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In un contesto nel quale ci sono troppe informazioni intorno a un argomento sul quale dobbiamo operare una scelta tendiamo a cancellare le informazioni che a prima vista non ci piacciono, non a ragionare e a confrontare i dati. (In fondo lo sapevamo, ma ora c'è un nuovo studio del Kaist coreano che lo attesta. Via Atlantic).

Chi voglia manipolare le scelte ha una strada abbastanza chiara davanti. Si martella la gente di messaggi ripetitivi collegandoli a qualcosa di piacevole e circondandoli da un contesto di informazioni confuse e ridondanti. La strategia della disattenzione non è così difficile da progettare, specialmente per chi ha grandi mezzi di comunicazione.

La prima linea di difesa è la consapevolezza. La seconda è l'analisi di tendenza: strategie come queste non sono sostenibili e "costano" sempre di più perché i loro "rendimenti sono decrescenti". La terza è costruire modi di informare e informarsi che spingano nella direzione della qualità, della distinzione tra le cortine fumogene e le notizie importanti, della ragione civile.

Fact checking: lunga battaglia

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Qualche tempo fa, al Festival del giornalismo di Perugia, un giornalista del New Yorker raccontava che il suo responsabile del controllo dei fatti non solo lo ha redarguito per aver sbagliato a trascrivere il nome di uno scrittore che aveva vinto il Nobel per la letteratura, ma ha anche corretto la stessa Fondazione Nobel sul cui sito il giornalista aveva trovato quel nome.

La pratica del controllo dei fatti che vengono proposti dai giornali e dalle altre strutture che fanno informazione è un labirinto teorico ma una funzione essenziale. In alcuni casi è organizzata in modo molto analitico. In altri è affidata all'esperienza e alla buona volontà di chi scrive.

Il tema è sempre più importante. Attualmente, la comunicazione strumentale - politica, economica, intellettuale - si affida troppo spesso a operazioni che fondamentalmente consistono nell'affermare quello che si vuole senza alcun riscontro con la realtà o con la documentazione. Questo genere di operazioni si fonda sulla convinzione che la maggior parte dell'effetto si ottiene con un titolo o un tweet e che sono ben poche le persone che vanno davvero a controllare se quanto è stato detto è verificabile. I casi si moltiplicano in rete - persino uno come finisce per esserne vittima come tantissimi di noi - ma soprattutto si moltiplicano in televisione. Tanto per fare un esempio lontano, Michele Bachmann ha affermato: "After the debates that we had last week, PolitiFact came out and said that everything that I said was true". PolitiFact, che si occupa proprio di verificare le affermazioni dei politici, ha segnalato che Bachmann ha un record negativo incredibile: "Her PolitiFact report card shows 59 percent of her statements rated have earned either a False or Pants on Fire. She has earned five Trues, three Mostly Trues, six Half Trues, seven Mostly Falses, 19 Falses and 11 Pants on Fires". Ma Bachmann conta sul fatto che pochi vanno a verificare e tenta di collegare il suo nome a quello di una fonte attendibile come appunto PolitiFact. Inventarsi dei nemici che non lo sono, collegarsi a nomi popolari, negare l'evidenza, affermare risultati che non esistono è ormai prassi.

Occorre rendere più facile, molto più facile, verificare le affermazioni che si sentono negli organi di informazione. Occorre contrastare questa deriva per la quale chiunque voglia comunicare - dal punto di vista politico, economico o intellettuale - crede di dover "vendere" la sua idea come si fa nella pubblicità invece di tentare di "convincere" con fatti e dimostrazioni logiche, ripetendo il suo messaggio invece di qualificarlo. Contano sul fatto che la gente, come dice Daniel Kahneman, ragiona molto meno di quanto non decida in base all'intuizione... Come si può fare più fact checking, più facilmente, in modo più comodo da usare?

Il sapere in materia di fact checking è fortemente fondato sull'esperienza pratica e orientato alla funzionalità: si tratta di fare verifiche immediate, compatibili con il pochissimo tempo a disposizione di chi produce informazione. Ma con la rete le verifiche possono entrare in database e restare a lungo come criterio di valutazione: quello che fa PolitiFact in effetti è un vero e proprio punteggio relativo alla qualità fattuale delle affermazioni dei politici.

Le pratiche di crap detection sono state descritte in alcuni post precedenti: Rilevatore di stupidaggini, Affidabilità dell'informazione, Sensore di boiate.

In molti casi, ci si affida alla verifica su molte fonti indipendenti e al controllo dei documenti sui quali si basano le affermazioni. Una prima linea di azione è proprio questa: fare affermazioni "vere" è molto difficile, ma fare affermazioni "documentate" è possibile. Dunque la documentazione è anche il primo punto d'appoggio di chi faccia fact checking. Se un documento attesta un fatto e lo si cita almeno si dice da dove viene l'affermazione e si consente a chi la legge di andare a vedere il documento stesso per accertarsene. Ma non basta, purtroppo.

Non basta perché i documenti possono essere più o meno affidabili, i dati possono essere più o meno interpretabili, le variabili statistiche possono essere più o meno definite.

Avventurarsi nella critica delle fonti probabilmente non è già più fact checking per l'informazione ma vera e propria ricerca: si può fare ricorrendo a veri esperti di una materia che a loro volta abbiano la documentazione necessaria a sostenere la critica delle fonti; oppure si può fare tenendo traccia della credibilità acquisita nel tempo da una fonte; ci vuole tempo. Può darsi che si riesca a creare una pratica collaborativa in rete per il fact checking. Ma vediamo in proposito che cosa è successo nei giornali.

Graig Silverman racconta questa storia in un recente post su Poynter. All'inizio il fact checking era praticato da un gruppo di persone interne ai giornali che non si facevano vedere dal pubblico. Poi la funzione è diventata progressivamente pubblica e ha condotto alla generazione di veri e propri prodotti editoriali (ne parla nella sua tesi Lucas Graves riassunto magistralmente da Ethan Zuckerman). Attualmente si tratta di un metodo per valutare nel lungo termine la credibilità di persone e fonti. E può avere conseguenze, come dice Zucherman, se riesce a essere espresso in modo che costituisca una "punizione" per chi dice cose false o inaccurate. Questo percorso potrebbe essere fatto anche in rete.

Attenzione però: perché chi manipola i fatti sa probabilmente anche fare storytelling. Cioè creare emozione e coinvolgimento intorno al suo discorso in generale. Magari scivola sui fatti e li cita come elementi di un racconto più interessante che la gente è portata a credere in quanto bello, accattivante, demagogico, ecc ecc. In quei casi, il fact checking è più difficile perché magari i fatti non sono citati ma allusi nel quadro di una narrazione più ampia, e perché le sue conseguenze non sono tanto efficaci in quanto smontano un racconto che la gente vorrebbe fosse vero...

La forma più efficace di fact checking è dunque condizionata dalla frase da controllare: se si controlla chi cita un dato e se quel dato è contraddetto da un documento allora il fact checking è realizzabile; se quel dato è isolato e la persona che lo cita è una fonte che il pubblico ha voglia di veder controllata, il fact checking può avere efficacia perché genera una sanzione contro la credibilità di quella persona. Ma se la persona è popolare, un bravo demagogo per esempio, e se i fatti che cita sono giusto allusi ma non contengono una precisa circostanza da verificare, allora il fact checking è più difficile. La battaglia per la trasparenza dell'informazione e contro la manipolazione strumentale della realtà è molto molto lunga. Per ora richiede tanta pazienza e rischia di avere conseguenze solo sulla parte della popolazione più attenta a queste cose: potrebbe essere resa più facile dallo sviluppo di nuovi strumenti online che consentano di contare sulla partecipazione di molte persone esperte in rete?

Un sistema richiederebbe:
1. criterio di scelta delle frasi da verificare
2. criterio di verifica documentale
3. discussione critica delle fonti e dei dati
4. forte sistema di sanzioni sulla credibilità di chi fa affermazioni non documentate
5. decodifica dello storytelling
6. sostegno alla diffusione dell'attenzione al ragionamento controllato
7. grande impegno sull'alfabetizazione alle logiche dei manipolatori dei media
8. raccolta dei risultati dei fact check in database riutilizzabili
9. partecipazione di esperti e di cittadini volonterosi
10. forte sinergia con i giornali indipendenti che alla fine dovrebbero essere i primi fact checker per la popolazione (cfr Brian Stelter su NYTimes)

Progetto ampio.
Alcuni amici mi chiedono: hai scritto un editoriale per Nuova Informazione? Cado dalle nuvole. Uno di questi amici mi manda il link della newsletter di Franco Abruzzo. Che rimanda a un pezzo di Lsdi che rimanda a un editoriale su Nuova Informazione. Alla fine leggo e scopro che si tratta dell'articolo che ho pubblicato un anno e mezzo fa su questo blog in occasione del keynote al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, 2010.

Era un pezzo in licenza creative commons e dunque utilizzabile da chi voleva. Sono contento che quei pensieri siano stati utili a qualcuno. Forse si poteva aggiungere un link, per cortesia e completezza di informazione a questo blog... Ma era un pezzo pubblicato nella nuvola e alla nuvola apparteneva. Grazie a chi si è dimostrato interessato.

Crowd e newsroom

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Nell'ecosistema dell'informazione, il rapporto tra l'intelligenza emergente nella rete e le singole piattaforme editoriali è messo continuaemente in discussione dalla difficoltà di organizzarsi culturalmente per la prima e di tenere i conti a posto per le seconde. Il fatto è che i vecchi sistemi per risolvere il problema dell'informazione sono nettamente in crisi mentre i nuovi faticano a mantenere le promesse relativamente alla sostenibilità e qualità.

Assistiamo di fatto a un'appassionante ricerca collettiva, nella quale gli esperimenti si moltiplicano, le teorie si dibattono, ma una chiara prospettiva fatica a emergere. Possiamo scommettere solo su alcune convinzioni basate sull'esperienza:
1. La società avrà bisogno di sapere bene come stanno le cose anche in futuro
2. Ci sono tante persone che, nel loro ambiente, sanno come stanno le cose meglio dei professionisti dell'informazione più o meno generalisti. Ma quasi tutte quelle persone sanno poco di come stanno le cose al di fuori del loro ambiente. 
3. L'equilibrio tra i professionisti dell'informazione e le persone che conoscono bene il loro ambiente e male il resto sarà ritrovato (se sarà ritrovato) attraverso un lungo processo di sperimentazione e ridefinizione delle funzioni e dei servizi.

Il problema è che le funzioni nell'ecosistema dell'informazione sono molte e non c'è più motivo perché vengano tutte svolte da soggetti professionali. La tecnologia e i comportamenti emergenti sono sufficienti a dichiarare finito il periodo in cui i professionisti potevano avere una centralità nel settore.

La questione della costruzione di un terreno di conoscenze comuni a tutte le persone, però, rimane. Si può declinare come selezione e aggregazione delle informazioni, come metodo comune in base al quale si conosce, come definizione dell'agenda comune. Che ci vogliano anche dei professionisti in tutto questo è solo ragionevole. Ma le funzioni che questi professionisti riusciranno a svolgere, il servizio da loro fornito e che la società sarà disposta ad adottare e finanziare, emergerà da una serie di tentativi, errori, nuove consapevolezze.

La società è diventata più complessa, le minoranze si sono moltiplicate, le tribù si sono separate, le solitudini e gli individualismi si sono accresciuti. Non è detto che il terreno comune sia ricostruito da professionisti. Soprattutto non è detto che quei professionisti saranno tutti pagati da editori orientati al profitto. Ma quasi certamente quei professionisti avranno senso soprattutto se riusciranno ad aiutare la società nel coltivare un terreno culturale comune per la convivenza civile.

Questi commenti veloci sono un seguito al post precedente.

Tre segnalazioni al volo, sul giornalismo

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Meritano una maggiore attenzione, ma intanto almeno le segnalo: ecco tre link sull'informazione.

Antonio Spadaro ha affrontato il tema della credibilità dei media dal punto di vista della sua cybertheology.

La relazione tra i media tradizionali e i social media continua a suscitare domande, anche se sarebbe ormai ora di superarle. "Move on", si direbbe in paesi meno impastoiati. Allo Iulm c'è stata una discussione in proposito (ecco un riassunto).

Da Nieman, arriva invece una raccolta di pareri sul prossimo anno del giornalismo. Nuovi strumenti di accesso, la disponibilità di nuove enormi quantità di dati, applicazioni... Da leggere assolutamente.

Tornerò con i commenti...

ps. nel frattempo è apparsa questa analisi sui vari modelli di business Digital First

Ecco la nuova Vita Nòva

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Ispirati dall'esplorazione delle possibilità offerte dall'iPad all'innovazione dell'informazione, i giornalisti, i designer e i programmatori che hanno costruito la Vita Nòva continuano ad avanzare nel loro percorso. È una squadra eccezionale per dedizione, visione, umiltà e bravura. Hanno vinto il premio Moebius a Lugano e un bronzo ai Lovie Awards di Londra.

Oggi è uscita la loro ultima creazione. Sono molto orgoglioso di avere anch'io dato una mano.
Il dibattito suscitato dal bizzarro titolo di un pezzo del Fatto dedicato a un'iniziativa di Ahref è molto importante. Se ne leggono tracce nei commenti al pezzo stesso, nel gruppo su Facebook chiamato Indigeni digitali, in alcuni blog come quelli di Vittorio Pasteris, Tagliaerbe, Pier Luca Santoro. E nei rispettivi commenti. Grazie anche a Davide Costantini e Dario Salvelli che hanno commentato qui.

Stiamo parlando di una proposta semplice. Se una persona vuole fare informazione in rete può voler dichiarare che intende anche verificare le fonti, tentare di dare notizie accurate e complete per quanto possibile, dichiarare in modo trasparente i suoi eventuali conflitti d'interesse, rispettare la legge. Per dichiarare queste cose può mettere il bollino di Timu. È un altro gesto di generosità nei confronti dei suoi lettori.

Le principali critiche alla proposta di dichiarare una propria unilaterale volontà di seguire un metodo quando si fa informazione in rete sono rilevanti e a loro volta criticabili. Cerco, per quanto ne sono capace di riassumere le critiche e rispondere.

1. Alcuni sostengono che dichiarare queste cose è inutile e che quello che conta è il giudizio del pubblico.
2. Alcuni sostengono che i blogger non sono fatti per fare informazione ma per fare opinione e per questo devono essere non imparziali.
3. Alcuni sostengono che mettere un bollino è la premessa della formazione di una nuova casta.

Ebbene ecco qualche riflessione a commento:
1. Ovviamente chiunque scrive quello che vuole e ci mancherebbe altro! Il punto è che quello che si scrive online e sui blog è evidente a chi lo legge, mentre non è evidente il percorso di ricerca e riflessione che porta a scrivere quello che si scrive. La proposta di cui stiamo parlando è quella di dichiarare esplicitamente qualcosa sul metodo che si segue prima di scrivere. È una semplice questione di trasparenza.
2. Anche chi fa opinione parte dal commento di fatti che ha raccolto personalmente o ha ripreso da altri. L'opinione è tanto più forte quanto più accurata è l'attenzione ai fatti che vengono poi commentati, mi pare. Si può essere parzialissimi e taglienti quando si giudica una circostanza o un'idea, ma vale la pena di osservare che quelle critiche sono più credibili se il giudizio parte da un'accurata e completa considerazione dei fatti o delle idee che si commentano.
3. In una società aperta si può liberamente dichiarare di essere consapevoli della necessità di essere accurati, indipendenti, imparziali e legali nel fare ricerca sui fatti. E per dichiararlo si può usare un simbolo come quello che si trova su Timu. Dunque quel bollino è una scelta e non un privilegio.

Parlando di queste cose non facciamo altro che aumentare la nostra libertà. Ci rendiamo liberi di essere consapevoli della responsabilità che ci prendiamo quando facciamo informazione in rete.

Il bollino di Timu non è blu

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Se una persona scrive qualcosa su un blog può anche voler concedere agli altri la possibilità di riutilizzare la sua opera. Per questo mette uno dei possibili bollini di creative commons. È un gesto di generosità nei confronti dei suoi lettori.

Se una persona vuole fare informazione in rete può voler dichiarare che intende anche verificare le fonti, tentare di dare notizie accurate e complete per quanto possibile, dichiarare in modo trasparente i suoi eventuali conflitti d'interesse, rispettare la legge. Per questo mette il bollino di Timu. È un altro gesto di generosità nei confronti dei suoi lettori.

Nessuno è obbligato a fare uno di quei gesti. Ma indubbiamente compiere uno di quei gesti ha un significato nei confronti degli altri. È una gentilezza. E qualifica il senso di responsabilità di chi lo compie.

La rete è un territorio aperto nel quale ciascuno può scegliere come comportarsi, quale attività svolgere, che senso dare alle sue azioni. E molto del valore che genera dipende da come gli altri lo comprendono. Dire che cosa si vuole fare rende tutto più semplice.

Un bel pezzo del Fatto ne ha parlato scegliendo un titolo simpaticamente ambiguo. Blogger sì, ma con il "bollino blu". Qualcuno ha forse pensato alla pubblicità di una banana che un bollino blu certificava come qualitativamente buona. Ma il bollino di Timu non è blu, come chiunque può vedere anche in fondo a destra in questo blog. Soprattutto, a parte gli scherzi, non è una certificazione. È una scelta personale: chi la adotta semplicemente dice di voler seguire un metodo trasparente quando fa informazione.

Per la verità, ce ne sarebbe bisogno.

Abbiamo vissuto trent'anni di demolizione del metodo che distingue l'informazione verificata e documentata dalla comunicazione ideologica, manipolatoria e strumentale. Una delle forme di ribellione che si potrebbe sperare si diffonda è proprio la ribellione nei confronti dell'uso strumentale dell'informazione.

Diffondere la consapevolezza che l'informazione è frutto di una ricerca condotta con un metodo documentato e trasparente, può contribuire a ricostruire un terreno culturale comune nel quale si può condividere il giudizio su quali siano le notizie verificate e quali invece siano solo parte di una messaggistica interessata. Sarebbe un passo avanti nella convivenza civile. Per arrivarci, possiamo dare una mano anche a partire da alcune piccole cose che facciamo in rete.

(Timu è una parola swahili che vuol dire squadra. Un metodo comune può essere utile per fare squadra).

ffffffffffffffffind Women: a Mag on the web

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La rivista che ha conquistato l'attenzione senza cercarla è online. WomenMag sul web dimostra che un progetto culturale è tale indipendentemente dalla tecnologia che usa per esprimersi.
Un cambio di passo politico, in Italia, è apparso ineluttabile grazie alla massiccia dose di fatti che ha colpito l'economia italiana nell'ultimo anno: un flusso di fatti tanto enorme che la diga posta all'informazione dal vecchio sistema mediatico non è riuscita a contenerli. E se il nuovo indirizzo di politica economica definito dal governo sarà confermato dal parlamento comincerà un percorso nel quale la qualità dell'informazione sarà decisiva per la migliore definizione dei problemi, la chiarezza delle decisioni che verranno prese, la rispondenza delle aspettative sulle misure alle loro effettive conseguenze.

Sarà un'informazione orientata a costruire un terreno comune di conoscenze sui fatti, sul quale si divideranno giustamente le opinioni e le ricette.

La necessità di un cambiamento dell'informazione in questo senso è parallela alla necessità di fare emergere le reali condizioni dell'economia, alla chiarezza sull'urgenza e la direzione delle  misure di risanamento e rigore statale, alla credibilità dei principi di equità ai quali si dichiara debbano essere ispirate le nuove regole, all'efficacia delle operazioni orientate alla crescita: l'efficacia di una politica economica non sta solo nei conti ma anche (e alla lunga soprattutto) nelle conseguenze che genera sulle azioni degli operatori economici, dai lavoratori agli imprenditori, dai consumatori ai risparmiatori, e così via.

Un paese reagisce unito di fronte alle difficoltà se ha un modo di informarsi coerente e unificante. Altrimenti ognuno va per la sua strada. In quel caso, i gruppi sociali entrano in conflittualità permanente. Gli operatori economici avviano un'estenuante contrattazione, cercano di evitare le regole che li penalizzano, tentano di massimizzare i propri vantaggi senza tenere in alcun conto la possibilità che le loro azioni possano contemporaneamente penalizzare gli altri. In questo frangente, prevale la giungla, la prepotenza, la violenza, la forza: qualcuno si arricchisce, molti si impoveriscono. I media hanno grandi responsabilità a questo proposito.

Si agisce in base a una visione su come stanno le cose. È chiaro che la visione del mondo dipende in una certa misura dal modo di informarsi, da quello che si apprende informandosi, dalla capacità di comprendere l'informazione. E le azioni che si compiono dipendono in una certa misura dalla visione del mondo. Dunque, si può dire che chi fa informazione influisca sull'azione dei singoli e dei gruppi e, di conseguenza, cambia il contesto stesso del quale fa informazione. Per questo per ricostruire un tessuto sociale decentemente collaborativo, rispettoso dei beni comuni e della pacifica convivenza, può avere molta importanza l'attività di fare informazione con un metodo chiaro, trasparente e condiviso. C'è una sorta di mutuo soccorso tra la crescita del patrimonio condiviso di conoscenze, l'adozione generalizzata di un metodo di ricerca trasparente che legittimi la produzione di informazioni e lo spazio dei beni comuni che arricchiscono la cultura, la società e l'economia di una popolazione.

C'è da chiedersi dove si stia andando a questo proposito. La domanda è importante, proprio oggi, vista l'urgenza di riformare il sistema dell'informazione per accompagnare il cambio di passo richiesto all'Italia.

Ebbene, si osservano novità positive. In un contesto stanco e affaticato da trent'anni di esperienze manipolatorie, superficiali, divisive.

L'epoca della televisione definita dal marketing editoriale, dalla logica dei target pubblicitari, dalla tecnologia top-down, era adeguata alla fase di rilancio dell'economia basata sui consumi e i debiti. Non lo è più nella fase di ricostruzione dell'economia produttiva alla quale dobbiamo dedicarci ora. Oggi si tratta di conoscere e cogliere le opportunità imprenditoriali fondamentali dell'economia sostenibile, della riqualificazione dell'impatto economico delle imprese sociali o socialmente avvertite, della generazione di valore aggiunto a partire dall'intensità culturale e di riceca degli innovatori. tutte opportunità che hanno bisogno di informazione ben fatta, di servizio, non manipolatoria e capace di ispirare con le idee e i fatti ad adottare una nuova prospettiva.

L'esperienza degli ultimi trent'anni, ha lasciato segni profondi. La società si è divisa.

La divisione più dolorosa, certo non dovuta solo ai media, è stata quella che ha separato i destini, i linguaggi e i modi di vedere il mondo dei giovani e degli anziani. Entrambe categorie deboli e tenute insieme solo da quello che resta (e resta molto) della famiglia, si trovano a vivere in modi diversi e senza solidarietà una condizione di difficoltà: entrare nel lavoro, avere prospettive, contribuire costruttivamente alla società, sono bisogni primari che giovani e anziani sembrano costretti a cercare di soddisfare in solitaria, ciascuno per conto proprio, e dunque con poche possibilità di farcela.

Il Censis mostra questa larga fascia di anziani italiani che non hanno altro modo di informarsi che la televisione mentre solo il 15% di loro (65-80 anni) è su internet.  E intanto osserva come l'87% abbondante dei giovani si informi su internet. Informazioni diverse.

Ci sono molti dati che danno l'idea di un'Italia come paese di minoranze. Il dato spaventoso del 47% di italiani in condizioni di analfabetismo funzionale (Tullio De Mauro è persino più severo) è un'immagine della distanza tra gli inclusi e gli esclusi dalla circolazione delle conoscenze necessarie a vivere in una società complessa.

E del resto non si scopre ora la incredibile distanza tra ricchi e poveri italiani. Secondo l'Ocse il coefficiente di Gini italiano è prossimo a quello americano e inglese e lontano da quello più egualitario della Germania e della Francia.

Modi di vedere il mondo diversi. Diversa partecipazione. Diversa costruzione di network sociali. Diversa capacità di incidere sul futuro. E di cambiare il percorso che ci porta al futuro. L'informazione conta. Da questo punto di vista internet resta un'opportunità, ma non ancora una risposta. Le tendenze attuali, in questo senso, si innestano sull'esperienza degli ultimi trent'anni e non la possono modificare in poco tempo. Le innovazioni però sono possibili. E ora abbiamo anche un criterio per valutarle: le innovazioni migliori, nell'informazione, servono a unire sulla conoscenza dei fatti e a sostanziare le eventuali differenze di giudizio.
Che cosa faccio quando decido di dichiarare che il mio blog è disponibile con una licenza Creative Commons? A seconda della licenza dichiaro di essere d'accordo con un certo utilizzo della mia opera da parte di altri. Dichiaro che consento un remix, una rielaborazione, addirittura talvolta una rivendita di ciò che ho creato. In pratica, faccio una dichiarazione di disponibilità preventiva alla collaborazione con altri per arrivare a opere più ricche e significative.

C'è chi fa notare che è una dichiarazione inutile. Perché chiunque può lo stesso prendere la mia opera e farne quello che vuole. Mi costerebbe troppo controllare che questo non avvenga. Ed è vero. La novità vera sta nel fatto che io mi dichiaro preventivamente d'accordo con chi usa la mia opera. Dunque non faccio che una dichiarazione di disponibilità alla collaborazione. Alimento i beni comuni della conoscenza volontariamente. E dichiarandolo, alimento la consapevolezza del valore della cooperazione.

Analogamente, quello che faccio dichiarando con Timu che le informazioni che pubblico sono frutto di una ricerca condotta secondo un metodo empiricamente sensato e trasparente mi prendo un impegno unilaterale e preventivo. Chiunque sottoscriva il metodo proposto su Timu - che è davvero basilare e standard - di fatto dichiara di essere orientato a collaborare con gli altri nella raccolta delle informazioni sulla base di un metodo comune, qualunque sia il loro credo, la loro ideologia, il loro sistema di valori. Si amplia così lo spazio dei beni comuni, attraverso il metodo comune che li genera.

Si potrebbe obiettare che questo non dimostra nulla e che qualcuno con cattive intenzioni può dichiarare quello che su Timu si dichiara e poi non essere coerente. Ma la reputazione di un ipocrita è peggiore della reputazione di chi non segue un metodo che non ha mai dichiarato di voler seguire. Di fatto, ampliando la consapevolezza dei temi che riguardano il metodo della ricerca di informazioni, Timu amplia lo spazio che abbiamo consapevolmente in comune, prima che ci dividiamo sulle opinioni che i nostri valori ci conducono a coltivare intorno ai fatti. Con un metodo di ricerca dell'informazione sappiamo tutti quali sono i fatti che tutti riconosciamo come tali e solo successivamente ci dividiamo eventualmente sul giudizio che abbiamo di quei fatti.

Non sono strumenti fondati sulla sanzione, ma sulla consapevolezza.

Rilevatore automatico di stupidaggini

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Dan.jpgAl NeimanLab lo chiamano "automatic bullshit detector". E' il sogno del fact checking. Un software che trova le boiate dette dai politici: quelle cose che affermano e che non corrispondono ai fatti. E' il progetto di Dan Schultz (nella foto), studente del Mit che sta dedicando al tema la sua ricerca. (NiemanLab)

In realtà, il software non distingue tra verità e menzogna. Semplicemente evidenzia le frasi dubbie. Confrontandole con il database di frasi contenuto su PolitiFact. Il progetto sarà completato in un anno e sarà rilasciato con licenza open source. (TheNextWeb)

Il tema del crap detector è stato posto da Hemingway come una capacità da coltivare per poter scrivere romanzi sensati. Ed è stato ripreso da molti osservatori. Howard Rheingold l'ha applicato al web.

Vedi anche:
Affidabilità dell'informazione
Sensore di boiate
Principi metodologici (via Timu)

Libri - IO EDITORE TU RETE - Sergio Maistrello

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io_editore_tu_rete.gif
Sergio Maistrello pubblica in ebook il suo nuovo libro, Io editore tu rete. Grammatica essenziale per chi produce contenuti, Apogeo.

Sergio è un attentissimo osservatore della dinamica della rete e delle problematiche connesse all'editoria. E non a caso propone un titolo che invita a pensare a una relazione culturalmente piuttosto primitiva tra editori e rete, implicitamente invitando i protagonisti a evolverla, migliorando la propria cultura in materia.

Il libro è veloce e si legge benissimo sia su un lettore che su un cellulare intelligente. Sull'iPhone è un godimento, nonostante le pagine siano piccolissime.

Sergio mi ha chiesto una prefazione. E mi ha dato il permesso di pubblicarla qui. Eccola:


Gli editori sono in fermento. Internet sta cambiando radicalmente gli scenari del loro business. La tecnologia digitale sta trasformando i linguaggi espressivi e le filiere produttive. Le condizioni a contorno, nell'epoca della conoscenza, stanno mutando e facendo di ogni azienda, organizzazione, gruppo sociale e singola persona, un soggetto potenzialmente in grado di produrre e distribuire contenuti di valore pubblico. In questo contesto, gli editori vedono contemporaneamente uno scenario di crisi e una situazione densa di nuove opportunità. E la variabile essenziale che li conduce a privilegiare il giudizio ottimistico o pessimistico è la loro capacità di costruirsi una competente visione della situazione. E' probabilmente il primo motivo di interesse per questo libro. Il secondo motivo discende dal fatto che il destino degli editori è importante per tutta l'evoluzione della capacità di generazione culturale delle società.

La storia dell'editoria moderna parte probabilmente all'inizio del Settecento nel momento in cui la corporazione degli stampatori riesce a ottenere il privilegio per ciascun affiliato di poter essere l'unico a pubblicare il libro di un autore con il quale si è messo d'accordo per la gestione del suo copyright. Tecnologia e diritto sono fin dal principio alla radice del business editoriale. In particolare il controllo della tecnologia di accesso ai contenuti, consentiva agli editori di far valere senza particolari problemi anche il loro diritto allo sfruttamento delle opere. Ma le trasformazioni attuali sembrano aver sottratto agli editori il controllo delle tecnologie strategiche e, di conseguenza, la tenuta del sistema del copyright. La leadership dello sviluppo delle tecnologie per pubblicare e distribuire contenuti sta progressivamente ma inesorabilmente passando alle piattaforme online, ai motori di ricerca, ai servizi di vendita di libri e giornali in rete, alle aziende che producono computer, tablet, cellulari, lettori dedicati alla lettura e così via. In qualunque business, l'impresa che non ha alcun controllo sulla tecnologia fondamentale per lo svolgimento del business rischia di essere marginalizzata.

L'impresa che non governa la sua tecnologia può superare con successo il rischio di perdere quote di mercato se conserva in qualche modo una relazione privilegiata con il suo pubblico o con i suoi fornitori. E indubbiamente i marchi e le testate aiutano gli editori a resistere nel cuore del pubblico, mentre possono conservare un'attrattiva nei confronti degli autori se riescono a convincerli di essere ancora il miglior interlocutore per generare reddito con il loro lavoro. Ma entrambe le difese sono superabili.

La struttura del mercato editoriale sta cambiando radicalmente. Un tempo la scarsità fondamentale era sotto il controllo dell'offerta: ciò che era scarso era lo spazio per la pubblicazione. Oggi, su internet, quello spazio è illimitato, mentre la scarsità fondamentale è sotto il controllo della domanda: ciò che è scarso è, prima di tutto, il tempo e l'attenzione del pubblico. Sicché, nel mercato editoriale, la domanda controlla le fonti del valore mentre l'offerta deve conquistare il suo spazio centimetro per centimetro. Contemporaneamente, nella relazione con il pubblico, gli editori si trovano di fronte nuovi agguerriti competitori, spesso dotati di marchi importanti e meglio posizionati sul piano tecnologico: quelli dei motori di ricerca, quelli dei negozi online, quelli dei produttori di device. Inoltre, molti ex inserzionisti pubblicitari sono partiti alla conquista del tempo e dell'attenzione del pubblico direttamente su internet senza la mediazione degli editori. E del resto, anche per gli autori stanno emergendo molte e interessanti opportuità per valorizzare le loro opere che a loro volta non passano per la mediazione degli editori.

Il primo capitolo di chiunque operi nel business editoriale diventa la dimostrazione dell'unicità del suo servizio a vantaggio del pubblico. Segue, subito dopo nella scala di priorità, la riconquista di una forma di controllo della tecnologia. E in terza posizione c'è la rigenerazione della sua relazione con gli autori. In tutti i casi si tratta di fare un salto di qualità culturale: le vecchie soluzioni e le inveterate abitudini semplicemente non funzionano più: il salto culturale deve condurre a comprendere non come controllare ma come servire il pubblico, a trasformarsi da passivi fruitori ad attivi innovatori della tecnologia, a passare da rentier del copyright a promotori e valorizzatori dell'accesso alle opere degli autori. Si tratta di salti culturali che, spesso, appaiono troppo alti per gli editori troppo tradizionali. E che quindi favoriscono in certi casi i nuovi entranti nel business.

Sta di fatto, che il pubblico cerca ancora le funzioni fondamentali che in passato erano svolte solo dagli editori, per scegliere a che cosa dedicare il tempo, per riconoscere autorevolezza e credibilità agli autori, per accedere in modo comodo e a un prezzo giusto alle opere. Le protezioni che favorivano gli editori nello sfruttamento di queste funzioni non ci sono più, ma le funzioni hanno ancora valore. E il riconoscimento di questa opportunità potrebbe rivelarsi la spinta decisiva per gli editori a rinnovarsi profondamente, per sincronizzarsi con la storia attuale e allo scopo di scrivere la storia futura.

Per chi è interessato al tema e apprezza gli ebook c'è anche Cambiare Pagina, Rizzoli.


(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)

More about Steve JobsIntanto sto leggendo anche:
1. Steve Jobs, Walter Isaacson (Mondadori)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. John Kay, Il pensiero obliquo (Codice)


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Dal punto di vista della comunicazione politica, il principale risultato dell'ultima settimana è stato un cambio di registro nel fondamentale rapporto tra aspettative e realtà. Il che è sano. E fa bene a tutti.

Il tono del discorso, nel corso della gran parte del primo decennio del terzo millennio, almeno in Italia, è stato orientato a innalzare costantemente le aspettative, a mantenerle alte con una quantità di frasi dense di promesse di benessere materiale, a solleticare i più bassi istinti le più immediate voglie, sollecitando la convinzione che si potessero soddisfare facilmente. Oppure era la costruzione di problemi esagerati, la generazione di paure fittizie, con annessa promessa di soluzione: il caso dell'induzione alla paura dello straniero e della violenza con annessa promessa di maggiore sicurezza, è stato provato da Ilvo Diamanti (citato anche da Michele Polo in Notizie Spa) e ha avuto una straordinaria efficacia. Era la logica della pubblicità. E si rivolgeva ai cittadini come se fossero consumatori.

In tutto questo, era strategico il controllo dell'informazione. Se l'informazione avvalorava una descrizione della realtà corrispondente all'analisi implicita nella "pubblicità" politica, manteneva credibile chi formulava le promesse e sollecitava le aspettative.

Chi vive male, ma ha grandi aspettative e le connette alla presenza di un certo politico, sopporta e crede. La fiction dell'informazione era la storia fittizia in cui la gente viveva. Il sistema di potere restava saldo.

Ma quando la distanza tra aspettative e realtà diventa troppo grande, si genera un'insoddisfazione e una disperazione insopportabile.

L'informazione sulla realtà è arrivata attraverso canali che non erano sotto il controllo del potere. I mercati finanziari. L'Europa. Le reali esperienze quotidiane di milioni di italiani preoccupati da una realtà economica del tutto diversa da quella dipinta dall'informazione ufficiale voluta dal potere.

Il nuovo governo e lo stile del nuovo premier, Mario Monti, hanno prima di tutto avuto l'effetto di abbassare le aspettative rivolgendosi a un pubblico che a quelle aspettative non credeva ormai più. La sua credibilità è stata generata dalla corrispondenza tra la realtà e le aspettative che si potevano ritenere realistiche. L'insoddisfazione per la situazione si è sciolta, almeno un poco e per un poco, nella soddisfazione di veder riconosciute le reali condizioni nelle quali le persone vivono. Le nuove aspettative sono ora più vicine alla possibilità di raggiungerle.

Si guarda improvvisamente alla condizione precedente come si guarda a un sogno, o a un incubo: emozionante ma finito. E si apre una nuova giornata: il primo sentimento è l'emozione che si prova riconoscendo la realtà intorno a noi e le concrete cose da fare subito. Tra poco ci saranno anche le noie, le preoccupazioni e i drammi della vita vera. Si affronteranno con uno spirito più vivo e una mente più lucida. L'ipnosi è finita.

Ma manca ancora una prospettiva. Se non sappiamo bene che cosa faremo domani, perché lo faremo, rischiamo di riaddormentarci e riascoltare sirene e ipnotizzatori.

Bene il downsizing delle aspettative. Ora la roadmap.


Vedi anche:
Sviluppo è modernizzazione
On the roadmap
Dalle macerie alla ricostruzione
Una roadmap per gli italiani


John Paton

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John Paton ha la responsabilità di una delle maggiori catene di giornali americana. E pensa che la deve condurre a fare il suo business essenzialmente in versione digitale. La storia va letta per lo meno perché è netta e senza retorica. La scrive David Carr sul NYTimes. Il punto di vista è semplice: non si tratta di fare una rivoluzione di parole, ma di operazioni dense di razionalità economica. Da un lato i costi del vecchio sistema. Dall'altro l'espansione possibile nel nuovo. Il ragionamento è equilibrato e basato sul servizio a un pubblico in veloce evoluzione. La cultura di Paton è fondamentalmente giornalistica. La dinamica che vede è originata dal prodotto. L'accento è sul locale. La consapevolezza è empirica: "At some point, print is going to cost more money than it is worth," he said. "If you don't have a viable business model to turn it off when that day comes, where does that leave you?" Siamo in una fase dell'evoluzione editoriale che va rapidamente maturando: esce dal periodo retorico ed entra nel periodo pragmatico. Per questo, paradossalmente, ci vuole ancora più visione.

"Cognitively illiberal state"

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Una cittadinanza che non sia in grado di conoscere come stanno le cose non è neppure in grado di prendere decisioni adeguate alla situazione.

C'è un caso molto interessante di società di questo tipo: quando le differenze culturali, ideologiche e valoriali sono tanto grandi che per le persone è impossibile distinguere tra i fatti e le opinioni. Sicché in quella società non si confrontano diverse diagnosi degli stessi fatti, perché ciascuno è convinto di conoscere i veri fatti e non riconosce come fatti quelli che vedono gli altri. Il che significa che non si sa come stanno le cose ma solo come secondo una certa ideologia stanno le cose.

Il caso è studiato da Dan Kahan, giurista e membro del Cultural Cognition Project at Yale Law School. Kahan definisce questa situazione Cognitive illiberal state. E ha pubblicato una sintesi della sua ricerca su BigQuestion.

"Our work suggests that cultural polarization over facts happens when the framing of information and the identity of information providers are arranged in patterns that convey--at first unconsciously, but soon enough in terms all can see--that the position society takes on a factual issue will amount to siding with one cultural group over another (a condition we call the cognitively illiberal state)".

Kahan applica questa analisi ai fatti scientifici. Sottolinea che se si vuole dar conto di un fatto occorre diffonderlo contemporaneamente in diversi contesti ideologico-culturali. Ma la sua è una cura molto specifica per questioni molto sofisticate.

Il problema molto banale di uno stato come l'Italia che si può per molti aspetti associare al concetto di cognitively illiberal state è che ha bisogno di recuperare un consenso sul metodo empirico che definisce come si cercano, verificano, valutano e comunicano i fatti. La spettacolarizzazione delle risse televisive, oltre a molte altre abitudini mediatiche discutibili, ha educato molti a non credere a niente. Il che impedisce in generale di avere fiducia nella ricostruzione dei fatti. Una riflessione sul metodo che definisce l'informazione e la distingue dalla promozione di preconcetti è sempre più necessaria. In tutta modestia Timu offre un piccolo contributo all'immenso progetto.

Trasparenza - Le notizie sulle notizie

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Il progetto NewsTransparency.com vuole servire a rendere più chiaro il processo con il quale si fanno le notizie.

Jeff Sonderman ne parla su Poynter. La credibilità dei sistemi di informazione deriva anche dalla trasparenza del metodo con il quale vengono prodotte le notizie. E poiché la credibilità è in diminuzione, occorre aumentare la trasparenza.

La logica di quest'affermazione è chiara. La prova dei fatti ne verificherà la consistenza.

Proporzione esatta? iPad:newsstand=iPod:iTunes

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Jonathan Brownstein, sul blog di Paperlit, propone questa proporzione:

iPad : newsstand = iPod : iTunes

Insomma, anche la coppia iPad-newsstand rende più probabile un comportamento orientato all'acquisto del giornale (come la coppia iPod-iTunes rende più probabile l'acquisto della musica) senza ovviamente obbligare nessuno. Probabilità non è determinismo. Ma nei grandi numeri dei mercati globali, aumentare la probabilità di un comportamento può essere un risultato di grande soddisfazione.

I motivi di questo aumento della probabilità sono connessi all'aumento di valore percepito nella lettura che l'iPad sembra offrire alle persone. (Se ne parlava in un post precedente, citato da Brownstein).

I commenti a quel post, come sempre, hanno aggiunto completezza ed esperienza. Eccoli (i link si trovano nell'originale):

By Nando Cannone on October 26, 2011 11:26 AM

Il 28 Maggio 2010 (Data di commercializzazione dell'Ipad in Italia) l'IPAD era nella mia borsa. Occupandomi di web e comunicazione digitale avevo già tracciato un profilo del nuovo dispositivo. Intuivo le potenzialità ma usarlo è stata altra cosa. Finalmente la mobilità trovava un dispositivo completo. Gli usi? Con un dispositivo così leggero e portabile praticamente tutti quelli possibili. Consultare le diverse caselle email, ricevere ed inviare. Avete provato, mentre siete in macchina, al posto di guida in attesa, ad aprire il notebook per utilizzarlo? Un'esperienza deprimente, sistema operativo da caricare, difficoltà di collocazione, angolo visivo inidoneo, batteria pronta a cedere, calore. Con l'IPAD tutto questo viene superato in un attimo è operativo, luminosità ok, leggerezza, collocabilità. Da grande lettore di quotidiani in un attimo i giornali a disposizione, le notizie aggregate, mail inviate e ricevute, un occhio al web, una veloce chat in skype con un cliente, e si riparte. Un solo click e il dispositivo è spento si riparte.

By Alessandro on October 26, 2011 11:58 AM
Analisi e commento perfettamente condivisibili, mi sorge solo una domanda: quanto possono influire su questi dati gli smartphone, sia Apple che non Apple? Si dice che i dati non verrebbero stravolti, ma sono pronto a scommettere che salirebbero nella classifica delle preferenze di utilizzi gli aspetti ludici e social che mettono a disposizione questi dispositivi. Io uso il mio cellulare per consultare posta, social network, notizie, uso varie apps e spesso, avendo una tastiera qwerty, mi avvicino all'uso che è proprio di un pc, trascurando invece la navigazione sul web.

By Maurizio Benzi on October 26, 2011 1:00 PM
Come sempre le analisi di PEW sono molto interessanti.
Luca dici giustamente che "la scarsità fondamentale è il tempo di chi legge", e questo è un cambiamento di paradigma che modifica completamente le regole del gioco.
Invece quasi sempre gli operatori si limitano a mutuare modelli di business dai media tradizionali. Non sono solo i comportamenti degli utenti che cambiano, è necessario che vengano ripensati anche ai modelli di business legati all'informazione.
Realizzare un App a pagamento con le stesse notizie del quotidiano cartaceo, è una soluzione che non porta da nessuna parte.
Si tratta di ripensare alla fruizione dell'informazione (ad esempio il concetto di "stream") e al modo in cui il digitale, da solo, abbia una sua sostenibilità economica.
E se il tablet cambierà i giornali, vi assicuro che le Smart Tv, una volta diffuse, ci metteranno poco tempo a fare fuori la Televisione come la conosciamo (e lo dico dalla mia esperienza empirica).
Il mio parere è che tra 10 anni le nostre fonti di informazioni primarie non saranno quelle che ci hanno accompagnato in questi anni. E non saranno italiane.
ciao,
Maurizio

By Eugenio on October 26, 2011 1:08 PM
Quando si paragonano i tempi di lettura delle news del giornale rispetto a quelli sul tablet bisognerebbe distinguere il tempo di consultazione da quello di lettura vera e propria. In genere si impiega meno tempo a sfogliare il giornale e a far scorrere l'occhio sui titoli alla ricerca di ciò che interessa di quanto ne occorra per la stessa operazione su un sito o in una App. Altra differenza importante: il giornale si consulta sequenzialmente su web l'approccio è diverso, si consulta l'home page o si accede alla notizia da link esterni.
Vantaggi assoluti del tablet sono la velocità di accensione/spegnimento e la maneggiabilità.

By Giò on October 26, 2011 1:08 PM
Per tutti quelli che l'iPad non lo hanno ancora, ma lo vincerebbero molto volentieri:date un'occhiata a questo gioco www.yourgarage.tagliandodiretto.it

By Francesco on October 26, 2011 6:58 PM
Quest'analisi ha il merito di dire che i pasdaràn delle news gratis hanno torto quanto quelli delle news a pagamento. Ma, al di là della polemica, il punto è che chi produce contenuti, i grandi brand dell'informazione dovranno sempre di più progettare prodotti in grado di accontentare tanto chi è disposto a pagare, quanto chi no dando ad ogni nicchia il contenuto che si aspetta. Piccolo problema, questo significa costruire aziende che costano un sacco a fronte di ricavi che la struttura di mercato non sembra garantire.

Una settimana di data journalism

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Una settimana di lavoro sul data journalism con i video delle lezioni di esperti di informazione di precisione, infografica, dati, software... Da vedere con calma su Ahref (la fondazione a cui collaboro):

Guido Romeo (Fondazione Ahref e Wired Italia): Data Driven Journalism
video: 1 - 2 - 3 - 4
doc.: Data Journalism; Manuale WSJ

Maurizio Napolitano (SoNet - Fondazione Bruno Kessler): Come Trovare i Dati
video: 1 - 2 - 3
doc.: Open Data; Scraper Wiki

Martino Pizzol (Fondazione Ahref): Come Trovare i Dati
video: 1 - 2
doc.: Harvest Web Data

Luca Dello Iacovo (Fondazione Ahref): Interpretare i Dati
video: 1 - 2
doc.: Costruire storie; Informazione in diretta

Michele Forlin (Evo Solutions): Interpretare i Dati
video: 1 - 2 - 3
doc.: Elementi di Statistica; Datasets

Giorgio Meletti (Fondazione Ahref e Il Fatto Quotidiano): Interpretare i Dati
video: 1 - 2 - 3

Andrea Di Nicola (e-Crime): Presentare i Dati
video: 1 - 2 - 3

Elisabetta Tola (Formica Blu): Presentare i Dati
video: 1 - 2
doc.: A scuola in Italia

Giulio Frigieri (The Guardian): Visualizzazione dei Dati
video: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7

Crediti:
Salvatore Romano
ha realizzato le riprese.
Rocco Rampino ha effettuato il riversaggio.
Un sentito ringraziamento a entrambi.

Esperienze - L'iPad per leggere le news

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Dopo un anno e mezzo, il rapporto tra l'iPad e l'editoria dell'informazione non è più soltanto una questione di visione ma anche di riflessione sui dati di fatto. E una ricerca di Pew Research Center's Project for Excellence in Journalism in collaborazione con The Economist Group può servire come punto di partenza. (via Journalism.org)

Stiamo parlando del comportamento dell'11% degli adulti che vivono negli Stati Uniti. Sono i possessori di un tablet. E la metà di loro usano il tablet ogni giorno per accedere alle notizie.

Il 77% dei possessori di tablet usa questo strumento tutti i giorni. E queste persone passano in media 90 minuti al giorno sul loro tablet. L'attività di gran lunga più popolare è consultare il web: 67%. La seconda attività più popolare è leggere e mandare mail: 54%. La terza attività più popolare è leggere le notizie: 53%. Social network (39%) e giochi (30%) vengono nettamente dopo. Leggere i libri è limitato all'17%. I video sono ancora più in basso: 13%.

Il 77% dei possessori di tablet usa questo strumento per leggere le notizie almeno una volta alla settimana. E il 30% di loro dice di passare più tempo sulle notizie di quanto non facesse prima. Il 42% dice di leggere regolarmente articoli di approfondimento sul tablet.

Il tablet è uno strumento ergonomicamente diverso dal pc e non per nulla si usa in modo diverso. Ha due punti di forza: la mobilità e la leggerezza, quindi viene usato durante gli spostamenti e sul divano. Entrambe situazioni in cui si è più disposti a passare del tempo di approfondimento. In effetti, il tempo della lettura dei quotidiani sul web via pc è mediamente 70% (dice Hal Varian) mentre il giornale di carta è 25 minuti: e si direbbe che l'iPad si faccia leggere con tempi che vanno più verso quelli del giornale di carta che quelli dello schermo del pc.

Se le persone dedicano più tempo alle notizie sull'iPad e se sono più disposte a leggerci degli approfondimenti, saranno più condotte a riconoscere valore nelle informazioni che trovano sull'iPad. È un equivoco (anche sul pc troverebbero probabilmente contenuti di analogo valore) ma non un'assurdità: nel nuovo scenario dell'editoria, nel quale la scarsità fondamentale non è lo spazio sul quale si scrive ma il tempo di chi legge, il valore è definito dalla domanda, non dall'offerta. E se la domanda vede il valore nell'insieme di contenuto e strumento, allora quello è il valore che conta.

Quanto a usare il tablet per fare browsing sul web e per consultare le apps, si osserva un'ulteriore selezione per qualità di attenzione. Chi usa le apps appare dai dati come una persona ancora più attenta di chi usa il tablet per andare sul web. Quindi le apps interessano una parte degli utenti di tablet. La più disposta a dedicare tempo alle notizie. E di questi, una parte è disposta a pagare.

Insomma: si va formando una piramide di comportamenti. Dal velocissimo scambio di link a notizie sui social network (pochi secondi di attenzione), alla consultazione dei notiziari sul web col pc (70 secondi), alla consultazione delle notizie sul web con il tablet, alla lettura delle apps di notizie, al pagamento delle apps. Gruppi di persone sempre più ristretti ma disposte a riconoscere un valore sempre più largo. (Sì, non stiamo parlando di telefonini e smartphone in questo post, ma andrebbero tenuti in considerazione anche loro).

L'idea non può che essere quella di scegliere in quale posizione si vuole essere e stabilire un modello di costi adeguato a sostenersi con le dimensioni di pubblico che esistono nelle diverse scale di attenzione citate.

Di certo, per chi si occupa delle parti alte della scala, quelle dove ci sono lettori attenti e disposti a riconoscere il valore dell'informazione proposta, l'offerta deve essere adeguata. Qualunque tradimento delle aspettative di approfondimento e qualità, in quella dimensione, non potrebbe essere perdonato.

More about Slow newsPeter Laufer ha avuto l'intuizione di portare più avanti l'idea di paragonare la dieta alimentare alla dieta mediatica, tirandone fuori una conclusione simile a quella di Slow food: abbiamo bisogno di recuperare un modo più sano di cibarci di informazioni quindi ci vogliono le Slow news. L'idea è buona perché attiva una serie di consapevolezze che abbiamo già assorbito sulla questione del cibo e le applica alla questione più sottile dell'informazione.

La quantità di rumore che viene dalla logica mediatica attuale è insana, dice Laufer. Concorderà qualcuno dei lettori di Ecologia dell'attenzione. L'approccio al sistema delle notizie con la metafora dell'ecosistema aiuta a riconoscere che alcuni modi di produzione delle notizie sono inquinanti e non fanno bene a chi le consuma, producendo disattenzione, perdita di fiducia, paura, incapacità di riconoscere una prospettiva, cinismo e orientamento a subire invece che a ribellarsi consapevolmente. La strategia della disattenzione è inquinante e politicamente orientata a favorire i potenti, contro l'innovazione.

Laufer parte da considerazioni molto simili. Le vede soprattutto dal punto di vista della sanità intellettuale personale. E propone un insieme di "ricette" per vivere meglio attraverso una migliore dieta mediatica.

Sottolinea da subito che all'elettronica va accompagnata la manualità. E che il bombardamento di notizie va attutito da momenti di silenzio. La sua tensione è verso un equilibrio più sano e meno passivo. Parte dalla definizione di "notizia" e si domanda che cosa non lo sia: suggerendo che quando i media propongono insistentemente un argomento, che però non sarà importante domani, non vale la pena di prestarci attenzione. Suggerisce di ascoltare opinioni diverse. E di cercare le fonti accurate, preferendole a quelle sensazionalistiche. Se le notizie non sono puro divertimento, vale la pena di impegnarsi a scegliere quelle che fanno bene e non quelle che si consumano in fretta. L'analogia con il fast food regge abbastanza, quindi meglio cibarsi di slow news.

I consigli di Laufer sono molto ragionevoli. Spegnere i canali all news quando si può. Leggere fonti diverse. Evitare i giornalisti con l'aggettivo (cioè quelli che raccontano tutto da un particolare punto di vista) e considerare i giornalisti come dei professionisti del filtro su ciò che è importante (quindi ogni tanto pagare per le notizie fatte bene...). Schivare i notiziari fatti solo per veicolare pubblicità.

E soprattutto farsi da mangiare ogni tanto, non andare sempre al ristorante in fretta e furia. Cioè imparare a fare informazione. Per stare meglio. E per contribuire alla comunità.

Semplici regole, quelle di Laufer. Ma intelligenti e ben proposte. Servono ad aiutare i cittadini che vogliano cessare di lasciarsi condurre passivamente dalla routine informativa, che spesso in realtà è un meccanismo manipolatorio, per diventare soggetti che coltivano una visione critica dei fatti per vivere meglio.

Per vivere meglio!

Vorrei che Peter Laufer desse un'occhiata a Timu. Proponesse i suoi consigli. E partecipasse a quell'esperimento. Che nasce certamente da sensibilità molto simili alle sue.

(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)

More about The Happiness ProjectIntanto sto leggendo anche:
1. Il capitale sociale, a cura di Guido de Blasio e Paolo Sestito (Donzelli)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. The Happiness Project, di Gretchen Rubin (Harper)


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Il Pime organizza oggi tra l'altro una riflessione sull'attendibilità dell'informazione (a Milano, Hotel Melia, ore 11:00). Naturalmente si preoccupa anche dell'attendibilità dell'informazione sul web. Di certo, i ragazzi partono da qualche sopracciglio alzato sull'attendibilità dell'informazione anche della televisione e dei giornali. Dal caso Boffo alle imprecisioni del Tg1 ce n'è per tutti i tipi di media. Ma per quanto riguarda il web le considerazioni sono diverse e questo è solo un insieme di link che fanno da promemoria (spero possano essere utili):

1. In Against the machine, Lee Siegel se la prende con le imprecisioni e le bufale che si trovano online. Ma a sua volta ne è stato autore. Una presentazione critica del suo libro, con qualche fatto su cui riflettere, si trova in Su macchine e umani.

2. Il sensore di boiate è un'invenzione di Hemingway. Ma la sua applicazione al web è di Howard Rheingold. E un riassunto di consigli si trova in questo blog (vedi il post).

3. In Italia ci sono diversi tentativi di caccia alle bufale, ma certamente il più noto, fecondo e caparbio è il lavoro di Attivissimo. Da seguire l'evoluzione del FactCheck di Sergio Maistrello.

4. Su Wikileaks e il metodo giornalistico si è discusso a Vienna pochi giorni fa. E qui c'è un riassunto. Se n'è scritto molto su questo blog, ovviamente, e questo post contiene diversi link che possono essere utili. Il tema è: Wikileaks è un giornale o una tecnologia anonimizzante?

5. La discussione sul metodo che definisce l'informazione e la differenzia dalla comunicazione è su Ahref (una fondazione cui dò una mano per quanto sono capace) e un esempio di dichiarazione di metodo è su Timu.

La qualità deriva anche dalla rete sociale nella quale è proposta e circola l'informazione. L'accuratezza, la trasparenza, l'indipendenza, lo spirito di servizio, sono contagiosi. Come è contagiosa la voglia di polemizzare e di sparare per fatti delle mezze verità. TedConversations, Quora, lo stesso Timu, si spera siano luoghi nei quali il contesto induce a lavorare con spirito di servizio. Un esplicito, condiviso metodo di lavoro è forse un aiuto in tal senso: un paper approfondito di Jacopo Barigazzi si trova appunto su Ahref.

Update. La mattinata è stata energia pura. Cinquecento ragazzi e ragazze partecipavano alla presentazione di queste idee. E hanno dimostrato una qualità e un interesse straordinari. Li ringrazio. Se hanno voglia di approfondire sono qui. E la sintesi delle sintesi (da come è venuta fuori nella conversazione) è qui:

1. Sapere chi ha prodotto l'informazione (dice il suo nome, altri lo conoscono, altri lo apprezzano)
2. Verificare con fonti indipendenti (un ambiente intellettuale omogeneo può essere fatto di gente che si cita e si accredita a vicenda; per sapere come stanno le cose occorre avere una verifica che non dipende dalla prima persona che ha tirato fuori un'informazione)
3. Molte cose non vanno in rete ma la rete permette e invita tutti coloro che sanno come funziona a contribuire e a cambiarla (implica, appunto, imparare un po' a capire come funziona).
La distinzione tra l'informazione di qualità e la comunicazione che si limita a sostenere una causa passa essenzialmente attraverso il metodo di ricerca e pubblicazione dell'informazione. Si è parlato spesso in questo blog dell'aspirazione a una sorta di "epistemologia dell'informazione". Ma si tratta di un'epistemologia che emergerà, se emergerà, tenendo conto delle condizioni reali del lavoro di ricerca dell'informazione, per connetterla e arricchirla con le considerazioni teoriche.

Un bagno di realtà si è visto oggi a Vienna, al World Editors Forum. La survey sull'evoluzione dell'industria dei giornali (crossroads) basata su un'enorme mole di dati, ha mostrato ancora una volta quali sono le maggiori tendenze in atto nell'editoria, con uno spostamento dell'asse economico verso l'Asia, una sempre più rilevante presenza delle tecnologie digitali nella vita delle redazioni e nelle strategie degli editori, una crescente e talvolta costruttiva relazione tra il giornalismo professionale e i social media. Intanto, le discussioni nei panel del Forum tra i giornalisti hanno raccontato con molti dettagli la crescente complessità del mondo dei giornali.

E un filone di conversazioni nei panel e nei corridoi è stato legato al metodo giornalistico emergente nelle zone di guerra o di tensione.

Magda Abu-Fadil, direttore del Journalism Training Programme, all'American University of Beirut, in Libano, si è chiesta come si fa a "dire la verità" nel corso di una rivoluzione. Il panel era dedicato alle vicende dei paesi arabi che hanno conosciuto un terremoto politico nel corso del 2011. «Come fanno i giornalisti a mantenersi obiettivi in mezzo a situazioni come quelle? Devono restare obiettivi? Io penso di sì». Sì, ma come? Philippe Massonnet, Global News Director dell'Agence France-Presse, dice: «Abbiamo linee guida molto strette e le manteniamo con tutte le nostre forze. Ma bisogna anche tener conto del fatto che dobbiamo proteggere i nostri collaboratori sul campo. E non possiamo far finta che non ci sia pericolo. Questo certe volte può esporli a relazioni molto strette con alcune parti in campo». Hoda Abdel-Hamid, corrispondente di Al Jazeera English dice che «raccontare quello che avviene sul campo significa usare, razionalmente, tutto quello che si trova e qualche volta gli unici disposti a parlare sono quelli che stanno protestando...». Già, anche se l'obiettivo è fare i giornalisti con obiettività, in quelle condizioni non è facile. Ma c'è forse un tema più radicale: «Quando ti confronti con una dittatura» dice Gamal Eid, avvocato e difensore dei diritti umani, Arabic Network for Human Rights, «quando ti confronti con una dittatura hai solo due possibilità: o sei contro o sei a favore». La posizione obiettiva degli osservatori e dei giornalisti è rischiosa, perché sembra cercare una terza via che per Eid non esiste. Magda Abu-Fadil ha concluso dicendo che avvicinarsi all'obiettività, con accuratezza, equilibrio e capacità di raccontare il contesto, resta lo scopo fondamentale del metodo giornalistico. Massonnet le ha dato ragione e così pure Abdel-Hamid. Ma le parole di Eid sembravano descrivere quanto pesante sia la minaccia per quel metodo in una situazione particolarmente violenta.

Ma il metodo giornalistico è stato messo a dura prova, negli ultimi tempi, anche dalla vicenda Wikileaks. Ne hanno parlato molto a Vienna. Daniel Domscheit-Berg, ex partner di Julian Assange, sostiene che Wikileaks doveva limitarsi a mettere a disposizione la piattaforma per consentire la pubblicazione sicura - per la fonte - di documenti riservati, invece di assumere un ruolo mediatico tanto importante. Ma in generale gli argomenti erano pensati dalla parte dei giornali. Come facevano a fidarsi? Potevano pubblicare materiale riservato? Stavano prestandosi a operazioni manovrate da qualcuno? I giornalisti presenti avevano un'idea generale in mente, espressa in particolare da un rappresentante di El Pais: «Wikileaks era una fonte. E la trattavamo come si fa con tutte le fonti». Ma N. Ram, direttore di The Hindu che in India ha pubblicato 5.100 documenti provocando una crisi di governo che ha messo in pericolo la coazione guidata dal primo ministro Manmohan Singh, è riuscito a farlo con un accordo preciso con WikiLeaks e il fondatore Assange. Ma Ram osserva che la complessità emersa nella relazione con Wikileaks va compresa fino in fondo. «Wikileaks ha cambiato le regole del gioco. Ha mostrato il potere della tecnologia e soprattutto il potere delle idee di libertà e giustizia. Ha dato ragione ai giornali che hanno preso il rischio di collaborare con gli hacker e i geeks. Ma mi ha anche convinto della necessità per i giornali di dotarsi a loro volta di una piattaforma tecnologica che li renda indipendenti da Wikileaks. Quanto all'idea che Wikileaks sia solo una fonte... Ho chiesto ad Assange che cosa ne pensasse prima di venire qui a Vienna. Ha risposto: "Wikileaks è ed è sempre stato un editore. Quando abbiamo materiale che non possiamo usare noi stessi o che è più rilevante per altri lo diamo per generosità e spirito di collaborazione a chi ne può fare uso". Quindi noi giornali che abbiamo aiutato Wikileaks a far uscire i suoi documenti siamo stati agenti di un altro "editore" non eravamo nella condizione tipica delle relazioni tra giornalisti e fonti di informazione. Non avessimo pubblicato noi, Assange avrebbe trovato altri».

Il metodo giornalistico, dice John Lloyd che dirige il Reuters Institute for the Study of Journalism a Oxford, contiene molti principi che evolvono costantemente. Serve a condurre l'azione dei giornalisti verso l'obiettività, non certo a garantire che la raggiungano. Ma da questo a dire che i giornalisti devono essere schierati ce ne corre.

Questo è il punto. Il principio si applica nel modo migliore possibile. Ma abolire il principio, di fatto abolisce il giornalismo: accuratezza, indipendenza, trasparenza, legalità sono necessari punti di riferimento.

Ma questo vale per chiunque faccia informazione. Chi lo fa per professione sviluppa il suo metodo artigianalmente sul campo. Chi lo fa da cittadino per contribuire alla crescita della convivenza civile può attingere alla stessa esperienza e conoscenza. Per arrivare a informazioni più facilmente e credibilmente condivisibili. Sul campo è sempre difficile applicare i principi: ma senza i principi si percorrono strade divergenti. L'informazione invece è una risorsa troppo preziosa a favore della convivenza pacifica e la discussione consapevole in una società per lasciarla andare in mano a chi ne vuole fare solo un'arma politica, ideologica o economica. I principi si comprendono affrontando la pratica: ma la pratica non è una scusa per dimenticare i principi... (cfr. Ahref e Timu)
In less than an hour, I will be speaking in Vienna, at the World Editors Forum. They asked me to tell a story about how newspapers should improve, particularly on paper. All right. That's the trap. How can I get out of it?

The Italian situation, as usual, is tragic but it is not serious.

It is not serious because we seem unable to have any serious debate at the political level about ourselves, the way we manage our public finances, the way we organize. And because we have a weird kind of government.

It is tragic also because the problem is not only in the political class. Italians that are considered functionally illiterate are around one third of the population. We used to sell 6 million print newspapers at the beginning of the new millennium - which is not much for a 60 million population - but now we sell less than 5 million.

Italians that want to know better what's happening are many. The main television channels are not generally covering facts like the trials that convinced the Economist to write about the prime minister that he is "unfit" to run Italy. So there was a market for a newspaper that covered that in a very detailed way. And Il Fatto is a newspaper on paper that has been a huge success because it printed a lot of those facts. Is the recipe a sort of "back to basic" recipe? Even Il Sole 24 Ore seems to be back to a batter circulation because it went back to its basic role of financial newspaper after having tryed to be more generalistic.

These are good signs. But the real strategy is not going to be a "back to basic" recipe.

Newpapers on paper are using a very rich and expensive display. They are part of the ecosystem. Any single story can be found in different formats and media. Paper's strenght is in its being limited and beautiful. But it will win only by having a fertile relationship with digital, web and tablet to say the least. It will always be a complex contest to work in. And the only way out is not "back to basic": the way out is "ahead to basic".

(Sorry I cut here these notes, but I need to rush to the venue...)

update: here is what the official wef blog has written...

Anche il Guardian a pagamento sull'iPad

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La nuova app del Guardian per iPad costerà 9,99 sterline al mese. Più o meno come quella del New York Times e del Telegraph, dice PaidContent.

Il prezzo appare motivato dalla ricerca di un equilibrio con i prezzi per gli abbonamenti e le vendite in edicola della versione cartacea, ma non sembra trovarlo perché tiene con ogni evidenza conto del fatto che la versione iPad non deve pagare il trasporto, la rotativa, la carta e l'edicola. Ma deve pagare quasi un terzo del prezzo alla Apple. D'altra parte, evidentemente, il prezzo non poteva essere troppo elevato, visto che comunque la vendita di app di notizie resta ancora difficile da proporre al mercato.

Sta di fatto che le app producono un fatturato per utente non troppo dissimile da quello della carta, mentre il web produce un fatturato per utente di un ordine di grandezza inferiore. Il problema delle app è che non fanno per ora grandissimi numeri di vendita. Mentre il problema delle versioni web è che pur facendo grandi numeri di lettori non arrivano sempre a fare grande fatturato. La transizione dalla carta al digitale è ancora lunga. Ma l'iPad sembra porre le basi per renderla un po' più gestibile.

Il Moebius alla Vita Nòva

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Bellissimo! Ieri a Lugano è stato assegnato il premio Moebius per le riviste originali su tablet in lingua italiana alla Vita Nòva. Una grande soddisfazione per tutti coloro che hanno lavorato alla sua creazione. E spero anche per coloro che hanno scelto di scaricarla e leggerla.

La motivazione, nelle parole di Derrick de Kerckhove, Presidente della giuria, alla consegna del
premio: «Per l'esperienza pioneristica del settore unita alla capacità di sfruttare al meglio, nella ricchezza dei contenuti e nell'armonia grafica, le caratteristiche dell'interfaccia tablet.»

La notizia sul Sole 24 Ore. Altre notizie sulle iniziative culturali di Lugano. Il sito del premio Moebius.

L'Ansa parla di Timu

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L'idea di Timu.it è semplice. La sintetizza benissimo Titti Santamato sull'Ansa: «Timu mette insieme cittadini, associazioni e comunità che desiderano contribuire all'informazione come se fossero una squadra, un 'team'».

Si tratta di c
ercare e trovare strumenti per rafforzare i cittadini che vogliono fare informazione con impegno civile e metodo condiviso. Anche cogliendo le occasioni di inchiesta collettiva che vengono lanciate e sostenute da organizzazioni (fondazioni, associazioni, imprese, amministrazioni e così via) interessate a fare emergere notizie e informazioni su argomenti che ritengono vadano approfonditi. Timu cerca di aumentare la notorietà delle persone che fanno informazione, tenta di farle conoscere ai giornali, cerca per loro un sostegno economico, propone occasioni educative e soluzioni metodologiche e pratiche. (Ansa).

Il bollino colorato in fondo a destra in questa pagina è un link al metodo di lavoro in comune che si propone su Timu, come inizio di una riflessione più ampia e condivisa. Se ritieni di voler fare informazione con accuratezza, imparzialità, indipendenza e legalità, puoi metterlo anche tu sul tuo blog...

Timu è un progetto della Fondazione Ahref.

Che cosa fanno i fondatori quando lasciano?

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Che cosa fanno i fondatori di imprese editoriali di successo quando lasciano la loro creatura alla responsabilità di altri?

1. Rifanno un'altra impresa editoriale e tutti sperano di ritrovare in loro lo stesso spirito degli inizi della prima impresa
2. Si ritirano a vita privata e vengono presto dimenticati
3. Continuano a portare idee al loro vecchio giornale, vivendolo con meno preoccupazioni e avviando nuovi progetti

Mike Arrington ha scelto l'opzione 1. (Aveva fondato TechCrunch poi l'ha venduto ad Aol per scoprire di non poter sopportare le regole della grande azienda; oppure che la grande azienda non sopportava le regole che lui si era autoimposto).

L'opzione 3 era stata quella di Kevin Kelly, direttore-fondatore di Wired. L'opzione 2 - per definizione - non si ricorda chi l'abbia scelta.

Cohn (Spot.us) va a Berkeley

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David Cohn, fondatore di Spot.us, è stato chiamato a collaborare con Berkeley per fare ricerca su nuovi modelli di business per i contenuti in rete. (Romenesko)

Populis acquista Mokono

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Il network di blog di Populis, la minimultinazionale dei contenuti nata dall'attività imprenditoriale di Luca Ascani, ha acquistato Mokono. Questa ha ora acquisito il network tedesco Adnation. (TechCrunch)

Riassunto italiano di un giorno al Mit-MediaLab

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Bernardo Parrella ha riassunto i testi emersi in rete sulla conversazione di giovedì scorso al MediaLab. Grazie! (su Ahref)

Italian media at Mit MediaLab

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logoCivicMedia.pngIt was great to meet such an incredible group of researchers who are working in one of the myth of media studies, lead by a myth of cosmopolitan, civic, active media like Ethan Zuckerman.

My contribution, it seems, has helped them to open their views in a weird way: they needed, it seems, to get over the cutting edge problems that they face in their day to day life, and to go back to where part of the rest of the world is, or where at least Italy is: somewhere in the past.

Why should such a contribution be in any way interesting? History is done by leading, innovative contexts, such as the MediaLab, but it is also done by the laggards. Italy, as I have been saying, is a laboratory of how some media decisions can go very wrong. But there is hope and, most important, responsibility to be taken.

Two messages in one: where traditional television is still very important, the social and civic media space is even more strategic. In a place such as Italy, civic media is fundamental to generate a more equilibrated media landscape. And the year 2011 will be remembered because: 1. for the first time, internet users in Italy were more than 50% of the population; 2. three national and very important referenda were won by those that campaigned online, while television was almost completely silent (id.e. adverse) about the matter.

Hope should be linked to responsibility.

The MediaLab folks showed a fantastic knowledge of what Italians have been able to contribute in terms of politically innovative usages of the media, from Antonio Gramsci to the "radio libere" movement and to Beppe Grillo's blog. But I have also stressed that those wonderful examples were also "minoritarian by design". And I sort of proposed to find some more responsible ideas, in terms of possibilities to involve a more substantial part of the population or even the majority. Civic and social media are not condemned to stay minoritarian. They are made for everybody. But what do we need to get there?

I proposed a very simple - maybe naif - approach:
1. the television age has grown illiteracy, but we need to reduce funcional and digital illiteracy to make the most of civic media;
2. following Ethan, the media space is more like an ecosystem than an industry, and the positive relationship that can be developed between professional newspapers and citizens contributing to information is going to be instrumental to the success of the whole innovative process that we are facing and living;
3. the civic media space needs a sort of practical "epistemology of information", some sort of common methodology to enlarge the space of agreement about some shared and sharable knowledge; a sort of balkanization of the civic media space would make it weaker in comparison with old-traditional-powerful media (and the danger is real).

Ahref, with Timu, is trying to propose such an approach. We will see how it is received. It is a simple approach. But just telling everybody that you follow some simple methodological principles when you generate and share information, could make a difference. A more transparent behavioural code could be embedded in a platform code to create incentives that could help grow a common space of information.

But we also added, during the discussion at the MediaLab, that participation will not be motivated by that sort of common methological pattern. It is much more likely that participation comes if there is something cool, or important, or revolutionary to do.

New formats, new initiatives, new editorial presentations for civic media project are as much important as the methodology: they motivate people, they make their ideas more noticed, they make big media more interested in reporting, they are more fun. The common methodological grownd is good for a long term objective. Formats are good for taking action.

The MediaLab folks asked me what's new in Italy about this matter. They were impressed by the lack of protests and revolutionary movements in Italy at the moment. I don't know why that happens, but it is clear that what Italians see as "cultural innovation", today, is more about finding a common space for knowledge. A common sense of what is the important information that we can share and from which we can build something new would be a revolution, for Italians: any antagonist action, while damned to lose, has also become part of the distraction strategy that has been created by the powerful media of the present.

These are some examples of what's interesting in Italy now. We can share them here as well. But it is a work in progress.

Now, how are Italians developing on that opportunity? I asked friends online to share some of the best examples they knew about civic media in Italy (thanks to all of them!!!). Here are some examples:

- shoot4change
photography as social change tool
- critical city 

creative ideas about getting together in town for learning and having fun
- suedstern
german speaking community in the North developing its culture and social impact

- kapipal
crowdfunding

- percorsi emotivi
tell stories about emotions that you link to places in Bologna
- blog sarzano (e altri quartieri genova)

bottom up social service design
- openpolis

adopting a politician to record all her/his decisions and movements
- 
procivibus (kublai)
civil protection withe the help of citizens

- Continuum innovation


a platform to organize discussions while drinking something together

- Rollsquare
where places are better accessible to everybody
- Decoro urbano
citizens share information about the quality of urban services
- Progetto e21
information and quality discussion about local administrative decisions
- Km01
linking green economy and digital agenda (slides)
- Raeeporter
informing to help the environment
- Milano abbandonata
where are wasted spaces in Milan
- Cleanap
clean the city

Ethan Zuckerman, head of the Mit Center for Civic Media, invited me to share some experiences about civic media and professional media in Italy. Here I took some notes before the speech. Here is a sort of live wiki taken during the meeting.

Here is Matt Stempeck's report (thanks!).

ethan and luca.jpg


Giornalismo educativo

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A quanto pare, la futura scomparsa dei giornali viene data più o meno per scontata in Gran Bretagna, non solo per lo scandalo News Corp. Tim Luckhurst aggiunge l'ennesima storia commentata sull'argomento.

L'angolo di questa storia si sviluppa man mano che l'articolo procede. Passa per qualche preconcetto sul giornalismo e i cittadini che fanno informazione, procede con qualche concessione al fatto che comunque non si può pretendere che un'industria che non sta in piedi stia in piedi, e conclude che il vecchio giornalismo ha molto da insegnare ai nuovi protagonisti dell'informazione che emergono come i più adatti al nuovo contesto tecnologico e competitivo.

Alla fine la nozione di ecosistema dell'informazione comincia a far breccia davvero.
Sarebbe bello se ci fosse un modo per condividere informazioni senza cedere i contenuti alle piattaforme che usiamo, se l'indirizzo sul quale pubblichiamo restasse di nostra proprietà, se il metodo con il quale pubblichiamo fosse discusso e migliorato insieme, se potessimo imparare a fare meglio quello che vogliamo fare, se ci fosse un modo per lanciare iniziative di ricerca di informazione da fare insieme e, magari, essere premiati per la qualità di quello che facciamo... Sarebbe bello, dunque, perché non tentare di farlo? Il tentativo proposto dalla Fondazione Ahref si chiama Timu. Ho contribuito anch'io a immaginarlo. E una squadra di studiosi, programmatori, esperti ed entusiasti lo ha realizzato. Sarebbe bello che chi passa da questo blog si interessasse all'idea e volesse dedicasse un po' di tempo a vedere se funziona, se può servire, come può migliorare. Come ogni beta Timu può migliorare solo attraverso una bella pratica di proposte, feedback, miglioramenti, e così via.

Di che si tratta?

I media sociali sono una grande occasione di rinnovamento del modo di informarsi e fare informazione. E il bello dei media sociali è che a loro volta non cessano di rinnovarsi. Fanno venire voglia di contribuire, magari di partecipare al processo dell'innovazione. Fanno venire in mente: "posso farlo anch'io?". Di solito la risposta è "sì".

Prima di tutto, sono le persone che li usano a creare le maggiori novità. Anche in Italia. La vicenda dei recenti referendum ha dimostrato che la rete riesce a informare e contare molto nel panorame dell'informazione: il quorum è stato raggiunto per il grande lavoro che è stato fatto da tantissime persone in rete, con l'appoggio di alcuni importanti giornali, ma non certo per l'informazione proposta dalla televisione.

In secondo luogo, il rinnovamento viene dalle piattaforme. Che a loro volta non cessano di innovare. Se ne dibatte spesso. E ce n'è bisogno. Perché si possono usare un po' meglio se si comprende come funzionano. E perché ci sono un sacco di cose che si possono migliorare.

Si parla molto di privacy, di modelli di business, di strategie delle grandi aziende e di opportunità per le piccole aziende o per i professionisti. C'è un tema che resta meno discusso di altri: gli incentivi impliciti nelle piattaforme.

Le piattaforme, proprio per come sono disegnate, contengono un insieme di incentivi, cioè favoriscono certi comportamenti piuttosto che altri. Si direbbe che, per esempio, Wikipedia sia disegnata in modo da favorire la collaborazione alla realizzazione di un progetto comune; mentre, per esempio, Facebook sia disegnata in modo da favorire l'incontro e il riconoscimento tra le singole persone, sottolineando i loro progetti e le loro curiosità personali più che un progetto comune. Quora e Ted Conversations sono disegnate in modo da favorire comportamenti seri e collaborativi, anche se non dichiarano un progetto specifico come quello di Wikipedia. Twitter sembra soprattutto orientata (e orientante) allo scambio di link di attualità, anche se non è certo solo questo.

Questi incentivi impliciti nel loro design funzionano anche quando le piattaforme sono usate per fare informazione. Il che ha delle conseguenze. Il metodo Wikipedia non ha funzionato tantissimo per l'attualità. Facebook ha un grandissimo impatto sul traffico dei giornali online, ma non sembra orientata a fare emergere un'agenda comune: piuttosto sembra favorire la moltiplicazione delle proposte di agenda. O sbaglio? Twitter va veloce e sembra fantastica per l'immediatezza dei messaggi, ma ovviamente non è fatta per gli approfondimenti che richiedono spazio e tempo: di solito ci si trova la novità ma poi si va a cercare di capire di più sui siti e i blog di informazione.

Molti temono che nella fretta delle attività che si svolgono sui social network si perda di vista la distinzione tra ciò che è informazione e ciò che è comunicazione. E soprattutto che si tenda a stare nei luoghi della rete più facilmente comprensibili, nei quali le persone la pensano in modo omogeneo. E che quindi si formino gruppi di interessi separati. Qualche volta persino ideologicamente separati. Ovviamente ciascuno può interpretare l'opportunità della rete come vuole e secondo le sue sensibilità. Ma sarebbe un'occasione sprecata non tentare di costruire qualcosa che invece incentivi a incontrare le altre persone e a collaborare con loro non in base agli interessi e alle ideologie ma a piccoli o grandi progetti di informazione da mettere in comune per obiettivi civili.

La rete è nata da un insieme di culture orientate alla collaborazione. Si sa che i militari l'hanno finanziata all'inizio, ma si sa anche che le prime applicazioni vere sono state portate avanti dagli scienziati. E gli scienziati partono - quasi sempre - da quella meravigliosa cultura della condivisione, da quell'idea che la ricerca vada avanti correttamente e creativamente solo se ci si scambiano i risultati degli esperimenti, solo se ci si critica in base a un metodo comune. Senza farne una questione personale, perché in fondo si lavora - si dovrebbe lavorare - per l'avanzamento della conoscenza di tutti.

Alla cultura degli scienziati si è unita fin dalle origini della rete la cultura degli hacker orientati a comprendere e innovare le macchine in modo da favorire la collaborazione e lo scambio di risorse. Inoltre, in quella cultura si è sviluppato il valore di "fare qualcosa" senza subire passivamente l'andazzo generale. Infine, la pratica del lavoro nell'open source è riuscita a far crescere un insieme di tecniche per il miglioramento della qualità complessiva dei prodotti che emergevano dalla collaborazione.

Gli economisti dei beni comuni, i giuristi dei creative commons, hanno poi aggiunto consapevolezza sulle forme con le quali il diritto d'autore e le altre nozioni collegate alla produzioni di contenuti possono essere orientate verso la collaborazione.

Quelle culture originarie hanno influenzato molto anche i modi con i quali gli utenti hanno lavorato all'informazione. I blogger hanno imparato subito a citarsi vicendevolmente per riconoscere il lavoro fatto dagli altri, in nome della crescita dell'informazione di tutti.

Certo, l'impetuosa crescita dell'uso della rete, ha qualche volta messo in secondo piano queste istanze, a favore di altre finalità perfettamente legittime: il successo commeciale, la notorietà, la promozione di movimenti, l'aggregazione di comunità di interessi, e così via. Di certo, non è passato di moda il senso della collaborazione, ma vale la pena, ogni tanto di ribadirlo.

La collaborazione nella produzione di informazione si può basare soltanto su un metodo condiviso. E anche questo metodo va ogni tanto ribadito. Soprattutto nell'ambito dei civic media usati dai cittadini.

Non occorre molto, probabilmente. Il metodo che distingue l'informazione dalla comunicazione generica, in fondo, può avere una formulazione relativamente semplice: chi vuole che la sua informazione serva con una certa qualità verificabile in nome della collaborazione tenta di solito di produrla con accuratezza, indipendenza, imparzialità e legalità.

Perché non dichiararlo esplicitamente? Per farlo si può anche pubblicare un'icona tipo quella che si trova anche in questo blog in basso a sinistra, vicino all'icona di Creative Commons. È una delle possibilità che si aprono usando Timu. Che è una beta. E ha bisogno di feedback. (L'icona stessa è in elaborazione...).

Il 15 settembre ne parlo al MediaLab con il gruppo Civic Media col magico Ethan Zuckerman. Spero di andarci con un bagaglio di esperienza, reazioni, consigli...

Rappresentanza, politica e informazione

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La parola "rappresentare" vive sia nell'ambito della politica che in quello dell'informazione. Se i politici ci rappresentano fanno qualcosa in più preciso di essere semplicemente eletti. E se i giornali ci rappresentano fanno qualcosa di più preciso di essere semplicemente letti. Perché ci sia rappresentanza occorre una sorta di corrispondenza tra quanto dicono, i politici e i giornali, e quanto accade davvero al loro rispettivo "pubblico". In un certo senso, anche le due crisi della rappresentanza, politica e informativa, hanno radici comuni.

Ma il vento sta cambiando...

Se però la crisi della politica è ampiamente dibattuta, con passione, la crisi dell'informazione resta vagamente più specialistica. Eppure le loro storie si intrecciano continuamente.

Sono riflessioni emerse durante la presentazione a Pesaro di Cambiare pagina nel mezzo di un evento dedicato alla politica.

Cambiare pagina, a Pesaro

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Tra poco, alle 19.00, allo spazio liberia in Piazza Collenuccio di Pesaro, Jacopo Tondelli de Linkiesta è tanto gentile da presentare "Cambiare Pagina".

Il libro si rivela un percorso di suggestioni sui media che si trasformano, un po' difficile da apprezzare senza condividere una profonda empatia per chi vive il mondo raccontato nella prospettiva costruita dai media, subendoli o partecipando. Mi rendo conto che questo è un difetto. Quasi.

E quindi grazie a chi ha la pazienza di leggerlo.
Sull'Economist di questa settimana i nomi italiani abbondano.

Quelli che riguardano la politica, salvo qualche rara eccezione, sono trattati come al solito. Incapaci di decidere, orientati a rovinare l'Italia, conservatori della specie peggiore: quella che conserva il peggio.

Quelli che innovano, si trovano nel Technology Quarterly: sono stranamente numerosi e fanno tutt'altra figura. C'è Mario Ploner, della Tecnomeccanica Biellese, che racconta di una tecnologia per raccogliere il petrolio che finisce in mare, basata sulle proprietà della lana. C'è Giancarlo Galli, dell'università di Pisa, citato in un articolo sulle tecnologia per l'efficienza delle navi, che usa dei polimeri capaci di attrarre l'acqua da un lato e respingerla dall'altro. C'è Alessandro Bottaro, dell'università di Genova, citato in un articolo sulla tecnologia del volo per aver sviluppato un materiale che ha caratteristiche simili a quelle delle più piccole piume degli uccelli.

Poi c'è Antonio Spadaro, citato dall'Economist per il suo articolo sulla Civiltà Cattolica che ipotizza una relazione tra l'etica hacker e la visione cristiana. Viene segnalata anche l'iniziativa di Marco Fioretti e del suo gruppo che si occupa di incoraggiare la chiesa cattolica ad adottare il software open souce.

Non sono sicuro che non ci siano altri italiani nel Technology Quarterly. Da un lato perché non so se Luana Iorio che lavora alla Ge e ha studiano negli Stati Uniti sia italiana, anche se il nome lo lascia sospettare. E dall'altro lato perché non ho letto l'Economist, l'ho ascoltato nella fantastica versione audio per il cellulare, guidando: il fatto è che la pronuncia dei nomi italiani dei peraltro ottimi speaker è un po' dubbia. Bailise e Ciaivilta - al posto di Biellese e Civiltà - le ho decodificate non so se ci sono riuscito in tutti i casi.

Metodo scientifico nell'informazione / update

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Si diceva in un precedente post che Robert Niles sostiene che i giornalisti dovrebbero imparare il metodo scientifico. E ne scrive sulla rivista di Online Journalism (Ojr). Sull'argomento torna Matt Thompson con un pezzo che va letto. E riletto. Per gli impazienti si conclude così:

"Journalism isn't science, and science isn't perfect. In fact, there are many ways that the field of science is falling behind journalism in adapting to changes in our society. But I've only started to scratch the surface of how journalism can build on the practices science has evolved. I'm really interested to hear how journalism might benefit from concepts analogous to peer review and theory construction.
So, keeping with Lippman's exhortation that we approach journalism in "the scientific spirit," let's make this an ongoing conversation, not an end point. I hope to continue this discussion in a SXSW session I've pitched with my friend Gideon Lichfield, a journalist with the Economist who has two degrees in the philosophy of science. And I invite you to share your thoughts with me in the comments section of this story."

Al post precedente avevano aggiunto le loro considerazioni:

Mario Todeschini Lalli:
Sono uno storico per formazione, quindi il riferimento di Luca al metodo storico per il giornalismo non può che trovarmi d'accordo al centro per cento. Tuttavia, nel nostro Paese, dove la cultura scientifica continua ad essere considerata solo come "tecnica"(provate a contare quante lauree in materie non umanistiche si trovano in una redazione classica) l'appello di Niles mi sembra particolarmente utile. Tanto più che di tutto il metodo scientifico, alla fine per il giornalismo punta essenzialmente sulla verifica e - specialmente - sulla verifica reciproca. E' un punto essenziale del metodo scientifico, lo è anche del metodo storico (nella misura del possibile), dovrebbe essero costitutivamente del metodo giornalistico. Sappiamo tuttavia che non è così. Anzi, nelle redazioni tradizionali c'è una tendenza a ignorare quello che fanno gli altri a meno che non ci sia una ragione politico-editoriale per fargli le pulci.

ed Emanuele:
A pensarci emerge la criticità del giornalismo, che non ha il paravento di una metodologia per la ricerca solida, tanto da renderlo immune in un suo proprio paradigma. Dovrebbe attingere a tutti e tre i metodi e rendere pertinenti i tre tipi di conoscenza che alimentano una notizia. La conoscenza diretta, ovvero i fatti più o meno grezzi con cui il giornalista entra in contatto, la conoscenza competenziale che con l'esperienza gli permette di sapere come trattare una varietà di valori notizia e le fonti conoscitive, che lo mette nelle condizioni di verificare se una conoscenza è vera con una molteplicità di testimonianze: documenti, memorie, dati, credibilità del testimone. Un'aspetto interessante sarebbe quello di far emergere anche i presupposti non verificabili o non verificati degli assunti teorici che guidano la propria teoria, o meglio quale teoria implicita orienta la sua conoscenza. Ogni professione ne ha a vari livelli, dai più generici fino a quelli che caratterizzano la persona. Provo a rendere l'idea con una situazione banale avvenuta la settimana scorsa. Mi sono recato all'agenzia delle entrate per chiedere delle spiegazioni in merito una dichiarazione dei redditi per un famigliare. Il mio intento era conoscere la correttezza delle aliquote applicate ma quello che in realtà cercavo era di verificare se avessero commesso un errore (un pò come la falsificabilità Popper). Alla prima domanda postami dal funzionario per sapere la mia esigenze, ho risposto che "volevo fare una verifica", e dallo sguardo sbalordito con cui mi ha guardato ho avvertito che avevo toccato un termine tecnico inappropriato. Nel loro implicito "verifica" significa riscontro dell'illegalità e non della correttezza, come è ovvio infatti. Per il giornalismo credo che siano molto rilevanti le assunzioni sul concetto di verifica, difficilmente possono essere trattate alla stregua di quelle di un venditore di hamburger, al quale basta contare il numero di teste che lo hanno gradito.

La Vita Nòva - 1.2

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Domenica esce il nuovo numero de La Vita Nòva... Un sacco di cose nuove. E una lunga storia sulla nuova vita digitale dei fumetti.. Speriamo possa interessare..

Modelli di business delle news

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Si diceva - chiosando Quintarelli - che l'economia delle news è in piena evoluzione, anche se per gli editori questo significa cambiare parecchie cose. Nella consapevolezza che il web riesce ancora poco a compensare le difficoltà dell'analogico.

Anche il Giornalaio sta lavorando su questo argomento con una serie di ricchi articoli.

Quello che è interessante è comprendere il posizionamento del "giornale". Semplificando, le categorie principali sono: basso valore aggiunto e tanto volume, oppure alto valore aggiunto e basso volume? E' vero che in basso valore aggiunto e basso volume si chiude, mentre ci vogliono dei veri maghi per fare alto valore aggiunto e alto volume.

La carta consente di difendere il valore aggiunto, ma i volumi stanno scendendo. Mentre il web fa alti volumi, ma è difficile che siano abbastanza alti in una condizione di valore aggiunto tanto basso come quella tipica del web attuale. La soluzione, suggeriscono le fonti del Giornalaio e si intuisce dalla storia dello strumento, potrebbe essere nell'evoluzione del tablet...

Certo, che occorre interpretare lo strumento.
Grazie a Napo si scopre che esiste un sistema che consente la collaborazione tra chi cerca notizie nei dati e chi programma. ScraperWiki. Via SummerSchool Iulm-Ahref.

Economia delle news

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Stefano Quintarelli ha scritto un importante post per rispondere alla domanda: i giornali (quotidiani) possono sopravvivere solo con internet? La sua risposta è "no", "dipende", in realtà pochi.

Molte delle conclusioni dipendono dalle definizioni di partenza.
1. Se le news sono commodity, il settore tende fatalmente alla concentrazione.
2. Il prodotto dei giornali sono i mediagrammi, contenuti che possono essere fruiti su diversi supporti. Quindi la loro monetizzazione dipende dalla capacità di rivendere il prodotto su diversi supporti.
3. I diversi supporti sono adatti alle diverse ergonomie e dunque demografie. La carta è usata dagli utenti più anziani, il digitale dai meno anziani. La demografia stabilisce il risultato finale, a sfavore della carta.

La conclusione è una nuova definizione di editore: "colui che monetizza l'attenzione del cliente. (nel massimo numero di modi e occasioni possibili)".

Ne consegue un'immagine finalmente chiara di uno scenario strategico per un editore di notizie di servizio. Come il Sole 24 Ore, al cui prodotto Stefano esplicitamente si riferisce parlando dell'informazione cui si riferisce. Ma è consapevole che ci sono "giornali e giornali" e che dunque le sue conclusioni valgono soprattutto per gli editori che si occupano di informazioni di servizio.

Mi piacerebbe aggiungere qualche considerazione.

Che cos'è l'informazione di servizio? E' l'informazione della quale si può fare qualcosa, cioè in base alla quale si prende una decisione (sul lavoro o per la vita personale). Il problema è che si perndono decisioni in base al contenuto specifico dell'informazione, all'interpretazione dell'informazione, al momento in cui si riceve quell'informazione, alla credibilità dell'informazione. Inoltre, l'informazione di servizio è anche quella che prepara a prendere meglio le decisioni in futuro: dunque è formativa. Infine è informazione di sevizio anche quella che ispira i lettori a generare nuovi pensieri che a loro volta provocheranno nuove visioni della realtà che consentiranno loro di prendere decisioni innovative. Insomma: il servizio dell'informazione è relativo alla qualità dell'informazione, all'ergonomia dell'accesso all'informazione, al quadro interpretativo nel quale quell'informazione è compresa. I giornali di servizio influiscono su tutte queste dimensioni: dalle decisioni immediate e quotidiane, in qualche misura routinarie, relative a una situazione attuale, fino alle decisioni rare e difficili, fondamentalmente innovative, in ogni caso relative a una visione orientata alla costruzione del futuro. Il che significa che l'informazione è di servizio solo quando serve effettivamente, o si ritiene che possa servire, o si scopre che è servita. O ispira un nuovo modo di valutare che cosa serve fare, imparare, immaginare.

La conquista dell'attenzione che l'editore deve monetizzare in tanti modi è dunque un oggetto molto complesso, anche nel caso limitato dell'informazione di servizio. Ed è complesso, come dice Stefano, definire i confini dei business nei quali quell'attenzione viene monetizzata.

Carlo Alberto Carnevale Maffè si interroga su quali siano i mercati nei quali opera l'editore. E concorda con Stefano quando dice che le forme di monetizzazione devono essere le più varie. Ma aggiunge alcune categorie di ragionamento. C'è il servizio di dare un'informazione, c'è la sua autorevolezza. In quali mercati si scambiano questi valori?

Evidentemente, lo specifico dato dell'informazione è in un mercato definito dall'efficienza con la quale si distribuiscono le notizie. Come dice Stefano è una tecnologia crossmediale che consente al pubblico di essere raggiunto o di raggiungere le notizie in molti modi diversi.

Tra l'altro le fonti dei dati si moltiplicano. Perché ogni generatore di dati può decidere di metterli a disposizione del pubblico senza farsi intermediare da un editore (il che avviene: dalla borsa di Milano alla Camera dei Deputati).

Il digitale infatti non incide soltando sulla distribuzione delle notizie da parte degli editori, ma da parte di tutti coloro che possono condividere notizie. Comprese le fonti abituali dei giornali.

In questo contesto, il servizio può essere:
1. servire il pubblico con un algoritmo che consenta di trovare velocemente le notizie, soprattutto quando il pubblico sa quali notizie cerca
2. servire il pubblico con una redazione che metta in fila le notizie nel modo migliore per l'utente che non vuole perdere tempo a pensare quali sono estattamente le notizie che cerca

E' chiaro che il lavoro umano può vincere quando entra in campo non solo l'efficiente reperimento dei dati ma anche una sorta di giudizio sulla loro importanza.

L'autorevolezza dipende da una storia di servizio corretto e di interpretazioni ragionevoli. I beni esperienza non valgono in quanto se ne conosce il costo o il prezzo, ma in quando il pubblico sa per esperienza che chi li offre ha dimostrato di offrire beni che hanno valore.

Le fonti dell'autorevolezza sono nella ricerca necessaria a curare correttamene la valutazione delle notizie, nella qualità del design dell'interfaccia per l'accesso a quelle notizie, nella trasparenza del metodo interpretativo adottato dalla redazione.

In sintesi. Ci sono diversi mercati.

Quando si parla di dati informativi, notizie secche in quadri interpretativi stabili, risultati attesi di fenomeni conosciuti, il servizio è fondamentalmente orientato a ridurre al minimo il tempo necessario al pubblico per sapere quello che vuole sapere. E l'attenzione è relativa agli interessi precisi e noti dell'utente. In questo mercato, si vede una forte concentrazione. Si fanno bassi margini e si vince con gli alti volumi. La qualità e il design sono orientati a massimizzare la comodità per il pubblico di usare i dati, conoscerli proprio quando servono, dare la possibilità di agire nel quadro di un'attività abituale o prevedibile. Il valore è nell'affidabilità, comodità, usabilità delle notizie. In questo mercato vincono in pochi: i più efficienti e tecnologicamente innovativi. Di solito, gli editori che si occupano di questo comparto temono la concorrenza di Google.

Quando si parla di autorevolezza il discorso cambia. Autorevolezza non è affidabilità. L'autorevolezza serve se spinge l'azione e il pensiero oltre l'immediato e l'abituale. Un modo per valutare l'autorevolezza è la penetrazione delle notizie nella conversazione che gli utenti coltivano con i loro pari. E una notizia di servizio è autorevole non quanto spinge a un'azione immediata, ma genera un pensiero che l'utente trova importante, tanto da discuterne con gli altri o addirittura tanto da spingerlo a cambiare idea intorno alle azioni che dovrà compiere in futuro. L'autorevolezza vale per i gruppi di utenti simili e diventa una sorta di canale di coordinamento. Oppure vale per gli individui e diventa ispirazione al cambiamento, all'approfondimento, al miglioramento di se. In questo senso, gli editori che si occupano di lavorare sull'autorevolezza possono fare un valore aggiunto maggiore, ma devono dimostrare di valerlo investendo in ricerca, innovazione, qualità dell'informazione. E spesso questo riesce per temi specialistici. Il caso dell'Economist è probabilmente un esempio di questo tipo di editore. E l'Economist non è preoccupato della concorrenza di Google.

Il giornale efficiente e affidabile è uno strumento. Il giornale autorevole è una voce che parla dopo avere fatto una ricerca profonda e riconoscibile.

Nel primo caso ci sarà concentrazione. Basso valore e alto volume. Nel secondo caso ci sarà concentrazione forse per ogni settore, ma i settori sono molti.

In tutti i casi, i costi andranno aggiustati ai ricavi.

I giornali non spariscono se non quando i costi superano il fatturato per un tempo più lungo di quanto consenta il capitale. E il tempo si allunga man mano che gli editori riescono a ridurre i costi. O a moltiplicare il fatturato entrando in nuovi mercati.

Il nuovo equilibrio non è in vista.

Ma la storia insegna che l'editoria è nata dal controllo della stampa e si è evoluta con la definizione del copyright. Oggi la tecnologia non è più controllata dagli editori e il copyright è messo in discussione non solo dalla pirateria, ma anche dalle nuove opportunità che si aprono per gli autori e le fonti di informazione.

Inoltre, la scarsità non è più lo spazio sul quale si può pubblicare, che era controllato dagli editori; quello che è scarso è piuttosto il tempo, l'attenzione e la capacità di riconoscere autorevolezza, cioè è più relativa alle risorse del pubblico: il baricentro, nell'equilibrio nella determinazione del valore, è passato dall'offerta alla domanda.

Per questi motivi, il business degli editori è davvero difficile.

Lo scenario numero uno è che i nuovi controllori della nuova tecnologia siano in grado di evolvere in editori: l'autore del libro venduto a un dollaro in più di un milione di copie direttamente sulla piattaforma di Amazon è un caso che fa pensare a un'evoluzione del genere. E' stato l'autore a farsi pubblicità via Twitter e a conquistare attenzione e lettori. E Amazon gli ha garantito una percentuale molto superiore a quella che gli avrebbero concesso gli editori tradizionali.

Lo scenario numero due è che gli editori evolvano. Imparando a innovare. Imparando la nuova tecnologia e le sue logiche. Abbattendo i costi. E scegliendo se giocare sul mercato dei volumi a basso valore aggiunto oppure se cercare alto valore aggiunto: puntando sull'autorevolezza, dunque investendo in ricerca, metodo, qualità del design. Capacità di giocare su molti display e molti media. Capacità di ispirare.

Indubbiamente, lo stanno tentando. La questione non è sapere se spariranno i giornali. La questione è se i giornali faranno in tempo a evolvere, prima di finire i soldi.

In Italia, dove l'evoluzione è lenta, i giornali possono andare più veloci. O adeguarsi ai ritmi del resto del sistema. Nel primo caso sono favoriti. Nel secondo sono parte del problema.

Le sole domande sbagliate sono quelle che riguardano la supposta contrapposizione tra carta e digitale. Perché non c'è contrapposizione. Imho.

Casomai il tema è come si valorizzano i vari tipi di servizio sui vari tipi di tecnologia.

Si può dire con certezza che il valore monetario percepito da chi compra il giornale di carta è ancora superiore al valore percepito di chi usa il sito. E che le formule sul tablet o in pdf, per qualche motivo, sono in grado di avvicinarsi al valore percepito della carta.

Per quale motivo? Perché alludono al design della carta. Alludono cioè al servizio di gerarchizzazione, visione panoramica delle notizie, limitatezza del numero di notizie da sapere, interpretazione. Il valore monetario percepito nelle versioni per tablet o contiene quel qualcosa in più della somma degli articoli cui gli utenti sono abituati dal tempo della carta.

C'è l'eredità del mix tradizionale di servizio di accesso alle singole notizie e di autorevolezza del prodotto che le impacchetta in un insieme dotato a sua volta di senso. Capace di far parlare di sé. Che ispira.

E allora si può pensare che per questa via si possa riconfigurare il giornale digitale in modo che a partire dall'allusione al giornale tradizionale possa conquistare anche in digitale un valore d'uso e un valore di ispirazione per il quale gli utenti siano disposti a pagare (denaro e tempo), il che si traduce in un biglietto di entrata o in pubblicità di maggior valore.

Per i siti, la velocità di utilizzo e la infinità di notizie, il tempo reale e la mancanza di confini, riduce la percezione di un servizio interpretativo e mette il giornale a confronto troppo ravvicinato con altri servizi che partono da strutture di costo e modelli di business molto diversi. I siti servono, se servono, a inserire le notizie nel flusso delle attività quotidiane delle persone. Creando un ambiente in più che può avere senso economico se trova una monetizzazione diversa dalla semplice pubblicità. Può essere un canale di vendita? Può essere un club? Può far conoscere altri prodotti a maggior valore aggiunto? Di certo, fa raggiungere al brand un numero di persone superiore. E su questo, solo su questo, si può lavorare.

Se tutto questo è vero, i prodotti sono diversi come i diversi servizi che svolgono. Non è tanto vero che si possono usare le stesse notizie sui diversi device. E' vero che si devono tagliare le notizie in modo diverso per i diversi scopi che hanno. E che gli editori devono tentare non di rivendere in tanti modi le stesse notizie, ma le stesse competenze delle redazioni.

Le conseguenze sulla struttura redazionale sono importanti. I gruppi di lavoro, composti di redattori, designer e programmatori, abilitano gli autori competenti delle loro materie a pubblicare ciò che il pubblico cerca nei diversi device. Servizio immediato e in tempo reale sul sito, autorevolezza e unicità sulla carta e il tablet. Ne vengono fuori matrici di lavoro attraverso le quali i giornalisti sono suddivisi in squadre organizzate per competenze contenutistiche e per piattaforme di fruizione.

Ma attenzione. Alla fine, il lavoro ad alto volume e basso valore aggiunto porta fatalmente alla concentrazione degli operatori del mercato. Mentre ciò che distingue e mantiene in vita la diversità delle voci resta la ricerca costante dell'autorevolezza.

E l'autorevolezza non è più data. Si conquista: con la ricerca che prepara la generazione di contenuti, con l'innovazione tecnologica che porta gli editori tradizionali a comprendere meglio la nuova tecnologia (l'acquisto di Zite da parte di Cnn è parte di questo), con la trasformazione del design in modo che sia percepito il valore dell'insieme del giornale e non solo la somma delle notizie che lo compongono...

Il valore del pubblico di un giornale

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Dave Winer ha una domanda: perché i giornali come il New York Times non adottano una funzione come quella di Quora? Un buon social network orientato a far venire fuori risposte buone a domande difficili potrebbe essere finalmente un modo serio, dice Winer, per valorizzare le qualità del pubblico di un giornale in funzione di ottenere un'informazione migliore. Winer pensa che il vero asset del giornale non sia chi lo fa ma chi lo legge. E questo punto di vista aiuta sempre a fare ragionamenti interessanti.

Metodo dell'informazione

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Robert Niles propone che i giornalisti imparino il metodo scientifico. E ne scrive sulla rivista di Online Journalism (Ojr).

Ovviamente, l'epistemologia non è una disciplina priva di dibattito e di punti di vista diversi. Del resto, il metodo scientifico ha tanti aspetti: non è lo stesso applicarlo al laboratorio di chimica e all'archivio storico, per esempio.

Ma l'argomento è fondamentale per i giornalisti e per chi si occupa di informazione. La qualità dell'informazione discende essenzialmente dal metodo con il quale viene raccolta e pubblicata.

Probabile che l'informazione abbia più spesso a che fare con il metodo degli storici che con quello dei chimici, anche se non è per nulla escluso che serva anche quello talvolta. Il metodo degli statistici, poi, dovrebbe diventare davvero pane quotidiano.

Di certo, occorre umiltà. A questo proposito, la prossima settimana uscirà una proposta pratica della Fondazione Ahref. Tutta da discutere. Una vera beta.

Il quotidiano online in classe

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Con il New York Times comincia l'era del quotidiano in classe, in versione online. Di educativo, parrebbe, c'è anche l'idea che l'accesso al giornale online, normalmente, non sarebbe gratis, ma per la scuola lo diventa. (Nieman)

Imparzialità all'Economist

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L'Economist si chiede se i giornali devono essere imparziali. E lancia una piccola richiesta di opinioni.

«IN A world where millions of new sources of news are emerging on the internet, consumers are overwhelmed with information and want to be told what it all means. As we note in our special report, America's highly profitable Fox News channel is not the only news organisation that is unafraid to say what it thinks and is prospering as a result. Other examples include the Al-Jazeera television network, with its unabashed support for Arab reform and, indeed, The Economist, which has been proudly banging the drum for free trade, internationalism and minimum interference from government since 1843.

The idea that journalists should be "impartial" in reporting news is, in fact, a relatively recent one, and finds most support in America. In Europe overt partisanship in newspapers is widespread and state-run television channels often have party allegiances.

Some commentators welcome the rise of a partisan press, provided it is accompanied with a new emphasis on transparency. They are often sceptical about news organisations that claim to be impartial--one example being Britain's BBC, frequently accused of left-wing bias despite its statutory requirement to be balanced. These sceptics argue that instead of pretending to be completely lacking in biases and opinions, journalists should be open about any financial interests or political leanings that may colour their reporting, and provide much more detail on their source material, so that their audiences can evaluate the strength of their arguments. Others argue that this would hardly compensate for the loss of a commitment to giving all sides of a story, to make it easy for audiences to form their own judgments.

So, even in the internet age, should respectable news organisations strive to be fair and balanced? Your views, and votes, are most welcome.»

Secondo me, l'Economist segue un metodo più che ottimo. Basa le sue opinioni su una ricerca di fatti e su una cultura interpretativa forte. Non sceglie tutto in base a posizioni partigiane in favore di per questo o quel potere, per quello che vedo di solito. In questo senso, ha opinioni e ne fa, ma non ne è dominato e non tenta di manipolare i lettori anche quando tenta di convincerli. In ogni caso, al di là del caso dell'Economist - sul quale come su ogni caso specifico si può discutere a lungo - l'idea è chiara: trasparenza culturale, empirismo, orientamento all'interpretazione sono tutto tranne che partigianeria. Imho.

ps. Visto il modo in cui è stata posta la domanda, peraltro, la risposta era scontata: «should respectable news organisations strive to be fair and balanced?»; risultato un buon 75% di sì, nel momento in cui pubblico questo post...
Retwittare ha molti significati. Può voler dire "mi interessa", "mi incuriosisce, "mi piace", dunque dovrebbe interessare, incuriosire e piacere anche agli altri. Nessuno è impegnato esplicitamente a dichiarare perché retwitta. Ma forse è tempo di una riflessione.

In effetti succede spesso che si retwittano rumors, voci incontrollate e non controllate. Ne parla GigaOm.

È chiaro che ciascuno fa ciò che preferisce coi tweet, ma vedere le cose solo dal punto di vista individuale non è più sufficiente, perché esiste anche la dimensione collettiva e questa ha delle conseguenze. Twitter è uno strumento di coordinamento collettivo e fa parte del megainsieme dell'intelligenza collettiva. Il risultato collettivo del modo in cui ciascuno usa Twitter ha degli effetti. Se questo è vero le regole che si seguono nell'attività di twittare - implicite o esplicite - sono a loro volta molto influenti sulla qualità dell'intelligenza collettiva. Si potrebbe riflettere su regole individuali di azione che tengano conto della responsabilità di ciascuno nei confronti della qualità dell'intelligenza collettiva e che prevedano per esempio che si retwitta solo dopo aver verificato che una frase riguarda una notizia controllata o una semplice voce non controllata. L'incentivazione di una singola regola probabilmente è oggi legata solo alla credibilità di lungo termine di una persona che contribuisce via Twitter all'informazione: chi twitta troppe volte una notizia che invece era una bufala rischia di perdere credibilità. Se questo fosse almeno esplicito e consapevole, l'incentivo sarebbe più forte. E si potrebbe distinguere tra le notizie, i commenti e le voci. Impossibile stabilire tutto questo per regola cogente: ma parlarne può forse rendere più probabile un comportamento di maggiore qualità. Imho.

Gamify

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Il Giornalaio segnala Gamify una piattaforma per la gamification. Di che si tratta?

Come dice Jane McGonigal la realtà è troppo meno divertente del gioco. E parla di un "esodo" di milioni di persone dalla realtà per vivere intensamente nel gioco. Si può fare di più. Perché questo di per se non è un fenomeno divertente. E anzi può apparire desolante.

L'idea della gamification parte dalla constatazione che le logiche del gioco - dal feedback immediato al divertimento di confrontarsi con i risultati degli altri all'interno di storie chiare e ben raccontate - sono capaci di migliorare l'impegno delle persone. La gamification tende a portare le logiche del gioco nelle attività quotidiane, dal lavoro all'interazione con le istituzioni e i servizi.

Certo, ci sono giochi che fanno sentire come appartenenti a una cultura underground che pochi altri comprendono, dunque in un certo senso privilegiati. C'è una cultura dei game per early adopters che è probabilmente molto diversa dalla cultura mainstream. Su queste differenze ci sarà da riflettere parecchio.

Inoltre, è chiaro che un conto è avere feedback immediato sulla propria capacità di superare sfide difficili, una sorta di flow; un altro conto è mettere tutti in una condizione di giocare a vincere una partita, a scalare una classifica, a battere gli altri. Questa interpretazione del game non è l'unica, ma può essere troppo attraente e dunque pericolosa.

C'è dunque molto da fare anche per gli editori. E se ne parlerà ancora a lungo.
Un articolo da leggere di Ari Melber su The Nation. Discute del trattamento riservato dai giornali alla decisione sul debito americano. E si domanda: è giusto dare a tutte le posizioni politiche lo stesso spazio e la stessa credibilità?

Un giornalismo equilibrato, si dice, deve dare spazio a tutte le opinioni politiche in gioco. Ma se le posizioni politiche esprimono valutazioni basate su fatti inesistenti, sbagliati o imprecisi, vale la stessa regola? Se fosse vero, i comunicatori politici potrebbero spostare l'equilibrio della discussione in direzioni del tutto astratte dalla realtà, semplicemente sparando le più incredibili boiate. E a quanto fare, lo fanno. Non solo in America.

Mantenere un'innocente equilibrio tra tutte le posizioni, riportando opinioni basate su invenzioni, non è indipendenza e non è accuratezza. E' equilibrismo. Riportare tutte le posizioni, accompagnandole con una critica dei fatti addotti a prova della loro sostenibilità, non è partigianeria, ma servizio al lettore. Di sicuro, è più difficile. Molto più difficile.

Felicità con misura

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La misura della felicità è oggetto di uno studio dell'Office for National Statistics britannico. L'inadeguatezza delle misure tradizionali è ormai evidente. Il Pil non è più la bussola della quale la gente avverte il bisogno. Ma sostituirlo resta un problema enorme.

E' un po' come un sistema operativo standard di fatto: difficile sostituirlo anche quando ce ne sono in giro di migliori, a causa dell'effetto-rete.

L'Office for National Statistics propone molte considerazioni importanti e dimostra che l'elaborazione è in corso (via Vincos). E mette a disposizione una well-being knowledge bank, con reports e working paper.

Il bello è il punto di partenza: vogliono arrivare a un set di misure che siano riconoscibili come davvero importanti per la popolazione.

Si parla dei bambini, dell'ineguaglianza, della salute, dell'equilibrio tra lavoro e vita sociale. E molte altre cose.

I numeri offrono un modo fantastico per raccontare i fatti. Purché appunto i concetti che misurano siano comprensibili, interessanti, vicini a chi li usa, orientati a fornire una prospettiva d'azione che sia davvero importante.

Probabilmente

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"The more people who participate in the press the stronger it will be. I'm not ready to give that idea up". Lo dice Jay Rosen. Ed è chiaro che lo dice a ragion veduta, tenendo conto di tutte le discussioni sulla qualità delle informazioni, delle controinformazioni, delle confusioni, disattenzioni e partigianerie della rete. Come mostra anche in questa intervista a The Browser.ù

Il fatto è che i difetti sono problemi e i problemi hanno soluzioni, che qualcuno troverà. Grazie alla quantità di persone coinvolte, è probabile che qualcuno la troverà. Prima o poi.

E' una questione di probabilità anche il pregio: la quantità di persone che partecipano aumenta le probabilità che tra loro ci sia anche chi ha davvero informazioni importanti.

Si tratta di smettere con la critica - vagamente snobbish - alla crescente partecipazione, ma di rimboccarsi le maniche e contribuire con opportunità, piattaforme, abitudini, incoraggiamento, attenzione, per aiutare le forme di partecipazione di elevata qualità e contenere quelle di scarsa qualità. Imho.

Murdoch: la rete batte la gerarchia

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Per Paul Mason, BBC, il caso News of the World è una dimostrazione del fatto che qualunque gerarchia molto verticistica prima o poi perde di fronte alle dinamiche della rete.

L'ultima copia del News of the World

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L'antico giornale inglese, The News of the World, che Murdoch aveva comprato per portarlo a una diffusione stellare a suon di scoop ottenuti da una redazione guidata da persone senza scrupoli, arriva all'ultima copia molto prima del New York Times. Un giornale finisce: non per mancanza di lettori sulla carta, non perché i motori di ricerca portano via fatturato, ma perché perde credibilità. E in questo caso la credibilità è stata irrimediabilmente perduta. 

La storia è orribile. I giornali hanno raccontato in ogni dettaglio il male inflitto a una famiglia da giornalisti che interferivano nelle indagini sul rapimento della figlia pur di avere notizie in anteprima, con la conseguenza di favorire, si presume, l'assassinio della bambina.

Se ne parlava qui sul blog. Da leggere Guardian (primo sulle notizie), Independent, PaidContent. E oggi l'Economist.

Murdoch ha deciso di chiudere non per etica ma perché ha capito che il giornale non avrebbe avuto più inserzioni pubblicitarie. Ma il mercato è fatto di persone: le persone non avrebbero voluto più avere niente a che fare con quella gente e quel giornale. Fino all'ultimo Murdoch ha tentato di negare. Poi ha mollato tutto. Stop loss.

Tutti i ragionamenti sull'innovazione che si deve realizzare per rilanciare il giornalismo sono importanti. Ma come ogni mezzo devono avere un fine. Il fine del giornalismo è servire il pubblico, in modo trasparente e chiaro, divertente e professionale... Da qui si riparte. Ed è qui la più grande difficoltà, per giornali che si sono guadagnati un'immagine per cui il pubblico li vede compromessi con il servizio ai potenti di turno o la ricerca del profitto a tutti i costi. Ripartire da qui, dunque, è difficile. Ma è una difficoltà che vale la pena di affrontare. Perché se si riesce a superarla, sarà per il bene di tutti.
Technical University of Dortmund e University of Wisconsin-Madison hanno realizzato una survey sul ruolo delle fondazioni non profit nello sviluppo di nuove idee, di sperimentazioni e ricerche, e di iniziative vincenti nella generazione di informazione d'inchiesta.

Lo studio dimostra che le fondazioni e il non profit possono effettivamente rispondere all'esigenza di salvaguardare la qualità dell'informazione in un periodo in cui l'editoria for profit attraversa una crisi profonda che rischia di indebolire il servizio di accesso alla conoscenza dei fatti per la cittadinanza, con grande svantaggio per la tenuta delle democrazie.

Si tratta, dice lo studio, probabilmente di una funzione sostegno all'innovazione che tra l'altro difende lo spirito di servizio dei sistemi di generazione dell'informazione senza sostituirsi alle funzioni tipiche dell'editoria for profit. Gli Stati Uniti sono già molto avanti su questa strada. L'Europa può imparare da quell'esperienza.

La superiorità dell'aperto

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Questo è un insieme di appunti nato da una discussione letta online su web, apps ed editoria.

Massimo ha ragione. In generale vincono i sistemi che sviluppano un effetto-rete e in generale i sistemi che sviluppano un effetto-rete sono aperti. Perché una tecnologia o un servizio che funziona in rete vale geometricamente di più man mano che crescono i suoi nodi. Un sistema del tutto privato e che sia usato completamente secondo le regole del suo proprietario genera probabilmente un ecosistema meno ricco, in termini di sviluppatori e utenti, di una tecnologia aperta della quale tutti si sentono fondamentalmente proprietari. Questo dipende dal fatto che il monopolista privato è tentato di concentrare il vantaggio su di sé. Ma la regola non è priva di eccezioni.

Windows è stato per anni uno standard di fatto, proprietario e chiuso quanto bastava per massimizzare il vantaggio della Microsoft. Non è stato mai battuto direttamente. Casomai aggirato dalle funzioni di sistema operativo che si sono sviluppate sul web le cui regole e la cui proprietà sono decisamente uno standard pubblico. Sul web si possono pubblicare oggetti chiusi e oggetti aperti. Il loro successo è funzione degli obiettivi di chi li propone.

Facebook è una piattaforma chiusa e proprietaria che è nata grazie all'apertura del web e che ha chiuso nel suo recinto una quantità di applicazioni e comportamenti tale che AllThingsDigital dice che la rete si espande solo per via di Facebook mentre per il resto si restringe. Può essere un'altra bufala come quella di Wired che sosteneva che le apps stavano superando il web. Oppure può essere una nuova fase di proprietarizzazione della tecnologia, tipo Windows. Del resto, Google coltiva la sua grande forza sulla base dell'apertura del web ma è accusata di chiuderne una parte con una grande quantità di piccole mosse. E la Apple ritaglia una parte del web per creare un suo mondo a parte, come ha sempre fatto: in cambio di un grande vantaggio in termini di valore d'uso riduce un po' di gradi di libertà per gli utenti della rete. Anche queste soluzioni possono vincere o perdere. E la concorrenza tra aperto e chiuso continua.

Quello che conta non è tanto valutare quanto sia chiusa una particolare soluzione, ma quanto sia aperto l'ambiente nel quale tutte le soluzioni, più o meno chiuse, si confrontano. Perché solo l'apertura fondamentale dell'internet consente di pensare che per ogni tecnologia chiusa possa sempre nascere un'alternativa aperta che diminuisca la tentazione del monopolista di approfittare troppo del suo vantaggio.

Nel caso delle apps per leggere le notizie, l'eccesso di chiusura di Apple ha ridato fiato al concetto di webapp al quale gli editori come il Financial Times stanno dando finalmente importanza. E non a caso la Apple ha ridotto le sue pretese proprio dopo l'annuncio dell'Ft di andare avanti con la webapp.

Che cosa sono le apps per leggere i giornali? Modi per organizzare la lettura in modo adatto allo strumento che si ha in mano. Sul web in ufficio si va di fretta, sul cellulare ancora di più, sul tablet si può passare un po' più di tempo per leggere comodamente. Il design ne tira le consequenze. Ma le app sono software nient'altro. Non sono necessariamente apps per Apple o Google. E possono a loro volta essere aperte come il browser e il web. Che queste sperimentazioni non abbiano ancora generato grandi cambiamenti nelle percentuali di utenti che leggono i giornali, come segnalano Giornalaio, Massimo e Quinta, è del tutto probabile ed era del tutto prevedibile. Ma anche qui: se le webapps aperte vinceranno sarà perché i sistemi proprietari si saranno comportati in modo svantaggioso per i loro utenti e per gli sviluppatori.

La chiusura della Apple ha aperto la strada a una nuova tecnologia, o meglio ha portato a una tecnologia che molta gente ha pensato di comprare. Una volta cresciuta la base installata e aumentata la quantità di concorrenti che fanno tablet si è anche moltiplicata la quantità di sistemi operativi. Il browser è restato l'elemento unificante sul quale gli sviluppatori possono investire minimizzando lo sforzo. Anche gli editori possono pensare di seguire questa strategia e fare webapps.

Il tema non è contrapporre web e apps. E non è calcolare quanti usano le apps. Il tema è fare servizi che vadano prima a vantaggio di chi li usa poi di chi li fabbrica. Imho.

SwiftRiver - contenuto e contesto

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Il problema della verifica istantanea delle informazioni che passano in rete è anche il problema della relazione tra contenuto e contesto. Vecchia storia del giornalismo che si aggiorna. SwiftRiver, nato da un team che ha lavorato a Ushahidi, si occupa di questo problema ed è stato finanziato da Knight (via Nieman).

Sognare ed essere pagati per farlo

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La Knight Foundation assume. Tra l'altro per immaginare modi rivoluzionari per fare informazione e realizzarli. Finanziando ricerca, sperimentazione, visione. 
Due o tre punti che si potrebbero fissare dopo la riunione di ieri della Fondazione Cutuli, alla Protomoteca del Campidoglio guidata da Massimo Gaggi (mi scuso per questi appunti presi troppo in fretta):

1. Un tempo gli editori controllavano la tecnologia, dalla quale erano sostanzialmente nati. Oggi la tecnologia va più veloce dei processi decisionali degli editori

2. Gli autori (da Rowling già importante a John Locke con la sua maestria sul selfmarketing nei social network) dimostrano che la tecnologia abilita la disintermediazione degli editori

3. Gli editori possono ritrovare il loro ruolo innovando e riconcentrandosi sul loro ruolo di sintesi tra cultura, tecnologia e modello di business.

4. Se gli editori non reagiscono in fretta la loro funzione rischia di passare agli attuali dominatori della tecnologia. Carlo Formento segnala che questo significa lascia che la concentrazione capitalistica globale che sta avvenendo nella tecnologia influenzi ancora di più il lavoro intellettuale e la produzione culturale

5. Se gli editori e i professionisti non reagiscono in fretta, riconfigurandosi per servire il nuovo pubblico attivo emerso in rete, si rischia di dover attraversare un periodo di confusione nella definizione della qualità dell'informazione. Una confusione che non nasce dal web, ma dalle strategie della disattenzione. Ma che nel web trova spazi ulteriori. La discussione sul citizen journalism va avanti: Gianni Riotta fa sorridere dicendo che sarebbe come fidarsi di farsi trapanare un dente da un citizen dentist che ha imparato il mestiere studiando sul web. La sostanza però non cambia: o chi fa informazione professionalmente riesce a migliorare sulla scorta delle sollecitazioni che vengono dalla rete o resta spiazzato di fronte a un pubblico attivo sempre più attrezzato.

6. L'apporto della rete non si valuta con un approccio deterministico ma probabilistico

7. L'innovazione si valuta leggendo quello che cambia e quello che non cambia, per cogliere il fondamento delle trasformazioni in un'ottica di lunga durata.

Data journalism - buzz word

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I dati conducono a verificarne la documentazione, costruiscono un pensiero fattuale, si possono confrontare... I dati abbondano... Il servizio di renderli utili e comprensibili nel dibattito pubblico diventa sempre più interessante, urgente e compatibile con il mestiere di informare. Un pezzo in materia di Nicholas White.

#MuckReads

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Ci sono i @LongReads: le persone segnalano testi lunghi e soddisfacenti che si trovano sul web via Twitter o su un sito. E ci sono ora i #MuckReads: ProPublica ha lanciato la proposta di segnalare gli articoli di inchiesta che si trovano in rete e che hanno una rilevanza per la convivenza civile. (via Romenesko)

100mila utenti per la webapp di Ft

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In una settimana, la nuova webapp del Financial Times ha avuto 100mila utenti, dice Folio. La app del Financial Times si usa direttamente con il browser e non passa per l'App Store. Quindi non paga il 30% alla Apple e non sottostà alle regole della casa di Cupertino. 

È scritta in html5 e con un breve processo di test può funzionare sul molte piattaforme, visto che il browser è più o meno lo stesso, mentre le funzionalità dei vari telefoni e tablet possono in parte variare. Attualmente funziona solo su iOs, ma andrà su Android in poco tempo.

ps. Per Paolo Valdemarin, queste apps non dovrebbero essere chiamate webapp ma browserapp.

pps. Intanto, Facebook sta finalmente uscendo con una app per iPad.

Apple newsstand e webapps

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I giornali sono applicazioni, suggerivano le scelte della piattaforma iPad di un anno fa. I giornali sono (anche) sistemi che organizzano le informazioni, sicché assomigliano a applicazioni. Da quel momento si poteva andare nella direzione di costruire oggetti nuovi, fatti di nuovo software, design e informazione. Oppure si poteva replicare più o meno bene la struttura dei giornali tradizionali. Il bivio è sempre aperto, come dimostrano le notizie dei giorni scorsi: 

1. Apple ha aperto il newsstand.
2. Financial Times ha deciso di andare per la strada delle webapps.

Il newsstand è un sistema per vendere giornali di forma tradizionale con un miglioramento decisivo: grazie a iCloud i giornali si caricano sui terminali quando vengono pubblicati e i lettori se li ritrovano pronti da leggere quando aprono i device. Gli editori pagano il 30% per il servizio di delivery e il resto. E la Apple amplia la sua gamma di negozi online. Forse non è quello che pensava sarebbe successo all'inizio dell'avventura dell'iPad. Ma è quello che sembra servire di più ai suoi disegni attuali.

Anche perché da tempo chi investe in software per le apps editoriali sa che si dovrebbe trovare il modo di far girare quel software su tutte le piattaforme tablet, non solo sull'iPad. Sicché da tempo si gira intorno all'opportunità di costrure webapps che non passino dal negozio di apps della Apple o dei costruttori ma che girino direttamente sui browser. Il che più o meno consente di scrivere un solo programma per tutte le piattaforme. Chi vuole fare un giornale sofisticato e originale in termini di software può esplorare questa strada. Non pagare il 30% alla Apple. E sviluppare un suo modello, investendoci però di più.

Insomma: un giornale può essere inteso come un oggetto relativamente tradizionale e allora è meglio venderlo all'edicola digitale più diffusa del momento; un giornale che invece cerca un valore d'uso nuovo può essere fatto di software standard in html5 e cercare di viaggiare liberamente in rete. Vedremo che cosa sceglieranno di fare i migliori editori.

Grazie e...

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Grazie a tutti coloro che hanno mandato critiche, commenti, proposte. A tutti coloro che hanno manifestato affetto e partecipazione. A tutti coloro che aiutano a guardare avanti. Continueremo a farlo.

Sul prossimo futuro di Nòva

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Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. Devo ringraziare la generosità di chi ha voluto reagire lanciando una campagna con il tag #tenetedebiase: so che è stato un gesto scherzoso e anch'io ne ho sorriso di gusto... Ma, in fondo, è stata un'esagerata personalizzazione dell'argomento. Se c'è una cosa importante da chiedere alla rete è questa: non facciamo che questo episodio diventi un motivo di scoraggiamento per chi sente il bisogno e per chi ha la volontà di innovare in Italia. Per quel poco che vale il mio lavoro, e soprattutto il lavoro di tutti coloro che hanno fatto Nòva, quello che serve è sostenere, raccontare, credere nell'importanza storica degli innovatori. E' straordinario quanto decisivo sia "crederci" - non "illudersi", ma "crederci" - quando si innova. E far sentire soli i costruttori del futuro è una delle armi dell'inerzia, la cui unica forza è lo scetticismo.

Ebbene ora che la riunione è finita, posso raccontare quello che ho capito.

Giovedì, dopodomani, Nòva uscirà come al solito. Il numero successivo sarà pubblicato domenica 19 giugno. Avrà la dimensione grande del quotidiano e un numero di pagine tale da costringere tutti a una maggiore brevità. Nòva sarà guidata da un nuovo responsabile - in bocca al lupo a Fernanda Roggero - e rinnoverà la suddivisione degli argomenti, in base alla visione del direttore Roberto Napoletano. In queste ultime settimane ho lavorato con i colleghi al numero zero, tentando di interpretare le indicazioni del direttore: continuare a offrire idee, ma allargare il tiro per aiutare le imprese a comprendere le novità tecnologiche e applicarle, aggiungendo più informazione per i consumatori su ciò che il mercato offre. Il risultato pratico si vedrà strada facendo e toccherà a Fernanda, con i colleghi, trovare il giusto mix. Del resto, la redazione sarà quella di sempre: una redazione curiosa, saggia e impegnata, che ha imparato ad attraversare fiduciosa i passaggi più incerti dell'esplorazione cui sono chiamati i giornalisti dell'innovazione e a godere con i lettori dei momenti più luminosi della ricerca. E i grafici che hanno sempre saputo fare di Nòva una lettura creativa, continueranno a contribuire alla leggibilità e all'intelligenza dell'inserto, con il loro sofisticato pensiero laterale. Ma la grande schiera degli autori che hanno fatto la storia di questo inserto e che continueranno ad arricchirlo di storie importanti, si troverà a disposizione uno spazio più limitato. Questo è probabilmente il vero aspetto triste della situazione. Certo, la sintesi ha un valore per il pubblico che è sempre sottovalutato da chi scrive. Ma bisogna ammettere che è difficile adattarsi all'idea che il contributo delle centinaia di persone che come collaboratori appassionati hanno esplorato il mondo e raccontato l'innovazione su Nòva avrà meno spazio.  

Io scriverò. Per Nòva e per il Sole. Sempre cercando come "cambiare pagina". Come ha chiesto il direttore, avrò una funzione di "editor". Cioè - per quanto sono capace - portatore di idee. Sorridete del paragone, assurdamente sproporzionato: a qualcuno è venuto in mente il ruolo di "editor at large" che aveva avuto Kevin Kelly lasciando la direzione del suo mitico Wired anni Novanta... Vabbè: a qualcuno piace scherzare.

Ma non è giusto - non è giusto! - considerare tutto questo come una perdita. E non c'è nessun motivo per pensare che i lettori che alla domenica comprano il Sole per abbeverarsi della grande tradizione dell'inserto culturale del giornale non trovino utile il nuovo inserto. Le scommesse editoriali vanno prese per quello che sono: proposte. E promesse. Che vanno a due verifiche: quella dei lettori e quella del mercato. Il successo che sinceramente mi auguro con tutto il cuore del nuovo inserto è una speranza che vale la pena di coltivare. Si rivolgerà a persone diverse, forse. Ma forse più numerose.  

Il mio compito è quello di studiare, ascoltare e raccontare quello che succede là dove ancora non c'è un manuale d'istruzioni. Dove i fatti si incrociano con la visione, l'energia, l'indignazione di chi crea realtà che non esistevano. E continuerò a farlo. Quanto a Nòva, occorreva una guida dell'inserto più adatta a interpretare con attenzione il suo nuovo assetto.

Che succederà poi? Nella vita ci si adatta, si fa quello che è possibile. Ma il limite del possibile può essere spostato. E, nel nostro tempo, ce n'è molto bisogno.

Su Nòva

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Oggi alle 16:00 ci sarà una riunione al Sole dalla quale emergeranno notizie sul prossimo futuro di Nòva, il settimanale al quale ho dedicato il mio lavoro negli ultimi cinque anni e mezzo. A tra poco, dunque...

Il dottore lo paga la casa farmaceutica?

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ProPublica registra i pagamenti versati dalle case farmaceutiche ai dottori americani. Con nomi e cognomi. Ed Eli Lilly appare la più "generosa" con i dottori in quasi tutti gli stati. Seguita da Gsk. Morale: la logica iperprivatistica si modera solo con la conoscenza pubblica dei fatti.
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L'Ocse propone una grafica animata e interattiva del suo indice "personalizzabile" della qualità delal vita nei vari paesi. (via Infosthetics)

L'Italia è a metà classifica, più o meno. Il paese di chi si accontenta gode così così.

Che cos'è il giornalismo?

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Il Reuters Institute for the Study of Journalism aveva raccolto tempo fa un insieme di risposte alla domanda: "Che cos'è il giornalismo"?

Le risposte sono affluite all'importante istituto un po' da tutto il mondo.

Non so perché ma non mi pare di trovare risposte giunte dall'Italia. E ho la vaga sensazione che sarebbero state interessanti. Vediamo se ne vengono fuori un po' da qui. Quali sono le nostre definizioni di giornalismo?

Intanto, ecco qualche frase che si trova sul sito del Reuters Institute.

1. In HK, journalism just means mass media
2. Many of the Egyptian journalists in Egypt consider this job as the fourth estate or the watchdog of the society
3. Journalism in Germany is often called the fourth pillar of the state; its rights are stated in the German constitution that guarantees the freedom of speech.
4. As for a definition of journalism in NZ, I believe we follow the principle of fair and balanced reporting of news and issues that affect our community
5. As journalism in Brazil has become less analytical and investigative in the past ten years, it means essentially description of reality
6. My definition about journalism: gathering news for newspaper or website. This is in Holland a job that can be done freely
7. I think the U.S. has the broadest definition of journalism in the game
8. I suppose the definition of "journalism" in Poland is much similar to that in Britain
9. As a former President of the Media Association of Trinidad and Tobago, I can say that here the agreed definition of a journalist is someone involved in the gathering and disseminating of news as their premier occupation
10. As for the question about the definition of Journalism in Japan, it is difficult...actually we do not have its specific definition as there is no completely equivalent words for 'journalism' in Japanese language
11. There are two types of definitions of journalism in America. The journalists' definition, which British journalists would recognise, involving integrity, objectivity, rigour, etc.  Then there is the definition critics of the media use. Here I mean folks who think the 'mainstream media,' now often identified with an acronym, MSM, has failed the USA
Un infantile concorrente - senza molti scrupoli - sta purtroppo diffondendo una notizia falsa su Nòva. Vorrei rassicurare chi abbia qualche interesse in questa vicenda. Nòva non sta per chiudere. 

Le difficoltà economiche nelle quali si dibatte l'editoria tradizionale sono importanti. E i risparmi sono purtroppo necessari in questa fase. Ma Nòva non sta per chiudere.

Probabilmente dovrà diventare ancora più sintetica. E tutti noi che ci lavoriamo tenteremo con tutte le nostre forze di mantenerla ricca e interessante, proveremo a renderla più utile, cercando sempre l'ispirazione in chi innova e apre nuove strade di speranza.

Chi usa strumentalmente la propria apparente credibilità per mettere in giro voci tanto sbagliate, allo scopo di danneggiare le persone che lavorano al progetto di Nòva e il loro editore, oppure nell'intento di consolarsi delle proprie difficoltà, non fa un buon servizio all'informazione e certamente si inganna se pensa di ottenerne un vantaggio personale. 

A parte questo, un commento: solo gli immaturi credono che il "mal comune" possa essere un "mezzo gaudio".

Sanbaradio

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Un'intervista su Sanbaradio è un onore. Il nome può fare immaginare un sottofondo di ritmi sudamericani. E le persone che ci lavorano sono piene di vita. Si tratta della radio del quartiere San Bartolomeo, quello degli studenti di Trento. E qui si sente... Grazie!

Editori: buoni segnali dall'iPad

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A Popular Science sono contenti dell'andamento delle vendite delle loro riviste in versione iPad. È il formato che genere la grandissima parte delle nuove sottoscrizioni.

Spero sia incoraggiante anche per chi decide sulla Vita Nòva.

Strane accoppiate

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Il giorno che NiemanJournalismLab spiega ai giornalisti come possono usare Facebook per il loro lavoro, Beast e altri giornali spiegano come Facebook usava i giornalisti per il suo lavoro.

Informazione troppo bella

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L'immagine è tratta da un lavoro di Sansumbrella. Descrive il risultato di un'elaborazione sui dati del consumo dell'acqua negli Stati Uniti. Le linee blu dicono dove cade l'acqua e che traiettoria segue per arrivare in città dove viene consumata. I dati sono veri e il lavoro è di software. Il risultato, paradossalmente, è troppo bello - o meglio pittorico - per essere anche informativo... Imho. (via Infosthetics)

La fretta delle news sul web

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Hal Varian aveva già rivelato che il visitatore medio di un sito di notizie ci passa 70 secondi. Ma il visitatore molto interessato? Secondo uno studio di Pew segnalato su Journalism.org, in un servizio da leggere, i lettori più accaniti visitano i notiziari online per un po' più di un'ora al mese, suddivisa in almeno 10 visite, quindi si direbbe che al massimo dedichino circa sei-sette minuti ai siti dei giornali.

Google News resta il generatore di traffico numero uno per i giornali, Facebook incalza, le home page dei siti sono ancora le loro pagine di gran lunga più viste. In pratica, per la maggior parte delle persone, i giornali online sono le loro home page mentre, per così dire, i singoli pezzi vivono in uno spazio più ampio nel quale le home sono quelle dei giornali stessi ma anche quelle degli aggregatori, dei motori, dei social network.

(C'è una presentazione di Varian, qui. Il valore delle news online è evidente, visto che metà degli utenti della rete le consultano. Ma lo fanno troppo in fretta e questo ne contiene - secondo Varian - il valore pubblicitario. Anche Varian dice che l'unica strada per far pagare i giornali online è quella di differenziare molto il servizio).
Nieman dà notizia di un finanziamento da quasi un milione di dollari per la realizzazione di un nuovo content management system, open source, per i giornali. Kevin Anderson si chiede se ce n'era bisogno. Sta di fatto che il non profit avanza nell'informazione.
Gli editori hanno molto da discutere sull'effetto della tecnologia digitale sul loro business. Ma dopo le discussioni dovranno cominciare a fare qualcosa.

Molti editori hanno discusso dell'effetto di Wikileaks, per esempio. Ma il Wall Street Journal alla fine ha deciso di fare la sua versione del servizio.

Gli editori non vendono notizie ma un insieme di tecnologia e lavoro intellettuale di persone organizzate per produrre e rendere fruibili le notizie. La tecnologia, però, è recentemente sfuggita al loro controllo. E gli innovatori della tecnologia hanno spiazzato il loro modello tradizionale. Hanno pensato che Google o Instapaper fossero loro avversari, ma lo erano solo parzialmente. Avevano capito meglio la tecnologia digitale, ma non hanno alcun interesse a entrare nella produzione di contenuti. Ci sono ancora enormi spazi per gli editori che passino dalla posizione difensiva a un approccio di riscatto. Gli editori possono anche pensare diversamente: quali innovazioni tecnologiche possono essere realizzate dagli editori? Tra lo spazio tutto automatico e lo spazio "social" esiste lo spazio degli editori. Che possono cominciare a reagire.

Da tempo ci pensavo... Giornali in teatro

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Il New York Times farà teatro. (Nieman)

Un'idea che discende direttamente dal fatto che i musicisti fanno ormai un business più importante con i concerti che con la musica registrata.

Ma anche e soprattutto con la necessità di ritrovare una ritualità nell'approccio alle notizie, una socialità nella relazione con gli altri interessati, una fisicità dell'esperienza che potrebbe portare lontano.
I giornalisti e Facebook. Non i giornalisti che parlano di Facebook. E nemmeno quelli che usano Facebook. I giornalisti che lavorano a Facebook. Il primo è Vadim Lavrusik. (via AllThingsD). Vadim ha coperto il mondo del "giornalismo sociale" (tipo il giornalismo che usa e conosce i network sociali, credo). Ora sviluppa le sue abilità. (Recentemente è stata aperta  una pagina chiamata Journalists on Facebook). 

Nel video Vadim definisce Facebook "il giornale del popolo"... in un certo senso...

E aggiunge che è contento di andare a Facebook perché l'obiettivo di un giornalista è sempre "aiutare a creare una società più informata".


Anso, ieri e domani

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Ieri c'è stato un bellissimo convegno dell'Anso sull'evoluzione del mestiere dei giornalisti. C'era da imparare, per la qualità degli - altri - relatori e del pubblico. La consapevolezza emergente mi pare sia questa: di fronte al cambiamento delle condizioni che fanno da contesto allo svolgimento del mestiere, si scopre il senso di una sua rivalutazione solo riportando al galla le qualità di lunga durata che lo rendono utile alla società. In questo senso le tensioni corporative si sciolgono nelle necessità del servizio. 

In fondo, ogni grande cambiamento si attraversa anche pensando una visione prospettica che indichi come se ne uscirà. Ed è chiaro che questa visione ha più a che fare con la lunga durata che con la congiuntura.

Ma è anche vero - verissimo - che il futuro è costruito dalle azioni compiute nel presente. E se la visione può aiutare a guidarle, deve anche aiutare a sciogliere il latente conflitto tra protetti e non protetti, la distanza tra cittadini e professionisti, l'indifferenza tra grandi gruppi e piccoli gruppi. L'incontro dell'Anso con i due grandi direttori, in effetti, può essere un preludio di una maggiore sinergia. 

Di certo, il tema della lunga durata non va confuso con il postulato vagamente platonico dell'esistenza di una sorta di "giornalisticità": se anche esistesse non potrebbe bastare a descrivere chiaramente ciò che hanno in comune le star del talk-giornalismo televisivo, i timonieri delle grandi testate, i giornalisti d'inchiesta, il corpo delle redazioni in preda al disorientamento, i giovani che tentano di entrare a suon di pezzi pagati male, i giornalisti imprenditori che costruiscono il loro giornale, i cittadini che contribuiscono a modo loro alla generazione e diffusione delle notizie o delle analisi. Le distanze non sono tanto nella tecnologia usata (carta, tv, web, ecc), quanto nel ruolo socio-economico svolto da chi contribuisce all'informazione: differenze di notorietà, influenza, autorevolezza, competenza, esperienza, contratto; ma soprattutto differenze che non sembrano soltanto frutto di un chiaro gioco competitivo... La risposta che questi diversi soggetti possono dare ai tentativi di cogliere le opportunità offerte dalle innovazioni tecnologiche è diversa in base al loro atteggiamento culturale e biografico. Ma ciò non toglie che il risultato emergente dai rivolgimenti attuali sia legato, per quanto attiene ai giornalisti, alla loro capacità di ridefinire ciò che conferisce senso al loro mestiere. Questo li può unire. Ed è probabilmente un atteggiamento metodologico preciso nei confronti della ricerca, critica e diffusione dell'informazione. Sembra astrazione: ma forse il mestiere ritorna a essere sensato se si dà un'epistemologia più consapevole. Perché solo così si può rispondere alle due domande che spesso oggi si pongono: che cosa sanno fare i giornalisti? e perché dovremmo pagarli per farlo? (E perché magari così si riesce anche non eludere una terza domanda: come alimentare le prospettive dei giovani che vorrebbero fare il mestiere del giornalista?)

Complimenti all'Anso per il convegno. Mi scuso per queste chiose tardive e parziali.

Gli editori ripensano alle app

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I tablet sono stati un successo straordinario. E gli editori hanno da subito sentito che sarebbero stati uno strumento di rilancio del loro business. Ma continuano a cercare di capire in che modo. La transizione delle loro pubblicazioni sul nuovo supporto non ha certo sfondato (e d'altra parte in genere sono state realizzate con investimenti piuttosto contenuti). Ora New York Times e Washington Post stanno provando le loro versioni di aggregatori, sulla scia dei successi di start-up indipendenti come FlipBoard o Zite, con discreto successo. L'esplorazione continua. Ne parla Damon Kiesow per Poynter.

Guardian - E' stato un successo: ma chiudiamo

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Certe volte un progetto giornalistico innovativo che ha avuto successo, che è piaciuto al pubblico, che ha insegnato molto all'editore, deve chiudere.

Succede all'iniziativa del Guardian sull'informazione locale. Una bella sperimentazione che ha coinvolto blogger e social network e che ha scovato notizie che altrimenti non sarebbero emerse. Ma economicamente non è sostenibile. Ne parla in un articolo accorato Meg Pickard, appunto sul Guardian.

Editoria coi numeri

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La Visual Loop ha preso i dati proposti da Bain & Company sull'evoluzione dell'editoria e ha costruito questa infografica. (cliccandoci sopra si va sulla Visual Loop non sull'ingradimento).

Un giornale come se fosse un gioco

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Un vecchio articolo sulla vita quotidiana in una casa di produzione di videogiochi prende la forma di un gioco da esplorare. E' una ricerca teoricamente molto chiara: creare un nuovo format per le notizie che sia accattivante come le metafore dei videogiochi. (La storia è su Los Angeles Times)

Perché "cambiare pagina"

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Cambiare pagina. I media in Italia stanno giocando un ruolo di freno allo sviluppo o sono un motore di innovazione? E chi può fare qualcosa al riguardo. Da che parte si comincia?

Sono le domande che mi hanno condotto, mentre scrivevo il libro "Cambiare pagina", dopo tre anni di lavoro e a un anno dalla riflessione svolta per il Festival del Giornalismo di Perugia del 2010. Non so quanti se ne interesseranno. Ma so che era urgente affrontare quelle domande.

La difficoltà di questo libro consisteva nel fatto che non credo esista una ricetta per l'azione di chi opera nell'informazione. Ce ne sono tante. Tutte da sperimentare. Salvo l'immobilismo lamentoso. Per cui non poteva venire fuori un libro-slogan.

Quello che mi interessa è il movimento dell'insieme. E la metafora che mi pare più adeguata a raccontare quello che succede è l'"ecosistema dell'informazione".

Questa impostazione, poco maneggevole, però, è fruttuosa perché da essa emerge che ciascuno può fare la sua parte. E' chiamato a farla. Giornalisti e cittadini, editori e pubblicitari, informatici e designer... Ciascuno con il suo punto di vista, ciascuno facendo quello che fa o che può fare, ciascuno compie azioni e genera messaggi che hanno conseguenze.

Il movimento dell'insieme si vede a partire dalle coordinate fondamentali, lo spazio e il tempo. Siamo immersi in un oceano di messaggi, incarnati nell'ambiente in cui viviamo, fatto di cose e di case; siamo immersi nelle nostre storie, costruite o vissute.

E poi il movimento dell'insieme si vede dalle azioni più o meno consapevoli dei protagonisti: il pubblico attivo, gli editori, gli autori, i costruttori di infrastrutture, i disegnatori di soluzioni tecnologiche e narrative.

L'ecosistema appare inquinato e impoverito dalle azioni dei parassiti e dei conquistatori violenti di attenzione. Ma può essere risanato dagli innovatori, dai costruttori di cittadinanza, dai sinceri portatori di un metodo trasparente nella ricerca di informazioni.

E dunque si assiste a una sorta di lotta per la sopravvivenza o per la prevalenza nell'ecosistema, la cui sostenibilità è possibile solo superando l'inquinamento e lo spreco di attenzione. E' possibile pensando in chiave progettuale, da designer; puntando sui valori dell'identità, delle relazioni tra le persone, della qualità dell'ambiente culturale e sociale in cui viviamo. E diventa necessaria, quasi ineludibile, considerando le conseguenze prospettiche di quanto viene fatto da ciascuno e soprattutto da chi vuole impegnarsi per salvaguardare la qualità informativa in base alla quale si organizza la società.

cambiarePP.jpgNel frattempo ci vuole un aggiornamento. Luca Conti aveva segnalato la bizzarra vicenda del prezzo del libro. Scontato, costava di più in versione ebook che cartacea. Beh, in questo momento, sul sito Rizzoli, la vicenda è temporaneamente risolta: hanno tolto gli sconti e quindi ora vale il prezzo di copertina. Quello della carta è ritornato superiore a quello dell'ebook. Non ci sono soluzioni stabili in questo mercato, evidentemente: è un continuo susseguirsi di esperimenti ed eventi; e chissà che i dubbi emersi in rete non abbiano generato la decisione della Rizzoli di cambiare politica.

La storia era stata segnalata da Pollicinor e Angelo Ricci. E commentata in profondità da Pandemia e Duplikey. Grazie ai commentatori del post precedente.

Altri aggiornamenti. Sempre sul prezzo e la disponibilità online di "Cambiare pagina" mi segnalano che, in questo momento:

Cambiare pagina non è disponibile su Amazon.it, ma si trova su Amazon.co.uk a 11,92 sterline...

Costa in versione cartacea 8,80 euro su Ibs... 11 su Rizzoli... 11 su libreriauniversitaria

Ovunque per quanto se ne sa è a 8,99 in formato ebook.

Si parla di Ahref

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Sull'Editorsweblog un resoconto su Ahref. Grazie.

Tardivamente su De Benedetti e Anselmi

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Tardivamente, richiamo un passaggio del ricchissimo programma del Festival del Giornalismo di Perugia che va, secondo me, sottolineato.

Penso a quanto detto da Carlo De Benedetti e Giulio Anselmi. Interventi diversissimi. Che meriterebbero una chiosa più ampia. Scelgo solo un aspetto, magari per tornare sul resto in seguito.

Per De Benedetti, il nuovo ruolo dei giornalisti nasce dal fatto che, secondo lui, le notizie sono commodity e vanno proposte al pubblico in una gerarchia di importanza che serva a orientare i lettori nel caos delle informazioni disponibili.

Per Anselmi, i giornalisti devono cercare le notizie, organizzarle e proporle in modo fruibile e interessante.

Per De Benedetti gestiscono. Per Anselmi fanno ricerca.

Ho l'impressione che non siano gli unici a fare ricerca e non siano i soli a gestire le notizie. Possono essere speciali - se sono bravi e orientati a servire il pubblico - in entrambi i compiti. Ma se fanno anche ricerca, saranno più bravi. E potenzialmente più capaci anche di organizzare i flussi di informazione che non hanno ricercato personalmente. Imho.
Paul Steiger commenta il secondo premio Pulitzer vinto dai giornalisti di ProPublica. Cioè: più che commentare, informa. Mettendo l'accento soprattutto sulla riforma degli strumenti a disposizione di chi fa informazione che ProPublica sta perseguendo, assieme alla rivitalizzazione della forza morale che invece attinge alla tradizione del buon giornalismo.

Molta gioia per Paul e la sua squadra.

E molta riconoscenza per il suo contributo anche al lavoro di innovazione che si sta tentando in Europa.

Nexa ospita Ahref

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Al centro Nexa del Politecnico di Torino, una discussione sul piano di lavoro della Fondazione Ahref. Perché una fondazione? Quali sono le origini dell'idea? Chi sono i ricercatori? Che cosa farà la piattaforma in preparazione?

Un vero e proprio check-up del lavoro svolto finora, delle logiche costruttive della Fondazione, dei suoi modelli di riferimento. E una grande soddisfazione: come aver passato un esame difficile. Perché al centro Nexa non fanno sconti: uno può essere animato dalle migliori intenzioni ma se non sa rispondere alle domande più scomode non gliela fanno passare liscia. Anche se chi presenta la sua idea è una persona conosciuta e addirittura un garante del centro (era proprio il caso di oggi).

La scelta di fare una fondazione è stata in particolare approfondita criticamente: soldi in fondo pubblici, non il mercato e non lo stato, per fare un servizio pubblico che il mercato non fa e che deve essere governato da regole che garantiscono in modo neutrale rispetto ai contenuti il sostegno al lavoro di ricerca dei cittadini che fanno informazione. Un tema straordinario: il sistema funziona se si incardina in uno statuto e in un codice (informatico e normativo) incarnato nella piattaforma che abilita il lavoro di ricerca, ne incentiva metodologicamente la qualità ma non influisce sull'indipendenza del risultato. Altri temi affrontati sono stati il modo in cui si lanciano le ricerche di informazione e soprattutto si alimenta la popolazione della comunità. Tra Nexa e Ahref si avvierà dunque una collaborazione: sarà un lavoro duro. È una grande gioia.

Si è parlato, per la gentilezza degli ospiti, anche di "Cambiare pagina".

James Gleick: The Information

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information.jpgMagnifico libro: The Information, A History, A Theory, A Flood. Di James Gleick, che qualcuno può ricordare come autore di un importante lavoro di divulgazione sulla teoria del caos.

Il libro parte dalla difficoltà di definire l'informazione. Qualcosa che sta sempre in mezzo ai concetti di dati e di conoscenza. E che non è né l'uno né l'altro.

Forse, non è più il prodotto di un mestiere, ma il possibile esito di un'attività di ricerca. Al servizio della cittadinanza. E che come tutte le attività di ricerca, è definita essenzialmente da un metodo.

Da leggere i pezzi di John Naughton, Guardian, e Tim Martin, Telegraph.

A Perugia si comincia

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Sarà dunque Roberto Saviano ad aprire stasera il Festival del Giornalismo di Perugia.

Attualmente la notizia è stata ripresa 2474 volte su Facebook, a partire dal sito del Festival, e solo 17 volte su Twitter. Interessante, no? Fino a qualche tempo fa Twitter veniva considerato come una piattaforma naturalmente più adatta ai cultori del giornalismo di quanto non sia Facebook. Recentemente, il social network sta reagendo. E ha aperto una pagina Journalists on Facebook per cambiare questo stato di cose. (Inside Facebook). L'efficacia di Facebook è potenzialmente superiore a quella di Twitter, per il numero di utenti e forse per il loro coinvolgimento. Sarà una vicenda da seguire.

Nel frattempo, a titolo di promemoria, riporto qui sotto l'elenco degli appuntamenti del ricchissimo festival del giornalismo, che indegnamente mi coinvolgono.

Venerdì 15 aprile, alle 14,30, al Centro servizi Alessi. I giornali sui tablet. Oggi è online la nuova versione della Vita Nòva. Il tentativo è quello di creare un magazine divertente e interessante, sperimentando una nuova organizzazione del lavoro che prevede, per questo tipo di oggetti, una collaborazione strettissima tra autori, designer e programmatori. Si parla di questo caso insieme a quelli della Repubblica e della Stampa.

Venerdì 15 aprile, alle 16.00, all'Hotel Brufani. Premiazione Eretici Digitali.

Venerdì 15 aprile, alle 18.00, sala Lippi. Cambiare pagina, Rizzoli 2011. Si discute intorno al libro uscito oggi sul cambiamento del ruolo dei media e di chi fa informazione, a partire dall'esperienza degli ultimi trent'anni, per guardare avanti. La difficoltà e la bellezza del tema è legata al fatto che non si comprende quello che succede senza tentare di cogliere il movimento dell'ecosistema nel suo insieme.

Sabato 16 aprile, alle 9.30, al Centro servizi Alessi. L'informazione dei cittadini. Si parla delle iniziative della Fondazione Ahref. E della prima grande inchiesta partecipata che viene lanciata, con spirito non profit, non partisan, collaborativo, precompetitivo e soprattutto profondamente sperimentale. Dunque, si spera, divertente.

Sabato 16 aprile, alle 16.00, alla sala dei Notari. Il ruolo del non profit nella dinamica dell'ecosistema dell'informazione.
I media sono un freno o un elemento dinamico nello sviluppo della nostra società? Contano di più le spinte innovative della rete dei media sociali o le resistenze dei grandi media tradizionali? È possibile che i media sociali e quelli tradizionali vadano finalmente in sincrono, oppure resteranno in latente conflitto?

La risposta non è nei media, ma nel nostro modo di vedere la società, il ruolo dell'ecosistema dell'informazione e il nostro ruolo di produttori e fruitori di messaggi.

Se diciamo su Twitter che l'autobus è in ritardo, diamo una mano ai nostri concittadini che si organizzano la giornata. Ma se diciamo che l'autobus della Moratti arriva in ritardo che cosa facciamo? Entrambe le attività sono legittime, ovviamente, ma la seconda alimenta un equivoco interessante.

Ci sono molti equivoci nella discussione sui media attuale, ricca di commenti e contributi ma ancora poco chiara su alcuni temi decisivi. Una delle fonti principali di equivoco è relativa alla questione della presunta incapacità dei social media di incidere sull'agenda del paese, un compito che si attribuisce o che si ritiene resti saldamente in mano ai media tradizionali. Se ne parlava ieri, a The Hub Milano, alla presentazione dell'importante libro di Michele Mezza, "Sono le news, bellezza. Vincitori e vinti nella guerra della velocità digitale" (Donzelli 2011). Diceva Edoardo Fleischner che - riassumo indegnamente - in Italia per quanto si faccia sembra resistere un tappo enorme di potere che a un certo punto interviene a bloccare l'innovazione nei media. E come non vederlo? Ma è poi vero che questo dimostrerebbe una sorta di inefficacia dei social media?

Il problema è aperto. Ma forse va posto in modo più preciso per poterne uscire. La mia proposta è quella di distinguere il contesto della discussione: la dimensione dei fenomeni sociali è diversa da quella dei fatti politici, anche se è evidentemente - pure troppo - collegata. Se non riusciamo a distinguere tra la dimensione sociale e la dimensione politica non ne veniamo a capo. Se l'invadenza della dimensione politica ci induce a pensare solo al conflitto di interessi tra poteri e candidature, persino quando parliamo della nostra vita quotidiana, la politica avrà vinto ma noi avremo perso.

Perché noi vogliamo trovare una strada per svilupparci anche se il tappo di cui parla Fleischner ci resta sopra la testa. E per la verità molti hanno trovato una strada. Guardando il problema in modo nuovo.

È uno dei contributi che forse si può trovare nel libro "Cambiare pagina. Per sopravvivere ai media della solitudine" (Rcs 2011) che sta uscendo in questi giorni (anche in ePub). 

L'idea è questa. 

C'è una dimensione nella quale le risorse sono scarse e il gioco competitivo riguarda la loro spartizione. In questa dimensione, vale tutto e in un paese come l'Italia vince la contrapposizione politica: sui media questo è il tema di fondo. E i grandi media sono stati occupati da questa battaglia di trincea. Le sue forme e i suoi messaggi tracimano nei media sociali ogni giorno. Ed è normale, in un paese in cui la dimensione delle risorse scarse, appunto, è dominata dalla politica.

Ma c'è una dimensione nella quale le risorse si generano. È la dimensione degli esportatori, delle piccole e grandi imprese che guadano al mondo come al loro ambiente di sviluppo. Ieri a The Hub c'erano diversi ragazzi che pensano così: c'era Mauro Rubin che ha fatto JoinPad, un prodotto più conosciuto nella rete mondiale che nel territorio nazionale; c'era Carlo Alberto Degli Atti che sta sviluppando myK; c'era il cofondatore milanese di The Hub che pensa al territorio come a un luogo profondamente importante ma lo interpreta in quanto connesso a ogni altro territorio. L'altro giorno ero a H-Farm, a Roncade sul Sile, un incubatore di start up che pensano nello stesso modo. E parlavo con Mario Mariani che a sua volta sta aiutando con un incubatore la nascita a Cagliari di diverse imprese che guardano al mondo. È una dimensione nella quale il territorio conta, ma non è definito dalla politica: è un territorio pensato come piattaforma sociale, connesso all'economia globale, dotato di un senso culturale unico.

I media sociali stanno dando una mano enorme alla crescita della dimensione nella quale le risorse si creano. Mentre spesso subiscono la logica politica di corto respiro quando sono coinvolti nella dimensione della spartizione delle risorse. Ma questo non avviene perché non sono efficaci: avviene perché il problema della spartizione delle risorse è un vicolo cieco, perché la cultura del conflitto politico per la spartizione delle risorse strumentalizza ogni medium, influenza quelli tradizionali ma certamente non disdegna di invadere i media sociali.

Prendendo consapevolezza di questo fenomeno si potrebbe parlare forse di Big Social Network. L'ispirazione è nell'idea di Big Society di David Cameron, conservatore inglese, che è stata finora una buona idea di marketing politico più che una base effettiva di governo, a quanto pare. Ma quella idea individuava e ribadiva una distanza tra la dimensione dello stato e quella della società che ha una sua importanza nella condizione contemporanea.

Ci vorrebbero mille post per un tema del genere. E mi scuso della fretta con la quale è stato scritto questo.

Festival del Giornalismo di Perugia

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Mi scuso, ma solo a titolo di promemoria, trascrivo alcuni appunti in preparazione degli appuntamenti del ricchissimo festival del giornalismo, che indegnamente mi coinvolgono.

Venerdì 15 aprile, alle 14,30, al Centro servizi Alessi. I giornali sui tablet. Oggi è online la nuova versione della Vita Nòva. Il tentativo è quello di creare un magazine divertente e interessante, sperimentando una nuova organizzazione del lavoro che prevede, per questo tipo di oggetti, una collaborazione strettissima tra autori, designer e programmatori. Si parla di questo caso insieme a quelli della Repubblica e della Stampa.

Venerdì 15 aprile, alle 16.00, all'Hotel Brufani. Premiazione Eretici Digitali.

Venerdì 15 aprile, alle 18.00, sala Lippi. Cambiare pagina, Rizzoli 2011. Si discute intorno al libro uscito oggi sul cambiamento del ruolo dei media e di chi fa informazione, a partire dall'esperienza degli ultimi trent'anni, per guardare avanti. La difficoltà e la bellezza del tema è legata al fatto che non si comprende quello che succede senza tentare di cogliere il movimento dell'ecosistema nel suo insieme.

Sabato 16 aprile, alle 9.30, al Centro servizi Alessi. L'informazione dei cittadini. Si parla delle iniziative della Fondazione Ahref. E della prima grande inchiesta partecipata che viene lanciata, con spirito non profit, non partisan, collaborativo, precompetitivo e soprattutto profondamente sperimentale. Dunque, si spera, divertente.

Sabato 16 aprile, alle 16.00, alla sala dei Notari. Il ruolo del non profit nella dinamica dell'ecosistema dell'informazione.

International Symposium on Online Journalism

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Ad Austin, Texas, si è svolto un convegno importante sul giornalismo online nel mondo. Ecco il link per un riassunto.

Qui l'intervento di Ahmed El Gody, che insegna media e comunicazioni alla Orebro University, in Svezia, sul ruolo dei media nelle vicende che hanno portato al cambiamento di regime in Egitto.

Sheri Fink a Skup

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La vincitrice del Pulitzer parla a Skup, la conferenza sul giornalismo investigativo norvegese. Ecco il video.

Promemoria: domani, Cambiare pagina

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iWatch News

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iWatch News lancia un sito di giornalismo investigativo non profit con 37 professionisti e accordi con altre strutture di ricerca di informazione, pagato con filantropia, pubblicità e abbonamenti. Ma l'idea centrale è che intende dimostrare che il giornalismo investigativo fa sostenuto dalla comunità. In bocca al lupo. (New York Times)
Ma come si fa a parlare di crisi dell'editoria se non cessano di nascere nuove iniziative intriganti che cercano di servire l'ecosistema dell'informazione? Vediamo come andrà The Daily Dot. Ne parla il direttore-fondatore su BusinessInsider.

Intanto, va tenuta presente la classifica degli utenti unici di alcuni quotidiani online pubblicata dall'Espresso. (Registrata da uno di loro, Blitz).

Bisogna comunque ricordare che in Italia il fenomeno editoriale degli ultimi tempi è Il Fatto. E che il suo successo di pubblico - anche online - ed economico è straordinario. Non certo un segno di crisi.

Non si può negare la difficoltà di alcuni giornali importanti. Ma non si può comprendere il fenomeno senza tenere conto del movimento dell'insieme.

Ci vogliono gli occhiali da Sole

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Che bellezza! Stefano Quintarelli è finalmente arrivato al Sole

La notizia significa che si guarda lontano. 

Per quelli che hanno lavorato tanto a lungo, costruendo un mattone alla volta un pezzettino di futuro, e ce ne sono al Sole, arrivano i rinforzi. 

Si può dire in molti casi che "quando il gioco di fa duro, i duri cominciano a giocare": ma questa volta ci vogliono gli occhiali da Sole.


Ahref è online

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Sul sito della Fondazione Ahref, l'inizio di una ricerca sulla qualità dell'informazione, condotto con l'intervento di alcuni osservatori e pionieri come David Weinberger, Paul Steiger, Chris Brooks e John Lloyd... Contributi aperti...

La nozione di qualità dell'informazione è in piena evoluzione. E' messa in discussione da mille punti di vista. Ma è forse anche urgente rigenerarne un'idea sulla quale si possa trovare un consenso per rendere più facile sviluppare la collaborazione.

Wavu informa sull'informazione

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Parte una versione beta di Wavu, un aggregatore di informazioni sull'evoluzione dell'informazione. Da non perdere, secondo me (ma devo segnalare un conflitto di interessi, perché dò una mano alla Fondazione Ahref che ha realizzato questo progetto). Ne parla InformaticaEtica.

A proposito, se tutto va bene, lunedì dovrebbe essere online il sito di Ahref.

Mo

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Domani le microwebtv ricordano Mohammad Nabous detto "Mo", blogger libico freddato da un cecchino a Benghazi. (via Giampaolo)

Cambiare pagina. Informazione multiprospettiva

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Herbert Gans parlava una trentina d'anni fa dello sviluppo di una forma di informazione dotata di un sistema di selezione fondato su una "multiprospettiva". Ma ora che la molteplicità delle prospettive si è diffusa in maniera sconfinata, Gans si interroga sul ruolo di chi fa informazione. E pensa che si stia evolvendo. Il che suggerisce alcune riflessioni.

Da un lato, il ruolo di chi fa informazione diventa una critica del sistema delle pubbliche relazioni e delle varie forme di pressione che servono a far emergere certi punti di vista su altri: in questo senso mantiene il suo compito di salvaguardia dei punti di vista meno rappresentati. Dall'altro lato, costruisce la ricerca di una cultura in grado di cogliere ciò che è importante per la democrazia e il bene comune. Il che non è facile. Ma evidentemente passa per una sorta di ruolo educativo: il pubblico cerca punti di riferimento interpretativi che consentano di non essere succube dell'infinità di punti di vista interessati solo a interessi particolari e contrastanti con il senso dell'interesse comune.

Evidentemente è una questione di bilanciamento. L'equilibrio non è e non può essere cerchiobottismo (perché il cerchiobottismo si lascia guidare dalle posizioni artatamente contrastanti del sistema della "comunicazione" interessata): l'equilibrio è ricerca empirica, teoria dell'interesse comune ed esclusione dei punti di vista più dichiaratamente strumentali.

Il paper di Gans - che indirettamente suggerisce queste considerazioni - è su Journalism. Un resoconto su Nieman.

JPquake wiki (anti-bad-journalism)

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Serena Tinari segnala un'iniziativa da seguire (realizzata da un blogger giapponese): cattivo giornalismo sul Giappone e i disastri che lo hanno colpito. Con wiki.

Piccoli annunci

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Ultime battute della preparazione della nuova Vita Nòva. Gli articoli sono impaginati per l'iPad e si scambiano via web. Design, testi multimediali, software. I particolari da ascoltare, vedere, leggere, sono molti. Appena è disponibile avverto.

Intanto, alla Rizzoli lavorano per pubblicare il mio nuovo libro. Scritto all'insegna dell'umiltà. Ma con un tema da far tremare i polsi. Come dire: speriamo che piaccia...

Tra qualche giorno esce finalmente il sito della Fondazione Ahref. Nella speranza che serva a spiegare quanta energia e quanta buona volontà c'è nel lavoro di chi la sta facendo nascere.

Sono i frutti di cinque mesi di lavoro. E sbocciano tutti insieme a primavera...

Infine, la nuova versione di Cosmo, in studio, con una conduttrice vera e con i servizi esterni. Ho visto qualche brano. E detto una frase per la prima puntata. Prossimamente su RaiTre. In bocca al lupo al team di Gregorio Paolini.

Quanto vivono gli animali?

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Isotype, via Information is Beautiful.
Kate Adie, già Chief News Correspondent di BBC News, sostiene che mentre la tecnologia per la distribuzione, la produzione, la fruizione delle notizie sta cambiando radicalmente, il metodo e il senso della ricerca di informazione non cambia. 

Ecco due estratti dall'articolo che riporta un suo discorso negli Emirati, pubblicato dal Khaleej Times.

«William Howard Russell, an Irish reporter with The Times, in the 1800s and possibly one of the first modern war journalists: journalism's duty is to tell everybody what is happening so people who are watching, reading and listening to the news can make educated decisions concerning their own lives. In short, to counter the negative view of journalism, journalists should aim to do useful journalism.

Kate muses the typical question a journalist should aim to ask himself/herself: "What can I tell them that they ought to know?" She cites Martha Gelhorn, an American war correspondent, as one of her later influences and inspirations in her journalistic career; but over the decades, Kate herself has managed to become a role model to many budding journalists and women all over the world.»

Personal news

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Anche Instapaper consente ora di condividere e segnalare gli articoli letti online alla rete sociale. Intanto, Linkedin propone un servizio di notizie personalizzate, scelte in base agli interessi e alle connessioni degli utenti. E Goodreads propone un algoritmo per segnalare libri che gli utenti potrebbero essere interessanti a leggere.

La rete ha reso facilissimo pubblicare. Ora il problema è scegliere. E le iniziative per facilitare la scelta si moltiplicano.

Se saranno troppe anche le iniziative per facilitare la scelta di quello che va letto, si dovrà comincaire a scegliere a quali di queste occorre affidarsi... Ma così è la rete. Ed è evidentemente il suo bello.

Document cloud

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Grazie a Guido Romeo vedo Document cloud. Una piattaforma per la condivisione di documenti importanti per sostanziare le notizie: sapere come stanno le cose significa anche sapere dove trovare le prove di quello che viene raccontato. E sostenendo la qualità di tutto l'ecosistema dell'informazione...
Il festival del giornalismo di Perugia è in preparazione. Il programma è notevole.

Ringrazio tantissimo gli organizzatori per:
Giornali e tablet
Informazione dei cittadini
Non profit e notizie

e per Cambiare pagina

Cambiare pagina - Dan Gillmor

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Incontrato, via Skype, Dan Gillmor. Grande personaggio. Una fermezza gentile a favore della riforma dei media a partire dalla cittadinanza. Il suo progetto, Mediactive, è una continua fonte di ispirazione. Ha saputo della Fondazione Ahref, ha chiesto come funziona e che cosa farà, ha commentato con parole di grande apprezzamento... Grande gioia...

Meno male che manca poco all'esordio online di Ahref. E all'uscita del mio nuovo libro. E al ritorno della Vita Nòva. Lavoro duro. Speriamo che quello che ne viene fuori sia gradito.

Facebook e l'informazione

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Effettivamente, parlando di informazione e social network, si pensa di più a Twitter che a Facebook. Ma Vadim Lavrusik invita a riflettere da questo punto di vista. Perché Facebook consente iniziative più complesse di quelle che si possono sviluppare su Twitter. 

Il problema è che si tratta di una piattaforma proprietaria. Il vantaggio è che ha un'audience potenziale molto grande. Probabilmente, l'integrazione di Facebook e Twitter in un'iniziativa di informazione, senza affidare tutto a quelle piattaforme, resterà a lungo l'idea più diffusa di chi voglia impegnarsi in questa direzione. Ma imparare davvero a usare quelle piattaforme diventerà sempre più strategico.

Dallas non era un progetto, dice

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La tv commerciale ha cambiato l'Italia mandando Dallas in onda nei primi anni Ottanta. E' una convinzione espressa nel 1989 dall'attuale presendente del Consiglio. Che può aver fatto pensare a una sorta di progetto culturale. E della quale si è parlato in più post anche in questo blog.

Antonio Ricci, incontrato al volo, ha voluto raccontare il suo punto di vista sulla questione. Ricci è convinto che non ci fosse, ai primi anni Ottanta, alcun progetto culturale alla radice della scelta di mettere Dallas. "Lui voleva essenzialmente rifare la Rai".

In questo senso, sarebbe proprio la forza del meccanismo televisivo ad aver costruito il proprio progetto culturale e le sue conseguenze.

Kindle gratis? Conseguenze per i giornali...

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Kevin Kelly fa un post sulla possibilità che prima o poi (magari entro quest'anno, tipo in novembre) il Kindle venga dato da Amazon gratuitamente. In cambio dell'acquisto di un certo numero di libri, o per l'abbonamento al sistema di delivery privilegiato chiamato Prime, o con un altro bundle. Poco importa l'estrapolazione statistica (che comunque è suggestiva), da tempo il costo del Kindle scende. Interessante è pensare che scenda del tutto. A quel punto sarà solo questione di produrne e distribuirne, per creare un parco installato sul quale sviluppare un nuovo business gigantesco per libri elettronici. E altro...

Per i giornali, questo scenario non è irrilevante. In fondo, non è difficile fare la versione Kindle di un quotidiano. E lo è ancora meno per un settimanale. Si trova un sistema di vendita già chiaro. E, quando il Kindle sarà diffusissimo, si trova un sistema di distribuzione molto vasto.

Può non piacere la grafica. Ma da questo punto di vista, basta lavorare meglio su come si organizza l'informazione e a come si scrivono i pezzi: è del tutto ovvio che sul Kindle vince la buona scrittura molto più della buona grafica. Vale la pena di pensarci.

Il Daily continua gratis

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Il Daily, il quotidiano di Murdoch per iPad, ha deciso di allungare il periodo di offerta gratuita. Qualche problema tecnico. E la volontà di convincere i potenziali sottoscrittori con un altro regalo. Forse è anche difficile misurare quanti saranno interessati a pagare. È un tema davvero complicato per tutti quelli che fanno apps di informazione. Dimostra come minimo che non è facilissimo far passare l'idea di pagare per le news digitali... (via PaidContent)

Annuario Scienza e Società

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Tra poco, a Torino, si presenta l'Annuario Scienza e Società 2011, curato da Massimiano Bucchi e Giuseppe Pellegrini. L'Italia ha bisogno di sapere che cosa sa della scienza, come si informa in materia, quali opportunità ci vede. Il quadro è nettamente diviso: per opinioni, culture, età, alfabetizzazione, atteggiamenti politici e valoriali. Ci sarebbe bisogno di pragmatismo e visione. Il corpaccione italiano sembra troppo poco laico. Ma non lo stiamo perdendo: reagisce, soprattutto perché una metà degli italiani sembra attratta dalle possibilità di informarsi di più e meglio su internet. I mezzi che guadagnano di più in credibilità? I siti dei centri di ricerca...

Mappe, Baidu, Google e... Simcity

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VisualJournalism mostra un angolo della mappa di Shanghai proposta da Baidu. E la compara alla mappa di Google. Baidu sceglie uno stile Simcity che vale un'esplorazione.

Infografica in mostra

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Cartogrammi in 3D? InfographicsNews segnala una mostra (foto di Samuel Granados).

Progetti di giovani giornalisti

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Allo Iulm c'è un corso per giovani giornalisti. Ci si domanda come arrivare alla professione con una mentalità progettuale: disegnando nuovi servizi, cercando dati che suggeriscano innovazioni possibili, immaginando nuove relazioni tra iniziative editoriali e network sociali, proponendo nuovi modi per mostrare le notizie quantitative... Si spera che qui nei commenti gli studenti segnino le loro proposte e i link ai loro blog.

Dove e quanto internet viene controllata nel mondo

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Da Reporters without borders (via Good)

Lo spazio dei libri brevi sull'ebook

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Una storia lunga circa 70 pagine, in un giornale sarebbe imponente e come libro appare troppo breve. Ma una storia di una settantina di pagine, venduta a un dollaro, potrebbe essere un nuovo formato molto adatto al Kindle e agli ebook.

L'esempio viene dalla storia del ruolo del Pakistan nell'attentato a Mumbai di un paio d'anni fa. E' scritta da Sebastian Rotella di ProPublica. Ha una dimensione molto ampia per il web o per un giornale. Ma è perfetta per il Kindle. E su quella piattaforma ha effettivamente trovato un grandissimo successo. Lo racconta Megan Garber sul NiemanJournalismLab.

Ne parlava Clay Shirky: il reader farà venire in mente nuovi generi. E nuove possibilità.

Infotografica

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Infografica fotografica. Infotografica. Se ne vedono in giro, anche se raramente, di queste soluzioni. Ma vale la pena di spenderci un pensiero in più. Questa immagine è pubblicata da FlowingData. (Non sono i contenuti che interessano per questo post, ma la forma).

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Papere virali

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Serene Branson, reporter di Cbs da Los Angeles, va nel pallone completo in diretta. E' incredibile come la comunicazione non verbale - almeno all'inizio - non sia tanto in crisi quanto la capacità di articolare un discorso.

(il video che avevo embeddato si trova su MediaBriefing: l'ho tolto da qui perché non si riusciva a non farlo partire automaticamente a ogni caricamento della pagina... me ne scuso...)

Sulle prime il Telegraph ha scritto - senza citare fonti - che Serene era stata ospitalizzata in seguito a questa bizzarra performance, poi Cbs - qui via HuffPost - ha fatto sapere che non era vero. MediaBriefing ne approfitta per criticare l'uso di dare notizie senza citare le fonti. Questo restituisce ilarità a chi segua la buffa scena della reporter (non stava male, si può ridere): parla dice cose incomprensibili, si ordina da sola di andare avanti...

Weisberg critica il Daily

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Il presidente di Slate, Jacob Weisberg, non misura le parole: il Daily non gli piace per niente. I contenuti sono banali, le notizie non sono aggiornate, i lettori non sono rispettati:

Slate chairman Jacob Weisberg certainly didn't mince words about Rupert Murdoch's new baby The Daily in a lecture to journalism students at Columbia University last Thursday. Looking very professorial standing behind the podium in a blazer and blue jeans, with a low-hanging scarf around his neck, he said of News Corp.'s new iPad newspaper, "It represents everything that I hope you will steer clear of as journalists and people who think about news in relation to technology. I mean, first of all the content itself is very low-brow, facile, kind of USA Today, you know. It's very attractive, but if you read the articles, they're 600 words long and they sort of digest what you know already.

"It's a daily, it's once a day," he continued. "They say they break in and update it for big news, but did they update it five times today to point out that [Egyptian president Hosni] Mubarak was going to resign though he didn't in fact resign, what's the response to that? No, they may have updated it at some point. It's a digest, it doesn't have an active relationship [with the news] that we've come to expect. There's no commenting, no social media, no links out. " But how did he really feel? "It's just a bad version of a newspaper in electronic form with a very condescending view of the audience."

Web, Apps e WebApps

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La lettura è magnifica perché, a differenza del video, Ã¨ nella sfera di controllo delle persone. Se hanno fretta leggono velocemente. Se hanno tempo leggono con calma. Il supporto aiuta ad andare in una direzione o nell'altra. E sebbene ogni supporto possa essere letto in fretta o con calma, il web sembra destinato a una lettura veloce e il giornale di carta sembra orientato a una lettura più tranquilla. L'iPad sembra orientato a una lettura digitale tranquilla.

Forse questo è l'unico motivo vero che può far pensare che la sperimentazione di giornali per l'iPad possa portare a trovare prodotti che la gente sia disposta a pagare. Per design, features del software, qualità dei contenuti originali. 

Sarebbe un errore pensare che siano prodotti destinati a ritrovare una forma di giornali chiusi. Le notizie che contengono dovranno sempre essere fatte in modo da poter circolare liberamente nei social network. Non a caso il Daily è fatto in modo che ogni notizia possa essere inviata su Twitter, Facebook o mail. Non si pagherà la somma delle notizie, ma il design dell'insieme.

Insomma, non ha senso pensare al web in opposizione alle apps (come fanno molti editori, costringendo addirittura Chris Anderson a fare un errore simile).

Non solo. Ma si finirà col pensare di più alla dimensione originaria delle apps, che sono pienamente parte dell'internet e che nascono per essere usate come additivo del web. E si riparlerà di webapps. Si tratta di apps che si attivano con il browser: si scrivono una volta e viaggiano con poche varianti su device che hanno diversi sistemi operativi ma browser simili. 

Due link. Uno che spiega le potenzialità. Uno che le discute. Grazie a Mimmo e Massimiliano.

Ieri a Matrix

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Nel libro che sto per pubblicare vorrei discutere un po' intorno a un episodio cui mi è successo di assistere. E ieri a Matrix se n'è parlato. Citavo quella vicenda in questo post di un anno e mezzo fa:

Una volta, nel 1989, l'allora semplice imprenditore, il fondatore della Fininvest, mi disse: «Abbiamo cambiato l'Italia mettendo Dallas in tv». All'inizio degli anni Ottanta, l'Italia era stata l'ipocrisia costruttiva della Dc e la serietà quasi impotente del Pci, era stata l'oscuro territorio della mafia e del terrorismo, era stata il miracolo economico e l'imperinflazione. I socialisti erano solo all'inizio della loro ascesa. Gli ex fascisti non erano nominati quando si parlava dei partiti dell'"arco costituzionale". I valori, affermati più che seguiti, riempivano la cultura di tabù. E la revisione dell'immaginario partita da Dallas fu la progressiva distruzione dei tabù. Per aprire la strada a un nuovo insieme di valori, considerati trasversali, non ideologici, universali, per quanto bassi e violenti: sesso, soldi, potere. Valori che dettavano la prospettiva sulla quale ciascuno poteva scommettere.

Il mondo all'inizio degli anni Ottanta andava nella stessa direzione. Reagan e Thatcher davano la linea. La deregolamentazione la metteva in pratica. Il risultato è stato il trentennio che potrebbe essere finito nell'esplosione finanziaria. O forse no. Dipende da quanti soffrono per l'esagerata preponderanza di quei valori trasversali e bassi che sono stati imposti a partire da Dallas. E dipende dalla possibilità che emerga un nuovo racconto della prospettiva. Basato su valori altrettanto trasversali per l'umanità, ma più umani e visionari, come per esempio felicità, equilibrio ambientale, cosmopolitismo, empatia, intelligenza. La ricostruzione dell'immaginario, passato per la forse giusta distruzione dei tabù, ma deprivato di slanci costruttivi per il bene comune, è un ineludibile bisogno.

(Se n'è parlato con Loredana Lipperini e Giovanna Cosenza)

Citare gli altri definisce la propria identità

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Basta dare un'occhiata alle statistiche sulla propensione a citare gli altri, nei blog e nei giornali, per comprendere che si tratta di un elemento decisivo dell'identità di un'iniziativa mediatica.

Non è una questione di strumenti mediatici. E' una questione di identità.

Non è vero che i blog citano gli altri e i giornali non li citano. Nelle classifiche dedicate ai blog, tra i primi si trovano molti blog che non citano gli altri o che li citano in minima misura. Mentre una delle buone pratiche dei giornali c'è quella di citare la fonte: sia essa un'altra testata giornalistica (gli anglosassoni citano sistematicamente le agenzie e hanno poco timore a citare gli altri giornali). Non è lo strumento che porta a citare gli altri. E' l'identità dell'iniziativa mediatica che porta a citarli o non citarli.

La pratica della citazione è sana e identitaria. Deriva, probabilmente, dalla cultura scientifica che ha lasciato un imprinting importante sullo sviluppo del web. La pratica di non citare deriva probabilmente dalla cultura del marketing editoriale che si occupa di conquistare e mantenere avvinghiato un pubblico ai prodotti di una certa iniziativa editoriale.

Queste due pratiche alternative hanno consequenze molto importanti sull'identità delle iniziative mediatiche cui danno vita.

La ricerca scientifica cita perché considera che la conoscenza si riferisca a una realtà esterna all'entità mediatica che esprime qualcosa: lo scienziato non parla per conquistare il pubblico ma per dire qualcosa su un fenomeno fondamentalmente indipendente da lui. L'epistemologia è andata molto a fondo nell'analisi dell'interazione tra oggetto e soggetto dello studio, ma il tema è questo: l'espressione dello scienziato non è orientata a catturare il pubblico ma a informarlo. E la credibilità di quanto dice consiste nella ripetibilità delle sue osservazioni: altri possono accedere allo stesso metodo e alle stesse osservazioni e trarre le loro conclusioni. La collaborazione tra gli scienziati non è frutto di buona volontà ma è intrinseca al processo costruttivo della conoscenza.

L'editoria concentrata sul marketing e il modello di business è invece tentata di porre al centro il controllo del pubblico e rifugge da ogni azione che possa lasciare al pubblico una porta aperta per lasciare i suoi prodotti informativi e andare altrove. La citazione in questo contesto è vista forse come una di quelle porte aperte. La perdita di credibilità che deriva dalla scarsa attività di citazione è compensata dalle citazioni che comunque qualcuno rivolge ai prodotti editoriali più noti e dalla progressiva costruzione di un mondo di senso autonomo che può apparire autodimostrativo. Il rischio, come si vede nei fatti, è l'autoreferenzialità.

La pratica di citare deriva dal rispetto per l'argomento sul quale si fa ricerca, di fronte al quale ciascuno è troppo piccolo per far da solo ed è portato naturalmente a collaborare con gli altri che fanno ricerca sulla stessa materia. La pratica di non citare deriva dalla concentrazione sul modello di business, più o meno correttamente interpretato, dei prodotti editoriali chiusi.

La pratica di citare tende logicamente verso il realismo, l'empirismo, la ricerca di un senso attraverso il metodo di ricerca (osservazioni, ipotesi, osservazioni, teorie, osservazioni). La pratica di non citare tende logicamente verso la fiction (costruzione di mondi di senso autoreferenziali).

In ciascuna delle due soluzioni c'è qualcosa di utile. L'ecosistema dell'informazione ha bisogno di diversità. C'è spazio per tutti. Ma c'è anche bisogno di tutti. Se la difesa dei mondi di senso avviene attraverso la strategia della disattenzione che delegittima o distrugge la ricerca di informazioni, la sua conseguenza è un impoverimento e un inquinamento dell'ecosistema.

Se i media sociali hanno un senso, è quello di mantenere vita nell'ecosistema dell'informazione la pratica di citare. E se citano restano forti, perché sono un medium di milioni di persone. Se non citano diventano semplici prodotti editoriali piccoli e deboli.

Linkiesta

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Complimenti a Linkiesta! L'iniziativa promette di contribuire ad arricchire il panorma dell'informazione in Italia.

In questo momento, il sito è giù, per eccesso di bisogno di notizie.

- Update: ora il sito è in piedi! Ecco alcuni link: Lobby finanziarie. Cinema e mercato. Redazione.

Segregazione culturale / 2

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Il digital divide è un fatto tecnico, economico ed educativo. La segregazione culturale è un fenomeno più profondo. La parte della popolazione italiana che se anche sa leggere non comprende quello che legge, come spiega Tullio De Mauro, è troppo grande: oltre il 30% per i test meno esigenti, attorno al 70% per i più esigenti. Questa segregazione ha diverse cause e gravissime conseguenze. Internet, dice De Mauro, sta aiutando una frangia di confine della popolazione a rientrare nell'ambito degli alfabetizzati. Ma l'analfabetismo funzionale, dice ancora De Mauro, è la causa del fatto che oltre una certa soglia anche internet non sembra andare in Italia. Il che è un problema di opportunità perdute (gli analfabeti funzionali non comprendono un annuncio di ricerca del personale), di qualità della vita e di qualità della convivenza (pensiero e linguaggio vanno a braccetto, come dice Guido Vetere).

Qui ci sono i link alle persone che si sono interessate all'argomento e sotto i commenti al post precedente. La consapevolezza del fenomeno è un risultato importante. Ma ora si tratta, come suggerisce Dario di andare oltre. Che cosa si può fare, in rete, per includere le persone che si trovano in una condizione di analfabetismo funzionale? Oppure la rete si deve mettere al servizio di qualcosa che stia fuori dalla rete e vada a includere le persone che faticano a leggere?

Orpolina, 3n0m15, Roberta, Ladri di marmellate, Angelo, Massimo.


Albafetizzante mi procura un'idea deviata del problema ma credo che De Mauro abbia proprio ragione. ll vero problema è che questo accesso agli strumenti di lettura ha diminuito notevolmente il livello di qualità della rete. E' un dazio da pagare. Fortunatamente la rete è (quasi) abbastanza grande per tutti.

L'esistenza di ognuno è legata più che mai al modo in cui le informazioni passano. Per molti italiani un tentativo di imitazione e di trasmissione di valori non definiti, un costante tentativo di imitazione della pseudo-realtà mediatica "iniettata" giorno su giorno. Più riesco a tenerti ancorato ad aspetti legati al breve -con una visione contingente e limitata alla sopravvivenza del tuo vivere- più si perde l'esigenza di appartenere a un sistema di relazioni che accrescono e nutrono la consapevolezza del vivere e quindi ricercare stimoli e crescere come individuo. Facile andare alla deriva sociale se non in grado di percepire il sitema come ambiguo e chiudente.

Dunque la funzione educativa è passata dalla tv ad internet. Non sappiamo se sia un bene o un male ma da tempo discutiamo di analfabetismo dul tuo blog Luca. E cosa ne è uscito fuori se non dati allarmanti? Dare una NGN a questo Paese ci tirerà fuori dalla segregazione culturale?

Mi piacerebbe ci fosse una discussione unitamente all'analfabetismo sui dati raccolti dall'ISTAT che ho segnalato qui. Mi pare che nessuno ne abbia parlato. http://www.dariosalvelli.com/2011/01/se-togliamo-internet-risparmiamo-9-euro-al-mese

Questo argomento mi sta particolarmente a cuore.

A mio avviso il problema è molto più radicale, non necessariamente collegato a internet o alla cultura digitale (lo dico da appassionata della materia). Qui stiamo parlando di un livello di cultura diffusa che permetta al normale cittadino di conoscere ed esercitare i propri diritti, sapere quali siano i propri doveri, comprendere i contenuti di un atto amministrativo che lo riguardi, firmare o no un documento che lo impegni a fare qualcosa, oppure semplicemente aprire una pratica perché interpretare la cartellonistica non è un problema (vi sembra incredibile? Provate a girare per uffici pubblici: al di là della disponibilità di fare una cosa da solo/a, per alcune persone l'indipendenza è un problema per oggettiva mancanza di strumenti, e sto parlando di italiani anche GIOVANI).

Il livello base è questo, su questo si costruisce: dallo studio del sanscrito alla ricerca scientifica più innovativa.

In altre parole: a mio parere internet può servire, e ai più ricettivi serve già senz'altro, ma per raggiungere e CONSOLIDARE i grandi numeri - ovvero ciò di cui un paese moderno ha bisogno - serve una qualità sempre più elevata del sistema di istruzione.

Poi leggi notizie come questa e ti cascano le braccia
http://www.oua.it/NotizieOUA/scheda_notizia.asp?ID=4073

Aldilà di possibili riferimenti politici (non mi pare la sede opportuna), penso che l'azione costante della televisione abbia operato in 30 anni un cambiamento evidente. Dall'impegno degli anni '70 - un impegno in generale ideologico e quindi riferito a modelli culturali, di qualsiasi colore - si è passati a modelli di disimpegno. Il che sarebbe anche naturale, non fosse però che l'azione disgregante della televisione, sempre più povera e sempre più banalizzata, ha allargato il gap e distanziato ancora di più la popolazione dalla cultura/lettura. Insieme, il ruolo impoverito della scuola, la crescita di modelli sociali vincenti impostati su valori differenti e denigranti rispetto alla cultura tradizionale, oltre all'incapacità italiana di capire il cambiamento, hanno determinato la situazione attuale. Che dire? E' desolante. Che non se ne parli, sopratutto.

Scusate se torno sull'argomento.

Secondo me le osservazioni di De Mauro hanno molto (tutto) a che vedere con questa frase pronunciata ieri da Obama durante il suo discorso sullo stato dell'Unione:

"Nei prossimi dieci anni, la metà dei nuovi posti di lavoro richiederà un'istruzione che va oltre un diploma di scuola superiore. E intanto oltre un quarto dei nostri studenti non finisce nemmeno quella."
http://www.ilpost.it/2011/01/26/obama-discorso-stato-unione/

Venendo a noi, Internet ormai è il combustibile che tiene acceso il fuoco, ma l'istruzione è la scintilla che lo accende.


La memoria di Sulzberger

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Arthur Sulzberger Jr., editore del New York TImes, non ha ancora deciso esattamente come fissare il prezzo di accesso al suo giornale online, ma lo farà. E lo farà con attenzione e flessibilità. I suoi investimenti in innovazione, la sua tenuta sul piano della qualità dell'informazione, la sua calma di fronte alla crisi, sono tutti valori molto positivi. E' convinto della bontà del suo prodotto e del fatto che la qualità dell'informazione sia un valore tale che troverà il suo modello di business. In queste due interviste, rilasciate a distanza di un paio d'anni l'una dall'altra, dimostra di non aver cambiato idea. Tra l'altro dimostra di non avere neppure cambiato frasario. Compreso il punto in cui cita un editore dell'Ottocento che pensava di aver visto la morte dei giornali quando ha visto il telegrafo. In entrambe le interviste, Sulzberger cita ma "non ricorda" il nome dell'editore e della sua pubblicazione.

La prima intervista era a Designing Media. La seconda al recentissimo DLD.



All the News that fit your Time

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The mission of a newspaper like the New York Times used to be "All the News that fit to Print". Technology has changed. And gave more power to the reader. Thus now the new mission could be "All the News that fit your Time".

Già. Il New York Time della carta controllava la risorsa scarsa: lo spazio fisico sul quale pubblicare le notizie. Ora lo spazio non è più scarso. È scarso per esempio il tempo delle persone. Quindi se il vecchio slogan era "All the News that fit to Print", il nuovo slogan potrebbe essere "All the News that fit your Time".

Prudenza Wikileaks

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E dunque con molta saggezza Julian Assange ha detto che la pubblicazione dei documenti consegnati da Rudolf Elmer avverrà tra qualche tempo. Divenuta in questo caso più simile a un giornale che a una macchina anonimizzante, Wikileaks si occupa di fare meglio possibile le sue verifiche. La maturazione del sistema procede.

La sua principale conseguenza è che gli evasori fiscali faranno bene a smettere di evadere. Altra conseguenza: i giornali devono evolvere velocemente in relazione alla rete. Ultima conseguenza: i cambiamenti esemplificati da Wikileaks possono essere d'aiuto se la loro forza, invece di essere contrastata frontalmente, viene utilizzata per rendere l'informazione più utile alla trasparenza delle relazioni di convivenza regolate dalla legge.

(Anche chi fa conoscere documenti riservati viene gestito secondo la legge. Ma è chiaro che quando i documenti sono consegnati a un giornale, questo può pubblicarli. La responsabilità della violazione dei segreti, eventualmente, è di chi li consegna, non di chi li pubblica: è un tema di alfabetizzazione ai media che vale la pena di ripetere anche perché non pochi politici se lo dimenticano).

Alcune puntate precedenti:
(Ieri)
Salto di qualità per Wikileaks
(Prima ancora)
Dopo l'isteria su Wikileaks
Il reo di Amazon
Morozov su Wikileaks
Commenti a Wikileaks
Indi, wiki, blog
Lezioni Wikileaks

Salto di qualità per Wikileaks

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Finora Wikileaks era una macchina anonimizzante per chi volesse rendere pubblici dei documenti riservati. Ma il caso dell'ex dipendente della banca Julius Baer, Rudolf Elmer, che ha mandato a Wikileaks la documentazione sulle operazioni finanziarie - sospette di evasione fiscale - di circa 2000 ricche persone e che sarà processato domani in Svizzera, fa fare a Wikileaks un nuovo salto di qualità.

La filiera precedente era chiara. Una persona in possesso di documenti riservati li voleva pubblicare restando anonimo, quindi usava Wikileaks. Il servizio di Assange era dunque in grado di pubblicare i dati ma per le verifiche si appoggiava a grandi redazioni di giornali, come il New York Times.

Ora invece la persona che ha i documenti riservati dichiara la propria identità e usa Wikileaks per pubblicare, considerandolo un giornale che non si tira indietro dalla pubblicazione.

Ma Assange ha dichiarato - anche a chi scrive questo blog - che Wikileaks non è in grado di fare verifiche se non formali sui documenti.

Il salto di qualità nella funzione di Wikileaks, dunque, richiederebbe anche un salto di qualità nelle sue procedure operative. Forse questo implica anche un maggiore impegno nella verifica sostanziale delle informazioni.

Alcune puntate precedenti:
Dopo l'isteria su Wikileaks
Il reo di Amazon
Morozov su Wikileaks
Commenti a Wikileaks
Indi, wiki, blog
Lezioni Wikileaks

Dove ti porta il Quora

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Heather Whaling propone un approccio aziendale e "pr" a Quora. Con indicazioni di buon senso per gente che debba comunicare anche attraverso il nuovo servizio di domande e risposte.

La conoscenza dei media sociali diventa sempre più chiaramente un piccolo, grande vantaggio per le aziende che vi si dedichino. E si va comprendendo che gli obiettivi che le aziende possono perseguire con questi strumenti richiedono pazienza e consapevolezza dell'importanza dei dettagli. Non sono tanto piattaforme per fiammate di comunicazione quanto strumenti per costruire relazioni di medio termine con gli interlocutori che si pensa possano essere rilevanti.

Interessante, in particolare, per Quora, la porta che si apre per contributi più lunghi e articolati di quelli che prevalgono nelle abitudini che si sono sviluppate su Twitter e Facebook.

Intanto, la conoscenza delle dinamiche nei social network si comincia ad avvalere di rilevazioni statistiche piuttosto profonde sul comportamento degli utenti. Due ricercatori di Stanford, Jure Leskovec e Jaewon Yang, tentano di riconoscere i modelli di reazione delle persone che stanno su Twitter all'uscita delle notizie con l'obiettivo di imparare a prevedere la quantità di attenzione che le notizie riusciranno a ottenere in rete.

Le loro analisi sono confermate da Ilya Grigorik, di PostRank, che aggiunge un dato: il 50% delle reazioni alle notizie avviene nella prima ora dalla pubblicazione, l'80% delle reazioni avviene nelle prime 24 ore dalla pubblicazione. Non stupisce, forse, ma è un dato confermato da tre anni di rilevazioni. E dimostra che nuove metriche per la valutazione dell'impatto delle notizie e delle informazioni che circolano in rete sono possibili e prossime.

Universo Twitter

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Jess3 ha raccolto in un grafico il sistema delle applicazioni che girano intorno a Twitter, un Twitterverse enorme.

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Share di attenzione

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Nella tabella sono riportati i cambiamenti nella quantità di attenzione raccolta dai vari brand nel corso del Ces di Las Vegas. ReadWriteWeb fa un'utile analisi della cronaca. Ma è interessante segnalare anche il concetto "share di attenzione". RowFeeder lo calcola in base alle volte che i brand sono citati nei social network. E' ovviamente una proxy. Ma dimostra che stiamo cercando nuove metriche per capire come stanno le cose in un mondo in cui la scarsità non è più nello spazio disponibile sui media, ma nel tempo e nell'attenzione della rete sociale.

Le mappe del mondo cambiano

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Le mappe cambiano. Fedex ha realizzato una serie di carte del mondo nelle quali le dimensioni dei paesi cambiano in funzione delle variabili considerate. Si vede l'Italia grossa perché ricca, piccola perché non legge molti giornali, grossa perché esporta, grossissima perché guarda un sacco di tv...

La bella informazione

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Questa immagine si trova su Information is beautiful. Mostra il numero di storie pubblicate sulle varie questioni che negli ultimi dieci anni hanno spaventato il mondo. Cliccando sull'originale si vedono le spiegazioni. Il bello è l'incongruenza che spesso si vede tra il danno reale e la quantità di ricerche online dedicati a una particolare questione. Per esempio la paura per i videogiochi violenti (il rosso scuro) è stata oggetto di moltissime ricerche ma riguarda una vicenda che non ha prodotto vittime, mentre la paura per le vespe killer (blu scuro) ha poche ricerche ma almeno mille vittime. Su Google Trends si vede che il numero di ricerche è correlato con il numero di articoli pubblicati dai giornali.
Per una volta hanno ragione i repubblicani americani. Sul tema Wikileaks se la prendono con chi ha fatto uso della piattaforma fondata da Assange per rendere noti dei documenti riservati, non tanto con la piattaforma stessa. E' giusto così: far trapelare qualcosa di segreto può essere fatto per una giusta causa ma è comunque contro la legge e chi ha commesso il fatto può essere ricercato. Mentre la piattaforma non è colpevole di nulla. E tanto meno lo sono i giornali che hanno pubblicato. (da El Pais).

Per il futuro, poi, il tema sarà sempre meno Assange e sempre più la logica della rete, la logica dei giornali, a definire la possibilità che le notizie vengano date. Mentre se qualcuno le vuole tenere riservate farà bene a pensare a come riuscirci e ad avere la legittimità giusta per far sì che le persone cui affida documenti riservati non si sentano in dovere di farli conoscere. Vale per i governi. E vale per le aziende, quelle che hanno ora più da temere dalla facilità che la rete alimenta di pubblicare. I cittadini, dal canto loro, devono difendere i sistemi di informazione. (Su questo i repubblicani hanno molte meno ragioni: sono i primi a voler processare e condannare Assange; e hanno detto che se Assange fosse processato e assolto perché non ha violato la legge, allora dovrebbe essere cambiata la legge...; se ne parlava qui).

Si possono perseguire le fonti. Non i sistemi di informazione. (A questi, casomai, si deve chiedere di verificare le fonti...).

Esercizi di stile editoriale

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Il successo delle iniziative editoriali dipende da molte, molte condizioni. Ma mi pare che la prima sia la capacità di distinguersi nel mare magnum. Di certo, senza identità si perde. Ma l'identità dipende anche dalla coerenza con la quale si segue una linea editoriale, una missione, uno scopo.

Provando a distinguere le forme identitarie, o almeno le promesse editoriali, vengono alcune idee.

Orientamento editoriale:

Informazione

Comunicazione

Indipendenti

Schierati

No (low) profit

Profit

 

Posizionamento di mercato:

Alto valore aggiunto

Grande volume di fatturato

Specialisti

Generalisti

Orientamento B2B

Orientamento B2C


Attività che fa la differenza:

Ricerca di informazione

Filtri all'informazione

Content oriented

Design oriented

Software oriented

Service oriented



Il valore dell'apertura che si propaga grazie alla cultura (e alla pratica) del web implica alcune conseguenze per le attività imprenditoriali. Si deve scegliere. Non si vince su tutto. Si vince su quello che si sa fare meglio, collaborando con gli altri che sanno fare meglio il resto. L'esercizio dovrebbe servire a decidere in che cosa si è veramente più bravi.

Bis sulle apps, grazie a Massimo

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Massimo Mantellini ha risposto al mio post precedente con considerazioni a suo dire deprimenti: il meglio che è venuto fuori nell'editoria per gli iPad è stato la possibilità di leggere lo stesso giornale di carta anche sul tablet. Ma più che considerazioni deprimenti, queste sono considerazioni descrittive. Quello che ci interessa è capire che cosa succederà poi.

Ringrazio Massimo perché ha fatto emergere meglio un tema che avevo lasciato implicito: è possibile che gli editori producano qualcosa di davvero buono per il tablet, innovativo e produttivo per il loro business, consapevole dei passi avanti che il web ha fatto fare al pubblico (passi avanti dei quali il pubblico rifiuta e rifiuterà - giustamente - di privarsi)?

Lasciamo perdere il cinismo con il quale si potrebbe rispondere in generale sulla politica degli editori (anche perché facendo il giornalista dovrei prima di tutto parlare delle responsabilità dei giornalisti). Il punto è un altro. Che cosa succederà davvero?

Lo scenario di piccolo cabotaggio, continueremo a leggere i pdf sul tablet è davvero il più probabile?

No. E' quello che si realizzerebbe se non succedesse più niente. Ma se c'è una cosa poco probabile è proprio che non succeda più niente.

Gli incentivi a innovare per gli editori cresceranno. La crisi, le opportunità, il ricambio generazionale, le novità che si potranno emulare, i nuovi tablet e le nuove piattaforme... Il punto è che qualcuno probabilmente prenderà la strada giusta e gli altri saranno costretti ad andargli dietro. Quale strada giusta?

Ecco alcuni spunti:
1. Il web e le applicazioni per l'iPad non sono dimensioni contraddittorie, ma integrate (come tutto o quasi nei media, peraltro)
2. Le opportunità di business che offrono sono specifiche (non vanno pensate come il rimedio alla perdita della carta); si deve pensare che cosa può portare in più ogni nuova forma con la quale si propone l'informazione (non pensare a quello che si perde, ma pensare a creare di più e di meglio con ogni medium)
3. La sperimentazione fa comprendere come funziona un nuovo mondo e quando si è imparato si va più veloci. Siamo nella sperimentazione, ancora.

Ed ecco dunque alcune considerazioni costruttive:
1. La logica del web andrà avanti e avrà ancora a lungo la leadership culturale. Il business sostenuto dalla pubblicità continuerà a crescere, su pc e su tablet. Basterà? Niente basterà, ma tutto servirà. Non stiamo sostituendo un vecchio business con un nuovo. Stiamo costruendo un nuovo business.
2. Il design delle applicazioni non è necessariamente chiuso. Si possono fare le applicazioni in html5 o con le funzioni di social networking e altro. Si possono mettere gli stessi contenuti in diversi contesti (web e apps). Si possono creare contenuti specifici per ogni medium. Ma di certo il design di quello che va sul tablet ha le sue specificità: perché il tablet si porta in giro, si tocca, si può apprezzare con più calma e comodità che un pc sulla scrivania dell'ufficio... mentre la velocità e la comodità del pc nell'interazione resteranno a lungo migliori.
3. Le storie raccolte dai giornali andranno proposte in tutti i modi possibili e comodi per il pubblico. In tutti i modi che il pubblico riterrà di gradire. Alcune cose andranno a pagamento se avranno il valore giusto, anche modesto ma riconoscibile. E su questo c'è ancora da lavorare: ma non per tornare indietro, per andare avanti.

(Giusto per la cronaca, Pew ha messo in giro una ricerca sulla disponibilità a pagare per i contenuti digitali in America. L'arpu di 10 dollari al mese non è molto, ma è anche l'arpu medio dei siti che fanno la raccolta pubblicitaria. Le logiche di sviluppo sono ancora tutte da definire: ma ci sarà bisogno di perseguire con ragionevolezza tutte le strade. E questo vale sia per i vecchi editori che per i nuovi. A questi conti andrà dedicato un ulteriore post).

Background su Editoria delle apps
Nel 2010, la Apple ha di fatto creato il mercato dei tablet. E, connettendo il concetto a quello dell'iPhone, ha rilanciato il mercato delle applicazioni. Concepite come software che girano su oggetti mobili e belli.

Il 2011 si annuncia come un grande momento di passaggio per questo mercato. Al Ces stanno per arrivare molti nuovi tablet con sistemi operativi diversi, da Android a Microsoft e a Palm (probabilmente), in attesa del Rim. Questo renderà più complesso il mercato delle applicazioni. Comprese quelle editoriali.

Ora dunque arrivano i problemi. E proprio nel momento in cui si leggono le notizie negative sul mercato delle apps editoriali su iPad. (Mondaynote). Che cosa succederà ora?

L'editoria dei magazine ha creduto in questo modello perché:
1. Il Kindle aveva dato la spinta al libro elettronico e dimostrato che è vero che si legge in mobilità, comprando i libri online con un oggetto sempre connesso
2. L'iPad era tanto bello e ricco di grafica da potersi candidare a svolgere la stessa funzione del Kindle per i magazine e i giornali
3. La logica economica del mercato delle applicazioni aveva pagato per diverse industrie, come quella dei giochi, e aveva replicato il successo della musica su iTunes: dunque poteva anche funzionare per i magazine.

L'editoria arrivava a prendere in considerazione le applicazioni dopo aver vissuto l'incubo della crisi della pubblicità del 2009. E sperava che le applicazioni riaccendessero il mercato dei giornali a pagamento anche nel digitale, dopo aver visto che sul web questo modello non passa. E ha pensato di poter contrapporre la logica delle apps a quella del web. Di questa idea si è fatto portavoce Chris Anderson su Wired, con il famoso e controverso (per non dire sbagliato) titolo estivo "il web è morto". Anderson ha poi chiarito che l'eccessiva drammaticità della titolazione era un po' dovuta a una scelta di comunicazione.

Ora scopriamo che le apps editoriali in vendita su App Store sono andate sempre peggio nel corso del 2010. E che funzionano quelle che si propongono gratuitamente con il supporto della pubblicità. La nuova ipotesi forte è che le apps sono un nuovo passo avanti della logica di internet e del web, non un passo indietro al mondo controllato della carta. (Bradford)

Le apps editoriali sono uscite con grande entusiasmo e molte sono state estremamente innovative, nel design, nei contenuti, nelle presentazioni grafiche animate. Si sono dimostrate interessanti per i lettori. Ma non abbastanza da convincerli a pagare fedelmente per ogni uscita.

Il problema è stato nei dettagli. E non solo. Perché talvolta, o molto spesso, salvo eccezioni:
1. Erano troppo pesanti da scaricare
2. Erano troppo simili ai giornali di carta dei quali erano emanazioni
3. Non si trovavano facilmente (perché non c'è un negozio di riviste sull'App Store)
4. Dovevano sottostare alle regole imposte dalla Apple che non sempre corrispondevano alla linea editoriale delle riviste e soprattutto alle logiche di marketing degli editori
5. Produrle era un costo che alcuni editori affrontavano più per ragioni di immagine che di sostanza
6. Avevano funzionalità di lettura elevate ma erano spesso poco interattive, poco connesse ai network sociali, poco... web
7. Erano troppe, troppo poche, con costi troppo diversi, in un mercato troppo immaturo, non facilmente comprensibile, molto definito dalla luce dell'iPad e dall'eredità web o cartacea delle testate che cercavano fortuna sul tablet.

I motivi per cui le apps a pagamento non vanno un granché bene sono diversi, ma si riassumono in una sintesi: le apps arrivano dopo il web e non ne cancellano la grandissima importanza culturale; possono creare una nuova fase dell'editoria digitale solo se offrono funzionalità molto innovative che però si aggiungono e non si oppongono alla cultura del web; ma a questo pone un freno la politica commercialmente restrittiva della Apple, il limite agli investimenti in ricerca degli editori, la conseguente mancanza di libertà d'azione dei progettisti che talvolta dimostrano di dover fare troppo i conti con il compromesso. La ragione vuole la sua parte.

Che cosa può succedere? Facciamo due scenari per le apps editoriali a pagamento:
1. Lo scenario peggiore per il prossimo anno - Nel corso del 2011 le apps editoriali a pagamento avranno altri problemi perché dovranno essere scritte in linguaggi diversi, tanti quanti saranno le piattaforme sulle quali si vorrebbe che girassero. Ci saranno sistemi editoriali per produrle in modo più industriale ma in questo senso diventeranno anche meno "originali" e diverse. Avranno ancora più difficoltà a farsi trovare. Costeranno sempre di più in termini di software e meno in termini di contenuti. Si innescherà un circolo vizioso. Solo alcuni sopravviveranno.
2. Lo scenario migliore per il prossimo anno - Nel corso del 2011, un'azienda come Google (o un'altra con analoga logica) creerà un'edicola virtuale con costi bassi per gli editori e lancerà una grande campagna per diffondere i tablet con Android (o con un altro sistema operativo alternativo a quello della Apple). Allora la Apple dovrà rispondere creando migliori condizioni per gli editori sulla sua piattaforma. I costi scenderanno, la libertà commerciale per gli editori migliorerà, si innescherà un circolo virtuoso. Molti nuovi entreranno in competizione e ci sarà spazio per diversi vincitori.

Per le apps gratuite con pubblicità la logica sarà diversa perché dipenderà dalla qualità del contenuto, dalla velocità di scaricamento, dalla forza di vendita delle concessionarie editoriali ma non avrà remore a connettersi con il web. Perché i contenuti gratuiti e la pubblicità connessa andranno logicamente anche sul web, sebbene con un design diverso. Avranno più lettori su tablet e avranno ancora più lettori connettendosi a pagine intelligemente collegate sul web. E quindi la pubblicità avrà un maggiore impatto. Con un circolo virtuoso. Sarebbe logico che fossero fatte in html5, per questo, ma non è obbligatorio per ora perché l'html5 non ha ancora editor sufficientemente facili da usare.

Tutto questo dovrebbe portare avanti la logica delle apps connesse al web e frenare quella della vendita di magazine digitali. Non è certo detto che sia questo il risultato finale. Ma i primi metri della valanga vanno in questa direzione e non nell'altra.

Del resto, perché mai dovrebbero vincere delle strategie anti-web?

Il vero tema è che le applicazioni devono avere qualcosa di speciale e pesare poco. Quindi devono risultare da un ottimo studio di software, design e contenuti. Se c'è una scommessa da fare, ancora una volta, è sull'innovazione.

Background su Editoria delle apps

Evan Williams sull'informazione infinita

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Evan Williams è, tra i fondatori di Twitter, quello che parla meno. Ha scambiato qualche parola con Om Malik. E vale la pena di leggere il post originale. Perché il tema è buono: c'è troppa roba sul web, apparentemente. «Le nostre piattaforme non erano disegnate per un'epoca di informazione infinita. C'è molto da fare. Si tratta di un passaggio simile a quando c'era troppo da consultare tra le pagine ed è arrivato Google. Ora di nuovo: vorrei che Twitter non fosse una causa di ulteriore peggioramento, ma uno strumento per il miglioramento della gestibilità dell'informazione online».

Si tratta di riflettere, per esempio, sui retweet, come valutazione sociale della rilevanza delle notizie. E di costruire intorno a questo genere di segnali, dice Evan. «Si tratta di una gestione fatta insieme di persone e macchine. Persone che raccolgono dati e macchine che li analizzano per renderli fruibili».

Ecco uno scambio importante:
"OM: Do you think that the future of the Internet will involve machines thinking on our behalf
Ev: Yes, they'll have to. But it's a combination of machines and the crowd. Data collected from the crowd that is analyzed by machines. For us, at least, that's the future. Facebook is already like that. YouTube is like that. Anything that has a lot of information has to be like that. People are obsessed with social but it's not really "social." It's making better decisions because of decisions of other people. It's algorithms based on other people to help direct your attention another way."

Non è sufficiente. Ma è il modo in cui si sta pensando ed evolvendo la rete. Persone e computer insieme. Non solo persone, non solo computer. Che si influenzano a vicenda. Combinazioni tra scelte individuali, movimenti di gruppo e algoritmi che rischiano di creare circoli autoreferenziali, ma che possono diventare invece molto innovative e capaci di grande ispirazione. Dipende dalla consapevolezza degli utenti e dei progettisti. È ovviamente giusto così. Su questo concretamente si può riflettere.

Morozov sui DDoS e la disobbedienza civile

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Evgeny Morozov si è lanciato in una discussione che va assolutamente ripresa. Non perché sia facile comprendere "da che parte stare". Ma perché il suo valore è decisivo per la concezione che noi possiamo avere dell'innovazione sociale. Che avviene per via istituzionale, ma anche per via di protesta e di dissenso.

Morozov propone di riflettere sui DDoS, gli attacchi che con la tecnica del denial of service, bloccano certi siti come forma di protesta contro il loro comportamento. È una tecnica e come tutte le tecniche può essere usata per molti scopi diversi. È stata usata per attaccare Twitter che ospitava le opinioni di un dissidente georgiano (si pensa da parte dei suoi nemici, forse legati a qualche potentato russo). E negli ultimi tempi è stata usata per attaccare i siti delle piattaforme che come Amazon, PayPal, Mastercard, hanno smesso di consentire ai sostenitori di Wikileaks di leggere le informazioni o di offrire contributi monetari.

Nel caso di questi ultimi, per Morozov si è trattato di atti simili alla disobbedienza civile, come occupare un palazzo o picchettarne l'entrata. Hanno avuto l'effetto di portare in galera alcuni di coloro che si pensa li abbiano compiuti: e la galera è parte integrante del significato dell'azione. Dice infatti Morozov che la galera è sempre la conseguenza di un'azione illegale, ma nell'azione di disobbedienza civile motivata da un'istanza "politica" la galera è ciò che ripristina l'equilibrio della convivenza e garantisce nello stesso tempo rispetto per il significato dell'azione. Questo ha senso nei paesi autoritari, ma anche in quelli democratici: il dissenso è dissenso e può essere rivolto anche a una parte del sistema democratico che secondo chi protesta democratica non è. Si può non essere d'accordo, si può essere infastiditi dall'azione, chi la compie va in galera: il suo messaggio viene testimoniato.

Il problema, dice Morozov, è che la sanzione sia proporzionata all'azione. Se chi occupa un palazzo fa qualche giorno di fermo e chi compie un DDoS va dieci anni di galera, c'è una sproporzione che va sanata. 

Dice Morozov che la reazione delle democrazie a quanto è avvenuto in seguito alla pubblicazione da parte di alcuni giornali ufficiali delle informazioni pubblicate su Wikileaks è sproporzionata. E che è necessario riflettere sulle conseguenze di tutto questo. 

Certo, tutto dipende dalla metafora con la quale si descrive il DDoS. Se è disobbedienza civile vale il discorso di Morozov. Se è vandalismo il fatto può invece essere considerato diversamente. La metafora conta. Qual è quella giusta?

Ma un fatto è certo. La riflessione sul modo in cui le democrazie stanno reagendo al fenomeno Wikileaks è doverosa e necessaria. Per fare avanzare la democrazia e la libertà di espressione, per non lasciare che la convivenza civile e le sue regole vengano stravolte dalla necessità contingente di chi è disposto da buttare il buono che c'è nell'innovazione dell'informazione della quale la rete è un abilitatore insieme al cattivo che inevitabilmente consente.

Faccia dell'anno

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David Weinberger commenta con il titolo qui tradotto la scelta di Time di dare a Mark Zuckerberg il titolo di persona dell'anno 2010.

Il retroscena è interessante. Nel 2006, Time aveva scelto "you" come persona dell'anno: tu, che ti vedi nello specchio pubblicato in copertina, tu che contribuisci all'informazione sui social media. E anche quest'anno Time aveva chiesto ai lettori di indicare quale persona avrebbero voluto premiare quest'anno con la copertina. Ebbene, i vari "you" di Time hanno votato tutt'altra persona dell'anno: Julian Assange. Ma Time ha deciso che "you" aveva torto e che la persona dell'anno era il fondatore di Facebook che tra l'altro è in piena campagna di pubbliche relazioni (la sua apparizione a 60 minutes ha fatto scalpore, qualche settimana dopo l'uscita del film critico sulla storia del suo social network).

Time ha evidentemente voluto dire che "you" fa i social media, ma Time non è un social media. E probabilmente, come dice Weinberger, è giusto così. Anzi, dichiarare un'alterità dal popolo della rete per un settimanale è una necessità identitaria fondamentale. Sta di fatto che non è ben chiaro allora perché sia stato fatto il sondaggio tra i lettori che aveva dato un risultato tanto diverso da quello poi deciso dal settimanale. Perché?

A che serve un giornalista

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Jonathan Stray affronta il problema della crisi del giornalismo. E lo risolve dichiarando che il giornalismo si salva e migliora se si dà uno scopo sensato. Tipo: sorveglianza dell'ignoranza. Tipo: sorvegliare il dibattito e arricchirlo con l'informazione che manca. E' un concetto giustamente semplice ma capace di generare una buona ispirazione.

Lezioni Wikileaks

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Wikileaks ha dato una bella lezione a tutti, compresa sé stessa. Ecco gli insegnamenti principali:

1. L'informazione grezza va verificata, selezionata, constestualizzata, editata. La filiera che va da chi possiede un documento riservato e lo vuole rendere pubblico, a chi lo raccoglie nascondendo la fonte, a chi lo verifica e poi pubblica, costituisce una divisione del lavoro importante e ogni sua parte ha un grande valore. (cfr. Crovitz - Wsj - pagina a pagamento)
2. I giornali che capiscono questo gioco migliorano. Per spingere i giornali a capire questo gioco può essere necessario uno shock. Come quello che Wikileaks ha generato in due riprese nel corso del 2010. (cfr. Carr - Nyt)
3. Se gli stati e le imprese non vogliono che i documenti riservati diventino pubblici devono proteggerli soprattutto dai loro stessi funzionari e impiegati. Perché anche se riusciranno a chiudere Wikileaks, ci saranno altre piattaforme capaci di aiutare chi vuol far conoscere le cose che succedono.

Ma non ci sono solo lezioni. Anche questioni aperte.

1. Il potere si è distribuito in modo diverso e più diluito negli ultimi tempi. E' sceso il potere degli stati. E' salito quello delle organizzazioni criminali, che in certi casi si sono conquistate uno stato. E' salito il potere delle aziende multinazionali e delle banche, che riescono a far fare agli stati quello che vogliono. In questo contesto cercano più potere anche organizzazioni formali come Wikileaks o Openleaks, giocando sulla disponibilità di informazioni; e insieme a queste cercano più potere anche delle sedicenti organizzazioni di cosiddetti hacker, che si danno un brand, lo rendono famoso con azioni eclatanti, sperano di conquistare influenza, attenzione e potere. Quali tra le organizzazioni che sono emerse in questa occasione sono reali e quali un bluff? Quali sono le loro agende?
2. Le aziende che fanno un mestiere tecnico, come Visa, Mastercard, PayPal, Amazon, possono sentirsi in dovere di prendere delle posizioni politiche. Che senso ha? E' perché i loro responsabili si sentono vicini a qualche politico, perché hanno avuto qualche avvertimento, o perché sanno che in presenza di stati sempre meno forti e influenti occorre che esse stesse maturino un comportamento politico?
3. Come sono stati scelti i giornali cui affidare i leaks? Perché gli altri sono stati esclusi? C'è stata una trattativa o solo una scelta unilaterale da parte di Wikileaks? E perché i politici se la sono presa con Wikileaks ma non con i giornali che hanno pubblicato i leaks?

Il paragone che aiuta a interpretare meglio la situazione è quello che avvicina Wikileaks a Napster. L'eventuale sconfitta di Napster non ha fermato la cosiddetta pirateria della musica. Il numero di sistemi per continuarla è cresciuto sempre e la loro qualità migliorata costantemente. La risposta violenta delle case discografiche non è servita a nulla. Quello che è servito è stato maturare un nuovo modello di business per la musica registrata e un nuovo rispetto per gli artisti e il loro pubblico.

Allo stesso tempo, la violenza degli stati può essere più pericolosa della violenza delle case discografiche. E se dovesse aprire la strada a una repressione della libertà di internet, Wikileaks avrebbe un effetto boomerang davvero drammatico. Di certo, molti poteri vecchi e incancreniti ne sarebbero felici. E gli innovatori veri avrebbero una difficoltà in più per dare il loro contributo.

Indy, Wiki, blog

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La cultura della rete si è complicata con la moltiplicazione degli utenti. Di certo, però, esiste una componente trascinante. Che resta in qualche modo legata alla concezione della rete non come strumento da usare, ma come opportunità da cogliere e mondo da modellare.

Hacker, digerati, edge, indymedia, wikileaks, programmatori, pionieri e visionari, citizen journalist, blogger con atteggiamento aperto alla conversazione (per distinguerli, per intenderci, da quelli che non citano mai gli altri perché sono più "giornali" che "persone"), restano parte di quella cultura trainante: non ideologicamente positiva nei confronti di tutto ciò che avviene in rete, ma convinti che quasi ogni problema si possa affrontare sperimentando una buona idea.

Per questo vale la pena di dare un'occhiata all'ottimo pezzo di NiemanLab.

E per questo vanno citate le idee emerse tra i nostri blog negli ultimi giorni: Vittorio, PrimiSuGoogle, Paolo, Phastidio, Indipedia, Delbo, Guido, PotevaAndarePeggio, Dario, Federico, Corrado, Paz83.

Citati da Paz83:
Luca Alagna: Wikileaks, raccolta di domande e risposte
Gennaro Carotenuto: Caso Julian Assange e Wikileaks. Se l'Occidente si comporta come l'Iran
Giovanni Fontana: L'arresto di Assange a Londra non è un complotto
Vittorio Zambardino: Il "criminale" Assange ci sfida ad essere noi stessi
Claudio Messora: Arrestato Julian Assange. Che l'era del baratto abbia inizio!
Alberto Cottica: A feature, not a bug: il ruolo di WikiLeaks nell'ecologia della governance
Massimo Mantellini: Perchè i giornalisti odiano Wikileak e Difendere Wikileaks in modi meno scemi
Fausto Colombo: Considerazioni su Wikileaks
Giovanni Boccia Artieri: Quer pasticciaccio brutto viaWikileaks e Anticorpi e metastasi diWikileaks
Lsdi: Wikileaks: un po' di imbarazzo per gli ambasciatori è una tragedia, 15.000 civili uccisi in Iraq una statistica

E ancora, citati da Paolo:
  • Perchè i giornalisti odiano Wikileaks di Massimo Mantellini;
  • Quel pasticciaccio brutto via Wikileaks di GB Artieri;
  • Wikileaks uguale terrorismo 2.0? di Claudio Tamburrino;
  • Wikileaks e il paradosso dell'informazione di Davide Pozzi;
  • Il cablegate "Wikileaks": una guida di Francesco Costa

  • Articoli di riferimento:
    Atlantic

    Interventi:
    Jay Rosen

    Infiniti commenti a Wikileaks

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    Sull'Atlantic una raccolta di interventi e opinioni sulla vicenda Wikileaks.

    La timeline degli attacchi contro Wikileaks, sul Guardian.

    Perché Wikileaks radicalizza il dibattito sulla governance di internet in America, sull'Internet Governance Project.

    Le tecniche che consentono a Wikileaks di restare online, sulla Bbc.

    Quanto è forte la tenuta della libertà di espressione online, secondo Electronic Frontiers Foundation.

    Michael Ellsberg, quello dei documenti del Pentagono, difende Wikileaks e la libertà di espressione.

    Il Cablegate di Wikileaks non è il Watergate, dice Aalam Wassef.

    Le idee di Morozov in materia di trasparenza e Wikileaks.

    Morozov su Wikileaks e la teoria della trasparenza

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    Evgeny Morozov è un critico lucido dell'ideologia della democraticità di internet e argomenta di solito sulla scorta di un dato incontrovertibile: internet può essere usata da tutti, attivisti e potenti, autoritari e democratici, dissidenti e polizie, terroristi e stati. In un'intervista a Cristian Science Monitor applica questo suo approccio al caso Wikileaks.

    Sostiene Morozov di non essere in grado di riconoscere nelle parole e nel comportamento di Julian Assange una teoria consistente che motivi le sue azioni. L'idea di trasparenza portata avanti da Assange è comunque selettiva e mirata più che altro a indebolire gli stati e i poteri forti. La sua forza non è tanto nella teoria ma nella pratica: ottima tecnologia per criptare l'invio a Wikileaks dei documenti, dice Morozov. E infatti sarà sempre appoggiato dai geek che nel mondo vogliono difendere la loro libertà di dimostrare la propria bravura.

    Ma detto questo, il problema diventa quello di farsi un'idea indipendente della vicenda. Morozov individua una contraddizione nelle posizioni dei difensori a oltranza di Wikileaks. Dice in sostanza che gli stessi sostenitori della trasparenza assoluta negli stati, che di fatto è un indebolimento degli stati, sono anche sostenitori della privacy dei cittadini nei confronti non solo dell'ingerenza statale ma anche di quella delle compagnie che come Google e Facebook si appropriano di dati potenzialmente sensibili. Ma è chiaro, dice Morozov, che solo uno stato forte può contrastare le compagnie private che operano ai margini della legge sulla privacy. E indebolire lo stato non aiuta in questo senso.

    La questione peraltro a questo punto torna a essere quella della quale si è parlato anche in passato su questo blog. La conseguenza di iniziative come Wikileaks non va valutata come se fosse un fenomeno in sé e in base all'assunto che possa vincere su tutta la linea modellando il mondo in base al loro punto di vista. Perché non è storicamente sensato pensare che una parte abbia la capacità di vincere su tutta la linea. In realtà, c'è un continuo confronto tra punti di vista diversi e conseguenti iniziative e azioni. Quindi le conseguenze di un'iniziativa vanno viste nel quadro dell'insieme delle iniziative in atto. L'entrata in gioco di Wikileaks può provocare due generi di effetto: 1. una radicalizzazione del conflitto tra poteri che vogliono controllare e contropoteri che vogliono ridurre il controllo; 2. un'innovazione del quadro organizzativo nel quale circolano le informazioni e si proteggono le minoranze e le fasce deboli, con una maturazione dell'idea che l'equilibrio dei poteri è meglio della prevalenza di un potere. Da questo punto di vista, si spera nella seconda possibilità. E ci sono buone possibilità che questa seconda possibilità sia in fondo la più realistica. Imho.

    Il dibattito peraltro sta diventando molto importante.
    Stefano Rodotà
    Vittorio Zambardino
    Noam Chomsky
    Dan Gillmor
    Mark Lee Hunter
    Clay Shirky
    John Naughton

    Post precedenti
    Qualcosa sta andando storto
    Movimenti tellurici
    Il reo dell'Amazon
    Isteria su Wikileaks
    Promemoria
    Wikileaks e trasparenza
    Gli studenti italiani hanno fatto nel 2009 una figura migliore che negli anni precedenti all'esame Pisa che stima il rendimento scolastico in più di 60 paesi. È una buona notizia. Ma per favore non si dica che il merito è di qualche politico. Il merito è degli insegnanti, degli studenti, e forse di un po' di consapevolezza in più che si va diffondendo. Imho. (via Repubblica)
    Assange ha contrattato e ottenuto il suo arresto.

    Amazon e PayPal, Mastercard, Visa, il sistema bancario svizzero e il sistema giudiziario svedese si sono schierati contro di lui.

    Noam Chomsky difende Wikileaks. Dan Gillmor dice che se si accetta la chiusura di Wikileaks si perde la libertà di espressione. Mark Lee Hunter dice che se Assange è una spia allora lo sono tutti i giornali che danno notizie. Facebook e Twitter non chiudono a Wikileaks. Centinaia di siti adesso ospitano la piattaforma di Assange.

    La strada della reazione sembra la preferita in alcuni circoli della politica americana e britannica. Mitch McConnell, repubblicano, dice che Julian Assange, di Wikileaks, è un terrorista high tech. E che va fermato. «Se si dimostrerà che Assange non ha violato la legge, allora bisognerà cambiare la legge».

    Condoleezza Rice è fondamentalmente d'accordo con McConnell, a giudicare dalle sue risposte in questa intervista. E Joseph Lieberman propone una nuova legge che renderebbe vietato fare quello che fa Wikileaks.

    Pare però indubitabile che questo genere di reazioni avrebbe conseguenze non solo su Wikileaks ma anche sui giornali. Sarebbe una vera contraddizione del sistema americano e britannico. Probabilmente, a quel punto, si farebbe più fatica a comprendere l'esatta definizione di libertà di espressione.

    Clay Shirky scrive un intervento equilibrato. Si rende conto che bloccare Wikileaks sarebbe un attentato alla libertà di espressione. E si rende conto che la totale trasparenza non è possibile e forse neppure augurabile. La sua idea è che mentre si studia come riequilibrare il sistema dei poteri che si devono bilanciare per poter funzionare, Wikileaks deve restare aperta, non chiusa. E d'altra parte, se si chiude Wikileaks non si ferma comunque il processo avviato dalla rete. A meno che non si voglia bloccare la rete...

    Il fatto è che, almeno nei paesi anglosassoni più "evoluti", esiste il reato di svelare segreti dello stato: ma i colpevoli di quel reato sono coloro che hanno i documenti e li consegnano a un sistema che fa informazione. I giornali che li pubblicano non commettono alcun reato. Non si vede perché questo dovrebbe cambiare: gli americani e i britannici che vogliono impedire la pubblicazione dei documenti segreti dovrebbero concentrarsi sulle indagini necessarie a capire chi ha consegnato i file, non sul tentativo di bloccare Wikileaks.

    D'altra parte i grandi giornali che hanno pubblicato i file di Wikileaks non sono rivoluzionari. Avendo pubblicato i documenti di Wikileaks hanno anche dimostrato che si tratta di notizie. Che altrimenti non sarebbero uscite. Il che significa che Wikileaks può anche essere interpratata come una piattaforma che crea condizioni tali da migliorare i giornali. E ora che sono uscite, il fatto dimostra che anche i diplomatici possono migliorare il modo in cui comunicano. I guai che Wikileaks fa emergere non sono colpa di Wikileaks, e al massimo dimostrano che ci sono dimensioni - giornalistiche o politiche - che possono essere migliorate.

    Se si va avanti con posizioni ideologiche o ingenue ci sarà una stupida guerra. Tra poteri che contrastano l'azione di Wikileaks e programmatori che moltiplicheranno i siti sui quali si potranno pubblicare documenti segreti, che difenderanno Wikileaks, che attaccheranno chi attacca Wikileaks. Una confusione crescente, invece di una maturazione del sistema dell'informazione.

    Condominio come metafora

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    Il condominio è un luogo di conflitto. E' strano, perché gli studiosi delle società tradizionali hanno spesso descritto il vicinato come il luogo della socialità, delle solidarietà, della convivenza. E' come se fosse la metafora della distruzione delle relazioni avvenuta con l'industrialismo e il consumismo. La distruzione delle regole comuni, ben conosciute. (Censis)

    Il problema è: che cosa si può fare per migliorare la situazione? Oppure dobbiamo dare per persa la partita? L'informazione iperlocale potrebbe ricominciare da qui? Qualcuno ha un'esperienza?

    Di certo, una raccolta di pareri su Facebook, avviata un po' per sfogo e un po' per curiosità, ha portato a risultati chiarissimi. La domanda era supergenerica: "ho problemi con il condominio. giusto per fare un sondaggio: chi ha problemi con il proprio condominio?"

    Ecco le risposte...

    Massimo Romano chi è che non ne ha? faresti prima...
    Gigi Beltrame io
    Paola Bacchiddu Tutti
    Alessandro Calderoni bisognerebbe capire se intendi 1) gli abitanti 2) l'amministrazione 3) edificio e servizi. Di solito sono problemi che convivono benissimo :-))
    Andrew Cooper In che senso Luca? Se riesci a darci qualche info più specifica forse possiamo esserti di maggiore aiuto?:D Se intendi problemi in generale, da piccoli litigi a esposti e/o problemi con l'amministratore...
    Cristina Ruscito e con l'amministratore no?
    Zeno Tomiolo Presente. ci pensavo proprio ieri: o è una situazione endemica a tutti i condomìni oppure all'ambiente italico. Secondo te? Ciao, Zeno
    Simonetta Di Zanutto ah voglia!
    Isabella Bressan mi associo!
    Angela Lippolis Maflin io... di ogni genere, dal parcheggio selvaggio senza rispetto, all'amministratore che si inventa le rate delle spese... e mi fermo qui :(
    Stefano Troilo e chi non li ha? a cominciare dall'amministratore :-)
    Giampiero Di Carlo ho problemi con due condomini(i)
    Andrew Cooper Cmq si confermo e sottoscrivo anche io, ho problemi con il condominio ^_^
    Massimo Canducci Mi piaccerebbe fare la riunione di condominio su apposito gruppo chiuso di fb, massima trasparenza e meno sbattimenti. Resta solo da convincere un po' di scettici :-)
    Jacopo Paoletti Eh, con due (purtroppo).
    Claudia Neri need you ask.... il 99% delle persone
    Edoardo Belli ma credo chiunque abbia problemi di ogni genere col condominio. e se, per una rarissima combinazione celeste non ci sono problemi tra i condòmini, c'è comunque l'amministratore che per così dire "arrotonda"... (esempio, nel condominio di Milano da quest'anno siamo allacciati alla rete di teleriscaldamento: casualmente il preventivo per le spese di riscaldamento è inferiore del 30% rispetto all'anno scorso!!!)
    Stefano Troilo magari si arrotondasse soltanto... c'è chi arriva a guadagnare il 100% gonfiando le fatture dei lavori dati in appalto.
    Andrew Cooper E.. vogliamo parlare degli screzi subiti da "presunti" condomini alle macchine parcheggiate in strada? direi no comment...:D
    Flavia Marzano eh vabbe' Luca, ti piace vincere facile eh? :D
    Sonia Sala anche io problemi con condominio
    Gennaro Carotenuto Mi hanno rovinato l'ultimo anno di vita e aumentato le spese di ristrutturazione di 30.000 euro. E il brutto è che l'amministratore sarei io...
    Antonio Larizza Oggi nel mio palazzo non funziona il riscaldamento... Fuori nevica, condomini infuriati: fioccano minacce per l'amministratore...
    Carlo Viola Luca, da quando in qua ti piace fare domande retoriche?
    Valentina Cerreto ‎...che sia che la gente prende le riunioni di condominio come valvola di sfogo?!?...
    Stefano Troilo nevica, amministratore ladro :-)
    Luca De Biase un mio amico progettava - trent'anni fa - un libro intitolato "Società e Potere. Analisi di un condominio". Evidentemente, sarebbe ancora attuale... Eppure, per gli studiosi della società tradizionale, il vicinato era il primo capitolo della socialità, della solidarietà, della convivenza. Oggi è il primo capitolo del conflitto quotidiano...
    Patrizia Ravagli l'amministratore di condominio, questo sconosciuto!
    Fulvio Sarzana Di S.ippolito per vedere fino in fondo la "miseria" umana basta andare ad una riunione condominiale o, meglio, assistere ad una causa condominiale, ove i condomini preferiscono accoltellarsi o spendere migliaia di euro in cause piuttosto che permettere al gatto del vicino di attraversare le scale, peggio del condominio ci sono solo le liti familiari in tribunale, tipo separazioni e divorzi e/o eredità tra familiari, che non finiscono a coltellate solo perchè ci sono giudici, cancellieri o avvocati che tentano di fermare i litiganti...
    Giorgio Meletti io, tanti.
    Giorgio Gianotto Ballard aveva come al solito capito tutto: rileggere "Condominio" per sapere come va a finire...
    Paola Bonini il mio condominio nel 2006 si è fatto causa da solo. e ha perso.
    Francesco Monico
    Ristorante cinese che produce quintali di garbage e la mette sotto il nostro balcone (logicamente la differenziata non sanno cosa è)...vicino a destra che urla il nome del cagnolino (molto simpatico) per tutta notte come avesse un tic, mace...
    Elisabetta Luise tutti noi
    Stefano Hesse chi non ne ha?
    Francesco Monico un vecchio letterato mi diceva che il condomio una storia di gente che defeca in testa ad altre persone e l'ultimo piano a quello dei piccioni...
    Antonio Savarese anche a Napoli il condominio è un casino
    Manuela Croatto La questione è così diffusa che c'è una legge (D.lgs. 28/2010) che rende obbligatorio il tentativo di mediazione tra le parti prima di andare a intasare le aule dei tribunali.
    Mimma Di Marco tutti abbiamo problemi condominiali. qual e' il tuo?
    Maria Grazia Mattei facciamo prima a chiedere chi NON ha problemi :) ciao
    Giorgio Antoniacomi Credo che il condominio, vera metafora del vivere aggregato, sia per definizione un concentrato di problemi
    Matilde Bonatti Problemi non troppo gravi. E poi sono felice, un problema si è risolto pochi giorni fa. Tempo speso a discutere e valutare, ha portato a risolvere tutto con una sana e felice mediazione fra condomini! Quindi in bocca al lupo!

    Mitch McConnell, repubblicano, dice che Julian Assange, di Wikileaks, è un terrorista high tech. E che va fermato. «Se si dimostrerà che Assange non ha violato la legge, allora bisognerà cambiare la legge».

    Intanto, legge o non legge, Amazon ha fermato Wikileaks. E PayPal ha smesso di accettare donazioni per Wikileaks. E Google non aiuta proattivamente a trovarne il sito che continua a cambiare indirizzo, mentre invece Bing ci si mette di buzzo buono e addirittura aggiusta i risultati del motore a mano pur di consentire agli utenti di trovarlo. Intanto Wikileaks si arrangia.

    Il terremoto Wikileaks è anche un terremoto di regole sul web. Speriamo che non diventi un boomerang per la libertà. Non per azione degli stati, evidentemente sorpassati dalla "legge pratica del web". Ma per azione di chi può ciò che vuole. (Vedi Zambardino, Zambardino e PuntoInformatico)

    Lettura indiretta sull'identita' 

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    Un progetto bolognese. Giovani di diverse nazionalità leggono i giornali europei e li riassumono online con un focus: raccontare l'identità europea. Da seguire.

    Domani e' Domenica

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    Mi pare che l'orgoglio dei protagonisti del rinnovamento del Domenica sia un buon segno. Ecco il video... A domani!

    Il Reo dell'Amazon

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    Di che cosa dunque era considerato colpevole Assange per meritarsi l'espulsione di Wikileaks dai server di Amazon? Ieri non era ancora chiaro. Oggi è stato spiegato da Amazon. Ne parla Charlie Savage sul New York Times in una ricostruzione tutta da leggere.

    Fondamentalmente, dice Amazon, Wikileaks pubblicava anche attraverso i server di Amazon una grande quantità di contenuti che non aveva il diritto di pubblicare:

    "When companies or people go about securing and storing large quantities of data that isn't rightfully theirs, and publishing this data without ensuring it won't injure others, it's a violation of our terms of service, and folks need to go operate elsewhere," the company said.

    A quanto pare, Amazon non ha reagito con l'espulsione in seguito alle richieste del governo americano. E non lo ha fatto per proteggersi dagli attacchi di tipo denial of service cui Wikileaks era sottoposta.

    Secondo il New York Times, i legali dicono che Amazon ha agito secondo la legge. 

    Si tratta di un confronto tra due servizi di tipo "piattaforma", con molta libertà d'azione per le aziende e le organizzazioni coinvolte. Sarebbe stato difficile per Amazon allontanare dai suoi server un giornale, ma una "buca delle lettere" come Wikileaks la poteva legalmente allontanare. Piaccia o no.

    Per le piattaforme, l'obbligo di combattere l'illegalità o la dubbia legalità di ciò che fanno i loro utenti sta diventando una questione piuttosto complessa e controversa. Google ha ieri cambiato le sue regole di intervento contro la pirateria. YouTube è sempre nel mirino. Facebook si destreggia. Twitter ha resistito all'attacco contro un dissidente in Georgia, lo farebbe anche contro "dissidenti" in America? (Non ci sono notizie in proposito di un eventuale attacco a Twitter per i micropost inviati da Wikileaks). Le piattaforme sono un allargamento della libertà di espressione ma quando hanno natura commerciale non sono condotte da un pensiero pubblico: fanno quello che possono, devono, conviene. 

    Dopo l'isteria su Wikileaks

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    La vicenda del gossip diplomatico diventato notizia sui giornali attraverso Wikileaks ha suscitato un'isteria collettiva. E adesso? Adesso vale la pena di "resettare" e ragionare.

    Le contraddizioni:
    1. Tutti i commentatori hanno detto che nei file pubblicati c'è ben poco di nuovo. Ma molti politici hanno detto che la pubblicazione era devastante.
    2. Molti criticano Assange per i leaks. Ma i leaks sono stati realizzati da chi aveva i file non da Assange.
    3. Molti sperano che Assange e Wikileaks vengano fermati. Ma esistono molti altri modi per far passare dei leaks (Cryptome, i nuovi siti dei fuorusciti di Wikileaks, qualunque altra cosa sia su internet e voglia far passare leaks...)
    4. Si critica Wikileaks e chi c'è dietro, ma non si critica il New York Times, il Guardian, Le Monde e gli altri giornali che hanno pubblicato i leaks.
    5. Si criticano i leaks. Ma i file non erano considerati riservati. I diplomatici li avevano scritti in base a informazioni generiche. Sono usciti e non dovevano uscire, ma non si è poi fatto molto perché non uscissero: li potevano vedere migliaia di persone sulla intranet.

    Si ha l'impressione di un colossale abbaglio.

    I fatti:
    1. Wikileaks per quello che si sa è una buca delle lettere anonime. Controlla quello che può sull'autenticità dei documenti. Poi prima di pubblicare chiede ai giornali di fare verifiche. Questi giornali verificano, chiedono un parere al governo americano, pubblicano.
    2. Non c'è solo Wikileaks che fa questo mestiere. Se non ci fosse Wikileaks ci sarebbero altre soluzioni analoghe. Prima di internet si faceva già: ora è solo più facile.
    3. Non è uscito niente di interessante. Perché i diplomatici non si scambiano niente di interessante, apparentemente. Si direbbe che prendano le loro informazioni dai giornali e dal gossip. Di sicuro danno un'idea di quello che pensano dei vari politici. Se non vogliono farlo sapere non devono metterlo in circolazione su mezzi di comunicazione tanto aperti.

    Prendersela con Wikileaks è facile. Perché Assange è troppo protagonista (e si comporta in modo che può apparire vagamente paranoico). Ma se non ci fosse lui ci sarebbero altri che farebbero qualche altra cosa analoga. Quando e se Assange cadrà, ci sarà qualcosa d'altro di simile, peggiore (non chiede aiuto ai giornali) o migliore (chiarisce meglio da dove prende i soldi).

    Se si vuol fare dietrologia, si può cercare chi ha messo in giro i file. Avrà avuto i suoi motivi. Ha usato Wikileaks. Avrebbe potuto mandarli direttamente ai giornali. Oppure usare altre piattaforme. Il problema per la diplomazia è chi ha messo in giro i file. Il sistema con il quale quei file vengono pubblicati, invece, fa parte della libertà di stampa: le informazioni riservate non devono essere rivelate da chi le ha, ma se entrano in possesso dei giornali, questi le possono e devono pubblicare (usando il cervello, come fanno in effetti, spesso).

    La disinformazione, l'informazione strumentale, la comunicazione falsata per manipolare la realtà, peraltro, non è una pratica di Wikileaks o di internet. Ma di chi usa il sistema dell'informazione per far credere cose che non sono vere o per fare confusione tra ciò che è rilevante e ciò che non lo è. Si usano i giornali di parte per farla, si usano giornalisti affiliati a servizi segreti, si usano le televisioni, e si può usare anche internet. Il problema è che c'è il marcio, non che si vede il marcio. Imho.

    ps. Paolo Ratto segnala altri post rilevanti su Wikileaks:
  • Perchè i giornalisti odiano Wikileaks di Massimo Mantellini;
  • Quel pasticciaccio brutto via Wikileaks di GB Artieri;
  • Wikileaks uguale terrorismo 2.0? di Claudio Tamburrino;
  • Wikileaks e il paradosso dell'informazione di Davide Pozzi;
  • Il cablegate "Wikileaks": una guida di Francesco Costa

  • Intanto, Fp pubblica Wikileaked.

    Nessuna spiegazione da Amazon sul perché hanno smesso di fare l'hosting di Wikileaks.

    Non sapevo di volerlo sapere

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    I filtri all'informazione sono di tanti tipi. Alcuni sembrano fatti apposta per evitare le sorprese: seguire un flusso di notizie aggregato automaticamente da un motore in base a una parola chiave fissa, informarsi solo con un giornale o un blog che si schieri ideologicamente proprio come si desidera, stare in un momdo specializzato che crea le aspettative e le soddisfa (dal grande fratello al calcio). Ma le sorprese fanno bene: quando si riconosce un'idea inattesa come importante, quando un fatto sposta un'opinione acquisita, quando si scopre e si prova qualcosa che non si immaginava potesse esistere o essere pensato...

    l flusso dell'informazione è gigantesco e non facciamo altro che cercare nuovi modi per gestirlo. Ma l'equilibrio di una persona - e di una società - dipende anche dall'infodiversità che riesce a coltivare. Voglio sapere qualcosa in particolare e nello stesso tempo voglio sapere cose che non sapevo di voler sapere. Questa è una delle chiavi dello sviluppo del mestiere di informare. Imho.

    Giornalismo per la scienza

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    Durante la radiocronaca della partita della Roma, martedì sera, il goal di Marco Borriello ha stupito tanto il radiocronista che il suo commento è stato: "un goal inspiegabile con le leggi della fisica".

    Nel mondo del tifo calcistico è un'iperbole molto efficace. Nel mondo della scienza è una boutade che fa sorridere. Nel mondo del giornalismo sportivo è un labirinto di pensieri. La precarietà strutturale di quel settore in Italia è aumentata dalla precarietà congiunturale del giornalismo generale. La via d'uscita non è vicina. Ma è necessaria.

    Un problema del giornalismo di fronte all'esplosione di alternative che il pubblico ha a disposizione per informarsi è il superamento della sua tradizionale definizione tautologica: un tempo i giornalisti erano coloro che scrivevano i giornali, mentre i giornali erano quelle cose che erano scritte dai giornalisti. Ora il giornalismo non si può più definire in base alla posizione sociale o aziendale. Si deve definire in base alla funzione e alla competenza che quella funzione svolge. Si deve definire in base al metodo di ricerca e di espressione delle informazioni.

    Il metodo di ricerca è decisivo. E' chiaro che riguarda il modo in cui le informazioni sono documentate, verificate, contestualizzate e interpretate: si tratta di un pensiero che va alla velocità della riflessione epistemologica con l'aggiunta della moltiplicazione delle fonti utilizzabili e della crescente efficienza degli strumenti di accesso ed elaborazione delle informazioni. Mentre il metodo narrativo evolve più velocemente, in base agli apparecchi di fruizione dell'informazione, che consentono nuovi linguaggi, design rinnovato, forme interattive di utilizzo dell'informazione, e così via.

    Il metodo di ricerca e la qualità artigiana che caratterizzano il lavoro di base di coloro che fanno informazione - e che devono caratterizzare almeno coloro che la fanno in modo professionale - diventa un terreno culturale comune di produzione e di accesso alla conoscenza, il cui valore strategico è enorme in un contesto nel quale le credenze e ideologie diverse tendono a fomentare una frammentazione della società in aree "culturalmente" omogenee e reciprocamente indifferenti od ostili.

    Il giornalismo scientifico è particolarmente adatto, per la materia che segue, a sviluppare un metodo di ricerca condiviso e strutturato. Potrebbe essere un esempio importante per l'insieme del giornalismo.

    La domanda di informazione è enorme e cresce, anche se forse non trova la proposta che la faccia emergere in modo esplicito e dirompente. In parte può essere soddisfatta da volontari ed esperti. In parte può aver bisogno di professionisti. Se l'offerta professionale è oggi insufficiente a soddisfare la domanda, significa che le opportunità sono importanti. La sofferenza che viviamo oggi è quella di una fase di transizione nella quale avvertiamo un bisogno ma non troviamo il modo di soddisfarlo.

    Ieri a Mappe, Trieste. Un resoconto critico di Federica Sgorbissa.

    Più son ricchi più si informano su internet

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    Un nuovo rapporto di Pew dice che, negli Stati Uniti, la disposizione a usare internet come strumento di accesso alle notizie cresce con il crescere del reddito: più ricchi più informati via web. (via David)

    Si potrebbe commentare che il tabù del gratuito sul web non è connesso alle disponibilità degli internettiani ma a un insieme di fenomeni di abitudine, di interfaccia, di qualità attesa e percepita dell'informazione.

    Scienza a Trieste

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    Tutto vagamente precario nell'informazione sulla scienza, si direbbe sentendo gli interventi al convegno Mappe di Trieste. Una precarietà di sistema, epistemologica, economica, mediatica, editoriale e professionale. E nello stesso tempo una grande diffusa passione per un tema e un insieme di mestieri che evidentemente è una cifra di questa nostra epoca. La domanda di informazione scientifica è potenzialmente molto grande: l'offerta può articolarsi e allargarsi di più, diventando nel tempo più solida. La sofferenza attuale è un'esperienza (della quale faremmo a meno) ma non è una condanna.

    Il Daily su iPad...

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    L'entusiasmo di Murdoch per il suo nuovo giornale nazionale elettronico americano, The Daily, che si potrà leggere solo comprandolo sull'iPad è motivato o no? (Nytimes)

    Il ragionamento di Murdoch è semplice, come al solito. Nel mondo web è complicato far passare a pagamento un sito giornalistico al quale i lettori sono abituati ad accedere gratis. Ma nel mondo iPad le persone sono predisposte ad acquistare. E acquisteranno anche il nuovo giornale che non avevano mai potuto trovare prima gratis.

    L'esperienza di Murdoch con il Times di Londra, passato da alcuni miliioni di lettori ad alcune migliaia a causa dell'introduzione del biglietto d'ingresso, sostanzia la prima parte dell'ipotesi. Ma quanto alla seconda, ovviamente, è tutto da dimostrare.

    Il Daily sarà fatto da un centinaio di giornalisti. Avrà si stima 100mila abbonati tra cinque anni. Avrà la pubblicità. E sarà un prodotto pensato e disegnato per il tablet. Non sarà una soluzione vera alla perdita di entrate dei giornali cartacei, ma è certamente una soluzione che non dipende solo dai capricci della pubblicità (il grande trauma dell'anno scorso).

    I motivi di entusiasmo non sono dunque motivati se non si guarda ad argomentazioni più sofisticate.

    Il Daily dimostrerà la capacità di un editore di ritarare il modello di business sui nuovi numeri dell'editoria quotidiana, piuttosto che la capacità di trovare nuovi modelli di business e nuove strutture per fornire le informazioni. Ma potrebbe condurre a qualche riflessione. E questo sarebbe un bene.

    Di per se ha un vantaggio: nasce con un marchio legato al nuovo mondo e punterà a sembrare un luogo desiderabile dove andare. Ma il vantaggio da questo punto di vista non andrà molto lontano. La valutazione nel tempo dipenderà dall'innovazione nel software, nella fruibilità dell'interfaccia, nella qualità dello sfruttamento che farà delle possibilità narrative del digitale. Tutto questo non è semplicemente fare un giornale per iPad: è fare ricerca sul serio. I risultati di quella ricerca potrebbero servire da base per gli altri prodotti del gruppo News Corp. Se è questo l'intendimento di Murdoch, allora si tratta di un'esperienza da tenere d'occhio. Altrimenti, sarà un'altra tappa di una corsa forsennata praticata con la vista annebbiata.

    Una buona notizia da Paola Caruso

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    La buona notizia è la fine di una cattiva notizia: Paola Caruso ha smesso lo sciopero della fame che aveva deciso per protestare sulla sua condizione di giornalista precaria.

    Ne sono contento. Conosco Paola. Ero colpevolmente restato all'oscuro di questa storia. L'ho letta solo oggi. Ma non mi sembra giusto lasciarla passare senza un commento.

    Che storia è stata quella di Paola? Tra la sofferenza del precariato, commentata da Gianluca e la triste bellezza di queste veloci solidarietà che si manifestano in rete, descritta da Massimo, si sono visti altri fenomeni come l'aggressività della vittima, lo stupore della burocrazia, la spietatezza della bilancia.

    Ho conosciuto Paola, svelta e decisa, molto affezionata all'opportunità che le offriva il lavoro al Corriere e incuriosita dall'idea di aprire un blog su Nòva100. Forse ha perso affezione da allora per un posto che oggi le sembra un'eterna lista d'attesa (spero sinceramente di no). E forse - il che sarebbe certamente meno grave - può aver perso curiosità per Nòva100: un anno di cambiamenti tecnologici, economici e grafici sul web del Sole hanno rallentato molto i processi (spero che si riattivino presto).

    Lo sappiamo. Il tempo degli editori è oggi il tempo dei tagli. E domani delle sperimentazioni a basso costo. E dell'innovazione senza scialare. Del resto, in generale, tutte le aziende in tutti i settori preferiscono offrire contratti molto "flessibili". Ma il Fatto dimostra che c'è una possibilità di espansione economica nell'editoria giornalistica italiana basata sulla carta. Ci sono diverse iniziative che nascono e tentano di trovare il loro spazio. Ci sono molti nuovi mestieri: senza sicurezze, senza conforto. Leggerli come opportunità significa leggerli in una prospettiva storica avvertita. E non è facile mentre fai fatica a vivere la vita quotidiana.

    Oltre all'immensa difficoltà economica, questo schiacciamento sul presente, senza passato senza futuro, è il male culturale più grave del precariato. Che impedisce di interpretarlo come andrebbe interpretato: in modo professionale, cercando di diversificare i "clienti" per trovare nella moltiplicazione delle fonti di reddito una sicurezza che nessuna di esse sembra in grado di garantire.

    Ora che Paola è uscita dallo sciopero, con la solidarietà di chi ha vissuto anni da freelance, condivido la speranza che possa valorizzare la notorietà che ha ottenuto puntando non solo all'assunzione ma anche alla più razionale gestione della sua professionalità: allargare le fonti di reddito, moltiplicare i giornali con i quali lavora, razionalizzare la ricerca e la produzione... la speranza che la sua vita diventi quella di una freelance orgogliosa, non più quella di una precaria arrabbiata. La speranza che arrivi a una condizione per cui, di fronte a una proposta di assunzione si troverebbe costretta a calcolare la convenienza di accettare o rifiutare. La speranza, almeno quella, non deve fare sciopero!

    Quanto ai giornalisti assunti... Beh, solo questo mi sento di dire: non è una colpa avere un contratto migliore di quello che hanno gli altri, ma può essere una grave responsabilità non pensare alla condizione del lavoro di tutti quelli che fanno i giornali e privilegiare nelle richieste agli editori soltanto l'interesse dei dipendenti. I giornali si fanno tutti insieme. E solo insieme si fanno bene. E solo facendoli bene potranno restare in piedi. A ben vedere, in una crisi come questa, siamo tutti precari.

    Ciao Paola. Guarda quanti hanno pensato a te. Adesso basta, però! ok?

    Ho postato un articolo

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    Marco Dal Pozzo ha ragione a ridere delle definizioni aprioristiche che servono a distinguere artificialmente i blog e i giornali, i post e gli articoli, l'informazione e il giornalismo.

    Se vediamo l'ecosistema dell'informazione non possiamo che notare come l'informazione venga prodotta anche dai giornali, ma certamente non solo dai giornali. Fa informazione il pubblico attivo, sui blog personali, su Twitter, su Flickr, su YouTube e mille altre piattaforme. Fa informazione lo show televisivo, anche di entertainment, che intervista una persona pubblica, che si occupi di politica, di letteratura o di altro. Fa informazione la telecamera nascosta che protegge un caseggiato e poi finisce per documentare un fatto di cronaca nera. Fa informazione un'organizzazione o un'azienda con il suo sito web. La questione è casomai distinguere l'informazione dalla fiction, dalla manipolazione, dalla pubblicità, dalla comunicazione. (Ce n'è bisogno). E la tecnologia usata - un editor chiamato blog o un sistema editoriale che partecipa alla filiera che porta la stampa in editola - non ha molto a che fare con la definizione di informazione.

    Casomai la discussione può essere rivolta a comprendere la relazione tra modelli di business e qualità dell'informazione, tra tecnologie e design dell'interfaccia, tra metodo di ricerca e credibilità del risultato. Imho.

    Html5 per le apps sul web

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    Il Center for Public Integrity propone un progetto orientato a mostrare testi e altri contenuti da vedere sul web con lo stesso design che si trova sulle apps. Salvo naturalmente le funzionalità touch. (via Mashable)

    Potrebbe essere usato per mostrare i giornali in formato app sul web...

    Storify da seguire

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    La vicenda di Storify va seguita perché si tratta di un tentativo di generare forme di senso a partire dall'apparentemente informe generazione di atomi informativi che ribolle nei social network (via Journalism.co.uk)

    A proposito: se per caso passi di qui e hai ricevuto l'accesso, potresti raccontarci qualche impressione nei commenti?

    Soylent vision e l'evoluzione del testo

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    È una visione e un progetto in corso. Soylent, tra Mit e Microsoft, è il crowdsourcing dell'editing. Accorciare un testo, controllare la grammatica, cambiare i tempi dei verbi, per esempio, dal passato al presente storico, sono attività che si possono affidare mentre si scrive a un sistema controllato di collaboratori online. O così ritengono gli ideatori (via Nieman).

    Vedremo. Ma il testo digitale sta cambiando forma. Può esplorare oltre le vecchie colonne adatte alla stampa ma non necessarie al monitor. Può cercare nuove connessioni con il cervello di chi ne fruisce. Ma può anche andare a cercare nuove connessioni nei cervelli di chi li producono. Lo sta già facendo nella blogosfera e nei social network. Ma ovviamente non è che l'inizio.

    È uno dei temi di ricerca che ci siamo dati con la Vita Nòva.

    La prima e l'ultima pagina

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    I siti dei giornali sono visitati nella maggior parte dei casi per vedere le pagine che raccolgono i titoli. Una frazione abbastanza piccola di quei titoli induce davvero a cliccare per leggere l'articolo. Se poi per leggere gli articoli si deve pagare, il numero di clic sui titoli diventa ancora più piccolo. Quindi chiudere dietro un pay wall gli articoli ma non i titoli significa ridurre più il numero di pagine viste che il numero di utenti unici. Sembra questo uno dei risultati dell'esperimento di Murdoch con il Times di Londra.

    Cosmopolitismo editoriale

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    Grazie al Giornalaio vedo l'intervista di Laura Lucchini sul Pais a Giovanni Di Lorenzo direttore di Die Zeit. I nomi sono italiani. I giornali spagnolo e tedesco. E il contenuto è ottimista. L'editoria d'informazione ce la può fare, con attenzione ai tipi diversi di lettori, pubblicando articoli approfonditi, con un investimento forte - senza se e senza ma - sulla versione online.

    Chissà che il cosmopolitismo non sia anche una ricetta antipanico per riuscire a pensare in modo lineare e chiaro, ottenendo risultati confortanti, e coltivare un po' di fiducia nelle cose che si possono fare.

    Giornalismo thatcheriano

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    Pare che dopo la Thatcher, quattro principali giornali britannici abbiano diminuito del 40% lo spazio dedicato alle notizie dall'estero. Value for money! (MediaStandardTrust)

    Promette bene Tuttolibri

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    Annunciata sul giornale ieri, è arrivata la app che fa da preview del TuttoLibri della Stampa che sarà pubblicato regolarmente per iPad dalla fine di novembre. E promette molto bene. L'esperienza dei cd rom non è passata invano e si sente anche in questa primissima visione del giornale. Il contenuto è importante. E più che celebrare, sembra voler riaprire una stagione di approfondimento culturale.

    A proposito: che bello l'Archivio Storico...
    La Condé Nast aveva sbagliato. Aveva creato una divisione digitale che si occupava di tutti i siti dei vari periodici del gruppo. Ora si riorganizza. E riunisce i siti ai periodici, tornando ad attribuire la responsabilità di fare editorialmente e vendere pubblicitariamente i siti alle stesse strutture che fanno e vendono i periodici di carta. (Adage)
    Nikesh Arora, di Google, scrive sul blog che la sua azienda dona 5 milioni per l'innovazione nel giornalismo digitale. Dice che ha già assegnato 2 milioni alla Knight Foundation. E che altri 3 saranno distribuiti ad analoghe strutture non profit nel mondo. (Guardian, Nieman).

    Grazie a Mario Calabresi dalla Vita Nòva

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    Grazie a Mario Calabresi che ha citato La Vita Nòva nella sua rubrica di lettere al direttore sulla Stampa!

    Nel frattempo, i segnali sono incoraggianti: l'applicazione sembra interessare (secondo i dati arrivati prima del weekend aveva superato i 5mila download!!!) e soprattutto in generale è recensita con toni positivi.

    Di certo, i problemi principali sono relativi alla pesantezza dell'applicazione che si può scaricare solo in wifi perché è intorno ai 250mega e alla lentezza del caricamento di alcune pagine (da migliorare la gestione della ram).

    Non mancano le critiche sul fatto che sia soltanto per iPad. Ma a questo proposito osservo che La Vita Nòva si estenderà agli altri tablet, che i suoi testi si possono già ora condividere con agli amici via mail o social network e che saranno ripresi anche sul web. Il fatto è che il design dell'applicazione si può fruire per ora pienamente solo con l'iPad, mentre le informazioni specifiche possono girare anche fuori dall'applicazione. In questo senso, la risposta più importante è che il lavoro di Nòva è già aperto e crossmediale: si può trovare sulla carta, sul web, talvolta alla radio, nei libri e negli interventi a convegni dei suoi autori; il design con il quale assume la sua forma nei diversi contesti mediatici invece è pensato per la specifica fruizione da questi consentita...

    Giornali di qualità

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    Mettendo insieme giornali e qualità si scopre che il problema è anche di punto di vista. Che cos'è un giornale di qualità, supposto che ormai sappiamo che il giornale non è la sua carta? Dipende in un bel po' dal punto di vista...

    1. Per la pubblicità è un canale con il quale raggiungere i consumatori con un messaggio commerciale
    2. Per il pubblico è un aggregatore di notizie, un interprete, un rappresentante...
    3. Per chi lo fa è sempre più un'applicazione che organizza l'informazione e che va lavorata da un insieme di autori, designer e programmatori...

    Che cos'è indipendentemente dal contesto o dal punto di vista? Forse una storia sintetizzata in una testata che genera un senso e un'identità per un mondo di competenze ed esperienze, condivise nella comunità composta dal pubblico e dagli autori-designer-programmatori che offrono il loro servizio. Se il lato sociale è tanto importante quanto il lato tecnico, la strategia va guidata nella direzione di tenerne sempre più conto. Niente di nuovo, forse: ma da interpretare ancora nel nuovo contesto storico in cui oggi operiamo.

    Sicché: non esistono i giornali di qualità una volta per tutte.

    L'unica cosa che sappiamo è che questa idea di qualità non è un dato assodato e che si acquisisce per diritto ereditario, ma va conquistata ogni giorno sul campo. E che l'investimento nella conoscenza comune nella società - lo si diceva nel post sulla qualità poco fa - è tanto importante quanto quello che si dedica alla produzione. (L'innovazione è necessaria. E va condotta cercando di mantenere chiaro il senso del lavoro da fare. Che in fondo viene proposto dagli autori ma definito e trasformato in realtà soltanto dal pubblico. Quindi comprendere come cambia il pubblico, o la società e la comunità in cui il giornale vive, è più importante di qualunque altra ricerca). Imho.

    Antonio Pilati e un convegno sull'editoria

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    Ieri, Antonio Pilati ha fatto un discorso piuttosto razionale sulla questione del rapporto tra media digitali ed editoria. Niente di imprevedibile, ma ben ordinato:

    "1. Non è un processo nuovo. E' un processo partito dal 1981 (introduzione del pc), andato avanti con la progressiva digitalizzazione della società, cresciuto a valanga.
    2. E' una rivoluzione che non riguarda solo l'editoria ma tutta la società, dalla finanza alla biologia. E' una rivoluzione paragonabile alle rivoluzioni agricola, industriale, scientifica.
    3. Non uccide il vecchio, ma cambia le gerarchie. Cambia l'importanza relativa dei componenti del sistema. E certamente in questa fase sono favoriti i sistemi che "gestiscono le rotte" nel vasto mondo dei possibili contenuti disponibili (Google, Apple, Facebook)."

    Il discorso è stato proposto nell'ambito di un convegno all'Assolombarda.

    Il primo intervento era stato quello di Alberto Meomartini che aveva citato il caso del poeta russo Majakovskij che era favorevole alla rivoluzione bolscevica anche se come effetto collaterale gli bruciava i libri. 

    Il keynote è stato affidato a Peter Osnos, PublicAffairs Books e Columbia Journalism Review, che ha detto: 

    "Due fenomeni dominano le tendenze nell'informazione e nell'entertainment e vanno assolutamente compresi:
    1. Il potere della scelta. Ciascuno è il proprio caporedattore.
    2. On demand delivery. Ciascuno ha il controllo sul timing e il format del contenuto che vuole consumare".

    Per Roberto Briglia, Mondadori, questo significa radicalizzare il processo di innovazione nelle aziende editoriali pur sapendo che esse sono portatrici di un'istanza giustamente tradizionale. Comprendendo che tutto oggi si gioca sull'economia della relazione con il pubblico e dunque cambia il contenuti, l'organizzazione del lavoro, il modello distributivo. Si è avvertita nelle parole di Pratellesi, Barabino e Magrini la consapevolezza che tutto questo è altrettanto una crisi e un'opportunità. Confalonieri ha detto che prima di tutto c'è l'impresa: "fare cioccolatini che vengano amati".

    Playthenews

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    Un format per le news non è necessariamente quello del giornale. Può anche essere un videogioco: PlayTheNews.

    Oggi Vita Nòva

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    E dunque è sull'App Store La Vita Nòva. Spero di conoscere presto le reazioni. Per noi è una strana sensazione. Come un nuovo inizio continuo: non si finisce mai di iniziare... Forse è giusto così...

    E' stata un'esperienza straordinaria, la Vita Nòva. Una cosa che ho imparato? 

    1. Probabilmente le redazioni del futuro non saranno più fatte (per dirla sommariamente) di articolisti e grafici. Saranno fatte di autori, designer e programmatori.
    2. Che il passaparola ha un enorme importanza nella diffusione delle notizie sulle novità editoriali nei media digitali, giorno per giorno.
    3. Che il linguaggio con il quale si propone l'informazione va radicalmente riformato, integrando grafici interattivi, video, nuove forme della scrittura. Su quest'ultimo punto c'è molto da fare. E si sbaglierà parecchio: ma la struttura della colonna di testo non è la fine dell'evoluzione, probabilmente.

    Spero che il risultato riesca a interessare. Di sicuro va molto migliorato. E' solo un inizio... Un inizio continuo...

    Allora, giovedì esce la Vita Nòva e...

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    E' stata un'esperienza straordinaria, la Vita Nòva. Una cosa che ho imparato?

    1. Probabilmente le redazioni del futuro non saranno più fatte (per dirla sommariamente) di articolisti e grafici. Saranno fatte di autori, designer e programmatori.
    2. ...
    ...

    Spero che il risultato riesca a interessare. Di sicuro va molto migliorato. E' solo un inizio...

    Sei giorni alla Vita Nòva

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    La Vita Nòva esce tra sei giorni...

    Video e information divide

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    Chris Anderson di Ted dice che il video online sta ridefinendo la trasmissione orale delle conoscenze. 

    Questo appare potenzialmente molto importante in un paese come l'Italia, dove solo il passaparola batte la televisione nella trasmissione di informazioni, specialmente per la parte della popolazione (circa il 50%, sic) che è di fatto analfabeta.

    Naturalmente, la trasmissione delle informazioni è solo un aspetto del problema: un altro aspetto è la formazione dell'agenda pubblica. Da questo punto di vista, la televisione batte per ora qualunque altro medium. Ma la storia va avanti... 

    Il giornalismo collaborativo esiste

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    Los Angeles Times compila una mappa del crimine nei vari quartieri della città con l'aiuto dei cittadini. È un arricchimento della mappa che descrive la demografia, i servizi sociali e altre informazioni sulle diverse località della città degli Angeli. E dimostra che i cittadini possono contribuire alla qualità dell'informazione, perché ne hanno e perché comprendono il vantaggio di mettere insieme le loro conoscenze, in un contesto gestito da un'istituzione giornalistica indipendente che si mette al servizio. È un esempio da tenere d'occhio. (via NiemanLab).

    Secoli di piombo: la discussione

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    Uhmm. Scrivendo un post ieri al volo con il telefonino a commento della lettera del direttore del Corriere ho evidentemente suscitato più aspettativa che soddisfazione. Meglio ritornarci sopra. 

    Non perché sia importante quello che devo dire. Ma per un senso di solidarietà. Per tutti coloro che stanno soffrendo, da diversi punti di vista, per la grande transizione che vediamo nel sistema dell'informazione. E' questo, essenzialmente, il motivo di scrivere: la sofferenza dei collaboratori sfruttati in modo indecente, la sofferenza dei costruttori di siti d'informazione incerti sulle loro prospettive, la sofferenza dei giornalisti disorientati del Corriere, i tantissimi che vogliono fare bene il loro mestiere e non sanno bene come... Sofferenza che si supera solo costruendo qualcosa che possa servire a qualcuno.

    Meno importante, rispondere alle richieste di chiarimento. Ma devo perché mi pare di essermi forse spiegato male, o troppo in fretta. Sicché mi trovo preso tra due fuochi. Valerio Mariani vede nel mio post un "sottile aventinismo": secondo lui è ora di dire che è finita con le redazioni di una volta e chiudere il discorso. E Luca Nicotra mi dà del "democristiano" (vabbè, vediamola come una battuta...): anche se legge nelle mie parole la consapevolezza delle sofferenze dei precari del giornalismo del web non comprende perché io sia così poco attento alle posizioni della redazione. Insomma, mi trovo in mezzo, come un democristiano aventinista: tra chi dice che dovevo essere più deciso contro i privilegi della casta giornalistica e chi dice che dovevo essere meno facile all'approvazione per quanto detto da Ferruccio de Bortoli.

    Molti altri commenti e segnalazioni per una vicenda che evidentemente fa pensare. (Li ha raccolti Luca Nicotra: Giacomo DottaStefano QuintarelliMassimo MantelliniFrancesco Costa, Michele Ficarail PostEuropean Journalism Observatory).

    Intanto, il Cdr del Corriere ha risposto.

    Ok. Ecco dunque quello che ne penso, un po' più distesamente (ma senza tornare su concetti già espressi spesso su questo blog):

    1. Non è obbligatorio avere opinioni su tutto. Mi rifiuto di averne sulla prassi sindacale del Corriere. Per un semplice motivo: è un labirinto dal quale non si sa come uscire. E di sicuro non lo so io. Storicamente si è accumulata una quantità di regole che originariamente potevano avere una certa rilevanza in termini di garanzie professionali, ma ora non si capiscono più. D'altra parte, non si capisce quale esattamente sarà la conseguenza sulla logica della trattativa dell'ultimatum di de Bortoli: è un modo per aprire o per chiudere? Io non lo so. Insomma: niente di aventinesco o di democristiano. Semplicemente, c'è una tecnica della contrattazione sindacale che mi sfugge e che non ho voglia di imparare. Ma questo non significa che la vicenda non meriti un commento, di altro genere.

    2. Tutto dipende da come si vede la situazione. Se la visione è che le redazioni dei giornali sono come le fabbriche siderurgiche degli anni Settanta, inutili, costose, fuori tempo, privilegiate e obsolete, allora si ritiene che siano destinate semplicemente a chiudere. Se i proprietari dei giornali o i sindacati le vedono così, si preparano a uno scontro violento, basato sulla contrapposizione tra chi vuole smantellare e chi vuole difendere. Infilarsi in un percorso del genere è perdente per tutti.

    3. La rete e l'innovazione internettiana hanno cambiato le prospettive dell'informazione, mandando in crisi vecchi modi di fare ma generando anche nuove opportunità. La ricerca di un nuovo equilibrio nell'ecosistema dell'informazione si persegue sperimentando soluzioni e accettando che alcune falliscano, per far emergere le novità di migliore durata. Non siamo più alla catena di montaggio di prodotti editoriali. Dobbiamo trovare il modo di valorizzare le squadre creative di idee e informazioni. Ma è certo che nell'insieme, l'ecosistema sarà più ricco se sarà dotato di infodiversità: dunque, ricco di persone che offrono la loro conoscenza agli altri insieme a persone che lavorano professionalmente per creare nuova conoscenza. Come si organizzeranno queste diverse modalità di lavoro? Non lo sappiamo. Sappiamo che una parte di lavoro sarà svolto da piccole redazioni leggere e agguerrite, una parte da grandi redazioni capaci di accumulare esperienza nel tempo, una parte da inchieste finanziate da strutture non profit, una parte dai cittadini (forse una gran parte) che per la loro esperienza e per la loro buona volontà porteranno attivamente e volontariamente le loro informazioni all'insieme.

    Si può essere molto arrabbiati per come sono le cose oggi, nell'informazione italiana. Ma il giudizio deve essere anche un po' razionale. I massimi responsabili sono di solito i vertici editoriali, con le loro tradizionali commistioni di interessi. I giornalisti professionisti assunti nelle grandi redazioni hanno le loro responsabilità, ma il fatto che abbiano dei privilegi non è una colpa: è il frutto di una storia. Casomai, come si diceva sopra, i privilegi li potrebbero rendere miopi: la semplice difesa di quei privilegi potrebbe portarli a vedere in modo assurdamente sbagliato questa fase storica scegliendo la difesa a oltranza. E in questo andrebbero criticati. Perché è ora di creare una nuova visione della produzione di informazione, dell'economia che la sostiene e della qualità delle condizioni di lavoro di tutti: assunti e non, collaboratori e dipendenti. Una visione in cui gli interessi di tutti gli autori, collaboratori o dipendenti, sono necessariamente considerati insieme. I dipendenti se ne sono dimenticati per troppo tempo. Ma la storia si sta incaricando di ricordare loro questa semplice realtà. E l'unico punto sul quale si reinventeranno sarà lo stesso per il quale occorre che si sviluppi la qualità del lavoro dei collaboratori: il servizio per il pubblico. Come osserva Cassandra non basta l'innovazione spinta e caotica: prima o poi occorre maggiore qualità e responsabilità. Ma siamo nel mezzo della transizione. E' ovvio che si soffra. Anche se la sofferenza si supera solo costruendo qualcosa in una prospettiva orientata a migliorare la situazione.

    Mi scuso ancora per l'impreparazione sulle materie contrattuali di questa vicenda. Ma sulla progettazione di un nuovo modo per fare l'informazione, più equilibrato e di maggiore qualità, con opportunità per i giovani e gli indipendenti (di mente e di pratica), ho scritto molto in questo blog di appunti e riflessioni. Se ne trova una traccia qui. Ma con pazienza ci si tornerà ancora.

    Secoli di piombo e cambi di stagione

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    Non so nulla di sindacalismo. E dunque non ho nulla da dire sul confronto di iniziative operative che si è aperto al Corriere con la lettera del direttore. Ma so che il modo di lavorare nelle grandi reazioni dei giornali è davvero destinato a cambiare. I giornalisti devono difendere e aumentare molto i loro spazi di libertà. Lo possono fare. Ma devono scegliere una strategia: possono giocare tutto in difesa oppure inventarsi nuove interpretazioni del loro lavoro. Non siamo più alla catena di montaggio. Non siamo ancora alle squadre creative. Ma il tema è ineluttabile. Lo possiamo vedere come una sofferenza: ma tanto vale vederlo anche come un'opportunità per andare oltre i limiti all'innovazione che hanno caratterizzato i giornali per troppo tempo. Imho.

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    Status: Upload Received
    Date Created: 30 September 2010

    La Vita Nòva, un periodico di Nòva per iPad, è stato appena mandato alla Apple per approvazione...

    I blog tendono a diventare giornali

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    Uno studio di eMarketer mostra che il blogging è considerato meno alla frontiera dell'innovazione mediatica di quanto avviene nei social network e nel microblogging di Facebook e Twitter. Ma aggiunge che è tutt'altro che in crisi. 

    In pratica Twitter e simili assumono il compito di consentire a molte persone di scambiarsi segnali veloci. Mentre i blog sono più impegnativi e vengono fatti da poche persone.

    Ma d'altra parte i blog crescono molto dal punto di vista del numero di persone che li leggono, negli Stati Uniti. E forse tendono a essere più simili a dei piccoli giornali. Una buona metà degli americani leggono i blog. Poco più di un decimo degli americani li scrivono.

    Notte dei ricercatori

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    Oggi la notte dei ricercatori. Un'esigenza, tante idee, una quantità di iniziative in molte città.. Un modo per averne un'immagine è il coraggioso e generoso lavoro che fanno a Bologna.

    Cosmo: ci stanno pensando

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    Grazie moltissimo a tutti coloro che si interessano del destino di Cosmo, la trasmissione andata in onda in forma sperimentale e unica il 4 settembre scorso. È stata un'esperienza molto interessante. E del tutto episodica. A meno che... Beh, vedremo... Ai piani alti della Rai stanno ancora pensando a quali conclusioni trarre dall'esperimento e a che cosa fare del programma.

    Intanto, le persone che si occupano degli accessi via web alle pagine di Cosmo: siamo tutti una rete hanno valutato il risultato "ottimo". Se dovessero decidere di andare avanti con la trasmissione sarebbe interessante approfondire la relazione tra il programma in tv e il suo servizio in rete. 

    Ce lo si poteva aspettare. Ma lo stupore apre le porte della conoscenza... 

    Sommario di giornalismo sociale

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    Mashable fa un sommario di idee per il giornalismo nel mondo dei social media. Eccone alcune, giusto i titoli:

    1. reporting collaborativo
    2. giornalisti come community manager
    3. distribuzione sociale
    4. nuova cronaca del network sociale
    5. curatori di pagine di aggregazione
    6. redazioni in network
    7. sviluppo del brand personale

    Niente di nuovo, ma il pezzo serve da promemoria.
    Incidenti dovuti a fabbriche pericolose ce ne sono da parecchio. Il caso più famoso è quello della diossina di Seveso. E' talmente famoso che la direttiva europea che obbliga gli stati a rendere pubblici i dati sulla localizzazione delle fabbriche pericolose è chiamata "direttiva Seveso".

    Ma non tutti gli stati stanno alle regole. E non tutti i cittadini che vivono vicino a una fabbrica pericolosa lo sanno.

    In Danimarca, il lavoro che i giornalisti svolgono quando lottano per farsi dare i documenti in nome della legislazione sulla libertà di informazione si chiama wobbing. E Brigitte Alfter, su Wobbing Europe, dà notizia del fatto che i giornalisti d'inchiesta danesi sono riusciti dopo due anni e mezzo di lavoro a farsi dare tutta la documentazione necessaria a fare una mappa delle fabbriche pericolose nel loro paese. Sarebbe un lavoro da generalizzare ad altri paesi.

    Il problema? Pare che le polizie temano che la diffusione di questi dati possa aiutare il terrorismo. Ma i terroristi purtroppo possono anche informarsi in altro modo. I cittadini invece non hanno altra fonte se non il sistema dell'informazione pubblica. E per questo l'Europa riconosce loro il diritto di sapere.

    Depistaggi, disinformazioni, fiction

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    Lirio Abbate parla dei depistaggi all'epoca dell'assassinio di Peppino Impastato, con il fratello Giovanni. Terribile controllo dell'informazione, in quel 1978, sofisticatissimo anche se ancora alle prime armi sul piano mediatico. La disinformazione oggi è controllo delle coscienze completo (informazioni, ragionamenti, desideri... erosione delle risorse per la scuola.. incoraggiamento all'analfabetismo..). E quando non basta la disinformazione e il depistaggio diventa fiction, che serve a tenere l'iniziativa: non solo coprire i fatti, ma crearli di "insana pianta". Mantova.

    Boschi precisa che continuerà a informare

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    Ieri si è discusso molto dell'ipotesi che l'Ingv smetta di informare online sull'attività sismica in Italia. Oggi le precisazioni: Enzo Boschi, direttore dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia dice - secondo Tifeoweb - che il suo pensiero è stato probabilmente travisato. E il suo istituto continuerà a informare: Messaggero, Apcom, Inabruzzo,

    Bufale e ingenuità costruttiva

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    Valeria Maltoni scrive un pezzo ingenuo e costruttivo. Evidentemente rivolto alla vasta platea di persone che credono a quello che leggono online senza usare il loro senso critico. Il suo messaggio: valutare la fonte delle notizie e il metodo con il quale le informazioni sono generate e diffuse. Altrimenti ci si fa dominare dalle bufale. E vince la strategia della disattenzione.

    C'è un modo per fare fact checking insieme online? Chi ha un'idea avverta Ahref.eu.

    Commenti per Cosmo

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    Risulta dunque che Cosmo abbia avuto un buon successo tra i giovani e poco tra gli anziani. Forse anche perché c'era il Rigoletto in un altro canale. Ma ha suscitato un fervore di commenti in rete. Bisogna dire che sono stati prevalentemente positivi. E alle volte esageratamente positivi... Non mancano le critiche costruttive. Una raccolta è qui. Grazie a tutti!

    ps: La trasmissione, attualmente, si può rivedere qui.

    pps: Altri commenti da Yurait, Deeario, Byoblu, Scacciamennule, Pollicinor, Vittorio, Keplero, Rangle. (Grazie, grazie molto a Mante, Michele, Dario, Idenditag, Webeconoscenza, Infoservi, Andrea Contino, Catepol, Giorgio Marandola, Alessandro, Gravità Zero, ScienceBackstage, Chez Aza, Garbriele, Riccardo e a tanti tanti tanti amici che ne hanno scritto in mail, twitter, facebook...)

    Mike Arrington si interroga

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    Mike Arrington, di TechCrunch, con la sua abituale generosità intellettuale - vagamente ingenua - si interroga sulla capacità dei blog di manipolare le opinioni. E conclude che il problema si risolve con la crescita della consapevolezza del pubblico attivo.

    Mal di testa politico al Tg5

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    Se in albergo ti capita di vedere un Tg5 della mattina e fai un'osservazione non sai se è un caso o una regola. Certo, l'Osservatorio di Pavia registra che i telegiornali Mediaset dedicano ai personaggi della Destra un tempo abissalmente maggiore di quello che lasciano ai personaggi della Sinistra e delle opposizioni. Ma non calcola la qualità dei servizi. Oggi, le immagini dedicate ai personaggi di opposizione apparivamo molto mosse, a guardale ti veniva il mal di testa. Le immagini che riprendevano le persone di Destra erano invece belle, ferme e gradevoli... Ah, tra i personaggi venuti "mossi"i c'era anche Fini. Naturalmente può essere stato un caso isolato di oggi: un'osservazione non fa una regola.

    Domande cosmiche

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    Non ho visto la trasmissione che va in onda stasera. Cosmo finora per me è quello che ne ho scritto: un'esperienza fatta di emozione, lunghi ragionamenti collettivi, sincopati, creativi e nello stesso tempo attenti a interpretare il possibile risultato in termini di audience e di critica. A me ovviamente interessa il servizio che abbiamo alla fine realizzato per il pubblico. Ma indubbiamente un pubblico tanto vasto e differenziato ha esigenze incommensurabili con la mia capacità di interpretazione.

    Che fare dunque? L'unica strada è condividere le domande necessarie per fare la prossima volta - se ci sarà - una trasmissione migliore. I temi? L'equilibrio tra velocità e precisione? La varietà dei servizi? La qualità delle parole usate? Spero che dopo la visione di stasera, per chi capiterà su RaiTre, le risposte costruttive del pubblico attivo giungeranno anche qui...

    Corso di hacking per giornalisti

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    Cory Doctorow segnala la nascita di un corso pensato per giornalisti che vogliono conoscere le tecniche di ricerca e sperimentazione digitale.

    Riflessione. Le redazioni erano fatte di competenze testuali e grafiche. Ora quelle competenze cambiano. Su tre grandi linee evolutive: narrazione, design, software.

    A queste competenze contenutistiche, poi, Jeff Jarvis suggerisce di aggiungere quelle "imprenditoriali". O almeno propone un corso per giornalisti che vogliano acquisirle.

    Wikileaks e trasparenza

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    Da quando Wikileaks ha pubblicato i documenti sull'Afghanistan insieme a Spiegel, Guardian e New York Times, una grande discussione si è sviluppata intorno alle questioni fondamentali della trasparenza e della qualità dell'informazione in rete. Ne ho scritto. Ho visto Assange. Ne devo riscrivere. (Tutti i suggerimenti sono bene accetti e per questo trascrivo questi appunti qui).

    C'è un'inevitabile grande complessità. Non credo se ne possa uscire. Ma credo che si possa evitare almeno che la complessità sia usata da chi usa la confusione come paradossale strumento retorico.

    Penso che si debbano distinguere tre temi:
    1. funzionamento del sistema dell'informazione
    2. confronto tra vecchi e nuovi poteri
    3. temi di principio

    1. Nell'informazione ci sono da sempre diversi ruoli. Chi ha documenti, chi fa conoscere documenti, chi fa verifiche, chi scrive e comunica... E molti altri. Un insieme enormemente problematico. Sarebbe bello che ci fossero metodi di ricerca dell'informazione condivisi che consentono a tutti di verificare quello che si scopre per arrivare a conoscenze comuni sulle quali poi costruire le opinioni. C'è anche questo, in un mare magnum molto più composito. Sarebbe bello che questa dimensione delle informazioni verificabili e solide, sostenute da un metodo condiviso, potesse essere sempre più ampia. Il confronto tra chi serve la società portando informazioni solide e verificabili e chi aggiunge informazioni non verificabili c'è e continuerà. La rete in questo aiuta entrambe le attività. Ma il risultato socialmente migliore emergerà dalla simbiosi tra tutti i soggetti che fanno informazione con metodo condiviso, su qualunque mezzo agiscano. Il caso della collaborazione tra Wikileaks e giornali è stato un esempio positivo. Esiste una pratica e una strategia che possano portare avanti l'informazione di qualità e aumentare la dimensione del metodo condiviso?

    2. Nei confronti di potere la trasparenza è garanzia di accountability. Ma è chiaro che non c'è solo il potere trasparente. E il confronto tra i poteri si gioca sia nella dimensione della trasparenza che in quella della segretezza. Per Lessig, per esempio, questo è un fatto non necessariamente negativo. In ogni caso, queste dimensioni del potere, occulte e trasparenti, ci sono e ci saranno sempre. Anche nel sistema dell'informazione (chi ha documenti, chi li pubblica, ecc...) ci sono poteri in parte occulti e in parte trasparenti. E' possibile migliorare questa situazione?

    3. I principi possono avere la funzione intellettuale dell'utopia, la funzione operativa dell'idelogia, la funzione giuridica dell'interpretazione delle regole, la funzione manipolatoria di chi li usa per uno scopo diverso da quello per cui erano nati. Il confronto tra queste tensioni, nelle questioni di principio c'è sempre stato. E continuerà. Si può fare crescere un sistema di conversazioni che sappiano aiutarci a distinguere tra le diverse forme con le quali appaiono i principi?

    Queste domande sono sotto i nostri occhi ogni giorno. E sappiamo che non hanno risposta univoca. E' l'azione, inventiva, creativa, necessariamente limitata, che genera nei fatti la maggior parte delle risposte che la storia ci offre. Ma possiamo imparare a navigare in questo mare di idee, rimandi, link, problemi e azioni... Non è la rete a risolvere il problema: la rete è un luogo dell'esperienza dal quale possiamo trarre capacità di navigazione in questa dimensione...

    Cosmo, siamo davvero tutti una rete

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    Gli amici in rete si sono accorti che il 4 settembre, in prima serata, andrà in onda Cosmo, un programma televisivo realizzato da Gregorio Paolini e la sua Hangar per RaiTre. Ne sarò il conduttore. (Grazie a Mante, Michele, Dario... e poi a Idenditag e a tanti tanti amici che ne hanno scritto in mail, twitter, facebook...).

    Per uno che si mantiene agli studi lavorando nella carta stampata e nel web, partecipare alla realizzazione di una trasmissione tv è un'esperienza istruttiva (e grazie al Sole 24 Ore che mi consente di fare anche questo). Ne avevo scritto un paio di note. Ma forse vale la pena di condividere qualche altra impressione.

    La prima impressione è la clamorosa qualità del lavoro di Hangar. Decine di persone si attivavano come un coro supercoordinato nello studio, alternando la frenesia dei movimenti tra una scena e l'altra, e il silenzio immobile dei momenti durante i quali si girava. E governando le dodici telecamere e fotocamere ad alta definizione, le luci, i suoni, gestendo ogni minimo dettaglio. Sembrava un set cinematografico. Il regista, il capo delle macchine, il produttore, gli autori, gli architetti erano tutti in scena insieme agli operatori. Di certo, qualunque valore abbia avuto quanto è stato detto dal conduttore e dai protagonisti della trasmissione - il chimico Dario Bressanini, le giornaliste scientifiche Alessandra Viola, Elisabetta Curzel e Silvia Bencivelli, la documentarista Chiara Cetorelli, la bioeticista Chiara Lalli e il tecnologo Ricardo Meggiato - insomma, qualunque cosa abbiamo detto, sappiamo che è stata registrata bene...

    Il tentativo di raccontare l'attualità della ricerca scientifica in una forma di magazine è altrettanto sorprendente. La struttura narrativa è veloce e molto varia. Potrebbe forse apparire persino troppo varia se non fosse che la televisione evidentemente vive più di ritmo e di immagini che di ragionamenti e di parole. Da questo punto di vista, il giornalista della carta stampata può soffrire: oppure adattarsi, sorridendo alla sorpresa che la vita gli ha riservato mettendolo in quella situazione. Ma alla fine, si scopre che anche nella trasmissione televisiva il ragionamento e le parole sono importanti perché sono i pilastri della struttura, che senza non starebbe in piedi, anche se non li mette in mostra. Su questo c'è da riflettere.

    Il testo è in effetti frutto di un lavoro collettivo nel quale ogni parola ha almeno tre o quattro genitori. Difficile trovare un'analogia con il lavoro di un giornale. Ancora una volta, si direbbe piuttosto che l'analogia migliore sia quella che si può fare con il cinema. Anche se è un cinema di episodi e documentari strutturati a magazine.

    Il contenuto è organizzato sull'idea di fondo che mi sembra decisiva e alla quale un po' ho partecipato: come possiamo descrivere le conseguenze di quello che stiamo scoprendo dal punto di vista scientifico e tecnologico sulla vita futura dei ragazzi e dei bambini di oggi? Le risposte che sono state trovate non sono affette da fideismo nella scienza e nella tecnologia, ma derivano da una sola certezza: il futuro è quello che stiamo costruendo.

    Grande impegno per i servizi: poco o nulla è stato comprato dalle agenzie e dai network internazionali. Quasi tutto è stato realizzato dagli autori, dai giovani scienziati e giornalisti, e dai videomaker indipendenti. E' un'apertura alla produzione e alla creatività dei giovani che la televisione si è consentita. Ed è una grande innovazione ancora una volta strutturale.

    Il risultato finale non lo conosco. Non l'ho visto ancora. Spero sia buono. Aspettative troppo alte sono sempre un problema. Spero davvero che non siano più alte del risultato...

    L'unica cosa che so è che tutti ce l'hanno messa tutta. Con una rinfrescante dose di umiltà di fronte alla conoscenza e rispetto nei confronti del pubblico.

    Un evento unico. Vedremo se, una volta visto, saremo tanto ben impressionati da augurarci che si ripeta...


    Due approcci al futuro delle news

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    Come non leggere con attenzione questa dicotomia tra le due scuole di pensiero che Stijn Debrouwere vede nella valutazione su quanto sta accadendo al giornalismo?


    • "The old school reads about the current state of journalism in their union newsletter, while youngsters are browsing the Nieman Journalism Lab.
    • The old school complains about how we're not covering justice and national politics the way we used to, while a new generation is upset that so many journalists look down on regional and local news. So much potential in hyperlocal.
    • The old school is shocked when a journalist takes sides, while most of us will nod when Jay Rosen says that it's only fair for journalists to be transparent about where they come from, rather than faking objectivity and pretending to be neutral when they're not.
    • The old school laments the decline of investigative journalism, while the new school is thinking up new ways to hold people in power accountable, and to catch them when they're lying.
    • The old school would wish the government intervenes to support quality journalism, whereas we'd rather win the support of our fellow citizens through Spot.Us and Kickstarter.
    • The old school regularly reminds us that our readers are stupid, whereas the internet generation knows that our obsessive focus on breaking news is hardly congenial to people who wish to understand the broader issues facing our society.
    • The old school thinks good journalism is dying. The new school thinks news has become a commodity.
    • The old school will cite Thomas Jefferson (not Benjamin Franklin as I mentioned earlier), who said "were it left to me to decide whether we should have a government without newspapers or newspapers without a government, I should not hesitate for a moment to prefer the latter" -- younger journalists, instead, will wonder whether newspapers still have an important role to play in society, whether they can make or break politicians now that so few people still trust the press.
    • The old school just wishes there was more money to go round, whereas those new to the newsroom doubt if money would solve anything. They've seen their bosses throw money out of the window; they know we fail to act on lucrative opportunities time and again."

    Giornalismo delle cartine

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    Bbc fa una pagina in cui si vedono le dimensioni geografiche coinvolte dai grandi eventi (attuali o storici) e le confronta con posti più conosciuti dagli utenti.

    Per esempio si può vedere l'estensione dell'alluvione in Pakistan e confrontarla con la dimensione dell'Italia.

    Survey: l'iPad quotidiano

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    Cooper Murphy Webb fa un sondaggio tra i possessori di iPad e scopre - non sorprendentemente - che l'iPad conquista vasti spazi nelle abitudini di lettura. Diventando in molti casi lo strumento di lettura preferito - soprattutto in casa.

    Intanto Murdoch pensa a un nuovo giornale nazionale ameriano, tutto digitale, a pagamento per tablet e smartphone.
    Bella intervista di Poynter al capo di TBD, nuovo aggregatore di notizie iperlocali. Idee chiare, modello semplice, regole giornalistiche tradizionali e nessun timore a linkare i concorrenti.

    Thiessen v. Wikileaks

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    Marc Thiessen scrive sul Washington Post che Wikileaks non è un'organizzazione che fa informazione: secondo lui, è un'organizzazione criminale. Secondo lui può essere incriminata per spionaggio e sostegno al terrorismo. Thiessen è autore di un libro che mostra come i metodi duri della Cia - a Guantanamo e non solo - hanno evitato all'America altri 11 settembre.

    Ecco la presentazione del libro, Courting Disaster: "Courting Disaster reveals--as no other book has--just how close we've come to the next 9/11 and how enhanced interrogation techniques (including waterboarding) have saved us from numerous would-be terrorist attacks.Offering a behind-the-scenes look at the CIA's "black sites," the book also provides substantial evidence to prove the tactics used by the CIA were not only effective, but lawful and morally just."
    Il New York Times proporrà in licenza le sue applicazioni ad altri editori. Su un vero negozio online. E' una conseguenza del fatto che il lavoro dei giornali si fa ormai con redazioni che comprendono chi cerca le storie, chi disegna le interfacce e chi fa il software per organizzarle. (via AdAge).

    Truthsquad gestisce il fact checking sulle notizie che circolano in rete in modo collaborativo. Con un finanziamento non profit e ottimi partner per le analisi. (via Rheingold).

    Il giornalismo si può allargare a fatti che non sono organizzati in base al tempo cronologico, dicono in un post del NiemanJL... Nuove opportunità.

    Libri e giornali

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    Lo spunto viene da un pezzo di Mante su Punto informatico. Che induce un pensiero laterale. Il pezzo di Massimo allude ai diversi comportamenti degli editori di libri e di giornali nei confronti dei supporti digitali tipo tablet e ereader.

    Una differenza importante sta nel fatto che i giornali sembrano finalmente orientati a sperimentare qualcosa con le apps, mentre i libri tendono a essere trasportati sul nuovo supporto più o meno tali e quali. Il che è sostanzialmente vero. Ma perché avviene questo e che cosa può succedere ora?

    La differenza tra libri e giornali è originariamente nella fruizione dei testi e dei contenuti. Più orientati al consumo immediato i giornali, più orientati ai tempi lunghi i libri. Ma questa differenza originaria è da tempo in discussione. Non in generale ma ai margini: nel senso che le differenze sostanzialmente restano ma nei territori di confine, dove libri e giornali cercano di espandersi, quelle stesse differenze vengono messe in discussione.

    I libri da leggere con calma, tenere in biblioteca e riutilizzare comodamente, consultare, rileggere, o persino destinati a insegnare il gusto per la scrittura, sono la maggioranza. Ma non fanno probabilmente la maggioranza del rumore. E delle vendite. I libri che alimentano il mercato, la moda e allargano i confini degli editori, ultimamente sembrano meno distanti dal concetto di giornale di quanto dovrebbero. Libri di consumo, libri di notizie, libri da spendere in una conversazione e poi dimenticare, ce ne sono tanti. Questi non hanno necessariamente un comportamento molto diverso da quello dei giornali.

    I giornali da consumare restano maggioritari. Tentano di espandersi nella consultazione di lunga durata. Ma fondamentalmente la loro lunga durata è basata sul servizio di consultazione dell'archivio e sulla tenuta nel tempo della credibilità della testata.

    Forse la differenza principale è nel fatto che i libri sono presentati come prodotti di singoli o pochi autori, e l'editore ne è al più il garante, mentre i giornali sono prodotti collettivi in tutto e per tutto.

    Il che porterà i due prodotti a vivere in modo diverso la digitalizzazione. Potrebbe infatti succedere che nel tempo breve i margini si sovrappongano, che i libri col blog e le animazioni assomiglino di più ai giornali e che i giornali su tablet con gli approfondimenti da consultare in rete assomiglino di più a "libri" o almeno scaffali di paper da usare alla bisogna. Ma nel lungo termine dovrebbero emergere nuovamente le differenze. Da una parte il lavoro di espressione degli autori. Dall'altro il servizio delle redazioni. I libri, in questo senso, resteranno prodotti. I giornali, in questo senso, tenderanno a diventare servizi.

    Questo confronto è denso di eccezioni e di incertezze. E certamente questi appunti non le risolvono.
    Molti temi sono sollevati dalla recente vicenda dei documenti pubblicati da Wikileaks, Guardian, New York Times e Spiegel. Alcuni sono stati affrontati nei commenti al precedente post (Fenomenologia della critica di Wikileaks). Altri sono in discussione sulla stampa. Molti restano sullo sfondo. Non si può certamente riassumere tutto. Ma vale la pena proporre un piccolo quadro della situazione.

    Ho l'impressione che non si riesca a farsi un'idea compiuta della situazione se non si riescono a distinguere i temi relativi ai dati di fatto, da quelli relativi alle motivazioni di chi li ha pubblicati e da quelli relativi alla credibilità di chi li discute. Distinguere questi argomenti farebbe bene alla comprensione di quello che succede.

    Domande:
    1. che cosa succede in Afghanistan?
    2. come deve proseguire la guerra?
    3. chi fa uscire le notizie aiuta o non aiuta l'Occidente?
    4. chi dice qualcosa sull'argomento è credibile?

    Vediamo.

    1. A quanto pare in Afghanistan la guerra va male, si commettono errori e si ammazzano troppi civili, mentre i pakistani fanno il triplo gioco. Fatti che gli esperti conoscevano. Ma che il resto del mondo ha capito meglio dopo le "rivelazioni". Nel frattempo si è saputo che alcuni informatori del governo afghano sono stati resi noti dai documenti pubblicati da Wikileaks e dunque messi in pericolo. Ma pare che la Casa Bianca non abbia voluto partecipare alla valutazione dei documenti prima della pubblicazione.

    2. La guerra prosegue verso il progressivo disimpegno americano. I documenti però non aiutano molto a capire nulla di quello che succederà. Ma questo significa che torneranno i talebani? O il governo filo-occidentale resisterà? Perché Cina e India non sembrano in gioco? L'oppio è la spiegazione di tutto? Certamente, i documenti possono spingere i "moralisti" che sono contro i crimini di guerra o gli errori micidiali compiuti dagli occidentali ai danni dei civili a sostenere che è giunto il momento di lasciare l'Afghanistan. Ma questo non sarà certamente sufficiente a convincere coloro che - di fronte alle domande poste  - hanno un atteggiamento più "politico". Inoltre, i "moralisti" saranno di nuovo affranti vedendo le conseguenze di un'eventuale sconfitta in Afghanistan (vedi pezzo di Time)

    3. I dati usciti con Wikileaks fanno sapere meglio come funziona la guerra in Afghanistan. E se la guerra è per la democrazia deve tener conto anche dell'opinione pubblica. Un sistema che sappia affrontare il rischio di gestire un'opinione pubblica informata è abilitato a fare una guerra in nome della democrazia. Un sistema che non accetti questo rischio non può presentarsi come democratico. Qualche dato pubbilcato da Wikileaks può essere pericoloso per la condotta della guerra? Può darsi. Ma come ci sono rischi per la popolazione civile quando i soldati "democratici" vanno in giro col fucile in paesi diversi dal loro, ci sono anche rischi per la strategia militare quando gente che fa informazione va in giro a pubblicare notizie. La valutazione non può essere assoluta: non si può accettare che tutto debba discendere dalla logica della guerra; altrimenti la democrazia cesserebbe di essere tale; e con essa cadrebbero le motivazioni per fare una guerra contro un regime autoritario, violento e dotato di una strategia imperialista a base terrorista (in pratica si ridurrebbe tutto a una lotta tra "opposti imperialismi").

    4. Di Wikileaks si sa troppo poco dicono i critici. Logico, dicono i difensori, altrimenti i nemici di Wikileaks avrebbero buon gioco a eliminare l'avversario. (vedi il pezzo di Huffington). E allora? La credibilità di Wikileaks si dovrebbe giudicare sulla base dei fatti e di ciò che si può sapere delle sue motivazioni. Il famoso articolo del New Yorker su Assange resta un riferimento fondamentale. Di sicuro, gli avversari di Wikileaks sono molti: ma quando sono i governi occidentali, anche la loro credibilità è discutibile. E ovviamente molto discussa.

    Forse è meglio considerare un nuovo scenario. E' fallita, sta fallendo, la strategia di tenere sotto controllo tutta l'informazione: manipolandola, embeddandola, riempiendola di ciancie, come ha fatto per esempio oggettivamente l'amministrazione guerrafondaia presieduta da GW Bush. Sta fallendo anche il buonismo attuale se non si decide a una strategia più chiara: l'amministrazione attuale non si può aspettare di poter controllare l'informazione solo sperando che chi fa informazione sia dalla parte dei "buoni". E non può indirizzarla se non ha a sua volta un indirizzo politico chiaro. Lo scenario secondo il quale il governo sa quello che si deve fare e per questo governa l'informazione sta finendo e deve finire. Allora c'è un nuovo scenario. Uno scenario nel quale una quantità incontrollabile di fonti di informazione e di canali di trasmissione è in gioco, liberamente, per i motivi più diversi, compresi quelli "buoni"; e nel quale se un governo davvero ritiene di fare le cose giuste, riesce a fare uscire informazioni coerenti perché i fatti sono coerenti e soprattutto le sue persone sono davvero motivate. L'informazione, per via bizzarra, tornerebbe a servire da watchdog, o almeno a equilibrare il potere politico.

    L'equilibrio dei poteri è un bene. Anche se per ciascuno dei poteri, lasciarsi equilibrare sembra una limitazione inaccettabile, è proprio quello che il principio vuole ottenere. Nessun potere assoluto. Ogni potere relativo. E' più complesso per un sistema che si confronta con regimi autoritari ben più banali. Ma almeno serve a sapere da che parte stare.

    Quanto è bello pagare

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    Mentre tutti i giornali tentano di capire come farsi pagare il loro servizio in rete, pochi ci riescono davvero. Perché in rete c'è tale abbondanza di informazione gratuita che una via alternativa al pagamento del prezzo del biglietto sembra sempre disponibile.

    In rete, dunque, si tende a pagare se è "bello", "giusto", "figo" pagare.

    Per questo alcuni tentano la via della "membership": si invitano i lettori a partecipare a un progetto comune. Non è una strada per tutti. Occorre che il progetto sia davvero comune e accomunante. E' particolarmente difficile per gli editori molto "profit oriented" e percepiti come molto "potenti". Ma anche i nuovi entranti devono accreditarsi prima di riuscire su questa strada.

    Gli esempi citati su NiemanJournalismLab: MinnPost, GlobalPost, Texas Tribune.

    Mon Quotidien

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    Mon Quotidien è un giornale francese che ha lo scopo di servire i ragazzini che non vogliono (o che sono consigliati a non volere) vivere soltanto con l'informazione che viene dalla tv e da internet. Naturalmente non ha un granché di sito...

    (in una precedente versione si diceva che era appena nato, ma era un errore)

    Fenomenologia della critica di Wikileaks

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    Accennava Marco (nei commenti a un post precedente) all'opinione secondo cui su Wikileaks vengono fuori informazioni che indeboliscono i paesi democratici nella loro guerra contro i paesi autoritari. Nel frattempo è saltata fuori una delle più grandi fughe di documenti segreti della storia: e tra gli americani alcuni hanno detto che Wikileaks indebolisce la posizione delle democrazie occidentali in Afghanistan.

    Non è molto diverso dai tempi della guerra del Vietnam, quando i documenti segreti del Pentagono uscivano su Washington Post e New York Times. Salvo per un punto: gli occidentali non sono più tanto sicuri che questi documenti debbano venire fuori e tra loro si stanno insinuando i sostenitori dell'idea secondo la quale c'è fin troppa libertà di stampa.

    Si ha l'impressione che se ci sono regole democratiche sul modo in cui una democrazia fa la guerra e se quelle regole sono disattese, è bene che il fatto venga fuori. Questo può indebolire la (già debole) posizione militare, ma rafforza la democrazia: alla lunga, paradossalmente, rafforzando la democrazia, rafforza il senso e la motivazione della guerra, dunque potrebbe addirittura favorire la vittoria.

    (Ah: si scopre che devo scrivere intorno a questi argomenti sul giornale per domani... Vista la complessità del soggetto, i suggerimenti e i commenti sono molto ben accetti).

    ItalyLeaks: la luce dell'ombra

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    Mettiamo in chiaro le proporzioni. La maggioranza degli italiani ottiene notizie solo dal Tg, dice il Censis. Significa che le notizie che si trovano sui giornali e su internet sono note a una minoranza di italiani. Anche perché una buona metà degli italiani non legge e non scrive. La visione della realtà più diffusa è data dalla televisione. Sia a livello di fatti, sia a livello di interpretazioni dei fatti.

    In questo contesto, non è assurdo che qualcuno pensi che quello che viene fuori in rete attraverso Wikileaks sia destinato a restare vagamente clandestino. 

    Il risultato si potrebbe ribaltare contando sul passaparola della rete e il passaparola fisico tradizionale, cui si potrebbe aggiungere nei fatti l'alleanza dei giornali più lungimiranti. 

    Si può essere contenti dell'arretramento del bavaglio. Ma non del fatto che un problema in più per pubblicare le notizie comunque ci sarà. Occorre prendere le misure del problema: non è possibile che le notizie più complesse e più importanti per farsi un'idea siano poco diffuse o semiclandestine. Ma paradossalmente proprio l'esorbitante potenza della tv generalista potrebbe finire col creare le condizioni di una strutturale alleanza tra gli altri media. Cui si potrebbe aggiungere una forma di alimentazione del passaparola tra coloro che a quei media non accedono o non possono accedere se tra il territorio e la rete si trovassero nuove connessioni.

    ps. La segnalazione su ItalyLeaks è stata rilanciata da blogger attenti come Ppr, Dario, Alessandro, Delbo. E commentata da Guido Scorza. (Nei commenti anche alcune valutazioni controverse su Wikileaks che meriterebbero un'ulteriore discussione).

    Italyleaks

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    Alcuni giornali italiani hanno già contattato Wikileaks per distribuire le intercettazioni nel caso che fosse introdotta la legge che ne vieta la pubblicazione. Una domanda: ma poi linkare i documenti pubblicati su Wikileaks sarebbe consentito o vietato? È una domanda che ha senso solo in un paese con poca libertà di informazione.

    Scoop ItalyLeaks

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    Se passa la legge contro la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, l'Italia diventerà con ogni probabilità una delle principali nazioni che contribuisce a WikiLeaks.

    E parlandone con Julian Assange, ci si accorge che il capo di WikiLeaks ne è ben consapevole.

    Che cosa succederà? Ecco, riassumendo, quello che ha detto Julian: 1. La nuova legge islandese ha già convinto il parlamento europeo a sostenere l'introduzione di un'analoga legge in Europa; 2. Diversi giornali italiani hanno già preso contatto con WikiLeaks per pubblicare le notizie che diventeranno eventualmente proibite; 3. La legge evolverà in modo che si potranno intentare cause internazionali contro i paesi europei he non garantiscono protezione ai giornalisti che fanno il loro lavoro.

    Probabile che la legge bavaglio nell'epoca di internet non bloccherà le notizie.

    Steven Berlin Johnson

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    Steven Berlin Johnson pubblica in ottobre o novembre il suo nuovo libro intitolato alla domanda: da dove vengono le buone idee? "Un'idea non è un momento di illuminazione, è un network (non solo neuroni in nuova configurazione o una nuova forma di collaborazione tra persone portatrici di idee diverse)". Ted.

    Axess: discussioni sui giornali

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    Il sistema dell'informazione costruisce lo spazio pubblico, nel quale si sviluppa la dimensione collettiva, sociale, della specie umana. Non stupisce che mentre questo sistema cambia, se ne discuta tanto.

    Il mito dell'obiettività nei giornali...

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    L'ennesima storia di una giornalista di una testata americana che deve dimettersi per aver manifestato un'opinione personale su Twitter. In nome dell'obiettività del giornale, pare, che è molto simile a un mito. E Mike Arrington con il solito piglio semplice chiede più opinioni, non meno, da parte dei giornalisti.

    La posizione più chiara è quella di David Weinberger che ha sostenuto come sul web la nuova forma dell'obiettività è la trasparenza. Meglio dichiarare le proprie opinioni piuttosto che nasconderle...

    Naturalmente è un dibattito molto antico. Gli scienziati sociali hanno spesso fatto ricorso alla trasparenza per sostenere liberamente le loro idee, con un approccio generoso verso i lettori, ma senza per questo rinunciare alle regole metodologiche fondamentali della ricerca. I fatti e il modo in cui si trovano, le ipotesi e il modo in cui si verificano, le teorie e il modo in cui si elaborano e falsificano, destano alla base della ricerca.

    L'equilibrio in questo settore del pensiero è molto delicato. Solo un buon metodo di ricerca dei fatti puó fondare un buon dibattito di opinioni. (E ci puó difendere tra l'altro dalla falsa obiettività di pubblicare tutte le opinioni, anche quelle espresse da persone potenti ma del tutto prive di rapporto con la realtà, e orientate solo a manipolarla). Imho...
    Un'intervista da non perdere sul Guardian (restato gratuito) a Clay Shirky. Dice che il Times a pagamento non funzionerà. Ma il testo è fantastico per conoscere meglio il pensiero di Shirky, che affabula oltre ogni aspettativa.

    Eccolo sul Times:

    "Everyone's waiting to see what will happen with the paywall - it's the big question. But I think it will underperform. On a purely financial calculation, I don't think the numbers add up." But then, interestingly, he goes on, "Here's what worries me about the paywall. When we talk about newspapers, we talk about them being critical for informing the public; we never say they're critical for informing their customers. We assume that the value of the news ramifies outwards from the readership to society as a whole. OK, I buy that. But what Murdoch is signing up to do is to prevent that value from escaping. He wants to only inform his customers, he doesn't want his stories to be shared and circulated widely. In fact, his ability to charge for the paywall is going to come down to his ability to lock the public out of the conversation convened by the Times."

    Ed eccolo sul suo nuovo libro, Cognitive Surplus:

    "This criticism echoes the sentiment of Shirky's new book, Cognitive Surplus; Creativity and Generosity in a Connected Age. The book argues that the popularity of online social media trumps all our old assumptions about the superiority of professional content, and the primacy of financial motivation. It proves, Shirky argues, that people are more creative and generous than we had ever imagined, and would rather use their free time participating in amateur online activities such as Wikipedia - for no financial reward - because they satisfy the primal human urge for creativity and connectedness. Just as the invention of the printing press transformed society, the internet's capacity for "an unlimited amount of zero-cost reproduction of any digital item by anyone who owns a computer" has removed the barrier to universal participation, and revealed that human beings would rather be creating and sharing than passively consuming what a privileged elite think they should watch. Instead of lamenting the silliness of a lot of social online media, we should be thrilled by the spontaneous collective campaigns and social activism also emerging. The potential civic value of all this hitherto untapped energy is nothing less, Shirky concludes, than revolutionary."

    Il valore dello sfoglio

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    Si prende un po' sottogamba l'introduzione degli "sfogliatori" dei giornali sui tablet. Ma forse è ingiusto. Perchè lo sfoglio ha un suo valore informativo.

    La lettura su web dei siti dei giornali è diventata parte integrante della vita quotidiana ed è una modalià ormai indispensabile di accesso alle notizie più aggiornate, oltre che di confronto tra diversi giornali. Ma dal punto di vista cognitivo resta troppo legata alla logica del menu, che impone un approccio razionale alla tipologia di argomenti in base ai quali le notizie sono classificate. Lo sfoglio aggiunge lettura panoramica, sorpresa, manualità: aiuta a comprendere meglio le notizie.

    Questo non chiude ovviamente il discorso aperto dall'idea che i giornali sono applicazioni. Si puó fare di più. Ma già il recupero dello sfoglio in chiave digitale è un passaggio interessante. In vista del percorso decisivo: affrontare con i mezzi digitali il tema dell'informazione delle persone che sono di fatto analfabete (una metà degli italiani): il digitale, invece di essere un divide, potrebbe essere un fattore di riunificazione per una società divisa sulla capacità di leggere.

    Anti-censura

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    Servizio anti-censura di Reporter sans frontières.. (via Quinta)

    Domande: Fondazione Ahref

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    Chi ha visto cose nuove eccellenti nel mondo dei social media? Ha voglia di segnalarle? E che cosa sta succedendo ai blog? Stiamo attraversando una fase di stanca? O è solo l'approssimarsi dell'estate? E la concorrenza del mondiale?

    Già: mentre si aspetta vengono in mente un sacco di domande.

    Si aspetta che cosa? Intorno alla metà di aprile è stata creata davanti a un notaio la Fondazione Ahref, per contribuire alla crescita dei media sociali in Europa, a partire dall'Italia. Da quel momento, la burocrazia necessaria a far nascere una nuova persona giuridica ha preso in mano la situazione. Speriamo che la lenta procedura delle carte bollate e dei timbri ufficiali trovi presto il suo giusto coronamento. 

    Ma l'indomabile ottimismo che contraddistingue i fondatori non li lascia in tranquilla attesa. 

    Il tempo trascorso da allora è stato impiegato nel test delle idee che andiamo sviluppando con gli interlocutori che hanno la pazienza di ascoltare le nostre ipotesi di lavoro. E nella ricerca di persone disposte a dare una mano. 

    Approfittando delle ultime settimane di inattività burocraticamente indotta, possiamo raccogliere le idee e chiedere il contributo di esperienze e visioni di chi voglia offrirle anche su questo blog. Domande che è necessario porsi, mentre si passa il tempo:

    1. come si riconosce la qualità dell'informazione?
    2. è vero che i blog sembrano attraversare una fase di stanca e linkano meno tra loro?
    3. i social media possono influire non solo episodicamente sull'agenda generale di un paese?

    Lo scopo di queste domande è raccogliere il più possibile di idee per configurare i servizi della Fondazione nel mondo più ragionevole e attento possibile... Sarà sempre così: una Fondazione a caccia di suggerimenti. Ma questo, prima che le prime scelte siano fatte, è un buon momento per contribuire.


    -----------------------------------------------------------------------
    Per comodità di chi volesse contribuire, ecco il post di aprile e i commenti relativi:

    Nell'ecosistema dell'informazione c'è ormai uno spazio evidente per le iniziative che siano sostenute dalla comunità, con motivazioni legate alla responsabilità sociale e culturale dei cittadini e, dunque, organizzate in una forma non profit. 

    A Trento è appena nata la Fondazione Ahref. E' pensata per studiare, diffondere e progettare iniziative di qualità nei media sociali al servizio dei cittadini che la sostengono. 

    Il nome viene dal comando html per creare un link. E il suo compito è proprio quello di sviluppare collegamenti. Per contribuire allo sviluppo di un ecosistema sano dell'informazione. 

    La Fondazione comincia in questi giorni. Tutti i particolari sono ancora in via di definizione. Solo il suo scopo è chiaro. E' un buon momento per mandare alla Fondazione qualche consiglio...

    7 Comments

    si, am come? hanno un sito?

    "La comunicazione globale, l'iper-informazione, minacciano tutte le difese umane. Lo spazio simbolico, lo spazio mentale del "giudizio", non è più protetto da niente". Jean Baudrillard

    è appena cominciata e certamente il sito verrà fuori tra un po' di tempo... ora c'è solo l'annuncio... http://www.ahref.eu/ (update: con i tempi dettati dalla burocrazia, ora c'è la descrizione delle finalità della fondazione contenuta nello statuto)

    ricordo che segnalai a suo tempo, sempre della fondazione kessler, il bando per giovani laureati "Progetto Esplorativo SoNet" http://is.gd/bGGwN

    Credo che il contributo della fondazione <ahref in questo settore possa rivelarsi fondamentale.

    L'informazione prodotta da aggregazioni spontanee di cittadini può davvero rappresentare il fulcro per un effettivo cambiamento.

    "Il cambiamento non arriverà se aspettiamo altre persone o altri tempi...; SIAMO NOI QUELLI CHE STAVAMO ASPETTANDO". [Barack Obama]

    Nel nostro piccolo ci stiamo provando in provincia...

    Vedi MIRANO Community Network @: http://40xmirano.ning.com

    Auguri alla Fondazione ai blocchi di partenza!

    Non si dice "bavaglio" in Islanda

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    L'Islanda ha appena approvato la legge IMMI (Icelandic Modern Media Initiative) che protegge le fonti delle storie giornalistiche in modo più stringente. E diventa il paradiso della libertà di espressione, annuncia un twitt di Wikileaks.

    In islandese la parola ginkefli (bavaglio) sembra fuori moda.


    IMMI tweets (#IMMI)




    Studi sulle news

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    BookBlogging - CITIZEN - Maistrello

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    More about Giornalismo e nuovi media

    Maistrello ha l'esperienza per guardare al cambiamento del mondo dell'informazione con prospettiva, calma e precisione. E ha la cultura per guardare avanti: non occorreva, dice, un altro saggio sulla crisi, ma serve ogni contributo alla costruzione del nuovo ecosistema dell'informazione. 

    Maistrello parte, giustamente, dal più grande cambiamento: l'emergere del pubblico attivo, di una società in grado di contribuire al sistema dell'informazione. E cerca di scoprire per quali processi il lavoro di chi professionalmente si occupa dell'informazione sarà rivalutato, troverà un nuovo modello di sostenibilità, soprattutto ridefinirà il suo ruolo nel contesto della società. 

    "Le persone non hanno più bisogno a tutti i costi di mediatori", osserva Maistrello - sagacemente usando quella locozione "a tutti i costi" che spiega moltissimo senza troppe parole. Quindi ci vorrà "un professionista consapevole di non avere più né l'esclusiva né deleghe in bianco"... Lavorare insieme è la formula finale. Il senso culturale e pratico della vita quotidiana nel nuovo ecosistema dell'informazione.
     
    Il libro offre un panorama completo delle tecnologie dei media sociali e nelle loro implicazioni sul giornalismo. E dimostra che per chi voglia servire la società come giornalista, nonostante le apparenze e le lamentazioni, questo è un ottimo momento per darsi da fare.

    _______________________________________________________________________
    Alcuni libri che ho in mano             
      Impressioni mentre leggo

    Arianna Dagnino
    Fossili
    Fazi Editore

    Aldo Schiavone  

    L'Italia contesa
    Laterza

    L'amore e l'Africa, alla ricerca
     delle radici della specie umana. E di
    una specie di umanità delle persone. 

    Due metamorfosi: l'epoca post-industriale
    nell'Italia post-democristiana. 
    Alla ricerca di un'identità e di una prospettiva.
    _______________________________________________________________________

    Nel frattempo continuano le riflessioni sul libro di Jeremy Rifkin, sull'empatia, espresse in breve in un post precedente.

    ------------------------------------------------------------------------------
    Altre letture citate:
    Potter - design
    Patel - il valore
    Sun - media cinesi
    Dazieri - gorilla
    Conner - scienza popolare
    Brokman - ottimismo
    ------------------------------------------------------------------------------

    Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica" vagamente domenicale...
    Risorgimento, Villari (9 maggio 2010)
    Mediologia, Régis Debray (14 febbraio 2010)
    Tempo, Roberto Peregalli (31 gennaio 2010)
    Repressione, Cory Doctorow (10 gennaio 2010)
    Miti, Umberto Galimberti (27 dicembre 2009)
    Città esemplari (20 dicembre 2009)
    Rifare la città (13 dicembre 2009)
    Ricchezza della famiglia (6 dicembre 2009)
    Capitale e condivisione (29 novembre 2009)
    Miseria del millennio (22 novembre 2009)
    Che cos'è la coscienza (15 novembre 2009)
    Pirati e designer (11 ottobre 2009)
    Scrivere la musica (6 settembre 2009)
    L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
    Gandhi (7 giugno 2009)
    La storia dei giornali (24 maggio 2009)
    La valanga della crisi (29 marzo 2009
    Il destino della storia (1 marzo 2009)
    L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
    Il regime dei media (15 febbraio 2009)
    Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
    Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
    Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
    Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
    Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
    Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
    Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
    Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
    Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
    Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
    Hacker (12 ottobre 2008)
    Odio (27 settembre 2008)
    Querdenker (24 agosto 2008)
    L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
    Il filo dei libri (15 luglio 2008)
    Felicità in azienda (28 maggio 2008)
    Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
    Senza povertà (4 maggio 2008)
    Nothing ends (27 aprile 2008)
    Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
    L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
    L'arte nella storia (9 marzo 2008)
    La logica della decrescita (2 marzo 2008)
    La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
    La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
    Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
    Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
    Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
    Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
    Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
    Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
    Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
    Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
    L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
    La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
    L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
    Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
    Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
    Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
    Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
    Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
    Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
    Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
    L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
    La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
    Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
    Il destino di leggere (8 luglio 2007)
    Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
    Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
    Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
    Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
    Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
    Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
    Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
    L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
    La felicità di leggere (29 aprile 2007)
    La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
    Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
    Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
    Leggere nella rete (1 aprile 2007)
    Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
    Leggere memi (18 marzo 2007)
    Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
    Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
    Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
    Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
    Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
    Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
    Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
    Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
    Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
    Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
    Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
    Leggere per citare (24 dicembre 2006)
    Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
    Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
    Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
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    In libreriaEconomia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltreFeltrinelli



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    Giornali equilibrati

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    Dice l'Economist che l'annunciata morte dei giornali non è più così imminente. Aumentare il prezzo di copertina e ridurre i costi consente a molti editori americani di ritrovare un equilibrio economico. Anche se non ritroveranno facilmente i margini da 20% del fatturato che avevano in un non lontanissimo passato. E anche se altri tagli sono prevedibili.

    L'equilibrio economico è necessario a qualunque struttura che voglia fare informazione con un minimo di indipendenza. Non è sufficiente, naturalmente. Anche perché in certi casi l'equilibrio economico si trova proprio attraverso l'asservimento. Ma - sebbene per la sufficienza ci voglia altro - è pur sempre una condizione necessaria.

    La tendenza dunque è chiara: la carta costa di più e la si fa pagare di più, mentre si adeguano i costi alla nuova struttura tecnologica. Il passaggio va governato in modo da non andare a gambe all'aria. E da salvaguardare il bene più importante di una testata: la sua credibilità.

    Dunque:
    1. per far pagare di più la carta e per sprecarne di meno occorre scrivere cose che abbiano grande valore; il che significa che occorre investire sulla qualità dei contenuti, non disinvestire su questo fronte
    2. per trovare la modalità più adatta a valorizzare l'informazione prodotta e distribuita per i media digitali occorre investire sulla sperimentazione, non disinvestire su questo fronte
    3. per traghettare il business editoriale dalla situazione tradizionale alla nuova occorre ridurre i costi, ma non in modo indiscriminato, orientando i tagli in una direzione coerente con la tendenza di fondo che a questo punto appare piuttosto chiara... 

    Ogni azione burocraticamente amministrativa che non distingue la qualità e la strategicità delle risorse da coltivare da quelle che possono essere tagliate senza impoverire il business può essere piuttosto pericolosa. Imho.

    Ma se questo vale per gli editori, ai giornalisti compete di migliorare la qualità del loro lavoro e l'apertura alla sperimentazione. Con umiltà. Ma credendoci. L'Economist ha scritto un pezzo incoraggiante. E l'Economist in passato aveva pubblicato una copertina dal titolo "who killed the newspaper?" (testo, ora, a pagamento).

    Marco Bardazzi elogia i professionisti

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    Marco Bardazzi pubblica un post sul senso del lavoro dei giornalisti. Si propone, in sostanza, di dimostrare che i giornalisti professionisti servono alla qualità dell'informazione. Perché, in sintesi, hanno un metodo sviluppato nel tempo che consente loro di produrre informazioni affidabili. Naturalmente il post è molto più articolato e va letto per intero.

    E merita una riflessione. La qualità dell'informazione dipende certamente dal metodo con il quale si ricerca l'informazione e dall'abilità artigiana con la quale si racconta l'informazione. E' possibile che questo metodo e questa abilità artigiana siano particolarmente diffusi tra chi fa professionalmente il lavoro del giornalista. Ma bisogna ammettere che fare il lavoro del giornalista non è condizione né necessaria né sufficiente perché lo si faccia con qualità, metodo e abilità. Mentre è altrettanto possibile che persone che non fanno il lavoro del giornalista offrano sui loro blog delle informazioni ricercate correttamente, dimostrate da documentazione adeguata e raccontate con abilità.

    E' il metodo che conta. Non la posizione professionale.

    Il tentativo di connettere aprioristicamente la professione giornalistica e la qualità dell'informazione, purtroppo, non riesce.

    Ma non è certo questa la fine della storia.

    Il problema dell'epistemologia della ricerca dell'informazione, la questione del metodo, è al centro di ogni riflessione importante sull'informazione. Se n'è accennato spesso anche qui: "informazione silenziosa", "la rete tivù", "Zambardino preferisce il conflitto", "l'alba di un nuovo giornalismo", "informazione: chi spera non aspetta", "il business è il messaggio?", "newsapp", "la difficile indipendenza dei giornali", "credibilità"... E' chiaro che un metodo condiviso di ricerca, verifica, esposizione dell'informazione è necessario a una società che voglia essere consapevole di ciò che le accade. L'esistenza di professionisti dell'informazione è di pubblica utilità soprattutto se si mettono al servizio dell'insieme della società con un metodo del genere. E bisogna ammettere che non sempre i giornalisti lo hanno fatto.

    Quando si dice che non si può essere soddisfatti di una società nella quale l'informazione sia fatta soltanto da blogger non professionisti si dice una verità, ma non in base alla falsa considerazione secondo la quale solo i giornalisti hanno un metodo: la si dice in quanto l'infodiversità e al ricchezza di informazioni dipendono da una pluralità di fonti e di punti di vista che certamente non si arricchisce se si eliminano i professionisti dell'informazione. Non si potrebbe essere soddisfatti neppure in una società con molti giornalisti professionisti ma nella quale i cittadini che vogliono donare le loro informazioni gratuitamente alla rete non lo potessero fare... E' chiaro che un ecosistema dell'informazione equilibrato richiede l'esistenza di tutte le componenti: e probabilmente è anche vero che l'esistenza dei blogger può essere uno stimolo per il miglioramento del lavoro dei professionisti. Perché in una società con un forte pubblico attivo, i professionisti dell'informazione sono costretti a dimostrare quello che raccontano molto di più di quanto non avvenga in una società nella quale esiste soltanto un pubblico passivo. Imho.

    Poll sull'informazione

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    Prova:

    Il prezzo degli scoop

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    Il costo dell'inchiesta di ProPublica che ha vinto il Pulitzer è arrivato alla fine intorno a 400mila dollari.

    Non è molto diverso dai 150-450mila euro che gli editori - si dice - dovrebbero pagare per la pubblicazione di intercettazioni "proibite".

    Vedere i fatti

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    Matteo Brunati risponde con ottime segnalazioni e considerazioni a un problema che si pone sempre più spesso, man mano che aumenta la disponibilità di dati: come visualizzarli. Anche Oecd e Banca Mondiale ci stanno lavorando. E' forse l'inizio di un rinnovamento del linguaggio statistico.

    Sviluppo e informazione, a Trento

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    Informazioni, scelte e sviluppo. Al Festival dell'Economia di Trento. Sappiamo quanto sia reale e importante che la relazione tra i termini della questione sollevata dal titolo del Festival di quest'anno. Non sappiamo bene come evolve quella relazione.

    Conosciamo l'ipotesi di base: con informazioni equamente distribuite e ben conosciute da tutti, un sistema economico popolato da persone razionali, in condizioni di concorrenza, alloca le risorse nel miglior modo possibile e questo crea le condizioni dello sviluppo equilibrato. Purtroppo sappiamo anche che questa ipotesi non si verifica mai. Le informazioni sono asimmetriche, il segreto e l'informazione sono potere, non c'è mai vera concorrenza, le persone non sono quasi mai razionali. Che cosa resta dunque della relazione tra informazione, scelte e sviluppo? Non resta la teoria, ma di certo resta l'esperienza e la pratica.

    Un miglioramento del sistema dell'informazione può fare avanzare la consapevolezza, ampliare lo spazio di una certa razionalità socialmente distribuita, attivare un'evoluzione virtuosa dei comportamenti e liberare le forze che possono generare sviluppo. Nulla è automatico. Molto è sottoposto a una precisa conflittualità contro le forze che invece prediligono la strategia della disattenzione e la manipolazione, frenando lo sviluppo per mantenere una situazione di potere. Ma vedremo che cosa emergerà da Trento: il tema è cruciale.

    Informazione silenziosa

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    Per quanta esperienza razionale abbia fatto la civiltà, resta il fatto che la maggior parte delle azioni individuali e collettive sono irrazionali e dominate dall'inconsapevolezza, dalle mentalità indiscusse, dall'emozione, dall'intuizione, dall'istinto. Si reagisce senza pensare molto più di quanto si agisca dopo una riflessione.

    Vale anche per l'informazione?

    Un articolo di Harry Collins dimostra che la stragrande maggioranza delle cose che sappiamo riguarda cose che non sappiamo di sapere.

    Daniel Kahneman dimostra che la stragrande maggioranza delle nostre scelte sono fatte in base alla prima cosa che ci viene in mente e non sono successive a un ragionamento controllato.

    Gli antropologi fanno riferimento al concetto di cultura, spesso, come a un enorme contenitore di idee sedimentate nei gesti, nelle tecnologie, negli oggetti, nelle mentalità, che in una comunità le persone considerano tanto ovvi da non dover essere continuamente ridiscussi.

    E Richard Sennet spiega l'artigiano come un professionista che sa quello che fa ma non sa spiegare quello che sa.

    Tutte forme di conoscenza implicita.

    Nella produzione di informazione sui fatti che riguardano una comunità molto è implicito. Nella maggior parte dei casi, il contesto è implicito, il senso è implicito, il metodo di ricerca delle informazioni è dato per scontato. E l'interpretazione è spesso lasciata più all'emozione, all'intuizione, all'ideologia, piuttosto che al ragionamento controllato ed esplicito. Questo rende l'informazione debole. E i fatti meno distinti dalle opinioni. Il che rende l'informazione meno efficace per incidere sulle scelte di una comunità.

    L'idea che la democrazia viva di una comunità consapevole che sceglie in base a informazioni metodologicamente corrette è in larga parte una bella e buona utopia. Il che non ne riduce l'importanza. Semplicemente ci insegna a pensare che il bello e il buono di quell'idea che è già diventato realtà è meno grande di quello che resta ancora da costruire.

    Almeno questa consapevolezza dovrebbe diventare largamente esplicita. Se vogliamo migliorare il modo che abbiamo di informarci. Per scegliere.

    Facilitatore di scelte razionali

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    Una guida per scegliere prodotti più amici della sostenibilità realizzati da aziende socialmente e culturalmente responsabili. GoodGuide.

    Bel clima al Sole

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    Bel clima alla presentazione del nuovo sito del Sole. Mi pare che si stia sviluppando l'energia giusta per fare un po' di innovazione... Speriamo di riuscire...

    Pew e l'agenda dei media sociali

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    L'agenda che mette in ordine di importanza le notizie definita dai media tradizionali è diversa da quella emergente sui media sociali. Un ottimo rapporto Pew in materia.

    Obama oPad

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    Bella discussione. Metilparaben si preoccupa di un'involuzione antitecnologica di Obama. Luca Nicotra invita a leggere tutto il discorso del presidente americano. E osserva che le sue opinioni si collocano dopo, non prima dell'innovazione tecnologica. Sono nel mondo in cui la ricchezza delle nuove opportunità aperte dalla rete è dispiegata e apprezzata, ma un mondo nel quale c'è bisogno di un altro salto di qualità: per favorire l'emergere di nuovi modi per scoprire, filtrare, interpretare, condividere in modo trasparente, l'informazione. Per non essere travolti dalle strategie della disattenzione. E l'istruzione, dice Obama, è una risorsa da migliorare per andare in questa direzione.

    News by Apple

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    Per Jacob Weisberg, l'iPad della Apple non aiuterà gli editori di giornali. Le condizioni sono troppo strettamente favorevoli alla Apple, fa notare. In effetti, quando è partito iPod-iTunes, le condizioni erano ritagliate sulle esigenze delle etichette. Ma questa volta le condizioni sono dettate dalla Apple. L'articolo è su Slate.

    News by Google

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    Google è convinta che il futuro delle news sia positivo. E intende aiutare gli editori a trovare la via d'uscita dalle difficoltà attuali. Forse. Ne parla un articolo dell'Atlantic, da leggere assolutamente... Ricordiamoci che l'economista di Google è Hal Varian.

    Echo su Big Media

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    Washington Post, Slate, Time aggiungono Echo ai loro servizi web. Echo serve a fare commenti in diretta. TechCrunch.

    Fin troppa

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    I commenti al post sulla frase che dichiarava "fin troppa" la libertà di stampa in Italia sono come spesso succede più interessanti del post.

    In particolare emergono tre temi:
    1. la libertà di stampa costituzionalmente garantita (si potrebbe fare di più in Italia
    2. la qualità della produzione di informazione in Italia (si potrebbe fare di più dappertutto)
    3. la capacità di lettura critica dell'informazione in Italia (forse qui c'è un'attenzione più diffusa che altrove, almeno dal punto di vista della critica di sistema, ma resta un argomento estremamente difficile, anche perché da noi c'è una certa riluttanza a concentrarsi sui fatti prima di elaborare interpretazioni).

    Grazie dunque per quei commenti.

    La maturazione di una nuova forma di "opinione pubblica" (che forse non si chiamerà così) è in corso. C'è un inferno di disinformazioni, urla e distrazioni. C'è una speranza di miglioramento nelle opportunità offerte dal nuovo ecosistema dell'informazione nel quale il pubblico attivo ha una possibilità di influire maggiore di prima. C'è soprattutto un sacco di lavoro da fare... Navigando nella difficoltà. Con pazienza. Ascoltando. Cercando di dare un piccolo contributo. Rispettando i punti di vista... Immaginando le prossime tappe, magari con un sogno da coltivare. 

    Già, un sacco di lavoro...

    La Mela di Newsweek

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    Newsweek (in vendita) pubblica un pezzo molto critico sull'idea che l'iPad possa essere una buona soluzione per i giornali in cerca di un nuovo modello di business. Il pezzo è di Daniel Lyons.

    I tempi di Los Angeles

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    Il Los Angeles Times è in profonda crisi. E tenta di salvarsi collegando la pubblicità alle storie, in particolare di entertainment, in modo sempre più invasivo, dice Francis Reynolds. Eppure, commenta, LA Times dovrebbe salvaguardare il più possibile la sua credibilità in particolare per le storie di entertainment: perché forse nel tempo quella sarà la sua strada principale. Come la politica americana lo è diventata per il Washington Post. Una sorta di concentrazione sulla core competence... E' un'analisi non insensata, in effetti.

    Il pericolo sempreverde dei walled garden

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    Alfredo Paone, in un commento a un post precedente, sottolinea il pericolo che le nuove iniziative editoriali sull'iPad richiudano il flusso dell'informazione che la rete aveva aperto.

    Ho l'impressione che ci sia un equivoco in materia. Anche in piena epoca di internet i giornali restano walled garden, almeno nelle loro versioni di carta. E nelle versioni online, oltre a non essere completi, sono anche spesso poco orientati a linkare fuori. Addirittura dichiarano talvolta di soffrire dei link verso i loro articoli che si trovano su aggregatori à la Google News. Sono chiaramente degli errori. Ma la tentazione del walled garden è connaturata alla struttura dei giornali in quanto gestori di una ricchezza di notizie della quale gestiscono il copyright. Il che si può giudicare bene o male ma è nel loro diritto. In fondo, hanno un conto economico da portare a casa. Casomai si può discutere se così facendo non rovinino proprio quel conto economico.

    Sta alle iniziative della rete di mantenere ricca e viva la parte del sistema dell'informazione che può esserlo. E finora obiettivamente questo non è mancato.

    Anche con l'iPad gli editori ragioneranno come al solito. Mantenendo il più possibile sotto il loro controllo il flusso del valore che con la loro attività sono in grado di generare. Non vanno biasimati per questo. Al massimo andrebbero biasimati se non lo facessero e se non facendolo cercassero invece di frenare l'innovazione che viene dai generatori aperti di informazione. La rete non è una macchina per distruggere gli editori. E' un sistema per arricchire l'informazione. E se mette in difficoltà gli editori è perché gli editori non si sincronizzano con le logiche della rete, non perché ha l'obiettivo di mettere in difficoltà gli editori. Naturalmente chi usa la rete per fare informazione può avere l'obiettivo di distruggere gli editori: e ne ha ogni diritto. Casomai si può discutere se quell'obiettivo sia intelligente. Ma in ogni caso la rete non ha quell'obiettivo: ha solo l'obiettivo di funzionare in modo aperto e secondo uno standard pubblico.

    Gli editori devono capire la rete, adattarsi e sperare di essere adottati dalla rete, non possono sperare di fermare la sua innovazione ma sarebbe anche bene che, comprendendo la rete, non tentassero neppure di farlo. Quello che devono fare è sperimentare nuove forme di produzione di informazione che siano compatibili con la rete, la arricchiscano, la servano e la trovino pronta ad accettare il valore editoriale che producono. In questo quadro, l'iPad è uno spazio in più che nulla toglie al web, fino a prova contraria. Casomai fa concorrenza al web: ma il web non ha mai avuto paura della concorrenza.

    Il punto sul quale si dovrebbe stare attenti e forse lo si è troppo poco è che la rete mobile non resti così poco neutrale come ora. Anche sul mobile la rete dovrebbe essere neutrale. E la mancanza di neutralità della rete mobile è una premessa della creazione di nuovi walled garden. Ma da questo punto di vista l'impatto della Apple e dell'iPhone non è stato di chiusura: ha tolto potere alle compagnie mobili e creato un comportamento internettianamente più consapevole anche sul mobile. Producendo abitudini e bisogni che potrebbero portare a migliorare la neutralità della rete in chiave mobile. La Apple su questo percorso è arrivata solo fino a un certo punto. Quello che manca sarà portato avanti da altri. Se ci riusciranno. Ma questa è un'altra storia.

    Chiose sull'ecosistema

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    La riflessione intorno all'ecosistema dell'informazione continua.

    Antonio: "Mi immagino l'ecosistema come un contenitore che muta forma a seguito dell'evoluzione dei costumi, delle tecnologie, degli equilibri internazionali. Un sistema antropomorfico, che cambia forma: tondo, quadrato, rettangolare. E l'informazione, come l'acqua, dall'ecosistema è influenzata, ad esso si adatta, aderendo alle sue fomre mutevoli. Ma mantenendo la caratteristica principale: rispondere alle attese dei lettori."

    Marco riassume il tema. E conclude che il risultato della riflessione, il cambiamento che ne verrà fuori, dipende dai cittadini della rete: è il bello di questa cultura, pensare, vedere, fare qualcosa. Intanto, Giovanni sottolinea il ruolo del giornalista-innovatore. Grazie al Nichilista per il colloquio, a Segnale orario per la citazione e a Sottorete per l'apprezzamento. Grazie davvero.

    Fondazione Ahref

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    Nell'ecosistema dell'informazione c'è ormai uno spazio evidente per le iniziative che siano sostenute dalla comunità, con motivazioni legate alla responsabilità sociale e culturale dei cittadini e, dunque, organizzate in una forma non profit. 

    A Trento è appena nata la Fondazione Ahref. E' pensata per studiare, diffondere e progettare iniziative di qualità nei media sociali al servizio dei cittadini che la sostengono. 

    Il nome viene dal comando html per creare un link. E il suo compito è proprio quello di sviluppare collegamenti. Per contribuire allo sviluppo di un ecosistema sano dell'informazione. 

    La Fondazione comincia in questi giorni. Tutti i particolari sono ancora in via di definizione. Solo il suo scopo è chiaro. E' un buon momento per mandare alla Fondazione qualche consiglio...

    Cercando l'alba di un nuovo giornalismo

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    Viviamo una stagione di fioritura straordinaria per la partecipazione al sistema dell'informazione. E forse per questo le preoccupazioni sulla crisi del giornalismo appaiono fuori sincrono. D'altra parte viviamo una stagione di straordinaria forza delle strategie della disattenzione. E forse per questo le opportunità per un miglioramento del giornalismo appaiono tanto importanti. Ne emerge una sensazione, una speranza, un dovere: scorgere l'alba di un nuovo giornalismo. 



    Informazione: chi spera non aspetta

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    L'idea è che, con tutto quello che è successo nel sistema dell'informazione, concentrarsi sulla crisi dei giornali tradizionali è davvero anacronistico. Invece, vale la pena di concentrarsi sulle opportunità aperte dalla trasformazione in atto. E fare qualcosa subito per coglierle.

    1. Il quadro organizzativo di riferimento è quello dell'ecosistema dell'informazione, nel quale coevolvono logiche di mercato dell'informazione, di dono dell'informazione, di segnalazione e ricerca di informazione. Ciascun soggetto può trovare il suo percorso e la sua "nicchia ecologica". Sapendo che niente è facile. Ma che comunque se non ci si pone al servizio dell'ecosistema non si riesce. Cercare di vivere in un mondo a parte non funziona.

    2. In particolare, la logica della scarsità di accesso allo spazio limitato dell'informazione, incarnata dai giornali tradizionali, è superata dalla quantità devastante delle alternative. Ora la scarsità fondamentale è quella di tempo e attenzione del pubblico. In questo senso, il valore è definito più dalla domanda che dall'offerta. Il che significa che l'offerta non può più imporsi alla domanda, ma piuttosto deve tentare di farsi adottare dalla domanda.

    3. Una volta adottato, uno strumento di informazione gode di alcuni punti di forza che lo mantengono in funzione per un certo tempo. In particolare, valgono le logiche dei "beni esperienza" e le regole dell'effetto-rete. Uno strumento viene adottato in base a caratteristiche che lo rendono facile, persuasivo, attivo. Disegnato in modo da conquistare e gestire un effetto-rete. Con un "marchio" riconoscibile, che promette un valore chiaro e trasparente (anche nelle sue logiche produttive).

    4. La dinamica che lancia l'effetto-rete e che costruisce il "bene esperienza" è la stessa che conquista il tempo e l'attenzione delle persone ma con un taglio preciso: non punta a invadere il tempo e l'attenzione; punta a farsi adottare dalle persone, in particolare nel tempo e nell'attenzione riservata all'informazione che genera nelle loro relazioni e nelle loro conversazioni. Non si entra in una conversazione con il megafono, ma con buoni argomenti, con una semplice empatia, con una forte e riconoscibile identità.

    5. I giornali, in tutto questo, possono svolgere diversi ruoli. Snodo di informazioni già in circolazione, finanziamento di ricerche per trovare informazioni che non sono già in circolazione, interpretazione di dinamiche complesse: il tutto è incarnato in una linea editoriale trasparente, in un metodo di ricerca condiviso, in una testata capace di promettere e mantenere linea e metodo.

    6. In questo modo, la logica del non profit e quella del profit si integrano. Non si difende il profit chiudendo un insieme di informazioni in un posto inaccessibile senza pagare il biglietto. Lo si difende entrando nelle conversazioni, dunque aprendosi ai flussi di informazione non profit. Sottolineando tutto con il valore aggiunto della qualità del metodo e della trasparenza. Il centro della generazione di profitto nel nuovo mondo dell'editoria è il posizionamento dei "prodotti" editoriali in funzione di servizio all'ecosistema, non in contrapposizione all'ecosistema. Ciò posto, i sistemi di accesso innovativi possono motivare strutture di scarsità nuove: dall'iPad al giornalismo a teatro. L'innovazione dei sistemi di accesso può essere perseguita solo come servizio a sua volta capace di iscriversi sul tempo e l'attenzione del pubblico.

    7. Per creare nicchie ecologiche nelle quali gli editori possano ottenere un pagamento per i loro "prodotti", non bastano i cancelli tradizionali: il nuovo modo per ottenerle è innovare, fare ricerca, sperimentare. Una quota crescente degli investimenti devono andare in questa direzione. Gli editori diventano aziende che mettono insieme storie, design, software, ripensando continuamente i loro modelli di business. E ascoltando tanto quanto parlano.

    Sintesi?
    Il giornale non è la sua carta
    I giornali sono applicazioni per organizzare l'informazione
    Il giornalismo non è la sua tessera
    Il giornalismo è definito da un metodo trasparente di ricerca
    Il centro propulsore della transizione è il pubblico attivo
    La scarsità è il tempo e l'attenzione del pubblico
    L'editoria diventa un business innovativo: ricerca, design, software
    La conversazione delle persone è il luogo dove si riconosce il valore, si genera effetto-rete, si costruisce il "bene esperienza"
    L'identità è il valore sintetico di un generatore di informazione
    L'ecosistema dell'informazione ha la funzione di costruire la conoscenza condivisa
    I poli di aggregazione dell'informazione hanno la funzione di costruire uno spazio culturale comune alla loro comunità di riferimento
    La forma dello spazio culturale comune dipende dai sistemi incentivanti impliciti nei generatori di informazione
    I soggetti interessati a dare a quello spazio comune un tratto di intelligenza collettiva libero, almeno un po', dal populismo, possono contribuire offrendo qualità
    La logica del non profit è particolarmente propulsiva per la qualità del contributo all'informazione condivisa: dal pubblico attivo alle fondazioni per lo sviluppo della ricerca giornalistica
    La logica del profit è particolarmente propulsiva per l'innovazione nei sistemi di accesso, nel design, nella connessione tra i diversi soggetti della rete

    (Già: oggi è dedicato a prendere appunti per il contributo di domani a Perugia).

    Post hoc

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    E dunque è uscito IlPost.it. L'editoria è in piena fioritura. In bocca a lupo alla nuova redazione! E in bocca a un lupo diverso anche il diverso tentativo di Gianluca Neri con la nuova BlogNation. C'è una bella intervista ai due. Con qualche vero pezzo di bravura nel genere nuances (come la risposta alla domanda "Se non fosse esistito internet cosa avresti fatto?" di Luca: "Avrei creato un laboratorio linguistico dedicato alla definizione del genere femminile o maschile di un'eventuale futura rete dati ancora da inventare".)....

    Tra un paio di giorni si saprà di un'ulteriore novità del tutto diversa. Ma che avviene nello stesso contesto: un paese che cerca di migliorare la qualità del suo sistema dell'informazione.

    Il business è il messaggio?

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    E dunque Sheri Fink di Propublica ha vinto il Pulitzer. E questo ha portato nuovamente molti commentatori a parlare di forme di finanziamento comunitario al giornalismo investigativo. Ci si può domandare se esista una relazione tra il modo in cui il giornalismo è finanziato e il risultato informativo. E' chiaro che questo diventa ancora più interessante con la crisi dei giornali, l'avanzata del pubblico attivo, l'innovazione tecnologica. (commenti recenti di: Antonio, Pierluca, Gigi, Matteo, Andrea, Massimo, Dario, Stefano). La mediasfera è alla ricerca di un nuovo equilibrio, non è detto che lo trovi, ma ogni elemento è connesso a ogni altro e, nella complessità, i feedback positivi e negativi si moltiplicano.

    Il modo di finanziare il giornalismo non è irrilevante. Perché genera sistemi incentivanti che favoriscono certe scelte a scapito di altre. Niente di nuovo. Un giornale completamente basato sulla pubblicità di scarpe tenderà nel tempo a essere diverso quando parla di scarpe da un giornale che parla di scarpe ma non ha pubblicità e si può leggere solo se lo si compra. E un giornale che parla di scarpe completamente finanziato da un'associazione di amanti delle scarpe tenderà a essere ancora diverso. I modelli di business generano sistemi incentivanti che nel tempo influenzano i giornali.

    Non solo. Un modello orientato al profitto avrà qualche difficoltà a investire il 5 per cento del suo fatturato in una sola inchiesta. Mentre un giornale finanziato da un insieme di benefattori, potrà farlo, se ritiene che la causa valga la pena. Non ci sono solo sistemi incentivanti, ma anche veri e propri limiti logici: il giornale orientato al profitto deve diffondere molto, il giornale di impegno civile può anche vendere poco purché dei suoi contenuti si parli molto. E dei suoi contenuti si parlerà molto se sono fatti molto bene.

    Guido aveva fatto notare che le 13mila parole delle quali era composto il risultato finale dell'inchiesta di Fink sono costate 400mila dollari. Cioè poco meno del 5 per cento del budget che Propublica può spendere in un anno. Ma ha vinto il Pulitzer. E reso Propublica molto più importante. Tanto che ne parlano tutti.

    Il punto è che tutto questo è il contorno abilitante del giornalismo. Non è niente di più. Il modo in cui i giornalisti colgono le opportunità di fare giornalismo che sono offerte loro da chi li paga per fare i giornalisti resta comunque almeno in parte sotto la loro responsabilità. I sistemi incentivanti contano. E contano i limiti finanziari. Ma ogni persona interpreta i mezzi che ha a disposizione per come è capace.

    I giornalisti sono responsabili di quello che scrivono, che lo facciano con pochi soldi o con molti soldi. E possono giustamente decidere di fare i giornalisti per divertire una comunità con notizie socialmente intriganti, possono farlo per sostenere una causa politica, possono farlo per informare obiettivamente. Quello che li distingue nella nostra epoca non è la tessera, casomai è un metodo di ricerca giornalistica fattuale e trasparente. Questo orientamento metodologicamente corretto può dare senso al loro ruolo nel tempo in un contesto in cui il pubblico attivo e le piattaforme dei media sociali possono evolvere ancora molto e generare una mediasfera ricchissima di informazione.

    Il vantaggio di questa epoca è che il pubblico attivo costituisce un'alternativa al giornalismo professionale per una serie di informazioni abbastanza vasta. E dunque inserisce nella dinamica una nuovo incentivo: per il timore di perdere lettori a favore dei sistemi di informazione amatoriali, i giornali sono incentivati a mantenere alta l'attenzione verso la qualità e l'orientamento al servizio alla comunità anche quando altri incentivi li porterebbero a servire piuttosto gli inserzionisti pubblicitari o altri. A sua volta il pubblico attivo ha bisogno di giornalismo professionale, come dimostra la quantità di citazioni di giornali che si trova nei blog e nei social network.

    Nella complessità di tutto questo il tema del metodo giornalistico emerge sempre più come caratterizzante per un ruolo professionale e sociale di cui c'è sempre più bisogno e che può trovare nuovi modi per svilupparsi. (Se ne parlerà di più. Perché ancora in modo vago si capisce che non se ne può più di informazioni valutate solo in base a chi le propone o al suo ruolo mediatico: la società - si direbbe - ha bisogno di informazioni che facciano avanzare in profondità la conoscenza, o che almeno appaiano chiaramente in sincrono con la realtà, e dunque siano prodotte con un metodo trasparente).

    Sta a tutti gli interessati darsi da fare. Nei limiti del possibile. Ma spingendoli sempre un po' più in là. I mezzi non sono i fini: neppure i mezzi di comunicazione e i loro modelli di business.

    Dig-it: Spot.us all'italiana

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    Bella grafica e chiara proposta: giornalismo in rete, col finanziamento dei lettori, in stile Spot.us. Ma con la mediazione di una redazione. E' Dig-it.

    iPad: incuriositi e perplessi

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    Apocalittici e integrati, sull'iPad non si può essere. Al massimo incuriositi e perplessi. Forse perché in Italia, anche ad avercelo in mano, dell'iPad non si può capire più di tanto, visto che non si possono ancora scaricare le applicazioni. Questo avverrà solo dopo l'uscita del prodotto in Italia. E solo in autunno arriverà il sistema operativo multitasking che dovrebbe dare arricchire l'esperienza in modo decisivo.

    Ma una questione sta emergendo comunque. Pierluca Santoro se ne fa portavoce con un bel post pieno di rimandi utilissimi. Al centro della questione è la paura che l'iPad sia un passo indietro nella liberazione del pubblico attivo e rigeneri la situazione preferita dagli editori tradizionali: un ambiente che protegge i prodotti da vendere ai consumatori che passivamente ne fruiscono.

    E' verissimo che l'iPad è un oggetto chiuso, migliore per la fruizione che per la creazione di contenuti. Fa persino venire voglia di leggere di più e soprattutto di guardare più video. Tra l'altro rivitalizza i videopodcast perché almeno all'inizio verrà usato in casa o in altri posti dove c'è il wifi: altrove però potrà essere usato per guardarsi contenuti precedentemente scaricati. L'iPad è una piattaforma orientata a facilitare la fruizione di testi e video, meno decisivo per l'audio, forse molto divertente per i giochi (peraltro, appunto, per ora impossibili da provare dall'Italia). Inoltre il tema delle applicazioni, il vero centro del sistema iPad, riporta in auge i marchi più che i singoli elementi informativi.

    Non si vede perché, però, questo debba essere visto come un passo indietro per tutto il resto. Il mondo del web attivo, al quale tutti contribuiamo, non è certo intaccato dall'iPad (che ne costituisce un'alternativa ma non una diretta limitazione). Che anzi può essere un luogo nel quale i testi e i video del pubblico attivo possono essere visti più comodamente. Anche sviluppando applicazioni orientate a questo. Tra l'altro non impedisce il comportamento attivo più frequente: le brevi reazioni a ciò che si incontra navigando e che sono le più comuni si possono comunque gestire bene anche con l'iPad. L'iPad non va bene per produrre video e testi elaborati, ma potrebbe per certi versi dimostrarsi una sorta di stimolo alla produzione di testi e video di qualità anche per il pubblico attivo.

    Si vedrà se l'iPad diventerà un luogo nel quale gli editori potranno sviluppare nuovi prodotti a pagamento. Se lo diventerà sarà solo perché gli editori avranno investito per fare prodotti validi, tanto interessanti da trovare un mercato. E non si vede perché questo dovrebbe essere un male: significherebbe che in quel caso l'iPad avrebbe contribuito al miglioramento della qualità complessiva della mediasfera. Senza nulla togliere, appunto, al mondo del web aperto.

    Da questo punto di vista è dunque una speranza in più per gli editori, ma niente di peggio per il pubblico attivo. Del resto, non è molto diverso dall'iPhone che ha una logica perfettamente analoga: rispetto all'iPhone ha qualcosa in più per gli editori ma niente di peggio per il pubblico attivo. In sintesi, può essere complessivamente un passo avanti più che un passo indietro. Anche Facebook poteva essere un passo indietro, tenendo tutto il lavoro degli utenti su una piattaforma proprietaria orientata a favorire lo scambio veloce piuttosto che l'approfondimento da parte del pubblico attivo: alla fine anche Facebook ha contribuito ad allargare la platea, ha conquistato tempo mediatico, ma non ha impedito lo sviluppo dell'attività complessiva del pubblico, anzi, forse l'ha accelerato. La forza del medium delle persone è più grande di quella delle singole piattaforme. E internet non cessa di proporre nuove soluzioni aperte che rispondono in sempre nuovi modi al fenomeno generale generato dal pubblico attivo. L'iPad non fa paura.

    I veri pericoli per il web aperto non sono nella nascita di alternative o nell'eventuale (e tutto da dimostrare) ritorno di validi contenuti editoriali a pagamento. I pericoli vengono dal continuo allargamento del concetto di copyright, dalle smanie delle compagnie di telecomunicazioni e dagli attacchi alla net neutrality. 

    Background, giornalismo

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    Nell'aprile del 1999, Andy Grove, capo dell'Intel, annunciò ai leader delle grandi aziende editoriali americane che i giornali di carta avevano ancora tre anni di vita. Non era la prima volta che si parlava di questo possibile scenario. Tanto che nel resoconto del New York Times si legge che forse gli editori avrebbero potuto alzare gli occhi al cielo per l'ennesima predizione catastrofica sul loro business. Ma non lo fecero. Perché quello era Andy Grove. E perché raccontava come anche all'Intel era toccato di affrontare una crisi simile, quando alla fine degli anni Ottanta aveva perso il mercato delle memorie contro la concorrenza di produttori imbattibili sul piano dei costi. E per Grove i giornali si trovavano di fronte alla concorrenza di sistemi a basso costo di distribuzione basati su internet che li avrebbero spiazzati. E consigliava di prendere le misure necessarie a trovare un nuovo centro al loro business. Su Salon si trova ancora l'articolo dell'Associated Press che intervistava molti presenti. Ben pochi volevano fare la figura di chi non è abbastanza moderno da negare il problema. E molti invece davano sostanzialmente ragione a Grove, non magari sui tre anni, ma sulla tendenza di fondo.

    Nel 2002, tre anni dopo, i giornali non avevano chiuso e per la verità ben pochi parlavano di una loro crisi. Invece, erano state molte aziende internettiane fiorite tra il 1998 e il 2000 a chiudere o andare in crisi, insieme alla storia finanziaria che aveva favorito la bolla speculativa di quella fine millennio. Ma mentre si erano prosciugati i fiumi di dollari che andavano a finanziare start-up internettiane, un oceano di persone continuava a spostare tempo e attenzione verso quello che trovava su internet. Anche perché in quel periodo prendeva il volo un fenomeno nuovo: i blog di informazione. 

    Proprio in quel 2002, il pioniere dei blog Dave Winer, lanciò una scommessa sul sito Long Bets immaginando che cosa sarebbe successo nei cinque anni successivi: «Cercando su Google le cinque parole-chiave o le cinque frasi capaci di rappresentare le notizie più importanti del 2007, i blog compariranno più in alto del sito del New York Times». Martin Nisenholtz, ceo del New York Times Digital, accettò la scommessa: duemila dollari. 

    Nel agosto del 2006, l'Economist si era accorto che qualcosa di grosso era accaduto all'industria dei giornali. Aveva analizzato la situazione, era arrivato alla conclusione che i giornali di carta erano morti e che qualcuno li aveva assassinati. La copertina si intitolava infatti Who killed the newspaper?

    Nel 2007, Winer vinse alla grande la sua scommessa. I blog, nel 2007, erano diventati tanto popolari e citati tra gli utenti di internet da superare il grande giornale newyorkese nel "ranking" di Google.

    Con la crisi finanziaria iniziata nel 2008 e peggiorata nel 2009, la questione investì in pieno gli editori. La pubblicità se n'era andata. I lettori avevano continuato a diminuire. I bilanci di una quantità incredibile di giornali andarono in rosso (non quelli dell'Economist che comunque ci aveva cominciato a pensare molto prima e non quelli del Financial Times, anche grazie alla quota detenuta nell'Economist). Ci fu una bizzarra querelle, alimentata dagli editori più ondivaghi nella loro strategia internettiana, come Rupert Murdoch, secondo la quale i giornali avevano diritto a un pagamento per i loro prodotti: nessuno lo negava, il problema era scoprire come potevano ottenerlo.

    Avrebbero dovuto investire per tempo sull'innovazione, gli editori, ma (e questo Grove lo aveva previsto), cominciarono a farlo quando erano veramente preoccupati. E per fortuna quando erano veramente preoccupati videro che c'era qualcosa da fare di immediato e abbastanza rassicurante.

    No, non il Kindle. Nel 2010 arrivò l'iPad e alcuni sentirono che era la nuova piattaforma che faceva giustizia del web così difficile da usare per i prodotti a pagamento. Ma capirono che era una piattaforma che imponeva di fare prodotti migliori. Insomma, dava un senso all'investimento all'innovazione, non ne eliminava la necessità.

    Si può raccontare tutto questo al passato perché è la premessa di quello che deve succedere. E che può essere molto, molto interessante. Potremmo essere alla vigilia di una storia degna della bellezza che abbiamo vissuto negli ultimi dieci anni. Perché finora l'ecosistema dell'informazione ha visto una fioritura di nuove iniziative e un'erosione delle attività tradizionali. In questo processo, anche grazie alla crisi, è emersa una consapevolezza: non stiamo parlando di scenari e previsioni azzardate; sta succedendo qualcosa di molto reale. E questa consapevolezza è la premessa per fare un salto di qualità nelle risposte da parte di tutti i soggetti implicati: editori, pubblicitari, giornalisti, designer, tecnologi, pubblico attivo, comunità.

    E affrontare il tema dei temi, quello che è riportato in un passaggio del libro di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi e sul quale occorre meditare molto. Gli autori citano studi dell'università di Chigago sulla credibilità di varie istituzioni americane nell'opinione della popolazione degli Stati Uniti. "Dagli anni Settanta fino alla metà degli Ottanta, la stampa in quando a credibilità era alla pari con i militari, il Congresso, le fedi religiose. Ma negli anni Novanta ha cominciato a perdere posizioni. Nel 1990 il 74 per cento degli americani era ancora pronto a dire di avere fiducia nella libertà di stampa e nei contenuti dei media. Ma dieci anni dopo la percentuale era già slittata al 58 per cento. E da allora ha continuato a scendere, bocciando indistintamente organi di stampa progressisti e conservatori". Difficile dire se i Italia un'analoga rilevazione porterebbe a risultati diversi.

    link a vecchi post:

    link a grandi post:

    AllVoices...

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    AllVoices guadagna traffico e raccoglie finanziamenti, scrive TechCrunch. E' presentata come una piattaforma per il giornalismo dei cittadini, con coordinamento da parte di giornalisti professionali. E si espande a diverse città (comprese Baghdad, Pechino, Islamabad, Londra, Nairobi, Shanghai). La grafica non fa sognare. E la struttura non è immediatamente decodificabile. Ma è un altro mattone per la connessione tra il volontariato delle notizie e il professionismo. L'equilibrio giusto non è ancora arrivato. Ma il ritorno al passato è sempre più lontano.

    Tre magazine su iPad

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    iPad Magazine Art Direction from Brad Colbow on Vimeo.


    Grazie per il video, via Magculture.

    I temi emergenti:
    1. la differenza funzionale tra la versione del magazine in verticale e in orizzontale, sembra essere interpretata molto semplicemente. La versione verticale è più per leggere. La versione orizzontale è più per sfogliare.
    2. i comandi dell'interfaccia sono tutti diversi e molto personalizzati. Si tratta di apps, chiaramente. Sarà interessante vedere se verranno fuori degli standard da questo punto di vista. Attualmente siamo in fase di sperimentazione
    3. non da questo video ma dalle varie critiche pubblicate in questi giorni si capisce che il mercato delle apps per ipad è piuttosto disordinato, con prezzi molto diversi tra loro. Anche su questo è sperimentazione.

    Altri video in un post precedente.

    FT va a gonfie vele

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    Il Financial Times va benissimo. I suoi conti migliorano, anche nel pieno della crisi. Ha aumentato il prezzo dei suoi prodotti, online e offline, e ottiene la metà dei profitti dell'altro grande giornale che va benissimo e del quale è socio: l'Economist. (I dati, dedotti, sono su PaidContent)

    NewsApp

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    Riccardo Luna pubblica in una nota su Facebook - in anteprima - un mio contributo al prossimo numero di Wired Italia:

    Content is king, si diceva: il contenuto era il Re Media che trasformava in esperienza di valore il frutto del lavoro delle tipografie, dei network televisivi, delle compagnie di telecomunicazioni, dei costruttori di piattaforme digitali. Ma internet è una repubblica. E in internet il Re conta fino a un certo punto: in ogni caso non per diritto di nascita, ma casomai solo se si mette come tutti al servizio della cosa comune. Il che vale anche per il giornalismo.

    Il pubblico reagisce con molta flemma alle lamentazioni dell'industria editoriale che denuncia il calo delle copie dei giornali e la presunta concorrenza della gratuità internettiana: non potrebbe essere altrimenti, visto che in effetti è proprio il pubblico a generare i sintomi motivanti di quelle doglianze. Ma non ne è la causa: è semplicemente l'arbitro, il giudice insindacabile della qualità dei giornali in rapporto ai suoi vincoli di bilancio - di tempo e denaro - e ai suoi interessi alternativi. Le opportunità che internet ha dischiuso al pubblico che le ha volute - e potute - cogliere attivamente hanno generato esperienze ormai imprescindibili anche nell'accesso all'informazione: dai blog ai wiki dallo scambio di foto e video ai social network, il nuovo medium delle persone ha ridefinito il contesto di tutte le vecchie gerarchie mediatiche. Il mutamento è definitivo. E probabilmente era tempo che avvenisse.

    Sicché della troppe volte annunciata "morte dei giornali" si preoccupano prevalentemente i giornali. Ma questo dibattito sarebbe certamente più appassionante per il pubblico se riguardasse non la difesa di ciò che esiste ma la costruzione di qualcosa di meglio. E, se così fosse, tra l'altro, avrebbe qualche possibilità di risolversi.

    Avverrà. I giornalisti saranno chiamati a fare bene i giornali. Ma, paradossalmente, non basterà. I giornali non sono la loro carta, ma la relazione dei produttori professionali di informazione con il pubblico evolverà anche in base all'innovazione dei mezzi sui quali quella relazione si sviluppa. La funzione degli editori è quella di trovare le soluzioni imprenditoriali e tecniche per portare l'informazione al pubblico. Per trovarle dovranno trasformarsi in imprese che sanno fare ricerca, sperimentare, innovare. Velocemente. Con metodo. Con visione.

    I mezzi digitali, da questo punto di vista, non sono più una minaccia. Sono una realtà. Come sempre nella cultura internettiana, ogni novità è una potenziale opportunità. L'annuncio dell'iPad della Apple è stato visto in questo modo, soprattutto alla luce della strada fatta dalla Apple con il sistema iPod-iTunes nella riqualificazione del business della musica digitale, disastrato dal panico con il quale, sulle prime, le etichette avevano reagito alla rivolta del peer-to-peer. Il suggerimento implicito nella piattaforma che accompagna l'iPad è affascinante: non essendo né musica né libri, i giornali potrebbero essere dunque concepiti come applicazioni. Cioè programmi per organizzare i flussi di informazione e per sviluppare specifici modelli di business. Con design e funzioni molto innovative. E potenzialmente tanto attraenti da motivare persino un pagamento da parte del pubblico. Ma gli editori non ci arriveranno aspettando che l'iPad cada dal cielo. La vittoria della cultura internettiana sta nella consapevolezza che, anche nel mondo dell'editoria, il futuro non è quello che succederà, ma quello che costruiamo.

    Il reader dell'Irish News

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    The Irish News si legge online solo a pagamento, con un reader che imita in tutto e per tutto il giornale di carta... Il direttore in un'intervista ammette di non avere molti abbonati, ma di esserne soddisfatto. Il giornale è una voce cattolica in un contesto protestante e il sostegno al giornale ha molto significato per la comunità.

    Perché online si paga se si ritiene che sia "giusto" pagare.

    Conoscere per analogia

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    Internet si conosce per analogia. Le conseguenze di una nuova idea che nasce sulla rete sembrano più comprensibili quando si trova un'analogia. Un racconto noto che consente di immaginare come una storia analoga va a finire.

    Qualche esempio si trova nelle analogie con le quali ragiona Olivia Scheck che commenta alcune conclusioni sul rapporto tra giornalismo e internet proposte nelle discussioni avviate da Edge.

    Non è un pezzo affetto da ottimismo, ma è fiducioso. Il che non guasta per niente, come insegna il cardinale Carlo Maria Martini...

    15 progetti di magazine su iPad

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    Paidcontent raccoglie i video che mostranoi progetti di riviste per iPad che si possono trovare in giro. Alcuni sono già noti. In ogni caso sono qui sotto raccolti quasi tutti.

    I progetti mostrano il tentativo di ricreare delle vere e proprie riviste. Da notare che le proporzioni con le mani non sono sempre realistiche: le dimensioni dell'iPad non sono poi così grandi...


















    Mag+ from Bonnier on Vimeo.



    Se sbaglio mi corigerete

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    Una segnalazione di Giovanni de Paola. Un'informazione sbagliata sul blog di Grillo. E la correzione che si fa attendere.

    Da Forbes a TechCrunch

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    Evelyn Rusli lascia l'old media Forbes, dove era anchor, per andare a scrivere per TechCrunch. Ma anche perché il blog diventato giornale di enorme successo lancerà tra poco anche la sua TechCrunch Tv...

    Scarsità, abbondanza, equilibrio

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    Clay Shirky (via gg) racconta in breve come il valore di mercato sia connesso alla scarsità e come un piccolo aumento della disponibilità del bene scarso generi valore mentre un aumento gigantesco della disponibilità che porta il bene scarso a diventare un bene abbondante trasforma la società e distrugge ogni equilibrio preesistente. E a quanto pare è successo all'informazione.

    Ma che cosa succede a questa teoria se distinguiamo la qualità dell'informazione in base a diversi criteri che non dipendono dalla tecnologia di produzione, diffusione e fruizione? Tipo: comune livello di background culturale; condivisione del giudizio sulla rilevanza; metodologia di verifica e teorizzazione; qualità narrativa; disponibilità di tempo per l'accesso e la fruizione. La scarsità non scompare: si sposta. E le conseguenze di questo sono rilevanti. Si apre uno scenario di indagine di grande importanza, secondo me.

    Pew: no news sui modelli di business per news

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    Pew fa conoscere la sua ricerca sullo stato dell'arte nell'economia delle notizie giornalistiche. I dati sono superinteressanti. La ricerca di nuovi modelli di business appare ormai avviata e, un po', avvitata. La pubblicità resta la soluzione preferita ma non basta. Le altre soluzioni restano sperimentali. Non si sono ancora grandi movimenti sul fronte dei notiziari a pagamento online. (Pew)

    YouCapital...

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    Leggo da LSDI che è partita una piattaforma tipo spot.us in Italia (crowdfunding journalism). Si chiama YouCapital. Ne hanno parlato anche: Pennedigitali, Antonella Beccaria, Assodigitale, Senzamegafono, Cristiano Lucchi.

    I promotori sono Luca Longo, web director di The Populi, e Antonio Rossano fondatore di Yurait Social Blog.

    Articoli collegati su LSDI:
    1. Parte ProPublica, giornalismo investigativo finanziato da una Fondazione
    2. Due nuovi progetti di giornalismo finanziato dai cittadini
    3. Giornalismo finanziato dai lettori: nuovi esperimenti in Francia e in Italia

    Festival del Giornalismo di Perugia

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    E' dunque arrivato il programma del Festival del Giornalismo di Perugia. Ricchissimo.

    E' del tutto evidente che il suo punto debole è il keynote di giovedì 22 aprile, alle 12:00.

    Il keynote del Festival è di solito un'occasione molto importante per accedere all'esperienza di un vero maestro del giornalismo. Ma quest'anno - inopinatamente - è riservato all'espressione del mio punto di vista sulle prospettive dell'informazione. Non si può negare che il tentativo di tenere insieme il giornalismo tradizionale e quello che si sta sviluppando in rete sia sulla carta una buona idea.

    Nella pratica dovrò inventare una maniera sensata per parlare di una questione tanto gigantesca.

    Ogni suggerimento è bene accetto. E se vogliamo fare una cosa utile, potremmo raccogliere nei commenti gli esempi migliori di giornalismo che conosciamo all'epoca della rete. Se la raccolta riesce la lasciamo a Perugia come documentazione...

    Neppure Google guadagna con le news

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    Sentite le grandi lamentazioni degli editori, Murdoch in testa, sul fatto che Google guadagnerebbe con le notizie dei loro giornali, ci si domandava: ma è vero? E dunque pare proprio di no. Lo diceva Google che non fa fatturato con le news, ora lo registra anche Chris Dixon.

    xcitta

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    Una nuova serie di giornali locali. Si chiamano xcitta. Fatti con spirito di cronisti, consapevoli di lavorare in una rete abitata da blogger e partecipanti a social network di ogni genere.

    Ogni nuovo giornale ti propone un punto di vista. Questo ne ha uno e insieme tanti quante sono le città che segue fin dall'inizio della sua storia: Torino, Milano, Treviso, Bologna, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo. E mentre lo scorri ti domandi se ti puoi affezionare o se durerà per il tempo di una start up.

    A questo non rispondono, a xcitta. L'editore crede nel progetto e, dice, cerca soci disposti a partecipare. Ha un business plan basato sulla raccolta pubblicitaria. Si vedrà.

    Intanto, i giornalisti sono giovani ed entusiasti. Ci credono eccome, loro. E' un piacere ascoltarli mentre descrivono le loro scelte. La cronaca, del resto, nell'iperlocale, può essere una grande esperienza.
    Google è grande. Ma Google News lo è meno. E sicuramente meno di Facebook. Su Facebook la gente si segnala di tutto, comprese le notizie. E secondo Hitwise il traffico che effettivamente arriva ai siti di notizie da Facebook ha superato quello che arriva da Google News. Con buona pace di tutte le lamentazioni degli editori che si ispirano a Murdoch.

    Ora Hitwise aggiunge che da Facebook arriva più traffico a siti che nascono dal mondo del broadcast, mentre da Google News arriva più traffico ai siti che nascono da giornali cartacei.

    Questo peraltro vale soprattutto per i grandi siti di news. La parte lunga della coda lunga è ancora più coperta da Google.

    Anche perché quello che si fa su Facebook è più governato dall'immediatezza facile. (ReadWriteWeb)

    Corso online di GIORNALISMO SCIENTIFICO

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    WFSJ e SciDev.Net hanno creato un corso online di giornalismo scientifico. Divertente e interessante. (via Guido Romeo)

    La difficile indipendenza dei giornali

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    L'ipocrisia dei politici è anche un fatto tecnico. Le parole dei politici non sono fatte per dire a modo loro la "verità". Ma per dire quello che serve a vincere contro gli avversari e imporre il proprio potere.

    La manipolazione delle parole e dei discorsi per fare apparire la realtà nella luce che avvantaggia la propria parte politica è un'arte retorica classica. E nell'epoca della politica mediatica è diventata una scienza. I media sono usati molto bene da chi ha qualcosa da far credere a qualcuno. E i politici sono maestri. In tutto il mondo. A partire dagli Stati Uniti, per passare dalla Cina, arrivare in Francia e sbarcare infine in Italia.

    A fronte di questo, la cittadinanza vorrebbe media imparziali che non si facciano strumento delle parole dei politici, ma servano a metterle a confronto con la realtà. E questo genere di valore, quello dei media imparziali, è spesso ripetuto anche da chi i giornali li produce.

    Ma mettere in pratica questo valore è evidentemente difficile. Per molti motivi. Ma anche per il fatto che non è semplicissimo decidere che cosa sia un giornale politicamente imparziale. A questo proposito ci sono almeno tre ipotesi:
    1. Un giornale imparziale è quello che mette tutte le notizie e le separa dai commenti che a loro volta sono votati a dar voce a tutte le opinioni.
    2. Un giornale imparziale è quello che dichiara esplicitamente da che parte sta e poi dà le notizie che sostengono quella parte.
    3. Un giornale imparziale è quello che decide quali notizie mettere giudicandole in base a una ricerca che compie con i suoi giornalisti per ricostruire la realtà.

    Non è molto semplice trovare un giornale che sia perfettamente aderente a una di queste ipotesi. Ma ciascuna delle ipotesi contiene pregi e difetti per la cittadinanza che vorrrebbe sapere come stanno le cose.

    Il giornale che pubblica tutto senza distinzione, dando uguale voce ai commenti di tutte le parti, è leale nei confronti dei suoi lettori ma di fatto si mette nelle mani degli esperti della manipolazione. Basta che nel dibattito politico una parte lanci una serie di messaggi, alcuni più estremisti e altri più moderati, per far spostare a suo favore l'equilibrio del dibattito. E per distrarre dai temi che la mettono in difficoltà. I giornali diventano il territorio neutrale nel quale i politici giocano liberamente, decidendo autonomamente l'agenda. Le parole che corrono non sono altro che quelle, strumentali, dei politici.

    Il giornale trasparentemente partigiano è più decodificabile. Ma per definizione non può arrivare a essere imparziale e dunque non aiuta molto i cittadini a confrontare le parole dei politici con la realtà.

    Il giornale che fa la sua ricerca e pubblica le notizie confrontandole con quanto conosce della realtà è più difficile da fare. La riuscita di un progetto del genere dipende da molte cose. Ma soprattutto dal metodo che adotta per fare la sua ricerca giornalistica. In questo senso, ha bisogno a sua volta di una forma di umile trasparenza: deve dichiarare la sua "epistemologia" giornalistica. Che cosa ritiene siano "fatti", che cosa "ipotesi", che cosa "interpretazioni". Deve dichiarare costantemente i suoi possibili conflitti d'interesse. E se prende posizione è perché ha scoperto un dato di realtà e decide che le parole di una parte politica corrispondono meglio di quelle dell'altra parte alla realtà stessa.

    Il giornale "campo di battaglia" è il più interessante per i politici manipolatori, perché sembra imparziale e dunque credibile, ma non riesce a contrastare le loro strategie retoriche. Il giornale "partigiano" è meno credibile al di fuori della parte di cittadinanza che non sostiene la sua parte politica, ma in un certo senso può apparire più caldo e profondo nella lettura dell'interpretazione della realtà di quella parte politica. Il giornale "ricercatore" è forse più umile e rischia di apparire più freddo: il correttivo è quello di raccontare non soltanto fatti ma anche storie di persone, usando un linguaggio che alterna la freddezza delle analisi al calore delle storie.

    Il problema è che questi modelli coesistono. E che un giornale che appartiene a un modello può sempre "mascherarsi" in modo da sembrare appartenente a un diverso modello.

    La blogosfera e il medium delle persone non scappano a queste distinzioni. Nell'insieme, l'imparzialità dei media sociali è simile a quella del "campo di battaglia". Ma niente impedisce ai sistemi di informazione "partigiani" di conquistare territori nei media sociali. E le persone che vogliono contribuire all'informazione in chiave di "ricerca" devono contemporaneamente combattere per l'attenzione e abbassare i toni quando (come è normale in ogni ricerca) non sanno tutto ciò che occorre sapere per selezionare correttamente le notizie e le opinioni.

    I cittadini che leggono (i giornali e i media sociali) devono fare uno sforzo significativo per decodificare i modelli, giudicare la cooerenza con la quale vengono portati avanti, e farsi un'idea della realtà.

    La forza del modello orientato alla ricerca, per favorire la conoscenza della realtà, ha bisogno di una relazione forte e duratura con un pubblico attivo orientato alla stessa epistemologia, fattuale e pragmatica.

    (Tutto questo, a sua volta, è reso più complesso se si tiene conto della proprietà dei giornali. La proprietà dei giornali è in parte un modo per capire quale modello i giornali perseguono. Ma non lo è sempre. Di certo, il fatto che un capo di partito sia proprietario di tre televisioni influsce sui telegiornali di quelle televisioni. Ma va detto che anche gli altri giornali che non appartengono a nessuna parte politica incontrano la loro quota di difficoltà nell'essere imparziali. Se i giornali schierati sono più caldi e divertenti di quelli razionali e orientati alla ricerca, la società rischia di preferirli, penalizzando i giornali che in realtà sarebbero più utili a comprendere come stanno le cose. Se si spera che la situazione cambi occorre certamente lavorare per liberare il giornalismo dal peso di proprietari troppo ingombranti. Ma occorre anche approfondire una "epistemologia" del giornalismo, troppo a lungo data per scontata. La relazione tra le persone che fanno ricerca per i giornali e il pubblico attivo che li apprezza dovrebbe dunque diventare sempre più solida e orientata a una fattiva collaborazione).

    Islanda News

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    L'Islanda potrebbe entrare nella Ue con una procedura accelerata. E potrebbe riufiutare con un referendum l'accordo con i risparmiatori britannici scottati dai suoi titoli finanziari. E potrebbe diventare il porto franco dell'informazione controversa mondiale: approvando una legge molto protettiva nei confronti della libertà di informazione. (Orientalia, Nieman).

    Altre notizie in materia:

    Wired & Adobe: MAGAZINE design

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    Con l'IPAD per imparare con le MANI

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    Dal punto di vista cognitivo i tablet hanno un passo in più. Perché noi impariamo con tutto il corpo, non solo con gli occhi e il cervello. E i gesti che dobbiamo compiere per accedere alle informazioni fanno parte dell'esperienza che poi ci ricordiamo.

    Prendere un libro dalla libreria o sfogliare una rivista, andare avanti e indietro nelle pagine, strappare un foglio, o sottolineare, sono gesti che hanno a che fare con l'apprendimento. Se l'unico modo di apprendere fosse quello di accedere a qualunque contenuto schiacciando sempre lo stesso bottone del mouse, avremmo un'esperienza più limitata. Va già meglio quando invece di sottolineare prendiamo una citazione e la mettiamo su Tumblr o Twitter.

    Una rivista sull'iPad con il suo speciale multitouch e le varie metafore della libreria e delle applicazioni, un device che si usa portandolo in giro per la casa (chi vuole anche fuori), può aggiungere manualità all'esperienza di apprendimento su contenuti digitali. E per questo generare un piacere di leggere in più. Vedremo.

    Intanto, John-Henry Barac (che ha fatto l'app del Guardian) risponde alle domande sul suo modo di vedere un giornale sull'iPad proposte da Joshua Benton di NiemanJournalismLab.

    iPad è NEWS e MAGAZINE, in teoria

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    Ormai è tanto chiaro che fa parte dell'analisi consolidata. L'eventuale unicità dell'iPad, la sua massima attrattiva, potrebbe essere leggere le news e i magazine in modo totalmente nuovo, divertente, ricco... Ma è teoria, fino a che non si vedono i progetti di magazine realizzati per la nuova piattaforma. Ne discute un grande sviluppatore di apps per iPhone su PaidContent.

    Taglio alto

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    Federica Sgaggio, giornalista dell'Arena, spiega perché ha deciso di aprire un blog. Sente il peso di un'evoluzione editoriale che tende a cambiare il lavoro dei giornalisti escludendoli progressivamente dal mondo degli intellettuali. Paradossalmente, dice Sgaggio, una giornalista che voglia far sentire la sua voce deve aprire un blog. Il suo si chiama: due colonne taglio basso. Suona come la risposta del caporedattore alla proposta del redattore (e il redattore pensa, in silenzio: "non vogliono dare importanza alla notizia").

    La storia di Federica segnala una tendenza ormai da tempo avvertita. E' finita l'epoca della contrapposizione tra blog e giornali. Non solo perché i giornali hanno imparato ad aprire i loro blog e ad ascoltarne la voce. Ma anche - e questa è la novità segnalata da Federica - perché i giornalisti come persone possono trovare nei blog un'opportunità di espressione che la loro professione (come molte altre professioni) non offre. Non a tutti. Non a tutti quelli che vorrebbero esprimersi.

    La separazione tra blog e giornali resta, ma non è più tecnica. E' umana. Chi fa sia l'uno che l'altro può sentirsi tagliato in due, visto che in entrambe le situazioni scrive, ma in un caso per esprimersi e connettersi, nell'altro caso per sviluppare una linea editoriale. Sicché la stessa distanza tra blogger e giornalisti si sta trasformando: non è tanto nelle tecnologie e non è certamente nelle capacità personali. E' nel progetto che le persone perseguono.

    E' un caso del problema irrisolto della relazione tra progetti individuali e progetti collettivi che si manifesta in molteplici occasioni nell'ambito intellettuale. Quando c'è un progetto comune forte, le individualità sono compresse; quando c'è soltanto una giustapposizione di progetti individuali senza obiettivi in comune si sviluppa un rumore generale poco comprensibile.

    E' la differenza tra Wikipedia e Facebook: la prima è un progetto intellettuale comune forte (con la metafora dell'enciclopedia) nel quale in generale le singole persone non emergono; il secondo è uno spazio di espressione di progetti intellettuali individuali che in comune non hanno un progetto ma una piattaforma. I due modelli hanno avuto enorme successo. Ma entrambi di confrontano con il problema di come si possa migliorare la qualità del risultato intellettuale del progetto. In questo problema, come sempre su internet, c'è un'opportunità: per chi la saprà definire e sviluppare. Proponendo un nuovo contributo alla rete.

    Microconsigli per giornalista tipo Mashable

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    Mashable fa una riflessione semplificatoria sul futuro del giornalista.

    We identified specific digitally-oriented skills and traits a future journalist would need. These include being:

    • a multimedia storyteller: using the right digital skills and tools for the right story at the right time.
    • a community builder: facilitating conversation among various audiences, being a community manager.
    • a trusted pointer: finding and sharing great content, within a beat(s) or topic area(s); being trusted by others to filter out the noise.
    • a blogger and curator: has a personal voice, is curator of quality web content and participant in the link economy.
    • able to work collaboratively: knowing how to harness the work of a range of people around him/her -- colleagues in the newsroom; experts in the field; trusted citizen journalists; segments of the audience, and more.
    A queste qualità si aggiungono altri consigli: spirito imprenditoriale, formazione permanente, attenzione ai social media... Vabbè. Non molto di nuovo sotto il sole. Salvo una cosa: si direbbe che questa storia di fare il giornalista appaia sempre più attraente e si presenti come un settore adatto a chi è a caccia di opportunità. Si direbbe che le suggestioni tipo Demand Media o Tpm si stiano diffondendo...

    Facebook news reader

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    Dicono a Facebook che il social network è un canale di accesso alle notizie di primaria importanza. E chiunque che lo usi sa che è vero (anche se Twitter per ora è meglio da questo punto di vista). 

    ReadWriteWeb commenta che Facebook potrebbe diventare il principale news reader del mondo, superando Google.

    E Hitwise osserva che in termini di funzione d'uso lo è già:

    "Last week, Google Reader accounted for .01% of upstream visits to News and Media websites, about the same level as a year ago. Google News accounted for 1.39% of visits and Facebook 3.52%.

    Nel frattempo, gli editori si possono lamentare di Google News, specialmente se non sanno bene come funziona. Ma i modi con i quali i lettori arrivano ai loro siti sono molti, e sempre più spesso sono diversi dal passaggio classico per la home delle loro testate.

    Piani Mondadori per l'ebook

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    Maurizio Costa, ad di Mondadori, dice che la sua azienda avrà un'offerta ebook nel 2011. (via Luca).

    Come diceva Gian Arturo Ferrari, a Segrate non hanno fretta.

    (Anche perché è sempre vivo il problema della pirateria, fa notare Giornalisticamente...).

    Il Guardian si applica

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    Il Guardian ha venduto 70mila copie dell'applicazione che consente di leggere le notizie del giornale britannico, a 2,39 sterline ciascuna, in un solo mese. (via GG).

    La serie "i giornali sono applicazioni" continua...

    Wow: si sapeva ma ora si misura...

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    I classified ads, la piccola pubblicità degli annunci pubblicati sui giornali di carta in America, si sono prosciugati: da 19,6 miliardi nel 2000 a 6 miliardi nel 2009. Meno 70%. Poynter. Craiglist ha disintermediato.

    I giornali locali italiani resistono meglio. Ma non si sentono al sicuro.

    Piovonorane è una testata

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    L'intervista di Alessandro Gilioli a Carlo Taormina è una lettura rilevante. Con un piccolo dettaglio che la rende qualcosa di più. Perché Alessandro la introduce scrivendo che l'intervista è stata concessa a Piovonorane: una formula abituale per le testate giornalistiche e meno per i blog. L'evoluzione della specie, nella blogosfera, è inarrestabile. La differenza tra blog e giornali è sempre meno precisa, di certo non è più basata sulla tecnologia.

    iPad, oltre il rumore

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    Underwhelming, dice Larry Magid. L'iPad non ha colpito l'immaginazione più di quanto l'immaginazione di tanti osservatori avesse già compreso prima dell'annuncio. E, in questo contesto di marketing esasperato, come nella finanza più speculativa, non superare le aspettative significa deludere. (Una summa di delusioni, su Rww) Ma questi fuochi d'artificio non sono il modo migliore per capire quello che succede.

    Bisogna anche ammettere che, guardando almeno il video della presentazione dell'iPad, Steve Jobs non era al massimo della forma. E che l'unico annuncio davvero pratico e immediato è stato quello relativo al rilascio del kit per lo sviluppo di applicazioni: il vero scopo dell'evento era indurre gli sviluppatori a scrivere software e contenuti per essere pronti quando l'iPad sarà in vendita, tra un paio di mesi.

    Tecnologicamente, l'iPad è un'evoluzione di idee già viste, con un tocco (questo sì magico) di design straordinario. E rispetto a ogni altro tablet è focalizzato su un valore d'uso ben preciso: leggere, accedere al web, accedere a contenuti. E adattandosi al mezzo, fare la mail, fare i conti, fare presentazioni, scrivere. Non è il massimo della portabilità e non è il massimo per produrre: a quelle attività servono meglio l'iPhone e il Mac. L'iPad doveva diventare il massimo in qualcosa di intermedio. Che probabilmente è la fruizione comoda dei contenuti digitali, a un prezzo molto contenuto se ci si accontenta (come è probabile per adesso) della versione che privilegia la connessione wifi. 

    Quello che manca all'iPad e ha fatto arrabbiare molti tecnici è quello che non è essenziale per quel valore d'uso. A parte la mancanza del Flash che, a quanto pare, serve a garantire che i contenuti video sull'iPad saranno quelli che in qualche modo sono adatti alle strategie di Apple.

    Perché l'iPad è soprattutto il terminale - divertente, comodo, efficace - del sistema di vendita di contenuti e software intermediato e organizzato da Apple: un'estensione della logica già sperimentata con l'iPod e l'iPhone. Il mercato è meno maturo di quanto non fosse all'epoca del lancio dell'iPod e saranno molto rilevanti i prossimi annunci sugli accordi tra Apple e produttori di contenuti, perché faranno la differenza e creeranno il "momentum" che assisterà l'iPad nelle prime fasi di impatto sul mercato.

    Per gli altri il tema è semplicemente: scommettiamo che si venderanno molti iPad o no? Se sì, gli editori faranno bene a sbrigarsi e a mettere in campo i loro prodotti per questa piattaforma, visto che offre un'opportunità in più per migliorare le vendite. Se no, sarà stato tutto una bolla.

    Per gli autori però tutto questo è molto rilevante. Dovesse prendere piede, l'Pad consentirà di vendere libri realizzati in ePub e non necessariamente assistiti da grandi case editrici. E offrirà nuove opportunità ai piccoli produttori di software con una buona idea al servizio dell'industria editoriale. 

    L'iperventilazione che è stata necessaria al lancio dell'iPad non deve fuorviare: si tratta di un momento importante per il business dell'informazione. Un momento che si può cogliere, o lasciar passare via. Meglio coglierlo.

    Update: nel frattempo Amazon - giustamente ammirata da Jobs per il suo lavoro pionieristico in questo settore - subisce la concorrenza di Apple e cede sulla questione del prezzo dei libri per Kindle... Si prepara all'arrivo di iBooks.

    Design, news e fact checking, ai tempi dell'iPad

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    Sarà il design - al completo, quello che va dalla grafica alla funzione, dalla fascinazione per la sperimentazione culturale alla concretezza del modello di business - a fare una grande differenza nel futuro dei magazine (e forse dei giornali), nell'epoca del discusso ma affascinante sistema iPad-iPhone-AppStore... 

    Anche se la discussione è ampia sulle qualità dell'oggetto, l'iPad suggerisce fantastiche possibilità creative. A Pentagram ci credono. Gianluca, giustamente, segnala.

    La discussione in materia è ampia. I giornali sono applicazioni che servono all'organizzazione intelligente e interpretativa dell'informazione. Non sono somme di articoli da mandare in rete come atomi in cerca della loro molecola. Gli editori, al di là della loro funzione culturale, tendono a doversi confrontare anche con la funzione delle piattaforme. Sempre confusi dalla paura della pirateria. Mentre il crowdsourcing del giornalismo si fa strada nel dibattito. E le metriche internettesche si affinano. Con il dibattito culturale su internet si approfondisce.

    Intanto, si fa strada l'ottima idea di Sergio Maistrello: FactCheck. Per discutere dei fatti e della ricerca necessaria alla verifica. In un contesto nel quale la cronaca sembra pensata come la fiction, il fact checking è un lavoro sacrosanto. 

    L'iPad è un'opportunità per fare giornali migliori. Forse offrendo qualche speranza in più agli editori, li spingerà a investire nell'innovazione di design e nella qualità della ricerca giornalistica..._

    iPad, perché se ne parla tanto

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    Non cessa il profluvio di articoli e commenti sull'iPad. Perché l'intelligenza collettiva dei cercatori di opportunità deve digerirlo nella sua fattuale concretezza, dopo tanto tempo passato a immaginarne le possibili forme e funzioni. (Antonio, Guardian)

    Con un punto di domanda chiaro in testa: se ne venderanno abbastanza da dare valore al mio possibile investimento, come consumatore e come sviluppatore? Già, perché sia per chi compra l'iPad sia per chi intende scrivere software da distribuire a chi compra l'iPad, il problema comune è quanto sarà grande il mondo dei possessori di iPad? Maggiore quel numero, maggiore la ricchezza di contenuti e applicazioni, maggiore il valore, migliore la possibile soddisfazione.

    Il problema dell'uovo e della gallina in questo caso è facilitato dal fatto che esiste già una quantità di software per l'iPhone che verrà facilmente adattato all'iPad. E che alcuni editori di libri hanno già in cantiere la vendita di libri per l'iPad. E che i giochi andranno bene (l'idea del Monopoli con giocatori attorno a un tavolo con l'iPad in mezzo e qualche amico che gioca da un'altra città non è male...).

    E per le applicazioni di base, la possibilità di leggere il web e fare la mail girellando per la casa, semplicemente connessi col wifi, il costo è davvero contenuto: 499 dollari...

    E' più facile pensare che sia un prodotto relativamente molto venduto, piuttosto che sia un totale flop. Il che rende probabile che molti scommettano su questa ipotesi e facciano software e contenuti adatti all'iPad. Il che arricchirà la piattaforma e la renderà di vero valore. Decretandone il successo. E' più facile che decolli piuttosto che resti a terra.

    Se questo è vero, vale la pena di pensare giornali da diffondere sull'iPad. Inventandone il nuovo design e pensandoli come servizi di organizzazione dell'informazione talmente interessanti da poter anche essere venduti. E' una possibilità in più. Per chi si muove bene, con qualità e velocità, facendo ricorso a immaginazione e spirito di iniziativa. Editori tradizionali e nuovi editori sono dunque ai nastri di partenza. Dovrebbe essere divertente.

    iPad, i giornali sono applicazioni

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    Dove si vendono i giornali per l'iPad? Che cosa sono i giornali, secondo chi ha progettato la nuova tavoletta? Che opportunità hanno gli editori di giornali e i giornalisti adesso? 

    L'iPad si carica di contenuti creandoli, oppure attingendo al web, oppure comprandoli da iTunes, musica e film, AppStore, software, iBooks, libri. Dunque, almeno finora, non c'è un'edicola.

    Dove si possono vendere i giornali per l'iPad? La risposta a questa domanda è anche un geniale suggerimento per rispondere alla domanda preliminare: "che cosa sono i giornali?"

    I giornali sono flussi di notizie e progetti speciali, sono testi, audio e video, sono relazioni tra il pubblico attivo e le redazioni, sempre però con un taglio interpretativo speciale sintetizzato dalla testata. La forma dei giornali digitali è dunque quella dell'applicazione: è un software che mette insieme tutti gli elementi, compresa la struttura fondamentale che organizza le informazioni appoggiando l'interpretazione.

    Per gli editori di giornali e giornalisti c'è cibo per la mente. Giustamente, dicono, che produrre le notizie costa. Ora devono produrre anche immaginazione, design. E costerà anche quello. Ma hanno trovato chi suggerisce una strada per uscire dalle secche.

    Informavore e Filtering

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    A DLD si discute un sacco di information overload, filtri e potere. Frank Schirrmacher dice che non sarà mai più possibile gestire l'informazione senza le mavchine e che queste prenderanno il potere. David Gelernter risponde che il problema è che si fa troppo poca ricerca sull'interfaccia e le macchine che usiamo, e che quindi l'attuale malessere è relativo alla scarsa comprensione dei fenomeni. E aggiunge una domanda: dove sono i risultati di tutta questa informazione? Siamo davvero più informati? Baratunde Thurson risponde che ci vuole anche un po' di calma: non è necessario sapere tutto quello che viene pubblicato da 6 miliardi di persone. Loic mostra la nuova interfaccia di Seeismic (più sintetica e divertente) per Twitter. E aggiunge che il filtro per lui sono le segnalazioni degli amici.

    Che cosa legge Gates

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    Un manager di una compagnia media ha chiesto a Bill Gates: "l'informazione televisiva è considerata partigiana e i giornali sono a loro volta in crisi di credibilità. Lei quali mass-media consiglia?"

    Gates ha risposto che non guarda la televisione. E ha dato i suoi consigli:
    - molti periodici e giornali: the Economist, Scientific American, New Yorker. Washington Post, the Wall Street Journal, the Financial Times, the New York Times. Slate
    - seminari e lezioni online: Academic Earth, Ted.com, Teach12.com (a pagamento).

    Buona domanda

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    Un maestro di giornalismo, spiega che le migliori risposte nelle interviste si ottengono facendo bene le domande. E lo spiega con un aneddoto:

    Un domenicano e un gesuita stanno leggendo il breviario. Il gesuita fuma.
    Il domenicano osserva: "Ma come: fumi mentre leggi il breviario?"
    E il gesuita: "Sì, ho ottenuto il permesso dal vescovo..."
    "Anch'io ho chiesto il permesso, ma mi è stato negato" dice il domenicano.
    "Ma come glielo hai chiesto?"
    E il domenicano: "Ho detto al vescovo: 'Eminenza, posso fumare mentre leggo il breviario?' E lui mi ha cacciato in malo modo".
    Il gesuita sorride: "Hai sbagliato la domanda. Io ho chiesto: 'Eminenza, posso pregare mentre fumo?' E lui ha approvato con gioia..."

    GoogleNews e giornali

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    Dice una ricerca di Outsell riportata da TechCrunch che il 44% dei visitatori di Google News non clicca sui link e dunque non va sui siti dei giornali. Conclusione illogica: Google News porta via traffico ai siti dei giornali. La conclusione è illogica perché nel dato non c'è nulla che dica che gli utenti di Google News sono sottratti ai siti dei giornali. Mentre nel dato c'è la prova che il 56% dei visitatori di Google News vanno anche a formare traffico per i siti dei giornali.

    Ovviamente le illazioni sono possibili.

    SI potrebbe dire che questi sono lettori di giornali online che scelgono Google News, ma sceglierebbero un giornale se non ci fosse Google News. In questo caso sottrarrebbero una quota di traffico ai giornali. Ma è un caso piuttosto difficile da provare (riguarda le intenzioni) visto che comunque i siti dei giornali sono cresciuti molto in termini di traffico da quando c'è Google News.

    Oppure si potrebbe dire che questi non sono lettori di giornali online e dunque Google News è un generatore netto di traffico per i giornali. Anche questo non si può provare.

    Di certo c'è che Google News trasforma il lavoro dei giornali in un insieme di atomi di informazione che collega un articolo a un lettore. Questi sceglierà anche in funzione della testata di provenienza, ma non è indotto ad analizzare la forma complessiva del notiziario di quel giornale. Il risultato è che Google News è un competitore dei giornali nel senso che la sua organizzazione delle notizie compete con l'organizzazione delle notizie dei giornali. E l'organizzazione delle notizie, la gerarchia, i collegamenti tra loro, è un contenuto informativo di primissima importanza per i giornali. Ma per competere in questo genere di partita, i giornali devono imparare e innovare molto: dunque fare ricerca.

    Wikipedia e il recentismo

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    Questo post riguarda il concetto di "recentismo" usato come avvertenza per i lettori che incontrano certe voci di Wikipedia, come nel caso del partito "Alleanza per l'Italia". E il dibattito intorno all'esclusione della voce sul "Movimento 5 stelle".

    Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.

    Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).

    Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.

    Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.

    Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.

    Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.

    La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.

    (Domani su Nòva un pezzo in materia).

    Scienza e giornalismo

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    "Per struttura, stile e linguaggio, gli articoli scientifici sono agli antipodi di quelli giornalistici. I primi esprimono oggettività e disinteresse, e raccontano (o dovrebbero raccontare) passo passo quello che è successo in laboratorio per consentire, almeno idealmente, al resto della comunità di riprodurre risultati analoghi. Il linguaggio delle notizie è viceversa immediato, attivo, con concessioni narrative lontane dalla prosa misurata e passiva dell'articolo specialistico". Pietro Greco, Nico Pitrelli, Scienza e media ai tempi della globalizzazione, Codice.
    Questo post è troppo lungo;
    naturalmente a causa della fretta...


    I giornali di qualità. Nel sottotesto del dibattito sul futuro dell'informazione, gli editori si richiamano costantemente alla locuzione "giornali di qualità". Il che avviene nel contesto di una valanga di perplessità (vedi il dibattito su www.veri.ta) relative a come si difende la qualità dell'informazione in rete dale pratiche del vandalismo, dell'estremismo, dell'integralismo. Ma del resto, visto da un altro punto di vista, tutto questo non è lontano dalla più generale questione del minestrone culturale che emerge - non solo in rete ma nel complesso del sistema dei media - dal fuoco incrociato della strategia della disattenzione e del disinvestimento nelle istituzioni educative, universitarie, museali a favore di nuovi modelli culturali televisivi e finanziari.

    L'occasione di discuterne, ieri, con Nicholas Negroponte era ghiotta. Proprio nella città del papa, acerrimo avversario del "relativismo". E proprio insieme agli amici di Wired Italia, sempre ispirati dal direttore di Wired Chris Anderson, autore della coda lunga: ad Anderson avevo chiesto come emergerebbe nella coda lunga il valore della "qualità artistica universale" che una volta si poteva riconoscere in un Beethoven. Lui aveva risposto immaginando che Beethoven avrebbe cominciato suonando in un piano bar, sarebbe stato apprezzato da tutti, avrebbe raggiunto una grande notorietà con delle registrazioni su MySpace, avrebbe finito col pubblicare qualche disco e sarebbe diventato ricco con i concerti. In sostanza Anderson rispondeva parlando della costruzione della notorietà e dell'apprezzamento di qualunque autore, negando l'esistenza stessa di una nozione come "qualità artistica universale". Ovviamente.

    In generale, in un ambiente come la rete emerge l'apprezzamento per un autore o per un'idea attraverso un movimento che aggrega consenso e attenzione, dibattito e conversazione, stabilendo scale di priorità mai stabili ma piuttosto in continuo movimento. E questo avviene in base a preferenze, a comportamenti e a connessioni, che prendono vita attraverso le segnalazioni e i link, e che dimostrano l'esistenza di sistemi di valutazione impliciti nelle menti dei partecipanti alla rete. Ma tutto questo non chiarisce come si formino quei sistemi di valutazione della qualità.

    In assenza di una discussione sul modo in cui si formano i sistemi di valutazione, non abbiamo neppure una discussione su come migliorare la qualità. E tanto meno riusciamo a mettere in questione la nozione di "giornali di qualità".

    La valutazione che avveniva nel mondo gerarchico, prima del successo della rete, era basata sulle istituzioni riconosciute dal tempo come fonte di qualità culturale: musei, università, editori... La rete ha aperto il gioco. Ora l'aggregazione di consenso attorno alla qualità riconosciuta nelle conoscenze e nei contenuti informativi dipende dai movimenti dei partecipanti alla rete. Un po' come avviene nell'arte moderna: ci sono esperti e critici, artisti e curatori, ma in realtà fanno tutti parte di una sorta di rete, cioè si muovono partecipando alle dinamiche del mercato dell'arte dal quale sembra sembra emergere l'aggregazione del consenso sulla valutazione della qualità artistica (tanto che sempre più spesso si presenta come una specie di citerio oggettivo della valutazione della qualità artistica). Questo, in rete, vale per ogni idea e ogni opera. Ma è un processo vagamente autoreferenziale, modaiolo, instabile.

    "Probabilmente è proprio così che deve essere" ha risposto sulle prime Negroponte. Non c'è modo di stabilire che un criterio di valutazione sia migliore di un altro. In un mondo globalizzato tutti i punti di vista hanno uguale valore. Già, ma come si formano tutti i punti di vista? La cultura di un bostoniano non è quella di un italiano o di un cinese, tutte hanno diritto a uguale rispetto, ma vengono da qualche parte.

    Da dove?

    In assenza di una discussione su questo, vale il consenso che si ottiene e di mantiene lì per lì. La qualità diventa quello che i più bravi a costruire consenso riescono a far credere che sia in ogni momento. Si apre la strada a una sorta di populismo inflessibile. E quando sono in molti a essere bravi manipolatori, si finisce per distruggere ogni consenso. Con gravi problemi a tutte le attività che richiedono coordinamento per progetti di lunga durata: come la pace, la convivenza civile, la salvaguardia dell'ambiente, la valorizzazione dei beni culturali, l'identità, i diritti umani... Insomma, ci si muove in stormi la cui forma emerge dalla complessità ma non si sa bene come decidere dove lo stormo vuole andare.

    Non si torna indietro alla gerarchia. La rete è un enorme opportunità per includere nella costruzione del consenso l'attivia partecipazione di chiunque abbia qualcosa di intelligente da condividere. La gerarchia blocca l'intelligenza se questa mette in discussione il suo scopo. La rete mette in discussione ogni privilegio acquisito. E dunque impone che ciascuna posizione sia definita dalla sua capacità di mettersi al servizio dell'ecosistema...

    Probabilmente, si riparte dalle culture, dalle antropologie, dice Negroponte. "Io mi comporto come un bostoniano perché sono crescuto in quella cultura". Quindi c'è un sistema di autorità che trasferisce cultura e l'educazione diventa il centro di ogni altra questione.

    Nel distruggere i privilegi inutili, la rete rischia di mettere in difficoltà anche le istituzioni educative? "La cosa più vicina che abbiamo a un'istituzione oggi è Google". Oppure, Wikipedia. E' dalle regole e dai metodi educativi impliciti in queste istituzioni - in queste piattaforme - che si può leggere il modo in cui emergeranno le nuove culture? E' anche da riflessioni come queste che può venire fuori l'idea di una nuova "istituzione-piattaforma" pensata per la sua utilità al servizio della rete e consapevole dei suoi effetti "educativi"?

    Un post troppo lungo non finirebbe mai. Meglio finirlo con una domanda. O no?

    A chi donare per Haiti

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    Twitter, Skype, Facebook, funzionano straordinariamente bene per l'informazione su una catastrofe come quella di Haiti e sottolineano come l'informazione, la solidarietà e l'emozione siano in certi casi un'unica dimensione umana. Intanto, su Google appaiono le immagini satellitari del disastro (rww).

    Anche in questo caso, purtroppo, il tema è che nella rete non ci sono solo le larghe maggioranze di persone oneste e sincere, ma anche gli squallidi sciacalli. Per questo l'Fbi avverte che non è bene donare al primo che chiede soldi per Haiti via social network.

    E' uno strazio vedere che pochi maledetti possono rendere sospettosi tutti. Ma di fatto è meglio essere intelligenti. La Cnn riporta i consigli dell'Fbi, sulla base dell'esperienza di catastrofi precedenti, e offre un insieme di link per trovare enti affidabili ai quali consegnare il proprio gesto di solidarietà. Ancora una volta, l'ecosistema dell'informazione è completo e funzionante se si tiene insieme la meravigliosa energia del pubblico attivo e il lavoro di verifica e controllo che qualcuno deve avere il tempo e i mezzi per fare, con la dovuta tempestività. I social network migliorano l'informazione professionale e questa quando si muove può migliorare l'informazione sociale.
    Prosegue la raccolta bibliografica sull'informazione. Tenterò di mettere in ordine appena possibile... Grazie! :-)

    Alle nuove prospettive per l'informazione ha aggiunto le sue postille Marco Formento e contribuito Pier Luca Santoro sottolineando la centralità del sistema di distribuzione fisico dei giornali in Italia. L'immagine emergente è che la rete ha cambiato tutto e che i nuovi modelli emergenti anche quando sono basati sull'economia monetaria possono farcela soltanto ponendosi al servizio dell'ecosistema dell'informazione e non più contando sulle posizioni acquisite. La moltiplicazione dei modelli è una tendenza precisa della rete. Gli editori possono imparare a muoversi in sincronia se imparano a fare ricerca. (Il riassunto è insufficiente: sarebbe meglio dare un'occhiata ai post originali linkati...).

    Ci stiamo avvicinando al Festival del Giornalismo. E per dare un contributo costruttivo, si potrebbe fare una raccolta di link, risorse, podcast, segnalazioni di libri e altro materiale utile per una bibliografia sul citizen journalism, il pubblico attivo e l'informazione partecipata:
    - testi di riferimento
    - idee guida
    - blog di esperti
    - siti di centri di ricerca
    - analisi
    - soluzioni di qualità
    - casi esemplari di inchieste partecipate
    - dibattiti

    Ecco le primissime risposte:

    Servono nuovi modelli di organizzazzione dell'informazione on-line. Più democratici, più trasparenti, più equi e soprattutto remunerativi! Per questo nascehttp://www.net1news.org
    Ciao Luca


    "MIRANO Community Network" - Laboratorio per l'informazione iperlocale:http://40xmirano.ning.com

    Per quanto possa essere una segnalazione di nicchia, ci provo. Avrei il piacere di suggerire la lettura di alcuni blog in italiano in cui si scrive e si invita a riflettere su quello che accade nella blogosfera e nella società civile cinese.

    Ivan Franceschini (da Pechino) 
    http://appunticinesi.blogspot.com/
    http://appunticinesi.blog.unita.it

    Tommaso Facchin
    http://caracina.wordpress.com/

    alcuni casi su bologna:

    1) social network di ecologisti bolognesi http://recobo.ning.com

    2) quotidiano collettivo online, con assemblee di redazione aperte al pubblico
    http://www.zic.it/chi-siamo

    qui c'è molta altra roba, anche in regione, volendo si potrebbe pensare a un report su tutta l'emila-romagna. se ti interessa mandami una mai che ne parliamo un attimo

    Storie di Milano città: http://www.giambellinotolstoi.it

    ciao luca. Ti segnalo il mio blog: http://invisibile.135.it/
    - Nasce nel 2002 con l'obiettivo di produrre, selezionare e diffondere informazione e comunicazione indipendente -

    Secondo me questo pezzo del LA Times è un buon punto di partenza, è una ricerca più che altro che quoto in un post dopo.

    http://www.latimes.com/business/la-fi-ct-newspapers11-2010jan11,0,2396176.story

    Etico, Eco, Bio, Sostenibile: temi inflazionati a parole almeno quanto l'ipegno è disatteso nei fatti. Cerchiamo di parlarne in modo serio su http://www.greenternet.info


    un insegnante che cerca di esprimere il proprio tempo con il pensiero per far crescere il proprio e quello dei propri studenti


    un insegnante che cerca di esprimere il proprio tempo con il pensiero per far crescere il proprio e quello dei propri studenti


    IL SECOLO XXI
    Approfondimenti, interviste, voci.
    Per non perdere la bussola.
    Il Secolo XXI è un esperimento informativo.
    Una sfida in questa epoca di rovesciamenti sociali e culturali.
    I nostri doveri ci sono chiari, essere onesti ai lettori e a noi stessi, cominciare, scrivendo, a tessere le basi per una civiltà del XXI secolo, dove i diritti umani e dei lavoratori, non siano l'unico aspetto indebitamente archiviato dal secolo che ci siamo lasciati alle spalle.

    Ho raccolto un po' di testi online che contengono previsioni e tendenze per il 2010, e li ho condivisi online:

    http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010 (previsioni "generiche", ovvero tutte quelle che non sono contenute nelle altre pagine)

    http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010best (previsioni "migliori", auspicabilmente, perché sono frutto del lavoro degli analisti e degli esperti dei rispettivi settori)

    http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010media (previsioni legate all'evoluzione dei media, sociali e non, e del giornalismo)

    http://www.evernote.com/pub/italovignoli/2010pr (previsioni sull'evoluzione delle relazioni pubbliche)

    Continuerò ad aggiornare le pagine, che vengono generate automaticamente, man mano che escono altre previsioni e tendenze.

    Luca, sul potenziale di trasformazione dello storytelling la bibbia è questa: http://www.10000words.net/ Dentro ci trovi un sacco di esempi (post, infografiche, video...) - Paola Bonomo


    Scrivere insieme a Marco Formento

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    Grazie a Marco Formento per le sue postille al post di ieri sulle prospettive dell'informazione. Sono d'accordo con le sue precisazioni. E trovo bellissimo il suo richiamo all'autore come figura collettiva: è lo scopo e il senso di questo medium sociale che ci piace tanto.

    E dunque torniamo al punto. Il tema che più fa discutere è in fondo la ricerca di un'ecosistema dell'informazione sostenibile, il meno possibile inquinato, qualitativamente valido. 

    1. Perché sia sostenibile, dicevamo, il consumo di risorse necessario alla produzione di informazione non deve superare le risorse che essa genera: il costo della produzione deve almeno pareggiare il ricavo. Questo può avvenire in diversi modi, classificabili in base al contesto: il mercato (vendita di prodotti editoriali e pubblicità), l'economia del dono (persone che condividono le informazioni in loro possesso), l'economia dei beni comuni (comunità che conoscono il valore culturale dell'informazione per l'insieme delle loro attività), lo stato (amministrazioni, democrazie e forze politiche che sostengono la pluralità di informazioni a loro volta interessate al dibattito politico). Ciascuna di queste condizioni va discussa. I diversi modelli non sono neutri in rapporto alle loro conseguenze.

    2. L'inquinamento è costantemente possibile. In ciascun modello ci sono potenziali falle alla sicurezza dell'informazione. Nel modello basato sul mercato, per esempio, non possiamo non citare i latenti conflitti tra gli interessi dei lettori-compratori di prodotti editoriali e gli inserzionisti pubblicitari. Nel modello dei media sociali si rischia una scarsità di risorse per l'investimento nella ricerca di informazione, di coordinamento metodologico, di sistematicità nella verifica. Nel modello comunitario, nel quale fondazioni e società sostengono il lavoro di ricerca dell'informazione, si rischia la concentrazione sui temi più vicini alle forme della comunità stessa. Nel modello statalista si rischia la sterilità delle idee, a fronte degli interessi elettorali. Ma attenzione: tutti questi sono rischi, non certezze (benché i rischi del mercato e dello stato siano piuttosto elevati e i rischi dei media sociali e delle comunità siano tutti da verificare); e soprattutto le opportunità offerte da ciascun modello sono altrettanto importanti. Con molta umiltà, il nostro autore collettivo potrebbe andare avanti in questa direzione per analizzare rischi e opportunità in modo sistematico e non pregiudiziale.

    3. I sistemi incentivanti che spingono il sistema nella direzione della qualità dell'informazione sono in via di trasformazione. Come dice Formento, non è certamente più l'autorità che stabilisce la qualità, ma è piuttosto l'autorevolezza che si conquista ogni giorno sul campo al servizio dei lettori. Ho l'impressione che, per tagliar corto con un post già troppo lungo, che la strada maestra sia quella di un ecosistema dell'informazione nel quale esistono tutti o quasi tutti i modelli citati, in modo che le differenti modalità d'azione moltiplichino le probabilità di un confronto e dunque incentivino il miglioramento qualitativo dell'informazione. Riducendo al minimo la disinformazione generata dai grandi poteri, inducendo alla verifica e alla discussione libera. Non si può dire che un solo modello sia sufficiente a tutto questo: si ha l'impressione che il continuo confronto sia più probabilmente efficace.

    Ciò detto, quello che c'è di nuovo è che il modello della produzione editoriale di informazione giornalistica per il mercato non appare più destinato fatalmente al fallimento dal momento che si stanno sviluppando tecnologie innovative che potrebbero far ritrovare agli editori delle fonti di reddito non esclusivamente basate sulla pubblicità.

    La produzione di informazione esclusivamente basata sulla pubblicità non è sufficiente. Per le ragioni appena riportate (infodiversità dell'ecosistema) e per ragioni specifiche. Nelle imprese editoriali i costi da sopportare sono ovviamente quelli del lavoro giornalistico e delle altre funzioni produttive ma anche quelli legati alla remunerazione del capitale. E fintantoché il capitale ragiona a breve termine, vede il flusso di reddito pubblicitario come del tutto equivalente al flusso di reddito che deriva dalla vendita di prodotti editoriali. Ma non è così nel lungo termine: perché in molti casi vale la regola spannometrica secondo la quale se il pubblico non è disposto mai a pagare per un prodotto editoriale vuol dire che non lo considera particolarmente importante, dunque sarà tentato di abbandonarlo in favore di un altro prodotto o di abbandonarlo tout court; il che esaurirà anche le fonti di reddito pubblicitario.

    È dunque positivo che comincino a entrare in gioco tecnologie che possono ricreare nel pubblico la voglia di spendere per i prodotti editoriali (se ne parlava su Crossroads dopo un articolo pubblicato dal Sole cartaceo). Senza in nessun modo ridurre l'importanza degli altri modelli, e coltivando l'aspirazione all'infodiversità, anche l'esistenza dei prodotti editoriali tanto belli da far venire voglia di sostenerli pagando un prezzo monetario è un elemento di un ecosistema dell'informazione sano. Naturalmente, per cogliere queste opportunità non basta enunciarle: gli autori, i designer, i giornalisti, dovranno inventare nuove soluzioni "narrative", mentre le case editrici dovranno investire. Fare ricerca. E crederci.

    Nuove prospettive sul futuro dell'informazione

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    Intanto, la realtà va avanti. E la stagione sta cambiando. Si aprono scenari possibili anche per il modello di business dei giornali a pagamento, su tablet o altro, purché si tratti di nuovi prodotti davvero bellissimi (come sembrerebbe il prototipo di Sports Illustrated per tablet e Mag+).

    Alcune riflessioni:

    1. L'informazione di qualità ha valore e costa tempo o denaro. Il modo in cui viene pagata contribuisce a qualificarla: può pagarla il pubblico che compra un prodotto editoriale, la pubblicità che compra l'attenzione del pubblico, una comunità di sottoscrittori o uno stato che la finanzia. Oppure può essere regalata da brave persone molto informate che trovano la loro dimensione nel pubblico attivo. La soluzione del pubblico che paga il prodotto non è l'unica, ma è ottima - per l'informazione è comunque migliore di un modello basato solo sulla pubblicità che paga tutto - ma si realizza se il prodotto è davvero bellissimo;

    2. L'ambiente che crea le condizioni per generare un prodotto editoriale davvero bellissimo è essenzialmente costruito da: a) editori che investono in ricerca, che amano la tecnologia e la capiscono, che corrono alla velocità della tecnologia, che inventano i modelli di business giusti; b) da giornalisti, autori, designer, grafici, che colgono le possibilità offerte dalla tecnologia e le interpretano bene;

    3. La tecnologia è contemporaneamente una continua corsa al rialzo e alla popolarizzazione: non ci sono barriere all'entrata che durano per sempre; e la qualità, come la partecipazione del pubblico (anche attraverso il pagamento), si mantiene soltanto investendo continuamente nella qualità dei contenuti e nella tecnologia che li supporta.

    Gli editori del futuro devono fare ricerca e sviluppo. Imho.

    Divertenti polemisti sul futuro dei giornali

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    Una bella polemica sul futuro dei giornali. Chi pensa che i mogul dell'editoria devono sparire dalla scena è un marxista postmoderno, dice sull'Independent il professor Tim Luckhurst. E' un modo assurdo e inverificabile di criticare i critici dell'editoria tradizionale, risponde il professor Jay Rosen. Che cosa direbbero se non fossero professori? Che c'entra Marx? E' una polemica abbastanza sterile, ma molto divertente.
    Che cos'è un magazine? E' la domanda che regge un bell'articolo di Virginia Heffernan sul New York Times.

    Che cos'è un magazine? Un giornale periodico? Un giornale che esce raramente? Ma è possibile a confronto con le possibilità offerte da internet? Certo che lo è.

    Il problema fa ripensare al progetto di Panorama Online, nel 1995. Si tratta di capire le possibilità offerte dalla rete. Ma soprattutto, sopra ogni altra cosa, si tratta di discutere dell'identità di un giornale, di una redazione, di un pubblico. Monocle riesce a dichiararsi in modo molto forte da questo punto di vista. E non ha paura di essere troppo poco internettiano: lo è il suo giusto. Non è bello quel che è bello ma quel che piace. E l'Economist dimostra che una saggia relazione tra internet e periodico settimanale è assolutamente coltivabile.

    Tutte cose note. Ma l'articolo sottolinea finalmente un punto importante: il tema non è il rapporto tra internet e la carta; il tema è il rapporto tra internet e il tempo dei lettori. Internet libera chi scrive dalle costrizioni industriali della carta e consente di scrivere direttamente sul tempo delle persone.

    Tutto questo sdogana molte soluzioni che il conservatorismo editoriale e l'integralismo digitale sembravano escludere dieci anni fa. La varietà di soluzioni diverse è probabilmente la regola dello sviluppo dei giornali, d'ora in poi.

    E intanto, aspettiamo un nuovo device, che potrebbe sollecitare proprio la fantasia di chi ha sempre lavorato con i periodici. Come dice Virginia: "The Apple tablet may or may not be a 10-inch iPhone; it may or may not appear in the spring; and it may or may not make pixelated magazines feel magaziney again. We'll see. A wishful demo of what Sports Illustrated would look like on a tablet computer can be found at "Sports Illustrated -- Tablet Demo 1.5" on YouTube".

    Buoni propositi dell'informazione / 2

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    Per dare un contributo al Festival del Giornalismo che abbia il giusto carattere costruttivo, si potrebbe fare una raccolta di link, risorse, podcast, segnalazioni di libri e altro materiale utile per una bibliografia sul citizen journalism, il pubblico attivo e l'informazione partecipata:
    - testi di riferimento
    - idee guida
    - blog di esperti
    - siti di centri di ricerca
    - analisi
    - soluzioni di qualità
    - casi esemplari di inchieste partecipate
    - dibattiti

    Ci si tornerà in un giorno meno festaiolo, naturalmente. Ma proprio oggi, forse, era necessario fare un piccolo buon proposito...

    Naturalmente, se hai già in mente una segnalazione e hai tempo, persino oggi... annotala nei commenti per favore...

    Ecco le primissime risposte:

    "MIRANO Community Network" - Laboratorio per l'informazione iperlocale: http://40xmirano.ning.com

    Per quanto possa essere una segnalazione di nicchia, ci provo. Avrei il piacere di suggerire la lettura di alcuni blog in italiano in cui si scrive e si invita a riflettere su quello che accade nella blogosfera e nella società civile cinese.

    Ivan Franceschini (da Pechino)
    http://appunticinesi.blogspot.com/
    http://appunticinesi.blog.unita.it

    Tommaso Facchin
    http://caracina.wordpress.com/

    alcuni casi su bologna:

    1) social network di ecologisti bolognesi http://recobo.ning.com

    2) quotidiano collettivo online, con assemblee di redazione aperte al pubblico
    http://www.zic.it/chi-siamo

    qui c'è molta altra roba, anche in regione, volendo si potrebbe pensare a un report su tutta l'emila-romagna. se ti interessa mandami una mai che ne parliamo un attimo

    Buoni propositi dell'informazione

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    Per dare un contributo al Festival del Giornalismo che abbia il giusto carattere costruttivo, si potrebbe fare una raccolta di link, risorse, podcast, segnalazioni di libri e altro materiale utile per una bibliografia sul citizen journalism, il pubblico attivo e l'informazione partecipata:
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    - soluzioni di qualità
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    - dibattiti

    Ci si tornerà in un giorno meno festaiolo, naturalmente. Ma proprio oggi, forse, era necessario fare un piccolo buon proposito...

    Naturalmente, se hai già in mente una segnalazione e hai tempo, persino oggi... annotala nei commenti per favore...

    BUON ANNO!!!

    25 storie tralasciate

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    Project Censored ha censito le 25 storie che i grandi media hanno tralasciato, soprattutto in America, e che invece sono state seguite e sviluppate sui nuovi media. via Indyweek. Si tratta si storie, a quanto pare, controllate e verificate con attento metodo di ricerca. 

    Si fa notare, in questo contesto, la questione della relazione tra lobby e allocazione degli aiuti statali Usa.

    Visualizzazione da vedere

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    L'informazione si trasforma, come si sa. In qualche modo perde pezzi, se si vede dal punto di vista tradizionale. Ma dal punto di vista della rete, ne acquista ogni giorno. Anche dal punto di vista del linguaggio e della fruibilità.

    Un tema tutto da sviluppare, anche in Italia, è quello dei visualizzatori di dati e notizie. Che parlano con i contenuti e con l'innovazione dell'interfaccia.

    Ecco i cinque migliori visualizzatori dell'anno, secondo FlowingData. In ordine inverso di preferenza:

    Photosynth, dei Microsoft Live Labs
    The Jobless Rate for People Like You
    OpenStreetMap: A Year of Edits
    Protovis, del team di visualizzazione di Stanford
    On the Origin of Species, di Ben Fry

    Flussi di notizie

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    Mentre i reader rss sono un po' in declino, gli rss sono centrali per gli aggregatori. Ma anche gli aggregatori si moltiplicano.

    Eccone cinque che si usano bene. Ovvi, ma utili:
    Techmeme (aggregatore, motore e lavoro umano; tecnologia)
    Mozzler (twitter based, personalizzabile; generalista)
    News about news (aggregatore, lavoro umano; giornalismo)
    Muck Rack (twitting journalists based; generalista)
    Twitt(url)y (motore; generalista)

    Ce ne sono molti altri da segnalare. Per esempio Technotizie.it.

    Autogoverno obbligatorio

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    "(ANSA) - ROMA, 17 DIC - La Presidenza del Consiglio dei
    Ministri comunica:
    (..) Il Ministro dell'interno, Roberto Maroni, ha illustrato al Consiglio i contenuti di un disegno di legge che prevede disposizioni di contrasto alla diffusione di reati attraverso internet, con l'obiettivo di rimuovere dal web eventuali contenuti illeciti. A questo proposito il disegno di legge disporrà la costituzione, presso il Ministero dello sviluppo economico, di un gruppo di lavoro a cui parteciperanno rappresentanti dei  fornitori di connettività e di servizi internet per elaborare un codice di autoregolamentazione teso ad evitare che contenuti illeciti vengano pubblicati su internet. Il provvedimento prevede anche disposizioni tese a modificare la disciplina in materia di riunioni pubbliche. L'esame del disegno di legge proseguirà nella prossima seduta del Consiglio. (...)"

    Come si verifica una fonte online?

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    Come si capisce quale di questi due (uno e due) comunicati stampa usciti online è quello vero e quale quello falso? Wsj dice il secondo. Jeff Jarvis dice il primo: "Wall St. Journal still hasn't corrected its story (http://bit.ly/5laeGt) based on a spoof (http://bit.ly/8oQFzW) How long?"

    Ads invasion

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    Iht mette la pubblicità in prima pagina...

    oh wow: iht has an ad instead of first page(?!?)

    Update: C'è un commento importante su Twitter: @lucadebiase luca è pubblicità salva lavoro per tanti colleghi del iht schizzinosi oggi a spasso domani temo
    Eric Schmidt, il capo di Google, ha espresso la sua idea sulla privacy. E poiché Google è al centro di una quantità di polemiche relative alla privacy, la sua idea fa riflettere. Perché intorno al concetto di privacy (parola che evoca questioni noiose che non lo sono per niente), si giocano questioni decisive per la conformazione della rete sociale e il suo sviluppo equilibrato, per non dire pacifico e giusto.

    Dice Schmidt: "I think judgment matters. If you have something that you don't want anyone to know, maybe you shouldn't be doing it in the first place. If you really need that kind of privacy, the reality is that search engines--including Google--do retain this information for some time and it's important, for example, that we are all subject in the United States to the Patriot Act and it is possible that all that information could be made available to the authorities."

    Ci sono diversi elementi in questa frase. Il pensiero di Schmidt si inserisce in un filone molto diffuso e piuttosto realistico: l'idea di fondo è che online la privacy sia fondamentalmente impossibile. Schmidt in questo caso si riferisce alla legge che consente al governo americano di fare indagini antiterrorismo usando tutto quello che viene fuori online. Ma prima di lui, Scott McNealy aveva sostenuto che, indipendentemente dalle leggi e anche sotto il profilo tecnico, la privacy online non esiste. Del resto, anche quando si ammette che possa esserci una privacy, le linee di confine sono talmente complicate che la loro interpretazione è molto controversa: come nel caso della nuova autoregolamentazione della privacy su Facebook.

    E d'altra parte, la questione della privacy rischia di essere sottovalutata anche dagli utenti. Può essere che appaia irrilevante, può essere che sia considerata impossibile, può anche essere che non ci si renda conto del suo significato e sia vista più come un fatto burocratico che sostanziale. Ma sta di fatto che se una piattaforma offre servizi che gli internettiani apprezzano, la loro considerazione della loro stessa privacy tende ad andare velocemente in secondo piano.

    Se ne parlava ieri con Cesare Sironi, l'amministratore delegato di Matrix (Virgilio). Google deve sottostare alle regole, ma di fatto ne è potenzialmente esente: è una multinazionale talmente gigantesca e flessibile, vive in un luogo tecnologicamente tanto veloce e complesso, che per qualunque stato sarà sempre più difficile tenerla sotto controllo. E infatti Google dichiara di aderire soprattutto a una legge morale, autodefinita e per la verità coerentemente seguita almeno in apparenza finora (non facciamo del male). Ma è chiaro che Google sa un'enorme quantità di cose su ciascuno dei suoi utenti e molti temono che se andasse a governarla un nuovo team di persone, aderenti a un qualunque nuovo approccio morale, per gli utenti potrebbero essere problemi. Virgilio, da parte sua, offre servizi basati sulla localizzazione e altre informazioni relative ai singoli utenti: si impegna a separare quelle informazioni dalle persone alle quali si riferiscono e a trattarle sempre e comunque come fatti statistici. 

    Ma c'è qualcosa di più.

    Perché Schmidt ha espresso una valutazione profonda e molto diffusa: l'idea secondo la quale chi desidera salvaguardare la privacy abbia qualcosa da nascondere. In questo senso la privacy è soltanto un vincolo alla libertà di circolazione delle informazioni: e il fatto che si tratti di informazioni sulle persone non cambia la sostanza del discorso. Se non hai nulla da nascondere perché vuoi la privacy?

    L'idea è talmente diffusa che andrebbe presa sul serio. Forse un modo per valutarla è immaginarsi una società basata su un modello totalmente privo di privacy e pensare dove può portare. (L'argomento è talmente complicato che qui si può soltanto accennare a un punto di vista, che resta tutto da approfondire).

    Teoricamente, si può partire da una concezione generale: la circolazione dell'informazione è un bene. Se tutti sanno tutto di tutti non si può imbrogliare, ciascuno è libero di fare le sue scelte sulla base di una corretta dotazione di informazioni, i risultati sono i migliori possibili in termini politici, economici, sociali, culturali. Sarebbe bellissimo, ma non è storicamente mai stato vero e possibile. Anche perché la disponibilità di informazione è cosa diversa dal trattamento, la comprensione e l'utilizzazione dell'informazione. La conseguenza è che l'informazione ha un enorme valore, ma la sua dinamica va ben compresa per poter vivere in modo consapevole.

    L'idea della perfetta informazione è tipicamente sostenuta dall'economia neoclassica: se tutti sanno tutto di tutti e gli operatori sono razionali la concorrenza perfetta porterà alla migliore allocazione delle risorse possibile. E' una costruzione ideale molto interessante. Peccato che non sia mai stato possibile realizzarla. Il Nobel Stiglitz ha dimostrato che non è possibile avere una società nella quale tutti gli operatori siano perfettamente informati. E ha anche dimostrato una cosa sorprendente: non è vero che se aumenta l'informazione ci si avvicina alla condizione di concorrenza perfetta. La migliore allocazione delle risorse possibile data dal modello teorico della concorrenza perfetta non è una meta alla quale ci si avvicina per step successivi: è una realtà che o c'è o non c'è. Se non c'è non basta un po' più di informazione per avvicinarsi ad essa. L'utopia della concorrenza perfetta, nata per salvaguardare la libertà di concorrenza dei piccoli e grandi operatori economici, è stata di fatto utilizzata dai grandi poteri del capitalismo per eliminare barriere al loro potere. E invece la salvaguardia del mercato libero passa dalla limitazione della libertà d'azione dei grandi poteri del capitalismo, attraverso per esempio l'antitrust: la libertà esiste solo se ci sono regole che paradossalmente costringono a salvaguardarla.

    E' molto interessante. Perché la realtà non è come la dipinge l'utopia della perfetta informazione. Perché la stessa informazione è diversa a seconda di chi la utilizza. Perché l'informazione non è equamente distribuita. Perché non è equamente distribuita la capacità di utilizzare l'informazione. E in una società iniqua i soggetti deboli hanno bisogno di una protezione nei confronti dei soggetti forti. La libertà vive nelle regole, non nell'assenza di regole.

    La perfetta informazione non è l'obiettivo dell'informazione. E la privacy non ha l'obiettivo di impedire l'informazione. Ha l'obiettivo di rendere più equilibrato il gioco del potere sull'informazione.

    La perfetta informazione su tutti è un problema di controllo sociale. In un villaggio tradizionale nel quale tutti sanno tutto di tutti, il controllo sociale è più facile. Ma l'interpretazione del controllo sociale dipende dal sistema di potere in vigore in quel villaggio. Se c'è molto controllo sociale e una sola persona ha tutto il potere, quel potere sarà privo di equilibrio e le persone saranno prive di libertà. 

    Ci può essere una situazione ancora meno equilibrata. Quella nella quale il potere sa tutto di tutti, mentre nessuno sa niente degli altri. E' una situazione vagamente simile a quella del Grande Fratello di Orwell. In quella situazione, la libertà dei cittadini sottoposti all'enorme potere del Grande Fratello esiste solo se i cittadini riescono a dissimulare, cioè a impedire la perfetta circolazione dell'informazione su di loro.

    L'informazione può essere un fattore di equilibrio sociale, può generare libertà, può alimentare una tensione verso una convivenza più giusta e pacifica, solo se è asimmetrica a favore dei soggetti che non hanno potere e se il controllo è esercitato con l'informazione in modo tale che si sappia molto su chi ha il potere e meno su chi non ha il potere. Per questo si dice che le persone che hanno responsabilità pubbliche non hanno diritto alla stessa privacy degli altri: Il controllo sociale, in una società democratica, è asimmetrico e si esercita in modo che dei potenti si sappia molto di più che degli altri.

    Non è solo una questione politica. Prendiamo il caso di un'assicurazione sanitaria. Se si sapesse tutto di tutti è l'assicurazione a trarre il massimo vantaggio, non gli assicurati. Perché l'assicurazione non prende in carico le persone che rischiano la loro salute, mentre prende in carico solo quelle che pagano la loro quota e non hanno mai problemi di salute. Se un'assicurazione sanitaria sulla vita sapesse tutto quello che Google sa di ciascuno, i suoi rischi sarebbero molto minori e i cittadini che hanno più bisogno di assistenza sanitaria sarebbero penalizzati.

    L'informazione è storicamente asimmetrica a favore del potere e delle grandi organizzazioni e a sfavore dei singoli cittadini e dei soggetti deboli. Migliorare l'informazione non significa portare tutti a conoscenza di tutto, che è impossibile, ma portare a un maggiore controllo sulle azioni dei responsabili delle grandi scelte collettive.

    Le leggi sulla privacy sono importanti. Non perché funzionino bene e si possano far valere facilmente su internet. Lo sono forse soprattutto in chiave educativa. Favorire la consapevolezza dei cittadini del valore dell'informazione su di sé è una premessa fondamentale per la libertà. La si può intendere pienamente però solo se i cittadini sono consapevoli che far valere la propria privacy ha senso in quanto costringe il potere a comportarsi in modo più trasparente.

    (Ripeto: queste sono soltanto intuizioni disordinate. Si spera che possano servire a qualche riflessione e soprattutto a far emergere opinioni più competenti).

    Readings #10 - Prevalentemente sui giornali

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    Dalla Columbia un report sullo stato del giornalismo americano. Poco di nuovo ma molto ordine mentale. E poca voglia di sperare che avvenga qualcosa di nuovo. Tipo nuovi editori e giornalisti rincuorati dalla voglia di provare ogni mezzo per fare il loro lavoro. Columbia.

    Una proposta straordinariamente assurda di abolizione del citizen journalism. E una risposta di Jay Rosen.

    Della serie "il dibattito Murdoch, Google, De Benedetti": Massimo, Pierani, Asa, Penne digitali.

    Twitter e social network: Dario, Microblogging. Dns di Google: Contino. Clima: Webvolution. Ecommerce: Mimmo.

    InquinaMente

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    Secondo il papa i media ci abituano al male e inquinano le menti. Il Corriere online riporta qualche stralcio del discorso. Sulla Repubblica di carta il tema è più sviluppato. "Ogni giorno attraverso i giornali, la tv, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono".

    Google, Murdoch, giornalismo e lingue biforcute

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    E' ora di mettere una parola fine a un lungo e falso dibattito sui giornali, interessante solo chi li vende. Ma per riportarlo verso le persone, occorre sentire la voce di chi li scrive e li legge. Come?

    Test di giornalismo: che cosa interessa di più alla cittadinanza?
    1. Che gli editori, i tecnologi, i pubblicitari facciano tanti soldi e ne usino una parte per pagare lo stipendio a costosi giornalisti?
    2. Che esistano giornali indipendenti che possano controllare il potere e dar forza a un'opinione pubblica democratica?
    3. Che l'informazione sia diffusa in modo comodo e interessante; e sia prodotta raccogliendo i fatti e interpretandoli con metodo trasparente?

    Se avete risposto 1, probabilmente lavorate in un'azienda del settore dei media. Se avete risposto 2 siete cittadini di straordinaria consapevolezza costituzionale. Se avete risposto 3 siete persone critiche e pratiche, consapevoli delle trasformazioni in atto.

    Il dibattito prevalente negli ultimi tempi ha fatto finta di occuparsi del punto di vista 2 e in realtà si è concentrato sul punto di vista 1. Non è stato molto importante per le persone, di fatto interessate soprattutto al punto di vista 3.

    Murdoch ha attaccato duramente Google negli ultimi tempi. Google ha risposto con coerenza. E finalmente Murdoch e Schmidt hanno scritto una parola chiara sul Wall Street Journal che può portare a una conclusione del loro confronto: ma dimenticano il centro della questione, cioè il rapporto tra autori e pubblico.

    Murdoch, leader degli editori, ha cominciato ad attaccare quando ha perso il minimo garantito di pubblicità su MySpace che Google gli aveva pagato per qualche anno. Nel mezzo della crisi dell'editoria ha puntato molto intelligentemente su un'idea giusta: occorre trovare il modo per far pagare le notizie. L'idea è giusta perché nessun modello di giornalismo di qualità si può basare esclusivamente sulla pubblicità: un pubblico pagante è un pubblico più coinvolto. Naturalmente questo era un concetto importante per risollevare le sorti delle sue aziende editoriali. Per sostenerlo però ha detto di tutto. Anche se non ha fatto quasi nulla. In realtà, stava trattando. Per un po' di tempo se l'è presa soprattutto con Google, accusando il motore di ricerca di ogni nefandezza (essenzialmente di fare soldi con i contenuti degli altri). E ha persino detto, un po' scioccamente, di voler impedire a Google di trovare i suoi giornali online. Il suo errore concettuale è quello di pensare che il vecchio regime - nel quale il pubblico doveva necessariamente entrare nel suo territorio per accedere alle notizie - possa essere restaurato. Il suo obiettivo invece è chiaro: vuole un fatturato superiore ai costi. Il problema è come riuscirci? Sembra che pensi poco a innovare i prodotti e troppo agli accordi con i competitor. Questo è tipico degli editori. Ma non è sufficiente.

    Google ha risposto che il suo ruolo è molto più costruttivo che parassitario. Il motore porta molto, moltissimo traffico. Naturalmente guadagna nel farlo. Ma fa anche guadagnare. A conti fatti, ciascuno può decidere per sé (restare o non restare ricercabile online): ma poiché quasi nessuno per ora si chiude a Google, una ragione ci sarà. Inoltre, Google ha messo a punto molte diverse modalità di accesso alle notizie, comprese alcune soluzioni per favorire il pagamento delle notizie. In quanto piattaforma di servizio e non compagnia editoriale, può porsi al servizio di qualunque soluzione gli editori vogliano sperimentare per trovare nello stesso tempo traffico per la pubblicità e pubblico pagante.

    Murdoch pare abbia apprezzato questo approccio, quando finalmente l'ha capito. Può darsi che smetterà di minacciare di andare solo su Bing. E può darsi che la sua leadeship tra gli editori si manifesterà anche nella prossima fase della grande trattativa.

    Ma il tema resterà aperto. Perché ci sono alcuni presupposti che rimangono indiscussi. E restano al centro della questione.

    L'impostazione internettiana classica che Schmidt ribadisce è quella secondo la quale le notizie sono atomi di informazione (fondamentalmente pagine) e si possono valorizzare in molti modi: pubblicità, micropagamenti, abbonamenti... Tutto giusto, ma insufficiente.

    L'impostazione editoriale classica è che un editore possiede le notizie perché paga chi le produce e quindi le vende in modo da generare un profitto. Giustamente Murdoch la ribadisce.

    Il problema è che questi signori dimenticano che i giornali non sono somme di singoli articoli, e che la vita dei giornali e il senso dell'informazione non dipendono dai modelli di business e dalle piattaforme: dipendono dal rapporto tra chi scrive e chi legge.

    Il rapporto di fiducia tra chi scrive e chi legge è fondato sull'esperienza che nel tempo si sedimenta tra loro.

    Tradizionalmente, la fiducia si sintetizzava nelle testate giornalistiche. Un valore che non è pari alla somma degli articoli. Internet ha consentito mille modi per aggirare le barriere all'accesso delle singole informazioni contenute nelle testate. E ha sottolineato l'emergere di nuovi rapporti, più diretti, tra chi scrive e chi legge, ruoli che sempre più spesso si sovrappongono, perché si esprimono e si incontrano su diverse piattaforme, dai blog ai social network.

    Questo ha consentito agli articoli di sviluppare una propria vita autonoma dalle testate, ma il fenomeno non ha distrutto il valore potenziale delle testate.

    L'innovazione nella relazione tra autori e pubblico porterà certamente a una quantità di nuovi modelli di giornalismo, di business e di creazione di idee. E i giornali?

    La ridefinizione del valore dei giornali dovrebbe partire dal valore delle testate come beni esperienza. Luogo di sintesi tra le attività editoriali, pubblicitarie e giornalistiche, saranno al centro del ripensamento dei giornali. Che sopravviveranno, molto probabilmente. Ma sopravviveranno bene o male a seconda della consapevolezza che gli editori e i pubblicitari riusciranno a coltivare sull'importanza della ricerca giornalistica di fatti e di interpretazioni al servizio del pubblico.

    L'informazione diventa un sistema ben più ampio di quello gestito dai giornali. Riguarda gli autori indipendenti, il pubblico attivo, i gruppi di giornalisti e le aggregazioni di blogger. Riguarda le istituzioni che dànno informazioni. E riguarda i vari soggetti che fanno business su queste attività. Molti modelli sono destinati a coesistere. I giornali potrebbero restare importanti se saranno concepiti non come contenitori di singoli elementi di informazione, ma come organizzazioni culturalmente coerenti, metodologicamente trasparenti, capaci di contribuire all'interpretazione della realtà. Non vivranno senza un bilancio in ordine: ma il bilancio non potrà essere il loro scopo. Il punto di partenza è trovare un'identità nel grande sistema dell'informazione che ha bisogno anche di gruppi professionali dedicati alla generazione di senso. Lo strumento è economico. Lo scopo è culturale. Imho.

    Résumé #4- DIVIDE ET IMPERA

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    Le strategie degli editori che tentano di dividere il web, per esempio tra quello che si trova via Bing e quello che si trova via Google, ricordano il vecchio modello nel quale quegli stessi editori sentivano di controllare il pubblico: solo l'editore concedeva il permesso di accesso ai suoi contenuti governando con precisione la tecnologia di distribuzione.

    Nel modello del web come ecosistema, invece, tutti si aiutano a crescere e tutti hanno bisogno di tutti. Ma i percorsi di accesso sono liberamente decisi dal pubblico. Il che mette in crisi alcuni modelli di business. Ma ne apre di nuovi.

    Murdoch sembra interessato a qualcuno che gli dia dei soldi immediati, senza troppe complicazioni. Ma questo non implica che si possa ritrovare uno standard unico nella distribuzione delle notizie. Anzi. Il pubblico attivo non cesserà di inventare nuove modalità per contribuire.

    Una mappa per collocare le strategie annunciate dai grandi potrebbe essere basata su questi semplici criter: se dividono il web, sono vecchie; se rafforzano la diversità, sono innovative; se concentrano il potere dei grandi, sono contemporanee.

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    Precedenti 
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    Murdoch si contraddice (anzi, no)

    | | Comments (3) | TrackBacks (0)
    Murdoch si contraddice sempre su internet. Come si diceva. E lo fa notare Jeff con una bella lettura comparata di Murdoch 2005 e Murdoch 2009.

    Il fatto è che Murdoch non è molto interessato alle dinamiche di internet. Ma al fatturato. Si dice che Murdoch abbia comprato MySpace sulla base della convinzione di avere un minimo garantito di raccolta pubblicitaria da Google (e allora sosteneva l'innovazione nella distribuzione di notizie online). Ma poi MySpace è andato a picco in confronto a Facebook. E Google ha chiuso il contratto che prevedeva il minimo garatito. Stranamente, solo allora Murdoch ha lanciato la sua crociata antiGoogle.

    ps. ecco due passaggi via Jeff:

    Murdoch 2005

    We need to realize that the next generation of people accessing news and information, whether from newspapers or any other source, have a different set of expectations about the kind of news they will get, including when and how they will get it, where they will get it from, and who they will get it from....

    The challenge, however, is to deliver that news in ways consumers want to receive it. Before we can apply our competitive advantages, we have to free our minds of our prejudices and predispositions, and start thinking like our newest consumers. In short, we have to answer this fundamental question: what do we - a bunch of digital immigrants -- need to do to be relevant to the digital natives?

    Murdoch 2009

    How can it be that the Internet offered so much promise and so little profit? I guess a lot of newspaper people were taken in by the game-changing gospel of the internet age. It was a new dawn, we were told. A new epoch, a new paradigm. And we just didn't get it.

    Like an over-eager middle-aged dad, desperate to look cool, we ended up dancing obediently to other people's tunes. For a while. You can almost hear the music - an algorithm and blues soundtrack - accompanying the harbingers of the new economy with the new rules of the new age. Their rules.

    These digital visionaries tell people like me that we just don't understand them. They talk about the wonders of the interconnected world, about the democratization of journalism. The news, they say, is viral now - that we should be grateful.

    Well, I think all of us need to beware of geeks bearing gifts.

    Diversità emergente nei giornali

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    E' chiaro che gli editori devono trovare i nuovi modelli di business dei giornali. Ed è chiaro che i giornalisti devono fare giornali migliori. Pena un aggravamento continuo della crisi scoppiata in tutta la sua forza quest'anno ma partita da qualche tempo.

    Non sarebbe un dibattito molto appassionante (e forse non lo è comunque) se non fosse per il fatto che la semplicità della questione viene continuamente complicata da confusioni di ruoli e di preoccupazioni tra editori e giornalisti. Inoltre, qualche eccezione alla regola c'è.

    Sicché non mancano i motivi per tornare sull'argomento.

    Gli editori non vendono le notizie ma il supporto che consente l'accesso alle notizie. Le notizie (o meglio i servizio di produrre le notizie) le vendono i giornalisti, di solito agli editori che poi fanno pagare l'accesso. Esistono editori che vendono le notizie (con il diritto di ripubblicarle): sono le agenzie. E gli editori che tentano di diventare agenzie per nuove forme di trasmissione delle notizie (siti di banche ecc ecc). Allo stesso modo esistono giornalisti che vendono il servizio di produzione delle notizie direttamente al pubblico (newsletter ecc ecc) o che costruiscono il loro "giornale" e lo fanno vivere di pubblicità (alcuni blogger specializzati ci sono riusciti eccome). In generale, però, la situazione standard è diversa. Può essere che sia proprio lo standard ad essere in crisi.

    I giornalisti che si fanno imprenditori sono il tema di un pezzo interessante di Journalism. La questione è: possono i giornalisti-imprenditori mantenere ben chiara la distinzione tra i due ruoli? In altre parole: possono essere "indipendenti"? Forse è un falso problema: perché anche nell'editoria tradizionale i conflitti di interesse sono possibili e latenti. La questione è dunque come trasformare il livello di indipendenza in qualcosa di davvero riconoscibile, trasparente, dimostrabile. Non può essere impossibile.

    La relazione degli editori con i motori di ricerca è altrettanto intricata. Il modello della pubblicità online che va per la maggiore è quello che tratta gli articoli come singoli item di informazione non necessariamente all'interno di un contenitore giornalistico: la pubblicità si aggrega di preferenza all'argomento dell'articolo non alla testata che lo ha pubblicato. D'altra parte la testata è una sorta di generatore di credibilità del quale il motore e la pubblicità hanno bisogno. Non per nulla Eric Pfanner ha l'impressione che Google e Murdoch abbiano bisogno l'uno dell'altro.

    Intanto, nascono ogni giorno nuovi modelli. Demand Media paga una ventina di dollari a pezzo a chi risponde alle sue richieste di articoli che rivende in molti modi a diversissimi interlocutori che li vogliono comprare.

    I modelli di business sono in movimento. La qualità necessaria è diversa a seconda dei contesti. Non è facile pensare che una soluzione standard sia possibile. E' sempre più chiaro che il nuovo sistema sarà la somma di tante soluzioni particolari. Tante.

    Alla luce di questo, un pezzo di David Carr aiuta a rimettere in circolazione qualche speranza. I giovani che arrivano alla professione, sono da sempre carichi di voglia di "cambiare il mondo" raccontando la verità. E poi si smorzano nel corso della lunga trafila che li dovrebbe portare a lavorare nel giornalismo degli editori tradizionali. Ora, dice Carr, quegli stessi giovani hanno molti modi per sviluppare la loro voglia di contribuire e tutti gli strumenti che lo rendono possibile. Il futuro può essere duro per gli editori tradizionali. E per i giornalisti tradizionali. Ma non è necessariamente chiuso per i giovani. (David Carr su New York Times).
    Si chiama Dainik Jagran. Ha 56 milioni di lettori. E' scritto in hindi. Ha 1000 giornalisti e 240 edizioni locali. Fa cronaca. Arriva più velocemente della polizia sui luoghi degli avvenimenti. E' grande e nello stesso tempo iperlocale. E non conosce crisi. (LeMonde)

    In fondo, è la stessa ricetta (cambiato quello che va cambiato) che fa il successo - senza apparente crisi - di Axel Springer per come l'ha raccontata Giuseppe Vita a VeniceSessions.

    Ritratto per un maestro

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    Un maestro di giornalismo dice che questo ritratto di Michele Ferrero, pubblicato da Ft, è un esempio della perfetta struttura del ritratto giornalistico.

    E' utile riconoscere la struttura degli articoli giornalistici. Il giornalismo è un lavoro artigiano. Si impara guardando i maestri che lo fanno. L'artigiano sa fare ma non sa dire che cosa sa fare (dice Sennett). Ma spesso si pensa alla ricerca delle informazioni, alla verifica, all'indipendenza di giudizio, alla coerenza nella linea editoriale. Meno spesso si dedica attenzione alla struttura degli articoli.

    Il giornalismo non è programmaticamente letteratura autoriale. Il suo programma è di mettersi umilmente al servizio del pubblico. E la struttura standard dei pezzi serve a costruire un testo che sia facilmente leggibile, contenga tutte le informazioni rilevanti, abbia una linearità adatta alla lettura veloce.

    Quella struttura, poi, può essere interpretata dal giornalista in modo personale. E allora l'articolo riconquista una sua autorialità. Ma soltanto dopo essere passato attraverso lo spirito di servizio.

    Per questo vale la pena di riportare quanto suggerito da un vero maestro. E di leggere il pezzo dell'Ft.

    Readings #7 - Molliche di blogosfera

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    Cercando aggiornamenti al mitico pezzo di Bill Joy sull'emergere possibile di una nuova specie post-umana, si può scoprire che alla Darpa (l'agenzia di ricerche avanzate del dipartimento alla difesa americano, superinteressante) stanno cercando il modo di potenziale i soldati "cellula per cellula" (come dire con biotecnologie, neuroscienze, ecc ecc): World Politics Review. Invece pare che il progetto "telepatia" sia stato abbandonato.

    Si moltiplicano i pezzi che riguardano le sperimentazioni degli editori di fronte alla crisi. Sta nascendo una nuova società che farà da piattaforma per la distribuzione dei magazine negli Stati Uniti (Observer). Molti si domandano che effetto avrà la rinuncia di Murdoch al traffico proveniente da Google: Hitwise. Altri editori comunque seguono il magnate australiano-americano (Bloomberg).

    Quante reazioni al pezzo di Giuseppe sulla blogofera molle... A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d'uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l'avanguardia. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l'arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d'occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.

    Aza riflette sui dati che riguardano il rapporto tra blog e social media in generale. Nessuno dei suddetti ripassa la crisi degli editori. Intanto, la privacy interessa al Gobbo e a Orientalia.


    Murdoch, Google e il Corriere

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    La sparata di Murdoch secondo la quale i suoi giornali potrebbero decidere di rifiutare la possibilità di essere trovati con il motore di ricerca di Google ha generato molte reazioni. Una, recente, di AdvertisingAge, fa un po' di conti e arriva a dire che, una volta usciti da Google, i giornali di Murdoch perderebbero un po' in termini di pubblicità, rischierebbero di perdere rilevanza tra i giovani e le persone che sono meno abituate alla logica dei giornali tradizionali e più abituate alla navigazione sul web, avrebbero vantaggi molto ipotetici su altri versanti (l'esclusività delle loro offerte a pagamento).

    Ma quel che è peggio è che dichiarerebbero il tentativo di ricondurre la relazione con i lettori alla logica della filiera lineare, molto diversa da quella prevalente nella complessità della rete. Quindi non si fermerebbero lì. E cercherebbero molto probabilmente di aiutare ogni altra misura in grado di mettere "ordine" nel web in modo da balcanizzarlo e governarlo gerarchicamente, come si governavano i media tradizionali.

    Molto più produttivo sarebbe lasciare al web la sua logica e casomai aggiungere innovazione: facendo ricerca e sviluppo di contenuti giornalistici da diffondere a pagamento sui lettori a e-paper (per ora la situazione è piuttosto arretrata e c'è molto spazio di miglioramento); sviluppando la logica già funzionante della distinzione tra pagine gratuite sul web e pagine a pagamento e ad alto valore aggiunto; facilitando al massimo la relazione tra la ricerca giornalistica professionale delle redazioni dei giornali e l'informazione emergente dai cittadini attivi. 

    Il Corriere, con Mucchetti, ieri, si è schierato contro Google. Le perplessità segnalate da Mucchetti sul fronte fiscale sono del tutto sensate. Ma quelle che riguardano la relazione tra i movimenti dei navigatori sul web guidati in parte da Google e il modello di business dei giornali non sono del tutto precise. Si sa che i giornali possono decidere di uscire da Google News senza uscire anche dal motore di ricerca. Ma non si capisce molto bene perché dovrebbero farlo (il motore di ricerca, come Google News, non porta solo alle home page dei giornali ma anche alle singole pagine che i giornali decidono di mettere a disposizione gratis). Il problema è che Google funziona come un computer: o si sa usarlo o non si sa usarlo. Ma lamentare il fatto che i robot di Google trovano e linkano gratis quello che gli editori pubblicano gratis non è tanto logico...

    E' vero che Google ha un tale dominio del mercato da rischiare tensioni monopolistiche: ma questo è intrinseco nei settori ad alto effetto-rete e dove "chi vince piglia tutto" (come Bernardo Huberman diceva fin dalla metà degli anni Novanta). Su questo le antitrust mondiali devono attrezzarsi: finora sono apparse piuttosto lente ad adattarsi.

    Ma per battere questo effetto i competitori possono fare battaglie legali oppure creare migliori tecnologie. Google ha migliorato la tecnologia che ai suoi tempi sembrava imbattibile di Altavista. E anche gli editori potrebbero impegnarsi a intervenire con l'innovazione - e non solo con le battaglie legali. Qualcuno lo fa. Molti altri dovranno imparare a farlo. Ne beneficeranno i lettori e lo stesso giornalismo.

    Consolanti statistiche

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    Nonostante la classica flemma, l'articolista del New York Times appare vagamente inquieto dal dato emerso da una ricerca del Boston Consulting Group secondo il quale la metà degli americani sono disposti a pagare per le news online. Ma si scopre che pagherebbero solo 3 dollari al mese...

    Readings #5 - Ecologia, media sociali, giornalismo

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    Il Transition Network ha un'idea notevole. Prendere iniziative per accompagnare la transizione verso un mondo ecologicamente più sano. La strategia relativa all'alimentazione è da approfondire.

    Matthew Kushin pubblica su FirstMonday uno studio sulla politica e Facebook. Una ricerca empirica sulle discussioni politiche che si sviluppano nel social network, che sembra smentire il luogo comune che ritiene Facebook un luogo di posizioni estreme e paradossali.

    Il giornalismo che racconta i fatti che avvengono nei luoghi più difficili e meno seguiti dai media può migliorare con un'alleanza con le Ngo, dicono a NiemanJournalismLab.

    Il dibattito sui nuovi media - dal punto di vista editoriale e tecnologico - è molto seguito: Lsdi, Giornalaio, Business & Blog, Orientalia, Delbo, Socialware, Comunicati, Vincos... Ce n'è bisogno, evidentemente.

    Intanto, va avanti la discussione sulla "doppia crisi del ceto creativo". Purtroppo molto sentita.

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    Vendere contenuti su Facebook

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    Secondo Pete Cashmore, di Mashable, Facebook è diventata una piattaforma sulla quale girano già parecchi soldi per gli acquisti di "contentuti" (giochi e altro). Perché non potrebbe diventare il luogo nel quale vendere anche contenuti giornalistici? (via Daodeqing)

    Lo stesso si potrebbe dire della piattaforma iPhone-AppStore... E perfino di eBay, probabilmente... Basta che girino soldi perché un posto diventi adatto a vendere contenuti giornalistici online? Beh, meglio un posto dove girano soldi che un posto dove non girano... Ma meglio ancora se il posto è anche sensato come luogo che si occupa di contenuti di valore. E soprattutto se è davvero libero e non troppo proprietario (condizioni che sembrano un libro dei sogni, ma le cose vanno in fretta e non è detto che restino a lungo come sembrano adesso...).

    Pare comunque chiaro che, poiché la pubblicità non può pagare tutto e non è bene che paghi tutto nell'informazione, in qualche modo l'informazione deve diventare abbastanza interessante e importante da convincere il pubblico a sostenerla direttamente. E questo può avvenire soltanto se si riesce a fare un sistema che sia:
    1. dotato di senso (una piattaforma che sia sensato usare)
    2. facile da usare (una piattaforma che non ti faccia perdere tempo e sia sicura)
    3. proponga contenuti davvero di valore

    Il che significa che c'è da innovare. Da tutti i punti di vista...

    "It's just platforms"

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    John Nichols, di The Nation, parla della disconnessione tra vecchi modelli editoriali e nuovi media per la produzione di giornalismo alla 2009 Nation/Campus Progress Student Journalism Conference. (via Columbia)

    Non sta succedendo nulla di strano, dice Nichols, è solo un cambiamento di piattaforme. E come in passato occorre capire chi si prenderà l'impegno di sostenere il passaggio al nuovo modello. E conclude: il mercato sta uccidendo il giornalismo, non lo salveranno i privati. L'unica strada è l'intervento pubblico. (Uhmm. Sta di fatto che su The Nation c'è anche il bottone "donate").

    Intanto, mentre proseguono i "dilemmi di Murdoch", è sempre online Problemi dell'Informazione: "ProInfo_3-2009.pdf".

    "Problemi dell'Informazione"

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    Con l'approvazione del direttore, Angelo Agostini, questo blog può offrire l'accesso al nuovo numero di "ProInfo_3-2009.pdf". C'è tra l'altro un pezzo di Claudio Giua sul giornalismo e l'innovazione digitale, a confronto con un contributo meno concentrato sul punto di vista dell'editore e più orientato al punto di vista del giornalismo innovatore. Gaspar commenta. Altri segnali in un post precedente.

    Giornalisti inutili? Editori in difficoltà? Pubblico attivo in grado di fare da solo? Il dibattito è avviato da tempo. Probabilmente nessuna soluzione estrema sarà quella prescelta dalla storia. Sta di fatto che le responsabilità degli attori in campo sono precise. Gli editori sono gli imprenditori che devono trovare e gestire il modello di business dei giornali. I giornalisti sono coloro che fanno l'informazione. Entrambi i ruoli devono migliorare molto. E per migliorare, i giornalisti si devono concentrare sulle notizie, il modo di raccontarle, il modo di usare i nuovi mezzi al servizio del pubblico; mentre gli editori devono sperimentare nuove strade per rendere redditizio e dunque indipendente il lavoro dei giornali. Ogni commistione dei due ruoli è fondamentalmente una distrazione dal ruolo centrale cui sono preposti: e lo sanno tutti. Ma le commistioni avvengono, specialmente quanto l'urgenza e il panico di una congiuntura negativa spingono tutti a pensare soltanto al breve termine.

    "Problemi dell'Informazione", settembre 2009

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    Con l'approvazione del direttore, Angelo Agostini, questo blog può offrire l'accesso al nuovo numero di "ProInfo_3-2009.pdf". C'è tra l'altro un pezzo di Claudio Giua sul giornalismo e l'innovazione digitale, a confronto con un contributo meno concentrato sul punto di vista dell'editore e più orientato al punto di vista del giornalismo innovatore.

    Il tema è chiaro: gli editori sono gli imprenditori che devono trovare e gestire il modello di business dei giornali. I giornalisti sono coloro che fanno l'informazione. Entrambi i ruoli devono migliorare molto. E per migliorare, i giornalisti si devono concentrare sulle notizie, il modo di raccontarle, il modo di usare i nuovi mezzi al servizio del pubblico; mentre gli editori devono sperimentare nuove strade per rendere redditizio e dunque indipendente il lavoro dei giornali. Ogni commistione dei due ruoli è fondamentalmente una distrazione dal ruolo centrale cui sono preposti: e lo sanno tutti. Ma le commistioni avvengono, specialmente quanto l'urgenza e il panico di una congiuntura negativa spingono tutti a pensare soltanto al breve termine.

    L'argomento è di attualità stringente. Anche se è forse più importante che interessante...

    Intanto, intorno a questi temi, si fa leggere con grande interesse il pezzo di Robin Hamman sull'attività di chi cura un aggregatore di informazioni. Un argomento molto importante per chi sia interessato ai contenuti generati dal pubblico attivo e voglia nello stesso tempo comprendere come questi evolvono in termini di qualità. (via Paolo Valdemarin)

    Jay Rosen, docente di giornalismo a New York, parla a Sidney di come riconfigurare il sistema dei media nell'epoca digitale.

    Frenemy: più amico che nemico. Così si pensa Google rispetto al sistema pubblicitario tradizionale. Dice il New York Times. Non è detto che sia un bene.

    Come salvare il New York Times

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    Marginal Revolution si domanda come salvare il New York Times. Perché leggendo il resoconto di uno degli annunci sulla ristrutturazione del giornale, sullo stesso New York Times, si scopre di passaggio che un'ipotesi presa in considerazione (e poi abbandonata) era stata quella di tagliare del tutto la sezione dedicata allo sport. Tyler Coven osserva che non sarebbe stata poi una gran perdita per il giornale togliere di mezzo la sezione dedicata allo sport. Perché, dice, non è fatta molto bene.

    Sta di fatto che un giornale generalista di una città globale può essere costretto a scegliere. Non può certo parlare in modo mediamente competente (o incompetente) di tutto. Come diceva Dave Winer fin dal 2002, lanciando la sua scommessa (che avrebbe poi vinto) sulla prevalenza dei blog competenti sui giornali generalisti (in Giornalisti innovatori).

    I luoghi informativi generalisti sono necessari per fare comunità in un territorio ampio e complesso. Ma le persone critiche e attive vogliono informazioni credibili generate da autori competenti. L'argomento meriterebbe una riflessione: come mettere insieme specializzazioni inclusive e aggregatori di qualità.

    Résumé

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    Legal Sensors

    Fcc apre un sito per sviluppare i principi da applicare in nome della net neutrality.

    Parte una consultazione per comprendere le conseguenze delle nanotecnologie e diffondere la consapevolezza dei reali rischi.

    Non ci sono prove della pericolosità dell'esposizione alle radiofrequenze. Le Monde, che si era allarmato in passato, fa un passo indietro.

    Pare che il governo francese pagherà un po' di soldi per la formazione dei giornalisti che devono imparare a lavorare sul web... Uhmmm...

    I finlandesi dichiarano che internet è un diritto fondamentale del cittadino. (Dario)

    Techno Sensors

    Apple va verso un decimo del mercato americano, ma in Europa resta sotto un ventesimo del mercato, nei personal computer.

    In attesa di provare Google Wave si possono leggere pezzi ingenuamente interessanti sull'argomento. E pezzi più interessanti senza ingenuità.

    Social Sensors

    Huffington Post testa in diretta l'efficacia dei titoli e li aggiusta in funzione del gradimento dei lettori.

    Non tutti i medici segnalano alle autorità i cittadini privi di permesso di soggiorno. (Metilparaben)

    I polli di Renzo si beccavano tra loro mentre venivano portati all'Azzeccagarbugli... (Niente)

    I blog contano, eccome

    | | Comments (10) | TrackBacks (0)
    In Gran Bretagna, il Guardian stava seguendo una vicenda loschissima. Un traffico di rifiuti illegalmente affondati in mare al largo della Costa d'Avorio. Ma un cavillo impediva di pubblicare il nome dell'azienda coinvolta. (Ap)

    Il Guardian ha dato notizia della cosa sul sito, senza fare i nomi. E dicendo che non poteva farli per un cavillo. I blogger si sono scatenati e hanno cercato la soluzione, arrivando in poco tempo attraverso una fattiva collaborazione a pubblicare i nomi: Trafigura, l'azienda, Carter Ruck, lo studio legale.

    La blogosfera britannica si è tanto riempita di questi nomi che Trafigura e Carter Ruck hanno accettato che si parlasse esplicitamente di loro anche sul Guardian.

    I blogger che collaborano per trovare fatti. In armonia con il giornale professionale. Allo scopo comune di far venire fuori quello che sta succedendo. Niente male davvero!

    Confusione Murdoch

    | | Comments (5) | TrackBacks (0)
    Ok. A quanto pare non è che Murdoch fosse davvero interessato a far pagare ai consumatori tutte le sue pubblicazioni online. Semplicemente non è contento di come vanno le cose attualmente. E vuole che gli aggregatori restituiscano una parte del valore che generano in base ai contenuti di proprietà degli editori. In effetti, la sua strategia è cambiata radicalmente almeno quattro volte negli ultimi dieci anni. E anche negli ultimi tempi, le sue idee si sono andate progressivamente precisando...

    Ftc e la sopravvivenza del giornalismo

    | | Comments (3) | TrackBacks (0)
    La Federal Trade Commission americana si occuperà ai primi di dicembre di analizzare come - e se - il giornalismo sopravviverà all'avvento di internet.

    Disordine (creativo) dei giornalisti

    | | Comments (6) | TrackBacks (0)
    E dunque c'è stato il famoso convegno organizzato dall'Ordine dei giornalisti, sul futuro del giornalismo. Una cronaca è sul Sole. Sono stati presentati dati significativi sul comportamento e le opinioni del pubblico.

    Le persone che usano internet più o meno tutti i giorni tra i 15 e i 55 sono 16 milioni in Italia. La metà delle persone di quell'età. Sono quasi tutti diplomati e laureati. Gli altri? Incrociando con il Censis, si può supporre che sono quelli che vedono solo la tv.

    Quattro internettari su cinque usano la rete per le notizie. Solo uno su quattro usa i quotidiani di carta. E molti internettari dicono che da quando usano internet per le notizie usano meno i quotidiani. Tanto che Mario Calabresi dice che si dovrebbe accendere un cero per quelli che comprano il quotidiano in edicola.

    Naturalmente ho citato la conversazione di ieri e un passaggio che ne è emerso. Ho cercato di dire che non siamo più nell'epoca delle previsioni ma dei fatti: sta veramente succedendo quello che si poteva immaginare già dieci anni fa. Ma è ingiusto vedere soltanto con preoccupazione una trasformazione così profonda. Che cosa c'è da difendere? Il pubblico sta dicendo che è ora di cambiare. E molti giornalisti sono d'accordo: lo si è visto proprio al convegno dell'Ordine. Chi ha paura ed è particolarmente lento a reagire è probabilmente il sistema degli editori, ma anche loro si stanno finalmente muovendo. Ho cercato di parlare del fatto che diversissimi modelli di business fioriranno, che si può scommettere su nuove forme di pagamento per il lavoro giornalistico professionale, purché si ridefinisca come ricerca (con tanto di metodo, umiltà, spirito di servizio). Il punto di partenza è l'armonizzazione del rapporto con il pubblico attivo, il passaggio dalla gerarchia alla rete, dalla linearità alla complessità. I giornalisti sono chiamati a rinnovare il loro mestiere. E lo faranno. Mentre intanto nasceranno nuovi modelli di business e i vecchi che ce la faranno si rinnoveranno. Non è tanto difficile. E' molto probabile che succeda. E quindi è il momento di concentrarsi a migliorare il nostro lavoro. (Non ripeto quello che ho detto. Casomai, lo farò prossimamente...).

    Raccolta frasi intelligenti, please

    | | Comments (26) | TrackBacks (0)
    Immaginate la scena. Domani, a parlare del futuro del giornalismo, in un convegno organizzato dall'Ordine, mi froverò insieme a colleghi preoccupati e speranzosi, attirati anche dalla presenza di alcuni dei più importanti direttori dei quotidiani italiani. Come ci si può esprimere in una situazione simile senza suscitare irritazione, senza dire banalità e senza andare oltre i limiti di quanto è davvero utile alla costruzione di un futuro intelligente per il giornalismo al servizio della società? Questa è una chiamata a raccolta: con quale frase sarà meglio cominciare? :)

    Leistungsschutzrecht a mezzo di KulturFlatrate

    | | Comments (6) | TrackBacks (0)
    Lsdi segnala la proposta tedesca di un'addizionale da pagare per ogni computer collegato alla rete destinata a sostenere il fatturato dell'editoria cartacea di qualità. Pare dunque che in Germania si sappia che cos'è la l'editoria di qualità. Per noi invece il concetto di leistungsschutzrecht resta piuttosto oscuro.

    Non profit journalism

    | | Comments (0) | TrackBacks (0)
    Secondo Newsosaur, dopo mille difficoltà, sta davvero decollando il non profit journalism. Il giornalismo sostenuto con le donazioni.

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    Intanto, da queste parti si discute di:


    Shirky e gli editori
    Le Monde, Le Figaro, Médiapart
    Giornali da non credere
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    Dopo il post che analizzava la proposta di CarloDe Benedetti di dare una quota di quanto gli utenti pagano per l'Adsl ai quotidiani c'è stata una notevole discussione. A tratti satirica, generalmente critica. Alcuni approvano. Ecco alcuni blog che hanno commentato. Luca BonesiniAntonio DiniPenne Digitali. Ed ecco i commenti (su questo blog, su Facebook e su FriendFeed):
    E quest'obolo come lo chiamiamo? Perché la chiesa cattolica non dovrebbe chiedere l'8 per mille sull'ADSL? Perché noi blogger non dovremmo chiedere la nostra fett(ina)? E perché non darne un tot alla ricerca scientifica o alla fame nel mondo?

    De Benedetti pensi a trovare un modello di business online funzionante e smetta di pensare a trasferimenti dallo Stato che tanto gratta gratta sempre quello vogliono i nostri imprenditori. Perché, la butto lì, il gruppo l'Espresso non è capace di entrare nel mercato delle ADSL? Scommetto che se domani arriva a una quota rilevante di mercato poi non ha più voglia di cederne un po' all'Eco di Bergamo o al Manifesto.

    La verità vera (ci ho scritto un capitolo intero) è che i giornali perdono dagli anni '60 ininterrottamente e Internet ha rappresentato al massimo un'accelerazione. Quindi pensassero a rifondarsi riprendendo a guardare ad essere leali verso i lettori e non solo ai politici e agli sponsor...

    Visto che ho appreso questa sorprendente notizia dal blog di De Biase e non dal sito del Sole 24 Ore, mi chiedo a chi dovrebbe andare la quota del prezzo dell'ADSL.

    Una sorta di canone Rai versione web. E' autoevidente che i provider si rifarebbero dell'intera quota sull'utenza, così come ha fatto Murdoch con l'aumento dell'Iva a Sky. Ci troveremmo quindi a pagare una percentuale in più per un servizio non richiesto: io, per esempio, i quotidiani ITALIANI online (mi peerdoni il buon Luca) li clicco sì e no una volta ogni tanto. Se in cambio mi chiedessero un centesimo, smetterei di cliccarli del tutto. Con la coscienza totalmente pulita. Già pagare il canone Rai mi fa girare gli zebedei, per gli evidenti motivi che tutti sappiamo, pure quast'altro balzello devo aspettarmi? Poi, si spalancherebbe un portone dove, a buona ragione, chiederebbero di passare le majors discografiche e musicali, i produttori di videogames, le case di software. E perché no, i produttori di materiale porno che sono un traino ben più forte delle news di De Benedetti?
    Alla fine della giostra, quanto verrebbe a costare una connessione Adsl? Torneremmo tutti al doppino a 56k. Il che, magari, scopriremmo essere pure un bene: si tornerebbe a considerare Internet come un servizio utile, da sfruttare solo quando serve.

    Ho sentito che i sindaci delle principali località balneari,letta la brillante proposta dell'Ingegnere, pretendono ora che Società Autostrade, Trenitalia, Alitalia, oltre che ad IP, Erg ecc. gli destinino una quota dei ricavi poichè evidentemente guadagnano sulla gente che deicide di andare al mare e sul lavoro degli abitanti della costa...Da come parla De Benedetti sembra che i tre milioni di visitatori unici che quotidianamente finiscono su Repubblica.it rappresentino un problema e non un'opportunità.

    Le fonti di quel 30%?

    E comunque: tassare gli utenti di un'infrastruttura per sovvenzionare servizi che non riescono ad utilizzare con profitto l'infrastruttura stessa ai danni dei servizi che invece ci riescono?

    mi sembra una provocazione, piu' che una idea... ci sono modelli di business alternativi molto piu' onesti e coerenti con il rapporto valore generato -- utenza.
    per esempio, perche' non fare pagare il giornale con una subscription fee ragionevole, differenzaiando l'offerta tra versione a pagamento e versione gratuita. banalita'?
    Del resto, non e' vero che il pubblico su internet dirotta sempre verso la soluzione A GRATIS. qualita' e serieta' del servizio offerto vengono sempre ricompensate. ma questi estimatori del libero mercato fanno orecchio da mercante (sovvenzionato)

    Ha senso quello che dice De Benedetti. Certo, l'equazione: giornali stampati-giornali resi = lettori migrati su internet, mi sembra un po' forzata, e sicuramente dovrebbe tener conto di variabili e parametri che la rendano più complessa... Un dubbio, però, mi viene spontaneo; da uomo della strada: visto che l'Adsl consente di scroccare senza dover andare fino all'edicola, e quindi si configura come un servizio da far pagare all'utente finale, non è che i 20 euro (in media) attuali lieviteranno di quella quantità tale che tlc, o chi altri nel mercato, non vorranno accollarsi? Poi: a quel punto, i quotidiani saranno soltanto gratuiti (introiti da adsl + pubblicità), e tutti si metteranno a fare i quotidiani on-line... Tutti. La qualità? Certo, i peggiori siti d'informazione avranno un traffico scarso che non ne giustificherà la presenza, ma sarà comunque un far west...

    Quella di De Benedetti mi sembra una soluzione con la quale fare soldini facili e immediati per recuperare quello che si sta perdendo con il pauroso calo di pubblicità. La soluzione, invece, andrebbe trovata negli investimenti in innovazione.

    Mi chiedo, ancora: come verranno divisi questi soldini? Saranno dati soltanto ai giornali e alle televisioni ? - perché le tv non dovrebbero pretenderli? - E un bloger ne avrebbe diritto, visto che lo stato pretende una registrazione presso il tribunale della sua attività di informazione? Non si ribellerà qualunque altra attività, quel 70%, che su internet genera traffico? Youtube che male ha fatto...? Allora si procederà a una suddivisione dei proventi (tassa?) adsl proporzionale al traffico generato?

    Come tu dici, andrebbero premiate le idee virtuose; gli imprenditori che investono in innovazione. La carta sono alberi tagliati... I quotidiani, a pagamento o free press, sono un costo sociale non da poco per quanto riguarda smaltimento ed eco-danni. Il loro posto è davvero solo su internet, visto che c'è la tecnologia e gli unici dati di aumento di pubblicità riguardano...

    Allora incentiviamo questo passaggio epocale (con soldi pubblici e varie tassine...) trovando soluzioni tecnologiche che coinvolgono tutti i nuovi supporti mediatici, e per chi non ci capisce un'acca di internet ed è in ritardo sulle nuove tecnologie, utilizzando la televisione (Ormai a 42, 50 e passa pollici, al plasma e altri schermi, che anche un 90enne può leggere agevolmente... Magari, utilizzando un semplice telecomando a 3 pulsanti e basta...). Il televideo ha fatto epoca.

    Basta soldi facili, ma idee idee vincenti ed ecosostenibili. Allora sono disposto a dare, direttamente o indirettamente, anche più di 2 euro dei miei soldi per essere informato (se la qualità non cala...).

    Ah ah sono veramente alla frutta! ;)

    Lo 0.1% della mia ADSL a te, Luca, che mi hai portato a conoscenza di questa notizia! Ah ah!

    E lo 0.1% a twitter dove l'ho vista per la prima volta. Ah Ah!

    E lo 0.01% twitter lo gira al tuo account twitter poiche' l'hai scritta tu su twitter. Ah Ah!

    Ma in realta' io ho letto il tuo twitter del commento fatto da Gennaro e un 0.001% lo voglio dare anche a lui perche' in fin dei conti il pensiero originale l'ha avuto lui mentre il Sole24Ore non ha fatto altro che ricopiare una agenzia di stampa ... Ah ah!

    Ah ... io uso una connessione ad Internet (diritto all'accesso all'informazione come diritto basico!) offerta gratuitamente dal comune, quindi io tecnicamente pago 0 euro.

    Beh 0.1% di 0 e', se non erro, 0 euro. E via zerando ... ;)

    Ah ah ah

    Ok. Ok. Idea attaccabilissima. Addirittura risibile, come suggerisce bene il commento di Paolo. Una sola considerazione a favore: ad oggi e da sempre gli unici che guadagnano veramente sono i carrier che sfruttanoo il traffico generato esclusivamente da contenuti di terzi. Che gli editori tradizionali siano risibili nel loro tentativo di sopravvivere, dopo sottovalutato se non addirittura contato sul fattore "kill the cat" stile minitel, è indubbio. Che non sia più possibile che migliaia di editori online siano strozzati nel vuoto del "gratis" e debbano sottostare ai ricatti di Google Adds è una dato incontrovertibile.
    Siamo poi così certi che un meccanismo come quello della famigerata SIAE, certo rivisitato per l'occasione, e, appunto, finanziato dai carrier non potrebbe essere un aiuto credibile?
    My 2 cents.



    Marco Rubino
    Marco Rubino
    è una buona proposta!
    Ieri alle 16.59 · Elimina
    Renato Sartini
    Renato Sartini
    vado a leggere...
    Ieri alle 17.11 · Elimina
    Juan Carlos De Martin
    Juan Carlos De Martin
    Bella la tua analisi, Luca. Io pero' chioserei che prima di chiedere nuovi soldi sarebbe forse il caso di ripensare da zero i 700 milioni di euro di soldi pubblici dati a fondo perduto all'editoria con criteri spesso molto discutibili.
    Ieri alle 17.14 · Elimina
    Francesco Sullo
    Francesco Sullo
    Mi suona male. A voler essere onesti bisognerebbe prendere una parte dell'abbonamento ADSL e dividerlo fra tutti i produttori di contenuti, giornali o blog che siano. In fondo il *lavoro* è il medesimo.
    Ieri alle 17.29 · Elimina
    Daniele Salvaggio
    Daniele Salvaggio
    Lo tzunami del digitale sta arrivando anche nei media...la musica in questo senso può davvero rappresentare una case history interessante, è l'unica realtà al momento che ha saputo trovare una risposta legale
    Ieri alle 17.31 · Elimina
    Davide Ferrari
    Davide Ferrari
    è accanimento terapeutico su di un moribondo. Una proposta simile a tassare i CD vergini con la presunzione che servano a ledere i diritti d'autore.
    Ieri alle 17.33 · Elimina
    Alessandro Nasini
    Alessandro Nasini
    ma per favore! sembra la storia del bollino siae sui cd vergini...
    Ieri alle 17.34 · Elimina
    Agnese Vardanega
    Agnese Vardanega
    ma andiamo! dovranno passare sul mio cadavere per estirparmi i soldi dal portafogli ...
    Ieri alle 19.21 · Elimina
    Rachele Gonnelli
    Rachele Gonnelli
    free Internet e per noi vada come deve andare
    Ieri alle 19.24 · Elimina
    Francesco Sullo
    Francesco Sullo
    La stampa deve semplicemente recuperare una dignità ed un valore, dopodiché la gente sceglierà di spendere per seguirla. Fintanto che fanno tutti avanti a forza di notizi d'agenzia, perché mai si dovrebbe pagare per avere sempre la stessa brodaglia?
    Ieri alle 19.26 · Elimina
    Giorgio Meletti
    Giorgio Meletti
    Diciamo che si va per tentativi... Poi se i giornali devono avere una parte della bolletta Adsl perché generano il 30% del traffico, quanto potrebbero pretendere quelli del restante 70%? Per esempio: i siti porno? E i produttori di musica e cinema che vengono scaricati? E le banche online? E le biglietterie elettroniche?
    11 ore fa Â· Elimina
    Luca De Biase
    Luca De Biase
    c'è questo commento al post segnalato sopra: 

    By emilio raiteri on September 24, 2009 5:58 PM

    Ho sentito che i sindaci delle principali località balneari,letta la brillante proposta dell'Ingegnere, pretendono ora che Società Autostrade, Trenitalia, Alitalia, oltre che ad IP, Erg ecc. gli destinino una quota dei ricavi poichè evidentemente guadagnano sulla gente che deicide di andare al mare e sul lavoro degli abitanti della costa...
    11 ore fa Â· Elimina
    Giorgio Meletti
    Giorgio Meletti
    Ah ecco... in realtà la logica è quella di finanziare i giornali con una tassa, tipo canone Rai: quello propongono di infilarlo nella bolletta elettrica, questo nella bolletta telefonica. Da qui la fantasia si sbizzarrisce: perché non devolvere una quota dei ticket sanitari alla Philip Morris e ai comuni di Langhirano, San Daniele e Felino (per tacere di Colonnata)?
    11 ore fa Â· Elimina
    Renato Sartini
    Renato Sartini
    @Meletti
    E' quello che penso anche io, e che ho riportanto in una nota anche quì pubblicata. Un blogger con un elevato traffico di contatti (visto anche che lo stato vorrebbe che la sua attività d'informazione venisse registrata, alla pari di una testata, al tribunale...) non potrebbe pretendere di avere una giusta quota dei proventi (tassa?) sull'Adsl?
    11 ore fa Â· Elimina
    Luca De Biase
    Luca De Biase
    i blogger sanno che se vogliono essere "stampa" dovranno sottostare anche alle regole speciali della stampa, mentre se vogliono essere persone che si esprimono saranno libere sia degli obblighi che dei vantaggi...
    9 ore fa Â· Elimina
    Francesco Sullo
    Francesco Sullo
    Voglio precisare che quando si parla di qualcosa prelevato direttamente dall'ADSL che siamo tutti portati a pensare che per noi non cambi nulla. Ma ovviamente non è così perché il provider mica ci può rimettere. E di conseguenza saremo noi a pagare quel più. Pertanto preferisco pagare ciò che voglio io e non ciò che decidano gli altri.
    9 ore fa Â· Elimina


    ottimo. allora visto che io cliccando sui siti dei quotidiani genero revenue per loro, in base a questa logica (parola grossa) voglio anch'io la mia parte di grana ;) - vanz


    non mi convince per nulla. Chi sono gli editori che ne dovrebbero beneficiare? Perché non fare lo stesso per musica e altri contenuti piratati? Chi stabilisce quanto? Il traffico fatto dall'estero? Non lo vedo praticabile - Luca Conti
    a me pare un modo per aggirare il problema. una sorta di autotassazione per la sopravvivenza. - davide turi
    non mi sembra corretto. e' come quando hanno aumentato il costo dei cd vergini perché si presupponeva che la più parte di qusti fosse utilizzata per fini illeciti. De Benedetti, che pure stimo, pensa purtroppo con una mentalità ancora vecchia e legata a vecchi schemi. Qui si cerca la pezza anziché progettare e ridefinire totalmente il business. Mi ricorda la situazione che Elserino Piol descriveva per la sua Olivetti degli anni '70, quella che ha preferito la macchina da scrivere elettronica al personal computer. Miopia del vincitore, la chiamava Piol. Anzi, la situazione è ben peggiore. ciao, zeno - zeno
    io vedo la questione da un altro punto di vista: perché salvare i giornali (ma potrebbero essere le banche, la FIAT, Alitalia o qualunque azienda privata)? Se il loro modello di business è sostenibile si salveranno da soli. Se non lo è, l'evoluzione farà il suo corso. - Matteo
    tanto l'80% del mercato ISP è direttamente o indirettametne in mano a telecom (che si mettano d'accordo tra loro, eventualmente). - gluca - [mini]marketing
    Significa semplicemente replicare i criteri della Siae per la musica agli editori sul web. io invece aiuterei i giornalisti che vogliono mettere su una testata propria facilitando l'apertura di nuovi giornali. Pensa che pazzo che sono. -valentino spataro
    @Valentino: io inizierei ad eliminare l'ordine dei giornalisti e le anacronistiche leggi italiane sulla stampa, più che altro. - Matteo
    io spero si tratti di una provocazione... - Massimo MaxKava Cavazzini
    bella l'analisi di Quintarelli sull'argomento. la domanda finale è: saremmo disposti a spendere 120€/mese per il collegamento internet? Mi sa che la soluzione sta da un'altra parte, micropagamenti? - franco aka Aiace
    Mi sembra un'ottima idea! Ma mi spingerei più a fondo. Proseguendo su questo ragionamento, oltre a pagare gli editori per quel 30% di traffico, bisognerebbe anche ricompensare adeguatamente chi genera l'altro 70% dei contenuti che vengono visti. Di questi tempi direi che circa il 50% di questi contenuti sono generati da utenti (credo che la mia valutazione vale tanto quanto quella di de benedetti). Ovvero da noi stessi. Quindi se dobbiamo pagare 2 euro al mese per i quotidiani, mi aspetto di ricevere 3 euro al mese per i contenuti che genero. Non vedo l'ora di poter godere di questo euro di sconto. - Paolo Valdemarin
    bravo Paolo - zeno
    Io ho una mia idea, non dimostrabile. GLi editori non sono stupidi ma sanno benissimo che l'informazione deve cambiare e questo deve passare attraverso una profonda ristrutturazione (leggere licenziamenti in massa) e stanno aspettando di entrare in grave crisi per poter licenziare a palla e ristrutturarsi con l'aiuto dello stato. - wolly
    l'affermazione meno convincente di tutte in quello'articolo è l'ultima e cioè che la sua ricetta sarebbe un modo per difendere la libertà del giornalismo indipendente. Questo è un tranello in cui non cadere: giornalismo ed editoria sono due cose diverse. - Nicola Mattina da fftogo
    Secndo quintarelli le news valgono meno del 5% del traffico, altro che 30%! http://blog.quintarelli.it/blog... - franco aka Aiace
    L'affermazione è poco convincente, parafrasando quanto ha detto Nike "non siamo nel business di salvare l'editoria, ma in quello di offrire informazione di qualità al pubblico" Sta all'editoria trovare nuovi modelli di business all'interno della propria offerta di valore, non cercare di recuperare risorse altrove ed esternamente. Questo non è mercato. - Maurizio Goetz
    tassare gli utenti di un'infrastruttura per sovvenzionare servizi che non riescono ad utilizzare con profitto l'infrastruttura stessa ai danni dei servizi che invece ci riescono? - Federico Bo
    ma perchè bisogna salvarli al posto di investire le proprie risorse in modo più adeguato al mondo in cui ormai viviamo? potrebbero chiudere bottega ed investire nel campo dei rollable screen (scherzo) oppure, seriamente, nel rendere adeguati al mezzo internet i portali dei giornali .. se vogliono salvare il giornalismo potrebbero iniziare a valutare il grado di trustness raggiunto dalla rete oggi.. è il sistema dell'editoria che va riformato e aggiornato, a mio vedere... - Alessandro Fontana
    @Matteo, l'unica differenza e' che produrre informazione e' costitutivo per la democrazia, produrre thema, punto o 500 non lo e'. - Alessandro Lanni
    @Alessandro lo è fino a che non hai un editore a cui fare riferimento - wolly
    @wolly, non so ti riferivi a me. se si', non so bene cosa significa "fare riferimento a un editore". per fare informazione fino a ora ci voleva qualcuno che ti pagasse per farla, ossia un editore (o una coperativa, ma vabbe'). il prodotto notizia e' un "prodotto" sui generis e per questo non e' sul mercato nello stesso modo delle lavatrici. -Alessandro Lanni
    Si Alessandro mi riferivo al tuo intervento, io credo che il futuro dell'informazione sarà di cooperative tra giornalisti, liberi dal peso di un editore di riferimento. Ora come ora non esiste un informazione libera(secondo me ovviamente). - wolly
    l'unica possibilità è la multicanalità e la diversificazione delle revenue - Maurizio Goetz
    Il mondo dell'editoria deve trovare dei nuovi modelli di business. Di sicuro è finita l'epoca delle vacche grasse e dei profitti iperbolici. Sono rimasti indietro ed ora cercano di conservare la loro rendita di posizione.......... Mi preoccupa piuttosto l'asse potere politico/lobby editoriale che può provocare danni enormi alla libertà di espressione ed alla libera circolazione delle idee. - Mario Sabatino
    È sbagliato il presupposto, cioé la presunzione di meritare dei soldi a prescindere. - Nicola D'Agostino
    @Alessandro: è costitutivo per la democrazia produrre informazione libera e uno dei presupposti della libertà dell'informazione è la sua indipendenza economica. Come fare? Con le piccole cose, leggi semplici che producano circoli virtuosi. Per cominciare: mi quereli per diffamazione o intenti una causa civile contro di me e vinci? Bene, ne pago le conseguenze. Ma se perdi la causa mi paghi i danni: salati, subito e automaticamente. - Matteo
    Anche i beni primari sono fondamentali, ma non per questo devo dare un sussidio a chi produce pane, latte e beni di prima necessità. Se un'azienda non sa stare sul mercato deve chiudere. - Maurizio Goetz
    @maurizio piano con il mercato davanti a tutto, l'informazione non è un bene come il pane o il latte. E' un servizio, è il quarto potere (ancora?). Quindi bisogna trovare una quadra. Personalmente vedo una frammentazione del giornalismo con editori (di news e di giornali, per i libri è un'altra storia) che devono trovare un nuovo modello di business (micropagamenti su web, e-book con abbonamenti a tema, con tariffa flat+ a consumo?). Occorrerà anche trovare un sistema di ranking dei contenuti e degli autori... - franco aka Aiace
    Per me occorre garantire libero accesso a tutti e pari opportunità, poi è il mercato che si deve sostenere, prevederei anche possibilità di aggregazione di contenuti per giornalisti indipendenti, ma non riesco a spiegarlo in poche righe. - Maurizio Goetz
    poi uno si alza e chiede a De Benedetti: quindi visto che il 30% del tuo traffico arriva da google poi tu giri quei soldi a Mountain View? - massimo mantellini
    aggiungo, massimo: e quei soldi che guadagni dai banner sul tuo portale di notizie, me li ristorni alla fine dell'anno? - gluca - [mini]marketing
    Ok. Ok. Idea attaccabilissima. Una sola considerazione a favore: ad oggi e da sempre gli unici che guadagnano veramente sono i carrier sfruttando quanto generato dai contenuti di altri.. Che gli editori tradizionali siano risibili nel loro tentativo di sopravvivere è indubbio. Che non sia più possibile che migliaia di editori online siano strozzati nel vuoto del "gratis" e debbano sottostare ai ricatti di Google Adds è una dato incontrovertibile. Siamo poi così certi che un meccanismo come quello della famigerata SIAE, rivisitato per l'occasione, finanziato dai carrier non possa essere un aiuto credibile? - Bonsarto
    "ad oggi e da sempre gli unici che guadagnano veramente sono i carrier che sfruttanoo il traffico generato esclusivamente da contenuti di terzi." A parte che su questo, in Italia, l'unico carrier che ci guadagna veramente, per ragioni storiche e regolamentari pregresse, è Telecomitalia. - gluca - [mini]marketing 

    De Benedetti: ai giornali una parte del prezzo adsl

    | | Comments (21) | TrackBacks (0)
    Finalmente gli editori si muovono con delle proposte concrete per il loro business. Abbiamo visto qualche giorno fa i francesi. Oggi sul Sole è arrivata la proposta di Carlo De Benedetti: una quota di quanto gli utenti pagano per l'Adsl dovrebbe andare ai quotidiani, visto che a suo dire "fonti" americane e tedesche sostengono che il 30% del traffico in rete è generato da siti di quotidiani e reti tv.

    Non basterà. Se in Italia ci sono 13 milioni di connessioni ad alta velocità che costano in media 20 euro al mese quanto ne vogliamo dare ai giornali (mica pure alle televisioni, spero)? Un euro al mese sono 13 milioni al mese. Due euro sono 26 milioni. Più di due è difficile.

    Perché? Vado alla cieca: quale può essere il punto di riferimento? Un'idea può essere questa: quanti lettori smettono di pagare per il giornale di carta e passano a una fruizione totalmente online e gratuita?

    Diffidate dei conti che sto per fare. Perché non sono un editore e non ho i numeri che servono, ma posso fare un ragionamento spannometrico. Su 6 milioni di circa 5 anni fa, oggi le copie vendute sono un po' più di 5 milioni e supponendo che siano tutte di persone andate su internet significano 30 milioni in meno al mese per il totale del costo dei giornali, ma per gli editori a voler essere generosi 20 milioni in meno al mese (togliendo la quota di edicola ecc). Insomma, due euro al mese di adsl più pareggiano la perdita dovuta a internet.

    Non bastano perché gli editori non sanno far fruttare il web come la carta per la raccolta pubblicitaria online. Ma questo non è un problema dei lettori (quelli che attraverso l'adsl dovrebbero pagare per i giornali). Potrebbe essere un problema delle tlc? Allora queste dovrebbero pagare una quota aggiuntiva di altri due euro (togliendole dai loro utili) per compensare quella perdita? Sarebbero altri 26 milioni di euro al mese. Bastano? Forse per ora, ma certamente non per il futuro, a meno che gli editori non si sbrighino a rimettere in piedi il loro business, trovando molti nuovi modelli di redditività. Come diceva Shirky.

    La spannometria può avermi indotto in errori grossolani. Ma c'è un altro elemento da tenere in considerazione.

    Quel presunto 30% del traffico - uhmmm - che viene generato da siti di quotidiani e televisioni è anche il destinatario di quei soldi derivanti dall'Adsl? Come vengono ripartiti quei soldi? Tutto via Audiweb? Solo per gli editori che pagano il servizio? E se è solo l'Audiweb a contare per avere quei soldi, valgono anche i calendari che arricchiscono di traffico anche i siti dei quotidiani? O soltanto gli editoriali e le notizie? Se vale solo l'Audiweb come facciamo a non far scadere la qualità in una rincorsa al traffico simile a quella della tv (a proposito: sicuri che anche le tv commerciali non vorranno la loro fetta?). Gli editori dei giornali di qualità, sono sicuri di poter reggere la concorrenza dei giornali orientati soltanto a fare traffico?

    Sicuramente la proposta di De Benedetti è interessante. E interesserà. Ma non risolve. Occorre urgentemente trasformare gli editori in aziende innovative, capaci di fare ricerca, sperimentare, sbagliare, investire nella qualità, investire nella tecnologia, assumere giovani...

    Tutto questo, riguarda gli editori. E non essendolo, sono forse uscito dal posto dove dovrei essere come giornalista. Ma la passione, talvolta, fa strabordare.

    (update: vedi anche Stefano)

    Shirky e gli editori (update)

    | | Comments (0) | TrackBacks (0)
    NiemanJournalismLab pubblica l'intervento di Shirky citato e commentato ieri. E lo intitola efficacemente:

    Clay Shirky: Let a thousand flowers bloom to replace newspapers; don't build a paywall around a public good


    Nel frattempo arriva questa idea di Post-media publishing che conferma un'idea anticipata qui.
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    La discussione continua su:
    Shirky e gli editori
    Le Monde, Le Figaro, Médiapart
    Il giornalismo migliora (secondo i giornalisti)
    Giornali da non credere
    Tutti parlano di FastFlip
    Il problema è chiaro
    Intanto, l'audience in calo dell'informazione troppo gerarchizzata si dimostra da sola
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    Shirky e gli editori

    | | Comments (2) | TrackBacks (0)
    Allora si diceva. David Weinberger e Ethan Zuckerman riportano un discorso di Clay Shirky sul giornalismo. Il tema è: come sopravviverà il giornalismo nella sua forma più affidabile?

    Shirky dice che non c'è proprio niente di bello nell'osservare che molti giornali sono destinati a chiudere. Gli utopisti che vedono nell'informazione spontanea della rete la soluzione a ogni problema, dice Shirky, hanno torto. I giornali tradizionali hanno reso possibile almeno un po' di giornalismo affidabile e la loro scomparsa lo mette a rischio.

    La crisi dei giornali tradizionali, però, è strutturale. In passato, i giornali controllavano il business e potevano imporre prezzi molto alti ai lettori e agli inserzionisti pubblicitari. Questo è terminato. Il resoconto di David e Ethan a questo proposito è supergodibile.

    Il problema è che la scomparsa dei giornali lascia le comunità prive di un contropotere informativo che, in qualche caso, aveva funzionato. Qualche giornale sopravviverà. Qualcuno farà esperimenti. Qualche nuovo modello emergerà. Si vedranno i risultati. Ma è chiaro che ci saranno meno giornali tradizionali.

    Il problema conseguente è come accelerare l'emergere di nuove forme di giornalismo affidabile per aiutare le comunità a disporre di informazioni in grado di equilibrare e controllare il potere. Tutti da leggere, si diceva, i resoconti citati.

    Aggiungerei che ci sono due argomenti intrecciati:
    1. che cosa devono fare i giornalisti e tutti coloro che vogliono contribuire all'informazione seguendo un metodo di ricerca condiviso
    2. che cosa devono fare gli editori attuali e quelli potenziali.

    I due argomenti sono intrecciati ma si possono affrontare meglio se si vedono separatamente.

    L'attività degli informatori è quella di cercare e sperimentare ogni possibilità di utilizzo dei mezzi allo scopo di scoprire, criticare, trasmettere l'informazione. Cercando di volta in volta di puntare sulla qualità della ricerca, sulla qualità del servizio, sul piacere di fruire delle loro opere. Il loro tema è proporre l'informazione in modalità che possano essere adottate dalle reti sociali. Nulla più si impone: tutto si propone sperando che sia adottato. Tutto questo significa che il lavoro di ricerca e racconto dei fatti deve migliorare drasticamente. Senza questa condizione non c'è nulla altro da dire.

    L'attività degli imprenditori e delle organizzazioni che svilupperanno i modelli di business e di sostenibilità economica. Tutte le soluzioni saranno tentate. Solo alcune ce la faranno. Sottoscrizioni, carte prepagate, sostegno alle inchieste in forma volontaria da parte delle comunità... E nuove forme di pubblicità, orientata al servizio o addirittura alla vendita...

    Intanto, con ogni probabilità, il ruolo del pubblico attivo crescerà. Alcune iniziative individuali o di gruppo diventeranno in un certo senso "giornali" ed "editori" alternativi a quelli tradizionali. Già ora si vede che è così soprattutto in alcuni settori come l'informazione sulla tecnologia.

    In generale, non è possibile sapere che cosa funzionerà nel lungo termine. Sappiamo anche che molti editori tradizionali riusciranno a stare in piedi. Qualche volta con l'aiuto dei governi. Qualche altra volta con le proprie gambe. E questo sarà un bene. Perché comunque, grazie al pubblico attivo, agiranno in un contesto molto più esigente. Che esigerà una qualche forma di qualità.
    David Weinberger e Ethan Zuckerman riportano un discorso di Clay Shirky sul giornalismo. Il tema è: come sopravviverà il giornalismo nella sua forma più affidabile? Sperimentazione, varietà di modelli di business, chiarimento delle relazioni con la pubblicità. (Tra poco aggiungo un paio di cose: perché mi pare che il tema sia affrontato confondendo il ruolo dei giornalisti e quello degli editori).

    Aggregatori giornalistici di tweet

    | | Comments (2) | TrackBacks (0)
    Il New York Times pensa di costruire un sistema per seguire in modo organizzato i tweet specializzati su vari argomenti. E' un'attività editoriale e giornalistica che dovrebbe aggiungere una sorta di contestualizzazione alle notizie emergenti su Twitter, facilitandone l'utilizzazione come fonte di informazione.

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    La discussione continua su:
    Le Monde, Le Figaro, Médiapart
    Il giornalismo migliora (secondo i giornalisti)
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    Tutti parlano di FastFlip
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    Il giornalismo migliora (secondo i giornalisti)

    | | Comments (1) | TrackBacks (0)
    Secondo la European Digital Journalism Survey 2009 la crisi dei giornali è reale e bruciante, rischia di far chiudere molte testate, ma avviene in un contesto nel quale il giornalismo sta migliorando. In particolare, secondo il 40% dei giornalisti, l'informazione giornalistica migliora, solo il 20% pensa che stia peggiorando. (Paidcontent). La ricerca è basata su un numero piuttosto limitato di interviste. I dati su EuropeanDigitalJournalism.

    Le Monde, Figaro, Médiapart

    | | Comments (12) | TrackBacks (0)
    Alcuni editori francesi non sembrano presi dal panico per la crisi. Ecco alcuni appunti presi al convegno di Asti in materia.

    David Guiraud, direttore generale del gruppo Le Monde

    "La crisi dei giornali? È apocalisse o metamorfosi? Di sicuro è una sfida. Si è passati dalla logica dell'offerta alla logica della domanda. E poi a una nuova situazione nella quale tutti offrono e domandano. In questo percorso si è distrutto molto valore. (Ma Le Monde non resterà a lungo gratuito su iPhone). Il valore che resta e che conta è quello del marchio. Che fare? Ricentrare l'organizzazione dei giornali sui lettori. Ricreare forme di scarsità: con articoli speciali. Allargare il territorio del marchio. Sviluppare un marketing complesso. E comprendere meglio le specificità cognitive dei diversi supporti".

    Luciano Bosio, direttore della comunicazione, strategia e ricerca del gruppo Le Figaro

    "Il fatturato del gruppo è solo per una parte minoritaria generato dal quotidiano, ma tutto il valore di quello che facciamo è generato dalla qualità del giornale. Che fare? Tagliare i costi e ridurre le redazioni, oltre un certo limite, riduce la qualità del giornale. Dobbiamo puntare sulla qualità se ci vogliamo far pagare. Siamo riusciti a rimontare su internet e a diventare il primo giornale online francese: sicché mentre la pubblicità online cala, in Francia, per noi aumenta del 17% e tende ad arrivare al 20% del fatturato del gruppo. Ma anche il giornale deve migliorare. C'è un restyling. E c'è una nuova stampa che produce un oggetto che non sporca più le mani. Inoltre la linea editoriale decisa dal direttore è concentrata su tre funzioni: prestigio, pedagogia, piacere. La crescita del quotidiano passa per gli abbonamenti: con consegna alle 7:30 ogni mattina".

    Gérard Desportes, fondatore del sito d'informazione Médiapart

    "Dare le notizie gratuitamente è stato un errore per i giornali. Ha abbassato la qualità delle notizie su internet. Noi facciamo giornalismo, andiamo in Afghanistan e seguiamo con le nostre forze i fatti. E abbiamo oltre 400 blogger che aggiungono informazioni di prima mano. Il nostro notiziario si può leggere soltanto con abbonamento: 9 euro al mese. Rifiutiamo la pubblicità. E abbiamo 16.500 abbonati paganti".

    Editori tosti

    | | Comments (2) | TrackBacks (0)
    Un'impressione su tutte da Asti (convegno segnalato ieri): ci sono editori tosti, che non si fanno prendere dal panico ma costruiscono. Come Le Monde e Le Figaro. (Cenni su twitter.com/lucadebiase). E c'è una piattaforma per giornalisti tosti che riesce a farsi pagare per i contenuti, rifiutando la pubblicità: Médiapart. (Domani altre info: ora sono di corsa col cellulare).

    Domani sui giornali

    | | Comments (2) | TrackBacks (0)
    Domani il dibattito: "L'ultima edicola: crisi, bulimia e cambiamenti dell'informazione nel nuovo millennio". Ad Asti, in collaborazione con l'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Tra i partecipanti annunciati: David Ghiraud direttore generale di Le Monde, Werner De Schepper del gruppo svizzero Aargauer Zeitung Medien, Peter Rothenbuelher direttore di Edipress e caporedattore de Le Matin, Luciano Bosio Direttore studio marketing di Figaro Medias.

    Credo che sia finita la discussione sulla fine dei giornali. E che sia ora di parlare di transizione. I giornalisti e chi fa informazione vanno avanti. Casomai quelli che sviluppano i modelli di business si devono inventare una quantità di nuove idee. Nessuna formula generale. Tante sperimentazioni. Ma alla fine un dato chiaro: di informazione c'è bisogno e tutti i modi per condividerla sono utili. La sofferenza della transizione è anche la sorpresa possibile di vedere come le gerarchie tradizionali possono essere messe in discussione.

    Per fare ordine, il tema si può articolare così.

    Un giornale è fatto da persone organizzate per produrre informazione. Il pubblico attivo che lo adotta dà al giornale il suo senso. L'imprenditore tenta di renderlo sostenibile ed indipendente economicamente. Il tutto si sintetizza nella linea editoriale, che è una promessa alla quale chi fa l'informazione e chi vende l'accesso all'informazione si attengono per dichiarare al pubblico che cosa faranno. Si può essere laici sulla linea editoriale, ma non sulla coerenza alla promessa. Questo genere di semplici regole sono un po' saltate nel tempo recente. Ma la rete sta costringendo un po' tutti a recuperarle. Pena perdita di audience, lettori, ascoltatori. Che in quanto persone vanno a informarsi altrove.

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    La discussione continua su:
    Giornali da non credere
    Tutti parlano di FastFlip
    Il problema è chiaro
    Intanto, l'audience in calo dell'informazione troppo gerarchizzata si dimostra da sola
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    Il problema è chiaro

    | | Comments (2) | TrackBacks (0)
    Mettiamola così. Il problema di fare buoni giornali e buona informazione è il problema dei giornalisti. Il problema di fare un modello di business che serva a rendere economicamente indipendenti i giornali è il problema degli editori.

    Ovviamente le cose sono collegate. Ma è sempre utile sapere chi dovrebbe fare cosa... Imho.

    Intanto, questo tema è sempre acceso:
    Giornali da non credere
    Giornali online a pagamento
    Quale pubblicità online è apprezzata

    Tutti parlano di FastFlip

    | | Comments (3) | TrackBacks (0)
    FastFlip sta conquistando la fantasia di tutti gli interessati ai giornali. Il nuovo lavoro dei GoogleLabs fa una "rassegna" stampa da sfogliare con una bella impaginazione, in accordo con gli editori che accettano di concedere le loro pagine e dividendo il fatturato con loro.

    Per David Carr è sempre più ingiusto considerare Google come un parassita dell'editoria. Del resto, qualunque parassita che uccida il suo ospite deve evolvere in una forma meno pericolosa o rischia egli stesso di soccombere...

    (update: in Italia, non ci sono accordi del genere, per ora, si direbbe. Ma resta il tema Fiegoogle)

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    A proposito di parlare. Continuano le conversazioni su:
    Immigrazione in Veneto, dati e interpretazioni
    Vrm, il potere ai consumatori
    Bizarre, i giornali di carta e online che non vanno come previsto
    Con i soldi degli altri, le informazioni proposte da Gallino
    Gentiloni e internet, un riassunto veloce
    Gian Arturo Ferrari, il capo dei libri Mondadori è duro su internet
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    Scettici a Forbes

    | | Comments (0) | TrackBacks (0)
    Secondo Brian Rich, che scrive su Forbes, le aziende editoriali tradizionali sono in difficoltà, ma le nuove imprese web 2.0 sono ancora più deboli. Il suo punto di vista è finanziario. Ma manca di visione: le grandi imprese editoriali vivono in un sistema lineare e quando falliscono fanno un grande tonfo lasciando un vuoto difficile da colmare; le piccole aziende web 2.0 sono in un sistema complesso, nel quale i fallimenti e la nascita di nuove imprese sono la norma e il ricambio una costante. In questo senso, non si dovrebbero paragonare le singole aziende, ma i due sistemi. E concludere che alla fine l'ecosistema ha bisogno sia dei piccoli innovativi che dei grandi tradizionali. Ma ammettere che nel nuovo scenario i grandi sono costantemente soggetti all'erosione del loro business, a meno che non imparino anch'essi a innovare.

    Giornali da non credere...

    | | Comments (16) | TrackBacks (0)
    Pew registra in un'interessantissima ricerca un calo significativo nella credibilità dei giornali americani. Il pubblico, insomma, crede meno a quello che legge sui giornali. Solo il 29% degli americani pensa che i giornali raccontino in fatti come sono, il 60% pensa che siano molto imprecisi. Inoltre, la maggioranza pensa che i giornali siano troppo schierati politicamente e non siano indipendenti dalle pressioni dei poteri economici. Alla luce di questi dati, stupisce meno il calo delle vendite.

    Gli americani per lo meno cercano numeri per comprendere meglio le loro impressioni. A noi restano solo le impressioni.

    Ancora sui quotidiani online a pagamento

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    Negli Stati Uniti, il 51% dei quotidiani pensa di poter far pagare con successo i suoi articoli online, secondo una ricerca dell'American Press Institute. Un dato enormemente più alto di quello che ci sarebbe stato un anno fa. Anche perché solo il 58% dei giornali sta studiando l'argomento.

    Bizarre...

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    L'Economist, settimanale fondamentalmente di carta, va benissimo. Salon, magazine fondamentalmente online, va malissimo

    Informazione, politica, democrazia. E la rete

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    Si parla a Frattocchie 2.0, a Pesaro, di informazione, politica, democrazia e rete. Con il coordinamento di Marino Sinibaldi. Sinibaldi, lancia la discussione alludendo a una possibile contrapposizione tra blogosfera e media tradizionali. E domanda agli intervenuti come la vedono. (Ecco gli appunti presi al volo).

    Alessandro Gilioli: l'emergenza dell'informazione dipende dal conformismo dell'informazione. I blogger hanno la possibilità di portare il loro contributo di diversità dell'informazione. Non ci sono regole da dare a chi vuole far partire un nuovo blog: il conformismo dell'informazione è un'opportunità enorme per i blogger, soprattutto per chi scrive in modo autentico, in quanto anche quando scrive è se stesso. Non è necessario pensare alla validità dei blog solo pensando al compito di dare notizie, magari che non escono altrove; il citizen journalism e il giornalismo tradizionale devono crescere insieme (la contrapposizione ha fatto bene a far scendere un po' di giornalisti dai loro troni, ma ora non è più attuale, la convergenza è sempre più assodata); quello che conta, per la crescita della società civile, è partecipare con idee, commenti, riferimenti, richiami, mantenendo un ritmo di pubblicazione frequente, tendenzialmente quotidiano.

    Paola Concia: dal 1994 a oggi, il lavoro della Camera è cambiato profondamente, in termini di apertura e accessibilità dell'informazione. Su quello che fanno i deputati, i gruppi parlamentari, le commissioni... E questo si deve alla rete, prima di tutto. La rete è uno straordinario strumento di trasparenza, di accesso alla conoscenza, di controinformazione. Chi è interessato a sapere che cosa faccio può trovare tutto quello che succede. Anche se i media nazionali non seguono quello che mi accade o quello che faccio. Non potrei stare nella Camera senza il mio computer. Il problema grande oggi è che l'informazione è nascosta: c'è bisogno di raccontare un'altra storia. I mass media non fanno da cassa di risonanza di tutto, solo di qualcosa. Mentre nascondono altro. Le storie delle donne per esempio non sono raccontate: le donne "di potere" non ci sono sui mass media quando le donne "del potere".

    Matteo Orfini: sono stato più diligente, scrivo meno. Non sono un sostenitore della rivoluzione informatica. Blog e giornali non sono momenti distinti, lo sono ma sempre meno. L'autonomia della blogosfera è stata fagocitata dall'informazione giornalistica tradizionale. I giornalisti fanno blog e i blogger citano e si riferiscono continuamente ai giornali. Ma avviene anche che i vizi del giornalismo tradizionale si stanno ripresentando anche nella blogosfera. E' sempre meno una cosa diversa. Ovviamente, in un momento in cui c'è un attacco alla libertà di informazione bisogna sostenere tutto ciò che aiuta. Quali sono i motivi di difficoltà? C'è un problema di maturità del sistema nel suo complesso. Siamo in un paese in cui la vita è scandita da intercettazioni, spesso illegali, pubblicate a amplificate dai media. Ci dobbiamo interrogare su queste cose. Del resto, ci dobbiamo interrogare sul narcisismo del blogger, sull'isolamento della persona che sta sola davanti al computer: la notte bianca per le strade è meglio della notte bianca sul blog. A parte che ogni aumento dello spazio pubblico è positivo, quello che dobbiamo fare è non rendere inutile l'aumento dello spazio pubblico generato dal web.

    (E vabbè.)

    Pulsatilla: il narcisismo non è una cosa sentimentale, è molto una vetrina. Il blog nasce come un blog sui cavoli miei. Poi è diventato un'altra cosa. Sono d'accordo con Matteo e non con Gilioli. Tutti abbiamo uno speakers corner. Ma uno speakers corner ha senso se ce n'è uno. Se tutti ne hanno uno si crea confusione e disorientamento. Per me è stato il lancio di una carriera di scrittrice, grazie al fortunato incontro con l'editore Castelvecchi. La rete è fantastica per uno scrittore, perché la gente ti dice "questo fa ridere, questo fa piangere, questo fa schifo". Ma non è che tutto ciò che viene pubblicato sia positivo. Non è che esprimersi sia un bene in se. Se esprimi monnezza è monnezza. Ma non c'è differenza tra blog e libri, su questo. Ci sono libri e blog veri e libri e blog finti. Imparare a scrivere se hai qualcosa da dire che ha senso. E imparare a non scrivere se non hai niente da dire.

    (Garbage in garbage out, yes. Ma lo speakers corner è uno: la rete. O meglio: ciascuna persona parla quanto vuole, le piattaforme che aiutano gli altri ad ascoltarle sono un numero più limitato; la rete è l'abilitatore dell'insieme)

    Loredana Lipperini: cito Jenkins, cultura convergente. I blog lanciano e i media tradizionali amplificano. E questo va compreso. Perché mai come oggi c'è bisogno di un racconto diverso: ed è chiaro che i blog possono agire sull'immaginario. Si parla in prima persona, sui blog. Ma tutto va fatto in modo professionale, cioè sapendo che quello che si scrive è destinato a restare. Va inoltre compreso che i blog sono rete. Un gran numero di blog italiani adulti sono fatti da mamme, che si mettono in contatto e sviluppano rete sociale. Questo conta di più di ogni altra cosa. La rete non è il fine ultimo, per esempio, non è il sistema per vendere più libri: i libri più letti su Anobii non sono i libri più venduti in libreria.

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    Intanto su questo blog:
    Poiché i commenti a questo blog ne sono spesso la parte più interessante, 
    vale la pena tener d'occhio le discussioni ancora aperte nate intorno a post precedenti: 
    Il capo dei libri della Mondadori parla del futuro dei libri e della "minaccia" internettiana
    Il Noi di Veltroni
    Il browser di Google stenta a sfondare
    Idee profonde di Stefano Rodotà e Fausto Colombo
    Come cambia la sostanza del lavoro dei sondaggisti
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    Come vanno i giornali a pagamento

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    PaidContent ha fatto una piccola inchiesta sui risultati dei giornali online che fanno pagare l'accesso al servizio. Ne emerge un quadro piuttosto poco incoraggiante: 

    The newspapers tend to be located in smaller, often rural markets; online-only subscriptions are typically priced at a substantial discount to the print edition (in general, about 75 percent of what the print product costs); where numbers are available, the number of online subscribers is still a tiny percentage of their print counterparts (less than 5 percent); and many of these papers say they began charging not so much to make money online, but rather to protect sales of their print editions.

    L'idea è insomma per ora poco sviluppata e ben poco risolutiva. Come ci si poteva peraltro aspettare che fosse. Ecco i dati.

    Emergenza di informazioni

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    Spotlight su GoogleNews fa emergere i pezzi approfonditi, sulla base delle segnalazioni dei blogger (anche se non si sa bene come funziona l'algoritmo). E' un esempio di una serie di piattaforme che tentano di rispondere alla domanda di segnalazioni di articoli di qualità online. Ne parla NiemanJournalismLab. La selezione realizzata sulla base di algoritmi e media sociali sta procedendo. Per i giornalisti la consolazione è che i pezzi più importanti sono di solito realizzati da professionisti. Il problema è soprattutto degli editori.

    Survey del giornalismo su se stesso

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    La NewYorkBookReview ripercorre il dibattito sulla crisi e il futuro del giornalismo. Un taglio sintetico per navigare nella quantità enorme di informazioni e idee che emergono su questo tema:
    - il giornalismo deve fare ricerca, per migliorare il metodo di lavoro che lo distingue nella raccolta, selezione, valutazione, interpretazione, dei fatti (il giornalista non è definito dalla tessera ma dal metodo, artigiano ma epistemologicamente attento, con il quale produce le notizie)
    - il giornalismo deve fare sperimentazione, per migliorare l'uso delle piattaforme e fare emergere molti modelli di fruizione che abbiano valore per il pubblico
    - gli editori devono trovare i modelli di business che sostengano il lavoro fatto dagli autori, dai giornalisti, a favore del pubblico
    - l'editoria deve diventare un business ad alto tasso di ricerca, sperimentazione e innovazione, fondato su capacità artigiane.

    Fiegoogle

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    La Fieg ha fatto intervenire l'Antitrust e la Guardia di Finanza per sapere se il motore di ricerca di Google discrimini i siti degli editori di giornali se questi non vogliono che Google News ne aggreghi le notizie. Ma motiva la richiesta segnalando tra l'altro il fatto che Google guadagna pubblicità usando i contenuti degli editori e senza pagare nulla per questo. Tra le due questioni c'è una certa differenza. E poiché è evidente a tutti, se ne deduce che la vicenda di ieri è parte del tentativo da parte della Fieg di avviare una trattativa con Google per ottenere una fetta maggiore nell'economia delle notizie online.

    La questione di interesse pubblico internettiano più rilevante da risolvere è se Google distorca in qualche modo i risultati del suo motore di ricerca nel caso che un editore non voglia che Google News aggreghi le sue notizie. Google risponde con chiarezza: un editore può evitare come chiunque di essere trovato dal motore e dall'aggregatore usando robot.txt: ma in quel caso appunto non compare né in Google News né in Google. Gli editori faranno bene a verificare se i loro centri di calcolo abbiano usato questa scorciatoia. La soluzione migliore per gli editori che vogliano restare nel motore ma non nell'aggregatore di notizie è quella di contattare direttamente Google, che si dichiara pronto a soddisfare la richiesta.

    Se così fosse, la questione principale sarebbe risolta.

    Resta molto altro. Ma riguarda gli interessi particolari degli editori e di Google, più che quelli del pubblico. E si tratta di andamento del traffico e di distribuzione dei ricavi pubblicitari.

    Traffico. E' chiaro che Google ha molti più visitatori di qualunque giornale online. Ed è chiaro che anche Google News ha moltissimi utenti. Una parte di questi si ferma ai titoli raccolti dall'aggregatore, una parte clicca e va sui giornali che danno le notizie. Chi ci perde e chi ci guadagna? La questione va vista caso per caso. Ma nella situazione attuale, visto che le notizie su Google News ci sono e la Fieg non riuscirà a convincere tutti coloro che le producono a non lasciarsi aggregare da Google News, è probabile che l'aggregatore continuerà a raccogliere traffico e a distribuirne una parte sui siti di provenienza delle notizie. Chi sta fuori non perde il traffico di chi vuole proprio le notizie del suo giornale ma perde il traffico di quelli che arrivano al suo giornale attraverso l'aggregatore. A ciascun editore sta di fare i suoi conti e di decidere. Vedi WebNotes.

    Pubblicità. Non risulta che Google News raccolga pubblicità, ma è chiaro che l'insieme di Google raccoglie pubblicità anche grazie al traffico attratto da Google News. Il modo in cui Google e giornali si spartiscono la torta pubblicitaria dipende dal traffico (vedi sopra) e dalla forma delle inserzioni offerte: è chiaro che quelle di Google e quelle dei giornali non sono molto comparabili ma sono di fatto concorrenti. La soluzione migliore sarebbe che gli editori modernizzassero la loro offerta aggiungendo soluzioni che siano più direttamente confrontabili con quelle di Google, più facili da usare e più convenienti (senza rinunciare ai banner attuali che probabilmente hanno un valore unitario maggiore per gli editori): insomma, che gli editori facessero meglio concorrenza a Google sulla raccolta di pubblicità. Non è facile. Ma è la strada maestra.

    L'idea alternativa che potrebbe emergere è quella di contrattare con Google una forma di risarcimento. Sarebbe una soluzione immediata, un vantaggio a breve termine, un ulteriore pratica vagamente elitaria nel commercio italiano: difficile pensare che quel risarcimento toccherebbe a tutti gli editori, probabile che toccherebbe soltanto a quelli della Fieg. Si vedrà. Piacerebbe di più vedere tutte le parti in causa lavorare per innovare, competere, migliorare la qualità del servizio. Ci vorrà tempo, certo.

    Google News e la Fieg

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    La notizia è stata data un po' in tutto il mondo. La Fieg ha chiesto un intervento all'Antitrust italiana su Google News sostenendo che i giornali che non vogliano apparire nell'aggregatore delle notizie vengono penalizzati anche nel motore di ricerca.

    In effetti, digitando questo pomeriggio due parole nel motore di ricerca (antitrust fieg) la notizia data da repubblica.it appariva in 42esima posizione su Google (mentre non c'era in Google News). Insomma, la Repubblica non è nell'aggregatore, non è esclusa dal motore, non è in posizione elevata (arrivano prima molti altri siti giornalistici). Sul Sole interviste con le posizioni della Fieg e di Google. via Mante la risposta di Google.

    Sul sito della Fieg non si trova una versione della vicenda (può essere che non l'abbia trovato io). C'è su quello dell'Antitrust. Non si sa chi siano i giornali coinvolti. Non si sa bene che cosa abbia effettivamente fatto l'Antitrust in collaborazione con la Guardia di Finanza.

    Non è ovviamente chiaro quanto convenga agli editori evitare Google News: perdono o guadagnano con l'aggregatore? Dipende da quanto raccolgono con i visitatori che arrivano appunto dall'aggregatore al loro sito e da quanti visitatori in più avrebbero se molti non si fermassero alle poche righe riportate su Google News. Non c'è una prova a sostegno di una o dell'altra opinione. Ma è chiaro che se il motore di Google desse risposte che dipendono in qualche modo da come gli editori si pongono nei confronti di Google News, allora questo sarebbe un problema di credibilità per il motore. Google, appunto, lo esclude.

    Ecco il comunicato dell'Antitrust:

    COMUNICATO STAMPA


    EDITORIA: ANTITRUST AVVIA ISTRUTTORIA NEI CONFRONTI DI GOOGLE ITALY PER POSSIBILE ABUSO DI POSIZIONE DOMINANTE

    Procedimento avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali. Secondo la Federazione, nella gestione del servizio Google News Italia, Google impedirebbe agli editori di scegliere liberamente le modalità con cui consentire l'utilizzo delle notizie pubblicate sui propri siti internet. I siti editoriali che non vogliono apparire su Google News verrebbero infatti automaticamente esclusi anche dal motore di ricerca Google. Possibili effettivi distorsivi sul mercato della raccolta pubblicitaria on line.

    L'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella riunione del 26 agosto 2009, ha deciso di avviare un'istruttoria nei confronti di Google Italy per verificare se i comportamenti della società, in considerazione della sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca on line, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria on line e a consolidare la sua posizione nella intermediazione di spazi pubblicitari. 
    Il procedimento, notificato oggi alla società nel corso di un'ispezione condotta in collaborazione con le Unità Speciali della Guardia di Finanza, è stato avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali, relativa al servizio Google News Italia, con il quale Google aggrega, indicizza e visualizza parzialmente notizie pubblicate da molti editori italiani attivi online. Secondo gli editori Google News Italia, utilizzando parzialmente il prodotto dei singoli editori on line, avrebbe un impatto negativo sulla capacità degli editori online di attrarre utenti ed investimenti pubblicitari sulle proprie home page. Gli editori italiani, che non ottengono alcuna forma di remunerazione diretta per l'utilizzo dei propri contenuti su Google News, non avrebbero inoltre la possibilità di scegliere se includere o meno le notizie pubblicate sui propri siti internet sul portale stesso: Google renderebbe infatti possibile ad un editore di non apparire su Google News, ma ciò comporterebbe l'esclusione dei contenuti dell'editore dal motore di ricerca della stessa Google. Si tratta di una condizione estremamente penalizzante: la presenza sul motore di ricerca di Google è determinante per la capacità di un sito internet di attrarre visitatori e dunque ottenere ricavi dalla raccolta pubblicitaria, vista l'elevatissima diffusione di tale motore tra gli utenti.
    L'istruttoria dell'Antitrust dovrà dunque verificare se i comportamenti di Google, resi possibili dalla sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca online, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria online, con l'ulteriore effetto di consolidare la sua posizione nell'intermediazione pubblicitaria online. 


    Roma, 27 agosto 2009

    Epistemologia del giornalismo

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    Una riflessione onesta sul metodo di ricerca giornalistica, basato su ipotesi e fatti, dall'Unesco

    Il grilletto di Jay

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    Jay Rosen si domanda perché dopo tutto il gran parlare che se n'è fatto nessun editore ha cominciato sul serio a far pagare i contenuti online: «perché l'estate dei contenuti a pagamento è diventata "qualcuno tiri il grilletto così vedremo tutti che è un errore?"». E cita Nanosaur. (Giornali da discutere).

    Giornali da discutere

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    E dunque. I giornali sono in crisi e cercano una soluzione per uscirne. Qualche editore pensa di poter vendere l'accesso ai giornali online. Altri pensano a provvidenze statali. Molti lamentano l'indebita interferenza degli aggregatori che vendono pubblicità usando le notizie pubblicate dai giornali. La discussione sul giornalismo che si è sviluppata grazie ai commenti su questo blog ha evidenziato alcuni temi che mi sembrano da riordinare e approfondire. Riassumo qui. E in fondo al post riporto i commenti originali.


    1. Gli editori non hanno mai venduto le notizie; hanno sempre venduto il supporto che rendeva accessibili le notizie al pubblico, l'attenzione generata dalle notizie agli inserzionisti pubblicitari e la piattaforma di trasporto ai produttori di altri oggetti editoriali come i cosiddetti collaterali (libri, film, canzoni, ecc.).


    Gli editori possono anche provare a mettere un prezzo alle loro notizie... ma non possono obbligare il pubblico a comprarle. Se nell'ecosistema dell'informazione continuano a prodursi notizie a costo zero per il lettore, saranno quelle a essere maggiormente ricercate e fruite. Le notizie a pagamento non sembrano una buona strada da seguire.


    Quello che bisognerebbe approfondire nel contesto delle news online a pagamento anche in Italia è la domanda, sempre fatta da persone. Se è vero che il comitato della Fieg sta studiando le formule per far pagare le news online lasciando poi libertà di scelta all'editore proprio a seconda della domanda, nella stessa dichiarazione all'ANSA il presidente della Fieg dichiara di essere convinto che - nonostante l'abitudine alle news gratis online - "ci siano fruitori di contenuti di qualità, specialistici o di elevata professionalità che sarebbero disposti a pagare i servizi di cui hanno bisogno".


    2. Nell'ecosistema dell'informazione, i giornali possono giocare un ruolo importante coltivando l'autorevolezza e la qualità dell'informazione e mettendole al servizio della comunità.

    Sarà per la passione che ho le potenzialità dello strumento telematico, sarà perché non condivido le opinioni che fanno intravedere nella Rete un pericolo piuttosto che un'opportunità, ma ritengo che il problema di una possibile crisi della carta stampata sia imputabile più alla carenza nella qualità delle "firme giornalistiche" piuttosto che nella concorrenza del Web.
    I giornali non devono continuare a veicolare informazioni, questo sarebbe assurdo in un mercato ormai reso saturo dalla contestuale offerta di informazioni che provengono dal web, dalla televisione satellitare (penso ai notiziari 24H) alle edizioni cartacee dei quotidiani pomeridiani gratuitamente distribuiti nelle stazioni metropolitane.
    I giornali per conservare fette significative di mercato dovranno accaparrare le migliori "firme giornalistiche" e focalizzare l'attenzione su "commenti e approfondimenti" alle notizie.
    Tutti pagheremmo volentieri un commento politico, sociale o semplicemente sportivo se ben scritto e capace di accrescere la nostra opinione.


    A salvare dall'estinzione gli editori tradizionali potrebbe essere l'autorevolezza, perché notizie gratuite ma di livello scadente (in un mondo logico) non le vorrebbe nessuno. Tuttavia, nel passato soprattutto recente, tra gli editori sembra esserci stata una gara al ribasso e alla perdita di autorevolezza - su questo versante la situazione non è positiva.


    3. I modelli di business sostenibili si trovano partendo da piattaforme attraenti perché arricchite da informazioni prodotte da buoni artigiani giornalisti sulle quali proporre una pubblicità innovativa, un insieme di contenuti speciali e servizi a valore aggiunto.

    I giornalisti continueranno a fare i giornalisti ("ciò che è davvero il giornalismo: un lavoro artigiano, fondamentalmente di ricerca, dotato di un metodo di lavoro orientato alla raccolta e alla verifica dei fatti, con una linea interpretativa esplicita", scrivevi), la pubblicità continuerà a dovere e volere essere sempre presente dove passa lo struscio, la vera rivoluzione sta dove dici tu e quanto e come verrà convissuta da altri verrà dopo.


    il tema dei servizi a valore aggiunto è fondamentale secondo me.
    Ma quali però?
    Quale valore aggiunto si può aggiungere a una notizia?
    Forse un approfondimento di un Solone di ruolo (detto in senso buono si intende) che spieghi la notizia e dia delle informazioni che la rendono più intellegibile?
    E quanto si è disposti a pagare per questo Solone di ruolo?
    Il modello Freemium per la notizia può essere una soluzione forse ma la parte premium deve essere accettata come valida da un gran numero di persone, una bella sfida direi...


    4. Per i giornalisti questo significa lavorare con metodo e condividere con i cittadini attivi la produzione e discussione delle notizie. In un'organizzazione rinnovata.

    La struttura redazionale classica è nata e si è sviluppata perché - data l'infrastruttura tecnologica esistente - permetteva l'ottimizzazione della filiera dell'informazione con la conseguente ottimizzazione dei costi, in maniera non molto diversa da quanto avvenuto per l'industria classica.

    Il modello è entrato in crisi quando è risultato evidente che Internet produce e distribuisce informazione in modo più efficiente.

    Sfruttare a proprio vantaggio questa "nuova" infrastruttura significa modificare profondamente il modello redazionale classico, adottandone altri come la redazione distribuita e on demand e accettando di trasformare la piramide a senso unico editore-giornalista-lettore in un grafo fortemente connesso.


    5. Non sarà facile sviluppare una collaborazione simbiotica tra il giornalismo professionale e il giornalismo dei cittadini fino a che ci saranno incomprensioni culturali e protezioni pubbliche che li separano.

    Il concetto stesso di media e' quantomai obsoleto. Il vero problema e' che nellera dellinformazione diffusa non ha più senso un media ma ha senso un "media diffuso" la dove le persone si aggregano spontaneente. Dai discorsi che faccio periodicamente con importanti editori nazionali CIO spaventa non poco in quanto l'audience "diffusa" viene vissuta come una "perdita di potere mediatico" peccato che non si accorgano già di essere degli zombie. Come ci insegna l'evoluzione solo pochi sopravviveranno ...


    Unaltro aspetto da non sottovalutare minimamente e' che la parte più importante dell'editoria e' letteralmente "sovvenzionata" dalle provvidenze (economiche) della presidenza del consiglio che finanziano i costi dei quotidiani e che vengono erogate sulla base della tiratura e del colore politico: quindi non esiste "informazione indipendente" per nessuno. Ritengo che visto che oggi il digitale spesso supera anche il cartaceo tali provvidenze debbano essere estese anche agli editori digitali degni di questo nome, proprio perché possano batterai ad armi pari con l'editoria tradizionale. Relativamente agli aggregatori di notizie,Google in testa, visto il potere informativo di cui dispongono nell'era digitale ritengo che sia assolutamente doveroso ( e legale) che dichiarino pubblicamente i meccanismi di ranking per i quali danno più o meno visibilità alle notizie ed alle testate orientando di fatto il traffico dei lettori. Il primato del digitale e la libertà di informazione passano sopratutto dalle regole chiare ed uguali per tutti. :-)


    Andrea aka Pollicino 

    @MIchele Ficara Manganelli: è vero che l'informazione on line merita rispetto, mi preoccupa quello che dici rispetto agli editori digitali degni di questo nome, probabilmente così finirà che i finanziamenti li prendono gli stessi controllati dal sistema di potere. Lo stato deve tutelare l'informazione e l'accesso all'informazione ma bisogna trovare criteri diversi per incentivare la produzione di informazione.


    A me il problema continua a sembrare trovarsi all'inizio. Mentre riesco a vedere un mercato per le opinioni sulle notizie e l'aggregazione delle notizie, tutto questo presuppone che le notizie arrivino da qialche parte.
    Con tutta la buona volontà, il "giornalismo dal basso" semplicemente non ce la può fare, un po' per ragioni pratiche - come fai ad avere notizie dirette su quanto accade in Madagascar? - un po' perché anche ammesso che qualcuno invii le informazioni non è affatto detto che siano utilizzabili; non ci si può improvvisare raccoglitori di informazioni


    Intanto, le proposte si moltiplicano. Dopo i 12 consigli di Mashable, arriva Jeff Jarvis con la federazione di aggregatori locali (TechCrunch). E un'iniziativa di J-lab con cinque editori che sperimentano con l'università metodi innovativi per il giornalismo locale. Intanto Spot.us avanza. Le notizie locali sembrano al centro della questione. Intanto, la Huffington commenta la situazione (the future of news will be social). E lo fa sul blog di Facebook. Dopo avere sviluppato una soluzione per migliorare la partecipazione del pubblico attivo sul suo aggregatore-giornale.


    Resta poi aperta la questione delle conseguenze sull'ecosistema dell'informazione di un passaggio ai notiziari online a pagamento. In proposito si diceva:

    Se tutti gli editori volessero impedire la condivisione gratuita delle informazioni prodotte dai loro giornali, di fatto impoverirebbero l'ecosistema dell'informazione dal quale i loro stessi giornalisti attingono per migliorare il loro lavoro. Ne risulterebbe un peggioramento della qualità o un aumento dei costi.

    Grazie a BolsoTumblr e a Pollicino per la citazione.

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    Riporto qui la discussione originale. 


    Ho dei dubbi che siano i giornalisti dei quotidiani a vendere le notizie, e non le agenzie.
    I "30mila megawat" di Corriere e da dove arrivano?

    Bella e stimolante osservazione ... MA forse il problema e un altro ovvero il concetto stesso di media e' quantomai obsoleto. Il vero problema e' che nellera dellinformazione diffusa non ha più senso un media ma ha senso un "media diffuso" la dove le persone si aggregano spontaneente. Dai discorsi che faccio periodicamente con importanti editori nazionali CIO spaventa non poco in quanto l'audience "diffusa" viene vissuta come una "perdita di potere mediatico" peccato che non si accorgano già di essere degli zombie. Come ci insegna l'evoluzione solo pochi sopravviveranno ...

    Sarà per la passione che ho le potenzialità dello strumento telematico, sarà perché non condivido le opinioni che fanno intravedere nella Rete un pericolo piuttosto che un'opportunità, ma ritengo che il problema di una possibile crisi della carta stampata sia imputabile più alla carenza nella qualità delle "firme giornalistiche" piuttosto che nella concorrenza del Web.
    I giornali non devono continuare a veicolare informazioni, questo sarebbe assurdo in un mercato ormai reso saturo dalla contestuale offerta di informazioni che provengono dal web, dalla televisione satellitare (penso ai notiziari 24H) alle edizioni cartacee dei quotidiani pomeridiani gratuitamente distribuiti nelle stazioni metropolitane.
    I giornali per conservare fette significative di mercato dovranno accaparrare le migliori "firme giornalistiche" e focalizzare l'attenzione su "commenti e approfondimenti" alle notizie.
    Tutti pagheremmo volentieri un commento politico, sociale o semplicemente sportivo se ben scritto e capace di accrescere la nostra opinione.

    Luca, bel post sull'argomento più caldo del momento.
    Condivido la perplessità che lucidamente hai sollevato sulla rivoluzione concettuale che si propone tra corrispettivo del supporto e corrispettivo dell'informazione (o se preferisci del contenuto).
    Scrivevo in modo più "intuitivo" e meno lucido e riflettuto qualche settimana fa (http://www.guidoscorza.it/?p=961) che l'idea di un metodo "payperinformation" oltre a non convincermi sotto il profilo della sostenibilità economica (ma non ho competenze al riguardo) mi preoccupa sotto il profilo della qualità e libertà dell'informazione: la corrispettività diretta rischia di costituire una troppo forte tentazione per gli editori di caricare i giornali di informazioni cariche di appeal (nude&sex per esempio) e povere di contenuti e, soprattutto, di trasformare l'informazione in "comunicazione commerciale.
    Ti segnalo, perché mi sembra vada nella stessa direzione concettuale del tuo post questo interessante link: http://paidcontent.org/article/419-the-fallacy-of-the-link-economy/.
    Due ultime osservazioni: tra le leve per vendere i giornali che, forse romanticamente, ma non credo debbano morire ne siano condannati all'estinzione ce n'è una troppo a lungo sottovalutata proprio perché si pagava il supporto: la qualità dell'informazione.
    La seconda osservazione: se la crisi dell'editoria è determinata dagli aggregatori di news allora è in quella direzione che occorre andare a recuperare utili e non addossare ai lettori il costo di un preteso danno arrecato all'impresa editoriale da altri imprenditori...
    Ci siamo già passati con l'equo compenso - ed ancora paghiamo il prezzo - anziché affrontare il problema della pirateria (soprattutto commerciale) si è trovata la comoda via di addebitare subdolamente alla collettività il costo del danno da altri prodotto ad un'industria.
    Scusa la lunghezza del commento e buon lavoro.

    Una piccola curiosità OT (neanche tanto poi) assolutamente priva di qualsiasi vena polemica.

    Luca, tu che scrivi per il Sole24Ore, mi sapresti spiegare come mai in questo momento (sono le 17,55) nelle home page di tutti i principali siti di informazione (e quando dico tutti intendo tutti, compreso Il Giornale) compare la notizia del crollo del pil e dei consumi con i soli telefonini in controtendenza, e la stessa notizia non compare nell'home page del Sole? (io almeno non l'ho tovata).

    Gli editori possono anche provare a mettere un prezzo alle loro notizie... ma non possono obbligare il pubblico a comprarle. Se nell'ecosistema dell'informazione continuano a prodursi notizie a costo zero per il lettore, saranno quelle a essere maggiormente ricercate e fruite. Le notizie a pagamento non sembrano una buona strada da seguire.
    A salvare dall'estinzione gli editori tradizionali potrebbe essere l'autorevolezza, perché notizie gratuite ma di livello scadente (in un mondo logico) non le vorrebbe nessuno. Tuttavia, nel passato soprattutto recente, tra gli editori sembra esserci stata una gara al ribasso e alla perdita di autorevolezza - su questo versante la situazione non è positiva.

    Di questo post mi colpisce soggettivamente il titolo e la conclusione. Se non ho le competenze per paragonare le scelte di business delle etichette musicali all'editoria (posso solo consigliare la lettura dell'articolo di Mantellini, "Il futuro delle notizie di carta", dove partendo dall'intuizione di De Benedetti di voler fare di Repubblica.it l'iTunes delle notizie si passa anche attraverso un paragone critico con le case discografiche), di certo sono persone sia gli editori che i giornalisti, ed anche i sopramenzionati singloli autori. Tutti loro però fanno parte dell'offerta, mentre IMHO quello che bisognerebbe approfondire nel contesto delle news online a pagamento anche in Italia è la domanda, sempre fatta da persone. Se è vero che il comitato della Fieg sta studiando le formule per far pagare le news online lasciando poi libertà di scelta all'editore proprio a seconda della domanda, nella stessa dichiarazione all'ANSA il presidente della Fieg dichiara di essere convinto che - nonostante l'abitudine alle news gratis online - "ci siano fruitori di contenuti di qualità, specialistici o di elevata professionalità che sarebbero disposti a pagare i servizi di cui hanno bisogno". Non metto in dubbio questa autorevole convinzione, e per ora mi conforta pensare che i singoli editori faranno verosimilmente delle ricerche di mercato (mi auguro ad es. dei sondaggi e/o "forum", ma - sconfinando un po' - anche consulenza di autorevoli giornalisti-blogger quali obiettivamente Luca De Biase), che soggettivamente ritengo che in tutta questa annunciata trasformazione - piuttosto che una decisione presa dall'alto - sia l'elemento di inclusione di tutte le persone.

    In un giornale grande e complesso come il Sole 24 Ore chi si occupa di un settore di solito tenta di non rispondere di ciò che fa chi si occupa di un altro settore. E io non ho l'incarico di occuparmi del sito del Sole. Ma posso dire che i colleghi ce la mettono tutta per fare un buon lavoro. Non ho visto il sito del Sole nel pomeriggio. Vedo ora che il dato Confcommercio è riportato in questa pagina:http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/08/confcommercio-consumi-italia.shtml?uuid=22d203e8-8b1d-11de-af46-a0df39fd03cb&DocRulesView=Libero&fromSearch
    Ne approfitto per ringraziare di tutti i commenti. Che francamente ritengo siano la parte più interessante di questo blog. Tornerò sull'argomento prossimamente: come dicevo ne sto scrivendo. Anche se è davvero enormemente difficile: ho infatti l'impressione che le responsabilità dello stato in cui versa il sistema dell'informazione italiana siano condivise tra tutti gli attori coinvolti. Giornalisti compresi. Non è dunque facile scagliare una prima o un'ennesima pietra per chi fa comunque parte di una categoria che a modo suo e con il suo ruolo contribuisce alla crisi. E non è facile dover dire che per quanto attiene ai modelli di business - il tema principale del dibattito di questi giorni - la questione è fondamentalmente degli editori.

    (io però avevo commentato... il mio messaggio si è perso perché aveva due link? :-(

    "È una soluzione complicata perchè rivoluziona l'intero ecosistema dell'informazione: gli editori infatti, non hanno mai venduto le notizie; hanno sempre venduto il supporto che rendeva accessibili le notizie al pubblico".

    Grazie per aver beccato il punto.

    I giornalisti continueranno a fare i giornalisti ("ciò che è davvero il giornalismo: un lavoro artigiano, fondamentalmente di ricerca, dotato di un metodo di lavoro orientato alla raccolta e alla verifica dei fatti, con una linea interpretativa esplicita", scrivevi), la pubblicità continuerà a dovere e volere essere sempre presente dove passa lo struscio, la vera rivoluzione sta dove dici tu e quanto e come verrà convissuta da altri verrà dopo.

    Non è ovviamente una delega: è solo che il mercato si muove là dove passano i soldi, e l'editore in questo campo è il media (economico) dei media (di notizie, i giornalisti e il supporto). Indipendentemente da quale tipo di editore sia, ovvio, vedi Spot.us

    ciao .mau! non so perché si sia perso... ora ho liberato un tuo commento che si era impigliato in chissà quale perplessità di questa piattaforma, ma non conteneva due link... :-)

    boh... chissà che era successo con il commento (alla fine i link non li avevo messi perché non erano così importanti :) )

    La struttura redazionale classica è nata e si è sviluppata perché - data l'infrastruttura tecnologica esistente - permetteva l'ottimizzazione della filiera dell'informazione con la conseguente ottimizzazione dei costi, in maniera non molto diversa da quanto avvenuto per l'industria classica.

    Il modello è entrato in crisi quando è risultato evidente che Internet produce e distribuisce informazione in modo più efficiente.

    Sfruttare a proprio vantaggio questa "nuova" infrastruttura significa modificare profondamente il modello redazionale classico, adottandone altri come la redazione distribuita e on demand e accettando di trasformare la piramide a senso unico editore-giornalista-lettore in un grafo fortemente connesso.

    Unaltro aspetto da non sottovalutare minimamente e' che la parte più importante dell'editoria e' letteralmente "sovvenzionata" dalle provvidenze (economiche) della presidenza del consiglio che finanziano i costi dei quotidiani e che vengono erogate sulla base della tiratura e del colore politico: quindi non esiste "informazione indipendente" per nessuno. Ritengo che visto che oggi il digitale spesso supera anche il cartaceo tali provvidenze debbano essere estese anche agli editori digitali degni di questo nome, proprio perché possano batterai ad armi pari con l'editoria tradizionale. Relativamente agli aggregatori di notizie,Google in testa, visto il potere informativo di cui dispongono nell'era digitale ritengo che sia assolutamente doveroso ( e legale) che dichiarino pubblicamente i meccanismi di ranking per i quali danno più o meno visibilità alle notizie ed alle testate orientando di fatto il traffico dei lettori. Il primato del digitale e la libertà di informazione passano sopratutto dalle regole chiare ed uguali per tutti. :-)

    @MIchele Ficara Manganelli: è vero che l'informazione on line merita rispetto, mi preoccupa quello che dici rispetto agli editori digitali degni di questo nome, probabilmente così finirà che i finanziamenti li prendono gli stessi controllati dal sistema di potere. Lo stato deve tutelare l'informazione e l'accesso all'informazione ma bisogna trovare criteri diversi per incentivare la produzione di informazione.


    A me il problema continua a sembrare trovarsi all'inizio. Mentre riesco a vedere un mercato per le opinioni sulle notizie e l'aggregazione delle notizie, tutto questo presuppone che le notizie arrivino da qialche parte.
    Con tutta la buona volontà, il "giornalismo dal basso" semplicemente non ce la può fare, un po' per ragioni pratiche - come fai ad avere notizie dirette su quanto accade in Madagascar? - un po' perché anche ammesso che qualcuno invii le informazioni non è affatto detto che siano utilizzabili; non ci si può improvvisare raccoglitori di informazioni.

    il tema dei servizi a valore aggiunto è fondamentale secondo me.
    Ma quali però?
    Quale valore aggiunto si può aggiungere a una notizia?
    Forse un approfondimento di un Solone di ruolo (detto in senso buono si intende) che spieghi la notizia e dia delle informazioni che la rendono più intellegibile?
    E quanto si è disposti a pagare per questo Solone di ruolo?
    Il modello Freemium per la notizia può essere una soluzione forse ma la parte premium deve essere accettata come valida da un gran numero di persone, una bella sfida direi...

    Organizzazione giornalistica 2.0

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    Gli editori si domandano come dare ai loro giornali un modello di business che stia in piedi. E pensano di vendere le notizie online. I commenti a un post su questo argomento - che parlava di come gli editori non abbiano mai venduto le notizie in precedenza, ma abbiano venduto altro - sono molto stimolanti. Federico Bo sottolinea le conseguenze della rete sull'organizzazione giornalistica.

    A questo proposito, va detto che la rete ha cambiato la produzione di notizie in modo profondo. La ricerca online è diventata, specialmente in alcuni settori più avanzati, necessaria per migliorare qualunque pezzo si scriva per un giornale. Ed è chiaro che la disponibilità gratuita dei giornali altrui serve ai giornalisti di ogni testata per approfondire l'argomento prima di scriverne.

    Di fatto, conferire le notizie all'ecosistema dell'informazione in forma gratuta, migliora la conoscenza diffusa. E dunque migliora anche la conoscenza di coloro che producono informazione. E' come la ricerca scientifica: si mette in comune quello che si sa per poi aggiungere un pezzetto di conoscenza in più, oppure rielaborare quella che esiste già in forma nuova. (Naturalmente anche nel giornalismo c'è chi semplicemente copia).

    Se tutti gli editori volessero impedire la condivisione gratuita delle informazioni prodotte dai loro giornali, di fatto impoverirebbero l'ecosistema dell'informazione dal quale i loro stessi giornalisti attingono per migliorare il loro lavoro. Ne risulterebbe un peggioramento della qualità o un aumento dei costi.

    Il problema non è ovviamente risolto con queste osservazioni. Anche perché, appunto, non è risolto il tema di chi semplicemente copia. Ma queste osservazioni consentono di aggiungere un elemento al dibattito: se si facessero leggere le notizie gratuitamente come ora, pensando a far pagare eventualmente nuovi servizi di informazione a valore aggiunto che oggi non esistono, forse si potrebbe ottenere un risultato più soddisfacente.

    In generale, la consapevolezza del valore di un ricco ecosistema dell'informazione porterebbe a ripensare in modo collaborativo la relazione organizzativa all'interno delle redazioni, tra diverse redazioni giornalistiche, cittadini che contribuiscono all'informazione. I modelli di business dovrebbero invece essere ricercati a livello di piattaforme e di servizi a valore aggiunto. Ma questa è un'altra storia...

    Basta lamenti. Modelli di business per i giornali

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    Le proposte si moltiplicano. Dopo i 12 consigli di Mashable, arriva Jeff Jarvis con
    la federazione di aggregatori locali (TechCrunch). E un'iniziativa di J-lab con cinque
    editori. Intanto Spot.us avanza. Le notizie locali sembrano al centro della questione.

    Intanto, la Huffington commenta la situazione (the future of news will be social). E lo fa
    sul blog di Facebook.




    Editori, giornalisti, persone

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    Si sa. Se ne parla fin troppo. I giornali sono in crisi. Una spirale perversa sembra aver preso di mira questo strumento dell'informazione. Meno lettori, meno pubblicità, meno soldi per gli editori, meno soldi per i giornalisti. Dov'è, se c'è, il bandolo dalla matassa?

    gli editori sono al centro del problema, se il problema è essenzialmente quello del modello di business. E a quanto pare, in questi giorni sono concentrati sull'idea di vendere le notizie online per rispondere alla crisi dei lettori della carta e degli inserzionisti della pubblicità. Ma è una soluzione molto complicata. E lo sanno loro per primi. È una soluzione complicata perchè rivoluziona l'intero ecosistema dell'informazione: gli editori infatti, non hanno mai venduto le notizie; hanno sempre venduto il supporto che rendeva accessibili le notizie al pubblico, l'attenzione generata dalle notizie agli inserzionisti pubblicitari e la piattaforma di trasporto ai produttori di altri oggetti editoriali come i cosiddetti collaterali (libri, film, canzoni, ecc.).

    in un certo senso, a vendere le notizie, agli editori, sono stati piuttosto i giornalisti.

    lo spiazzamento concettuale e pratico non è di poco conto. Se le piattaforme per vendere le notizie saranno abbastanza facili - e non potranno non esserlo - anche singoli autori e non solo gruppi organizzati da editori, potrebbero pensare di vendere le notizie direttamente al pubblico.

    per motivare la loro parte nella filiera dell'informazione, gli editori dovranno inventarsi qualcosa di meglio che una sorta di mega-accordo tra loro finalizzato a far pagare le notizie online. Ci possono riuscire tanto meglio quanto più attentamente studieranno le scelte di altre aziende simili - pur con le dovute differenze: le etichette musicali in primo luogo. Imho.

    Scrivendo per Problemi dell'informazione

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    Scrivere in questi giorni per Problemi dell'informazione è straordinario. Ogni giorno, ogni minuto, arrivano stimoli e suggerimenti. Il tema sembra sempre più urgente: come fare per sviluppare forme di giornalismo sostenibili economicamente. E arriva anche il pezzo di Mashable.

    Bisogna fare ordine. In particolare bisogna individuare quali sono le responsabilità e le opportunità dei giornalisti. E quali sono le responsabilità e le opportunità degli editori. Forse arriveranno a convergenza. Forse no. Il pubblico, intanto, sviluppa le sue soluzioni. E non perde tempo.

    Non profit e giornalismo sostenibile

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    La rete crea spazio per diverse dimensioni organizzative in molti settori economici. Compresa la produzione di informazione e il giornalismo. Accanto alle imprese orientate al profitto, piccole e grandi, locali e internazionali, ci sono le microiniziative individuali dei blog, con pubblicità e senza, con molti lettori o con pochi, con una specializzazione settoriale o generalisti. E in questo contesto si è formato, abbastanza naturalmente, lo spazio per il giornalismo non profit, organizzato e collettivo, dotato di risorse economiche ma non votato alla generazione di utili per gli editori. Essenzialmente, l'idea è che se il giornalismo è un servizio alla comunità, allora la comunità può essere interessata a sostenerlo. E in certi casi (ripeto, in certi casi), a sostenere solo l'attività giornalistica, non anche l'attività editoriale.

    Se ne parla sempre di più sulla scia delle esperienze di ProPublica e Spot.us. E ne parla per esempio NiemanJournalismLab di Harvard.

    Le conseguenze del giornalismo non profit sono piuttosto rilevanti. Non sostitutive del giornalismo for profit e tanto meno sostitutive del giornalismo dei cittadini che operano sui blog e i social network.

    In realtà, il non profit è un argomento che riguarda il modo di finanziare inchieste costose o dedicate ad argomenti controversi e delicati. Gli editori, preoccupati dei costi, e i blog, che di costi non ne possono pagare, non sono sempre le strutture giuste per finanziare la ricerca giornalistica. E se poi gli editori sono incentivati a cercare di pubblicare storie che si limitino ad attrarre un grande pubblico alla pubblicità, magari senza dare troppo fastidio ai potenti di turno, l'investimento in ricerca giornalistica assume l'aspetto di una scelta troppo rischiosa. Il non profit in questo senso è una soluzione interessante. Talvolta importante.

    Naturalmente, anche in questo caso ci sono dei rischi. Per esempio, il fatto di attrarre l'attenzione di un pubblico potenzialmente finanziatore su una particolare storia, aumenterà nel tempo la propensione a promuovere quella storia con i mezzi classici adottati dai movimenti non profit che sostengono una certa causa. Il rischio è che per attrarre i finanziamenti si usino degli argomenti preconcetti, cioè degli argomenti conosciuti prima di svolgere l'inchiesta giornalistica vera e propria che dovrebbe fare emergere i fatti; oppure che si faccia leva su ideologie, paure, convinzioni religiose. Col rischio di arrivare a risultati giornalistici poco fattuali e poco empirici.

    Questo rischio, analogo ai rischi che corrono le attività giornalistiche che soggiacciono alle pur diversissime logiche incentivanti che governano l'attività degli editori e dei blogger, si mitiga soltanto lavorando sulla consapevolezza di ciò che è davvero il giornalismo: un lavoro artigiano, fondamentalmente di ricerca, dotato di un metodo di lavoro orientato alla raccolta e alla verifica dei fatti, con una linea interpretativa esplicita.

    Qualunque modello di sostegno all'attività giornalistica, dal for profit editoriale al non profit delle grandi organizzazioni comunitarie al blogging dei cittadini, avrà tanto maggiore successo quanto più sarà consapevole delle qualità fondamentali del metodo giornalistico. Tutte da sviluppare e migliorare, naturalmente. Le comunità sosterranno gli editori, le organizzazioni non profit e i singoli blogger tanto più quanto meglio capiranno come e perché lavorano e quale giornalismo sostengono: in questo senso, il ricorso trasparente e onesto al metodo giornalistico è la motivazione principale, nel lungo termine, della sostenibilità del giornalismo.

    Il prezzo lungimirante delle news

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    Il sistema dell'informazione si dibatte sulla possibilità di far pagare i giornali online. E Dario si chiede come commentare le ipotesi formulate in un pezzo del Guardian che non brillano per originalità. Rispondere al volo usando il cellulare non è facile. Ma l'impressione generale è che non si pagano le news ma l'accesso a un servizio nel quale c'è un mondo di informazioni speciale nel quale le notizie sono un elemento di una metafora più ampia. Ci possono essere molte interpretazioni di quest'idea. Dalla soluzione di esclusività alla Wsj alla concezione del sostegno comunitario al lavoro di ricerca giornalistica alla Spot.us. Di certo non pare si paghino singole notizie o normali notiziari.

    Microstoria nell'ecosistema dell'informazione

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    Chiedevano a Radio Anch'io che cos'è Facebook e si chiedevano a che cosa serva. Ecco un esempio. Federico Bo mi ha segnalato un post su Vassar Stories che riporta un fatto importante ripreso dal blog di David Cohn, fondatore di Spot.us. Il fatto è che una giornalista freelance, Lindsey Hoshaw, ha proposto su Spot.us un'inchiesta (piuttosto costosa) sui rifiuti che galleggiano in un particolare posto del Pacifico. Grandi nomi decidono di finanziare l'inchiesta e di darle risonanza. La nota il New York Times che contribuisce alla sua notorietà e favorisce il finanziamento. E la pubblicherà. L'ecosistema dell'informazione evolve.

    Informazione iperlocale by Aol

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    Aol assume i giornalisti licenziati dai giornali tradizionali per costruire un sistema di giornali iperlocali. Ora ne ha già assunti mille a tempo pieno e 500 freelance. (via Antonio). TechCrunch.

    Interessante tentativo. Non se Aol investe tanto solo per puntare alla pubblicità. Ma soprattutto se intende ottenere una posizione centrale nelle comunità che va a servire con le informazioni per sviluppare servizi e sperimentare nuovi modelli di business.

    Ap: attenzione paranoia

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    Si scopre che il sistema messo in piedi dalla Ap per far pagare i suoi articoli da chi li voglia ripubblicare online è concepito in modo assurdo, tanto da generare effetti comici non banali. C'è chi ha messo nel sistema le parole di Jefferson contro i monopoli culturali e ha provato a vedere che cosa avrebbe fatto la Ap, scoprendo che l'agenzia era disposta a venedere anche quel brano di pubblico dominio per 12 dollari e rotti. E c'è stato chi ha pagato 25 dollari per la licenza di ripubblicazione di un testo che lui stesso aveva scritto per il suo sito. Il sistema è insomma onnivoro. Vuole difendere i testi di proprietà dell'Ap ma non sa riconoscerli e distinguerli da tutti gli altri testi. Via TechDirt.

    YouTube local news

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    Il New York Times racconta come YouTube stia prendendo accordi con varie tv locali per ritrasmettere i loro notiziari. Storia da leggere. 

    Lamenti sensati di giornalista

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    Ian Shapira del Washington Post lamenta che Gawker ha copiato di sana pianta un bel po' di un suo articolo. Lo fa con consapevolezza e apertura mentale. Ma lo fa.

    Un tempo questo argomento si sarebbe perso nella discussione tutta statistica tra coloro che si preoccupavano dei clic persi dal WashPost per il fatto che il contenuto era altrove e coloro che si entusiasmavano per i clic guadagnati dal WashPost per il fatto che il suo articolo era stato linkato da un importante blog.

    Ora che la pubblicità non è più "infinitamente crescente" il dibattito si sposta su quanto Gawker dovrebbe pagare per ripubblicare il lavoro del reporter del WashPost. Ap ha una proposta. Non so se funzionerà o se farà fatturato. Ma di sicuro renderà più esplicito il tema del copyright nei giornali. E questo potrebbe diventare un incubo di uffici legali o un cambiamento nelle pratiche quotidiane dei produttori di contenuti online. Del resto, se c'è meno pubblicità e troppa roba da leggere per tutti, questo momento di ripensamento ha un suo senso. Il giornalismo nell'era della riproducibilità tecnica non è arte, ma artigianato: come sempre.

    Innovazione nelle notizie a pagamento

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    Ap ha rilasciato il suo sistema per far pagare le notizie a chi le vuole ripubblicare. L'approccio è interessante, come dice CJAhearn. via Jeff Jarvis.

    Roberto Ceredi, su lavoce.info, segnala e ricostruisce lo strano caso dell'obbligo delle società quotate di usare i giornali per diffondere informazioni importanti per il mercato. Si legge nel suo pezzo che le regole europee spingono nella direzione di definire internet come il luogo nel quale si danno queste informazioni, eliminando l'obbligo per le società quotate di comprare costosi spazi pubblicitari sui giornali finanziari. Ovviamente, gli editori non sono molto contenti. Il finale, a sorpresa, lascia presagire che gli editori avranno partita vinta.

    Mai più senza giornali

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    Appunti a margine di un post da leggere assolutamente di Jeff Jarvis. Chi stabilisce che cosa è una notizia? Che cos'è la carta per i giornali? Quali sono le cause e le conseguenze del narcisismo dei giornali? Si può fare a meno dei giornalisti? Si tratta del problema di come si crea un'agenda condivisa in una società. Chi la deve scrivere? Come diventa credibile? Che cosa genera consenso su quale sia il medium preposto a portare una società su un terreno di discussione comune? Internet non è un medium: è uno strumento per le iniziative di tutti coloro che vogliono contribuire all'informazione. Ma come evolverà l'informazione nell'epoca di internet? Internet non distrugge i giornali (anzi ha visto nascere molti nuovi giornali). Ma distrugge l'effetto-network del quale i giornali hanno goduto in passato. Ora i giornali hanno l'opportunità di rinnovare il loro ruolo sociale. Insieme alle molte iniziative orientate ad arricchire una cultura troppo schiacciata dall'informazione televisiva. Ecco gli appunti.

    Educazione al giornalismo dei cittadini

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    Il Reporters' Center di YouTube è una buona idea, magari si può realizzare meglio. Il bisogno è chiaro. Se i cittadini fanno i reporter, possono essere interessati a farsi dare qualche dritta da esperti reporter sul modo migliore per sviluppare le storie. (Journalistics)

    Nel frattempo, si dovrà avviare anche una discussione sul metodo giornalistico e sulla volontaria adesione a regole di comportamento giornalistiche per i cittadini. Nessuno è obbligato a nulla: ma se qualcuno dichiara in modo preciso e circostanziato che si mette al servizio dei cittadini e non di qualche parte (economica o politica o personale), dando notizie secondo un metodo che prevede verifica e trasparenza, beh, i lettori sapranno almeno quali sono le sue promesse.

    Digital content summit

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    Tra poco il III Digital Content Summit. E in quel contesto, un approfondimento sull'economia dei notiziari e dei giornali.

    Quale buona novella? Il mercato delle news in Italia: modelli di business e condizioni di sostenibilità. 

    Il mercato delle news sta vivendo a livello globale una fase di profonda trasformazione, che sta mettendo in discussione i modelli consolidati di "fare notizia". 
      • La crisi internazionale dei giornali: quali cause e quali conseguenze? 
      • Come si stanno muovendo i principali attori delle digital news a livello nazionale?
      • Quali modelli di business possibili: advertising, subscription fee, o cos'altro?
    Le cause? Pubblicità e lettori cambiano i loro comportamenti, gli editori reagiscono troppo lentamente. In Italia, in particolare. Ma anche qui, probabilmente, la grande paura farà sorgere un po' di coraggio. E chi non ce l'ha, o se lo darà, o andrà a fondo. Certe volte anche don Abbondio deve prendere delle decisioni. 

    Ci saranno coloro che le prenderanno pensando solo ai proprietari dei giornali: sbaglieranno. Ci saranno coloro che le prenderanno pensando solo a favore della pubblicità: sbaglieranno. Ci saranno coloro che le prenderanno pensando solo ai costi: sbaglieranno. Dovranno tener conto di quelle cose, eccome, ma non basteranno. La strada più promettente sarà imboccata da coloro che prenderanno decisioni pensando prioritariamente al pubblico. E che le svilupperanno cercando un progetto comune intorno al quale raccogliere le energie delle redazioni, del pubblico, del management. Interpretando con profondità l'essenza di questo bellissimo, terribile momento storico. Solo chi penserà tutto l'ecosistema avrà una chance di emergere dalla crisi migliore.

    Dialogo sull'informazione senza paura

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    Ok. I giornali non sono l'informazione. I cittadini e il pubblico attivo possono cogliere le opportunità offerte dalla rete per partecipare all'ecosistema dell'informazione. Lo abbiamo visto. E qualcuno l'ha capito. Ma non è la fine della storia. I problemi sono vari:
    1. Come si mette ordine nella complessità di informazioni che arrivano da ogni parte, con una quantità di link e di rimandi a notizie nuove, meno nuove, vere, meno vere, emozionate e razionali, ideologiche ed empiriche... ?
    2. Come si possono garantire le identità di coloro che pubblicano notizie?
    3. Come si accumula conoscenza sulla loro affidabilità? Come si costruisce la loro reputazione, al di là dei grandi personaggi che in qualche modo se la sono costruita?
    4. Come si può progettare un sistema che faccia emergere dalla rete un'agenda condivisa?
    5. Che ruolo può essere assunto dal lavoro dell'informazione professionale in questo contesto?

    Insomma. Che cosa si può fare per migliorare strutturalmente il contributo del pubblico attivo all'ecosistema dell'informazione?

    A questo proposito, mi pare rilevante segnalare un dialogo avviato via Facebook.

    Scrive Michele Costabile (che, come scrive sul suo profilo su Facebook, è un programmatore, un docente, un technical writer, un copy writer, un musicista. Insomma: un creativo in generale).

    Ciao Luca, io sto ragionando da un po', come ti ho visto fare, su come evolverà il giornalismo e mi piacerebbe scambiare le idee con te.

    I TREND

    Mi sembra che la persona più sulla palla in questo momento sia Dave Winer, per esempio il post "when sources go direct" a proposito del fatto che la pubblicazione può prescindere dalla stampa, anzi spesso è user generated content aziendale

    http://www.scripting.com/stories/2009/05/15/sourcesGoDirect.html

    Comunque vadano le cose, la scelta editoriale è importante, così come è importante distinguere il vero dal falso fra ciò che viene pubblicato, e questo è il lavoro editoriale

    http://friendfeed.com/clique-with-claque/c91b0bb2/josh-young-on-twitter-would-like-us-to-discuss

    Anche Winer riconosce che, qualunque cosa succeda, il New York Times è un brand e una reputazione.

    Parlando di reputazione, trovare le fonti originali e distinguere il grano dal loglio sarà sempre un lavoro professionale.

    Un dato importante è l'inquinamento del contenuto generato spontaneamente dovuto alle citazioni e ri-citazioni, tweet e ritweet dello stesso contenuto: servirebbe un filtro e servirebbe un motore di ricerca per arrivare alle origini di una notizia, quello che tipicamente fa un giornalista perdendoci parecchio tempo.

    L'inaffidabilità del contenuto web è un problema interessante, una soluzione potrebbe essere un indice di affidabilità per le persone. Winer ha segnalato di recente questo su Twitter

    http://threeminds.organic.com/2009/06/docs_are_old-school_we_need_pa.html?utm_source=twitter&utm_medium=threeminds&utm_campaign=praise

    In effetti, un server di identità condiviso sarebbe utile anche per togliere dalle grinfie dei siti di pubblicazione una cosa personale come la lista di amici di ogni singola maschera che io decido di indossare (al lavoro, a casa, nel mio hobby).

    LE IDEE

    Sarebbe utile per chi lavora nell'informazione catalogare la lista di tutti quelli che producono notizie in qualche modo. Pensandoci non è un numero così elevato di persone, dato che si tratta di mettere in relazione aziende, istituzioni e altri organismi con i canali di informazione in cui viene veicolato del contenuto prodotto dagli utenti.

    Questo contenuto può essere catalogato per argomenti in modo da poter essere diretto a chi desidera avere uno stream di notizie su un argomento specifico.

    L'ordine dei giornalisti potrebbe esere interessato a farsi promotore di questa aggregazione, l'Ansa dello UDC.

    La pubblicazione di articoli potrebbe essere stampigliata da un identificatore che indica chi ha pubblicato una cosa, permettendo di associare una reputazione al singolo articolo. Sarebbe anche interessante poter tracciare l'albero di citazioni. L'ideale sarebbe poter avere un motore di ricerca in grado di risalire a eventuali originali partendo da una singola pagina, un lavoro interessante per un prossimo Google.

    Probabilmente nelle pieghe di queste tendenze ci sono ottime possibilità di sviluppo commerciale, anche se per ora sembra più che si possa parlare di sviluppi finanziati da associazioni o progetti europei.

    Cosa ne pensi?

    16 giugno alle ore 20.58

    Apprezzo molto questo ragionamento perché parte dallo spirito Winer che è certamente molto rete. La questione di rendere più solido il sistema udc mi pare assolutamente importante. Una soluzione per la reputazione di chi pubblica è una strada. Sto pensando intensamente a queste cose. Mi consenti di riprendere queste tue idee in un prossimo post sul mio blog?


    17 giugno alle ore 11.26

    Certamente, naturalmente citandomi.

    Io sto ragionando su come si potrebbe fare un motore che "srotoli" la lista di link e faccia un raffronto di parole chiave per riuscire a capire qual è la catena di derivazioni fra le notizie e le citazioni.

    Google AppEngine sembra la piattforma ideale per un'applicazione del genere.

    Non so quante volte ti è capitato di ricevere un tweet e pensare che fosse una notizia fresca, quando invece magari era vecchia di due settimane o quante volte vedi citato un blog che riprende la notizia invece della fonte, che è a due o tre clic di distanza.

    Quanto ai link sulla reputazione ho provato a seguire un caso interessante, quello di questa notizia: http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/scienze/felicita-ereditaria/felicita-ereditaria/felicita-ereditaria.html

    Dopo un po' di ricerche Google salta fuori che è legata a questo studio http://www.elsevier.com/wps/find/authored_newsitem.cws_home/companynews05_01209.
    La notizia è stata ripresa su tutti i quotidiani, come puo si può vedere con questa ricerca http://www.google.com/search?q=bucay%20happiness&hl=en&tbo=1&tbs=qdr:y

    In realtà lo studio non esiste, perché non è stato pubblicato. All'epoca in cui la notizia è stata data era noto solo un abstract dello studio, che comunque è pubblicato a pagamento. Quando lo studio sarà disponibile, le istituzioni che sono abbonate alle pubblicazioni Elsevier potranno giudicarne la validità, ma la stampa ha già archiviato il tutto.

    La possibilità di associare non dico un'identità, ma un insieme di personalità agli individui è molto interessante non solo per la reputazione, ma anche per mettere le basi per costruire alberi di relazioni (la lista dei miei amici) che non siano chiusi dentro un servizio privato (per es Facebook) ma siano ospitati su server neutrali e dati in concessione al servizio privato da chi è proprietario dell'identità.

    Come sai, non è la prima volta che sottolineo che le applicazioni, come Facebook o Friendfeed, vanno e vengono, mentre i servizi, come il DNS, sono immortali.

    Sicuramente è importante che siano gli utenti a dire cosa vogliono, oltre a scegliere fra i servizi commerciali.

    Infine, credo che si potrebbero davvero catalogare tutte le sorgenti di notizie, come i blog aziendali, le società di PR, le istituzioni universitarie, gli ospedali, le segreterie politiche, le testate giornalistiche, i canali di distribuzione video. Potrebbe essere il feed Ansa dello UDC.

    I termini dell'idea sono da tempo nell'aria ma restano difficili da sviluppare. Reinterpretando quanto suggerito da Michele alla luce di varie discussioni in materia si dovrebbe:
    1. Trovare un modo per attribuire un indirizzo stabile e indipendente dalle piattaforme proprietarie ai profili di ciascuna persona od organizzazione che offre notizie e contributi all'ecosistema dell'informazione
    2. Realizzare un motore capace di ricostruire la genealogia delle notizie (e forse anche delle opinioni) che si pubblicano sui blog, si segnalano sui social network, si ritwittano in giro, si dibattono su Friendfeed ecc ecc...
    3. Legare ai singoli pezzi di notizia delle tag adatte alla valutazione della loro qualità, tali da aiutare la costruzione di un sistema di reputazione facile da usare.

    Il tutto senza nulla imporre a nessuno, ma aprendo sostanzialmente tutte le piattaforme per i contributi del pubblico attivo all'interoperabilità che ha reso grande e bella la rete.

    E' chiaro che qualcosa di più facile da usare implica anche delle semplificazioni. Ed è chiaro che non ci sarà un solo sistema ma molti. Le due questioni sono potenzialmente contraddittorie. Il che oltre che inevitabile è anche divertente e creativo. E forse in questo lavoro, il contributo professionale all'informazione potrà trovare uno dei suoi ruoli del futuro. Se smetterà di farsi paralizzare dalla paura del nuovo e si metterà sul serio al servizio della rete.

    Marche e testate

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    Un convegno di Centromarca su "Nuovi paradigmi di relazione con i Media" al Corriere della Sera. Un tempo sarebbe stato tutto sulla pubblicità.

    Che altro ci dovrebbe essere nelle relazioni tra marche e media se non la pubblicità?

    Oggi si è parlato di internet, di crisi dei giornali, di diminuzione della pubblicità, di televisione, di consumatori, di cittadini...

    Ferruccio de Bortoli ha detto che i problemi delle marche gli sembrano molto simili a quelli delle testate. Luigi Bordoni, presidente di Centromarca, ha dichiarato una forte disponibilità culturale a cambiare. Monica Fabris (presidente di Gpf-Reti), Fiorella Passoni (general manager di Edelman Italia), Marco Gambaro (docente di Economia dei media all'università degli studi di Milano), Franco Perugia (consulente di MS&L Italia) hanno mostrato come si stiano sfuocando i concetti tradizionali di consumatori e lettori, cittadini e persone, tendenze socio-culturali e movimenti di opinione. Hanno parlato di "conversazione". Hanno detto che non è più "personalizzazione" ma "socializzazione" dei contenuti. Hanno detto che non è più "multimedialità" ma "crossmedialità".

    E poi la tavola rotonda ha portato l'accento sull'urgente di bisogno di concretezza, nell'apertura a tutte le nuove idee. Alessandro Di Pietro, Oscar Giannino, Daniele Manca, Vera Montanari, Giorgio Mulè, Andrea Vianello. Trasparenza, qualità, indipendenza, servizio al pubblico, informazione e democrazia...

    Insomma, una quantità di discorsi fondamentalmente giusti. Con le parole giuste. Pure troppo. Evidentemente la crisi si fa sentire e costringe a parlare con lingua dritta.

    Ora. Che si fa? Quello che è urgente non è necessariamente quello che è importante. Le scelte che si fanno oggi contano per subito e per il lungo termine. Perché dalla crisi si uscirà prima o poi. Ma per uscire migliori, e non peggiori, bisogna pensare anche al dopo, non solo al subito. Banale, ovvio, difficilissimo.

    Fino a che le decisioni sono prese con la testa piena delle paure per il prossimo bilancio trimestrale, con l'idea che "primo non sbagliare", con la mente bloccata intorno a quello che si pensa non si possa fare invece che a quello che si può fare... ci si lascia dominare dalla tattica e si perde la strategia.

    Inventare un'organizzazione per ritrovare il senso delle marche e delle testate nell'epoca della conoscenza significa unire alla gestione anche la sperimentazione: una struttura generatrice di senso fa ricerca oltre che produzione. Il futuro è quello che costruiamo. E già che ci siamo, costruiamolo migliore.

    Riassunto di ansie mediatiche

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    Ebbene, riassumiamo. Il Censis dice che il 69,3 per cento degli elettori ha deciso come votare essenzialmente in base alle informazioni fornite dai telegiornali. Il 30 per cento ha seguito i programmi di approfondimento, sempre in tv. I giornali hanno avuto importanza per il 25 per cento. Internet è stata importante solo per il 2,3 per cento. Ma per gli studenti e i giovani, la percentuale sale al 5,9 per i siti indipendenti e al 7,5 per i siti dei partiti.

    La televisione è determinantissima. Ed è organizzata in modo tale che vi prevale la strategia delle balle piuttosto che l'informazione. Internet non fa agenda, ma attrae i giovani.

    Gli editori di giornali gestiscono media che riescono a mantenere una certa importanza politica ma economicamente si trovano stretti tra un medium dominante, poco preoccupato per la ricerca giornalistica di qualità e ancora poco coinvolto dalla crisi dei modelli di business tradizionali, e una tecnologia innovativa che attrae i giovani. Una posizione strategica molto complicata.

    L'informazione è democrazia, dice il capo dello stato. Ma entrambe sono parecchio in crisi, in Italia.

    Il giornale la Repubblica riporta oggi una tabella nella quale si vede come la pubblicità acquistata dal governo sia aumentata del 237 in televisione e diminuita del 98 per cento nei quotidiani (il raffronto è tra il primo trimestre del 2008 e il primo trimestre 2009). In particolare, su Canale 5 è passata da 440 milioni a 2,1 miliardi; su Italia 1 è passata da 230 a 536 milioni; su Retequattro è passata da 163 a 253 milioni.

    Gli inserzionisti devono tener conto anche del fatto che il premier ha chiesto agli industriali di non fare pubblicità sugli organi di informazione disfattisti, cioè non amici del governo. E in effetti va apprezzata Emma Marcegaglia che ha rimandato al mittente l'invito.

    Di fronte a tutto questo, anche gli editori dovrebbero mostrare molto coraggio. E parecchia inventiva. Ma anche queste sono parecchio in crisi al momento (non solo in Italia per la verità).

    La rete offre le massime opportunità per cambiare la situazione. Ma quelle opportunità vanno colte. Che qualcuno lo faccia è molto probabile. Che lo facciano gli editori tradizionali è più difficile. Ma questo non è un bene. Almeno dal punto di vista della democrazia. Nonostante tutti i difetti dei giornali tradizionali, l'agenda politica è ancora troppo poco influenzata dalla rete e gli elettori si rivolgono alla rete ancora troppo poco per informarsi sulla politica. In questo contesto, una crisi vera dei giornali sarebbe una potenziale vittoria del populismo.

    Certo, qualcosa di nuovo, alla lunga emergerà. Alla lunga: perché la rete, nonostante la velocità delle sue innovazioni, favorisce i cambiamenti strutturali più di quanto non sostenga le trasformazioni rapide. La ragione è semplice: la rete è fatta di tecnologia ma il suo apporto in termini di informazione è invece sostanzialmente coerente con le dinamiche di chi la fa, cioè con le dinamiche socio-culturali; e mentre la tecnologia va veloce, le dinamiche socio-culturali vanno lentamente.

    Nel breve-medio termine, dunque, la funzione dei giornali tradizionali resterà fondamentale per la democrazia e l'opinione pubblica. E le loro difficoltà resteranno le difficoltà della democrazia e dell'opinione pubblica. La soluzione emergente sarà probabilmente un cambio di relazione tra la rete e i giornali: non più di alterità ma di simbiotica collaborazione. Il che avverà solo se i giornali si metteranno al servizio della rete. Dovessero riuscirci (garantendo qualità, ascoltando le istanze del pubblico, informando in modo da contribuire all'emergere di un'agenda condivisa) troverebbero contemporaneamente un nuovo ruolo e forse un nuovo modello di business.

    Editori in cerca di coraggio

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    Gli editori sanno perfettamente che oltre a tagliare i costi devono innovare. Ma non è chiaro che cosa stiano facendo come conseguenza di questa consapevolezza.

    E' vero che sono diminuite drasticamente le entrate tradizionali. E dunque è vero che devono tagliare. Ma non è vero che devono prima tagliare e poi innovare.

    I tagli e l'innovazione dovrebbero essere parte di una visione. E dovrebbero essere pensati come conseguenza di quella visione, per accelerare l'avvento di una fase innovativa.

    Nel migliore dei mondi possibili, anche i tagli dovrebbero essere visti come innovazioni. E a questi tagli dovrebbero aggiungere gli investimenti destinati a esplorare i modi nuovi di fare il loro mestiere. La tecnologia che sta cambiando non è solo un nemico della tradizione. E' anche un amico dell'innovazione. Ma le opportunità che offre vanno scoperte, sperimentando, subito.

    Un esempio di tagli poco innovativi è quello dei prepensionamenti dei colleghi che hanno più di 58 anni. A parte la perdita di esperienza e capacità produttiva che i prepensionamenti significano, quelle operazioni costano care: sono un taglio futuro a prezzo di un costo immediato. Che invece potrebbe essere inteso come investimento. Che cos'è un taglio innovativo? Non sono certo io la persona più indicata a rispondere con competenza. Mi viene in mente un'idea, a solo titolo di esempio. Invece di pagare per il prepensionamento di colleghi esperti, si potrebbe pagare lo start up di cooperative di informazione formate dagli stessi colleghi, già perfettamente capaci di produrre contenuti da utilizzare sui giornali e i siti web stessi. Si otterrebbe in cambio la produzione di informazioni preziose, allo stesso prezzo dei prepensionamenti; e la nascita di cooperative che potrebbero riconoscere il senso professionale maturato dai colleghi stessi oltre che puntare a raggiungere una posizione di mercato interessante, progressivamente slegata dai loro giornali di origine. Magari, si potrebbe aggiungere l'obbligo di assumere anche una quota di giovani. 

    Vabbè. E' solo un'idea. Ma serve a sostanziare la richiesta più pressante: la strategia degli editori non può essere soltanto espressa dalla tattica dei tagli...

    Consigli americani per gli editori

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    Intanto, saltano fuori le raccomandazioni dell'American Press Institute uscite dal famoso meeting di Chicago. Rick Edmonds le riassume:

    "The report, titled Newspaper Economic Action Plan, recommends that industry leaders follow five new "doctrines."
    • True Value. Establish that news content online has value by charging for it. Begin "massive experimentation with several of the most promising options."
    • Fair Use. Maintain the value of professionally produced and edited content by "aggressively enforcing copyright, fair use and the right to profit from original work."
    • Fair Share. Negotiate a higher price for content produced by the news industry that is aggregated and redistributed by others.
    • Digital Deliverance. "Invest in technologies, platforms and systems that provide content-based e-commerce, data-sharing and other revenue generating solutions."
    • Consumer Centric. Refocus on consumers and users. Shift revenue strategies from those focused on advertisers."

    Come dire: imparate il web. Sul serio. E poi adattatevi. Un po' imponendo il vostro punto di vista. Un po' accettando quello degli altri.

    Ma il consiglio più dirompente, si direbbe, è l'ultimo. Rifocalizzare le strategie. Il centro non è più la pubblicità. E' il pubblico.

    Sacrosanto.




    Editor online... in fondo è semplice

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    Bill Mitchell riporta una conversazione con John Robinson, editor di News and Record nel North-Carolina. E' una bella conversazione perché Robinson non ha paura. Lui reagisce, sperimenta e impara. Fa un blog. Twitta. E riflette facendo. Alla fine dei conti dice che la rete ha un effetto preciso, chiaro, fondamentale:

     "You simply need to ask a question. How cool is that? And, as a result, you establish yourself as a person. A real person. I hope that the people who connect with me on social networks see me as more than a name on a masthead. I engage with them. I show some personality, to the extent that I have one".

    Semplice. In fondo.

    Visioni editoriali mancanti

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    La crossmedialità declinata in molte forme è stata teorizzata anche nella forma del megagiornale proposto da NewspaperNext. Stefano ne riprende il concetto in chiave tecnologica.

    L'approccio resta teoricamente importante. In pratica, il flusso delle idee e delle informazioni, da scoprire, da esprimere, da adattare ai mezzi, da fruire e riutilizzare, viaggia nell'approccio crossmediale su una megapiattaforma composta di formati (testo, video, audio; Stefano aggiunge correttamente visualizzazioni e simulazioni), canali (internet, etere, ecc) e device (carta, cellulare, computer, tv, ecc).

    Interessante, in questo contesto la proposta di Stefano sul ruolo dell'editore: "il billing, le interazioni con altri utenti, la profilazione, la georeferenziazione, l'archiviazione, la correlazione, la gestione di segnalazioni e notifiche, la partecipazione ed altre funzioni che aggiungono valore all'utente". In pratica, l'editore sarebbe colui che riesce a valorizzare il flusso delle informazioni, creando varie forme di scarsità o alimentando varie forme di partecipazione del pubblico.

    In realtà, gli editori sono molto preoccupati per la perdita di valore dei loro canali e delle loro strutture organizzative tradizionali. Ma non riescono a vedere bene come passare con decisione sulla nuova logica della crossmedialità. Perché non sanno come monetizzarla correttamente.

    In effetti, nel loro dibattersi tra mille difficoltà, stanno privilegiando le logiche di breve (riduzione dei costi) a quelle di lungo termine. In particolare:
    1. Nella logica crossmediale, il centro strategico è la valorizzazione del lavoro delle redazioni, intese come alimento delle relazioni tra il pubblico e i poli di aggregazione sociale, economica, politica e culturale della loro comunità; ma gli editori si stanno occupando soltanto di ridurle.
    2. Nella logica crossmediale, le tecnologie e i modelli di business sono innovazioni continue, derivano da un'attività precisa di ricerca e sviluppo, e vengono tradotte in applicazioni industriali ma in costante rinnovamento; ma gli editori non sembrano orientati a investire strategicamente in ricerca.
    3. Nella logica crossmediale, le priorità sono definite dalla relazione attiva tra gli editori e il pubblico; ma gli editori sembrano invece pensare prioritariamente alle decisioni del mondo pubblicitario (decisioni che tra l'altro tendono a subire, nella maggior parte dei casi, invece di proattivamente provocarle).

    Il salto strategico è enorme per gli editori. E bisogna ammettere che per chi guida quelle aziende non è facile districarsi tra i vincoli quotidiani e le difficoltà strutturali per fare emergere una vera visione, da perseguire con forza e continuità. Ma ho l'impressione che la dinamica storica lo richieda urgentemente.

    Sono d'accordo

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    Mediatwit. Come salvare i giornali, in dieci lezioni. Di 140 caratteri...

    Territorialmente

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    Il concetto di Territorialmente è ottimo. Offrire servizi ai comitati che localmente si oppongono a opere ritenute distruttive dell'ambiente o che propongono soluzioni urbanisticamente innovative, con lo scopo strategico di fare un'informazione a rete.

    Questi comitati locali faticano spesso a superare le ambiguità suscitate dall'informazione prevalente quando suggerisce il sospetto di interessi particolari che bloccano soluzioni di interesse generale. E un'informazione in rete può aiutare a distinguere e valorizzare le questioni più importanti. Aiutandole a farsi notare e sostenere.

    ps. Con tutto il rispetto, bisogna anche dire che il design del sito è molto 1994..

    Lsdi - Intervista su Circulate

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    Lsdi intervista Martin Langeveld per capire qualcosa di più di Circulate, il previsto aggregatore di notizie che dovrebbe ravvivare il business degli editori tradizionali.

    ps. Un'integrazione sul tema dei contenuti a pagamento, di Giorgio Soffiato. I giornali tradizionali costano troppo, dice, e la vendita delle notizie online non sarà facile da realizzare.

    Mazza, Fimi: i giornali cambiano musica?

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    Ricevo e, con il consenso dell'autore, riporto qui una mail di Enzo Mazza, presidente della Fimi. Mazza pensa che i giornali siano in contraddizione: quando si trattava di parlare di musica gratis erano d'accordo, ora che hanno problemi con i giornali gratis cambiano idea. E cita un pezzo firmato da me e Mario Platero nel quale si riportano le opinioni di editori che parlano di "pirateria" contro i contenuti dei giornali. Peraltro, la "pirateria" contro la musica era fatta dai consumatori; quella presunta contro i giornali è eventualmente fatta da piattaforme che riprendono automaticamente e rilanciano i notiziari. Commento sotto. Ma vediamo prima la mail di Mazza...

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    Caro Luca,
    leggo in questi giorni del dibattito sul futuro della stampa e della "monetizzazione" dei contenuti giornalistici wul web
    Oggi ho letto questo.
     
    "Il tema dominante di questo convegno occupa da tempo il dibattito sui media: come evitare la "pirateria" dei giornali tradizionali sulla rete e come tradurre in reddito "digitale" il "content" dei prodotti cartacei"
     
    Tuttavia trovo qualche contraddizione con molte delle affermazioni che hanno riempito i giornali negli anni scorsi quando si trattava di parlare di altri settori che si trovavano di fronte alla rivoluzione digitale e cito anche un tuo recente articolo sul blog (il neretto è mio) a summa del pensiero dominanate nella stampa
     
    Ma mi pare utile sottolineare che:
    1. Il copyright è un diritto che tutela prima di tutto gli autori. Viene dato in licenza in modo deciso dagli autori: o affidandolo a editori o al pubblico anche nella forma dei creative commons. Serve a ripagare gli autori del loro lavoro. E gli autori lo possono monetizzare o donare al resto del mondo.
    2. Il sapere che non è soggetto a diritto d'autore è nel pubblico dominio. Nell'epoca della conoscenza il pubblico dominio e i creative commons sono la grande ricchezza dell'ambiente culturale dal quale le persone traggono alimento decisivo. Il valore in quest'epoca è concentrato nelle idee, nelle informazioni, nel senso condiviso. Un ambiente culturale nel quale si può accedere liberamente a una conoscenza ricca e utilizzabile è un ambiente nel quale per persone possono creare il valore che conta.
    3. Le lobby delle major tentano da molto tempo di allargare il perimetro del copyright, allungandone per esempio la durata, a scapito del pubblico dominio. E' una reazione alle perdite che subiscono per la pirateria ma è anche una strategia volta a rispondere alle insaziabili esigenze della logica finanziaria (che i giornali invece non avrebbero ? ndr)
    4. Internet ha moltiplicato le opportunità culturali delle persone e migliorato la ricchezza dell'ambiente dal punto di vista dell'accessibilità della conoscenza. Ha anche reso più facile infrangere il diritto d'autore. Le lobby delle major tentano di rispondere al loro specifico problema cercando di modificare l'essenza stessa di internet. Quando chiedono ai governi di estendere la responsabilità della salvaguardia del diritto d'autore ai provider di accesso a internet e dei produttori di software per la condivisione dei contenuti in rete, di fatto tentano di reprimere uno specifico abuso bloccando tutta la rete: quello che chiedono, metterebbe in discussione la neutralità della rete e la capacità di innovazione, minando alla radice la bellezza, l'efficienza e la qualità di internet. E distruggendo valore per l'intera società.
    5. I governi devono modernizzare le regole trovando un giusto equilibrio tra gli interessi specifici delle major, i sacrosanti diritti degli autori e il valore sociale, culturale e strategico del pubblico dominio e dei creative commons. Si tratta di salvaguardare un intero ecosistema e non soltanto l'interesse di una sua parte.
     
    IMHO i giornali hanno cavalcato per anni l'onda del tutto gratis, dell'anti copyright e della libera condivisione dell'informazione quando ciò riguardava altri settori dei media per trovarsi oggi a convicere gli stessi soggetti (consumatori) che una news forse si dovrebbe pagare 99 cents perchè non è di pubblico dominio e la logica finanziaria prevede che se tutto è gratis gli imperi editoriali andrebbero a gambe all'aria.
     
    Enzo Mazza
    Presidente
    FIMI - Federazione industria musicale italiana Galleria del Corso 4
    20122 Milano

    ---------------------------------------------------

    Cerco di rispondere:

    Non c'è alcun consenso intorno alla questione degli effetti delle piattaforme come Google News sul business dei giornali. Il pezzo di Platero e mio parlava di quello che pensano gli editori preoccupati per il loro business. E orientati a costruire una piattaforma di aggregazione di notizie tutta loro, in modo tale che non perderanno la pubblicità che ora va sulle piattaforme. Certo dovranno trovare il modo di attirare la quota di traffico che ora va su Google News e simili sulla loro piattaforma. Non sarà facile. Quindi qualcuo comincia a pensare che dovranno impedire a Google News di continuare a fare quello che fa anche usando gli uffici legali. Donde parlano di "pirateria". Difficile essere d'accordo con questo termine per questo caso. Ma se anche lo si fosse, sarebbe una "pirateria" ben diversa da quella dei consumatori contro le major della musica. Casomai sarebbe analoga alla pirateria (senza virgolette) di coloro che copiano la musica e la rivendono facendo un vero e proprio commercio di materiale soggetto a copyright.

    Detto questo, gli editori cercano un nuovo modello di business, come hanno fatto le major. Ma gli editori hanno cominciato dando le notizie gratis in cambio di pubblicità online. Alimentando così la crescita del web. E anche Mazza a quanto pare ha visto il pezzo pubblicato dal Sole attraverso il suo sito. Le major hanno invece tentato in ogni modo di frenare lo sviluppo dello scambio creativo di musica online e hanno cominciato a cercare nuovi modelli di business solo dopo essersi accorte che la difesa del passato con gli strumenti legali non funzionava e si trasformava in una paradossale guerra contro il loro stesso pubblico.

    Siamo lontani da una soluzione, sia nel caso dei grandi editori tradizionali di giornali che nel caso delle major. Ma per tutte queste aziende si pone lo stesso problema: trasformarsi in qualcosa di diverso e di migliore per cogliere in modo costruttivo le opportunità offerte dalla nostra epoca. Imho.

    Grazie a Enzo Mazza per gli spunti di riflessione che ha offerto.

    Save the media: uhmm

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    Save the media offre l'ennesima riflessione in materia di crisi dell'editoria e salvataggio dei giornali.

    Dice:
    1. il pubblico di massa è scomparso
    2. il prodotto dei siti dei giornali non è il notiziario

    Uhmm..

    Dice Save the media che i giornali non vendono i notiziari, vendono la pubblicità. E la comodità di trovare cose che interessano nella vita quotidiana. Come tutti i link alle offerte speciali, alle altre persone, alle idee su quello che si può fare la sera...

    Se ha ragione Save the media, se è vero che le persone comprano i giornali per queste cose e non per i notiziari, allora per i giornali non c'è più niente da fare. Perché il web è molto più efficiente a generare collegamenti pratici e non ha bisogno di loro per farli trovare. Imho.

    Philadelphia a pagamento

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    L'editore dei giornali di Philadelphia dice che vuole farli pagare online entro quest'anno. Perché non può spendere tanto per i giornalisti e poi regalare il frutto del loro lavoro. Non dice niente di nuovo ma lo dice in modo particolarmente deciso. Peccato che se ne sia accorto ora. E che non sembri averci riflettuto poi molto.

    Lo incoraggierebbe forse il pezzo di Steve Outing secondo il quale per far pagare il pubblico non ci vuole mica la scienza che serve a mandare i razzi sulla luna. Bisogna però sviluppare nuovi prodotti di maggiore qualità. Ecc ecc.


    Quali Tweet seguono a Twitter

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    Divertente tabella con tutte le persone che usano Twitter che hanno tra i loro follower almeno una persona che lavora a Twitter. Di Dave Winer. Che spiega in un post come questo suo lavoro sia per lui una forma di giornalismo investigativo, basato sulla scrittura di programmi per computer. Tra l'altro, la velocità con la quale ha realizzato il programmino lo qualifica per collaborare a una redazione da quotidiano.

    Un dipartimento di ricerca giornalistica che sappia programmare e che dunque tiri fuori dai computer tutto quello che essi possono dare, probabilmente, sarebbe per i giornali un'innovazione fantastica. Che al New York Times hanno già cominciato a realizzare.

    Dopo il suo primo lavoro, Dave ne ha già realizzato un altro. Quali persone che usano Twitter hanno tra i loro follower almeno una persona che lavora al New York Times.

    Reinventare il giornalismo

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    Per fare buon giornalismo c'è bisogno di una buona discussione sulla qualità del buon giornalismo. E di un supporto economico.

    Stiamo parlando molto di come sostenere economicamente il giornalismo (pubblicità, beneficenza, spesa pubblica, pagamento delle notizie...). Ma non stiamo parlando abbastanza di come si definisce, alimenta e costruisce il giornalismo di qualità. Eppure è solo affrontando questo tema che si può risolvere l'altro.

    Su questo argomento, un intervento di Nicholas Lehmann (tratto dal suo discorso in occasione della laurea degli studenti della Columbia Journalism School), che si conclude così:

    "So this is your charge. You will not only have to reinvent journalism, you will also have to reinvent the conversation about journalism, making it less internal to the profession, and more interactive with the rest of society. That's an enormous job; I wonder whether any generation of journalists has had a more momentous mission than yours. But, to me, and I hope to you too, it sounds like fun".

    NewsTiles: collaterale digitale

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    NewsTiles è un'applicazione per iPhone che aggrega notizie da vari giornali (con il loro permesso) dandole prima di tutto come foto titolate e poi rimandando al sito web originale. Sperimentando nel contempo qualche idea originale per quanto riguarda il modello di business. via federicabianchi.


    Aggregatore di editori

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    Circulate è il nome in codice di un nuovo "aggregatore" di notizie fatto in collaborazione con gli editori di giornali americani e, in un certo senso, contro Google News. Per redistribuire a favore dei giornali il tempo e l'attenzione che i lettori dedicano alle notizie.

    I numeri di Gaspar

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    Sostenibilità dei giornali tradizionali? Bel post di Gaspar. E bella discussione su FF.

    E' pacifico che i numeri di Gaspar ispirano molte considerazioni: perché non sono molto facili da interpretare e perché se fossero statisticamente inequivocabili non lascerebbero dubbi sul fatto che i giornali tradizionali inefficienti rispetto a quelli nati su internet.

    Ed ecco le mie considerazioni:
    1. I dipendenti dei giornali tradizionali svolgono molti mestieri, quelli dei giornali nati su internet si forniscono di una quantità di mestieri svolti all'esterno. I giornali tradizionali svolgono all'interno molte funzioni legate alla distribuzione, al marketing, alla raccolta pubblicitaria, agli affari legali, alla gestione di una quantità di persone. E oltre a questo, cercano in qualche caso di trovare notizie originali. I giornali nati su internet prendono quasi tutte le funzioni citate da fornitori esterni, oppure da dipendenti che ne svolgono molte. Il confronto è tra organizzazioni antiche, fatte per gestire business integrati verticalmente, e organizzazioni di rete. Quali sono migliori? La storia non aiuta a rispondere: è più forte una grande azienda integrata o un distretto industriale? In certe fasi sono state più innovative e importanti le grandi organizzazioni, in altri sono apparse migliori le strutture a rete come i distretti. La risposta, probabilmente, in passato è venuta più che dal modello, dalla qualità delle persone che lo interpretano. E in prospettiva? Anche. Ma se la rete diventerà il contesto di riferimento per tutto, è chiaro che ci sarà una tendenza alla polarizzazione: grandissime organizzazioni "logistiche" e piccolissime organizzazioni "di contenuto". Se resteranno aree a prevalente forma gerarchica allora anche le organizzazioni intermedie, dotate di qualche protezione o privilegio, potranno sopravvivere. E non sarà necessariamente un bene.
    2. Il numero di lettori in rapporto al numero di giornalisti è un indicatore molto affascinante. Ovviamente bisognerebbe confrontare anche il valore dei lettori in termini economici (pubblicità più costo dell'accesso alle informazioni). Finora, il valore della pubblicità su carta è stato molto superiore a quello della pubblicità online: ma non è detto che questo non sia destinato a cambiare. Quanto al prezzo dell'accesso alle informazioni, nel caso dei giornali questo è suddiviso tra editore, distribuzione, dettaglio; nel caso della rete, è suddiviso tra abbonamento telco e ammortamento terminali, ma è anche spalmato su tutte le attività online e non solo sull'accesso all'informazione (in ogni caso molto raramente va anche all'editore).
    3. Infine varrebbe la pena di valutare la qualità dei risultati. E' ovviamente molto difficile prendere posizione in assoluto tra giornali tradizionali e giornali nati su internet. Ma un fatto è abbastanza chiaro: l'insieme dell'ecosistema dell'informazione è tanto migliore quanto maggiore è la varietà di alternative e la quantità di persone che se ne occupano, in chiara e leale competizione-collaborazione. Ma poiché non era questo l'argomento di Gaspar non vale la pena di svilupparlo.

    La questione in questo momento è che le grandi organizzazioni hanno costi fissi molto alti. E quando perdono abbastanza da andare in rosso rischiano di attirare nel loro affondamento una grande quantità di opportunità di informazione e di professionalità giornalistiche. Mentre quando una testata online non va, la perdita per il sistema nel suo complesso non è così grande. Lo spostamento delle risorse pubblicitarie a favore della rete è stato uno dei motivi per cui i giornali nati su internet di questi anni tengono meglio economicamente di quelli tradizionali. Se la tendenza dovesse durare molto a lungo si potrebbe immaginare una serie di clamorosi fallimenti nei giornali tradizionali che aprirebbe ulteriori spazi per quelli online. Anche se resterebbe da verificare quanto il valore informativo di un ecosistema senza giornali tradizionali potrebbe essere sufficiente a rispondere a tutte le esigenze della popolazione. Del resto, va ricordato che una grandissima quantità di giornali online sono falliti e un'enorme quantità di blog sono stati abbandonati. Ma essendo piccoli non hanno fatto rumore. Anche se chi li ha visti nascere crescere e morire ha sofferto.

    Il fatto è che un ecosistema dell'informazione sano è più importante di un editore sano. La ricchezza di alternative che si è creata in questi anni è andata chiaramente a migliorare l'ecosistema nel suo complesso. E anche dal punto di vista della libertà di espressione, come diceva la Freedom House. Ma non sappiamo quanta libertà perderemmo se dovessero sparire i giornali tradizionali. E' possibile che ne saremo testimoni. Anche se non è per nulla certo.

    I giornali online danno quasi tutto in outsourcing gratuito. Anche la raccolta di molte notizie. Se non avessero i giornali degli editori tradizionali sarebbero altrettanto efficienti?

    Il vero tema è il costo della carta e di tutta la struttura organizzativa che è legata alla carta. Se non ci fosse quella, i bilanci dei giornali tradizionali sarebbero molto diversi. Ma dovrebbero essere diverse anche le loro organizzazioni. Radicalmente diverse. In quell'ipotesi, varrebbe il confronto operato da Gaspar: dipendenti/visitatori sul sito. In qualunque altra ipotesi però non varrebbe: perché i lettori dei giornali tradizionali sono quelli del sito, più quelli del giornale cartaceo, più quelli delle radio o dei giornali professionali.

    Al Sole 24 Ore, in particolare, il gruppo nel suo complesso ha "visitatori unici" di riviste specializzate, diversi siti, radio, quotidiano, riviste, scuola di formazione, convegni...

    Ma anche questo è un argomento parziale. Nòva, per esempio, ha per quanto mi è dato di sapere (non ho accesso ai dati quotidiani) tra i 200mila e i 600mila "visitatori" (perché il giovedì è migliore degli altri giorni...) ed è fatta da cinque persone dipendenti, più un bel numero di magnifici collaboratori. Che cosa vale, in questo caso? Il confronto dei lettori con i dipendenti o dei collaboratori? Insomma: i numeri di Gaspar sono affascinanti, ma la loro interpretazione è statisticamente troppo vaga per poter portare a conclusioni davvero stringenti.

    La verità è che l'efficienza e l'intelligenza del prodotto di una singola azienda editoriale dipende dalla qualità delle persone che la popolano. Esattamente come l'efficienza e l'intelligenza del prodotto di un gruppo di due blogger associati per fare un giornale online. E che l'ecosistema è tanto più sano quanto più è fondato sull'infodiversità, sulla pulizia e sulla profondità culturale delle specie che lo popolano.

    Un ecosistema ingessato da vent'anni di ipnosi mediatica migliora con una bella scossa di rinnovamento. Poi ci vuole qualche forma di ricostruzione. Nella quale è preziosa l'esperienza di tutte le persone di buona volontà. Le imprese possono fallire. Le persone capaci di contribuire però devono essere valorizzate. Ed è meglio poter contare su molte opportunità piuttosto che su poche.

    Studenti innovatori

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    Prosegue il corso del Master in giornalismo dello Iulm. E la scoperta è notevole: i ragazzi non si lasciano intimidire dalle difficoltà della crisi. E' come se la crisi dei giornali avesse reso più evidente la semplice necessità di innovare. 

    Comprendono senza difficoltà che la crisi è grave e che però il cambiamento che il sistema dell'informazione sta attraversando è anche denso di opportunità.

    Il problema è questo: mentre devono essere consapevoli delle difficoltà e della paura diffusa, con tutti i freni all'innovazione che questo comporta, devono anche essere aperti a trovare il modo di cogliere quelle opportunità. 

    I format giornalistici, i modelli di business, le tecnologie per raggiungere il pubblico sono in piena trasformazione. Per i giovani queste sono opportunità. Devono imparare a conoscerne i segreti. Per agire di conseguenza.

    Nell'innovazione, anche nel giornalismo, molto dipende dagli altri. Ma qualcosa dipende da noi. E quel qualcosa lo dobbiamo fare con tutte le nostre forze.

    (E' forse una prima risposta alla questione sull'innovazione posta da Fabio Turel. Che ha perfettamente ragione).

    Google non compra giornali

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    Pare si dicesse che Google voleva comprare giornali in crisi e sostenerli con una sua divisione non profit. E pare che abbia deciso di non farlo. Una non notizia che lo è. Financial Times.

    Mills

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    In questo momento, il sito del Sole 24 ore apre a tutta pagina su Mills

    Murdoch, chi era costui?

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    Quando Murdoch ha detto che voleva far pagare i giornali online, sull'esempio del suo Wall Street Journal, tutti gli addetti ai lavori hanno considerato importante la notizia e l'hanno commentata. Perché hanno pensato che quello che fa un editore così importante vada preso sul serio. Il che è giusto, ma per il motivo sbagliato. Perché il fatto che Murdoch sia un editore importante non lo rende particolarmente adatto a dare indicazioni valide su internet.

    Murdoch ha dimostrato di non avere le idee chiare. Ecco quello che ha detto:
    1998 - entriamo su internet solo per vedere come va, ma non è importante
    2002 - chiudiamo su internet perché non vale la pena
    2006/2007 - alla carica su internet, tutto gratis, tutto pubblicità
    2009 - diamo i giornali online a pagamento

    L'acquisizione di MySpace è stata un insuccesso. Vive solo perché ha fatto un accordo con Google che finirà nel giugno 2010. E se non avrà trovato altre fonti di reddito per allora si troverà in cattive acque. Vedi TechCrunch.

    Wall Street Journal online ha subito scossoni per il fatto di dover andare gratis e poi restare a pagamento. In ogni caso la strategia delle news a pagamento non è particolarmente convincente, a meno che gli editori non si mettano a fare davvero qualcosa di nuovo. Vedi i servizi sul Sole.

    L'idea di fare un lettore per le news online senza tener conto di quelli che già sono in commercio è simile a quella di fare i decoder autonomi per la tv satellitare. Paranoia da pirati. In un certo senso ragionevole, per l'azienda. Ma solo quando è in condizione di monopolio.

    La nuova policy di Murdoch per l'uso dei social network da parte dei "suoi" giornalisti non è particolarmente ispirata. Siamo sempre nel campo della costruzione di barriere relativamente artificiali all'ondata di novità che viene dalla rete. Vedi Editor and Publisher.


    Link: giornali a pagamento

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    Il Sole ha pubblicato diversi articoli sull'eventualità di pubblicare giornali online a pagamento. A parte un mio pezzo, c'è quello di Paolo Madron sugli editori italiani, e quello di Marco Magrini sugli strumenti di accesso innovativi. Sul sito Antonio Dini ha scritto di lettori elettronici. E Gianni Rusconi della cronaca del dibattito.

    Giovedì, Nòva aveva dedicato la copertina all'argomento con un servizio dal titolo "Il senso della notizia".

    Google: parassitismo o simbiosi

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    Jim Spanfeller, di Forbes, aveva detto che Google è un parassita dell'industria dell'informazione perché guadagna utilizzando le notizie prodotte dai giornali tradizionali. 

    Risponde Marissa Mayer, di Google, per dire che il motore di ricerca aggiunge valore ai siti dei giornali perché porta a loro milioni e milioni di lettori.

    Un paradosso sensa uscita? No.

    In realtà, Spanfeller ammette che Google porta lettori, ma segnala che da questa attività il motore di ricerca trae un guadagno sproporzionato rispetto al valore generato. E da qui si trova la chiave per uscire dal paradosso. 

    Perché il problema è che Google produce valore e lo monetizza utilizzando un sistema di raccolta pubblicitaria innovativo, molto adatto a internet, relativamente più concorrenziale di quello tradizionale. I giornali invece di solito utilizzano un metodo di raccolta pubblicitaria più simile a quello tradizionale che è nato per un mondo senza internet. Il problema degli editori è riformare il loro metodo di raccolta pubblicitaria per far valere il valore vero del loro contenuto. Le inserzioni che appaiono nei giornali vanno contestualizzate meglio, il costo di raccoglierle deve scendere o la loro qualità creativa, una quota di valore inferiore deve andare agli intermediari, un maggior numero di potenziali inserzionisti deve essere contattato e convinto a investire. Se gli editori faranno una di queste cose potranno aumentare il loro fatturato online. Sapendo, naturalmente, che il valore sarà prima di tutto definito dal prestigio e dall'affidabilità delle loro pagine di informazione.

    A quel punto competeranno anche con Google, sottraendo al motore di ricerca una quota delle inserzioni pubblicitarie che per ora raccoglie. Imho.

    Per Arianna Huffington, i giornalisti tradizionali rischiano di essere affetti da "Attention Deficit Disorder" perché consumano in fretta una notizia e passano alla prossima, mentre i giornalisti online sono tendono ad essere affetti da "Obsessive Compulsive Disorder" perché si attaccano a una vicenda e non la mollano fino a che non ne hanno tirato fuori tutto il contenuto. Sarà...

    Il momento giusto per insegnare giornalismo

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    Il paradosso è che proprio mentre i giornali attraversano la loro peggiore crisi da anni, le scuole di giornalismo abbondano di candidati alla professione. Evidentemente la società e i giovani ne sentono profondamente il bisogno.

    Un pezzo di Forbes ha segnalato il paradosso. Altri lo hanno seguito.

    Oggi comincia un corso allo Iulm nel quale devo fondamentalmente rispondere a questo paradosso. Penso che avrò più da imparare che da insegnare.

    Kindle newspapers

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    L'idea che il Kindle, anche con uno schermo più grande, possa diventare un'ancora di salvezza dei giornali sarebbe buona, se i giornali fossero in grado di dare le notizie in modo adeguato alla velocità e alle possibilità offerte dalla rete. Opinione di TechCrunch.

    Il problema è riqualificare la qualità delle notizie dei giornali in base a una metodologia di ricerca dell'informazione più chiara, verificabile, trasparente. Imho.

    Boston Close

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    Come anticipato nei commenti da Marco, il Boston Globe sembra davvero destinato a chiudere. Washington Post.

    Notizie cattive

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    Ricapitoliamo. Come sappiamo Freedom House dice che i giornalisti sono sempre meno liberi nel mondo in generale e in particolare in Italia, Israele e Hong Kong. Dice che internet è la sola speranza di apertura per la libertà di stampa. E che i governi si stanno attrezzando per comprimerla. La metodologia di Freedom House è credibile e articolata. Non abbiamo la possibilità di controllare tutto quello che loro hanno valutato, ma la sostanza è abbastanza chiara.

    Warren Buffett dice che i giornali continueranno ad attraversare un periodo di crisi e di perdite economiche, negli Stati Uniti, e che quindi non intende investire in questo settore. Tra le cause cita internet: un tempo i giornali erano essenziali, oggi ci sono alternative che il pubblico ritiene valide.

    Nel film State of play il protagonista è un giornalista da carta stampata e la co-protagonista una blogger di un giornale. Sulle prime, si direbbe che il giornale di carta sia considerato più serio e che il blog sia il posto dei pettegolezzi. L'approccio metodologico del vecchio giornalista della carta stampata è orientato a trovare i fatti e a provarli, quello della blogger a cercare indiscrezioni e impressioni sulle persone. Alla fine è solo dalla collaborazione tra il primo e il secondo che si trova la verità. (In realtà, il racconto sul finale è un po' confuso, come dicono anche su Imdb).

    Ancora una volta il rapporto tra giornalismo tradizionale e social media alimenta problemi interpretativi interessanti. Ma non è più come una volta. 

    Una decina d'anni fa c'erano poche alternative ai giornali tradizionali (di carta o di tv). Il loro potere oggi è in crisi. Meno pubblico e più alternative. Ma lo scopo di chi ha voluto e vuole rinnovare il giornalismo è aumentare, non ridurre, la libertà di stampa. Cogliere l'opportunità offerta da internet non significa abbattere il potere assoluto dei giornali tradizionali: significa migliorare il giornalismo, su qualunque mezzo. 

    Il giornalismo non è più quella cosa che fanno i giornalisti che scrivono sui giornali. I giornali non sono più quella cosa che viene fatta dai giornalisti. La tautologia autoreferenziale è davvero obsoleta di fronte alla crescita del pubblico attivo. Ma il pubblico attivo a sua volta non ha il compito sociale di sostituire il giornalismo, ha il diritto di fare ciò che vuole con gli strumenti che ha oggi a disposizione. Il tema vero è che un nuovo giornalismo deve emergere da questa crisi. Non più basato sulla vecchia tautologia. Una nuova definizione di giornalismo basata su una metodologia trasparente di ricerca dei fatti e delle loro possibili interpretazioni. Con la quale professionisti e cittadini possono fare riferimento nel contribuire all'informazione e alla libertà di espressione.

    Le notizie cattive sono quelle che sono prodotte con la metodologia sbagliata, quelle che sono prodotte in modo manipolatorio, poco trasparente, e interpretate in base a pregiudizi. E' l'oscurantismo che genera le cattive notizie. E queste si possono trovare sui vecchi giornali ma anche su internet, purtroppo.

    Le notizie buone derivano dall'emergere di un metodo per la produzione di informazione orientata ai fatti e all'intelligenza interpretativa. Le opportunità ci sono. Ma non sono ormai più nella crisi dei vecchi giornali o nell'emergere di internet. Sono nell'emergere di una consapevolezza nelle persone che contribuiscono all'informazione, su qualunque mezzo. 

    Facciamo notizie buone. E saranno buone notizie.

    Una notizia che era falsa

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    Stefano Quintarelli ha scoperto che non è vero che in Italia gli utenti internet sono diminuiti. 

    Una notizia falsa, usata politicamente. Una delle tante.

    Spesso ci vuole un blog per sapere queste cose. E non è la prima volta che quel blog è quello di Stefano. Complimenti.


    Link per lavoro

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    Non è palloso ciò che è serio...

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    Dal 2004 a oggi, i giornali hanno più che raddoppiato il numero di articoli nei quali parlano di giornali.

    Ma le persone che usano il web hanno più che dimezzato il numero di ricerche online contenenti la parola "newspapers".

    Lo si può verificare, con tutte le cautele metodologiche del caso, consultando Google Trends.

    Il che suggerisce che il problema dei giornali nell'epoca di internet cambia a seconda dei punti di vista. Per il pubblico, le difficoltà dei giornali non si traducono - apparentemente - in un problema (per esempio in una scarsità di informazione). Anzi. La sostenibilità del business dei giornali preoccupa invece chi vi si dedica professionalmente ma non chi ne fruisce in cambio di un po' di attenzione per le inserzioni pubblicitarie.

    Il problema è che le questioni sono in parte sovrastimate e in parte sottostimate.

    Sovrastimati:
    1. problemi del business degli editori
    2. problemi dell'attenzione del pubblico
    3. problemi della pubblicità online e offline

    Sottostimati:
    1. problemi del filtro critico dell'opinione pubblica
    2. problemi del filtro critico dei giornalisti
    3. problemi di organizzazione strutturale della produzione dei contenuti

    L'informazione c'è e ci sarà. Cambierà piattaforma e troverà il modo di sostenersi. Alcuni editori andranno in crisi, alcune carriere andranno a rotoli... Altri editori e altri giornalisti emergeranno. Il pubblico darà attenzione a quello che la merita. E la pubblicità troverà il modo di influenzare i consumi.

    Il filtro è la questione culturale centrale. E l'organizzazione è la sua incarnazione strutturale. L'obiettivo di una riforma del mestiere di chi fa informazione è necessariamente concentrati intorno a queste questioni:
    1. come attuare consapevolmente il programma di riformare i filtri culturali con i quali interpretiamo la realtà;
    2. come organizzare le relazioni tra giornalisti, pubblico attivo, pubblico di esperti, in modo che emergano le informazioni e circolino nel modo più libero e intelligente...

    Kremlino blog

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    HELSINKI, April 21 (Reuters) - Russian President Dmitry Medvedev said he will launch a personal blog on popular Internet site Live Journal on Wednesday, but the Kremlin promised to tightly control who can comment on his work.

    Dibattito dei post giornali

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    Il terrore che pervade il mondo dei giornali continua. L'impatto di internet non è facile da assorbire e l'esempio del disastro avvenuto nel settore della musica, per la scarsa lungimiranza delle major e per la difficoltà a innovare il modello di business, fa pensare alle più gravi conseguenze. Il dibattito si muove tra chi sostiene il superamento della figura dei giornali - e dei giornalisti - e chi pensa che tutto quello che conta sia rinnovare il modello di business.

    La confusione delle analisi è particolarmente grande. Anche perché tutto rischia spesso di ridursi a una contrapposizione ideologica, o a una questione di soldi, o a un generale scetticismo, o a una fede assoluta nelle capacità taumaturgiche della tecnologia. Niente di tutto questo può risolvere il problema emergente: posto che i cittadini di una società democratica hanno bisogno di informazioni per decidere in modo consapevole, in quali modi risponderanno a quel bisogno nel contesto storico che si va formando?

    Evidentemente non c'è una risposta, ma alcuni filoni di ricerca.

    I temi di frontiera, dai quali possono giungere idee nuove, secondo me, attualmente sono:
    1. L'iperlocale. I giornali di una strada o di un microsettore. Facili da sostenere e utili all'insieme dei vari organi di informazione. (vedi NyTimes)
    2. La sperimentazione. Ogni tentativo è buono, pochi riusciranno, ma da questa dinamica usciranno le risposte. (Shirky)
    3. L'immediatezza. Il microblogging su piattaforme tipo Twitter come nuova fonte di notizie.
    4. La nuova sostenibilità. Il giornalismo di servizio e di inchiesta sostenuto dal finanziamento delle comunità di cittadini.
    5. L'ecosistema dell'informazione. Il recupero di un pensiero di sistema nel settore delle notizie e le nuove relazioni tra piattaforme, editori, autori  (Johnson).
    Discussione intorno a da una colonna di Walter S. Mossberg dedicata a True/Slant. Il modello di business del sito di informazione è innovativo, dice Mossberg, perché paga i giornalisti in ragione delle pagine viste e ammette blogger pubblicitari nell'aggregatore.

    Si può discutere se questo sia innovativo, ma è interessante l'obiezione di Paul Boutin che dice più o meno: ho guardato il sito, non ci ho trovato nulla da leggere, e mi domando che cosa ce ne facciamo di un modello di business innovativo se i contenuti sono poco innovativi?

    Mossberg è di solito concentrato sulla tecnologia. Ed evidentemente pensa al nuovo giornale come a una tecnologia, senza pensare a come viene utilizzata perché in fondo si limita a offrire l'opportunità di utilizzi intelligenti o stupidi.

    Ma nel settore dei giornali - e in generale delle attività che più o meno hanno a che fare con la produzione culturale - i mezzi, i messaggi, i modelli di business vanno presi come un insieme integrato, i cui elementi non possono essere troppo incoerenti tra loro.

    Il problema è che se ci si concentra solo sulla piattaforma, nei giornali, non si va da nessuna parte: non serve difendere la carta, sostenere internet, immaginare la crossmedialità, se non si lavora contemporaneamente anche alla cultura dei giornalisti, alla qualità dei contenuti, alla innovatività del percorso culturale che i giornali decidono di intraprendere.

    Nessuno di abbona a un decoder, dicevano a Canal+. E qui diciamo che il giornale non è la sua carta. Ma adesso vale la pena anche di dire che quello che tutti noi vogliamo è semplire: vogliamo accedere a piccoli o grandi frutti dell'intelligenza per vivere meglio. Ovunque si trovino sono i benvenuti.

    Obbedisco

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    Il nuovo direttore scrive: "Ringrazio l'editore per l'opportunità di lavorare con le colleghe e i colleghi del Sole 24 Ore nella stagione che trasformerà il mondo. (...). La coscienza della radicalità della nostra stagione, e la fiducia serena nella saggezza necessaria per uscirne rafforzati, ci guideranno ogni giorno, come sempre al servizio di voi lettori".

    Quindi, l'inizio è buono. E sinceramente sono convinto che il tentativo di far seguire a queste parole le azioni sarà fatto fino in fondo. La consapevolezza del cambiamento radicale che stiamo vivendo insieme alla ragionevolezza nei confronti di ciò che è difficile cambiare - e la biografia del direttore le dimostrano entrambe - è un punto di partenza da leggere con attenzione. La speranza non va mai abbandonata.

    Per questo, salutando con gioia i commenti in prima pagina di Martin Wolf e Nassim Taleb, in segno di augurio, obbedisco all'ordine di mettere la cravatta. (Mica per tutta la vita, eh...).

    Direzione

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    In questo momento, la prima riunione di redazione con il nuovo direttore del Sole 24 Ore, Gianni Riotta.

    Giornali come intellipedie

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    Martin Langeveld propone l'idea della della "cascata di contenuti" come metafora del nuovo mondo dell'informazione. Un'enorme quantità di notizie, opinioni, reazioni, background, che va gestita, incoraggiata, guidata... E osserva che i giornali potrebbero occuparsene come un'Intellipedia.

    Dissociated press

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    L'Associated Press ha deciso di perseguire tutti i giornali e blog online che utilizzano, riassumono, aggregano e citano le sue notizie. Non è detto che i tribunali puniranno i presunti "pirati dell'informazione". E non è detto che l'Ap possa davvero guadagnare da un'attività costosa e di incerta riuscita come quella che evidentemente è necessario fare per trovare tutti coloro che usano più o meno indebitamente le sue news. Ma è una voce che si aggiunge al coro di proteste degli editori contro l'uso gratuito di tutto online.

    A sua volta, sul giornale cartaceo, il Sole 24 Ore ha deciso di aggiungere la dicitura "Riproduzione riservata" in fondo a tutti gli articoli. Per combattere le rassegne stampa che fotocopiano e distribuiscono i contenuti. Tutte le pagine, i servizi e gli inserti si devono adeguare alla direttiva.

    Spot.us radicalmente diverso

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    Un resoconto positivo su Spot.us di Sarah Perez per ReadWriteWeb. Con un'intervista al promotore David Cohn. Che vuole un giornalismo radicalmente diverso. Che le persone e le comunità vorranno volontariamente sostenere.

    L'informazione dalle persone

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    In un minuto dalla scossa, otto persone hanno dato la notizia su Twitter. La notizia è arrivata sulla Repubblica online dopo una trentina di minuti.

    La mattina presto dopo il terremoto Cnn e Bbc hanno cercato testimoni via Twitter per poter avere informazioni di prima mano.

    Un'occasione terribile per trovare un esempio del rapporto di collaborazione che può emergere tra il sistema delle news professionali e le informazioni che si scambiano le persone. I giornali che ne vogliano fare buon uso dovrebbero conoscerne bene le possibilità.

    E c'è un resoconto sul Corriere.

    Festival di Perugia

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    Il pubblico di questo Festival del giornalismo di Perugia sembra qui per dimostrare qualcosa di molto importante. Ci sono moltissime persone, tanti giovani appassionati, tante domande alla fine delle sessioni.

    I giornalisti qui, in generale, non si lamentano ma raccontano fatti e impressioni. E' una festa: ma non del loro mestiere. E' una festa dei frutti del loro mestiere. Il successo del Festival segnala forse in modo indiretto il bisogno di un'informazione migliore in questo paese. Ma oltre a segnalare quel bisogno, lo soddisfa: offrendo nello stesso tempo la dimostrazione che le persone che possono contribuire a fare e volere un'informazione migliore ci sono.

    Arianna Ciccone e Chris Potter, del Filo di Arianna, vanno davvero ringraziati.

    Back to basic

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    Marco Travaglio non si scompone di fronte alla crisi dei giornali. «Internet non è la morte dei giornali. E' uno stimolo per i giornali a capire perché stanno perdendo lettori prima di averli persi tutti. (Al Festival del giornalismo).

    Giornalismo investigativo

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    Per chi volesse avere un esempio di giornalismo investigativo all'epoca di internet, questa storia del contrabbando di sigarette in America sembra fantastica.

    Saluti al giornale

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    Oggi Ferruccio de Bortoli saluta la redazione de Il Sole 24 Ore. 

    Quando un giornalista comincia, pensa che scrivere sia esprimere se stesso. Ma anche nei casi migliori, quelli nei quali il giornalismo si fa per il pubblico e per nessun altro, scopre che non è così. Allora, per lui comincia un inferno. Dal quale la sua scrittura emerge impersonale: lui, il giornalista ha fatto un passo indietro per dare il massimo dell'importanza ai fatti e alle persone che deve mostrare al pubblico.

    Per qualcuno, quell'inferno è senza ritorno. Per altri è solo la prima parte del viaggio. Difficile dire che cosa ci sia nella mente dei veri maestri del giornalismo per chi come me è al massimo arrivato soltanto in purgatorio. Ma da quello che si vede da quaggiù, i maestri hanno scoperto come rigenerare l'espressione personale nel loro mestiere. Imparano che più che nel singolo articolo o nel singolo fatto riportato, la loro personalità viene fuori nel lungo periodo: nella ricerca che serve per l'interpretazione dei fatti e delle persone. E quella ricerca, in fondo, è la loro biografia professionale. E personale.

    (ps. Lo so, per i blogger è forse l'opposto. Ne discuteva Mantellini a VeniceSessions. I blogger possono partire dal personale per sviluppare una personalità. E per quelli che tra loro vogliono fare anche informazione, la scoperta di quel passo indietro che talvolta spersonalizza la scrittura per aiutare a emergere il fatto raccontato è una conquista che si fa col tempo o con la buona educazione. E' nella citazione della fonte, è nel rispetto degli altri, nella libera scelta di seguire un metodo di raccolta, selezione e dimostrazione di ciò che si dice. I due percorsi - del giornalista e del blogger - sono forse diversi: l'informazione è invece materia comune, che si distingue dalla chiacchiera e dalla comunicazione per il metodo trasparente e condiviso con il quale si produce).

    Giornalismo insostenibile

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    Un pezzo ricchissimo di Mark Bowden su Arthur Ochs Sulzberger Jr., editore del New York Times. E un assaggio:

    "American journalism is in a period of terror. The invention of the Internet has caused a fundamental shift not just in the platform for information--screen as opposed to paper--but in the way people seek information. In evolutionary terms, it's a sudden drastic change of climate. One age passes and a new one begins. Species that survive the transition are generally not the kings of the old era".

    Giornalismo sostenibile

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    Dopo Propublica, la strada del giornalismo sostenuto dal finanziamento della comunità si sta riempiendo di nuove iniziative.

    Il Center for media change ha lanciato ReelChanges, un sito per organizzare documentari finanziati da una comunità di sostenitori, e Spot.us, un servizio per organizzare giornalismo a sua volta finanziasto dai cittadini. Nel frattempo, lo Huffington Post sta organizzando una raccolta di fondi per sostenere giornalisti investigativi freelance nel loro lavoro.

    E' chiaro che si tratta di una conseguenza dell'idea secondo la quale il giornalismo è un servizio essenziale per la democrazia e che dunque le comunità dei cittadini possono scegliere se e quanto pagare il lavoro dei cittadini che vi si dedicano.

    Se n'è parlato spesso su questo blog. Ma l'idea sta ormai diventando realtà.

    Iht: l'Europa insegna a fare i giornali...

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    Il sito rinnovato dell'International Herald Tribune è diventato anche graficamente la versione "global" di quello del New York Times, il suo editore.

    Dedica un lungo articolo ai giornali europei di fronte alla crisi, osservando che in alcuni casi si mostrano molto abili nell'adattarsi a internet, spesso molto più di quanto non accada ai giornali americani.

    Per chi fosse stupito da questa osservazione, va precisato che i giornali europei di cui si parla nell'articolo sono prevalentemente tedeschi e norvegesi...

    Il prof riassume il dibattito sul giornalismo

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    Il professor Jay Rosen riassume in modo magistrale le linee fondamentali del dibattito sul giornalismo.

    E Xarc aggiunge:

    xarc.jpg

    "As you can see, opportunity abounds."

    Basta con il panico dei giornali

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    Non è certo con il panico che gli editori e i giornalisti possono reagire costruttivamente alla crisi. Anche se i fatti non sono facili da digerire, l'unica strada è comprendere sul serio la situazione che si sta creando, costruire una visione del servizio che il giornalismo può svolgere nella società e innovare con coraggio per arrivarci.

    Su questa strada vanno avanti le iniziative, le proposte intellettuali, le discussioni.

    Steven Berlin Johnson fa un riassunto della conversazione seguita al suo discorso di Austin. Il suo contributo è gratificante per il "tenutario" di questo blog: perché è basato sulla metafora dell'ecosistema dell'informazione. Il centro della discussione è intorno al modello di business emergente per il giornalismo. E le proposte che emergono sono piuttosto interessanti.

    E cita tra gli altri le idee sull'economia del giornalismo locale futuro di Jonathan Weber: "As a four-year veteran of a journalism-driven local online media start-up, I believe there's a very viable business formula that's actually quite simple, and here today: take advantage of new tools and techniques to cover the news creatively and efficiently; sell sophisticated digital advertising in a sophisticated fashion; keep the Web content free, and charge a high price for content and interaction that are delivered in-person via conferences and events. And don't expect instant results".

    Guido Romeo, intanto, descrive un'interessante iniziativa di alcuni giornalisti d'inchiesta americani che si mettono in proprio per servire direttamente grandi clienti che vogliono informazioni profonde su argomenti complessi.

    In effetti, i servizi giornalistici non sono necessariemente destinati a essere pubblicati su giornali. E i singoli giornalisti possono sviluppare l'espressione delle loro scoperte in molti modi. Alcuni dei quali possono certamente essere tali da meritare un pagamento. Dai report per singoli lettori al racconto teatrale delle loro scoperte... Purché sappiano ben mantenere la barra sull'indipendenza della ricerca che conducono.

    Ma per i notiziari gratuiti che si pagano con la pubblicità il tema è quello di migliorare il modello. E vale la pena di pensare anche all'evoluzione della pubblicità. Perché non può essere la sua lentezza a rallentare tutto il processo.

    La pubblicità non sarà sempre la ripetitiva occupazione di spazi riservati nei notiziari. Diventerà parte del flusso innovativo e creativo. Le novità nella forma espressiva della pubblicità non possono essere soltanto legate alla sua invasività. Devono essere piuttosto concentrate sulla qualità delle proposte creative, per andare verso inserzioni divertenti, intriganti, ispirative.

    Inoltre, specialmente nel settore della stampa locale ma non necessariamente soltanto in quel settore, la pubblicità potrebbe fondersi nella vendita: inserzioni che conducono a un servizio molto più attivo per il cliente, persino appunto a una vera e propria vendita, dovrebbero avere molto più valore. E rivelarsi molto più adatte a sostenere i media che le ospitano.

    Insomma. Basta panico. Meglio cominciare a pensare davvero.

    Alcuni post precedenti
    Salvataggio pubblico dei giornali
    I soldi dei giornali
    Senza giornalisti

    Salvataggio pubblico dei giornali

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    Non sta in piedi l'idea che i giornali siano salvati dall'autorità pubblica. Non si può fare informazione indipendente come dipendenti dello stato. Anche se in America ne stanno parlando (e Jeff Jarvis lo critica duramente, via Felice). E anche se in Italia le dinamiche stato-mercato restano vagamente immature (sì, l'understatement non mi dispiace...).

    A parte gli scherzi, i salvataggi in questo periodo possono essere visti come una soluzione immediata agli effetti dolorosi dei cambiamenti in atto. Ma non sono un modo per evitare i cambiamenti fondamentali. Dei quali bisogna pur prendere atto. Non per lamentarsene. Per coglierne l'opportunità.

    Un lato particolare della discussione americana è peraltro interessante: l'idea che i giornali non debbano essere necessariamente condotti da aziende orientate al profitto. Non deve essere vietato che lo siano, naturalmente. Ma se alcuni giornali fossero sane organizzazioni non profit non ci sarebbe forse nulla di male.

    Nòva online: ontheroad

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    Un piccolo sito di un grande editore come quello di Nòva ha il compito di sperimentare. E le idee non mancano. Ora che una buona parte dell'archivio di Nòva è online, abbiamo finalmente creato un link strutturale tra la "piattaforma" dei blog e la "piattaforma" della redazione tradizionale.

    Il senso di questo link verrà fuori dalle persone che ne faranno uso. Secondo me, Nòvaonline si utilizzerà più come un luogo di navigazione che di consultazione. E la mappa delle parole segnala proprio questa - spero non soltanto ipotetica - possibilità di andare in giro tra le idee e le esperienze proposte dalle persone che usano Nòva per esprimersi. Speriamo che nel tempo questa forma di esplorazione del mondo di Nòva risulti gradevole e utile. Ma non ci sarà modo di capirlo se non attraverso il sistema dei commenti, dei suggerimenti e delle proposte del pubblico attivo.

    Quello che pare fondamentale, però, è imporsi una disciplina di miglioramento continuo e di sperimentazione incessante. E soprattutto convincere tutta l'organizzazione a imboccare questa strada. Perché Nòva è online. Ma sopratuttto on the road.

    Archivio di Nòva online

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    Abbiamo avuto il permesso dall'editore di pubblicare in rete una buona parte degli articoli usciti su Nòva nei suoi tre anni e mezzo di vita. La prima versione di questo servizio è già online. Deve certamente migliorare. Ma è un passo avanti.

    La mappa delle parole è in fieri, naturalmente. Il search è alle prime armi. E l'elenco degli articoli è organizzato per filoni di ricerca giornalistica. Mi pare che siamo riusciti a fare un sito che si fa navigare. Dobbiamo migliorare nella consultabilità. Ma spero che risulti utile e divertente.

    Nel frattempo, è nato anche il Twitter di Nòva. E il FriendFeed...

    Grazie a tutti coloro che ci hanno lavorato con passione. Sarebbe bello ricevere impressioni e suggerimenti....

    I soldi dei giornali

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    Alessandro Gilioli ha commentato il post di ieri, nel quale si parlava dell'eventuale ruolo dei giornalisti nel contesto mediatico che si va costruendo. Così:

    "Sì, Luca, ma forse sarebbe sottolineare il fatto che la pubblicità on line paga un decimo - ad andar bene - di quella su carta, e che quindi se questa cosa non cambia parecchio, e in fretta, le aziende di media saranno per forza costrette a produrre - sul Web o altrove - un giornalismo di qualità più bassa.
    A me non frega nulla della carta in sé, non è una piattaforma a cui sono in alcun modo affezionato.
    Quello di cui si deve discutere non è questo, è il fatto che l'informazione professionale - quella che permette le inchieste, gli approfondimenti, la ricerca delle notizie spendendo tempo e denaro - se non trova un modello di business pubblicitario nelle nuove piattaforme rischia di essere molto più povera e ricattabile - altro che giornalismo libero e autorevole!
    Credo che sarebbe utile se il dibattito si spostasse su questo".

    L'assunto del mio buon amico Alessandro è purtroppo discutibile: se gli editori guadagnano, finanziano giornalismo di qualità. Alessandro, come del resto - direbbe Mantellini - il tenutario di questo blog, non è un imprenditore né un manager. Ma è un ottimo osservatore. E certamente non può non vedere che il suo assunto è quanto meno ottimistico.

    Si può essere d'accordo con Alessandro sulla considerazione a rovescio: se gli editori non guadagnano, non finanziano giornalismo di qualità.

    Ma il problema è che molte aziende dei media hanno deciso di produrre giornalismo di bassa qualità pensando di guadagnare di più. E ora pagano l'errore.

    Siamo circondati da un'editoria giornalistica di bassa qualità. Siamo circondati da notizie assurdamente ansiogene, come dice Antonio Scurati, in un'epoca che per questo paese è la più sicura e non violenta che sia capitata da secoli a questa parte. Siamo circondati da media che titillano le più basse voglie e i meno qualificanti istinti. Che confondono ambiguamente informazione, spettacolo e comunicazione. Che giocano con la strategia della disattenzione. E questo avviene perché si è pensato consciamente di costruire una realtà virtuale mediatica nella quale attirare ipnoticamente le persone e imprigionarle in una spirale pubblicitaria e promozionale che le ha fatte sentire semplici spettatori, consumatori, elettori. Non più persone attive e informate. Non abbastanza cittadini. Anche per questo, quei media che hanno inseguito strategie di breve termine, si trovano disarmati e poco credibili di fronte alla crisi. Per non parlare dei giovani che, anche prima della crisi, se n'erano già andati altrove. 

    Certo, anche in questo contesto, il giornalismo di qualità non è mai mancato. Anche in questo contesto alcuni giornalisti, compreso Alessandro, hanno fatto ottime inchieste e reportage, mentre alcuni editori hanno finanziato la ricerca delle notizie costosa e appassionata. Per la verità, più spesso ultimamente con i libri e i documentari e i blog che con i giornali. Ma anche nei giornali si è fatto molto di buono. In un frame, però, molto confuso. E che nella confusione è stato capace di mettere la sordina all'importanza di quelle inchieste e di quella ricerca giornalistica sincera e appassionata.

    A dirla tutta, il giornalismo di qualità che si è fatto negli ultimi tempi, è stato fatto nonostante tutto, grazie alla passione di alcuni giornalisti, alla lungimiranza di alcuni direttori, alla illuminazione di alcuni editori. E si può dire con buona sicurezza che proprio i giornali che hanno maggiormente mantenuto la barra della qualità saranno quelli che emergeranno meglio da questa crisi. Ma è pur vero che non c'è una correlazione forte tra la quantità di soldi che gli editori guadagnano e la qualità del loro giornalismo. Si può trovare ottimo giornalismo sui blog gratuiti, come si può trovare pessimo giornalismo, anche se molto costoso, nelle aziende mediatiche più ricche. Il guadagno degli editori è garanzia della possibilità che facciano un lavoro serio e indipendente: solo della possibilità però. Non è purtroppo garanzia che lo facciano davvero.

    Alessandro però, ripeto, ha ragione nel dire che non ci può essere ottimo giornalismo se dall'ecosistema dell'informazione spariscono le aziende mediatiche che trovano un'indipendenza economica solida e duratura. Un impoverimento generalizzato e totale dei media non può avere che la conseguenza di impoverire l'intero ecosistema, perché riduce drasticamente le probabilità di un buon giornalismo. E ha ragione nel dire che la pubblicità online non può rispondere da sola alla crisi dei media tradizionali.

    Ma va detto che gli imprenditori hanno proprio la funzione di trovare le innovazioni giuste per costruire modelli di business adatti a sopravvivere nelle diverse fasi dell'evoluzione dei sistemi economici. Sta a loro, prima di tutto, trovare le soluzioni aziendali. I giornalisti dovrebbero concentrarsi sull'obiettivo di comprendere bene quale può essere il loro ruolo nel nuovo sistema mediatico. E perseguire una trasformazione della loro funzione, in modo da servire il pubblico in sincronia con le sue esigenze.

    Ma non ci possiamo neppure esimere dal ragionare intorno ai modelli di business. E dunque diamoci qualche ipotesi:
    1. La crisi editoriale di questi mesi non è la fine del mondo dei media tradizionali. Ci sarà un consolidamento ma non una sparizione. L'estremismo non è una buona pratica previsiva. È piuttosto un atteggiamento ideologico. E i giornali che hanno fatto comunque più giornalismo di qualità avranno, almeno in parte, una sorte migliore.
    2. La pubblicità cercherà sempre nuove strade per trovare il suo pubblico. Non avrà bisogno dell'informazione se potrà contare su forme più dirette di contatto, come il viral marketing. Non avrà bisogno di contenitori di qualità se cercherà soltanto la quantità di potenziali consumatori da colpire con i suoi messaggi. Basterà cercare i luoghi di intenso traffico. Ma avrà bisogno di contesti di qualità ogni volta che vorrà rafforzare la credibilità dei marchi. E sarà disposta a pagare di più per questo. Già oggi, le inserzioni sui siti di semplice traffico costano dieci volte meno di quelle che vanno sui siti più accreditati. Bisogna capirlo e valorizzare l'opportunità.
    3. La pubblicità comunque non pagherà tutto quello che oggi è pagato dal prezzo dei prodotti. Ma non è detto che il pubblico non sia mai più intenzionato a pagare i servizi editoriali che lo meritano. Non necessariamente in termini di prezzo di accesso all'informazione. Ma per esempio in termini di sostegno volontario all'attività professionale di chi informa. E c'è già chi ci sta pensando. Il caso di ProPublica - con 7 premi Pulitzer in redazione - è solo un esempio.

    Si pensa che non sia abbastanza? Le forme di esposizione della ricerca giornalistica si moltiplicheranno. E così le forme delle relazioni economiche tra i giornalisti e il loro pubblico. Si farà giornalismo in teatro e sul web, al cinema e con i libri. E questo non sarà che l'inizio di un rinnovamento mediatico necessario. Come una purificazione.

    Sarà dolorosa. Ma occorre qualcosa di nuovo. I giovani devono poter ricominciare ad accedere alla professione giornalistica. I giornali devono potersi ridefinire in base al proprio scopo: distinguendo quelli che si dedicano più all'ideologia o alla comunicazione o all'entertainment, che all'informazione. Quelli che ritroveranno la strada saranno ripagati. Perché se la società ha bisogno di persone che, accanto ai volontari dell'informazione, si dedichino a fare informazione professionalmente con un metodo empirico e trasparente, probabilmente troverà il modo di pagarle.

    (da vedere su questi argomenti, sempre in chiave giustamente problematica, State of the News Media, via il friendfeed di GG).

    ps. Quanto alla carta. Non si vede perché debba sparire. Si andrà riposizionando. È un display molto costoso. Dunque dovrà contenere informazioni molto preziose.

    Senza giornalisti

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    Ebbene. Si può fare a meno dei giornalisti, ipotizza qualcuno. Gaspar ha efficacemente ricordato che le stesse fonti possono dare al pubblico l'informazione che serve. Dave lo ha ridetto nel suo modo simpaticamente burbero. E non c'è nulla di assurdo nell'ipotesi che un giorno non lontanissimo i giornalisti scompaiano con i giornali che non stanno più in piedi. E se nessun giornale stesse più in piedi... Chiunque sano di mente sa che se una categoria professionale è obsoleta non può essere tenuta in vita con le flebo. Ma anche questa, come tutte le ipotesi riferite a una possibilità futura, non può essere verificata empiricamente se non aspettando. E dunque si può discutere dal punto di vista logico e storico. O addirittura si può reagire alla sua formulazione, impegnandosi a cambiare le condizioni per le quali quell'ipotesi è valida, fino a superarla. Un pezzo importante da questo punto di vista è quello di Steven Berlin Johnson.

    Vediamo i confini di questa discussione. 

    Da un lato, non è detto che i giornali debbano esistere per sempre. E non è detto che si possano salvare, come fa pensare Shirky. Dall'altro lato, non è detto che debbano scomparire, anche se qualcuno di essi è in gravi difficoltà. 

    E allora: c'è qualcosa che li possa sostenere in un mondo nel quale le fonti possono informare direttamente il pubblico, in un mondo nel quale le opinioni più qualificate possono essere espresse da chi le sa formulare usando per esempio i blog, in un mondo in cui i modelli di business tradizionali dei giornali sono messi in discussione? Possiamo in effetti immaginare che se è davvero importante che i giornali sopravvivano, riusciranno a trovare il modo per farlo. Se non lo è, dal punto di vista sociale, economico, politico, culturale, allora non sopravviveranno.

    Varrebbe la pena di chiarire che si dovrebbe distinguere il destino dei giornali e quello dei giornalisti. È sbagliato definire i giornalisti come la categoria delle persone che scrivono i giornali (essendo i giornali tautologicamente quelle cose che sono scritte dai giornalisti...). E sebbene quella sia stata la definizione adottata dall'Ordine, non pare più molto azzeccata. Forse si potrebbe proporre l'idea di giornalisti come professionisti impegnati nella produzione di informazione per il pubblico con un metodo di ricerca empirico e trasparente (informazione, non comunicazione). In quel caso il loro destino non sarebbe necessariamente quello di seguire la sorte dei giornali. I giornali, invece, sono i prodotti di un'industria editoriale molto importante che a sua volta non vive solo del lavoro dei giornalisti, ma anche di quello delle concessionarie di pubblicità, di sostegno pubblico, di collaterali e altro.

    Ho l'impressione che in una crisi come questa tutto diventi più semplice da capire. Se una cosa serve e viene fatta bene resiste di più di una cosa che non serve e viene fatta male. E questo vale anche per i giornali e per il lavoro dei giornalisti. 

    I giornali hanno diverse opzioni.
    1. possono diventare entertainment
    2. possono diventare puri contenitori pubblicitari
    3. possono diventare puri mezzi di propaganda
    4. possono mettersi al servizio della comunità che ha bisogno di informazione
    5. possono diventare piccoli circoli culturali nostalgici

    Tutte queste opzioni sono già praticate. Il mercato non sembra sostenerle tutte. Lo stato ne sostiene alcune. Quali resisteranno in futuro? La quarta opzione, in particolare, resisterà e si svilupperà solo se i giornali che la praticheranno sapranno essere davvero di servizio, trasparenti, chiari nella linea editoriale e intelligenti nell'interpretazione. In questo senso, la crisi potrebbe migliorare la situazione, scremando il panorama e offrendo al pubblico una maggiore consapevolezza di quello che comprano. 

    E i giornalisti a che cosa serviranno? Nessuno ha la soluzione in tasca. Le opzioni sono diverse:
    1. diventeranno persone di spettacolo
    2. diventeranno testimonial pubblicitari
    3. diventeranno addetti alle relazioni pubbliche
    4. si concentreranno sul mestiere di fare informazione per il pubblico
    5. si chiuderanno in alcuni scantinati a lamentarsi pensando di fare cultura

    Tutte queste opzioni sono già praticate. Ma se i giornalisti faranno informazione per il pubblico, il pubblico troverà il modo di sostenerne il lavoro. Le soluzioni sono molte da questo punto di vista. 

    Se giornali e giornalisti faranno informazione insieme, purificando un po' il clima che si è creato in un contesto nel quale informazione, comunicazione, propaganda e pubblicità hanno perso di vista i loro confini, allora anche questa crisi sarà servita a qualcosa. 

    E se intanto su internet cresceranno le fonti di informazione diretta, i blogger di qualità, i nuovi modelli di business, il sistema dell'informazione avrà soltanto da guadagnarci.

    Per un lavoro sulla qualità, sulla ricerca che richiede tempo e pazienza, sulla indipendenza di giudizio, i professionisti della ricerca giornalistica capace di seguire un metodo empirico e trasparente potrà ancora servire. Su qualunque piattaforma.

    Perché il giornale non è la sua carta. E il giornalista non è condannato a fare il pesce incartato.

    Scoop sgradito ai giornali

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    Dave Winer non è certo tenero con l'informazione tradizionale. E oggi racconta di come i giornalisti si lamentino inutilmente della crisi dei giornali. Pensa che a fare informazione saranno le fonti delle notizie da una parte e i blogger o i cittadini stessi dall'altra. All'insegna del motto di Wes Scoop Nisker: If you don't like the news, go out and make some of your own.

    Già: Scoop.

    The big picture

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    Da non perdere le megafoto del Boston Globe.

    L'ultimo giorno di lavoro a Seattle

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    Domani esce l'ultima copia del Seattle Post-Intelligencer, un giornale nato 146 anni fa. Quindi stasera la redazione scrive per la carta per l'ultima volta.

    Come annunciato in precedenza, i giornalisti andranno avanti a realizzare soltanto la versione online. La cronaca delle ultime ore sullo stesso Seattlepi.com.

    Il fatturato del Nytimes online

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    La classifica dei siti che fatturano di più (via Montemagno). Da notare, al trentesimo posto, il servizio online del New York Times: 175milioni di dollari.

    Steven Berlin Johnson

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    Grande discorso di Steven Berlin Johnson a Austin, South By Southwest Interactive Festival.  Il futuro del giornalismo. E il futuro dei giornali. Ormai sta emergendo da più parti una visione credibile.

    E buon pezzo di Clay Shirky. Vale la pena di riassumere e commentare: link.

    Centimetri di pensieri per Nòva

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    Gaspar Torriero è un amico. La sua critica dell'editoria tradizionale è pungente e profonda. Specialmente quando sottolinea le distorsioni informative che possono essere provocate dagli interessi economici, le ideologie o la malavoglia dei professionisti che fanno i giornali tradizionali.

    Questa volta ha proposto un'originale analisi del nuovo formato di Nòva, arrivando alle conclusioni giuste attraverso un procedimento sbagliato. Un piccolo errore che forse lo potrà indurre a qualche indulgenza per le mille prossime volte che ne commetteranno i criticabili professionisti di cui sopra. via Mantellini.

    Il suo conteggio dei centimetri di Nòva occupati da lavoro giornalistico e pubblicità è preciso. Il confronto è tra un'edizione di Nòva di novembre, a 20 pagine grandi, e il tabloid di ieri. Ovviamente conclude che è tutto più piccolo e che la pubblicità diminuisce. Se avesse superato la sua naturale ritrosia a prendere il mano un giornale di carta in gennaio e avesse fatto lo stesso confronto tra il Nòva di novembre e il Nòva di gennaio, entrambi in grande formato, avrebbe avuto gli stessi risultati: perché in gennaio Nòva era a 12 pagine grandi con poca pubblicità. Dunque, la differenza non è il tabloid. Il tabloid è pensato per trasformare la "crisi" nell'opportunità di migliorare il giornale. Opportunità, non certezza: infatti è presentato come "più portatile, più maneggevole, meno panoramico, più sintetico" (non solo più portatile e maneggevole come scrive Gaspar) perché il nuovo formato presenta inevitabilmente dei pro e dei contro. Ma la conclusione giusta resta: c'è meno pubblicità. Un fatto che non ha bisogno del metro per essere dimostrato. A me casomai importa capire se con gli strumenti messi a nostra disposizione abbiamo fatto un lavoro decente.

    Anche perché l'idea è di migliorare se possibile nell'equilibrio tra quello che pubblichiamo sulla carta e quello che facciamo online. L'equilibrio è lontano dall'essere raggiunto. Se mai si potrà raggiungere. Avremo la possibilità di usare di più internet per pubblicare gli approfondimenti che non ci stanno più sulla carta. E anche per tenere viva la nostra ricerca giornalistica dimostrata per qualche tempo su NòvaReview e ora in stand by come la nostra rivista bimestrale. (Grazie, a proposito, a tutti coloro che hanno detto che NòvaReview era una buona idea: lo penso anch'io...).

    Proposte Nòva

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    E dunque oggi Nòva è in tabloid. Pregi e difetti di un formato piccolo ce ne sono. Si cerca per esempio l'equilibrio, se mai si troverà, tra le informazioni in breve e i pezzi più lunghi. Ci vorranno alcuni numeri per vedere emergere le soluzioni grafiche più giuste. Nel frattempo dovrebbe arrivare anche una nuova versione della presenza online di Nòva, da integrare nel discorso. E per qualche settimana coltiveremo dubbi, tentativi, sperimentazioni. Si spera molto nei suggerimenti e nelle proposte di chi avrà voglia di condividerli.

    Nova Tabloid

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    Nòva esce oggi per l'ultima volta in formato grande. Dalla prossima settimana sarà tabloid. Si ripensa, si sperimenta, si discute. Ogni suggerimento è gradito...

    Il Grande Fardello. E il diritto di cronaca

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    In un giro di comunicati stampa, Mediaset e Rcs hanno dato la loro versione dell'ordinanza di ieri del Tribunale di Milano sulla pubblicazione nel sito del Corriere della Sera di spezzoni di trasmissioni televisive di Mediaset.

    In realtà, si scopre che l'ordinanza stabilisce che il Corriere deve togliere dal sito 5 filmati tratti dal Grande Fratello. Ma non è obbligata a togliere oltre 50 filmati tratti da altre trasmissioni di Mediaset. Per il diritto di cronaca.

    In pratica, il Corriere può pubblicare spezzoni di trasmissioni quando sussista il diritto di cronaca. Ed evidentemente il Tribunale ha pensato che il Grande Fratello non abbia la dignità di essere oggetto di diritto di cronaca.

    Il bello è che una delle ragioni del successo del Grande Fratello è stata proprio la sua ambiguità: è un reality, dunque si presenta come qualcosa che avviene davvero e che dice qualcosa della società; ma è anche un prodotto autoriale, dunque interessante e soggetto al copyright. Ora il giudice scioglie l'ambiguità. Anche se i giornali ne hanno parlato spesso come di un fatto - e dunque hanno pensato che potesse essere raccontato ricorrendo al diritto di cronaca - il giudice lo interpreta come una fiction e decide di tutelare soprattutto il diritto degli autori.

    (Il comunicato di Mediaset. Il pezzo di Pratellesi).

    Silvio to go (if only)

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    Sulla copertina dell'Economist di questa settimana, il disegno raffigura i leader di Germania, Francia e Gran Bretagna si disperano per il conto salatissimo che l'Europa dovrà pagare per i suoi problemi attuali, dalla crisi dell'Est ai vecchi difetti dell'Ovest. Un cameriere presenta il menù con un lungo elenco di pietanze difficili da digerire, cioè di problemi da affrontare. L'ultimo in fondo, piccolo piccolo, riguarda l'Italia. Dice: "Silvio to go (if only)".

    Un problema, una soluzione, un desiderio...

    (Guardando Google News, più Repubblica e Corriere, mi pare di vedere che se n'è accorto solo Il Sussidiario).

    TechCrunch e il delicato valore del prestigio

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    Richard Jones di Last.fm nega con tutte le sue forze. TechCrunch aveva scritto in un post (spesso aggiornato) che Last.fm (che appartiene alla Cbs) avrebbe dato alla Riaa l'accesso ai nomi delle persone che ascoltavano un disco degli U2 diffuso illegalmente. Lo aveva scritto sulla base di una sola fonte. Anche la Riaa ha smentito. The register e Ars Technica seguono la vicenda.

    Mathew Wingram fa notare che la pratica di verificare le notizie basate su una sola fonte con almeno un'altra fonte è ormai acqua passata anche nei grandi giornali tradizionali. Ma non nega che TechCrunch abbia rischiato grosso pubblicando una notizia tanto grave sulla base di una sola voce di terza mano. 

    In gioco c'è il prestigio e la credibilità, valori essenziali: o li perde Last.fm, o li perde TechCrunch. O entrambi. 

    Il metodo, nella ricerca giornalistica, non è un impedimento all'informazione tempestiva. E' piuttosto un percorso per avere un'informazione di qualità. Cercare un metodo e una forma di autoregolamentazione per l'informazione in un'epoca tanto complessa come l'attuale è un compito difficile ma importante. Vale per i giornali e vale per i blog.

    Ancora sui giornali in crisi

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    Cory Doctorow scrive un pezzo sul futuro poco roseo dei giornali... E non solo dei giornali... Non è solo a proporre questo genere di analisi...
    Gaspar Torriero segnala (via Jay Rosen) un pezzo sui modelli emergenti di giornalismo. E sottolinea che il primo problema dei giornali tradizionali è che sono generalisti. Mentre il pubblico, ormai, può cercare informazione soddisfacente aggregando diverse testate specializzate, i giornali tradizionali continuano a credere che una testata generalista possa soddisfare tutti. 

    È un'obiezione forte. E motivata. Alla quale si può rispondere solo che una testata, dal punto di vista teorico, può avere un significato: quello di promettere un certo comportamento, un certo metodo, un certo orientamento. Che sia generalista o specialistica è meno importante della promessa che contiene. E che dovrebbe mantenere. Il problema è che per i giornali tradizionali sembra sempre più difficile mantenere una promessa. E per quelli generalisti la difficoltà si moltiplica per il numero di argomenti che affrontano.

    Ma è anche vero che un buon giornale, dotato di una buona visione del mondo, di un buon metodo di raccolta e scelta delle informazioni, di una coerente e pragmatica linea editoriale, può essere d'aiuto per lettori che ne riconoscono il valore e ne verificano la trasparenza.

    Asincronie mediatiche

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    Nel pieno della crisi dei giornali, Jeff Jarvis segnala un aumento degli aspiranti giornalisti.

    Mezzi di confusione di massa / update

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    Giuseppe Granieri ha ragione a chiedere prudenza nel giudicare gli effetti della grande quantità di informazione di cui disponiamo e la molteplicità dei media con i quali ci confrontiamo quotidianamente per accedervi.

    Del resto, in un ottimo intervento Clay Shirky aveva fatto notare che l'impressione di information overload viene anche da un fallimento dei filtri che ci dovrebbero aiutare a tenerlo a bada.

    Il mio suggerimento sul tema dell'attenzione - o della disattenzione - peraltro non è orientato a discutere su argomenti tipo «google ci rende stupidi». Tutt'altro. Osservo piuttosto che nel periodo di massimo splendore dei «media di confusione di massa», a qualcuno può fare comodo adottare una «strategia della disattenzione». 

    Come sostiene Daniel Kahneman, gli esseri umani tendono a scegliere per «intuizione», cioè in base alla prima cosa che viene in mente di fare, mentre più raramente si affidano al ragionamento controllato. 

    L'information overload non è una novità, questa non è la prima crisi dei filtri, il comportamento irrazionale non è una novità. Quello che può essere interessante è studiare la possibilità che tutto questo venga manipolatoriamente utilizzato per ottenere comportamenti che un pubblico attento non adotterebbe. In estrema sintesi, in questa ipotesi, dosando opportunamente di volta in volta le tecniche per raccogliere attenzione o per fare confusione, la «strategia della disattenzione» potrebbe essere realizzata usando ogni strumento mediatico che sciolga in un grande minestrone ogni notizia e abbassi ulteriormente le barriere critiche.

    Insomma. Ho l'impressione che gli argomenti di Giuseppe siano più orientati a studiare fenomeni culturali di fondo e di lungo termine, mentre le questioni qui espresse sono piuttosto interessanti per la vita quotidiana dei media. Che naturalmente si incrociano a un certo livello. Anche perché, appunto, qualcuno pensa alla dinamica mediatica come una lunga serie di brevi periodi.

    Vorrei aggiungere che la rete può difendersi. Come nel caso del biip-biip articolo 50bis: se i blogger si mobilitano costituiscono un sistema di filtraggio, verifica, critica e diffusione che può emergere come soluzione a molti temi segnalati sopra.

    BookBlogging - Il regime dei media

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    Immagine di La macchina delle bugie Ci si stanca di sentir ripetere sempre le stesse cose. E della questione di quanto sia importante la forma assunta dal sistema dell'informazione, televisivo e non, si è parlato molto in Italia.

    Sarebbe un grave errore pensare che tutto dipenda da quello. Con lo stesso sistema delle televisioni, negli ultimi quindici anni, ci sono state elezioni vinte da chi le controllava e ci sono state elezioni vinte da chi non le controllava.

    È piuttosto chiaro che contano molto di più le relazioni sociali, i ceti, le reti di potere, le reti territoriali... 

    Ma non ha senso neppure dire che le televisioni non contino nulla. Se per i due anni del governo di sinistra le televisioni registrano nella mente degli spettatori un quotidiano lamento sul malessere degli italiani e se tornata al governo la destra - pur in presenza di una crisi profondissima - le stesse televisioni si allineano sulla necessità di contribuire a ricostruire la fiducia, le conseguenze sono importanti. Specialmente considerando il fatto, osservato dal Censis, che una buona metà degli italiani accede alle notizie esclusivamente dalla televisione.

    Ebbene, come si vede nel libro di Loris Mazzetti, La macchina delle bugie, l'informazione offerta dalla televisione in Italia e che a sua volta influenza profondamente l'intero sistema dei media non è certo un'indipendente e gioiosa organizzazione per ricercare e trasmettere i fatti e le interpretazioni: è a sua volta, nella migliore delle ipotesi, un ceto, un sistema di convenienze, una rete di potere, divenuta sempre più importante. E che genera il racconto del mondo nel quale gli italiani pensano di vivere.

    È una vera e propria realtà virtuale nella quale i fatti assumono maggiore o minore rilevanza a seconda di come sono raccontati in tv: con emotività, con leggerezza, con troppa velocità, con insistenza sui particolari... Tutte cose che si sanno ma che impongono la fatica di leggerle costantemente nelle strutture dei programmi mentre le immagini scorrono sullo schermo. Una fatica che non si può sopportare troppo. E che infatti non si sopporta. Tanto che l'effetto finale è la comodissima - per chi vuole che nulla cambi - strategia della disattenzione.

    Non c'è mai nulla di definitivo nella storia. E un nuovo racconto può sempre emergere, anche da nuovi media. Se i ragazzi, come si legge dal Corriere di oggi si sono allontanati dal sistema dell'informazione tradizionale - dal quale peraltro sono antropologicamente, professionalmente e socialmente esclusi, poiché pochissimi pensano di potervi accedere - il vecchio regime non ha un lungo futuro davanti. Ma del resto, quel regime vede nel breve periodo (una lunga successione di brevi periodi senza memoria) la sola dimensione storica nella quale si può esprimere in modo conveniente.



    Alcuni libri che ho comprato
    Impressioni mentre leggo
    Loriz Mazzetti
    Il libro nero della Rai
    Rizzoli



    Erri De Luca

    Il giorno prima della felicità
    Feltrinelli

    Le storie note e meno note 
    che riguardano la Rai. Scritte
    da un giornalista che ha lavorato
    a lungo con Enzo Biagi.


    A Napoli. Le avventure di un bambino
    che inopinatamente scopre una 
    sete inestinguibile di sapere. E trova
    libri e racconti memorabili.



    Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
    Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
    Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
    Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
    Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
    Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
    Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
    Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
    Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
    Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
    Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
    Hacker (12 ottobre 2008)
    Odio (27 settembre 2008)
    Querdenker (24 agosto 2008)
    L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
    Il filo dei libri (15 luglio 2008)
    Felicità in azienda (28 maggio 2008)
    Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
    Senza povertà (4 maggio 2008)
    Nothing ends (27 aprile 2008)
    Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
    L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
    L'arte nella storia (9 marzo 2008)
    La logica della decrescita (2 marzo 2008)
    La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
    La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
    Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
    Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
    Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
    Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
    Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
    Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
    Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
    Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
    L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
    La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
    L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
    Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
    Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
    Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
    Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
    Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
    Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
    Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
    L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
    La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
    Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
    Il destino di leggere (8 luglio 2007)
    Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
    Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
    Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
    Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
    Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
    Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
    Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
    L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
    La felicità di leggere (29 aprile 2007)
    La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
    Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
    Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
    Leggere nella rete (1 aprile 2007)
    Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
    Leggere memi (18 marzo 2007)
    Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
    Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
    Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
    Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
    Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
    Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
    Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
    Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
    Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
    Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
    Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
    Leggere per citare (24 dicembre 2006)
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    In libreriaEconomia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltreFeltrinelli



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    Blogosfera Liquida

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    Per Andrea Santagata, i 20mila blog dedicati all'informazione pubblica generano più o meno la metà del traffico dei blog italiani. Per questo ha scelto di organizzare la sua Liquida in modo da dar conto di quello che quei blog dicono. 

    Gianluca Dettori ha scritto un post da leggere su Liquida.

    Nell'insieme, nonostante Facebook, secondo Santagata, il numero di blog italiani continua a crescere.

    Informazione emergente

    | | Comments (3) | TrackBacks (0)
    Jason Lee Miller segnala un'epidemia di blogger che abbandonano. E il New York Times pubblica un resoconto sui giornali che chiudono. Entrambi rispondono con qualche idea per comprendere che cosa emergerà da questa crisi della produzione di notizie, dalle iniziative editoriali al pubblico attivo.

    Sta di fatto che il bisogno di informazione continua a esistere. Una soluzione è necessaria. E si trova nella costruzione di un ecosistema della conoscenza sostenibile. Nel quale ci sia infodiversità ed equilibrio simbiotico tra lavoro professionale e attività delle persone che vogliono partecipare. E c'è bisogno di aiutare l'emersione di forme di auto-organizzazione più solide.

    Facebook ha avuto enormi conseguenze sul tempo passato online dalle persone, assorbendo una quota del traffico dei blog (come ha assorbito una quota del tempo dedicato a Msn). Ma anche Facebook deve essere ricollocata nell'ecosistema. Le forme dell'auto-organizzazione sono inevitabilmente spontanee, ma richiedono anche una riflessione: come valorizzare il potenziale informativo di tutta la gente che agisce online? come incentivare la solidarietà nella ricerca e nello scambio di informazioni? come creare veri e sinceri luoghi di aggregazione per l'informazione del nuovo ecosistema? come indurre i professionisti a mettersi davvero al servizio dell'ecosistema? ci sono regole esplicite che le persone possono autonomamente scegliere di darsi per favorire una collaborazione vera (una sorta di nuova e più consapevole netiquette?). Queste sono le domande che - sebbene spesso ripetute - restano in parte inevase. Occorre una riflessione.

    Strategia della disattenzione

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    CoverLinkFebbraio2009.jpgUn pezzo pubblicato su Link, febbraio 2009. Grazie alla redazione che mi permette di postarlo anche qui.


    Ecologia dell'attenzione


    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.

    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile?

    Di certo, l'elaborazione di nuovi strumenti concettuali e pratici per affrontare il sovraccarico di messaggi e la loro svalutazione è sempre più urgente. E le ricerche nate intorno al concetto di "economia dell'attenzione" sono un fecondo spunto di riflessione. E' una ricerca teorica. Ma è anche, in un certo senso, una questione di sopravvivenza culturale. Perché, probabilmente, l'information overload non è una novità di per sé: è nuova l'ansia che viene associata al fenomeno. C'è una moltiplicazione dei messaggi e contemporaneamente una crisi dei modi per filtrarli, anche come conseguenza di una crisi delle letture sintetiche del presente. Il che è pienamente comprensibile. Durante una grande trasformazione epocale, una popolazione può reagire proiettandosi fiduciosamente nella costruzione del futuro, oppure dilaniandosi in un labirinto di dubbi e paure. Oppure, dividendosi in gruppi che reagiscono in modo diverso, in base alle loro tensioni culturali, abitudini mentali, strutture organizzative, capacità interpretative e di adattamento. E poiché molti segnali ci inducono a pensare che il presente sia un periodo storico caratterizzato da una profondissima trasformazione, connessa alla globalizzazione dell'economia alla digitalizzazione dei media, alla smaterializzazione dell'economia, non stupisce che uno dei fenomeni emergenti sia la difficoltà di leggere la prospettiva che le persone possano adottare per darsi un progetto cui dedicare la vita.


    1. Critica dell'attenzione

    Il concetto di "economia dell'attenzione" ha ormai una storia piuttosto lunga. Già nel 1971, Herbert Simon, premio Nobel per l'economia, scriveva: «L'informazione consuma attenzione. Quindi l'abbondanza di informazione genera una povertà di attenzione e induce il bisogno di allocare quell'attenzione efficientemente tra le molte fonti di informazione che la possono consumare». In un contesto nel quale l'informazione è sovrabbondante, si assiste a una crescente scarsità di attenzione.

    La teoria economica tradizionale ha trattato questa scoperta in modo piuttosto ovvio: la scarsità di attenzione ne aumenta il valore per chi riesce a produrla e rivenderla. L'industria che più di ogni altra è capace di produrre attenzione è quella dei media. E chi ha più interesse ad acquistarla è la pubblicità. Su questo semplice assunto si è basata gran parte della crescita impetuosa della televisione e dei giornali nell'ultimo quarto del secolo scorso. E su questa idea, per qualche motivo, si pensa in questo secolo che si possa basare anche una gran parte dello sviluppo dei nuovi media digitali, internet in testa.

    Ma che questa concezione sia esatta, o lo sia ancora, è tutto da dimostrare. E già nel 1997, Michael Goldhaber, nel suo paper intitolato «The attention economy», invitava a tener conto della complessità dell'argomento. Pensare all'attenzione come a un qualunque bene industriale è sempre meno soddisfacente: troppe sono le relazioni bilaterali che intercorrono tra chi offre informazione, chi la riceve, chi cerca attenzione, chi la concede, chi la vuole sfruttare per deviarla su altri percorsi mentali allo scopo di pubblicizzare prodotti e marchi di ogni genere. L'interpretazione lineare del processo che va dalla generazione mediatica tradizionale di attenzione al suo trasferimento agli investitori pubblicitari si va sciogliendo nella complessità dei nuovi media digitali interattivi.

    Il sistema dei media stesso appare in crisi di fronte alle sue stesse conquiste. La moltiplicazione dei canali televisivi digitali, il fenomeno esplosivo della telefonia mobile, il boom dei videogiochi e soprattutto la fioritura internettiana delle forme di comunicazione e informazione si sono manifestate tutte insieme e in modo relativamente improvviso nel corso di una quindicina d'anni: un vero e proprio terremoto che ha messo in discussione la tenuta strutturale del sistema dei media. La musica ne è stata stravolta. Il mondo dei giornali ne è uscito profondamente trasformato. La produzione di opere cinematografiche, librarie, televisive ha cambiato radicalmente la sua organizzazione. La televisione, in particolare, sembra destinata a combattere ancora a lungo per mantenere la sua quota di tempo mediatico generale. Ma come dice Federico Di Chio, uno dei massimi esperti italiani dell'argomento, la tv ha già perso la colonna portante della sua centralità strategica: l'accordo sociale per il quale il palinsesto televisivo coincideva con l'agenda quotidiana dell'intera popolazione.

    Dal punto di vista tecnico, la digitalizzazione è forse il fenomeno portante del terremoto mediatico. Ma a nulla sarebbe servita se non avesse risposto a un insieme di esigenze particolarmente sentite: le persone hanno adottato velocissimamente i nuovi strumenti di comunicazione e informazione, probabilmente, anche perché questi consentivano loro di tornare in possesso degli strumenti di espressione e connessione con gli altri che nel periodo d'oro dei mezzi di comunicazione di massa avevano in parte perduto. In ogni caso, il crollo del costo della produzione e della trasmissione dei messaggi li ha moltiplicati: per opera dei professionisti del business mediatico ma anche e soprattutto per il massiccio contributo del pubblico attivo, abilitato dai nuovi mezzi come i blog, YouTube, Flickr e i vari social network.

    Il caos che apparentemente ne consegue è contemporaneamente un successo dei nuovi media e un insuccesso dei vecchi editori, la cui funzione di filtro e il cui ruolo di generatori di sintesi sono al momento messi in discussione. Tutto questo ha fatto saltare gli equilibri dell'economia dell'attenzione tradizionale. E ha aperto la strada alle citate considerazioni di Goldhaber. Ha creato l'immenso spazio di crescita che è stato valorizzato da Google, il cui motore è tra l'altro una macchina per la gestione semplificata del caos contenutistico del web. Ha consentito il boom di social network come Facebook, che si candida tra l'altro a semplificare la gestione delle comunicazioni rese sempre più complesse dall'esplosione di messaggi di posta elettronica.

    Fenomeno quest'ultimo ormai enorme: ogni dipendente di un'azienda americana riceveva, nel 2006, una media di 126 messaggi di posta elettronica al giorno (con un aumento del 55 per cento rispetto al 2003); e dedicava alla posta elettronica, dunque all'azienda stessa ma anche a corrispondendi esterni, un quarto della giornata lavorativa (secondo uno studio del Radicati Group).

    Non mancano anche i tentativi di monetizzare l'attenzione in modo ancora più esplicito. In un paper di Byron Reeve e altri, intitolato "A marketplace for attention", gli autori tentavano di sperimentare una soluzione per filtrare il tempo dedicato alla posta elettronica basata sul pagamento dell'attenzione che si dedicava ai messaggi attraverso un sistema di punteggi che poteva in qualche modo costituire una sorta di generatore di un sistema di priorità per i messaggi. I risultati sono stati eminentemente teorici. Ma il concetto era abbastanza chiaro: in un periodo di inflazione di informazioni, l'attenzione non è più soltanto scarsa ma diventa rarissima e costosissima.

    In effetti, si potrebbe immaginare che un'ulteriore crescita dei messaggi innalzerebbe il valore dell'attenzione a livelli impagabili. Trasformandola in un valore senza prezzo. In questo senso, l'attenzione tenderebbe a sfuggire al terreno tradizionale dell'economia monetaria per entrare nelle più sottili e umanistiche dimensioni dell'economia del gratuito, dei beni relazionali e culturali. L'attenzione che si dedica agli amici e alle persone intime è incommensurabilmente più elevata di quella che si dedica ad altre e più impersonali fonti di messaggi.

    Non si tratta di un fenomeno marginale. Si tratta di un fenomeno che potrebbe diventare strategico. E che potrebbe aprire la strada a veri e propri conflitti culturali. In corrispondenza con il problematico passaggio dal paradigma industriale a quello dell'economia della conoscenza.


    2. Il conflitto paradigmatico

    Il dibattito pubblico intorno alle difficoltà pratiche in cui versa la popolazione dei paesi occidentali rispecchia sempre più spesso una difficoltà teorica: manca un sintetico racconto del percorso che i sistemi economici occidentali hanno imboccato e del progetto comune che propongono alle società. Una difficoltà densa di conseguenze per la vita quotidiana, per il consenso sociale, per l'incentivazione dell'innovazione, per la coltivazione delle speranze dei giovani, per la costruzione di scenari in base ai quali investire. A questo proposito, una delle interpretazioni più convincenti e ripetute sostiene che l'epoca post-industriale è destinata a essere governata dall'economia della conoscenza. Concetto peraltro in pieno sviluppo. Per non dire ambiguo.

    Nell'economia della conoscenza, il valore si concentra nello sfuggente territorio delle idee: informazione, immagine, senso... Si compra, si produce, si desidera il significato che si legge nei prodotti molto più di quanto non si compri, non si produca e non si desideri la materia della quale quei prodotti sono fatti.

    Nella scienza economica, questa trasformazione ridefinisce il perimetro di indagine: si ricuce lo strappo positivista, per esempio suggerito dall'opera di Lionel Robbins, che aveva imposto di escludere dalla ricerca il tema della compatibilità e della comprensione dei fini, obbligando gli studiosi a concentrarsi solo sulla questione della scelta e della moltiplicazione infinita dei mezzi. Questa nuova consapevolezza abbatte le vecchie barriere che separavano l'economia dalle altre scienze sociali, dalla psicologia all'antropologia, dalla storia alla geografia. Perché se il valore è nel senso generato da chi produce e riconosciuto da chi acquista, allora, teoricamente, il baricento della questione economica si sposta dal mondo del capitale a quello della persona. E alla dinamica della competizione si affianca, profondamente, la dinamica della collaborazione.

    Le conseguenze sono concettualmente rilevantissime. La smaterializzazione dell'economia post-industriale e l'avvento dell'economia della conoscenza implicano una grande trasformazione nelle forme della proprietà, dell'organizzazione produttiva, del rapporto tra pubblico e privato. Cambiano il concetto di scarsità, che non si applica più soltanto ai mezzi, ma anche alle molteplici dimensioni della relazione umana: fiducia, attenzione, comprensione. Il prezzo si determina tanto nella conversazione quanto nella contrattazione. L'elaborazione di una visione diviene la questione strategica dell'azienda, il laboratorio di ricerca - con l'incertezza dei suoi risultati - entra a far parte integrante del processo produttivo, la tecnologia cessa di essere il limite del possibile per trasformarsi nel suo costante superamento. Il design diventa progettazione e racconto, i media diventano distribuzione e conversazione, gli autori diventano generatori di valore e di motivi di connessione tra le persone. I fruitori e i produttori tendono in molti casi a coincidere. E la complessità prende il posto della linearità: perché nella smaterializzazione della produzione, la cultura diventa il luogo dell'economia, molto più di quanto non lo sia la fabbrica, il mercato o l'ufficio.

    Tutto questo sottende una grande quantità di problemi. Dal punto di vista storico: è davvero corretta la convinzione secondo la quale all'economia industriale succede indubitabilmente l'economia della conoscenza? Dal punto di vista epistemologico: siamo arrivati alla consapevolezza sufficiente per conoscere la conoscenza intorno alla quale l'economia si starebbe riorganizzando? Dal punto di vista antropologico: stiamo costruendo una cultura sufficientemente dinamica, aperta e consapevole da consentirci di convivere con il prodotto della nostra evoluzione sociale? E infine dal punto di vista meramente umano: la sostenibilità dell'economia industriale è ormai molto dubbia, ma la sostenibilità dell'economia post-industriale è certa?

    Storicamente, in particolare, vediamo che economia post-industriale non significa necessariamente economia della conoscenza, anzi: la finanziarizzazione e l'iperconsumismo si candidano a perpetuare le modalità economiche fondamentali dell'epoca industriale anche dopo la fine della centralità della fabbrica. Questo avviene capillarmente e in molti modi: trasformando la conoscenza in un insieme di beni scarsi attraverso l'ossessiva estensione del sistema della proprietà intellettuale, invadendo la quotidianità con una enorme quantità di micronotizie finanziarie e pseudomessaggi pubblicitari per mezzo di un sistema mediatico che non se ne può liberare, occupando il tempo delle persone con ogni sorta di obbligo lavorativo e desiderio consumistico, intervenendo sulla coscienza delle persone attraverso un'ideologia del denaro fine a se stesso. La finanza e l'iperconsumismo possono apparire in crisi, negli ultimi anni, ma non sono certo fenomeni deboli. Anzi, sono strutturalmente radicati nelle società. E dimostrano una resistenza e una resilienza straordinarie.

    Sicché, in questa fase di transizione si assiste a un conflitto culturale profondo: ne può emergere l'avvento dell'economia della conoscenza, fondata necessariamente su una nuova centralità delle persone e delle loro relazioni, oppure un'economia post-industriale che si sviluppa in base a una riproposizione riadattata del modello spersonalizzante fondato sull'astrazione monetaria.

    In questo contesto instabile, l'attenzione non è più un bene che si conquista e si rivende, ma il complesso risultato di una strategia culturale. Alla quale si oppone quella che potremmo chiamare strategia della disattenzione.

    La strategia tradizionale dell'economia industriale prevedeva che un messaggio dovesse essere colto dal target cui era rivolto. Per ottenere questo risultato, si cercava di ottenere l'attenzione delle persone e le si «colpiva» con il messaggio che avrebbe dovuto indurre a comportamenti coerenti con gli obiettivi dei produttori del messaggio stesso. Oggi, appare evidente, che molti comportamenti dei consumatori possono essere invece indirizzati anche con una strategia opposta. Come insegnano le ricerche di Daniel Kahneman e altri, i comportamenti sono molto più spesso dettati dall'intuizione che dal ragionamento. E poiché il ragionamento richiede molta più attenzione dell'intuizione, se ne può trarre la conseguenza che la disattenzione può essere una condizione ideale per favorire certi comportamenti consumisti. Al limite si può supporre che proprio facendo leva sull'information overload, e anzi alimentando la sovrabbondanza di messaggi con ogni genere di mezzo, si può ottenere un risultato piuttosto efficace dal punto di vista della comunicazione. Quando si agisce per intuizione, in effetti, si sceglie in base alla prima idea che viene in mente. Se un'idea, un messaggio, viene ripetuto in modo molto insistente attraverso molti mezzi e in modo coordinato, tende a diventare, per molte persone, appunto, «la prima idea che viene in mente». E ad essa si tende a ricorrere tanto più spesso quanto più si vive in una condizione generale di information overload e dunque di disattenzione, che sfavorisce il ragionamento e favorisce l'intuizione.

    La sensazione di incertezza generale che deriva dalla sovrabbondanza di messaggi, intesa sia come moltiplicazione quantitativa delle informazioni sia come mancanza di un racconto sintetico che aiuti a interpretarne l'insieme, che può portare all'inazione, dunque a comportamenti depressi e orientati a ridurre i consumi di fronte all'ansia della scelta, può essere dunque calmierata da una strategia fondata sulla ripetizione di messaggi semplici capaci di installarsi nelle menti e indurre a comportamenti stereotipati, basati sull'intuizione che emerge nella disattenzione. Il rischio di questa strategia è quello di lanciare un'escalation di messaggi ripetuti che a loro volta moltiplicano gli effetti dell'information overload. Si può parlare a questo punto di inquinamento dell'ecosistema dell'informazione.

    La strategia della disattenzione non è difficile da implementare. Casomai è difficile che ogni strategia basata sulla disattenzione funzioni. Ma il risultato generale è comunque quello dell'inquinamento culturale. E questo può mettere in difficoltà i processi che richiedono davvero ragionamento e attenzione. Come quelli che consentirebbero di cogliere tutte le opportunità economiche e umane dell'avvento dell'economia della conoscenza. Che richiede una quantità di condizioni messe in discussione dall'information overload come un orientamento al ragionamento controllato, un ambiente silenzioso e riflessivo, una condizione esistenziale pacifica e per quanto possibile serena.

    Il passaggio storico è dunque tutt'altro che scontato. La sostenibilità ambientale, culturale e sociale di quest'economia in transizione verso l'ipotizzata epoca della conoscenza è tutt'altro che garantita. Il che implica una presa di coscienza profonda e un'intensissimo impegno di ricerca.


    3. La sostenibilità nell'ecosistema dell'informazione

    Il valore organizzativo dei media è enorme nell'epoca della conoscenza, ancora più che nell'epoca industriale. Dunque, le strutture emergenti nel sistema dei media possono avere un'influenza profonda sul risultato di questa transizione. Così come le strategie di coloro che li pensano, li gestiscono, ne interpretano il modello di business e la presenza nella società.

    La strategia della disattenzione ha punti di forza significativi. Ma non è detto che possa funzionare a lungo. Nel quadro dell'information overload, una strategia di comunicazione basata sulla ripetizione martellante di messaggi semplici, lanciati in modo coordinato su molti media, capace di cogliere con intelligenza una distratta attenzione per poi indurre a comportamenti intuitivi, o poco consapevoli, nella quotidiana disattenzione, può funzionare. E di fatto funziona benissimo. Ma non in tutti i casi.

    E comunque in tutti i casi richiede una crescente quantità di risorse. Con investimenti dal rendimento tendenzialmente decrescente. Che per mantenere la loro efficacia nel tempo devono aumentare, oltre che trovare forme comunicative sempre nuove. Con il risultato, comunque, di aumentare l'information overload e dunque anche il costo globale del lancio di ulteriori messaggi. Del resto, tutto questo ha l'ulteriore conseguenza di generare una sorta di inquinamento nell'ecosistema dell'informazione che alla lunga lo impoverisce. C'è dunque una debolezza intrinseca nella strategia della disattenzione. Che non può non essere segnalata.

    I costi di una strategia dell'attenzione sono molto più sostenibili, per le singole imprese, per le persone e per il sistema nel suo complesso. Questa strategia punta sull'attenzione di alto valore ma senza prezzo che si coltiva attraverso le relazioni tra le persone. Agli amici, alle persone alle quali ci si sente legati, si dedica un'attenzione umana forte, molto diversa da quella che si cede alle sollecitazioni delle campagne mediatiche e pubblicitarie. In questo modello interpretativo, emergono altre dimensioni dell'ecosistema della conoscenza che hanno enorme valore, come la reputazione, la fiducia, la consapevolezza.

    L'ecosistema della conoscenza vive in modo sano se coltiva l'infodiversità, se i messaggi deboli e non urlati non sono continuamente cancellati dalla violenza dei predatori che puntano tutto sulla strategia della disattenzione. Se gli esperti, gli scienziati, gli artisti non sono costretti a traformarsi in comunicatori con l'altoparlante sempre acceso solo per farsi notare. Se l'ecosistema trova il giusto spazio per tutti, senza selezionare a priori soltanto quelli che sanno occupare il palcoscenico. La coda lunga dei contenuti che un ecosistema sano della conoscenza può far vivere può essere valorizzata soprattutto nel caso che tra i gruppi sociali che generano informazione sussista una relazione di simbiosi, non solo di caccia e di lotta per la sopravvivenza.

    La simbiosi si mostra nei casi in cui la relazione tra due specie è tale che ciascuna non vive senza l'altra. In un certo senso, un grande motore di ricerca sul web non vive senza una grandissima quantità di piccoli siti interessanti per poche persone; e questi non vivono senza che un grande motore di ricerca consenta a poche o tante persone di trovarli. Analogamente, nel nuovo contesto della rete, gli autori, il pubblico attivo, gli editori, i gestori delle piattaforme di distribuzione e di accesso sono potenzialmente specie simbiotiche: nessuna di queste «specie» vive bene se non trovando il modo di servire le altre. Se una di queste specie tende a dominare parassitariamente l'ecosistema, se vive alle spalle delle altre mettendole in una condizione di silenzio, che nel mondo dell'informazione equivale all'estinzione, l'infodiversità sparisce e l'ecosistema dell'informazione si impoverisce. In particolare, gli editori simbiotici sono servitori del pubblico più che conquistatori di target: la rete ha bisogno di editori che facciano da filtro nella quantità di informazioni disponibili, seguendo una linea interpretativa trasparente e riconoscibile. Mentre i gestori di piattaforme servono simbioticamente gli editori, il pubblico attivo e gli autori se favoriscono l'infodiversità senza tentare di controllarla.

    Per molti, la creatività è rielaborazione continua di idee che sono nell'ecosistema della conoscenza. Una rielaborazione che aggiunge un valore che viene poi in parte venduto e in parte restituito all'ecosistema stesso.

    Questa implicita collaborazione che si sviluppa anche tra competitori è una delle forme più ricche e arricchenti della vita nell'ecosistema della conoscenza. E la sua dinamica quotidiana avviene essenzialmente in base alla creatività delle persone che si esprimono e si connettono. Espressione e connessione, d'altra parte, sono fruttuose solo se tra le persone stesse si instaura una relazione di fiducia, se le persone si riconoscono reciprocamente un'autorevolezza e una buona reputazione, se l'elaborazione collaborativa avviene in un clima di consapevolezza del progetto comune, implicito o esplicito, al quale si partecipa.

    Fiducia, reputazione, consapevolezza sono elementi di un insieme di beni comuni fondamentali per la pacifica convivenza e per la ricchezza di un ecosistema della conoscenza sostenibile. Le strategie della disattenzione tendono a consumare questi beni comuni, generando sfiducia, diffidenza e disattenzione. Insomma, tendono a inquinare l'ecosistema della conoscenza.

    Nel tempo, però, mentre le strategie della disattenzione costano sempre di più in termini di investimenti in comunicazione e di sostenibilità generale, le strategie dell'attenzione conquistano a basso - o nullo - prezzo la capacità di lanciare messaggi credibili, forti e duraturi. Generando ambienti culturali più capaci di ottenere risultati economici di largo respiro innovativo.

    Ci si può domandare se le regole istituzionali possano essere a loro volta innovate per favorire lo sviluppo sostenibile della conoscenza. E la risposta è certamente positiva. Ma prima che questo possa avvenire, occorre diffondere la consapevolezza di queste dinamiche.

    In gioco c'è un valore fondamentale, la grande responsabilità del sistema dei media: la vera risorsa scarsa e la meno rinnovabile è il tempo delle persone. Cioè, la vita delle persone. I media si rivolgono alle persone e chiedono essenzialmente il loro tempo. Si può pensare di schiacciare la vita delle persone su un iper-persente traboccante di informazioni insensate oppure di liberarla elaborando una prospettiva interpretativa che allunghi lo sguardo a una prospettiva consapevole che va dal passato al futuro. Intorno a questa idea si possono riformare le metodologie usate per valutare l'impatto dei messaggi e la qualità dei media. Può essere un passaggio strategico per favorire l'emergere di una nuova legittimità dei racconti condivisi, delle visioni che accomunano, in rapporto alle quali ciascuno può trovare il modo di contribuire con profitto e soddisfazione al progetto della società. Umanizando, in sostanza, l'idea di economia nell'epoca della conoscenza. Regalando attenzione a ciò che la merita.


    Chris Anderson - Ottimismo

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    Chris Anderson parla di ottimismo. Sostiene l'ottimismo della ragione. Dice: «Da quando ho smesso di guardare le news in televisione sono molto più ottimista».

    In effetti, le notizie sembrano vivere in un iperpresente che cerca l'attenzione immediata delle persone facendo leva sulle emozioni forti e veloci: dalla paura alla gioia; stanno più spesso nel dominio dell'irrazionale che in quello della ragione. Sicché liberare la mente da una quantità di emozioni eterodirette dai notiziari dell'iperpresente può far bene. 

    Casomai si può discutere sulla nozione di ottimismo. Non si tratta qui di un ottimismo a tutti i costi di chi dice che deve andare a finire bene per forza. Di chi incoraggia a continuare come si è sempre fatto che va bene così. Al contrario, si tratta di dire che le buone ragioni empiricamente sostanziate hanno buone probabilità di cambiare il mondo.

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    • The case for an Italian rebellion

      The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.

      An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.

      Why?

      continua... (21 commenti al 9 ottobre)

      Il seguito in italiano: con molti commenti


    • Sul prossimo futuro di Nòva

      Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

      Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)


    • Editori, tecnologia e pirati

      E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)



    • Strategie della disattenzione

      Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
      E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


    • Ecologia dell'informazione

      I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
      I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
      E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

    • Innovage

      Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
      Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

    • Attenti al loop

      La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









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