Al di là di queste difficoltà , la strada aperta da Groupon appare piuttosto grande. Altri ci si stanno avviando, compresi Google e Facebook. E intorno a questi fenomeni, come conseguenza indiretta, anche una parte del sistema della pubblicità online potrebbe ulteriormente cambiare. Potrebbe persino evolvere in modo da generare maggiore valore aggiunto per gli editori e i proprietari di siti molto visitati.
Recently in media Category
Al di là di queste difficoltà , la strada aperta da Groupon appare piuttosto grande. Altri ci si stanno avviando, compresi Google e Facebook. E intorno a questi fenomeni, come conseguenza indiretta, anche una parte del sistema della pubblicità online potrebbe ulteriormente cambiare. Potrebbe persino evolvere in modo da generare maggiore valore aggiunto per gli editori e i proprietari di siti molto visitati.
In pratica fa vedere che se uno pubblica qualcosa in rete lo si può trovare perché quel contenuto ha un indirizzo e se qualcuno lo trova e lo linka quel contenuto diventa pubblico. E questo avviene anche se chi ha pubblicato - per esempio una foto come quella qui sopra - era intenzionato a farla vedere solo agli amici. Il post dimostra due errori nel sistema di protezione della privacy su Facebook e Amazon.
Conseguenza: poiché le probabilità che il contenuto che doveva restare privato venga trovato e reso pubblico sono poche, ma non nulle, significa che le forme di tutela della privacy in rete garantite da piattaforme come Facebook e Amazon sono probabilistiche, non deterministiche.
Perché se c'è una scommessa che si può tranquillamente vincere sul futuro dell'economia della cultura è che le tecnologie digitali avranno sempre più imporanza. E per innovare non si potrà fare a meno di sintonizzarsi sul ritmo della loro evoluzione. Il che non si impara se non partecipando e riflettendo sull'esperienza che si ottiene partecipando.
L'economia della cultura, in questo senso, diventa una disciplina sperimentale: nella quale gli osservatori sono anche le cavie...
Oggi bisognerà mettersi d'accordo sulla conoscenza che la classe ha già e vuole sviluppare intorno a questi strumenti digitali. E poi cominciare a discutere due o tre concetti basilari (tipo: l'intelligenza è ai margini, internet è come una bicicletta per il cervello, il modo migliore per prevedere il futuro è costruirlo...). Buon lavoro a tutti.
Intanto, nelle pagine linkate in questo blog nella colonna più a destra, ci sono alcuni appunti forse utili per le lezioni e le letture tra una lezione e l'altra. Sono davvero solo appunti. E ne mancano un bel po':
"Nel 2011 quasi la metà dei 100 top spender italiani in advertising ha sviluppato almeno un'applicazione Mobile. Il Mobile Advertising è cresciuto del 50%, passando da 38 a 56 milioni di euro, pari al 5% del totale mercato ADV su Internet. Entro 2 anni previsto il sorpasso della quota 10%. Spicca, in crescita dell'81%, il settore dell'automotive, che scalza banche-finanza-assicurazioni".
No. Non eliminano la quantità di messaggi e inviti a fare cose. Naturalmente non eliminano la pubblicità che non è spam. Non eliminano le cavolate. Del resto, quelli sono giudizi soggettivi. Eliminano chi non riesce a passare il test del riconoscimento delle foto. Ti piazzano sotto il naso delle foto prese dall'album degli amici (anche quelle che ritraggono disegni, immagini di fantasia e altro) e ti chiedono di scegliere a chi appartengono tra sei possibili nomi di amici. E questo per cinque volte. Non ti dicono quanti ne devi indovinare. E non ti dicono quanto tempo hai a disposizione. Sta di fatto che se non riesci a passare l'esame resti fuori. A meno che...
A meno che non dai a Facebook il tuo numero di cellulare.
È così facile. Gli dai il numero di cellulare e dimentichi il problema. Tutto torna normale. Salvo che loro adesso hanno il tuo numero di cellulare. Non sarà mica per darlo a qualche inserzionista pubblicitario? Ma no, non credo che sia così. Avete già ricevuto messaggi pubblicitari via sms? A me ne è arrivato uno che segnalava un'offerta "imperdibile" per farmi gli occhiali nuovi: come fanno a sapere che ho gli occhiali? Forse bastava guardare le foto che ci sono liberamente in giro via Google. Forse è un caso. Vabbè. Sta di fatto che Facebook vuole il mio numero di telefono.
Un piccolo sacrificio della privacy personale in cambio di un grande servizio di connessione con gli altri. È uno scambio conveniente?
Facebook è nel business della conoscenza dei fatti miei e nostri allo scopo di creare il grafo sociale mondiale. La costruzione culturale finale cui sembra tendere è la riproduzione delle relazioni delle persone in modo da servirne tutte le esigenze di comunicazione. Per questo occorre eliminare i doppioni e i falsi account. Il telefono non serve tanto per vendere il contatto, credo, quanto per togliere il rumore dal grafo sociale mondiale che Facebook sta costruendo. A che scopo? Personalizzazione, pubblicità , filter bubble. Per ora.
Sicuramente tra i commentatori c'è chi ne sa di più.
Con l'acquisizione i team che ha fatto Summify si sposta da Vancouver e San Francisco per lavorare a Twitter. E il prodotto viene chiuso. (AllThingsD)
Chi ha usato finora Summify è scontento della novità . Chi è venuto a conoscenza di questo prodotto grazie all'acquisizione non se ne fa nulla ma può aspettarsi qualche novità da Twitter nei prossimi mesi. Chi è interessato al mondo delle start-up può domandarsi come l'incubatore di Vancouver sia riuscito ad attirare il talento dei fondatori di Summify e di come abbia favorito il passaggio a Twitter.
In generale, si può osservare che il capitale, le persone e i prodotti, in rete sono risorse il cui valore si rimescola continuamente in rete. E guardare ai fatti con gli occhi dell'economia industriale è sempre meno adeguato per comprendere come stanno andando le cose nelle dimensioni più innovative dell'economia.
vedi anche:
I libri di scuola stanno per cambiare
A proposito di libri di scuola
Nel contesto delle innovazioni sottostanti alla grande trasformazione dell'editoria emergono un paio di novità concettuali che servono a porre il problema dei modelli di business editoriali in modo forse inatteso:
1. Marshall McLuhan e Bill Gates sono stati citati, in due occasioni distinte, come fonti di una osservazione: il denaro è una forma di informazione
2. Yochai Benkler, e altri economisti, hanno segnalato che l'informazione è un bene economico di tipo piuttosto particolare perché quando viene scambiato si moltiplica (non viene ceduto ma condiviso)
Ora: è chiaro che le due osservazioni, una accanto all'altra, generano un problema. Mentre, normalmente, chi cede un'informazione a un'altra persona, ne resta in possesso, chi cede una certa quantità di denaro, alla fine del processo, non ce l'ha più. Lo scambio di denaro non lo moltiplica. Ma se il denaro è una forma di informazione, che cosa genera questa differenza?
La domanda è rilevante per tutti coloro che pensano di voler trovare un modello di business per l'informazione. Perché se lo scambio riduce la scarsità di un bene - il che avviene quando nello scambio la quantità esistente di un bene si moltiplica - ogni scambio rende più difficile far pagare quel bene. Ma se uno scambio non riduce la scarsità del bene, il tema del pagamento si pone in modo tradizionale e facilita la definizione di un modello di business comprensibile. (Ritrovere un modello di business tradizionale nell'informazione non è certo il più importante degli obiettivi concettuali in questo settore ma resta pur sempre un problema - almeno di scuola - interessante: è possibile porre il problema dello scambio dell'informazione in rete in modo che ripercorra le modalità tradizionali dello scambio di beni materiali?).
Come fa il denaro a essere una forma di informazione che non si moltiplica quando si scambia? Anche quando è totalmente digitale? Non è il drm che salvaguarda l'unicità del bene, per esempio. E non è una particolare norma anti-pirateria (che comunque esiste). In realtà , è un sistema di servizi che connette l'informazione contenuta nel denaro alla persona che la possiede, al luogo in cui risiede, all'istituzione che la gestisce in tutto il processo dello scambio, al bene al quale si applica e allo scambio al quale corrisponde. Del resto, il denaro è un'informazione che si scambia ma in funzione di dare un'informazione su tutti gli altri scambi ai quali si può applicare una misura monetaria. E quindi tutti accettano l'astrazione secondo la quale non si può moltiplicare senza fare perdere valore a molte altre forme si scambio.
Si potrebbe applicare questo insieme di caratteri ad altre forme di informazione, diverse dal denaro e in un certo modo non misurabili con il denaro? Tipo il prestigio, la reputazione, la fiducia? Si tratta di informazioni che si applicano, per esempio, a scambi non monetari come quelli che stanno nel dominio concettuale del dono.
Mi pare che si potrebbe andare avanti con questa riflessione. Ma forse il suo sviluppo più fruttuoso non è quello orientato a far diventare le altre informazioni come il denaro, ma a far valutare meglio le informazioni che non sono il denaro e meritano che ad esse venga riconosciuto più valore.
Sopa non va bene perché offre molte nuove armi a chi difende un'idea di copyright che non è messa in difficoltà solo dalla pirateria ma soprattutto dalla tecnologia digitale di per se e che continuerebbe a essere in difficoltà anche se malauguratamente passasse la Sopa. Con l'aggravante che gli editori potrebbero pensare che l'innovazione nel loro settore sia meno urgente e quindi potrebbero ridurre ulteriormente la loro disponibilità a innovare. Lasciando libero campo all'ulteriore crescita delle piattaforme digitali come Google, Facebook, Apple e Amazon.
Il copyright è un diritto importante. Ma il modello di business tradizionale degli editori basato sull'acquisto del copyright e la sua rivendita in modo esclusivo sulle loro tecnologie è in difficoltà . Perché le loro tecnologie sono in difficoltà e di conseguenza il loro modello di business.
Se gli autori non avranno più convenienza a vendere agli editori il loro copyright, cioè se gli editori non riusciranno a ritrovare una qualche leadership culturale per ripagare gli autori, questi cercheranno altri modi per vendere il loro copyright. Amazon è già un'alternativa. E altre piattaforme potrebbero diventarlo. La priorità degli editori non è difendere il vecchio modello di business ma innovare la propria tecnologie e il proprio modello di business.
La difesa del modello di business tradizionale degli editori, condotta con la logica della Sopa, ha peraltro conseguenze dannose sulla ricchezza della cultura, sulla creatività , sull'innovatività della rete. E quindi danneggia molto i cittadini, mentre non aiuta gli editori a migliorare. E quindi è una pessima idea.
Di editori intelligenti e innovativi c'è peraltro sempre più bisogno. Perché affidare tutto solo alle piattaforme digitali, come Amazon, Google, Facebook e Apple non farebbe bene alla cultura e alla creatività . (cfr: piattaforme private e commons). Imho.
Eli Pariser, in un bellissimo libro dell'anno scorso, The filter bubble, mostra come, sulla base della logica della personalizzazione dei servizi, internet sia oggi interpretata tecnicamente e commercialmente iin modo pericolosamente coerente con la tendenza ad accelerare la separazione delle persone e delle isole culturali. La personalizzazione del servizio del motore di Google che decide che cosa sia rilevante per ciascuno, il tempo sempre più grande che le persone passano su Facebook circondate dai loro "simili" culturali e ideologici, sono i fatti che avvalorano il rischio denunciato da Pariser.
L'autore, uno dei fondatori di MoveOn, lo spiega con la consapevolezza che gli deriva dalla sua attenzione alle istanze civiche. E sa che la ricostruzione della convivenza civile ha bisogno di una nuova interpretazione di internet, orientata non alla divisione, ma alla costruzione di un terreno culturale e pratico comune, nel quale persone di differente atteggiamento ideologico e di diverse esperienze possano incontrarsi e rispettarsi e arricchirsi vicendevolmente. E quindi vale la pena di battersi perché internet possa essere reinterpretata in modo da accrescere questo terreno comune. E vale la pena di costruire servizi che servano questo terreno culturale comune (un contributo è su Timu) e salvaguardino i commons culturali dalla tentazione delle piattaforme proprietarie di sfruttarli eccessivamente (se ne parlava qui su questo blog) e dalla disattenzione per i beni comuni che si può diffondere in assenza di consapevolezza (tema suggerito qui su questo blog).
Ecco una recensione di Evgeny Morozov sul New York Times. Ecco una recensione di Cory Doctorow su BoingBoing. Ed ecco una recensione di Jacob Weinsberg su Slate. Pariser ne ha parlato a TED:
Internet è uno dei commons più importanti del mondo. Il successo di Google, Facebook e Twitter, tra le altre aziende internettiane, dimostra che i commons hanno un grande valore economico. Si tratta di aziende private, molto orientate al profitto, che coltivano il loro business sulla base del valore comune dell'internet. La domanda è: c'è qualcuno che sta sfruttando troppo la risorsa e rischia di desertificarla?
Per ora, obiettivamente, non si può dire che questo stia accadendo. Per due ordini di motivi: da un lato, Google e company sono piuttosto attente a non creare un "giardino completamente chiuso" con le loro piattaforme. In secondo luogo, fino a che c'è net neutrality, alternative a quelle piattaforme continueranno ad apparire all'orizzonte. Ma è anche vero che le grandi piattaforme tentano, giorno dopo giorno, di attrarre e trattenere sempre più traffico sulle loro proprietà . Ed è anche vero che le nuove piattaforme faticano sempre di più a emergere (sto provando Diaspora, ma per ora mi pare poco popolata).
Google vive se e solo se la metafora della rete resta quella del commons della conoscenza nel quale tutti possono portare valore. Facebook è già meno legata a questa metafora perché il giro di "amici" può pensare di bastare a se stesso, ma non c'è dubbio che l'immersione di Facebook nella grande internet è ancora un valore per il social network. Twitter poi è ancora molto un sistema per linkare pagine che esistono in rete (e non su Twitter): il che la rende molto dipendente dalla vitalità del commons.
Del resto ci sono altre aziende che praticano lo sfruttamento del commons. Gli operatori, fissi e mobili, sono tra questi. Come molte aziende di servizi e marketplace di ogni genere.
Infine, i commons vengono sfruttati e talvolta rovinati dagli utenti poco accorti o maleducati. Che lasciano cartacce e bottiglie di plastica dppertutto.
La tragedia dei commons non è una fatalità . E una buona manutenzione dei commons è una possibilità più che provata. Se ne parlava in due post di pochi giorni fa (I commons e l'ecosistema... e Twitter, le agenzie...). Ma una buona manutenzione dei commons dipende dalla partecipazione della comunità .
Per questo, non è possibile immaginare una ricca e vitale internet senza utenti compenteti e attivi. Ieri, Google ha aggiunto un altro tassello alla tentazione proposta agli utenti di restare sempre nel loro mondo. Da un certo punto di vista è normale, visto che le informazioni da ricercare sono anche quelle dei social network; e soprattutto visto che se non lo fa Google lo fa qualcun altro. Ma una internet che attragga troppo traffico alle piattaforme proprietarie e riduca troppo la varietà delle conoscenze che si sviluppano indipendentemente dalle grandi piattaforme proprietarie rischia di impoverirsi.
L'internet come ricco e vitale bene comune non sarà mai un facile elettrodomestico che si compra e si consuma. Resterà un mondo complesso e sfidante. E lo sviluppo di questo bene comune dipende soprattutto dalla consapevolezza degli utenti.
Nella pratica chi vuole sviluppare civilmente il suo contributo all'informazione incontra mille difficoltà :
- innanzitutto, i principi sono appunto ispiratori ma la loro applicazione in buona fede richiede la maturazione di una comune esperienza dei metodi concretamente utilizzabili di volta in volta;
- in secondo luogo, il rumore generale rende talvolta difficile distinguere le informazioni orientate alla cittadinanza da quelle orientate all'interesse di chi le mette in giro;
- in terzo luogo, c'è chi approfitta della buona fede degli altri per imbrogliare le carte, cercare attenzione distribuendo rumors, allarmi, sensazionalismi...
Del resto, i punti di vista sono tanto diversi che è difficile mettersi d'accordo su qualunque cosa. C'è chi non cessa di denunciare l'eccessivo ottimismo di chi ritiene che le persone attive in rete possano produrre informazioni utili a sapere come stanno le cose (Riotta, al quale originariamente attribuivo questa opinione, non si riconosce nella mia sintesi; l'update con le precisazioni è in fondo a questo pezzo). Del resto le bufale che ogni giorno circolano in rete non fanno che confortare l'idea che ci sia molta confusione in rete (Massarotto). E d'altra parte, c'è chi ci tiene a ribadire che i blog sono fatti per dare libertà a tutti di affermare le proprie idee personali e che saranno i lettori a scegliere chi leggere (Tagliaerbe).
Evgeny Morozov è spesso citato come critico dell'utopia della rete liberatrice. Evgeny è anche deluso dall'ideologia che induce a credere che la rete sia un generatore autormatico di libertà . E chiama i suoi avversari intellettuali con il doppio appellativo di cyberutopisti e tecnocentrici. (A mia volta, con tutti i miei liimiti e con un piglio per nulla "deluso", avevo contribuito parecchi anni fa a questo genere di argomenti un libro intitolato Edeologia, Critica del fondamentalismo digitale). In realtà , Evgeny se la prende soprattutto con i politici americani che propugnano la "libertà di internet" per sostanziare una diplomazia aggressiva nei confronti dei paesi autoritari: per Evgeny quei politici sono incorenti con questa impostazione quando si tratta della libertà di espressione all'interno della democrazia americana (come nel caso della loro azione contro Wikileaks) e, peggio ancora, si dimostrano incompetenti quando spingono i dissidenti a usare internet per le loro manifestazioni (anche le polizie di alcuni regimi autoritari sanno usarela rete per scoprire e colpire i dissidenti).
Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, a sua volta non nega il rischio connesso al fatto che la credibilità dell'informazione finisca per essere misurata solo dal numero di volte che una certa notiza o fonte è condivisa in rete: in quel caso il servizio pubblico dell'informazione si confonde con il servizio "popolare". In realtà , Spadaro osserva, «per quanto strano possa sembrare, è il "giornalismo partecipativo" ad essere sempre più percepito, specialmente dalle giovani generazioni, come forma di "servizio pubblico". In questo contesto la questione della "credibilità " allora confina e s-confina con quella della "qualità " dell'informazione. La ricchezza quantitativa dell'informazione pone problemi in termini di qualità , infatti. Il rischio è quello di considerare moralisticamente la situazione attuale evidenziando i rischi e dimenticando le opportunità . Ma il rischio è parte integrante dell'innovazione. In ogni caso oggi la qualità non si può più imporre esclusivamente a partire da una autorità culturale predefinita. Il pubblico sta uscendo da una posizione passiva e sta mettendo sotto pressione l'ecosistema mediatico. La credibilità va dunque continuamente verificata e legittimata in un contesto di relazioni, e dunque diviene "affidabilità "; l'autorevolezza "competenza"; e dunque il giornalista un "testimone competente e affidabile"». Nell'ecosistema dell'informazione, dunque, c'è spazio per molte figure. Purché si tenda alla qualità vera e non a quella misurabile dalle varie forme di analisi dei dati del successo internettiano.
Il fatto è che la storia dei nostri giorni non si può comprendere a partire dall'ideologia o dalla disillusione.
Il grande rischio attuale è che la rete, nella velocità delle relazioni che talvolta incentiva, favorisca la tendenza già in atto alla frammentazione della società in una quantità di minoranze separate: scambiandosi idee veloci per trovare riconoscimento e relazioni si rischia di trovarsi soltanto con chi condivide le stesse idee di fondo, gli stessi interessi quotidiani, le stesse curiosità , le stesse ideologie, le stesse paure. Queste minoranze rafforzate dalla sensazione di un forte scambio di informazioni al loro interno possono apparire come mondi che bastano culturalmente a se stessi, mentre invece creano delle distorsioni nella percezione della realtà .
Ma questo rischio non si combatte solo denunciandolo. Occorre creare le condizioni perché sia interessante percorrere in rete anche strade alternative, cercare approfondimenti imprevisti e notizie "impopolari" o "differenti" e potersene fidare. I professionisti possono svolgere una parte di questo lavoro, se ritrovano le ragioni della loro affidabilità . Ma anche i cittadini possono dare una mano, soprattutto se a loro volta maturano la consapevolezza del fatto che la collaborazione con chi non la pensa necessariamente allo stesso modo non è un fatto scontato: ha bisogno di un metodo e di principi orientati a salvaguardare e coltivare quello che i cittadini stessi hanno in comune.
Tutto questo è perfettamente in linea con alcune dinamiche storiche molto importanti del mondo attuale. Mentre stato e mercato non cessano di dimostrare i loro difetti, si sta rivalutando l'importanza sociale, culturale ed economica dei commons della conoscenza. I commons, come ricordava Lessig, sono una ricchezza di tutti. I sostenitori dei commons culturali sono piuttosto anti-statalisti perché pensano che la comunità si possa arrangiare da sola a gestirli e manutenerli (Ostrom). E sono critici dell'approccio capitalistico quando sfrutta i commons fino a impoverirli o li recinta e privatizza impedendone l'uso alla comunità . I commons rischiano la tragedia della loro consunzione se le comunità non sono consapevoli del loro valore e li lasciano senza manutenzione, se non li rispettano, se consentono ai furbi di apppropriarsene e rovinarli. Ma quando ne riconoscono il valore ne traggono una ricchezza immensa.
I commons culturali hanno bisogno di comunità consapevoli. Attive. Colte.
Internet è un grande bene comune. Molte imprese capitalistiche si abbeverano della sua ricchezza e sono sempre al limite di sfruttarla troppo, come molti temono facciano Google o Facebook. Molte organizzazioni non profit al contrario arricchiscono il bene comune della conoscenza che si sviluppa in rete, come secondo molti sta facendo Wikipedia. Milioni di persone violente e ignoranti calpestano internet per trarne un vantaggio immediato, rovinandone la qualità . Milioni di altre persone usano la rete per collaborare e costruire fiducia, conoscenza e cittadianza. Di certo, la consapevolezza e l'orientamento attivo delle comunità che riconoscono quando la rete le arricchisca di conoscenze e di opportunità vanno a loro volta coltivati. Ma un fatto appare piuttosto chiaro: un'internet sana e ricca, aperta e neutrale conviene a tutti per molto tempo, un'internet ipersfruttata e recintata conviene a pochi per poco tempo. Le ragioni per dare un contributo costruttivo non sono dettate dall'ottimismo: ma dal realismo.
update 1: Gianni Riotta, pur comprendendo le necessità della sintesi, ha visto nella frase con la quale lo chiamavo in causa, qui sopra, una deformazione del suo pensiero e lo ha scritto su Twitter: ""Luca capisco sintesi ma deformi quel che dico. Mi spiace" e "Caro Luca deformare il dibattito sul web in Buoni e Cattivi farà ascolti da talk show ma non onore alla tua sapienza digitale".
Non era mia intenzione deformare. La sintesi non dava conto della densità e articolazione del pensiero di Riotta.
L'articolo che ha scritto in materia sul Sole si concludeva così: «La rete è e resterà il nostro futuro. I nostri figli ragioneranno sulla rete. L'informazione dell'opinione pubblica critica passerà sempre più dalla carta alla rete. Dunque non dobbiamo - come ci ammonisce Jaron Lanier - permettere ai teppisti di inquinarla con le loro farneticazioni e garantirne l'informazione, la cultura e l'eccellenza contro l'omogeneizzazione e il qualunquismo.
Google come aggregatore industriale di sapere, Wikipedia come aggregatore volontario di sapere, un'azienda strepitosa e un gruppo sterminato di volontari, non possono continuare a mischiare diamanti e cocci di bottiglia. Chi segue il dibattito su Wikipedia - vedi il Financial Times del 2 gennaio con l'inchiesta di Richard Waters - sa quanto questo riequilibrio sia importante: «È ormai duro controllare la qualità su Wikipedia, e interessi occulti possono fare correzioni con facilità , secondo il loro punto di vista. Andrew Lih dell'University of Southern California ci mette in guardia nel suo saggio «The Wikipedia Revolution»: «Il mio terrore è che poco a poco la verità goccioli tutta via, senza che nessuno se ne accorga».».
Ed ecco il link a una purtroppo interrotta registrazione del suo intervento a "Le grandi lezioni di giornalismo" su YouTube.
Il suo giudizio sul mio pezzo precedente e sull'intervento di Pier Luca Santoro: "C'è troppo ottimismo. Le forze della confusione sono bene organizzate online. Non ci sono Eden virtuali in terra" e "Information online: Eden @antoniospadaro Utopia @lucadebiase o Mondo Reale @evgenymorozov ? E per voi?"
update 2: Il professor Gianni Degli Antoni è intervenuto già ieri sul pezzo precedente:
«By gianni degli antoni on January 5, 2012 5:52 PM
Il nemico profondo della veridicità dei documenti è la loro lunghezza. La stampa..i media.. le discipline frammentano notizie conoscenze ed eventi..in funzione degli obiettivi dello SCRIVENTE.
I lettori oggi debbo deframmentare e ricostruire.. anche con varie mediazioni.. le notizie "originali"..
Un aspetto che caratterizza variamente tutti i documenti è la associazione al loro contesto..(dove quando come chi perchè..)
La associazione al contesto di per se non può caratterizzare la veridicità come ben riconosciuto nei documenti associati ad azioni militari..
Una cultura (ed i relativi supporti tecnologici) per una forma di comunicazione CONTEXT ORIENTED meriterebbe attenzione..
Grazie»
Il teatro merita molto più spazio. Il teatro è il luogo nel quale si celebrano i monumenti della storia dello spettacolo. È educazione, storia, classicità , nostalgia, approfondimento, ripetizione, ritrovamento. Ma è anche invenzione, sperimentazione, racconto vivo della contemporaneità . E può anche puntare a servire umilmente da luogo di narrazione dell'attualità .
C'è il teatro artistico e il teatro artigiano. E forse le due accezioni nel tempo possono finire per fondersi.
Quello che però si riconosce sempre nel buon teatro è la capacità di mettere insieme parole, gesti, scene, tempi, respiri, sudori, performance, partecipazione, commozione, feedback, immediatezza. E rischi d'impresa, biglietterie, preoccupazioni, sale che si devono riempire... L'ansia di sapere come andrà ... I limiti del teatro sono liberatori, i timori sono entusiasmanti, le finzioni sono autentiche... Da questo punto di vista, niente è come il teatro. E abbiamo bisogno di ritrovarlo nella nostra vita quotidiana, come una dimensione normale della vita mediatica.
1. Supercitato lo studioso di psicologia Mihályi CsÃkszentmihályi, autore di Flow:
"CsÃkszentmihályi identifies the following ten factors as accompanying an experience of flow
Clear goals (expectations and rules are discernible and goals are attainable and align appropriately with one's skill set and abilities). Moreover, the challenge level and skill level should both be high.
Concentrating, a high degree of concentration on a limited field of attention (a person engaged in the activity will have the opportunity to focus and to delve deeply into it).
A loss of the feeling of self-consciousness, the merging of action and awareness.
Distorted sense of time, one's subjective experience of time is altered.
Direct and immediate feedback (successes and failures in the course of the activity are apparent, so that behavior can be adjusted as needed).
Balance between ability level and challenge (the activity is neither too easy nor too difficult). A sense of personal control over the situation or activity.
The activity is intrinsically rewarding, so there is an effortlessness of action.
A lack of awareness of bodily needs (to the extent that one can reach a point of great hunger or fatigue without realizing it)
Absorption into the activity, narrowing of the focus of awareness down to the activity itself, action awareness merging.
Not all are needed for flow to be experienced."
2. Supercitata Jane McGonigal e il suo Reality is broken:
"I quattro caratteri che definiscono un gioco:
1. The goal is the specific outcome that players will work to achieve. It focuses their attention and continually orients their participation throughout the game. The coal provides players with a sense of purpose
2. The rules place limitations on how players can achieve the goal. By removing or limiting the obvious ways of getting to the goal, the rules push players to explore previously uncharted possibility spaces. They unleash creativity and foster strategic thinking.
3. The feedback system tells players how close they are to achieving the goal. It can take the form of points, levels, a score, oa a progress bar. Or, in its most basic form, the feedback system can be as simple as the players' knowledge of an objective outcome: "the game is over when...". Real-time feedback serves as a promise to the players that the goal is definitely achievable, and it provides motivation to keep playing.
4. Voluntary participation requires that everyone who is playing the game knowingly and willingly accepts the goal, the rules, and the feedback. Knowingness establishes common ground for multiple people to play together. And the freedom to enter or leave a game at will ensures that intentionally stressful and challenging work is experienced as safe and pleasurable activity."
3. Supercitato il modello di Fogg
4. Citato Roger Caillois e la sua definizione di gioco basata sulle sue compomenti essenziali: agon (competizione), alea (casualità ), mimicry (essere un ruolo diverso dal solito), ilinx (vertigine)
5. Citato Plantville. Gioco serio per simulare e imparare creato dalla Siemens. Ricordata la survey dell'Economist. Citata la scheda in questo blog. Supercitato Delivering Happiness di Zappos.
Il tema della gamification in azienda e soprattutto nell'ambito del cambiamento aziendale è affascinante quanto articolato. Di certo non è fingere che il lavoro sia un gioco.
Grazie ai contributi che persone gentilissime stanno inviando o segnalando. Pier Luca Santoro ha scritto un post di notizie e link per collegare game e impegno sociale. Giorgio Massaro ha reso disponibile la sua tesi di laurea sull'etnografia dei giocatori italiani di World of Warcraft. Stefano De Paoli ha terminato e diffuso il paper che ha realizzato con Aphra Kerr sulle dinamiche di critica sociale che emergono in una piattaforma di gaming. Una scheda in proposito si trova in questo blog.
Intanto, da non perdere, il servizio dell'Economist sul mondo del game.
I provider alternativi protestano perché temono che le nuove regole non garantiscano la concorrenza. D'altra parte la Telecom Italia vuole avere qualche garanzia per il ritorno degli investimenti e considera un eccesso di regole favorevole ai concorrenti come una minaccia. Il giusto equilibrio è estremamente difficile da trovare.
Sta di fatto che avendo lasciato l'unica rete fissa in proprietà dell'ex monopolista pubblico, la privatizzazione ha creato - non solo in Italia - una situazione nella quale solo la regolamentazione analitica può garantire la concorrenza. Una rete pubblica disponibile per tutti i provider di servizi avrebbe forse creato meno problemi. Ma la quantità di regole che questa scelta originaria ha reso necessarie è tale che ogni innovazione nel settore si trova impantanata in una guerra di lobby, in un'infinita serie di battaglie tecno-contrattuali, arricchendo gli studi legali più che alimentando il progresso del settore. I consumatori si trovano a subire. E gli osservatori esauriscono le energie nell'analizzare ogni minimo dettaglio regolatorio, immaginandone le conseguenze, ma senza mai poter arrivare a una visione chiara, netta e trasparente che consenta a chi investe e a chi acquista di poter scommettere su uno sviluppo di lungo termine del settore.
L'agenda digitale in questo modo si riempie di appuntamenti meno che importanti per la costruzione di un paese avanzato.
Sul podio dei vincitori sono saliti, oggi nella Sala Borsa di Bologna: Bari tv per la categoria miglior micro web tv informativa, Crossing tv (Bologna) per la categoria migliore web tv di denuncia, Sesto tv (Sesto - FI) nella categoria miglior web tv amarcord, Giovani in rete (Torino) nella categoria migliore web tv giovane, Scrittori tv (Vibo Valentia) per la categoria miglior web tv da community, Youcatt (Brescia) per la categoria migliore web tv universitarie, Provincia autonoma di Trento (Trento) nella categoria migliore web tv della PA e Riviera del Conero tv (Ancona) nella categoria migliore web tv di promozione territoriale. Tre le menzioni speciali assegnate a: Varese news (Varese) per il miglior format per web tv, Roma Uno (Roma) per la migliore tv locale multicanale e Board tv (Modena) per il miglior modello di business.Questo è un video di Crossingtv.it:
FUGGIRE/RESTARE from CrossingTV on Vimeo.
Il fenomeno dei giochi sociali su Facebook è stato gigantesco. E lo è tutt'ora. I soldi effettivamente girano. E il modello di business sta in piedi. Quello che manca attualmente sembra l'entusiasmo dei primi tempi, la libertà creativa delle piccole aziende che esplorano un mondo nuovo, la certezza di un ritmo di crescita sostenuto per l'avvenire. Siamo apparentemente arrivati al tipico rallentamento delle curve logistiche. Ma che male c'è? Per la finanza speculativa è un problema vero. Per il resto del mondo non sembra un grande problema. Vedremo se Zynga saprà adattarsi all'epoca storica in cui si presenta sul mercato finanziario.
Ma un fatto è certo. La gamification della vita sociale è un fenomeno che vive di mode, di eventi, di aggregazioni di attenzione non necessariamente continuative. Per coinvolgere, le storie devono sorprendere, gli incentivi a vincere devono affascinare e i software devono funzionare. Quando un fenomeno passa dalla fase esplorativa a quella della stabilizzazione la qualità deve crescere più della quantità .
Resta però l'impressione che nella cultura del gioco ci sia di più che un insieme di passatempi. C'è uno dei misteri della motivazione delle persone a impegnarsi e fare qualcosa con energia. Il dibattito intorno alla questione può avere dei periodi di maggiore e minore interesse, ma la tendenza segnala qualcosa di più profondo e importante.
Vedi anche:
L'esodo nel videogioco
Gamification non è packaging
Gamify
McGonigal: 10 mila ore di educazione
Dal Berkman Center arriva Herdict, un'iniziativa del professor Jonathan Zittrain per condividere le esperienze sull'accessibilità dei vari servizi online in ogni parte del mondo. L'analisi della censura può essere in qualche modo effettuata centralmente dalle università , ma uno scambio delle notizie generate dagli utenti che incontrano difficoltà di accesso ai servizi web può risultare più facile e vantaggioso.
Se un utente incontra difficoltà ad accedere a un servizio può guardare Herdict e scoprire se altri utenti hanno la stessa esperienza, magari trovando anche qualche spiegazione.
Earbits per esempio si presenta come un servizio per scoprire nuovi musicisti e per ascoltarli come alla radio senza pubblicità . Earbits vive fondamentalmente dei dollari che le band spendono sulla sua piattaforma per farsi trovare e ascoltare.
Altri servizi in questo spazio anche se con modelli di business diversi ce ne sono. Per esempio Spotify, Rdio, Mog, Slacker.
Mashable mostra quanto questi servizi sono cresciuti da quando Facebook consente lo scambio di segnalazioni musicali con gli amici. Numeri da boom esponenziale.
Apple ha costruito dal nulla la prima grande piattaforma che è riuscita a rivoluzionare legalmente il business della musica. Era l'epoca dei download. Ora sembra piuttosto che lo streaming sia protagonista, anche perché ormai la banda larga always on è molto più diffusa. E Facebook sembra aver preso l'onda. Mentre Ping, della Apple, non pare ancora molto nel radar. Vedremo.
1. L'obbligo di filtrare i contenuti per trovare chi infrange il copyright non può essere imposto in modo generalizzato ai provider ("because the copyright is important but not inviolable")
2. Quindi la protezione del copyright non può ridurre altri diritti come il diritto dei provider di non monitorare i casi di violazione del copyright, il diritto di privacy di terze parti, la libertà di espressione e di parola, il principio di proporzionalitÃ
La sentenza sembra sostenere la posizione che si sta sviluppando alla Commissione e portata avanti in modo coraggioso da Neelie Kroes.
Vedi anche:
Kroes fa un salto di qualità sul copyright - 21 novembre 2011
Io editore tu rete - 21 novembre 2011
L'arte fuori di sé - 18 novembre 2011
Brevetti e copyright - 7 novembre 2011
Il buono dell'editore - 7 novembre 2011
Occupy museums - 25 ottobre 2011
800 milioni di spettatori al mese
(oltre la metà non parlano l'inglese come prima lingua)
3,5 miliardi di video visti al giorno
(erano 3 miliardi sei mesi fa)
(erano 2 miliardi nel maggio 2010)
Anche Facebook ha 800 milioni di utenti. A quanto pare, almeno la metà usa il social network ogni giorno. (via Facebook)
Nel discorso, il commissario europeo all'Agenda Digitale porta all'attenzione dei potenti un'innovazione concettuale di enorme importanza e una conseguenza normativa molto seria.
L'innovazione concettuale è che la ricchezza della produzione culturale viene generata dagli autori. E la conseguenza è che la normativa va centrata a salvaguardia e incentivo dell'attività degli autori.
Il salto concettuale è fondamentale. Perché prima di questo intervento, nei piani alti del potere si faceva una gravissima confusione tra il ruolo degli autori e quello degli editori. Con la conseguente ossessione per il tema del copyright.
Il copyright è il punto di incontro tra gli interessi degli editori e quelli degli autori. Ma mentre per gli editori è fondamentale, e infatti lo difendono con ogni mezzo, è solo uno dei modelli di business che servono agli autori. Alcuni di loro ne traggono enormi guadagni, ma la maggior parte non ne tira fuori un reddito soddisfacente.
Kroes sa che gli autori sono i grandi generatori di senso e i creatori di nuova cultura. La capacità innovativa di un paese, la sua consapevolezza, l'apertura mentale della quale ha bisogno sono alimentate dal lavoro degli autori e degli artisti. Questi sono troppo spesso pagati pochissimo e sostenuti in modo del tutto insoddisfacente dall'attuale sistema governato dagli editori e dal loro modello di business basato sul copyright e concentrato ossessivamente sulla difesa del copyright.
Sarebbe assurdo annullare il sistema del copyright. Ma è altrettanto assurdo puntare tutto sul copyright, in un contesto nel quale è sempre meno facile difenderlo e sempre più facile creare modelli alternativi.
Il problema è che gli editori hanno gestito finora il migliore sistema possibile per trovare un reddito agli autori. Ma le difficoltà di quel sistema non si devono riversare sugli autori come se non esistessero altre strade.
È un discorso giusto anche per gli stessi editori, alla fine. Gli editori cercano giustamente di rigenerare il loro business, ma non dovrebbero farlo puntando a loro volta tutto sulla difesa a oltranza, ossessiva, del copyright. O addirittura sull'allargamento dello spazio culturale coperto dal copyright. Questo va contro i loro stessi interessi perché vede nel pubblico - che gli editori dovrebbero servire - il loro nemico: il pubblico, nella doppia accezione di pubblico dominio e audience - è referente e partecipante della produzione culturale. Senza il suo appoggio, la cultura resta confinata nelle opere di chi pensa di produrla: l'arte e le opere autoriali hanno senso solo quando sono adottate dal pubblico. È in quel momento che il senso che generano emerge davvero. Il pubblico della produzione culturale non può essere più considerato alla stregua di un insieme di consumatori: è parte integrante della produzione culturale e come tale va rispettato. E se sta cambiando, coinvolgendo anche i vecchi modelli di business, il rispetto impone l'ascolto. Gli artisti e gli autori questo lo sanno. Gli imprenditori della cultura lo devono imparare.
Questo passaggio avviene attraverso l'innovazione nel business editoriale. Questo significa anche una moltiplicazione dei sistemi di generazione di reddito per gli artisti e gli autori. La Kroes lo sostiene. E ha ragione.
Vedi anche:
Io editore tu rete - 21 novembre 2011
L'arte fuori di sé - 18 novembre 2011
Brevetti e copyright - 7 novembre 2011
Il buono dell'editore - 7 novembre 2011
Occupy museums - 25 ottobre 2011
Sergio è un attentissimo osservatore della dinamica della rete e delle problematiche connesse all'editoria. E non a caso propone un titolo che invita a pensare a una relazione culturalmente piuttosto primitiva tra editori e rete, implicitamente invitando i protagonisti a evolverla, migliorando la propria cultura in materia.
Il libro è veloce e si legge benissimo sia su un lettore che su un cellulare intelligente. Sull'iPhone è un godimento, nonostante le pagine siano piccolissime.
Sergio mi ha chiesto una prefazione. E mi ha dato il permesso di pubblicarla qui. Eccola:
La storia dell'editoria moderna parte probabilmente all'inizio del Settecento nel momento in cui la corporazione degli stampatori riesce a ottenere il privilegio per ciascun affiliato di poter essere l'unico a pubblicare il libro di un autore con il quale si è messo d'accordo per la gestione del suo copyright. Tecnologia e diritto sono fin dal principio alla radice del business editoriale. In particolare il controllo della tecnologia di accesso ai contenuti, consentiva agli editori di far valere senza particolari problemi anche il loro diritto allo sfruttamento delle opere. Ma le trasformazioni attuali sembrano aver sottratto agli editori il controllo delle tecnologie strategiche e, di conseguenza, la tenuta del sistema del copyright. La leadership dello sviluppo delle tecnologie per pubblicare e distribuire contenuti sta progressivamente ma inesorabilmente passando alle piattaforme online, ai motori di ricerca, ai servizi di vendita di libri e giornali in rete, alle aziende che producono computer, tablet, cellulari, lettori dedicati alla lettura e così via. In qualunque business, l'impresa che non ha alcun controllo sulla tecnologia fondamentale per lo svolgimento del business rischia di essere marginalizzata.
L'impresa che non governa la sua tecnologia può superare con successo il rischio di perdere quote di mercato se conserva in qualche modo una relazione privilegiata con il suo pubblico o con i suoi fornitori. E indubbiamente i marchi e le testate aiutano gli editori a resistere nel cuore del pubblico, mentre possono conservare un'attrattiva nei confronti degli autori se riescono a convincerli di essere ancora il miglior interlocutore per generare reddito con il loro lavoro. Ma entrambe le difese sono superabili.
La struttura del mercato editoriale sta cambiando radicalmente. Un tempo la scarsità fondamentale era sotto il controllo dell'offerta: ciò che era scarso era lo spazio per la pubblicazione. Oggi, su internet, quello spazio è illimitato, mentre la scarsità fondamentale è sotto il controllo della domanda: ciò che è scarso è, prima di tutto, il tempo e l'attenzione del pubblico. Sicché, nel mercato editoriale, la domanda controlla le fonti del valore mentre l'offerta deve conquistare il suo spazio centimetro per centimetro. Contemporaneamente, nella relazione con il pubblico, gli editori si trovano di fronte nuovi agguerriti competitori, spesso dotati di marchi importanti e meglio posizionati sul piano tecnologico: quelli dei motori di ricerca, quelli dei negozi online, quelli dei produttori di device. Inoltre, molti ex inserzionisti pubblicitari sono partiti alla conquista del tempo e dell'attenzione del pubblico direttamente su internet senza la mediazione degli editori. E del resto, anche per gli autori stanno emergendo molte e interessanti opportuità per valorizzare le loro opere che a loro volta non passano per la mediazione degli editori.
Il primo capitolo di chiunque operi nel business editoriale diventa la dimostrazione dell'unicità del suo servizio a vantaggio del pubblico. Segue, subito dopo nella scala di priorità , la riconquista di una forma di controllo della tecnologia. E in terza posizione c'è la rigenerazione della sua relazione con gli autori. In tutti i casi si tratta di fare un salto di qualità culturale: le vecchie soluzioni e le inveterate abitudini semplicemente non funzionano più: il salto culturale deve condurre a comprendere non come controllare ma come servire il pubblico, a trasformarsi da passivi fruitori ad attivi innovatori della tecnologia, a passare da rentier del copyright a promotori e valorizzatori dell'accesso alle opere degli autori. Si tratta di salti culturali che, spesso, appaiono troppo alti per gli editori troppo tradizionali. E che quindi favoriscono in certi casi i nuovi entranti nel business.
Sta di fatto, che il pubblico cerca ancora le funzioni fondamentali che in passato erano svolte solo dagli editori, per scegliere a che cosa dedicare il tempo, per riconoscere autorevolezza e credibilità agli autori, per accedere in modo comodo e a un prezzo giusto alle opere. Le protezioni che favorivano gli editori nello sfruttamento di queste funzioni non ci sono più, ma le funzioni hanno ancora valore. E il riconoscimento di questa opportunità potrebbe rivelarsi la spinta decisiva per gli editori a rinnovarsi profondamente, per sincronizzarsi con la storia attuale e allo scopo di scrivere la storia futura.
Per chi è interessato al tema e apprezza gli ebook c'è anche Cambiare Pagina, Rizzoli.
(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)
1. Steve Jobs, Walter Isaacson (Mondadori)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. John Kay, Il pensiero obliquo (Codice)
Discussioni anche su:
Google+
aNobii
Ha mostrato un'app che contiene la Bibbia e che ha la forma di una cattedrale. La sua attività si sintetizza nella Appdoit. Che va tenuta d'occhio.
Il suo progetto è generale un design italiano nel mondo digitale. Sulla scorta della storica esperienza - architettonica, sociale, culturale - che in Italia si è sedimentata. E che può essere valorizzata nel nuovo contesto, aperto dalla sfera digitale ridisegnata dalle tecnologie mobili-touch-localizzate nella quale oggi viviamo. Potrebbe essere un'esperienza capace di dimostrare e rafforzare l'idea del valore aggiunto italiano.
ps. Anche per la capacità di toccare l'informazione e il modo in cui ci confrontiamo con essa, sui tablet, riconosciamo più valore in una app di informazione fatta per essere usata con questo strumento.
I programmatori di questo genere di giochi, di solito, sono obbligati a prevedere moltissime situazioni e impiegano tantissimo tempo per realizzare il prodotto. Con Robotany, sono gli utenti stessi a inserire le situazioni e i comportamenti che i robottini che coltivano il bosco devono tenere. Da questo vengono fuori gli algoritmi del comportamento degli oggetti del gioco e il risultato si produce più in fretta e in modo più divertente.
Aperto il profilo su Diaspora, il nuovo social network fatto da volontari che promette di essere open source e orientato a garantire gli utenti in termini di controllo dei contenuti che postano e di privacy. I contenuti si potranno anche portare su un server di proprietà dell'utente. Si connette facilmente ai social network esistenti. Già localizzato in italiano. Propone subito di presentarsi in base ad argomenti di interesse che poi si possono seguire indipendentemente dalla conoscenza o meno di chi ne scrive. E a pensare alle persone con le quali si dialoga in base agli "aspetti" della vita quotidiana: famiglia, amici, lavoro, conoscenti. Ma si possono aggiungere altri "aspetti". C'è già anche la versione mobile, ovviamente. Ecco il blog di Diaspora.
Non si presenta come un attacco diretto a Facebook, ovviamente. Ottocento milioni di utenti non possono essere indotti in un giorno a pensare di avere sbagliato a scegliere la loro piattaforma in un giorno. Ma è una nuova alternativa. Ora non resta che provare la velocità della curva di apprendimento. Poi vedremo come va l'adozione.
Ieri c'è stato il primo filog (un filò, una chiacchierata serale) dedicato alle novità introdotte da Facebook sul profilo, l'integrazione delle applicazioni nel grafo sociale, l'evoluzione del grandissimo mondo che sta crescendo intorno alla creatura di Mark Zuckerberg. C'era Leopoldo Bianchi, responsabile Advertising & Platform di Facebook Dublin.
L'impressione è che Facebook sia concentrata sul miglioramento delle funzioni della piattaforma a favore degli sviluppatori di applicazioni. Ci sarà , come in Apple, un'approvazione preventiva delle apps. Gli utenti seguiranno più facilmente le attività degli amici con le applicazioni. Gli sviluppatori avranno la gran parte dello spazio delle pagine per attivare i loro modelli di business, comprese le inserzioni pubblicitarie autonome da quelle di Facebook. Acquisiranno le informazioni sugli utenti delle loro applicazioni sempre consultando le pagine delle statistiche offerte da Facebook stessa. Le applicazioni continueranno a farsi trovare come oggi: con inserzioni su Facebook, con link dal sito degli sviluppatori, soprattutto con le segnalazioni degli amici (niente search o elenchi...). La scarsità di informazione che deriva dalla mancanza di un modo più facile per trovare le apps valorizza il concetto generale di Facebook (segnalazioni tra amici) e forse alimenta il bisogno di promuoverle anche usando, e pagando, la piattaforma di Facebook. Tra le altre novità per le applicazioni c'è la libertà di scegliere il verbo che definisce l'azione delle persone che la usano: non più solo like, ma anche read, watch, listen e ogni altro verbo coerente...
Oggi Bianchi ha ripreso il discorso: dice che gli utenti di Facebook sono già 800 milioni (intanto il pianeta raggiungerà - si stima - lunedì i 7 miliardi di abitanti). Una persona che abbia 180 amici può arrivare all'ordine della decina di milioni di persone sul grafo sociale... L'impatto di un messaggio su Facebook è potenzialmente molto importante.
La pubblicità su Facebook è una storia che spesso parte dall'utente che racconta una cosa su un brand o diventa fan della pagina di un brand. È un'ottima idea per le aziende quella di assecondare le scelte e le preferenze rivelate dagli utenti invece di imporre la loro storia.
Tra l'altro queste scelte - grazie all'introduzione della timeline - non passano più velocemente, ma restano a lungo, sono messaggi persistenti. Meglio della televisione, in fondo, dice Bianchi. Timeline focalizza il profilo verso l'identità .
«Siamo un'azienda di 3mila persone. Siamo ancora pienamente una start up. È bello lavorarci. Per i clienti qualche volta è una frustrazione, se trovano qualche bug. Ma siamo appassionati» dice Bianchi. E in effetti, come in tutte queste imprese che nascono e crescono velocemente, ogni versione è un po' una beta in continuo miglioramento.
Grazie al Sole 24 Ore che ci consente di continuare a esplorare le possibilità di espressione giornalistica che si sviluppano nel mondo digitale. E soprattutto grazie a tutti coloro che ci sostengono scaricando e usando l'applicazione.
Guardando alla meravigliosa lista delle creazioni che hanno vinto l'oro, l'argento e il bronzo dei Lovie Awards, scopriamo quanto abbiamo ancora da imparare. E con razionale ed entusiastica umiltà ci rimettiamo a lavorare. Augh!
Stiamo parlando del comportamento dell'11% degli adulti che vivono negli Stati Uniti. Sono i possessori di un tablet. E la metà di loro usano il tablet ogni giorno per accedere alle notizie.
Il 77% dei possessori di tablet usa questo strumento tutti i giorni. E queste persone passano in media 90 minuti al giorno sul loro tablet. L'attività di gran lunga più popolare è consultare il web: 67%. La seconda attività più popolare è leggere e mandare mail: 54%. La terza attività più popolare è leggere le notizie: 53%. Social network (39%) e giochi (30%) vengono nettamente dopo. Leggere i libri è limitato all'17%. I video sono ancora più in basso: 13%.
Il 77% dei possessori di tablet usa questo strumento per leggere le notizie almeno una volta alla settimana. E il 30% di loro dice di passare più tempo sulle notizie di quanto non facesse prima. Il 42% dice di leggere regolarmente articoli di approfondimento sul tablet.
Il tablet è uno strumento ergonomicamente diverso dal pc e non per nulla si usa in modo diverso. Ha due punti di forza: la mobilità e la leggerezza, quindi viene usato durante gli spostamenti e sul divano. Entrambe situazioni in cui si è più disposti a passare del tempo di approfondimento. In effetti, il tempo della lettura dei quotidiani sul web via pc è mediamente 70% (dice Hal Varian) mentre il giornale di carta è 25 minuti: e si direbbe che l'iPad si faccia leggere con tempi che vanno più verso quelli del giornale di carta che quelli dello schermo del pc.
Se le persone dedicano più tempo alle notizie sull'iPad e se sono più disposte a leggerci degli approfondimenti, saranno più condotte a riconoscere valore nelle informazioni che trovano sull'iPad. È un equivoco (anche sul pc troverebbero probabilmente contenuti di analogo valore) ma non un'assurdità : nel nuovo scenario dell'editoria, nel quale la scarsità fondamentale non è lo spazio sul quale si scrive ma il tempo di chi legge, il valore è definito dalla domanda, non dall'offerta. E se la domanda vede il valore nell'insieme di contenuto e strumento, allora quello è il valore che conta.
Quanto a usare il tablet per fare browsing sul web e per consultare le apps, si osserva un'ulteriore selezione per qualità di attenzione. Chi usa le apps appare dai dati come una persona ancora più attenta di chi usa il tablet per andare sul web. Quindi le apps interessano una parte degli utenti di tablet. La più disposta a dedicare tempo alle notizie. E di questi, una parte è disposta a pagare.
Insomma: si va formando una piramide di comportamenti. Dal velocissimo scambio di link a notizie sui social network (pochi secondi di attenzione), alla consultazione dei notiziari sul web col pc (70 secondi), alla consultazione delle notizie sul web con il tablet, alla lettura delle apps di notizie, al pagamento delle apps. Gruppi di persone sempre più ristretti ma disposte a riconoscere un valore sempre più largo. (Sì, non stiamo parlando di telefonini e smartphone in questo post, ma andrebbero tenuti in considerazione anche loro).
L'idea non può che essere quella di scegliere in quale posizione si vuole essere e stabilire un modello di costi adeguato a sostenersi con le dimensioni di pubblico che esistono nelle diverse scale di attenzione citate.
Di certo, per chi si occupa delle parti alte della scala, quelle dove ci sono lettori attenti e disposti a riconoscere il valore dell'informazione proposta, l'offerta deve essere adeguata. Qualunque tradimento delle aspettative di approfondimento e qualità , in quella dimensione, non potrebbe essere perdonato.
Occupare Wall Street era chiaro e quella manifestazione aveva generato ondate di approvazione e imitazione in molte parti del mondo.
Ma ora il movimento americano si rivolge contro i musei d'arte accusandoli di far parte della stessa logica. Nelle spiegazioni di chi protesta, la finanza avrebbe preso possesso dell'arte moderna e ne avrebbe fatto una parte del suo perverso meccanismo. Occupare i musei è un gesto artistico che consente alla popolazione di riappropriarsi di un bene prezioso come, appunto, la generazione di senso artistica.
Rassegna:
Taking the Protests to the Art World
Monster Mash: Occupy Museums takes root
Occupy Wall Street Movement Declares War on NYC Museums as "Temples of Cultural Elitism"
Why is Occupy Wall Street Protesting NYC Museums, and Not Super Rich Galleries and Art Fairs?
Il programma di chi intende occupare i musei:
The game is up: we see through the pyramid schemes of the temples of cultural elitism controlled by the 1%. No longer will we, the artists of the 99%, allow ourselves to be tricked into accepting a corrupt hierarchical system based on false scarcity and propaganda concerning absurd elevation of one individual genius over another human being for the monetary gain of the elitest of elite. For the past decade and more, artists and art lovers have been the victims of the intense commercialization and co-optation or art. We recognize that art is for everyone*, across all classes and cultures and communities.
C'è un pensiero generoso e forse artistico in questo discorso. Certo, c'è anche un sapore ideologico molto forte. Ma è pur vero che il successo economico degli artisti era a sua volta diventando troppo l'unico metro di misura della loro arte.
Solo la non-violenza e il disinteresse faranno di questo messaggio una forza da ascoltare per rinnovare l'energia creatrice dell'arte.
Vale la pena di segnalare due libri in proposito.
Da leggere Seven days in the Art World. Un libro disincantato e informato sul mondo dell'arte contemporanea che collega i pezzi del mosaico in modo divertente da leggere. Sarah Thornton ne emerge come una scrittrice da seguire.
L'innovazione nell'arte è legata, come in molti settori anche all'innovazione dei mezzi digitali. E a questo proposito si segnala il libro di Andrea Balzola e Paolo rosa: L'arte fuori di sé.
Giustamente, nel 1969, Niel Postman, co-autore di Teaching as a subversive activity (qui un pdf libero), riprendeva la frase di Heminway per spiegare quale fosse il ruolo dell'educazione in un'epoca che non poteva permettersi di non coltivare il pensiero critico: il suo metodo di insegnamento tendeva a indurre all'apprendimento critico i ragazzi attraverso un percorso di lezioni a base soprattutto di domande. Qui un discorso di Postman. (Peraltro non esiste un'epoca in cui ci si possa permettere di non colvitare il pensiero critico e Nathan Gilmour propone una piccola bibliografia storica in materia di crap detection). A TED alcuni speech sono orientati a discutere e sostenere il pensiero critico.
E Howard Rheingold offre una serie di consigli pratici per riconoscere le boiate e alimentare il crap detector quando si consulta quello che è pubblicato in rete. Rheingold è chiaramente un grande sostenitore dell'innovazione provocata dalla rete, ma non si nasconde la quantità di spazzatura culturale che contiene. E anzi, proprio per proteggere la rete da un'involuzione che la renderebbe praticamente inutilizzabile, Rheingold propone di diffondere un sistema di crap detection sempre più diffuso. Che parte da noi e dalla nostra capacità di apprenderne e scambiarne i rudimenti fondamentali. (È bello questo argomento, perché è serio, ma chiunque se ne occupi, Hemingway per primo, scrive con una bella dose di ironia). «L'inquinamento online è enorme, ma risolvibile» dice Rheingold. I principi fondamentali per riconoscere le pagine web credibili e quelle che sono fondamentalmente boiate):
1. Chiediti chi è l'autore (se non c'è autore l'indicatore del crap detector sale molto)
2. Quando trovi l'autore vedi che cosa ha fatto in passato e che cosa ne dicono gli altri (ma cerca di qualificare anche questi altri che dicono qualcosa di lui)
3. Valuta il design del sito (mica deve essere superavanzato, ma se è troppo, troppo amatoriale può indicare un autore troppo solitario per essere davvero attendibile)
4. Vedi se l'autore offre documenti e link per attestare quello che afferma
5. Cerca se altri hanno linkato e citato questa pagina (e se l'hanno condivisa su posti come Delicious)
6. Non sei paranoico se sospetti che qualche sito sia fatto apposta per imbrogliarti
7. La regola generale è: triangola, fai verifiche. Se per esempio ti occupi di questioni di ricerca o scientifiche, prova a cercare l'autore anche nelle pubblicazioni che tengono traccia della conoscenza da lui generata (Rheingold cita: «use the scholarly productivity index that derives a score from the scholar's publications, citations by other scholars, grants, honors, and awards. If you want to get even more serious, download a free copy of Publish or Perish software, which analyzes scientific citations from Google Scholar according to multiple criteria.»)
Rheingold fa molti altri esempi e cita diversi altre letture da fare per sviluppare un buon crap detector. Tra questi: John McManus per identificare il giornalismo affetto da partigianeria; Snopes per riconoscere le leggende metropolitane; e Factchecked.org, di Annenberg.
In italiano, sappiamo naturalmente del grande lavoro che fa Attivissimo. Nel nostro contesto, probabilmente siamo dotati di un termometro del crap detector che segna sempre qualche cosa vicino al massimo: ma il sospetto e la malfidenza sono talmente costanti da diventare scetticismo e cinismo. Finisce che non crediamo a niente, neanche a noi stessi. Sarebbe meglio fare di più per individuare le boiate con metodo e costanza, in modo da distinguere anche le buone idee. E valorizzarle. Per essere autori della nostra vita, dobbiamo riconoscere le boiate. E poi sviluppare le buone idee. Fare migliori servizi di documentazione delle boiate e un'ottima idea. Imho.
Link da non perdere in tema di rapporti tra autori ed editori:
Giuseppe Granieri, scrive "la via del self-publishing", per il Mulino
Le nuove possibili libertà degli autori, per Nathan Bransford
Metapublishing, su indiereader
L'argomento è enorme. Grazie per ogni commento, magari con link a letture suggerite...
Non è che ci volesse molta intelligenza per capire che sarebbe successo. Se ne parla dal 1995. Certo, con l'avvento degli ereader o tablet di successo, dal Kindle all'iPad, il processo sembra aver subito un'accelerazione significativa.
L'ipotesi strategica deriva dalla storia dell'editoria. È un'ipotesi centrata sulla tecnologia.
Oggi gli editori tradizionali non controllano più la tecnologia. Tentano di salvaguardare il copyright come principio. Ma non possono obbligare gli autori a cederlo proprio a loro. La competizione tra gli editori si è complicata con l'arrivo di nuovi protagonisti, come Amazon, che guardacaso, sono quelli che controllano lo sviluppo della nuova tecnologia per pubblicare, leggere, distribuire e vendere i libri.
Si direbbe che la tecnologia sia il punto di partenza dell'industria editoriale. Ovviamente la cultura e la produzione autoriale si appoggiano in parte su questa industria, ma hanno una dinamica relativamente indipendente e possono spostarsi da un'industria a un'altra, da un modello di business a un altro. Per gli editori, invece, la tecnologia è decisiva: perché chi controlla la tecnologia ha le carte vincenti per controllare il flusso del denaro.
Oggi gli editori hanno la chance di difendersi. Ma solo imparando la tecnologia e cominciando a innovare a loro volta. Altrimenti saranno soppiantati dai nuovi innovatori della tecnologia per la pubblicazione.
In questo caso, la filiera editoriale attualmente conosciuta si spaccherà in molte diverse funzioni: scelta e valutazione del valore qualitativo delle opere, marketing, editing, titoli e copertine, forme di archiviazione, e così via. Non c'è ragione perché queste funzioni spariscano: anzi, dovranno crescere. Non c'è ragione perché non continuino a essere svolte dai vecchi editori, ridimensionati. Ma non c'è ragione perché non vengano svolte anch'esse da nuovi soggetti.
L'editoria tradizionale, dopo quindici anni di internet, si stupisce ancora delle conseguenze dell'innovazione tecnologica. È ora che smetta di stupirsi e cominci a innovare. La competenza degli editori è ancora enorme e preziosa. Nel tempo, alle funzioni industriali e commerciali hanno aggiunto una rara capacità di influire - spesso positivamente - sulla produzione culturale. Sono diventati a loro volta protagonisti dell'avanzamento culturale. Questa competenza non andrà dispersa, perché anche i nuovi potenziali soggetti emergenti nasceranno da quella storia, ma non è sicuro che l'equilibrio culturale migliore sia quello in cui da una parte ci sono pochissime piattaforme globali e dall'altra ci sono miriadi di piccoli soggetti che fanno gli autori, gli scopritori di talenti, i recensori, i consulenti di marketing, e così via. Un buon equilibrio richiederebbe forme di aggregazione più ampie non solo dalla parte della commercializzazione ma anche dalla parte della produzione di idee. Probabilmente.
In ogni caso da innovare c'è molto. Penso per esempio alle forme di memorizzazione che il sistema della biblioteca con gli scaffali di libri garantivano e che invece si volatilizzano con i reader che a loro volta contengono metafore di scaffali molto meno efficaci per chi debba ricordare dove ha letto che cosa. I reader sono fantastici invece per selezionare e ritrovare le sottolineature e le citazioni, anche se si può fare molto di più di quanto si faccia ora, per aiutare la memoria a non abbandonarsi completamente all'idea che tanto tutto è registrato in una macchina: il pensiero ha bisogno di ricordare non solo di sapere come ritrovare. Ci sono innovazioni nella gestione della conoscenza, ma anche nella valutazione delle autorità culturali emergenti che poche piattaforme tenderanno sempre a dare attraverso formule più o meno quantitative e che invece richiederebbero a loro volta percorsi qualitativi più attenti. Sono solo piccole idee sui filoni di indagine che si possono sviluppare. Del resto, l'archiviazione della conoscenza e il suo riutilizzo sono decisivi per non abbassare il livello complessivo della cultura. E qui c'è tecnologia da innovare. Per adesso le piattaforme surfano sulla superfice del fenomeno. L'innovazione profonda è ancora tutta da fare. Ma qualcuno di certo ci sta lavorando. E quindi per gli editori tradizionali, nell'ipotesi qui formulata, non c'è più moltissimo tempo da perdere. Imho.
Il passaggio è enorme e difficile, come documentano le difficoltà segnalate da Tuaw.
Molti gradiranno la sincronizzazione facilitata di tutta la memoria dei vari apparecchi. Specialmente gli iPhone e gli iPad ci guadagnano enormemente. I Mac si adattano al nuovo ruolo. Ma mantengono i gradi di libertà in più che i sistemi operativi mobili non hanno.
In questo passaggio noi utenti possiamo seguire l'onda o pensare in modo consapevole.
Per essere consapevoli, dobbiamo ricordare che:
1. nell'internet mobile non c'è network neutrality, nell'internet fissa c'è
2. i sistemi operativi mobili hanno capacità orientate alla fruizione più che alla creazione, mentre i sistemi operativi dei computer sono ancora orientati più alla creazione che alla fruizione
3. la memoria personale che sta sul computer è un valore non paragonabile alla memoria spersonalizzata che sta nella nuvola
Per essere pragmatici possiamo pensare che:
1. quello che è comodo è comodo e va usato, come la sincronizzazione remota di ogni oggetto che contenga cose "pubblicabili"
2. quello che è riservato è riservato e va tenuto sulla propria memoria "personal"
3. mantenere e coltivare la conoscenza di come funzionano le cose che usiamo ci salva dalla dipendenza da quelle cose e dalle aziende che le producono
La registrazione dei fatti della vita quotidiana va nella nuvola. Gli strumenti che servono ai nostri atti creativi e liberi non sono tutti nella nuvola.
Oggi acquistiamo una libertà in più. Ma solo se non dimentichiamo la libertà che ci conquistiamo da soli.
Il prezzo appare motivato dalla ricerca di un equilibrio con i prezzi per gli abbonamenti e le vendite in edicola della versione cartacea, ma non sembra trovarlo perché tiene con ogni evidenza conto del fatto che la versione iPad non deve pagare il trasporto, la rotativa, la carta e l'edicola. Ma deve pagare quasi un terzo del prezzo alla Apple. D'altra parte, evidentemente, il prezzo non poteva essere troppo elevato, visto che comunque la vendita di app di notizie resta ancora difficile da proporre al mercato.
Sta di fatto che le app producono un fatturato per utente non troppo dissimile da quello della carta, mentre il web produce un fatturato per utente di un ordine di grandezza inferiore. Il problema delle app è che non fanno per ora grandissimi numeri di vendita. Mentre il problema delle versioni web è che pur facendo grandi numeri di lettori non arrivano sempre a fare grande fatturato. La transizione dalla carta al digitale è ancora lunga. Ma l'iPad sembra porre le basi per renderla un po' più gestibile.
Come?
A Ricucire l'Italia, oggi all'Arco della Pace, a Milano, non hanno parlato molto di soluzioni ma di metodo. E probabilmente è il contenuto più importante al momento. Per ricostruire a partire dalla Costituzione e da ogni possibile terreno comune tra i cittadini italiani.
Certo, le soluzioni e le azioni devono venire fuori. Guzzanti ha parlato di dell'occupazione di un teatro a San Lorenzo, dove volevano fare un casinò, e nel quale la cittadinanza ha creato un'atmosfera attiva di spettacoli, dibattiti, forme di lotta. Ricucendo il quartiere come lei pensava inimmaginabile ("prima, mi sentivo una sopravvissuta in un quartiere di zombie"). Pisapia ha parlato del vento nuovo che lo ha portato alla carica di sindaco di Milano. Le soluzioni probabilmente verranno fuori da queste piccole-grandi situazioni. Ma in fondo è ancora una questione di metodo.
Anche Timu è un metodo: per i cittadini che vogliono fare sentire la loro informazione e la vogliono diffondere in modo credibile e significativo. Speriamo serva per diffondere la pratica dei civic media. (cfr. da un forum del 2007 all'istituto di Ethan del 2011)
In entrambe le occasioni, l'eco di una domanda si è sentito forte e chiaro: ma perché gli italiani non si ribellano? Una voce diffusa all'estero e che si va diffondendo anche da noi, con la sua conseguenza: se ci teniamo questa situazione siamo conniventi? Dov'è l'Italia per bene, che lavora per bene, che rispetta le leggi e gli impegni? L'impressione che in entrambe le occasioni, l'analisi sia stata che il tema si svolge in tre passi: 1. rendiamoci conto delle nostre macerie culturali, 2. ristabiliamo un metodo sul quale siamo tutti d'accordo, 3. procediamo con l'azione in una prospettiva più chiara, oltre la nebbia del presente.
Non basta il metodo. Certo. Occorre che il metodo e l'azione comincino a generare fatti. A ritmo sostenuto.
I conservatori hanno in genere poche idee. Di solito sperano che le cose restino come sono. Lavorano per custodire quello che esiste. Talvolta si dividono tra coloro che vogliono conservare tutto e coloro che vogliono conservare solo quello che c'è di buono tra le cose che esistono.
I dittatori hanno una sola idea. Quella di restare al potere. Tutte le altre idee sono strumentali a questa. Quindi offrono solo un'alternativa: o la dittatura si accetta o si rifiuta.
La struttura del consenso viene influenzata da queste caratteristiche dei soggetti presi in considerazione. Il consenso si divide tra le molte idee degli innovatori, tra le poche idee dei conservatori e tra le due opzioni poste dai dittatori. Semplificando, l'innovazione è una questione di nicchie più o meno vaste. La conservazione aggrega un po' di più. La dittatura è fatta per aggregare tutti. È facile acconsentire a un dittatore e ci vuole molto coraggio per dissentire. È più difficile dimostrare perché adottare un'innovazione ed è ben poco rischioso dichiararsi contrari a un innovatore. La valutazione dell'innovazione richiede una certa attenzione e competenza.
Al massimo gli innovatori riescono ad aggregare un numero di persone superiore all'entità delle nicchie cui si riferiscono le loro innovazioni per motivi di carisma, di biografia, di fascino. E quando le loro innovazioni riescono a soddisfare molti punti di vista contemporanemente. Ma molto raramente quegli sconfinamenti portano a consensi maggioritari sul merito delle loro innovazioni.
La discussione su Steve Jobs è stata un esempio lampante di questa situazione. Grazie al suo carisma e alla qualità della sua biografia ha raccolto un consenso molto più vasto di quello raggiunto dalle sue stesse opere. Ma le sue innovazioni sono discusse e difficilmente maggioritarie (se non per nicchie, come nel caso della musica).
Proprio nel giorno più adatto a celebrare la storia di Steve Jobs non sono mancate le critiche al suo operato. E si può star certi che queste argomentazioni cresceranno nel tempo. Il più duro critico è stato Richard Stallman che ha visto nell'opera di Jobs un effetto maligno sull'informatica, per la chiusura privatistica delle sue architetture. Stallman, il pioniere del movimento per il software libero peraltro viene spesso criticato per il fatto che in fondo tutto quello che ha fatto è stato possibile grazie ai finanziamenti del Pentagono. Alla fine ciascuno dei due è criticabile, ma varia il contesto valoriale dal quale partono le critiche. La moltiplicazione dei punti di vista sull'innovazione e sui modi per valutarla divide il consenso degli innovatori tra molti modelli e molte idee, disaggregando l'opinione generale in nicchie più o meno grandi.
Forse è per questo che in televisione, dove si possono analizzare meglio le questioni semplici, tipo sì o no, vanno meglio coloro che hanno meno idee da discutere. Forse è per questo che su internet c'è più spazio per le interminabili discussioni degli innovatori.
Ma non è detta l'ultima parola. Perché la televisione sta moltiplicando i canali. E internet sta cercando nuove forme per arrivare a soluzioni sintetiche.
Una popolazione abituata da 30 anni a dibattiti fatti solo di "sì" contro "no" dovrà riconfigurare alcuni suoi tratti culturali per poter comprendere i nuovi dibattiti che emergeranno in questa situazione. Questi resteranno minoritari a lungo. Ma faranno apparire sempre più chiaramente i dibattiti apparentemente semplici che prevalgono oggi in tv per quello che sono: banali. Già oggi ci sono dibattiti nei quali i conduttori riescono a superare la gabbia del "sì" contro "no". Ma non sono moltissimi. L'evoluzione dei media potrebbe far ritenere che i programmi un poco più complessi potranno diventare più numerosi.
ps. Dal punto di vista culturale, 30 anni di dibattiti strutturalmente banali, quelli dove si può scegliere solo tra "sì" e "no" hanno lasciato macerie intellettuali e certamente richiederanno una ricostruzione, come un dopoguerra. Chi si vuole impegnare in questo dovrebbe sapere che sarà comunque un'attività di nicchia e che, probabilmente, non genererà dei risultati maggioritari per parecchio tempo. Questo era un contributo alla riflessione di Luca sulla scarsa audience di un programma sull'innovazione.
«I media sono metafore». Questo per Ortoleva è in sintesi estrema il pensiero del maestro della ricerca sui media. L'etimologia greca della parola, metafora, parte dalla nozione di trasportare per arrivare all'idea di trasformare: sicché i media trasportano e trasformano il messaggio.
Avendo adottato per anni il libro di McLuhan per i suoi corsi universitari, Ortoleva ha visto generazioni di studenti impegnarsi a comprenderlo: la sua prefazione è una sintesi imperdibile di quella grande esperienza.
Qui invece una lezione di Ortoleva su McLuhan Galaxy per la Faculty of Information della University of Toronto:
A Classic on the Edge: Peppino Ortoleva on Marshall McLuhan from SiG @ MaRS on Vimeo.
La motivazione, nelle parole di Derrick de Kerckhove, Presidente della giuria, alla consegna del
premio: «Per l'esperienza pioneristica del settore unita alla capacità di sfruttare al meglio, nella ricchezza dei contenuti e nell'armonia grafica, le caratteristiche dell'interfaccia tablet.»
La notizia sul Sole 24 Ore. Altre notizie sulle iniziative culturali di Lugano. Il sito del premio Moebius.
Massimo Marchiori che ha lavorato al progetto lo sta spiegando oggi a Kracovia. La forza della rete al servizio della collaborazione tra scienziati e media.
Il progetto è in preparazione. Le promesse sono elevate. Vedremo la realizzazione.
L'ispirazione è basata su poche regole:
1. semplicità : l'esempio è l'attuale sito di Obama (are you in? lasci la mail e clicchi I'm in
2. usabilità : non come un oggetto di design ma che non si usa bene
3. no dilution: ambiente controllato, non anonimo, nel quale si sa chi sono i partecipanti, l'informazione non si diluisce nel rumore
4. complexity: ci vogliono molte persone per fare un'innovazione e la complessità di gestire l'interazione tra molte persone va pensata a livello di progetto
5. gruppi: facile costruzione di gruppi di lavoro internazionali e interdisciplinari (gruppi organizzati come estensione del cervello individuale)
In Krakow there is a discussion about innovation in scientific information. Science can do a lot to improve the way it is communicated, but the media can learn a lot from science about the existence of an "epistemology of information". The .
Organizzazione: Atomium Culture.
Nuria Molinero, direttore delle comunicazioni della Fundaciòn Espanola para la Ciencia y la Tecnologia. Lavora per migliorare la qualità dell'informazione che i media tradizionali diffondono sulla scienza, collegando i giornalisti agli scienziati per aiutarli a controllare i fatti. Di solito questo avviene sui temi per i quali non c'è fretta di pubblicare, perché richiede tempo.
Lydia Aguirre, vicedirettore di El Paìs, la concorrenza dei nuovi media sociali ha conseguenze pesanti sui media tradizionali. La loro condizione economica è oggi in chiara difficoltà . I giornali hanno moltiplicato gli sforzi per rispondere alla sfida. Fanno molti mestieri in più, per lavorare su tutte le tecnologie, controllare tutti i dati, aggiustare le notizie ai diversi media. Internet è stata la migliore cosa che è successa al giornalismo dall'introduzione del primo emendamento. Il nostro pubblico è cresciuto molto. In questo contesto abbiamo scoperto che le informazioni sulla scienza sono molto gradite dal pubblico. Le notizie sulla scienza vanno sempre in testa alle nostre classifiche.
Ho sostenuto che:
1. l'informazione gratuita che i cittadini, gli scienziati, le organizzazioni stanno diffondendo in rete non è la causa della crisi dei media tradizionali, ma è una forma di concorrenza; il punto di forza è la quantità di argomenti che i cittadini possono coprire con modelli di business molto meno costosi
2. il problema dei media tradizionali è cogliere i segnali costruttivi di quella concorrenza e innovare, scegliendo tra contrastare i nuovi media o allearsi con essi, cercando di fare simbiosi sulla base di un punto di forza da coltivare, come per esempio il servizio di controllo delle notizie
3. se i media tradizionali hanno un ruolo di autorità e controllo dei fatti e se non sono fedeli a questo ruolo perdono credibilità e perdono la possibilità di seguire costruttivamente la strategia dell'alleanza e si devono necessariamente porre come nomici della rete; ma in questa strategia probabilmente perdono, perché la rete continua a crescere
4. i media devono dunque recuperare un autentico ruolo di qualificazione delle informazioni anche ridiscutendo il metodo che seguono per trovare e pubblicare le notizie
5. l'esperienza dell'epistemologia, sofisticatissimo pensiero che ha aiutato la scienza a crescere, può servire ai media per sviluppare un metodo di ricerca più chiaro e affidabile; se il metodo scientifico - o una consapevolezza migliore intorno al metodo dei dati, le ipotesi, le teorie, la verifica ecc... - si diffonde nei media, anche per la scienza ci sarà più comprensione da parte dei media e maggiore e migliore copertura della scienza. Imho.
Il caso dei neutrini ha dimostrato che siamo ancora indietro in tutto questo, salvo che su un punto: il social media ha saputo reagire subito alla gaffe della ministra. Il fact checking che ne è seguito è stato molto costruttivo sia per i giornali, sia per i social media, sia per gli scienziati.
Per la ministra non sembra aver accelerato la curva di apprendimento. Ma questa è un'altra storia.
Beh, per la verità , si direbbe che "diffident" significhi "timido", "modesto" più che "diffidente". Però l'idea è che nel mondo della rete, di fronte alle crescenti minacce dei produttori di malware, l'unica strada praticabile per gli internettari fosse quella di diffidare delle proposte poco chiare.
"Consapevolezza" è in effetti la parola chiave per sintetizzare i consigli degli esperti che oggi hanno parlato alla Social Media Week di Milano, nel convegno Safety Technology. La tecnologia può combattere i criminali ma non vincerli al 100 per cento, dicono a Kaspersky, per esempio.
Certo, non si vincerà mai pensando di giocare a "guardie e ladri". I criminali che mettono in giro malware fanno un sacco di soldi, facili e con pochi rischi. Aumentare i rischi, rendere la loro vita più difficile, fare in modo che i soldi siano di meno, sono tutte buone azioni dei sostenitori della legalità . Ma non basteranno mai alla piena sicurezza. Questo è quanto hanno detto tutti i relatori. Occorre una visione di ecosistema, nella quale molte forze e molti interessi concorrano a isolare e controbilanciare l'iniziativa dei criminali.
Intanto, sono emersi alcuni consigli pratici:
1. usare molte password diverse, tenerle a mente, generarle con una specie di algoritmo personale.
2. aggiornare sempre il software che si usa
3. usare software meno diffusi e non quelli maggioritari
...
La raccolta di "consigli pratici" continua. E i contributi sono benvenuti.
My contribution, it seems, has helped them to open their views in a weird way: they needed, it seems, to get over the cutting edge problems that they face in their day to day life, and to go back to where part of the rest of the world is, or where at least Italy is: somewhere in the past.
Why should such a contribution be in any way interesting? History is done by leading, innovative contexts, such as the MediaLab, but it is also done by the laggards. Italy, as I have been saying, is a laboratory of how some media decisions can go very wrong. But there is hope and, most important, responsibility to be taken.
Two messages in one: where traditional television is still very important, the social and civic media space is even more strategic. In a place such as Italy, civic media is fundamental to generate a more equilibrated media landscape. And the year 2011 will be remembered because: 1. for the first time, internet users in Italy were more than 50% of the population; 2. three national and very important referenda were won by those that campaigned online, while television was almost completely silent (id.e. adverse) about the matter.
Hope should be linked to responsibility.
The MediaLab folks showed a fantastic knowledge of what Italians have been able to contribute in terms of politically innovative usages of the media, from Antonio Gramsci to the "radio libere" movement and to Beppe Grillo's blog. But I have also stressed that those wonderful examples were also "minoritarian by design". And I sort of proposed to find some more responsible ideas, in terms of possibilities to involve a more substantial part of the population or even the majority. Civic and social media are not condemned to stay minoritarian. They are made for everybody. But what do we need to get there?
I proposed a very simple - maybe naif - approach:
1. the television age has grown illiteracy, but we need to reduce funcional and digital illiteracy to make the most of civic media;
2. following Ethan, the media space is more like an ecosystem than an industry, and the positive relationship that can be developed between professional newspapers and citizens contributing to information is going to be instrumental to the success of the whole innovative process that we are facing and living;
3. the civic media space needs a sort of practical "epistemology of information", some sort of common methodology to enlarge the space of agreement about some shared and sharable knowledge; a sort of balkanization of the civic media space would make it weaker in comparison with old-traditional-powerful media (and the danger is real).
Ahref, with Timu, is trying to propose such an approach. We will see how it is received. It is a simple approach. But just telling everybody that you follow some simple methodological principles when you generate and share information, could make a difference. A more transparent behavioural code could be embedded in a platform code to create incentives that could help grow a common space of information.
But we also added, during the discussion at the MediaLab, that participation will not be motivated by that sort of common methological pattern. It is much more likely that participation comes if there is something cool, or important, or revolutionary to do.
New formats, new initiatives, new editorial presentations for civic media project are as much important as the methodology: they motivate people, they make their ideas more noticed, they make big media more interested in reporting, they are more fun. The common methodological grownd is good for a long term objective. Formats are good for taking action.
The MediaLab folks asked me what's new in Italy about this matter. They were impressed by the lack of protests and revolutionary movements in Italy at the moment. I don't know why that happens, but it is clear that what Italians see as "cultural innovation", today, is more about finding a common space for knowledge. A common sense of what is the important information that we can share and from which we can build something new would be a revolution, for Italians: any antagonist action, while damned to lose, has also become part of the distraction strategy that has been created by the powerful media of the present.
These are some examples of what's interesting in Italy now. We can share them here as well. But it is a work in progress.
Now, how are Italians developing on that opportunity? I asked friends online to share some of the best examples they knew about civic media in Italy (thanks to all of them!!!). Here are some examples:
- shoot4change
photography as social change tool
- critical city 

creative ideas about getting together in town for learning and having fun
- suedstern
german speaking community in the North developing its culture and social impact

- kapipal
crowdfunding

- percorsi emotivi
tell stories about emotions that you link to places in Bologna
- blog sarzano (e altri quartieri genova)

bottom up social service design
- openpolis

adopting a politician to record all her/his decisions and movements
- 
procivibus (kublai)
civil protection withe the help of citizens

- Continuum innovation


a platform to organize discussions while drinking something together

- Rollsquare
where places are better accessible to everybody
- Decoro urbano
citizens share information about the quality of urban services
- Progetto e21
information and quality discussion about local administrative decisions
- Km01
linking green economy and digital agenda (slides)
- Raeeporter
informing to help the environment
- Milano abbandonata
where are wasted spaces in Milan
- Cleanap
clean the city
Ethan Zuckerman, head of the Mit Center for Civic Media, invited me to share some experiences about civic media and professional media in Italy. Here I took some notes before the speech. Here is a sort of live wiki taken during the meeting.
Come riporta Ethan Zuckerman, Minow è tornato a Cambridge e ha parlato di nuovo di televisione. E ha ripetuto, con ancora maggiore convinzione il suo concetto. Allora era visionario. Oggi è descrittivo. "La questione della responsabilità dei broadcasters è del tutto sottovalutata".
The cure to living the present times is made by a set of practices:
1. telling stories and showing their meaning by linking them to the rest of the world (cosmopolitan identity, as in Ethan Zuckerman's next book)
2. thinking projects and make them become something that is alive (to make sense of the individual vision by contributing to the ecosystem)
3. experiment with a real scientific mindset (to actively cope with complexity by a conscious knowledge of the relationship between theories and empirical testing)
Cosmopolitan identity is going to be again and again a challenge, which we need to win. Because our major opportunity is to link to the global network and contribute with a special, unique set of ideas).
The meaning of media, too, is changing. It is growing to objects that used not to be thought as media. Tools with an embedded methodology to tell stories that can be understood and shared.
(Oh, how hard it is to write in English... sorry... I hope it is understandable...)
I must confess that I was really flattered but I was also quite worried, because I didn't think that Italy could be such an interesting subject at the MediaLab...
How did I sort out of that? With a set of questions in two steps:
First step - I sort of forced myself to think what I could say after a title like the following:
Why the Italian civic media landscape matters to you? I mean: why the Italian civic media should be a subject of interest for you, people, who don't leave in Italy?
Second step - I thought about some questions that I would really like to ask someone who is so lucky to be doing a research at the Mit Center for Civic Media.
At the end I came out with a compromise.
Yes, I know: I could entertain some people by talking about our bizarre media system, with a strange tycoon acting as political leader. But I must admit that it is such a sad subject... A much happier subject is the possible interpretation of the civic media space as a possible reaction to the same situation that made that kind of political leader possible. So maybe I should be asking both global and local questions.
I thought that some questions are global (and quite complicated): is it possible to think an epistemology of the news that emerge in the civic media context? What kind of incentives are leading the use of social media platforms? What does it mean to change that "social media" into a "civic media"? Is it true that civic media initiatives can grow their importance only by growing their ability to be both creative in format and reliable in content? Is there any kind of common methodology that can be developed to improve the efficiency of civic media initiatives?
Those are questions that are useful in Italy, too. But, to apply to Italy, they should be sort of simplified. Italy has an important percentage of functional illiterates and digital illiterates, while it is investing less and less in public education. But education in digital media is always some sort of learnig by doing. Thus, civic media initiatives in Italy could be both important to achieve their results and to spread a sort of general incentive to media literacy.
That said, here are some short ideas.
Italy matters for the media studies because it is a laboratory for testing lots of hypothesis about the consequences of some crucial decisions that shape media structures.
In particular, the Italian media landscape is a lab for testing many ideas that we share about the emergence of a new media landscape, while being an historical example of a rich set of mistakes that other countries still can avoid. On the other hand, Italy needs more than others a new media landscape, thus it may be getting some interesting thoughts about the "civic" in "civic media".
Italy is not well known for innovation. But it has invented the first law that allows one man to personally own three national television chains out of seven; and has forgot to include a norm stating at least that he should not try and become prime minister. That was a mistake, because now as premier he is owning his three channels and three more through the state controlled public broadcaster. Thus, political action in Italy is more about his agenda than the country's agenda.
Since 30 years, Italy has entered the Thatcher-Reagan age. By watching Dallas in tv. It was a shock for a catholic country to see a bad guy loaded with money and power to become a popular hero. People called their children Jayar and Sue Ellen. Tons of tabus were demolished. Since then, television became a central part of Italian life. And influenced policy making maybe even more than in other countries.
There are some consequences:
1. growing percentage of functional illiterate
2. diminishing social activities
3. paranoid political agenda
4. diminishing investment in public shools
5. growing importance of social media as a balancing force to a weird media situation.
Referendums in 2011 demonstrated that the social media world can influence an important political decision more than television.
Now, how are Italians developing on that opportunity? I asked friends online to share some of the best examples they knew about civic media in Italy. Here are some examples:
- shoot4change
photography as social change tool
- critical city 

creative ideas about getting together in town for learning and having fun
- suedstern
german speaking community in the North developing its culture and social impact

- kapipal
crowdfunding

- percorsi emotivi
tell stories about emotions that you link to places in Bologna
- blog sarzano (e altri quartieri genova)

bottom up social service design
- openpolis

adopting a politician to record all her/his decisions and movements
- 
procivibus (kublai)
civil protection withe the help of citizens

- Continuum innovation


a platform to organize discussions while drinking something together

- Rollsquare
where places are better accessible to everybody
- Decoro urbano
citizens share information about the quality of urban services
The new media landscape is a set of hypothesis:
1. the top-down, television based, industrial age, mediasphere is to be balanced by a new bottom-up, internet based, knowledge age, social media ecosystem: sharing and creating ideas and information is as important as learning in the knowledge age; it is the foundation for the energy and the freedom needed to innovate.
2. globalization is the competition between territories which can only win if they find their own special meaning in the global arena; this special meaning starts from their cultural history and is developed by investing in education and media, to end up issuing products, services and ideas that have a perceived value in the world.
3. the new social media ecosystem is very new and has not developed its own conscious epistemology; which means that the social network can risk a possible balkanization in the sense that everybody can be tempted to stick with the people that shares not only information but also values and political ideas, thus weakening the differences that make a cultural context less generative.
The social media context is innovative for its capability to energize the media system with the views and the values of people other than those that are professionally dedicated to the industry of content and those that have a top-down political agenda. But how can this contribution to knowledge and freedom become more important in terms of credibility, ability to influence the political agenda, quality of information that it generates? Incentives are different and competitive rules, personal roles are not the same. Is there anything that we can do to improve the system and the life of people at the same time?
Timu, by Fondazione Ahref, is a sort of platform that should help citizens who want to contribute with quality information. It does so by proposing social information games and learning opportunities, while asking to disclose the sort of methodology that citizens use to research and publish their information.
These where just some notes, for those that want to find the links at what was quoted during my short presentation at the Mit Center for Civic Media.
Chi ha visto esempi analoghi potrebbe segnalarli. Perché per fare innovazione sui media sociali occorrono anche nuovi format.
(Twitter spinge qui più traffico di Google+ e di Facebook. Nella segnalazione precedente, Google+ era superiore a Facebook e Twitter).
Di che si tratta?
I media sociali sono una grande occasione di rinnovamento del modo di informarsi e fare informazione. E il bello dei media sociali è che a loro volta non cessano di rinnovarsi. Fanno venire voglia di contribuire, magari di partecipare al processo dell'innovazione. Fanno venire in mente: "posso farlo anch'io?". Di solito la risposta è "sì".
Prima di tutto, sono le persone che li usano a creare le maggiori novità . Anche in Italia. La vicenda dei recenti referendum ha dimostrato che la rete riesce a informare e contare molto nel panorame dell'informazione: il quorum è stato raggiunto per il grande lavoro che è stato fatto da tantissime persone in rete, con l'appoggio di alcuni importanti giornali, ma non certo per l'informazione proposta dalla televisione.
In secondo luogo, il rinnovamento viene dalle piattaforme. Che a loro volta non cessano di innovare. Se ne dibatte spesso. E ce n'è bisogno. Perché si possono usare un po' meglio se si comprende come funzionano. E perché ci sono un sacco di cose che si possono migliorare.
Si parla molto di privacy, di modelli di business, di strategie delle grandi aziende e di opportunità per le piccole aziende o per i professionisti. C'è un tema che resta meno discusso di altri: gli incentivi impliciti nelle piattaforme.
Le piattaforme, proprio per come sono disegnate, contengono un insieme di incentivi, cioè favoriscono certi comportamenti piuttosto che altri. Si direbbe che, per esempio, Wikipedia sia disegnata in modo da favorire la collaborazione alla realizzazione di un progetto comune; mentre, per esempio, Facebook sia disegnata in modo da favorire l'incontro e il riconoscimento tra le singole persone, sottolineando i loro progetti e le loro curiosità personali più che un progetto comune. Quora e Ted Conversations sono disegnate in modo da favorire comportamenti seri e collaborativi, anche se non dichiarano un progetto specifico come quello di Wikipedia. Twitter sembra soprattutto orientata (e orientante) allo scambio di link di attualità , anche se non è certo solo questo.
Questi incentivi impliciti nel loro design funzionano anche quando le piattaforme sono usate per fare informazione. Il che ha delle conseguenze. Il metodo Wikipedia non ha funzionato tantissimo per l'attualità . Facebook ha un grandissimo impatto sul traffico dei giornali online, ma non sembra orientata a fare emergere un'agenda comune: piuttosto sembra favorire la moltiplicazione delle proposte di agenda. O sbaglio? Twitter va veloce e sembra fantastica per l'immediatezza dei messaggi, ma ovviamente non è fatta per gli approfondimenti che richiedono spazio e tempo: di solito ci si trova la novità ma poi si va a cercare di capire di più sui siti e i blog di informazione.
Molti temono che nella fretta delle attività che si svolgono sui social network si perda di vista la distinzione tra ciò che è informazione e ciò che è comunicazione. E soprattutto che si tenda a stare nei luoghi della rete più facilmente comprensibili, nei quali le persone la pensano in modo omogeneo. E che quindi si formino gruppi di interessi separati. Qualche volta persino ideologicamente separati. Ovviamente ciascuno può interpretare l'opportunità della rete come vuole e secondo le sue sensibilità . Ma sarebbe un'occasione sprecata non tentare di costruire qualcosa che invece incentivi a incontrare le altre persone e a collaborare con loro non in base agli interessi e alle ideologie ma a piccoli o grandi progetti di informazione da mettere in comune per obiettivi civili.
La rete è nata da un insieme di culture orientate alla collaborazione. Si sa che i militari l'hanno finanziata all'inizio, ma si sa anche che le prime applicazioni vere sono state portate avanti dagli scienziati. E gli scienziati partono - quasi sempre - da quella meravigliosa cultura della condivisione, da quell'idea che la ricerca vada avanti correttamente e creativamente solo se ci si scambiano i risultati degli esperimenti, solo se ci si critica in base a un metodo comune. Senza farne una questione personale, perché in fondo si lavora - si dovrebbe lavorare - per l'avanzamento della conoscenza di tutti.
Alla cultura degli scienziati si è unita fin dalle origini della rete la cultura degli hacker orientati a comprendere e innovare le macchine in modo da favorire la collaborazione e lo scambio di risorse. Inoltre, in quella cultura si è sviluppato il valore di "fare qualcosa" senza subire passivamente l'andazzo generale. Infine, la pratica del lavoro nell'open source è riuscita a far crescere un insieme di tecniche per il miglioramento della qualità complessiva dei prodotti che emergevano dalla collaborazione.
Gli economisti dei beni comuni, i giuristi dei creative commons, hanno poi aggiunto consapevolezza sulle forme con le quali il diritto d'autore e le altre nozioni collegate alla produzioni di contenuti possono essere orientate verso la collaborazione.
Quelle culture originarie hanno influenzato molto anche i modi con i quali gli utenti hanno lavorato all'informazione. I blogger hanno imparato subito a citarsi vicendevolmente per riconoscere il lavoro fatto dagli altri, in nome della crescita dell'informazione di tutti.
Certo, l'impetuosa crescita dell'uso della rete, ha qualche volta messo in secondo piano queste istanze, a favore di altre finalità perfettamente legittime: il successo commeciale, la notorietà , la promozione di movimenti, l'aggregazione di comunità di interessi, e così via. Di certo, non è passato di moda il senso della collaborazione, ma vale la pena, ogni tanto di ribadirlo.
La collaborazione nella produzione di informazione si può basare soltanto su un metodo condiviso. E anche questo metodo va ogni tanto ribadito. Soprattutto nell'ambito dei civic media usati dai cittadini.
Non occorre molto, probabilmente. Il metodo che distingue l'informazione dalla comunicazione generica, in fondo, può avere una formulazione relativamente semplice: chi vuole che la sua informazione serva con una certa qualità verificabile in nome della collaborazione tenta di solito di produrla con accuratezza, indipendenza, imparzialità e legalità .
Perché non dichiararlo esplicitamente? Per farlo si può anche pubblicare un'icona tipo quella che si trova anche in questo blog in basso a sinistra, vicino all'icona di Creative Commons. È una delle possibilità che si aprono usando Timu. Che è una beta. E ha bisogno di feedback. (L'icona stessa è in elaborazione...).
Il 15 settembre ne parlo al MediaLab con il gruppo Civic Media col magico Ethan Zuckerman. Spero di andarci con un bagaglio di esperienza, reazioni, consigli...
Ma il digitale, in particolare nella vesione tablet, sembra un'occasione per ridefinire la filiera della sperimentazione e dello sviluppo dei nuovi percorsi fumettari.
È uno degli spunti che si trovano sulla Vita Nòva. Che contiene anche un gioco di collaborazione creativa: storie mute da riempire online. Si sperimentano le tecnologie, provando il modo di generare senso. Chissà se piacerà .
L'idea di base, mi pare, della documentality è che un atto sociale esiste solo quando è iscritto in un documento. Che può essere di carta, digitale o semplicemente registrato nella memoria delle persone.
La mia riflessione è questa: se un atto sociale esiste solo quando è documentato, la tecnologia ha un potere enorme perché definisce il limite del socialmente possibile. Viene in mente Matrix, il film nel quale un documento è l'unica realtà percepita da umani schiavizzati dalle macchine.
Ne consegue che la consapevolezza è la strada della libertà .
Molte delle conclusioni dipendono dalle definizioni di partenza.
1. Se le news sono commodity, il settore tende fatalmente alla concentrazione.
2. Il prodotto dei giornali sono i mediagrammi, contenuti che possono essere fruiti su diversi supporti. Quindi la loro monetizzazione dipende dalla capacità di rivendere il prodotto su diversi supporti.
3. I diversi supporti sono adatti alle diverse ergonomie e dunque demografie. La carta è usata dagli utenti più anziani, il digitale dai meno anziani. La demografia stabilisce il risultato finale, a sfavore della carta.
La conclusione è una nuova definizione di editore: "colui che monetizza l'attenzione del cliente. (nel massimo numero di modi e occasioni possibili)".
Ne consegue un'immagine finalmente chiara di uno scenario strategico per un editore di notizie di servizio. Come il Sole 24 Ore, al cui prodotto Stefano esplicitamente si riferisce parlando dell'informazione cui si riferisce. Ma è consapevole che ci sono "giornali e giornali" e che dunque le sue conclusioni valgono soprattutto per gli editori che si occupano di informazioni di servizio.
Mi piacerebbe aggiungere qualche considerazione.
Che cos'è l'informazione di servizio? E' l'informazione della quale si può fare qualcosa, cioè in base alla quale si prende una decisione (sul lavoro o per la vita personale). Il problema è che si perndono decisioni in base al contenuto specifico dell'informazione, all'interpretazione dell'informazione, al momento in cui si riceve quell'informazione, alla credibilità dell'informazione. Inoltre, l'informazione di servizio è anche quella che prepara a prendere meglio le decisioni in futuro: dunque è formativa. Infine è informazione di sevizio anche quella che ispira i lettori a generare nuovi pensieri che a loro volta provocheranno nuove visioni della realtà che consentiranno loro di prendere decisioni innovative. Insomma: il servizio dell'informazione è relativo alla qualità dell'informazione, all'ergonomia dell'accesso all'informazione, al quadro interpretativo nel quale quell'informazione è compresa. I giornali di servizio influiscono su tutte queste dimensioni: dalle decisioni immediate e quotidiane, in qualche misura routinarie, relative a una situazione attuale, fino alle decisioni rare e difficili, fondamentalmente innovative, in ogni caso relative a una visione orientata alla costruzione del futuro. Il che significa che l'informazione è di servizio solo quando serve effettivamente, o si ritiene che possa servire, o si scopre che è servita. O ispira un nuovo modo di valutare che cosa serve fare, imparare, immaginare.
La conquista dell'attenzione che l'editore deve monetizzare in tanti modi è dunque un oggetto molto complesso, anche nel caso limitato dell'informazione di servizio. Ed è complesso, come dice Stefano, definire i confini dei business nei quali quell'attenzione viene monetizzata.
Carlo Alberto Carnevale Maffè si interroga su quali siano i mercati nei quali opera l'editore. E concorda con Stefano quando dice che le forme di monetizzazione devono essere le più varie. Ma aggiunge alcune categorie di ragionamento. C'è il servizio di dare un'informazione, c'è la sua autorevolezza. In quali mercati si scambiano questi valori?
Evidentemente, lo specifico dato dell'informazione è in un mercato definito dall'efficienza con la quale si distribuiscono le notizie. Come dice Stefano è una tecnologia crossmediale che consente al pubblico di essere raggiunto o di raggiungere le notizie in molti modi diversi.
Tra l'altro le fonti dei dati si moltiplicano. Perché ogni generatore di dati può decidere di metterli a disposizione del pubblico senza farsi intermediare da un editore (il che avviene: dalla borsa di Milano alla Camera dei Deputati).
Il digitale infatti non incide soltando sulla distribuzione delle notizie da parte degli editori, ma da parte di tutti coloro che possono condividere notizie. Comprese le fonti abituali dei giornali.
In questo contesto, il servizio può essere:
1. servire il pubblico con un algoritmo che consenta di trovare velocemente le notizie, soprattutto quando il pubblico sa quali notizie cerca
2. servire il pubblico con una redazione che metta in fila le notizie nel modo migliore per l'utente che non vuole perdere tempo a pensare quali sono estattamente le notizie che cerca
E' chiaro che il lavoro umano può vincere quando entra in campo non solo l'efficiente reperimento dei dati ma anche una sorta di giudizio sulla loro importanza.
L'autorevolezza dipende da una storia di servizio corretto e di interpretazioni ragionevoli. I beni esperienza non valgono in quanto se ne conosce il costo o il prezzo, ma in quando il pubblico sa per esperienza che chi li offre ha dimostrato di offrire beni che hanno valore.
Le fonti dell'autorevolezza sono nella ricerca necessaria a curare correttamene la valutazione delle notizie, nella qualità del design dell'interfaccia per l'accesso a quelle notizie, nella trasparenza del metodo interpretativo adottato dalla redazione.
In sintesi. Ci sono diversi mercati.
Quando si parla di dati informativi, notizie secche in quadri interpretativi stabili, risultati attesi di fenomeni conosciuti, il servizio è fondamentalmente orientato a ridurre al minimo il tempo necessario al pubblico per sapere quello che vuole sapere. E l'attenzione è relativa agli interessi precisi e noti dell'utente. In questo mercato, si vede una forte concentrazione. Si fanno bassi margini e si vince con gli alti volumi. La qualità e il design sono orientati a massimizzare la comodità per il pubblico di usare i dati, conoscerli proprio quando servono, dare la possibilità di agire nel quadro di un'attività abituale o prevedibile. Il valore è nell'affidabilità , comodità , usabilità delle notizie. In questo mercato vincono in pochi: i più efficienti e tecnologicamente innovativi. Di solito, gli editori che si occupano di questo comparto temono la concorrenza di Google.
Quando si parla di autorevolezza il discorso cambia. Autorevolezza non è affidabilità . L'autorevolezza serve se spinge l'azione e il pensiero oltre l'immediato e l'abituale. Un modo per valutare l'autorevolezza è la penetrazione delle notizie nella conversazione che gli utenti coltivano con i loro pari. E una notizia di servizio è autorevole non quanto spinge a un'azione immediata, ma genera un pensiero che l'utente trova importante, tanto da discuterne con gli altri o addirittura tanto da spingerlo a cambiare idea intorno alle azioni che dovrà compiere in futuro. L'autorevolezza vale per i gruppi di utenti simili e diventa una sorta di canale di coordinamento. Oppure vale per gli individui e diventa ispirazione al cambiamento, all'approfondimento, al miglioramento di se. In questo senso, gli editori che si occupano di lavorare sull'autorevolezza possono fare un valore aggiunto maggiore, ma devono dimostrare di valerlo investendo in ricerca, innovazione, qualità dell'informazione. E spesso questo riesce per temi specialistici. Il caso dell'Economist è probabilmente un esempio di questo tipo di editore. E l'Economist non è preoccupato della concorrenza di Google.
Il giornale efficiente e affidabile è uno strumento. Il giornale autorevole è una voce che parla dopo avere fatto una ricerca profonda e riconoscibile.
Nel primo caso ci sarà concentrazione. Basso valore e alto volume. Nel secondo caso ci sarà concentrazione forse per ogni settore, ma i settori sono molti.
In tutti i casi, i costi andranno aggiustati ai ricavi.
I giornali non spariscono se non quando i costi superano il fatturato per un tempo più lungo di quanto consenta il capitale. E il tempo si allunga man mano che gli editori riescono a ridurre i costi. O a moltiplicare il fatturato entrando in nuovi mercati.
Il nuovo equilibrio non è in vista.
Ma la storia insegna che l'editoria è nata dal controllo della stampa e si è evoluta con la definizione del copyright. Oggi la tecnologia non è più controllata dagli editori e il copyright è messo in discussione non solo dalla pirateria, ma anche dalle nuove opportunità che si aprono per gli autori e le fonti di informazione.
Inoltre, la scarsità non è più lo spazio sul quale si può pubblicare, che era controllato dagli editori; quello che è scarso è piuttosto il tempo, l'attenzione e la capacità di riconoscere autorevolezza, cioè è più relativa alle risorse del pubblico: il baricentro, nell'equilibrio nella determinazione del valore, è passato dall'offerta alla domanda.
Per questi motivi, il business degli editori è davvero difficile.
Lo scenario numero uno è che i nuovi controllori della nuova tecnologia siano in grado di evolvere in editori: l'autore del libro venduto a un dollaro in più di un milione di copie direttamente sulla piattaforma di Amazon è un caso che fa pensare a un'evoluzione del genere. E' stato l'autore a farsi pubblicità via Twitter e a conquistare attenzione e lettori. E Amazon gli ha garantito una percentuale molto superiore a quella che gli avrebbero concesso gli editori tradizionali.
Lo scenario numero due è che gli editori evolvano. Imparando a innovare. Imparando la nuova tecnologia e le sue logiche. Abbattendo i costi. E scegliendo se giocare sul mercato dei volumi a basso valore aggiunto oppure se cercare alto valore aggiunto: puntando sull'autorevolezza, dunque investendo in ricerca, metodo, qualità del design. Capacità di giocare su molti display e molti media. Capacità di ispirare.
Indubbiamente, lo stanno tentando. La questione non è sapere se spariranno i giornali. La questione è se i giornali faranno in tempo a evolvere, prima di finire i soldi.
In Italia, dove l'evoluzione è lenta, i giornali possono andare più veloci. O adeguarsi ai ritmi del resto del sistema. Nel primo caso sono favoriti. Nel secondo sono parte del problema.
Le sole domande sbagliate sono quelle che riguardano la supposta contrapposizione tra carta e digitale. Perché non c'è contrapposizione. Imho.
Casomai il tema è come si valorizzano i vari tipi di servizio sui vari tipi di tecnologia.
Si può dire con certezza che il valore monetario percepito da chi compra il giornale di carta è ancora superiore al valore percepito di chi usa il sito. E che le formule sul tablet o in pdf, per qualche motivo, sono in grado di avvicinarsi al valore percepito della carta.
Per quale motivo? Perché alludono al design della carta. Alludono cioè al servizio di gerarchizzazione, visione panoramica delle notizie, limitatezza del numero di notizie da sapere, interpretazione. Il valore monetario percepito nelle versioni per tablet o contiene quel qualcosa in più della somma degli articoli cui gli utenti sono abituati dal tempo della carta.
C'è l'eredità del mix tradizionale di servizio di accesso alle singole notizie e di autorevolezza del prodotto che le impacchetta in un insieme dotato a sua volta di senso. Capace di far parlare di sé. Che ispira.
E allora si può pensare che per questa via si possa riconfigurare il giornale digitale in modo che a partire dall'allusione al giornale tradizionale possa conquistare anche in digitale un valore d'uso e un valore di ispirazione per il quale gli utenti siano disposti a pagare (denaro e tempo), il che si traduce in un biglietto di entrata o in pubblicità di maggior valore.
Per i siti, la velocità di utilizzo e la infinità di notizie, il tempo reale e la mancanza di confini, riduce la percezione di un servizio interpretativo e mette il giornale a confronto troppo ravvicinato con altri servizi che partono da strutture di costo e modelli di business molto diversi. I siti servono, se servono, a inserire le notizie nel flusso delle attività quotidiane delle persone. Creando un ambiente in più che può avere senso economico se trova una monetizzazione diversa dalla semplice pubblicità . Può essere un canale di vendita? Può essere un club? Può far conoscere altri prodotti a maggior valore aggiunto? Di certo, fa raggiungere al brand un numero di persone superiore. E su questo, solo su questo, si può lavorare.
Se tutto questo è vero, i prodotti sono diversi come i diversi servizi che svolgono. Non è tanto vero che si possono usare le stesse notizie sui diversi device. E' vero che si devono tagliare le notizie in modo diverso per i diversi scopi che hanno. E che gli editori devono tentare non di rivendere in tanti modi le stesse notizie, ma le stesse competenze delle redazioni.
Le conseguenze sulla struttura redazionale sono importanti. I gruppi di lavoro, composti di redattori, designer e programmatori, abilitano gli autori competenti delle loro materie a pubblicare ciò che il pubblico cerca nei diversi device. Servizio immediato e in tempo reale sul sito, autorevolezza e unicità sulla carta e il tablet. Ne vengono fuori matrici di lavoro attraverso le quali i giornalisti sono suddivisi in squadre organizzate per competenze contenutistiche e per piattaforme di fruizione.
Ma attenzione. Alla fine, il lavoro ad alto volume e basso valore aggiunto porta fatalmente alla concentrazione degli operatori del mercato. Mentre ciò che distingue e mantiene in vita la diversità delle voci resta la ricerca costante dell'autorevolezza.
E l'autorevolezza non è più data. Si conquista: con la ricerca che prepara la generazione di contenuti, con l'innovazione tecnologica che porta gli editori tradizionali a comprendere meglio la nuova tecnologia (l'acquisto di Zite da parte di Cnn è parte di questo), con la trasformazione del design in modo che sia percepito il valore dell'insieme del giornale e non solo la somma delle notizie che lo compongono...
Se ne dovrebbe parlare anche al prossimo Igf italiano di Trento.
Sono sei minuti, ma passano in fretta, no? Sembra che almeno l'80% delle persone che vedono un video non vadano oltre il primo minuto. Ma sicuramente c'è video e video... Come c'è persona e persona.
Ci sentiamo individui, ci comportiamo seguendo regole di gruppo, siamo più attenti o meno attenti agli stimoli degli altri a seconda del nostro individuale schema di relazioni... Tutto da studiare. Intelligenza collettiva, mi pare, e individualità non sono nozioni che ci possano comprendere separatamente.
Emi ha perso perché la sentenza conferma che non sono i provider a dover fare da poliziotto della rete, ma i detentori di diritti a dover cercare chi infrange il loro diritto e chiedere di volta in volta che i file - presunti - illegali siano eliminati.
Mp3tunes ha perso perché, in seguito alla richiesta di Emi, ha eliminato i link alle fonti di file illegali ma non ha eliminato i file stessi dalle partizioni di memoria assegnate agli utenti (il servizio è una sorta di cloud della musica).
Via PaidContent.
Ma al terzo posto c'erano i feed rss. E al quarto Facebook, abbondantemente. Poi Twitter. Ora Google Plus ha conquistato il terzo posto: un risultato notevole ottenuto in poco tempo. Facebook è quinto. Twitter sta recuperando grazie al nuovo servizio t.co.
Le regole stabiliscono che il 30% di tutto ciò che si vende grazie all'App Store deve andare alla Apple. Una bella fetta, anche se inferiore a quella che in passato volevano i servizi analoghi delle telco mobili (a parte Docomo in Giappone, che infatti andava benissimo).
Per gli editori ci sono tre possibili alternative: 1. Accettare la regola e pagare (magari alzando il prezzo finale per ribaltare il costo sui consumatori); 2. Lasciare la app sull'App Store ma senza vendere nulla, togliendo ogni link a un punto vendita; 3. Uscire dall'App Store, o sostanzialmente lasciarlo perdere, e fare una web app che si vede con il browser.
Ci sono esempi per tutte le strategie. La maggior parte stanno alle regole, Amazon usa la seconda strada, Financial Times la terza.
Apple sta sul filo del rasoio. Ha un tale mercato che pochi possono rinunciare a offrirvi i loro prodotti. Ma se esagera con il costo del servizio rischia di soffocare l'ecosistema.
La ricerca dell'interfaccia perfetta continua. E intanto sono sempre più numerosi i servizi che raccolgono i dati sul grafo sociale degli iscritti.

Il grafico è molto informativo per quanto riguarda in numeri degli utenti. Interessante vedere i network cinesi che di solito non si citano ma che invece vanno chiaramente citati. Vediamo i casi sui quali di solito dibattiamo.

Created by: Online Schools
In quest'altro brano, discute la fine dell'identità basata sulle condizioni esterne e l'avvento di un'era in cui l'identità dipende da qualcosa di interiore.
Come direbbe lui, le cattive notizie sono tranquillizzanti e spingono a essere conservatori, mentre le buone notizie spingono a cambiare.
E qui sotto parla della generazione dei nativi televisivi, dicendo che hanno esperienze educative completamente diverse da quelle delle generazioni precedenti. Da sempre le persone sono terrorizzate dal presente. Ma in questa epoca composta come un mosaico non possiamo esimerci dal presente, dall'istantaneo, dal contemporaneo. Un pezzo un po' astratto, in un contesto peraltro molto simbolico...
Ma è inutile riportare qui tanti brani. YouTube li trova facilmente. È divertente pensare a McLuhan nella rete.
Tanto divertente che si trova qui McLuhan, solo in audio, che racconta barzellette. Neanche male.
In effetti succede spesso che si retwittano rumors, voci incontrollate e non controllate. Ne parla GigaOm.
È chiaro che ciascuno fa ciò che preferisce coi tweet, ma vedere le cose solo dal punto di vista individuale non è più sufficiente, perché esiste anche la dimensione collettiva e questa ha delle conseguenze. Twitter è uno strumento di coordinamento collettivo e fa parte del megainsieme dell'intelligenza collettiva. Il risultato collettivo del modo in cui ciascuno usa Twitter ha degli effetti. Se questo è vero le regole che si seguono nell'attività di twittare - implicite o esplicite - sono a loro volta molto influenti sulla qualità dell'intelligenza collettiva. Si potrebbe riflettere su regole individuali di azione che tengano conto della responsabilità di ciascuno nei confronti della qualità dell'intelligenza collettiva e che prevedano per esempio che si retwitta solo dopo aver verificato che una frase riguarda una notizia controllata o una semplice voce non controllata. L'incentivazione di una singola regola probabilmente è oggi legata solo alla credibilità di lungo termine di una persona che contribuisce via Twitter all'informazione: chi twitta troppe volte una notizia che invece era una bufala rischia di perdere credibilità . Se questo fosse almeno esplicito e consapevole, l'incentivo sarebbe più forte. E si potrebbe distinguere tra le notizie, i commenti e le voci. Impossibile stabilire tutto questo per regola cogente: ma parlarne può forse rendere più probabile un comportamento di maggiore qualità . Imho.
Come dice Jane McGonigal la realtà è troppo meno divertente del gioco. E parla di un "esodo" di milioni di persone dalla realtà per vivere intensamente nel gioco. Si può fare di più. Perché questo di per se non è un fenomeno divertente. E anzi può apparire desolante.
L'idea della gamification parte dalla constatazione che le logiche del gioco - dal feedback immediato al divertimento di confrontarsi con i risultati degli altri all'interno di storie chiare e ben raccontate - sono capaci di migliorare l'impegno delle persone. La gamification tende a portare le logiche del gioco nelle attività quotidiane, dal lavoro all'interazione con le istituzioni e i servizi.
Certo, ci sono giochi che fanno sentire come appartenenti a una cultura underground che pochi altri comprendono, dunque in un certo senso privilegiati. C'è una cultura dei game per early adopters che è probabilmente molto diversa dalla cultura mainstream. Su queste differenze ci sarà da riflettere parecchio.
Inoltre, è chiaro che un conto è avere feedback immediato sulla propria capacità di superare sfide difficili, una sorta di flow; un altro conto è mettere tutti in una condizione di giocare a vincere una partita, a scalare una classifica, a battere gli altri. Questa interpretazione del game non è l'unica, ma può essere troppo attraente e dunque pericolosa.
C'è dunque molto da fare anche per gli editori. E se ne parlerà ancora a lungo.
Tutto questo è piuttosto ipotetico. Dipende dallo scenario teorico di riferimento. Se i tablet assomigliano ai telefoni, andrà forse come dice Informa. Se i tablet assomigliano agli iPod non andrà così e Apple resterà dominante. Dipende essenzialmente dall'ecosistema delle applicazioni: nel caso di iPod, il servizio iTunes è nettamente vincente sugli altri e sostiene gli iPod; nel caso dei telefoni, il servizio dell'App Store non riesce a mantenere la stessa unicità e in un ecosistema tanto più complesso come quello della telefonia lascia spazio a interpretazioni diverse del servizio e della tecnologia.
Bisogna ammettere che la Apple non sta facendo di tutto per mantenere una quota di mercato maggioritaria, ma piuttosto tende a massimizzare il profitto sulla sua quota. Tanto è vero che le strategie dei produttori di applicazioni si dividono: in parte accettano le regole Apple, in parte cercano alternative nei sistemi operativi diversi oppure nelle webapps. (Per esempio, vedi il caso Amazon)
In questo senso, pare più probabile lo scenario Informa.
Geert Lovink ci sta evidentemente pensando. Il suo nuovo libro uscirà l'anno prossimo. Ma alcuni video danno già un'idea.
Di certo, Google+ è anche un ottimo sistema per discutere. Ecco i commenti al post di ieri sull'indifferenza all'estero per le vicende italiane.




un bel post, grazie




I profeti dei tempi moderni, osservando un sistema economico in crisi predicano la crisi "radiale" che tocca ogni forma d'arte e di espressione; ci mancava un giornalista di libé che con il suo occhio tumefatto da una crisi in terra di Spagna o di identità dei giovani parigini aveva tanta voglia di dire "l'italia non interessa più!" e come unità di misura utilizza la presenza di giornalisti stranieri alle elezioni di Napoli e di Milano. Scusate qualcuno conosce vagamente chi è il sindaco di Madrid o di Barcellona? io non ne ho idea!
Un famoso editorialista del Guardian, in occasione del G8 all'Aquila, nel 2009 "osservava" che era meglio far uscire l'Italia dal G8 a favore della Spagna! Un certo Julian Borger, un profeta, tenetelo d'occhio!
L'Italia è un grande paese, chiedetelo a chi acquista o vende i nostri prodotti, la nostra bellezza che, al contrario dell'ottimismo, è molto più virulenta della bruttezza, sua antagonista.







E' tipico di ogni generazione il desiderio voler velocizzare i processi di rinnovamento, ma la velocità con cui oggi ci scambiamo opinioni accrescendo il nostro bagaglio di informazioni non ha eguali e questo farà la differenza. Forse bisognerà aspettare ancora un po' e la nuova ideologia, basata sull'importanza di programmare il futuro, cosa in cui abbiamo fallito negli ultimi 30 o 40 anni (i miei), probabilmente passerà attraverso quei giovani che oggi conoscono il precariato e danno il giusto valore all'idea di "futuro". Nelle pubbliche amministrazioni, negli uffici postali, nelle scuole c'è un piccolo esercito di giovani che danno valore alla parola futuro perché ci pensano in ogni istante, e li noti perché sono diversi, lavorano a testa bassa, costruendo quel momento: prima o poi toccherà a loro guidare.
Ecco la mia "vision" e da questo nasce la mia diffidenza: come farà la stampa internazionale a vedere tutto ciò?


Non siamo in grado di valorizzare le nostre eccellenze e il nostro patrimonio, nessuno dice che non ci sia nulla da valorizzare, anzi.
Dobbiamo semplicemente renderci conto che la vita di rendita che abbiamo fatto fino ad ora (arte, cucina, turismo. etc.) non possiamo più farla, che il paese per stare al passo deve migliorare molto anche da altri punti di vista, perchè se siamo un paese senza etica e senza morale i nostri giovani e le nostre eccellenze non faranno altro che scontrarsi con un sistema che li blocca, li ostacola.
Non attiriamo investimenti, come dice qualcuno, e per un paese alla disperata ricerca di sviluppo è un dramma: non li attiriamo perchè all'estero (critichiamoli quanto ci pare) non ci considerano competitivi, nonostante le nostre eccellenze. Capire questo, accettarlo come dato di fatto, non è disfattismo, è il primo passo per riconoscere il problema e risolverlo.





Tra le cose da notare, il discorso di Katzenberg sullo stato di ottima salute delle produzioni per la tv, (lo show preferito? Breaking Bad), e sulle difficoltà del cinema tradizionale.
Colpa dei social network e del digitale? No. Anzi: i social network costringono Hollywood a fare prodotti migliori. "A movie experience is a passive experience. The storytelling narrative is something that I think is still a unique and interesting, and valued experience by people around the world. And whether it's done in a movie theater or in your home, or on your laptop, or iPad, or whatever the device is, people love that passive experience. And we see it, again, there's more and more consumption of it. What all of these devices and social networking things do is they're going to actually force Hollywood to make better products, because today the thing that is probably most askew in Hollywood is the issue of marketability versus playability".
Da decenni si sta svolgendo sotto i nostri occhi una storia sbagliata. Ormai nessun politico può dichiarare di voler alzare le tasse perché viene messo in croce immediatamente. Ma i cittadini vengono riempiti anche di promesse sulla qualità del servizio della pubblica amministrazione che puntualmente vengono disattese. Aspettative crescenti a fronte di una riduzione delle risorse disponibili per la pubblica amministrazione, nel lungo termine, significano delusione e aumento del debito pubblico. Imho.
La cattiveria con la quale Fox gioca con la pancia della gente anti-statalista è uno degli elementi che rendono difficile salvare il salvabile del bilancio pubblico americano. Forse c'è stata un'epoca in cui quel tipo di approccio era necessario: quando si dovevano mettere in discussione i privilegi degli statalisti. Oggi è un disastro culturale, civile ed economico. E bisogna ammettere che i privilegi statalisti non sono neppure molto diminuiti...
La lotta per rimpicciolire lo stato è fallita, finora. Il mercato non ha saputo rispondere, per ora, ai fallimenti dello stato. L'ineguaglianza è cresciuta a dismisura. Fox ha fatto il suo tempo.
Ma ripeto, è soltanto il mio parere.
Ma come è vero che l'organizzazione dei contenuti è diventata una funzione separata tra quelle per le quali competono anche i giornali, perché nel digitale si apre una voragine di opportunità e bisogni in questo settore, è anche vero che quando si moltiplicano le soluzioni si apre il paradosso della scelta, l'ansia di scegliere la migliore, lo sforzo continuo di imparare nuovi modelli di interfaccia.
Finirà che ci sarà un organizzatore degli strumenti di organizzazione dell'informazione. Oppure che si tenderà ad affidarsi a uno, per fiducia in un marchio, per fedeltà a un'emozione, o a per abitudine.
In sostanza sono esplicitamente esclusi dal provvedimento i siti di informazione e quelli non commerciali. La procedura amministrativa si interrompe se una delle parti si rivolge alla magistratura. Non si oscurano i siti esteri. E ci sono 60 giorni per discutere.
Il rischio? Che vada a finire che tutti siano un po' scontenti. Salvo gli avvocati.
Da leggere Quinta.
Molti si domandano se alla fine Murdoch la pagherà .
L'ipercompetitività dei giornali scandalistici inglesi è un carattere tipico di quel medium. Ma non per questo tutti i giornalisti si comportano in quel modo. E nessuno si preoccupa di pensare all'insieme dei giornali scandalistici come a un sistema che merita delle leggi speciali.
Anche internet è un sistema sul quale si fa informazione. La maggior parte della gente la fa in modo corretto. Qualcuno invece approfitta della sua posizione per far del male agli altri. Alcuni di costoro sono perseguiti e pagano, altri la fanno franca. Ma in questo caso, a differenza di quando parlano dei giornali scandalistici, molti si preoccupano di internet come di un'entità unitaria e propongono leggi speciali. Perché mai?
È vero che i responsabili dell'editoria tradizionali sono formalmente noti e che è qualche volta possibile che i responsabili dell'informazione online si nascondano dietro l'anonimato. Ma è anche vero che - come è successo ieri - gli anonimi possono essere talvolta comunque scoperti e perseguiti, come è vero che i non anonimi editori, pur colpevoli di malefatte, possono essere talvolta non perseguiti perché difesi da logiche complesse legate al loro grande potere...
Le differenze sono più teoriche che pratiche, si direbbe. E poi ci sono differenze nell'abitudine sociale ai diversi media. C'è evidentemente bisogno di una maturazione culturale nei confronti di internet, strumento molto giovane e dunque per qualcuno più temibile. In tutti i casi, non sono le leggi speciali a risolvere i problemi: la prima difesa è la capacità del pubblico di riconoscere i portatori di bufale e i malfattori dai produttori corretti di informazione affidabile. Sia sui mezzi tradizionali, sia sui nuovi mezzi. Imho.
L'argomento è solo vagamente tangente la questione in discussione oggi all'AGCOM, ovviamente. Si tratta di questioni di merito profondamente diverse. Ma un punto è comune: internet è un mezzo da comprendere prima di regolarlo con leggi speciali, non va intesa come un'entità unitaria ma come un insieme di casi di persone e organizzazioni che la usano a modo loro, nell'illegalità o nella piena correttezza, non è un luogo di crisi ma una grande opportunità civile. Che va compresa. Per questo dalla riunione di oggi deve uscire la decisione di una lunga e ampia consultazione.
Stefano Rodotà diceva che per lui occorre integrare il concetto di copyright con nuovi riferimenti. Pensa al "futuro delle idee" di Lessig e alla "conoscenza come bene comune" di Elinor Ostrom. E l'accesso è sempre più autorevolmente considerato un diritto. D'altra parte, dice sempre Rodotà , all'autore conviene far circolare le sue idee: se vende 10mila copie, guadagna 10mila euro; ma se mette online il suo libro e l'opera è vista 400mila volte, può fare addirittura più soldi come conferenziere. Gli usi rivali dei beni sono spesso superati nel mondo digitale, ma gli usi non rivali possono essere molto più ricchi per la società . E dunque, la delibera AGCOM? Vale la pena, dice Rodotà , di dare un'occhiata al caso Adopi in Francia, abbattuto perché incostituzionale: non c'era diritto alla difesa. Attenzione: in generale, se creiamo normative criminogene siamo responsabili di quello che ne consegue...
Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali. Ha reso possibile lo scambio gratuito di contenuti. E ha creato un nuovo settore della pirateria: prima era basata sulla copia di cd falsi, ora va online alla velocità della rete.
I pirati sono quelli che fanno commercio di materiale sotto copyright altrui; e comunque sono la preoccupazione dichiarata delle associazioni come la FIMI: "Non si sta parlando di comprimere le libertà digitali. Qui lo snodo è bloccare l'illegalità diffusa ed aiutare il mercato legittimo. Inibire quindi quelle (poche) piattaforme web palesemente pirata. Non blog, forum, motori di ricerca, siti personali e quant'altro. Ma pirate-bay, btjunkie, dduniverse, roja-directa, ecc!!"
Ma a livello macro, la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali anche senza l'illegalità . Questi editori stanno perdendo la competizione per il controllo del mercato anche contro le piattaforme tecnologiche perfettamente legali, come Apple, Google e Amazon.
Gli editori tradizionali avevano due grandi colonne: il controllo della tecnologia e il controllo degli autori. Il primo era definito dalla struttura analogica della tecnologia. Il secondo era definito dal copyright. Perdendo per una parte importante il controllo della tecnologia, gli editori si sono trovati schiacciati nella funzione di gestori dei diritti d'autore. E hanno cominciato ad abbarbicarsi su questo punto di forza in modo sempre più agitato.
Il fatto è che alcuni autori hanno preso la strada di andare direttamente alla tecnologia per la distribuzione e il modello di business. John Locke e la Rowling hanno recentemente dimostrato che sulle nuove piattaforme si possono vendere contenuti anche indipendentemente dagli editori. John Locke ha venduto un milione di copie del suo libretto per ereader che è riuscito a far conoscere usando bene i social network. La Rowling, già uberfamosa, è riuscita a sfruttare da sola i diritti digitali creando Pottermore.
Se andasse avanti così, gli editori rischierebbero di perdere sia la tecnologia che gli autori. Non è corretto proiettare il presente sul futuro. Ma di certo qualche segnale tutto questo lo offre.
La risposta non può essere soltanto quella di combattere per lasciare tutto come sta. Non può essere tutta legata ai tribunali, alle lobby e alle decisioni che rischiano di frenare lo sviluppo della rete.
La risposta è in un mix di innovazione tecnologica e innovazione nella gestione degli autori. Non si può fermare la tecnologia, ma si può innovare alla velocità della tecnologia. E non si vede perché anche gli editori non possano farlo. Non basta. Gli editori possono innovare anche nella gestione degli autori: dando loro di più per non lasciarli andare da soli alla ricerca del loro personale mercato.
Il caso Sony è interessante. Lavora sia nella tecnologia che nella produzione di contenuti. Non è riuscita a imporre le sue innovazioni tecnologiche e questo è un bel problema per gli altri editori che hanno una vocazione ancora meno tecnologica della sua. Ma non ha pensato di cambiare il sistema di gestione degli autori. O meglio, lo aveva fatto con i produttori di videogiochi all'epoca in cui la sua PlayStation superava la Nintendo: ma non ha generalizzato l'esperienza.
Si possono pensare diverse innovazioni in proposito. Autori più liberi, idee di marketing rinnovate, attenzione alle performance fisiche oltre che alla riproduzione dei contenuti, maggiore attenzione alla qualità , formati innovativi: già oggi si vede molto di tutto questo. Perché non dovrebbero riuscire anche gli editori ha cambiare le loro abitudini? Per la verità , ci devono riscire. Altrimenti sono strategicamente in difficoltà .
Se le autorità non vogliono semplicemente frenare l'innovazione in nome di norme legate a condizioni tecnologiche un po' superate, se vogliono salvaguardare i giusti diritti di tutti gli interessati al mondo dell'editoria (editori, pubblico, autori, ecc), se vogliono guidare senza essere determinate dall'urgenza, devono trovare la giusta misura. L'AGCOM in particolare è chiamata a farlo. Dopodomani.
La sua superiorità nella gestione della mail è stata indiscussa per anni. Il suo spiazzamento è arrivato per il contemporaneo emergere di due tendenze: sono nati strumenti migliori della mail per gestire certe modalità di conversazione in rete, mentre l'efficacia della mail è diminuita anche in corrispondenza con l'inflazione di messaggi cc, inutili richieste di risposta, netiquette antica che richiede a tutti di rispondere comunque... Chris Anderson di Ted si è fatto portavoce di questa questione qualche giorno fa. E di certo non è un tema che aiuti la tecnologia della Rim che ha fatto della mail il centro del suo valore.
Una discussione di ieri dimostra che intorno alla Rim, che fabbrica il Blackberry e il discusso tablet PlayBook, si stanno addensando nubi, probabilmente destinate a essere superate solo con uno sforzo di grande innovazione. Ridare smalto alla Rim, assediata dalle piattaforme nate per servire a un insieme di attività ben più variegato e divertente, come iPhone e Android, significherà probabilmente ricreare un senso specifico del Blackberry: una migliore etichetta della mail potrebbe essere il primo punto; il secondo sarà rendere più importante la sicurezza che la piattaforma della Rim continua a vantare a favore degli utenti; il terzo sarà dare al Blackberry un'impronta meno seriosa e lavorativa, forse.
Facebook sembra votato a servire chi vuole sviluppare il secondo tipo di relazioni e Twitter il terzo. Forse. Poi ciascuno interpreta questi strumenti come vuole. Ma diciamo che gli incentivi interni alle piattaforme vanno in questa direzione.
Marko Ahtisaari, capo del design della Nokia, sogna di poter lavorare per il social network più intimo delle persone. E non è un caso perché questo gli consente di sviluppare innovazione intorno alla tradizione del leader dei cellulari (che prima che diventassero uno strumento di accesso a internet erano soprattutto usati per sentire un numero molto limitato di persone). Questo potrebbe finire coll'essere coerente con la relazione che la Nokia coltiva con la Microsoft che si è dotata di Skype.
Google+-Circles entra nel gioco dei social network puntando inizialmente sul social network più intimo delle persone. E con Google+ offre a chi sviluppa queste relazioni più intense nuovi strumenti tipo Facebook + Skype.
Forse è giusta l'analisi di GigaOm che sostiene che Google+ non darà tanto fastidio a Facebook quanto a Skype.
2. Understand the Audience Persona
- Great B2B marketing is about having a clear persona for your target buyer. Great content is no different. Know the problems that your target audience is trying to solve. At your next tradeshow, observe how people consume information and ask target readers what type of information they are looking for. This information is priceless and will guide your content for the long-term
3. Marvel
- Be confident, not cocky. People want to be cool. As a business creating content, it is important that you show you believe in the information you are distributing. If you think an idea is awesome, then say it is. Marvel at your own insight to model for your readers how they should feel
4. Use Visuals
- Images and video are great storytelling devices. They have the power to convey a complicated message quickly, which, for B2B companies, is an important skill. Use visuals whenever possible to help demonstrate and simplify your story
5. Segment
- When writing a blog post or an ebook, you want to hold the reader's attention. One way to do this is to ensure you're not overwhelming them with information. By using section headers and bullet points, you can easily segment information and avoid daunting your readers. This practice of segmenting makes it easy for your audience to quickly understand, consume, and engage with your content
6. Be Positive
- Nobody likes a Debbie Downer. Positive content beats negative content any day of the week. Illustrate why an idea or product is great, not why the competition is bad. Think about the tone of your website, blog posts, and other content. Do they tend to lean positive or negative?
7. Don't Preach
- People don't like to be told what to do. Instead, they want to be empowered to know how to do something new. Focus on how-to content that directs the reader down a path of information that, over time, allows them to adopt your idea on their own
8. Cite Others
- Sharing information or quotes from others helps to add credibility to the idea you're working hard to get adopted. Link to content on other websites that is relevant to your idea. Look for ways to incorporate content from others such as guest blog posts that can add credibility to your business
9. Inspire
- Emotion matters. It is a factor that moves people to take an action. Tell stories related to your industry and business. Fact sheets are a thing of the past. Transform what used to be a black and white decision into one guided by emotion
Il sistema delle statistiche che seguono l'andamento dei media in Italia andrebbe un po' ripensato...
Il Corriere della Sera è letto online da più persone (1.300.000) di quante vedano la7 nella fascia di massimo ascolto (1.193.000). Rai4 e Rai5 insieme non arrivano mai a un ascolto superiore al numero di lettori quotidiani del Fatto (273.000). E in televisione Disney non ha più del doppio degli utenti che ha sul web.
Ovviamente sono paragoni del tutto imprecisi. Ma danno l'idea di proporzioni che tempo fa non sarebbero state possibili.
Perché mentre il web sta maturando, la televisione si disperde in sempre più numerosi canali. In entrambi i mezzi ci sono i marchi che aggregano la stragrande maggioranza dell'attenzione. Ma la loro dispersione è in atto. I numeri assoluti lo fanno intuire. E i numeri necessari a comprendere i media del futuro non sono ancora raccolti.
Il suo pezzo su Times Higher Education va letto. Non per dibattere sul ruolo del sacro nella cultura moderna. Ma perché lascia intuire che neppure la comprensione della dinamica culturale che si genera attraverso l'evoluzione dei media può essere lasciata solo agli specialisti.
De la Fuente cita Durkheim e Weber, Lukács e McLuhan, oltre a molti altri. Annuncia che non c'è alcuna necessaria contraddizione tra tecnologia e teologia. Scopre che molti autori della tradizione semiologica e della scienza delle comunicazioni avevano un lato regiosamente avvertito o avevano studiato teologia medievale o avevano curiosità che debordavano dal relativismo o dall'oblio del sacro che caratterizza i media studies. Il suo discorso bordeggia l'analisi dei media alludendo all'indicibile cui anche i media non possono, per definizione, dare parola.
Dalla scoperta del disincanto globale alle forme più banali dell'edonismo quotidiano, dalla grande tradizione del carnevalesco alla "democratizzazione di Dioniso" per cui ciascuno può agire sempre in base ai suoi impulsi del momento: l'oblio del sacro non è che il silenzio di una ricerca che anche quando è sbeffeggiata o tralasciata dalla cultura mainstream, in fondo, continua.
Il potere delle rappresentanze ufficiali del sacro non è ovviamente la questione, in questo caso.
Qui si parla di una dimensione umana che ha a che fare con ciò che una persona sensibile può dichiarare "importante": umanità , natura, vita, sono parole che continuano a evocare quella dimensione e che non possono che arricchire il dibattito sui media e dei media. Un pezzo da leggere, quello di Eduardo de la Fuente. Perché l'utopia va alimentata.
I campioni d'Italia in questa classifica sono i 2.480 utenti unici al giorno del Canale Inter: più di 40 minuti per sessione.
Tra i giornali, quello che spinge gli utenti a passare più tempo sulle sue pagine è il Gazzettino (7 minuti). Il Mattino è a 6 minuti. Repubblica, Corriere, Fatto e Stampa, stanno sopra i 5 e sotto i 6 minuti per sessione.
"Kant, lo ricordo, è stata una delle più grandi menti della storia della filosofia, ma gli accadeva talora di dormicchiare, come ad Omero, e di lasciarsi sfuggire delle affermazioni che ci lasciano perplessi. Una delle più note è la condanna della musica come arte inferiore (pronunciata nella "Critica del giudizio") perché disturba anche coloro che non la vogliono sentire - ed è importuna come un profumo troppo penetrante di cui qualcuno intride il fazzoletto, così che quando lo trae di tasca tutti ne sono nauseati. E valga come giustificazione il fatto che forse Kant, di musica, conosceva solo importune marcette militari che turbavano le sue meditazioni quotidiane".
Sicché, si può dire che l'iPod, le cuffie e la musica che si fruisce ciascuno singolarmente sono una risposta all'obiezione - discutibile - di Kant.
Evidentemente, Kant non valutava la forza aggregante della musica ascoltata insieme. Talvolta si dice lo stesso dell'uso dell'iPod.
| Top 3 Video Properties in all Reported Video Metrix European Countries Ranked by Total Videos (000) Viewed by Unique Viewers April 2011 Total Audience; Age 15+ - Home & Work Locations Source: comScore Video Metrix |
|||
|
|
Top Properties | ||
| France | Google Sites | DailyMotion.com | Facebook.com |
| Germany | Google Sites | ProSiebenSat1 Sites | Facebook.com |
| Italy | Google Sites | Facebook.com | Vevo |
| Russia | Google Sites | Mail.ru Group | Gazprom Media |
| Spain | Google Sites | Vevo | Facebook.com |
| Turkey | Facebook.com | Google Sites | DailyMotion.com |
| UK | Google Sites | BBC Sites | Vevo |
1. calcolare il totale della comunità di un brand o di una persona sommando tutto (blog, twitter, youtube, facebook ecc)
2. traffico mensile sui vari mezzi e piattaforme
3. pagine viste mensili originate da social media.
[EN] La société civile s'en va t'en guerre à l' e-G8 from OWNI on Vimeo.
Spiegano sul New Scientist:
While watching the animation above, fix your eyes on the white dot in the center. When the surrounding ring is stationary, you'll notice the dots inside changing colour. But as the wheel rotates, the flashing circles should appear to switch colour less often or not at all. In reality, the colours are changing at the same rate throughout the animation.
Suchow and Alvarez think that the phenomenon, called change blindness, occurs because specific brain areas monitors different locations in our visual field. When an object is moving fast, local detectors don't have much time to register a colour change so they can remain undetected. The trick isn't just for colour either, another version of the illusion, shows how motion can mask variations in shape and shade too.
Il Giornalaio ricorda che gli utenti vedono l'insieme degli strumenti che hanno a disposizione come un solo grande medium. E, nella veloce variabilità di funzioni e significati dei mezzi di comunicazione, si sono abituati a non affidare tutto a una sola soluzione. Questo aumenta un po' la complessità . Ma fa parte della cultura della prova, dell'errore, e della continua ricerca di novità interessanti. Non è la fine della storia. Ma per ora questo mantiene spazio per molte alternative. Esistenti e da inventare.
Intanto, Apple e Google vanno al Senato americano per spiegare la loro politica sulla privacy mobile. (Bloomberg)
Sembra dunque che gli americani stiano arrivando a conclusioni - sulla privacy online - che gli europei avevano intravisto già da tempo.
I dodici milioni di italiani che si collegano a Facebook ogni giorno sono un potenziale formidabile per superare i media della solitudine. Secondo il professor Tullio De Mauro, di solito molto severo, questo gesto è una luce nel buio del crescente analfabetismo funzionale degli italiani.
E il motivo di speranza c'è. Per crescere Facebook, come Google, cercherà di incentivare la qualità . Perché troppo spam fa male a qualunque mezzo in rete.
Perché tutto questo dovrebbe riuscire? Se Facebook, come Google, e come la tv, vivono di pubblicità , perché non dovrebbero andare nella stessa direzione della tv? Con un continuo abbassamento dei costi in un contesto che - fatte le dovute eccezioni - non incentiva la capacità di generare contenuti di qualità culturale significativa? Primo, bisogna evitare di vedere tutto all'italiana: la tv tedesca o nordeuropea non ha preso la stessa spirale che ha coinvolto quella italiana. E lo spazio per i programmi di qualità è mantenuto in quei contesti anche per tenere alto il valore dell'insieme. Secondo, la rete è più libera, anche nella versione Facebook: avrà sempre molto spazio per le curiosità di consumo immediato e per le questioni più impegnative; ma come dimostra la crescita dei contenuti e degli strumenti per l'approfondimento - long stories, read later, ted e così via - la differenza la fanno le dinamiche di socialità . Se si avvia una valanga, questa cresce. E il tipo di cose delle quali si avverte più bisogno, proprio per differenza dalla tv, sono quelle nelle quali ciascuno e coinvolto ed è orgoglioso di essere coinvolto. Un filo di speranza, insomma, c'è. Va incoraggiato. Non si può imporre.
Non si può certo pretendere che il divertimento e la velocità di quello che si fa di solito su Facebook siano sostituiti da noiose articolesse digitali. Ma si può immaginare quale evoluzione potranno sviluppare le relazioni in rete. E' sempre possibile che la ricerca immediata di visibilità continui a consigliare a molti un comportamento banale ma capace di incuriosire. Ma nel tempo emergeranno e saranno sostenute di più le iniziative che non si limitano a "incuriosire" e anzi possono "ispirare".
La Fondazione Ahref se ne occupa con tutte le sue forze.
Di sicuro sono due modelli molto diversi. La pubblicità di Google è un modo fantastico per aumentare il traffico su un sito o per altre attività che si svolgono sul web. La pubblicità di Facebook è fantastica per aumentare il traffico soprattutto su attività che si sviluppano su Facebook. E' un po' semplicistico, ma è un po' così.
Il punto è che su Facebook la gente passa il 25% del tempo internet, più o meno. E che ogni giorno, in un paese come l'Italia, 12 milioni di persone si collegano a Facebook. Ogni giorno! (La notizia mi è stata consegnata da fonte ben informata). Se fosse audience sarebbe meglio della media di qualunque rete tv. E meglio di quasi qualunque programma tv italiano.
Abbiamo solo cominciato a comprendere come cambia la "pubblicità " con il web.
ps. Una conferma indiretta dell'intuizione proposta in questo post è nell'impegno sempre più chiaro di Google per incentivare la produzione di contenuti di qualità sul web. E' una vicenda da seguire. Qui i consigli di Webmaster Central Blog (ma perché "central", poi?).
Il che in un certo senso è vero. Ogni oggetto trasporta "messaggi" e nell'economia della conoscenza i messaggi che trasporta sono parte fondamentale del suo valore.
Ma allora, se ogni azienda è un editore, che cosa sono gli editori?
Se non rispondono a questa domanda, probabilmente non potranno sopravvivere come tali e si trasformeranno in altro. Se vanno dietro solo alla pubblicità , se resistono al cambiamento con i loro oggetti tradizionali, se non hanno un modo chiaro con il quale valorizzare non tanto i messaggi quanto le capacità creative dei loro autori, allora non troveranno un modo di far pagare quello che le altre aziende danno gratuitamente perché hanno un altro focus imprenditoriale. Lo scopo di un editore non è quello di ogni altra azienda. Ma solo riappropriandosi di un'identità di mestiere forte potranno dimostrarlo e farlo valere.
Le aziende lanciano un contest, i creativi rispondono. I creativi si fanno conoscere, le aziende li chiamano.
Le regole sono un po' diverse. Il senso è lo stesso: aprire strade, rispettare le idee, alimentare l'intelligenza dei progetti.
Zooppa
99 Designs
Shicon
Nel frattempo va avanti la votazione sul logo dell'Expo.
La domanda è: l'intelligenza collettiva è intelligente o stupida? E soprattutto: noi possiamo farci qualcosa? Il design dei fenomeni emergenti (non orientato a svolgere una funzione prevedibile specifica ma a generare conseguenze) è la materia di indagine per testare le risposte all'ultima domanda.
Ho incontrato David Lane a Fet11. C'è anche il mitico Stefano Mancuso (da vedere il suo video a Ted).
Sembra emergere una tale quantità di dati sui movimenti delle persone che la dimensione della libertà individuale, cui il telefonino sembrava dare un'ulteriore enorme spinta, cede il posto all'analisi sistemica: le formiche nel loro piccolo si sentono imitate.
Non stiamo studiando l'intelligenza collettiva. Anche se la rete sembra diventare ogni giorno di più uno strumento dell'eventuale emergenza di una intelligenza collettiva (o almeno uno strumento di studio della stessa). Per ora, stiamo osservando il movimento dell'insieme delle persone. Che evidentemente scelgono nella vita quotidiana secondo schemi piuttosto prevedibili.
E decolla a partire da qui:
"il est important de comprendre que tout média en ligne constitue une réponse aux questions suivantes :
- de quelle manière l'information va-t-elle être perçue par l'utilisateur?
- quel est le type de contenu que l'utilisateur souhaite lire ?
- quel est le style rédactionnel qui convient à ce type de contenu ?
- quel type de publicité serait le plus approprié au contenu?"
C'è anche un pezzo di Robyn McMaster, cui va data un'occhiata. Si sviluppa intorno all'idea di un marketing win-win e di leadership interessanti...
COLOGNO MONZESE (MILANO)
(ANSA) - COLOGNO MONZESE (MILANO), 20 APR - "Siamo di fronte a una incomprensibile politica di favore verso il mondo delle telecomunicazioni e a scapito del mondo di noi televisivi". Così il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, commenta la gara per la banda da 800 megahertz per nuove frequenze in banda televisiva "che l'Europa prescrive di assegnare agli operatori di telefonia mobile". Aprendo l'assemblea del gruppo televisivo, Confalonieri conferma che Mediaset parteciperà all'assegnazione in 'beauty contest' di sei multiplex nazionali. Nel rapporto tra internet e televisione, secondo il presidente Mediaset, "da una parte regna la totale assenza di regole e controlli, dall'altra invece vi è una pesante ingerenza degli organi di regolamentazione. Il nostro conflitto con Google, nel quale siamo alleati con gli altri editori, in Italia e all'estero, vuole difendere gli investimenti contro ogni utilizzo parassitario e ogni pirateria". (ANSA).
NI/MB S0A QBXB
Come è ovvio, un autore non ha alcuna voce in capitolo sul prezzo dei suoi libri. Ma chiedendo all'editore si scopre che anche quest'ultimo non ha tutte le leve decisionali in mano. Anche perché un conto sono i prezzi e un conto sono gli sconti. Mentre la struttura dei costi è abbastanza poco conosciuta. Non ne sono venuto a capo pienamente, ma ho imparato qualcosa.
Il prezzo di copertina ufficiale di Cambiare pagina è 11 euro e quello della versione digitale è 8,99 euro. Il che corrisponde al maggiore costo della carta. Ma la produzione non è la sola voce di costo. C'è anche la distribuzione, che conta per circa il 30-40% del prezzo di copertina anche nelle librerie digitali. Questo consente di praticare degli sconti. Ma gli sconti sono diversi a seconda della capacità contrattuale delle parti. E a fronte della politica di sconti aggressivi di piattaforme come Amazon per la vendita online di libri di carta anche le altre piattaforme abbassano i prezzi. Ma solo dove c'è concorrenza
Si scopre insomma che il mercato è più concorrenziale nella vendita online dei libri di carta, mentre lo è meno sulla vendita dei libri in formato elettronico. (Non solo: secondo me, ma è una pura supposizione, il prezzo del libro elettronico deve restare alto anche per pareggiare un po' le perdite dello scambio di libri elettronici tra utenti che in questo modo non pagano il prezzo di acquisto).
Si scopre che in generale nel mercato dei libri di carta, gli editori hanno più forza contrattuale e che nelle piattaforme online hanno meno potere. E che i compratori di libri elettronici sono meno sensibili agli sconti.
Da queste differenze emerge che il mercato dei libri elettronici e quello dei libri di carta sono sorprendentemente separati. La maggior parte della gente non confronta gli sconti di carta ed elettronici prima di comprare. E la ricerca di libri elettronici è ancora meno sviluppata e abituale di quelli di carta, tanto che nei libri elettronici, in Italia, il mercato è più concentrato sui bestseller mentre nella carta c'è una coda lunga più lunga.
Tutto questo significa essenzialmente che anche qui il mercato non funziona proprio come ci si aspetterebbe. Istruttivo, mi pare. Ma di sicuro non abbiamo ancora finito di imparare.
E David Weinberger insegna a leggere il sistema dei link come una vera e propria struttura cognitiva capace di aggiungere valore alla cultura contemporanea. Con la conseguenza che la nozione di qualità dell'informazione cambia, mettendo in crisi le autorità tradizionali e rendendo necessario alle persone un salto di consapevolezza riguardo al processo con il quale ritengono vere le affermazioni: non basta più la pubblicazione perché lo siano. (Vedi il contributo di David su Ahref).
Ora il problema è che i link sono considerati contemporaneamente un elemento dell'informazione (per la citazione delle fonti o per il rimando agli approfondimenti, per esempio) e un elemento del governo del traffico in rete: un link porta traffico o fa perdere traffico. Il che significa che là dove deve prevalere l'informazione si linka, mentre dove prevale la lotta per il traffico si spera di essere linkati ma non si linka mai... La questione è evidentemente tale da generare forti contraddizioni nell'ecosistema della rete. Qualcuno pensa che si risolva per via etica. Sarebbe interessante anche dimostrare che si possa risolvere in base a un ragionamento di convenienza. Di certo, la convenienza pubblica è chiara, mentre la convenienza privata lo è meno. I forti sanno che saranno linkati anche se non linkano. I deboli linkano nella speranza di essere linkati. Per ora si vede il problema: la soluzione è ancora lontana.

Linkedin è in piena evoluzione e sta cercando di arrivare alla quotazione in borsa. (Una visione critica)
Ogni piattaforma privata tiene il suo ecosistema in scacco. E può cambiare politica quando vuole. La sola piattaforma che garantisce a chi sviluppa la libertà di creare in base a una propria idea e di stabilire la propria strategia è internet, fino a che sarà mantenuta la neutralità della rete.
Ecco il commento di Dave Winer. "The [wide open] Internet," writes epoch-defining innovator Dave Winer about the news, "remains the best place to develop because it is the Platform With No Platform Vendor. Every generation of developers learns this value for themselves."
Da quando c'è la rete, c'è anche questo dibattito. Fin dai tempi di The Well. È chiaro che l'anonimato favorisce l'emergere di notizie che non uscirebbero se chi le scrive si dovesse esporre ai poteri che vorrebbero impedirne la pubblicazione. Ma l'anonimato favorisce anche l'emergere di commenti che non uscirebbero se chi li scrive sente che dichiarando la propria identità se ne dovrebbe vergognare.
L'anonimato in effetti annulla i freni inibitori di chiunque tenga alla propria immagine pubblica e induce qualcuno a lasciarsi andare e a sparare qualunque genere di sciocchezza proprio perché la sua identità resta coperta.
Qualunque pubblicazione può lasciare che i commenti siano anonimi o impedirlo. Ma saranno comunque i lettori a giudicare: un commento anonimo è meno credibile di un commento scritto da chi se ne assume la responsabilità . O per lo meno chi si assume la responsabilità di quello che scrive conquista di solito - a parità di altre condizioni - un maggiore rispetto.
Impossibile, impedire l'anonimato su internet. E probabilmente sarebbe anche sbagliato. Ma è anche corretto sottolineare che scrivere e firmare quello che si scrive genera informazione dotata di maggiore concretezza. E in generale contribuisce alla qualità delle relazioni che si sviluppano nelle conversazioni online.
Questo vale in generale. I casi particolari, peraltro, sono molti e diversi. In alcuni di questi casi, l'anonimato può essere una soluzione obbligata. Sono i casi in cui un potere forte impedisce seriamente la libertà di espressione. Ma abusare in generale dell'anonimato per conversazioni che potrebbero benissimo essere sostenute con il proprio nome e cognome non aiuta la crescita della qualità della rete. Imho.
La rete ha reso facilissimo pubblicare. Ora il problema è scegliere. E le iniziative per facilitare la scelta si moltiplicano.
Se saranno troppe anche le iniziative per facilitare la scelta di quello che va letto, si dovrà comincaire a scegliere a quali di queste occorre affidarsi... Ma così è la rete. Ed è evidentemente il suo bello.
Antonio Ricci, incontrato al volo, ha voluto raccontare il suo punto di vista sulla questione. Ricci è convinto che non ci fosse, ai primi anni Ottanta, alcun progetto culturale alla radice della scelta di mettere Dallas. "Lui voleva essenzialmente rifare la Rai".
In questo senso, sarebbe proprio la forza del meccanismo televisivo ad aver costruito il proprio progetto culturale e le sue conseguenze.
Propone di alimentare la consapevolezza della necessità di operare costantemente questa attività critica. E offre alcune indicazioni operative. Sostenendo che l'autodifesa dei cittadini che usano internet è molto più efficace di qualunque ipotesi di controllo dall'alto. Per chi non l'abbia già visto, questo è il primo video di una serie dedicata all'argomento.
Di sicuro, ci vorrebbe una bella "crap detection" non solo per internet... L'Italia potrebbe essere un grande laboratorio di sviluppo per questa attività .
L'esperienza però non è tutta qui. Mancano gli intoppi pratici della lettura sulla carta, manca la difficoltà di ritrovare un passo che avevi letto e ricordi vagamente, manca la differente consistenza dei libri, manca il colore della copertina. Manca il gesto di sfogliare, un po' diverso per ogni libro. E questo ha conseguenze sulla memoria.
Sul Kindle, o su un ereader, ogni libro è fisicamente più o meno uguale a ogni altro, il gesto di passare da una pagina all'altra è sempre lo stesso, non hai davvero idea di quanto tu abbia letto e quanto ti manchi al prossimo capitolo...
L'omogeneità della lettura elettronica elimina piccoli eventi che la memoria è abituata inconsapevolmente ad associare ai passi di testo che hai letto.
In breve, si ricorda meglio, elettronicamente, sfruttando il motore di ricerca. Ma si ricorda peggio, biologicamente, perché non si sfruttano le associazioni tra parole, gesti, segni aggiuntivi, come i colori e la posizione del testo nella pagina a destra o a sinistra... La memoria diventa più artificiale. Capita, alla fine, di sapere di avere letto qualcosa, ma di non ricordare l'autore o il titolo nel modo cui la lettura di un oggetto fisico ben identificato e diverso dagli altri ci aveva abituato.
E' un fenomeno che ricorda il passaggio dalla cultura orale a quella scritta. Anche in quel caso la memoria era al centro del cambiamento. La cultura si è adattata.
Post precedenti su questo argomento:
Il gesto di conoscere
Imparare con le mani
L'interfaccia e l'ambiente che si trova nelle Ted Conversations non invita a perdere tempo: piuttosto invita ad approfondire e solidarizzare intellettualmente con gli altri.
Grande esordio. Fin dalla partenza della piattaforma ci sono grandissimi interventi, da Morozov a Zuckerman a O'Reilly.
Un'idea interessante: le discussioni hanno una data di scadenza. Ci sono amministratori volontari. Le regole sono molto semplici.
Qualche esempio?
Zeid Abdul-Hadi propone questa domanda:
To what extent has social media contributed to the spreading of the People's revolutions and call for Freedom in Tunisia & Egypt?
The past month has seen unprecedented events in history in the Middle East that hasn't been possible to achieve in 30 years, and this is partly due to the rise of the internet and the new means of communication at the disposal of people, and in particular social media, such as Twitter & Facebook, which has allowed people to rally for a common cause in large numbers in a way that would've been impossible before. In addition, the rise of the use of the internet and social media has enabled people to see everything clearly and to know about everything from different media sources, so no government can fool its people anymore.
Evgeny Morozov risponde:2 days ago: The governments of Tunisia and Egypt were overthrown in part because they did not pay enough attention to the power of the Internet. How else to explain the fact that the Egyptian government took little effort to crack down on the Facebook groups opposing it in the several months preceding the protests?
Social media are good for publicizing protests - but, as they are social by definition, they are also easy to track and monitor, subjecting protesters to risks they may not even be aware of. What we are going to see in the months to come is more governments learning the tricks of open-source intelligence gathering to avoid being caught off guard like Ben Ali or Hosni Mubarak.
Ethan Zuckerman risponde:
2 days ago: I've heard at least three ideas for why social media could be important in the Egyptian/Tunisian context, and I think there's a fourth idea that's not been widely discussed yet.
Idea 1 - the secret information theory
A number of commentators have suggested that information released by Wikileaks and circulated via social media helped foment frustration in Tunisia and mobilize the demonstrations. While it's true that Tunisia worked very hard to suppress the Wikileaks information, the information revealed wasn't especially secret. I think that, while the idea of the Internet as a platform for unblockable secrets is very appealing, I think there may be fewer secrets than we imagine in our mediated age, and more channels than the internet.
Idea 2 - command and coordination
The New York Times has run several stories looking at how groups like the April 6 Youth Movement and Kefaya used the internet to coordinate protests in Egypt. While there's some truth to these stories, it's worth noting that the protests continued during an internet shutdown. Yes, the internet is a great tool for organizing protest, but it's also an open, public channel, not always the best place to plan a revolution.
Idea 3 - amplifying voices
Protests in Sidi Bouzid would have received little media attention without two technologies - Facebook and Al Jazeera. AlJ used videos posted on Facebook to report on the protests to the rest of Tunisia and the rest of the world. As protests spread through Tunisia, they inspired the world as a whole.
the one I've heard little about
Idea 4 - participatory governance
Now that leaders have been overthrown in Egypt and Tunisia, what's next? There needs to be a channel for youth - the folks who led protests - to influence the new process of governance. What will be really exciting is if figures like Wael Ghonim can use Facebook to get ideas from the youth he now represents in conversations with the new Egyptian government.
E così via...
L'esempio viene dalla storia del ruolo del Pakistan nell'attentato a Mumbai di un paio d'anni fa. E' scritta da Sebastian Rotella di ProPublica. Ha una dimensione molto ampia per il web o per un giornale. Ma è perfetta per il Kindle. E su quella piattaforma ha effettivamente trovato un grandissimo successo. Lo racconta Megan Garber sul NiemanJournalismLab.
Ne parlava Clay Shirky: il reader farà venire in mente nuovi generi. E nuove possibilità .
Il concetto è chiaro. Ma la chiosa di David è come sempre interessante: il fatto che il medium sia fatto dalle persone trasforma le notizie che trasmette in qualcosa che ha una doppia o tripla valenza. Riguarda il fatto riportato, le motivazioni di chi lo riporta e le identità di chi lo ritrasmette, lo riceve e attivamente ci fa qualcosa: il tutto diventa messaggio. La formula "Il medium è il messaggio" assume dunque ulteriori dimensioni di senso.
Può interessare notare che quest'anno la Telecom Italia ha superato la Pirelli...
Da notare l'ottima posizione delle aziende italiane nelle prime 500 in Europa: 1. Eni, 3. Telecom Italia, 6. Unicredit.
Solo i clienti non americani potranno comprare nel mercato grigio attraverso Goldman perché "c'è stata troppa copertura mediatica" della vicenda... (via Wsj):
"Goldman Sachs concluded the level of media attention might not be consistent with the proper completion of a U.S. private placement under U.S. law. [We] regret the consequences of this decision, but we believe this is the most prudent path to take," the statement reads."
Puntate precedenti:
Facebook: giallo finanziario
Controversa finanza Facebook
- 2 billion - The number of videos watched per day on YouTube.
- 35 - Hours of video uploaded to YouTube every minute.
- 186 - The number of online videos the average Internet user watches in a month (USA).
- 84% - Share of Internet users that view videos online (USA).
- 14% - Share of Internet users that have uploaded videos online (USA).
- 2+ billion - The number of videos watched per month on Facebook.
- 20 million - Videos uploaded to Facebook per month.
- "When television is good, nothing -- not the theater, not the magazines or newspapers -- nothing is better.
- But when television is bad, nothing is worse. I invite each of you to sit down in front of your own television set when your station goes on the air and stay there, for a day, without a book, without a magazine, without a newspaper, without a profit and loss sheet or a rating book to distract you. Keep your eyes glued to that set until the station signs off. I can assure you that what you will observe is a vast wasteland.
Nella tabella sono riportati i cambiamenti nella quantità di attenzione raccolta dai vari brand nel corso del Ces di Las Vegas. ReadWriteWeb fa un'utile analisi della cronaca. Ma è interessante segnalare anche il concetto "share di attenzione". RowFeeder lo calcola in base alle volte che i brand sono citati nei social network. E' ovviamente una proxy. Ma dimostra che stiamo cercando nuove metriche per capire come stanno le cose in un mondo in cui la scarsità non è più nello spazio disponibile sui media, ma nel tempo e nell'attenzione della rete sociale.
Dalle tabelle di JPMorgan non emergono performance brillanti di Facebook rispetto ad altri attori tra le Tech Companies.
Qui i dati che cito:
http://periodistas21.blogspot.com/2011/01/la-atencion-de-facebook-vale-37500.html
Quando una impresa, com'è il caso di Goldman Sachs ha gravissimi problemi di immagine e di relazione con il grande pubblico viene spontaneo chiedersi se non si tratti di una operazione tesa solo a controllare a proprio beneficio il social network più popoloso del mondo.
Un abbraccio.
PL
Julian Assange vs Mark Zuckerberg : Who is the real Man of the Year?
Anche se non è quotata, e perciò non un pericolo diretto per i risparmiatori, un'azienda con un brand molto pompato dai media e senza un modello di business sostenibile è comunque un pericolo per il mondo finanziario, basti pensare alla capacità di grandi operatori all'ingrosso - come può essere definita GS - di costruire prodotti strutturati che poi finiscono ai fondi venduti al pubblico di fessacchiotti alla ricerca del guadagno facile e senza lavorare.
Un altro interessante commento, del 4 gennaio
http://opinionator.blogs.nytimes.com/2011/01/04/friends-with-benefits/?scp=1&sq=%20cohan&st=cse
Ma questo è quello che forse interpreta meglio
Umair Haque traccia un paragone tra l'IPO di Google e quella di Facebook
http://www.bubblegeneration.com/2011/01/tale-of-two-ipos.html
Da leggere
Goldman Sachs ha comprato azioni di Facebook, che non è un'azienda quotata, per 450 milioni di dollari, più altri 50 milioni per i russi di Dst che avevano già preso una quota tempo fa. E tutti hanno pensato alla capitalizzazione virtuale che questo acquisto significava: 50 miliardi di dollari sarebbe stato il valore di Facebook se fosse stata comprata tutta a quel prezzo. La spiegazione ufficiale: alcuni venture capitalist volevano uscire e hanno venduto guadagnandoci alla Goldman che avrebbe poi guadagnando portando in borsa Facebook (evidentemente pensando che la borsa avrebbe valutato ancora di più la società ).
Il dato ideologico di questa spiegazione era semplice: un'azienda non vede l'ora di andare in borsa, trovare nuovi soci, investire il ricavato in innovazione, espansione e acquisizioni; perché la finanza è strumento della crescita reale delle aziende e la abilita trovando i mezzi per realizzarla. Purtroppo, molto spesso la finanza si rivela invece autoreferenziale, ben poco attenta all'economia reale, orientata a considerare l'economia reale come un suo strumento (non il contrario). E quando si muove Goldman, vista la storia, si può spesso sospettare che questa sia l'interpretazione giusta.
Ora vengono fuori un po' di dettagli che sembrano mettere in discussione la lettura idelogico-finanziaria dell'operazione Goldman-Facebook:
1. Facebook sta facendo tutto salvo che quello che serve per prepararsi ad andare in borsa
2. Goldman sta facendo tutto salvo che quello che serve per vendere le azioni comprate da poco in Facebook e aspettare a rivenderle quando ci sarà la quotazione
3. Una marea di investitori stanno cercando di comprare le azioni Facebook comprate da Goldman adesso, in un mercato grigio che preoccupa la Sec.
La regola è che un'azienda non quotata non ha obblighi di informare il mercato sul suo andamento aziendale. Oggi sappiamo solo che Facebook ha un fatturato stimato di 1,5-2 miliardi di dollari e non si sa quanto faccia di utili (i numeri che si trovano in giro vanno da più di qualche decina di milioni di dollari meno di 200 milioni di dollari). Significa che fattura meno di 30 centesimi di dollaro al mese per utente (meno di 4 dollari all'anno). E' un business di volumi alti e profitti bassi e se cresce molto è essenzialmente attraverso il numero di utenti (dovesse superare, come pare, la fase iperespansiva della sua curva a "esse" e dovesse scoprire che il numero di utenti crescerà più lentamente in futuro, anche il suo valore finanziario futuro andrebbe rivisto).
La regola è anche che se hai più di 500 soci non sei più un'azienda privata normale e devi dare informazioni sul tuo business. E Facebook sta facendo di tutto per restare sotto i 500 soci: il che significa che non è pronta a dare informazioni sul suo business.
Ma il mercato delle sue azioni c'è già , anche in mancanza di informazioni. E Goldman ne approfitta. La Sec investiga. E per fortuna i risparmiatori privati sono fuori dal gioco, perché allora ci sarebbe da preoccuparsi per loro.
Facebook sta ottenendo tutto quello che le serve dalla finanza senza dare in cambio trasparenza dei suoi conti. Non ha a quanto pare bisogno dei soldi dei risparmiatori perché le basta già la sua capacità di genera cassa per ora. La mecca della borsa - con le regole che impone - non è un sogno.
Ma tutto questo è un incompetente riassunto di molto materiale informativo che sta uscendo:
Inchiesta su Facebook-Goldman
Goldman vende azioni Facebook
Commento Fortune
Commento TechCrunch
Commento Reuters
Perché non comprare Facebook, Fortune
Provando a distinguere le forme identitarie, o almeno le promesse editoriali, vengono alcune idee.
Orientamento editoriale:
Informazione
Comunicazione
Indipendenti
Schierati
No (low) profit
Profit
Posizionamento di mercato:
Alto valore aggiunto
Grande volume di fatturato
Specialisti
Generalisti
Orientamento B2B
Orientamento B2C
Attività che fa la differenza:
Ricerca di informazione
Filtri all'informazione
Content oriented
Design oriented
Software oriented
Service oriented
Il valore dell'apertura che si propaga grazie alla cultura (e alla pratica) del web implica alcune conseguenze per le attività imprenditoriali. Si deve scegliere. Non si vince su tutto. Si vince su quello che si sa fare meglio, collaborando con gli altri che sanno fare meglio il resto. L'esercizio dovrebbe servire a decidere in che cosa si è veramente più bravi.
Ringrazio Massimo perché ha fatto emergere meglio un tema che avevo lasciato implicito: è possibile che gli editori producano qualcosa di davvero buono per il tablet, innovativo e produttivo per il loro business, consapevole dei passi avanti che il web ha fatto fare al pubblico (passi avanti dei quali il pubblico rifiuta e rifiuterà - giustamente - di privarsi)?
Lasciamo perdere il cinismo con il quale si potrebbe rispondere in generale sulla politica degli editori (anche perché facendo il giornalista dovrei prima di tutto parlare delle responsabilità dei giornalisti). Il punto è un altro. Che cosa succederà davvero?
Lo scenario di piccolo cabotaggio, continueremo a leggere i pdf sul tablet è davvero il più probabile?
No. E' quello che si realizzerebbe se non succedesse più niente. Ma se c'è una cosa poco probabile è proprio che non succeda più niente.
Gli incentivi a innovare per gli editori cresceranno. La crisi, le opportunità , il ricambio generazionale, le novità che si potranno emulare, i nuovi tablet e le nuove piattaforme... Il punto è che qualcuno probabilmente prenderà la strada giusta e gli altri saranno costretti ad andargli dietro. Quale strada giusta?
Ecco alcuni spunti:
1. Il web e le applicazioni per l'iPad non sono dimensioni contraddittorie, ma integrate (come tutto o quasi nei media, peraltro)
2. Le opportunità di business che offrono sono specifiche (non vanno pensate come il rimedio alla perdita della carta); si deve pensare che cosa può portare in più ogni nuova forma con la quale si propone l'informazione (non pensare a quello che si perde, ma pensare a creare di più e di meglio con ogni medium)
3. La sperimentazione fa comprendere come funziona un nuovo mondo e quando si è imparato si va più veloci. Siamo nella sperimentazione, ancora.
Ed ecco dunque alcune considerazioni costruttive:
1. La logica del web andrà avanti e avrà ancora a lungo la leadership culturale. Il business sostenuto dalla pubblicità continuerà a crescere, su pc e su tablet. Basterà ? Niente basterà , ma tutto servirà . Non stiamo sostituendo un vecchio business con un nuovo. Stiamo costruendo un nuovo business.
2. Il design delle applicazioni non è necessariamente chiuso. Si possono fare le applicazioni in html5 o con le funzioni di social networking e altro. Si possono mettere gli stessi contenuti in diversi contesti (web e apps). Si possono creare contenuti specifici per ogni medium. Ma di certo il design di quello che va sul tablet ha le sue specificità : perché il tablet si porta in giro, si tocca, si può apprezzare con più calma e comodità che un pc sulla scrivania dell'ufficio... mentre la velocità e la comodità del pc nell'interazione resteranno a lungo migliori.
3. Le storie raccolte dai giornali andranno proposte in tutti i modi possibili e comodi per il pubblico. In tutti i modi che il pubblico riterrà di gradire. Alcune cose andranno a pagamento se avranno il valore giusto, anche modesto ma riconoscibile. E su questo c'è ancora da lavorare: ma non per tornare indietro, per andare avanti.
(Giusto per la cronaca, Pew ha messo in giro una ricerca sulla disponibilità a pagare per i contenuti digitali in America. L'arpu di 10 dollari al mese non è molto, ma è anche l'arpu medio dei siti che fanno la raccolta pubblicitaria. Le logiche di sviluppo sono ancora tutte da definire: ma ci sarà bisogno di perseguire con ragionevolezza tutte le strade. E questo vale sia per i vecchi editori che per i nuovi. A questi conti andrà dedicato un ulteriore post).
Background su Editoria delle apps
Il 2011 si annuncia come un grande momento di passaggio per questo mercato. Al Ces stanno per arrivare molti nuovi tablet con sistemi operativi diversi, da Android a Microsoft e a Palm (probabilmente), in attesa del Rim. Questo renderà più complesso il mercato delle applicazioni. Comprese quelle editoriali.
Ora dunque arrivano i problemi. E proprio nel momento in cui si leggono le notizie negative sul mercato delle apps editoriali su iPad. (Mondaynote). Che cosa succederà ora?
L'editoria dei magazine ha creduto in questo modello perché:
1. Il Kindle aveva dato la spinta al libro elettronico e dimostrato che è vero che si legge in mobilità , comprando i libri online con un oggetto sempre connesso
2. L'iPad era tanto bello e ricco di grafica da potersi candidare a svolgere la stessa funzione del Kindle per i magazine e i giornali
3. La logica economica del mercato delle applicazioni aveva pagato per diverse industrie, come quella dei giochi, e aveva replicato il successo della musica su iTunes: dunque poteva anche funzionare per i magazine.
L'editoria arrivava a prendere in considerazione le applicazioni dopo aver vissuto l'incubo della crisi della pubblicità del 2009. E sperava che le applicazioni riaccendessero il mercato dei giornali a pagamento anche nel digitale, dopo aver visto che sul web questo modello non passa. E ha pensato di poter contrapporre la logica delle apps a quella del web. Di questa idea si è fatto portavoce Chris Anderson su Wired, con il famoso e controverso (per non dire sbagliato) titolo estivo "il web è morto". Anderson ha poi chiarito che l'eccessiva drammaticità della titolazione era un po' dovuta a una scelta di comunicazione.
Ora scopriamo che le apps editoriali in vendita su App Store sono andate sempre peggio nel corso del 2010. E che funzionano quelle che si propongono gratuitamente con il supporto della pubblicità . La nuova ipotesi forte è che le apps sono un nuovo passo avanti della logica di internet e del web, non un passo indietro al mondo controllato della carta. (Bradford)
Le apps editoriali sono uscite con grande entusiasmo e molte sono state estremamente innovative, nel design, nei contenuti, nelle presentazioni grafiche animate. Si sono dimostrate interessanti per i lettori. Ma non abbastanza da convincerli a pagare fedelmente per ogni uscita.
Il problema è stato nei dettagli. E non solo. Perché talvolta, o molto spesso, salvo eccezioni:
1. Erano troppo pesanti da scaricare
2. Erano troppo simili ai giornali di carta dei quali erano emanazioni
3. Non si trovavano facilmente (perché non c'è un negozio di riviste sull'App Store)
4. Dovevano sottostare alle regole imposte dalla Apple che non sempre corrispondevano alla linea editoriale delle riviste e soprattutto alle logiche di marketing degli editori
5. Produrle era un costo che alcuni editori affrontavano più per ragioni di immagine che di sostanza
6. Avevano funzionalità di lettura elevate ma erano spesso poco interattive, poco connesse ai network sociali, poco... web
7. Erano troppe, troppo poche, con costi troppo diversi, in un mercato troppo immaturo, non facilmente comprensibile, molto definito dalla luce dell'iPad e dall'eredità web o cartacea delle testate che cercavano fortuna sul tablet.
I motivi per cui le apps a pagamento non vanno un granché bene sono diversi, ma si riassumono in una sintesi: le apps arrivano dopo il web e non ne cancellano la grandissima importanza culturale; possono creare una nuova fase dell'editoria digitale solo se offrono funzionalità molto innovative che però si aggiungono e non si oppongono alla cultura del web; ma a questo pone un freno la politica commercialmente restrittiva della Apple, il limite agli investimenti in ricerca degli editori, la conseguente mancanza di libertà d'azione dei progettisti che talvolta dimostrano di dover fare troppo i conti con il compromesso. La ragione vuole la sua parte.
Che cosa può succedere? Facciamo due scenari per le apps editoriali a pagamento:
1. Lo scenario peggiore per il prossimo anno - Nel corso del 2011 le apps editoriali a pagamento avranno altri problemi perché dovranno essere scritte in linguaggi diversi, tanti quanti saranno le piattaforme sulle quali si vorrebbe che girassero. Ci saranno sistemi editoriali per produrle in modo più industriale ma in questo senso diventeranno anche meno "originali" e diverse. Avranno ancora più difficoltà a farsi trovare. Costeranno sempre di più in termini di software e meno in termini di contenuti. Si innescherà un circolo vizioso. Solo alcuni sopravviveranno.
2. Lo scenario migliore per il prossimo anno - Nel corso del 2011, un'azienda come Google (o un'altra con analoga logica) creerà un'edicola virtuale con costi bassi per gli editori e lancerà una grande campagna per diffondere i tablet con Android (o con un altro sistema operativo alternativo a quello della Apple). Allora la Apple dovrà rispondere creando migliori condizioni per gli editori sulla sua piattaforma. I costi scenderanno, la libertà commerciale per gli editori migliorerà , si innescherà un circolo virtuoso. Molti nuovi entreranno in competizione e ci sarà spazio per diversi vincitori.
Per le apps gratuite con pubblicità la logica sarà diversa perché dipenderà dalla qualità del contenuto, dalla velocità di scaricamento, dalla forza di vendita delle concessionarie editoriali ma non avrà remore a connettersi con il web. Perché i contenuti gratuiti e la pubblicità connessa andranno logicamente anche sul web, sebbene con un design diverso. Avranno più lettori su tablet e avranno ancora più lettori connettendosi a pagine intelligemente collegate sul web. E quindi la pubblicità avrà un maggiore impatto. Con un circolo virtuoso. Sarebbe logico che fossero fatte in html5, per questo, ma non è obbligatorio per ora perché l'html5 non ha ancora editor sufficientemente facili da usare.
Tutto questo dovrebbe portare avanti la logica delle apps connesse al web e frenare quella della vendita di magazine digitali. Non è certo detto che sia questo il risultato finale. Ma i primi metri della valanga vanno in questa direzione e non nell'altra.
Del resto, perché mai dovrebbero vincere delle strategie anti-web?
Il vero tema è che le applicazioni devono avere qualcosa di speciale e pesare poco. Quindi devono risultare da un ottimo studio di software, design e contenuti. Se c'è una scommessa da fare, ancora una volta, è sull'innovazione.
Background su Editoria delle apps
In Austria c'è poca tv e gli 8 milioni di abitanti comprano 3,5 milioni di quotidiani al giorno... Giornali popolari, naturalmente, ma da leggere...
I verdi hanno una percentuale di voto ancora gigantesca in Austria. Hanno guidato la politica dell'ecologia con i no ma anche con i sà e con le proposte. L'inceneritore di Vienna è un monumento al pragmatismo.
La musica è un laboratorio per molti business editoriali nel mondo digitale. La sua "crisi" è arrivata prima. E la sperimentazione anche.
Da quello che si capisce la Fcc dichiara che vuole salvare la net neutrality dalle mire di chi la vuole sorpassare, ma distingue il mobile e il fisso.
Nel mobile, dove non c'è net neutrality, lascia le cose come stanno invece di introdurla. Perché, dice, con l'avvento dei sistemi operativi open come Android potrebbero nascere soluzioni in grado di ottenere lo stesso risultato della net neutrality. Il che è probabilmente sbagliato. Perché non si vede come un operatore che ne ha la possibilità potrebbe permettere - per esempio - che una nuova tecnologia abiliti la voip gratuita sulla rete mobile: il software si potrebbe fare grazie al sistema operativo open, ma l'operatore potrebbe stabilire che sulla sua rete va solo quello che lui stesso consente. Si direbbe dunque che la Fcc abbia preso una decisione sbagliata o che abbia motivato male la sua decisione.
Nel fisso, a quanto pare, la net neutrality è salva. Con un problema: quando un operatore vorrà introdurre forme innovative di prioritizzazione del traffico la Fcc deciderà caso per caso. Il principio dovrebbe essere: le prioritizzazioni saranno ammesse anche a costo superiore per l'utente se sono relative a servizi aggiuntivi e se gli utenti non sono obbligati a usarle. Vedremo.
Il tema va seguito con attenzione.
Si diceva: la neutralità è la garanzia dell'innovazione. Consente a chiunque, piccolo o grande, di proporre alla rete le sue idee e provarne la qualità . Mette in crisi i poteri acquisiti, ma garantisce che l'ecosistema produca sempre nuove proposte. Nell'insieme, dopo quindici anni di innovazione, gli utenti di internet ne hanno tratto giovamento. Bloccare la neutralità in modo da consentire agli operatori di discriminare sui contenuti e i servizi rende ogni innovazione aleatoria e rischiosa.
I primi commenti: tutti scontenti (ArsTechnica), mobile in movimento grazie ad Android (Engadget), una promessa di Obama (Politico), no comment (Quintarelli).
Il Berkman aveva già un lavoro in preparazione sulla questione. Lo dimostra il corposo studio pubblicato oggi.
Lo studio si occupa dei DDoS pensando alla difesa dei siti che contengono informazioni di gruppi che lavorano per i diritti umani. E suggerisce - se non ho capito male - che:
1. Utilizzino più pagine html semplici piuttosto che complessi software di gestione del servizio
2. Oppure si appoggino a piattaforme molto difese come quelle offerte da Google
3. E se decidono comunque di ospitare le loro pagine sui loro server, tengano comunque in funzione un sistema di monitoraggio tale che consenta loro di deviare il traffico su un backup ospitato su una grande piattaforma in caso di attacco.
Gli studiosi del Berkman non sembrano occuparsi del tema lanciato da Morozov: se i DDoS sono forme di disobbedienza civile e se dunque vada predisposto un sistema di repressione proporzionato e non esagerato per coloro che decidono di praticarli.
Quanto ai mezzi usati per fare pubblciità , la televisione giganteggia con quasi 3,8 miliardi e un aumento del 6,3%. Internet cresce più di tutti con un aumento del 17,7% a 277 milioni sempre nel periodo gennaio-ottobre rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente (fonte citata da Nielsen per questo dato è Fpc-Assointernet - il dato non tiene conto di Google).
Dice Nielsen:
"La televisione, considerando sia i canali generalisti che quelli satellitari (marchi Sky e Fox), chiude i primi dieci mesi dell'anno con una crescita del +6,3%. Il piccolo schermo con 3,8 miliardi di Euro raccoglie il 54% del totale advertising.
In termini di crescita percentuale rispetto al 2009 internet rimane ampiamente il primo media: fino a questo punto dell'anno la variazione rispetto al 2009 è del +17,7%.
Sempre nel periodo gennaio - ottobre la radio (+10,2%) e il direct mail (+7,0%) si confermano tra i media più dinamici in un anno positivo per l'advertising nel suo complesso. Buono l'andamento anche per quanto riguarda cinema (+7,3%) e affissione (+3,1%).
Rimane negativo l'andamento per la stampa in particolare per la periodica (-6,7%), anche se negli ultimi due mesi è stato rilevato un leggero miglioramento, e per la free press (-18,8%). Per i quotidiani a pagamento cresce la pubblicità commerciale nazionale (+1,0%) ma si confermano in calo quella locale e le altre tipologie minori, pertanto la variazione rispetto al 2009 è negativa (-1,5%). In leggero decremento anche gli investimenti su cards e transit".
DOMINA LA TV, IN CRESCITA L'USO DEI TELEFONINI. Il media tuttora più popolare presso i bambini rimane la televisione: solo il 4,8% del campione, infatti, afferma di non utilizzarla mai. Il consumo televisivo risulta nella maggioranza dei casi moderato: il 37,1% vede la tv fino ad un'ora al giorno, il 30,8% da 1 a 2 ore. I bambini forti consumatori sono una minoranza, che non va però trascurata: più di un bambino su 10 (il 12,6%) trascorre più di 4 ore al giorno davanti alla Tv. Al secondo posto, per diffusione tra i bambini, si colloca il computer. L'uso giornaliero del pc risulta di durata contenuta: il 41,3% lo utilizza al massimo per un'ora al giorno, mentre il 17,4% da 1 a 2 ore. La maggioranza dei bambini si collega ad Internet (59,7%), mentre un terzo ne rimane escluso (33,1%). Anche in questo caso prevale un consumo contenuto: il 31,9% lo usa fino ad un'ora al giorno, il 13% da 1 a 2 ore, ma un 6,9% dei giovanissimi naviga per oltre 4 ore al giorno.
IL BOOM DELLE CONSOLLE. Quasi tre bambini su quattro giocano abitualmente con le consolle per videogiochi (Playstation/PSP/Xbox/Wii), divenute da tempo una sorta di must per i ragazzi e sempre più ricche e diverse. Il 30,7% le utilizza fino ad un'ora al giorno, il 19% da 1 a 2 ore, ma 1 bambino su 10 addirittura più di 4 ore al giorno. Nel 2009 il 41,1% dei bambini di 7-11 anni non giocava con le consolle, ad un anno di distanza la quota è scesa al 25,8%, segno di un vero e proprio boom.
UN USO SOLITARIO DELLE TECNOLOGIE. I bambini utilizzano le apparecchiature elettroniche prevalentemente da soli. Per quanto riguarda la Tv, la metà del campione la guarda solitamente da solo, quasi un terzo (31,8%) con i genitori ed il 12% con gli amici. Un terzo degli intervistati guarda i dvd da solo, il 23,6% con i genitori ed il 19% con gli amici. La consolle per i videogiochi viene utilizzata prevalentemente dai bambini da soli (39,9%). Per quanto riguarda Internet, solo il 14,4% del campione riferisce di navigare con i genitori: il 40,4% naviga da solo e l'11,7% con gli amici. Ciò significa che i bambini sono generalmente privi di controllo da parte degli adulti anche quando usano mezzi di comunicazione potenzialmente insidiosi per i più piccoli.
CHE COSA FANNO SU INTERNET: ESPLODONO YOUTUBE E SOCIAL NETWORK. Le attività legate all'utilizzo di Internet più diffuse tra i bambini risultano essere: guardare filmati su YouTube (lo fa il 67,8% di chi naviga), giocare con i videogiochi (64,6%), cercare informazioni interessanti (61,7%), scaricare musica/film/giochi/video (58,7%). Se queste attività sono diffuse tra la maggioranza dei piccoli navigatori, risulta non trascurabile anche la quota di chi cerca materiale utile per lo studio (46,6%), chatta (42,2%), utilizza Social Network (42,1%). Quasi un terzo usa la posta elettronica (32,2%) ed il 27,6% partecipa a giochi di ruolo online. Si segnala in particolare la diffusione ormai capillare, anche tra i più giovani, di YouTube, dei Social Network, nonché l'abitudine dilagante, fin dall'infanzia, di scaricare materiali da Internet - spesso in modo illegale. In aumento la quota di bambini che guarda filmati da YouTube (a riprova della crescita travolgente del sito) - erano 54,7% nel 2009, percentuale salita al 67,8% nel 2010 - e che usano la posta elettronica (27,8% nel 2009 e 32,2% nel 2010). La rilevazione inerente i gusti e le preferenze dei bambini nella scelta di generi di video guardati su YouTube ha mostrato una significativa propensione del campione intervistato al genere musicale, scelto nel 62,9% dei casi. I filmati divertenti/curiosi ed i pezzi di programmi televisivi preferiti, vengono guardati rispettivamente dal 57,8% e dal 57,5% del campione. I video con scene forti (incidenti, violenza, sesso, ecc.) registrano la percentuale più bassa di risposte affermative (17,1%), benché si tratti di una percentuale da non sottovalutare considerando il contenuto ed il genere dei video stessi.
VIDEOGIOCHI: COSA ORIENTA L'ACQUISTO? Nel 29% dei casi (la percentuale più alta di risposte affermative) i bambini hanno dichiarato che quando viene comprato loro un videogioco, questo è scelto perché piace. Il secondo fattore di scelta nell'acquisto (23,5% dei casi) risulta essere quello dell'attenzione, da parte dei genitori, al fatto che il videogioco sia adatto all'età del bambino. Il 13% dei bambini intervistati afferma di acquistare videogiochi da solo, il 10,6% riconduce l'acquisto di un videogioco da parte dei genitori al fatto che il prezzo sia basso e solo il 6,7% dei bambini ha attribuito al valore educativo del videogioco il motivo di scelta. I bambini ai quali non vengono comprati videogiochi sono il 9,6% del campione e quelli che identificano altre ragioni di acquisto e di scelta sono il 4,9%.
AUMENTANO I BAMBINI CHE POSSIEDONO IL CELLULARE. Le indagini effettuate negli ultimi anni da Telefono Azzurro ed Eurispes hanno messo in luce come il telefono cellulare abbia avuto un progressivo incremento di diffusione. Se nel 2009 la percentuale di bambini in possesso di un telefono cellulare si attestava al 53,7%, il 2010 fa registrare un ulteriore incremento della percentuale dei bambini che possiede un telefono cellulare: complessivamente il 62,4%, contro il 33,2% che non ne dispone ancora. Nello specifico il 34,5% dichiara di possedere un cellulare semplice, il 18,6% un smart-phone o un video-telefonino, il 9,3% di averne più di uno.
2 BAMBINI SU 3 LO USANO PER FARE FOTO E FILMATI. L'attrattiva maggiore dei cellulari, specie negli ultimi anni, è data dal fatto che le funzionalità messe a disposizione degli utenti sono tante e tali da consentire una scelta sempre maggiore di possibilità comunicative.
Dai risultati dell'indagine emerge tuttavia che il telefonino viene utilizzato soprattutto per assolvere alla sua funzione basilare: il 76,2% dei bambini utilizza il telefonino per chiamare ed essere chiamato dai genitori. Si può inoltre constatare che il telefonino è sicuramente percepito dai più piccoli come uno strumento di comunicazione che permette di relazionarsi in breve tempo e in modo diretto con i propri amici (66,3%). La tendenza viene confermata anche dall'uso frequente che i bambini fanno degli sms (54,7%). Probabilmente a causa del loro costo maggiore rispetto agli sms, risulta molto meno diffuso lo scambio degli mms (28,3%).Si registra, rispetto alle rilevazioni degli altri anni, un aumento considerevole dei bambini che utilizzano il telefonino per la navigazione su Internet: 23,1% rispetto all'8,5% del 2007, al 12,8% del 2008 e al 20,3% dello scorso anno. Molto diffuso l'uso del telefono per fare fotografie o filmati (66,1%) o per giocare (59%). In quest'ultimo caso si registra una flessione rispetto ai risultati dell'indagine condotta lo scorso anno, da cui risultava che la percentuale dei bambini che utilizzava il cellulare per giocare era pari al 69,9%.
IL PIACERE DI LEGGERE. I dati emersi dal sondaggio condotto da Telefono Azzurro ed Eurispes dimostrano come la maggioranza dei bambini legge a prescindere dai doveri scolastici. Solamente il 13,5% degli intervistati, infatti, dichiara di non leggere alcun libro in un anno oltre a quelli indicati a scuola, mentre il 36,6% ne legge tra 1 e 3, il 19,5% tra 4 e 10, il 7,7% tra 11 e 15, e circa un quinto degli intervistati (20,9%) ha indicato di leggerne più di 15. Le ragioni prevalenti degli intervistati sul perché piace loro leggere sono il divertimento (24,2%), il poter viaggiare con la fantasia (23,6%) e il poter imparare cose nuove (20,2%). Il 10,2%, invece, lo considera un buon modo per passare il tempo e il 6%, infine, trova nella lettura la possibilità di vivere nuove emozioni. Solo il 14,2% dei bambini dichiara di non trovare piacere nella lettura.
1. L'informazione grezza va verificata, selezionata, constestualizzata, editata. La filiera che va da chi possiede un documento riservato e lo vuole rendere pubblico, a chi lo raccoglie nascondendo la fonte, a chi lo verifica e poi pubblica, costituisce una divisione del lavoro importante e ogni sua parte ha un grande valore. (cfr. Crovitz - Wsj - pagina a pagamento)
2. I giornali che capiscono questo gioco migliorano. Per spingere i giornali a capire questo gioco può essere necessario uno shock. Come quello che Wikileaks ha generato in due riprese nel corso del 2010. (cfr. Carr - Nyt)
3. Se gli stati e le imprese non vogliono che i documenti riservati diventino pubblici devono proteggerli soprattutto dai loro stessi funzionari e impiegati. Perché anche se riusciranno a chiudere Wikileaks, ci saranno altre piattaforme capaci di aiutare chi vuol far conoscere le cose che succedono.
Ma non ci sono solo lezioni. Anche questioni aperte.
1. Il potere si è distribuito in modo diverso e più diluito negli ultimi tempi. E' sceso il potere degli stati. E' salito quello delle organizzazioni criminali, che in certi casi si sono conquistate uno stato. E' salito il potere delle aziende multinazionali e delle banche, che riescono a far fare agli stati quello che vogliono. In questo contesto cercano più potere anche organizzazioni formali come Wikileaks o Openleaks, giocando sulla disponibilità di informazioni; e insieme a queste cercano più potere anche delle sedicenti organizzazioni di cosiddetti hacker, che si danno un brand, lo rendono famoso con azioni eclatanti, sperano di conquistare influenza, attenzione e potere. Quali tra le organizzazioni che sono emerse in questa occasione sono reali e quali un bluff? Quali sono le loro agende?
2. Le aziende che fanno un mestiere tecnico, come Visa, Mastercard, PayPal, Amazon, possono sentirsi in dovere di prendere delle posizioni politiche. Che senso ha? E' perché i loro responsabili si sentono vicini a qualche politico, perché hanno avuto qualche avvertimento, o perché sanno che in presenza di stati sempre meno forti e influenti occorre che esse stesse maturino un comportamento politico?
3. Come sono stati scelti i giornali cui affidare i leaks? Perché gli altri sono stati esclusi? C'è stata una trattativa o solo una scelta unilaterale da parte di Wikileaks? E perché i politici se la sono presa con Wikileaks ma non con i giornali che hanno pubblicato i leaks?
Il paragone che aiuta a interpretare meglio la situazione è quello che avvicina Wikileaks a Napster. L'eventuale sconfitta di Napster non ha fermato la cosiddetta pirateria della musica. Il numero di sistemi per continuarla è cresciuto sempre e la loro qualità migliorata costantemente. La risposta violenta delle case discografiche non è servita a nulla. Quello che è servito è stato maturare un nuovo modello di business per la musica registrata e un nuovo rispetto per gli artisti e il loro pubblico.
Allo stesso tempo, la violenza degli stati può essere più pericolosa della violenza delle case discografiche. E se dovesse aprire la strada a una repressione della libertà di internet, Wikileaks avrebbe un effetto boomerang davvero drammatico. Di certo, molti poteri vecchi e incancreniti ne sarebbero felici. E gli innovatori veri avrebbero una difficoltà in più per dare il loro contributo.
E' chiaro che gli utenti vorrebbero la seconda. Ma non è facilissimo capire come, se Google fa altre attività oltre a quella del motore:
1. Se Google fa qualcosa sarà molto linkato e dunque salirà nel ranking del suo algorimo anche senza "trucchi"
2. Google non ha particolari obblighi legali alla neutralità del suo motore. Rischia però se abusa del suo potere dominante per entrare in un nuovo mercato (per esempio, la ricerca verticale di un settore particolare) di essere condannata dall'Antitrust. L'Europa è intervenuta. Ma che cosa deciderà ? La obbligherà a non linkare i suoi stessi siti?
3. Google non ha obblighi alla neutralità del suo motore, anche se gli utenti se la sono sempre aspettata. E rischia di perdere credibilità con gli utenti se ci sono valide alternative. Nel breve termine guadagna, nel lungo termine perde. Se vuole soddisfare i mercati finanziari a breve prende una strada. Se vuole soddisfare gli utenti nel lungo termine prende l'altra strada.
Ci sono servizi che assumono un carattere di interesse pubblico all'indipendenza. Dovrebbero essere regolati di conseguenza?
I giornali potrebbero essere interpretati allo stesso modo, per la verità . Dovrebbero anche loro essere regolati in modo che qualcuno li obblighi all'indipendenza?
Non è facile uscirne. Quello che sappiamo è che vorremmo un motore di ricerca indipendente, con regole trasparenti, che migliora costantemente, che non ammazza la concorrenza e che non trae in inganno gli utenti. Così come vorremmo giornali indipendenti, rispettosi della realtà e dell'interesse dei lettori a sapere come stanno le cose.
Ma è difficile che ci siano regole capaci di garantire queste cose. Quello che può esserci è una buona concorrenza. E un pubblico capace di distinguere. Ne consegue che la perfezione non esiste: ma esistono dinamiche che possono perfezionare quello che c'è e correggere le dinamiche che peggiorano la situazione. E quelle dinamiche possono anche essere legali (antitrust), economiche (concorrenza), ma devono essere anche culturali: per gli utenti la ricerca di consapevolezza, l'educazione, l'informazione sono valori decisivi.
Belli gli interventi in proposito di Danny Sullivan. Ecco il pezzo del Wall Street Journal che aveva originato questa ripresa della discussione. E il post di ieri.
La televisione resiste. Anche perché si può fare internet e televisione insieme. La tv può essere anche un consumo distratto, di sottofondo. Il tempo di attenzione e il tempo di accensione sono entità diverse. Per ora, ovviamente, non c'è traccia di una misurazione del genere.
La grande importanza di Google attira contro l'azienda una quantità di accuse di ogni genere. Compresa quella di aver tradito la funzione originaria del suo motore. Ne parla a lungo il Wall Street Journal. E molti tra coloro che si lamentano non sono del tutto esenti dal sospetto di avere a loro volta approfittato delle caratteristiche del motore di Google per far salire i loro siti nel ranking in modo non del tutto corrispondente alla logica e alla ratio dell'algoritmo googliano.
Per Google è strategico tenere ferma la funzione del suo motore: che dà conto dell'importanza che il popolo della rete attribuisce alle pagine non dell'interesse che Google ha in quelle pagine. La netta distinzione delle pagine sponsorizzate è sempre stata una dimostrazione di lealtà nei confronti del pubblico. E così deve continuare a essere. La credibilità di guadagna con un lungo lavoro, si perde in poco tempo.
Il dilemma in ogni caso è: Google cercherà di guadagnare il più possibile nel breve termine con le tecnologie che ha già inventato, o cercherà di continuare a crescere inventando nuove e migliori tecnologie? Forse, specialmente se per inseguire il breve termine dovesse rovinare la propria credibilità , fare entrambe le cose non sarà possibile.
Amazon e PayPal, Mastercard, Visa, il sistema bancario svizzero e il sistema giudiziario svedese si sono schierati contro di lui.
Noam Chomsky difende Wikileaks. Dan Gillmor dice che se si accetta la chiusura di Wikileaks si perde la libertà di espressione. Mark Lee Hunter dice che se Assange è una spia allora lo sono tutti i giornali che danno notizie. Facebook e Twitter non chiudono a Wikileaks. Centinaia di siti adesso ospitano la piattaforma di Assange.
La strada della reazione sembra la preferita in alcuni circoli della politica americana e britannica. Mitch McConnell, repubblicano, dice che Julian Assange, di Wikileaks, è un terrorista high tech. E che va fermato. «Se si dimostrerà che Assange non ha violato la legge, allora bisognerà cambiare la legge».
Condoleezza Rice è fondamentalmente d'accordo con McConnell, a giudicare dalle sue risposte in questa intervista. E Joseph Lieberman propone una nuova legge che renderebbe vietato fare quello che fa Wikileaks.
Pare però indubitabile che questo genere di reazioni avrebbe conseguenze non solo su Wikileaks ma anche sui giornali. Sarebbe una vera contraddizione del sistema americano e britannico. Probabilmente, a quel punto, si farebbe più fatica a comprendere l'esatta definizione di libertà di espressione.
Clay Shirky scrive un intervento equilibrato. Si rende conto che bloccare Wikileaks sarebbe un attentato alla libertà di espressione. E si rende conto che la totale trasparenza non è possibile e forse neppure augurabile. La sua idea è che mentre si studia come riequilibrare il sistema dei poteri che si devono bilanciare per poter funzionare, Wikileaks deve restare aperta, non chiusa. E d'altra parte, se si chiude Wikileaks non si ferma comunque il processo avviato dalla rete. A meno che non si voglia bloccare la rete...
Il fatto è che, almeno nei paesi anglosassoni più "evoluti", esiste il reato di svelare segreti dello stato: ma i colpevoli di quel reato sono coloro che hanno i documenti e li consegnano a un sistema che fa informazione. I giornali che li pubblicano non commettono alcun reato. Non si vede perché questo dovrebbe cambiare: gli americani e i britannici che vogliono impedire la pubblicazione dei documenti segreti dovrebbero concentrarsi sulle indagini necessarie a capire chi ha consegnato i file, non sul tentativo di bloccare Wikileaks.
D'altra parte i grandi giornali che hanno pubblicato i file di Wikileaks non sono rivoluzionari. Avendo pubblicato i documenti di Wikileaks hanno anche dimostrato che si tratta di notizie. Che altrimenti non sarebbero uscite. Il che significa che Wikileaks può anche essere interpratata come una piattaforma che crea condizioni tali da migliorare i giornali. E ora che sono uscite, il fatto dimostra che anche i diplomatici possono migliorare il modo in cui comunicano. I guai che Wikileaks fa emergere non sono colpa di Wikileaks, e al massimo dimostrano che ci sono dimensioni - giornalistiche o politiche - che possono essere migliorate.
Se si va avanti con posizioni ideologiche o ingenue ci sarà una stupida guerra. Tra poteri che contrastano l'azione di Wikileaks e programmatori che moltiplicheranno i siti sui quali si potranno pubblicare documenti segreti, che difenderanno Wikileaks, che attaccheranno chi attacca Wikileaks. Una confusione crescente, invece di una maturazione del sistema dell'informazione.
"Americans Ignore Internet Ads Far More Than TV." That was title of the news item published in today's MediaDailyNews. Here's the scoop according to the news item: "A majority of Americans say they ignore Internet ads - far more than television, radio and newspaper ads. Some 63% of consumers say they tend to ignore or disregard all Internet ads. Among this group, 43% say they don't pay attention to banner ads and 20% ignore search ads. The research was produced by AdweekMedia/Harris Poll, from a recent online survey done by Harris Interactive. Farther down the list was television ads - only a 14% number. Radio was at 7%; newspapers ads, 6%. Overall, almost all Americans say they ignore some ads - 91%. Looking at the Internet space, men and women ignore ads around the same levels - 42% for men; 45% for women."
Le contraddizioni:
1. Tutti i commentatori hanno detto che nei file pubblicati c'è ben poco di nuovo. Ma molti politici hanno detto che la pubblicazione era devastante.
2. Molti criticano Assange per i leaks. Ma i leaks sono stati realizzati da chi aveva i file non da Assange.
3. Molti sperano che Assange e Wikileaks vengano fermati. Ma esistono molti altri modi per far passare dei leaks (Cryptome, i nuovi siti dei fuorusciti di Wikileaks, qualunque altra cosa sia su internet e voglia far passare leaks...)
4. Si critica Wikileaks e chi c'è dietro, ma non si critica il New York Times, il Guardian, Le Monde e gli altri giornali che hanno pubblicato i leaks.
5. Si criticano i leaks. Ma i file non erano considerati riservati. I diplomatici li avevano scritti in base a informazioni generiche. Sono usciti e non dovevano uscire, ma non si è poi fatto molto perché non uscissero: li potevano vedere migliaia di persone sulla intranet.
Si ha l'impressione di un colossale abbaglio.
I fatti:
1. Wikileaks per quello che si sa è una buca delle lettere anonime. Controlla quello che può sull'autenticità dei documenti. Poi prima di pubblicare chiede ai giornali di fare verifiche. Questi giornali verificano, chiedono un parere al governo americano, pubblicano.
2. Non c'è solo Wikileaks che fa questo mestiere. Se non ci fosse Wikileaks ci sarebbero altre soluzioni analoghe. Prima di internet si faceva già : ora è solo più facile.
3. Non è uscito niente di interessante. Perché i diplomatici non si scambiano niente di interessante, apparentemente. Si direbbe che prendano le loro informazioni dai giornali e dal gossip. Di sicuro danno un'idea di quello che pensano dei vari politici. Se non vogliono farlo sapere non devono metterlo in circolazione su mezzi di comunicazione tanto aperti.
Prendersela con Wikileaks è facile. Perché Assange è troppo protagonista (e si comporta in modo che può apparire vagamente paranoico). Ma se non ci fosse lui ci sarebbero altri che farebbero qualche altra cosa analoga. Quando e se Assange cadrà , ci sarà qualcosa d'altro di simile, peggiore (non chiede aiuto ai giornali) o migliore (chiarisce meglio da dove prende i soldi).
Se si vuol fare dietrologia, si può cercare chi ha messo in giro i file. Avrà avuto i suoi motivi. Ha usato Wikileaks. Avrebbe potuto mandarli direttamente ai giornali. Oppure usare altre piattaforme. Il problema per la diplomazia è chi ha messo in giro i file. Il sistema con il quale quei file vengono pubblicati, invece, fa parte della libertà di stampa: le informazioni riservate non devono essere rivelate da chi le ha, ma se entrano in possesso dei giornali, questi le possono e devono pubblicare (usando il cervello, come fanno in effetti, spesso).
La disinformazione, l'informazione strumentale, la comunicazione falsata per manipolare la realtà , peraltro, non è una pratica di Wikileaks o di internet. Ma di chi usa il sistema dell'informazione per far credere cose che non sono vere o per fare confusione tra ciò che è rilevante e ciò che non lo è. Si usano i giornali di parte per farla, si usano giornalisti affiliati a servizi segreti, si usano le televisioni, e si può usare anche internet. Il problema è che c'è il marcio, non che si vede il marcio. Imho.
ps. Paolo Ratto segnala altri post rilevanti su Wikileaks:
Intanto, Fp pubblica Wikileaked.
Nessuna spiegazione da Amazon sul perché hanno smesso di fare l'hosting di Wikileaks.
12 milioni di utenti attivi nel giorno medio su internet in Italia
6 milioni di utenti di internet mobile
+15% aumento della pubblicità online (2010 su 2009)
11% quota della pubblicità online sul totale della pubblicitÃ
1 miliardo investito in pubblicità online (di cui mezzo miliardo a Google)
in Usa, secondo Morgan Stanley:
il 28% del tempo mediatico è speso davanti a un computer connesso ma solo il 13% della pubblicità va in quel "canale" (carta e tv hanno una quota di pubblicità maggiore del tempo che la gente dedica a quei media)
Gasperini conclude che c'è ampio spazio di crescita
Infine riporta una valutazione dell'Upa: la pubblicità sui tablet "funziona" 5 volte meglio di quella che va sul web.
Sarà . Ma la paura è anche il primo sistema adottato da molti governi per ottenere il consenso intorno a misure impopolari o irrazionali, tipo andare in guerra o prendersela con gli immigrati. Evidentemente, i governi che puntano sulla paura lo fanno enfatizzando pericoli di cui c'è esperienza, non facendo immaginare pericoli dei quali hanno evidenza solo gli scienziati.
La costruzione di mondi avviene raccontando storie che attraversano i media. Cerca di emozionare. Costa quanto riesce a costare: martellando con slogan ripetitivi o facendosi notare in modi creativi e intelligenti senza pagare nulla o quasi agli editori.
La segnalazione di occasioni d'acquisto avviene prima di tutto sui luoghi di vendita, oppure dove la gente che passa può andare velocemente a un punto di vendita. Ed evolve come un contributo alla vendita. E si potrebbe pagare come contributo alla vendita: cioè molto ma solo nel caso di una transazione effettuata.
Google è riuscita a intercettare un lavoro di segnalazione un po' preliminare alla vendita ma abbastanza successivo alla costruzione del marchio. E' dove la gente passa, è interessata, ed è a un clic da un punto vendita.
Si può innovare molto in tutti i settori e in tutte le piattaforme. E Google è già piena di concorrenti in tutte le sue attività , anche se per ora vince.
Il pensiero innovativo non dovrebbe andare nella direzione di attaccare Google frontalmente. Ma di erodere le sue frontiere di sviluppo. Magari lavorando sulla relazione tra creatività , concessionarie e punti vendita che si sviluppa sui nuovi device di accesso alle informazioni. Penso che iAd farà pensare molti attori del mercato. Ne avranno bisogno. Ma l'occasione dei telefoni e dei tablet intelligenti è interessante.
Il concetto di custom adversing, per esempio, pare sviluppabile.
Se ne esce con l'idea che l'oralità sia legata alla ripetizione di schemi comuni che facilitano la memorizzazione dei testi da pronunciare, mentre la scrittura sia alla fine liberatoria per l'autore. D'altra parte, l'oralità implica una sostanziale simmetria del tempo dedicato al testo da chi lo pronuncia e da chi lo fruisce. Mentre la lettura può essere effettuata alla velocità scelta dal lettore, che può essere interessato a recepire tutto il testo e addirittura a farsi trasportare nell'immaginazione dal testo, oppure a leggere trasversalmente per farsi una veloce idea dei contenuti proposti dal testo.
E' peraltro chiaro che l'oralità può apparire più coinvolgente e comunque è più probabilmente orientata a coinvolgere. Mentre la scrittura è possibile sia in forma fredda e didascalica che in forma empatica.
Finisce che viene da paragonare il testo televisivo e quello del libro o del giornale. Per scoprire che il testo televisivo è sempre un po' più orale e più orientato a convincere. Mentre il libro o il giornale possono anche essere fatti per informare o per essere usati come referenza.
La televendita ci può essere solo in tv. Ma non è che la tv è un po' tutta una televendita? Certo, i libri e i giornali hanno imparato a sviluppare interfacce e design destinati a "vendere" il contenuto che propongono. Ma possono anche permettersi uno studio molto preciso e analitico, che in tv è sostanzialmente impossibile.
La domanda è: internet può mettere insieme il meglio dei due mondi?
Bello che alla sua età sia disposto a imparare. Ma dannatamente confuso nel suo doppio interesse di "seguire" le nuove tecnologie e, dopo una virgola, di "governarle". Imho.
Potrebbe essere usato per mostrare i giornali in formato app sul web...
A proposito: che bello l'Archivio Storico...
(quanti incisi in questa frase!)
1. Probabilmente le redazioni del futuro non saranno più fatte (per dirla sommariamente) di articolisti e grafici. Saranno fatte di autori, designer e programmatori.
2. Che il passaparola ha un enorme importanza nella diffusione delle notizie sulle novità editoriali nei media digitali, giorno per giorno.
Spero che il risultato riesca a interessare. Di sicuro va molto migliorato. E' solo un inizio... Un inizio continuo...
1. Probabilmente le redazioni del futuro non saranno più fatte (per dirla sommariamente) di articolisti e grafici. Saranno fatte di autori, designer e programmatori.
2. ...
...
Spero che il risultato riesca a interessare. Di sicuro va molto migliorato. E' solo un inizio...
E' la buzz-word: curation. E un esempio è Paper.li... Ma è solo un esempio.
Ecco la pagina che deriva dai contenuti proposti dalle persone che seguo su Twitter. Ed ecco la pagina delle persone che sono nella lista relativa ad alcuni visionari.
La possibilità non va interpretata come un'acquisizione di un giornale da parte di un editore. Ma come l'accesso a una cultura e a un'organizzazione.
La ventilata acquisizione segnala che la questione editoriale non è più intesa come un processo produttivo attraverso il quale si passa da una struttura che genera contenuti a un fatturato. La produzione di informazioni online - quando è ben compresa - è sempre meno simile a una catena di montaggio e sempre più simile a un sistema creativo che riesce a dar conto di "eventi".
Il fatto non c'è ancora ma potrebbe far riflettere chi si deve occupare di scrivere le nuove regole della relazione tra editori e autori.
Update: La storia si è conclusa. Aol ha comprato TechCrunch...
Da allora sul senso semplice del territorio millenario della penisola si è depositata una patina di rifiuti del consumismo che ormai nasconde la storia del posto e la logica dell'ambiente locale. (Festival Letteratura)
Pasolini quasi finisce il suo racconto a Trieste come fosse Itaca ma subito riparte per un viaggio definitivo e insensato dove finisce l'Italia...
Per quanto mi riguarda ho solo da imparare. E scrivevo - più tempestivamente :) - che le scelte su Cosmo andranno prese da chi sa valutare.
Più importante, secondo me, la critica sulla relazione tra internet e tv. Dice Dipollina che Cosmo aveva tentato di portare internet in tv e che questo non è riuscito. Si deve intendere "lo stile internet" oppure "la materia internet" o ancora il contenuto di internet, il suo valore e la sua sostanza? In ogni caso, sarebbe un tentativo destinato a vita difficile. Internet si vive in prima persona, la televisione no. Persino chi si trova davanti alla telecamera rischia in ogni momento una sorta di spersonalizzazione che lo trasforma in personaggio. Di certo, se dovesse continuare, Cosmo dovrebbe coltivare una relazione molto profonda con le opportunità offerte da internet. Ma dubito che "portare internet in tv" possa avere senso.
Intanto, chi deve decidere se Cosmo continuerà sta decidendo. Probabilmente. Per ora, non ci sono notizie.
La rete aperta e neutrale è un luogo nel quale chi vuole fare qualcosa di innovativo può esprimersi meglio. Ma è un luogo che può aiutare anche le iniziative più conservatrici. E' chiaro che il risultato non si può valutare senza tener conto che al centro della questione c'è il bene comune della rete, che di per se è aperto, mentre il modo di utilizzarlo o sprecarlo dipende da chi prende le iniziative.
In questo contesto, Ahref.eu può essere d'aiuto. Se riuscirà a introdurre nel gioco della rete un sistema di "incentivi" culturali, pratici e teorici, che coinvolga persone con orientamento diverso ma capaci di riconoscere il valore di coltivare un territorio comune che arricchisce tutti dal punto di vista della conoscenza diffusa, metodologicamente consapevole. Questa settimana la nuova fondazione può partire. E anche questo blog servirà a dar conto del suo percorso, con tutta l'umiltà richiesta da un tema enorme, delicato, importante, denso di diversità e punti di vista. Con un'idea in testa: la rete non si comprende bene se la si prende in considerazione solo come se fosse un medium da criticare nella sua interezza ma tenendo presente che è sempre uno strumento da usare per ogni innovazione si ritenga possa servire. Ogni suggerimento è importante.
ps: La trasmissione, attualmente, si può rivedere qui.
pps: Altri commenti da Yurait, Deeario, Byoblu, Scacciamennule, Pollicinor, Vittorio, Keplero, Rangle. (Grazie, grazie molto a Mante, Michele, Dario, Idenditag, Webeconoscenza, Infoservi, Andrea Contino, Catepol, Giorgio Marandola, Alessandro, Gravità Zero, ScienceBackstage, Chez Aza, Garbriele, Riccardo e a tanti tanti tanti amici che ne hanno scritto in mail, twitter, facebook...)
Che fare dunque? L'unica strada è condividere le domande necessarie per fare la prossima volta - se ci sarà - una trasmissione migliore. I temi? L'equilibrio tra velocità e precisione? La varietà dei servizi? La qualità delle parole usate? Spero che dopo la visione di stasera, per chi capiterà su RaiTre, le risposte costruttive del pubblico attivo giungeranno anche qui...
Non si parla molto di web, internet e social network: i media digitali sono il nostro contesto e ci accompagnano a ogni passo. Si parla di novità scientifiche con ritmo e piglio da magazine, sulla base della convinzione che "siamo tutti una rete": viviamo in un sistema complesso nel quale ogni elemento è connesso a ogni altro. Per questo vale l'idea che il futuro non si prevede ma si costruisce. Perché quello che facciamo ha delle conseguenze. E abbiamo bisogno di esserne molto più consapevoli.
(Grazie, grazie molto a Mante, Michele, Dario, Idenditag, Webeconoscenza, Infoservi, Andrea Contino, Catepol, Giorgio Marandola, Alessandro, Rangle, Gravità Zero, ScienceBackstage, Chez Aza, Garbriele, Riccardo e a tanti tanti tanti amici che ne hanno scritto in mail, twitter, facebook...)
Il sistema iPod-iTunes ha cavalcato l'onda della musica in mp3, razionalizzando un po' il rapporto tra la vendita di brani e internet. Il risultato è stato quello di ricreare un modello di business che il peer-to-peer stava mettendo in discussione. Ma contribuendo a mettere in crisi la logica dei cd: tante canzoni in bundle non avevano senso in un mondo in cui si compra il singolo brano.
Nella televisione, il bundle è fatto dai network che riescono a tenere il pallino della programmazione e del modello di business (pubblicità o abbonamento). Le reti mantengono il controllo del palinsesto, della linea editoriale, della selezione dei programmi da mandare in onda. Nel frattempo le grandi innovazioni avvengono all'interno della logica televisiva, con l'aumento vertiginoso delle reti e dei canali e con la progressiva distinzione tra la produzione di programmi e la rete che li mette in onda.
Internet in questo processo ha eroso l'audience ma non ha messo in crisi il sistema. Per ora.
Il problema del palinsesto è che costruisce un luogo di aggregazione, anche se passivamente accettato dai telespettatori. E Jobs dice che quella passività è un desiderio delle persone che scelgono di guardare la tv. Quindi per adesso regge dal punto di vista sociale. Anche se tecnologicamente e organizzativamente è messo in discussione: i programmi possono sempre più chiaramente essere intesi come singoli brani che sarebbe possibile unbundle, separare, dal pacchetto che li contiene (la rete). E la quantità di reti in concorrenza potrebbe spingere gli spettatori a superare la logica dello zapping casuale per costruirsi un palinsesto personale. In questo senso Apple Tv che propone di affittare può alimentare la tendenza. Ma non può determinarla o accelerarla più di tanto, proprio perché non risponde all'esigenza di aggregazione cui le reti riescono ancora a rispondere.
Solo un'eventuale grande crisi delle reti potrebbe mettere in discussione il sistema. In una eventuale crisi del genere, gli spettatori perderebbero il luogo di aggregazione, che a quel punto si potrebbe riformare sui social network (come Apple tenta di fare con Ping nella musica). Sta di fatto che una crisi del genere per ora non si vede: si vede un'erosione della centralità dei palinsesti principali che è ben lontana da essere diventata un crollo verticale.
Raffaele Mastrolonardo segnala che l'Economist esce domani con una copertina dedicata ai rischi che corre la struttura aperta del web. Dagli attacchi alla net neutrality alla sua assenza completa nel mondo dell'internet mobile, dalla Cina alla intromissione censoria di molti altri governi, dalla crescita di nuove piattaforme chiuse alle conseguenze di una domanda montante di difese contro l'utilizzo spregiudicato che alcune aziende fanno della tecnologia per conoscere i comportamenti degli utenti invadendone la privacy...
Contro le muraglie che rischiano di dividere il web, abolendone la tradizionale apertura e frenandone la straordinaria innovatività , non vincono le posizioni integraliste, ma quelle che riescono a dimostrare come la qualità culturale, economica e pratica di un ecosistema ricco di diversità è più elevata di quella che si determina in un mondo fatto di piccoli giardinetti chiusi.
Lo standard pubblico aperto e neutrale è la sola garanzia per una struttura talmente innovativa che può continuamente generare soluzioni ai problemi che incontra, oltre che dare spazio a grandi visioni e concorrenziali implementazioni. All'interno di un mondo così aperto, non c'è nulla di male che qualcuno scelga di ritagliarsi dei mondi chiusi. Perché accanto a questi ci sarà sempre la possiblità di svilupparne altri più aperti.
Riflettendoci, forse è più un miglioramento di iTunes che un sistema per fare direttamente concorrenza a MySpace o altri. Anche perché non viaggia nello stesso spazio economico: i primi sono fatti per raccogliere tanta pubblicità , questo è fatto per fare marketing di brani da comprare su iTunes.
Naturalmente, una certa concorrenza ne verrà fuori. Anche perché iTunes ha una base installata molto importante (160 milioni di utenti potenziali).
In luglio 2010, ben 23,8 milioni di italiani hanno usato il web (quasi il 10% in più rispetto al luglio 2009). Nel giorno medio navigano 10,8 milioni di persone (un incremento del 3,8%): 6 milioni di uomini e 4,8 milioni di donne. Nel Nord-Ovest, l'area a massima concentrazione dell'uso di internet, sono 3,3 milioni nel giorno medio. Gli utenti attivi nel giorno medio stanno online un'ora e 28 minuti. Più al lunedì (11,7 milioni per un'ora e 34 minuti), meno nel weekend (9 milioni per un'ora e 22 minuti).
Perché? Ci sono diverse ipotesi:
1. Pudore, o privacy...
2. Mancanza di un valore d'uso percepibile
3. Eccesso di commercializzazione del dato
4. Lento decollo dell'effetto-rete
5. Eccessiva varietà dei servizi
Sta di fatto che la rete mobile sa sempre dove siamo se abbiamo in tasta un cellulare. E si spera sempre che i maleintenzionati veri non possano riuscire ad accedere a quei dati.
E' un mondo di libri per nomadi, dove lo spazio è poco mentre è necessario viaggiare leggeri.
La biblioteca invece è pesante. Come sa bene chi cambia casa. Costa. Occupa spazio. Ma il peso, la lentezza, lo spazio hanno una funzione culturale. La perdiamo a cuor leggero?
La biblioteca non è un deposito informe di libri. La biblioteca parla. Il suo ordine costruito nel tempo è un supporto della memoria senza paragoni. I collegamenti che ciascuno produce tra i suoi libri appoggiandoli negli scaffali sono riproposti ogni volta che li si percorre con lo sguardo. E ogni lavoro di ricerca, ogni ripensamento dell'esperienza accumulata dagli autori delle opere, ogni consultazione, si sostanzia anche dell'ordine dei ricordi di ciò che si è letto e di ciò che si da dove si può leggere incarnato dalla biblioteca.
Personalmente, ho un'esperienza preKindle che può aiutare a immaginare quello che succede con il Kindle. Dopo troppi traslochi, la mia biblioteca è stata smembrata e scompaginata tante volte che ormai il suo ordine è restato solo nella mia mente. I neuroni e le sinapsi sono l'unico luogo dove si mantengono in vita i valori culturali della biblioteca della mia vita. Ed è un po' quello che sarebbe successo se tutti i miei libri si fossero trovati soltanto nel reader e nei computer cui esso consente di accedere. Perché la biblioteca, con la fisicità dei suoi scaffali e la pensante lentezza della sua struttura, manca nel mondo dei libri digitali. Né vale, per ora, a sostituirla, l'immagine riflessa nello schermo, per esempio di aNobii o di iBooks, degli scaffali digitali. Quella sembra piuttosto la scaffalatura della libreria, non della biblioteca personale.
La memoria di una biblioteca è fondamentale. La sua sostituzione vera nel mondo digitale non è ancora chiara. Ma è un tema di sviluppo al quale varrebbe la pena di dedicare un poco di creatività . L'interfaccia e l'architettura di interni di un mondo digitalizzato ma che si deve connettere all'esperienza analogica di chi ne fruisce.
update: Giuseppe Granieri suggerisce l'intrigante soluzione della biblioteca sociale, tipo Goodreads...
Per uno che si mantiene agli studi lavorando nella carta stampata e nel web, partecipare alla realizzazione di una trasmissione tv è un'esperienza istruttiva (e grazie al Sole 24 Ore che mi consente di fare anche questo). Ne avevo scritto un paio di note. Ma forse vale la pena di condividere qualche altra impressione.
La prima impressione è la clamorosa qualità del lavoro di Hangar. Decine di persone si attivavano come un coro supercoordinato nello studio, alternando la frenesia dei movimenti tra una scena e l'altra, e il silenzio immobile dei momenti durante i quali si girava. E governando le dodici telecamere e fotocamere ad alta definizione, le luci, i suoni, gestendo ogni minimo dettaglio. Sembrava un set cinematografico. Il regista, il capo delle macchine, il produttore, gli autori, gli architetti erano tutti in scena insieme agli operatori. Di certo, qualunque valore abbia avuto quanto è stato detto dal conduttore e dai protagonisti della trasmissione - il chimico Dario Bressanini, le giornaliste scientifiche Alessandra Viola, Elisabetta Curzel e Silvia Bencivelli, la documentarista Chiara Cetorelli, la bioeticista Chiara Lalli e il tecnologo Ricardo Meggiato - insomma, qualunque cosa abbiamo detto, sappiamo che è stata registrata bene...
Il tentativo di raccontare l'attualità della ricerca scientifica in una forma di magazine è altrettanto sorprendente. La struttura narrativa è veloce e molto varia. Potrebbe forse apparire persino troppo varia se non fosse che la televisione evidentemente vive più di ritmo e di immagini che di ragionamenti e di parole. Da questo punto di vista, il giornalista della carta stampata può soffrire: oppure adattarsi, sorridendo alla sorpresa che la vita gli ha riservato mettendolo in quella situazione. Ma alla fine, si scopre che anche nella trasmissione televisiva il ragionamento e le parole sono importanti perché sono i pilastri della struttura, che senza non starebbe in piedi, anche se non li mette in mostra. Su questo c'è da riflettere.
Il testo è in effetti frutto di un lavoro collettivo nel quale ogni parola ha almeno tre o quattro genitori. Difficile trovare un'analogia con il lavoro di un giornale. Ancora una volta, si direbbe piuttosto che l'analogia migliore sia quella che si può fare con il cinema. Anche se è un cinema di episodi e documentari strutturati a magazine.
Il contenuto è organizzato sull'idea di fondo che mi sembra decisiva e alla quale un po' ho partecipato: come possiamo descrivere le conseguenze di quello che stiamo scoprendo dal punto di vista scientifico e tecnologico sulla vita futura dei ragazzi e dei bambini di oggi? Le risposte che sono state trovate non sono affette da fideismo nella scienza e nella tecnologia, ma derivano da una sola certezza: il futuro è quello che stiamo costruendo.
Grande impegno per i servizi: poco o nulla è stato comprato dalle agenzie e dai network internazionali. Quasi tutto è stato realizzato dagli autori, dai giovani scienziati e giornalisti, e dai videomaker indipendenti. E' un'apertura alla produzione e alla creatività dei giovani che la televisione si è consentita. Ed è una grande innovazione ancora una volta strutturale.
Il risultato finale non lo conosco. Non l'ho visto ancora. Spero sia buono. Aspettative troppo alte sono sempre un problema. Spero davvero che non siano più alte del risultato...
L'unica cosa che so è che tutti ce l'hanno messa tutta. Con una rinfrescante dose di umiltà di fronte alla conoscenza e rispetto nei confronti del pubblico.
Un evento unico. Vedremo se, una volta visto, saremo tanto ben impressionati da augurarci che si ripeta...
Per esempio si può vedere l'estensione dell'alluvione in Pakistan e confrontarla con la dimensione dell'Italia.
Questo metodo, alla lunga, riporta in primo piano la responsabiltà e il senso del rischio di chi fa le scelte su interfaccia, contenuti, struttura, affidabilità , facilità d'uso dei servizi online. E mi pare una conseguenza molto positiva. Contro la deresponsabilizzazione che talvolta provocano i metodi quantitativi.
Alla fine, con ragionevolezza, si arriverà a dire che occorre un giusto equilibrio tra numeri e idee. Ma in questo momento di confusione concettuale e pratica, vale la pena di riflettere molto sulle idee. I numeri, in fondo, non fanno che misurare le variabili che approssimano le idee: e quando le approssimazioni prendono il posto degli originali, sorgono molti equivoci...
Il centro della questione, attualmente, è la ridefinizione di "qualità ".
Resta da chiedersi come avesse fatto Britney a restare in testa così a lungo...

El recorregut per les sales ens submergeix en l'univers ple de color de Rist. La mostra s'inicia amb dues petites videoinstal·lacions, Porqué te vas? (nass) [Per què te'n vas? (humit)] (2003) i Grabstein für RW [Là pida per a RW] (2007), i continua amb una de les obres més reconegudes de l'artista, Sip My Ocean [Xucla el meu oceà ] (1996). Aquesta peça consisteix en una projecció sobre dues parets de la sala fent angle, que operen com a macropantalles on es veu un fons marà amb cossos bussejant, mentre sona la hipnòtica veu de Pipilotti Rist interpretant una versió de Wicked Game, de Chris Isaak. L'obra reflexiona sobre l'eterna necessitat de comprensió absoluta de l'altre i sobre el desig quasi irrealitzable de sincronicitat.
A Tyngdkraft, var min vän [Gravetat, sigues amiga meva] (2007), les imatges mostren dues persones i fulles flotant a l'espai. El tÃtol és una invitació al visitant a reflexionar sobre la força de la gravetat, mentre s'estira i contempla les projeccions damunt dos plafons amorfs que pengen del sostre. Es veu i se sent diferent quan els músculs estan relaxats?
La següent instal·lació que trobem és Ginas Mobile [El mòbil de la Gina] (2007), un mòbil format per una branca, una esfera de coure i una llà grima de plexiglàs on es projecten primers plans de vulves; el fet que costi reconèixer de què es tracta els fa perdre les connotacions habituals. Amb aquesta obra l'artista vol qüestionar les pors i els tabús socials.
Lungenflügel [Lòbul pulmonar] (2009) és una instal·lació que ocupa tres parets. El rodatge d'aquesta peça està relacionat amb el de Pepperminta, el primer llargmetratge de l'artista. Les imatges ens mostren Pepperminta (Ewelina Guzik), la protagonista de les obres recents de Rist, interactuant amb la natura, per establir analogies i contradiccions entre la vida humana i l'animal.
La següent instal·lació, Regenfrau (I Am Called A Plant) [Dona de pluja (Em diuen planta)] (1999), també aborda la temà tica de la unió amb la natura. En aquest cas, ho fa mostrant el contrast entre la vida orgà nica, representada per un cos nu i vulnerable estirat al carrer, sota la pluja, i la domesticitat i esterilitat exemplificada en la immensa cuina damunt la qual es projecta el vÃdeo.
La mostra acaba amb À la belle étoile [Sota els estels] (2007), una projecció al terra del museu, i amb Doble llum, dià leg entre Rist i Joan Miró, una projecció d'un vÃdeo damunt Femme, una escultura de l'any 1968 que forma part del fons de la Fundació. Aquesta obra, donació de Han Nefkens, passarà a formar part de la col·lecció de la Fundació Joan Miró
A la Fontana d'Or, a Girona, Pipilotti presenta tres obres. En primer lloc, Ever Is Over All [Sempre està pertot arreu] (1997), dues projeccions solapades que mostren un camp de flors vermelles i una dona passejant feliçment pel carrer. Ella branda una de les flors amb la qual trenca les finestres dels cotxes aparcats a la vorera, amb naturalitat, com si ho fes cada dia. La instal·lació reflexiona sobre les idees estereotipades en relació a les normes d'urbanitat. Els cotxes simbolitzen els obstacles que habitualment no són qüestionats.
Lap Lamp [Llum de falda] (2006) és una videoinstal·lació formada per un llum de peu que projecta imatges d'un camp ple d'arbres, llenya tallada i ortigues damunt la falda del visitant, com si l'acariciés. L'obra contraposa la rigidesa del confinament fÃsic amb el desig de llibertat psicològica.
- Option one: You've explicitly opted into allowing people to tag you into Places. Any of your friends can do this. Pretty straightforward.
- Option two: You've braved the muddled waters of Facebook's privacy control panel and turned off Places entirely. You can't be tagged -- if a friend does try to tag you in a Places post, your name simply won't show up in the post.
- Option three: If you've never decided to 'Allow'
your friends to tag you, but you haven't blocked the Places feature
entirely, you're in a sort of limbo. This is where the vast majority of
Facebook users in the US are right now. As soon as they get tagged for
the first time, they'll get an email and a prompt on Facebook itself
asking them if they'd like to allow their friends to tag them at Places
in the future. Accepting this will allow any of your friends to tag you
unless you go into your privacy settings and cancel it (see Option
one).But even if you hit the "Not Now" button, you'll still be tagged in
the relevant Places update. In fact, you'll still be tagged even if you
haven't even seen the prompt asking you to approve Places
tags. Facebook treats this as if you were tagged in a basic status
update so it will show up
on your Walland your friends' News Feeds -- you just aren't associated with whatever Place your friend was tagging you into (i.e. if your friend visits the venue's Place page, they won't see that you've previously checked in there). The logic here is that your friends could manually tag you in a normal status update anyway. Update:Facebook has clarified that it doesn't show up on your wall."
Proprio così. Frase tronca. E i lettori a domandarsi: "... affanbrodo"? "...a casa"? "...a Lourdes?"
Intanto Murdoch pensa a un nuovo giornale nazionale ameriano, tutto digitale, a pagamento per tablet e smartphone.
Qualunque cosa se ne possa pensare è un gran bel pezzo.
Sarebbe ora di rendersi conto che in un contesto basato solo sugli automatismi della piattaforma si rischia di dare più spazio ai prepotenti. Occorrono persone consapevoli, certo, per contrastarli: ma non solo. C'è un grande spazio di innovazione per arrivare a social media che - senza nulla togliere a quelli attuali - incentivino la qualità , la tolleranza, lo scambio leale di opinioni e la condivisione di dati verificabili. Le piattaforme che chiedono troppo alla lealtà di tutti gli utenti rischiano di dare troppo peso agli sleali.
CEO: Marco Ferrario
Business engine: Marco Ghezzi
Editorial Director: Giuseppe Granieri
Chief Editor: Matteo Brambilla
Production Manager: Letizia Sechi
Technology Manager: Matteo Scurati
Design: Roberto Grassilli
La pubblicità in tv è aumentata del 7,3%. Nei quotidiani a pagamento dello 0.5%. Su internet del 14,6%. Alla radio del 14,8%. Hanno perso ancora quotidiani gratuiti e periodici.
La televisione resta padrona della situazione, evidentemente, per valori assoluti e capacità di ripresa.
Una differenza importante sta nel fatto che i giornali sembrano finalmente orientati a sperimentare qualcosa con le apps, mentre i libri tendono a essere trasportati sul nuovo supporto più o meno tali e quali. Il che è sostanzialmente vero. Ma perché avviene questo e che cosa può succedere ora?
La differenza tra libri e giornali è originariamente nella fruizione dei testi e dei contenuti. Più orientati al consumo immediato i giornali, più orientati ai tempi lunghi i libri. Ma questa differenza originaria è da tempo in discussione. Non in generale ma ai margini: nel senso che le differenze sostanzialmente restano ma nei territori di confine, dove libri e giornali cercano di espandersi, quelle stesse differenze vengono messe in discussione.
I libri da leggere con calma, tenere in biblioteca e riutilizzare comodamente, consultare, rileggere, o persino destinati a insegnare il gusto per la scrittura, sono la maggioranza. Ma non fanno probabilmente la maggioranza del rumore. E delle vendite. I libri che alimentano il mercato, la moda e allargano i confini degli editori, ultimamente sembrano meno distanti dal concetto di giornale di quanto dovrebbero. Libri di consumo, libri di notizie, libri da spendere in una conversazione e poi dimenticare, ce ne sono tanti. Questi non hanno necessariamente un comportamento molto diverso da quello dei giornali.
I giornali da consumare restano maggioritari. Tentano di espandersi nella consultazione di lunga durata. Ma fondamentalmente la loro lunga durata è basata sul servizio di consultazione dell'archivio e sulla tenuta nel tempo della credibilità della testata.
Forse la differenza principale è nel fatto che i libri sono presentati come prodotti di singoli o pochi autori, e l'editore ne è al più il garante, mentre i giornali sono prodotti collettivi in tutto e per tutto.
Il che porterà i due prodotti a vivere in modo diverso la digitalizzazione. Potrebbe infatti succedere che nel tempo breve i margini si sovrappongano, che i libri col blog e le animazioni assomiglino di più ai giornali e che i giornali su tablet con gli approfondimenti da consultare in rete assomiglino di più a "libri" o almeno scaffali di paper da usare alla bisogna. Ma nel lungo termine dovrebbero emergere nuovamente le differenze. Da una parte il lavoro di espressione degli autori. Dall'altro il servizio delle redazioni. I libri, in questo senso, resteranno prodotti. I giornali, in questo senso, tenderanno a diventare servizi.
Questo confronto è denso di eccezioni e di incertezze. E certamente questi appunti non le risolvono.
Intanto la gente moltiplica gli sforzi per restare un po' invisibile a Google e ai provider. Autodeterminazione della privacy.
Infine, i finanziari parlano di rallentamento futuro della crescita di Google. E penalizzano il titolo. Nonostante che sia uno dei business che vanno meglio al mondo.
Strani tempi per Google. Bizzarri Zeitgeist.
Secondo ComScore, il Cpm (costo per mille pagine viste) è una misura abbastanza disordinata. Nei giornali il Cpm in America, in aprile, era 6,99 dollari, nei portali 2,60 e nei social network 56 centesimi. Nello stesso tempo le pagine viste dei giornali erano 8,5 miliardi, nei portali erano 69,7 miliardi e nei social network 98 miliardi. Il fatturato era rispettivamente di 59,4 milioni di dollari, di 181 milioni e di 54,7 milioni.
Perché un mercato dovrebbe accettare queste differenze di prezzo e performance? Probabilmente occorre un'unità di misura più coerente e omogenea. Il tempo per utente potrebbe andare meglio?
Io dico che i blog sono fatti apposta per rendere facilissime le rettifiche. Chi le vuole le mette nei commenti. Se non lo fa subito da solo vuol dire che non ha interesse a un'immediata rettifica della notizia. Se non ha quell'interesse e non lo dimostra, non può pretendere che ce l'abbia il blogger. (Che ne dici Guido?)
In ogni caso, queste norme (o minacce di norme) non devono mettere paura alla gente che usa la rete onestamente. Se lo scopo di quelle norme (o minacce di norme) è quello non devono realizzarlo.
(Che ne pensate joiyce, stopthecensure, ilmiopaesealtrove, ilviagradellamente?)
Il valore del brand in base ai messaggi trasmetti per passaparola è funzione del numero di messaggi più il loro impatto. L'impatto è tanto maggiore quanto più: 1. il network è compatto (non disperso); 2. i messaggi sono rilevanti (influiscono direttamente sulle decisioni di acquisto); 3. il mittente è influente; 4. il messaggio riguarda un'esperienza diretta (non è un "sentito dire").
Meglio pochi messaggi ma di grande impatto che molti messaggi di poco impatto, dicono alla McKinsey.
Molti hanno ripreso e, spesso, criticato la notizia: Mobile-ent (non è troppo più lento), Teleread (non è uno studio definitivo), TechSpot (sempre meglio del monitor del pc), Mulley, MobilitySite (studio affrettato), MacStories (ci vogliono altri studi), AppAdvice (non è detto che la velocità di lettura sia davvero così importante), iReaderReview (abbiamo un'antica abitudine a leggere sulla carta e poca sui tablet; inoltre, su certi dati, lo studio sembra poco significativo dal punto di vista statistico). Pasteris, eBookit (lo studio segnala comunque che gli utenti sono piuttosto soddisfatti).
Non è detto che la velocità sia tutto nella lettura. Certo è una componente. Sarebbe bello vedere anche se i tablet invitano a leggere più attentamente, o aiutano a ricordare meglio quello che si legge, sia paragonandoli alla carta che paragonandoli al web. E' vero che la carta è un'abitudine antica e il digitale no. Ed è vero che le logiche con le quali si impaginano le parole sulla carta non sono necessariamente le migliori quando si traspongono sul tablet. Ci sarà un'evoluzione.
---------------------------------------------------------------------------------------------
Altri commenti alla twittata su questo argomento dell'altro giorno:
FriendFeed
- SandroMontagner @lucadebiase cosa abbastanza intuibile, visto che il comportamento degli occhi non è il medesimo se sta davanti a un libro o ad uno schermo.
- salvomizzi @lucadebiase dunque si assimila meglio?
- intermezzi @lucadebiase la pagina non si apre... comunque credo sia solo una questione di abitudine: d'altronde è su carta che si impara a leggere
I fatti sono due:
• la digitalizzazione è un processo generale e irreversibile. Tra l'altro, l'intera produzione editoriale è già digitale e si interrompe solo nel momento in cui il testo, fino a quel momento immateriale, viene "appoggiato" sulla carta (vedi Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Laterza).
• l'ipertesto è la migliore modalità di fruizione del testo in rete, potrebbe esserlo anche in ambiente digitale offline. I testi che funzionano in rete sono tendenzialmente brevi e soprattutto puntano ad altri contenuti.
I prodotti su carta, invece, sono della natura più varia. Per portarli dalla carta al digitale, e perché funzionino, occorre prima capire quale tipo di scrittura sia più adatta alla fruizione digitale offline. In altre parole, niente copia e incolla dal prodotto cartaceo. IMHO, ovviamente.
"Lewis Hyde's talk will be drawn from a book he has just finished, Common as Air: Revolution, Art, and Ownership. One thesis of the book is that the founding generation in the United States hoped to establish a cultural commons of art and ideas, a lively public domain of created works that all of us use because nobody controls it. What has become apparent in recent years is that the founders did not leave us with any good way to protect this commons. The public domain has turned out to be highly vulnerable to private capture. How might this vulnerability be reduced? How might an unguarded public domain be converted into a rule-governed and thus durable cultural commons? "
La parola chiave è attenzione. E la domanda che circola sempre più spesso è: internet ci sta cambiando il modo di pensare influendo sulla nostra capacità di concentrare l'attenzione? Se lo domandano per esempio oggi al Telegraph (che cita molti precedenti interventi in materia).
L'attenzione è precisamente il contrario del multitasking: è focalizzazione. La consapevolezza che dedichiamo a un'attività della quale siamo coscienti e alla quale dedichiamo attenzione è il solo modo per realizzarla efficientemente, velocemente, in modo da ricordarla e poterla elaborare ulteriormente.
La lettura e la scrittura, come la parola, richiedono un'attenzione focalizzata che non consente di fare altro nello stesso tempo. O meglio: si fa altro, ma non con lo stesso grado di attenzione, quasi in automatico (c'è chi ascolta musica mentre legge o scrive... tutti accumulano materiale inconscio mentre vivono la loro vita quotidiana... tutti pensano e parlano mentre mangiano e respirano...). Ma le cose cambiano: e allora può cambiare la scrittura e la lettura in modo da diventare un'attività semiautomatica? Può cambiare in modo da influire sul modo in cui pensiamo?
Dato che il cervello evolve lentamente, è più facile pensare che esista un'evoluzione della scrittura e della lettura. Il web è evidentemente molto efficiente per una lettura esplorativa e veloce. Il libro è chiaramente più orientato alla focalizzazione dell'attenzione. Entrambe le forme servono a quello che servono: ma è giusto pensare che il web diseduchi all'attenzione? Non è più probabile che una società dello zapping sia già abbastanza distratta da non aver bisogno anche del web per perdere abitudine alla concentrazione sui libri? Ed è poi vero che perdiamo attenzione per i libri?
La lettura dei libri non è mai stata diffusissima ma non sembra in crollo verticale. Anzi. E gli iPad, eReader e tablet arrivati e in arrivo dimostrano che le persone vogliono anche strumenti atti a favorire una lettura più concentrata e attenta. Il web può educare alla velocità , insegnare a trasferire rapidamente la focalizzazione da un'attività a un'altra e indurre nella tentazione di pensare di poter leggere e scrivere molte cose contemporaneamente: la lettura lineare del libro resta un elemento educativo fondamentale per allenare alla focalizzazione. Ma come finisce per sostenere anche l'articolo del Telegraph non c'è nessuna prova che il web abbia un potere diseducativo tanto forte da rendere di per se chi lo frequenta più debole nella lettura dei libri. In effetti, si può scommettere che la probabilità di trovare lettori di libri tra i frequentatori abituali del web (rapporto lettori/navigatori) è molto più alta della probabilità di trovare lettori di libri tra i frequentatori abituali della tv (rapporto lettori/telespettatori).
Certo, la capacità "educativa" della televisione e del web - per quanto riguarda la loro differente struttura tecnica - è ancora una materia di indagine. E si può scoprire di tutto. Un dato di buon senso è però quasi certamente giusto: il migliore allenamento della mente è la diversità e varietà dei modi in cui la nutriamo.
A commento ulteriore, si può dire che il problema della sindrome della disattenzione denunciata da più parti non è tanto collegato al web, quanto a una vera e propria strategia della disattenzione. (Ringrazio Mante e Comizietto per le recenti citazioni). Un'intera industria della comunicazione sembra essere stata asservita a un potere soft che oltre a cercare l'attenzione dei sudditi per somministrare abbondanti dosi di propaganda, ha imparato a liberarsi da ogni controllo attraverso la confusione e a convincere attraverso un bombardamento di messaggi fatti per riempire orecchie distratte e per governare menti disattente.
Blogger e pubblico attivo sono chiamati a mantenere viva l'attenzione contro la strategia della disattenzione. E' un compito che in molti si sono assunti. Un compito prezioso. Da svolgere con pazienza, senza stancarsi...
7 Comments
Gli estremisti del copyright vorrebbero imporre a tutta l'industria dell'internet di mettersi al loro servizio. E vorrebbero costantemente allargare lo spazio del copyright oltre i limiti attuali.
Un copyright equilibrato è attaccato dall'azione parallela dei pirati da una parte e degli estremisti del copyright dall'altra. L'Economist aveva pubblicato un fondamentale articolo su questo punto: il copyright è una lesione alla libertà che ha perfettamente senso per la remunerazione dei creatori ma non può andare oltre un limite equilibrato. La ricerca dell'equilibrio è difficile ma va perseguita con grande tenacia e ragionevolezza.
Insomma che?
Una rete di decine di milioni di persone in Italia, di quasi due miliardi di persone nel mondo, non si valuta come unità . Ma per quanto valgono le diverse fonti di contenuto, le piattaforme sulle quali si pubblica, le innovazioni che non cessano di alimentarla. E comunque, in un'epoca ancora dominata dalla televisione, che ha tutti i difetti della rete più uno, storcere il naso parlando di internet è come dire che la rivoluzione è scomoda.
Casomai, occorre digerire l'innovazione, pensare le conseguenze di quello che si sta facendo, credere nella possibilità di cambiare quello che può essere cambiato e smettere di fingere di poter cambiare ciò che non cambia. E casomai si può cercare una sintesi pratica: la televisione, si diceva, è il potere rassicurante della convenzione mentre internet è l'influenza inquietante dell'azione. Nel senso che la sua vera specificità è la facilità con la quale si può tentare di trovare e proporre alla rete una soluzione per i problemi che la rete sembra far emergere.
Tanto per fare un esempio. Tutti noi soffriamo per il "rumore" della rete: internet per ora non ha risolto il fastidioso "rumore" generale delle grida sconnesse che la società lancia attraverso tutti i suoi media (cfr. Ecologia dell'attenzione) e forse ha contribuito ad aumentarlo. Ma a fronte di questo, la gente che sta in rete non cessa di provare a proporre nuovi filtri, motori di ricerca, forme di collaborazione, che servono proprio a navigare meglio tra le molte sollecitazioni mediatiche, con meno disturbi. Di certo non siamo vicini alla "soluzione finale", ma questa probabilmente non è desiderabile. Probabilmente, siamo invece molto vicini al punto di partenza di questo strumento: la cultura non lo ha ancora digerito. La gerarchia della qualità , la finezza intellettuale, l'eccellenza delle idee non si distingue ancora facilmente dalla bagarre generale. Ma è inutile accusare di questo la rete (dimenticando che la televisione ha fatto la sua parte, eccome): molto meglio farsi venire un'idea e agire. Si può.
(Con pazienza. Senza stancarsi).
Parlando di tecnologia dei media non ci potrebbero essere strutture più apparentemente opposte di quanto non siano internet e la televisione. La rete corrisponde alla struttura della società delle singole persone che ciascuna si esprime, si connette alle altre, cerca riconoscimento. Riflette la struttura sociale prima di poterla eventualmente modificare. La televisione corrisponde alla gerarchia della conoscenza e della narrazione pubblica: riflette la struttura del potere prima di potersi adattare alla società . È la differenza tra la dinamica top-down e la dinamica bottom-up. È la differenza tra gerarchia e rete. È la differenza tra broadcast e narrowcast. Non è la differenza tra modernità e postmodernità , tra industria e postindustria, tra moneta e gratuito: è la differenza tra il potere rassicurante della convenzione e l'influenza inquietante dell'azione.
La relazione storica tra televisione e internet non è quella del prima e del dopo. Internet è la versione informatica di relazioni molto tradizionali tra le persone, le istituzioni, le comunità . La televisione sembra resistere meglio di ogni altro elemento del sistema mediatico del secolo scorso, come ha spiegato recentemente l'Economist. Lo si comprende pensando al suo antenato: il campanile.
Il campanile è una struttura mediatica estremamente costosa che solo il potere massimo della chiesa poteva permettersi di far accettare, pagare e costruire dal gregge dei suoi fedeli sudditi. Il suo compito è quello di lanciare i messaggi fondamentali per la vita della comunità . Scandisce il tempo, riflettendo insieme le necessità operative della giornata di lavoro di ciascuno e le esigenze rituali e dunque educative della vita sociale, senza mancare di trasmettere gli allarmi e le notizie insolite ma importanti per la vita della comunità . La decodifica dei suoi messaggi avveniva in base a un pensiero convenzionale ben preciso (e stabile). Non c'era nessuna premessa di un dibattito sulla partecipazione alla produzione di messaggi da parte del pubblico.
La televisione non è stata molto diversa per i lunghi sessant'anni della sua storia. All'inizio si è inserita nel pensiero convenzionale che aiutava a decodificare i suoi messaggi. Poi, con la sua commercializzazione, ha costruito la nuova convenzione dalla quale ha fatto discendere la decodifica dei suoi nuovi messaggi, contribuendo a modificare e manipolare il pensiero collettivo in modo enorme.
Il campanile non ha però mai governato pienamente le coscienze. E nemmeno la televisione.
Altre istituzioni e altre strutture mediatiche hanno sempre reso relativo un potere che si pensava strutturalmente assoluto. La famiglia, le relazioni personali, il passaparola... Internet è stata la rivoluzione del recupero dell'autonomia della società dalla dominanza congiunturale della televisione. Ha riabilitato le persone a connettersi e riconoscersi indipendentemente dalla fiction televisiva. Non ha annullato la televisione. Ha creato una nuova dimensione della comunicazione nella quale ciò che la televisione non può fare ritrovava uno spazio. Ma internet può fare molto di più.
Il confronto è appena cominciato.
pesante contrazione di produzione (-11,2%) e fatturato (-16%) nel 2009
E' urgente completare le riforme del mercato del gas e attuare la Direttiva Cogenerazione
Senza rilancio dell'industria manifatturiera non ci sono né sviluppo né politiche ambientali
Milano, 16 giugno 2010 - Si è tenuta oggi, presso l'Associazione Civita a Roma, l'Assemblea Annuale di Assocarta con la partecipazione del Sottosegretario allo Sviluppo Economico, Stefano Saglia, del Presidente e del Commissario dell'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas, Alessandro Ortis e Tullio Fanelli, del Vice Presidente di Confindustria, Antonio Costato e del Direttore Generale di CEPI - Confederazione Europea dell'Industria Cartaria - Teresa Presas.
Le cartiere italiane nel 2009 hanno realizzato una produzione di 8,4 milioni di tonnellate per un fatturato di poco superiore ai 6 miliardi di Euro con una contrazione rispettivamente dell'11,2% e del 16% rispetto al 2008.
"Nel confronto con il livello massimo di produzione e fatturato toccati nel 2007" afferma Paolo Culicchi, Presidente di Assocarta "le nostre imprese hanno perso ben oltre 1,7 milioni di tonnellate di produzione e 1,6 miliardi di Euro di fatturato riportando il settore alla fine degli anni '90. Se poi consideriamo il cartario come primo anello della filiera produttiva Editoria, Carta, Stampa e Trasformazione, il fatturato che nel 2007 aveva superato i 42,6 miliardi di Euro, è sceso a poco più di 35,1 miliardi nel 2009 con una contrazione complessiva di 7,6 miliardi di Euro e una contestuale perdita di 10 mila addetti, sempre per il biennio 2007-2009, che si triplica se consideriamo l'indotto".
Qualche modesto segnale positivo si rileva nei primi quattro mesi dell'anno dove, nonostante gli elevati costi energetici, i continui rincari delle materie prime fibrose e la difficoltà nel loro approvvigionamento, si è registrato un incremento tendenziale generalizzato nei vari comparti del 7,8% nei volumi e del 5,8% in termini di fatturato.
"Senza rilancio dell'industria manifatturiera" evidenzia Culicchi "non ci sono né sviluppo né politiche ambientali e per recuperare competitività è indifferibile il completamento delle riforme del mercato del gas e l'attuazione della Direttiva Cogenerazione adottata a livello europeo nel 2004. Riguardo invece alla difficoltà nell'approvvigionamento delle materie prime" conclude Culicchi "Assocarta apprezza l'iniziativa del Presidente di Confindustria Marcegaglia e l'intenzione del Vice Presidente della Commissione Europea Tajani di adottare una lista di materiali strategici per l'Europa che includa legno, cellulosa e carta da macero". E per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di riciclo previsti dalla Direttiva Europea in materia di rifiuti (n.8/2008), in corso di recepimento, è essenziale preservare la competitività dell'industria promuovendo le capacità industriali in Italia anziché esportare i materiali raccolti in Europa senza alcun beneficio in termini di valore aggiunto e di efficace gestione delle risorse.
Questi interventi sono indispensabili per ridare slancio a un'industria cartaria che ha una grande storia e un grande futuro da raccontare. Un'industria verde che produce un materiale, la carta, che è rinnovabile, riciclabile e naturale. La sostenibilità del settore cartario è stata oggetto dell'intervento di Teresa Presas, Direttore Generale di CEPI - Confederazione Europea dell'Industria Cartaria - che ha sottolineato come le cartiere europee abbiano saputo disallineare la produzione cartaria dal suo impatto ambientale ad esempio attraverso una riduzione delle emissioni di CO2 del 42% per tonnellata se consideriamo il periodo 1990-2008.
Anche la crescita del riciclo si è rilevata per il settore più veloce della produzione: dal 1991 ad oggi si registra un +56% nella produzione e un +123% nell'utilizzo di macero. Basti pensare che entro quest'anno, in Europa, saranno riciclati più di 2000 Kg di carta ogni secondo.
La sostenibilità del prodotto carta unitamente alla sua efficacia sono i temi su cui incentra il nuovo progetto europeo di comunicazione Print Power presentato da Massimo Medugno, Direttore Generale di Assocarta. "Dopo l'iniziativa italiana sui luoghi comuni della carta" afferma Medugno "Assocarta anche grazie all'impegno di Paolo Mattei e delle aziende del comparto grafico ha sostenuto la costituzione di Print Power, un'iniziativa promossa da tutta la filiera in ben tredici Paesi europei che ha l'obiettivo di promuovere la comunicazione su carta come strumento efficace e sostenibile presso i decisori degli investimenti pubblicitari".
La fisicità della carta consente contatti reiterati e tempi più lunghi di esposizione al messaggio mentre la sua permanenza è sinonimo di credibilità in quanto il soggetto che comunica risulta maggiormente coinvolto in termini di responsabilità . Inoltre, l'esperienza tattile legata alla carta coinvolge il lettore stimolandone l'immaginazione e l'attenzione.
Print Power promuoverà anche il marchio TwoSides - Il lato verde della carta - che documenta la sostenibilità della comunicazione su carta anche presso il grande pubblico sfatando con evidenze luoghi comuni che vedono la carta come sinonimo di inquinamento e deforestazione.
"E' bene ricordare" conclude Medugno "che più del 60% della carta e del cartone prodotti in Italia proviene da impianti con sistemi di certificazione ambientale (ISO 14001 e/o EMAS) e che la totalità della fibra vergine impiegata in Italia proviene da foreste gestite in modo sostenibile mentre il 60% della fibra è anche dotato di certificazione forestale".
Per maggiori informazioni:
Maria Moroni - Comunicazione e Ufficio Stampa Assocarta
E' un'epoca in cui tutti si fanno le loro regole e gli standard di comportamento online sono messi in discussione dalle grandi piattaforme.
Dice PeteSearch:
"What it means in practice is that large established companies are able to crawl (though always with the threat of legal action hanging over them) but smaller, newer startups will be attacked by Facebook's lawyers as soon as they look threatening. Google definitely fall foul of the new rules (caching web pages, the use of data for advertising purposes), so I'd be interested to know if they've signed up? I know these changes would make it impossible for them to get started today, since they'd have to contact each and every website before they crawled them and respond to things like "an accounting of all uses of data collected through Automated Data Collection within ten (10) days of your receipt of Facebook's request for such an accounting". Avoiding that sort of mess was exactly why the industry agreed on robots.txt as a standard.
To be completely clear, I understand that Facebook need to protect their
users' privacy. This does nothing to help that, anyone malicious is free to
gather and analyze all the information they have made public about people,
Facebook has left it all completely in the open with no technical safeguards.
What this does is gives Facebook a legal stick to beat anyone legitimate who
tries to openly use the data they've made available in a way they decide they
don't like."
Esistono ricerche sullo sguardo? Molte. Il cinema dello sguardo ne ha sugerite diverse. Così come la fotografia e l'arte figurativa. I link sono del tutto insufficienti a dare un'idea della vastità dell'argomento. C'è persino chi, come Ninjia, presenta il tema del tracciamento dello sguardo sui banner nei social network.
Ci starebbero anche ricerche sullo sguardo in senso antropologico e neuroscientifico. Lo sguardo è un insieme di espressione e funzione. Nasce dall'attività di vedere, sboccia nel momento in cui incrocia un oggetto o una persona da vedere, esprime il modo in cui si sente chi vede e persino come reagisce a ciò che vede.
Lo sguardo è una traccia momentanea della cultura e della fisiologia dell'interazione tra le persone e il resto del mondo.
Ma le domande si moltiplicano. Esistono sguardi cinesi, americani, italiani, indiani? Esistono sguardi da suddito, da violento, da furbo, da pacifista? Esistono gli sguardi di società aperte e chiuse, imperiali e democratiche, competitive e cooperative? O esistono solo le interpretazioni individuali della condizione umana?
Lo sguardo cambia mentre entrano in funzione i neuroni specchio e si immagina che cosa significhi il gesto dell'altro appena incontrato. Cambia in funzione delle emozioni. E dei pensieri razionali.
Ma lo sguardo cambia, si adatta, si abitua alle circostanze: in una società nella quale tutti possono essere spie di un governo autoritario, oppure nella quale tutti portano una pistola in tasca, oppure nella quale la maggior parte della gente lavora in una cooperativa. Oppure, dove la religione, l'ideologia dominante, l'educazione diffusa propongono una vita non violenta, orientata a incentivare comportamenti morali. Oppure, dove tutti sono lupi e ci si aspetta che ogni giorno si possa essere sbranati o si sia costretti a sbranare.
Lo sguardo cambia. Può far paura. O sancire la pace. O essere, come quello di Vincent Van Gogh, uno sguardo di chi guarda, destinato alla ricerca, umile e curioso, sempre più stupito che giudicante.
Ma quali sono le apps più scaricate? In generale al top c'è proprio Facebook, su tutte le piattaforme. Questi e altri dati.
Sorprende poi che la maggior parte delle apps di Facebook siano scaricate dal pubblico femminile. Demografia apps e altri dati.
Grazie a Umberto Basso per la segnalazione.
Da un lato, bisogna dire che la scarsità di spazio in tv e nei media tradizionali non c'è online e questo non può che far scendere il prezzo della pubblicità online. Ma dall'altro è possibile che esista un gap creativo ancora da colmare.
L'acquisizione di AdMob da parte di Google e di Quattro Wireless da parte di Apple potrebbero preludere a qualche cambiamento da questo punto di vista. Anche la creatività nella pubblicità online e mobile è destinata a cambiare. E dall'autunno, quando l'iPad sarà multitasking, la competizione in questo settore potrebbe diventare piuttosto interessante.
Le opere vanno scritte in ePub. Devono avere un codice Isbn. E vanno create su un Mac. Per venderle, o regalarle, per ora, occorre essere contribuenti del fisco americano. Non tutto facile per il resto del mondo... Il tema va seguito con attenzione.
update: se hai scritto apps non ti accettano come scrittore di libri, dice Gewirtz. Devi cambiare account...
update: i boatos si susseguono sull'eventualità che Twitter "tassi" le aziende che fanno business usando la sua tecnologia...
update: i segnali sull'aumento di attenzione intorno alle possibilità di cancellarsi da Facebook si moltiplicano
Con il passaggio alla tv digitale terrestre, la trasmissione dei canali televisivi occupa molto meno spazio nell'etere di quanto ne richiedessero le frequenze necessarie alla tv analogica e quindi lo spazio liberato si potrebbe riallocare per altri scopi. Anche con un asta: in Germania questa ha fruttato, si stima, circa tre miliardi. Ma mentre il ministero dell'Economia si arrovella su come trovare i soldi per la manovra di risanamento dei conti pubblici, a questi soldi nessuno pensa.
Ovviamente perché le frequenze devono restare a chi le occupa ora, in Italia. Altrove, in tutti i maggiori paesi, gli stati hanno lucrato il dividendo digitale. In Italia sono invece le aziende concessionarie, come Rai e Mediaset a lucrare un aumento dello spazio che possono utilizzare per mandare in onda i loro programmi e moltiplicare i canali. Solo una minima parte sarà assegnata a nuovi entranti. Da ricordare che, anzi, anni fa lo stato ha addirittura speso soldi per favorire la diffusione dei decoder. Era l'epoca in cui si doveva dimostrare che Retequattro non doveva andare sul satellite... E invece oggi non si trovano i soldi neppure per avviare la banda larga...
Si direbbe che, agli occhi del governo, tutto vada sacrificato in nome della prosperità delle aziende televisive esistenti in Italia.
Intanto si prepara a uscire Diaspora. Per quelli che vogliono un social network e anche la privacy. (ReadWriteWeb)
Il passaggio-chiave, mi pare, riguarda il fatto che è un codice da adottare su base volontaria:
"Fermo restando il rispetto delle norme vigenti, con il Codice si intende assicurare - su base volontaria - l'adozione di procedure volte a contrastare l'uso illecito delle risorse Internet fornite dai soggetti aderenti e, in particolare volte a garantire, su tali risorse, il pieno rispetto della dignità umana ed il rifiuto di ogni forma di discriminazione fondata, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali. Si intende altresì assicurare particolare attenzione agli utenti minorenni, anziani e, in generale, meno esperti, promuovendo un uso più consapevole e sicuro della navigazione sul web e garantendo loro una maggiore tutela."
In pratica, pare di capire, che chi aderisce al codice si impegna a togliere i contenuti offensivi (tempestivamente, se segnalati da parti lese). E poi un sacco di altre cose tutte da leggere e sulle quali riflettere. Tra queste è sparito - si direbbe - l'obbligo di mettere in vista il logo del codice (basta dichiarare la propria adesione con la formula prevista). Funzionerà ?
Dopo il primo caso, ho tolto il feed di Linkedin da quelli che alimentano FriendFeed. Ma questo non ha impedito la ripetizione del fenomeno.
Qualcuno sa darmene una interpretazione?
Sintesi personali:
1. Molte funzioni tipiche degli editori tradizionali potrebbero finire ai leader delle grandi piattaforme, tipo Apple. Per gli editori di libri, i distributori, i tipografi potrebbe essere un problema.
2. Alcune innovazioni, mutuate dai telefilm, potrebbero diventare una nuova funzione editoriale: la creazione di mondi di senso all'interno dei quali si valorizzino le singole vicende. Potrebbe essere una chance per gli editori di giornali, le cui testate si avvicinano all'idea di "mondo di senso". Lo stesso vale per nuovi progetti collettivi, in stile wikipedia,
3. Alcuni autori, divenuti icone, potrebbero diventare a loro volta con la loro biografia delle forme di sintesi del contesto, trovando il mondo di valorizzare i loro contenuti in maniera adatta al nuovo mondo dell'editoria crossmediale.
Giuseppe ha sottolineato molti rischi. Uno mi pare da ricordare. Le modalità di conversazione in rete rischiano di appiattirsi su alcune forme convenzionali, canoniche. Valorizzando il dialogo soltanto tra coloro che le apprezzano aprioristicamente. E facendo perdere occasioni di incontro con lo stupore delle idee diverse e inattese.
Ovviamente senza farne una paranoia, come ironizza Paul Carr. La discussione in materia è ampia. L'evoluzione della privacy su Facebook è un'animazione da vedere.
Si tratta di un frammento di una frase di Zuckerberg, detta in un ambito che egli evidentemente riteneva privato, e che pare dimostrare come al fondatore di Facebook non importi nulla della privacy.
Può darsi che non gli importi neppure del fatto che è uscita questa notizia su una sua conversazione privata.
Dobbiamo abituarci a pensare che se le piattaforme più rilevanti del pianeta digitale sono private, dovranno sempre mediare tra la necessità cogente di fare i loro interessi e la visione lungimirante di comprendere come servire al meglio gli utenti.
E' chiaro a tutti, persino ai gestori di quelle piattaforme, che il valore dei loro prodotti è generato dalle persone che le usano. Se trattano troppo male le persone, queste se ne vanno e le piattaforme perdono valore. Ma se non possono andarsene troppo facilmente, se hanno investito molto su quelle piattaforme, se vedono che tutti i loro amici sono su quelle piattaforme, allora i gestori delle piattaforme possono cedere ai propri interessi a scapito di quelli degli utenti. E' un'evoluzione possibile e in qualche caso prevedibile.
Si può fare qualcosa? Fino a che internet sarà libera e neutrale, nasceranno sempre nuove proposte che dovranno presentarsi come vantaggiose per farsi adottare e dunque miglioreranno la situazione, tenendo a bada la sete di controllo e profitto delle piattaforme private esistenti. E questa dinamica continuerà . La rete si autodifende se è aperta.
Ma non basta. La logica dei "commons" dovrebbe estendersi almeno un po' anche al settore delle piattaforme. Alcune sono già così. Ma nei social network c'è ancora poco. E i profili o le identità che contano tendono a diventare sempre più legate a piattaforme private. Sarebbe meglio equilibrare l'ecosistema con servizi "commons" che garantiscano un luogo neutro dove mettere le informazioni che interessano alle persone al sicuro dai cambiamenti dei termini di servizio delle piattaforme private. E' un progetto piuttosto grande e complesso. Ma va almeno dichiarato.
Per esempio, si può embeddare un testo:
Ecologiadellattenzione
Le agenzie creative potranno mandare alle concessionarie le loro campagne pensate come applicazioni, dotandole quanto vogliono di informazione, servizio, emozione. E chi fa le applicazioni le potrà inserire "in un pomeriggio".
La Apple si terrà una fetta del valore abbastanza grande da non incentivare troppo il passaggio delle apps a pagamento verso un modello gratuito con pubblicità . Quindi non sarà uno tzunami. L'equilibrio dello sviluppo di tutto questo sarà gestito. Anche se la complessità dell'ecosistema che sta nascendo intorno alla Apple è in crescita verticale.
Non solo crescono gl utenti. Ma ci passano sempre più tempo. E' la marcia di Facebook. Non sorprende. Ma è un dato di fatto. eMarketer e AllFacebook.
Ne stavo scrivendo giusto su Nòva. Ed è arrivata questa segnalazione da Dario. Quindi riporto anche qui quanto andavo elaborando...
«Chi lo avrebbe mai detto? La conferenza "visual notes" è un successo. L'aula è piena». Lo notava Cliff Atkinson, autore di saggi sulla concisione, nel corso della recente megaconvention South By Southwest, a Austin. E infatti poteva sembrare strana una banda di nerd accalcati per ascoltare esperti di una materia tanto particolare come quella che si occupa di come prendere appunti usando le immagini. Eppure... Non è soltanto la consapevolezza che un'immagine vale più di mille parole. È soprattutto la riscoperta della relazione personale ma molto efficace che ciascuno conosce tra le immagini, gli schizzi, i disegni, i simboli, e la sintesi del contesto delle informazioni che si vogliono registrare. E poiché si avvicina l'epoca tante volte annunciata ma oggi, pare, più realistica, del tablet, si può immaginare una convergenza tra gli appunti in forma simbolica e la registrazione digitale. Il che significa il superamento del difetto cognitivo di chi apprende e crea usando molto la mente ma poco il corpo: finora la registrazione sul computer era basata su gesti sempre uguali, ripetuti all'infinito, come il movimento di pigiare sul tasto del mouse. Toccando lo schermo del tablet, il recupero della varietà gestuale del corpo, e le sue conseguenze cognitive, è "a portata di mano". Si comincia con la manipolazione delle foto. Poi si aggiungeranno gli appunti. E il resto si vedrà .
Il caso Google in Cina è un piccolo buco della serratura attraverso il quale si può sbirciare in una nuova dimensione geopolitica nella quale
le regole sono ignote, i rapporti di forza sono tutti da valutare e i
confini tra pace e guerra appaiono confusi.
A leggere le cronache
del confronto tra il governo cinese e l'azienda fondata da Sergey Brin
e Larry Page vien voglia di chiedersi: chi sta vincendo? Ma nessuna
risposta può essere soddisfacente fintantoché non si stabilisce qual è
la partita. È un confronto tra democrazia e autoritarismo, libertà e
censura? È un gioco per il softpower nel mondo? È una questione di
affari?
Le risposte che si leggono nei fatti cambiano significato
a seconda del punto di vista. Google aveva perduto in Occidente la sua
verginità di "azienda che non fa del male" proprio accettando qualche
anno fa di scendere a compromessi con le leggi cinesi. Ma da qualche
mese tenta di recuperarla. Dopo aver lamentato le incursioni di hacker
filo governativi nella posta elettronica - su Gmail - di attivisti per
la libertà di espressione in Cina, ha iniziato una lunga trattativa con
le autorità destinata al fallimento e, dunque, sfociata nel tentativo
più furbo che efficace di ieri: reindirizzare le ricerche sul motore di
Google dalla Cina verso il servizio libero da censure che l'azienda
offre a Hong Kong.
Il governo Usa, e il segretario di stato Hillary Clinton in
particolare, ha accompagnato Google in tutto il tormentato percorso,
cogliendo l'occasione per sottilineare a ogni passaggio un punto chiave
della sua politica estera: la libertà di espressione su internet è un
principio fondamentale e irrinunciabile per gli Stati Uniti.
Il
governo cinese tenta d'imporre il suo ordine interpretativo, opposto a
quello americano, sintetizzato dal portavoce del ministero degli
Esteri, Qin Gang: la vicenda di Google deve restare commerciale e non
diventare politica. Ci sono delle regole, in Cina, e vanno rispettate
da tutte le aziende che vogliono fare affari nella Repubblica Popolare.
Il progetto di sviluppo armonioso della Cina ammette la critica
costruttiva, ripetono gli ideologi cinesi, ma non la discussione
distruttiva: e in effetti internet per la popolazione cinese è
diventata una soluzione per proporre miglioramenti e critiche
focalizzate su particolari aspetti dell'organizzazione sociale ma non
certo per alimentare forme di opposizione al sistema.Ma gli
americani incalzano. E non solo con le dichiarazioni di principio di
Clinton. Nel dicembre scorso, la Casa Bianca si è dotata di un
coordinatore della cybersicurezza nazionale, Howard Schmidt. E in
questi giorni, il Senato e il Dipartimento di stato stanno cercando a
loro volta di creare una figura di "ambasciatore" destinato a
coordinare la politica estera americana nella dimensione internettiana.
La scommessa "ideologica" di Clinton, il potere attribuito a Howard
Schmidt e, appunto, la definizione di una dimensione internettiana
della politica estera americana dimostrano se non altro la complessitÃ
e il peso strategico che internet ha raggiunto dal punto di vista
geopolitico.
Su internet, in effetti, si è svilupato un ambiente
operativo per sostenere le cause più nobili, per diffondere
informazione e conoscenza, ma anche per attuare sofisticatissime
attività di spionaggio, terrorismo, controinformazione. I protagonisti
sono certamente gli stati, autoritari e democratici, nelle loro varie e
non sempre coordinate articolazioni, insieme a multinazionali,
organizzazioni di attivisti, bande criminali, reti terroristiche. Un
contesto tecno-caotico, le cui vicende restano per la maggior parte del
tempo oscure e che i fatti, come quello di Google, s'incaricano
talvolta d'illuminare parzialmente.Ma per ora i fatti non
rispondono alla domanda: chi vince? Clinton non cessa di sottolineare
l'importanza liberatoria di internet in paesi come l'Iran e la
Birmania. Ma, come osserva Evgeny Morozov attraverso il suo blog su
Foreign Policy, internet è anche un'arma di controllo e repressione
usata dai regimi autoritari contro i dissidenti.
Intanto, le bande
mercenarie di superhacker capaci di attaccare piattaforme come Twitter
e stati come l'Estonia restano largamente fuori controllo. E i "siti
dell'odio" integralista e razzista censiti dal Simon Wiesenthal Center
sono ormai 11.500 - eramo 4mila nel 2004 - ma «la crescita delle
attività avviene come in ogni altro settore sui network sociali»,
osserva Abraham Cooper che si è occupato della ricerca.
Secondo Howard Schmidt, il cosiddetto zar della cybersicurezza
americana, non vince nessuno, perché quella che si sta svolgendo su
internet non è una guerra. «La metafora è sbagliata», dice. Anche
perché era la metafora preferita di Michael McConnell, direttore dei
servizi d'intelligence per l'amministrzione di George W. Bush: un uomo
che sosteneva che gli Stati Uniti stavano perdendo la cyberguerra e che
per cambiare il risultato dovevano riprogettare internet per
trasformarla in qualcosa di controllabile.
Al contrario, Schmidt,
come il presidente Barack Obama, crede che internet vada lasciata
com'è, libera e innovativa, aggiungendo criteri di sicurezza per
specifiche attività , come quelle finanziarie e governative, ma senza
introdurre distruttive forme di controllo. «Internet è un ambiente nel
quale non ci possono essere vincitori. Ma se si elimina la libertÃ
tutti certamente perdono».
Accettando la dinamica internettiana, i
leader politici e i capi delle multinazionali devono accettare anche
che il contesto nel quale operano sia continuamente messo in
discussione. Tensioni continue sulle regole relative a privacy,
copyright, libertà d'espressione, resteranno a lungo all'ordine del
giorno. E un'escalation di tecnologie per la sicurezza contro le
tecnologie per la criminalità va messa in conto.Ma la realtà è che
internet anche a livello geopolitico e geoeconomico ha risposto al
bisogno di gestire meglio le dinamiche reali che la globalizzazione
aveva concretamente attivato: una nuova competizione fra territori,
lingue, legislazioni, sistemi istituzionali, forme di collaborazione e
condivisione delle informazioni capaci di accelerare lo sviluppo
nell'epoca della conoscenza.
Almeno su un punto ha certamente ragione, Sergey Brin, cofondatore di Google, intervistato dal New York Times: «La storia non è ancora finita».
Il New York Times osserva che tra i primi inserzionisti ci sono Unilever, Toyota, Korean Air e Fidelity. (NyTimes)
Il Wall Street Journal sull'iPad costerà 17.99 dollari al mese. Una copia di Esquire uscirà in aprile con una versione per iPad da 2.99 dollari. Men's Health uscirà a 4.99 dollari. (Engadget)
E' interessante perché dimostra che i vari blog, Twitter, Facebook, YouTube, Flickr ecc. non sono soltanto un aggregato di piattaforme in competizione ma, almeno dal punto di vista del pubblico attivo, sono un unico grande medium.
La metapiattaforma del pubblico attivo è il luogo astratto nel quale avvengono le conversazioni del pubblico attivo. I giornali ne sono coivolti per i loro singoli messaggi ma sono destinati a tentare di distinguersi. La mediasfera potrebbe essere il luogo nel quale si sviluppa la circolazione dell'informazione professionale e non professionale, nella quale vige l'infodiversità e tutti i generatori di senso si adoperano per connettersi pur coltivando la propria specificità identitaria e di servizio.
Perchè i cittadini italiani non possono vedere la rai.it pubblica senza installare il componente proprietario microsoft silverlight?
vero, ma è come i video che sfruttano Flash, che necessitano del plugin di casa Adobe - Luca Zappa @zaps
io ci ho rinunciato - paola caruso
http://acab(punto)servebeer(punto)com/tv-play... E buon divertimento. (almeno per vedere rai.tv) - Assimo
@lucazappa - infatti nemmeno flash andava bene. il punto è che esiste un contratto di servizio (sì, lo so, qui si sbeffeggia la costituzione, figuriamoci il contratto di servizio) che impegna la Rai a offrire la parte "in chiaro" dei propri contenuti sfruttando tutte le tecnologie che via via si rendono disponibili su standard aperti. nè adobe flash nè microsoft silverlight lo sono. VLC sarebbe stata una ottima scelta. - antonio pavolini
@Pavolini quale dovrebbero usare quindi, nel senso: ce ne sono di sufficientemente diffuse,ma open? - Marco Massarotto
La diffusione secondo me conta poco: vlc si scarica e via :) - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone
Beh non so cosa si direbbe se RAI rendesse necessario il download di un software per fruire dei programmi... - Marco Massarotto
HTML5 è la soluzione. - roldano
HTML5 sarà la soluzione tra un po', probabilmente. - Andrea Grassi
Marco, Anche adesso serve un download (silverlight)... La differenza è tra proprietario o open - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone
Html 5 ha un grosso problema, i browser...la maggior parte delle persone usa IE6 (nonostante il funerale), quindi oltre alla definizione del codice bisogna aspettare che una fascia sufficientemente ampia di persone utilizzi un browser adeguato (non sono mica tutti geek come noi ;) ) - Pierotaglia
io HTML5 lo vedo http://vimeo.com/10229038 tranquillamente su Chrome. Ora se la RAI e altri dicessero per vedere questo programma usa questo browser sarebbe fatta no? - roldano
@Assimo ... io lo uso ogni tanto per vedere Rainews24 e funziona http://mediapolis.rai.it/relinke... in effetti ho provato ora e gli altri non vanno - Luca Zappa @zaps
Beh diciamo che il download di Silverlight è un filo diverso da quello di VLC, ma appunto,
quello intendevo, non sarebbe una soluzione cmq. - Marco Massarotto
@Rolando Anche io lo vedo con Safari, ma noi siamo "avanti" ;) ci sono persone che usano ancora un AMD Athlon (bei tempi) - Pierotaglia
Pierotaglia si ma Vimeo non è un servizio pubblico e basterebbe mettere un link scarica qui no? E poi de che stiamo parlando? Ma quanti italiani vanno su rai.tv e quanti invece se ne stanno comodi in salotto con il TV acceso? - roldano
Io, per esempio. Che in camera mia il televisore non ce l'ho proprio... (ma anche quando sono in università torna molto utile) - Assimo
per rispettare il contratto di servizio basterebbe fornire lo stream in tutte le tecnologie più diffuse (tra cui non vi è Silverlight ma facciamo finta che lo sia) e non in una sola arbitraria... - ezekiel
Mi sembra che il quesito di Luca De Biase non sia posto in modo corretto: Silverlight è un componente proprietario come flash e tanti altri e francamente non ho mai visto polemiche così accese verso chi utilizza Flash o penalizza flash 8vedi apple). Vi invito a concentrarvi sul prodotto e sulla qualità dell'offerta di Rai.tv piuttosto che sul plug-in gratutito necessario per la visione dei contenuti. - gianluca stazio
non per difendere nessuno o voler fare il sistemista a tutti i costi ma forse bisognerebbe avere un'idea (almeno un accenno...) della difficoltà /costi di mettere in piedi una piattaforma (con tutti i problemi di robustezza e sicurezza del caso) prima di fare discussioni sul sesso degli angeli. - Alessandro Nasini [ff]
@alessandro tu ne sai senza dubbio molto dell'implementazone e della complessità di una piattaforma del genere ma noi sappiamo che la Rai in base a quel contratto di servizio (quello che include anche i computer) raccoglie da tutti noi una cifra vicina ai 2 miliardi di euro ogni anno. forse lo spazietto per fare una buona piattaforma c'è. - ezekiel
I miei televisori sono sempre stati "proprietari". E francamente anche fossero "open" non mi azzarderei a metterci le mani. Ora la maggior parte di elettrodomestici usa viti che richiedono cacciaviti ad hoc, e questo ammetto sia un eccesso dannoso. Non mi è chiaro però a cosa serva il "open" se non nella misura in cui equivale a "free", il che poi non è neanche sempre vero. HTML5 non è un viewer, è un formato e come quasi sempre accade i migliori viewer (browser) saranno presumibilmente proprietari (anche se WebKit sta avendo una sempre più ampia diffusione, ma pur sempre all'interno di prodotti non open). Le amministrazioni pubbliche paiono puntare sempre più sull'open source che pare appunto a molti avere una qualche affinità , per me inspiegabile, con "gratuito" e con "pubblico". Io, da privato cittadino, preferisco tutto ciò che è proprietario e che con una modica spesa mi garantisce supporto, il tempo che perderei a spulciare codice open vale più di quanto spendo in software proprietario. - Giovanni Sarbia
@roldano AFAIK quelli più diffusi non sono open (basti vedere il caso dei sistemi operativi, abbastanza lampante) e qualunque azienda software che si rispetti adotta standards nei loro software proprietari proprio per garantire maggiore diffusione. @antonio Flash supporta H.264 che, non a caso, è usato da YouTube in modo da fornire video anche per iPhone - Giovanni Sarbia
Paola Bonomo liked this
De Biase non faccia cosi', spinga i bottoni giusti che Silverlight funzia anche su mac - massimo mantellini
pensa che a me aveva smesso di funzionare IE8 su winzoz! poi ho usato la soluzione dell'informatico (spegni e riaccendi) e il mefitico IE8 è resuscitato! gioie e dolori dell'informatica :) - czap
poi bisognerebbe chiedersi: con tutte le cose che ci sono da fare se uno ha una connessione a Internet, proprio per guardare la Rai deve usarla? - Paola Bonomo
si infatti non funziona per il power e ci ho bestemmiato un ora prima di accorgermene, sempre perché i proogrammi di Bill sono fatti bene... una qualsiasi app. free ti direbbe già durante l'installazione che nn si può fare! - Mark Tamagnini
E su Twitter:
- @lucadebiase quell'odiosa frase del flash "la ragione è a tutti comune la volontà no" ? -
- dsot RT @lucadebiase: perchè gli italiani all'estero non possono vedere la diretta dello streaming rai.it anche avendo installato silver light?
- michelepasutto @lucadebiase ciao prova moonlight versione open io uso ubuntu ma credo c sia per mac
- RoldanoDePersio @lucadebiase microsoft silver light? La soluzione sarebbe HTML5 perché non fate un pezzo su Nova?
- sarabrag @lucadebiase server in ufficio mi impedisce di installare programma x vedere rai.it e mi servirebbe x lavoro
- nicocasa @lucadebiase Per altro per via di questa mancanza non sono riuscito a fare una segnalazione a "Chi l'ha Visto".
- marcomassarotto @anywhere la risposta di Twitter a Facebook Connect? [via @lucadebiase]
- zaps @lucadebiase vero, ma è come i video che sfruttano Flash, che necessitano del plugin di casa Adobe
- millenomi @lucadebiase Tecnico? Intendevo dire di policy.
- millenomi @lucadebiase Il motivo è meramente tecnico: Silverlight ha uno strato pesante di protezione da copia (DRM).
- bongfactory @lucadebiase @nicocasa c'è un workaround http://bit.ly/aKZqYO però tutto ciò fa veramente poco "servizio pubblico"
- lucadebiase RT @nicocasa: @lucadebiase Per altro un utente Mac con processore Power PC non può visualizzare i contenuti offerti. (ah: è il mio caso...)
- nicocasa @lucadebiase Per altro un utente Mac con processore Power PC non può visualizzare i contenuti offerti.
Larry Lessig ha portato a Montecitorio la cultura remix. Il bello della rete nella sua pienezza.
Dice Langeveld, in sintesi:
L'iPad è un cambio di passo nella mobilità dei contenuti. Genererà un sensibile aumento delle vendite di contenuti per device mobili.
I tempi di utilizzo dell'iPad e dell'iPhone, con tutti i loro emuli, saranno estesi alla maggior parte dei tempi di attesa e di spostamento. Le spese di marketing si sposteranno sui device mobili. I consumatori risponderanno con entusiasmo ai nuovi servizi - promozionali e informativi - proposti su queste piattaforme. Quello che sappiamo ora sull'iPad è minimo. Ma cominciare a lavorarci e obbligatorio.
Dopo due decenni di inseguimento del digitale, gli editori hanno l'opportunità di riprendere la leadership. Ma devono:
"Reinvent content for the mobile Web and iPad. As Doctor also notes, this is easier for magazines, with their stronger visual orientation and design resources, than it will be for newspapers, which will need to invest in new, innovative design capabilities.
- Challenge journalists to develop new streams of content, in new formats and with new kinds of interactivity and connectivity that will attract new readers and built new relationships of trust with them.
- Work with Apple and other mobile platform entities to enable content and advertising personalization. This means pushing Apple for a more open platform and for access to at least some of their customer data. If publishers are to be players in the mobile marketing game, they must be able to deliver individually targeted marketing messages, and that means having some ability to identify readers and to respond (with their permission) to their profiles and preferences.
- Work with marketers to invent new ways to interact with customers: to facilitate conversations, to blend news, social media and brand messages, to actually sell stuff and facilitate transaction -- in short, to leverage those new relationships of trust into brand new streams of revenue.
- Be ready to shift gears often. The job is not just to create a presence on iPad, but to adapt to the new mobile landscape as it develops and changes. Like the saying about the weather in various localities, if you think you have your iPad strategy figured out, wait five minutes."
Secondo Laurel Papworth il profilo e, in un certo senso, la reputazione si costruiscono attivamente, mentre l'dentità e la fiducia dipendono dalla reazione e dalla comprensione degli altri. Il tutto, naturalmente, in un gioco di interazioni continuo...
La disintermediazione, si diceva una volta. Oggi si dice, come Johnson, che la quota riservata agli autori dal sistema editoriale tradizionale è un cattivo affare per loro: "Creative types pay a heavy toll to distribute their works, and in "the internet age" they can and should be doing it for themselves. Be they painters having to give galleries 50 per cent of the price of their pictures, or authors getting just 7 per cent of the net proceeds of their novels from publishers, or singers receiving paltry royalties from record labels, for many the division of rewards is a bad deal."
E' un cattivo affare perché la gente non vede un film perché è incuriosito della major che lo ha prodotto, non sente un brano musicale perché è interessato a quello che presenta un'etichetta e non legge un libro perché ama un editore, dice Johnson: il pubblico presta attenzione a un'opera perché è affasciato dalla visione originale dell'artista o dell'autore. E poiché con internet e il digitale produrre e pubblicare è diventato molto meno costoso, gli autori che diventano imprenditori di se stesso, dice Johnson, possono guadagnare di più. Tagliando fuori gli intermediari. E' un modo per raccontare la crisi dell'editoria. Ma è un modo per spiegare bene che cosa faranno gli autori?
La pars denstruens è facile. E' la pars construens che resta difficile. Il che rende il problema interessantissimo. Gli autori possono pensare di fare a meno della produzione, del marketing, del lavoro di agenzia, del supporto legale che gli editori hanno sempre fornito in un unico blocco in cambio della possibilità di rivendere come volevano il copyright. Ma resta il fatto che anche il modello di business non è più quello di una volta: se il copyright non è protetto su internet per gli editori, non lo è neppure per gli autori. Inoltre, è vero che le funzioni di marketing e legale restano importanti e qualcuno le deve svolgere. Infine, non tutti gli autori, concentrati sulla loro visione creativa, sanno e vogliono saltare alla bisogna nella cultura dell'imprenditore.
Ne emerge una visione, ancora tutta da sviluppare, nella quale non abbiamo autori tuttofare, ma neppure editori onnipotenti. L'una e l'altra soluzione sono contrarie alla qualità creativa. Quello che avviene è la fine del bundle editoriale: le diverse funzioni si disaggregano e vengono pagate con una quota del fatturato; il problema è che tutti rischiano, nessuno si siede sul suo privilegio acquisito. Ma si ha l'impressione che sia un problema da affrontare e accettare.
Nello stesso tempo, nasce un insieme di nuove figure. Quelle che creano nuove opportunità imprenditoriali, disegnano contenitori e soluzioni innovative nelle quali il modello di business è comprensibile. Ostinarsi a imporre un copyright sui prodotti digitali registrati e replicabili non è una politica di grande lungimiranza. Scoprire nuovi modi di fatturare - concerti e incontri fisici, esperienze educative, invenzioni promozionali - è una funzione creativa-imprenditoriale nuova che potrebbe diventare decisiva.
Per gli editori si tratta di incorporare questa mentalità . Separare con chiarezza le funzioni, non più basandosi sui silos dei diversi mezzi di trasmissione ma sulla diversità di servizi offerti all'attività autoriale: produzione, marketing, controllo qualità , legale, sperimentazione di nuovi modelli di business, design dei contenitori, ecc ecc. Non tutti gli editori sapranno fare tutto. Ma in quella direzione ricostruiranno una prospettiva per il loro mestiere.
"Twitter is a simple service used by smart people. Facebook is a smart service used by simple people."
Non ricorda la battaglia ideale tra i tifosi di Apple e Microsoft?
----------------------------------------------------------------------------------------
(Su FriendFeed, intanto, alcune reazioni...
Le ricerche sui tweet sono sempre più efficienti. Per luogo, argomento, bio, ecc. Una serie di suggerimenti da Openforum.
Facebook intanto è cresciuto tanto che non solo ha la capacità di indirizzare il traffico molto più di Google per esempio nelle news (anche se Mante non nasconde le sue perplessità sulla qualità delle news), ma è anche capace di attrarre quasi tanto traffico quanto Google. Federico Ferrazza
Stefano Quintarelli è più tranquillo, nonstante che lui quelli dell'Aiip li conosca bene. E parla di un "bug" nel decreto che unito all'assenza di un richiamo alla direttiva ecommerce (quella che dice che le piattaforme non sono responsabili di quello che fanno gli utenti) dal quale potrebbero passare un sacco di guai. Ma la sua formulazione tranquilla induce a pensare che anche questo come ogni altro bug si possa correggere.
Alessandro Longo lavora di fino sulle perplessità . E vale la pena di leggerlo per capire che non si capisce per esempio se YouTube nel decreto è televisione o no.
Le reazioni a caldo di ieri.
Ora Hitwise aggiunge che da Facebook arriva più traffico a siti che nascono dal mondo del broadcast, mentre da Google News arriva più traffico ai siti che nascono da giornali cartacei.
Questo peraltro vale soprattutto per i grandi siti di news. La parte lunga della coda lunga è ancora più coperta da Google.
Anche perché quello che si fa su Facebook è più governato dall'immediatezza facile. (ReadWriteWeb)
Zambardino vede un po' di confusione. O'Presidente vede l'esclusione esplicita dei blog. PenneDigitali osserva la scarsa chiarezza sui provider. Dany si fa domande. Guido Scorza resta convinto dei suoi dubbi e pur apprezzando i cambiamenti apportati al testo pensa che i problemi non siano superati. Quinta segnala il testo e lo studia domani.
E' sempre più chiaro che le piattaforme internettare che invocano la libertà di espressione, dovrebbero impegnarsi a garantire meglio la privacy...
Per Chen questo significa che molti giornali che si preparano a pubblicare una versione per iPad dovrebbero stare attenti. Non solo quelli di moda. Ma anche molti altri periodici che pubblicano foto e pubblicità con qualche scollatura profonda...
Ma se dovessero fare questo, alla Apple, potrebbero unilateralmente prendere altre decisioni censorie, dice Chen.
iSpazio nota che probabilmente la censura effettuata da Apple si trasformerà in un'innovazione nella piattaforma AppStore: l'introduzione di una nuova categoria, "explicit".
La preoccupazione di Chen è probabilmente eccessiva. E' abbastanza assurdo, conoscendo la Apple, che quell'azienda si metta a discutere con gli editori. Ma dato il precedente delle foto osé, non è del tutto impossibile che intenda far valere il suo punto di vista anche in merito alle scelte editoriali.
Sarebbe vagamente comico trovare le applicazioni per iPad di - che so - Panorama o The Sun solo nella categoria "explicit"... Vedremo.
E probabilmente la questione si risolverà proprio in riferimento a questo.
Ma resterà aperta un'altra questione. Rilevante: perché è probabile che il diritto alla libertà di informazione e il diritto alla privacy saranno sempre più in conflitto. E tutti coloro che vorranno ridurre la prima potranno appellarsi alla seconda.
Allora sarà importante capire bene la seconda. E in questo caso a quanto risulta c'è un aspetto molto interessante. Perché in questo caso non ci sarebbe stata nessuna diffusione di dati sensibili sulla salute del ragazzo presentato nel video come affetto da sindrome di Down, se è vero quanto risulta: e cioè che il ragazzo non era affetto da sindrome di Down. Era malato, purtroppo, ma non di quella malattia.
Occorre dunque conoscere la sentenza per poter dire qualunque altra cosa.
Perché se tutto questo portasse a dire che la piattaforma deve assicurarsi che chi pubblica abbia tutti i diritti per farlo anche chiedendo ai terzi interessati prima di consentire la pubblicazione, questo costituirebbe una complicazione enorme per ogni piattaforma di user generated content. Se si trattasse semplicemente di scrivere meglio i termini di servizio la questione si risolverebbe abbastanza facilmente. In attesa di capire meglio l'intricatissima legge sulla privacy e la scarsa volontà da parte delle piattaforme di assumersene tutti gli oneri.
Invisigot concorda nel vedere la sentenza come una causa di complicazione per gli user generated content. Matteo è d'accordo. Gboccia vede un difficile equilibrio tra libertà di parola e privacy. Dario se ne preoccupa ancora più decisamente. E cita Stefano e Guido, oltre che il parere di Vidi Down che nonostante i diretti interessati si fossero ritirati ha continuato la causa. E questo è il parere di Google.
Non si può non considerare il fatto che ci mancano le motivazioni della sentenza. Se quando le pubblicherà il giudice dimostrerà di aver tenuto conto di tutto correttamante, trovando semplicemente che nei termini di servizio di Google all'epoca dei fatti non c'erano tutte le precauzioni necessarie per evitare che gli utenti uploadassero materiale lesivo della privacy, tutta la vicenda assumerà contorni meno preoccupanti. Basterà appunto che le piattaforme siano più chiare nel chiedere agli utenti attenzione sulla privacy perché la loro responsabiltà di eventuali violazioni sia risolta. Vedremo, appunto.
Siamo comunque lontani dal problema dell'introduzione degli sceriffi della rete. Che invece rischia di saltare fuori per tutt'altra via: la riforma studiata dal governo attraverso Romani. Su quella occorre vigilare.
La strumentalizzazione di una sentenza è sempre possibile: sia in un senso restrittivo che in un senso allarmistico. In un contesto di proposte di legge restrittive, la popolazione che tifa per la rete è sempre preoccupata. Per quanto riguarda questo fatto specifico, solo la pubblicazione della sentenza potrà sciogliere i dubbi. Ma un fatto generale è certo: la libertà di informazione è costantemente minacciata da regole difficili da interpretare, mentre la privacy è costantemente minacciata da piattaforme disattente. L'equilibrio è difficile. E passa prima di tutto dalla consapevolezza degli utenti.
Intanto, Bruxelles si interessa all'eventualità di studiare i possibili abusi di posizione dominante di Google. Non è già un procedimento, dice Giovanni. Sulla base di un'iniziativa di Microsoft.
(Sulla specificità di Google, infrastruttura globale, difficile da mantenere nelle regole di tutti i singoli paesi, c'era tempo fa un pezzo di Pierani)
E quindi le piattaforme che consentono agli utenti di pubblicare quello che vogliono online diventano responsabili delle eventuali violazioni commesse dagli utenti stessi? Un giudice italiano ha deciso che sì. E questo genera conseguenze giuridiche globali.
Il giudice Oscar Magi - quello di Abu Omar - ha condannato alcuni responsabili di Google Italia per violazione della legge sulla privacy, in riferimento al video sul bambino affetto dalla sindrome di Down pubblicato su Google Video, mentre li ha assolti dalle accuse di diffamazione.
In pratica, sembra di capire, Google avrebbe dovuto ottenere - o far ottenere dagli autori del video - la liberatoria alla pubblicazione delle immagini.
La sentenza è di primo grado e non è definitiva. Ma apre uno scenario molto complicato per tutti i provider di accesso a internet e soprattutto le piattaforme che consentono la pubblicazione di materiali informativi (soprattutto ma non necessariamente solo) in video da parte degli utenti.
Se fosse portata alle sue conseguenze, questa sentenza significa che prima di pubblicare qualunque cosa riguardi terzi su Twitter, Flickr, YouTube, Facebook, un utente dovrebbe ottenere la liberatoria dai terzi stessi e se non lo fa anche le piattaforme sono responsabili. Le piattaforme dovrebbero dunque in questo senso vigilare su quanto gli utenti pubblicano.
Potrebbe essere un colpo molto difficile da sopportare per il mondo degli user generated content. A questa sentenza potrebbero fare riferimento molti altri soggetti interessati a che la rete non possa essere il luogo della libertà di informazione - con i suoi pregi e difetti, con i suoi rischi e le sue opportunità .
"Non mi avete ancora convinto del tutto. Siete sicuri di essere completamente imparziali?
Accettiamo la sfida. Clicca qui: è una ricerca su Telecom Italia fatta su BlogNation. Verifica tu stesso se abbiamo nascosto post critici."
Nel momento in cui questo post va in pubblicazione, cliccando su "clicca qui" si arriva a una pagina nella quale ci sono zero post. Come dire: si sono presi il rischio e hanno fatto la loro figura. Troppo corretto... "Nessuno è perfetto" direbbe BlogNation
Il blog di YouTube ha festeggiato. E Giovanni ha raccolto un po' di video famosissimi... E Dario nota che è più giovane di Facebook...
Ecco i dati:
"Using a snapshot of Web traffic from December, Compete's director of online media and search, Jessica Ong, found that 15 percent of traffic to major Web portals like Yahoo, MSN and AOL came from Facebook and MySpace. The lion's share of that traffic, 13 percent came from Facebook. Google, which has profited handsomely from directing Web surfers to their destinations during the past decade, was third with 7 percent, just behind e-commerce site eBay, which had 7.61 percent. MySpace was fourth with just under 2 percent."
| Alcuni libri che ho in mano | Impressioni mentre leggo |
David Weinberger Elogio del disordine Bur Emanuel Rosen Passaparola Il Sole 24 Ore | L'ordine del mondo fisico imponeva alla realtà una struttura limitata, che il mondo digitale ha riformato. Il medium della nuova epoca è fatto dalle persone che si esprimono e si connettono. Anche il marketing impara a tenerne conto. |
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)
Pagina aNobii (social network sui libri)
In libreria: Economia della felicità , dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
È particolarmente intricato il ragionamento retrostante. Anche perché nel pollaio vincono i galli e non quelli che vogliono approfondire: vince la neolingua e non la ricerca dell'informazione. Quindi i neolinguisti dovrebbero privilegiare i pollai, non chiuderli. Se lo fanno è però perché sono più avanti e stanno già scrivendo la nuova sceneggiatura: per far credere che in Italia c'è finalmente ordine e pace. E in questa nuova sceneggiatura dell'informazione-fiction, i pollai vanno chiusi perché rischiano di diventare veri programmi di approfondimento.
Tutti cercano di tenere la palla in questa partita. Costellata di invasioni di campo, cambiamenti delle regole, obiettivi nascosti che emergono solo dopo un po'.
Sembra ci sia un po' di confusione strategica. Ma il fatto è che le categorie tecnologiche di cui stiamo parlando non sono stabili, i loro confini sono in continuo movimento, l'uso di una soluzione si espande naturalmente al valore d'uso di un'altra: search, microblogging, social networking, posta elettronica, sconfinano nei rispettivi territori. L'effetto-rete parte più forte quando è chiara la tecnologia che si sta usando e il suo valore d'uso, non quando ci sono troppe alternative tecnologiche in gioco.
Ma fa pensare anche la diffusa pratica di creare strumentalmente interpretazoini banalizzanti sul mondo internettaro. Tipo la concezione dei "nativi digitali" come categoria culturale indipendente dall'insieme delle relazioni sociali che le persone di ogni età vivono, qualunque sia il medium che usano. La facilità di generazione di slogan e la degenerazione "edeologica" che essi determinano sono causa di distrazione e distruzione.
La storia di Federica segnala una tendenza ormai da tempo avvertita. E' finita l'epoca della contrapposizione tra blog e giornali. Non solo perché i giornali hanno imparato ad aprire i loro blog e ad ascoltarne la voce. Ma anche - e questa è la novità segnalata da Federica - perché i giornalisti come persone possono trovare nei blog un'opportunità di espressione che la loro professione (come molte altre professioni) non offre. Non a tutti. Non a tutti quelli che vorrebbero esprimersi.
La separazione tra blog e giornali resta, ma non è più tecnica. E' umana. Chi fa sia l'uno che l'altro può sentirsi tagliato in due, visto che in entrambe le situazioni scrive, ma in un caso per esprimersi e connettersi, nell'altro caso per sviluppare una linea editoriale. Sicché la stessa distanza tra blogger e giornalisti si sta trasformando: non è tanto nelle tecnologie e non è certamente nelle capacità personali. E' nel progetto che le persone perseguono.
E' un caso del problema irrisolto della relazione tra progetti individuali e progetti collettivi che si manifesta in molteplici occasioni nell'ambito intellettuale. Quando c'è un progetto comune forte, le individualità sono compresse; quando c'è soltanto una giustapposizione di progetti individuali senza obiettivi in comune si sviluppa un rumore generale poco comprensibile.
E' la differenza tra Wikipedia e Facebook: la prima è un progetto intellettuale comune forte (con la metafora dell'enciclopedia) nel quale in generale le singole persone non emergono; il secondo è uno spazio di espressione di progetti intellettuali individuali che in comune non hanno un progetto ma una piattaforma. I due modelli hanno avuto enorme successo. Ma entrambi di confrontano con il problema di come si possa migliorare la qualità del risultato intellettuale del progetto. In questo problema, come sempre su internet, c'è un'opportunità : per chi la saprà definire e sviluppare. Proponendo un nuovo contributo alla rete.
| Alcuni libri che ho in mano | Impressioni mentre leggo |
Jürgen Habermas Storia e critica dell'opinione pubblica Laterza Paolo Iabichino Invertising Guerini | L'idea di "pubblico" è tanto importante quanto intrinsecamente ambigua: leggere o rileggere Habermas fa bene. L'advertising, la pubblicità , cambia direzione, si inverte, perché il pubblico non è più target ma attivo protagonista della conversazione. |
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)
Pagina aNobii (social network sui libri)
In libreria: Economia della felicità , dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
Intanto, commenti su: iPad, Blogopalla, Numeri dei video, Customer service, multitasking.
Ma che cosa manca alla politica per poter agire? Non il potere, in apparenza. Ma l'idea di come usarlo.
La lobby iperfinanziaria è capace di pagare i politici, suggerire opinioni, creare un contesto favorevole a certe opinioni, impaurire i contrari, far apparire "fuori dal mondo" e "non concrete" le idee divese. Negli ultimi trent'anni si è trovata a cavalcare una traformazione coerente con i suoi interessi (privatizzazioni, liberalizzazioni, globalizzazione, mercatismo, consumismo). Il suo modello non è sostenibile e moltissimi se ne rendono conto: ma nessuno vede e racconta come si può sostituire quel modello con uno migliore.
Perché non si vince questa battaglia se non dal punto di vista culturale. E la cultura non cambia solo esprimendo opinioni. Si cambia anche creando un contesto che dimostri che le opinioni innovative sono concrete, e sostenute concretamente dall'organizzazione della società e dell'economia. I media sociali sono adatti alla bisogna proprio perché costruiscono un sistema per comunicare che costruisce contemporaneamente un contesto ben più che mentale. In questo c'è probabilmente una delle radici della loro contemporaneità .
Interessante che l'applicazione contenente i discorsi del Duce sia stata rimossa non per motivi di opportunità politica ma per motivi legati a una possibile violazione di copyright. (Questo è molto americano: per gli americani, in nome della libertà di espressione, si possono anche vendere materiali filonazisti online, cosa vietata invece in Francia, come ci ricordiamo dal caso Yahoo! di qualche anno fa).
Se c'è una cosa di cui gli editori possono stare tranquilli è che la Apple è attenta al copyright.
Come diceva Gian Arturo Ferrari, a Segrate non hanno fretta.
(Anche perché è sempre vivo il problema della pirateria, fa notare Giornalisticamente...).
Diesel's "be stupid" campaign is evolving. It was about the difference between "brains" and "balls", which was not at all new (just like the less than shocking difference between "head" and "heart"). Now it is about a much more interesting difference between the "plans" of the smart and the "stories" of the stupid. And it is going towards a more subtile: "smart may have the answers, but stupid has all the interesting questions". Racked sort of likes it.
If they improve the message that's fine, of course. But let's face it: in a stupid context, stupid is an easy bet to be a trend setter, while the value of flexible and open brains could be a much more likely innovation.
Diesel's competition should not worry, then. And let them be stupid.
Un poco di link, presi da Techmeme... A partire da:
Apple Event to Focus on Reinventing Content, Not Tablets
Engadget, Gizmodo, Silicon Alley Insider, IT PRO - Today, AppleInsider, Digits, Shelly Palmer, The Toybox, Electronista, Electricpig.co.uk, SlashGear, CNET News, Gizmodo Australia, CNET News, Gizmodo, PC World, Boy Genius Report, Tech Central, Digital Daily, Electronista, TUAW, dot.Maggie, Silicon Alley Insider, The Register, Zatz Not Funny!, BBC, VentureBeat, CrunchGear, Crave, Pocket-lint, Ars Technica, DailyFinance, SFGate, Seeking Alpha, Redmond Pie, Electricpig.co.uk, BetaNews, Mashable!, Phone Arena, Between the Lines, Appletell, Gearlog, IntoMobile, L.A. Times Tech Blog, App Advice, DailyTech, Engadget, The Next Web, Digital Trends, AppleInsider, Hardware 2.0, TeleRead, 9 to 5 Mac, Podcasting News, Gizmodo Australia, Gawker, Daring Fireball, DisplayBlog, jkOnTheRun, PMP Today, Webomatica, EverythingiCafe, Gadget Lab, GottaBeMobile.com, The iPhone Blog
Mercury News, Scobleizer, Podcasting News, Engadget, Gadget Lab, Appolicious Advisor, Colin's Corner, Silicon Alley Insider, Loading Bars and All Shook Down
- 126 million - The number of blogs on the Internet (as tracked by BlogPulse).
- 84% - Percent of social network sites with more women than men.
- 27.3 million - Number of tweets on Twitter per day (November, 2009)
- 57% - Percentage of Twitter's user base located in the United States.
- 4.25 million - People following @aplusk (Ashton Kutcher, Twitter's most followed user).
- 350 million - People on Facebook.
- 50% - Percentage of Facebook users that log in every day.
- 500,000 - The number of active Facebook applications.
Update: sul Sole di oggi si legge peraltro che la Cina vanta da sola 180 milioni di blog su 384 milioni di utenti internet a fine 2009.
La competizione, che una volta era sulle tecnologie, ora è sugli ecosistemi. E sembrerebbe che i più importanti attualmente siano proprio Google, Apple, Amazon. Un po' distanziata, in termini di velocità innovativa, la Microsoft.
Le funzioni sono relativamente chiare:
1. La piattaforma è un sistema tecnologico che consente di pubblicare, trasmettere, far pagare, raccogliere pubblicità , personalizzare, cercare... ecc ecc... Una sorta di mix di connessione, hardware, sofware, organizzazione e offerta commerciale.
2. L'autore è chi crea l'opera e dunque ha originariamente il diritto d'autore
3. L'editore è chi acquista i diritti degli autori e li rivende (direttamente al pubblico o indirettamente alla pubblicità ), pagando la piattaforma e gli autori.
Dimentico qualcosa?
Le piattaforme si trasformano nel senso di facilitare tutte le operazioni. Quella più evidente con il web 2.0 è la facilitazione della pubblicazione, ma ce ne sono molte altre meno evidenti. Con la grande facilitazione alla pubblicazione offerta dalle nuove piattaforme, gli autori si sono moltiplicati e hanno spesso trovato il modo di interagire direttamente con il pubblico saltando gli editori tradizionali. Le piattaforme si sono appropriate della funzione di monetizzazione pubblicitaria (e in qualche caso anche la vendita di contenuti). In quel momento sono diventate editori? Secondo la definizione riportata sopra: no, se lasciano agli autori la piena disponibilità del loro diritto d'autore facendo solo da marketplace; sì, se acquistano il diritto d'autore e lo rivendono. Quando diventano editori hanno le responsabilità degli editori. Quando sono piattaforme vale la regola del commercio elettronico. Imho.
Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.
Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).
Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.
Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.
Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.
Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.
La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà , sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.
(Domani su Nòva un pezzo in materia).
Ai precedenti interventi se ne sono aggiunti altri: Destralab, Tre scogli, Giornalaio. Ed ecco i precedenti: Guido Vetere, CronacheSospese, Giornalisticamente, PDObama, e i già segnalati Maremma, Mantellini, Scene digitali, Pd Vedano Olona, BlogNotes, Tre scogli, Omniaficta, LostSpace, Spazio della politica, Ideas Repository, Vittorio Pasteris, Luca Massaro. Gigi, WebNotes. GardaLine, Webeconoscenza, Antonio Larizza. Quinta.
Rampini peraltro tenta di aggiungere una sottolineatura sul concetto di ideologia. Presentando l'ideologia dell'"internet 2.0" come l'autoproclamata "espressione più avanzata del potere delle masse". Il che è abbastanza fuorviante, posto che è proprio l'idea di "massa" che appare vagamente estranea al web. Di ideologia e critica del fondamentalismo digitale si può ovviamente parlare: ma pensandola con parole come "massa" si rischia di perdere di vista la specificità dell'argomento. Ed è invece sottolineando la parola chiave, "persona", che si avvia la discussione in modo da liberarsi delle incrostazioni - e delle manipolazioni - ideologiche. Imho.
Da un lato sottolinea, giustamente, come il percorso di produzione culturale in rete debba recuperare un rapporto con i tempi della ricerca e dell'educazione, perché la straordinaria velocità del web si può equivocare in immediatezza. Dall'altro lato si preoccupa di attendibilità di Wikipedia e di digitalizzazione dei documenti storici con parole che sembrano indicare che il suo pensiero sottovaluti un dato di fatto che invece apparirebbe chiarissimo: internet si aggiunge alle altre occasioni di informare e trasmettere documenti, non si sostituisce. In questo senso, sembra più probabile che si traduca più in un arricchimento che in un appiattimento. Imho.
Anche discutendo di conversazione e verità , quello che conta è ancora favorire la forza pacifica della voce umana nei confronti dei meccanismi automatici che ne prendono il posto (che oggi sappiamo non sono solo quelli del marketing; c'è anche la finanza, per esempio... oppure la violenza).
Questo ha fatto emergere temi ricchissimi per l'economia della conoscenza, come autorità , reputazione, connessione...
Certo, non si può fare a meno di vedere la complessità . La reputazione e le pratiche di distrazione sono collegate, per esempio. Come non vedere quante volte nelle "conversazioni competitive" (una locuzione discutibile naturalmente) si sviluppa una pratica del tipo: "io" dico "A", "tu" rispondi che "io" non può dire A perché non ha la qualificazione per farlo (ha un conflitto di interesse, è incoerente con quella volta che ha detto "B", è amico di uno che ha detto "B"...). Quante volte invece di stare sul punto si vede che i "conversatori competitivi" cambiano discorso e attaccano la persona intaccando la sua reputazione per screditare anche il valore delle sue affermazioni... Il metodo della conversazione è un tema di riflessione per sviluppare conclusioni interessanti.
naturalmente a causa della fretta...
I giornali di qualità . Nel sottotesto del dibattito sul futuro dell'informazione, gli editori si richiamano costantemente alla locuzione "giornali di qualità ". Il che avviene nel contesto di una valanga di perplessità (vedi il dibattito su www.veri.ta) relative a come si difende la qualità dell'informazione in rete dale pratiche del vandalismo, dell'estremismo, dell'integralismo. Ma del resto, visto da un altro punto di vista, tutto questo non è lontano dalla più generale questione del minestrone culturale che emerge - non solo in rete ma nel complesso del sistema dei media - dal fuoco incrociato della strategia della disattenzione e del disinvestimento nelle istituzioni educative, universitarie, museali a favore di nuovi modelli culturali televisivi e finanziari.
L'occasione di discuterne, ieri, con Nicholas Negroponte era ghiotta. Proprio nella città del papa, acerrimo avversario del "relativismo". E proprio insieme agli amici di Wired Italia, sempre ispirati dal direttore di Wired Chris Anderson, autore della coda lunga: ad Anderson avevo chiesto come emergerebbe nella coda lunga il valore della "qualità artistica universale" che una volta si poteva riconoscere in un Beethoven. Lui aveva risposto immaginando che Beethoven avrebbe cominciato suonando in un piano bar, sarebbe stato apprezzato da tutti, avrebbe raggiunto una grande notorietà con delle registrazioni su MySpace, avrebbe finito col pubblicare qualche disco e sarebbe diventato ricco con i concerti. In sostanza Anderson rispondeva parlando della costruzione della notorietà e dell'apprezzamento di qualunque autore, negando l'esistenza stessa di una nozione come "qualità artistica universale". Ovviamente.
In generale, in un ambiente come la rete emerge l'apprezzamento per un autore o per un'idea attraverso un movimento che aggrega consenso e attenzione, dibattito e conversazione, stabilendo scale di priorità mai stabili ma piuttosto in continuo movimento. E questo avviene in base a preferenze, a comportamenti e a connessioni, che prendono vita attraverso le segnalazioni e i link, e che dimostrano l'esistenza di sistemi di valutazione impliciti nelle menti dei partecipanti alla rete. Ma tutto questo non chiarisce come si formino quei sistemi di valutazione della qualità .
In assenza di una discussione sul modo in cui si formano i sistemi di valutazione, non abbiamo neppure una discussione su come migliorare la qualità . E tanto meno riusciamo a mettere in questione la nozione di "giornali di qualità ".
La valutazione che avveniva nel mondo gerarchico, prima del successo della rete, era basata sulle istituzioni riconosciute dal tempo come fonte di qualità culturale: musei, università , editori... La rete ha aperto il gioco. Ora l'aggregazione di consenso attorno alla qualità riconosciuta nelle conoscenze e nei contenuti informativi dipende dai movimenti dei partecipanti alla rete. Un po' come avviene nell'arte moderna: ci sono esperti e critici, artisti e curatori, ma in realtà fanno tutti parte di una sorta di rete, cioè si muovono partecipando alle dinamiche del mercato dell'arte dal quale sembra sembra emergere l'aggregazione del consenso sulla valutazione della qualità artistica (tanto che sempre più spesso si presenta come una specie di citerio oggettivo della valutazione della qualità artistica). Questo, in rete, vale per ogni idea e ogni opera. Ma è un processo vagamente autoreferenziale, modaiolo, instabile.
"Probabilmente è proprio così che deve essere" ha risposto sulle prime Negroponte. Non c'è modo di stabilire che un criterio di valutazione sia migliore di un altro. In un mondo globalizzato tutti i punti di vista hanno uguale valore. Già , ma come si formano tutti i punti di vista? La cultura di un bostoniano non è quella di un italiano o di un cinese, tutte hanno diritto a uguale rispetto, ma vengono da qualche parte.
Da dove?
In assenza di una discussione su questo, vale il consenso che si ottiene e di mantiene lì per lì. La qualità diventa quello che i più bravi a costruire consenso riescono a far credere che sia in ogni momento. Si apre la strada a una sorta di populismo inflessibile. E quando sono in molti a essere bravi manipolatori, si finisce per distruggere ogni consenso. Con gravi problemi a tutte le attività che richiedono coordinamento per progetti di lunga durata: come la pace, la convivenza civile, la salvaguardia dell'ambiente, la valorizzazione dei beni culturali, l'identità , i diritti umani... Insomma, ci si muove in stormi la cui forma emerge dalla complessità ma non si sa bene come decidere dove lo stormo vuole andare.
Non si torna indietro alla gerarchia. La rete è un enorme opportunità per includere nella costruzione del consenso l'attivia partecipazione di chiunque abbia qualcosa di intelligente da condividere. La gerarchia blocca l'intelligenza se questa mette in discussione il suo scopo. La rete mette in discussione ogni privilegio acquisito. E dunque impone che ciascuna posizione sia definita dalla sua capacità di mettersi al servizio dell'ecosistema...
Probabilmente, si riparte dalle culture, dalle antropologie, dice Negroponte. "Io mi comporto come un bostoniano perché sono crescuto in quella cultura". Quindi c'è un sistema di autorità che trasferisce cultura e l'educazione diventa il centro di ogni altra questione.
Nel distruggere i privilegi inutili, la rete rischia di mettere in difficoltà anche le istituzioni educative? "La cosa più vicina che abbiamo a un'istituzione oggi è Google". Oppure, Wikipedia. E' dalle regole e dai metodi educativi impliciti in queste istituzioni - in queste piattaforme - che si può leggere il modo in cui emergeranno le nuove culture? E' anche da riflessioni come queste che può venire fuori l'idea di una nuova "istituzione-piattaforma" pensata per la sua utilità al servizio della rete e consapevole dei suoi effetti "educativi"?
Un post troppo lungo non finirebbe mai. Meglio finirlo con una domanda. O no?
E' vivo e appassionante dibattito partito dal pezzo di Gianni Riotta (direttore del giornale per cui lavoro) sulla qualità dell'informazione in rete. Ho lanciato un piccolo contributo a mia volta, sostenendo che la rete ha una caratteristica strutturale importante: critici ed entusiasti hanno tutti la possibilità di parlare e soprattutto hanno sempre qualcosa da fare. All'insegna dello slogan: "Non chiedetevi che cosa può fare il web per voi: chiedetevi che cosa voi potete fare per il web e avrete la risposta anche alla prima domanda".
Ora però sarebbe il caso di andare avanti con il raginamento: che cosa si può fare?
Il world wide web, la ragnatela grande come il mondo aveva questo nome prima che fosse veramente globale. E per questo si potevano proiettare sul suo futuro le utopie, di libertà civile e ribellione non violenta, che la centralità dei media tradizionali aveva costretto a vivere nei cieli suburbani, nelle cantine dei geek e nei laboratori delle università . La nuova economia di Kevin Kelly e l'intelligenza collettiva di Pierre Lévy, la democrazia emergente di Joi Ito e il beni comuni della creatività di Lawrence Lessig, la convergenza digitale di Nicholas Negroponte e il computer invisibile di Don Norman. E poiché è sempre vero che tra le aspettative e le realizzazioni ci sono sempre distanze incolmabili, le visioni, le utopie, i sogni e i progetti si mescolano nella meravigliosa complessità dell'evoluzione della specie umana.
Di quali aspettative stiamo parlando? Un mondo che si sappia raccontare con la voce dei suoi abitanti, non solo con quella dei suoi potenti. Nelle università , da dove per prima la rete si è popolata, i ricercatori facevano giusto l'esperienza di questo genere di medium. Perché non poteva allargarsi al pianeta? Mercati e democrazie nei quali consumatori e cittadini abbiano la possibilità di conversare alla pari con le corporation e i partiti. Comunità che si autoregolano per portare all'attenzione della società aspetti della realtà che le televisioni dimenticavano. Saperi non più chiusi nelle biblioteche degli scienziati ma diffusi a tutti. Era troppo bello per essere semplice. Quando Bill Clinton si lasciò scappare la sua preoccupazione per il fatto che su internet circolavano le istruzioni per costruire le bombe, non insistette. E quando Barak Obama ammise di essere arcistufo delle critiche alle volte gratuite che gli piovevano dal mondo dei blog non affondò il colpo. Perché non ha senso uccidere la speranza che è costituzionalmente parte della rete: perché niente impedisce ai critici e agli entusiasti che hanno un progetto per migliorare la situazione, di provare a realizzarlo.
Se ci domandiamo perché la società ha riposto tante speranze nella rete - e non soltanto perché queste speranze rischino a ogni passo di essere tradite - possiamo approfondire da due punti di vista:
1. che cosa c'è nei mezzi di comunicazione e negli ambienti della convivenza tradizionali di tanto limitante da spingere un miliardo e mezzo di persone nel mondo ad adottare la rete come strumento per comunicare e centinaia di milioni di persone a vederla come mezzo per realizzare progetti e iniziative?
2. tra i progetti emergenti e le opportunità che si vedono in giro, c'è evidentemente un grande filone di sviluppo nel mondo dei servizi che possono favorire uno sviluppo equilibrato e non violento dell'utilizzo della rete e della produzione intelligente di informazione. Che fare?
E' innegabile che a quarant'anni dalla prima rete delle reti universitarie e a vent'anni dai primi passi della rivoluzione interettiana, lo spirito delle minoranze visionarie si è mescolato in un grande ecosistema complesso nel quale ci sono purtroppo anche le pratiche dei leaderismi populisti e quelle dei gruppi violenti. Il pubblico attivo che ha popolato il web divenuto mondiale si trova a vivere un clic accanto al pubblico cattivo.
Ma è tremendamente sbagliato pensare che questa vasta popolazione sia definibile in quanto internettiana: in realtà , il centro del problema è piuttosto il potere complesso del sistema dei media-minestrone, nei quali resta regina la televisione commeciale che funziona essenzialmente in base agli incentivi dell'audience purchessia. In questo quadro mediatico complesso, la rete è stata adottata massicciamente anche perché ha rimesso in equilibrio la relazione tra chi produce e chi fruisce, allargando le possibilità di produrre, esprimersi, connettersi. Ma la sorgente della qualità , della profondità , dell'intelligenza dei saperi e delle informazioni, che si scambiano sui media viene dalla vita, dalla cultura, dalla società nel suo complesso. La rete è e resta un abilitatore fortissimo di tutto questo. Ma si può fare meglio. Come favorirla?
Il senso di uno strumento tecnologico come il web è nell'interpretazione di chi lo usa. E il medium è fatto dalle persone che lo usano. Ma le regole implicite nelle piattaforme, nelle loro interfacce, nei sistemi incentivanti che contengono, hanno influenza sul risultato. Il principio è che un ecosistema equilibrato dell'informazione vive nell'infodiversità , non è pensabile programmare sintesi vincenti (non si può obbligare un'epoca ad essere illuminista o romantica o utopista) ma è pensabile che il metodo della collaborazione civile e non violenta prevalga sul metodo della disattenzione e del casino. Sarebbe bello lavorare su queste intuizioni, che per ora purtroppo sono solo intuizioni.
-------------------------------------------------------------------------
Non so come lo comincerò, ma so come lo finirò:
Non chiedetevi che cosa può fare il web per voi. Chiedetevi che cosa voi potete fare per il web e avrete la risposta anche alla prima domanda.
In materia ci sono state molte recenti discussioni, motivate dalle decisioni di Facebook:
Tra poco più di un mese scadono i termini per partecipare alla design challenge lanciata da Mozilla che parte da una domanda: "The Home Tab -- What are some interesting uses of a Firefox-hosted start page?"
Bel pezzo di Gino Tocchetti sul dibattito relativo alla qualità delle relazioni online. Sulla cura da dedicare all'uso delle tecnologie sociali. E sulla fine della separazione - mai convincente - tra reale e virtuale.
Preoccupazioni sul modo di pensare alla rete da parte di governi e poteri vari. Enzo, Semioblog, Gianluca. Riprese e notizie sul contesto del sistema mediatico: Aza, Bigout, Orientalia, Librishop, Dario.
Il tema più affascinante, però, è capire come potranno emergere servizi e luoghi di conversazione che valorizzino chi rispetta gli altri e sceglie di discutere in modo civile.
Un progetto come Wikipedia, che non è certo privo di problemi, ha comunque saputo creare un contesto che incentiva la collaborazione costruttiva rispetto al vandalismo. È possibile, probabilmente, generalizzare alcune caratteristiche di Wikipedia nel design dei nuovi servizi di condivisione delle informazioni e discussione delle conoscenze. Quali sono quelle caratteristiche?
Ipotesi: un grande progetto comune, non profit e orientato al bene di tutti; una limitata sottolineatura dell'individualità di chi contribuisce che non innesca una gara degli ego; una buona struttura di manutenzione prevalentemente volontaria ma molto impegnata.
Non è detto che queste siano caratteristiche generalizzabili. E certamente non garantiscono neppure Wikipedia dall'emergere di problemi. Ma possono costituire un elemento di riflessione visto che in effetti sono connesse a un successo inequivocabile per una rete attenta alla civiltà delle relazioni.
Abstract: "Traditional discourses of the relationship between media producers and consumers have been challenged as of late in post-industrialized countries. The blurring of established consumer/producer identities due to changes in the mediascape, forecasted for decades, has changed how both academics and media professionals characterize the role of people in media engagings. The initial conceptualization of "audience-as-commodity" was challenged by increased recognition of the audience as active consumers, or "audience-as-agent". Recently this recognition has led to the Hollywood media industry's cooptation of these consumers, conceptualizing the people who engage with their media products as a combination of the previous two, or "audience-as-pusher". This paper is an account of this discourse swing through the description of case studies that demonstrate the utilization of interactive marketing schemes to co-opt pre-existent and emergent audience activity(s). The emergent conceptualization and its relationship with previous ones present academics with challenges and opportunities for theorizing and studying the relationships between the media industry and the people in their everyday lives."
Bella lezione di Dan Gillmor segnalata a modo suo da Graziano.
Altre segnalazioni: dalla pseudopolitica (tato, scacciamennule, corrado), alla politica straniera della ricerca (alfonso, asa) e alle letture dei lettori (vitadiunio, loriscosta, lsdi).

"Italy was worldwide ranked 8th in physical sales, 10th in digital sales and 8th in performance rights income in 2007. In the same year, the total industry trade revenue of the Italian music market was €266M. This turnover was generated by physical sales for 87%, digital sales for 7%, and performance rights exploitation for 6%. Physical sales decreased by 30% from 2005 to 2007. Conversely, digital music sales rose by 51,2% in 2006 and rather stabilised in 2007, but still represent a small percentage (in 2007, they accounted for 7,2% of total recorded music sales). This means that the digital music market cannot be seen as a mature market yet."
Mentre i rumors annunciano nella loro imperterrita, cinica ingenuità che arriverà presto un tablet fatto come un grande iPhone, leggero e comodo, con uno schermo adatto alla lettura, si pensa a quali forme potrebbero avere i magazine digitali. Ecco un prototipo di rivista che si potrebbe "sfogliare" su un tablet del genere (fatto con Berg):
Si tratta
Ma ora c'è Pope2you. E non teme nulla. (Neppure il sorriso benevolo che a qualcuno può sfuggire di fronte alla scelta di un nome vagamente fashion).
Ormai, si direbbe che internet non sia più pensata necessariamente come una distruttrice di filiali bancarie, di negozi di alimentari, di parrocchie. E' considerata piuttosto come un'integratrice, non necessariamente una disintermediatrice. E' vista come un sistema per scoprire relazioni nuove con network sociali che comunque non frequentano i luoghi fisici tradizionali. Ma è vero? Eppure in certi settori (tipo i biglietti aerei e la musica) ha cambiato le cose in modo molto profondo. Perché in certi settori internet è stata più rivoluzionaria che in altri? C'è una regola?
Per brevità , non commentiamo. Se non per dire che questa è una battaglia per lo standard che si vince in base al numero di url abbreviate con una particolare tecnologia. Chi abbrevia, sa connettere un utente a un'informazione che ha voluto condividere. Un sacco di dati in più per chi studia i comportamenti e le preferenze. Non è difficile immaginare che Google e Facebook raggiungeranno presto numeri considerevoli. Bit.ly è per ora il più usato su Twitter.
Non è per niente detto che quello che ha cancellato sia davvero sparito. Imho.
Ultimamente ti vedo meno fumoso e più concreto nei tuoi interventi :-p
Penso che tu abbia toccato tutti i nodi della questione. IMHO Il modo superficiale e quasi ingenuo in cui Schmidt affronta il problema mi fa dubitare della sua buona fede, o meglio, invece di esprimere un concetto condivisibile socialmente da tutte le parti in causa, la sua opinione è totalmente di parte.
Tra i vari aspetti quello che mi preoccupa di più per quanto riguarda google è la questione economica.
Google ricava gran parte del suo potere economico dal trattamento dei dati personali dei suoi utenti diretti e indiretti. Io, amministrando i miei dati, al massimo ne ricavo una traquillità sociale.
Questo è il vero squilibrio: Con la rete come la conosciamo oggi e la posizione attuale di Google, se tutti sapessero tutto di tutti accadrebbe l'esatto opposto dell'utopia della perfetta informazione e Google avrebbe un potere economico tendente ad infinito.
Un simpaticone, sto Schmidt :-)
Piu che di privacy forse dovremmo anche parlare di un concetto che fino a poco tempo fa era anche considerato valoriale, il concetto di riservatezza e di dignità . Spiattellare in rete, oltre alle generalità , i proprio stati d'animo, la propria salute i propri comportamenti, è ormai comunemente accettato come "normale" quasi restasse confinato nel proprio monitor. Quante volte girando per blog si incappa in post di un livello che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato "personale"? tradimenti, inclinazioni sessuali, utilizzo di sextoys, scherzi, youtube e il bullismo in rete. Cosa succede se fra cinque anni un ragazzo che ha fatto una cavolata in terza liceo si troverà di fronte un datore di lavoro che gli nega il posto per quell'episodio?
Credo che l'unica privacy possibile sia l'autoregolamentazione della propria sfera personale, rinunciando magari anche a dei servizi.
E questo indipendentemente da chi li eroga.
@giannac
Giustissimo.
Di conseguenza, come rendere consapevoli le persone? Come insegnare l'autoregolamentazione e quindi lungimiranza?
Apprezzo molto l'articolo e lo condivido in gran parte. Non sono così critico con le affermazioni di Schmidt: se stai facendo qualcosa di cui vergognarti, devi esserne consapevole. A volte la soluzione è semplicemente "non vergognarti". Se Marrazzo fosse stato gay dichiarato come il suo collega governatore della Puglia, il fatto di frequentare travestiti non avrebbe creato grossi problemi. Quindi il problema è diventato tale prima di tutto nella mente di Marrazzo.
D'altra parte è molto giusto osservare che un ideale che può valere per una società ideale, NON vale nella società reale.
In particolare: le regole DEVONO tutelare le parti deboli.
Si è vero ha toccato tutti i nodi , se volete approfondire la seconda parte dell'articolo suggerisco:
"Data protection legislation: What is at stake for our society and democracy?"
sinceramente non ne ho la più pallida idea. In verità bisogna anche dire che molti dei dati che si ritrovano in rete soprattutto riguardo alla sfera sessuale sono mere aspettative , della serie "ti garberebbe".
Ho visto campagne di comunicazione piuttosto efficaci fatte in altri paesi. Qui siamo anni luce lontani, siamo ancora a Topo Gigio.
In una un ragazzo videochatta con il busto di una ragazzina chiedendole di fargli vedere le tette, poi scende a colazione e scopre che la ragazzina è sua sorella, riconoscendola dalla maglietta...credo sarà una delle battaglie future, riinsegnare ai giovani e meno giovani un po di riservatezza...la vedo dura, non siamo ancora riusciti a farli smettere di bere e schiantarsi contro i platani...
purtroppo questa idea (una società trasparente senza privacy) si sta facendo strada da un pò di tempo; moltissime persone, ad esempio, usano internet senza nessun rispetto per la privacy degli altri. Quante foto vengono postate senza chiedere il consenso di chi è raffigurato?
Da Facebook:




- la fretta con cui le persone in generale agiscono sul web, accentuata in FB da un certo senso di colpa per la sensazione di perdere tempo;
- la difficoltà , tipica di FB, di percepire la differenza tra spazio pubblico e spazio privato della propria ristretta cerchia di amici (la quale comporta anche che gli utenti non si rendano conto che le proprie foto diventano di proprietà di FB, se publbicate qui).





E' la vittoria delle major? Forse è soprattutto la vittoria dello streaming. E dello scambio di link sui social network.
Oltre ad alcuni dati positivi, EFF segnala due aspetti importanti:
1. Come si diceva anche qui, la nuova politica sulla privacy incoraggia in molti modi - sottili e meno sottili - a pubblicare spontaneamente e autenticamente i fatti propri, promettendo un altissimo livello di privacy. Questo serve al business di Facebook (che è fondamentalmente basato sulla conoscenza capillare dei comportamenti e dei giudizi degli utenti). Ma abbassare il livello di attenzione su ciò che si vuole pubblicare di se e su ciò che si vuole mantenere riservato può condurre le persone a rischiare troppo.
2. L'introduzione improvvisa di una dimensione delle informazioni personali priva di privacy, "publicly available", riguarda anche la lista degli amici e altre informazioni che prima si potevamo mantenere riservate agli amici. E' una scelta che Facebook difende. Ma che non è priva di rischi.
3. Le applicazioni hanno troppa libertà di entrare nei profili delle persone, anche nei loro scaffali più riservati, secondo EFF.
Insomma, la nuova privacy di Facebook potrebbe rendere le persone meno consapevoli del problema della riservatezza dando l'impressione di maggiore controllo, indurle a pubblicare più spontaneamente e avventatamente, aprire varchi importanti nella privacy stessa.
Si sa: la privacy interessa le persone, ma sono le persone stesse a dimenticarsi di questo interesse molto spesso. Se fosse una scelta consapevole, quella di condividere tutto di sé, potrebbe andar bene. Ma il fatto è che quando si condivide qualcosa di sé che riguarda anche altri, di fatto si intacca la privacy altrui senza che questi ne siano consapevoli. E in ogni caso, a essere interessati ai fatti degli altri possono essere tipi di persone molto diversi e imprevedibili.
Sembra una garanzia in più. E lo è probabilmente. Per quanto riguarda la privacy dei singoli elementi di informazione che vengono pubblicati dagli utenti nei confronti delle curiosità degli altri utenti. Ma paradossalmente è anche un incoraggiamento a osare di più.
Il cambiamento annunciato infatti dovrebbe consentire alle persone di pubblicare con meno patemi quello che vogliono, contando sul fatto che sarà visto solo da chi loro intendono lo veda. Dunque, di fatto, incoraggerà a usare Facebook per cose anche più personali.
Chi è consapevole della scarsa privacy che c'è su Facebook, tende a pubblicare in modo molto asettico e soltanto cose che possono essere pubbliche. Se invece si fosse davvero convinti che la privacy sarà mantenuta su quello che appare più personale, si potrebbe scrivere con maggiore spontaneità .
E' proprio la spontaneità che interessa chi fa ricerche di mercato su Facebook. Il nuovo sistema non consentirà certo a chiunque di vedere qualunque cosa, ma aumenterà l'informazione che i robot di Facebook potranno utilizzare per fare analisi sui comportamenti, i valori e i cambiamenti culturali che avvengono tra le persone del social network.
Più controllo della privacy vuol dire in sostanza più informazioni utilizzabili per il business di Facebook.
La questione sembra essere essenzialmente: che cosa è YouTube? Imho, si può rispondere così: se YouTube è fondamentalmente una macchina e se il suo valore deriva da una vasta popolazione di utenti che comunicano attraverso YouTube, allora YouTube è più come un videotelefono che come un editore televisivo (ovviamente non è né l'uno né l'altro, ma è un po' più come il primo che come il secondo). E allora non dovrebbe essere il gestore della macchina a decidere - come se fosse un giudice e un poliziotto - che cosa vada o non vada pubblicato, che cosa vada o non vada rimosso. Salvo i casi in cui siano esplicitamente definiti i criteri di comportamento - in modo che la "macchina" (o una procedura standard e trasparente che possa essere eseguita dalle persone che operano la macchina) li possa applicare senza discrezionalità . In tutti gli altri casi ci vuole purtroppo un intervento interpretativo e applicativo della legge da parte di autorità competenti. Ripeto: imho.
Agcom dice che invece con la sua decisione i consumatori possono aspettarsi prezzi degli sms in linea con quelli europei.
I consumatori dovranno attivarsi per ottenere gli eventuali vantaggi della tariffazione al secondo.
Meno male, dunque, che proprio mentre si spegne lentamente il dibattito sulla "blogosfera molle" arrivi la giusta proposta sulla liberazione del wi-fi, sostenuta dagli stessi media sociali in modo molto efficace. Si annuncia una dimostrazione di critica costruttiva della blogosfera (che evidentemente, almeno a fiammate, non è poi tanto molle).
La riflessione sulla forza dell'impatto dei nuovi media sociali sulla capacità della società italiana di costruire una visione critica, costruttiva, coraggiosa dell'epoca che viviamo è necessaria. Ma è importante anche tirarne fuori qualcosa di propositivo.
I temi si dimostrano molto diversi. Difficile tenerne traccia ordinatamente.
C'è un approccio cinico che genera una domanda del tiop: "se l'intera società italiana non è capace di critica costruttiva, come può farlo la blogofera?" La risposta può essere: "eh, già ", oppure "è proprio dalla novità della blogofera e della microblosfera che può partire un rinnovamento, ma bisogna imparare dall'esperienza".
Imparare dall'esperienza significa abbandonare l'ingenuità di un puro e semplice approccio tecno del tipo: "le nuove piattaforme sono tanto liberatorie che l'innovazione verrà fuori per forza, perché nella quantità enorme di informazioni generate dagli utenti ci saranno anche quelle che migliorano l'informazione nel suo complesso". Questo approccio non funziona perché se è vero che nella grande quantità di informazione c'è anche quella buona, è anche vero che non è per tutti facile trovarla e che comunque si infiltra anche l'informazione cattiva. Anzi, per la verità , chi punta sulla strategia della disattenzione è perfettamente in grado di estenderla anche sui media sociali.
Probabilmente le piattaforme e le soluzioni tecniche non sono la risposta al problema di migliorare l'efficacia culturale dei media sociali. Perché naturalmente questa dipende molto di più dalle persone. Ma è anche vero che le regole implicite - tecniche - con le quali le piattaforme e i servizi di aggregazione sono organizzati contengono elementi incentivanti che possono valorizzare comportamenti costruttivi o alimentare forme di competizione distruttiva. Un punto di riflessione è dunque: possiamo pensare a regole implicite più intelligenti di quelle attuali? Può darsi.
Uno dei problemi più belli in questo senso è come si può migliorare la valorizzazione dei contributi che contengono più ricerca, più informazione nuova e verificata, più apertura culturale? Sembra impossibile. Ma in certi contesti è stato affrontato. Anche se oggi il problema va posto in modo totalmente diverso, ci sono state epoche e territori in cui la qualità culturale è stata in qualche modo notata e valorizzata da sistemi incentivanti intelligenti. Un contributo di avanzamento culturale, in questo senso, è stato prodotto da alcune regole implicite nell'università originaria medievale (quella che nasceva istituzionalmente come territorio intellettuale libero dai condizionamenti del papato e dell'impero). E un contributo di avanzamento culturale derivò in seguito dal mecenatismo, rinascimentale (politico e mercantile). Altri esempi spesso emergono dalle logiche delle fondazioni statunitensi o nei sistemi museali innovativi o nei network culturali (tipo enciclopedisti, impressionisti, e chi più ne ha più ne metta...). Ci mancherebbe: si possono citare e discutere mille di questi esempi. Ma in tutti ci sarà sempre una qualche regola incentivante che ha aggregato un movimento culturale e lo ha portato a migliorarsi qualitativamente. Perché non potremmo pensare a qualcosa del genere anche per il mondo dei media sociali? E' il lancio di una palla lunga, mi rendo conto. Ma perché no? Questo sarebbe il primo caso di movimento culturale nel quale ciascuno può pensare quello che vuole: perché non sarebbe orientato a definire i contenuti, ma a valorizzare il modo trasparente e aperto con il quale vengono generati e condivisi. Senza imporre niente a nessuno. Ma gratificando in modo non competitivo l'impegno culturale che ciascuno decide di regalare agli altri.
-------------------------------------------------------------------------------
Reminder sul dibattito relativo alla blogosfera molle:
Molte reazioni al pezzo di Giuseppe... A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d'uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l'avanguardia. Pasteris lo cita. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l'arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d'occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.
-------------------------------------------------------------------------------
Si moltiplicano i pezzi che riguardano le sperimentazioni degli editori di fronte alla crisi. Sta nascendo una nuova società che farà da piattaforma per la distribuzione dei magazine negli Stati Uniti (Observer). Molti si domandano che effetto avrà la rinuncia di Murdoch al traffico proveniente da Google: Hitwise. Altri editori comunque seguono il magnate australiano-americano (Bloomberg).
Quante reazioni al pezzo di Giuseppe sulla blogofera molle... A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d'uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l'avanguardia. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l'arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d'occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.
Aza riflette sui dati che riguardano il rapporto tra blog e social media in generale. Nessuno dei suddetti ripassa la crisi degli editori. Intanto, la privacy interessa al Gobbo e a Orientalia.
"Meno diffusa è l'abitudine alla lettura di giornali e libri: nel 2009 legge un quotidiano
almeno una volta a settimana il 56,2% delle persone di 6 anni e più mentre il 45,1%
dedica parte del proprio tempo libero alla lettura di libri. Tuttavia, rispetto all'anno
precedente crescono i lettori, dal 44% al 45,1%, soprattutto quelli "forti": la percentuale
di chi ha letto 12 libri e più passa dal 13,2% al 15,2%. I giovani tra gli 11 e i 14 anni
rappresentano la quota più alta di lettori: sono infatti il 64,7% quelli che dichiarano di
leggere libri nel tempo libero."
"L'evoluzione dei consumi mediatici. In crescita la diffusione di tutti i mezzi di comunicazione tra il 2001 e il 2009. Aumentano gli utenti di Internet (+26,9%) e dei telefoni cellulari (+12,2%), ma anche la radio - che ormai si può ascoltare anche dal lettore mp3, dal telefonino e dal web - fa un grande balzo in avanti (+12,4%), così come crescono, anche se di poco, i lettori di libri (+2,5%) e di giornali (+3,6%), e la stessa televisione raggiunge praticamente la quasi totalità degli italiani (+2%). Gli utenti della Tv arrivano a quota 97,8% della popolazione, il cellulare sale all'85%, la radio all'81,2% (in particolare, l'ascolto della radio dal lettore mp3 è tipico del 46,7% dei giovani tra 14 e 29 anni), i giornali al 64,2%, i libri al 56,5%, Internet al 47%. La diffusione dei nuovi media non ha penalizzato quelli già esistenti: nella società digitale i nuovi mezzi di comunicazione non sostituiscono i vecchi, anzi, affiancandosi ad essi, creano nuovi stimoli al loro impiego secondo la logica della moltiplicazione e integrazione."
In realtà , la crisi è degli ultimi due anni. Con i 19 milioni di persone sui social network e il crollo di alcuni media tradizionali.
"Si rinuncia alla carta stampata. Negli ultimi due anni la lettura dei quotidiani a pagamento passa dal 67% al 54,8%, invertendo la tendenza leggermente positiva che si era registrata negli anni immediatamente precedenti al 2007. Questo è il dato dell'utenza complessiva, cioè chi legge un quotidiano almeno una volta la settimana. L'utenza abituale, cioè chi lo legge almeno tre volte la settimana, passa dal 51,1% del 2007 al 34,5% del 2009. Se prima della crisi la metà degli italiani aveva un contatto stabile con i quotidiani, adesso questa porzione si è ridotta a un terzo. Se si pensa che in questa quota sono compresi anche i quotidiani sportivi, si può capire quanto la crisi abbia reso ancora più marginale il ruolo della carta stampata nel processo di formazione dell'opinione pubblica nel nostro Paese. La flessione non è neanche compensata dall'aumento della diffusione della free press, che rimane pressoché stabile (l'utenza passa dal 34,7% al 35,7%). La lettura, anche occasionale, dei settimanali coinvolge nel 2009 il 26,1% degli italiani (-14,2% rispetto al 2007) e quella dei mensili il 18,6% (-8,1%). In leggera flessione anche la lettura dei libri, che era cresciuta per tutto il decennio, raggiungendo il 59,4% della popolazione nel 2007, per ripiegare poi al 56,5% nel 2009."
In effetti, l'Ibs è arrivato a 45 milioni di fatturato nel 2009.
Notevole la presenza di Identi.ca e l'assenza di Twitter.
Non manca una sezione dedicata ai delitti che si commettono via internet, con tanto di intervento di un hacker svizzero e rappresentanti dell'Interpol. Il comunicato precisa che la violazione del copyright ha conseguenze anche per la Chiesa (ma non precisa da che punto di vista questo possa essere preoccupante).
Gli occhi sulla nuca: non si va lontano e si crede ( si fa credere ? ) di andare avanti.
Bisogna
sempre ricordare chi è a governarci e dunque a prendere le decisioni
che dovrebbero massimizzare il benessere pubblico. Le principali
entrate del presidente del consiglio provengono da mediaset e
publitalia 80. La prima, come tutti sanno, si occupa di produzione e
distribuzione televisiva in libera visione e fattura 4,2 miliardi di
euro l'anno. La seconda è una concessionaria per la raccolta
pubblicitaria per la televisione (prima in Europa per fatturato, circa
3 miliardi) e detiene oltre il 60 per cento del mercato pubblicitario
italiano. (Publitalia ha creato una concessionaria che si occupi della
raccolta della pubblicità on line, ma solo qualche giorno fa e
risulterà operativa solo dal 2010).
Oggi internet anche grazie all'avvento di socialnetwork come facebook è
diventato anche in Italia un valido concorrente nella sfida per
l'attenzione del pubblico, risulta dunque evidente come un ampliamento
o un miglioramento dell'infrastruttura che consente connessioni a banda
larga non venga visto come una priorità da chi deve guardare alla rete
come si guarda ad un concorrente, quantomeno sul piano economico,
tralasciando per ora quello politico.
La
Federazione delle concessionarie di pubblicità online - Assointernet,
grazie al suo presidente Carlo Poss, ha recentemente espresso un grande
e chiaro dissenso per la scelta di abbandonare l'investimento di 800
milioni; purtroppo pero' nessun media, eccetto La Repubblica ed alcuni
blog (tra cui questo) ne ha ripreso e commentato la notizia.
Non avendo quindi visibilità mediatica, il dissenso del mondo web rimane più o meno noto ad un ristretto pubblico.
beautiful ^_^
Che
la banda larga sia un investimento che possa portare vantaggi al paese,
nulla questio, ma non sarà quest'infrastruttura che farà aumentare il
numero di utenti internet, e per due ragioni:
1) la maggior parte della popolazione italica non ha sufficiente scolarità .
2) l'accesso a Internet costa troppo per la famiglia media italica.
Per quanto riguarda la pubblicità che finisce sopratutto in TV, questo è funzione dei due fatti precedenti:
la TV non richiede scolarità e, sopratutto, è gratuita.
Caro Luca,
a volte trovo divertente andare a guardare l'etimologia delle parole.
Si possono trovare i significati dei vocaboli in uso, ci si puo'
sorprendere dei loro significati nascosti, oppure se ne rintraccia la
storia e si interpreta la societa' che li usava.
Investimento e' parente stretto di "vestire" ed era inteso come addobbare, coprire d'ornamenti (http://www.etimo.it/?term=investire&find=Cerca), in questo "investimento" ed "investitura" erano perfetti sinonimi. Il significato di investimento come "denaro utilizzato per produrre profitto" a quanto pare nasce solo nel 17 secolo in connessione col commercio verso le "indie orientali" (http://www.etymonline.com/index.phpsearch=invest&searchmode=none).
L'investitura permetteva ai prescelti di acquisire meriti grazie ai titoli; l'investimento consentiva ai meritevoli di far fruttare i titoli ricevuti.
Oggi, temo che l'investimento sia tornato ad essere un'investitura.
All''opportunita' strategica di alcune scelte, perfettamente logica e razionale, spesso si preferisce la discrezionalita' illogica e irrazionale dei potenti. Mi viene in mente la risposta di un funzionario ministeriale alla richiesta di adottare una strategia nel suo campo di azione: "A strateggia nun se ppo' ffa'... pe 'ttanti motivi".
Ciao Luca, ti segnalo questa intervista di Giacomo Dotta: http://www.dariosalvelli.com/2009/10/un-laptop-per-alunno
E' un vero peccato.
Un'altra occasione persa.
E' un po' come conservare le medicine per quando uno sarà guarito.
Dall'altra parte, parliamo di posta elettronica certificata, fatture online, pubblica amministrazione in rete.
E' chiaro che ogni persona avrà sempre più attività in rete. E che avrebbe senso che il suo indirizzo in rete fosse sostanzialmente "suo", come quello di casa. E che sarebbe intelligente che le sue informazioni fossero sostanzialmente "sue", anche se pubblicamente accessibili all'occorrenza in base alla legge, come quelle che mette nelle lettere di carta o che trova nei documenti dell'anagrafe.
Del resto, il bello di internet è che non è una piattaforma proprietaria. Che chiunque può trovare il suo posto. Ma perché non emergono piattaforme che aiutano questo processo? Una volta c'erano, per costruire i siti web. Oggi ci sono meno per costruire la conversazione online. Forse Wordpress è il miglior esempio... e forse ce ne sono altri...
Ma per la maggior parte della gente, il web 2.0 è basato sulle persone ma allo stesso tempo anche sulle piattaforme proprietarie planetarie. E' giusto che sia così?
Uno spunto su Logeeka.
Deduzioni. 1. Combattere a suon di battaglie legali quelli che usano i sistemi di file sharing per scaricare musica significa probabilmente combattere il pubblico che compra la musica. 2. Il file sharing è anche una forma di marketing per l'acquisto di musica.
Il laboratorio-musica dà i suoi risultati. Se ne deve pur tenere conto.
La musica è laboratorio per tutti i contenuti in rete. Non tutto andrà come nella musica, ma dall'esperienza della musica tutti possono imparare. Anche i giornali.
"Internet ha dato forza alla comunità e alle relazioni umane. Ma in un contesto di leggi forti produce più risultati collaborativi che in un contesto di leggi deboli."
Ecco, però ci sono alcune eccezioni che andrebbero studiate (es.:http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1049 ). Forse ne sappiamo ancora troppo poco..
grazie g.g.!!!
Luca, per ragioni che non avevano nulla a che fare poco dopo aver letto questo tuo interessante post sono finito sul sito d'informazioni dell'Unione delle Comunità ebraiche (http://moked.it/unione_informa/091016/091016.htm), che apre con un pensiero di un famoso commentatore biblico medievale offerto dal rabbino Roberto Colombo. Mi sembra adatto:
Dio disse: "Faremo l'uomo" (Gen. 1,26). "Faremo" e non "Farò". Pur potendo agire da solo Dio chiese la collaborazione degli angeli. Questo per insegnare a noi lettori la buona educazione, il garbo e la cortesia. Nessuno deve agire senza prima chiedere il consiglio e la collaborazione anche di coloro che si reputano meno capaci. (Rashì)
La questione è, naturalmente, come "organizzare" e far funzionare "buona educazione, garbo, cortesia" perché generino "consiglio e collaborazione" nel contesto del quale parliamo. Non ho una risposta, ma sono convinto che non può essere affidata - come pure da qualche parte ancora si ritiene - a presunte qualità innate della comunicazione in rete.
La non finitezza della rete rende urgente riconoscere che ci sono problemi che nascono proprio dalla caratteristica "di massa" dell'ambiente. Quand'anche non ci sia un unico "broadcaster", resta la dimensione numerica che rende più complicato "conversare".
Altro elemento da valutare: la "conversazione" è un'immagine insufficiente per comprendere quello che si fa o si dovrebbe fare. Nel suo significato tradizionale la conversazione non è di solito "finalistica", non si propone di per sé uno scopo -- anche se spesso genera delle conseguenze. Esiste invece anche una comunicazione a più voci, una conversazione che definirei "deliberativa", che si effettua cioè al fine di arrivare ad alcune conclusioni, per quanto provvisorie.
Si tratta del tipico atto "politico": discutere per decidere. Può applicarsi a materie ufficialmente ritenute politiche, a materie più vicine alla vita di tutti i giorni(es.: le terribili riunioni di condominio), ad altre più "culturali" (una relazione di un gruppo di studio, un progetto di corso di laurea, ecc.).
E' in particolare per questo tipo di conversazione, per le conversazioni "deliberative", che nasce un diritto oggettivo che le regola sulla base di premesse di valore e di codici comportamentali condivisi.
Da un paio di secoli a questa parte, nella società politica e civile dell'Occidente liberale, queste regole si sono costruite sulla base di un concetto fondamentale: il conflitto degli interessi, delle convinzioni, delle idealità deve essere riconosciuto come ineliminabile e le regole servono per "gestirlo" (manage) non per eliminarlo. Un concetto che non capiscono gli integralisti di ogni genere, compreso il nostro attuale presidente del Consiglio che semplicemente non sa darsi una ragione del perché non tutti lo "amino" come pensa di meritare.
Dovremmo cominciare a discutere del conflitto nella società digitale e delle regole per gestirlo.
Bella la citazione del Genesi, e anche il commento. Il plurale c'è perchè il soggetto sono gli Elohim, ossia, "i Signori". Quel versetto del Genesi è parte della cosiddetta tradizione "elohista", che è affiancata ad un altro mito della creazione dell'uomo, che invece è della tradizione "yahvista" (quello dell'arglla, la costola etc.). Anche l'ebraismo alle origini era un politeismo.... viva il politeismo.
il politeismo è più collaborativo...
Piccola parentesi, per Antonio Roversi. Io lo incontrai a gennaio 2006, per rep, avrei voluto tornarci, ma, forse non lo sai Luca, purtroppo da due anni non è più su questa terra. Era una splendida persona.
Oh non lo sapevo.. Mi dispiace tanto.. L'avevo conosciuto solo in occasione di quell'intervista e avevo pensato spesso alla sua coraggiosa ricerca.
A pelle, non mi piace la distinzione tra conversazione collaborativa e competitiva. La parte più qualificante della conversazione non è il dire, ma è l'ascolto attento, rispettoso ed empatico dell'interlocutore che hai davanti.
Sulla base di questa definizione, ci sono le conversazioni, e poi ci sono (scusa il tecnicismo) gli stronzi. Il bello di internet non è che elimina gli stronzi, è che non ti obbliga a seguirli.
Grazie.. Ci penserò meglio. Ma ho l'impressione che.. it's more complicated than that :)
Credo che tutto debba passare per il rispetto e la fiducia del "codice più importante" da parte di tutti gli attori della conversazione, sia essa collaborativa o competitiva. Se è scontato per chi collabora che debba sviluppare rispetto e fiducia intorno a dei valori e per un progetto comune, non è affatto scontato per chi compete. Sono curioso di sapere come evolverà questa conversazione.
Luca, ci avevo ripensato pure io, da qui la triste scoperta, a Roversi (il cui blog è ancora on line: http://www2.scform.unibo.it/wordpress prendila come una notizia, ci scappasse una commemorazione) dopo L'odio in rete, per recensire il quale mi disse:
Internet oggi «è un po' ancora mitologia, e sempre più vita quotidiana, tanto che quello della rete non si può più considerare uno "spazio virtuale". E neppure un "villaggio globale", uno spazio democratico e cosmopolita: sembra piuttosto, anche se non solo, uno spazio in cui riprodurre e amplificare le differenze, dove far prevalere criteri identitari marcati e non negoziabili. In una parola, assistiamo a una "balcanizzazione" della rete».
E questa va dedicata all'ottimo Gaspar :)
Io francamente questa volta non sono d'accordo con Gaspar.
La conversazione è la modalità di interazione che prevede che ci si alterni nella attività del parlare e dell'ascoltare in modo non strutturato, è l'antitesi della conferenza.
Collaborazione o competizione sono due possibili sfumature della conversazione, in realtà non esistono conversazioni completamente collaborative o completamente competitive, credo che in ogni conversazione ci sia una mix di questi due atteggiamenti.
Il problema non sta nella competizione che non è di per sé un disvalore, ma nelle modalità usate per sostenere una propria tesi.
In realtà la rete non è che uno strumento di comunicazione e le dinamiche della rete altro non sono che le dinamiche del mondo reale, qualche volta amplificate in modo negativo dalla immaterialità e dall'anonimato.
Francamente rispetto a conversazioni molto competitive trovo che quello che uccide la conversazione è l'atteggiamento, molto comune tra le "blog star" che dopo la prima contestazione a una loro affermazione nemmeno rispondono e se chiedi come mai ti rispondono "se non siamo d'accordo a cosa serve rispondere?" trasformando la conversazione in una sterile serie di conferenze.
bob
PS quello che tende ad uccidere la conversazione a mio modo di vedere è il cross posting una volta giustamente considerato negativo, oggi largamente praticato.
Anche a me la visione della conversazione in rete in termini di dualismo collaborazione/competizione non convince molto. Anzi ritengo che il risultato migliore in termini di co-creazione e scambio di conoscenze si abbia spesso quando le persone coinvolte hanno punti di vista diversi sulla medesima tematica. Anche su questo blog credo che i thread più lunghi, più interessanti ed in grado di metter in circolo nuovi flussi di conoscenza (per chi vi partecipa o chi semplicemente li legge) siano quelli che nascono dal disaccordo rispetto alle opinioni di Luca, a quelle dei protagonisti dei suoi post o ancora a quelle espresse nei commenti. Citare in questo caso la metafora economica più concorrenza=maggiore bene pubblico credo sia pericoloso, però temo sia un errore altrettanto grave considerare la competizione in termini esclusivamente negativi.
ascolto con molta attenzione.. spero di fare presto un nuovo post in materia.. come sempre sono più interessanti i commenti dei post. ma vorrei precisare che il mio intervento mirava a distinguere diverse dimensioni della "conversazione", che rischia di diventare una nozione troppo larga per poter essere pienamente significativa.. imho
Per fortuna la lingua italiana è già ricca di termini per indicare una interazione verbale tra due esseri umani. Ad esempio conversazione, discussione (quella di cui parlava Bob), disputa, litigio, alterco, gazzarra, etc.
Fcc apre un sito per sviluppare i principi da applicare in nome della net neutrality.
Parte una consultazione per comprendere le conseguenze delle nanotecnologie e diffondere la consapevolezza dei reali rischi.
Non ci sono prove della pericolosità dell'esposizione alle radiofrequenze. Le Monde, che si era allarmato in passato, fa un passo indietro.
Pare che il governo francese pagherà un po' di soldi per la formazione dei giornalisti che devono imparare a lavorare sul web... Uhmmm...
I finlandesi dichiarano che internet è un diritto fondamentale del cittadino. (Dario)
Techno Sensors
Apple va verso un decimo del mercato americano, ma in Europa resta sotto un ventesimo del mercato, nei personal computer.
In attesa di provare Google Wave si possono leggere pezzi ingenuamente interessanti sull'argomento. E pezzi più interessanti senza ingenuità .
Social Sensors
Huffington Post testa in diretta l'efficacia dei titoli e li aggiusta in funzione del gradimento dei lettori.
Non tutti i medici segnalano alle autorità i cittadini privi di permesso di soggiorno. (Metilparaben)
I polli di Renzo si beccavano tra loro mentre venivano portati all'Azzeccagarbugli... (Niente)
Si scopre che il maggior tempo dedicato dalla gente allo schermo del computer e del telefonino per stare online non è sottratto alle altre esperienze culturali. Anzi: proprio chi usa di più internet fa anche più esperienze culturali.
Piuttosto è la televisione a non andare d'accordo con le esperienze culturali.
Una survey tutta da leggere. Le Monde. Documento.
I due rappresentavano il Parlamento europeo in una complicata trattativa e a quanto pare hanno tradito il loro mandato. Erano impegnati a impedire che passasse la nuova regola secondo cui, per i reati compiuti su internet, gli stati membri "possono" richiedere una decisione della magistratura (in realtà , qualcunque persona civile vorrebbe che in quella legge ci fosse scritto "devono"... cioè non possono saltare la magistratura, non possono decidere per via direttamente governativa o tecnica come vorrebbe per esempio la Francia del marito di Carla).
Stefano spiega tutto benissimo e invito a leggerlo.
Inoltre ci sono le cronache di Scambio Etico e La Quadrature.
Intanto FriendFeed perde terreno. Doveva essere la prossima Twitter ma si è venduta a Facebook e ora non va più. Significa che, sebbene gli estimatori della crescita esponenziale lo dimentichino spesso, che non tutto ciò che cresce in modo accelerato continuerà a farlo in futuro... Banale ma difficile da ricordare. E i sensori vanno tenuti bene accesi: il nuovo Technorati ha superato Twitter in termini di visitatori unici questa settimana (Jalichandra).
Infoservi segnala l'imminente arrivo di un aggregatore di blog di Telecom Italia, chiamato in codice DailyMe.
La speranza che internet superi la tv resta elevata, anche se conduce a vedere i dati in modo un po' parziale, come oggi su OneWeb2.0 (in realtà , i dati di Finzi si riferiscono alla parte di popolazione che è connessa al web; che purtroppo non è ancora la maggioranza).
Ma un fatto è certo. Erano anni che non si sentiva una tale energia intorno alla questione degli ebook. Ed è chiaro che la differenza l'ha fatta il Kindle. Con la qualità dello schermo, la connessione wireless, il prezzo standard dei libri. Ma avviato il processo, ci sarà una fioritura di soluzioni alternative.
A proposito. Possibile che nessuno in Italia ci stia mettendo la testa? Abbiamo fantastici produttori di set-top-box per la tv e non siamo capaci di fare gli ebook? Perché mai?
Penso che sarà divertente. Ma che da Current si voglia anche qualcosa di più. La loro non è solo televisione e audience. E neppure sperimentazione nella fiction interattiva. La storia, che non racconto neppure per la piccola parte che ho visto, riguarda la ricerca esasperata di profitti e potere a mezzo di farmaci e mind-control. C'è il movimento di opposizione. E c'è l'eroe. Soprattutto ci sono i telespettatori che diventano giocatori e dunque parte del divertimento. Ma, proprio per Current, l'occasione è buona per una grande inchiesta sui temi del corpo e della scienza che lo modifica: temi che si aprono sempre più chiaramente di fronte a un'umanità ancora sostanzialmente ignara. I giocatori possono a loro volta dare contributi, non solo di opinione, ma anche fattuali, su quello che sta succedendo intorno a noi. Vedremo.
Intanto, saltando di palo in frasca, si può dire che Frammenti sdoganerà l'accento veneto in un programma drammatico e teso, molto diverso dal solito utilizzo teatrale di quella parlata limitato all'ambito della commedia. In bocca al lupo!
1. Valutare soggettivamente in che modo si usa e dichiarare se piace o non piace
2. Valutare come molti lo usano e dichiarare se piace o non piace
3. Valutare la piattaforma nel suo complesso e vedere se sviluppa servizi che contano
La prima strada è la più pratica e la meno fruttuosa. La seconda arriva a dimostrare che la varietà degli utilizzi della piattaforma garantisce che ci sia qualcosa di interessante e qualcosa di non interessante, con il risultato che si può dimostrare tutto e il suo contrario.
La valutazione della piattaforma nel suo complesso consente di proporre alcune osservazioni più interessanti. Ecco alcune ipotesi:
1. Il servizio è essenziale: dunque si può interpretare molto liberamente. Questo genera una enorme varietà di messaggi. L'utilizzo di quella enorme varietà si può modellare in una grande varietà di modi.
2. Ogni elemento prodotto su Twitter è un feed rss. E le Api sono utilizzabili in modo creativo. Quindi sulla base della massa di messaggi di Twitter si possono costruire altre piattaforme e altri servizi: search, pagine tematiche, classifiche, giochi, condivisione di link, monitoraggio degli interessi prevalenti in un certo momento, sperimentazioni estetiche.
3. Ogni piattaforma può integrare un servizio proveniente da Twitter e viceversa, con sviluppi ancora da esplorare.
Essenzialmente è una forma di condivisione di conoscenze molto malleabile e valorizzabile in molti modi.
La brevità è il suo valore e il suo limite.
La libertà di scegliere di seguire solo gli autori che interessano garantisce che la funzione che si preferisce trovare nella fruizione di Twitter sarà soddisfatta. Nessuno obbliga a nessun contenuto. Al contrario si può scegliere di condividere i propri messaggi con tutti o solo con qualcuno.
Twitter produce una creta di parole cui si può dare la forma che si vuole.
Personalmente la considero una prima pagina di informazione molto personalizzata, iperaggiornata per temi specialistici e quasi sempre sorprendente. A mia volta cerco di contribuire con notizie originali o rilanciando notizie che considero particolarmente degne di nota. Alla prossima puntata gli esempi...
Plumfake @lucadebiase comunicare in modo veloce aggregando interessi comuni
gnomade @lucadebiase: a farti trovare link interessanti, a scrivere un diario di viaggio col cellulare, a imparare notizie, a essere sintetici
fmanclossi @lucadebiase penso che questa immagine postata tempo fa descriva bene Twitter http://bit.ly/2BTo0r
24energia @lucadebiase non ha una funzione specifica.c'è chi scrive che sta andando in bagno,chi segnala link,chi consiglia film,chi segue e basta
24energia @lucadebiase io credo sia utile per la condivisione di informazioni sintetiche.un feed rss più attivo e consapevole
La vecchia home page recitava un messaggio diverso [ cfr. http://www.techcrunch.com/
La privacy su Twitter non è un tema così scottante. Si pubblica e basta, anche se volendo i può rendere il proprio feed privato. Impossibile dire a che serve. E' un canale di comunicazione. Come il telefono può essere usato per chiaccherare, per lavoro, per fare webmarketing...
Ma perché occuparsene? Si potrebbe in effetti lasciare al "mercato" il compito di risolvere la questione. i lettori dedicano il loro tempo e qualche volta i loro soldi a qualche particolare pubblicazione e lo fanno consapevolmente e a loro rischio e pericolo. Questo però sottovaluta le forme di sottile manipolazione che le varie forme di pubblicazione possono mettere in atto.
A questo proposito si potrebbe pensare a una soluzione che non limiti la libertà di espressione e salvaguardi la qualità dell'informazione al servizio dei lettori. L'idea: chi pubblica per informare e vuole prendersi una responsabilità per il diritto dei lettori dichiara quale metodo segue per fare la ricerca su ciò che scrive e/o quale sistema di valori lo conduce a stabilire la sua linea editoriale. Se il testo prescelto per questa dichiaraione fosse basato su uno tra molti possibili template standard e se quei template fossero abbastanza pragmatici e fattuali, quel punto la pubblicazione si assumerebbe una esplicita responsabilità su ciò che ha promesso di fare per i lettori. Ma guadagnerebbe in serietà e affidabilità . Almeno fintantoché fosse coerente con la propria linea editoriale. L'accountability nelle pubblicazioni potrebbe essere un progresso. Ovviamente tutto questo sarebbe volontario. E tanto più utile quanto più pragmatico. (Difficile dirne di più, scrivendo sul cellulare, dalla sala dell'Sts di Kyoto).
Oggi si scopre che la Cir sarà risarcita per i danni che ha subito per quelle strane vicende, sempre che sia confermata la sentenza che condanna la Fininvest a pagare alcuni fantastiliardi di compensazioni. Ma è solo un problema dei grandi capitalisti coinvolti? Ci si domanda se non sarebbe giusto considerare anche le conseguenze subite da che lavora alla Mondadori per quelle strane vicende della proprietà . (link nei commenti).
peccato non ci sia una versione x Linux, io farei volentieri il beta tester...
io lo uso da una ventina di giorni e se non ricordo male (ce l'ho a casa), il risultato medio della mia Alice casa 7mega è sui 4mega...e (sempre se non mi sbaglio) in confronto agli altri operatori, è il risultato migliore della mia zona...stasera metto dati più precisi se mi ricordo ;)
Lo provo, ma usare http://speedtest.net è così differente? A me pare faccia le stesse cose dall'interno di un browser.
Ho fatto il test.
Qui ho Fastweb da 6M e mi dà che scarico a 5,25 Mbps. Devo dire che ho fatto il confronto con gli altri e mi sembra di essere fra quelli che hanno uno scarto minore rispetto alla velocità massima prevista. Ho visto un Tele2 da 20M andare a 2.8. Ma qui c'è da dire che l'opzione che ho attivata io è vecchia e mi sa che non c'è più per cui magari nei fatti ho qualcosa di differente.
Ad ogni modo di software che ti misurano la velocità della rete ce ne sono tanti. Questo ha in più il fatto che raccoglie i dati aggregati e quindi genera una statistica dei diversi provider facendo i test sul campo.
Luca,
di certo una buona idea, sia per gli utenti che ricavano informazioni ma soprattutto parametri di confrontro, sia per Between che ne ricava qualche soldino vendendo i dati agli isp.
Qualche dubbio solo su la quantità dei dati prelevati (l'ID per esempio è a rischio privacy).
La cosa buffa è che l'Autorità ha appena assegnato alla fondazione Bordoni il compito (e un po' di soldini) per misurare la qualità delle adsl italiani con dati che da contratto non arriveranno prima dell'ottobre 2010.
Se a pensare ad idea "collaborativa" come questa fosse stato "il pubblico" magari ero più contento.
c'è un'inesattezza nel mio commento di prima: per quanto riguarda la Bordoni i costi delle misurazioni sono a carico degli isp.
Luca, a quanto vedo http://speedtest.net fa le stesse cose. Ti dà anche le statistiche degli altri utilizzatori. E gira su tutti i sistemi dove c'è Flash. Provalo :)
@ S. e Paolo Sammicheli. In entrambi i casi di tratta di software che misurano le prestazioni delle nostre connessioni domestiche: le differenze principali risiedono nelle funzionalità offerte.
A differenza di speedtest.net, isposure:
- Effettua un monitoraggio continuo del collegamento e, se vogliamo registrarci, ne tiene traccia anche se non abbiamo un IP fisso
- Permette di memorizzare più profili (utile se ci colleghiamo con lo stesso pc attraverso connessioni differenti)
- misura non solo velocità in upload e download (velocità di linea venduta dal nostro ISP) e tempi di latenza, ma anche la velocità di navigazione (quella con cui facciamo la maggior parte dei download per intenderci)
- permette di confrontare semplicemente i vostri risultati con quelli degli ISP attivi nella stessa zona (e valutare il più conveniente in termini di qualità e prezzo)
- vi permette di consultare in pochi click i risultati di tutti i vostri test, calcolando le medie delle ultime settimane
Per avere qualche elemento in più: www.bandometro.com e www.isposure.com/faq.htm
@Lorenzo Campani. Preciso che ci atteniamo rigorosamente alle leggi sulla tutela della privacy. In generale tutti i dati, che sono esclusivamente di natura tecnica (non chiediamo nessun dato sensibile), vengono trattati in forma anonima e aggregata, e, in ogni caso, con i dati a disposizione non siamo in grado di identificare l'utente.
Per ulteriori dettagli, ti consiglio di visitare l'apposita sezione delle FAQ sul sito di isposure: http://www.isposure.com/faq.htm
Ciao Alessio,
avevo già letto le faq prima di scrivere e non mettevo in dubbio le intenzioni di non raccogliere dati sensibili o abitudini di navigazione. Esprimevo solo un dubbio su un singolo dato che viene raccolto ovvero l'ID, che può coincidere in alcuni casi con il nome e il cognome dell'utente.
Tutto qui.
Tuttoincluso 8 Mega (Infostrada)
Download 6,46 Mbps
Upload 0,41 Mbps
HTTP 413,7 KB/s
Ping 30 ms
DNS 50 ms
Valori medi della zona:
Download 5,09 Mbps
Upload 0,37 Mbps
HTTP 94,17 KB/s
Ping 56 ms
DNS 105 ms
Posso ritenermi più che soddisfatto!!
Grazie @Lorenzo Campani e in generale grazie a tutti quelli che vorranno provare Isposure e darci qualsiasi tipo di consiglio o riscontro. Le vostre segnalazioni sono preziose per migliorare il progetto.
Per fugare ogni dubbio sul tema ID precisiamo che l'ID identifica l'agente installato e serve a noi come chiave per i database di raccolta dati. Ovviamente non è possibile associare l'ID ai nominativi, per il semplice fatto che non chiediamo nome e cognome dell'utente in fase di registrazione.
Grazie ancora e buone misurazioni!
Fastweb Fibra 10Mb
isposure:
Velocità di download (4.42 Mbps)
Velocità di upload (5.09 Mbps)
Speedtest.net
Velocità di download (7.22 Mbps)
Velocità di upload (5.76 Mbps)
che faccio chiamo il call center?
Sono Cristoforo Morandini, di Between. Ci tenevo a precisare che Between non ha obiettivi di profitto sull'operazione bandometro (i diritti commerciali sono del nostro partner Isposure). Il nostro scopo è di cercare di rendere più trasparente la reale qualità del servizio a banda larga e di creare le condizioni per garantire che anche in Italia si affrontino quei temi che condizioneranno lo sviluppo delle reti e dei servizi di nuova generazione. In questo senso questo non è un progetto Between o Epitiro, ma di tutti quanti installeranno e terranno il bandometro Isposure sul loro PC, contribuendo a ridurre le asimmetrie informative del mercato, a livello nazionale e a livello locale. Su questi temi vi terremo costantemente aggiornati anche attraverso il blog ufficiale dell'iniziativahttp://www.bandometro.com
Grazie a tutti
mah
stessa cosa qui per me
ipsosure
upload= 0.36
download = 4.07
speedtest
upload = 0.37
download = 6.44
temo che i server di isposure siano un po' lentini...
Ecco la mia velocità di connessione ad internet con Fastwebhttp://www.speedtest.net/result/572985455.png
Io vado a quasi 10Mb/s e risulta che non ci sia niente di meglio nel vicinato :) Fastweb fibra è straordinaria, quando va... Quando non va: "attendere prego..." :)
ADSL 8 Mega (Italy,Veneto,Abano Terme,35031)
Velocità di download (1.35 Mbps)
Velocità di upload (0.36 Mbps)
Telecom Italia Alice casa 7m
d: 5,55 Mbps
u: 0,39 Mbps
http: 80,71 KB/s
ping: 51 ms
dns: 810 ms
Ma Isposure è solo per i PC! Speedtest posso usarlo con il mio Apple.
Ad Altroconsumo avevamo realizzato qualcosa del genere un po' di anni fa, con provailtuoprovider. Misuravamo gi stessi parametri di isposure, tranne i tempi DNS. Però poi abbiamo deciso di smettere, per due motivi.
a) i fattori di indeterminazione non sono trascurabili. Per esempio: come si può essere sicuri che mentre il software sta andando, l'utente non si è dimenticato eMule che lavora in sottofondo? Nella giungla di tariffe proposte dai vari gestori, spesso con nomi similissimi, come si fa a sapere che l'utente ha selezionato quella giusta? Con molti dati e una validi analisi statistica sono problemi mitigabili, ma restano d'attualità . Mi interesserebbe sapere isposure che ne pensa.
b) Ma soprattutto, siamo sicuri che siano questi i dati più interessanti da misurare per valutare la bontà di un provider? Per chi ha un'adsl 8 mega, sapere che va a 5 o 6 mega che differenza fa? (certo, c'è il discorso che il provider non ha mantenuto le promesse, che è importante, ma a parte quello, che differenza *pratica* c'è?). Non sarebbe meglio avere altri dati, quali la costanza del servizio (inclusa la posta elettronica) o l'eventuale filtraggio di protocolli p2p o voip?
Altroconsumo, nei rarissimi casi nei quali si può fare un confronto sul campo, la differenza c'è.
Nel mio caso ho due ADSL una accanto all'altra, quindi stesso doppino e stessa centrale Telecom:
Fastweb Full (75€ al mese, modem incluso)
dld 1,73 Mbps
upl 0,57 Mbps
Infostrada Absolute ADSL (25€/mese senza modem)
dld 6,81 Mbps
upl 0,43 Mbps
La seconda era stata presa come back-up, ma Infostrada viaggia in ADSL2, mentre Fastweb no.
Il bello è che a settimane alterne Fastweb chiama proponendo insistentemente di sottoscrivere il servizio televisivo, quando non sono evidentemente in grado di fornire nemmeno un servizio base all'altezza del costo.
Interessante, grazie. Resto però dell'opinione che i valori numerici non siano importantissiimi, ciò che conta è la soddisfazione legata all'uso personale. Se ti leggi le news online sul tuo sito preferito e mandi tre mail alla settimana, anche un servizio come quello di fastweb ti va bene (non commento il prezzo). Se usi bittorrent e ci metti due giorni a scaricare un file, o se ti abboni al servizio televisivo e non vedi niente, lo capisci da te che il servizio non va bene, senza nemmeno fare delle prove di velocità .
Ad ogni modo specifico che non ritengo questi test del tutto inutili: sapere prima di stipulare un abbonamento com'è lo stato della rete nella tua zona è importante. Il mio commento era volto principalmente a spiegare perché secondo me (noi) questi test non sono utili abbastanza, e come, a mio avviso, potrebbero migliorare.
Infatti, purtroppo i test non bastano. Puoi avere un'idea molto vaga delle condizioni nella tua zona, ma non del tuo doppino, e finché non ti colleghi ad un provider non puoi sapere come andrà effettivamente. E successivamente può migliorare o peggiorare, soprattutto a seconda di quanti altri utenti vengono collegati allo stesso MUX e delle loro "abitudini di navigazione".
ciao Luca
vedo che non ti è piaciuto lo screenshot linkato che ti avevo messo qui ieri, e allora riporto i dati a manina
telecom alice 20mega
download a 15 Mbps
http a 230 KBps
ping a 37 ms
dns a 74 ms
ho rifatto il test stamane
download 17Mbps
http a 80 KBps (!!!)
cioè, sono connesso veloce, ma navigo abbastanza lento
@altroconsumo. Consapevoli delle difficoltà di realizzare delle misurazioni precise e obiettive, intendiamo sfruttare l'esperienza maturata in questi anni nei diversi paesi in cui operiamo.
Tieni poi presente che il progetto isposure è uno, ma non il solo, degli strumenti che utilizziamo per misurare in modo oggettivo le prestazioni della banda larga e che mettiamo a disposizione dell'utente finale.
Altre e più dettagliate misure vengono fatte direttamente sulle reti degli operatori e in location apposite (alcune di queste le abbiamo attivate anche in Italia).
Nello specifico:
a)E' vero. Sulla base dell'esperienza che stiamo maturando in particolare nel Regno Unito vogliamo anche contribuire a diffondere una maggiore conoscenza degli interventi che si possono fare autonomamente (ad esempio all'interno dell'abitazione) per migliorare il servizio. Riguardo agli errori di profilazione il problema vale per tutti i paesi e stiamo anche qui introducendo delle modalità di compilazione che faciliteranno sempre di più la corretta identificazione del profilo. L'analisi dei dati non può poi essere una semplice valutazione statistica, ma deve tenere ovviamente conto della bontà delle osservazioni elementari, anche attraverso un confronto con i dati che rileviamo mediante altri nostri strumenti.
b)Come avrai notato, le misure che effettua isposure sono più articolate rispetto alla media degli altri software che trovi in rete, perché siamo consapevoli che queste metriche debbano evolvere, anche in funzione dello sviluppo dei servizi in rete e dei comportamenti degli operatori. Andremo sicuramente nella direzione che indichi tu, ma non sempre sarà possibile svelare l'arcano attraverso le misure fatte attraverso l'agente software.





press@altroconsumo.it
Alcune citazioni sono significative
You are what you Tweet!
You own your conten.
These rules exist to enable an open ecosystem with your rights in mind.
Le novità sono relative ad alcuni chiarimenti su argomenti non sorprendenti. Twitter potrà dare più spazio alla pubblicità . Crede nelle sua API e le svilupperà . Combatte lo spam e la pornografia. Può usare il contenuto degli utenti come vuole anche se gli utenti sono proprietari e responsabili. Da questo punto di vista, sembra di capire che ciò può avvenire solo sulla piattaforma di Twitter, non su una qualunque piattaforma. Anche perché nel momento in cui utilizzasse quel contenuto su una piattaforma diversa da quella per la quale l'aveva scritta l'autore, e in un contesto di significati diverso, dovrebbe assumersi le sue responsabilità .
Una cosa invece è chiarissima. Molti faticheranno a riconoscersi nella frase: You are what you Tweet (tu sei quello che cinguetti).
Tra le battute fondamentali: internet è diversa; internet è un impero mediatico in tasca; internet è la società è internet; la libertà di internet è inviolabile; internet è la vittoria delle informazioni; internet sta migliorando il giornalismo; ...; la nuova libertà di stampa e la libertà di espressione... ecc ecc...
- il giornalismo deve fare ricerca, per migliorare il metodo di lavoro che lo distingue nella raccolta, selezione, valutazione, interpretazione, dei fatti (il giornalista non è definito dalla tessera ma dal metodo, artigiano ma epistemologicamente attento, con il quale produce le notizie)
- il giornalismo deve fare sperimentazione, per migliorare l'uso delle piattaforme e fare emergere molti modelli di fruizione che abbiano valore per il pubblico
- gli editori devono trovare i modelli di business che sostengano il lavoro fatto dagli autori, dai giornalisti, a favore del pubblico
- l'editoria deve diventare un business ad alto tasso di ricerca, sperimentazione e innovazione, fondato su capacità artigiane.
ps. Intanto, arrivano le parole di Evgeny. E mi sembrano decisive.
I diritti e i doveri delle piattaforme e quelli degli utenti sono distinti in modo chiaro nella cultura digitale. Molto meno nella cultura legale. Soprattutto perché la seconda è molto più lenta della prima. Questi casi servono a fare maturare una migliore comprensione della situazione.
Il legislatore, il sistema giudiziario, l'opinione pubblica, arriveranno a rendersi conto del valore di un sistema nel quale le piattaforme non sono implicate nel modo in cui gli utenti le usano con il tempo. Nessuno dice che le poste sono responsabili del contenuto delle lettere o che le compagnie telefoniche sono responsabili di quello che chi telefona si racconta, o se il telefonino è usato per far saltare a distanza una bomba. Se le piattaforme online sono qualcosa di più simile alla logistica della posta o all'infrastruttura del telefono che a una testata editoriale, cresceranno meglio e arricchiranno meglio il mondo dei servizi. A meno che loro stesse non dichiarino di essere testate, di dare un servizio selettivo e di assumersi la responsabilità di quanto ci si trova sopra: è una decisione imprenditoriale. Più questa decisione è espressa chiaramente più gli utenti sono consapevoli del servizio. Se poi una piattaforma promette un certo servizio e ne offre effettivamente un altro, allora è responsabile. Imho.

Il fotogiornalismo organizzato con le grandi agenzie è in crisi. La Gamma sta chiudendo. E' un riflesso di tutto quello che sta succedendo nell'editoria. E della fine dei soldi che consentivano a qualcuno di essere inviato a esplorare il mondo. Ora saranno le persone che vivono nei posti a mandare le foto di quello che vedono. L'Iran ha insegnato qualcosa anche da questo punto di vista.
Il cambiamento del vestito è parte del frame tipico del mondo della comunicazione. E' visto come un rinnovamento che innalza l'attenzione, risponde a esigenze innovative di interfacciamento con gli utenti, offre nuove opportunità comunicative. L'interfaccia non solo collega un contenuto al suo utente, ma suggerisce in un certo senso un modo di interpretare quel collegamento. Uno spazio in un certo senso chiede di essere riempito. Un vestito chiede di essere indossato e le sue tasche chiedono di essere conosciute.
Il nome è un'altra cosa. E' l'identità . Un blog che cambia nome è un blog che ricomicia da capo. E proprio per questo sfida chi lo scrive a verificare se sia la sua persona o il suo prodotto a contare nell'interazione con il suo pubblico.
In entrambi i casi, quello più ambizioso e quello più tradizionale, il cambiamento strutturale del blog è un momento in cui la persona si riappropria del suo prodotto, invece di lasciarsi condurre dalle scelte operate in passato. Si riappropria e riconfigura la visione e il progetto di ciò che vuole fare con il blog. E' un grande momento.
update: la nielsen dice che l'audience è aumentata da 100mila a 500mila utenti unici (che non equivalgono ad "abbonati" ovviamente...) tra gennaio e giugno...
Secondo una ricerca, anch'essa pubblicata dal Guardian, i ragazzini hanno smesso di scaricare mp3 e sentono la musica attraverso servizi di streaming, molto più comodi.
Per l'industria dei contenuti sono due buone notizie. Che fondamentalmente dipendono dalla maturazione dell'utilizzo della rete.
Inferirne la convinzione che in prospettiva tutti i problemi dei detentori di diritti d'autore saranno risolti, però, è un errore. Perché la rete continua a disintermediare i vecchi business integrati verticalmente, liberando le forze dei singoil autori e aumentando il potere delle grandi piattaforme. Gli editori devono ancora trovare il loro modello in questo scenario. Quelli che riusciranno a rinnovarsi, però, mettendosi al servizio della rete, potranno guardare al futuro in modo molto meno pessimistico di quanto non si trovino a fare ora.
Daniel Kahneman dice che è molto più probabile che una decisione sia presa in base all'intuizione che in base al ragionamento. E i media sono responsabili di una grande quantità di conoscenze ovvie che costituiscono il materiale di base per l'intuizione.
Siamo tra l'ecologia dell'attenzione e la strategia della disattenzione. (cfr anche Economia della felicità ).
The Federal Trade Commission is planning to crack down on bloggers who review or promote products while earning freebies or payments, the Associated Press reported Sunday.
E' chiaro che si tratta di pratiche promozionali poco chiare. Ma è anche chiaro che colpire i blogger per iniziative che avvantaggiano le aziende che li pagano significa mettersi su un terreno minato.
Sarebbe meglio puntare sul controllo delle azioni di marketing manipolatorie. E chiedere ai blogger di autoregolamentarsi, piuttosto. Non sarebbe male che i blogger si impegnassero a dichiarare se hanno conflitti di interessi quando scrivono.
Che altro ci dovrebbe essere nelle relazioni tra marche e media se non la pubblicità ?
Oggi si è parlato di internet, di crisi dei giornali, di diminuzione della pubblicità , di televisione, di consumatori, di cittadini...
Ferruccio de Bortoli ha detto che i problemi delle marche gli sembrano molto simili a quelli delle testate. Luigi Bordoni, presidente di Centromarca, ha dichiarato una forte disponibilità culturale a cambiare. Monica Fabris (presidente di Gpf-Reti), Fiorella Passoni (general manager di Edelman Italia), Marco Gambaro (docente di Economia dei media all'università degli studi di Milano), Franco Perugia (consulente di MS&L Italia) hanno mostrato come si stiano sfuocando i concetti tradizionali di consumatori e lettori, cittadini e persone, tendenze socio-culturali e movimenti di opinione. Hanno parlato di "conversazione". Hanno detto che non è più "personalizzazione" ma "socializzazione" dei contenuti. Hanno detto che non è più "multimedialità " ma "crossmedialità ".
E poi la tavola rotonda ha portato l'accento sull'urgente di bisogno di concretezza, nell'apertura a tutte le nuove idee. Alessandro Di Pietro, Oscar Giannino, Daniele Manca, Vera Montanari, Giorgio Mulè, Andrea Vianello. Trasparenza, qualità , indipendenza, servizio al pubblico, informazione e democrazia...
Insomma, una quantità di discorsi fondamentalmente giusti. Con le parole giuste. Pure troppo. Evidentemente la crisi si fa sentire e costringe a parlare con lingua dritta.
Ora. Che si fa? Quello che è urgente non è necessariamente quello che è importante. Le scelte che si fanno oggi contano per subito e per il lungo termine. Perché dalla crisi si uscirà prima o poi. Ma per uscire migliori, e non peggiori, bisogna pensare anche al dopo, non solo al subito. Banale, ovvio, difficilissimo.
Fino a che le decisioni sono prese con la testa piena delle paure per il prossimo bilancio trimestrale, con l'idea che "primo non sbagliare", con la mente bloccata intorno a quello che si pensa non si possa fare invece che a quello che si può fare... ci si lascia dominare dalla tattica e si perde la strategia.
Inventare un'organizzazione per ritrovare il senso delle marche e delle testate nell'epoca della conoscenza significa unire alla gestione anche la sperimentazione: una struttura generatrice di senso fa ricerca oltre che produzione. Il futuro è quello che costruiamo. E già che ci siamo, costruiamolo migliore.
Chi si preoccupa perché il proprio nome potrebbe essere usato da altri, o perché vorrebbe poter disporre di una particolare soluzione per il suo url (tipo nome.cognome o altro), dovrà tenersi pronto per le 12:01 di New York di sabato (quindi per le 18:01 di sabato 13 giugno dall'Italia).
Chi non si preoccupa, invece, farà di meglio.
In effetti, in un primo tempo Facebook pensava di far pagare per concedere questo genere di indirizzi agli utenti. Poi ha rinunciato. Segno che ha probabilmente capito che avere un indirizzo personale su Facebook non è un bisogno particolarmente sentito. Vedi TechCrunch.
---------------------------------------------
Presidente
FIMI - Federazione industria musicale italiana Galleria del Corso 4
20122 Milano
---------------------------------------------------
Cerco di rispondere:
Non c'è alcun consenso intorno alla questione degli effetti delle piattaforme come Google News sul business dei giornali. Il pezzo di Platero e mio parlava di quello che pensano gli editori preoccupati per il loro business. E orientati a costruire una piattaforma di aggregazione di notizie tutta loro, in modo tale che non perderanno la pubblicità che ora va sulle piattaforme. Certo dovranno trovare il modo di attirare la quota di traffico che ora va su Google News e simili sulla loro piattaforma. Non sarà facile. Quindi qualcuo comincia a pensare che dovranno impedire a Google News di continuare a fare quello che fa anche usando gli uffici legali. Donde parlano di "pirateria". Difficile essere d'accordo con questo termine per questo caso. Ma se anche lo si fosse, sarebbe una "pirateria" ben diversa da quella dei consumatori contro le major della musica. Casomai sarebbe analoga alla pirateria (senza virgolette) di coloro che copiano la musica e la rivendono facendo un vero e proprio commercio di materiale soggetto a copyright.
Detto questo, gli editori cercano un nuovo modello di business, come hanno fatto le major. Ma gli editori hanno cominciato dando le notizie gratis in cambio di pubblicità online. Alimentando così la crescita del web. E anche Mazza a quanto pare ha visto il pezzo pubblicato dal Sole attraverso il suo sito. Le major hanno invece tentato in ogni modo di frenare lo sviluppo dello scambio creativo di musica online e hanno cominciato a cercare nuovi modelli di business solo dopo essersi accorte che la difesa del passato con gli strumenti legali non funzionava e si trasformava in una paradossale guerra contro il loro stesso pubblico.
Siamo lontani da una soluzione, sia nel caso dei grandi editori tradizionali di giornali che nel caso delle major. Ma per tutte queste aziende si pone lo stesso problema: trasformarsi in qualcosa di diverso e di migliore per cogliere in modo costruttivo le opportunità offerte dalla nostra epoca. Imho.
Grazie a Enzo Mazza per gli spunti di riflessione che ha offerto.
Un dipartimento di ricerca giornalistica che sappia programmare e che dunque tiri fuori dai computer tutto quello che essi possono dare, probabilmente, sarebbe per i giornali un'innovazione fantastica. Che al New York Times hanno già cominciato a realizzare.
Dopo il suo primo lavoro, Dave ne ha già realizzato un altro. Quali persone che usano Twitter hanno tra i loro follower almeno una persona che lavora al New York Times.
Certo, Facebook ha 200 milioni di utenti (una volta si sarebbe detto che ciascuno di essi è stato valutato 50 dollari). Ma come li genera? Non con la pubblicità : il valore di Facebook non è tanto nella capacità di ospitare pubblicità , anche perché il click through su Facebook è meno di un terzo di quello già basso dei siti medi. La gente sta su Facebook perché è coinvolta nelle sue relazioni e attività e non si fa distrarre dalla pubblicità .
Il fatto è che Facebook sa un sacco di cose dei suoi utenti. E questo ha un enorme valore, potenziale. Può scoprire microgruppi con caratteristiche molto molto precise, con le loro relazioni e i loro interessi. Su questa base si possono fare ricerche sui comportamenti, sulle idee e sui pensieri di gruppi di persone molto mirati. Da qui a dire che se ne può trarre una grande quantità di soldi ci passa la capacità di inventare un modello di business che sia contemporaneamente rispettoso della privacy degli utenti e capace di generare un servizio comprensibile per i clienti.
I russi della Dst sono capitanati da persone che hanno un background molto lungo nell'epoca post-sovietica e si sono arricchiti a partire dalle privatizzazioni degli anni Novanta. I leader dell'azienda sono un fisico e un chimico diventati finanzieri che sarebbe interessante conoscere meglio. (vedi Ceoworld e CrunchBase). Anche per sgom

si, am come? hanno un sito?
"La comunicazione globale, l'iper-informazione, minacciano tutte le difese umane. Lo spazio simbolico, lo spazio mentale del "giudizio", non è più protetto da niente". Jean Baudrillard
è appena cominciata e certamente il sito verrà fuori tra un po' di tempo... ora c'è solo l'annuncio... http://www.ahref.eu/ (update: con i tempi dettati dalla burocrazia, ora c'è la descrizione delle finalità della fondazione contenuta nello statuto)
doh :-(
Bell'idea :)
ricordo che segnalai a suo tempo, sempre della fondazione kessler, il bando per giovani laureati "Progetto Esplorativo SoNet" http://is.gd/bGGwN
Credo che il contributo della fondazione <ahref in questo settore possa rivelarsi fondamentale.
L'informazione prodotta da aggregazioni spontanee di cittadini può davvero rappresentare il fulcro per un effettivo cambiamento.
"Il cambiamento non arriverà se aspettiamo altre persone o altri tempi...; SIAMO NOI QUELLI CHE STAVAMO ASPETTANDO". [Barack Obama]
Nel nostro piccolo ci stiamo provando in provincia...
Vedi MIRANO Community Network @: http://40xmirano.ning.com
Auguri alla Fondazione ai blocchi di partenza!