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Pew: no news sui modelli di business per news

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Pew fa conoscere la sua ricerca sullo stato dell'arte nell'economia delle notizie giornalistiche. I dati sono superinteressanti. La ricerca di nuovi modelli di business appare ormai avviata e, un po', avvitata. La pubblicità resta la soluzione preferita ma non basta. Le altre soluzioni restano sperimentali. Non si sono ancora grandi movimenti sul fronte dei notiziari a pagamento online. (Pew)

YouCapital...

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Leggo da LSDI che è partita una piattaforma tipo spot.us in Italia (crowdfunding journalism). Si chiama YouCapital. Ne hanno parlato anche: Pennedigitali, Antonella Beccaria, Assodigitale, Senzamegafono, Cristiano Lucchi.

I promotori sono Luca Longo, web director di The Populi, e Antonio Rossano fondatore di Yurait Social Blog.

Articoli collegati su LSDI:
  1. Parte ProPublica, giornalismo investigativo finanziato da una Fondazione
  2. Due nuovi progetti di giornalismo finanziato dai cittadini
  3. Giornalismo finanziato dai lettori: nuovi esperimenti in Francia e in Italia

Festival del Giornalismo di Perugia

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E' dunque arrivato il programma del Festival del Giornalismo di Perugia. Ricchissimo.

E' del tutto evidente che il suo punto debole è il keynote di giovedì 22 aprile, alle 12:00.

Il keynote del Festival è di solito un'occasione molto importante per accedere all'esperienza di un vero maestro del giornalismo. Ma quest'anno - inopinatamente - è riservato all'espressione del mio punto di vista sulle prospettive dell'informazione. Non si può negare che il tentativo di tenere insieme il giornalismo tradizionale e quello che si sta sviluppando in rete sia sulla carta una buona idea.

Nella pratica dovrò inventare una maniera sensata per parlare di una questione tanto gigantesca.

Ogni suggerimento è bene accetto. E se vogliamo fare una cosa utile, potremmo raccogliere nei commenti gli esempi migliori di giornalismo che conosciamo all'epoca della rete. Se la raccolta riesce la lasciamo a Perugia come documentazione...

Neppure Google guadagna con le news

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Sentite le grandi lamentazioni degli editori, Murdoch in testa, sul fatto che Google guadagnerebbe con le notizie dei loro giornali, ci si domandava: ma è vero? E dunque pare proprio di no. Lo diceva Google che non fa fatturato con le news, ora lo registra anche Chris Dixon.

xcitta

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Una nuova serie di giornali locali. Si chiamano xcitta. Fatti con spirito di cronisti, consapevoli di lavorare in una rete abitata da blogger e partecipanti a social network di ogni genere.

Ogni nuovo giornale ti propone un punto di vista. Questo ne ha uno e insieme tanti quante sono le città che segue fin dall'inizio della sua storia: Torino, Milano, Treviso, Bologna, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo. E mentre lo scorri ti domandi se ti puoi affezionare o se durerà per il tempo di una start up.

A questo non rispondono, a xcitta. L'editore crede nel progetto e, dice, cerca soci disposti a partecipare. Ha un business plan basato sulla raccolta pubblicitaria. Si vedrà.

Intanto, i giornalisti sono giovani ed entusiasti. Ci credono eccome, loro. E' un piacere ascoltarli mentre descrivono le loro scelte. La cronaca, del resto, nell'iperlocale, può essere una grande esperienza.
Google è grande. Ma Google News lo è meno. E sicuramente meno di Facebook. Su Facebook la gente si segnala di tutto, comprese le notizie. E secondo Hitwise il traffico che effettivamente arriva ai siti di notizie da Facebook ha superato quello che arriva da Google News. Con buona pace di tutte le lamentazioni degli editori che si ispirano a Murdoch.

Ora Hitwise aggiunge che da Facebook arriva più traffico a siti che nascono dal mondo del broadcast, mentre da Google News arriva più traffico ai siti che nascono da giornali cartacei.

Questo peraltro vale soprattutto per i grandi siti di news. La parte lunga della coda lunga è ancora più coperta da Google.

Anche perché quello che si fa su Facebook è più governato dall'immediatezza facile. (ReadWriteWeb)

Corso online di GIORNALISMO SCIENTIFICO

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WFSJ e SciDev.Net hanno creato un corso online di giornalismo scientifico. Divertente e interessante. (via Guido Romeo)

La difficile indipendenza dei giornali

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L'ipocrisia dei politici è anche un fatto tecnico. Le parole dei politici non sono fatte per dire a modo loro la "verità". Ma per dire quello che serve a vincere contro gli avversari e imporre il proprio potere.

La manipolazione delle parole e dei discorsi per fare apparire la realtà nella luce che avvantaggia la propria parte politica è un'arte retorica classica. E nell'epoca della politica mediatica è diventata una scienza. I media sono usati molto bene da chi ha qualcosa da far credere a qualcuno. E i politici sono maestri. In tutto il mondo. A partire dagli Stati Uniti, per passare dalla Cina, arrivare in Francia e sbarcare infine in Italia.

A fronte di questo, la cittadinanza vorrebbe media imparziali che non si facciano strumento delle parole dei politici, ma servano a metterle a confronto con la realtà. E questo genere di valore, quello dei media imparziali, è spesso ripetuto anche da chi i giornali li produce.

Ma mettere in pratica questo valore è evidentemente difficile. Per molti motivi. Ma anche per il fatto che non è semplicissimo decidere che cosa sia un giornale politicamente imparziale. A questo proposito ci sono almeno tre ipotesi:
1. Un giornale imparziale è quello che mette tutte le notizie e le separa dai commenti che a loro volta sono votati a dar voce a tutte le opinioni.
2. Un giornale imparziale è quello che dichiara esplicitamente da che parte sta e poi dà le notizie che sostengono quella parte.
3. Un giornale imparziale è quello che decide quali notizie mettere giudicandole in base a una ricerca che compie con i suoi giornalisti per ricostruire la realtà.

Non è molto semplice trovare un giornale che sia perfettamente aderente a una di queste ipotesi. Ma ciascuna delle ipotesi contiene pregi e difetti per la cittadinanza che vorrrebbe sapere come stanno le cose.

Il giornale che pubblica tutto senza distinzione, dando uguale voce ai commenti di tutte le parti, è leale nei confronti dei suoi lettori ma di fatto si mette nelle mani degli esperti della manipolazione. Basta che nel dibattito politico una parte lanci una serie di messaggi, alcuni più estremisti e altri più moderati, per far spostare a suo favore l'equilibrio del dibattito. E per distrarre dai temi che la mettono in difficoltà. I giornali diventano il territorio neutrale nel quale i politici giocano liberamente, decidendo autonomamente l'agenda. Le parole che corrono non sono altro che quelle, strumentali, dei politici.

Il giornale trasparentemente partigiano è più decodificabile. Ma per definizione non può arrivare a essere imparziale e dunque non aiuta molto i cittadini a confrontare le parole dei politici con la realtà.

Il giornale che fa la sua ricerca e pubblica le notizie confrontandole con quanto conosce della realtà è più difficile da fare. La riuscita di un progetto del genere dipende da molte cose. Ma soprattutto dal metodo che adotta per fare la sua ricerca giornalistica. In questo senso, ha bisogno a sua volta di una forma di umile trasparenza: deve dichiarare la sua "epistemologia" giornalistica. Che cosa ritiene siano "fatti", che cosa "ipotesi", che cosa "interpretazioni". Deve dichiarare costantemente i suoi possibili conflitti d'interesse. E se prende posizione è perché ha scoperto un dato di realtà e decide che le parole di una parte politica corrispondono meglio di quelle dell'altra parte alla realtà stessa.

Il giornale "campo di battaglia" è il più interessante per i politici manipolatori, perché sembra imparziale e dunque credibile, ma non riesce a contrastare le loro strategie retoriche. Il giornale "partigiano" è meno credibile al di fuori della parte di cittadinanza che non sostiene la sua parte politica, ma in un certo senso può apparire più caldo e profondo nella lettura dell'interpretazione della realtà di quella parte politica. Il giornale "ricercatore" è forse più umile e rischia di apparire più freddo: il correttivo è quello di raccontare non soltanto fatti ma anche storie di persone, usando un linguaggio che alterna la freddezza delle analisi al calore delle storie.

Il problema è che questi modelli coesistono. E che un giornale che appartiene a un modello può sempre "mascherarsi" in modo da sembrare appartenente a un diverso modello.

La blogosfera e il medium delle persone non scappano a queste distinzioni. Nell'insieme, l'imparzialità dei media sociali è simile a quella del "campo di battaglia". Ma niente impedisce ai sistemi di informazione "partigiani" di conquistare territori nei media sociali. E le persone che vogliono contribuire all'informazione in chiave di "ricerca" devono contemporaneamente combattere per l'attenzione e abbassare i toni quando (come è normale in ogni ricerca) non sanno tutto ciò che occorre sapere per selezionare correttamente le notizie e le opinioni.

I cittadini che leggono (i giornali e i media sociali) devono fare uno sforzo significativo per decodificare i modelli, giudicare la cooerenza con la quale vengono portati avanti, e farsi un'idea della realtà.

La forza del modello orientato alla ricerca, per favorire la conoscenza della realtà, ha bisogno di una relazione forte e duratura con un pubblico attivo orientato alla stessa epistemologia, fattuale e pragmatica.

(Tutto questo, a sua volta, è reso più complesso se si tiene conto della proprietà dei giornali. La proprietà dei giornali è in parte un modo per capire quale modello i giornali perseguono. Ma non lo è sempre. Di certo, il fatto che un capo di partito sia proprietario di tre televisioni influsce sui telegiornali di quelle televisioni. Ma va detto che anche gli altri giornali che non appartengono a nessuna parte politica incontrano la loro quota di difficoltà nell'essere imparziali. Se i giornali schierati sono più caldi e divertenti di quelli razionali e orientati alla ricerca, la società rischia di preferirli, penalizzando i giornali che in realtà sarebbero più utili a comprendere come stanno le cose. Se si spera che la situazione cambi occorre certamente lavorare per liberare il giornalismo dal peso di proprietari troppo ingombranti. Ma occorre anche approfondire una "epistemologia" del giornalismo, troppo a lungo data per scontata. La relazione tra le persone che fanno ricerca per i giornali e il pubblico attivo che li apprezza dovrebbe dunque diventare sempre più solida e orientata a una fattiva collaborazione).

Islanda News

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L'Islanda potrebbe entrare nella Ue con una procedura accelerata. E potrebbe riufiutare con un referendum l'accordo con i risparmiatori britannici scottati dai suoi titoli finanziari. E potrebbe diventare il porto franco dell'informazione controversa mondiale: approvando una legge molto protettiva nei confronti della libertà di informazione. (Orientalia, Nieman).

Altre notizie in materia:

Wired & Adobe: MAGAZINE design

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Con l'IPAD per imparare con le MANI

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Dal punto di vista cognitivo i tablet hanno un passo in più. Perché noi impariamo con tutto il corpo, non solo con gli occhi e il cervello. E i gesti che dobbiamo compiere per accedere alle informazioni fanno parte dell'esperienza che poi ci ricordiamo.

Prendere un libro dalla libreria o sfogliare una rivista, andare avanti e indietro nelle pagine, strappare un foglio, o sottolineare, sono gesti che hanno a che fare con l'apprendimento. Se l'unico modo di apprendere fosse quello di accedere a qualunque contenuto schiacciando sempre lo stesso bottone del mouse, avremmo un'esperienza più limitata. Va già meglio quando invece di sottolineare prendiamo una citazione e la mettiamo su Tumblr o Twitter.

Una rivista sull'iPad con il suo speciale multitouch e le varie metafore della libreria e delle applicazioni, un device che si usa portandolo in giro per la casa (chi vuole anche fuori), può aggiungere manualità all'esperienza di apprendimento su contenuti digitali. E per questo generare un piacere di leggere in più. Vedremo.

Intanto, John-Henry Barac (che ha fatto l'app del Guardian) risponde alle domande sul suo modo di vedere un giornale sull'iPad proposte da Joshua Benton di NiemanJournalismLab.

iPad è NEWS e MAGAZINE, in teoria

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Ormai è tanto chiaro che fa parte dell'analisi consolidata. L'eventuale unicità dell'iPad, la sua massima attrattiva, potrebbe essere leggere le news e i magazine in modo totalmente nuovo, divertente, ricco... Ma è teoria, fino a che non si vedono i progetti di magazine realizzati per la nuova piattaforma. Ne discute un grande sviluppatore di apps per iPhone su PaidContent.

Taglio alto

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Federica Sgaggio, giornalista dell'Arena, spiega perché ha deciso di aprire un blog. Sente il peso di un'evoluzione editoriale che tende a cambiare il lavoro dei giornalisti escludendoli progressivamente dal mondo degli intellettuali. Paradossalmente, dice Sgaggio, una giornalista che voglia far sentire la sua voce deve aprire un blog. Il suo si chiama: due colonne taglio basso. Suona come la risposta del caporedattore alla proposta del redattore (e il redattore pensa, in silenzio: "non vogliono dare importanza alla notizia").

La storia di Federica segnala una tendenza ormai da tempo avvertita. E' finita l'epoca della contrapposizione tra blog e giornali. Non solo perché i giornali hanno imparato ad aprire i loro blog e ad ascoltarne la voce. Ma anche - e questa è la novità segnalata da Federica - perché i giornalisti come persone possono trovare nei blog un'opportunità di espressione che la loro professione (come molte altre professioni) non offre. Non a tutti. Non a tutti quelli che vorrebbero esprimersi.

La separazione tra blog e giornali resta, ma non è più tecnica. E' umana. Chi fa sia l'uno che l'altro può sentirsi tagliato in due, visto che in entrambe le situazioni scrive, ma in un caso per esprimersi e connettersi, nell'altro caso per sviluppare una linea editoriale. Sicché la stessa distanza tra blogger e giornalisti si sta trasformando: non è tanto nelle tecnologie e non è certamente nelle capacità personali. E' nel progetto che le persone perseguono.

E' un caso del problema irrisolto della relazione tra progetti individuali e progetti collettivi che si manifesta in molteplici occasioni nell'ambito intellettuale. Quando c'è un progetto comune forte, le individualità sono compresse; quando c'è soltanto una giustapposizione di progetti individuali senza obiettivi in comune si sviluppa un rumore generale poco comprensibile.

E' la differenza tra Wikipedia e Facebook: la prima è un progetto intellettuale comune forte (con la metafora dell'enciclopedia) nel quale in generale le singole persone non emergono; il secondo è uno spazio di espressione di progetti intellettuali individuali che in comune non hanno un progetto ma una piattaforma. I due modelli hanno avuto enorme successo. Ma entrambi di confrontano con il problema di come si possa migliorare la qualità del risultato intellettuale del progetto. In questo problema, come sempre su internet, c'è un'opportunità: per chi la saprà definire e sviluppare. Proponendo un nuovo contributo alla rete.

Microconsigli per giornalista tipo Mashable

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Mashable fa una riflessione semplificatoria sul futuro del giornalista.

We identified specific digitally-oriented skills and traits a future journalist would need. These include being:

  • a multimedia storyteller: using the right digital skills and tools for the right story at the right time.
  • a community builder: facilitating conversation among various audiences, being a community manager.
  • a trusted pointer: finding and sharing great content, within a beat(s) or topic area(s); being trusted by others to filter out the noise.
  • a blogger and curator: has a personal voice, is curator of quality web content and participant in the link economy.
  • able to work collaboratively: knowing how to harness the work of a range of people around him/her -- colleagues in the newsroom; experts in the field; trusted citizen journalists; segments of the audience, and more.
A queste qualità si aggiungono altri consigli: spirito imprenditoriale, formazione permanente, attenzione ai social media... Vabbè. Non molto di nuovo sotto il sole. Salvo una cosa: si direbbe che questa storia di fare il giornalista appaia sempre più attraente e si presenti come un settore adatto a chi è a caccia di opportunità. Si direbbe che le suggestioni tipo Demand Media o Tpm si stiano diffondendo...

Facebook news reader

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Dicono a Facebook che il social network è un canale di accesso alle notizie di primaria importanza. E chiunque che lo usi sa che è vero (anche se Twitter per ora è meglio da questo punto di vista). 

ReadWriteWeb commenta che Facebook potrebbe diventare il principale news reader del mondo, superando Google.

E Hitwise osserva che in termini di funzione d'uso lo è già:

"Last week, Google Reader accounted for .01% of upstream visits to News and Media websites, about the same level as a year ago. Google News accounted for 1.39% of visits and Facebook 3.52%.

Nel frattempo, gli editori si possono lamentare di Google News, specialmente se non sanno bene come funziona. Ma i modi con i quali i lettori arrivano ai loro siti sono molti, e sempre più spesso sono diversi dal passaggio classico per la home delle loro testate.

Piani Mondadori per l'ebook

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Maurizio Costa, ad di Mondadori, dice che la sua azienda avrà un'offerta ebook nel 2011. (via Luca).

Come diceva Gian Arturo Ferrari, a Segrate non hanno fretta.

(Anche perché è sempre vivo il problema della pirateria, fa notare Giornalisticamente...).

Il Guardian si applica

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Il Guardian ha venduto 70mila copie dell'applicazione che consente di leggere le notizie del giornale britannico, a 2,39 sterline ciascuna, in un solo mese. (via GG).

La serie "i giornali sono applicazioni" continua...

Wow: si sapeva ma ora si misura...

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I classified ads, la piccola pubblicità degli annunci pubblicati sui giornali di carta in America, si sono prosciugati: da 19,6 miliardi nel 2000 a 6 miliardi nel 2009. Meno 70%. Poynter. Craiglist ha disintermediato.

I giornali locali italiani resistono meglio. Ma non si sentono al sicuro.

Piovonorane è una testata

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L'intervista di Alessandro Gilioli a Carlo Taormina è una lettura rilevante. Con un piccolo dettaglio che la rende qualcosa di più. Perché Alessandro la introduce scrivendo che l'intervista è stata concessa a Piovonorane: una formula abituale per le testate giornalistiche e meno per i blog. L'evoluzione della specie, nella blogosfera, è inarrestabile. La differenza tra blog e giornali è sempre meno precisa, di certo non è più basata sulla tecnologia.

iPad, oltre il rumore

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Underwhelming, dice Larry Magid. L'iPad non ha colpito l'immaginazione più di quanto l'immaginazione di tanti osservatori avesse già compreso prima dell'annuncio. E, in questo contesto di marketing esasperato, come nella finanza più speculativa, non superare le aspettative significa deludere. (Una summa di delusioni, su Rww) Ma questi fuochi d'artificio non sono il modo migliore per capire quello che succede.

Bisogna anche ammettere che, guardando almeno il video della presentazione dell'iPad, Steve Jobs non era al massimo della forma. E che l'unico annuncio davvero pratico e immediato è stato quello relativo al rilascio del kit per lo sviluppo di applicazioni: il vero scopo dell'evento era indurre gli sviluppatori a scrivere software e contenuti per essere pronti quando l'iPad sarà in vendita, tra un paio di mesi.

Tecnologicamente, l'iPad è un'evoluzione di idee già viste, con un tocco (questo sì magico) di design straordinario. E rispetto a ogni altro tablet è focalizzato su un valore d'uso ben preciso: leggere, accedere al web, accedere a contenuti. E adattandosi al mezzo, fare la mail, fare i conti, fare presentazioni, scrivere. Non è il massimo della portabilità e non è il massimo per produrre: a quelle attività servono meglio l'iPhone e il Mac. L'iPad doveva diventare il massimo in qualcosa di intermedio. Che probabilmente è la fruizione comoda dei contenuti digitali, a un prezzo molto contenuto se ci si accontenta (come è probabile per adesso) della versione che privilegia la connessione wifi. 

Quello che manca all'iPad e ha fatto arrabbiare molti tecnici è quello che non è essenziale per quel valore d'uso. A parte la mancanza del Flash che, a quanto pare, serve a garantire che i contenuti video sull'iPad saranno quelli che in qualche modo sono adatti alle strategie di Apple.

Perché l'iPad è soprattutto il terminale - divertente, comodo, efficace - del sistema di vendita di contenuti e software intermediato e organizzato da Apple: un'estensione della logica già sperimentata con l'iPod e l'iPhone. Il mercato è meno maturo di quanto non fosse all'epoca del lancio dell'iPod e saranno molto rilevanti i prossimi annunci sugli accordi tra Apple e produttori di contenuti, perché faranno la differenza e creeranno il "momentum" che assisterà l'iPad nelle prime fasi di impatto sul mercato.

Per gli altri il tema è semplicemente: scommettiamo che si venderanno molti iPad o no? Se sì, gli editori faranno bene a sbrigarsi e a mettere in campo i loro prodotti per questa piattaforma, visto che offre un'opportunità in più per migliorare le vendite. Se no, sarà stato tutto una bolla.

Per gli autori però tutto questo è molto rilevante. Dovesse prendere piede, l'Pad consentirà di vendere libri realizzati in ePub e non necessariamente assistiti da grandi case editrici. E offrirà nuove opportunità ai piccoli produttori di software con una buona idea al servizio dell'industria editoriale. 

L'iperventilazione che è stata necessaria al lancio dell'iPad non deve fuorviare: si tratta di un momento importante per il business dell'informazione. Un momento che si può cogliere, o lasciar passare via. Meglio coglierlo.

Update: nel frattempo Amazon - giustamente ammirata da Jobs per il suo lavoro pionieristico in questo settore - subisce la concorrenza di Apple e cede sulla questione del prezzo dei libri per Kindle... Si prepara all'arrivo di iBooks.

Design, news e fact checking, ai tempi dell'iPad

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Sarà il design - al completo, quello che va dalla grafica alla funzione, dalla fascinazione per la sperimentazione culturale alla concretezza del modello di business - a fare una grande differenza nel futuro dei magazine (e forse dei giornali), nell'epoca del discusso ma affascinante sistema iPad-iPhone-AppStore... 

Anche se la discussione è ampia sulle qualità dell'oggetto, l'iPad suggerisce fantastiche possibilità creative. A Pentagram ci credono. Gianluca, giustamente, segnala.

La discussione in materia è ampia. I giornali sono applicazioni che servono all'organizzazione intelligente e interpretativa dell'informazione. Non sono somme di articoli da mandare in rete come atomi in cerca della loro molecola. Gli editori, al di là della loro funzione culturale, tendono a doversi confrontare anche con la funzione delle piattaforme. Sempre confusi dalla paura della pirateria. Mentre il crowdsourcing del giornalismo si fa strada nel dibattito. E le metriche internettesche si affinano. Con il dibattito culturale su internet si approfondisce.

Intanto, si fa strada l'ottima idea di Sergio Maistrello: FactCheck. Per discutere dei fatti e della ricerca necessaria alla verifica. In un contesto nel quale la cronaca sembra pensata come la fiction, il fact checking è un lavoro sacrosanto. 

L'iPad è un'opportunità per fare giornali migliori. Forse offrendo qualche speranza in più agli editori, li spingerà a investire nell'innovazione di design e nella qualità della ricerca giornalistica..._

iPad, perché se ne parla tanto

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Non cessa il profluvio di articoli e commenti sull'iPad. Perché l'intelligenza collettiva dei cercatori di opportunità deve digerirlo nella sua fattuale concretezza, dopo tanto tempo passato a immaginarne le possibili forme e funzioni. (Antonio, Guardian)

Con un punto di domanda chiaro in testa: se ne venderanno abbastanza da dare valore al mio possibile investimento, come consumatore e come sviluppatore? Già, perché sia per chi compra l'iPad sia per chi intende scrivere software da distribuire a chi compra l'iPad, il problema comune è quanto sarà grande il mondo dei possessori di iPad? Maggiore quel numero, maggiore la ricchezza di contenuti e applicazioni, maggiore il valore, migliore la possibile soddisfazione.

Il problema dell'uovo e della gallina in questo caso è facilitato dal fatto che esiste già una quantità di software per l'iPhone che verrà facilmente adattato all'iPad. E che alcuni editori di libri hanno già in cantiere la vendita di libri per l'iPad. E che i giochi andranno bene (l'idea del Monopoli con giocatori attorno a un tavolo con l'iPad in mezzo e qualche amico che gioca da un'altra città non è male...).

E per le applicazioni di base, la possibilità di leggere il web e fare la mail girellando per la casa, semplicemente connessi col wifi, il costo è davvero contenuto: 499 dollari...

E' più facile pensare che sia un prodotto relativamente molto venduto, piuttosto che sia un totale flop. Il che rende probabile che molti scommettano su questa ipotesi e facciano software e contenuti adatti all'iPad. Il che arricchirà la piattaforma e la renderà di vero valore. Decretandone il successo. E' più facile che decolli piuttosto che resti a terra.

Se questo è vero, vale la pena di pensare giornali da diffondere sull'iPad. Inventandone il nuovo design e pensandoli come servizi di organizzazione dell'informazione talmente interessanti da poter anche essere venduti. E' una possibilità in più. Per chi si muove bene, con qualità e velocità, facendo ricorso a immaginazione e spirito di iniziativa. Editori tradizionali e nuovi editori sono dunque ai nastri di partenza. Dovrebbe essere divertente.

iPad, i giornali sono applicazioni

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Dove si vendono i giornali per l'iPad? Che cosa sono i giornali, secondo chi ha progettato la nuova tavoletta? Che opportunità hanno gli editori di giornali e i giornalisti adesso? 

L'iPad si carica di contenuti creandoli, oppure attingendo al web, oppure comprandoli da iTunes, musica e film, AppStore, software, iBooks, libri. Dunque, almeno finora, non c'è un'edicola.

Dove si possono vendere i giornali per l'iPad? La risposta a questa domanda è anche un geniale suggerimento per rispondere alla domanda preliminare: "che cosa sono i giornali?"

I giornali sono flussi di notizie e progetti speciali, sono testi, audio e video, sono relazioni tra il pubblico attivo e le redazioni, sempre però con un taglio interpretativo speciale sintetizzato dalla testata. La forma dei giornali digitali è dunque quella dell'applicazione: è un software che mette insieme tutti gli elementi, compresa la struttura fondamentale che organizza le informazioni appoggiando l'interpretazione.

Per gli editori di giornali e giornalisti c'è cibo per la mente. Giustamente, dicono, che produrre le notizie costa. Ora devono produrre anche immaginazione, design. E costerà anche quello. Ma hanno trovato chi suggerisce una strada per uscire dalle secche.

Informavore e Filtering

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A DLD si discute un sacco di information overload, filtri e potere. Frank Schirrmacher dice che non sarà mai più possibile gestire l'informazione senza le mavchine e che queste prenderanno il potere. David Gelernter risponde che il problema è che si fa troppo poca ricerca sull'interfaccia e le macchine che usiamo, e che quindi l'attuale malessere è relativo alla scarsa comprensione dei fenomeni. E aggiunge una domanda: dove sono i risultati di tutta questa informazione? Siamo davvero più informati? Baratunde Thurson risponde che ci vuole anche un po' di calma: non è necessario sapere tutto quello che viene pubblicato da 6 miliardi di persone. Loic mostra la nuova interfaccia di Seeismic (più sintetica e divertente) per Twitter. E aggiunge che il filtro per lui sono le segnalazioni degli amici.

Che cosa legge Gates

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Un manager di una compagnia media ha chiesto a Bill Gates: "l'informazione televisiva è considerata partigiana e i giornali sono a loro volta in crisi di credibilità. Lei quali mass-media consiglia?"

Gates ha risposto che non guarda la televisione. E ha dato i suoi consigli:
- molti periodici e giornali: the Economist, Scientific American, New Yorker. Washington Post, the Wall Street Journal, the Financial Times, the New York Times. Slate
- seminari e lezioni online: Academic Earth, Ted.com, Teach12.com (a pagamento).

Buona domanda

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Un maestro di giornalismo, spiega che le migliori risposte nelle interviste si ottengono facendo bene le domande. E lo spiega con un aneddoto:

Un domenicano e un gesuita stanno leggendo il breviario. Il gesuita fuma.
Il domenicano osserva: "Ma come: fumi mentre leggi il breviario?"
E il gesuita: "Sì, ho ottenuto il permesso dal vescovo..."
"Anch'io ho chiesto il permesso, ma mi è stato negato" dice il domenicano.
"Ma come glielo hai chiesto?"
E il domenicano: "Ho detto al vescovo: 'Eminenza, posso fumare mentre leggo il breviario?' E lui mi ha cacciato in malo modo".
Il gesuita sorride: "Hai sbagliato la domanda. Io ho chiesto: 'Eminenza, posso pregare mentre fumo?' E lui ha approvato con gioia..."

GoogleNews e giornali

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Dice una ricerca di Outsell riportata da TechCrunch che il 44% dei visitatori di Google News non clicca sui link e dunque non va sui siti dei giornali. Conclusione illogica: Google News porta via traffico ai siti dei giornali. La conclusione è illogica perché nel dato non c'è nulla che dica che gli utenti di Google News sono sottratti ai siti dei giornali. Mentre nel dato c'è la prova che il 56% dei visitatori di Google News vanno anche a formare traffico per i siti dei giornali.

Ovviamente le illazioni sono possibili.

SI potrebbe dire che questi sono lettori di giornali online che scelgono Google News, ma sceglierebbero un giornale se non ci fosse Google News. In questo caso sottrarrebbero una quota di traffico ai giornali. Ma è un caso piuttosto difficile da provare (riguarda le intenzioni) visto che comunque i siti dei giornali sono cresciuti molto in termini di traffico da quando c'è Google News.

Oppure si potrebbe dire che questi non sono lettori di giornali online e dunque Google News è un generatore netto di traffico per i giornali. Anche questo non si può provare.

Di certo c'è che Google News trasforma il lavoro dei giornali in un insieme di atomi di informazione che collega un articolo a un lettore. Questi sceglierà anche in funzione della testata di provenienza, ma non è indotto ad analizzare la forma complessiva del notiziario di quel giornale. Il risultato è che Google News è un competitore dei giornali nel senso che la sua organizzazione delle notizie compete con l'organizzazione delle notizie dei giornali. E l'organizzazione delle notizie, la gerarchia, i collegamenti tra loro, è un contenuto informativo di primissima importanza per i giornali. Ma per competere in questo genere di partita, i giornali devono imparare e innovare molto: dunque fare ricerca.

Wikipedia e il recentismo

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Questo post riguarda il concetto di "recentismo" usato come avvertenza per i lettori che incontrano certe voci di Wikipedia, come nel caso del partito "Alleanza per l'Italia". E il dibattito intorno all'esclusione della voce sul "Movimento 5 stelle".

Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.

Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).

Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.

Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.

Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.

Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.

La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.

(Domani su Nòva un pezzo in materia).

Scienza e giornalismo

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"Per struttura, stile e linguaggio, gli articoli scientifici sono agli antipodi di quelli giornalistici. I primi esprimono oggettività e disinteresse, e raccontano (o dovrebbero raccontare) passo passo quello che è successo in laboratorio per consentire, almeno idealmente, al resto della comunità di riprodurre risultati analoghi. Il linguaggio delle notizie è viceversa immediato, attivo, con concessioni narrative lontane dalla prosa misurata e passiva dell'articolo specialistico". Pietro Greco, Nico Pitrelli, Scienza e media ai tempi della globalizzazione, Codice.
Questo post è troppo lungo;
naturalmente a causa della fretta...


I giornali di qualità. Nel sottotesto del dibattito sul futuro dell'informazione, gli editori si richiamano costantemente alla locuzione "giornali di qualità". Il che avviene nel contesto di una valanga di perplessità (vedi il dibattito su www.veri.ta) relative a come si difende la qualità dell'informazione in rete dale pratiche del vandalismo, dell'estremismo, dell'integralismo. Ma del resto, visto da un altro punto di vista, tutto questo non è lontano dalla più generale questione del minestrone culturale che emerge - non solo in rete ma nel complesso del sistema dei media - dal fuoco incrociato della strategia della disattenzione e del disinvestimento nelle istituzioni educative, universitarie, museali a favore di nuovi modelli culturali televisivi e finanziari.

L'occasione di discuterne, ieri, con Nicholas Negroponte era ghiotta. Proprio nella città del papa, acerrimo avversario del "relativismo". E proprio insieme agli amici di Wired Italia, sempre ispirati dal direttore di Wired Chris Anderson, autore della coda lunga: ad Anderson avevo chiesto come emergerebbe nella coda lunga il valore della "qualità artistica universale" che una volta si poteva riconoscere in un Beethoven. Lui aveva risposto immaginando che Beethoven avrebbe cominciato suonando in un piano bar, sarebbe stato apprezzato da tutti, avrebbe raggiunto una grande notorietà con delle registrazioni su MySpace, avrebbe finito col pubblicare qualche disco e sarebbe diventato ricco con i concerti. In sostanza Anderson rispondeva parlando della costruzione della notorietà e dell'apprezzamento di qualunque autore, negando l'esistenza stessa di una nozione come "qualità artistica universale". Ovviamente.

In generale, in un ambiente come la rete emerge l'apprezzamento per un autore o per un'idea attraverso un movimento che aggrega consenso e attenzione, dibattito e conversazione, stabilendo scale di priorità mai stabili ma piuttosto in continuo movimento. E questo avviene in base a preferenze, a comportamenti e a connessioni, che prendono vita attraverso le segnalazioni e i link, e che dimostrano l'esistenza di sistemi di valutazione impliciti nelle menti dei partecipanti alla rete. Ma tutto questo non chiarisce come si formino quei sistemi di valutazione della qualità.

In assenza di una discussione sul modo in cui si formano i sistemi di valutazione, non abbiamo neppure una discussione su come migliorare la qualità. E tanto meno riusciamo a mettere in questione la nozione di "giornali di qualità".

La valutazione che avveniva nel mondo gerarchico, prima del successo della rete, era basata sulle istituzioni riconosciute dal tempo come fonte di qualità culturale: musei, università, editori... La rete ha aperto il gioco. Ora l'aggregazione di consenso attorno alla qualità riconosciuta nelle conoscenze e nei contenuti informativi dipende dai movimenti dei partecipanti alla rete. Un po' come avviene nell'arte moderna: ci sono esperti e critici, artisti e curatori, ma in realtà fanno tutti parte di una sorta di rete, cioè si muovono partecipando alle dinamiche del mercato dell'arte dal quale sembra sembra emergere l'aggregazione del consenso sulla valutazione della qualità artistica (tanto che sempre più spesso si presenta come una specie di citerio oggettivo della valutazione della qualità artistica). Questo, in rete, vale per ogni idea e ogni opera. Ma è un processo vagamente autoreferenziale, modaiolo, instabile.

"Probabilmente è proprio così che deve essere" ha risposto sulle prime Negroponte. Non c'è modo di stabilire che un criterio di valutazione sia migliore di un altro. In un mondo globalizzato tutti i punti di vista hanno uguale valore. Già, ma come si formano tutti i punti di vista? La cultura di un bostoniano non è quella di un italiano o di un cinese, tutte hanno diritto a uguale rispetto, ma vengono da qualche parte.

Da dove?

In assenza di una discussione su questo, vale il consenso che si ottiene e di mantiene lì per lì. La qualità diventa quello che i più bravi a costruire consenso riescono a far credere che sia in ogni momento. Si apre la strada a una sorta di populismo inflessibile. E quando sono in molti a essere bravi manipolatori, si finisce per distruggere ogni consenso. Con gravi problemi a tutte le attività che richiedono coordinamento per progetti di lunga durata: come la pace, la convivenza civile, la salvaguardia dell'ambiente, la valorizzazione dei beni culturali, l'identità, i diritti umani... Insomma, ci si muove in stormi la cui forma emerge dalla complessità ma non si sa bene come decidere dove lo stormo vuole andare.

Non si torna indietro alla gerarchia. La rete è un enorme opportunità per includere nella costruzione del consenso l'attivia partecipazione di chiunque abbia qualcosa di intelligente da condividere. La gerarchia blocca l'intelligenza se questa mette in discussione il suo scopo. La rete mette in discussione ogni privilegio acquisito. E dunque impone che ciascuna posizione sia definita dalla sua capacità di mettersi al servizio dell'ecosistema...

Probabilmente, si riparte dalle culture, dalle antropologie, dice Negroponte. "Io mi comporto come un bostoniano perché sono crescuto in quella cultura". Quindi c'è un sistema di autorità che trasferisce cultura e l'educazione diventa il centro di ogni altra questione.

Nel distruggere i privilegi inutili, la rete rischia di mettere in difficoltà anche le istituzioni educative? "La cosa più vicina che abbiamo a un'istituzione oggi è Google". Oppure, Wikipedia. E' dalle regole e dai metodi educativi impliciti in queste istituzioni - in queste piattaforme - che si può leggere il modo in cui emergeranno le nuove culture? E' anche da riflessioni come queste che può venire fuori l'idea di una nuova "istituzione-piattaforma" pensata per la sua utilità al servizio della rete e consapevole dei suoi effetti "educativi"?

Un post troppo lungo non finirebbe mai. Meglio finirlo con una domanda. O no?

A chi donare per Haiti

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Twitter, Skype, Facebook, funzionano straordinariamente bene per l'informazione su una catastrofe come quella di Haiti e sottolineano come l'informazione, la solidarietà e l'emozione siano in certi casi un'unica dimensione umana. Intanto, su Google appaiono le immagini satellitari del disastro (rww).

Anche in questo caso, purtroppo, il tema è che nella rete non ci sono solo le larghe maggioranze di persone oneste e sincere, ma anche gli squallidi sciacalli. Per questo l'Fbi avverte che non è bene donare al primo che chiede soldi per Haiti via social network.

E' uno strazio vedere che pochi maledetti possono rendere sospettosi tutti. Ma di fatto è meglio essere intelligenti. La Cnn riporta i consigli dell'Fbi, sulla base dell'esperienza di catastrofi precedenti, e offre un insieme di link per trovare enti affidabili ai quali consegnare il proprio gesto di solidarietà. Ancora una volta, l'ecosistema dell'informazione è completo e funzionante se si tiene insieme la meravigliosa energia del pubblico attivo e il lavoro di verifica e controllo che qualcuno deve avere il tempo e i mezzi per fare, con la dovuta tempestività. I social network migliorano l'informazione professionale e questa quando si muove può migliorare l'informazione sociale.
Prosegue la raccolta bibliografica sull'informazione. Tenterò di mettere in ordine appena possibile... Grazie! :-)

Alle nuove prospettive per l'informazione ha aggiunto le sue postille Marco Formento e contribuito Pier Luca Santoro sottolineando la centralità del sistema di distribuzione fisico dei giornali in Italia. L'immagine emergente è che la rete ha cambiato tutto e che i nuovi modelli emergenti anche quando sono basati sull'economia monetaria possono farcela soltanto ponendosi al servizio dell'ecosistema dell'informazione e non più contando sulle posizioni acquisite. La moltiplicazione dei modelli è una tendenza precisa della rete. Gli editori possono imparare a muoversi in sincronia se imparano a fare ricerca. (Il riassunto è insufficiente: sarebbe meglio dare un'occhiata ai post originali linkati...).

Ci stiamo avvicinando al Festival del Giornalismo. E per dare un contributo costruttivo, si potrebbe fare una raccolta di link, risorse, podcast, segnalazioni di libri e altro materiale utile per una bibliografia sul citizen journalism, il pubblico attivo e l'informazione partecipata:
- testi di riferimento
- idee guida
- blog di esperti
- siti di centri di ricerca
- analisi
- soluzioni di qualità
- casi esemplari di inchieste partecipate
- dibattiti

Ecco le primissime risposte:

Servono nuovi modelli di organizzazzione dell'informazione on-line. Più democratici, più trasparenti, più equi e soprattutto remunerativi! Per questo nascehttp://www.net1news.org
Ciao Luca


"MIRANO Community Network" - Laboratorio per l'informazione iperlocale:http://40xmirano.ning.com

Per quanto possa essere una segnalazione di nicchia, ci provo. Avrei il piacere di suggerire la lettura di alcuni blog in italiano in cui si scrive e si invita a riflettere su quello che accade nella blogosfera e nella società civile cinese.

Ivan Franceschini (da Pechino) 
http://appunticinesi.blogspot.com/
http://appunticinesi.blog.unita.it

Tommaso Facchin
http://caracina.wordpress.com/

alcuni casi su bologna:

1) social network di ecologisti bolognesi http://recobo.ning.com

2) quotidiano collettivo online, con assemblee di redazione aperte al pubblico
http://www.zic.it/chi-siamo

qui c'è molta altra roba, anche in regione, volendo si potrebbe pensare a un report su tutta l'emila-romagna. se ti interessa mandami una mai che ne parliamo un attimo

Storie di Milano città: http://www.giambellinotolstoi.it

ciao luca. Ti segnalo il mio blog: http://invisibile.135.it/
- Nasce nel 2002 con l'obiettivo di produrre, selezionare e diffondere informazione e comunicazione indipendente -

Secondo me questo pezzo del LA Times è un buon punto di partenza, è una ricerca più che altro che quoto in un post dopo.

http://www.latimes.com/business/la-fi-ct-newspapers11-2010jan11,0,2396176.story

Etico, Eco, Bio, Sostenibile: temi inflazionati a parole almeno quanto l'ipegno è disatteso nei fatti. Cerchiamo di parlarne in modo serio su http://www.greenternet.info


un insegnante che cerca di esprimere il proprio tempo con il pensiero per far crescere il proprio e quello dei propri studenti


un insegnante che cerca di esprimere il proprio tempo con il pensiero per far crescere il proprio e quello dei propri studenti


IL SECOLO XXI
Approfondimenti, interviste, voci.
Per non perdere la bussola.
Il Secolo XXI è un esperimento informativo.
Una sfida in questa epoca di rovesciamenti sociali e culturali.
I nostri doveri ci sono chiari, essere onesti ai lettori e a noi stessi, cominciare, scrivendo, a tessere le basi per una civiltà del XXI secolo, dove i diritti umani e dei lavoratori, non siano l'unico aspetto indebitamente archiviato dal secolo che ci siamo lasciati alle spalle.

Ho raccolto un po' di testi online che contengono previsioni e tendenze per il 2010, e li ho condivisi online:

http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010 (previsioni "generiche", ovvero tutte quelle che non sono contenute nelle altre pagine)

http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010best (previsioni "migliori", auspicabilmente, perché sono frutto del lavoro degli analisti e degli esperti dei rispettivi settori)

http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010media (previsioni legate all'evoluzione dei media, sociali e non, e del giornalismo)

http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010pr (previsioni sull'evoluzione delle relazioni pubbliche)

Continuerò ad aggiornare le pagine, che vengono generate automaticamente, man mano che escono altre previsioni e tendenze.

Luca, sul potenziale di trasformazione dello storytelling la bibbia è questa: http://www.10000words.net/ Dentro ci trovi un sacco di esempi (post, infografiche, video...) - Paola Bonomo


Scrivere insieme a Marco Formento

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Grazie a Marco Formento per le sue postille al post di ieri sulle prospettive dell'informazione. Sono d'accordo con le sue precisazioni. E trovo bellissimo il suo richiamo all'autore come figura collettiva: è lo scopo e il senso di questo medium sociale che ci piace tanto.

E dunque torniamo al punto. Il tema che più fa discutere è in fondo la ricerca di un'ecosistema dell'informazione sostenibile, il meno possibile inquinato, qualitativamente valido. 

1. Perché sia sostenibile, dicevamo, il consumo di risorse necessario alla produzione di informazione non deve superare le risorse che essa genera: il costo della produzione deve almeno pareggiare il ricavo. Questo può avvenire in diversi modi, classificabili in base al contesto: il mercato (vendita di prodotti editoriali e pubblicità), l'economia del dono (persone che condividono le informazioni in loro possesso), l'economia dei beni comuni (comunità che conoscono il valore culturale dell'informazione per l'insieme delle loro attività), lo stato (amministrazioni, democrazie e forze politiche che sostengono la pluralità di informazioni a loro volta interessate al dibattito politico). Ciascuna di queste condizioni va discussa. I diversi modelli non sono neutri in rapporto alle loro conseguenze.

2. L'inquinamento è costantemente possibile. In ciascun modello ci sono potenziali falle alla sicurezza dell'informazione. Nel modello basato sul mercato, per esempio, non possiamo non citare i latenti conflitti tra gli interessi dei lettori-compratori di prodotti editoriali e gli inserzionisti pubblicitari. Nel modello dei media sociali si rischia una scarsità di risorse per l'investimento nella ricerca di informazione, di coordinamento metodologico, di sistematicità nella verifica. Nel modello comunitario, nel quale fondazioni e società sostengono il lavoro di ricerca dell'informazione, si rischia la concentrazione sui temi più vicini alle forme della comunità stessa. Nel modello statalista si rischia la sterilità delle idee, a fronte degli interessi elettorali. Ma attenzione: tutti questi sono rischi, non certezze (benché i rischi del mercato e dello stato siano piuttosto elevati e i rischi dei media sociali e delle comunità siano tutti da verificare); e soprattutto le opportunità offerte da ciascun modello sono altrettanto importanti. Con molta umiltà, il nostro autore collettivo potrebbe andare avanti in questa direzione per analizzare rischi e opportunità in modo sistematico e non pregiudiziale.

3. I sistemi incentivanti che spingono il sistema nella direzione della qualità dell'informazione sono in via di trasformazione. Come dice Formento, non è certamente più l'autorità che stabilisce la qualità, ma è piuttosto l'autorevolezza che si conquista ogni giorno sul campo al servizio dei lettori. Ho l'impressione che, per tagliar corto con un post già troppo lungo, che la strada maestra sia quella di un ecosistema dell'informazione nel quale esistono tutti o quasi tutti i modelli citati, in modo che le differenti modalità d'azione moltiplichino le probabilità di un confronto e dunque incentivino il miglioramento qualitativo dell'informazione. Riducendo al minimo la disinformazione generata dai grandi poteri, inducendo alla verifica e alla discussione libera. Non si può dire che un solo modello sia sufficiente a tutto questo: si ha l'impressione che il continuo confronto sia più probabilmente efficace.

Ciò detto, quello che c'è di nuovo è che il modello della produzione editoriale di informazione giornalistica per il mercato non appare più destinato fatalmente al fallimento dal momento che si stanno sviluppando tecnologie innovative che potrebbero far ritrovare agli editori delle fonti di reddito non esclusivamente basate sulla pubblicità.

La produzione di informazione esclusivamente basata sulla pubblicità non è sufficiente. Per le ragioni appena riportate (infodiversità dell'ecosistema) e per ragioni specifiche. Nelle imprese editoriali i costi da sopportare sono ovviamente quelli del lavoro giornalistico e delle altre funzioni produttive ma anche quelli legati alla remunerazione del capitale. E fintantoché il capitale ragiona a breve termine, vede il flusso di reddito pubblicitario come del tutto equivalente al flusso di reddito che deriva dalla vendita di prodotti editoriali. Ma non è così nel lungo termine: perché in molti casi vale la regola spannometrica secondo la quale se il pubblico non è disposto mai a pagare per un prodotto editoriale vuol dire che non lo considera particolarmente importante, dunque sarà tentato di abbandonarlo in favore di un altro prodotto o di abbandonarlo tout court; il che esaurirà anche le fonti di reddito pubblicitario.

È dunque positivo che comincino a entrare in gioco tecnologie che possono ricreare nel pubblico la voglia di spendere per i prodotti editoriali (se ne parlava su Crossroads dopo un articolo pubblicato dal Sole cartaceo). Senza in nessun modo ridurre l'importanza degli altri modelli, e coltivando l'aspirazione all'infodiversità, anche l'esistenza dei prodotti editoriali tanto belli da far venire voglia di sostenerli pagando un prezzo monetario è un elemento di un ecosistema dell'informazione sano. Naturalmente, per cogliere queste opportunità non basta enunciarle: gli autori, i designer, i giornalisti, dovranno inventare nuove soluzioni "narrative", mentre le case editrici dovranno investire. Fare ricerca. E crederci.

Nuove prospettive sul futuro dell'informazione

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Intanto, la realtà va avanti. E la stagione sta cambiando. Si aprono scenari possibili anche per il modello di business dei giornali a pagamento, su tablet o altro, purché si tratti di nuovi prodotti davvero bellissimi (come sembrerebbe il prototipo di Sports Illustrated per tablet e Mag+).

Alcune riflessioni:

1. L'informazione di qualità ha valore e costa tempo o denaro. Il modo in cui viene pagata contribuisce a qualificarla: può pagarla il pubblico che compra un prodotto editoriale, la pubblicità che compra l'attenzione del pubblico, una comunità di sottoscrittori o uno stato che la finanzia. Oppure può essere regalata da brave persone molto informate che trovano la loro dimensione nel pubblico attivo. La soluzione del pubblico che paga il prodotto non è l'unica, ma è ottima - per l'informazione è comunque migliore di un modello basato solo sulla pubblicità che paga tutto - ma si realizza se il prodotto è davvero bellissimo;

2. L'ambiente che crea le condizioni per generare un prodotto editoriale davvero bellissimo è essenzialmente costruito da: a) editori che investono in ricerca, che amano la tecnologia e la capiscono, che corrono alla velocità della tecnologia, che inventano i modelli di business giusti; b) da giornalisti, autori, designer, grafici, che colgono le possibilità offerte dalla tecnologia e le interpretano bene;

3. La tecnologia è contemporaneamente una continua corsa al rialzo e alla popolarizzazione: non ci sono barriere all'entrata che durano per sempre; e la qualità, come la partecipazione del pubblico (anche attraverso il pagamento), si mantiene soltanto investendo continuamente nella qualità dei contenuti e nella tecnologia che li supporta.

Gli editori del futuro devono fare ricerca e sviluppo. Imho.

Divertenti polemisti sul futuro dei giornali

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Una bella polemica sul futuro dei giornali. Chi pensa che i mogul dell'editoria devono sparire dalla scena è un marxista postmoderno, dice sull'Independent il professor Tim Luckhurst. E' un modo assurdo e inverificabile di criticare i critici dell'editoria tradizionale, risponde il professor Jay Rosen. Che cosa direbbero se non fossero professori? Che c'entra Marx? E' una polemica abbastanza sterile, ma molto divertente.
Che cos'è un magazine? E' la domanda che regge un bell'articolo di Virginia Heffernan sul New York Times.

Che cos'è un magazine? Un giornale periodico? Un giornale che esce raramente? Ma è possibile a confronto con le possibilità offerte da internet? Certo che lo è.

Il problema fa ripensare al progetto di Panorama Online, nel 1995. Si tratta di capire le possibilità offerte dalla rete. Ma soprattutto, sopra ogni altra cosa, si tratta di discutere dell'identità di un giornale, di una redazione, di un pubblico. Monocle riesce a dichiararsi in modo molto forte da questo punto di vista. E non ha paura di essere troppo poco internettiano: lo è il suo giusto. Non è bello quel che è bello ma quel che piace. E l'Economist dimostra che una saggia relazione tra internet e periodico settimanale è assolutamente coltivabile.

Tutte cose note. Ma l'articolo sottolinea finalmente un punto importante: il tema non è il rapporto tra internet e la carta; il tema è il rapporto tra internet e il tempo dei lettori. Internet libera chi scrive dalle costrizioni industriali della carta e consente di scrivere direttamente sul tempo delle persone.

Tutto questo sdogana molte soluzioni che il conservatorismo editoriale e l'integralismo digitale sembravano escludere dieci anni fa. La varietà di soluzioni diverse è probabilmente la regola dello sviluppo dei giornali, d'ora in poi.

E intanto, aspettiamo un nuovo device, che potrebbe sollecitare proprio la fantasia di chi ha sempre lavorato con i periodici. Come dice Virginia: "The Apple tablet may or may not be a 10-inch iPhone; it may or may not appear in the spring; and it may or may not make pixelated magazines feel magaziney again. We'll see. A wishful demo of what Sports Illustrated would look like on a tablet computer can be found at "Sports Illustrated -- Tablet Demo 1.5" on YouTube".

Buoni propositi dell'informazione / 2

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Per dare un contributo al Festival del Giornalismo che abbia il giusto carattere costruttivo, si potrebbe fare una raccolta di link, risorse, podcast, segnalazioni di libri e altro materiale utile per una bibliografia sul citizen journalism, il pubblico attivo e l'informazione partecipata:
- testi di riferimento
- idee guida
- blog di esperti
- siti di centri di ricerca
- analisi
- soluzioni di qualità
- casi esemplari di inchieste partecipate
- dibattiti

Ci si tornerà in un giorno meno festaiolo, naturalmente. Ma proprio oggi, forse, era necessario fare un piccolo buon proposito...

Naturalmente, se hai già in mente una segnalazione e hai tempo, persino oggi... annotala nei commenti per favore...

Ecco le primissime risposte:

"MIRANO Community Network" - Laboratorio per l'informazione iperlocale: http://40xmirano.ning.com

Per quanto possa essere una segnalazione di nicchia, ci provo. Avrei il piacere di suggerire la lettura di alcuni blog in italiano in cui si scrive e si invita a riflettere su quello che accade nella blogosfera e nella società civile cinese.

Ivan Franceschini (da Pechino)
http://appunticinesi.blogspot.com/
http://appunticinesi.blog.unita.it

Tommaso Facchin
http://caracina.wordpress.com/

alcuni casi su bologna:

1) social network di ecologisti bolognesi http://recobo.ning.com

2) quotidiano collettivo online, con assemblee di redazione aperte al pubblico
http://www.zic.it/chi-siamo

qui c'è molta altra roba, anche in regione, volendo si potrebbe pensare a un report su tutta l'emila-romagna. se ti interessa mandami una mai che ne parliamo un attimo

Buoni propositi dell'informazione

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Per dare un contributo al Festival del Giornalismo che abbia il giusto carattere costruttivo, si potrebbe fare una raccolta di link, risorse, podcast, segnalazioni di libri e altro materiale utile per una bibliografia sul citizen journalism, il pubblico attivo e l'informazione partecipata:
- testi di riferimento
- idee guida
- blog di esperti
- siti di centri di ricerca
- analisi
- soluzioni di qualità
- casi esemplari di inchieste partecipate
- dibattiti

Ci si tornerà in un giorno meno festaiolo, naturalmente. Ma proprio oggi, forse, era necessario fare un piccolo buon proposito...

Naturalmente, se hai già in mente una segnalazione e hai tempo, persino oggi... annotala nei commenti per favore...

BUON ANNO!!!

25 storie tralasciate

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Project Censored ha censito le 25 storie che i grandi media hanno tralasciato, soprattutto in America, e che invece sono state seguite e sviluppate sui nuovi media. via Indyweek. Si tratta si storie, a quanto pare, controllate e verificate con attento metodo di ricerca. 

Si fa notare, in questo contesto, la questione della relazione tra lobby e allocazione degli aiuti statali Usa.

Visualizzazione da vedere

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L'informazione si trasforma, come si sa. In qualche modo perde pezzi, se si vede dal punto di vista tradizionale. Ma dal punto di vista della rete, ne acquista ogni giorno. Anche dal punto di vista del linguaggio e della fruibilità.

Un tema tutto da sviluppare, anche in Italia, è quello dei visualizzatori di dati e notizie. Che parlano con i contenuti e con l'innovazione dell'interfaccia.

Ecco i cinque migliori visualizzatori dell'anno, secondo FlowingData. In ordine inverso di preferenza:

Photosynth, dei Microsoft Live Labs
The Jobless Rate for People Like You
OpenStreetMap: A Year of Edits
Protovis, del team di visualizzazione di Stanford
On the Origin of Species, di Ben Fry

Flussi di notizie

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Mentre i reader rss sono un po' in declino, gli rss sono centrali per gli aggregatori. Ma anche gli aggregatori si moltiplicano.

Eccone cinque che si usano bene. Ovvi, ma utili:
Techmeme (aggregatore, motore e lavoro umano; tecnologia)
Mozzler (twitter based, personalizzabile; generalista)
News about news (aggregatore, lavoro umano; giornalismo)
Muck Rack (twitting journalists based; generalista)
Twitt(url)y (motore; generalista)

Ce ne sono molti altri da segnalare. Per esempio Technotizie.it.

Autogoverno obbligatorio

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"(ANSA) - ROMA, 17 DIC - La Presidenza del Consiglio dei
Ministri comunica:
(..) Il Ministro dell'interno, Roberto Maroni, ha illustrato al Consiglio i contenuti di un disegno di legge che prevede disposizioni di contrasto alla diffusione di reati attraverso internet, con l'obiettivo di rimuovere dal web eventuali contenuti illeciti. A questo proposito il disegno di legge disporrà la costituzione, presso il Ministero dello sviluppo economico, di un gruppo di lavoro a cui parteciperanno rappresentanti dei  fornitori di connettività e di servizi internet per elaborare un codice di autoregolamentazione teso ad evitare che contenuti illeciti vengano pubblicati su internet. Il provvedimento prevede anche disposizioni tese a modificare la disciplina in materia di riunioni pubbliche. L'esame del disegno di legge proseguirà nella prossima seduta del Consiglio. (...)"

Come si verifica una fonte online?

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Come si capisce quale di questi due (uno e due) comunicati stampa usciti online è quello vero e quale quello falso? Wsj dice il secondo. Jeff Jarvis dice il primo: "Wall St. Journal still hasn't corrected its story (http://bit.ly/5laeGt) based on a spoof (http://bit.ly/8oQFzW) How long?"

Ads invasion

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Iht mette la pubblicità in prima pagina...

oh wow: iht has an ad instead of first page(?!?)

Update: C'è un commento importante su Twitter: @lucadebiase luca è pubblicità salva lavoro per tanti colleghi del iht schizzinosi oggi a spasso domani temo
Eric Schmidt, il capo di Google, ha espresso la sua idea sulla privacy. E poiché Google è al centro di una quantità di polemiche relative alla privacy, la sua idea fa riflettere. Perché intorno al concetto di privacy (parola che evoca questioni noiose che non lo sono per niente), si giocano questioni decisive per la conformazione della rete sociale e il suo sviluppo equilibrato, per non dire pacifico e giusto.

Dice Schmidt: "I think judgment matters. If you have something that you don't want anyone to know, maybe you shouldn't be doing it in the first place. If you really need that kind of privacy, the reality is that search engines--including Google--do retain this information for some time and it's important, for example, that we are all subject in the United States to the Patriot Act and it is possible that all that information could be made available to the authorities."

Ci sono diversi elementi in questa frase. Il pensiero di Schmidt si inserisce in un filone molto diffuso e piuttosto realistico: l'idea di fondo è che online la privacy sia fondamentalmente impossibile. Schmidt in questo caso si riferisce alla legge che consente al governo americano di fare indagini antiterrorismo usando tutto quello che viene fuori online. Ma prima di lui, Scott McNealy aveva sostenuto che, indipendentemente dalle leggi e anche sotto il profilo tecnico, la privacy online non esiste. Del resto, anche quando si ammette che possa esserci una privacy, le linee di confine sono talmente complicate che la loro interpretazione è molto controversa: come nel caso della nuova autoregolamentazione della privacy su Facebook.

E d'altra parte, la questione della privacy rischia di essere sottovalutata anche dagli utenti. Può essere che appaia irrilevante, può essere che sia considerata impossibile, può anche essere che non ci si renda conto del suo significato e sia vista più come un fatto burocratico che sostanziale. Ma sta di fatto che se una piattaforma offre servizi che gli internettiani apprezzano, la loro considerazione della loro stessa privacy tende ad andare velocemente in secondo piano.

Se ne parlava ieri con Cesare Sironi, l'amministratore delegato di Matrix (Virgilio). Google deve sottostare alle regole, ma di fatto ne è potenzialmente esente: è una multinazionale talmente gigantesca e flessibile, vive in un luogo tecnologicamente tanto veloce e complesso, che per qualunque stato sarà sempre più difficile tenerla sotto controllo. E infatti Google dichiara di aderire soprattutto a una legge morale, autodefinita e per la verità coerentemente seguita almeno in apparenza finora (non facciamo del male). Ma è chiaro che Google sa un'enorme quantità di cose su ciascuno dei suoi utenti e molti temono che se andasse a governarla un nuovo team di persone, aderenti a un qualunque nuovo approccio morale, per gli utenti potrebbero essere problemi. Virgilio, da parte sua, offre servizi basati sulla localizzazione e altre informazioni relative ai singoli utenti: si impegna a separare quelle informazioni dalle persone alle quali si riferiscono e a trattarle sempre e comunque come fatti statistici. 

Ma c'è qualcosa di più.

Perché Schmidt ha espresso una valutazione profonda e molto diffusa: l'idea secondo la quale chi desidera salvaguardare la privacy abbia qualcosa da nascondere. In questo senso la privacy è soltanto un vincolo alla libertà di circolazione delle informazioni: e il fatto che si tratti di informazioni sulle persone non cambia la sostanza del discorso. Se non hai nulla da nascondere perché vuoi la privacy?

L'idea è talmente diffusa che andrebbe presa sul serio. Forse un modo per valutarla è immaginarsi una società basata su un modello totalmente privo di privacy e pensare dove può portare. (L'argomento è talmente complicato che qui si può soltanto accennare a un punto di vista, che resta tutto da approfondire).

Teoricamente, si può partire da una concezione generale: la circolazione dell'informazione è un bene. Se tutti sanno tutto di tutti non si può imbrogliare, ciascuno è libero di fare le sue scelte sulla base di una corretta dotazione di informazioni, i risultati sono i migliori possibili in termini politici, economici, sociali, culturali. Sarebbe bellissimo, ma non è storicamente mai stato vero e possibile. Anche perché la disponibilità di informazione è cosa diversa dal trattamento, la comprensione e l'utilizzazione dell'informazione. La conseguenza è che l'informazione ha un enorme valore, ma la sua dinamica va ben compresa per poter vivere in modo consapevole.

L'idea della perfetta informazione è tipicamente sostenuta dall'economia neoclassica: se tutti sanno tutto di tutti e gli operatori sono razionali la concorrenza perfetta porterà alla migliore allocazione delle risorse possibile. E' una costruzione ideale molto interessante. Peccato che non sia mai stato possibile realizzarla. Il Nobel Stiglitz ha dimostrato che non è possibile avere una società nella quale tutti gli operatori siano perfettamente informati. E ha anche dimostrato una cosa sorprendente: non è vero che se aumenta l'informazione ci si avvicina alla condizione di concorrenza perfetta. La migliore allocazione delle risorse possibile data dal modello teorico della concorrenza perfetta non è una meta alla quale ci si avvicina per step successivi: è una realtà che o c'è o non c'è. Se non c'è non basta un po' più di informazione per avvicinarsi ad essa. L'utopia della concorrenza perfetta, nata per salvaguardare la libertà di concorrenza dei piccoli e grandi operatori economici, è stata di fatto utilizzata dai grandi poteri del capitalismo per eliminare barriere al loro potere. E invece la salvaguardia del mercato libero passa dalla limitazione della libertà d'azione dei grandi poteri del capitalismo, attraverso per esempio l'antitrust: la libertà esiste solo se ci sono regole che paradossalmente costringono a salvaguardarla.

E' molto interessante. Perché la realtà non è come la dipinge l'utopia della perfetta informazione. Perché la stessa informazione è diversa a seconda di chi la utilizza. Perché l'informazione non è equamente distribuita. Perché non è equamente distribuita la capacità di utilizzare l'informazione. E in una società iniqua i soggetti deboli hanno bisogno di una protezione nei confronti dei soggetti forti. La libertà vive nelle regole, non nell'assenza di regole.

La perfetta informazione non è l'obiettivo dell'informazione. E la privacy non ha l'obiettivo di impedire l'informazione. Ha l'obiettivo di rendere più equilibrato il gioco del potere sull'informazione.

La perfetta informazione su tutti è un problema di controllo sociale. In un villaggio tradizionale nel quale tutti sanno tutto di tutti, il controllo sociale è più facile. Ma l'interpretazione del controllo sociale dipende dal sistema di potere in vigore in quel villaggio. Se c'è molto controllo sociale e una sola persona ha tutto il potere, quel potere sarà privo di equilibrio e le persone saranno prive di libertà. 

Ci può essere una situazione ancora meno equilibrata. Quella nella quale il potere sa tutto di tutti, mentre nessuno sa niente degli altri. E' una situazione vagamente simile a quella del Grande Fratello di Orwell. In quella situazione, la libertà dei cittadini sottoposti all'enorme potere del Grande Fratello esiste solo se i cittadini riescono a dissimulare, cioè a impedire la perfetta circolazione dell'informazione su di loro.

L'informazione può essere un fattore di equilibrio sociale, può generare libertà, può alimentare una tensione verso una convivenza più giusta e pacifica, solo se è asimmetrica a favore dei soggetti che non hanno potere e se il controllo è esercitato con l'informazione in modo tale che si sappia molto su chi ha il potere e meno su chi non ha il potere. Per questo si dice che le persone che hanno responsabilità pubbliche non hanno diritto alla stessa privacy degli altri: Il controllo sociale, in una società democratica, è asimmetrico e si esercita in modo che dei potenti si sappia molto di più che degli altri.

Non è solo una questione politica. Prendiamo il caso di un'assicurazione sanitaria. Se si sapesse tutto di tutti è l'assicurazione a trarre il massimo vantaggio, non gli assicurati. Perché l'assicurazione non prende in carico le persone che rischiano la loro salute, mentre prende in carico solo quelle che pagano la loro quota e non hanno mai problemi di salute. Se un'assicurazione sanitaria sulla vita sapesse tutto quello che Google sa di ciascuno, i suoi rischi sarebbero molto minori e i cittadini che hanno più bisogno di assistenza sanitaria sarebbero penalizzati.

L'informazione è storicamente asimmetrica a favore del potere e delle grandi organizzazioni e a sfavore dei singoli cittadini e dei soggetti deboli. Migliorare l'informazione non significa portare tutti a conoscenza di tutto, che è impossibile, ma portare a un maggiore controllo sulle azioni dei responsabili delle grandi scelte collettive.

Le leggi sulla privacy sono importanti. Non perché funzionino bene e si possano far valere facilmente su internet. Lo sono forse soprattutto in chiave educativa. Favorire la consapevolezza dei cittadini del valore dell'informazione su di sé è una premessa fondamentale per la libertà. La si può intendere pienamente però solo se i cittadini sono consapevoli che far valere la propria privacy ha senso in quanto costringe il potere a comportarsi in modo più trasparente.

(Ripeto: queste sono soltanto intuizioni disordinate. Si spera che possano servire a qualche riflessione e soprattutto a far emergere opinioni più competenti).

Readings #10 - Prevalentemente sui giornali

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Dalla Columbia un report sullo stato del giornalismo americano. Poco di nuovo ma molto ordine mentale. E poca voglia di sperare che avvenga qualcosa di nuovo. Tipo nuovi editori e giornalisti rincuorati dalla voglia di provare ogni mezzo per fare il loro lavoro. Columbia.

Una proposta straordinariamente assurda di abolizione del citizen journalism. E una risposta di Jay Rosen.

Della serie "il dibattito Murdoch, Google, De Benedetti": Massimo, Pierani, Asa, Penne digitali.

Twitter e social network: Dario, Microblogging. Dns di Google: Contino. Clima: Webvolution. Ecommerce: Mimmo.

InquinaMente

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Secondo il papa i media ci abituano al male e inquinano le menti. Il Corriere online riporta qualche stralcio del discorso. Sulla Repubblica di carta il tema è più sviluppato. "Ogni giorno attraverso i giornali, la tv, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono".

Google, Murdoch, giornalismo e lingue biforcute

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E' ora di mettere una parola fine a un lungo e falso dibattito sui giornali, interessante solo chi li vende. Ma per riportarlo verso le persone, occorre sentire la voce di chi li scrive e li legge. Come?

Test di giornalismo: che cosa interessa di più alla cittadinanza?
1. Che gli editori, i tecnologi, i pubblicitari facciano tanti soldi e ne usino una parte per pagare lo stipendio a costosi giornalisti?
2. Che esistano giornali indipendenti che possano controllare il potere e dar forza a un'opinione pubblica democratica?
3. Che l'informazione sia diffusa in modo comodo e interessante; e sia prodotta raccogliendo i fatti e interpretandoli con metodo trasparente?

Se avete risposto 1, probabilmente lavorate in un'azienda del settore dei media. Se avete risposto 2 siete cittadini di straordinaria consapevolezza costituzionale. Se avete risposto 3 siete persone critiche e pratiche, consapevoli delle trasformazioni in atto.

Il dibattito prevalente negli ultimi tempi ha fatto finta di occuparsi del punto di vista 2 e in realtà si è concentrato sul punto di vista 1. Non è stato molto importante per le persone, di fatto interessate soprattutto al punto di vista 3.

Murdoch ha attaccato duramente Google negli ultimi tempi. Google ha risposto con coerenza. E finalmente Murdoch e Schmidt hanno scritto una parola chiara sul Wall Street Journal che può portare a una conclusione del loro confronto: ma dimenticano il centro della questione, cioè il rapporto tra autori e pubblico.

Murdoch, leader degli editori, ha cominciato ad attaccare quando ha perso il minimo garantito di pubblicità su MySpace che Google gli aveva pagato per qualche anno. Nel mezzo della crisi dell'editoria ha puntato molto intelligentemente su un'idea giusta: occorre trovare il modo per far pagare le notizie. L'idea è giusta perché nessun modello di giornalismo di qualità si può basare esclusivamente sulla pubblicità: un pubblico pagante è un pubblico più coinvolto. Naturalmente questo era un concetto importante per risollevare le sorti delle sue aziende editoriali. Per sostenerlo però ha detto di tutto. Anche se non ha fatto quasi nulla. In realtà, stava trattando. Per un po' di tempo se l'è presa soprattutto con Google, accusando il motore di ricerca di ogni nefandezza (essenzialmente di fare soldi con i contenuti degli altri). E ha persino detto, un po' scioccamente, di voler impedire a Google di trovare i suoi giornali online. Il suo errore concettuale è quello di pensare che il vecchio regime - nel quale il pubblico doveva necessariamente entrare nel suo territorio per accedere alle notizie - possa essere restaurato. Il suo obiettivo invece è chiaro: vuole un fatturato superiore ai costi. Il problema è come riuscirci? Sembra che pensi poco a innovare i prodotti e troppo agli accordi con i competitor. Questo è tipico degli editori. Ma non è sufficiente.

Google ha risposto che il suo ruolo è molto più costruttivo che parassitario. Il motore porta molto, moltissimo traffico. Naturalmente guadagna nel farlo. Ma fa anche guadagnare. A conti fatti, ciascuno può decidere per sé (restare o non restare ricercabile online): ma poiché quasi nessuno per ora si chiude a Google, una ragione ci sarà. Inoltre, Google ha messo a punto molte diverse modalità di accesso alle notizie, comprese alcune soluzioni per favorire il pagamento delle notizie. In quanto piattaforma di servizio e non compagnia editoriale, può porsi al servizio di qualunque soluzione gli editori vogliano sperimentare per trovare nello stesso tempo traffico per la pubblicità e pubblico pagante.

Murdoch pare abbia apprezzato questo approccio, quando finalmente l'ha capito. Può darsi che smetterà di minacciare di andare solo su Bing. E può darsi che la sua leadeship tra gli editori si manifesterà anche nella prossima fase della grande trattativa.

Ma il tema resterà aperto. Perché ci sono alcuni presupposti che rimangono indiscussi. E restano al centro della questione.

L'impostazione internettiana classica che Schmidt ribadisce è quella secondo la quale le notizie sono atomi di informazione (fondamentalmente pagine) e si possono valorizzare in molti modi: pubblicità, micropagamenti, abbonamenti... Tutto giusto, ma insufficiente.

L'impostazione editoriale classica è che un editore possiede le notizie perché paga chi le produce e quindi le vende in modo da generare un profitto. Giustamente Murdoch la ribadisce.

Il problema è che questi signori dimenticano che i giornali non sono somme di singoli articoli, e che la vita dei giornali e il senso dell'informazione non dipendono dai modelli di business e dalle piattaforme: dipendono dal rapporto tra chi scrive e chi legge.

Il rapporto di fiducia tra chi scrive e chi legge è fondato sull'esperienza che nel tempo si sedimenta tra loro.

Tradizionalmente, la fiducia si sintetizzava nelle testate giornalistiche. Un valore che non è pari alla somma degli articoli. Internet ha consentito mille modi per aggirare le barriere all'accesso delle singole informazioni contenute nelle testate. E ha sottolineato l'emergere di nuovi rapporti, più diretti, tra chi scrive e chi legge, ruoli che sempre più spesso si sovrappongono, perché si esprimono e si incontrano su diverse piattaforme, dai blog ai social network.

Questo ha consentito agli articoli di sviluppare una propria vita autonoma dalle testate, ma il fenomeno non ha distrutto il valore potenziale delle testate.

L'innovazione nella relazione tra autori e pubblico porterà certamente a una quantità di nuovi modelli di giornalismo, di business e di creazione di idee. E i giornali?

La ridefinizione del valore dei giornali dovrebbe partire dal valore delle testate come beni esperienza. Luogo di sintesi tra le attività editoriali, pubblicitarie e giornalistiche, saranno al centro del ripensamento dei giornali. Che sopravviveranno, molto probabilmente. Ma sopravviveranno bene o male a seconda della consapevolezza che gli editori e i pubblicitari riusciranno a coltivare sull'importanza della ricerca giornalistica di fatti e di interpretazioni al servizio del pubblico.

L'informazione diventa un sistema ben più ampio di quello gestito dai giornali. Riguarda gli autori indipendenti, il pubblico attivo, i gruppi di giornalisti e le aggregazioni di blogger. Riguarda le istituzioni che dànno informazioni. E riguarda i vari soggetti che fanno business su queste attività. Molti modelli sono destinati a coesistere. I giornali potrebbero restare importanti se saranno concepiti non come contenitori di singoli elementi di informazione, ma come organizzazioni culturalmente coerenti, metodologicamente trasparenti, capaci di contribuire all'interpretazione della realtà. Non vivranno senza un bilancio in ordine: ma il bilancio non potrà essere il loro scopo. Il punto di partenza è trovare un'identità nel grande sistema dell'informazione che ha bisogno anche di gruppi professionali dedicati alla generazione di senso. Lo strumento è economico. Lo scopo è culturale. Imho.

Résumé #4- DIVIDE ET IMPERA

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Le strategie degli editori che tentano di dividere il web, per esempio tra quello che si trova via Bing e quello che si trova via Google, ricordano il vecchio modello nel quale quegli stessi editori sentivano di controllare il pubblico: solo l'editore concedeva il permesso di accesso ai suoi contenuti governando con precisione la tecnologia di distribuzione.

Nel modello del web come ecosistema, invece, tutti si aiutano a crescere e tutti hanno bisogno di tutti. Ma i percorsi di accesso sono liberamente decisi dal pubblico. Il che mette in crisi alcuni modelli di business. Ma ne apre di nuovi.

Murdoch sembra interessato a qualcuno che gli dia dei soldi immediati, senza troppe complicazioni. Ma questo non implica che si possa ritrovare uno standard unico nella distribuzione delle notizie. Anzi. Il pubblico attivo non cesserà di inventare nuove modalità per contribuire.

Una mappa per collocare le strategie annunciate dai grandi potrebbe essere basata su questi semplici criter: se dividono il web, sono vecchie; se rafforzano la diversità, sono innovative; se concentrano il potere dei grandi, sono contemporanee.

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Precedenti 
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Murdoch si contraddice (anzi, no)

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Murdoch si contraddice sempre su internet. Come si diceva. E lo fa notare Jeff con una bella lettura comparata di Murdoch 2005 e Murdoch 2009.

Il fatto è che Murdoch non è molto interessato alle dinamiche di internet. Ma al fatturato. Si dice che Murdoch abbia comprato MySpace sulla base della convinzione di avere un minimo garantito di raccolta pubblicitaria da Google (e allora sosteneva l'innovazione nella distribuzione di notizie online). Ma poi MySpace è andato a picco in confronto a Facebook. E Google ha chiuso il contratto che prevedeva il minimo garatito. Stranamente, solo allora Murdoch ha lanciato la sua crociata antiGoogle.

ps. ecco due passaggi via Jeff:

Murdoch 2005

We need to realize that the next generation of people accessing news and information, whether from newspapers or any other source, have a different set of expectations about the kind of news they will get, including when and how they will get it, where they will get it from, and who they will get it from....

The challenge, however, is to deliver that news in ways consumers want to receive it. Before we can apply our competitive advantages, we have to free our minds of our prejudices and predispositions, and start thinking like our newest consumers. In short, we have to answer this fundamental question: what do we - a bunch of digital immigrants -- need to do to be relevant to the digital natives?

Murdoch 2009

How can it be that the Internet offered so much promise and so little profit? I guess a lot of newspaper people were taken in by the game-changing gospel of the internet age. It was a new dawn, we were told. A new epoch, a new paradigm. And we just didn't get it.

Like an over-eager middle-aged dad, desperate to look cool, we ended up dancing obediently to other people's tunes. For a while. You can almost hear the music - an algorithm and blues soundtrack - accompanying the harbingers of the new economy with the new rules of the new age. Their rules.

These digital visionaries tell people like me that we just don't understand them. They talk about the wonders of the interconnected world, about the democratization of journalism. The news, they say, is viral now - that we should be grateful.

Well, I think all of us need to beware of geeks bearing gifts.

Diversità emergente nei giornali

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E' chiaro che gli editori devono trovare i nuovi modelli di business dei giornali. Ed è chiaro che i giornalisti devono fare giornali migliori. Pena un aggravamento continuo della crisi scoppiata in tutta la sua forza quest'anno ma partita da qualche tempo.

Non sarebbe un dibattito molto appassionante (e forse non lo è comunque) se non fosse per il fatto che la semplicità della questione viene continuamente complicata da confusioni di ruoli e di preoccupazioni tra editori e giornalisti. Inoltre, qualche eccezione alla regola c'è.

Sicché non mancano i motivi per tornare sull'argomento.

Gli editori non vendono le notizie ma il supporto che consente l'accesso alle notizie. Le notizie (o meglio i servizio di produrre le notizie) le vendono i giornalisti, di solito agli editori che poi fanno pagare l'accesso. Esistono editori che vendono le notizie (con il diritto di ripubblicarle): sono le agenzie. E gli editori che tentano di diventare agenzie per nuove forme di trasmissione delle notizie (siti di banche ecc ecc). Allo stesso modo esistono giornalisti che vendono il servizio di produzione delle notizie direttamente al pubblico (newsletter ecc ecc) o che costruiscono il loro "giornale" e lo fanno vivere di pubblicità (alcuni blogger specializzati ci sono riusciti eccome). In generale, però, la situazione standard è diversa. Può essere che sia proprio lo standard ad essere in crisi.

I giornalisti che si fanno imprenditori sono il tema di un pezzo interessante di Journalism. La questione è: possono i giornalisti-imprenditori mantenere ben chiara la distinzione tra i due ruoli? In altre parole: possono essere "indipendenti"? Forse è un falso problema: perché anche nell'editoria tradizionale i conflitti di interesse sono possibili e latenti. La questione è dunque come trasformare il livello di indipendenza in qualcosa di davvero riconoscibile, trasparente, dimostrabile. Non può essere impossibile.

La relazione degli editori con i motori di ricerca è altrettanto intricata. Il modello della pubblicità online che va per la maggiore è quello che tratta gli articoli come singoli item di informazione non necessariamente all'interno di un contenitore giornalistico: la pubblicità si aggrega di preferenza all'argomento dell'articolo non alla testata che lo ha pubblicato. D'altra parte la testata è una sorta di generatore di credibilità del quale il motore e la pubblicità hanno bisogno. Non per nulla Eric Pfanner ha l'impressione che Google e Murdoch abbiano bisogno l'uno dell'altro.

Intanto, nascono ogni giorno nuovi modelli. Demand Media paga una ventina di dollari a pezzo a chi risponde alle sue richieste di articoli che rivende in molti modi a diversissimi interlocutori che li vogliono comprare.

I modelli di business sono in movimento. La qualità necessaria è diversa a seconda dei contesti. Non è facile pensare che una soluzione standard sia possibile. E' sempre più chiaro che il nuovo sistema sarà la somma di tante soluzioni particolari. Tante.

Alla luce di questo, un pezzo di David Carr aiuta a rimettere in circolazione qualche speranza. I giovani che arrivano alla professione, sono da sempre carichi di voglia di "cambiare il mondo" raccontando la verità. E poi si smorzano nel corso della lunga trafila che li dovrebbe portare a lavorare nel giornalismo degli editori tradizionali. Ora, dice Carr, quegli stessi giovani hanno molti modi per sviluppare la loro voglia di contribuire e tutti gli strumenti che lo rendono possibile. Il futuro può essere duro per gli editori tradizionali. E per i giornalisti tradizionali. Ma non è necessariamente chiuso per i giovani. (David Carr su New York Times).
Si chiama Dainik Jagran. Ha 56 milioni di lettori. E' scritto in hindi. Ha 1000 giornalisti e 240 edizioni locali. Fa cronaca. Arriva più velocemente della polizia sui luoghi degli avvenimenti. E' grande e nello stesso tempo iperlocale. E non conosce crisi. (LeMonde)

In fondo, è la stessa ricetta (cambiato quello che va cambiato) che fa il successo - senza apparente crisi - di Axel Springer per come l'ha raccontata Giuseppe Vita a VeniceSessions.

Ritratto per un maestro

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Un maestro di giornalismo dice che questo ritratto di Michele Ferrero, pubblicato da Ft, è un esempio della perfetta struttura del ritratto giornalistico.

E' utile riconoscere la struttura degli articoli giornalistici. Il giornalismo è un lavoro artigiano. Si impara guardando i maestri che lo fanno. L'artigiano sa fare ma non sa dire che cosa sa fare (dice Sennett). Ma spesso si pensa alla ricerca delle informazioni, alla verifica, all'indipendenza di giudizio, alla coerenza nella linea editoriale. Meno spesso si dedica attenzione alla struttura degli articoli.

Il giornalismo non è programmaticamente letteratura autoriale. Il suo programma è di mettersi umilmente al servizio del pubblico. E la struttura standard dei pezzi serve a costruire un testo che sia facilmente leggibile, contenga tutte le informazioni rilevanti, abbia una linearità adatta alla lettura veloce.

Quella struttura, poi, può essere interpretata dal giornalista in modo personale. E allora l'articolo riconquista una sua autorialità. Ma soltanto dopo essere passato attraverso lo spirito di servizio.

Per questo vale la pena di riportare quanto suggerito da un vero maestro. E di leggere il pezzo dell'Ft.

Readings #7 - Molliche di blogosfera

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Cercando aggiornamenti al mitico pezzo di Bill Joy sull'emergere possibile di una nuova specie post-umana, si può scoprire che alla Darpa (l'agenzia di ricerche avanzate del dipartimento alla difesa americano, superinteressante) stanno cercando il modo di potenziale i soldati "cellula per cellula" (come dire con biotecnologie, neuroscienze, ecc ecc): World Politics Review. Invece pare che il progetto "telepatia" sia stato abbandonato.

Si moltiplicano i pezzi che riguardano le sperimentazioni degli editori di fronte alla crisi. Sta nascendo una nuova società che farà da piattaforma per la distribuzione dei magazine negli Stati Uniti (Observer). Molti si domandano che effetto avrà la rinuncia di Murdoch al traffico proveniente da Google: Hitwise. Altri editori comunque seguono il magnate australiano-americano (Bloomberg).

Quante reazioni al pezzo di Giuseppe sulla blogofera molle... A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d'uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l'avanguardia. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l'arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d'occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.

Aza riflette sui dati che riguardano il rapporto tra blog e social media in generale. Nessuno dei suddetti ripassa la crisi degli editori. Intanto, la privacy interessa al Gobbo e a Orientalia.


Murdoch, Google e il Corriere

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La sparata di Murdoch secondo la quale i suoi giornali potrebbero decidere di rifiutare la possibilità di essere trovati con il motore di ricerca di Google ha generato molte reazioni. Una, recente, di AdvertisingAge, fa un po' di conti e arriva a dire che, una volta usciti da Google, i giornali di Murdoch perderebbero un po' in termini di pubblicità, rischierebbero di perdere rilevanza tra i giovani e le persone che sono meno abituate alla logica dei giornali tradizionali e più abituate alla navigazione sul web, avrebbero vantaggi molto ipotetici su altri versanti (l'esclusività delle loro offerte a pagamento).

Ma quel che è peggio è che dichiarerebbero il tentativo di ricondurre la relazione con i lettori alla logica della filiera lineare, molto diversa da quella prevalente nella complessità della rete. Quindi non si fermerebbero lì. E cercherebbero molto probabilmente di aiutare ogni altra misura in grado di mettere "ordine" nel web in modo da balcanizzarlo e governarlo gerarchicamente, come si governavano i media tradizionali.

Molto più produttivo sarebbe lasciare al web la sua logica e casomai aggiungere innovazione: facendo ricerca e sviluppo di contenuti giornalistici da diffondere a pagamento sui lettori a e-paper (per ora la situazione è piuttosto arretrata e c'è molto spazio di miglioramento); sviluppando la logica già funzionante della distinzione tra pagine gratuite sul web e pagine a pagamento e ad alto valore aggiunto; facilitando al massimo la relazione tra la ricerca giornalistica professionale delle redazioni dei giornali e l'informazione emergente dai cittadini attivi. 

Il Corriere, con Mucchetti, ieri, si è schierato contro Google. Le perplessità segnalate da Mucchetti sul fronte fiscale sono del tutto sensate. Ma quelle che riguardano la relazione tra i movimenti dei navigatori sul web guidati in parte da Google e il modello di business dei giornali non sono del tutto precise. Si sa che i giornali possono decidere di uscire da Google News senza uscire anche dal motore di ricerca. Ma non si capisce molto bene perché dovrebbero farlo (il motore di ricerca, come Google News, non porta solo alle home page dei giornali ma anche alle singole pagine che i giornali decidono di mettere a disposizione gratis). Il problema è che Google funziona come un computer: o si sa usarlo o non si sa usarlo. Ma lamentare il fatto che i robot di Google trovano e linkano gratis quello che gli editori pubblicano gratis non è tanto logico...

E' vero che Google ha un tale dominio del mercato da rischiare tensioni monopolistiche: ma questo è intrinseco nei settori ad alto effetto-rete e dove "chi vince piglia tutto" (come Bernardo Huberman diceva fin dalla metà degli anni Novanta). Su questo le antitrust mondiali devono attrezzarsi: finora sono apparse piuttosto lente ad adattarsi.

Ma per battere questo effetto i competitori possono fare battaglie legali oppure creare migliori tecnologie. Google ha migliorato la tecnologia che ai suoi tempi sembrava imbattibile di Altavista. E anche gli editori potrebbero impegnarsi a intervenire con l'innovazione - e non solo con le battaglie legali. Qualcuno lo fa. Molti altri dovranno imparare a farlo. Ne beneficeranno i lettori e lo stesso giornalismo.

Consolanti statistiche

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Nonostante la classica flemma, l'articolista del New York Times appare vagamente inquieto dal dato emerso da una ricerca del Boston Consulting Group secondo il quale la metà degli americani sono disposti a pagare per le news online. Ma si scopre che pagherebbero solo 3 dollari al mese...

Readings #5 - Ecologia, media sociali, giornalismo

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Il Transition Network ha un'idea notevole. Prendere iniziative per accompagnare la transizione verso un mondo ecologicamente più sano. La strategia relativa all'alimentazione è da approfondire.

Matthew Kushin pubblica su FirstMonday uno studio sulla politica e Facebook. Una ricerca empirica sulle discussioni politiche che si sviluppano nel social network, che sembra smentire il luogo comune che ritiene Facebook un luogo di posizioni estreme e paradossali.

Il giornalismo che racconta i fatti che avvengono nei luoghi più difficili e meno seguiti dai media può migliorare con un'alleanza con le Ngo, dicono a NiemanJournalismLab.

Il dibattito sui nuovi media - dal punto di vista editoriale e tecnologico - è molto seguito: Lsdi, Giornalaio, Business & Blog, Orientalia, Delbo, Socialware, Comunicati, Vincos... Ce n'è bisogno, evidentemente.

Intanto, va avanti la discussione sulla "doppia crisi del ceto creativo". Purtroppo molto sentita.

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Vendere contenuti su Facebook

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Secondo Pete Cashmore, di Mashable, Facebook è diventata una piattaforma sulla quale girano già parecchi soldi per gli acquisti di "contentuti" (giochi e altro). Perché non potrebbe diventare il luogo nel quale vendere anche contenuti giornalistici? (via Daodeqing)

Lo stesso si potrebbe dire della piattaforma iPhone-AppStore... E perfino di eBay, probabilmente... Basta che girino soldi perché un posto diventi adatto a vendere contenuti giornalistici online? Beh, meglio un posto dove girano soldi che un posto dove non girano... Ma meglio ancora se il posto è anche sensato come luogo che si occupa di contenuti di valore. E soprattutto se è davvero libero e non troppo proprietario (condizioni che sembrano un libro dei sogni, ma le cose vanno in fretta e non è detto che restino a lungo come sembrano adesso...).

Pare comunque chiaro che, poiché la pubblicità non può pagare tutto e non è bene che paghi tutto nell'informazione, in qualche modo l'informazione deve diventare abbastanza interessante e importante da convincere il pubblico a sostenerla direttamente. E questo può avvenire soltanto se si riesce a fare un sistema che sia:
1. dotato di senso (una piattaforma che sia sensato usare)
2. facile da usare (una piattaforma che non ti faccia perdere tempo e sia sicura)
3. proponga contenuti davvero di valore

Il che significa che c'è da innovare. Da tutti i punti di vista...

"It's just platforms"

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John Nichols, di The Nation, parla della disconnessione tra vecchi modelli editoriali e nuovi media per la produzione di giornalismo alla 2009 Nation/Campus Progress Student Journalism Conference. (via Columbia)

Non sta succedendo nulla di strano, dice Nichols, è solo un cambiamento di piattaforme. E come in passato occorre capire chi si prenderà l'impegno di sostenere il passaggio al nuovo modello. E conclude: il mercato sta uccidendo il giornalismo, non lo salveranno i privati. L'unica strada è l'intervento pubblico. (Uhmm. Sta di fatto che su The Nation c'è anche il bottone "donate").

Intanto, mentre proseguono i "dilemmi di Murdoch", è sempre online Problemi dell'Informazione: "ProInfo_3-2009.pdf".

"Problemi dell'Informazione"

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Con l'approvazione del direttore, Angelo Agostini, questo blog può offrire l'accesso al nuovo numero di "ProInfo_3-2009.pdf". C'è tra l'altro un pezzo di Claudio Giua sul giornalismo e l'innovazione digitale, a confronto con un contributo meno concentrato sul punto di vista dell'editore e più orientato al punto di vista del giornalismo innovatore. Gaspar commenta. Altri segnali in un post precedente.

Giornalisti inutili? Editori in difficoltà? Pubblico attivo in grado di fare da solo? Il dibattito è avviato da tempo. Probabilmente nessuna soluzione estrema sarà quella prescelta dalla storia. Sta di fatto che le responsabilità degli attori in campo sono precise. Gli editori sono gli imprenditori che devono trovare e gestire il modello di business dei giornali. I giornalisti sono coloro che fanno l'informazione. Entrambi i ruoli devono migliorare molto. E per migliorare, i giornalisti si devono concentrare sulle notizie, il modo di raccontarle, il modo di usare i nuovi mezzi al servizio del pubblico; mentre gli editori devono sperimentare nuove strade per rendere redditizio e dunque indipendente il lavoro dei giornali. Ogni commistione dei due ruoli è fondamentalmente una distrazione dal ruolo centrale cui sono preposti: e lo sanno tutti. Ma le commistioni avvengono, specialmente quanto l'urgenza e il panico di una congiuntura negativa spingono tutti a pensare soltanto al breve termine.

"Problemi dell'Informazione", settembre 2009

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Con l'approvazione del direttore, Angelo Agostini, questo blog può offrire l'accesso al nuovo numero di "ProInfo_3-2009.pdf". C'è tra l'altro un pezzo di Claudio Giua sul giornalismo e l'innovazione digitale, a confronto con un contributo meno concentrato sul punto di vista dell'editore e più orientato al punto di vista del giornalismo innovatore.

Il tema è chiaro: gli editori sono gli imprenditori che devono trovare e gestire il modello di business dei giornali. I giornalisti sono coloro che fanno l'informazione. Entrambi i ruoli devono migliorare molto. E per migliorare, i giornalisti si devono concentrare sulle notizie, il modo di raccontarle, il modo di usare i nuovi mezzi al servizio del pubblico; mentre gli editori devono sperimentare nuove strade per rendere redditizio e dunque indipendente il lavoro dei giornali. Ogni commistione dei due ruoli è fondamentalmente una distrazione dal ruolo centrale cui sono preposti: e lo sanno tutti. Ma le commistioni avvengono, specialmente quanto l'urgenza e il panico di una congiuntura negativa spingono tutti a pensare soltanto al breve termine.

L'argomento è di attualità stringente. Anche se è forse più importante che interessante...

Intanto, intorno a questi temi, si fa leggere con grande interesse il pezzo di Robin Hamman sull'attività di chi cura un aggregatore di informazioni. Un argomento molto importante per chi sia interessato ai contenuti generati dal pubblico attivo e voglia nello stesso tempo comprendere come questi evolvono in termini di qualità. (via Paolo Valdemarin)

Jay Rosen, docente di giornalismo a New York, parla a Sidney di come riconfigurare il sistema dei media nell'epoca digitale.

Frenemy: più amico che nemico. Così si pensa Google rispetto al sistema pubblicitario tradizionale. Dice il New York Times. Non è detto che sia un bene.

Come salvare il New York Times

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Marginal Revolution si domanda come salvare il New York Times. Perché leggendo il resoconto di uno degli annunci sulla ristrutturazione del giornale, sullo stesso New York Times, si scopre di passaggio che un'ipotesi presa in considerazione (e poi abbandonata) era stata quella di tagliare del tutto la sezione dedicata allo sport. Tyler Coven osserva che non sarebbe stata poi una gran perdita per il giornale togliere di mezzo la sezione dedicata allo sport. Perché, dice, non è fatta molto bene.

Sta di fatto che un giornale generalista di una città globale può essere costretto a scegliere. Non può certo parlare in modo mediamente competente (o incompetente) di tutto. Come diceva Dave Winer fin dal 2002, lanciando la sua scommessa (che avrebbe poi vinto) sulla prevalenza dei blog competenti sui giornali generalisti (in Giornalisti innovatori).

I luoghi informativi generalisti sono necessari per fare comunità in un territorio ampio e complesso. Ma le persone critiche e attive vogliono informazioni credibili generate da autori competenti. L'argomento meriterebbe una riflessione: come mettere insieme specializzazioni inclusive e aggregatori di qualità.

Résumé

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Legal Sensors

Fcc apre un sito per sviluppare i principi da applicare in nome della net neutrality.

Parte una consultazione per comprendere le conseguenze delle nanotecnologie e diffondere la consapevolezza dei reali rischi.

Non ci sono prove della pericolosità dell'esposizione alle radiofrequenze. Le Monde, che si era allarmato in passato, fa un passo indietro.

Pare che il governo francese pagherà un po' di soldi per la formazione dei giornalisti che devono imparare a lavorare sul web... Uhmmm...

I finlandesi dichiarano che internet è un diritto fondamentale del cittadino. (Dario)

Techno Sensors

Apple va verso un decimo del mercato americano, ma in Europa resta sotto un ventesimo del mercato, nei personal computer.

In attesa di provare Google Wave si possono leggere pezzi ingenuamente interessanti sull'argomento. E pezzi più interessanti senza ingenuità.

Social Sensors

Huffington Post testa in diretta l'efficacia dei titoli e li aggiusta in funzione del gradimento dei lettori.

Non tutti i medici segnalano alle autorità i cittadini privi di permesso di soggiorno. (Metilparaben)

I polli di Renzo si beccavano tra loro mentre venivano portati all'Azzeccagarbugli... (Niente)

I blog contano, eccome

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In Gran Bretagna, il Guardian stava seguendo una vicenda loschissima. Un traffico di rifiuti illegalmente affondati in mare al largo della Costa d'Avorio. Ma un cavillo impediva di pubblicare il nome dell'azienda coinvolta. (Ap)

Il Guardian ha dato notizia della cosa sul sito, senza fare i nomi. E dicendo che non poteva farli per un cavillo. I blogger si sono scatenati e hanno cercato la soluzione, arrivando in poco tempo attraverso una fattiva collaborazione a pubblicare i nomi: Trafigura, l'azienda, Carter Ruck, lo studio legale.

La blogosfera britannica si è tanto riempita di questi nomi che Trafigura e Carter Ruck hanno accettato che si parlasse esplicitamente di loro anche sul Guardian.

I blogger che collaborano per trovare fatti. In armonia con il giornale professionale. Allo scopo comune di far venire fuori quello che sta succedendo. Niente male davvero!

Confusione Murdoch

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Ok. A quanto pare non è che Murdoch fosse davvero interessato a far pagare ai consumatori tutte le sue pubblicazioni online. Semplicemente non è contento di come vanno le cose attualmente. E vuole che gli aggregatori restituiscano una parte del valore che generano in base ai contenuti di proprietà degli editori. In effetti, la sua strategia è cambiata radicalmente almeno quattro volte negli ultimi dieci anni. E anche negli ultimi tempi, le sue idee si sono andate progressivamente precisando...

Ftc e la sopravvivenza del giornalismo

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La Federal Trade Commission americana si occuperà ai primi di dicembre di analizzare come - e se - il giornalismo sopravviverà all'avvento di internet.

Disordine (creativo) dei giornalisti

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E dunque c'è stato il famoso convegno organizzato dall'Ordine dei giornalisti, sul futuro del giornalismo. Una cronaca è sul Sole. Sono stati presentati dati significativi sul comportamento e le opinioni del pubblico.

Le persone che usano internet più o meno tutti i giorni tra i 15 e i 55 sono 16 milioni in Italia. La metà delle persone di quell'età. Sono quasi tutti diplomati e laureati. Gli altri? Incrociando con il Censis, si può supporre che sono quelli che vedono solo la tv.

Quattro internettari su cinque usano la rete per le notizie. Solo uno su quattro usa i quotidiani di carta. E molti internettari dicono che da quando usano internet per le notizie usano meno i quotidiani. Tanto che Mario Calabresi dice che si dovrebbe accendere un cero per quelli che comprano il quotidiano in edicola.

Naturalmente ho citato la conversazione di ieri e un passaggio che ne è emerso. Ho cercato di dire che non siamo più nell'epoca delle previsioni ma dei fatti: sta veramente succedendo quello che si poteva immaginare già dieci anni fa. Ma è ingiusto vedere soltanto con preoccupazione una trasformazione così profonda. Che cosa c'è da difendere? Il pubblico sta dicendo che è ora di cambiare. E molti giornalisti sono d'accordo: lo si è visto proprio al convegno dell'Ordine. Chi ha paura ed è particolarmente lento a reagire è probabilmente il sistema degli editori, ma anche loro si stanno finalmente muovendo. Ho cercato di parlare del fatto che diversissimi modelli di business fioriranno, che si può scommettere su nuove forme di pagamento per il lavoro giornalistico professionale, purché si ridefinisca come ricerca (con tanto di metodo, umiltà, spirito di servizio). Il punto di partenza è l'armonizzazione del rapporto con il pubblico attivo, il passaggio dalla gerarchia alla rete, dalla linearità alla complessità. I giornalisti sono chiamati a rinnovare il loro mestiere. E lo faranno. Mentre intanto nasceranno nuovi modelli di business e i vecchi che ce la faranno si rinnoveranno. Non è tanto difficile. E' molto probabile che succeda. E quindi è il momento di concentrarsi a migliorare il nostro lavoro. (Non ripeto quello che ho detto. Casomai, lo farò prossimamente...).

Raccolta frasi intelligenti, please

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Immaginate la scena. Domani, a parlare del futuro del giornalismo, in un convegno organizzato dall'Ordine, mi froverò insieme a colleghi preoccupati e speranzosi, attirati anche dalla presenza di alcuni dei più importanti direttori dei quotidiani italiani. Come ci si può esprimere in una situazione simile senza suscitare irritazione, senza dire banalità e senza andare oltre i limiti di quanto è davvero utile alla costruzione di un futuro intelligente per il giornalismo al servizio della società? Questa è una chiamata a raccolta: con quale frase sarà meglio cominciare? :)

Leistungsschutzrecht a mezzo di KulturFlatrate

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Lsdi segnala la proposta tedesca di un'addizionale da pagare per ogni computer collegato alla rete destinata a sostenere il fatturato dell'editoria cartacea di qualità. Pare dunque che in Germania si sappia che cos'è la l'editoria di qualità. Per noi invece il concetto di leistungsschutzrecht resta piuttosto oscuro.

Non profit journalism

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Secondo Newsosaur, dopo mille difficoltà, sta davvero decollando il non profit journalism. Il giornalismo sostenuto con le donazioni.

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Intanto, da queste parti si discute di:


Shirky e gli editori
Le Monde, Le Figaro, Médiapart
Giornali da non credere
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Dopo il post che analizzava la proposta di CarloDe Benedetti di dare una quota di quanto gli utenti pagano per l'Adsl ai quotidiani c'è stata una notevole discussione. A tratti satirica, generalmente critica. Alcuni approvano. Ecco alcuni blog che hanno commentato. Luca BonesiniAntonio DiniPenne Digitali. Ed ecco i commenti (su questo blog, su Facebook e su FriendFeed):
E quest'obolo come lo chiamiamo? Perché la chiesa cattolica non dovrebbe chiedere l'8 per mille sull'ADSL? Perché noi blogger non dovremmo chiedere la nostra fett(ina)? E perché non darne un tot alla ricerca scientifica o alla fame nel mondo?

De Benedetti pensi a trovare un modello di business online funzionante e smetta di pensare a trasferimenti dallo Stato che tanto gratta gratta sempre quello vogliono i nostri imprenditori. Perché, la butto lì, il gruppo l'Espresso non è capace di entrare nel mercato delle ADSL? Scommetto che se domani arriva a una quota rilevante di mercato poi non ha più voglia di cederne un po' all'Eco di Bergamo o al Manifesto.

La verità vera (ci ho scritto un capitolo intero) è che i giornali perdono dagli anni '60 ininterrottamente e Internet ha rappresentato al massimo un'accelerazione. Quindi pensassero a rifondarsi riprendendo a guardare ad essere leali verso i lettori e non solo ai politici e agli sponsor...

Visto che ho appreso questa sorprendente notizia dal blog di De Biase e non dal sito del Sole 24 Ore, mi chiedo a chi dovrebbe andare la quota del prezzo dell'ADSL.

Una sorta di canone Rai versione web. E' autoevidente che i provider si rifarebbero dell'intera quota sull'utenza, così come ha fatto Murdoch con l'aumento dell'Iva a Sky. Ci troveremmo quindi a pagare una percentuale in più per un servizio non richiesto: io, per esempio, i quotidiani ITALIANI online (mi peerdoni il buon Luca) li clicco sì e no una volta ogni tanto. Se in cambio mi chiedessero un centesimo, smetterei di cliccarli del tutto. Con la coscienza totalmente pulita. Già pagare il canone Rai mi fa girare gli zebedei, per gli evidenti motivi che tutti sappiamo, pure quast'altro balzello devo aspettarmi? Poi, si spalancherebbe un portone dove, a buona ragione, chiederebbero di passare le majors discografiche e musicali, i produttori di videogames, le case di software. E perché no, i produttori di materiale porno che sono un traino ben più forte delle news di De Benedetti?
Alla fine della giostra, quanto verrebbe a costare una connessione Adsl? Torneremmo tutti al doppino a 56k. Il che, magari, scopriremmo essere pure un bene: si tornerebbe a considerare Internet come un servizio utile, da sfruttare solo quando serve.

Ho sentito che i sindaci delle principali località balneari,letta la brillante proposta dell'Ingegnere, pretendono ora che Società Autostrade, Trenitalia, Alitalia, oltre che ad IP, Erg ecc. gli destinino una quota dei ricavi poichè evidentemente guadagnano sulla gente che deicide di andare al mare e sul lavoro degli abitanti della costa...Da come parla De Benedetti sembra che i tre milioni di visitatori unici che quotidianamente finiscono su Repubblica.it rappresentino un problema e non un'opportunità.

Le fonti di quel 30%?

E comunque: tassare gli utenti di un'infrastruttura per sovvenzionare servizi che non riescono ad utilizzare con profitto l'infrastruttura stessa ai danni dei servizi che invece ci riescono?

mi sembra una provocazione, piu' che una idea... ci sono modelli di business alternativi molto piu' onesti e coerenti con il rapporto valore generato -- utenza.
per esempio, perche' non fare pagare il giornale con una subscription fee ragionevole, differenzaiando l'offerta tra versione a pagamento e versione gratuita. banalita'?
Del resto, non e' vero che il pubblico su internet dirotta sempre verso la soluzione A GRATIS. qualita' e serieta' del servizio offerto vengono sempre ricompensate. ma questi estimatori del libero mercato fanno orecchio da mercante (sovvenzionato)

Ha senso quello che dice De Benedetti. Certo, l'equazione: giornali stampati-giornali resi = lettori migrati su internet, mi sembra un po' forzata, e sicuramente dovrebbe tener conto di variabili e parametri che la rendano più complessa... Un dubbio, però, mi viene spontaneo; da uomo della strada: visto che l'Adsl consente di scroccare senza dover andare fino all'edicola, e quindi si configura come un servizio da far pagare all'utente finale, non è che i 20 euro (in media) attuali lieviteranno di quella quantità tale che tlc, o chi altri nel mercato, non vorranno accollarsi? Poi: a quel punto, i quotidiani saranno soltanto gratuiti (introiti da adsl + pubblicità), e tutti si metteranno a fare i quotidiani on-line... Tutti. La qualità? Certo, i peggiori siti d'informazione avranno un traffico scarso che non ne giustificherà la presenza, ma sarà comunque un far west...

Quella di De Benedetti mi sembra una soluzione con la quale fare soldini facili e immediati per recuperare quello che si sta perdendo con il pauroso calo di pubblicità. La soluzione, invece, andrebbe trovata negli investimenti in innovazione.

Mi chiedo, ancora: come verranno divisi questi soldini? Saranno dati soltanto ai giornali e alle televisioni ? - perché le tv non dovrebbero pretenderli? - E un bloger ne avrebbe diritto, visto che lo stato pretende una registrazione presso il tribunale della sua attività di informazione? Non si ribellerà qualunque altra attività, quel 70%, che su internet genera traffico? Youtube che male ha fatto...? Allora si procederà a una suddivisione dei proventi (tassa?) adsl proporzionale al traffico generato?

Come tu dici, andrebbero premiate le idee virtuose; gli imprenditori che investono in innovazione. La carta sono alberi tagliati... I quotidiani, a pagamento o free press, sono un costo sociale non da poco per quanto riguarda smaltimento ed eco-danni. Il loro posto è davvero solo su internet, visto che c'è la tecnologia e gli unici dati di aumento di pubblicità riguardano...

Allora incentiviamo questo passaggio epocale (con soldi pubblici e varie tassine...) trovando soluzioni tecnologiche che coinvolgono tutti i nuovi supporti mediatici, e per chi non ci capisce un'acca di internet ed è in ritardo sulle nuove tecnologie, utilizzando la televisione (Ormai a 42, 50 e passa pollici, al plasma e altri schermi, che anche un 90enne può leggere agevolmente... Magari, utilizzando un semplice telecomando a 3 pulsanti e basta...). Il televideo ha fatto epoca.

Basta soldi facili, ma idee idee vincenti ed ecosostenibili. Allora sono disposto a dare, direttamente o indirettamente, anche più di 2 euro dei miei soldi per essere informato (se la qualità non cala...).

Ah ah sono veramente alla frutta! ;)

Lo 0.1% della mia ADSL a te, Luca, che mi hai portato a conoscenza di questa notizia! Ah ah!

E lo 0.1% a twitter dove l'ho vista per la prima volta. Ah Ah!

E lo 0.01% twitter lo gira al tuo account twitter poiche' l'hai scritta tu su twitter. Ah Ah!

Ma in realta' io ho letto il tuo twitter del commento fatto da Gennaro e un 0.001% lo voglio dare anche a lui perche' in fin dei conti il pensiero originale l'ha avuto lui mentre il Sole24Ore non ha fatto altro che ricopiare una agenzia di stampa ... Ah ah!

Ah ... io uso una connessione ad Internet (diritto all'accesso all'informazione come diritto basico!) offerta gratuitamente dal comune, quindi io tecnicamente pago 0 euro.

Beh 0.1% di 0 e', se non erro, 0 euro. E via zerando ... ;)

Ah ah ah

Ok. Ok. Idea attaccabilissima. Addirittura risibile, come suggerisce bene il commento di Paolo. Una sola considerazione a favore: ad oggi e da sempre gli unici che guadagnano veramente sono i carrier che sfruttanoo il traffico generato esclusivamente da contenuti di terzi. Che gli editori tradizionali siano risibili nel loro tentativo di sopravvivere, dopo sottovalutato se non addirittura contato sul fattore "kill the cat" stile minitel, è indubbio. Che non sia più possibile che migliaia di editori online siano strozzati nel vuoto del "gratis" e debbano sottostare ai ricatti di Google Adds è una dato incontrovertibile.
Siamo poi così certi che un meccanismo come quello della famigerata SIAE, certo rivisitato per l'occasione, e, appunto, finanziato dai carrier non potrebbe essere un aiuto credibile?
My 2 cents.



Marco Rubino
Marco Rubino
è una buona proposta!
Ieri alle 16.59 · Elimina
Renato Sartini
Renato Sartini
vado a leggere...
Ieri alle 17.11 · Elimina
Juan Carlos De Martin
Juan Carlos De Martin
Bella la tua analisi, Luca. Io pero' chioserei che prima di chiedere nuovi soldi sarebbe forse il caso di ripensare da zero i 700 milioni di euro di soldi pubblici dati a fondo perduto all'editoria con criteri spesso molto discutibili.
Ieri alle 17.14 · Elimina
Francesco Sullo
Francesco Sullo
Mi suona male. A voler essere onesti bisognerebbe prendere una parte dell'abbonamento ADSL e dividerlo fra tutti i produttori di contenuti, giornali o blog che siano. In fondo il *lavoro* è il medesimo.
Ieri alle 17.29 · Elimina
Daniele Salvaggio
Daniele Salvaggio
Lo tzunami del digitale sta arrivando anche nei media...la musica in questo senso può davvero rappresentare una case history interessante, è l'unica realtà al momento che ha saputo trovare una risposta legale
Ieri alle 17.31 · Elimina
Davide Ferrari
Davide Ferrari
è accanimento terapeutico su di un moribondo. Una proposta simile a tassare i CD vergini con la presunzione che servano a ledere i diritti d'autore.
Ieri alle 17.33 · Elimina
Alessandro Nasini
Alessandro Nasini
ma per favore! sembra la storia del bollino siae sui cd vergini...
Ieri alle 17.34 · Elimina
Agnese Vardanega
Agnese Vardanega
ma andiamo! dovranno passare sul mio cadavere per estirparmi i soldi dal portafogli ...
Ieri alle 19.21 · Elimina
Rachele Gonnelli
Rachele Gonnelli
free Internet e per noi vada come deve andare
Ieri alle 19.24 · Elimina
Francesco Sullo
Francesco Sullo
La stampa deve semplicemente recuperare una dignità ed un valore, dopodiché la gente sceglierà di spendere per seguirla. Fintanto che fanno tutti avanti a forza di notizi d'agenzia, perché mai si dovrebbe pagare per avere sempre la stessa brodaglia?
Ieri alle 19.26 · Elimina
Giorgio Meletti
Giorgio Meletti
Diciamo che si va per tentativi... Poi se i giornali devono avere una parte della bolletta Adsl perché generano il 30% del traffico, quanto potrebbero pretendere quelli del restante 70%? Per esempio: i siti porno? E i produttori di musica e cinema che vengono scaricati? E le banche online? E le biglietterie elettroniche?
11 ore fa · Elimina
Luca De Biase
Luca De Biase
c'è questo commento al post segnalato sopra: 

By emilio raiteri on September 24, 2009 5:58 PM

Ho sentito che i sindaci delle principali località balneari,letta la brillante proposta dell'Ingegnere, pretendono ora che Società Autostrade, Trenitalia, Alitalia, oltre che ad IP, Erg ecc. gli destinino una quota dei ricavi poichè evidentemente guadagnano sulla gente che deicide di andare al mare e sul lavoro degli abitanti della costa...
11 ore fa · Elimina
Giorgio Meletti
Giorgio Meletti
Ah ecco... in realtà la logica è quella di finanziare i giornali con una tassa, tipo canone Rai: quello propongono di infilarlo nella bolletta elettrica, questo nella bolletta telefonica. Da qui la fantasia si sbizzarrisce: perché non devolvere una quota dei ticket sanitari alla Philip Morris e ai comuni di Langhirano, San Daniele e Felino (per tacere di Colonnata)?
11 ore fa · Elimina
Renato Sartini
Renato Sartini
@Meletti
E' quello che penso anche io, e che ho riportanto in una nota anche quì pubblicata. Un blogger con un elevato traffico di contatti (visto anche che lo stato vorrebbe che la sua attività d'informazione venisse registrata, alla pari di una testata, al tribunale...) non potrebbe pretendere di avere una giusta quota dei proventi (tassa?) sull'Adsl?
11 ore fa · Elimina
Luca De Biase
Luca De Biase
i blogger sanno che se vogliono essere "stampa" dovranno sottostare anche alle regole speciali della stampa, mentre se vogliono essere persone che si esprimono saranno libere sia degli obblighi che dei vantaggi...
9 ore fa · Elimina
Francesco Sullo
Francesco Sullo
Voglio precisare che quando si parla di qualcosa prelevato direttamente dall'ADSL che siamo tutti portati a pensare che per noi non cambi nulla. Ma ovviamente non è così perché il provider mica ci può rimettere. E di conseguenza saremo noi a pagare quel più. Pertanto preferisco pagare ciò che voglio io e non ciò che decidano gli altri.
9 ore fa · Elimina


ottimo. allora visto che io cliccando sui siti dei quotidiani genero revenue per loro, in base a questa logica (parola grossa) voglio anch'io la mia parte di grana ;) - vanz


non mi convince per nulla. Chi sono gli editori che ne dovrebbero beneficiare? Perché non fare lo stesso per musica e altri contenuti piratati? Chi stabilisce quanto? Il traffico fatto dall'estero? Non lo vedo praticabile - Luca Conti
a me pare un modo per aggirare il problema. una sorta di autotassazione per la sopravvivenza. - davide turi
non mi sembra corretto. e' come quando hanno aumentato il costo dei cd vergini perché si presupponeva che la più parte di qusti fosse utilizzata per fini illeciti. De Benedetti, che pure stimo, pensa purtroppo con una mentalità ancora vecchia e legata a vecchi schemi. Qui si cerca la pezza anziché progettare e ridefinire totalmente il business. Mi ricorda la situazione che Elserino Piol descriveva per la sua Olivetti degli anni '70, quella che ha preferito la macchina da scrivere elettronica al personal computer. Miopia del vincitore, la chiamava Piol. Anzi, la situazione è ben peggiore. ciao, zeno - zeno
io vedo la questione da un altro punto di vista: perché salvare i giornali (ma potrebbero essere le banche, la FIAT, Alitalia o qualunque azienda privata)? Se il loro modello di business è sostenibile si salveranno da soli. Se non lo è, l'evoluzione farà il suo corso. - Matteo
tanto l'80% del mercato ISP è direttamente o indirettametne in mano a telecom (che si mettano d'accordo tra loro, eventualmente). - gluca - [mini]marketing
Significa semplicemente replicare i criteri della Siae per la musica agli editori sul web. io invece aiuterei i giornalisti che vogliono mettere su una testata propria facilitando l'apertura di nuovi giornali. Pensa che pazzo che sono. -valentino spataro
@Valentino: io inizierei ad eliminare l'ordine dei giornalisti e le anacronistiche leggi italiane sulla stampa, più che altro. - Matteo
io spero si tratti di una provocazione... - Massimo MaxKava Cavazzini
bella l'analisi di Quintarelli sull'argomento. la domanda finale è: saremmo disposti a spendere 120€/mese per il collegamento internet? Mi sa che la soluzione sta da un'altra parte, micropagamenti? - franco aka Aiace
Mi sembra un'ottima idea! Ma mi spingerei più a fondo. Proseguendo su questo ragionamento, oltre a pagare gli editori per quel 30% di traffico, bisognerebbe anche ricompensare adeguatamente chi genera l'altro 70% dei contenuti che vengono visti. Di questi tempi direi che circa il 50% di questi contenuti sono generati da utenti (credo che la mia valutazione vale tanto quanto quella di de benedetti). Ovvero da noi stessi. Quindi se dobbiamo pagare 2 euro al mese per i quotidiani, mi aspetto di ricevere 3 euro al mese per i contenuti che genero. Non vedo l'ora di poter godere di questo euro di sconto. - Paolo Valdemarin
bravo Paolo - zeno
Io ho una mia idea, non dimostrabile. GLi editori non sono stupidi ma sanno benissimo che l'informazione deve cambiare e questo deve passare attraverso una profonda ristrutturazione (leggere licenziamenti in massa) e stanno aspettando di entrare in grave crisi per poter licenziare a palla e ristrutturarsi con l'aiuto dello stato. - wolly
l'affermazione meno convincente di tutte in quello'articolo è l'ultima e cioè che la sua ricetta sarebbe un modo per difendere la libertà del giornalismo indipendente. Questo è un tranello in cui non cadere: giornalismo ed editoria sono due cose diverse. - Nicola Mattina da fftogo
Secndo quintarelli le news valgono meno del 5% del traffico, altro che 30%! http://blog.quintarelli.it/blog... - franco aka Aiace
L'affermazione è poco convincente, parafrasando quanto ha detto Nike "non siamo nel business di salvare l'editoria, ma in quello di offrire informazione di qualità al pubblico" Sta all'editoria trovare nuovi modelli di business all'interno della propria offerta di valore, non cercare di recuperare risorse altrove ed esternamente. Questo non è mercato. - Maurizio Goetz
tassare gli utenti di un'infrastruttura per sovvenzionare servizi che non riescono ad utilizzare con profitto l'infrastruttura stessa ai danni dei servizi che invece ci riescono? - Federico Bo
ma perchè bisogna salvarli al posto di investire le proprie risorse in modo più adeguato al mondo in cui ormai viviamo? potrebbero chiudere bottega ed investire nel campo dei rollable screen (scherzo) oppure, seriamente, nel rendere adeguati al mezzo internet i portali dei giornali .. se vogliono salvare il giornalismo potrebbero iniziare a valutare il grado di trustness raggiunto dalla rete oggi.. è il sistema dell'editoria che va riformato e aggiornato, a mio vedere... - Alessandro Fontana
@Matteo, l'unica differenza e' che produrre informazione e' costitutivo per la democrazia, produrre thema, punto o 500 non lo e'. - Alessandro Lanni
@Alessandro lo è fino a che non hai un editore a cui fare riferimento - wolly
@wolly, non so ti riferivi a me. se si', non so bene cosa significa "fare riferimento a un editore". per fare informazione fino a ora ci voleva qualcuno che ti pagasse per farla, ossia un editore (o una coperativa, ma vabbe'). il prodotto notizia e' un "prodotto" sui generis e per questo non e' sul mercato nello stesso modo delle lavatrici. -Alessandro Lanni
Si Alessandro mi riferivo al tuo intervento, io credo che il futuro dell'informazione sarà di cooperative tra giornalisti, liberi dal peso di un editore di riferimento. Ora come ora non esiste un informazione libera(secondo me ovviamente). - wolly
l'unica possibilità è la multicanalità e la diversificazione delle revenue - Maurizio Goetz
Il mondo dell'editoria deve trovare dei nuovi modelli di business. Di sicuro è finita l'epoca delle vacche grasse e dei profitti iperbolici. Sono rimasti indietro ed ora cercano di conservare la loro rendita di posizione.......... Mi preoccupa piuttosto l'asse potere politico/lobby editoriale che può provocare danni enormi alla libertà di espressione ed alla libera circolazione delle idee. - Mario Sabatino
È sbagliato il presupposto, cioé la presunzione di meritare dei soldi a prescindere. - Nicola D'Agostino
@Alessandro: è costitutivo per la democrazia produrre informazione libera e uno dei presupposti della libertà dell'informazione è la sua indipendenza economica. Come fare? Con le piccole cose, leggi semplici che producano circoli virtuosi. Per cominciare: mi quereli per diffamazione o intenti una causa civile contro di me e vinci? Bene, ne pago le conseguenze. Ma se perdi la causa mi paghi i danni: salati, subito e automaticamente. - Matteo
Anche i beni primari sono fondamentali, ma non per questo devo dare un sussidio a chi produce pane, latte e beni di prima necessità. Se un'azienda non sa stare sul mercato deve chiudere. - Maurizio Goetz
@maurizio piano con il mercato davanti a tutto, l'informazione non è un bene come il pane o il latte. E' un servizio, è il quarto potere (ancora?). Quindi bisogna trovare una quadra. Personalmente vedo una frammentazione del giornalismo con editori (di news e di giornali, per i libri è un'altra storia) che devono trovare un nuovo modello di business (micropagamenti su web, e-book con abbonamenti a tema, con tariffa flat+ a consumo?). Occorrerà anche trovare un sistema di ranking dei contenuti e degli autori... - franco aka Aiace
Per me occorre garantire libero accesso a tutti e pari opportunità, poi è il mercato che si deve sostenere, prevederei anche possibilità di aggregazione di contenuti per giornalisti indipendenti, ma non riesco a spiegarlo in poche righe. - Maurizio Goetz
poi uno si alza e chiede a De Benedetti: quindi visto che il 30% del tuo traffico arriva da google poi tu giri quei soldi a Mountain View? - massimo mantellini
aggiungo, massimo: e quei soldi che guadagni dai banner sul tuo portale di notizie, me li ristorni alla fine dell'anno? - gluca - [mini]marketing
Ok. Ok. Idea attaccabilissima. Una sola considerazione a favore: ad oggi e da sempre gli unici che guadagnano veramente sono i carrier sfruttando quanto generato dai contenuti di altri.. Che gli editori tradizionali siano risibili nel loro tentativo di sopravvivere è indubbio. Che non sia più possibile che migliaia di editori online siano strozzati nel vuoto del "gratis" e debbano sottostare ai ricatti di Google Adds è una dato incontrovertibile. Siamo poi così certi che un meccanismo come quello della famigerata SIAE, rivisitato per l'occasione, finanziato dai carrier non possa essere un aiuto credibile? - Bonsarto
"ad oggi e da sempre gli unici che guadagnano veramente sono i carrier che sfruttanoo il traffico generato esclusivamente da contenuti di terzi." A parte che su questo, in Italia, l'unico carrier che ci guadagna veramente, per ragioni storiche e regolamentari pregresse, è Telecomitalia. - gluca - [mini]marketing 

De Benedetti: ai giornali una parte del prezzo adsl

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Finalmente gli editori si muovono con delle proposte concrete per il loro business. Abbiamo visto qualche giorno fa i francesi. Oggi sul Sole è arrivata la proposta di Carlo De Benedetti: una quota di quanto gli utenti pagano per l'Adsl dovrebbe andare ai quotidiani, visto che a suo dire "fonti" americane e tedesche sostengono che il 30% del traffico in rete è generato da siti di quotidiani e reti tv.

Non basterà. Se in Italia ci sono 13 milioni di connessioni ad alta velocità che costano in media 20 euro al mese quanto ne vogliamo dare ai giornali (mica pure alle televisioni, spero)? Un euro al mese sono 13 milioni al mese. Due euro sono 26 milioni. Più di due è difficile.

Perché? Vado alla cieca: quale può essere il punto di riferimento? Un'idea può essere questa: quanti lettori smettono di pagare per il giornale di carta e passano a una fruizione totalmente online e gratuita?

Diffidate dei conti che sto per fare. Perché non sono un editore e non ho i numeri che servono, ma posso fare un ragionamento spannometrico. Su 6 milioni di circa 5 anni fa, oggi le copie vendute sono un po' più di 5 milioni e supponendo che siano tutte di persone andate su internet significano 30 milioni in meno al mese per il totale del costo dei giornali, ma per gli editori a voler essere generosi 20 milioni in meno al mese (togliendo la quota di edicola ecc). Insomma, due euro al mese di adsl più pareggiano la perdita dovuta a internet.

Non bastano perché gli editori non sanno far fruttare il web come la carta per la raccolta pubblicitaria online. Ma questo non è un problema dei lettori (quelli che attraverso l'adsl dovrebbero pagare per i giornali). Potrebbe essere un problema delle tlc? Allora queste dovrebbero pagare una quota aggiuntiva di altri due euro (togliendole dai loro utili) per compensare quella perdita? Sarebbero altri 26 milioni di euro al mese. Bastano? Forse per ora, ma certamente non per il futuro, a meno che gli editori non si sbrighino a rimettere in piedi il loro business, trovando molti nuovi modelli di redditività. Come diceva Shirky.

La spannometria può avermi indotto in errori grossolani. Ma c'è un altro elemento da tenere in considerazione.

Quel presunto 30% del traffico - uhmmm - che viene generato da siti di quotidiani e televisioni è anche il destinatario di quei soldi derivanti dall'Adsl? Come vengono ripartiti quei soldi? Tutto via Audiweb? Solo per gli editori che pagano il servizio? E se è solo l'Audiweb a contare per avere quei soldi, valgono anche i calendari che arricchiscono di traffico anche i siti dei quotidiani? O soltanto gli editoriali e le notizie? Se vale solo l'Audiweb come facciamo a non far scadere la qualità in una rincorsa al traffico simile a quella della tv (a proposito: sicuri che anche le tv commerciali non vorranno la loro fetta?). Gli editori dei giornali di qualità, sono sicuri di poter reggere la concorrenza dei giornali orientati soltanto a fare traffico?

Sicuramente la proposta di De Benedetti è interessante. E interesserà. Ma non risolve. Occorre urgentemente trasformare gli editori in aziende innovative, capaci di fare ricerca, sperimentare, sbagliare, investire nella qualità, investire nella tecnologia, assumere giovani...

Tutto questo, riguarda gli editori. E non essendolo, sono forse uscito dal posto dove dovrei essere come giornalista. Ma la passione, talvolta, fa strabordare.

(update: vedi anche Stefano)

Shirky e gli editori (update)

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NiemanJournalismLab pubblica l'intervento di Shirky citato e commentato ieri. E lo intitola efficacemente:

Clay Shirky: Let a thousand flowers bloom to replace newspapers; don't build a paywall around a public good


Nel frattempo arriva questa idea di Post-media publishing che conferma un'idea anticipata qui.
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La discussione continua su:
Shirky e gli editori
Le Monde, Le Figaro, Médiapart
Il giornalismo migliora (secondo i giornalisti)
Giornali da non credere
Tutti parlano di FastFlip
Il problema è chiaro
Intanto, l'audience in calo dell'informazione troppo gerarchizzata si dimostra da sola
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Shirky e gli editori

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Allora si diceva. David Weinberger e Ethan Zuckerman riportano un discorso di Clay Shirky sul giornalismo. Il tema è: come sopravviverà il giornalismo nella sua forma più affidabile?

Shirky dice che non c'è proprio niente di bello nell'osservare che molti giornali sono destinati a chiudere. Gli utopisti che vedono nell'informazione spontanea della rete la soluzione a ogni problema, dice Shirky, hanno torto. I giornali tradizionali hanno reso possibile almeno un po' di giornalismo affidabile e la loro scomparsa lo mette a rischio.

La crisi dei giornali tradizionali, però, è strutturale. In passato, i giornali controllavano il business e potevano imporre prezzi molto alti ai lettori e agli inserzionisti pubblicitari. Questo è terminato. Il resoconto di David e Ethan a questo proposito è supergodibile.

Il problema è che la scomparsa dei giornali lascia le comunità prive di un contropotere informativo che, in qualche caso, aveva funzionato. Qualche giornale sopravviverà. Qualcuno farà esperimenti. Qualche nuovo modello emergerà. Si vedranno i risultati. Ma è chiaro che ci saranno meno giornali tradizionali.

Il problema conseguente è come accelerare l'emergere di nuove forme di giornalismo affidabile per aiutare le comunità a disporre di informazioni in grado di equilibrare e controllare il potere. Tutti da leggere, si diceva, i resoconti citati.

Aggiungerei che ci sono due argomenti intrecciati:
1. che cosa devono fare i giornalisti e tutti coloro che vogliono contribuire all'informazione seguendo un metodo di ricerca condiviso
2. che cosa devono fare gli editori attuali e quelli potenziali.

I due argomenti sono intrecciati ma si possono affrontare meglio se si vedono separatamente.

L'attività degli informatori è quella di cercare e sperimentare ogni possibilità di utilizzo dei mezzi allo scopo di scoprire, criticare, trasmettere l'informazione. Cercando di volta in volta di puntare sulla qualità della ricerca, sulla qualità del servizio, sul piacere di fruire delle loro opere. Il loro tema è proporre l'informazione in modalità che possano essere adottate dalle reti sociali. Nulla più si impone: tutto si propone sperando che sia adottato. Tutto questo significa che il lavoro di ricerca e racconto dei fatti deve migliorare drasticamente. Senza questa condizione non c'è nulla altro da dire.

L'attività degli imprenditori e delle organizzazioni che svilupperanno i modelli di business e di sostenibilità economica. Tutte le soluzioni saranno tentate. Solo alcune ce la faranno. Sottoscrizioni, carte prepagate, sostegno alle inchieste in forma volontaria da parte delle comunità... E nuove forme di pubblicità, orientata al servizio o addirittura alla vendita...

Intanto, con ogni probabilità, il ruolo del pubblico attivo crescerà. Alcune iniziative individuali o di gruppo diventeranno in un certo senso "giornali" ed "editori" alternativi a quelli tradizionali. Già ora si vede che è così soprattutto in alcuni settori come l'informazione sulla tecnologia.

In generale, non è possibile sapere che cosa funzionerà nel lungo termine. Sappiamo anche che molti editori tradizionali riusciranno a stare in piedi. Qualche volta con l'aiuto dei governi. Qualche altra volta con le proprie gambe. E questo sarà un bene. Perché comunque, grazie al pubblico attivo, agiranno in un contesto molto più esigente. Che esigerà una qualche forma di qualità.
David Weinberger e Ethan Zuckerman riportano un discorso di Clay Shirky sul giornalismo. Il tema è: come sopravviverà il giornalismo nella sua forma più affidabile? Sperimentazione, varietà di modelli di business, chiarimento delle relazioni con la pubblicità. (Tra poco aggiungo un paio di cose: perché mi pare che il tema sia affrontato confondendo il ruolo dei giornalisti e quello degli editori).

Aggregatori giornalistici di tweet

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Il New York Times pensa di costruire un sistema per seguire in modo organizzato i tweet specializzati su vari argomenti. E' un'attività editoriale e giornalistica che dovrebbe aggiungere una sorta di contestualizzazione alle notizie emergenti su Twitter, facilitandone l'utilizzazione come fonte di informazione.

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Il giornalismo migliora (secondo i giornalisti)

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Secondo la European Digital Journalism Survey 2009 la crisi dei giornali è reale e bruciante, rischia di far chiudere molte testate, ma avviene in un contesto nel quale il giornalismo sta migliorando. In particolare, secondo il 40% dei giornalisti, l'informazione giornalistica migliora, solo il 20% pensa che stia peggiorando. (Paidcontent). La ricerca è basata su un numero piuttosto limitato di interviste. I dati su EuropeanDigitalJournalism.

Le Monde, Figaro, Médiapart

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Alcuni editori francesi non sembrano presi dal panico per la crisi. Ecco alcuni appunti presi al convegno di Asti in materia.

David Guiraud, direttore generale del gruppo Le Monde

"La crisi dei giornali? È apocalisse o metamorfosi? Di sicuro è una sfida. Si è passati dalla logica dell'offerta alla logica della domanda. E poi a una nuova situazione nella quale tutti offrono e domandano. In questo percorso si è distrutto molto valore. (Ma Le Monde non resterà a lungo gratuito su iPhone). Il valore che resta e che conta è quello del marchio. Che fare? Ricentrare l'organizzazione dei giornali sui lettori. Ricreare forme di scarsità: con articoli speciali. Allargare il territorio del marchio. Sviluppare un marketing complesso. E comprendere meglio le specificità cognitive dei diversi supporti".

Luciano Bosio, direttore della comunicazione, strategia e ricerca del gruppo Le Figaro

"Il fatturato del gruppo è solo per una parte minoritaria generato dal quotidiano, ma tutto il valore di quello che facciamo è generato dalla qualità del giornale. Che fare? Tagliare i costi e ridurre le redazioni, oltre un certo limite, riduce la qualità del giornale. Dobbiamo puntare sulla qualità se ci vogliamo far pagare. Siamo riusciti a rimontare su internet e a diventare il primo giornale online francese: sicché mentre la pubblicità online cala, in Francia, per noi aumenta del 17% e tende ad arrivare al 20% del fatturato del gruppo. Ma anche il giornale deve migliorare. C'è un restyling. E c'è una nuova stampa che produce un oggetto che non sporca più le mani. Inoltre la linea editoriale decisa dal direttore è concentrata su tre funzioni: prestigio, pedagogia, piacere. La crescita del quotidiano passa per gli abbonamenti: con consegna alle 7:30 ogni mattina".

Gérard Desportes, fondatore del sito d'informazione Médiapart

"Dare le notizie gratuitamente è stato un errore per i giornali. Ha abbassato la qualità delle notizie su internet. Noi facciamo giornalismo, andiamo in Afghanistan e seguiamo con le nostre forze i fatti. E abbiamo oltre 400 blogger che aggiungono informazioni di prima mano. Il nostro notiziario si può leggere soltanto con abbonamento: 9 euro al mese. Rifiutiamo la pubblicità. E abbiamo 16.500 abbonati paganti".

Editori tosti

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Un'impressione su tutte da Asti (convegno segnalato ieri): ci sono editori tosti, che non si fanno prendere dal panico ma costruiscono. Come Le Monde e Le Figaro. (Cenni su twitter.com/lucadebiase). E c'è una piattaforma per giornalisti tosti che riesce a farsi pagare per i contenuti, rifiutando la pubblicità: Médiapart. (Domani altre info: ora sono di corsa col cellulare).

Domani sui giornali

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Domani il dibattito: "L'ultima edicola: crisi, bulimia e cambiamenti dell'informazione nel nuovo millennio". Ad Asti, in collaborazione con l'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Tra i partecipanti annunciati: David Ghiraud direttore generale di Le Monde, Werner De Schepper del gruppo svizzero Aargauer Zeitung Medien, Peter Rothenbuelher direttore di Edipress e caporedattore de Le Matin, Luciano Bosio Direttore studio marketing di Figaro Medias.

Credo che sia finita la discussione sulla fine dei giornali. E che sia ora di parlare di transizione. I giornalisti e chi fa informazione vanno avanti. Casomai quelli che sviluppano i modelli di business si devono inventare una quantità di nuove idee. Nessuna formula generale. Tante sperimentazioni. Ma alla fine un dato chiaro: di informazione c'è bisogno e tutti i modi per condividerla sono utili. La sofferenza della transizione è anche la sorpresa possibile di vedere come le gerarchie tradizionali possono essere messe in discussione.

Per fare ordine, il tema si può articolare così.

Un giornale è fatto da persone organizzate per produrre informazione. Il pubblico attivo che lo adotta dà al giornale il suo senso. L'imprenditore tenta di renderlo sostenibile ed indipendente economicamente. Il tutto si sintetizza nella linea editoriale, che è una promessa alla quale chi fa l'informazione e chi vende l'accesso all'informazione si attengono per dichiarare al pubblico che cosa faranno. Si può essere laici sulla linea editoriale, ma non sulla coerenza alla promessa. Questo genere di semplici regole sono un po' saltate nel tempo recente. Ma la rete sta costringendo un po' tutti a recuperarle. Pena perdita di audience, lettori, ascoltatori. Che in quanto persone vanno a informarsi altrove.

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La discussione continua su:
Giornali da non credere
Tutti parlano di FastFlip
Il problema è chiaro
Intanto, l'audience in calo dell'informazione troppo gerarchizzata si dimostra da sola
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Il problema è chiaro

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Mettiamola così. Il problema di fare buoni giornali e buona informazione è il problema dei giornalisti. Il problema di fare un modello di business che serva a rendere economicamente indipendenti i giornali è il problema degli editori.

Ovviamente le cose sono collegate. Ma è sempre utile sapere chi dovrebbe fare cosa... Imho.

Intanto, questo tema è sempre acceso:
Giornali da non credere
Giornali online a pagamento
Quale pubblicità online è apprezzata

Tutti parlano di FastFlip

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FastFlip sta conquistando la fantasia di tutti gli interessati ai giornali. Il nuovo lavoro dei GoogleLabs fa una "rassegna" stampa da sfogliare con una bella impaginazione, in accordo con gli editori che accettano di concedere le loro pagine e dividendo il fatturato con loro.

Per David Carr è sempre più ingiusto considerare Google come un parassita dell'editoria. Del resto, qualunque parassita che uccida il suo ospite deve evolvere in una forma meno pericolosa o rischia egli stesso di soccombere...

(update: in Italia, non ci sono accordi del genere, per ora, si direbbe. Ma resta il tema Fiegoogle)

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A proposito di parlare. Continuano le conversazioni su:
Immigrazione in Veneto, dati e interpretazioni
Vrm, il potere ai consumatori
Bizarre, i giornali di carta e online che non vanno come previsto
Con i soldi degli altri, le informazioni proposte da Gallino
Gentiloni e internet, un riassunto veloce
Gian Arturo Ferrari, il capo dei libri Mondadori è duro su internet
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Scettici a Forbes

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Secondo Brian Rich, che scrive su Forbes, le aziende editoriali tradizionali sono in difficoltà, ma le nuove imprese web 2.0 sono ancora più deboli. Il suo punto di vista è finanziario. Ma manca di visione: le grandi imprese editoriali vivono in un sistema lineare e quando falliscono fanno un grande tonfo lasciando un vuoto difficile da colmare; le piccole aziende web 2.0 sono in un sistema complesso, nel quale i fallimenti e la nascita di nuove imprese sono la norma e il ricambio una costante. In questo senso, non si dovrebbero paragonare le singole aziende, ma i due sistemi. E concludere che alla fine l'ecosistema ha bisogno sia dei piccoli innovativi che dei grandi tradizionali. Ma ammettere che nel nuovo scenario i grandi sono costantemente soggetti all'erosione del loro business, a meno che non imparino anch'essi a innovare.

Giornali da non credere...

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Pew registra in un'interessantissima ricerca un calo significativo nella credibilità dei giornali americani. Il pubblico, insomma, crede meno a quello che legge sui giornali. Solo il 29% degli americani pensa che i giornali raccontino in fatti come sono, il 60% pensa che siano molto imprecisi. Inoltre, la maggioranza pensa che i giornali siano troppo schierati politicamente e non siano indipendenti dalle pressioni dei poteri economici. Alla luce di questi dati, stupisce meno il calo delle vendite.

Gli americani per lo meno cercano numeri per comprendere meglio le loro impressioni. A noi restano solo le impressioni.

Ancora sui quotidiani online a pagamento

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Negli Stati Uniti, il 51% dei quotidiani pensa di poter far pagare con successo i suoi articoli online, secondo una ricerca dell'American Press Institute. Un dato enormemente più alto di quello che ci sarebbe stato un anno fa. Anche perché solo il 58% dei giornali sta studiando l'argomento.

Bizarre...

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L'Economist, settimanale fondamentalmente di carta, va benissimo. Salon, magazine fondamentalmente online, va malissimo

Informazione, politica, democrazia. E la rete

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Si parla a Frattocchie 2.0, a Pesaro, di informazione, politica, democrazia e rete. Con il coordinamento di Marino Sinibaldi. Sinibaldi, lancia la discussione alludendo a una possibile contrapposizione tra blogosfera e media tradizionali. E domanda agli intervenuti come la vedono. (Ecco gli appunti presi al volo).

Alessandro Gilioli: l'emergenza dell'informazione dipende dal conformismo dell'informazione. I blogger hanno la possibilità di portare il loro contributo di diversità dell'informazione. Non ci sono regole da dare a chi vuole far partire un nuovo blog: il conformismo dell'informazione è un'opportunità enorme per i blogger, soprattutto per chi scrive in modo autentico, in quanto anche quando scrive è se stesso. Non è necessario pensare alla validità dei blog solo pensando al compito di dare notizie, magari che non escono altrove; il citizen journalism e il giornalismo tradizionale devono crescere insieme (la contrapposizione ha fatto bene a far scendere un po' di giornalisti dai loro troni, ma ora non è più attuale, la convergenza è sempre più assodata); quello che conta, per la crescita della società civile, è partecipare con idee, commenti, riferimenti, richiami, mantenendo un ritmo di pubblicazione frequente, tendenzialmente quotidiano.

Paola Concia: dal 1994 a oggi, il lavoro della Camera è cambiato profondamente, in termini di apertura e accessibilità dell'informazione. Su quello che fanno i deputati, i gruppi parlamentari, le commissioni... E questo si deve alla rete, prima di tutto. La rete è uno straordinario strumento di trasparenza, di accesso alla conoscenza, di controinformazione. Chi è interessato a sapere che cosa faccio può trovare tutto quello che succede. Anche se i media nazionali non seguono quello che mi accade o quello che faccio. Non potrei stare nella Camera senza il mio computer. Il problema grande oggi è che l'informazione è nascosta: c'è bisogno di raccontare un'altra storia. I mass media non fanno da cassa di risonanza di tutto, solo di qualcosa. Mentre nascondono altro. Le storie delle donne per esempio non sono raccontate: le donne "di potere" non ci sono sui mass media quando le donne "del potere".

Matteo Orfini: sono stato più diligente, scrivo meno. Non sono un sostenitore della rivoluzione informatica. Blog e giornali non sono momenti distinti, lo sono ma sempre meno. L'autonomia della blogosfera è stata fagocitata dall'informazione giornalistica tradizionale. I giornalisti fanno blog e i blogger citano e si riferiscono continuamente ai giornali. Ma avviene anche che i vizi del giornalismo tradizionale si stanno ripresentando anche nella blogosfera. E' sempre meno una cosa diversa. Ovviamente, in un momento in cui c'è un attacco alla libertà di informazione bisogna sostenere tutto ciò che aiuta. Quali sono i motivi di difficoltà? C'è un problema di maturità del sistema nel suo complesso. Siamo in un paese in cui la vita è scandita da intercettazioni, spesso illegali, pubblicate a amplificate dai media. Ci dobbiamo interrogare su queste cose. Del resto, ci dobbiamo interrogare sul narcisismo del blogger, sull'isolamento della persona che sta sola davanti al computer: la notte bianca per le strade è meglio della notte bianca sul blog. A parte che ogni aumento dello spazio pubblico è positivo, quello che dobbiamo fare è non rendere inutile l'aumento dello spazio pubblico generato dal web.

(E vabbè.)

Pulsatilla: il narcisismo non è una cosa sentimentale, è molto una vetrina. Il blog nasce come un blog sui cavoli miei. Poi è diventato un'altra cosa. Sono d'accordo con Matteo e non con Gilioli. Tutti abbiamo uno speakers corner. Ma uno speakers corner ha senso se ce n'è uno. Se tutti ne hanno uno si crea confusione e disorientamento. Per me è stato il lancio di una carriera di scrittrice, grazie al fortunato incontro con l'editore Castelvecchi. La rete è fantastica per uno scrittore, perché la gente ti dice "questo fa ridere, questo fa piangere, questo fa schifo". Ma non è che tutto ciò che viene pubblicato sia positivo. Non è che esprimersi sia un bene in se. Se esprimi monnezza è monnezza. Ma non c'è differenza tra blog e libri, su questo. Ci sono libri e blog veri e libri e blog finti. Imparare a scrivere se hai qualcosa da dire che ha senso. E imparare a non scrivere se non hai niente da dire.

(Garbage in garbage out, yes. Ma lo speakers corner è uno: la rete. O meglio: ciascuna persona parla quanto vuole, le piattaforme che aiutano gli altri ad ascoltarle sono un numero più limitato; la rete è l'abilitatore dell'insieme)

Loredana Lipperini: cito Jenkins, cultura convergente. I blog lanciano e i media tradizionali amplificano. E questo va compreso. Perché mai come oggi c'è bisogno di un racconto diverso: ed è chiaro che i blog possono agire sull'immaginario. Si parla in prima persona, sui blog. Ma tutto va fatto in modo professionale, cioè sapendo che quello che si scrive è destinato a restare. Va inoltre compreso che i blog sono rete. Un gran numero di blog italiani adulti sono fatti da mamme, che si mettono in contatto e sviluppano rete sociale. Questo conta di più di ogni altra cosa. La rete non è il fine ultimo, per esempio, non è il sistema per vendere più libri: i libri più letti su Anobii non sono i libri più venduti in libreria.

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Intanto su questo blog:
Poiché i commenti a questo blog ne sono spesso la parte più interessante, 
vale la pena tener d'occhio le discussioni ancora aperte nate intorno a post precedenti: 
Il capo dei libri della Mondadori parla del futuro dei libri e della "minaccia" internettiana
Il Noi di Veltroni
Il browser di Google stenta a sfondare
Idee profonde di Stefano Rodotà e Fausto Colombo
Come cambia la sostanza del lavoro dei sondaggisti
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Come vanno i giornali a pagamento

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PaidContent ha fatto una piccola inchiesta sui risultati dei giornali online che fanno pagare l'accesso al servizio. Ne emerge un quadro piuttosto poco incoraggiante: 

The newspapers tend to be located in smaller, often rural markets; online-only subscriptions are typically priced at a substantial discount to the print edition (in general, about 75 percent of what the print product costs); where numbers are available, the number of online subscribers is still a tiny percentage of their print counterparts (less than 5 percent); and many of these papers say they began charging not so much to make money online, but rather to protect sales of their print editions.

L'idea è insomma per ora poco sviluppata e ben poco risolutiva. Come ci si poteva peraltro aspettare che fosse. Ecco i dati.