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Corso di hacking per giornalisti

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Cory Doctorow segnala la nascita di un corso pensato per giornalisti che vogliono conoscere le tecniche di ricerca e sperimentazione digitale.

Riflessione. Le redazioni erano fatte di competenze testuali e grafiche. Ora quelle competenze cambiano. Su tre grandi linee evolutive: narrazione, design, software.

A queste competenze contenutistiche, poi, Jeff Jarvis suggerisce di aggiungere quelle "imprenditoriali". O almeno propone un corso per giornalisti che vogliano acquisirle.

Wikileaks e trasparenza

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Da quando Wikileaks ha pubblicato i documenti sull'Afghanistan insieme a Spiegel, Guardian e New York Times, una grande discussione si è sviluppata intorno alle questioni fondamentali della trasparenza e della qualità dell'informazione in rete. Ne ho scritto. Ho visto Assange. Ne devo riscrivere. (Tutti i suggerimenti sono bene accetti e per questo trascrivo questi appunti qui).

C'è un'inevitabile grande complessità. Non credo se ne possa uscire. Ma credo che si possa evitare almeno che la complessità sia usata da chi usa la confusione come paradossale strumento retorico.

Penso che si debbano distinguere tre temi:
1. funzionamento del sistema dell'informazione
2. confronto tra vecchi e nuovi poteri
3. temi di principio

1. Nell'informazione ci sono da sempre diversi ruoli. Chi ha documenti, chi fa conoscere documenti, chi fa verifiche, chi scrive e comunica... E molti altri. Un insieme enormemente problematico. Sarebbe bello che ci fossero metodi di ricerca dell'informazione condivisi che consentono a tutti di verificare quello che si scopre per arrivare a conoscenze comuni sulle quali poi costruire le opinioni. C'è anche questo, in un mare magnum molto più composito. Sarebbe bello che questa dimensione delle informazioni verificabili e solide, sostenute da un metodo condiviso, potesse essere sempre più ampia. Il confronto tra chi serve la società portando informazioni solide e verificabili e chi aggiunge informazioni non verificabili c'è e continuerà. La rete in questo aiuta entrambe le attività. Ma il risultato socialmente migliore emergerà dalla simbiosi tra tutti i soggetti che fanno informazione con metodo condiviso, su qualunque mezzo agiscano. Il caso della collaborazione tra Wikileaks e giornali è stato un esempio positivo. Esiste una pratica e una strategia che possano portare avanti l'informazione di qualità e aumentare la dimensione del metodo condiviso?

2. Nei confronti di potere la trasparenza è garanzia di accountability. Ma è chiaro che non c'è solo il potere trasparente. E il confronto tra i poteri si gioca sia nella dimensione della trasparenza che in quella della segretezza. Per Lessig, per esempio, questo è un fatto non necessariamente negativo. In ogni caso, queste dimensioni del potere, occulte e trasparenti, ci sono e ci saranno sempre. Anche nel sistema dell'informazione (chi ha documenti, chi li pubblica, ecc...) ci sono poteri in parte occulti e in parte trasparenti. E' possibile migliorare questa situazione?

3. I principi possono avere la funzione intellettuale dell'utopia, la funzione operativa dell'idelogia, la funzione giuridica dell'interpretazione delle regole, la funzione manipolatoria di chi li usa per uno scopo diverso da quello per cui erano nati. Il confronto tra queste tensioni, nelle questioni di principio c'è sempre stato. E continuerà. Si può fare crescere un sistema di conversazioni che sappiano aiutarci a distinguere tra le diverse forme con le quali appaiono i principi?

Queste domande sono sotto i nostri occhi ogni giorno. E sappiamo che non hanno risposta univoca. E' l'azione, inventiva, creativa, necessariamente limitata, che genera nei fatti la maggior parte delle risposte che la storia ci offre. Ma possiamo imparare a navigare in questo mare di idee, rimandi, link, problemi e azioni... Non è la rete a risolvere il problema: la rete è un luogo dell'esperienza dal quale possiamo trarre capacità di navigazione in questa dimensione...

Cosmo, siamo davvero tutti una rete

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Gli amici in rete si sono accorti che il 4 settembre, in prima serata, andrà in onda Cosmo, un programma televisivo realizzato da Gregorio Paolini e la sua Hangar per RaiTre. Ne sarò il conduttore. (Grazie a Mante, Michele, Dario... e poi a Idenditag e a tanti tanti amici che ne hanno scritto in mail, twitter, facebook...).

Per uno che si mantiene agli studi lavorando nella carta stampata e nel web, partecipare alla realizzazione di una trasmissione tv è un'esperienza istruttiva (e grazie al Sole 24 Ore che mi consente di fare anche questo). Ne avevo scritto un paio di note. Ma forse vale la pena di condividere qualche altra impressione.

La prima impressione è la clamorosa qualità del lavoro di Hangar. Decine di persone si attivavano come un coro supercoordinato nello studio, alternando la frenesia dei movimenti tra una scena e l'altra, e il silenzio immobile dei momenti durante i quali si girava. E governando le dodici telecamere e fotocamere ad alta definizione, le luci, i suoni, gestendo ogni minimo dettaglio. Sembrava un set cinematografico. Il regista, il capo delle macchine, il produttore, gli autori, gli architetti erano tutti in scena insieme agli operatori. Di certo, qualunque valore abbia avuto quanto è stato detto dal conduttore e dai protagonisti della trasmissione - il chimico Dario Bressanini, le giornaliste scientifiche Alessandra Viola, Elisabetta Curzel e Silvia Bencivelli, la documentarista Chiara Cetorelli, la bioeticista Chiara Lalli e il tecnologo Ricardo Meggiato - insomma, qualunque cosa abbiamo detto, sappiamo che è stata registrata bene...

Il tentativo di raccontare l'attualità della ricerca scientifica in una forma di magazine è altrettanto sorprendente. La struttura narrativa è veloce e molto varia. Potrebbe forse apparire persino troppo varia se non fosse che la televisione evidentemente vive più di ritmo e di immagini che di ragionamenti e di parole. Da questo punto di vista, il giornalista della carta stampata può soffrire: oppure adattarsi, sorridendo alla sorpresa che la vita gli ha riservato mettendolo in quella situazione. Ma alla fine, si scopre che anche nella trasmissione televisiva il ragionamento e le parole sono importanti perché sono i pilastri della struttura, che senza non starebbe in piedi, anche se non li mette in mostra. Su questo c'è da riflettere.

Il testo è in effetti frutto di un lavoro collettivo nel quale ogni parola ha almeno tre o quattro genitori. Difficile trovare un'analogia con il lavoro di un giornale. Ancora una volta, si direbbe piuttosto che l'analogia migliore sia quella che si può fare con il cinema. Anche se è un cinema di episodi e documentari strutturati a magazine.

Il contenuto è organizzato sull'idea di fondo che mi sembra decisiva e alla quale un po' ho partecipato: come possiamo descrivere le conseguenze di quello che stiamo scoprendo dal punto di vista scientifico e tecnologico sulla vita futura dei ragazzi e dei bambini di oggi? Le risposte che sono state trovate non sono affette da fideismo nella scienza e nella tecnologia, ma derivano da una sola certezza: il futuro è quello che stiamo costruendo.

Grande impegno per i servizi: poco o nulla è stato comprato dalle agenzie e dai network internazionali. Quasi tutto è stato realizzato dagli autori, dai giovani scienziati e giornalisti, e dai videomaker indipendenti. E' un'apertura alla produzione e alla creatività dei giovani che la televisione si è consentita. Ed è una grande innovazione ancora una volta strutturale.

Il risultato finale non lo conosco. Non l'ho visto ancora. Spero sia buono. Aspettative troppo alte sono sempre un problema. Spero davvero che non siano più alte del risultato...

L'unica cosa che so è che tutti ce l'hanno messa tutta. Con una rinfrescante dose di umiltà di fronte alla conoscenza e rispetto nei confronti del pubblico.

Un evento unico. Vedremo se, una volta visto, saremo tanto ben impressionati da augurarci che si ripeta...


Due approcci al futuro delle news

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Come non leggere con attenzione questa dicotomia tra le due scuole di pensiero che Stijn Debrouwere vede nella valutazione su quanto sta accadendo al giornalismo?


  • "The old school reads about the current state of journalism in their union newsletter, while youngsters are browsing the Nieman Journalism Lab.
  • The old school complains about how we're not covering justice and national politics the way we used to, while a new generation is upset that so many journalists look down on regional and local news. So much potential in hyperlocal.
  • The old school is shocked when a journalist takes sides, while most of us will nod when Jay Rosen says that it's only fair for journalists to be transparent about where they come from, rather than faking objectivity and pretending to be neutral when they're not.
  • The old school laments the decline of investigative journalism, while the new school is thinking up new ways to hold people in power accountable, and to catch them when they're lying.
  • The old school would wish the government intervenes to support quality journalism, whereas we'd rather win the support of our fellow citizens through Spot.Us and Kickstarter.
  • The old school regularly reminds us that our readers are stupid, whereas the internet generation knows that our obsessive focus on breaking news is hardly congenial to people who wish to understand the broader issues facing our society.
  • The old school thinks good journalism is dying. The new school thinks news has become a commodity.
  • The old school will cite Thomas Jefferson (not Benjamin Franklin as I mentioned earlier), who said "were it left to me to decide whether we should have a government without newspapers or newspapers without a government, I should not hesitate for a moment to prefer the latter" -- younger journalists, instead, will wonder whether newspapers still have an important role to play in society, whether they can make or break politicians now that so few people still trust the press.
  • The old school just wishes there was more money to go round, whereas those new to the newsroom doubt if money would solve anything. They've seen their bosses throw money out of the window; they know we fail to act on lucrative opportunities time and again."

Giornalismo delle cartine

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Bbc fa una pagina in cui si vedono le dimensioni geografiche coinvolte dai grandi eventi (attuali o storici) e le confronta con posti più conosciuti dagli utenti.

Per esempio si può vedere l'estensione dell'alluvione in Pakistan e confrontarla con la dimensione dell'Italia.

Survey: l'iPad quotidiano

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Cooper Murphy Webb fa un sondaggio tra i possessori di iPad e scopre - non sorprendentemente - che l'iPad conquista vasti spazi nelle abitudini di lettura. Diventando in molti casi lo strumento di lettura preferito - soprattutto in casa.

Intanto Murdoch pensa a un nuovo giornale nazionale ameriano, tutto digitale, a pagamento per tablet e smartphone.
Bella intervista di Poynter al capo di TBD, nuovo aggregatore di notizie iperlocali. Idee chiare, modello semplice, regole giornalistiche tradizionali e nessun timore a linkare i concorrenti.

Thiessen v. Wikileaks

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Marc Thiessen scrive sul Washington Post che Wikileaks non è un'organizzazione che fa informazione: secondo lui, è un'organizzazione criminale. Secondo lui può essere incriminata per spionaggio e sostegno al terrorismo. Thiessen è autore di un libro che mostra come i metodi duri della Cia - a Guantanamo e non solo - hanno evitato all'America altri 11 settembre.

Ecco la presentazione del libro, Courting Disaster: "Courting Disaster reveals--as no other book has--just how close we've come to the next 9/11 and how enhanced interrogation techniques (including waterboarding) have saved us from numerous would-be terrorist attacks.Offering a behind-the-scenes look at the CIA's "black sites," the book also provides substantial evidence to prove the tactics used by the CIA were not only effective, but lawful and morally just."
Il New York Times proporrà in licenza le sue applicazioni ad altri editori. Su un vero negozio online. E' una conseguenza del fatto che il lavoro dei giornali si fa ormai con redazioni che comprendono chi cerca le storie, chi disegna le interfacce e chi fa il software per organizzarle. (via AdAge).

Truthsquad gestisce il fact checking sulle notizie che circolano in rete in modo collaborativo. Con un finanziamento non profit e ottimi partner per le analisi. (via Rheingold).

Il giornalismo si può allargare a fatti che non sono organizzati in base al tempo cronologico, dicono in un post del NiemanJL... Nuove opportunità.

Libri e giornali

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Lo spunto viene da un pezzo di Mante su Punto informatico. Che induce un pensiero laterale. Il pezzo di Massimo allude ai diversi comportamenti degli editori di libri e di giornali nei confronti dei supporti digitali tipo tablet e ereader.

Una differenza importante sta nel fatto che i giornali sembrano finalmente orientati a sperimentare qualcosa con le apps, mentre i libri tendono a essere trasportati sul nuovo supporto più o meno tali e quali. Il che è sostanzialmente vero. Ma perché avviene questo e che cosa può succedere ora?

La differenza tra libri e giornali è originariamente nella fruizione dei testi e dei contenuti. Più orientati al consumo immediato i giornali, più orientati ai tempi lunghi i libri. Ma questa differenza originaria è da tempo in discussione. Non in generale ma ai margini: nel senso che le differenze sostanzialmente restano ma nei territori di confine, dove libri e giornali cercano di espandersi, quelle stesse differenze vengono messe in discussione.

I libri da leggere con calma, tenere in biblioteca e riutilizzare comodamente, consultare, rileggere, o persino destinati a insegnare il gusto per la scrittura, sono la maggioranza. Ma non fanno probabilmente la maggioranza del rumore. E delle vendite. I libri che alimentano il mercato, la moda e allargano i confini degli editori, ultimamente sembrano meno distanti dal concetto di giornale di quanto dovrebbero. Libri di consumo, libri di notizie, libri da spendere in una conversazione e poi dimenticare, ce ne sono tanti. Questi non hanno necessariamente un comportamento molto diverso da quello dei giornali.

I giornali da consumare restano maggioritari. Tentano di espandersi nella consultazione di lunga durata. Ma fondamentalmente la loro lunga durata è basata sul servizio di consultazione dell'archivio e sulla tenuta nel tempo della credibilità della testata.

Forse la differenza principale è nel fatto che i libri sono presentati come prodotti di singoli o pochi autori, e l'editore ne è al più il garante, mentre i giornali sono prodotti collettivi in tutto e per tutto.

Il che porterà i due prodotti a vivere in modo diverso la digitalizzazione. Potrebbe infatti succedere che nel tempo breve i margini si sovrappongano, che i libri col blog e le animazioni assomiglino di più ai giornali e che i giornali su tablet con gli approfondimenti da consultare in rete assomiglino di più a "libri" o almeno scaffali di paper da usare alla bisogna. Ma nel lungo termine dovrebbero emergere nuovamente le differenze. Da una parte il lavoro di espressione degli autori. Dall'altro il servizio delle redazioni. I libri, in questo senso, resteranno prodotti. I giornali, in questo senso, tenderanno a diventare servizi.

Questo confronto è denso di eccezioni e di incertezze. E certamente questi appunti non le risolvono.
Molti temi sono sollevati dalla recente vicenda dei documenti pubblicati da Wikileaks, Guardian, New York Times e Spiegel. Alcuni sono stati affrontati nei commenti al precedente post (Fenomenologia della critica di Wikileaks). Altri sono in discussione sulla stampa. Molti restano sullo sfondo. Non si può certamente riassumere tutto. Ma vale la pena proporre un piccolo quadro della situazione.

Ho l'impressione che non si riesca a farsi un'idea compiuta della situazione se non si riescono a distinguere i temi relativi ai dati di fatto, da quelli relativi alle motivazioni di chi li ha pubblicati e da quelli relativi alla credibilità di chi li discute. Distinguere questi argomenti farebbe bene alla comprensione di quello che succede.

Domande:
1. che cosa succede in Afghanistan?
2. come deve proseguire la guerra?
3. chi fa uscire le notizie aiuta o non aiuta l'Occidente?
4. chi dice qualcosa sull'argomento è credibile?

Vediamo.

1. A quanto pare in Afghanistan la guerra va male, si commettono errori e si ammazzano troppi civili, mentre i pakistani fanno il triplo gioco. Fatti che gli esperti conoscevano. Ma che il resto del mondo ha capito meglio dopo le "rivelazioni". Nel frattempo si è saputo che alcuni informatori del governo afghano sono stati resi noti dai documenti pubblicati da Wikileaks e dunque messi in pericolo. Ma pare che la Casa Bianca non abbia voluto partecipare alla valutazione dei documenti prima della pubblicazione.

2. La guerra prosegue verso il progressivo disimpegno americano. I documenti però non aiutano molto a capire nulla di quello che succederà. Ma questo significa che torneranno i talebani? O il governo filo-occidentale resisterà? Perché Cina e India non sembrano in gioco? L'oppio è la spiegazione di tutto? Certamente, i documenti possono spingere i "moralisti" che sono contro i crimini di guerra o gli errori micidiali compiuti dagli occidentali ai danni dei civili a sostenere che è giunto il momento di lasciare l'Afghanistan. Ma questo non sarà certamente sufficiente a convincere coloro che - di fronte alle domande poste  - hanno un atteggiamento più "politico". Inoltre, i "moralisti" saranno di nuovo affranti vedendo le conseguenze di un'eventuale sconfitta in Afghanistan (vedi pezzo di Time)

3. I dati usciti con Wikileaks fanno sapere meglio come funziona la guerra in Afghanistan. E se la guerra è per la democrazia deve tener conto anche dell'opinione pubblica. Un sistema che sappia affrontare il rischio di gestire un'opinione pubblica informata è abilitato a fare una guerra in nome della democrazia. Un sistema che non accetti questo rischio non può presentarsi come democratico. Qualche dato pubbilcato da Wikileaks può essere pericoloso per la condotta della guerra? Può darsi. Ma come ci sono rischi per la popolazione civile quando i soldati "democratici" vanno in giro col fucile in paesi diversi dal loro, ci sono anche rischi per la strategia militare quando gente che fa informazione va in giro a pubblicare notizie. La valutazione non può essere assoluta: non si può accettare che tutto debba discendere dalla logica della guerra; altrimenti la democrazia cesserebbe di essere tale; e con essa cadrebbero le motivazioni per fare una guerra contro un regime autoritario, violento e dotato di una strategia imperialista a base terrorista (in pratica si ridurrebbe tutto a una lotta tra "opposti imperialismi").

4. Di Wikileaks si sa troppo poco dicono i critici. Logico, dicono i difensori, altrimenti i nemici di Wikileaks avrebbero buon gioco a eliminare l'avversario. (vedi il pezzo di Huffington). E allora? La credibilità di Wikileaks si dovrebbe giudicare sulla base dei fatti e di ciò che si può sapere delle sue motivazioni. Il famoso articolo del New Yorker su Assange resta un riferimento fondamentale. Di sicuro, gli avversari di Wikileaks sono molti: ma quando sono i governi occidentali, anche la loro credibilità è discutibile. E ovviamente molto discussa.

Forse è meglio considerare un nuovo scenario. E' fallita, sta fallendo, la strategia di tenere sotto controllo tutta l'informazione: manipolandola, embeddandola, riempiendola di ciancie, come ha fatto per esempio oggettivamente l'amministrazione guerrafondaia presieduta da GW Bush. Sta fallendo anche il buonismo attuale se non si decide a una strategia più chiara: l'amministrazione attuale non si può aspettare di poter controllare l'informazione solo sperando che chi fa informazione sia dalla parte dei "buoni". E non può indirizzarla se non ha a sua volta un indirizzo politico chiaro. Lo scenario secondo il quale il governo sa quello che si deve fare e per questo governa l'informazione sta finendo e deve finire. Allora c'è un nuovo scenario. Uno scenario nel quale una quantità incontrollabile di fonti di informazione e di canali di trasmissione è in gioco, liberamente, per i motivi più diversi, compresi quelli "buoni"; e nel quale se un governo davvero ritiene di fare le cose giuste, riesce a fare uscire informazioni coerenti perché i fatti sono coerenti e soprattutto le sue persone sono davvero motivate. L'informazione, per via bizzarra, tornerebbe a servire da watchdog, o almeno a equilibrare il potere politico.

L'equilibrio dei poteri è un bene. Anche se per ciascuno dei poteri, lasciarsi equilibrare sembra una limitazione inaccettabile, è proprio quello che il principio vuole ottenere. Nessun potere assoluto. Ogni potere relativo. E' più complesso per un sistema che si confronta con regimi autoritari ben più banali. Ma almeno serve a sapere da che parte stare.

Quanto è bello pagare

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Mentre tutti i giornali tentano di capire come farsi pagare il loro servizio in rete, pochi ci riescono davvero. Perché in rete c'è tale abbondanza di informazione gratuita che una via alternativa al pagamento del prezzo del biglietto sembra sempre disponibile.

In rete, dunque, si tende a pagare se è "bello", "giusto", "figo" pagare.

Per questo alcuni tentano la via della "membership": si invitano i lettori a partecipare a un progetto comune. Non è una strada per tutti. Occorre che il progetto sia davvero comune e accomunante. E' particolarmente difficile per gli editori molto "profit oriented" e percepiti come molto "potenti". Ma anche i nuovi entranti devono accreditarsi prima di riuscire su questa strada.

Gli esempi citati su NiemanJournalismLab: MinnPost, GlobalPost, Texas Tribune.

Mon Quotidien

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Mon Quotidien è un giornale francese che ha lo scopo di servire i ragazzini che non vogliono (o che sono consigliati a non volere) vivere soltanto con l'informazione che viene dalla tv e da internet. Naturalmente non ha un granché di sito...

(in una precedente versione si diceva che era appena nato, ma era un errore)

Fenomenologia della critica di Wikileaks

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Accennava Marco (nei commenti a un post precedente) all'opinione secondo cui su Wikileaks vengono fuori informazioni che indeboliscono i paesi democratici nella loro guerra contro i paesi autoritari. Nel frattempo è saltata fuori una delle più grandi fughe di documenti segreti della storia: e tra gli americani alcuni hanno detto che Wikileaks indebolisce la posizione delle democrazie occidentali in Afghanistan.

Non è molto diverso dai tempi della guerra del Vietnam, quando i documenti segreti del Pentagono uscivano su Washington Post e New York Times. Salvo per un punto: gli occidentali non sono più tanto sicuri che questi documenti debbano venire fuori e tra loro si stanno insinuando i sostenitori dell'idea secondo la quale c'è fin troppa libertà di stampa.

Si ha l'impressione che se ci sono regole democratiche sul modo in cui una democrazia fa la guerra e se quelle regole sono disattese, è bene che il fatto venga fuori. Questo può indebolire la (già debole) posizione militare, ma rafforza la democrazia: alla lunga, paradossalmente, rafforzando la democrazia, rafforza il senso e la motivazione della guerra, dunque potrebbe addirittura favorire la vittoria.

(Ah: si scopre che devo scrivere intorno a questi argomenti sul giornale per domani... Vista la complessità del soggetto, i suggerimenti e i commenti sono molto ben accetti).

ItalyLeaks: la luce dell'ombra

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Mettiamo in chiaro le proporzioni. La maggioranza degli italiani ottiene notizie solo dal Tg, dice il Censis. Significa che le notizie che si trovano sui giornali e su internet sono note a una minoranza di italiani. Anche perché una buona metà degli italiani non legge e non scrive. La visione della realtà più diffusa è data dalla televisione. Sia a livello di fatti, sia a livello di interpretazioni dei fatti.

In questo contesto, non è assurdo che qualcuno pensi che quello che viene fuori in rete attraverso Wikileaks sia destinato a restare vagamente clandestino. 

Il risultato si potrebbe ribaltare contando sul passaparola della rete e il passaparola fisico tradizionale, cui si potrebbe aggiungere nei fatti l'alleanza dei giornali più lungimiranti. 

Si può essere contenti dell'arretramento del bavaglio. Ma non del fatto che un problema in più per pubblicare le notizie comunque ci sarà. Occorre prendere le misure del problema: non è possibile che le notizie più complesse e più importanti per farsi un'idea siano poco diffuse o semiclandestine. Ma paradossalmente proprio l'esorbitante potenza della tv generalista potrebbe finire col creare le condizioni di una strutturale alleanza tra gli altri media. Cui si potrebbe aggiungere una forma di alimentazione del passaparola tra coloro che a quei media non accedono o non possono accedere se tra il territorio e la rete si trovassero nuove connessioni.

ps. La segnalazione su ItalyLeaks è stata rilanciata da blogger attenti come Ppr, Dario, Alessandro, Delbo. E commentata da Guido Scorza. (Nei commenti anche alcune valutazioni controverse su Wikileaks che meriterebbero un'ulteriore discussione).

Italyleaks

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Alcuni giornali italiani hanno già contattato Wikileaks per distribuire le intercettazioni nel caso che fosse introdotta la legge che ne vieta la pubblicazione. Una domanda: ma poi linkare i documenti pubblicati su Wikileaks sarebbe consentito o vietato? È una domanda che ha senso solo in un paese con poca libertà di informazione.

Scoop ItalyLeaks

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Se passa la legge contro la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, l'Italia diventerà con ogni probabilità una delle principali nazioni che contribuisce a WikiLeaks.

E parlandone con Julian Assange, ci si accorge che il capo di WikiLeaks ne è ben consapevole.

Che cosa succederà? Ecco, riassumendo, quello che ha detto Julian: 1. La nuova legge islandese ha già convinto il parlamento europeo a sostenere l'introduzione di un'analoga legge in Europa; 2. Diversi giornali italiani hanno già preso contatto con WikiLeaks per pubblicare le notizie che diventeranno eventualmente proibite; 3. La legge evolverà in modo che si potranno intentare cause internazionali contro i paesi europei he non garantiscono protezione ai giornalisti che fanno il loro lavoro.

Probabile che la legge bavaglio nell'epoca di internet non bloccherà le notizie.

Steven Berlin Johnson

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Steven Berlin Johnson pubblica in ottobre o novembre il suo nuovo libro intitolato alla domanda: da dove vengono le buone idee? "Un'idea non è un momento di illuminazione, è un network (non solo neuroni in nuova configurazione o una nuova forma di collaborazione tra persone portatrici di idee diverse)". Ted.

Axess: discussioni sui giornali

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Il sistema dell'informazione costruisce lo spazio pubblico, nel quale si sviluppa la dimensione collettiva, sociale, della specie umana. Non stupisce che mentre questo sistema cambia, se ne discuta tanto.

Il mito dell'obiettività nei giornali...

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L'ennesima storia di una giornalista di una testata americana che deve dimettersi per aver manifestato un'opinione personale su Twitter. In nome dell'obiettività del giornale, pare, che è molto simile a un mito. E Mike Arrington con il solito piglio semplice chiede più opinioni, non meno, da parte dei giornalisti.

La posizione più chiara è quella di David Weinberger che ha sostenuto come sul web la nuova forma dell'obiettività è la trasparenza. Meglio dichiarare le proprie opinioni piuttosto che nasconderle...

Naturalmente è un dibattito molto antico. Gli scienziati sociali hanno spesso fatto ricorso alla trasparenza per sostenere liberamente le loro idee, con un approccio generoso verso i lettori, ma senza per questo rinunciare alle regole metodologiche fondamentali della ricerca. I fatti e il modo in cui si trovano, le ipotesi e il modo in cui si verificano, le teorie e il modo in cui si elaborano e falsificano, destano alla base della ricerca.

L'equilibrio in questo settore del pensiero è molto delicato. Solo un buon metodo di ricerca dei fatti puó fondare un buon dibattito di opinioni. (E ci puó difendere tra l'altro dalla falsa obiettività di pubblicare tutte le opinioni, anche quelle espresse da persone potenti ma del tutto prive di rapporto con la realtà, e orientate solo a manipolarla). Imho...
Un'intervista da non perdere sul Guardian (restato gratuito) a Clay Shirky. Dice che il Times a pagamento non funzionerà. Ma il testo è fantastico per conoscere meglio il pensiero di Shirky, che affabula oltre ogni aspettativa.

Eccolo sul Times:

"Everyone's waiting to see what will happen with the paywall - it's the big question. But I think it will underperform. On a purely financial calculation, I don't think the numbers add up." But then, interestingly, he goes on, "Here's what worries me about the paywall. When we talk about newspapers, we talk about them being critical for informing the public; we never say they're critical for informing their customers. We assume that the value of the news ramifies outwards from the readership to society as a whole. OK, I buy that. But what Murdoch is signing up to do is to prevent that value from escaping. He wants to only inform his customers, he doesn't want his stories to be shared and circulated widely. In fact, his ability to charge for the paywall is going to come down to his ability to lock the public out of the conversation convened by the Times."

Ed eccolo sul suo nuovo libro, Cognitive Surplus:

"This criticism echoes the sentiment of Shirky's new book, Cognitive Surplus; Creativity and Generosity in a Connected Age. The book argues that the popularity of online social media trumps all our old assumptions about the superiority of professional content, and the primacy of financial motivation. It proves, Shirky argues, that people are more creative and generous than we had ever imagined, and would rather use their free time participating in amateur online activities such as Wikipedia - for no financial reward - because they satisfy the primal human urge for creativity and connectedness. Just as the invention of the printing press transformed society, the internet's capacity for "an unlimited amount of zero-cost reproduction of any digital item by anyone who owns a computer" has removed the barrier to universal participation, and revealed that human beings would rather be creating and sharing than passively consuming what a privileged elite think they should watch. Instead of lamenting the silliness of a lot of social online media, we should be thrilled by the spontaneous collective campaigns and social activism also emerging. The potential civic value of all this hitherto untapped energy is nothing less, Shirky concludes, than revolutionary."

Il valore dello sfoglio

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Si prende un po' sottogamba l'introduzione degli "sfogliatori" dei giornali sui tablet. Ma forse è ingiusto. Perchè lo sfoglio ha un suo valore informativo.

La lettura su web dei siti dei giornali è diventata parte integrante della vita quotidiana ed è una modalià ormai indispensabile di accesso alle notizie più aggiornate, oltre che di confronto tra diversi giornali. Ma dal punto di vista cognitivo resta troppo legata alla logica del menu, che impone un approccio razionale alla tipologia di argomenti in base ai quali le notizie sono classificate. Lo sfoglio aggiunge lettura panoramica, sorpresa, manualità: aiuta a comprendere meglio le notizie.

Questo non chiude ovviamente il discorso aperto dall'idea che i giornali sono applicazioni. Si puó fare di più. Ma già il recupero dello sfoglio in chiave digitale è un passaggio interessante. In vista del percorso decisivo: affrontare con i mezzi digitali il tema dell'informazione delle persone che sono di fatto analfabete (una metà degli italiani): il digitale, invece di essere un divide, potrebbe essere un fattore di riunificazione per una società divisa sulla capacità di leggere.

Anti-censura

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Servizio anti-censura di Reporter sans frontières.. (via Quinta)

Domande: Fondazione Ahref

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Chi ha visto cose nuove eccellenti nel mondo dei social media? Ha voglia di segnalarle? E che cosa sta succedendo ai blog? Stiamo attraversando una fase di stanca? O è solo l'approssimarsi dell'estate? E la concorrenza del mondiale?

Già: mentre si aspetta vengono in mente un sacco di domande.

Si aspetta che cosa? Intorno alla metà di aprile è stata creata davanti a un notaio la Fondazione Ahref, per contribuire alla crescita dei media sociali in Europa, a partire dall'Italia. Da quel momento, la burocrazia necessaria a far nascere una nuova persona giuridica ha preso in mano la situazione. Speriamo che la lenta procedura delle carte bollate e dei timbri ufficiali trovi presto il suo giusto coronamento. 

Ma l'indomabile ottimismo che contraddistingue i fondatori non li lascia in tranquilla attesa. 

Il tempo trascorso da allora è stato impiegato nel test delle idee che andiamo sviluppando con gli interlocutori che hanno la pazienza di ascoltare le nostre ipotesi di lavoro. E nella ricerca di persone disposte a dare una mano. 

Approfittando delle ultime settimane di inattività burocraticamente indotta, possiamo raccogliere le idee e chiedere il contributo di esperienze e visioni di chi voglia offrirle anche su questo blog. Domande che è necessario porsi, mentre si passa il tempo:

1. come si riconosce la qualità dell'informazione?
2. è vero che i blog sembrano attraversare una fase di stanca e linkano meno tra loro?
3. i social media possono influire non solo episodicamente sull'agenda generale di un paese?

Lo scopo di queste domande è raccogliere il più possibile di idee per configurare i servizi della Fondazione nel mondo più ragionevole e attento possibile... Sarà sempre così: una Fondazione a caccia di suggerimenti. Ma questo, prima che le prime scelte siano fatte, è un buon momento per contribuire.


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Per comodità di chi volesse contribuire, ecco il post di aprile e i commenti relativi:

Nell'ecosistema dell'informazione c'è ormai uno spazio evidente per le iniziative che siano sostenute dalla comunità, con motivazioni legate alla responsabilità sociale e culturale dei cittadini e, dunque, organizzate in una forma non profit. 

A Trento è appena nata la Fondazione Ahref. E' pensata per studiare, diffondere e progettare iniziative di qualità nei media sociali al servizio dei cittadini che la sostengono. 

Il nome viene dal comando html per creare un link. E il suo compito è proprio quello di sviluppare collegamenti. Per contribuire allo sviluppo di un ecosistema sano dell'informazione. 

La Fondazione comincia in questi giorni. Tutti i particolari sono ancora in via di definizione. Solo il suo scopo è chiaro. E' un buon momento per mandare alla Fondazione qualche consiglio...

7 Comments

si, am come? hanno un sito?

"La comunicazione globale, l'iper-informazione, minacciano tutte le difese umane. Lo spazio simbolico, lo spazio mentale del "giudizio", non è più protetto da niente". Jean Baudrillard

è appena cominciata e certamente il sito verrà fuori tra un po' di tempo... ora c'è solo l'annuncio... http://www.ahref.eu/ (update: con i tempi dettati dalla burocrazia, ora c'è la descrizione delle finalità della fondazione contenuta nello statuto)

ricordo che segnalai a suo tempo, sempre della fondazione kessler, il bando per giovani laureati "Progetto Esplorativo SoNet" http://is.gd/bGGwN

Credo che il contributo della fondazione <ahref in questo settore possa rivelarsi fondamentale.

L'informazione prodotta da aggregazioni spontanee di cittadini può davvero rappresentare il fulcro per un effettivo cambiamento.

"Il cambiamento non arriverà se aspettiamo altre persone o altri tempi...; SIAMO NOI QUELLI CHE STAVAMO ASPETTANDO". [Barack Obama]

Nel nostro piccolo ci stiamo provando in provincia...

Vedi MIRANO Community Network @: http://40xmirano.ning.com

Auguri alla Fondazione ai blocchi di partenza!

Non si dice "bavaglio" in Islanda

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L'Islanda ha appena approvato la legge IMMI (Icelandic Modern Media Initiative) che protegge le fonti delle storie giornalistiche in modo più stringente. E diventa il paradiso della libertà di espressione, annuncia un twitt di Wikileaks.

In islandese la parola ginkefli (bavaglio) sembra fuori moda.


IMMI tweets (#IMMI)




Studi sulle news

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BookBlogging - CITIZEN - Maistrello

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More about Giornalismo e nuovi media

Maistrello ha l'esperienza per guardare al cambiamento del mondo dell'informazione con prospettiva, calma e precisione. E ha la cultura per guardare avanti: non occorreva, dice, un altro saggio sulla crisi, ma serve ogni contributo alla costruzione del nuovo ecosistema dell'informazione. 

Maistrello parte, giustamente, dal più grande cambiamento: l'emergere del pubblico attivo, di una società in grado di contribuire al sistema dell'informazione. E cerca di scoprire per quali processi il lavoro di chi professionalmente si occupa dell'informazione sarà rivalutato, troverà un nuovo modello di sostenibilità, soprattutto ridefinirà il suo ruolo nel contesto della società. 

"Le persone non hanno più bisogno a tutti i costi di mediatori", osserva Maistrello - sagacemente usando quella locozione "a tutti i costi" che spiega moltissimo senza troppe parole. Quindi ci vorrà "un professionista consapevole di non avere più né l'esclusiva né deleghe in bianco"... Lavorare insieme è la formula finale. Il senso culturale e pratico della vita quotidiana nel nuovo ecosistema dell'informazione.
 
Il libro offre un panorama completo delle tecnologie dei media sociali e nelle loro implicazioni sul giornalismo. E dimostra che per chi voglia servire la società come giornalista, nonostante le apparenze e le lamentazioni, questo è un ottimo momento per darsi da fare.

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Alcuni libri che ho in mano             
  Impressioni mentre leggo

Arianna Dagnino
Fossili
Fazi Editore

Aldo Schiavone  

L'Italia contesa
Laterza

L'amore e l'Africa, alla ricerca
 delle radici della specie umana. E di
una specie di umanità delle persone. 

Due metamorfosi: l'epoca post-industriale
nell'Italia post-democristiana. 
Alla ricerca di un'identità e di una prospettiva.
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Nel frattempo continuano le riflessioni sul libro di Jeremy Rifkin, sull'empatia, espresse in breve in un post precedente.

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Altre letture citate:
Potter - design
Patel - il valore
Sun - media cinesi
Dazieri - gorilla
Conner - scienza popolare
Brokman - ottimismo
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Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica" vagamente domenicale...
Risorgimento, Villari (9 maggio 2010)
Mediologia, Régis Debray (14 febbraio 2010)
Tempo, Roberto Peregalli (31 gennaio 2010)
Repressione, Cory Doctorow (10 gennaio 2010)
Miti, Umberto Galimberti (27 dicembre 2009)
Città esemplari (20 dicembre 2009)
Rifare la città (13 dicembre 2009)
Ricchezza della famiglia (6 dicembre 2009)
Capitale e condivisione (29 novembre 2009)
Miseria del millennio (22 novembre 2009)
Che cos'è la coscienza (15 novembre 2009)
Pirati e designer (11 ottobre 2009)
Scrivere la musica (6 settembre 2009)
L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Giornali equilibrati

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Dice l'Economist che l'annunciata morte dei giornali non è più così imminente. Aumentare il prezzo di copertina e ridurre i costi consente a molti editori americani di ritrovare un equilibrio economico. Anche se non ritroveranno facilmente i margini da 20% del fatturato che avevano in un non lontanissimo passato. E anche se altri tagli sono prevedibili.

L'equilibrio economico è necessario a qualunque struttura che voglia fare informazione con un minimo di indipendenza. Non è sufficiente, naturalmente. Anche perché in certi casi l'equilibrio economico si trova proprio attraverso l'asservimento. Ma - sebbene per la sufficienza ci voglia altro - è pur sempre una condizione necessaria.

La tendenza dunque è chiara: la carta costa di più e la si fa pagare di più, mentre si adeguano i costi alla nuova struttura tecnologica. Il passaggio va governato in modo da non andare a gambe all'aria. E da salvaguardare il bene più importante di una testata: la sua credibilità.

Dunque:
1. per far pagare di più la carta e per sprecarne di meno occorre scrivere cose che abbiano grande valore; il che significa che occorre investire sulla qualità dei contenuti, non disinvestire su questo fronte
2. per trovare la modalità più adatta a valorizzare l'informazione prodotta e distribuita per i media digitali occorre investire sulla sperimentazione, non disinvestire su questo fronte
3. per traghettare il business editoriale dalla situazione tradizionale alla nuova occorre ridurre i costi, ma non in modo indiscriminato, orientando i tagli in una direzione coerente con la tendenza di fondo che a questo punto appare piuttosto chiara... 

Ogni azione burocraticamente amministrativa che non distingue la qualità e la strategicità delle risorse da coltivare da quelle che possono essere tagliate senza impoverire il business può essere piuttosto pericolosa. Imho.

Ma se questo vale per gli editori, ai giornalisti compete di migliorare la qualità del loro lavoro e l'apertura alla sperimentazione. Con umiltà. Ma credendoci. L'Economist ha scritto un pezzo incoraggiante. E l'Economist in passato aveva pubblicato una copertina dal titolo "who killed the newspaper?" (testo, ora, a pagamento).

Marco Bardazzi elogia i professionisti

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Marco Bardazzi pubblica un post sul senso del lavoro dei giornalisti. Si propone, in sostanza, di dimostrare che i giornalisti professionisti servono alla qualità dell'informazione. Perché, in sintesi, hanno un metodo sviluppato nel tempo che consente loro di produrre informazioni affidabili. Naturalmente il post è molto più articolato e va letto per intero.

E merita una riflessione. La qualità dell'informazione dipende certamente dal metodo con il quale si ricerca l'informazione e dall'abilità artigiana con la quale si racconta l'informazione. E' possibile che questo metodo e questa abilità artigiana siano particolarmente diffusi tra chi fa professionalmente il lavoro del giornalista. Ma bisogna ammettere che fare il lavoro del giornalista non è condizione né necessaria né sufficiente perché lo si faccia con qualità, metodo e abilità. Mentre è altrettanto possibile che persone che non fanno il lavoro del giornalista offrano sui loro blog delle informazioni ricercate correttamente, dimostrate da documentazione adeguata e raccontate con abilità.

E' il metodo che conta. Non la posizione professionale.

Il tentativo di connettere aprioristicamente la professione giornalistica e la qualità dell'informazione, purtroppo, non riesce.

Ma non è certo questa la fine della storia.

Il problema dell'epistemologia della ricerca dell'informazione, la questione del metodo, è al centro di ogni riflessione importante sull'informazione. Se n'è accennato spesso anche qui: "informazione silenziosa", "la rete tivù", "Zambardino preferisce il conflitto", "l'alba di un nuovo giornalismo", "informazione: chi spera non aspetta", "il business è il messaggio?", "newsapp", "la difficile indipendenza dei giornali", "credibilità"... E' chiaro che un metodo condiviso di ricerca, verifica, esposizione dell'informazione è necessario a una società che voglia essere consapevole di ciò che le accade. L'esistenza di professionisti dell'informazione è di pubblica utilità soprattutto se si mettono al servizio dell'insieme della società con un metodo del genere. E bisogna ammettere che non sempre i giornalisti lo hanno fatto.

Quando si dice che non si può essere soddisfatti di una società nella quale l'informazione sia fatta soltanto da blogger non professionisti si dice una verità, ma non in base alla falsa considerazione secondo la quale solo i giornalisti hanno un metodo: la si dice in quanto l'infodiversità e al ricchezza di informazioni dipendono da una pluralità di fonti e di punti di vista che certamente non si arricchisce se si eliminano i professionisti dell'informazione. Non si potrebbe essere soddisfatti neppure in una società con molti giornalisti professionisti ma nella quale i cittadini che vogliono donare le loro informazioni gratuitamente alla rete non lo potessero fare... E' chiaro che un ecosistema dell'informazione equilibrato richiede l'esistenza di tutte le componenti: e probabilmente è anche vero che l'esistenza dei blogger può essere uno stimolo per il miglioramento del lavoro dei professionisti. Perché in una società con un forte pubblico attivo, i professionisti dell'informazione sono costretti a dimostrare quello che raccontano molto di più di quanto non avvenga in una società nella quale esiste soltanto un pubblico passivo. Imho.

Poll sull'informazione

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Prova:

Il prezzo degli scoop

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Il costo dell'inchiesta di ProPublica che ha vinto il Pulitzer è arrivato alla fine intorno a 400mila dollari.

Non è molto diverso dai 150-450mila euro che gli editori - si dice - dovrebbero pagare per la pubblicazione di intercettazioni "proibite".

Vedere i fatti

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Matteo Brunati risponde con ottime segnalazioni e considerazioni a un problema che si pone sempre più spesso, man mano che aumenta la disponibilità di dati: come visualizzarli. Anche Oecd e Banca Mondiale ci stanno lavorando. E' forse l'inizio di un rinnovamento del linguaggio statistico.

Sviluppo e informazione, a Trento

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Informazioni, scelte e sviluppo. Al Festival dell'Economia di Trento. Sappiamo quanto sia reale e importante che la relazione tra i termini della questione sollevata dal titolo del Festival di quest'anno. Non sappiamo bene come evolve quella relazione.

Conosciamo l'ipotesi di base: con informazioni equamente distribuite e ben conosciute da tutti, un sistema economico popolato da persone razionali, in condizioni di concorrenza, alloca le risorse nel miglior modo possibile e questo crea le condizioni dello sviluppo equilibrato. Purtroppo sappiamo anche che questa ipotesi non si verifica mai. Le informazioni sono asimmetriche, il segreto e l'informazione sono potere, non c'è mai vera concorrenza, le persone non sono quasi mai razionali. Che cosa resta dunque della relazione tra informazione, scelte e sviluppo? Non resta la teoria, ma di certo resta l'esperienza e la pratica.

Un miglioramento del sistema dell'informazione può fare avanzare la consapevolezza, ampliare lo spazio di una certa razionalità socialmente distribuita, attivare un'evoluzione virtuosa dei comportamenti e liberare le forze che possono generare sviluppo. Nulla è automatico. Molto è sottoposto a una precisa conflittualità contro le forze che invece prediligono la strategia della disattenzione e la manipolazione, frenando lo sviluppo per mantenere una situazione di potere. Ma vedremo che cosa emergerà da Trento: il tema è cruciale.

Informazione silenziosa

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Per quanta esperienza razionale abbia fatto la civiltà, resta il fatto che la maggior parte delle azioni individuali e collettive sono irrazionali e dominate dall'inconsapevolezza, dalle mentalità indiscusse, dall'emozione, dall'intuizione, dall'istinto. Si reagisce senza pensare molto più di quanto si agisca dopo una riflessione.

Vale anche per l'informazione?

Un articolo di Harry Collins dimostra che la stragrande maggioranza delle cose che sappiamo riguarda cose che non sappiamo di sapere.

Daniel Kahneman dimostra che la stragrande maggioranza delle nostre scelte sono fatte in base alla prima cosa che ci viene in mente e non sono successive a un ragionamento controllato.

Gli antropologi fanno riferimento al concetto di cultura, spesso, come a un enorme contenitore di idee sedimentate nei gesti, nelle tecnologie, negli oggetti, nelle mentalità, che in una comunità le persone considerano tanto ovvi da non dover essere continuamente ridiscussi.

E Richard Sennet spiega l'artigiano come un professionista che sa quello che fa ma non sa spiegare quello che sa.

Tutte forme di conoscenza implicita.

Nella produzione di informazione sui fatti che riguardano una comunità molto è implicito. Nella maggior parte dei casi, il contesto è implicito, il senso è implicito, il metodo di ricerca delle informazioni è dato per scontato. E l'interpretazione è spesso lasciata più all'emozione, all'intuizione, all'ideologia, piuttosto che al ragionamento controllato ed esplicito. Questo rende l'informazione debole. E i fatti meno distinti dalle opinioni. Il che rende l'informazione meno efficace per incidere sulle scelte di una comunità.

L'idea che la democrazia viva di una comunità consapevole che sceglie in base a informazioni metodologicamente corrette è in larga parte una bella e buona utopia. Il che non ne riduce l'importanza. Semplicemente ci insegna a pensare che il bello e il buono di quell'idea che è già diventato realtà è meno grande di quello che resta ancora da costruire.

Almeno questa consapevolezza dovrebbe diventare largamente esplicita. Se vogliamo migliorare il modo che abbiamo di informarci. Per scegliere.

Facilitatore di scelte razionali

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Una guida per scegliere prodotti più amici della sostenibilità realizzati da aziende socialmente e culturalmente responsabili. GoodGuide.

Bel clima al Sole

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Bel clima alla presentazione del nuovo sito del Sole. Mi pare che si stia sviluppando l'energia giusta per fare un po' di innovazione... Speriamo di riuscire...

Pew e l'agenda dei media sociali

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L'agenda che mette in ordine di importanza le notizie definita dai media tradizionali è diversa da quella emergente sui media sociali. Un ottimo rapporto Pew in materia.

Obama oPad

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Bella discussione. Metilparaben si preoccupa di un'involuzione antitecnologica di Obama. Luca Nicotra invita a leggere tutto il discorso del presidente americano. E osserva che le sue opinioni si collocano dopo, non prima dell'innovazione tecnologica. Sono nel mondo in cui la ricchezza delle nuove opportunità aperte dalla rete è dispiegata e apprezzata, ma un mondo nel quale c'è bisogno di un altro salto di qualità: per favorire l'emergere di nuovi modi per scoprire, filtrare, interpretare, condividere in modo trasparente, l'informazione. Per non essere travolti dalle strategie della disattenzione. E l'istruzione, dice Obama, è una risorsa da migliorare per andare in questa direzione.

News by Apple

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Per Jacob Weisberg, l'iPad della Apple non aiuterà gli editori di giornali. Le condizioni sono troppo strettamente favorevoli alla Apple, fa notare. In effetti, quando è partito iPod-iTunes, le condizioni erano ritagliate sulle esigenze delle etichette. Ma questa volta le condizioni sono dettate dalla Apple. L'articolo è su Slate.

News by Google

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Google è convinta che il futuro delle news sia positivo. E intende aiutare gli editori a trovare la via d'uscita dalle difficoltà attuali. Forse. Ne parla un articolo dell'Atlantic, da leggere assolutamente... Ricordiamoci che l'economista di Google è Hal Varian.

Echo su Big Media

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Washington Post, Slate, Time aggiungono Echo ai loro servizi web. Echo serve a fare commenti in diretta. TechCrunch.

Fin troppa

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I commenti al post sulla frase che dichiarava "fin troppa" la libertà di stampa in Italia sono come spesso succede più interessanti del post.

In particolare emergono tre temi:
1. la libertà di stampa costituzionalmente garantita (si potrebbe fare di più in Italia
2. la qualità della produzione di informazione in Italia (si potrebbe fare di più dappertutto)
3. la capacità di lettura critica dell'informazione in Italia (forse qui c'è un'attenzione più diffusa che altrove, almeno dal punto di vista della critica di sistema, ma resta un argomento estremamente difficile, anche perché da noi c'è una certa riluttanza a concentrarsi sui fatti prima di elaborare interpretazioni).

Grazie dunque per quei commenti.

La maturazione di una nuova forma di "opinione pubblica" (che forse non si chiamerà così) è in corso. C'è un inferno di disinformazioni, urla e distrazioni. C'è una speranza di miglioramento nelle opportunità offerte dal nuovo ecosistema dell'informazione nel quale il pubblico attivo ha una possibilità di influire maggiore di prima. C'è soprattutto un sacco di lavoro da fare... Navigando nella difficoltà. Con pazienza. Ascoltando. Cercando di dare un piccolo contributo. Rispettando i punti di vista... Immaginando le prossime tappe, magari con un sogno da coltivare. 

Già, un sacco di lavoro...

La Mela di Newsweek

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Newsweek (in vendita) pubblica un pezzo molto critico sull'idea che l'iPad possa essere una buona soluzione per i giornali in cerca di un nuovo modello di business. Il pezzo è di Daniel Lyons.

I tempi di Los Angeles

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Il Los Angeles Times è in profonda crisi. E tenta di salvarsi collegando la pubblicità alle storie, in particolare di entertainment, in modo sempre più invasivo, dice Francis Reynolds. Eppure, commenta, LA Times dovrebbe salvaguardare il più possibile la sua credibilità in particolare per le storie di entertainment: perché forse nel tempo quella sarà la sua strada principale. Come la politica americana lo è diventata per il Washington Post. Una sorta di concentrazione sulla core competence... E' un'analisi non insensata, in effetti.

Il pericolo sempreverde dei walled garden

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Alfredo Paone, in un commento a un post precedente, sottolinea il pericolo che le nuove iniziative editoriali sull'iPad richiudano il flusso dell'informazione che la rete aveva aperto.

Ho l'impressione che ci sia un equivoco in materia. Anche in piena epoca di internet i giornali restano walled garden, almeno nelle loro versioni di carta. E nelle versioni online, oltre a non essere completi, sono anche spesso poco orientati a linkare fuori. Addirittura dichiarano talvolta di soffrire dei link verso i loro articoli che si trovano su aggregatori à la Google News. Sono chiaramente degli errori. Ma la tentazione del walled garden è connaturata alla struttura dei giornali in quanto gestori di una ricchezza di notizie della quale gestiscono il copyright. Il che si può giudicare bene o male ma è nel loro diritto. In fondo, hanno un conto economico da portare a casa. Casomai si può discutere se così facendo non rovinino proprio quel conto economico.

Sta alle iniziative della rete di mantenere ricca e viva la parte del sistema dell'informazione che può esserlo. E finora obiettivamente questo non è mancato.

Anche con l'iPad gli editori ragioneranno come al solito. Mantenendo il più possibile sotto il loro controllo il flusso del valore che con la loro attività sono in grado di generare. Non vanno biasimati per questo. Al massimo andrebbero biasimati se non lo facessero e se non facendolo cercassero invece di frenare l'innovazione che viene dai generatori aperti di informazione. La rete non è una macchina per distruggere gli editori. E' un sistema per arricchire l'informazione. E se mette in difficoltà gli editori è perché gli editori non si sincronizzano con le logiche della rete, non perché ha l'obiettivo di mettere in difficoltà gli editori. Naturalmente chi usa la rete per fare informazione può avere l'obiettivo di distruggere gli editori: e ne ha ogni diritto. Casomai si può discutere se quell'obiettivo sia intelligente. Ma in ogni caso la rete non ha quell'obiettivo: ha solo l'obiettivo di funzionare in modo aperto e secondo uno standard pubblico.

Gli editori devono capire la rete, adattarsi e sperare di essere adottati dalla rete, non possono sperare di fermare la sua innovazione ma sarebbe anche bene che, comprendendo la rete, non tentassero neppure di farlo. Quello che devono fare è sperimentare nuove forme di produzione di informazione che siano compatibili con la rete, la arricchiscano, la servano e la trovino pronta ad accettare il valore editoriale che producono. In questo quadro, l'iPad è uno spazio in più che nulla toglie al web, fino a prova contraria. Casomai fa concorrenza al web: ma il web non ha mai avuto paura della concorrenza.

Il punto sul quale si dovrebbe stare attenti e forse lo si è troppo poco è che la rete mobile non resti così poco neutrale come ora. Anche sul mobile la rete dovrebbe essere neutrale. E la mancanza di neutralità della rete mobile è una premessa della creazione di nuovi walled garden. Ma da questo punto di vista l'impatto della Apple e dell'iPhone non è stato di chiusura: ha tolto potere alle compagnie mobili e creato un comportamento internettianamente più consapevole anche sul mobile. Producendo abitudini e bisogni che potrebbero portare a migliorare la neutralità della rete in chiave mobile. La Apple su questo percorso è arrivata solo fino a un certo punto. Quello che manca sarà portato avanti da altri. Se ci riusciranno. Ma questa è un'altra storia.

Chiose sull'ecosistema

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La riflessione intorno all'ecosistema dell'informazione continua.

Antonio: "Mi immagino l'ecosistema come un contenitore che muta forma a seguito dell'evoluzione dei costumi, delle tecnologie, degli equilibri internazionali. Un sistema antropomorfico, che cambia forma: tondo, quadrato, rettangolare. E l'informazione, come l'acqua, dall'ecosistema è influenzata, ad esso si adatta, aderendo alle sue fomre mutevoli. Ma mantenendo la caratteristica principale: rispondere alle attese dei lettori."

Marco riassume il tema. E conclude che il risultato della riflessione, il cambiamento che ne verrà fuori, dipende dai cittadini della rete: è il bello di questa cultura, pensare, vedere, fare qualcosa. Intanto, Giovanni sottolinea il ruolo del giornalista-innovatore. Grazie al Nichilista per il colloquio, a Segnale orario per la citazione e a Sottorete per l'apprezzamento. Grazie davvero.

Fondazione Ahref

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Nell'ecosistema dell'informazione c'è ormai uno spazio evidente per le iniziative che siano sostenute dalla comunità, con motivazioni legate alla responsabilità sociale e culturale dei cittadini e, dunque, organizzate in una forma non profit. 

A Trento è appena nata la Fondazione Ahref. E' pensata per studiare, diffondere e progettare iniziative di qualità nei media sociali al servizio dei cittadini che la sostengono. 

Il nome viene dal comando html per creare un link. E il suo compito è proprio quello di sviluppare collegamenti. Per contribuire allo sviluppo di un ecosistema sano dell'informazione. 

La Fondazione comincia in questi giorni. Tutti i particolari sono ancora in via di definizione. Solo il suo scopo è chiaro. E' un buon momento per mandare alla Fondazione qualche consiglio...

Cercando l'alba di un nuovo giornalismo

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Viviamo una stagione di fioritura straordinaria per la partecipazione al sistema dell'informazione. E forse per questo le preoccupazioni sulla crisi del giornalismo appaiono fuori sincrono. D'altra parte viviamo una stagione di straordinaria forza delle strategie della disattenzione. E forse per questo le opportunità per un miglioramento del giornalismo appaiono tanto importanti. Ne emerge una sensazione, una speranza, un dovere: scorgere l'alba di un nuovo giornalismo. 



Informazione: chi spera non aspetta

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L'idea è che, con tutto quello che è successo nel sistema dell'informazione, concentrarsi sulla crisi dei giornali tradizionali è davvero anacronistico. Invece, vale la pena di concentrarsi sulle opportunità aperte dalla trasformazione in atto. E fare qualcosa subito per coglierle.

1. Il quadro organizzativo di riferimento è quello dell'ecosistema dell'informazione, nel quale coevolvono logiche di mercato dell'informazione, di dono dell'informazione, di segnalazione e ricerca di informazione. Ciascun soggetto può trovare il suo percorso e la sua "nicchia ecologica". Sapendo che niente è facile. Ma che comunque se non ci si pone al servizio dell'ecosistema non si riesce. Cercare di vivere in un mondo a parte non funziona.

2. In particolare, la logica della scarsità di accesso allo spazio limitato dell'informazione, incarnata dai giornali tradizionali, è superata dalla quantità devastante delle alternative. Ora la scarsità fondamentale è quella di tempo e attenzione del pubblico. In questo senso, il valore è definito più dalla domanda che dall'offerta. Il che significa che l'offerta non può più imporsi alla domanda, ma piuttosto deve tentare di farsi adottare dalla domanda.

3. Una volta adottato, uno strumento di informazione gode di alcuni punti di forza che lo mantengono in funzione per un certo tempo. In particolare, valgono le logiche dei "beni esperienza" e le regole dell'effetto-rete. Uno strumento viene adottato in base a caratteristiche che lo rendono facile, persuasivo, attivo. Disegnato in modo da conquistare e gestire un effetto-rete. Con un "marchio" riconoscibile, che promette un valore chiaro e trasparente (anche nelle sue logiche produttive).

4. La dinamica che lancia l'effetto-rete e che costruisce il "bene esperienza" è la stessa che conquista il tempo e l'attenzione delle persone ma con un taglio preciso: non punta a invadere il tempo e l'attenzione; punta a farsi adottare dalle persone, in particolare nel tempo e nell'attenzione riservata all'informazione che genera nelle loro relazioni e nelle loro conversazioni. Non si entra in una conversazione con il megafono, ma con buoni argomenti, con una semplice empatia, con una forte e riconoscibile identità.

5. I giornali, in tutto questo, possono svolgere diversi ruoli. Snodo di informazioni già in circolazione, finanziamento di ricerche per trovare informazioni che non sono già in circolazione, interpretazione di dinamiche complesse: il tutto è incarnato in una linea editoriale trasparente, in un metodo di ricerca condiviso, in una testata capace di promettere e mantenere linea e metodo.

6. In questo modo, la logica del non profit e quella del profit si integrano. Non si difende il profit chiudendo un insieme di informazioni in un posto inaccessibile senza pagare il biglietto. Lo si difende entrando nelle conversazioni, dunque aprendosi ai flussi di informazione non profit. Sottolineando tutto con il valore aggiunto della qualità del metodo e della trasparenza. Il centro della generazione di profitto nel nuovo mondo dell'editoria è il posizionamento dei "prodotti" editoriali in funzione di servizio all'ecosistema, non in contrapposizione all'ecosistema. Ciò posto, i sistemi di accesso innovativi possono motivare strutture di scarsità nuove: dall'iPad al giornalismo a teatro. L'innovazione dei sistemi di accesso può essere perseguita solo come servizio a sua volta capace di iscriversi sul tempo e l'attenzione del pubblico.

7. Per creare nicchie ecologiche nelle quali gli editori possano ottenere un pagamento per i loro "prodotti", non bastano i cancelli tradizionali: il nuovo modo per ottenerle è innovare, fare ricerca, sperimentare. Una quota crescente degli investimenti devono andare in questa direzione. Gli editori diventano aziende che mettono insieme storie, design, software, ripensando continuamente i loro modelli di business. E ascoltando tanto quanto parlano.

Sintesi?
Il giornale non è la sua carta
I giornali sono applicazioni per organizzare l'informazione
Il giornalismo non è la sua tessera
Il giornalismo è definito da un metodo trasparente di ricerca
Il centro propulsore della transizione è il pubblico attivo
La scarsità è il tempo e l'attenzione del pubblico
L'editoria diventa un business innovativo: ricerca, design, software
La conversazione delle persone è il luogo dove si riconosce il valore, si genera effetto-rete, si costruisce il "bene esperienza"
L'identità è il valore sintetico di un generatore di informazione
L'ecosistema dell'informazione ha la funzione di costruire la conoscenza condivisa
I poli di aggregazione dell'informazione hanno la funzione di costruire uno spazio culturale comune alla loro comunità di riferimento
La forma dello spazio culturale comune dipende dai sistemi incentivanti impliciti nei generatori di informazione
I soggetti interessati a dare a quello spazio comune un tratto di intelligenza collettiva libero, almeno un po', dal populismo, possono contribuire offrendo qualità
La logica del non profit è particolarmente propulsiva per la qualità del contributo all'informazione condivisa: dal pubblico attivo alle fondazioni per lo sviluppo della ricerca giornalistica
La logica del profit è particolarmente propulsiva per l'innovazione nei sistemi di accesso, nel design, nella connessione tra i diversi soggetti della rete

(Già: oggi è dedicato a prendere appunti per il contributo di domani a Perugia).

Post hoc

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E dunque è uscito IlPost.it. L'editoria è in piena fioritura. In bocca a lupo alla nuova redazione! E in bocca a un lupo diverso anche il diverso tentativo di Gianluca Neri con la nuova BlogNation. C'è una bella intervista ai due. Con qualche vero pezzo di bravura nel genere nuances (come la risposta alla domanda "Se non fosse esistito internet cosa avresti fatto?" di Luca: "Avrei creato un laboratorio linguistico dedicato alla definizione del genere femminile o maschile di un'eventuale futura rete dati ancora da inventare".)....

Tra un paio di giorni si saprà di un'ulteriore novità del tutto diversa. Ma che avviene nello stesso contesto: un paese che cerca di migliorare la qualità del suo sistema dell'informazione.

Il business è il messaggio?

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E dunque Sheri Fink di Propublica ha vinto il Pulitzer. E questo ha portato nuovamente molti commentatori a parlare di forme di finanziamento comunitario al giornalismo investigativo. Ci si può domandare se esista una relazione tra il modo in cui il giornalismo è finanziato e il risultato informativo. E' chiaro che questo diventa ancora più interessante con la crisi dei giornali, l'avanzata del pubblico attivo, l'innovazione tecnologica. (commenti recenti di: Antonio, Pierluca, Gigi, Matteo, Andrea, Massimo, Dario, Stefano). La mediasfera è alla ricerca di un nuovo equilibrio, non è detto che lo trovi, ma ogni elemento è connesso a ogni altro e, nella complessità, i feedback positivi e negativi si moltiplicano.

Il modo di finanziare il giornalismo non è irrilevante. Perché genera sistemi incentivanti che favoriscono certe scelte a scapito di altre. Niente di nuovo. Un giornale completamente basato sulla pubblicità di scarpe tenderà nel tempo a essere diverso quando parla di scarpe da un giornale che parla di scarpe ma non ha pubblicità e si può leggere solo se lo si compra. E un giornale che parla di scarpe completamente finanziato da un'associazione di amanti delle scarpe tenderà a essere ancora diverso. I modelli di business generano sistemi incentivanti che nel tempo influenzano i giornali.

Non solo. Un modello orientato al profitto avrà qualche difficoltà a investire il 5 per cento del suo fatturato in una sola inchiesta. Mentre un giornale finanziato da un insieme di benefattori, potrà farlo, se ritiene che la causa valga la pena. Non ci sono solo sistemi incentivanti, ma anche veri e propri limiti logici: il giornale orientato al profitto deve diffondere molto, il giornale di impegno civile può anche vendere poco purché dei suoi contenuti si parli molto. E dei suoi contenuti si parlerà molto se sono fatti molto bene.

Guido aveva fatto notare che le 13mila parole delle quali era composto il risultato finale dell'inchiesta di Fink sono costate 400mila dollari. Cioè poco meno del 5 per cento del budget che Propublica può spendere in un anno. Ma ha vinto il Pulitzer. E reso Propublica molto più importante. Tanto che ne parlano tutti.

Il punto è che tutto questo è il contorno abilitante del giornalismo. Non è niente di più. Il modo in cui i giornalisti colgono le opportunità di fare giornalismo che sono offerte loro da chi li paga per fare i giornalisti resta comunque almeno in parte sotto la loro responsabilità. I sistemi incentivanti contano. E contano i limiti finanziari. Ma ogni persona interpreta i mezzi che ha a disposizione per come è capace.

I giornalisti sono responsabili di quello che scrivono, che lo facciano con pochi soldi o con molti soldi. E possono giustamente decidere di fare i giornalisti per divertire una comunità con notizie socialmente intriganti, possono farlo per sostenere una causa politica, possono farlo per informare obiettivamente. Quello che li distingue nella nostra epoca non è la tessera, casomai è un metodo di ricerca giornalistica fattuale e trasparente. Questo orientamento metodologicamente corretto può dare senso al loro ruolo nel tempo in un contesto in cui il pubblico attivo e le piattaforme dei media sociali possono evolvere ancora molto e generare una mediasfera ricchissima di informazione.

Il vantaggio di questa epoca è che il pubblico attivo costituisce un'alternativa al giornalismo professionale per una serie di informazioni abbastanza vasta. E dunque inserisce nella dinamica una nuovo incentivo: per il timore di perdere lettori a favore dei sistemi di informazione amatoriali, i giornali sono incentivati a mantenere alta l'attenzione verso la qualità e l'orientamento al servizio alla comunità anche quando altri incentivi li porterebbero a servire piuttosto gli inserzionisti pubblicitari o altri. A sua volta il pubblico attivo ha bisogno di giornalismo professionale, come dimostra la quantità di citazioni di giornali che si trova nei blog e nei social network.

Nella complessità di tutto questo il tema del metodo giornalistico emerge sempre più come caratterizzante per un ruolo professionale e sociale di cui c'è sempre più bisogno e che può trovare nuovi modi per svilupparsi. (Se ne parlerà di più. Perché ancora in modo vago si capisce che non se ne può più di informazioni valutate solo in base a chi le propone o al suo ruolo mediatico: la società - si direbbe - ha bisogno di informazioni che facciano avanzare in profondità la conoscenza, o che almeno appaiano chiaramente in sincrono con la realtà, e dunque siano prodotte con un metodo trasparente).

Sta a tutti gli interessati darsi da fare. Nei limiti del possibile. Ma spingendoli sempre un po' più in là. I mezzi non sono i fini: neppure i mezzi di comunicazione e i loro modelli di business.

Dig-it: Spot.us all'italiana

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Bella grafica e chiara proposta: giornalismo in rete, col finanziamento dei lettori, in stile Spot.us. Ma con la mediazione di una redazione. E' Dig-it.

iPad: incuriositi e perplessi

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Apocalittici e integrati, sull'iPad non si può essere. Al massimo incuriositi e perplessi. Forse perché in Italia, anche ad avercelo in mano, dell'iPad non si può capire più di tanto, visto che non si possono ancora scaricare le applicazioni. Questo avverrà solo dopo l'uscita del prodotto in Italia. E solo in autunno arriverà il sistema operativo multitasking che dovrebbe dare arricchire l'esperienza in modo decisivo.

Ma una questione sta emergendo comunque. Pierluca Santoro se ne fa portavoce con un bel post pieno di rimandi utilissimi. Al centro della questione è la paura che l'iPad sia un passo indietro nella liberazione del pubblico attivo e rigeneri la situazione preferita dagli editori tradizionali: un ambiente che protegge i prodotti da vendere ai consumatori che passivamente ne fruiscono.

E' verissimo che l'iPad è un oggetto chiuso, migliore per la fruizione che per la creazione di contenuti. Fa persino venire voglia di leggere di più e soprattutto di guardare più video. Tra l'altro rivitalizza i videopodcast perché almeno all'inizio verrà usato in casa o in altri posti dove c'è il wifi: altrove però potrà essere usato per guardarsi contenuti precedentemente scaricati. L'iPad è una piattaforma orientata a facilitare la fruizione di testi e video, meno decisivo per l'audio, forse molto divertente per i giochi (peraltro, appunto, per ora impossibili da provare dall'Italia). Inoltre il tema delle applicazioni, il vero centro del sistema iPad, riporta in auge i marchi più che i singoli elementi informativi.

Non si vede perché, però, questo debba essere visto come un passo indietro per tutto il resto. Il mondo del web attivo, al quale tutti contribuiamo, non è certo intaccato dall'iPad (che ne costituisce un'alternativa ma non una diretta limitazione). Che anzi può essere un luogo nel quale i testi e i video del pubblico attivo possono essere visti più comodamente. Anche sviluppando applicazioni orientate a questo. Tra l'altro non impedisce il comportamento attivo più frequente: le brevi reazioni a ciò che si incontra navigando e che sono le più comuni si possono comunque gestire bene anche con l'iPad. L'iPad non va bene per produrre video e testi elaborati, ma potrebbe per certi versi dimostrarsi una sorta di stimolo alla produzione di testi e video di qualità anche per il pubblico attivo.

Si vedrà se l'iPad diventerà un luogo nel quale gli editori potranno sviluppare nuovi prodotti a pagamento. Se lo diventerà sarà solo perché gli editori avranno investito per fare prodotti validi, tanto interessanti da trovare un mercato. E non si vede perché questo dovrebbe essere un male: significherebbe che in quel caso l'iPad avrebbe contribuito al miglioramento della qualità complessiva della mediasfera. Senza nulla togliere, appunto, al mondo del web aperto.

Da questo punto di vista è dunque una speranza in più per gli editori, ma niente di peggio per il pubblico attivo. Del resto, non è molto diverso dall'iPhone che ha una logica perfettamente analoga: rispetto all'iPhone ha qualcosa in più per gli editori ma niente di peggio per il pubblico attivo. In sintesi, può essere complessivamente un passo avanti più che un passo indietro. Anche Facebook poteva essere un passo indietro, tenendo tutto il lavoro degli utenti su una piattaforma proprietaria orientata a favorire lo scambio veloce piuttosto che l'approfondimento da parte del pubblico attivo: alla fine anche Facebook ha contribuito ad allargare la platea, ha conquistato tempo mediatico, ma non ha impedito lo sviluppo dell'attività complessiva del pubblico, anzi, forse l'ha accelerato. La forza del medium delle persone è più grande di quella delle singole piattaforme. E internet non cessa di proporre nuove soluzioni aperte che rispondono in sempre nuovi modi al fenomeno generale generato dal pubblico attivo. L'iPad non fa paura.

I veri pericoli per il web aperto non sono nella nascita di alternative o nell'eventuale (e tutto da dimostrare) ritorno di validi contenuti editoriali a pagamento. I pericoli vengono dal continuo allargamento del concetto di copyright, dalle smanie delle compagnie di telecomunicazioni e dagli attacchi alla net neutrality. 

Background, giornalismo

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Nell'aprile del 1999, Andy Grove, capo dell'Intel, annunciò ai leader delle grandi aziende editoriali americane che i giornali di carta avevano ancora tre anni di vita. Non era la prima volta che si parlava di questo possibile scenario. Tanto che nel resoconto del New York Times si legge che forse gli editori avrebbero potuto alzare gli occhi al cielo per l'ennesima predizione catastrofica sul loro business. Ma non lo fecero. Perché quello era Andy Grove. E perché raccontava come anche all'Intel era toccato di affrontare una crisi simile, quando alla fine degli anni Ottanta aveva perso il mercato delle memorie contro la concorrenza di produttori imbattibili sul piano dei costi. E per Grove i giornali si trovavano di fronte alla concorrenza di sistemi a basso costo di distribuzione basati su internet che li avrebbero spiazzati. E consigliava di prendere le misure necessarie a trovare un nuovo centro al loro business. Su Salon si trova ancora l'articolo dell'Associated Press che intervistava molti presenti. Ben pochi volevano fare la figura di chi non è abbastanza moderno da negare il problema. E molti invece davano sostanzialmente ragione a Grove, non magari sui tre anni, ma sulla tendenza di fondo.

Nel 2002, tre anni dopo, i giornali non avevano chiuso e per la verità ben pochi parlavano di una loro crisi. Invece, erano state molte aziende internettiane fiorite tra il 1998 e il 2000 a chiudere o andare in crisi, insieme alla storia finanziaria che aveva favorito la bolla speculativa di quella fine millennio. Ma mentre si erano prosciugati i fiumi di dollari che andavano a finanziare start-up internettiane, un oceano di persone continuava a spostare tempo e attenzione verso quello che trovava su internet. Anche perché in quel periodo prendeva il volo un fenomeno nuovo: i blog di informazione. 

Proprio in quel 2002, il pioniere dei blog Dave Winer, lanciò una scommessa sul sito Long Bets immaginando che cosa sarebbe successo nei cinque anni successivi: «Cercando su Google le cinque parole-chiave o le cinque frasi capaci di rappresentare le notizie più importanti del 2007, i blog compariranno più in alto del sito del New York Times». Martin Nisenholtz, ceo del New York Times Digital, accettò la scommessa: duemila dollari. 

Nel agosto del 2006, l'Economist si era accorto che qualcosa di grosso era accaduto all'industria dei giornali. Aveva analizzato la situazione, era arrivato alla conclusione che i giornali di carta erano morti e che qualcuno li aveva assassinati. La copertina si intitolava infatti Who killed the newspaper?

Nel 2007, Winer vinse alla grande la sua scommessa. I blog, nel 2007, erano diventati tanto popolari e citati tra gli utenti di internet da superare il grande giornale newyorkese nel "ranking" di Google.

Con la crisi finanziaria iniziata nel 2008 e peggiorata nel 2009, la questione investì in pieno gli editori. La pubblicità se n'era andata. I lettori avevano continuato a diminuire. I bilanci di una quantità incredibile di giornali andarono in rosso (non quelli dell'Economist che comunque ci aveva cominciato a pensare molto prima e non quelli del Financial Times, anche grazie alla quota detenuta nell'Economist). Ci fu una bizzarra querelle, alimentata dagli editori più ondivaghi nella loro strategia internettiana, come Rupert Murdoch, secondo la quale i giornali avevano diritto a un pagamento per i loro prodotti: nessuno lo negava, il problema era scoprire come potevano ottenerlo.

Avrebbero dovuto investire per tempo sull'innovazione, gli editori, ma (e questo Grove lo aveva previsto), cominciarono a farlo quando erano veramente preoccupati. E per fortuna quando erano veramente preoccupati videro che c'era qualcosa da fare di immediato e abbastanza rassicurante.

No, non il Kindle. Nel 2010 arrivò l'iPad e alcuni sentirono che era la nuova piattaforma che faceva giustizia del web così difficile da usare per i prodotti a pagamento. Ma capirono che era una piattaforma che imponeva di fare prodotti migliori. Insomma, dava un senso all'investimento all'innovazione, non ne eliminava la necessità.

Si può raccontare tutto questo al passato perché è la premessa di quello che deve succedere. E che può essere molto, molto interessante. Potremmo essere alla vigilia di una storia degna della bellezza che abbiamo vissuto negli ultimi dieci anni. Perché finora l'ecosistema dell'informazione ha visto una fioritura di nuove iniziative e un'erosione delle attività tradizionali. In questo processo, anche grazie alla crisi, è emersa una consapevolezza: non stiamo parlando di scenari e previsioni azzardate; sta succedendo qualcosa di molto reale. E questa consapevolezza è la premessa per fare un salto di qualità nelle risposte da parte di tutti i soggetti implicati: editori, pubblicitari, giornalisti, designer, tecnologi, pubblico attivo, comunità.

E affrontare il tema dei temi, quello che è riportato in un passaggio del libro di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi e sul quale occorre meditare molto. Gli autori citano studi dell'università di Chigago sulla credibilità di varie istituzioni americane nell'opinione della popolazione degli Stati Uniti. "Dagli anni Settanta fino alla metà degli Ottanta, la stampa in quando a credibilità era alla pari con i militari, il Congresso, le fedi religiose. Ma negli anni Novanta ha cominciato a perdere posizioni. Nel 1990 il 74 per cento degli americani era ancora pronto a dire di avere fiducia nella libertà di stampa e nei contenuti dei media. Ma dieci anni dopo la percentuale era già slittata al 58 per cento. E da allora ha continuato a scendere, bocciando indistintamente organi di stampa progressisti e conservatori". Difficile dire se i Italia un'analoga rilevazione porterebbe a risultati diversi.

link a vecchi post:

link a grandi post:

AllVoices...

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AllVoices guadagna traffico e raccoglie finanziamenti, scrive TechCrunch. E' presentata come una piattaforma per il giornalismo dei cittadini, con coordinamento da parte di giornalisti professionali. E si espande a diverse città (comprese Baghdad, Pechino, Islamabad, Londra, Nairobi, Shanghai). La grafica non fa sognare. E la struttura non è immediatamente decodificabile. Ma è un altro mattone per la connessione tra il volontariato delle notizie e il professionismo. L'equilibrio giusto non è ancora arrivato. Ma il ritorno al passato è sempre più lontano.

Tre magazine su iPad

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iPad Magazine Art Direction from Brad Colbow on Vimeo.


Grazie per il video, via Magculture.

I temi emergenti:
1. la differenza funzionale tra la versione del magazine in verticale e in orizzontale, sembra essere interpretata molto semplicemente. La versione verticale è più per leggere. La versione orizzontale è più per sfogliare.
2. i comandi dell'interfaccia sono tutti diversi e molto personalizzati. Si tratta di apps, chiaramente. Sarà interessante vedere se verranno fuori degli standard da questo punto di vista. Attualmente siamo in fase di sperimentazione
3. non da questo video ma dalle varie critiche pubblicate in questi giorni si capisce che il mercato delle apps per ipad è piuttosto disordinato, con prezzi molto diversi tra loro. Anche su questo è sperimentazione.

Altri video in un post precedente.

FT va a gonfie vele

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Il Financial Times va benissimo. I suoi conti migliorano, anche nel pieno della crisi. Ha aumentato il prezzo dei suoi prodotti, online e offline, e ottiene la metà dei profitti dell'altro grande giornale che va benissimo e del quale è socio: l'Economist. (I dati, dedotti, sono su PaidContent)

NewsApp

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Riccardo Luna pubblica in una nota su Facebook - in anteprima - un mio contributo al prossimo numero di Wired Italia:

Content is king, si diceva: il contenuto era il Re Media che trasformava in esperienza di valore il frutto del lavoro delle tipografie, dei network televisivi, delle compagnie di telecomunicazioni, dei costruttori di piattaforme digitali. Ma internet è una repubblica. E in internet il Re conta fino a un certo punto: in ogni caso non per diritto di nascita, ma casomai solo se si mette come tutti al servizio della cosa comune. Il che vale anche per il giornalismo.

Il pubblico reagisce con molta flemma alle lamentazioni dell'industria editoriale che denuncia il calo delle copie dei giornali e la presunta concorrenza della gratuità internettiana: non potrebbe essere altrimenti, visto che in effetti è proprio il pubblico a generare i sintomi motivanti di quelle doglianze. Ma non ne è la causa: è semplicemente l'arbitro, il giudice insindacabile della qualità dei giornali in rapporto ai suoi vincoli di bilancio - di tempo e denaro - e ai suoi interessi alternativi. Le opportunità che internet ha dischiuso al pubblico che le ha volute - e potute - cogliere attivamente hanno generato esperienze ormai imprescindibili anche nell'accesso all'informazione: dai blog ai wiki dallo scambio di foto e video ai social network, il nuovo medium delle persone ha ridefinito il contesto di tutte le vecchie gerarchie mediatiche. Il mutamento è definitivo. E probabilmente era tempo che avvenisse.

Sicché della troppe volte annunciata "morte dei giornali" si preoccupano prevalentemente i giornali. Ma questo dibattito sarebbe certamente più appassionante per il pubblico se riguardasse non la difesa di ciò che esiste ma la costruzione di qualcosa di meglio. E, se così fosse, tra l'altro, avrebbe qualche possibilità di risolversi.

Avverrà. I giornalisti saranno chiamati a fare bene i giornali. Ma, paradossalmente, non basterà. I giornali non sono la loro carta, ma la relazione dei produttori professionali di informazione con il pubblico evolverà anche in base all'innovazione dei mezzi sui quali quella relazione si sviluppa. La funzione degli editori è quella di trovare le soluzioni imprenditoriali e tecniche per portare l'informazione al pubblico. Per trovarle dovranno trasformarsi in imprese che sanno fare ricerca, sperimentare, innovare. Velocemente. Con metodo. Con visione.

I mezzi digitali, da questo punto di vista, non sono più una minaccia. Sono una realtà. Come sempre nella cultura internettiana, ogni novità è una potenziale opportunità. L'annuncio dell'iPad della Apple è stato visto in questo modo, soprattutto alla luce della strada fatta dalla Apple con il sistema iPod-iTunes nella riqualificazione del business della musica digitale, disastrato dal panico con il quale, sulle prime, le etichette avevano reagito alla rivolta del peer-to-peer. Il suggerimento implicito nella piattaforma che accompagna l'iPad è affascinante: non essendo né musica né libri, i giornali potrebbero essere dunque concepiti come applicazioni. Cioè programmi per organizzare i flussi di informazione e per sviluppare specifici modelli di business. Con design e funzioni molto innovative. E potenzialmente tanto attraenti da motivare persino un pagamento da parte del pubblico. Ma gli editori non ci arriveranno aspettando che l'iPad cada dal cielo. La vittoria della cultura internettiana sta nella consapevolezza che, anche nel mondo dell'editoria, il futuro non è quello che succederà, ma quello che costruiamo.

Il reader dell'Irish News

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The Irish News si legge online solo a pagamento, con un reader che imita in tutto e per tutto il giornale di carta... Il direttore in un'intervista ammette di non avere molti abbonati, ma di esserne soddisfatto. Il giornale è una voce cattolica in un contesto protestante e il sostegno al giornale ha molto significato per la comunità.

Perché online si paga se si ritiene che sia "giusto" pagare.

Conoscere per analogia

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Internet si conosce per analogia. Le conseguenze di una nuova idea che nasce sulla rete sembrano più comprensibili quando si trova un'analogia. Un racconto noto che consente di immaginare come una storia analoga va a finire.

Qualche esempio si trova nelle analogie con le quali ragiona Olivia Scheck che commenta alcune conclusioni sul rapporto tra giornalismo e internet proposte nelle discussioni avviate da Edge.

Non è un pezzo affetto da ottimismo, ma è fiducioso. Il che non guasta per niente, come insegna il cardinale Carlo Maria Martini...

15 progetti di magazine su iPad

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Paidcontent raccoglie i video che mostranoi progetti di riviste per iPad che si possono trovare in giro. Alcuni sono già noti. In ogni caso sono qui sotto raccolti quasi tutti.

I progetti mostrano il tentativo di ricreare delle vere e proprie riviste. Da notare che le proporzioni con le mani non sono sempre realistiche: le dimensioni dell'iPad non sono poi così grandi...


















Mag+ from Bonnier on Vimeo.



Se sbaglio mi corigerete

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Una segnalazione di Giovanni de Paola. Un'informazione sbagliata sul blog di Grillo. E la correzione che si fa attendere.

Da Forbes a TechCrunch

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Evelyn Rusli lascia l'old media Forbes, dove era anchor, per andare a scrivere per TechCrunch. Ma anche perché il blog diventato giornale di enorme successo lancerà tra poco anche la sua TechCrunch Tv...

Scarsità, abbondanza, equilibrio

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Clay Shirky (via gg) racconta in breve come il valore di mercato sia connesso alla scarsità e come un piccolo aumento della disponibilità del bene scarso generi valore mentre un aumento gigantesco della disponibilità che porta il bene scarso a diventare un bene abbondante trasforma la società e distrugge ogni equilibrio preesistente. E a quanto pare è successo all'informazione.

Ma che cosa succede a questa teoria se distinguiamo la qualità dell'informazione in base a diversi criteri che non dipendono dalla tecnologia di produzione, diffusione e fruizione? Tipo: comune livello di background culturale; condivisione del giudizio sulla rilevanza; metodologia di verifica e teorizzazione; qualità narrativa; disponibilità di tempo per l'accesso e la fruizione. La scarsità non scompare: si sposta. E le conseguenze di questo sono rilevanti. Si apre uno scenario di indagine di grande importanza, secondo me.

Pew: no news sui modelli di business per news

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Pew fa conoscere la sua ricerca sullo stato dell'arte nell'economia delle notizie giornalistiche. I dati sono superinteressanti. La ricerca di nuovi modelli di business appare ormai avviata e, un po', avvitata. La pubblicità resta la soluzione preferita ma non basta. Le altre soluzioni restano sperimentali. Non si sono ancora grandi movimenti sul fronte dei notiziari a pagamento online. (Pew)

YouCapital...

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Leggo da LSDI che è partita una piattaforma tipo spot.us in Italia (crowdfunding journalism). Si chiama YouCapital. Ne hanno parlato anche: Pennedigitali, Antonella Beccaria, Assodigitale, Senzamegafono, Cristiano Lucchi.

I promotori sono Luca Longo, web director di The Populi, e Antonio Rossano fondatore di Yurait Social Blog.

Articoli collegati su LSDI:
  1. Parte ProPublica, giornalismo investigativo finanziato da una Fondazione
  2. Due nuovi progetti di giornalismo finanziato dai cittadini
  3. Giornalismo finanziato dai lettori: nuovi esperimenti in Francia e in Italia

Festival del Giornalismo di Perugia

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E' dunque arrivato il programma del Festival del Giornalismo di Perugia. Ricchissimo.

E' del tutto evidente che il suo punto debole è il keynote di giovedì 22 aprile, alle 12:00.

Il keynote del Festival è di solito un'occasione molto importante per accedere all'esperienza di un vero maestro del giornalismo. Ma quest'anno - inopinatamente - è riservato all'espressione del mio punto di vista sulle prospettive dell'informazione. Non si può negare che il tentativo di tenere insieme il giornalismo tradizionale e quello che si sta sviluppando in rete sia sulla carta una buona idea.

Nella pratica dovrò inventare una maniera sensata per parlare di una questione tanto gigantesca.

Ogni suggerimento è bene accetto. E se vogliamo fare una cosa utile, potremmo raccogliere nei commenti gli esempi migliori di giornalismo che conosciamo all'epoca della rete. Se la raccolta riesce la lasciamo a Perugia come documentazione...

Neppure Google guadagna con le news

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Sentite le grandi lamentazioni degli editori, Murdoch in testa, sul fatto che Google guadagnerebbe con le notizie dei loro giornali, ci si domandava: ma è vero? E dunque pare proprio di no. Lo diceva Google che non fa fatturato con le news, ora lo registra anche Chris Dixon.

xcitta

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Una nuova serie di giornali locali. Si chiamano xcitta. Fatti con spirito di cronisti, consapevoli di lavorare in una rete abitata da blogger e partecipanti a social network di ogni genere.

Ogni nuovo giornale ti propone un punto di vista. Questo ne ha uno e insieme tanti quante sono le città che segue fin dall'inizio della sua storia: Torino, Milano, Treviso, Bologna, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo. E mentre lo scorri ti domandi se ti puoi affezionare o se durerà per il tempo di una start up.

A questo non rispondono, a xcitta. L'editore crede nel progetto e, dice, cerca soci disposti a partecipare. Ha un business plan basato sulla raccolta pubblicitaria. Si vedrà.

Intanto, i giornalisti sono giovani ed entusiasti. Ci credono eccome, loro. E' un piacere ascoltarli mentre descrivono le loro scelte. La cronaca, del resto, nell'iperlocale, può essere una grande esperienza.
Google è grande. Ma Google News lo è meno. E sicuramente meno di Facebook. Su Facebook la gente si segnala di tutto, comprese le notizie. E secondo Hitwise il traffico che effettivamente arriva ai siti di notizie da Facebook ha superato quello che arriva da Google News. Con buona pace di tutte le lamentazioni degli editori che si ispirano a Murdoch.

Ora Hitwise aggiunge che da Facebook arriva più traffico a siti che nascono dal mondo del broadcast, mentre da Google News arriva più traffico ai siti che nascono da giornali cartacei.

Questo peraltro vale soprattutto per i grandi siti di news. La parte lunga della coda lunga è ancora più coperta da Google.

Anche perché quello che si fa su Facebook è più governato dall'immediatezza facile. (ReadWriteWeb)

Corso online di GIORNALISMO SCIENTIFICO

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WFSJ e SciDev.Net hanno creato un corso online di giornalismo scientifico. Divertente e interessante. (via Guido Romeo)

La difficile indipendenza dei giornali

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L'ipocrisia dei politici è anche un fatto tecnico. Le parole dei politici non sono fatte per dire a modo loro la "verità". Ma per dire quello che serve a vincere contro gli avversari e imporre il proprio potere.

La manipolazione delle parole e dei discorsi per fare apparire la realtà nella luce che avvantaggia la propria parte politica è un'arte retorica classica. E nell'epoca della politica mediatica è diventata una scienza. I media sono usati molto bene da chi ha qualcosa da far credere a qualcuno. E i politici sono maestri. In tutto il mondo. A partire dagli Stati Uniti, per passare dalla Cina, arrivare in Francia e sbarcare infine in Italia.

A fronte di questo, la cittadinanza vorrebbe media imparziali che non si facciano strumento delle parole dei politici, ma servano a metterle a confronto con la realtà. E questo genere di valore, quello dei media imparziali, è spesso ripetuto anche da chi i giornali li produce.

Ma mettere in pratica questo valore è evidentemente difficile. Per molti motivi. Ma anche per il fatto che non è semplicissimo decidere che cosa sia un giornale politicamente imparziale. A questo proposito ci sono almeno tre ipotesi:
1. Un giornale imparziale è quello che mette tutte le notizie e le separa dai commenti che a loro volta sono votati a dar voce a tutte le opinioni.
2. Un giornale imparziale è quello che dichiara esplicitamente da che parte sta e poi dà le notizie che sostengono quella parte.
3. Un giornale imparziale è quello che decide quali notizie mettere giudicandole in base a una ricerca che compie con i suoi giornalisti per ricostruire la realtà.

Non è molto semplice trovare un giornale che sia perfettamente aderente a una di queste ipotesi. Ma ciascuna delle ipotesi contiene pregi e difetti per la cittadinanza che vorrrebbe sapere come stanno le cose.

Il giornale che pubblica tutto senza distinzione, dando uguale voce ai commenti di tutte le parti, è leale nei confronti dei suoi lettori ma di fatto si mette nelle mani degli esperti della manipolazione. Basta che nel dibattito politico una parte lanci una serie di messaggi, alcuni più estremisti e altri più moderati, per far spostare a suo favore l'equilibrio del dibattito. E per distrarre dai temi che la mettono in difficoltà. I giornali diventano il territorio neutrale nel quale i politici giocano liberamente, decidendo autonomamente l'agenda. Le parole che corrono non sono altro che quelle, strumentali, dei politici.

Il giornale trasparentemente partigiano è più decodificabile. Ma per definizione non può arrivare a essere imparziale e dunque non aiuta molto i cittadini a confrontare le parole dei politici con la realtà.

Il giornale che fa la sua ricerca e pubblica le notizie confrontandole con quanto conosce della realtà è più difficile da fare. La riuscita di un progetto del genere dipende da molte cose. Ma soprattutto dal metodo che adotta per fare la sua ricerca giornalistica. In questo senso, ha bisogno a sua volta di una forma di umile trasparenza: deve dichiarare la sua "epistemologia" giornalistica. Che cosa ritiene siano "fatti", che cosa "ipotesi", che cosa "interpretazioni". Deve dichiarare costantemente i suoi possibili conflitti d'interesse. E se prende posizione è perché ha scoperto un dato di realtà e decide che le parole di una parte politica corrispondono meglio di quelle dell'altra parte alla realtà stessa.

Il giornale "campo di battaglia" è il più interessante per i politici manipolatori, perché sembra imparziale e dunque credibile, ma non riesce a contrastare le loro strategie retoriche. Il giornale "partigiano" è meno credibile al di fuori della parte di cittadinanza che non sostiene la sua parte politica, ma in un certo senso può apparire più caldo e profondo nella lettura dell'interpretazione della realtà di quella parte politica. Il giornale "ricercatore" è forse più umile e rischia di apparire più freddo: il correttivo è quello di raccontare non soltanto fatti ma anche storie di persone, usando un linguaggio che alterna la freddezza delle analisi al calore delle storie.

Il problema è che questi modelli coesistono. E che un giornale che appartiene a un modello può sempre "mascherarsi" in modo da sembrare appartenente a un diverso modello.

La blogosfera e il medium delle persone non scappano a queste distinzioni. Nell'insieme, l'imparzialità dei media sociali è simile a quella del "campo di battaglia". Ma niente impedisce ai sistemi di informazione "partigiani" di conquistare territori nei media sociali. E le persone che vogliono contribuire all'informazione in chiave di "ricerca" devono contemporaneamente combattere per l'attenzione e abbassare i toni quando (come è normale in ogni ricerca) non sanno tutto ciò che occorre sapere per selezionare correttamente le notizie e le opinioni.

I cittadini che leggono (i giornali e i media sociali) devono fare uno sforzo significativo per decodificare i modelli, giudicare la cooerenza con la quale vengono portati avanti, e farsi un'idea della realtà.

La forza del modello orientato alla ricerca, per favorire la conoscenza della realtà, ha bisogno di una relazione forte e duratura con un pubblico attivo orientato alla stessa epistemologia, fattuale e pragmatica.

(Tutto questo, a sua volta, è reso più complesso se si tiene conto della proprietà dei giornali. La proprietà dei giornali è in parte un modo per capire quale modello i giornali perseguono. Ma non lo è sempre. Di certo, il fatto che un capo di partito sia proprietario di tre televisioni influsce sui telegiornali di quelle televisioni. Ma va detto che anche gli altri giornali che non appartengono a nessuna parte politica incontrano la loro quota di difficoltà nell'essere imparziali. Se i giornali schierati sono più caldi e divertenti di quelli razionali e orientati alla ricerca, la società rischia di preferirli, penalizzando i giornali che in realtà sarebbero più utili a comprendere come stanno le cose. Se si spera che la situazione cambi occorre certamente lavorare per liberare il giornalismo dal peso di proprietari troppo ingombranti. Ma occorre anche approfondire una "epistemologia" del giornalismo, troppo a lungo data per scontata. La relazione tra le persone che fanno ricerca per i giornali e il pubblico attivo che li apprezza dovrebbe dunque diventare sempre più solida e orientata a una fattiva collaborazione).

Islanda News

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L'Islanda potrebbe entrare nella Ue con una procedura accelerata. E potrebbe riufiutare con un referendum l'accordo con i risparmiatori britannici scottati dai suoi titoli finanziari. E potrebbe diventare il porto franco dell'informazione controversa mondiale: approvando una legge molto protettiva nei confronti della libertà di informazione. (Orientalia, Nieman).

Altre notizie in materia:

Wired & Adobe: MAGAZINE design

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Con l'IPAD per imparare con le MANI

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Dal punto di vista cognitivo i tablet hanno un passo in più. Perché noi impariamo con tutto il corpo, non solo con gli occhi e il cervello. E i gesti che dobbiamo compiere per accedere alle informazioni fanno parte dell'esperienza che poi ci ricordiamo.

Prendere un libro dalla libreria o sfogliare una rivista, andare avanti e indietro nelle pagine, strappare un foglio, o sottolineare, sono gesti che hanno a che fare con l'apprendimento. Se l'unico modo di apprendere fosse quello di accedere a qualunque contenuto schiacciando sempre lo stesso bottone del mouse, avremmo un'esperienza più limitata. Va già meglio quando invece di sottolineare prendiamo una citazione e la mettiamo su Tumblr o Twitter.

Una rivista sull'iPad con il suo speciale multitouch e le varie metafore della libreria e delle applicazioni, un device che si usa portandolo in giro per la casa (chi vuole anche fuori), può aggiungere manualità all'esperienza di apprendimento su contenuti digitali. E per questo generare un piacere di leggere in più. Vedremo.

Intanto, John-Henry Barac (che ha fatto l'app del Guardian) risponde alle domande sul suo modo di vedere un giornale sull'iPad proposte da Joshua Benton di NiemanJournalismLab.

iPad è NEWS e MAGAZINE, in teoria

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Ormai è tanto chiaro che fa parte dell'analisi consolidata. L'eventuale unicità dell'iPad, la sua massima attrattiva, potrebbe essere leggere le news e i magazine in modo totalmente nuovo, divertente, ricco... Ma è teoria, fino a che non si vedono i progetti di magazine realizzati per la nuova piattaforma. Ne discute un grande sviluppatore di apps per iPhone su PaidContent.

Taglio alto

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Federica Sgaggio, giornalista dell'Arena, spiega perché ha deciso di aprire un blog. Sente il peso di un'evoluzione editoriale che tende a cambiare il lavoro dei giornalisti escludendoli progressivamente dal mondo degli intellettuali. Paradossalmente, dice Sgaggio, una giornalista che voglia far sentire la sua voce deve aprire un blog. Il suo si chiama: due colonne taglio basso. Suona come la risposta del caporedattore alla proposta del redattore (e il redattore pensa, in silenzio: "non vogliono dare importanza alla notizia").

La storia di Federica segnala una tendenza ormai da tempo avvertita. E' finita l'epoca della contrapposizione tra blog e giornali. Non solo perché i giornali hanno imparato ad aprire i loro blog e ad ascoltarne la voce. Ma anche - e questa è la novità segnalata da Federica - perché i giornalisti come persone possono trovare nei blog un'opportunità di espressione che la loro professione (come molte altre professioni) non offre. Non a tutti. Non a tutti quelli che vorrebbero esprimersi.

La separazione tra blog e giornali resta, ma non è più tecnica. E' umana. Chi fa sia l'uno che l'altro può sentirsi tagliato in due, visto che in entrambe le situazioni scrive, ma in un caso per esprimersi e connettersi, nell'altro caso per sviluppare una linea editoriale. Sicché la stessa distanza tra blogger e giornalisti si sta trasformando: non è tanto nelle tecnologie e non è certamente nelle capacità personali. E' nel progetto che le persone perseguono.

E' un caso del problema irrisolto della relazione tra progetti individuali e progetti collettivi che si manifesta in molteplici occasioni nell'ambito intellettuale. Quando c'è un progetto comune forte, le individualità sono compresse; quando c'è soltanto una giustapposizione di progetti individuali senza obiettivi in comune si sviluppa un rumore generale poco comprensibile.

E' la differenza tra Wikipedia e Facebook: la prima è un progetto intellettuale comune forte (con la metafora dell'enciclopedia) nel quale in generale le singole persone non emergono; il secondo è uno spazio di espressione di progetti intellettuali individuali che in comune non hanno un progetto ma una piattaforma. I due modelli hanno avuto enorme successo. Ma entrambi di confrontano con il problema di come si possa migliorare la qualità del risultato intellettuale del progetto. In questo problema, come sempre su internet, c'è un'opportunità: per chi la saprà definire e sviluppare. Proponendo un nuovo contributo alla rete.

Microconsigli per giornalista tipo Mashable

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Mashable fa una riflessione semplificatoria sul futuro del giornalista.

We identified specific digitally-oriented skills and traits a future journalist would need. These include being:

  • a multimedia storyteller: using the right digital skills and tools for the right story at the right time.
  • a community builder: facilitating conversation among various audiences, being a community manager.
  • a trusted pointer: finding and sharing great content, within a beat(s) or topic area(s); being trusted by others to filter out the noise.
  • a blogger and curator: has a personal voice, is curator of quality web content and participant in the link economy.
  • able to work collaboratively: knowing how to harness the work of a range of people around him/her -- colleagues in the newsroom; experts in the field; trusted citizen journalists; segments of the audience, and more.
A queste qualità si aggiungono altri consigli: spirito imprenditoriale, formazione permanente, attenzione ai social media... Vabbè. Non molto di nuovo sotto il sole. Salvo una cosa: si direbbe che questa storia di fare il giornalista appaia sempre più attraente e si presenti come un settore adatto a chi è a caccia di opportunità. Si direbbe che le suggestioni tipo Demand Media o Tpm si stiano diffondendo...

Facebook news reader

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Dicono a Facebook che il social network è un canale di accesso alle notizie di primaria importanza. E chiunque che lo usi sa che è vero (anche se Twitter per ora è meglio da questo punto di vista). 

ReadWriteWeb commenta che Facebook potrebbe diventare il principale news reader del mondo, superando Google.

E Hitwise osserva che in termini di funzione d'uso lo è già:

"Last week, Google Reader accounted for .01% of upstream visits to News and Media websites, about the same level as a year ago. Google News accounted for 1.39% of visits and Facebook 3.52%.

Nel frattempo, gli editori si possono lamentare di Google News, specialmente se non sanno bene come funziona. Ma i modi con i quali i lettori arrivano ai loro siti sono molti, e sempre più spesso sono diversi dal passaggio classico per la home delle loro testate.

Piani Mondadori per l'ebook

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Maurizio Costa, ad di Mondadori, dice che la sua azienda avrà un'offerta ebook nel 2011. (via Luca).

Come diceva Gian Arturo Ferrari, a Segrate non hanno fretta.

(Anche perché è sempre vivo il problema della pirateria, fa notare Giornalisticamente...).

Il Guardian si applica

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Il Guardian ha venduto 70mila copie dell'applicazione che consente di leggere le notizie del giornale britannico, a 2,39 sterline ciascuna, in un solo mese. (via GG).

La serie "i giornali sono applicazioni" continua...

Wow: si sapeva ma ora si misura...

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I classified ads, la piccola pubblicità degli annunci pubblicati sui giornali di carta in America, si sono prosciugati: da 19,6 miliardi nel 2000 a 6 miliardi nel 2009. Meno 70%. Poynter. Craiglist ha disintermediato.

I giornali locali italiani resistono meglio. Ma non si sentono al sicuro.

Piovonorane è una testata

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L'intervista di Alessandro Gilioli a Carlo Taormina è una lettura rilevante. Con un piccolo dettaglio che la rende qualcosa di più. Perché Alessandro la introduce scrivendo che l'intervista è stata concessa a Piovonorane: una formula abituale per le testate giornalistiche e meno per i blog. L'evoluzione della specie, nella blogosfera, è inarrestabile. La differenza tra blog e giornali è sempre meno precisa, di certo non è più basata sulla tecnologia.

iPad, oltre il rumore

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Underwhelming, dice Larry Magid. L'iPad non ha colpito l'immaginazione più di quanto l'immaginazione di tanti osservatori avesse già compreso prima dell'annuncio. E, in questo contesto di marketing esasperato, come nella finanza più speculativa, non superare le aspettative significa deludere. (Una summa di delusioni, su Rww) Ma questi fuochi d'artificio non sono il modo migliore per capire quello che succede.

Bisogna anche ammettere che, guardando almeno il video della presentazione dell'iPad, Steve Jobs non era al massimo della forma. E che l'unico annuncio davvero pratico e immediato è stato quello relativo al rilascio del kit per lo sviluppo di applicazioni: il vero scopo dell'evento era indurre gli sviluppatori a scrivere software e contenuti per essere pronti quando l'iPad sarà in vendita, tra un paio di mesi.

Tecnologicamente, l'iPad è un'evoluzione di idee già viste, con un tocco (questo sì magico) di design straordinario. E rispetto a ogni altro tablet è focalizzato su un valore d'uso ben preciso: leggere, accedere al web, accedere a contenuti. E adattandosi al mezzo, fare la mail, fare i conti, fare presentazioni, scrivere. Non è il massimo della portabilità e non è il massimo per produrre: a quelle attività servono meglio l'iPhone e il Mac. L'iPad doveva diventare il massimo in qualcosa di intermedio. Che probabilmente è la fruizione comoda dei contenuti digitali, a un prezzo molto contenuto se ci si accontenta (come è probabile per adesso) della versione che privilegia la connessione wifi. 

Quello che manca all'iPad e ha fatto arrabbiare molti tecnici è quello che non è essenziale per quel valore d'uso. A parte la mancanza del Flash che, a quanto pare, serve a garantire che i contenuti video sull'iPad saranno quelli che in qualche modo sono adatti alle strategie di Apple.

Perché l'iPad è soprattutto il terminale - divertente, comodo, efficace - del sistema di vendita di contenuti e software intermediato e organizzato da Apple: un'estensione della logica già sperimentata con l'iPod e l'iPhone. Il mercato è meno maturo di quanto non fosse all'epoca del lancio dell'iPod e saranno molto rilevanti i prossimi annunci sugli accordi tra Apple e produttori di contenuti, perché faranno la differenza e creeranno il "momentum" che assisterà l'iPad nelle prime fasi di impatto sul mercato.

Per gli altri il tema è semplicemente: scommettiamo che si venderanno molti iPad o no? Se sì, gli editori faranno bene a sbrigarsi e a mettere in campo i loro prodotti per questa piattaforma, visto che offre un'opportunità in più per migliorare le vendite. Se no, sarà stato tutto una bolla.

Per gli autori però tutto questo è molto rilevante. Dovesse prendere piede, l'Pad consentirà di vendere libri realizzati in ePub e non necessariamente assistiti da grandi case editrici. E offrirà nuove opportunità ai piccoli produttori di software con una buona idea al servizio dell'industria editoriale. 

L'iperventilazione che è stata necessaria al lancio dell'iPad non deve fuorviare: si tratta di un momento importante per il business dell'informazione. Un momento che si può cogliere, o lasciar passare via. Meglio coglierlo.

Update: nel frattempo Amazon - giustamente ammirata da Jobs per il suo lavoro pionieristico in questo settore - subisce la concorrenza di Apple e cede sulla questione del prezzo dei libri per Kindle... Si prepara all'arrivo di iBooks.

Design, news e fact checking, ai tempi dell'iPad

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Sarà il design - al completo, quello che va dalla grafica alla funzione, dalla fascinazione per la sperimentazione culturale alla concretezza del modello di business - a fare una grande differenza nel futuro dei magazine (e forse dei giornali), nell'epoca del discusso ma affascinante sistema iPad-iPhone-AppStore... 

Anche se la discussione è ampia sulle qualità dell'oggetto, l'iPad suggerisce fantastiche possibilità creative. A Pentagram ci credono. Gianluca, giustamente, segnala.

La discussione in materia è ampia. I giornali sono applicazioni che servono all'organizzazione intelligente e interpretativa dell'informazione. Non sono somme di articoli da mandare in rete come atomi in cerca della loro molecola. Gli editori, al di là della loro funzione culturale, tendono a doversi confrontare anche con la funzione delle piattaforme. Sempre confusi dalla paura della pirateria. Mentre il crowdsourcing del giornalismo si fa strada nel dibattito. E le metriche internettesche si affinano. Con il dibattito culturale su internet si approfondisce.

Intanto, si fa strada l'ottima idea di Sergio Maistrello: FactCheck. Per discutere dei fatti e della ricerca necessaria alla verifica. In un contesto nel quale la cronaca sembra pensata come la fiction, il fact checking è un lavoro sacrosanto. 

L'iPad è un'opportunità per fare giornali migliori. Forse offrendo qualche speranza in più agli editori, li spingerà a investire nell'innovazione di design e nella qualità della ricerca giornalistica..._

iPad, perché se ne parla tanto

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Non cessa il profluvio di articoli e commenti sull'iPad. Perché l'intelligenza collettiva dei cercatori di opportunità deve digerirlo nella sua fattuale concretezza, dopo tanto tempo passato a immaginarne le possibili forme e funzioni. (Antonio, Guardian)

Con un punto di domanda chiaro in testa: se ne venderanno abbastanza da dare valore al mio possibile investimento, come consumatore e come sviluppatore? Già, perché sia per chi compra l'iPad sia per chi intende scrivere software da distribuire a chi compra l'iPad, il problema comune è quanto sarà grande il mondo dei possessori di iPad? Maggiore quel numero, maggiore la ricchezza di contenuti e applicazioni, maggiore il valore, migliore la possibile soddisfazione.

Il problema dell'uovo e della gallina in questo caso è facilitato dal fatto che esiste già una quantità di software per l'iPhone che verrà facilmente adattato all'iPad. E che alcuni editori di libri hanno già in cantiere la vendita di libri per l'iPad. E che i giochi andranno bene (l'idea del Monopoli con giocatori attorno a un tavolo con l'iPad in mezzo e qualche amico che gioca da un'altra città non è male...).

E per le applicazioni di base, la possibilità di leggere il web e fare la mail girellando per la casa, semplicemente connessi col wifi, il costo è davvero contenuto: 499 dollari...

E' più facile pensare che sia un prodotto relativamente molto venduto, piuttosto che sia un totale flop. Il che rende probabile che molti scommettano su questa ipotesi e facciano software e contenuti adatti all'iPad. Il che arricchirà la piattaforma e la renderà di vero valore. Decretandone il successo. E' più facile che decolli piuttosto che resti a terra.

Se questo è vero, vale la pena di pensare giornali da diffondere sull'iPad. Inventandone il nuovo design e pensandoli come servizi di organizzazione dell'informazione talmente interessanti da poter anche essere venduti. E' una possibilità in più. Per chi si muove bene, con qualità e velocità, facendo ricorso a immaginazione e spirito di iniziativa. Editori tradizionali e nuovi editori sono dunque ai nastri di partenza. Dovrebbe essere divertente.

iPad, i giornali sono applicazioni

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Dove si vendono i giornali per l'iPad? Che cosa sono i giornali, secondo chi ha progettato la nuova tavoletta? Che opportunità hanno gli editori di giornali e i giornalisti adesso? 

L'iPad si carica di contenuti creandoli, oppure attingendo al web, oppure comprandoli da iTunes, musica e film, AppStore, software, iBooks, libri. Dunque, almeno finora, non c'è un'edicola.

Dove si possono vendere i giornali per l'iPad? La risposta a questa domanda è anche un geniale suggerimento per rispondere alla domanda preliminare: "che cosa sono i giornali?"

I giornali sono flussi di notizie e progetti speciali, sono testi, audio e video, sono relazioni tra il pubblico attivo e le redazioni, sempre però con un taglio interpretativo speciale sintetizzato dalla testata. La forma dei giornali digitali è dunque quella dell'applicazione: è un software che mette insieme tutti gli elementi, compresa la struttura fondamentale che organizza le informazioni appoggiando l'interpretazione.

Per gli editori di giornali e giornalisti c'è cibo per la mente. Giustamente, dicono, che produrre le notizie costa. Ora devono produrre anche immaginazione, design. E costerà anche quello. Ma hanno trovato chi suggerisce una strada per uscire dalle secche.

Informavore e Filtering

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A DLD si discute un sacco di information overload, filtri e potere. Frank Schirrmacher dice che non sarà mai più possibile gestire l'informazione senza le mavchine e che queste prenderanno il potere. David Gelernter risponde che il problema è che si fa troppo poca ricerca sull'interfaccia e le macchine che usiamo, e che quindi l'attuale malessere è relativo alla scarsa comprensione dei fenomeni. E aggiunge una domanda: dove sono i risultati di tutta questa informazione? Siamo davvero più informati? Baratunde Thurson risponde che ci vuole anche un po' di calma: non è necessario sapere tutto quello che viene pubblicato da 6 miliardi di persone. Loic mostra la nuova interfaccia di Seeismic (più sintetica e divertente) per Twitter. E aggiunge che il filtro per lui sono le segnalazioni degli amici.

Che cosa legge Gates

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Un manager di una compagnia media ha chiesto a Bill Gates: "l'informazione televisiva è considerata partigiana e i giornali sono a loro volta in crisi di credibilità. Lei quali mass-media consiglia?"

Gates ha risposto che non guarda la televisione. E ha dato i suoi consigli:
- molti periodici e giornali: the Economist, Scientific American, New Yorker. Washington Post, the Wall Street Journal, the Financial Times, the New York Times. Slate
- seminari e lezioni online: Academic Earth, Ted.com, Teach12.com (a pagamento).

Buona domanda

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Un maestro di giornalismo, spiega che le migliori risposte nelle interviste si ottengono facendo bene le domande. E lo spiega con un aneddoto:

Un domenicano e un gesuita stanno leggendo il breviario. Il gesuita fuma.
Il domenicano osserva: "Ma come: fumi mentre leggi il breviario?"
E il gesuita: "Sì, ho ottenuto il permesso dal vescovo..."
"Anch'io ho chiesto il permesso, ma mi è stato negato" dice il domenicano.
"Ma come glielo hai chiesto?"
E il domenicano: "Ho detto al vescovo: 'Eminenza, posso fumare mentre leggo il breviario?' E lui mi ha cacciato in malo modo".
Il gesuita sorride: "Hai sbagliato la domanda. Io ho chiesto: 'Eminenza, posso pregare mentre fumo?' E lui ha approvato con gioia..."

GoogleNews e giornali

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Dice una ricerca di Outsell riportata da TechCrunch che il 44% dei visitatori di Google News non clicca sui link e dunque non va sui siti dei giornali. Conclusione illogica: Google News porta via traffico ai siti dei giornali. La conclusione è illogica perché nel dato non c'è nulla che dica che gli utenti di Google News sono sottratti ai siti dei giornali. Mentre nel dato c'è la prova che il 56% dei visitatori di Google News vanno anche a formare traffico per i siti dei giornali.

Ovviamente le illazioni sono possibili.

SI potrebbe dire che questi sono lettori di giornali online che scelgono Google News, ma sceglierebbero un giornale se non ci fosse Google News. In questo caso sottrarrebbero una quota di traffico ai giornali. Ma è un caso piuttosto difficile da provare (riguarda le intenzioni) visto che comunque i siti dei giornali sono cresciuti molto in termini di traffico da quando c'è Google News.

Oppure si potrebbe dire che questi non sono lettori di giornali online e dunque Google News è un generatore netto di traffico per i giornali. Anche questo non si può provare.

Di certo c'è che Google News trasforma il lavoro dei giornali in un insieme di atomi di informazione che collega un articolo a un lettore. Questi sceglierà anche in funzione della testata di provenienza, ma non è indotto ad analizzare la forma complessiva del notiziario di quel giornale. Il risultato è che Google News è un competitore dei giornali nel senso che la sua organizzazione delle notizie compete con l'organizzazione delle notizie dei giornali. E l'organizzazione delle notizie, la gerarchia, i collegamenti tra loro, è un contenuto informativo di primissima importanza per i giornali. Ma per competere in questo genere di partita, i giornali devono imparare e innovare molto: dunque fare ricerca.

Wikipedia e il recentismo

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Questo post riguarda il concetto di "recentismo" usato come avvertenza per i lettori che incontrano certe voci di Wikipedia, come nel caso del partito "Alleanza per l'Italia". E il dibattito intorno all'esclusione della voce sul "Movimento 5 stelle".

Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.

Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).

Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.

Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.

Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.

Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.

La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.

(Domani su Nòva un pezzo in materia).

Scienza e giornalismo

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"Per struttura, stile e linguaggio, gli articoli scientifici sono agli antipodi di quelli giornalistici. I primi esprimono oggettività e disinteresse, e raccontano (o dovrebbero raccontare) passo passo quello che è successo in laboratorio per consentire, almeno idealmente, al resto della comunità di riprodurre risultati analoghi. Il linguaggio delle notizie è viceversa immediato, attivo, con concessioni narrative lontane dalla prosa misurata e passiva dell'articolo specialistico". Pietro Greco, Nico Pitrelli, Scienza e media ai tempi della globalizzazione, Codice.
Questo post è troppo lungo;
naturalmente a causa della fretta...


I giornali di qualità. Nel sottotesto del dibattito sul futuro dell'informazione, gli editori si richiamano costantemente alla locuzione "giornali di qualità". Il che avviene nel contesto di una valanga di perplessità (vedi il dibattito su www.veri.ta) relative a come si difende la qualità dell'informazione in rete dale pratiche del vandalismo, dell'estremismo, dell'integralismo. Ma del resto, visto da un altro punto di vista, tutto questo non è lontano dalla più generale questione del minestrone culturale che emerge - non solo in rete ma nel complesso del sistema dei media - dal fuoco incrociato della strategia della disattenzione e del disinvestimento nelle istituzioni educative, universitarie, museali a favore di nuovi modelli culturali televisivi e finanziari.

L'occasione di discuterne, ieri, con Nicholas Negroponte era ghiotta. Proprio nella città del papa, acerrimo avversario del "relativismo". E proprio insieme agli amici di Wired Italia, sempre ispirati dal direttore di Wired Chris Anderson, autore della coda lunga: ad Anderson avevo chiesto come emergerebbe nella coda lunga il valore della "qualità artistica universale" che una volta si poteva riconoscere in un Beethoven. Lui aveva risposto immaginando che Beethoven avrebbe cominciato suonando in un piano bar, sarebbe stato apprezzato da tutti, avrebbe raggiunto una grande notorietà con delle registrazioni su MySpace, avrebbe finito col pubblicare qualche disco e sarebbe diventato ricco con i concerti. In sostanza Anderson rispondeva parlando della costruzione della notorietà e dell'apprezzamento di qualunque autore, negando l'esistenza stessa di una nozione come "qualità artistica universale". Ovviamente.

In generale, in un ambiente come la rete emerge l'apprezzamento per un autore o per un'idea attraverso un movimento che aggrega consenso e attenzione, dibattito e conversazione, stabilendo scale di priorità mai stabili ma piuttosto in continuo movimento. E questo avviene in base a preferenze, a comportamenti e a connessioni, che prendono vita attraverso le segnalazioni e i link, e che dimostrano l'esistenza di sistemi di valutazione impliciti nelle menti dei partecipanti alla rete. Ma tutto questo non chiarisce come si formino quei sistemi di valutazione della qualità.

In assenza di una discussione sul modo in cui si formano i sistemi di valutazione, non abbiamo neppure una discussione su come migliorare la qualità. E tanto meno riusciamo a mettere in questione la nozione di "giornali di qualità".

La valutazione che avveniva nel mondo gerarchico, prima del successo della rete, era basata sulle istituzioni riconosciute dal tempo come fonte di qualità culturale: musei, università, editori... La rete ha aperto il gioco. Ora l'aggregazione di consenso attorno alla qualità riconosciuta nelle conoscenze e nei contenuti informativi dipende dai movimenti dei partecipanti alla rete. Un po' come avviene nell'arte moderna: ci sono esperti e critici, artisti e curatori, ma in realtà fanno tutti parte di una sorta di rete, cioè si muovono partecipando alle dinamiche del mercato dell'arte dal quale sembra sembra emergere l'aggregazione del consenso sulla valutazione della qualità artistica (tanto che sempre più spesso si presenta come una specie di citerio oggettivo della valutazione della qualità artistica). Questo, in rete, vale per ogni idea e ogni opera. Ma è un processo vagamente autoreferenziale, modaiolo, instabile.

"Probabilmente è proprio così che deve essere" ha risposto sulle prime Negroponte. Non c'è modo di stabilire che un criterio di valutazione sia migliore di un altro. In un mondo globalizzato tutti i punti di vista hanno uguale valore. Già, ma come si formano tutti i punti di vista? La cultura di un bostoniano non è quella di un italiano o di un cinese, tutte hanno diritto a uguale rispetto, ma vengono da qualche parte.

Da dove?

In assenza di una discussione su questo, vale il consenso che si ottiene e di mantiene lì per lì. La qualità diventa quello che i più bravi a costruire consenso riescono a far credere che sia in ogni momento. Si apre la strada a una sorta di populismo inflessibile. E quando sono in molti a essere bravi manipolatori, si finisce per distruggere ogni consenso. Con gravi problemi a tutte le attività che richiedono coordinamento per progetti di lunga durata: come la pace, la convivenza civile, la salvaguardia dell'ambiente, la valorizzazione dei beni culturali, l'identità, i diritti umani... Insomma, ci si muove in stormi la cui forma emerge dalla complessità ma non si sa bene come decidere dove lo stormo vuole andare.

Non si torna indietro alla gerarchia. La rete è un enorme opportunità per includere nella costruzione del consenso l'attivia partecipazione di chiunque abbia qualcosa di intelligente da condividere. La gerarchia blocca l'intelligenza se questa mette in discussione il suo scopo. La rete mette in discussione ogni privilegio acquisito. E dunque impone che ciascuna posizione sia definita dalla sua capacità di mettersi al servizio dell'ecosistema...

Probabilmente, si riparte dalle culture, dalle antropologie, dice Negroponte. "Io mi comporto come un bostoniano perché sono crescuto in quella cultura". Quindi c'è un sistema di autorità che trasferisce cultura e l'educazione diventa il centro di ogni altra questione.

Nel distruggere i privilegi inutili, la rete rischia di mettere in difficoltà anche le istituzioni educative? "La cosa più vicina che abbiamo a un'istituzione oggi è Google". Oppure, Wikipedia. E' dalle regole e dai metodi educativi impliciti in queste istituzioni - in queste piattaforme - che si può leggere il modo in cui emergeranno le nuove culture? E' anche da riflessioni come queste che può venire fuori l'idea di una nuova "istituzione-piattaforma" pensata per la sua utilità al servizio della rete e consapevole dei suoi effetti "educativi"?

Un post troppo lungo non finirebbe mai. Meglio finirlo con una domanda. O no?

A chi donare per Haiti

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Twitter, Skype, Facebook, funzionano straordinariamente bene per l'informazione su una catastrofe come quella di Haiti e sottolineano come l'informazione, la solidarietà e l'emozione siano in certi casi un'unica dimensione umana. Intanto, su Google appaiono le immagini satellitari del disastro (rww).

Anche in questo caso, purtroppo, il tema è che nella rete non ci sono solo le larghe maggioranze di persone oneste e sincere, ma anche gli squallidi sciacalli. Per questo l'Fbi avverte che non è bene donare al primo che chiede soldi per Haiti via social network.

E' uno strazio vedere che pochi maledetti possono rendere sospettosi tutti. Ma di fatto è meglio essere intelligenti. La Cnn riporta i consigli dell'Fbi, sulla base dell'esperienza di catastrofi precedenti, e offre un insieme di link per trovare enti affidabili ai quali consegnare il proprio gesto di solidarietà. Ancora una volta, l'ecosistema dell'informazione è completo e funzionante se si tiene insieme la meravigliosa energia del pubblico attivo e il lavoro di verifica e controllo che qualcuno deve avere il tempo e i mezzi per fare, con la dovuta tempestività. I social network migliorano l'informazione professionale e questa quando si muove può migliorare l'informazione sociale.
Prosegue la raccolta bibliografica sull'informazione. Tenterò di mettere in ordine appena possibile... Grazie! :-)

Alle nuove prospettive per l'informazione ha aggiunto le sue postille Marco Formento e contribuito Pier Luca Santoro sottolineando la centralità del sistema di distribuzione fisico dei giornali in Italia. L'immagine emergente è che la rete ha cambiato tutto e che i nuovi modelli emergenti anche quando sono basati sull'economia monetaria possono farcela soltanto ponendosi al servizio dell'ecosistema dell'informazione e non più contando sulle posizioni acquisite. La moltiplicazione dei modelli è una tendenza precisa della rete. Gli editori possono imparare a muoversi in sincronia se imparano a fare ricerca. (Il riassunto è insufficiente: sarebbe meglio dare un'occhiata ai post originali linkati...).

Ci stiamo avvicinando al Festival del Giornalismo. E per dare un contributo costruttivo, si potrebbe fare una raccolta di link, risorse, podcast, segnalazioni di libri e altro materiale utile per una bibliografia sul citizen journalism, il pubblico attivo e l'informazione partecipata:
- testi di riferimento
- idee guida
- blog di esperti
- siti di centri di ricerca
- analisi
- soluzioni di qualità
- casi esemplari di inchieste partecipate
- dibattiti

Ecco le primissime risposte:

Servono nuovi modelli di organizzazzione dell'informazione on-line. Più democratici, più trasparenti, più equi e soprattutto remunerativi! Per questo nascehttp://www.net1news.org
Ciao Luca


"MIRANO Community Network" - Laboratorio per l'informazione iperlocale:http://40xmirano.ning.com

Per quanto possa essere una segnalazione di nicchia, ci provo. Avrei il piacere di suggerire la lettura di alcuni blog in italiano in cui si scrive e si invita a riflettere su quello che accade nella blogosfera e nella società civile cinese.

Ivan Franceschini (da Pechino) 
http://appunticinesi.blogspot.com/
http://appunticinesi.blog.unita.it

Tommaso Facchin
http://caracina.wordpress.com/

alcuni casi su bologna:

1) social network di ecologisti bolognesi http://recobo.ning.com

2) quotidiano collettivo online, con assemblee di redazione aperte al pubblico
http://www.zic.it/chi-siamo

qui c'è molta altra roba, anche in regione, volendo si potrebbe pensare a un report su tutta l'emila-romagna. se ti interessa mandami una mai che ne parliamo un attimo

Storie di Milano città: http://www.giambellinotolstoi.it

ciao luca. Ti segnalo il mio blog: http://invisibile.135.it/
- Nasce nel 2002 con l'obiettivo di produrre, selezionare e diffondere informazione e comunicazione indipendente -

Secondo me questo pezzo del LA Times è un buon punto di partenza, è una ricerca più che altro che quoto in un post dopo.

http://www.latimes.com/business/la-fi-ct-newspapers11-2010jan11,0,2396176.story

Etico, Eco, Bio, Sostenibile: temi inflazionati a parole almeno quanto l'ipegno è disatteso nei fatti. Cerchiamo di parlarne in modo serio su http://www.greenternet.info


un insegnante che cerca di esprimere il proprio tempo con il pensiero per far crescere il proprio e quello dei propri studenti


un insegnante che cerca di esprimere il proprio tempo con il pensiero per far crescere il proprio e quello dei propri studenti


IL SECOLO XXI
Approfondimenti, interviste, voci.
Per non perdere la bussola.
Il Secolo XXI è un esperimento informativo.
Una sfida in questa epoca di rovesciamenti sociali e culturali.
I nostri doveri ci sono chiari, essere onesti ai lettori e a noi stessi, cominciare, scrivendo, a tessere le basi per una civiltà del XXI secolo, dove i diritti umani e dei lavoratori, non siano l'unico aspetto indebitamente archiviato dal secolo che ci siamo lasciati alle spalle.

Ho raccolto un po' di testi online che contengono previsioni e tendenze per il 2010, e li ho condivisi online:

http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010 (previsioni "generiche", ovvero tutte quelle che non sono contenute nelle altre pagine)

http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010best (previsioni "migliori", auspicabilmente, perché sono frutto del lavoro degli analisti e degli esperti dei rispettivi settori)

http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010media (previsioni legate all'evoluzione dei media, sociali e non, e del giornalismo)

http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010pr (previsioni sull'evoluzione delle relazioni pubbliche)

Continuerò ad aggiornare le pagine, che vengono generate automaticamente, man mano che escono altre previsioni e tendenze.

Luca, sul potenziale di trasformazione dello storytelling la bibbia è questa: http://www.10000words.net/ Dentro ci trovi un sacco di esempi (post, infografiche, video...) - Paola Bonomo


Scrivere insieme a Marco Formento

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Grazie a Marco Formento per le sue postille al post di ieri sulle prospettive dell'informazione. Sono d'accordo con le sue precisazioni. E trovo bellissimo il suo richiamo all'autore come figura collettiva: è lo scopo e il senso di questo medium sociale che ci piace tanto.

E dunque torniamo al punto. Il tema che più fa discutere è in fondo la ricerca di un'ecosistema dell'informazione sostenibile, il meno possibile inquinato, qualitativamente valido. 

1. Perché sia sostenibile, dicevamo, il consumo di risorse necessario alla produzione di informazione non deve superare le risorse che essa genera: il costo della produzione deve almeno pareggiare il ricavo. Questo può avvenire in diversi modi, classificabili in base al contesto: il mercato (vendita di prodotti editoriali e pubblicità), l'economia del dono (persone che condividono le informazioni in loro possesso), l'economia dei beni comuni (comunità che conoscono il valore culturale dell'informazione per l'insieme delle loro attività), lo stato (amministrazioni, democrazie e forze politiche che sostengono la pluralità di informazioni a loro volta interessate al dibattito politico). Ciascuna di queste condizioni va discussa. I diversi modelli non sono neutri in rapporto alle loro conseguenze.

2. L'inquinamento è costantemente possibile. In ciascun modello ci sono potenziali falle alla sicurezza dell'informazione. Nel modello basato sul mercato, per esempio, non possiamo non citare i latenti conflitti tra gli interessi dei lettori-compratori di prodotti editoriali e gli inserzionisti pubblicitari. Nel modello dei media sociali si rischia una scarsità di risorse per l'investimento nella ricerca di informazione, di coordinamento metodologico, di sistematicità nella verifica. Nel modello comunitario, nel quale fondazioni e società sostengono il lavoro di ricerca dell'informazione, si rischia la concentrazione sui temi più vicini alle forme della comunità stessa. Nel modello statalista si rischia la sterilità delle idee, a fronte degli interessi elettorali. Ma attenzione: tutti questi sono rischi, non certezze (benché i rischi del mercato e dello stato siano piuttosto elevati e i rischi dei media sociali e delle comunità siano tutti da verificare); e soprattutto le opportunità offerte da ciascun modello sono altrettanto importanti. Con molta umiltà, il nostro autore collettivo potrebbe andare avanti in questa direzione per analizzare rischi e opportunità in modo sistematico e non pregiudiziale.

3. I sistemi incentivanti che spingono il sistema nella direzione della qualità dell'informazione sono in via di trasformazione. Come dice Formento, non è certamente più l'autorità che stabilisce la qualità, ma è piuttosto l'autorevolezza che si conquista ogni giorno sul campo al servizio dei lettori. Ho l'impressione che, per tagliar corto con un post già troppo lungo, che la strada maestra sia quella di un ecosistema dell'informazione nel quale esistono tutti o quasi tutti i modelli citati, in modo che le differenti modalità d'azione moltiplichino le probabilità di un confronto e dunque incentivino il miglioramento qualitativo dell'informazione. Riducendo al minimo la disinformazione generata dai grandi poteri, inducendo alla verifica e alla discussione libera. Non si può dire che un solo modello sia sufficiente a tutto questo: si ha l'impressione che il continuo confronto sia più probabilmente efficace.

Ciò detto, quello che c'è di nuovo è che il modello della produzione editoriale di informazione giornalistica per il mercato non appare più destinato fatalmente al fallimento dal momento che si stanno sviluppando tecnologie innovative che potrebbero far ritrovare agli editori delle fonti di reddito non esclusivamente basate sulla pubblicità.

La produzione di informazione esclusivamente basata sulla pubblicità non è sufficiente. Per le ragioni appena riportate (infodiversità dell'ecosistema) e per ragioni specifiche. Nelle imprese editoriali i costi da sopportare sono ovviamente quelli del lavoro giornalistico e delle altre funzioni produttive ma anche quelli legati alla remunerazione del capitale. E fintantoché il capitale ragiona a breve termine, vede il flusso di reddito pubblicitario come del tutto equivalente al flusso di reddito che deriva dalla vendita di prodotti editoriali. Ma non è così nel lungo termine: perché in molti casi vale la regola spannometrica secondo la quale se il pubblico non è disposto mai a pagare per un prodotto editoriale vuol dire che non lo considera particolarmente importante, dunque sarà tentato di abbandonarlo in favore di un altro prodotto o di abbandonarlo tout court; il che esaurirà anche le fonti di reddito pubblicitario.

È dunque positivo che comincino a entrare in gioco tecnologie che possono ricreare nel pubblico la voglia di spendere per i prodotti editoriali (se ne parlava su Crossroads dopo un articolo pubblicato dal Sole cartaceo). Senza in nessun modo ridurre l'importanza degli altri modelli, e coltivando l'aspirazione all'infodiversità, anche l'esistenza dei prodotti editoriali tanto belli da far venire voglia di sostenerli pagando un prezzo monetario è un elemento di un ecosistema dell'informazione sano. Naturalmente, per cogliere queste opportunità non basta enunciarle: gli autori, i designer, i giornalisti, dovranno inventare nuove soluzioni "narrative", mentre le case editrici dovranno investire. Fare ricerca. E crederci.

Nuove prospettive sul futuro dell'informazione

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Intanto, la realtà va avanti. E la stagione sta cambiando. Si aprono scenari possibili anche per il modello di business dei giornali a pagamento, su tablet o altro, purché si tratti di nuovi prodotti davvero bellissimi (come sembrerebbe il prototipo di Sports Illustrated per tablet e Mag+).

Alcune riflessioni:

1. L'informazione di qualità ha valore e costa tempo o denaro. Il modo in cui viene pagata contribuisce a qualificarla: può pagarla il pubblico che compra un prodotto editoriale, la pubblicità che compra l'attenzione del pubblico, una comunità di sottoscrittori o uno stato che la finanzia. Oppure può essere regalata da brave persone molto informate che trovano la loro dimensione nel pubblico attivo. La soluzione del pubblico che paga il prodotto non è l'unica, ma è ottima - per l'informazione è comunque migliore di un modello basato solo sulla pubblicità che paga tutto - ma si realizza se il prodotto è davvero bellissimo;

2. L'ambiente che crea le condizioni per generare un prodotto editoriale davvero bellissimo è essenzialmente costruito da: a) editori che investono in ricerca, che amano la tecnologia e la capiscono, che corrono alla velocità della tecnologia, che inventano i modelli di business giusti; b) da giornalisti, autori, designer, grafici, che colgono le possibilità offerte dalla tecnologia e le interpretano bene;

3. La tecnologia è contemporaneamente una continua corsa al rialzo e alla popolarizzazione: non ci sono barriere all'entrata che durano per sempre; e la qualità, come la partecipazione del pubblico (anche attraverso il pagamento), si mantiene soltanto investendo continuamente nella qualità dei contenuti e nella tecnologia che li supporta.

Gli editori del futuro devono fare ricerca e sviluppo. Imho.

Divertenti polemisti sul futuro dei giornali

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Una bella polemica sul futuro dei giornali. Chi pensa che i mogul dell'editoria devono sparire dalla scena è un marxista postmoderno, dice sull'Independent il professor Tim Luckhurst. E' un modo assurdo e inverificabile di criticare i critici dell'editoria tradizionale, risponde il professor Jay Rosen. Che cosa direbbero se non fossero professori? Che c'entra Marx? E' una polemica abbastanza sterile, ma molto divertente.
Che cos'è un magazine? E' la domanda che regge un bell'articolo di Virginia Heffernan sul New York Times.

Che cos'è un magazine? Un giornale periodico? Un giornale che esce raramente? Ma è possibile a confronto con le possibilità offerte da internet? Certo che lo è.

Il problema fa ripensare al progetto di Panorama Online, nel 1995. Si tratta di capire le possibilità offerte dalla rete. Ma soprattutto, sopra ogni altra cosa, si tratta di discutere dell'identità di un giornale, di una redazione, di un pubblico. Monocle riesce a dichiararsi in modo molto forte da questo punto di vista. E non ha paura di essere troppo poco internettiano: lo è il suo giusto. Non è bello quel che è bello ma quel che piace. E l'Economist dimostra che una saggia relazione tra internet e periodico settimanale è assolutamente coltivabile.

Tutte cose note. Ma l'articolo sottolinea finalmente un punto importante: il tema non è il rapporto tra internet e la carta; il tema è il rapporto tra internet e il tempo dei lettori. Internet libera chi scrive dalle costrizioni industriali della carta e consente di scrivere direttamente sul tempo delle persone.

Tutto questo sdogana molte soluzioni che il conservatorismo editoriale e l'integralismo digitale sembravano escludere dieci anni fa. La varietà di soluzioni diverse è probabilmente la regola dello sviluppo dei giornali, d'ora in poi.

E intanto, aspettiamo un nuovo device, che potrebbe sollecitare proprio la fantasia di chi ha sempre lavorato con i periodici. Come dice Virginia: "The Apple tablet may or may not be a 10-inch iPhone; it may or may not appear in the spring; and it may or may not make pixelated magazines feel magaziney again. We'll see. A wishful demo of what Sports Illustrated would look like on a tablet computer can be found at "Sports Illustrated -- Tablet Demo 1.5" on YouTube".

Buoni propositi dell'informazione / 2

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Per dare un contributo al Festival del Giornalismo che abbia il giusto carattere costruttivo, si potrebbe fare una raccolta di link, risorse, podcast, segnalazioni di libri e altro materiale utile per una bibliografia sul citizen journalism, il pubblico attivo e l'informazione partecipata:
- testi di riferimento
- idee guida
- blog di esperti
- siti di centri di ricerca
- analisi
- soluzioni di qualità
- casi esemplari di inchieste partecipate
- dibattiti

Ci si tornerà in un giorno meno festaiolo, naturalmente. Ma proprio oggi, forse, era necessario fare un piccolo buon proposito...

Naturalmente, se hai già in mente una segnalazione e hai tempo, persino oggi... annotala nei commenti per favore...

Ecco le primissime risposte:

"MIRANO Community Network" - Laboratorio per l'informazione iperlocale: http://40xmirano.ning.com

Per quanto possa essere una segnalazione di nicchia, ci provo. Avrei il piacere di suggerire la lettura di alcuni blog in italiano in cui si scrive e si invita a riflettere su quello che accade nella blogosfera e nella società civile cinese.

Ivan Franceschini (da Pechino)
http://appunticinesi.blogspot.com/
http://appunticinesi.blog.unita.it

Tommaso Facchin
http://caracina.wordpress.com/

alcuni casi su bologna:

1) social network di ecologisti bolognesi http://recobo.ning.com

2) quotidiano collettivo online, con assemblee di redazione aperte al pubblico
http://www.zic.it/chi-siamo

qui c'è molta altra roba, anche in regione, volendo si potrebbe pensare a un report su tutta l'emila-romagna. se ti interessa mandami una mai che ne parliamo un attimo

Buoni propositi dell'informazione

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Per dare un contributo al Festival del Giornalismo che abbia il giusto carattere costruttivo, si potrebbe fare una raccolta di link, risorse, podcast, segnalazioni di libri e altro materiale utile per una bibliografia sul citizen journalism, il pubblico attivo e l'informazione partecipata:
- testi di riferimento
- idee guida
- blog di esperti
- siti di centri di ricerca
- analisi
- soluzioni di qualità
- casi esemplari di inchieste partecipate
- dibattiti

Ci si tornerà in un giorno meno festaiolo, naturalmente. Ma proprio oggi, forse, era necessario fare un piccolo buon proposito...

Naturalmente, se hai già in mente una segnalazione e hai tempo, persino oggi... annotala nei commenti per favore...

BUON ANNO!!!

25 storie tralasciate

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Project Censored ha censito le 25 storie che i grandi media hanno tralasciato, soprattutto in America, e che invece sono state seguite e sviluppate sui nuovi media. via Indyweek. Si tratta si storie, a quanto pare, controllate e verificate con attento metodo di ricerca. 

Si fa notare, in questo contesto, la questione della relazione tra lobby e allocazione degli aiuti statali Usa.

Visualizzazione da vedere

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L'informazione si trasforma, come si sa. In qualche modo perde pezzi, se si vede dal punto di vista tradizionale. Ma dal punto di vista della rete, ne acquista ogni giorno. Anche dal punto di vista del linguaggio e della fruibilità.

Un tema tutto da sviluppare, anche in Italia, è quello dei visualizzatori di dati e notizie. Che parlano con i contenuti e con l'innovazione dell'interfaccia.

Ecco i cinque migliori visualizzatori dell'anno, secondo FlowingData. In ordine inverso di preferenza:

Photosynth, dei Microsoft Live Labs
The Jobless Rate for People Like You
OpenStreetMap: A Year of Edits
Protovis, del team di visualizzazione di Stanford
On the Origin of Species, di Ben Fry

Flussi di notizie

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Mentre i reader rss sono un po' in declino, gli rss sono centrali per gli aggregatori. Ma anche gli aggregatori si moltiplicano.

Eccone cinque che si usano bene. Ovvi, ma utili:
Techmeme (aggregatore, motore e lavoro umano; tecnologia)
Mozzler (twitter based, personalizzabile; generalista)
News about news (aggregatore, lavoro umano; giornalismo)
Muck Rack (twitting journalists based; generalista)
Twitt(url)y (motore; generalista)

Ce ne sono molti altri da segnalare. Per esempio Technotizie.it.

Autogoverno obbligatorio

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"(ANSA) - ROMA, 17 DIC - La Presidenza del Consiglio dei
Ministri comunica:
(..) Il Ministro dell'interno, Roberto Maroni, ha illustrato al Consiglio i contenuti di un disegno di legge che prevede disposizioni di contrasto alla diffusione di reati attraverso internet, con l'obiettivo di rimuovere dal web eventuali contenuti illeciti. A questo proposito il disegno di legge disporrà la costituzione, presso il Ministero dello sviluppo economico, di un gruppo di lavoro a cui parteciperanno rappresentanti dei  fornitori di connettività e di servizi internet per elaborare un codice di autoregolamentazione teso ad evitare che contenuti illeciti vengano pubblicati su internet. Il provvedimento prevede anche disposizioni tese a modificare la disciplina in materia di riunioni pubbliche. L'esame del disegno di legge proseguirà nella prossima seduta del Consiglio. (...)"

Come si verifica una fonte online?

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Come si capisce quale di questi due (uno e due) comunicati stampa usciti online è quello vero e quale quello falso? Wsj dice il secondo. Jeff Jarvis dice il primo: "Wall St. Journal still hasn't corrected its story (http://bit.ly/5laeGt) based on a spoof (http://bit.ly/8oQFzW) How long?"

Ads invasion

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Iht mette la pubblicità in prima pagina...

oh wow: iht has an ad instead of first page(?!?)

Update: C'è un commento importante su Twitter: @lucadebiase luca è pubblicità salva lavoro per tanti colleghi del iht schizzinosi oggi a spasso domani temo
Eric Schmidt, il capo di Google, ha espresso la sua idea sulla privacy. E poiché Google è al centro di una quantità di polemiche relative alla privacy, la sua idea fa riflettere. Perché intorno al concetto di privacy (parola che evoca questioni noiose che non lo sono per niente), si giocano questioni decisive per la conformazione della rete sociale e il suo sviluppo equilibrato, per non dire pacifico e giusto.

Dice Schmidt: "I think judgment matters. If you have something that you don't want anyone to know, maybe you shouldn't be doing it in the first place. If you really need that kind of privacy, the reality is that search engines--including Google--do retain this information for some time and it's important, for example, that we are all subject in the United States to the Patriot Act and it is possible that all that information could be made available to the authorities."

Ci sono diversi elementi in questa frase. Il pensiero di Schmidt si inserisce in un filone molto diffuso e piuttosto realistico: l'idea di fondo è che online la privacy sia fondamentalmente impossibile. Schmidt in questo caso si riferisce alla legge che consente al governo americano di fare indagini antiterrorismo usando tutto quello che viene fuori online. Ma prima di lui, Scott McNealy aveva sostenuto che, indipendentemente dalle leggi e anche sotto il profilo tecnico, la privacy online non esiste. Del resto, anche quando si ammette che possa esserci una privacy, le linee di confine sono talmente complicate che la loro interpretazione è molto controversa: come nel caso della nuova autoregolamentazione della privacy su Facebook.

E d'altra parte, la questione della privacy rischia di essere sottovalutata anche dagli utenti. Può essere che appaia irrilevante, può essere che sia considerata impossibile, può anche essere che non ci si renda conto del suo significato e sia vista più come un fatto burocratico che sostanziale. Ma sta di fatto che se una piattaforma offre servizi che gli internettiani apprezzano, la loro considerazione della loro stessa privacy tende ad andare velocemente in secondo piano.

Se ne parlava ieri con Cesare Sironi, l'amministratore delegato di Matrix (Virgilio). Google deve sottostare alle regole, ma di fatto ne è potenzialmente esente: è una multinazionale talmente gigantesca e flessibile, vive in un luogo tecnologicamente tanto veloce e complesso, che per qualunque stato sarà sempre più difficile tenerla sotto controllo. E infatti Google dichiara di aderire soprattutto a una legge morale, autodefinita e per la verità coerentemente seguita almeno in apparenza finora (non facciamo del male). Ma è chiaro che Google sa un'enorme quantità di cose su ciascuno dei suoi utenti e molti temono che se andasse a governarla un nuovo team di persone, aderenti a un qualunque nuovo approccio morale, per gli utenti potrebbero essere problemi. Virgilio, da parte sua, offre servizi basati sulla localizzazione e altre informazioni relative ai singoli utenti: si impegna a separare quelle informazioni dalle persone alle quali si riferiscono e a trattarle sempre e comunque come fatti statistici. 

Ma c'è qualcosa di più.

Perché Schmidt ha espresso una valutazione profonda e molto diffusa: l'idea secondo la quale chi desidera salvaguardare la privacy abbia qualcosa da nascondere. In questo senso la privacy è soltanto un vincolo alla libertà di circolazione delle informazioni: e il fatto che si tratti di informazioni sulle persone non cambia la sostanza del discorso. Se non hai nulla da nascondere perché vuoi la privacy?

L'idea è talmente diffusa che andrebbe presa sul serio. Forse un modo per valutarla è immaginarsi una società basata su un modello totalmente privo di privacy e pensare dove può portare. (L'argomento è talmente complicato che qui si può soltanto accennare a un punto di vista, che resta tutto da approfondire).

Teoricamente, si può partire da una concezione generale: la circolazione dell'informazione è un bene. Se tutti sanno tutto di tutti non si può imbrogliare, ciascuno è libero di fare le sue scelte sulla base di una corretta dotazione di informazioni, i risultati sono i migliori possibili in termini politici, economici, sociali, culturali. Sarebbe bellissimo, ma non è storicamente mai stato vero e possibile. Anche perché la disponibilità di informazione è cosa diversa dal trattamento, la comprensione e l'utilizzazione dell'informazione. La conseguenza è che l'informazione ha un enorme valore, ma la sua dinamica va ben compresa per poter vivere in modo consapevole.

L'idea della perfetta informazione è tipicamente sostenuta dall'economia neoclassica: se tutti sanno tutto di tutti e gli operatori sono razionali la concorrenza perfetta porterà alla migliore allocazione delle risorse possibile. E' una costruzione ideale molto interessante. Peccato che non sia mai stato possibile realizzarla. Il Nobel Stiglitz ha dimostrato che non è possibile avere una società nella quale tutti gli operatori siano perfettamente informati. E ha anche dimostrato una cosa sorprendente: non è vero che se aumenta l'informazione ci si avvicina alla condizione di concorrenza perfetta. La migliore allocazione delle risorse possibile data dal modello teorico della concorrenza perfetta non è una meta alla quale ci si avvicina per step successivi: è una realtà che o c'è o non c'è. Se non c'è non basta un po' più di informazione per avvicinarsi ad essa. L'utopia della concorrenza perfetta, nata per salvaguardare la libertà di concorrenza dei piccoli e grandi operatori economici, è stata di fatto utilizzata dai grandi poteri del capitalismo per eliminare barriere al loro potere. E invece la salvaguardia del mercato libero passa dalla limitazione della libertà d'azione dei grandi poteri del capitalismo, attraverso per esempio l'antitrust: la libertà esiste solo se ci sono regole che paradossalmente costringono a salvaguardarla.

E' molto interessante. Perché la realtà non è come la dipinge l'utopia della perfetta informazione. Perché la stessa informazione è diversa a seconda di chi la utilizza. Perché l'informazione non è equamente distribuita. Perché non è equamente distribuita la capacità di utilizzare l'informazione. E in una società iniqua i soggetti deboli hanno bisogno di una protezione nei confronti dei soggetti forti. La libertà vive nelle regole, non nell'assenza di regole.

La perfetta informazione non è l'obiettivo dell'informazione. E la privacy non ha l'obiettivo di impedire l'informazione. Ha l'obiettivo di rendere più equilibrato il gioco del potere sull'informazione.

La perfetta informazione su tutti è un problema di controllo sociale. In un villaggio tradizionale nel quale tutti sanno tutto di tutti, il controllo sociale è più facile. Ma l'interpretazione del controllo sociale dipende dal sistema di potere in vigore in quel villaggio. Se c'è molto controllo sociale e una sola persona ha tutto il potere, quel potere sarà privo di equilibrio e le persone saranno prive di libertà. 

Ci può essere una situazione ancora meno equilibrata. Quella nella quale il potere sa tutto di tutti, mentre nessuno sa niente degli altri. E' una situazione vagamente simile a quella del Grande Fratello di Orwell. In quella situazione, la libertà dei cittadini sottoposti all'enorme potere del Grande Fratello esiste solo se i cittadini riescono a dissimulare, cioè a impedire la perfetta circolazione dell'informazione su di loro.

L'informazione può essere un fattore di equilibrio sociale, può generare libertà, può alimentare una tensione verso una convivenza più giusta e pacifica, solo se è asimmetrica a favore dei soggetti che non hanno potere e se il controllo è esercitato con l'informazione in modo tale che si sappia molto su chi ha il potere e meno su chi non ha il potere. Per questo si dice che le persone che hanno responsabilità pubbliche non hanno diritto alla stessa privacy degli altri: Il controllo sociale, in una società democratica, è asimmetrico e si esercita in modo che dei potenti si sappia molto di più che degli altri.

Non è solo una questione politica. Prendiamo il caso di un'assicurazione sanitaria. Se si sapesse tutto di tutti è l'assicurazione a trarre il massimo vantaggio, non gli assicurati. Perché l'assicurazione non prende in carico le persone che rischiano la loro salute, mentre prende in carico solo quelle che pagano la loro quota e non hanno mai problemi di salute. Se un'assicurazione sanitaria sulla vita sapesse tutto quello che Google sa di ciascuno, i suoi rischi sarebbero molto minori e i cittadini che hanno più bisogno di assistenza sanitaria sarebbero penalizzati.

L'informazione è storicamente asimmetrica a favore del potere e delle grandi organizzazioni e a sfavore dei singoli cittadini e dei soggetti deboli. Migliorare l'informazione non significa portare tutti a conoscenza di tutto, che è impossibile, ma portare a un maggiore controllo sulle azioni dei responsabili delle grandi scelte collettive.

Le leggi sulla privacy sono importanti. Non perché funzionino bene e si possano far valere facilmente su internet. Lo sono forse soprattutto in chiave educativa. Favorire la consapevolezza dei cittadini del valore dell'informazione su di sé è una premessa fondamentale per la libertà. La si può intendere pienamente però solo se i cittadini sono consapevoli che far valere la propria privacy ha senso in quanto costringe il potere a comportarsi in modo più trasparente.

(Ripeto: queste sono soltanto intuizioni disordinate. Si spera che possano servire a qualche riflessione e soprattutto a far emergere opinioni più competenti).

Readings #10 - Prevalentemente sui giornali

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Dalla Columbia un report sullo stato del giornalismo americano. Poco di nuovo ma molto ordine mentale. E poca voglia di sperare che avvenga qualcosa di nuovo. Tipo nuovi editori e giornalisti rincuorati dalla voglia di provare ogni mezzo per fare il loro lavoro. Columbia.

Una proposta straordinariamente assurda di abolizione del citizen journalism. E una risposta di Jay Rosen.

Della serie "il dibattito Murdoch, Google, De Benedetti": Massimo, Pierani, Asa, Penne digitali.

Twitter e social network: Dario, Microblogging. Dns di Google: Contino. Clima: Webvolution. Ecommerce: Mimmo.

InquinaMente

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Secondo il papa i media ci abituano al male e inquinano le menti. Il Corriere online riporta qualche stralcio del discorso. Sulla Repubblica di carta il tema è più sviluppato. "Ogni giorno attraverso i giornali, la tv, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono".

Google, Murdoch, giornalismo e lingue biforcute

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E' ora di mettere una parola fine a un lungo e falso dibattito sui giornali, interessante solo chi li vende. Ma per riportarlo verso le persone, occorre sentire la voce di chi li scrive e li legge. Come?

Test di giornalismo: che cosa interessa di più alla cittadinanza?
1. Che gli editori, i tecnologi, i pubblicitari facciano tanti soldi e ne usino una parte per pagare lo stipendio a costosi giornalisti?
2. Che esistano giornali indipendenti che possano controllare il potere e dar forza a un'opinione pubblica democratica?
3. Che l'informazione sia diffusa in modo comodo e interessante; e sia prodotta raccogliendo i fatti e interpretandoli con metodo trasparente?

Se avete risposto 1, probabilmente lavorate in un'azienda del settore dei media. Se avete risposto 2 siete cittadini di straordinaria consapevolezza costituzionale. Se avete risposto 3 siete persone critiche e pratiche, consapevoli delle trasformazioni in atto.

Il dibattito prevalente negli ultimi tempi ha fatto finta di occuparsi del punto di vista 2 e in realtà si è concentrato sul punto di vista 1. Non è stato molto importante per le persone, di fatto interessate soprattutto al punto di vista 3.

Murdoch ha attaccato duramente Google negli ultimi tempi. Google ha risposto con coerenza. E finalmente Murdoch e Schmidt hanno scritto una parola chiara sul Wall Street Journal che può portare a una conclusione del loro confronto: ma dimenticano il centro della questione, cioè il rapporto tra autori e pubblico.

Murdoch, leader degli editori, ha cominciato ad attaccare quando ha perso il minimo garantito di pubblicità su MySpace che Google gli aveva pagato per qualche anno. Nel mezzo della crisi dell'editoria ha puntato molto intelligentemente su un'idea giusta: occorre trovare il modo per far pagare le notizie. L'idea è giusta perché nessun modello di giornalismo di qualità si può basare esclusivamente sulla pubblicità: un pubblico pagante è un pubblico più coinvolto. Naturalmente questo era un concetto importante per risollevare le sorti delle sue aziende editoriali. Per sostenerlo però ha detto di tutto. Anche se non ha fatto quasi nulla. In realtà, stava trattando. Per un po' di tempo se l'è presa soprattutto con Google, accusando il motore di ricerca di ogni nefandezza (essenzialmente di fare soldi con i contenuti degli altri). E ha persino detto, un po' scioccamente, di voler impedire a Google di trovare i suoi giornali online. Il suo errore concettuale è quello di pensare che il vecchio regime - nel quale il pubblico doveva necessariamente entrare nel suo territorio per accedere alle notizie - possa essere restaurato. Il suo obiettivo invece è chiaro: vuole un fatturato superiore ai costi. Il problema è come riuscirci? Sembra che pensi poco a innovare i prodotti e troppo agli accordi con i competitor. Questo è tipico degli editori. Ma non è sufficiente.

Google ha risposto che il suo ruolo è molto più costruttivo che parassitario. Il motore porta molto, moltissimo traffico. Naturalmente guadagna nel farlo. Ma fa anche guadagnare. A conti fatti, ciascuno può decidere per sé (restare o non restare ricercabile online): ma poiché quasi nessuno per ora si chiude a Google, una ragione ci sarà. Inoltre, Google ha messo a punto molte diverse modalità di accesso alle notizie, comprese alcune soluzioni per favorire il pagamento delle notizie. In quanto piattaforma di servizio e non compagnia editoriale, può porsi al servizio di qualunque soluzione gli editori vogliano sperimentare per trovare nello stesso tempo traffico per la pubblicità e pubblico pagante.

Murdoch pare abbia apprezzato questo approccio, quando finalmente l'ha capito. Può darsi che smetterà di minacciare di andare solo su Bing. E può darsi che la sua leadeship tra gli editori si manifesterà anche nella prossima fase della grande trattativa.

Ma il tema resterà aperto. Perché ci sono alcuni presupposti che rimangono indiscussi. E restano al centro della questione.

L'impostazione internettiana classica che Schmidt ribadisce è quella secondo la quale le notizie sono atomi di informazione (fondamentalmente pagine) e si possono valorizzare in molti modi: pubblicità, micropagamenti, abbonamenti... Tutto giusto, ma insufficiente.

L'impostazione editoriale classica è che un editore possiede le notizie perché paga chi le produce e quindi le vende in modo da generare un profitto. Giustamente Murdoch la ribadisce.

Il problema è che questi signori dimenticano che i giornali non sono somme di singoli articoli, e che la vita dei giornali e il senso dell'informazione non dipendono dai modelli di business e dalle piattaforme: dipendono dal rapporto tra chi scrive e chi legge.

Il rapporto di fiducia tra chi scrive e chi legge è fondato sull'esperienza che nel tempo si sedimenta tra loro.

Tradizionalmente, la fiducia si sintetizzava nelle testate giornalistiche. Un valore che non è pari alla somma degli articoli. Internet ha consentito mille modi per aggirare le barriere all'accesso delle singole informazioni contenute nelle testate. E ha sottolineato l'emergere di nuovi rapporti, più diretti, tra chi scrive e chi legge, ruoli che sempre più spesso si sovrappongono, perché si esprimono e si incontrano su diverse piattaforme, dai blog ai social network.

Questo ha consentito agli articoli di sviluppare una propria vita autonoma dalle testate, ma il fenomeno non ha distrutto il valore potenziale delle testate.

L'innovazione nella relazione tra autori e pubblico porterà certamente a una quantità di nuovi modelli di giornalismo, di business e di creazione di idee. E i giornali?

La ridefinizione del valore dei giornali dovrebbe partire dal valore delle testate come beni esperienza. Luogo di sintesi tra le attività editoriali, pubblicitarie e giornalistiche, saranno al centro del ripensamento dei giornali. Che sopravviveranno, molto probabilmente. Ma sopravviveranno bene o male a seconda della consapevolezza che gli editori e i pubblicitari riusciranno a coltivare sull'importanza della ricerca giornalistica di fatti e di interpretazioni al servizio del pubblico.

L'informazione diventa un sistema ben più ampio di quello gestito dai giornali. Riguarda gli autori indipendenti, il pubblico attivo, i gruppi di giornalisti e le aggregazioni di blogger. Riguarda le istituzioni che dànno informazioni. E riguarda i vari soggetti che fanno business su queste attività. Molti modelli sono destinati a coesistere. I giornali potrebbero restare importanti se saranno concepiti non come contenitori di singoli elementi di informazione, ma come organizzazioni culturalmente coerenti, metodologicamente trasparenti, capaci di contribuire all'interpretazione della realtà. Non vivranno senza un bilancio in ordine: ma il bilancio non potrà essere il loro scopo. Il punto di partenza è trovare un'identità nel grande sistema dell'informazione che ha bisogno anche di gruppi professionali dedicati alla generazione di senso. Lo strumento è economico. Lo scopo è culturale. Imho.

Résumé #4- DIVIDE ET IMPERA

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Le strategie degli editori che tentano di dividere il web, per esempio tra quello che si trova via Bing e quello che si trova via Google, ricordano il vecchio modello nel quale quegli stessi editori sentivano di controllare il pubblico: solo l'editore concedeva il permesso di accesso ai suoi contenuti governando con precisione la tecnologia di distribuzione.

Nel modello del web come ecosistema, invece, tutti si aiutano a crescere e tutti hanno bisogno di tutti. Ma i percorsi di accesso sono liberamente decisi dal pubblico. Il che mette in crisi alcuni modelli di business. Ma ne apre di nuovi.

Murdoch sembra interessato a qualcuno che gli dia dei soldi immediati, senza troppe complicazioni. Ma questo non implica che si possa ritrovare uno standard unico nella distribuzione delle notizie. Anzi. Il pubblico attivo non cesserà di inventare nuove modalità per contribuire.

Una mappa per collocare le strategie annunciate dai grandi potrebbe essere basata su questi semplici criter: se dividono il web, sono vecchie; se rafforzano la diversità, sono innovative; se concentrano il potere dei grandi, sono contemporanee.

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Precedenti 
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Murdoch si contraddice (anzi, no)

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Murdoch si contraddice sempre su internet. Come si diceva. E lo fa notare Jeff con una bella lettura comparata di Murdoch 2005 e Murdoch 2009.

Il fatto è che Murdoch non è molto interessato alle dinamiche di internet. Ma al fatturato. Si dice che Murdoch abbia comprato MySpace sulla base della convinzione di avere un minimo garantito di raccolta pubblicitaria da Google (e allora sosteneva l'innovazione nella distribuzione di notizie online). Ma poi MySpace è andato a picco in confronto a Facebook. E Google ha chiuso il contratto che prevedeva il minimo garatito. Stranamente, solo allora Murdoch ha lanciato la sua crociata antiGoogle.

ps. ecco due passaggi via Jeff:

Murdoch 2005

We need to realize that the next generation of people accessing news and information, whether from newspapers or any other source, have a different set of expectations about the kind of news they will get, including when and how they will get it, where they will get it from, and who they will get it from....

The challenge, however, is to deliver that news in ways consumers want to receive it. Before we can apply our competitive advantages, we have to free our minds of our prejudices and predispositions, and start thinking like our newest consumers. In short, we have to answer this fundamental question: what do we - a bunch of digital immigrants -- need to do to be relevant to the digital natives?

Murdoch 2009

How can it be that the Internet offered so much promise and so little profit? I guess a lot of newspaper people were taken in by the game-changing gospel of the internet age. It was a new dawn, we were told. A new epoch, a new paradigm. And we just didn't get it.

Like an over-eager middle-aged dad, desperate to look cool, we ended up dancing obediently to other people's tunes. For a while. You can almost hear the music - an algorithm and blues soundtrack - accompanying the harbingers of the new economy with the new rules of the new age. Their rules.

These digital visionaries tell people like me that we just don't understand them. They talk about the wonders of the interconnected world, about the democratization of journalism. The news, they say, is viral now - that we should be grateful.

Well, I think all of us need to beware of geeks bearing gifts.

Diversità emergente nei giornali

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E' chiaro che gli editori devono trovare i nuovi modelli di business dei giornali. Ed è chiaro che i giornalisti devono fare giornali migliori. Pena un aggravamento continuo della crisi scoppiata in tutta la sua forza quest'anno ma partita da qualche tempo.

Non sarebbe un dibattito molto appassionante (e forse non lo è comunque) se non fosse per il fatto che la semplicità della questione viene continuamente complicata da confusioni di ruoli e di preoccupazioni tra editori e giornalisti. Inoltre, qualche eccezione alla regola c'è.

Sicché non mancano i motivi per tornare sull'argomento.

Gli editori non vendono le notizie ma il supporto che consente l'accesso alle notizie. Le notizie (o meglio i servizio di produrre le notizie) le vendono i giornalisti, di solito agli editori che poi fanno pagare l'accesso. Esistono editori che vendono le notizie (con il diritto di ripubblicarle): sono le agenzie. E gli editori che tentano di diventare agenzie per nuove forme di trasmissione delle notizie (siti di banche ecc ecc). Allo stesso modo esistono giornalisti che vendono il servizio di produzione delle notizie direttamente al pubblico (newsletter ecc ecc) o che costruiscono il loro "giornale" e lo fanno vivere di pubblicità (alcuni blogger specializzati ci sono riusciti eccome). In generale, però, la situazione standard è diversa. Può essere che sia proprio lo standard ad essere in crisi.

I giornalisti che si fanno imprenditori sono il tema di un pezzo interessante di Journalism. La questione è: possono i giornalisti-imprenditori mantenere ben chiara la distinzione tra i due ruoli? In altre parole: possono essere "indipendenti"? Forse è un falso problema: perché anche nell'editoria tradizionale i conflitti di interesse sono possibili e latenti. La questione è dunque come trasformare il livello di indipendenza in qualcosa di davvero riconoscibile, trasparente, dimostrabile. Non puÃ