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Day August 8, 2013

George Dyson sull’Nsa come sintomo di malattia autoimmune

George Dyson, storico della scienza, discute della vicenda Nsa e spionaggio via internet (Edge).

Chi non se ne preoccupa è convinto che “tanto non ha niente da nascondere” ma è anche scettico sulla reale portata di quello che le spie digitali possono trovare “sono abile a scegliere quello che condivido online, quindi non possono capire quello che penso veramente”.

The ultimate goal of signals intelligence and analysis is to learn not only what is being said, and what is being done, but what is being thought. With the proliferation of search engines that directly track the links between individual human minds and the words, images, and ideas that both characterize and increasingly constitute their thoughts, this goal appears within reach at last. “But, how can the machine know what I think?” you ask. It does not need to know what you think—no more than one person ever really knows what another person thinks. A reasonable guess at what you are thinking is good enough.

Il punto non è che quello che la Nsa non ci riguarda. Il vero punto è che quello che fa la Nsa è probabilmente inutile. Ma costruisce un sistema di potere. Al quale la Nsa non vorrà rinunciare. E quindi ci dirà sempre che è un lavoro importantissimo.

If we capture all the e-mails in the world, and break all the encryption, we may discover that the world is not nearly as full of terrorists actually threatening the homeland as certain factions are warning us to be afraid of. It may really turn out to just be mostly cat videos (and normal criminal activity). The question is, will the security-industrial complex inform us of that?

Conclusione: si tratta di un sistema fuori controllo che può provocare più danni di quanti ne curi:

The current security hysteria has all the indicators of an autoimmune disease–when the organism starts reacting against itself.

C’era una volta la spia

International Aerial Robotics Competition (IARC): una gara di robot. Quello che ha vinto è una spia.

Non sono teleguidati, scelgono la strada per realizzare la missione. Possono contare su un computer connesso wireless per elaborare i dati. Ma non accettano comandi dall’esterno (Gizmag).

Chi si preoccupa per la privacy di chi passeggia per la strada di una città piena di telecamere fisse sull’entrata delle banche ha un nuovo motivo di preoccupazione.

Washington Trust

Una chiosa sulla lettera di Jeff Bezos sulla sua decisione di acquistare la Washington Post.

A un certo punto dice:

The values of The Post do not need changing. The paper’s duty will remain to its readers and not to the private interests of its owners. We will continue to follow the truth wherever it leads, and we’ll work hard not to make mistakes. When we do, we will own up to them quickly and completely.

E’ un passaggio che a mente fredda fa pensare a come si ascoltano e si interpretano frasi del genere in diversi contesti.

Fosse successo in Italia, per esempio, forse l’ascolto di una frase del genere verrebbe ammorbato di cinismo. E probabilmente non senza motivo.

Sicché perderemmo la bellezza e l’eleganza di una affermazione fondamentale sui valori del giornalismo, l’ingenuità di ritenerli possibili, la speranza di poterli affermare e sviluppare. Senza questi momenti in cui si ha fiducia, non si può innovare ciò che va innovato e distinguerlo da ciò che deve restare.

E’ bello sapere però che da qualche parte nel mondo anche un miliardario può scrivere una frase del genere ed essere ritenuto innocente fino alla prova del contrario. Sapendo che quando dovesse arrivare, quella prova del contrario, la fiducia in lui sarebbe irrimediabilmente compromessa. Sapendo dunque che lui, proprio lui, si prende una responsabilità: e rischia i suoi soldi, la sua credibilità, la sua reputazione. Nessuno, in America, è tanto sciocco da non vedere il rischio che Bezos si prende su tutta la linea. Ma molti, almeno all’inizio, gli offrono un giudizio aperto perché possa avere una chance di successo.