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I promotori sono Luca Longo, web director di The Populi, e Antonio Rossano fondatore di Yurait Social Blog.
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- Parte ProPublica, giornalismo investigativo finanziato da una Fondazione
- Due nuovi progetti di giornalismo finanziato dai cittadini
- Giornalismo finanziato dai lettori: nuovi esperimenti in Francia e in Italia
E' del tutto evidente che il suo punto debole è il keynote di giovedì 22 aprile, alle 12:00.
Il keynote del Festival è di solito un'occasione molto importante per accedere all'esperienza di un vero maestro del giornalismo. Ma quest'anno - inopinatamente - è riservato all'espressione del mio punto di vista sulle prospettive dell'informazione. Non si può negare che il tentativo di tenere insieme il giornalismo tradizionale e quello che si sta sviluppando in rete sia sulla carta una buona idea.
Nella pratica dovrò inventare una maniera sensata per parlare di una questione tanto gigantesca.
Ogni suggerimento è bene accetto. E se vogliamo fare una cosa utile, potremmo raccogliere nei commenti gli esempi migliori di giornalismo che conosciamo all'epoca della rete. Se la raccolta riesce la lasciamo a Perugia come documentazione...
Ogni nuovo giornale ti propone un punto di vista. Questo ne ha uno e insieme tanti quante sono le città che segue fin dall'inizio della sua storia: Torino, Milano, Treviso, Bologna, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo. E mentre lo scorri ti domandi se ti puoi affezionare o se durerà per il tempo di una start up.
A questo non rispondono, a xcitta. L'editore crede nel progetto e, dice, cerca soci disposti a partecipare. Ha un business plan basato sulla raccolta pubblicitaria. Si vedrà.
Intanto, i giornalisti sono giovani ed entusiasti. Ci credono eccome, loro. E' un piacere ascoltarli mentre descrivono le loro scelte. La cronaca, del resto, nell'iperlocale, può essere una grande esperienza.
Ora Hitwise aggiunge che da Facebook arriva più traffico a siti che nascono dal mondo del broadcast, mentre da Google News arriva più traffico ai siti che nascono da giornali cartacei.
Questo peraltro vale soprattutto per i grandi siti di news. La parte lunga della coda lunga è ancora più coperta da Google.
Anche perché quello che si fa su Facebook è più governato dall'immediatezza facile. (ReadWriteWeb)
La manipolazione delle parole e dei discorsi per fare apparire la realtà nella luce che avvantaggia la propria parte politica è un'arte retorica classica. E nell'epoca della politica mediatica è diventata una scienza. I media sono usati molto bene da chi ha qualcosa da far credere a qualcuno. E i politici sono maestri. In tutto il mondo. A partire dagli Stati Uniti, per passare dalla Cina, arrivare in Francia e sbarcare infine in Italia.
A fronte di questo, la cittadinanza vorrebbe media imparziali che non si facciano strumento delle parole dei politici, ma servano a metterle a confronto con la realtà. E questo genere di valore, quello dei media imparziali, è spesso ripetuto anche da chi i giornali li produce.
Ma mettere in pratica questo valore è evidentemente difficile. Per molti motivi. Ma anche per il fatto che non è semplicissimo decidere che cosa sia un giornale politicamente imparziale. A questo proposito ci sono almeno tre ipotesi:
1. Un giornale imparziale è quello che mette tutte le notizie e le separa dai commenti che a loro volta sono votati a dar voce a tutte le opinioni.
2. Un giornale imparziale è quello che dichiara esplicitamente da che parte sta e poi dà le notizie che sostengono quella parte.
3. Un giornale imparziale è quello che decide quali notizie mettere giudicandole in base a una ricerca che compie con i suoi giornalisti per ricostruire la realtà.
Non è molto semplice trovare un giornale che sia perfettamente aderente a una di queste ipotesi. Ma ciascuna delle ipotesi contiene pregi e difetti per la cittadinanza che vorrrebbe sapere come stanno le cose.
Il giornale che pubblica tutto senza distinzione, dando uguale voce ai commenti di tutte le parti, è leale nei confronti dei suoi lettori ma di fatto si mette nelle mani degli esperti della manipolazione. Basta che nel dibattito politico una parte lanci una serie di messaggi, alcuni più estremisti e altri più moderati, per far spostare a suo favore l'equilibrio del dibattito. E per distrarre dai temi che la mettono in difficoltà. I giornali diventano il territorio neutrale nel quale i politici giocano liberamente, decidendo autonomamente l'agenda. Le parole che corrono non sono altro che quelle, strumentali, dei politici.
Il giornale trasparentemente partigiano è più decodificabile. Ma per definizione non può arrivare a essere imparziale e dunque non aiuta molto i cittadini a confrontare le parole dei politici con la realtà.
Il giornale che fa la sua ricerca e pubblica le notizie confrontandole con quanto conosce della realtà è più difficile da fare. La riuscita di un progetto del genere dipende da molte cose. Ma soprattutto dal metodo che adotta per fare la sua ricerca giornalistica. In questo senso, ha bisogno a sua volta di una forma di umile trasparenza: deve dichiarare la sua "epistemologia" giornalistica. Che cosa ritiene siano "fatti", che cosa "ipotesi", che cosa "interpretazioni". Deve dichiarare costantemente i suoi possibili conflitti d'interesse. E se prende posizione è perché ha scoperto un dato di realtà e decide che le parole di una parte politica corrispondono meglio di quelle dell'altra parte alla realtà stessa.
Il giornale "campo di battaglia" è il più interessante per i politici manipolatori, perché sembra imparziale e dunque credibile, ma non riesce a contrastare le loro strategie retoriche. Il giornale "partigiano" è meno credibile al di fuori della parte di cittadinanza che non sostiene la sua parte politica, ma in un certo senso può apparire più caldo e profondo nella lettura dell'interpretazione della realtà di quella parte politica. Il giornale "ricercatore" è forse più umile e rischia di apparire più freddo: il correttivo è quello di raccontare non soltanto fatti ma anche storie di persone, usando un linguaggio che alterna la freddezza delle analisi al calore delle storie.
Il problema è che questi modelli coesistono. E che un giornale che appartiene a un modello può sempre "mascherarsi" in modo da sembrare appartenente a un diverso modello.
La blogosfera e il medium delle persone non scappano a queste distinzioni. Nell'insieme, l'imparzialità dei media sociali è simile a quella del "campo di battaglia". Ma niente impedisce ai sistemi di informazione "partigiani" di conquistare territori nei media sociali. E le persone che vogliono contribuire all'informazione in chiave di "ricerca" devono contemporaneamente combattere per l'attenzione e abbassare i toni quando (come è normale in ogni ricerca) non sanno tutto ciò che occorre sapere per selezionare correttamente le notizie e le opinioni.
I cittadini che leggono (i giornali e i media sociali) devono fare uno sforzo significativo per decodificare i modelli, giudicare la cooerenza con la quale vengono portati avanti, e farsi un'idea della realtà.
La forza del modello orientato alla ricerca, per favorire la conoscenza della realtà, ha bisogno di una relazione forte e duratura con un pubblico attivo orientato alla stessa epistemologia, fattuale e pragmatica.
(Tutto questo, a sua volta, è reso più complesso se si tiene conto della proprietà dei giornali. La proprietà dei giornali è in parte un modo per capire quale modello i giornali perseguono. Ma non lo è sempre. Di certo, il fatto che un capo di partito sia proprietario di tre televisioni influsce sui telegiornali di quelle televisioni. Ma va detto che anche gli altri giornali che non appartengono a nessuna parte politica incontrano la loro quota di difficoltà nell'essere imparziali. Se i giornali schierati sono più caldi e divertenti di quelli razionali e orientati alla ricerca, la società rischia di preferirli, penalizzando i giornali che in realtà sarebbero più utili a comprendere come stanno le cose. Se si spera che la situazione cambi occorre certamente lavorare per liberare il giornalismo dal peso di proprietari troppo ingombranti. Ma occorre anche approfondire una "epistemologia" del giornalismo, troppo a lungo data per scontata. La relazione tra le persone che fanno ricerca per i giornali e il pubblico attivo che li apprezza dovrebbe dunque diventare sempre più solida e orientata a una fattiva collaborazione).
Altre notizie in materia:
- BBC News: Wikileaks and Icelandic MPs propose 'haven' for investigative journalism
- CMS report: No case for a general privacy law
- RCFP: 'Responsible journalism' defence established in Canadian libel law
- A new blog for the MST's independent press review group
- RCFP: US Senate re-introduces 'libel tourism' bill
Prendere un libro dalla libreria o sfogliare una rivista, andare avanti e indietro nelle pagine, strappare un foglio, o sottolineare, sono gesti che hanno a che fare con l'apprendimento. Se l'unico modo di apprendere fosse quello di accedere a qualunque contenuto schiacciando sempre lo stesso bottone del mouse, avremmo un'esperienza più limitata. Va già meglio quando invece di sottolineare prendiamo una citazione e la mettiamo su Tumblr o Twitter.
Una rivista sull'iPad con il suo speciale multitouch e le varie metafore della libreria e delle applicazioni, un device che si usa portandolo in giro per la casa (chi vuole anche fuori), può aggiungere manualità all'esperienza di apprendimento su contenuti digitali. E per questo generare un piacere di leggere in più. Vedremo.
Intanto, John-Henry Barac (che ha fatto l'app del Guardian) risponde alle domande sul suo modo di vedere un giornale sull'iPad proposte da Joshua Benton di NiemanJournalismLab.
La storia di Federica segnala una tendenza ormai da tempo avvertita. E' finita l'epoca della contrapposizione tra blog e giornali. Non solo perché i giornali hanno imparato ad aprire i loro blog e ad ascoltarne la voce. Ma anche - e questa è la novità segnalata da Federica - perché i giornalisti come persone possono trovare nei blog un'opportunità di espressione che la loro professione (come molte altre professioni) non offre. Non a tutti. Non a tutti quelli che vorrebbero esprimersi.
La separazione tra blog e giornali resta, ma non è più tecnica. E' umana. Chi fa sia l'uno che l'altro può sentirsi tagliato in due, visto che in entrambe le situazioni scrive, ma in un caso per esprimersi e connettersi, nell'altro caso per sviluppare una linea editoriale. Sicché la stessa distanza tra blogger e giornalisti si sta trasformando: non è tanto nelle tecnologie e non è certamente nelle capacità personali. E' nel progetto che le persone perseguono.
E' un caso del problema irrisolto della relazione tra progetti individuali e progetti collettivi che si manifesta in molteplici occasioni nell'ambito intellettuale. Quando c'è un progetto comune forte, le individualità sono compresse; quando c'è soltanto una giustapposizione di progetti individuali senza obiettivi in comune si sviluppa un rumore generale poco comprensibile.
E' la differenza tra Wikipedia e Facebook: la prima è un progetto intellettuale comune forte (con la metafora dell'enciclopedia) nel quale in generale le singole persone non emergono; il secondo è uno spazio di espressione di progetti intellettuali individuali che in comune non hanno un progetto ma una piattaforma. I due modelli hanno avuto enorme successo. Ma entrambi di confrontano con il problema di come si possa migliorare la qualità del risultato intellettuale del progetto. In questo problema, come sempre su internet, c'è un'opportunità: per chi la saprà definire e sviluppare. Proponendo un nuovo contributo alla rete.
We identified specific digitally-oriented skills and traits a future journalist would need. These include being:
- a multimedia storyteller: using the right digital skills and tools for the right story at the right time.
- a community builder: facilitating conversation among various audiences, being a community manager.
- a trusted pointer: finding and sharing great content, within a beat(s) or topic area(s); being trusted by others to filter out the noise.
- a blogger and curator: has a personal voice, is curator of quality web content and participant in the link economy.
- able to work collaboratively: knowing how to harness the work of a range of people around him/her -- colleagues in the newsroom; experts in the field; trusted citizen journalists; segments of the audience, and more.
Come diceva Gian Arturo Ferrari, a Segrate non hanno fretta.
(Anche perché è sempre vivo il problema della pirateria, fa notare Giornalisticamente...).
La serie "i giornali sono applicazioni" continua...
I giornali locali italiani resistono meglio. Ma non si sentono al sicuro.
Gates ha risposto che non guarda la televisione. E ha dato i suoi consigli:
- molti periodici e giornali: the Economist, Scientific American, New Yorker. Washington Post, the Wall Street Journal, the Financial Times, the New York Times. Slate
- seminari e lezioni online: Academic Earth, Ted.com, Teach12.com (a pagamento).
Un domenicano e un gesuita stanno leggendo il breviario. Il gesuita fuma.
Il domenicano osserva: "Ma come: fumi mentre leggi il breviario?"
E il gesuita: "Sì, ho ottenuto il permesso dal vescovo..."
"Anch'io ho chiesto il permesso, ma mi è stato negato" dice il domenicano.
"Ma come glielo hai chiesto?"
E il domenicano: "Ho detto al vescovo: 'Eminenza, posso fumare mentre leggo il breviario?' E lui mi ha cacciato in malo modo".
Il gesuita sorride: "Hai sbagliato la domanda. Io ho chiesto: 'Eminenza, posso pregare mentre fumo?' E lui ha approvato con gioia..."
Ovviamente le illazioni sono possibili.
SI potrebbe dire che questi sono lettori di giornali online che scelgono Google News, ma sceglierebbero un giornale se non ci fosse Google News. In questo caso sottrarrebbero una quota di traffico ai giornali. Ma è un caso piuttosto difficile da provare (riguarda le intenzioni) visto che comunque i siti dei giornali sono cresciuti molto in termini di traffico da quando c'è Google News.
Oppure si potrebbe dire che questi non sono lettori di giornali online e dunque Google News è un generatore netto di traffico per i giornali. Anche questo non si può provare.
Di certo c'è che Google News trasforma il lavoro dei giornali in un insieme di atomi di informazione che collega un articolo a un lettore. Questi sceglierà anche in funzione della testata di provenienza, ma non è indotto ad analizzare la forma complessiva del notiziario di quel giornale. Il risultato è che Google News è un competitore dei giornali nel senso che la sua organizzazione delle notizie compete con l'organizzazione delle notizie dei giornali. E l'organizzazione delle notizie, la gerarchia, i collegamenti tra loro, è un contenuto informativo di primissima importanza per i giornali. Ma per competere in questo genere di partita, i giornali devono imparare e innovare molto: dunque fare ricerca.
Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.
Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).
Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.
Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.
Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.
Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.
La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.
(Domani su Nòva un pezzo in materia).
naturalmente a causa della fretta...
I giornali di qualità. Nel sottotesto del dibattito sul futuro dell'informazione, gli editori si richiamano costantemente alla locuzione "giornali di qualità". Il che avviene nel contesto di una valanga di perplessità (vedi il dibattito su www.veri.ta) relative a come si difende la qualità dell'informazione in rete dale pratiche del vandalismo, dell'estremismo, dell'integralismo. Ma del resto, visto da un altro punto di vista, tutto questo non è lontano dalla più generale questione del minestrone culturale che emerge - non solo in rete ma nel complesso del sistema dei media - dal fuoco incrociato della strategia della disattenzione e del disinvestimento nelle istituzioni educative, universitarie, museali a favore di nuovi modelli culturali televisivi e finanziari.
L'occasione di discuterne, ieri, con Nicholas Negroponte era ghiotta. Proprio nella città del papa, acerrimo avversario del "relativismo". E proprio insieme agli amici di Wired Italia, sempre ispirati dal direttore di Wired Chris Anderson, autore della coda lunga: ad Anderson avevo chiesto come emergerebbe nella coda lunga il valore della "qualità artistica universale" che una volta si poteva riconoscere in un Beethoven. Lui aveva risposto immaginando che Beethoven avrebbe cominciato suonando in un piano bar, sarebbe stato apprezzato da tutti, avrebbe raggiunto una grande notorietà con delle registrazioni su MySpace, avrebbe finito col pubblicare qualche disco e sarebbe diventato ricco con i concerti. In sostanza Anderson rispondeva parlando della costruzione della notorietà e dell'apprezzamento di qualunque autore, negando l'esistenza stessa di una nozione come "qualità artistica universale". Ovviamente.
In generale, in un ambiente come la rete emerge l'apprezzamento per un autore o per un'idea attraverso un movimento che aggrega consenso e attenzione, dibattito e conversazione, stabilendo scale di priorità mai stabili ma piuttosto in continuo movimento. E questo avviene in base a preferenze, a comportamenti e a connessioni, che prendono vita attraverso le segnalazioni e i link, e che dimostrano l'esistenza di sistemi di valutazione impliciti nelle menti dei partecipanti alla rete. Ma tutto questo non chiarisce come si formino quei sistemi di valutazione della qualità.
In assenza di una discussione sul modo in cui si formano i sistemi di valutazione, non abbiamo neppure una discussione su come migliorare la qualità. E tanto meno riusciamo a mettere in questione la nozione di "giornali di qualità".
La valutazione che avveniva nel mondo gerarchico, prima del successo della rete, era basata sulle istituzioni riconosciute dal tempo come fonte di qualità culturale: musei, università, editori... La rete ha aperto il gioco. Ora l'aggregazione di consenso attorno alla qualità riconosciuta nelle conoscenze e nei contenuti informativi dipende dai movimenti dei partecipanti alla rete. Un po' come avviene nell'arte moderna: ci sono esperti e critici, artisti e curatori, ma in realtà fanno tutti parte di una sorta di rete, cioè si muovono partecipando alle dinamiche del mercato dell'arte dal quale sembra sembra emergere l'aggregazione del consenso sulla valutazione della qualità artistica (tanto che sempre più spesso si presenta come una specie di citerio oggettivo della valutazione della qualità artistica). Questo, in rete, vale per ogni idea e ogni opera. Ma è un processo vagamente autoreferenziale, modaiolo, instabile.
"Probabilmente è proprio così che deve essere" ha risposto sulle prime Negroponte. Non c'è modo di stabilire che un criterio di valutazione sia migliore di un altro. In un mondo globalizzato tutti i punti di vista hanno uguale valore. Già, ma come si formano tutti i punti di vista? La cultura di un bostoniano non è quella di un italiano o di un cinese, tutte hanno diritto a uguale rispetto, ma vengono da qualche parte.
Da dove?
In assenza di una discussione su questo, vale il consenso che si ottiene e di mantiene lì per lì. La qualità diventa quello che i più bravi a costruire consenso riescono a far credere che sia in ogni momento. Si apre la strada a una sorta di populismo inflessibile. E quando sono in molti a essere bravi manipolatori, si finisce per distruggere ogni consenso. Con gravi problemi a tutte le attività che richiedono coordinamento per progetti di lunga durata: come la pace, la convivenza civile, la salvaguardia dell'ambiente, la valorizzazione dei beni culturali, l'identità, i diritti umani... Insomma, ci si muove in stormi la cui forma emerge dalla complessità ma non si sa bene come decidere dove lo stormo vuole andare.
Non si torna indietro alla gerarchia. La rete è un enorme opportunità per includere nella costruzione del consenso l'attivia partecipazione di chiunque abbia qualcosa di intelligente da condividere. La gerarchia blocca l'intelligenza se questa mette in discussione il suo scopo. La rete mette in discussione ogni privilegio acquisito. E dunque impone che ciascuna posizione sia definita dalla sua capacità di mettersi al servizio dell'ecosistema...
Probabilmente, si riparte dalle culture, dalle antropologie, dice Negroponte. "Io mi comporto come un bostoniano perché sono crescuto in quella cultura". Quindi c'è un sistema di autorità che trasferisce cultura e l'educazione diventa il centro di ogni altra questione.
Nel distruggere i privilegi inutili, la rete rischia di mettere in difficoltà anche le istituzioni educative? "La cosa più vicina che abbiamo a un'istituzione oggi è Google". Oppure, Wikipedia. E' dalle regole e dai metodi educativi impliciti in queste istituzioni - in queste piattaforme - che si può leggere il modo in cui emergeranno le nuove culture? E' anche da riflessioni come queste che può venire fuori l'idea di una nuova "istituzione-piattaforma" pensata per la sua utilità al servizio della rete e consapevole dei suoi effetti "educativi"?
Un post troppo lungo non finirebbe mai. Meglio finirlo con una domanda. O no?
Alle nuove prospettive per l'informazione ha aggiunto le sue postille Marco Formento e contribuito Pier Luca Santoro sottolineando la centralità del sistema di distribuzione fisico dei giornali in Italia. L'immagine emergente è che la rete ha cambiato tutto e che i nuovi modelli emergenti anche quando sono basati sull'economia monetaria possono farcela soltanto ponendosi al servizio dell'ecosistema dell'informazione e non più contando sulle posizioni acquisite. La moltiplicazione dei modelli è una tendenza precisa della rete. Gli editori possono imparare a muoversi in sincronia se imparano a fare ricerca. (Il riassunto è insufficiente: sarebbe meglio dare un'occhiata ai post originali linkati...).
- testi di riferimento
- idee guida
- blog di esperti
- siti di centri di ricerca
- analisi
- soluzioni di qualità
- casi esemplari di inchieste partecipate
- dibattiti
Ecco le primissime risposte:
Ciao Luca, qui trovi un compendio di innovatori nel campo:http://www.conversationagent.com/2010/01/5-sources-of-thinking-on-new-journalism.html
Ciao Luca:) Ho provato a dire cosa penso qui http://blinkenmedia.it/2010/01/11/a-favore-di-uninformazione-ecosostenible-alla-ricerca-di-nuovi-equilibri/
Servono
nuovi modelli di organizzazzione dell'informazione on-line. Più
democratici, più trasparenti, più equi e soprattutto remunerativi! Per
questo nascehttp://www.net1news.org
Ciao Luca
Storie di Milano città: http://www.giambellinotolstoi.it
ciao luca. Ti segnalo il mio blog: http://invisibile.135.it/
- Nasce nel 2002 con l'obiettivo di produrre, selezionare e diffondere informazione e comunicazione indipendente -
Secondo me questo pezzo del LA Times è un buon punto di partenza, è una ricerca più che altro che quoto in un post dopo.
http://www.latimes.com/business/la-fi-ct-newspapers11-2010jan11,0,2396176.story
Etico, Eco, Bio, Sostenibile: temi inflazionati a parole almeno quanto l'ipegno è disatteso nei fatti. Cerchiamo di parlarne in modo serio su http://www.greenternet.info
un insegnante che cerca di esprimere il proprio tempo con il
pensiero per far crescere il proprio e quello dei propri studenti
un insegnante che cerca di esprimere il proprio tempo con il pensiero per far crescere il proprio e quello dei propri studenti
IL SECOLO XXI
Approfondimenti, interviste, voci.
Per non perdere la bussola.
Il Secolo XXI è un esperimento informativo.
Una sfida in questa epoca di rovesciamenti sociali e culturali.
I nostri doveri ci sono chiari, essere onesti ai lettori e a noi
stessi, cominciare, scrivendo, a tessere le basi per una civiltà del
XXI secolo, dove i diritti umani e dei lavoratori, non siano l'unico
aspetto indebitamente archiviato dal secolo che ci siamo lasciati alle
spalle.
Ho raccolto un po' di testi online che contengono previsioni e tendenze per il 2010, e li ho condivisi online:
http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010 (previsioni "generiche", ovvero tutte quelle che non sono contenute nelle altre pagine)
http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010best (previsioni "migliori", auspicabilmente, perché sono frutto del lavoro degli analisti e degli esperti dei rispettivi settori)
http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010media (previsioni legate all'evoluzione dei media, sociali e non, e del giornalismo)
http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010pr (previsioni sull'evoluzione delle relazioni pubbliche)
Continuerò ad aggiornare le pagine, che vengono generate automaticamente, man mano che escono altre previsioni e tendenze.
Luca, sul potenziale di trasformazione dello storytelling la bibbia è questa: http://www.10000words.net/ Dentro ci trovi un sacco di esempi (post, infografiche, video...) - Paola Bonomo
Alcune riflessioni:
1. L'informazione di qualità ha valore e costa tempo o denaro. Il modo in cui viene pagata contribuisce a qualificarla: può pagarla il pubblico che compra un prodotto editoriale, la pubblicità che compra l'attenzione del pubblico, una comunità di sottoscrittori o uno stato che la finanzia. Oppure può essere regalata da brave persone molto informate che trovano la loro dimensione nel pubblico attivo. La soluzione del pubblico che paga il prodotto non è l'unica, ma è ottima - per l'informazione è comunque migliore di un modello basato solo sulla pubblicità che paga tutto - ma si realizza se il prodotto è davvero bellissimo;
2. L'ambiente che crea le condizioni per generare un prodotto editoriale davvero bellissimo è essenzialmente costruito da: a) editori che investono in ricerca, che amano la tecnologia e la capiscono, che corrono alla velocità della tecnologia, che inventano i modelli di business giusti; b) da giornalisti, autori, designer, grafici, che colgono le possibilità offerte dalla tecnologia e le interpretano bene;
3. La tecnologia è contemporaneamente una continua corsa al rialzo e alla popolarizzazione: non ci sono barriere all'entrata che durano per sempre; e la qualità, come la partecipazione del pubblico (anche attraverso il pagamento), si mantiene soltanto investendo continuamente nella qualità dei contenuti e nella tecnologia che li supporta.
Gli editori del futuro devono fare ricerca e sviluppo. Imho.
Che cos'è un magazine? Un giornale periodico? Un giornale che esce raramente? Ma è possibile a confronto con le possibilità offerte da internet? Certo che lo è.
Il problema fa ripensare al progetto di Panorama Online, nel 1995. Si tratta di capire le possibilità offerte dalla rete. Ma soprattutto, sopra ogni altra cosa, si tratta di discutere dell'identità di un giornale, di una redazione, di un pubblico. Monocle riesce a dichiararsi in modo molto forte da questo punto di vista. E non ha paura di essere troppo poco internettiano: lo è il suo giusto. Non è bello quel che è bello ma quel che piace. E l'Economist dimostra che una saggia relazione tra internet e periodico settimanale è assolutamente coltivabile.
Tutte cose note. Ma l'articolo sottolinea finalmente un punto importante: il tema non è il rapporto tra internet e la carta; il tema è il rapporto tra internet e il tempo dei lettori. Internet libera chi scrive dalle costrizioni industriali della carta e consente di scrivere direttamente sul tempo delle persone.
Tutto questo sdogana molte soluzioni che il conservatorismo editoriale e l'integralismo digitale sembravano escludere dieci anni fa. La varietà di soluzioni diverse è probabilmente la regola dello sviluppo dei giornali, d'ora in poi.
E intanto, aspettiamo un nuovo device, che potrebbe sollecitare proprio la fantasia di chi ha sempre lavorato con i periodici. Come dice Virginia: "The Apple tablet may or may not be a 10-inch iPhone; it may or may not appear in the spring; and it may or may not make pixelated magazines feel magaziney again. We'll see. A wishful demo of what Sports Illustrated would look like on a tablet computer can be found at "Sports Illustrated -- Tablet Demo 1.5" on YouTube".
- testi di riferimento
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- blog di esperti
- siti di centri di ricerca
- analisi
- soluzioni di qualità
- casi esemplari di inchieste partecipate
- dibattiti
Ci si tornerà in un giorno meno festaiolo, naturalmente. Ma proprio oggi, forse, era necessario fare un piccolo buon proposito...
Naturalmente, se hai già in mente una segnalazione e hai tempo, persino oggi... annotala nei commenti per favore...
Ecco le primissime risposte:
"MIRANO Community Network" - Laboratorio per l'informazione iperlocale: http://40xmirano.ning.com
Per quanto possa essere una segnalazione di nicchia, ci provo. Avrei il piacere di suggerire la lettura di alcuni blog in italiano in cui si scrive e si invita a riflettere su quello che accade nella blogosfera e nella società civile cinese.
Ivan Franceschini (da Pechino)
http://appunticinesi.blogspot.com/
http://appunticinesi.blog.unita.it
Tommaso Facchin
http://caracina.wordpress.com/
alcuni casi su bologna:
1) social network di ecologisti bolognesi http://recobo.ning.com
2) quotidiano collettivo online, con assemblee di redazione aperte al pubblico
http://www.zic.it/chi-siamo
qui c'è molta altra roba, anche in regione, volendo si potrebbe pensare a un report su tutta l'emila-romagna. se ti interessa mandami una mai che ne parliamo un attimo
- testi di riferimento
- idee guida
- blog di esperti
- siti di centri di ricerca
- analisi
- soluzioni di qualità
- casi esemplari di inchieste partecipate
- dibattiti
Ci si tornerà in un giorno meno festaiolo, naturalmente. Ma proprio oggi, forse, era necessario fare un piccolo buon proposito...
Naturalmente, se hai già in mente una segnalazione e hai tempo, persino oggi... annotala nei commenti per favore...
BUON ANNO!!!
Un tema tutto da sviluppare, anche in Italia, è quello dei visualizzatori di dati e notizie. Che parlano con i contenuti e con l'innovazione dell'interfaccia.
Ecco i cinque migliori visualizzatori dell'anno, secondo FlowingData. In ordine inverso di preferenza:
Photosynth, dei Microsoft Live Labs
The Jobless Rate for People Like You
OpenStreetMap: A Year of Edits
Protovis, del team di visualizzazione di Stanford
On the Origin of Species, di Ben Fry
Eccone cinque che si usano bene. Ovvi, ma utili:
Techmeme (aggregatore, motore e lavoro umano; tecnologia)
Mozzler (twitter based, personalizzabile; generalista)
News about news (aggregatore, lavoro umano; giornalismo)
Muck Rack (twitting journalists based; generalista)
Twitt(url)y (motore; generalista)
Ce ne sono molti altri da segnalare. Per esempio Technotizie.it.
Ministri comunica:
(..) Il Ministro dell'interno, Roberto Maroni, ha illustrato al Consiglio i contenuti di un disegno di legge che prevede disposizioni di contrasto alla diffusione di reati attraverso internet, con l'obiettivo di rimuovere dal web eventuali contenuti illeciti. A questo proposito il disegno di legge disporrà la costituzione, presso il Ministero dello sviluppo economico, di un gruppo di lavoro a cui parteciperanno rappresentanti dei fornitori di connettività e di servizi internet per elaborare un codice di autoregolamentazione teso ad evitare che contenuti illeciti vengano pubblicati su internet. Il provvedimento prevede anche disposizioni tese a modificare la disciplina in materia di riunioni pubbliche. L'esame del disegno di legge proseguirà nella prossima seduta del Consiglio. (...)"

Update: C'è un commento importante su Twitter: @lucadebiase luca è pubblicità salva lavoro per tanti colleghi del iht schizzinosi oggi a spasso domani temo
Una proposta straordinariamente assurda di abolizione del citizen journalism. E una risposta di Jay Rosen.
Della serie "il dibattito Murdoch, Google, De Benedetti": Massimo, Pierani, Asa, Penne digitali.
Twitter e social network: Dario, Microblogging. Dns di Google: Contino. Clima: Webvolution. Ecommerce: Mimmo.
Test di giornalismo: che cosa interessa di più alla cittadinanza?
1. Che gli editori, i tecnologi, i pubblicitari facciano tanti soldi e ne usino una parte per pagare lo stipendio a costosi giornalisti?
2. Che esistano giornali indipendenti che possano controllare il potere e dar forza a un'opinione pubblica democratica?
3. Che l'informazione sia diffusa in modo comodo e interessante; e sia prodotta raccogliendo i fatti e interpretandoli con metodo trasparente?
Se avete risposto 1, probabilmente lavorate in un'azienda del settore dei media. Se avete risposto 2 siete cittadini di straordinaria consapevolezza costituzionale. Se avete risposto 3 siete persone critiche e pratiche, consapevoli delle trasformazioni in atto.
Il dibattito prevalente negli ultimi tempi ha fatto finta di occuparsi del punto di vista 2 e in realtà si è concentrato sul punto di vista 1. Non è stato molto importante per le persone, di fatto interessate soprattutto al punto di vista 3.
Murdoch ha attaccato duramente Google negli ultimi tempi. Google ha risposto con coerenza. E finalmente Murdoch e Schmidt hanno scritto una parola chiara sul Wall Street Journal che può portare a una conclusione del loro confronto: ma dimenticano il centro della questione, cioè il rapporto tra autori e pubblico.
Murdoch, leader degli editori, ha cominciato ad attaccare quando ha perso il minimo garantito di pubblicità su MySpace che Google gli aveva pagato per qualche anno. Nel mezzo della crisi dell'editoria ha puntato molto intelligentemente su un'idea giusta: occorre trovare il modo per far pagare le notizie. L'idea è giusta perché nessun modello di giornalismo di qualità si può basare esclusivamente sulla pubblicità: un pubblico pagante è un pubblico più coinvolto. Naturalmente questo era un concetto importante per risollevare le sorti delle sue aziende editoriali. Per sostenerlo però ha detto di tutto. Anche se non ha fatto quasi nulla. In realtà, stava trattando. Per un po' di tempo se l'è presa soprattutto con Google, accusando il motore di ricerca di ogni nefandezza (essenzialmente di fare soldi con i contenuti degli altri). E ha persino detto, un po' scioccamente, di voler impedire a Google di trovare i suoi giornali online. Il suo errore concettuale è quello di pensare che il vecchio regime - nel quale il pubblico doveva necessariamente entrare nel suo territorio per accedere alle notizie - possa essere restaurato. Il suo obiettivo invece è chiaro: vuole un fatturato superiore ai costi. Il problema è come riuscirci? Sembra che pensi poco a innovare i prodotti e troppo agli accordi con i competitor. Questo è tipico degli editori. Ma non è sufficiente.
Google ha risposto che il suo ruolo è molto più costruttivo che parassitario. Il motore porta molto, moltissimo traffico. Naturalmente guadagna nel farlo. Ma fa anche guadagnare. A conti fatti, ciascuno può decidere per sé (restare o non restare ricercabile online): ma poiché quasi nessuno per ora si chiude a Google, una ragione ci sarà. Inoltre, Google ha messo a punto molte diverse modalità di accesso alle notizie, comprese alcune soluzioni per favorire il pagamento delle notizie. In quanto piattaforma di servizio e non compagnia editoriale, può porsi al servizio di qualunque soluzione gli editori vogliano sperimentare per trovare nello stesso tempo traffico per la pubblicità e pubblico pagante.
Murdoch pare abbia apprezzato questo approccio, quando finalmente l'ha capito. Può darsi che smetterà di minacciare di andare solo su Bing. E può darsi che la sua leadeship tra gli editori si manifesterà anche nella prossima fase della grande trattativa.
Ma il tema resterà aperto. Perché ci sono alcuni presupposti che rimangono indiscussi. E restano al centro della questione.
L'impostazione internettiana classica che Schmidt ribadisce è quella secondo la quale le notizie sono atomi di informazione (fondamentalmente pagine) e si possono valorizzare in molti modi: pubblicità, micropagamenti, abbonamenti... Tutto giusto, ma insufficiente.
L'impostazione editoriale classica è che un editore possiede le notizie perché paga chi le produce e quindi le vende in modo da generare un profitto. Giustamente Murdoch la ribadisce.
Il problema è che questi signori dimenticano che i giornali non sono somme di singoli articoli, e che la vita dei giornali e il senso dell'informazione non dipendono dai modelli di business e dalle piattaforme: dipendono dal rapporto tra chi scrive e chi legge.
Il rapporto di fiducia tra chi scrive e chi legge è fondato sull'esperienza che nel tempo si sedimenta tra loro.
Tradizionalmente, la fiducia si sintetizzava nelle testate giornalistiche. Un valore che non è pari alla somma degli articoli. Internet ha consentito mille modi per aggirare le barriere all'accesso delle singole informazioni contenute nelle testate. E ha sottolineato l'emergere di nuovi rapporti, più diretti, tra chi scrive e chi legge, ruoli che sempre più spesso si sovrappongono, perché si esprimono e si incontrano su diverse piattaforme, dai blog ai social network.
Questo ha consentito agli articoli di sviluppare una propria vita autonoma dalle testate, ma il fenomeno non ha distrutto il valore potenziale delle testate.
L'innovazione nella relazione tra autori e pubblico porterà certamente a una quantità di nuovi modelli di giornalismo, di business e di creazione di idee. E i giornali?
La ridefinizione del valore dei giornali dovrebbe partire dal valore delle testate come beni esperienza. Luogo di sintesi tra le attività editoriali, pubblicitarie e giornalistiche, saranno al centro del ripensamento dei giornali. Che sopravviveranno, molto probabilmente. Ma sopravviveranno bene o male a seconda della consapevolezza che gli editori e i pubblicitari riusciranno a coltivare sull'importanza della ricerca giornalistica di fatti e di interpretazioni al servizio del pubblico.
L'informazione diventa un sistema ben più ampio di quello gestito dai giornali. Riguarda gli autori indipendenti, il pubblico attivo, i gruppi di giornalisti e le aggregazioni di blogger. Riguarda le istituzioni che dànno informazioni. E riguarda i vari soggetti che fanno business su queste attività. Molti modelli sono destinati a coesistere. I giornali potrebbero restare importanti se saranno concepiti non come contenitori di singoli elementi di informazione, ma come organizzazioni culturalmente coerenti, metodologicamente trasparenti, capaci di contribuire all'interpretazione della realtà. Non vivranno senza un bilancio in ordine: ma il bilancio non potrà essere il loro scopo. Il punto di partenza è trovare un'identità nel grande sistema dell'informazione che ha bisogno anche di gruppi professionali dedicati alla generazione di senso. Lo strumento è economico. Lo scopo è culturale. Imho.
Il fatto è che Murdoch non è molto interessato alle dinamiche di internet. Ma al fatturato. Si dice che Murdoch abbia comprato MySpace sulla base della convinzione di avere un minimo garantito di raccolta pubblicitaria da Google (e allora sosteneva l'innovazione nella distribuzione di notizie online). Ma poi MySpace è andato a picco in confronto a Facebook. E Google ha chiuso il contratto che prevedeva il minimo garatito. Stranamente, solo allora Murdoch ha lanciato la sua crociata antiGoogle.
ps. ecco due passaggi via Jeff:
Murdoch 2005
We need to realize that the next generation of people accessing news and information, whether from newspapers or any other source, have a different set of expectations about the kind of news they will get, including when and how they will get it, where they will get it from, and who they will get it from....
The challenge, however, is to deliver that news in ways consumers want to receive it. Before we can apply our competitive advantages, we have to free our minds of our prejudices and predispositions, and start thinking like our newest consumers. In short, we have to answer this fundamental question: what do we - a bunch of digital immigrants -- need to do to be relevant to the digital natives?
Murdoch 2009
How can it be that the Internet offered so much promise and so little profit? I guess a lot of newspaper people were taken in by the game-changing gospel of the internet age. It was a new dawn, we were told. A new epoch, a new paradigm. And we just didn't get it.
Like an over-eager middle-aged dad, desperate to look cool, we ended up dancing obediently to other people's tunes. For a while. You can almost hear the music - an algorithm and blues soundtrack - accompanying the harbingers of the new economy with the new rules of the new age. Their rules.
These digital visionaries tell people like me that we just don't understand them. They talk about the wonders of the interconnected world, about the democratization of journalism. The news, they say, is viral now - that we should be grateful.
Well, I think all of us need to beware of geeks bearing gifts.
Non sarebbe un dibattito molto appassionante (e forse non lo è comunque) se non fosse per il fatto che la semplicità della questione viene continuamente complicata da confusioni di ruoli e di preoccupazioni tra editori e giornalisti. Inoltre, qualche eccezione alla regola c'è.
Sicché non mancano i motivi per tornare sull'argomento.
Gli editori non vendono le notizie ma il supporto che consente l'accesso alle notizie. Le notizie (o meglio i servizio di produrre le notizie) le vendono i giornalisti, di solito agli editori che poi fanno pagare l'accesso. Esistono editori che vendono le notizie (con il diritto di ripubblicarle): sono le agenzie. E gli editori che tentano di diventare agenzie per nuove forme di trasmissione delle notizie (siti di banche ecc ecc). Allo stesso modo esistono giornalisti che vendono il servizio di produzione delle notizie direttamente al pubblico (newsletter ecc ecc) o che costruiscono il loro "giornale" e lo fanno vivere di pubblicità (alcuni blogger specializzati ci sono riusciti eccome). In generale, però, la situazione standard è diversa. Può essere che sia proprio lo standard ad essere in crisi.
I giornalisti che si fanno imprenditori sono il tema di un pezzo interessante di Journalism. La questione è: possono i giornalisti-imprenditori mantenere ben chiara la distinzione tra i due ruoli? In altre parole: possono essere "indipendenti"? Forse è un falso problema: perché anche nell'editoria tradizionale i conflitti di interesse sono possibili e latenti. La questione è dunque come trasformare il livello di indipendenza in qualcosa di davvero riconoscibile, trasparente, dimostrabile. Non può essere impossibile.
La relazione degli editori con i motori di ricerca è altrettanto intricata. Il modello della pubblicità online che va per la maggiore è quello che tratta gli articoli come singoli item di informazione non necessariamente all'interno di un contenitore giornalistico: la pubblicità si aggrega di preferenza all'argomento dell'articolo non alla testata che lo ha pubblicato. D'altra parte la testata è una sorta di generatore di credibilità del quale il motore e la pubblicità hanno bisogno. Non per nulla Eric Pfanner ha l'impressione che Google e Murdoch abbiano bisogno l'uno dell'altro.
Intanto, nascono ogni giorno nuovi modelli. Demand Media paga una ventina di dollari a pezzo a chi risponde alle sue richieste di articoli che rivende in molti modi a diversissimi interlocutori che li vogliono comprare.
I modelli di business sono in movimento. La qualità necessaria è diversa a seconda dei contesti. Non è facile pensare che una soluzione standard sia possibile. E' sempre più chiaro che il nuovo sistema sarà la somma di tante soluzioni particolari. Tante.
Alla luce di questo, un pezzo di David Carr aiuta a rimettere in circolazione qualche speranza. I giovani che arrivano alla professione, sono da sempre carichi di voglia di "cambiare il mondo" raccontando la verità. E poi si smorzano nel corso della lunga trafila che li dovrebbe portare a lavorare nel giornalismo degli editori tradizionali. Ora, dice Carr, quegli stessi giovani hanno molti modi per sviluppare la loro voglia di contribuire e tutti gli strumenti che lo rendono possibile. Il futuro può essere duro per gli editori tradizionali. E per i giornalisti tradizionali. Ma non è necessariamente chiuso per i giovani. (David Carr su New York Times).
In fondo, è la stessa ricetta (cambiato quello che va cambiato) che fa il successo - senza apparente crisi - di Axel Springer per come l'ha raccontata Giuseppe Vita a VeniceSessions.
E' utile riconoscere la struttura degli articoli giornalistici. Il giornalismo è un lavoro artigiano. Si impara guardando i maestri che lo fanno. L'artigiano sa fare ma non sa dire che cosa sa fare (dice Sennett). Ma spesso si pensa alla ricerca delle informazioni, alla verifica, all'indipendenza di giudizio, alla coerenza nella linea editoriale. Meno spesso si dedica attenzione alla struttura degli articoli.
Il giornalismo non è programmaticamente letteratura autoriale. Il suo programma è di mettersi umilmente al servizio del pubblico. E la struttura standard dei pezzi serve a costruire un testo che sia facilmente leggibile, contenga tutte le informazioni rilevanti, abbia una linearità adatta alla lettura veloce.
Quella struttura, poi, può essere interpretata dal giornalista in modo personale. E allora l'articolo riconquista una sua autorialità. Ma soltanto dopo essere passato attraverso lo spirito di servizio.
Per questo vale la pena di riportare quanto suggerito da un vero maestro. E di leggere il pezzo dell'Ft.
Si moltiplicano i pezzi che riguardano le sperimentazioni degli editori di fronte alla crisi. Sta nascendo una nuova società che farà da piattaforma per la distribuzione dei magazine negli Stati Uniti (Observer). Molti si domandano che effetto avrà la rinuncia di Murdoch al traffico proveniente da Google: Hitwise. Altri editori comunque seguono il magnate australiano-americano (Bloomberg).
Quante reazioni al pezzo di Giuseppe sulla blogofera molle... A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d'uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l'avanguardia. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l'arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d'occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.
Aza riflette sui dati che riguardano il rapporto tra blog e social media in generale. Nessuno dei suddetti ripassa la crisi degli editori. Intanto, la privacy interessa al Gobbo e a Orientalia.
Non sta succedendo nulla di strano, dice Nichols, è solo un cambiamento di piattaforme. E come in passato occorre capire chi si prenderà l'impegno di sostenere il passaggio al nuovo modello. E conclude: il mercato sta uccidendo il giornalismo, non lo salveranno i privati. L'unica strada è l'intervento pubblico. (Uhmm. Sta di fatto che su The Nation c'è anche il bottone "donate").
Intanto, mentre proseguono i "dilemmi di Murdoch", è sempre online Problemi dell'Informazione: "ProInfo_3-2009.pdf".
Sta di fatto che un giornale generalista di una città globale può essere costretto a scegliere. Non può certo parlare in modo mediamente competente (o incompetente) di tutto. Come diceva Dave Winer fin dal 2002, lanciando la sua scommessa (che avrebbe poi vinto) sulla prevalenza dei blog competenti sui giornali generalisti (in Giornalisti innovatori).
I luoghi informativi generalisti sono necessari per fare comunità in un territorio ampio e complesso. Ma le persone critiche e attive vogliono informazioni credibili generate da autori competenti. L'argomento meriterebbe una riflessione: come mettere insieme specializzazioni inclusive e aggregatori di qualità.
Fcc apre un sito per sviluppare i principi da applicare in nome della net neutrality.
Parte una consultazione per comprendere le conseguenze delle nanotecnologie e diffondere la consapevolezza dei reali rischi.
Non ci sono prove della pericolosità dell'esposizione alle radiofrequenze. Le Monde, che si era allarmato in passato, fa un passo indietro.
Pare che il governo francese pagherà un po' di soldi per la formazione dei giornalisti che devono imparare a lavorare sul web... Uhmmm...
I finlandesi dichiarano che internet è un diritto fondamentale del cittadino. (Dario)
Techno Sensors
Apple va verso un decimo del mercato americano, ma in Europa resta sotto un ventesimo del mercato, nei personal computer.
In attesa di provare Google Wave si possono leggere pezzi ingenuamente interessanti sull'argomento. E pezzi più interessanti senza ingenuità.
Social Sensors
Huffington Post testa in diretta l'efficacia dei titoli e li aggiusta in funzione del gradimento dei lettori.
Non tutti i medici segnalano alle autorità i cittadini privi di permesso di soggiorno. (Metilparaben)
I polli di Renzo si beccavano tra loro mentre venivano portati all'Azzeccagarbugli... (Niente)
Il Guardian ha dato notizia della cosa sul sito, senza fare i nomi. E dicendo che non poteva farli per un cavillo. I blogger si sono scatenati e hanno cercato la soluzione, arrivando in poco tempo attraverso una fattiva collaborazione a pubblicare i nomi: Trafigura, l'azienda, Carter Ruck, lo studio legale.
La blogosfera britannica si è tanto riempita di questi nomi che Trafigura e Carter Ruck hanno accettato che si parlasse esplicitamente di loro anche sul Guardian.
I blogger che collaborano per trovare fatti. In armonia con il giornale professionale. Allo scopo comune di far venire fuori quello che sta succedendo. Niente male davvero!
Le persone che usano internet più o meno tutti i giorni tra i 15 e i 55 sono 16 milioni in Italia. La metà delle persone di quell'età. Sono quasi tutti diplomati e laureati. Gli altri? Incrociando con il Censis, si può supporre che sono quelli che vedono solo la tv.
Quattro internettari su cinque usano la rete per le notizie. Solo uno su quattro usa i quotidiani di carta. E molti internettari dicono che da quando usano internet per le notizie usano meno i quotidiani. Tanto che Mario Calabresi dice che si dovrebbe accendere un cero per quelli che comprano il quotidiano in edicola.
Naturalmente ho citato la conversazione di ieri e un passaggio che ne è emerso. Ho cercato di dire che non siamo più nell'epoca delle previsioni ma dei fatti: sta veramente succedendo quello che si poteva immaginare già dieci anni fa. Ma è ingiusto vedere soltanto con preoccupazione una trasformazione così profonda. Che cosa c'è da difendere? Il pubblico sta dicendo che è ora di cambiare. E molti giornalisti sono d'accordo: lo si è visto proprio al convegno dell'Ordine. Chi ha paura ed è particolarmente lento a reagire è probabilmente il sistema degli editori, ma anche loro si stanno finalmente muovendo. Ho cercato di parlare del fatto che diversissimi modelli di business fioriranno, che si può scommettere su nuove forme di pagamento per il lavoro giornalistico professionale, purché si ridefinisca come ricerca (con tanto di metodo, umiltà, spirito di servizio). Il punto di partenza è l'armonizzazione del rapporto con il pubblico attivo, il passaggio dalla gerarchia alla rete, dalla linearità alla complessità. I giornalisti sono chiamati a rinnovare il loro mestiere. E lo faranno. Mentre intanto nasceranno nuovi modelli di business e i vecchi che ce la faranno si rinnoveranno. Non è tanto difficile. E' molto probabile che succeda. E quindi è il momento di concentrarsi a migliorare il nostro lavoro. (Non ripeto quello che ho detto. Casomai, lo farò prossimamente...).
Intanto, da queste parti si discute di:
Le Monde, Le Figaro, Médiapart
Giornali da non credere
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De Benedetti pensi a trovare un modello di business online funzionante e smetta di pensare a trasferimenti dallo Stato che tanto gratta gratta sempre quello vogliono i nostri imprenditori. Perché, la butto lì, il gruppo l'Espresso non è capace di entrare nel mercato delle ADSL? Scommetto che se domani arriva a una quota rilevante di mercato poi non ha più voglia di cederne un po' all'Eco di Bergamo o al Manifesto.
La verità vera (ci ho scritto un capitolo intero) è che i giornali perdono dagli anni '60 ininterrottamente e Internet ha rappresentato al massimo un'accelerazione. Quindi pensassero a rifondarsi riprendendo a guardare ad essere leali verso i lettori e non solo ai politici e agli sponsor...
Visto che ho appreso questa sorprendente notizia dal blog di De Biase e non dal sito del Sole 24 Ore, mi chiedo a chi dovrebbe andare la quota del prezzo dell'ADSL.
Una sorta di canone Rai versione web. E' autoevidente che i provider si rifarebbero dell'intera quota sull'utenza, così come ha fatto Murdoch con l'aumento dell'Iva a Sky. Ci troveremmo quindi a pagare una percentuale in più per un servizio non richiesto: io, per esempio, i quotidiani ITALIANI online (mi peerdoni il buon Luca) li clicco sì e no una volta ogni tanto. Se in cambio mi chiedessero un centesimo, smetterei di cliccarli del tutto. Con la coscienza totalmente pulita. Già pagare il canone Rai mi fa girare gli zebedei, per gli evidenti motivi che tutti sappiamo, pure quast'altro balzello devo aspettarmi? Poi, si spalancherebbe un portone dove, a buona ragione, chiederebbero di passare le majors discografiche e musicali, i produttori di videogames, le case di software. E perché no, i produttori di materiale porno che sono un traino ben più forte delle news di De Benedetti?
Alla fine della giostra, quanto verrebbe a costare una connessione Adsl? Torneremmo tutti al doppino a 56k. Il che, magari, scopriremmo essere pure un bene: si tornerebbe a considerare Internet come un servizio utile, da sfruttare solo quando serve.
Ho sentito che i sindaci delle principali località balneari,letta la brillante proposta dell'Ingegnere, pretendono ora che Società Autostrade, Trenitalia, Alitalia, oltre che ad IP, Erg ecc. gli destinino una quota dei ricavi poichè evidentemente guadagnano sulla gente che deicide di andare al mare e sul lavoro degli abitanti della costa...Da come parla De Benedetti sembra che i tre milioni di visitatori unici che quotidianamente finiscono su Repubblica.it rappresentino un problema e non un'opportunità.
Le fonti di quel 30%?
E comunque: tassare gli utenti di un'infrastruttura per sovvenzionare servizi che non riescono ad utilizzare con profitto l'infrastruttura stessa ai danni dei servizi che invece ci riescono?
mi sembra una provocazione, piu' che una idea... ci sono modelli di business alternativi molto piu' onesti e coerenti con il rapporto valore generato -- utenza.
per esempio, perche' non fare pagare il giornale con una subscription fee ragionevole, differenzaiando l'offerta tra versione a pagamento e versione gratuita. banalita'?
Del resto, non e' vero che il pubblico su internet dirotta sempre verso la soluzione A GRATIS. qualita' e serieta' del servizio offerto vengono sempre ricompensate. ma questi estimatori del libero mercato fanno orecchio da mercante (sovvenzionato)
Ha senso quello che dice De Benedetti. Certo, l'equazione: giornali stampati-giornali resi = lettori migrati su internet, mi sembra un po' forzata, e sicuramente dovrebbe tener conto di variabili e parametri che la rendano più complessa... Un dubbio, però, mi viene spontaneo; da uomo della strada: visto che l'Adsl consente di scroccare senza dover andare fino all'edicola, e quindi si configura come un servizio da far pagare all'utente finale, non è che i 20 euro (in media) attuali lieviteranno di quella quantità tale che tlc, o chi altri nel mercato, non vorranno accollarsi? Poi: a quel punto, i quotidiani saranno soltanto gratuiti (introiti da adsl + pubblicità), e tutti si metteranno a fare i quotidiani on-line... Tutti. La qualità? Certo, i peggiori siti d'informazione avranno un traffico scarso che non ne giustificherà la presenza, ma sarà comunque un far west...
Quella di De Benedetti mi sembra una soluzione con la quale fare soldini facili e immediati per recuperare quello che si sta perdendo con il pauroso calo di pubblicità. La soluzione, invece, andrebbe trovata negli investimenti in innovazione.
Mi chiedo, ancora: come verranno divisi questi soldini? Saranno dati soltanto ai giornali e alle televisioni ? - perché le tv non dovrebbero pretenderli? - E un bloger ne avrebbe diritto, visto che lo stato pretende una registrazione presso il tribunale della sua attività di informazione? Non si ribellerà qualunque altra attività, quel 70%, che su internet genera traffico? Youtube che male ha fatto...? Allora si procederà a una suddivisione dei proventi (tassa?) adsl proporzionale al traffico generato?
Come tu dici, andrebbero premiate le idee virtuose; gli imprenditori che investono in innovazione. La carta sono alberi tagliati... I quotidiani, a pagamento o free press, sono un costo sociale non da poco per quanto riguarda smaltimento ed eco-danni. Il loro posto è davvero solo su internet, visto che c'è la tecnologia e gli unici dati di aumento di pubblicità riguardano...
Allora incentiviamo questo passaggio epocale (con soldi pubblici e varie tassine...) trovando soluzioni tecnologiche che coinvolgono tutti i nuovi supporti mediatici, e per chi non ci capisce un'acca di internet ed è in ritardo sulle nuove tecnologie, utilizzando la televisione (Ormai a 42, 50 e passa pollici, al plasma e altri schermi, che anche un 90enne può leggere agevolmente... Magari, utilizzando un semplice telecomando a 3 pulsanti e basta...). Il televideo ha fatto epoca.
Basta soldi facili, ma idee idee vincenti ed ecosostenibili. Allora sono disposto a dare, direttamente o indirettamente, anche più di 2 euro dei miei soldi per essere informato (se la qualità non cala...).
Ah ah sono veramente alla frutta! ;)
Lo 0.1% della mia ADSL a te, Luca, che mi hai portato a conoscenza di questa notizia! Ah ah!
E lo 0.1% a twitter dove l'ho vista per la prima volta. Ah Ah!
E lo 0.01% twitter lo gira al tuo account twitter poiche' l'hai scritta tu su twitter. Ah Ah!
Ma in realta' io ho letto il tuo twitter del commento fatto da Gennaro e un 0.001% lo voglio dare anche a lui perche' in fin dei conti il pensiero originale l'ha avuto lui mentre il Sole24Ore non ha fatto altro che ricopiare una agenzia di stampa ... Ah ah!
Ah ... io uso una connessione ad Internet (diritto all'accesso all'informazione come diritto basico!) offerta gratuitamente dal comune, quindi io tecnicamente pago 0 euro.
Beh 0.1% di 0 e', se non erro, 0 euro. E via zerando ... ;)
Ah ah ah
Ok. Ok. Idea attaccabilissima. Addirittura risibile, come suggerisce bene il commento di Paolo. Una sola considerazione a favore: ad oggi e da sempre gli unici che guadagnano veramente sono i carrier che sfruttanoo il traffico generato esclusivamente da contenuti di terzi. Che gli editori tradizionali siano risibili nel loro tentativo di sopravvivere, dopo sottovalutato se non addirittura contato sul fattore "kill the cat" stile minitel, è indubbio. Che non sia più possibile che migliaia di editori online siano strozzati nel vuoto del "gratis" e debbano sottostare ai ricatti di Google Adds è una dato incontrovertibile.
Siamo poi così certi che un meccanismo come quello della famigerata SIAE, certo rivisitato per l'occasione, e, appunto, finanziato dai carrier non potrebbe essere un aiuto credibile?
My 2 cents.












By emilio raiteri on September 24, 2009 5:58 PM
Ho sentito che i sindaci delle principali località balneari,letta la brillante proposta dell'Ingegnere, pretendono ora che Società Autostrade, Trenitalia, Alitalia, oltre che ad IP, Erg ecc. gli destinino una quota dei ricavi poichè evidentemente guadagnano sulla gente che deicide di andare al mare e sul lavoro degli abitanti della costa...


E' quello che penso anche io, e che ho riportanto in una nota anche quì pubblicata. Un blogger con un elevato traffico di contatti (visto anche che lo stato vorrebbe che la sua attività d'informazione venisse registrata, alla pari di una testata, al tribunale...) non potrebbe pretendere di avere una giusta quota dei proventi (tassa?) sull'Adsl?


ottimo. allora visto che io cliccando sui siti dei quotidiani genero revenue per loro, in base a questa logica (parola grossa) voglio anch'io la mia parte di grana ;) - vanz
Non basterà. Se in Italia ci sono 13 milioni di connessioni ad alta velocità che costano in media 20 euro al mese quanto ne vogliamo dare ai giornali (mica pure alle televisioni, spero)? Un euro al mese sono 13 milioni al mese. Due euro sono 26 milioni. Più di due è difficile.
Perché? Vado alla cieca: quale può essere il punto di riferimento? Un'idea può essere questa: quanti lettori smettono di pagare per il giornale di carta e passano a una fruizione totalmente online e gratuita?
Diffidate dei conti che sto per fare. Perché non sono un editore e non ho i numeri che servono, ma posso fare un ragionamento spannometrico. Su 6 milioni di circa 5 anni fa, oggi le copie vendute sono un po' più di 5 milioni e supponendo che siano tutte di persone andate su internet significano 30 milioni in meno al mese per il totale del costo dei giornali, ma per gli editori a voler essere generosi 20 milioni in meno al mese (togliendo la quota di edicola ecc). Insomma, due euro al mese di adsl più pareggiano la perdita dovuta a internet.
Non bastano perché gli editori non sanno far fruttare il web come la carta per la raccolta pubblicitaria online. Ma questo non è un problema dei lettori (quelli che attraverso l'adsl dovrebbero pagare per i giornali). Potrebbe essere un problema delle tlc? Allora queste dovrebbero pagare una quota aggiuntiva di altri due euro (togliendole dai loro utili) per compensare quella perdita? Sarebbero altri 26 milioni di euro al mese. Bastano? Forse per ora, ma certamente non per il futuro, a meno che gli editori non si sbrighino a rimettere in piedi il loro business, trovando molti nuovi modelli di redditività. Come diceva Shirky.
La spannometria può avermi indotto in errori grossolani. Ma c'è un altro elemento da tenere in considerazione.
Quel presunto 30% del traffico - uhmmm - che viene generato da siti di quotidiani e televisioni è anche il destinatario di quei soldi derivanti dall'Adsl? Come vengono ripartiti quei soldi? Tutto via Audiweb? Solo per gli editori che pagano il servizio? E se è solo l'Audiweb a contare per avere quei soldi, valgono anche i calendari che arricchiscono di traffico anche i siti dei quotidiani? O soltanto gli editoriali e le notizie? Se vale solo l'Audiweb come facciamo a non far scadere la qualità in una rincorsa al traffico simile a quella della tv (a proposito: sicuri che anche le tv commerciali non vorranno la loro fetta?). Gli editori dei giornali di qualità, sono sicuri di poter reggere la concorrenza dei giornali orientati soltanto a fare traffico?
Sicuramente la proposta di De Benedetti è interessante. E interesserà. Ma non risolve. Occorre urgentemente trasformare gli editori in aziende innovative, capaci di fare ricerca, sperimentare, sbagliare, investire nella qualità, investire nella tecnologia, assumere giovani...
Tutto questo, riguarda gli editori. E non essendolo, sono forse uscito dal posto dove dovrei essere come giornalista. Ma la passione, talvolta, fa strabordare.
Clay Shirky: Let a thousand flowers bloom to replace newspapers; don't build a paywall around a public good
Nel frattempo arriva questa idea di Post-media publishing che conferma un'idea anticipata qui.
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La discussione continua su:
Shirky e gli editori
Le Monde, Le Figaro, Médiapart
Il giornalismo migliora (secondo i giornalisti)
Giornali da non credere
Tutti parlano di FastFlip
Il problema è chiaro
Intanto, l'audience in calo dell'informazione troppo gerarchizzata si dimostra da sola
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Shirky dice che non c'è proprio niente di bello nell'osservare che molti giornali sono destinati a chiudere. Gli utopisti che vedono nell'informazione spontanea della rete la soluzione a ogni problema, dice Shirky, hanno torto. I giornali tradizionali hanno reso possibile almeno un po' di giornalismo affidabile e la loro scomparsa lo mette a rischio.
La crisi dei giornali tradizionali, però, è strutturale. In passato, i giornali controllavano il business e potevano imporre prezzi molto alti ai lettori e agli inserzionisti pubblicitari. Questo è terminato. Il resoconto di David e Ethan a questo proposito è supergodibile.
Il problema è che la scomparsa dei giornali lascia le comunità prive di un contropotere informativo che, in qualche caso, aveva funzionato. Qualche giornale sopravviverà. Qualcuno farà esperimenti. Qualche nuovo modello emergerà. Si vedranno i risultati. Ma è chiaro che ci saranno meno giornali tradizionali.
Il problema conseguente è come accelerare l'emergere di nuove forme di giornalismo affidabile per aiutare le comunità a disporre di informazioni in grado di equilibrare e controllare il potere. Tutti da leggere, si diceva, i resoconti citati.
Aggiungerei che ci sono due argomenti intrecciati:
1. che cosa devono fare i giornalisti e tutti coloro che vogliono contribuire all'informazione seguendo un metodo di ricerca condiviso
2. che cosa devono fare gli editori attuali e quelli potenziali.
I due argomenti sono intrecciati ma si possono affrontare meglio se si vedono separatamente.
L'attività degli informatori è quella di cercare e sperimentare ogni possibilità di utilizzo dei mezzi allo scopo di scoprire, criticare, trasmettere l'informazione. Cercando di volta in volta di puntare sulla qualità della ricerca, sulla qualità del servizio, sul piacere di fruire delle loro opere. Il loro tema è proporre l'informazione in modalità che possano essere adottate dalle reti sociali. Nulla più si impone: tutto si propone sperando che sia adottato. Tutto questo significa che il lavoro di ricerca e racconto dei fatti deve migliorare drasticamente. Senza questa condizione non c'è nulla altro da dire.
L'attività degli imprenditori e delle organizzazioni che svilupperanno i modelli di business e di sostenibilità economica. Tutte le soluzioni saranno tentate. Solo alcune ce la faranno. Sottoscrizioni, carte prepagate, sostegno alle inchieste in forma volontaria da parte delle comunità... E nuove forme di pubblicità, orientata al servizio o addirittura alla vendita...
Intanto, con ogni probabilità, il ruolo del pubblico attivo crescerà. Alcune iniziative individuali o di gruppo diventeranno in un certo senso "giornali" ed "editori" alternativi a quelli tradizionali. Già ora si vede che è così soprattutto in alcuni settori come l'informazione sulla tecnologia.
In generale, non è possibile sapere che cosa funzionerà nel lungo termine. Sappiamo anche che molti editori tradizionali riusciranno a stare in piedi. Qualche volta con l'aiuto dei governi. Qualche altra volta con le proprie gambe. E questo sarà un bene. Perché comunque, grazie al pubblico attivo, agiranno in un contesto molto più esigente. Che esigerà una qualche forma di qualità.
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La discussione continua su:
Le Monde, Le Figaro, Médiapart
Il giornalismo migliora (secondo i giornalisti)
Giornali da non credere
Tutti parlano di FastFlip
Il problema è chiaro
Intanto, l'audience in calo dell'informazione troppo gerarchizzata si dimostra da sola
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Credo che sia finita la discussione sulla fine dei giornali. E che sia ora di parlare di transizione. I giornalisti e chi fa informazione vanno avanti. Casomai quelli che sviluppano i modelli di business si devono inventare una quantità di nuove idee. Nessuna formula generale. Tante sperimentazioni. Ma alla fine un dato chiaro: di informazione c'è bisogno e tutti i modi per condividerla sono utili. La sofferenza della transizione è anche la sorpresa possibile di vedere come le gerarchie tradizionali possono essere messe in discussione.
Per fare ordine, il tema si può articolare così.
Un giornale è fatto da persone organizzate per produrre informazione. Il pubblico attivo che lo adotta dà al giornale il suo senso. L'imprenditore tenta di renderlo sostenibile ed indipendente economicamente. Il tutto si sintetizza nella linea editoriale, che è una promessa alla quale chi fa l'informazione e chi vende l'accesso all'informazione si attengono per dichiarare al pubblico che cosa faranno. Si può essere laici sulla linea editoriale, ma non sulla coerenza alla promessa. Questo genere di semplici regole sono un po' saltate nel tempo recente. Ma la rete sta costringendo un po' tutti a recuperarle. Pena perdita di audience, lettori, ascoltatori. Che in quanto persone vanno a informarsi altrove.
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La discussione continua su:
Giornali da non credere
Tutti parlano di FastFlip
Il problema è chiaro
Intanto, l'audience in calo dell'informazione troppo gerarchizzata si dimostra da sola
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Ovviamente le cose sono collegate. Ma è sempre utile sapere chi dovrebbe fare cosa... Imho.
Intanto, questo tema è sempre acceso:
Giornali da non credere
Giornali online a pagamento
Quale pubblicità online è apprezzata
Per David Carr è sempre più ingiusto considerare Google come un parassita dell'editoria. Del resto, qualunque parassita che uccida il suo ospite deve evolvere in una forma meno pericolosa o rischia egli stesso di soccombere...
(update: in Italia, non ci sono accordi del genere, per ora, si direbbe. Ma resta il tema Fiegoogle)
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A proposito di parlare. Continuano le conversazioni su:
Immigrazione in Veneto, dati e interpretazioni
Vrm, il potere ai consumatori
Bizarre, i giornali di carta e online che non vanno come previsto
Con i soldi degli altri, le informazioni proposte da Gallino
Gentiloni e internet, un riassunto veloce
Gian Arturo Ferrari, il capo dei libri Mondadori è duro su internet
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Gli americani per lo meno cercano numeri per comprendere meglio le loro impressioni. A noi restano solo le impressioni.
The newspapers tend to be located in smaller, often rural markets; online-only subscriptions are typically priced at a substantial discount to the print edition (in general, about 75 percent of what the print product costs); where numbers are available, the number of online subscribers is still a tiny percentage of their print counterparts (less than 5 percent); and many of these papers say they began charging not so much to make money online, but rather to protect sales of their print editions.
"MIRANO Community Network" - Laboratorio per l'informazione iperlocale:http://40xmirano.ning.com
> By Gianluigi on December 31, 2009 6:03 PM
Per quanto possa essere una segnalazione di nicchia, ci provo. Avrei il piacere di suggerire la lettura di alcuni blog in italiano in cui si scrive e si invita a riflettere su quello che accade nella blogosfera e nella società civile cinese.
Ivan Franceschini (da Pechino)
http://appunticinesi.blogspot.com/
http://appunticinesi.blog.unita.it
Tommaso Facchin
http://caracina.wordpress.com/
alcuni casi su bologna:
1) social network di ecologisti bolognesi http://recobo.ning.com
2) quotidiano collettivo online, con assemblee di redazione aperte al pubblico
http://www.zic.it/chi-siamo
qui c'è molta altra roba, anche in regione, volendo si potrebbe pensare a un report su tutta l'emila-romagna. se ti interessa mandami una mai che ne parliamo un attimo