosse stato "il pubblico" magari ero più contento.

    http://www.lorenzoc.net/index.php?itemid=1720

    c'è un'inesattezza nel mio commento di prima: per quanto riguarda la Bordoni i costi delle misurazioni sono a carico degli isp.

    Luca, a quanto vedo http://speedtest.net fa le stesse cose. Ti dà anche le statistiche degli altri utilizzatori. E gira su tutti i sistemi dove c'è Flash. Provalo :)

    @ S. e Paolo Sammicheli. In entrambi i casi di tratta di software che misurano le prestazioni delle nostre connessioni domestiche: le differenze principali risiedono nelle funzionalità offerte.

    A differenza di speedtest.net, isposure:

    - Effettua un monitoraggio continuo del collegamento e, se vogliamo registrarci, ne tiene traccia anche se non abbiamo un IP fisso

    - Permette di memorizzare più profili (utile se ci colleghiamo con lo stesso pc attraverso connessioni differenti)

    - misura non solo velocità in upload e download (velocità di linea venduta dal nostro ISP) e tempi di latenza, ma anche la velocità di navigazione (quella con cui facciamo la maggior parte dei download per intenderci)

    - permette di confrontare semplicemente i vostri risultati con quelli degli ISP attivi nella stessa zona (e valutare il più conveniente in termini di qualità e prezzo)

    - vi permette di consultare in pochi click i risultati di tutti i vostri test, calcolando le medie delle ultime settimane

    Per avere qualche elemento in più: www.bandometro.com e www.isposure.com/faq.htm

    @Lorenzo Campani. Preciso che ci atteniamo rigorosamente alle leggi sulla tutela della privacy. In generale tutti i dati, che sono esclusivamente di natura tecnica (non chiediamo nessun dato sensibile), vengono trattati in forma anonima e aggregata, e, in ogni caso, con i dati a disposizione non siamo in grado di identificare l'utente.

    Per ulteriori dettagli, ti consiglio di visitare l'apposita sezione delle FAQ sul sito di isposure: http://www.isposure.com/faq.htm

    Ciao Alessio,

    avevo già letto le faq prima di scrivere e non mettevo in dubbio le intenzioni di non raccogliere dati sensibili o abitudini di navigazione. Esprimevo solo un dubbio su un singolo dato che viene raccolto ovvero l'ID, che può coincidere in alcuni casi con il nome e il cognome dell'utente.

    Tutto qui.

    Tuttoincluso 8 Mega (Infostrada)
    Download 6,46 Mbps
    Upload 0,41 Mbps
    HTTP 413,7 KB/s
    Ping 30 ms
    DNS 50 ms

    Valori medi della zona:
    Download 5,09 Mbps
    Upload 0,37 Mbps
    HTTP 94,17 KB/s
    Ping 56 ms
    DNS 105 ms

    Posso ritenermi più che soddisfatto!!

    Grazie @Lorenzo Campani e in generale grazie a tutti quelli che vorranno provare Isposure e darci qualsiasi tipo di consiglio o riscontro. Le vostre segnalazioni sono preziose per migliorare il progetto.

    Per fugare ogni dubbio sul tema ID precisiamo che l'ID identifica l'agente installato e serve a noi come chiave per i database di raccolta dati. Ovviamente non è possibile associare l'ID ai nominativi, per il semplice fatto che non chiediamo nome e cognome dell'utente in fase di registrazione.

    Grazie ancora e buone misurazioni!

    Fastweb Fibra 10Mb

    isposure:
    Velocità di download (4.42 Mbps)
    Velocità di upload (5.09 Mbps)

    Speedtest.net
    Velocità di download (7.22 Mbps)
    Velocità di upload (5.76 Mbps)

    che faccio chiamo il call center?

    Sono Cristoforo Morandini, di Between. Ci tenevo a precisare che Between non ha obiettivi di profitto sull'operazione bandometro (i diritti commerciali sono del nostro partner Isposure). Il nostro scopo è di cercare di rendere più trasparente la reale qualità del servizio a banda larga e di creare le condizioni per garantire che anche in Italia si affrontino quei temi che condizioneranno lo sviluppo delle reti e dei servizi di nuova generazione. In questo senso questo non è un progetto Between o Epitiro, ma di tutti quanti installeranno e terranno il bandometro Isposure sul loro PC, contribuendo a ridurre le asimmetrie informative del mercato, a livello nazionale e a livello locale. Su questi temi vi terremo costantemente aggiornati anche attraverso il blog ufficiale dell'iniziativahttp://www.bandometro.com
    Grazie a tutti

    mah 
    stessa cosa qui per me
    ipsosure
    upload= 0.36
    download = 4.07
    speedtest
    upload = 0.37
    download = 6.44

    temo che i server di isposure siano un po' lentini...

    Ecco la mia velocità di connessione ad internet con Fastwebhttp://www.speedtest.net/result/572985455.png

    Io vado a quasi 10Mb/s e risulta che non ci sia niente di meglio nel vicinato :) Fastweb fibra è straordinaria, quando va... Quando non va: "attendere prego..." :)

    ADSL 8 Mega (Italy,Veneto,Abano Terme,35031)

    Velocità di download (1.35 Mbps)
    Velocità di upload (0.36 Mbps)

    Telecom Italia Alice casa 7m
    d: 5,55 Mbps 
    u: 0,39 Mbps 
    http: 80,71 KB/s
    ping: 51 ms
    dns: 810 ms

    Ma Isposure è solo per i PC! Speedtest posso usarlo con il mio Apple.

    Ad Altroconsumo avevamo realizzato qualcosa del genere un po' di anni fa, con provailtuoprovider. Misuravamo gi stessi parametri di isposure, tranne i tempi DNS. Però poi abbiamo deciso di smettere, per due motivi.

    a) i fattori di indeterminazione non sono trascurabili. Per esempio: come si può essere sicuri che mentre il software sta andando, l'utente non si è dimenticato eMule che lavora in sottofondo? Nella giungla di tariffe proposte dai vari gestori, spesso con nomi similissimi, come si fa a sapere che l'utente ha selezionato quella giusta? Con molti dati e una validi analisi statistica sono problemi mitigabili, ma restano d'attualità. Mi interesserebbe sapere isposure che ne pensa.

    b) Ma soprattutto, siamo sicuri che siano questi i dati più interessanti da misurare per valutare la bontà di un provider? Per chi ha un'adsl 8 mega, sapere che va a 5 o 6 mega che differenza fa? (certo, c'è il discorso che il provider non ha mantenuto le promesse, che è importante, ma a parte quello, che differenza *pratica* c'è?). Non sarebbe meglio avere altri dati, quali la costanza del servizio (inclusa la posta elettronica) o l'eventuale filtraggio di protocolli p2p o voip?

    Altroconsumo, nei rarissimi casi nei quali si può fare un confronto sul campo, la differenza c'è.
    Nel mio caso ho due ADSL una accanto all'altra, quindi stesso doppino e stessa centrale Telecom:

    Fastweb Full (75€ al mese, modem incluso)
    dld 1,73 Mbps
    upl 0,57 Mbps

    Infostrada Absolute ADSL (25€/mese senza modem)
    dld 6,81 Mbps
    upl 0,43 Mbps

    La seconda era stata presa come back-up, ma Infostrada viaggia in ADSL2, mentre Fastweb no.
    Il bello è che a settimane alterne Fastweb chiama proponendo insistentemente di sottoscrivere il servizio televisivo, quando non sono evidentemente in grado di fornire nemmeno un servizio base all'altezza del costo.

    Interessante, grazie. Resto però dell'opinione che i valori numerici non siano importantissiimi, ciò che conta è la soddisfazione legata all'uso personale. Se ti leggi le news online sul tuo sito preferito e mandi tre mail alla settimana, anche un servizio come quello di fastweb ti va bene (non commento il prezzo). Se usi bittorrent e ci metti due giorni a scaricare un file, o se ti abboni al servizio televisivo e non vedi niente, lo capisci da te che il servizio non va bene, senza nemmeno fare delle prove di velocità.

    Ad ogni modo specifico che non ritengo questi test del tutto inutili: sapere prima di stipulare un abbonamento com'è lo stato della rete nella tua zona è importante. Il mio commento era volto principalmente a spiegare perché secondo me (noi) questi test non sono utili abbastanza, e come, a mio avviso, potrebbero migliorare. 

    Infatti, purtroppo i test non bastano. Puoi avere un'idea molto vaga delle condizioni nella tua zona, ma non del tuo doppino, e finché non ti colleghi ad un provider non puoi sapere come andrà effettivamente. E successivamente può migliorare o peggiorare, soprattutto a seconda di quanti altri utenti vengono collegati allo stesso MUX e delle loro "abitudini di navigazione".

    ciao Luca
    vedo che non ti è piaciuto lo screenshot linkato che ti avevo messo qui ieri, e allora riporto i dati a manina
    telecom alice 20mega
    download a 15 Mbps
    http a 230 KBps
    ping a 37 ms
    dns a 74 ms

    ho rifatto il test stamane
    download 17Mbps
    http a 80 KBps (!!!)

    cioè, sono connesso veloce, ma navigo abbastanza lento

    @altroconsumo. Consapevoli delle difficoltà di realizzare delle misurazioni precise e obiettive, intendiamo sfruttare l'esperienza maturata in questi anni nei diversi paesi in cui operiamo.

    Tieni poi presente che il progetto isposure è uno, ma non il solo, degli strumenti che utilizziamo per misurare in modo oggettivo le prestazioni della banda larga e che mettiamo a disposizione dell'utente finale.

    Altre e più dettagliate misure vengono fatte direttamente sulle reti degli operatori e in location apposite (alcune di queste le abbiamo attivate anche in Italia).


    Nello specifico:

    a)E' vero. Sulla base dell'esperienza che stiamo maturando in particolare nel Regno Unito vogliamo anche contribuire a diffondere una maggiore conoscenza degli interventi che si possono fare autonomamente (ad esempio all'interno dell'abitazione) per migliorare il servizio. Riguardo agli errori di profilazione il problema vale per tutti i paesi e stiamo anche qui introducendo delle modalità di compilazione che faciliteranno sempre di più la corretta identificazione del profilo. L'analisi dei dati non può poi essere una semplice valutazione statistica, ma deve tenere ovviamente conto della bontà delle osservazioni elementari, anche attraverso un confronto con i dati che rileviamo mediante altri nostri strumenti.

    b)Come avrai notato, le misure che effettua isposure sono più articolate rispetto alla media degli altri software che trovi in rete, perché siamo consapevoli che queste metriche debbano evolvere, anche in funzione dello sviluppo dei servizi in rete e dei comportamenti degli operatori. Andremo sicuramente nella direzione che indichi tu, ma non sempre sarà possibile svelare l'arcano attraverso le misure fatte attraverso l'agente software.

    La Elena
    condivido volentieri (e magari controllo anche la banda)
    Mer alle 19.54 · Elimina
    Carlo Malaguzzi
    Mer alle 19.59 · Elimina
    Davide Ferrari
    Davide Ferrari
    questo lo usano anche i tecnici Telecom anche se è di altro gestore http://www.mclink.it/Assistenza/Strumenti/Connection-Meter
    Mer alle 20.03 · Elimina
    Monticelli Luca
    Monticelli Luca
    Lo sto provando... interessante...
    Mer alle 20.39 · Elimina
    Gaetano Anzisi
    Gaetano Anzisi
    Per fare un testo si può usare anche uno dei tanti servizi web come ad esempiohttp://www.speedtest.net/
    Mer alle 21.19 · Elimina
    Edoardo Bellocchi
    Edoardo Bellocchi
    cmq questi servizi web danno sempre risultati poco scientifici, anche se ne usi uno svizzero e per di più in lingua tedesca come questohttp://www.sunrise.ch/privatkunden/angebote/free-internet/internet-dienste/speedometer.htm
    Mer alle 22.32 · Elimina

    interessante Luca, adesso sono al lavoro e mi sa che se lo faccio girare mi chiamano quelli del networking :-) ma l'ho installato e lo provo da casa (Fastweb fibra). Ti aggiorno. - Mauro Rubin
    ti ho risposto sul blog... mi vien voglia di chiamare il callcenter... anche se speedtest da altri valori - Mauro Rubi

    I piu' onesti sono quelli di NGI, e di gran lunga. Almeno quando feci l'ultimo controllo. Riproviamo.. - Luigi Gioni
    ok, proviamo... - Felter Roberto da twhirl
    risultato, come con altri test, circa 10Mb in Download e 0,4Mb in Upload (Alice 20 Mb) se non fosse per l'upload ridicolo è una soddisfazione... :) - Felter Roberto da twhir

    Agcom e Mediaset

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    Ricevo questo comunicato stampa di Altroconsumo che dà una notizia sull'Agcom (non ho trovato analogo comunicato stampa sull'Agcom stessa):

    24.9.2009
     
    COMUNICATO STAMPA
           
    AGCOM APRE UN'ISTRUTTORIA SU MEDIASET
    PER VERIFICA CONTENUTI CANALI
     
     
    L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha aperto un'istruttoria su Mediaset (RTI) per accertare le caratteristiche dei contenuti dei diversi canali. Obiettivo: verificare l'eventuale sforamento della soglia del 20% nel numero complessivo di programmi nazionali editi e diffusi su frequenze terrestri analogiche e digitali, al di là delle formali autorizzazioni concesse.
     
    E' quanto dichiarato dai rappresentanti dell'AGCOM dopo la conclusione del consiglio, che si è riunito ieri.
     
    L'analisi dovrebbe valutare se nel conteggio dei canali Mediaset rientrano anche i Pay per view e i cosiddetti canali +1, trasmessi in differita di un'ora.
    Altroconsumo considera questi canali parte integrante dell'offerta di contenuti e su questa base aveva presentato un esposto lo scorso 18 marzo.
    Oggi RTI secondo i calcoli di Altroconsumo detiene il 29,7% del totale dei programmi televisivi, essendo titolare di almeno quattordici palinsesti tv, in violazione della legge.
     
    La soglia del 20% è indicata nel Testo Unico della radiotelevisione (il decreto legislativo n.177 del 31 luglio 2005), proprio a tutela del pluralismo e della concorrenza nel sistema integrato delle comunicazioni, il SIC.
     
    L'esposto era stato inviato anche all'Antitrust e alla DG Concorrenza della Commissione europea. Proprio sul tavolo della Commissione è ancora aperto il fascicolo di procedura di infrazione contro il Governo italiano, in seguito all'esposto di Altroconsumo del 2005 per evidente duopolio televisivo e mancanza di concorrenza nel passaggio dall'analogico al digitale.

    press@altroconsumo.it

    Business con Facebook

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    Scorrendo il libro di Luca Conti, Fare business con Facebook (Hoepli), viene voglia di usare più a fondo il maggiore social network del mondo. "Facebook è un organismo vivente, in continua evoluzione e trasformazione, modellato dall'azienda che lo gestisce e influenzato dagli oltre 200 milioni di persone che lo usano mese dopo mese". Insomma, viene voglia di influenzarlo. E il libro aiuta a capire come.

    Facebook chiude il caso Beacon con 9,5 milioni

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    La discussione sulle modalità della comunicazione è andata avanti per un pezzo. Perché Facebook ha dato una cattiva notizia sul suo business a un'ora piuttosto tarda di venerdì. Ma il fatto è che l'azienda ha chiuso il caso Beacon (un sistema pubblicitario che implicava l'utilizzo delle reti di relazioni degli utenti) destinando 9,5 milioni di dollari a soddisfare le persone che avevano avviato una causa collettiva contro Facebook perché avevano sentito la loro privacy minacciata da quel sistema. (Guardian)

    Project Retweet

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    Twitter sta prendendo in considerazione l'idea di cominciare a gestire i retweet. Il sistema è attualmente autogestito dagli utenti, spesso con l'aiuto di qualche client. Ma nella forma attuale produce una quantità di tweet giudicati poco comprensibili per gli utenti non tecnici. Il fatto è che Twitter è particolare proprio perché le sue funzionalità sono state moltiplicate dalle idee degli utenti e non sono chiuse a quelle previste dai creatori della piattaforma come è il caso nella maggior parte di quelle di Facebook. La storia è su Mashable.

    Basta comunicazione dal basso

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    è ora di smettere di usare la locuzione "comunicazione dal basso". Perché è una locuzione succube della struttura gerarchica, mentre oggi è più interessante parlare delle conseguenze della struttura di rete. Nella quale l'alto e il basso si conquista sul campo, in funzione del servizio che si svolge nell'ecosistema.

    Scegliere l'università

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    Bello questo speciale del Sole sulla scelta dell'università. Da consultare. E da accompagnare con un senso della prospettiva tutto da coltivare, insieme a una profonda introspezione. L'università non è - solo - uno strumento per imparare un mestiere. Non è neppure pura accademia. E' forse il periodo più libero intellettualmente che si possa vivere. E' un'esperienza che può essere bellissima. In bocca al lupo a tutti i ragazzi che si avviano a vivere quel periodo della loro vita.

    Radio e Nòva

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    Dopo una settimana di Nòva a Radio24, forse stiamo un poco migliorando. I limiti posti dal contesto pratico sono piuttosto grandi - dal nome alla formula - ma quello che conta è il senso: anche alla radio, Nòva è il posto dove le persone che sentono l'urgenza di contribuire all'innovazione possono parlare. E' bello sentirli perché per loro i problemi non sono il tema della lamentazione ma il punto di partenza dell'azione. Gente da ammirare per questo.

    You are what you Tweet!

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    Le condizioni di utilizzo di Twitter sono piuttosto brevi e relativamente standard. Le preoccupazioni principali sono relative all'identità e al diritto di proprietà intellettuale.

    Alcune citazioni sono significative
    You are what you Tweet!
    You own your conten.
    These rules exist to enable an open ecosystem with your rights in mind.

    Le novità sono relative ad alcuni chiarimenti su argomenti non sorprendenti. Twitter potrà dare più spazio alla pubblicità. Crede nelle sua API e le svilupperà. Combatte lo spam e la pornografia. Può usare il contenuto degli utenti come vuole anche se gli utenti sono proprietari e responsabili. Da questo punto di vista, sembra di capire che ciò può avvenire solo sulla piattaforma di Twitter, non su una qualunque piattaforma. Anche perché nel momento in cui utilizzasse quel contenuto su una piattaforma diversa da quella per la quale l'aveva scritta l'autore, e in un contesto di significati diverso, dovrebbe assumersi le sue responsabilità.

    Una cosa invece è chiarissima. Molti faticheranno a riconoscersi nella frase: You are what you Tweet (tu sei quello che cinguetti).

    Brand online apprezzati

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    Pepe Möder, capo del digitale a Barilla, dice che il brand è l'abilitatore del rapporto tra le persone e un'azienda. «Le persone non comunicheranno mai dicendo quello che noi vogliamo». Ma se diamo le informazioni apertamente, la gente farà naturalmente quello che vorrà, ma con informazioni complete e corrette.

    Pubblicità online apprezzata

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    Edmondo Lucchi, di Eurisko, dice, sulla base delle sue rilevazioni, che non è vero che la gente non apprezza la pubblicità online. La apprezza invece. Purché sia informativa e pertinente.

    Pubblicità informativa e pertinente.

    Internet Manifesto tedesco

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    Jeff Jarvis sta traducendo su Twitter l'internet manifesto di alcuni autori tedeschi. Ecco la traduzione in italiano by Google...

    Tra le battute fondamentali: internet è diversa; internet è un impero mediatico in tasca; internet è la società è internet; la libertà di internet è inviolabile; internet è la vittoria delle informazioni; internet sta migliorando il giornalismo; ...; la nuova libertà di stampa e la libertà di espressione... ecc ecc...

    Punto di vista. Paolo Gentiloni

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    Paolo Gentiloni parla del rapporto tra rete e sistema dei media da tempo. Un'opportunità. Come la si può cogliere? (Appunti al volo.)

    1. Che cosa capita al sistema dei media e come la rete cambia? La rete tende a conquistare sempre più tempo. E supererà il tempo che gli italiani trascorrono davanti alla televisione. Oggi la tv è al terzo posto, dopo sonno e lavoro. Questo terzo posto è insidiato da internet. Ma non si passa da un vecchio mondo a un nuovo mondo: siamo di fronte a una lunga convivenza tra vecchi e nuovi media. Detto questo, il cambiamento è enorme. E investe tutto il sistema dei media. Internet non è soltanto la blogosfera che si aggiunge ai mezzi tradizionali, ma un motivo di cambiamento di tutti i media. Anche la televisione cambia, anche a causa della rete. Dal prime time al mine time: ognuno sceglie il proprio palinsesto televisivo. I telefonini alimentano intanto la snack tv. E poi alla fine arriveremo a una piena integrazione tra internet e televisione. La tv digitale terrestre è solo un passaggio temporaneo. Alla fine il protocollo internet sarà la tecnologia fondamentale anche per la televisione.

    2. E per la politica? Se la rete cambia la televisione, questa è una buona notizia. E' una grandissima occasione democratica. Specialmente in un paese con una concentrazione enorme dei media come l'Italia. L'intreccio tra la rete e i vecchi media scriverà una storia destinata a riservare molte sorprese. I giornalisti si sono aperti alla rete: l'influenza è reciproca, sicché i media tradizionali influenzano la rete e la rete influenza i media tradizionali. Per la politica, tutto questo è un insegnamento. La televisione ha avuto un impatto micidiale sulla politica. Internet potrebbe avere un impatto sulla politica analogo. Correggerà alcune conseguenze della televisione sulla politica? Non tutto. Il presentismo, per esempio, con i politici costretti a reagire immediatamente 24 ore su 24 senza approfondimento e senza riflessione. La personalizzazione: il rapporto tra leadership, corpo del leader, vita privata del leader politico. La rete non correggerà il presentismo e la personalizzazione. Ma invece correggerà altre cose: aumenterà lo scambio, il rapporto, la conversazione tra i politici e i cittadini. Una straordinaria opportunità offerta ai partiti, ai politici, ai sostenitori di cause sociali, per un migliore rapporto tra leader e cittadini. Anche se c'è sempre maggiore problema della rilevanza dell'opinione dei cittadini nel contesto di una, positiva, moltiplicazione delle persone che si esprimono. E anche se la rete non fotografa certamente la realtà: è uno spazio particolare, forse un po' più fazioso. Ma è chiaro che potenzialmente aggiunge un insieme di straordinarie possibilità.

    3. Chi fa politica ha a disposizione uno strumento nuovo, diretto, per fare il suo lavoro di agenda setting. La rete consente ai politici di porre direttamente questioni capaci di influire sull'agenda setting. Contente di facilitare il fact checking: quello che i politici hanno detto a confronto con quello che hanno fatto. Inoltre, la rete è una parte della necessaria riorganizzazione dei modelli di partito. Finiti i modelli vecchi, avviata la loro irreversibile crisi, i partiti possono sviluppare nuovi modelli: il partito di proprietà del leader a vita, oppure il partito democraticamente aperto a strumenti di innovazione organizzativa. La rete consente alla vita del partito di diventare parte della comunità in modo più trasparente. Infine, cambia il modo di fare campagna elettorale: guardiamo, senza timidezza, all'America. Howard Dean è stato una bolla. Ma Obama è stato un successo straordinario. Impariamo dalla Blue State Digital. Primo: il database con informazioni articolate sulle persone - consenzienti naturalmente - che andranno a votare (la politica incredibilmente fatica a comprenderne l'importanza; abbiamo perso l'occasione delle primarie precedenti, quando non abbiamo raccolto bene i dati). Secondo: pensare alla rete come strumento per spostare voti, nel quadro di un insieme di strumenti, pubblicità, mail, porta-a-porta. (Per spostare un voto ci vogliono 100mila volantini; ma per spostare un voto con il porta-a-porta ci vogliono 14 visite fisiche ai cittadini).

    La consapevolezza di quello che provoca la rete non può essere qualcosa che resta nei convegni. Deve comportare delle modifiche all'organizzazione dei partiti. Il tesseramento online non è una cosa da poco. Inoltre, deve influire sul programma: diffondere la banda larga in tutto il territorio; lasciare in pace la rete, tutti i discorsi di controllo pubblico sulla rete - anche quelli animati dalle migliori intenzioni - sono disastrosi. E' chiaro che ci si preoccupa della pedofilia e dell'industria culturale: ma la conseguenza non è il controllo della rete, casomai di migliorare il lavoro della polizia postale. 

    In sintesi. Banda larga per tutti e lasciare in pace la rete.

    Infine: fusione della rete e del territorio. Straordinarie opportunità della rete e necessità della politica locale vanno viste insieme. Se si pensa che l'orientamento degli elettori è deciso dalla televisione se si pensa che sia deciso solo dai media: ma in realtà è deciso molto di più dalle relazioni tra le persone. Tradurre il coinvolgimento che si può sviluppare in rete con un coinvolgimento più ampio che si svolge sul territorio.

    Data mining attivo

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    Si scopre che le Poste Italiane, come del resto pare la Telecom Italia, sono interessate a sviluppare prodotti da offrire alle aziende, con sistemi di raccolta di dati sui consumatori basati sull'utilizzo dei media sociali. Dati aggregati, naturalmente, che non mettono in discussione la privacy dei singoli. E fino a prova contraria questa è la realtà.

    Il potenziale conoscitivo che i movimenti online delle persone è enorme. Ad Amazon, 35 milioni di utenti, fanno addirittura esperimenti sui movimenti dei consumatori, cambiando un po' la forma delle pagine, il numero di prodotti offerti alternativi in una stessa pagina, i prezzi e gli sconti, per studiare le reazioni e le preferenze dei consumatori.

    Un gioco lanciato su Facebook può diventare un sistema di raccolta di idee e atteggiamenti degli utenti in relazione a un particolare valore, prodotto, concetto. Una tecnica di lettura della società che è tutta da sviluppare.

    E' un bene o un male? Il miglioramento della conoscenza è un bene, a priori. Le azioni che gli utenti fanno online sono in effetti significati e possono servire a chi li legga attentamente per migliorare. Ne emergerà una migliore conoscenza della società su di sé, soprattutto se i risultati saranno pubblici e disponibili. Il rischio è che queste conoscenze restino confinate negli uffici marketing di poche imprese. E che siano pensate con una griglia interpretativa vecchia, tipo quella dei target teorizzati dal marketing tradizionale: le persone non sono target e non vogliono più esserlo. Se si sentiranno pensate così, reagiranno limitando le informazioni su di loro che lasciano utilizzare. E la società avrà meno possibilità di conoscere se stessa.

    Una conclusione però si può già trarre. E' nata un'alternativa ai sistemi sondaggistici tradizionali. Le informazioni che le persone lasciano in rete sono molto più ricche. Resta la capacità di porre le domande, che è fondamentale, ma le risposte sono già online da qualche parte. Gli istituti di ricerca tradizionali si adatteranno. E insegneranno alle aziende che esistono modi molto più avanzati per conoscere e dialogare con il loro pubblico.

    Le idee e l'azione

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    Molte riflessioni di grande qualità su internet e politica. Un intervento dal pubblico al Pd di Pesaro indica un bisogno latente. Dice l'intervenuto: ma il web ha una sua dinamica della comunicazione, veloce e pragmatica. Se sul sito del Pd non si trovano facilmente i dieci punti fondamentali sulle posizioni del Pd rispetto ai temi più sentiti, le persone vanno velocemente altrove. E in effetti questo intervento segnala due cose: primo, che il Pd fatica a far capire bene e in fretta che cosa pensa sulle questioni rilevanti; secondo, che se è vero che il Pd può cogliere l'occasione di internet per sparigliare i rapporti di forza nel mondo dei media, è vero anche che ci riuscirà soltanto se migliora il suo messaggio politico. Insomma: non è internet è che risolve i problemi del Pd; ma riflettere su internet potrebbe spingere il Pd a darsi una regola di elaborazione e diffusione delle sue idee diversa da quella che ha seguito finora (forse perché finora ha pensato troppo alla televisione e troppo poco a internet).

    Le idee sono azione. L'azione è anche una forma di espressione di idee. Questo è tanto più vero quanto più è importante organizzativamente e non solo culturalmente il sistema dei media in una società. Da questo punto di vista, la struttura della televisione sottolinea le idee (e l'azione) della gerarchia; la struttura di internet invece sottolinea la rete. 

    (Una chiosa, gerarchia non significa vertice e rete non significa "basso". Sono concetti che riguardano dinamiche di circolazione delle idee: in rete ci sono élite, specializzazioni, aggregazioni non tra pari; come nella gerarchia c'è un modo per mettere in relazione l'alto e il basso. La gerarchia è una struttura più bloccata, mentre la rete è una struttura più aperta. La gerarchia definisce le relazioni tra le persone in funzione della loro posizione di potere relativa; la rete impone a ciascuno di dimostrare in ogni momento che ha senso ascoltarlo. La gerarchia tende a valorizzare le idee preconfezionate, la rete tende a chiedere dimostrazione, critica e fattuale - anche se lascia spazio a sottoaggregazioni che riproducono le strutture preconcette e ideologiche; nell'insieme è probabile che la storia non vedrà una sostituzione dell'una con l'altra, ma un'integrazione della gerarchia e la rete, capace di rigenerare le capacità di creazione ed elaborazione di idee).

    Alberto Castelvecchi suggerisce di leggere La coda lunga e Cluetrain Manifesto. Concordo sul fatto che si tratta di capisaldi. Il suo suggerimento sintetico? Le idee e l'azione sono un processo unitario: studiare e fare su internet. Senza se e senza ma.

    Sarebbe molto interessante vedere come discutono di queste cose sull'altra sponda politica italiana.

    Media sociali: riflessioni di Colombo e Rodotà

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    Fausto Colombo ha detto al Pd di Pesaro che internet non si interpreta come antagonista degli altri media, ma come parte di un insieme che ha chiamato, sulla scorta dei saggi di Roger Silverstone, Mediapolis. Fausto aveva scritto sul suo blog.

    Internet, dice Colombo, non risolve i problemi di carenza di qualità nella produzione mediatica. Non è di per sé il generatore di una nuova opinione pubblica. Ma casomai un correttivo alla crisi della democrazia. Perché un sistema progredisce in una direzione di maggiore democraticità per una quantità di variabili sociali, culturali e istituzionali. Ma una di quelle variabili è la diversità del sistema mediatico. E non c'è dubbio che l'introduzione dell'internet nel sistema aumenta la diversità. Ma per giudicare internet occorre, dice Colombo, valutarne le conseguenze e i risultati: alla fine, se non migliora davvero il dibattito democratico, se non migliora l'informazione in circolazione, se non fa aumentare la quantità di persone che partecipano alla democrazia, allora non può essere valutato positivamente. Non c'è un automatico rapporto, dice Colombo, tra l'esistenza dell'internet e la democraticità. L'occasione offerta da internet va colta, oppure si perde.

    Stefano Rodotà contesta alcune idee diffuse sulla dinamica internettiana. Rodotà dice che internet non è una soluzione sostitutiva di altri media, ma una dinamica che si aggiunge a quello che c'è. La diffusa disillusione che si lamenta di questi tempi sulla rete è in fondo frutto di un eccesso di fretta nel giudizio sulle conseguenze di internet. Se si riesce a comprendere che i tempi storici del cambiamento - anche quello connesso a internet - sono diversi da quelli che qualcuno aveva sperato. E abbandonando l'ipotesi sostitutiva per passare a quella dell'integrazione con gli altri media, ne consegue che mentre procede il cambiamento, restano in campo anche vecchie dinamiche. Che, si potrebbe chiosare, si difendono contro il cambiamento. E il cambiamento avviene quando si formano dinamiche che catalizzano diverse dimensioni mediatiche, per esempio, l'insieme di web, piazza, televisione.

    Se questo è vero, per Rodotà internet non è un mondo a parte. E' lo spazio pubblico più ampio che l'umanità abbia mai conosciuto, ma occorre riflettere. Se non è un mondo a parte anche la libertà di espressione e le libertà personali non si difendono in modo autonomo su internet ma tenendo conto dei sistemi giuridici nel loro complesso. Il che significa anche che è possibile pensare regole che salvaguardino la libertà e la neutralità di internet, perché internet non è probabilmente capace di difenderle solo per via tecnologica. Il grande movimento della carta dei diritti di internet ne è un esempio (Rodotà ne ha parlato spesso e in rete si trovano svariati approfondimenti, tipo il resoconto di un discorso all'Igf a Cagliari). Un fatto importante successo recentemente è la decisione della corte costituzionale tedesca che ha stabilito il principio secondo il quale esiste un diritto alla riservatezza e integrità del proprio apparato tecnologico, con la conseguenza di avere definito l'esistenza di un continuum persona-macchina che lascia intuire l'emergere di una nuova antropologia.

    Sta di fatto che la libertà di espressione è aumentata dalla presenza di internet. E che la difesa della libertà di espressione online è decisiva perché la società possa cogliere l'opportunità offerta da internet per migliorare il sistema dell'informazione. Non è una condizione suffiente per migliorare la democrazia. Ma è necessaria. 

    Survey del giornalismo su se stesso

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    La NewYorkBookReview ripercorre il dibattito sulla crisi e il futuro del giornalismo. Un taglio sintetico per navigare nella quantità enorme di informazioni e idee che emergono su questo tema:
    - il giornalismo deve fare ricerca, per migliorare il metodo di lavoro che lo distingue nella raccolta, selezione, valutazione, interpretazione, dei fatti (il giornalista non è definito dalla tessera ma dal metodo, artigiano ma epistemologicamente attento, con il quale produce le notizie)
    - il giornalismo deve fare sperimentazione, per migliorare l'uso delle piattaforme e fare emergere molti modelli di fruizione che abbiano valore per il pubblico
    - gli editori devono trovare i modelli di business che sostengano il lavoro fatto dagli autori, dai giornalisti, a favore del pubblico
    - l'editoria deve diventare un business ad alto tasso di ricerca, sperimentazione e innovazione, fondato su capacità artigiane.

    La pubblicità televisiva in crisi

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    Il 2009 è l'anno della crisi della pubblicità in tv. Un declino inesorabile, dice Jim Rutherfurd, di Veronis Suhler (private equity) all'Ft. Quest'anno la pubblicità in tv diminuirà del 13% a livello globale. E scenderà dell'1,5% andando avanti verso il 2013 (per PricewaterhouseCoopers). Intanto, aumenta il fatturato della tv a pagamento. E molte tv commerciali gratuite stanno tentando di andare in quella direzione. Andando a insistere su un budget familiare con molti limiti e troppe alternative. (tv a pagamento? giornali online a pagamento? scuole a pagamento? ...)

    Musica fisica

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    Secondo Billboard le vendite dei biglietti per concerti sono aumentate l'anno scorso del 13%, a 2,8 miliardi di euro.

    La crisi della musica digitale, come si sa da anni, non è la fine della musica, ma il ritorno della relazione diretta, fisica, "esperienziale", con gli artisti.

    Il laboratorio-musica insegna a tutti i settori della produzione di arte, informazione, divertimento, che hanno qualche problema ad adattarsi a internet. Non dà ricette, ovviamente, ma spunti di riflessione.
    In Italia ci sono 3,2 milioni di persone che leggono almeno un libro al mese. Ci sono 2901 case editrici. E in un anno si pubblicano circa 61mila titoli. Il 60% dei titoli stampati non vende neppure una copia. I piccoli editori hanno un invenduto del 95%. I 5 grandi editori (Mondadori, Rcs, Messaggerie, DeAgostini, Feltrinelli) vendono quasi il 90% dei primi 500 libri più venduti. L'Italia è il settimo mercato del mondo di libri.

    Evidentemente si tratta di un business ad altissimo rischio, con una concentrazione enorme, con un pubblico piuttosto ridotto. Internet è una soluzione o una innovazione devastante in questo equilibrio?

    Il direttore generale della divisione libri della Mondadori ha spiegato per un'ora e mezza, a Vedrò, vicino a Riva del Garda, quello che sta succedendo nel mondo dell'editoria libraria. In sintesi, ritiene che l'ebook sia una vera rivoluzione e che su internet si sia sviluppata un'ideologia inconsapevole, dalle conseguenze fortemente negative. 

    Per Ferrari, la distinzione fondamentale del mercato è tra i libri a progetto e i libri d'autore. I primi sono progettati industrialmente dagli editori e sono prevedibili nei loro sviluppi economici, i secondi nascono spontaneamente per volontà degli autori e sono totalmente imprevedibili.

    La rivoluzione fondamentale dei prossimi anni è l'ebook, per Ferrari. Abbasserà i costi, abbasserà i rischi, cambierà i rapporti tra autori ed editori. Ma avverrà prima di tutto sui libri a progetto, soprattutto quelli scolastici. Poi si svilupperà sui libri d'autore. 

    Per gli editori sarà un grande cambiamento. E il loro valore si concentrerà sul possesso del marchio. E' possibile, dice Ferrari, che con la fine del rischio imprenditoriale di stampare i libri, gli editori non saranno più quelli che pagano gli autori, ma saranno gli autori a pagare gli editori per poter usare il loro marchio.

    In tutto questo si inserisce, dice Ferrari, la variabile impazzita di internet. Un'ideologia dell'uguaglianza, del peer-to-peer, inconsapevole che non tiene conto dell'economia che sta dietro i libri e che tende semplicemente a diffondere libri senza pagamento.

    Un po' a sorpresa, però, Ferrari dichiara che il problema principale dell'editoria italiana è che è troppo elitaria. Pochi lettori e un'idea di libro che non va nella direzione della sua popolarizzazione. "Nessuno aiuta i poveri". Ricetta? L'ebook abbasserà i costi, dunque i prezzi, e dunque aumenterà il numero di lettori.

    Sintesi: "Tra vent'anni tutto sarà completamente diverso. Ma io lavorerò ancora per 15 anni. E dunque non me ne importa nulla".

    Commento. Ferrari vede tutto dal punto di vista dell'editore tradizionale. Cerca di imporre al mercato una dinamica che cambi tutto per non cambiare molto con gli ebook che salvaguardano la filiera protetta del business. Teme internet e il peer-to-peer. Non vede alcun rapporto tra la diffusione di idee che si sviluppa liberamente in rete e i difetti strutturali dell'editoria tradizionale. 

    Sarebbe interessante ricordargli che il punto di vista del pubblico e quello degli autori andrebbero presi meglio in considerazione per comprendere le dinamiche fondamentali in atto.

    Per gli autori, già oggi, pubblicare un libro è un lavoro sostanzialmente gratuito. Gli autori che guadagnano con i libri, come dimostrano i dati forniti da Ferrari, sono una microscopica percentuale del totale. Gli altri lo fanno solo per contribuire alla cultura. Esattamente come lo farebbero con un blog: l'unica differenza è che con un libro possono avere un marchio editoriale accanto al loro nome. Ma questo, come appunto dice Ferrari, nella maggior parte dei casi non aggiunge alcun guadagno. Peraltro, un blog ha qualche probabilità in più di un libro di essere trovato da qualche persona interessata, mentre un libro di carta spesso non trova il suo lettore (nel 60% dei casi). Per gli autori, internet è una grande opportunità, dunque, e in effetti il boom di persone che pubblicano online lo dimostra. 

    Per il pubblico, l'abbassamento dei costi e il cambiamento dell'ergonomia della lettura saranno cambiamenti importanti e di segno diverso. Ma la dinamica di accettazione dell'ebook non va data per scontata. Non c'è alcun motivo per il pubblico di comprare l'ebook che non offre un valore d'uso significativo rispetto alle alternative. Le architetteture ebook fondamentali alternative sono quelle che li vedono più simili a telefonini e quelle che li vedono più simili a computer. E anche se i ragazzi saranno costretti a studiare su libri di testo in ebook simili a telefonini, prima o poi, le alternative simili al computer salteranno fuori. E il peer-to-peer riprenderà il suo corso.

    Gli autori e il pubblico hanno interessi in comune molto forti. E tenderanno a incontrarsi direttamente. In questo incontro ci sarà bisogno di nuovi mediatori: culturali, qualitativi, formativi, informativi, pubblicitari, organizzativi. Ci saranno squadre al lavoro per trasformare le esperienze librarie in esperienze crossmediali. E di nuovi modi di fruire delle idee nate per i libri. Non è detto che queste attività saranno svolte da editori tradizionali. Ma qualcuno si occuperà anche dei modelli di business. Chi?

    Per gli editori tradizionali, tutto questo significa che non basta immaginare un futuro in cui la struttura del mercato resti protetta. E' molto più rilevante sperimentare nuovi modelli che consentano al loro ruolo di riacquistare legittimità e valore culturale. Non basta il marchio: il marchio è vivo se è viva la comunità che gli dà senso, altrimenti prima o poi si consuma. Se gli editori aggiungono cultura avranno un modello di valore sul quale costituire un business. Altrimenti tenderanno ad essere disintermediati. Prendersela con il modo con cui il pubblico usa internet è un errore: perché è come prendersela con i propri clienti potenziali. Meglio ascoltarli che additarli come ideologi strampalati e inconsapevoli. E una volta ascoltato quello che succede, rispondere con spirito di servizio. Ma sicuramente queste cose Ferrari le sa.

    Almeno perché ha visto che cosa è successo alle major della musica. E non si vede perché dovrebbe ripercorrerne gli errori.

    Segnali di influenza

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    Ross Dowson suggerisce cinque idee su come la crescente centralità della dimensione dell'"influenza" (nell'ambito del "potere" almeno mediatico) stia trasformando la società. (via Vacellari). In vista del Future of influence Summit che parte domani.

    Il tema sconfina nel marketing. E lo stesso Dowson suggerisce di dare un'occhiata a cose tipo Izea e Tweetroi piattaforme che in modo relativamente trasparente inducono gli utenti di Twitter a pensare di utilizzare la loro influenza come strumento per inserzionisti pubblicitari disposti a pagare per tweet favorevoli. Intanto, Sharlyn Lauby teorizza su come twittare e sostenere i valori aziendali. (via DonnaPapacosta). 

    Ci sono ormai decine di migliaia di persone coinvolte in queste pratiche. Non si tratta di giudicarle. Ma di sapere che ci sono, riflettere, digerire. E cercare l'autenticità. Accettando le bizzarre contraddizioni di un mondo nel quale le idee sono valore. L'autenticità non è negarlo, ma saperlo. Dirlo in modo trasparente. E dare la priorità alle relazioni, non al denaro che possono produrre. Non è facile. Ma la sola difesa è la consapevolezza.

    Laboratorio musica per tutta l'editoria

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    La musica è più avanti di tutti i vari comparti dell'editoria nell'adattamento alla rete digitale sociale. E le considerazioni di Rafat Ali vanno lette anche in questo senso. C'è da imparare per tutti, compresi i giornali.

    1. Comunità strette intorno agli artisti, non ai loro editori
    2. Piattaforme sulle quali può succedere di tuttto, non un solo modello di business
    3. Nuovi servizi, da scoprire e sperimentare.

    Il browser di Facebook

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    Mark Andreessen aveva fatto Mosaic e Netscape. Ora è un finanziere. E sta finanziando una nuova società, la RockMelt, il cui scopo è scrivere un nuovo browser. Che potrebbe essere, in un certo senso, il browser di Facebook. (via New York Times)

    Si spera che la moltiplicazione dei browser non sia anche una sorta di balcanizzazione della rete. A qualcuno piacerebbe che la rete fissa assomigliasse di più alla rete mobile (molto meno libera). Ma alla maggior parte degli internettari piacerebbe invece che la rete mobile assomigliasse di più alla rete fissa (molto più libera).

    Le telco americane contro la net-neutrality

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    Washington Post racconta che le grandi compagnie telefoniche americane stanno rifiutando i soldi pubblici offerti dall'amministrazione per migliorare i loro network a larga banda. Perché? Le ragioni sono legate alle condizioni che l'amministrazione impone in cambio del denaro. Tra quelle condizioni ce n'è una che riguarda tutti: l'amministrazione chiede alle compagnie impegni precisi per la salvaguardia della net-neutrality. E le compagnie non vogliono impegnarsi in quel senso. Pur di non garantire la net-neutrality rifiutano i soldi pubblici.

    Facebook batte Twitter in luglio

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    A quanto dicono le statistiche (via TechCrunch), la crescita di Facebook ha superato del doppio quella di Twitter in luglio. Intanto, Facebook ha comprato FriendFeed, mentre lavora a una versione leggera che sembra Twitter. Questo confronto tra le due piattaforme si annuncia come il più interessante, concettualmente, nel mondo dei social network. 

    Ma per gli utenti, probabilmente, quello che davvvero conta è che non vinca nessuno: una sola piattaforma proprietaria che serva a tutte le comunicazioni sarebbe un disastro...

    Il blogger georgiano e il blocco di Twitter

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    Cnet ha chiesto a Max Kelly, il capo della sicurezza di Facebook che cosa pensasse dell'attacco che ieri ha bloccato a lungo Twitter e rallentato molti social network. E Kelly ha rivelato che tutto è partito da un tentativo di mettere a tacere un blogger georgiano, Cyxymu, che scriveva su Twitter, Facebook, YouTube, LiveJournal, Google Blogger. Il Guardian ha parlato con Cyxymu scoprendo che è una persona molto critica nei confronti del governo russo. Alcuni blogger italiani stanno seguendo la vicenda (ho visto per esempio, Oneitsecurity, Passaggio notturno e il servizio di IoChatto). Antonella Beccaria segnala Osservatorio Balcani.

    ps. Intanto, arrivano le parole di Evgeny. E mi sembrano decisive.

    Pubblicità online in calo ma non troppo

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    Idc registra che gli investimenti pubblicitari online sono calati nel mondo del 5% nel secondo trimestre del 2009. Le inserzioni collegate alle ricerche online sono calate solo del 3% (e su Google in America sono addirittura ad aumentate del 3%). Un calo più vistoso nei banner (-12%) e negli annunci classificati (-17%). A fronte del crollo registrato su altri media, questo calo è comunque considerato una buona notizia. via Brad Stone, New York Times.

    Firmiamo.it è una piattaforma

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    Firmiamo.it è una piattaforma. E quindi non è responsabile di quanto i singoli utenti scrivono. E' il motivo che convince Marco Camisani Calzolari a non accettare una richiesta di cancellazione di una particolare petizione.

    I diritti e i doveri delle piattaforme e quelli degli utenti sono distinti in modo chiaro nella cultura digitale. Molto meno nella cultura legale. Soprattutto perché la seconda è molto più lenta della prima. Questi casi servono a fare maturare una migliore comprensione della situazione.

    Il legislatore, il sistema giudiziario, l'opinione pubblica, arriveranno a rendersi conto del valore di un sistema nel quale le piattaforme non sono implicate nel modo in cui gli utenti le usano con il tempo. Nessuno dice che le poste sono responsabili del contenuto delle lettere o che le compagnie telefoniche sono responsabili di quello che chi telefona si racconta, o se il telefonino è usato per far saltare a distanza una bomba. Se le piattaforme online sono qualcosa di più simile alla logistica della posta o all'infrastruttura del telefono che a una testata editoriale, cresceranno meglio e arricchiranno meglio il mondo dei servizi. A meno che loro stesse non dichiarino di essere testate, di dare un servizio selettivo e di assumersi la responsabilità di quanto ci si trova sopra: è una decisione imprenditoriale. Più questa decisione è espressa chiaramente più gli utenti sono consapevoli del servizio. Se poi una piattaforma promette un certo servizio e ne offre effettivamente un altro, allora è responsabile. Imho.

    Michael Massing

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    Grande pezzo sulla grande questione del giornalismo e i media sociali. Tante storie. Tanti fatti. Un'interpretazione giusta: si va verso la simbiosi, non il parassitismo (il parassita che uccide l'ospite muore anche lui)... Un'ordine intellettuale che è premessa di una comprensione più profonda della situazione. Che però dovrebbe superare le premesse, prima o poi, e passare all'azione. A questo proposito, mi pare, mancano all'appello gli editori.

    Gamma...

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    libe-gamma.jpg

    Il fotogiornalismo organizzato con le grandi agenzie è in crisi. La Gamma sta chiudendo. E' un riflesso di tutto quello che sta succedendo nell'editoria. E della fine dei soldi che consentivano a qualcuno di essere inviato a esplorare il mondo. Ora saranno le persone che vivono nei posti a mandare le foto di quello che vedono. L'Iran ha insegnato qualcosa anche da questo punto di vista.


    Il vestito e il nome

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    Orientalia4all si chiede se cambiare il template del suo blog e forse anche il nome. E chiaramente qualunque persona di buon senso le dirà che può benissimo cambiare vestito, ma che rischierebbe molto a cambiare nome.

    Il cambiamento del vestito è parte del frame tipico del mondo della comunicazione. E' visto come un rinnovamento che innalza l'attenzione, risponde a esigenze innovative di interfacciamento con gli utenti, offre nuove opportunità comunicative. L'interfaccia non solo collega un contenuto al suo utente, ma suggerisce in un certo senso un modo di interpretare quel collegamento. Uno spazio in un certo senso chiede di essere riempito. Un vestito chiede di essere indossato e le sue tasche chiedono di essere conosciute.

    Il nome è un'altra cosa. E' l'identità. Un blog che cambia nome è un blog che ricomicia da capo. E proprio per questo sfida chi lo scrive a verificare se sia la sua persona o il suo prodotto a contare nell'interazione con il suo pubblico.

    In entrambi i casi, quello più ambizioso e quello più tradizionale, il cambiamento strutturale del blog è un momento in cui la persona si riappropria del suo prodotto, invece di lasciarsi condurre dalle scelte operate in passato. Si riappropria e riconfigura la visione e il progetto di ciò che vuole fare con il blog. E' un grande momento.


    Yahoo e Microsoft

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    Alla fine è stato raggiunto un compromesso intelligente. Yahoo! raccoglie la pubblicità e Microsoft fa gli investimenti sul motore di ricerca. BusinessWeek.

    Twitter, nuova la prima

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    Twitter ha messo bene in evidenza la search sulla sua prima pagina. All'interno non ci sono particolari cambiamenti, apparentemente. Sempre più persone, peraltro, usano Twitter con un altro software, come TweetDeck o Seesmic Desktop. Facilitano di retweet e il controllo di punti di vista molteplici su Twitter. Sono peraltro meno essenziali della classica interfaccia di Twitter. 

    Quanti italiani usano Twitter?

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    Quanti italiani usano Twitter? Davvero pochi. Tipo non molto più di centomila. Se ne parlava ieri con amici che guardano attentamente nelle dinamiche di Tweefind.

    update: la nielsen dice che l'audience è aumentata da 100mila a 500mila utenti unici (che non equivalgono ad "abbonati" ovviamente...) tra gennaio e giugno...


    Nòva alla radio

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    Forse, forse si riesce a fare una trasmissione di Nòva alla Radio24. Se parte, parte il 7 settembre. Per ascoltare chi vuole "cambiare il mondo".

    Listen!

    PayWeb

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    Secondo il Guardian, alcuni potenti osservatori dell'industria internettara stanno cominciando a pensare che gli utenti saranno prima o poi disposti a pagare per i servizi come Facebook e altro.

    Secondo una ricerca, anch'essa pubblicata dal Guardian, i ragazzini hanno smesso di scaricare mp3 e sentono la musica attraverso servizi di streaming, molto più comodi.

    Per l'industria dei contenuti sono due buone notizie. Che fondamentalmente dipendono dalla maturazione dell'utilizzo della rete.

    Inferirne la convinzione che in prospettiva tutti i problemi dei detentori di diritti d'autore saranno risolti, però, è un errore. Perché la rete continua a disintermediare i vecchi business integrati verticalmente, liberando le forze dei singoil autori e aumentando il potere delle grandi piattaforme. Gli editori devono ancora trovare il loro modello in questo scenario. Quelli che riusciranno a rinnovarsi, però, mettendosi al servizio della rete, potranno guardare al futuro in modo molto meno pessimistico di quanto non si trovino a fare ora.

    AudioBoo

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    Una sorta di Twitter in audio. Con tanto di embed per usarlo sul proprio blog... Qui c'è il mio secondo test... Realizzato con iPhone e una procedura totale, compresa l'iscrizione al servizio, di quattro minuti. Ammetto che il contenuto non è particolarmente interessante...


    Listen!

    Nexa!

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    Nexa, al Politecnico di Torino, sta facendo un grande lavoro. Insieme al Berkman Center di Harvard, mantiene uno straordinario equilibrio tra l'approccio profondo degli studiosi e l'approccio caldo degli attivisti. 

    In Italia, secondo me, è importante che sia soprattutto un centro che studia correttamente le dinamiche della rete. E su questa base prenda posizione. Senza entrare nel linguaggio delle polemiche tra i politici. Per non diventare uno dei tanti generatori di opinioni vaganti nel chiacchiericcio generale. E per restare uno dei pochissimi generatori di osservazioni empiriche sui fatti e le loro conseguenze.

    Per non farsi intrappolare nel giro dei confronti tra posizioni. Per favorire coloro che vogliono un dibattito civile e costruttivo. Per coltivare l'orgoglio di essere cittadini che discutono. E per avere forza nel sostenere posizioni che difendono la qualità dell'informazione e la libertà di espressione e di innovazione, in un momento in cui ce n'è particolarmente bisogno.

    (ps. Sono molto orgoglioso di poter dare una modestissima mano a Nexa, che mi ha chiesto un contributo di idee).

    Twitter e Flickr

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    E dunque ora si possono mandare foto su Twitter via Flickr. Era tempo, in effetti. La procedura è davvero supersemplice. Si fa in dieci secondi. Si dovrà stare attenti allo spam inviato alla casella di posta che serve a mandare le informazioni dal telefonino a Flickr e da lì a Twitter. Occhio.

    Facebook blogging

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    Grossa novità a Facebook, ancora in fase di test. Gli utenti potranno scegliere se far vedere i loro post solo agli amici, come ora, oppure a chiunque. Si potrà scegliere di volta in volta. E quindi continuare la conversazione con le persone che si conoscono per certi argomenti. Ma contemporaneamente scrivere post che andranno in "broadcast" pubblico, creando una pagina tipo blog, o tipo microblog in stile Twitter. (Insidefacebook)

    Ballmer avverte i media tradizionali

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    Steve Ballmer, capo della Microsoft, pensa che i media tradizionali non devono aspettarsi un ritorno della pubblicità ai livelli precedenti la crisi. Non è una crisi, secondo Ballmer. E' un cambiamento strutturale. (Guardian)

    Lacrime nella pioggia

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    Il III Digital Content Summit è già cominciato. Carlo Alberto Carnevale Maffè introduce Stefano Portu che all''Espresso si occupa di Mobile. Lo introduce dicendo: «Mettendo i contenuti nei telefonini avete portato i lettori ai vostri contenuti negli interstizi della loro giornata. Momenti che sarebbero andati perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia». Portu dice: «Abbiamo creato una mezz'ora al giorno di utilizzo in più. Repubblica sul mobile è un successo. I giornali nell'era di internet hanno perso la loro centralità. Cercano di ritrovarla con un insieme di informazione-servizio-tecnologia».

    Carlo Freccero: «Lo sciopero degli sceneggiatori americani è stato il più importante degli ultimi anni. Oggi l'industria dell'industria dell'immaginario fattura miliardi mentre le fabbriche di auto sono sull'orlo del fallimento. L'industria dell'immaginario è la più importante che ci sia oggi. Il cambiamento è fondamentale: il pubblico non è più passivo, ma attivo generatore di immaginario». E aggiunge: «Mai come oggi, i videogame stanno influendo sulla produzione di immaginario americana». Attenzione: «Al centro c'è sempre la televisione e i vecchi media. Non facciamo fughe in avanti, altrimenti si rischia di non fare mai i soldi. Ma è chiaro che la novità consiste in questo: la televisione ha sempre pensato alla maggioranza del pubblico, ma ormai deve imparare a corteggiare i nativi digitali. Per noi l'imperativo categorico è imparare a fare televisione con le regole dei videogiochi e con la ricchezza di quello che viene da internet per trovare storytelling che possa fare fatturato. Lo storytelling necessario per fermare il tempo dell'attenzione del pubblico». Il cavallo di battaglia di Freccero, dice Carnevale Maffè: «Si passa dalla società dello spettacolo all'industria dell'immaginario».

    Andrea Persegati, Nintendo, racconta di come la Wii costruisca la relazione narrativa non solo sulla relazione con i bulbi oculari delle persone ma l'intero corpo del loro pubblico. I soldi da dove vengono fuori? Sulla dipendenza che si crea con il meccanismo dei giochi. Il parco installato non genera utili, ma rende possibile generarli con i contenuti. 

    Fidelizzazione e serialità e il tema. Wii è un ecosistema che la provoca con i mondi di storie che vi si raccontano, con i brevetti e le tecnologie esclusive, con la relazione tra immaginario e corpo. 

    Portu. Repubblica fa fidelizzazione e agenda con la prima pagina di carta. «Abbiamo affrontato il nuovo contesto cedendo la guida ad altri e perdendo redditività. Ora non intendiamo più continuare così: ora faremo nuovi prodotti per ritrovare un ruolo di guida e senza perdere redditività. Devo governare la tecnologia per portare servizio e contenuti al cliente riconquistando la capacità di tenerli fedeli».

    Si ha l'impressione che solo l'arrivo dell'iPhone ha sdoganato delle strategie dei produttori di contenuti, liberandoli dal dominio delle telco.

    Freccero. «La mia rete non ha un logo che contiene il concetto di Rai. E' fatta per i nativi digitali. Ed è fortemente pensata in termini di linea editoriale, non conservatrice come quella che viene dal mondo Rai. E ha fatto 2 milioni di euro in pubblicità».

    Migge Hoffmann, della Oracle commenta: «Tutto verrà fuori da customer focused approach. Non è un tema di tecnologia. E' un tema di mindset». Detto dalla Oracle vuol dire che la vecchia centralità della tecnologia è proprio indifendibile ormai.


    Esquece seo faiscbuc

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    Un titolo dovuto al fatto che dall'altoparlante esce una ragazza de ipanema... mentre scorre sullo schermo un pezzo che sottolinea come il successo di Facebook sta riducendo l'importanza del Seo e delle pratiche per fare traffico influenzando i criteri di Google per la valutazione della rilevanza delle pagine. Cioè: non proprio riducendo l'importanza. Ma creando un'alternativa.

    Intuizioni di Clay Shirky

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    Clay Shirky. Big Think. "La gente non è molto brava a ragionare velocemente. Ma è bravissima a emozionarsi velocemente. E man mano che i media diventano più veloci, diventano anche più emozionali".



    Daniel Kahneman dice che è molto più probabile che una decisione sia presa in base all'intuizione che in base al ragionamento. E i media sono responsabili di una grande quantità di conoscenze ovvie che costituiscono il materiale di base per l'intuizione.

    Siamo tra l'ecologia dell'attenzione e la strategia della disattenzione. (cfr anche Economia della felicità).

    La Federal Trade Commission vuole intervenire contro i blogger che scrivono recensioni di prodotti dalle quali hanno avuto pagamenti o regali senza dichiararlo esplicitamente. (via Cnet).

    The Federal Trade Commission is planning to crack down on bloggers who review or promote products while earning freebies or payments, the Associated Press reported Sunday.

    E' chiaro che si tratta di pratiche promozionali poco chiare. Ma è anche chiaro che colpire i blogger per iniziative che avvantaggiano le aziende che li pagano significa mettersi su un terreno minato.

    Sarebbe meglio puntare sul controllo delle azioni di marketing manipolatorie. E chiedere ai blogger di autoregolamentarsi, piuttosto. Non sarebbe male che i blogger si impegnassero a dichiarare se hanno conflitti di interessi quando scrivono.

    Marche e testate

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    Un convegno di Centromarca su "Nuovi paradigmi di relazione con i Media" al Corriere della Sera. Un tempo sarebbe stato tutto sulla pubblicità.

    Che altro ci dovrebbe essere nelle relazioni tra marche e media se non la pubblicità?

    Oggi si è parlato di internet, di crisi dei giornali, di diminuzione della pubblicità, di televisione, di consumatori, di cittadini...

    Ferruccio de Bortoli ha detto che i problemi delle marche gli sembrano molto simili a quelli delle testate. Luigi Bordoni, presidente di Centromarca, ha dichiarato una forte disponibilità culturale a cambiare. Monica Fabris (presidente di Gpf-Reti), Fiorella Passoni (general manager di Edelman Italia), Marco Gambaro (docente di Economia dei media all'università degli studi di Milano), Franco Perugia (consulente di MS&L Italia) hanno mostrato come si stiano sfuocando i concetti tradizionali di consumatori e lettori, cittadini e persone, tendenze socio-culturali e movimenti di opinione. Hanno parlato di "conversazione". Hanno detto che non è più "personalizzazione" ma "socializzazione" dei contenuti. Hanno detto che non è più "multimedialità" ma "crossmedialità".

    E poi la tavola rotonda ha portato l'accento sull'urgente di bisogno di concretezza, nell'apertura a tutte le nuove idee. Alessandro Di Pietro, Oscar Giannino, Daniele Manca, Vera Montanari, Giorgio Mulè, Andrea Vianello. Trasparenza, qualità, indipendenza, servizio al pubblico, informazione e democrazia...

    Insomma, una quantità di discorsi fondamentalmente giusti. Con le parole giuste. Pure troppo. Evidentemente la crisi si fa sentire e costringe a parlare con lingua dritta.

    Ora. Che si fa? Quello che è urgente non è necessariamente quello che è importante. Le scelte che si fanno oggi contano per subito e per il lungo termine. Perché dalla crisi si uscirà prima o poi. Ma per uscire migliori, e non peggiori, bisogna pensare anche al dopo, non solo al subito. Banale, ovvio, difficilissimo.

    Fino a che le decisioni sono prese con la testa piena delle paure per il prossimo bilancio trimestrale, con l'idea che "primo non sbagliare", con la mente bloccata intorno a quello che si pensa non si possa fare invece che a quello che si può fare... ci si lascia dominare dalla tattica e si perde la strategia.

    Inventare un'organizzazione per ritrovare il senso delle marche e delle testate nell'epoca della conoscenza significa unire alla gestione anche la sperimentazione: una struttura generatrice di senso fa ricerca oltre che produzione. Il futuro è quello che costruiamo. E già che ci siamo, costruiamolo migliore.

    Congiuntura pubblicitaria

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    Beh, è chiaro che la pubblicità online non è la panacea di tutti i mali. Anche se cresce più delle altre forme di pubblicità. TechCrunch riporta dati che segnalano come l'anno scorso sia aumentata del 20% in Italia. Ma vari dati sparsi registrano un rallentamento successivo. E addirittura qualche battuta d'arresto. Non solo negli Stati Uniti, come riportato da TechCrunch. Ma anche in Italia.

    Indirizzo personale su Facebook

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    Non le voleva Dustin Moskovitz queste url personalizzate per gli utenti di Facebook, dice Chris Messina, che ne ha già una per la fama di cui gode online. Eppure adesso Facebook si propone di offrirle gratuitamente. In pratica, gli utenti avranno una pagina con il loro profilo consultabile digitando un indirizzo tipo www.facebook.com/chrismessina.

    Chi si preoccupa perché il proprio nome potrebbe essere usato da altri, o perché vorrebbe poter disporre di una particolare soluzione per il suo url (tipo nome.cognome o altro), dovrà tenersi pronto per le 12:01 di New York di sabato (quindi per le 18:01 di sabato 13 giugno dall'Italia).

    Chi non si preoccupa, invece, farà di meglio.

    In effetti, in un primo tempo Facebook pensava di far pagare per concedere questo genere di indirizzi agli utenti. Poi ha rinunciato. Segno che ha probabilmente capito che avere un indirizzo personale su Facebook non è un bisogno particolarmente sentito. Vedi TechCrunch.

    Pcc: pc cinesi col filtro

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    Un dispaccio dell'agenzia Asca e un pezzo del Wall Street Journal segnalano: il governo cinese ha deciso che dal 1° luglio tutti i pc venduti in Cina dovranno essere dotati di un sistema che blocchi l'accesso ad alcuni siti web.

    Omaggio a Blade Runner online

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    Che cosa era successo prima della storia raccontata da Ridley Scott Philip Dick in Blade Runner? Il regista sta per mettere in scena le risposte. Via web. E via social media. Lo annuncia Brad Stone sull New York Times. E la fascinazione è già palpabile.

    Un'intervista a Mark Zuckerberg, di Facebook, su Facebook e il suo futuro. Temi: certezza dell'identità, semplicità e sicurezza nello scambio di contenuti e messaggi. E quanto a Facebook, beh, a differenza di Dorsey (Twitter), chiaramente Zuckerberg pensa che sarà protagonista: e che se ne parlerà ancora per molto tempo.

    Twitter desidera che non si parli di Twitter

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    Jack Dorsey è un vero internettaro. Ha co-fondato Twitter, ha controbuito a cambiare il mondo e ne è supercontento. Ma capisce che tutto questo parlare di Twitter è troppo. Quando avrà avuto davvero successo, di Twitter non si parlerà più tanto. Come non si parlerà più tanto di internet. Quando avremo digerito la valanga di novità internettare, il mondo sembrerà più semplice. Ma sarà perché avremo compreso il passaggio epocale che stiamo vivendo. Fino a quel momento, non possiamo che parlarne. Lo riporta Caroline McCarty.

    Mazza, Fimi: i giornali cambiano musica?

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    Ricevo e, con il consenso dell'autore, riporto qui una mail di Enzo Mazza, presidente della Fimi. Mazza pensa che i giornali siano in contraddizione: quando si trattava di parlare di musica gratis erano d'accordo, ora che hanno problemi con i giornali gratis cambiano idea. E cita un pezzo firmato da me e Mario Platero nel quale si riportano le opinioni di editori che parlano di "pirateria" contro i contenuti dei giornali. Peraltro, la "pirateria" contro la musica era fatta dai consumatori; quella presunta contro i giornali è eventualmente fatta da piattaforme che riprendono automaticamente e rilanciano i notiziari. Commento sotto. Ma vediamo prima la mail di Mazza...

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    Caro Luca,
    leggo in questi giorni del dibattito sul futuro della stampa e della "monetizzazione" dei contenuti giornalistici wul web
    Oggi ho letto questo.
     
    "Il tema dominante di questo convegno occupa da tempo il dibattito sui media: come evitare la "pirateria" dei giornali tradizionali sulla rete e come tradurre in reddito "digitale" il "content" dei prodotti cartacei"
     
    Tuttavia trovo qualche contraddizione con molte delle affermazioni che hanno riempito i giornali negli anni scorsi quando si trattava di parlare di altri settori che si trovavano di fronte alla rivoluzione digitale e cito anche un tuo recente articolo sul blog (il neretto è mio) a summa del pensiero dominanate nella stampa
     
    Ma mi pare utile sottolineare che:
    1. Il copyright è un diritto che tutela prima di tutto gli autori. Viene dato in licenza in modo deciso dagli autori: o affidandolo a editori o al pubblico anche nella forma dei creative commons. Serve a ripagare gli autori del loro lavoro. E gli autori lo possono monetizzare o donare al resto del mondo.
    2. Il sapere che non è soggetto a diritto d'autore è nel pubblico dominio. Nell'epoca della conoscenza il pubblico dominio e i creative commons sono la grande ricchezza dell'ambiente culturale dal quale le persone traggono alimento decisivo. Il valore in quest'epoca è concentrato nelle idee, nelle informazioni, nel senso condiviso. Un ambiente culturale nel quale si può accedere liberamente a una conoscenza ricca e utilizzabile è un ambiente nel quale per persone possono creare il valore che conta.
    3. Le lobby delle major tentano da molto tempo di allargare il perimetro del copyright, allungandone per esempio la durata, a scapito del pubblico dominio. E' una reazione alle perdite che subiscono per la pirateria ma è anche una strategia volta a rispondere alle insaziabili esigenze della logica finanziaria (che i giornali invece non avrebbero ? ndr)
    4. Internet ha moltiplicato le opportunità culturali delle persone e migliorato la ricchezza dell'ambiente dal punto di vista dell'accessibilità della conoscenza. Ha anche reso più facile infrangere il diritto d'autore. Le lobby delle major tentano di rispondere al loro specifico problema cercando di modificare l'essenza stessa di internet. Quando chiedono ai governi di estendere la responsabilità della salvaguardia del diritto d'autore ai provider di accesso a internet e dei produttori di software per la condivisione dei contenuti in rete, di fatto tentano di reprimere uno specifico abuso bloccando tutta la rete: quello che chiedono, metterebbe in discussione la neutralità della rete e la capacità di innovazione, minando alla radice la bellezza, l'efficienza e la qualità di internet. E distruggendo valore per l'intera società.
    5. I governi devono modernizzare le regole trovando un giusto equilibrio tra gli interessi specifici delle major, i sacrosanti diritti degli autori e il valore sociale, culturale e strategico del pubblico dominio e dei creative commons. Si tratta di salvaguardare un intero ecosistema e non soltanto l'interesse di una sua parte.
     
    IMHO i giornali hanno cavalcato per anni l'onda del tutto gratis, dell'anti copyright e della libera condivisione dell'informazione quando ciò riguardava altri settori dei media per trovarsi oggi a convicere gli stessi soggetti (consumatori) che una news forse si dovrebbe pagare 99 cents perchè non è di pubblico dominio e la logica finanziaria prevede che se tutto è gratis gli imperi editoriali andrebbero a gambe all'aria.
     
    Enzo Mazza
    Presidente
    FIMI - Federazione industria musicale italiana Galleria del Corso 4
    20122 Milano

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    Cerco di rispondere:

    Non c'è alcun consenso intorno alla questione degli effetti delle piattaforme come Google News sul business dei giornali. Il pezzo di Platero e mio parlava di quello che pensano gli editori preoccupati per il loro business. E orientati a costruire una piattaforma di aggregazione di notizie tutta loro, in modo tale che non perderanno la pubblicità che ora va sulle piattaforme. Certo dovranno trovare il modo di attirare la quota di traffico che ora va su Google News e simili sulla loro piattaforma. Non sarà facile. Quindi qualcuo comincia a pensare che dovranno impedire a Google News di continuare a fare quello che fa anche usando gli uffici legali. Donde parlano di "pirateria". Difficile essere d'accordo con questo termine per questo caso. Ma se anche lo si fosse, sarebbe una "pirateria" ben diversa da quella dei consumatori contro le major della musica. Casomai sarebbe analoga alla pirateria (senza virgolette) di coloro che copiano la musica e la rivendono facendo un vero e proprio commercio di materiale soggetto a copyright.

    Detto questo, gli editori cercano un nuovo modello di business, come hanno fatto le major. Ma gli editori hanno cominciato dando le notizie gratis in cambio di pubblicità online. Alimentando così la crescita del web. E anche Mazza a quanto pare ha visto il pezzo pubblicato dal Sole attraverso il suo sito. Le major hanno invece tentato in ogni modo di frenare lo sviluppo dello scambio creativo di musica online e hanno cominciato a cercare nuovi modelli di business solo dopo essersi accorte che la difesa del passato con gli strumenti legali non funzionava e si trasformava in una paradossale guerra contro il loro stesso pubblico.

    Siamo lontani da una soluzione, sia nel caso dei grandi editori tradizionali di giornali che nel caso delle major. Ma per tutte queste aziende si pone lo stesso problema: trasformarsi in qualcosa di diverso e di migliore per cogliere in modo costruttivo le opportunità offerte dalla nostra epoca. Imho.

    Grazie a Enzo Mazza per gli spunti di riflessione che ha offerto.

    Quali Tweet seguono a Twitter

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    Divertente tabella con tutte le persone che usano Twitter che hanno tra i loro follower almeno una persona che lavora a Twitter. Di Dave Winer. Che spiega in un post come questo suo lavoro sia per lui una forma di giornalismo investigativo, basato sulla scrittura di programmi per computer. Tra l'altro, la velocità con la quale ha realizzato il programmino lo qualifica per collaborare a una redazione da quotidiano.

    Un dipartimento di ricerca giornalistica che sappia programmare e che dunque tiri fuori dai computer tutto quello che essi possono dare, probabilmente, sarebbe per i giornali un'innovazione fantastica. Che al New York Times hanno già cominciato a realizzare.

    Dopo il suo primo lavoro, Dave ne ha già realizzato un altro. Quali persone che usano Twitter hanno tra i loro follower almeno una persona che lavora al New York Times.

    Perché Bing / 2

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    Beh qualche feature nuova si vede in Bing. La fa notare Beet.tv: se si fa una ricerca sui video e si passa il cursore sui risultati, i video partono come per far provare il contenuto agli utenti. E Beet.tv si domanda già se sia legale.

    Eterna domanda: ma Facebook li vale 10 miliardi di dollari? La compagnia russa Digital Sky Technology ha pagato 200 milioni per l'1,96% di Facebook, implicitamente valutando la società, appunto, 10 miliardi. Ma li vale? (vedi FreshNetworks).

    Certo, Facebook ha 200 milioni di utenti (una volta si sarebbe detto che ciascuno di essi è stato valutato 50 dollari). Ma come li genera? Non con la pubblicità: il valore di Facebook non è tanto nella capacità di ospitare pubblicità, anche perché il click through su Facebook è meno di un terzo di quello già basso dei siti medi. La gente sta su Facebook perché è coinvolta nelle sue relazioni e attività e non si fa distrarre dalla pubblicità.

    Il fatto è che Facebook sa un sacco di cose dei suoi utenti. E questo ha un enorme valore, potenziale. Può scoprire microgruppi con caratteristiche molto molto precise, con le loro relazioni e i loro interessi. Su questa base si possono fare ricerche sui comportamenti, sulle idee e sui pensieri di gruppi di persone molto mirati. Da qui a dire che se ne può trarre una grande quantità di soldi ci passa la capacità di inventare un modello di business che sia contemporaneamente rispettoso della privacy degli utenti e capace di generare un servizio comprensibile per i clienti.

    I russi della Dst sono capitanati da persone che hanno un background molto lungo nell'epoca post-sovietica e si sono arricchiti a partire dalle privatizzazioni degli anni Novanta. I leader dell'azienda sono un fisico e un chimico diventati finanzieri che sarebbe interessante conoscere meglio. (vedi Ceoworld e CrunchBase). Anche per sgom