Paolo Sorrentino: La grande bellezza. Il tempo passa sul generone romano, ma il suo trucco rimane

I cinesi in visita a Roma. Gli arabi che mangiano nei ristoranti del lusso per turisti. I cori tedeschi e le scuole delle suore. I cardinali senza spirito e gli intellettuali senza idee. Le feste che rinnovano continuamente la barbarie burina tanto da farla apparire classica. Bacco non abbandona Roma ma cambia le sue forme. E la contemporaneità sedimenta, come sempre, le sue novità sulla storia antica senza soffocarla mai del tutto. Ma lentamente trasformandola: perché al confronto del presente, richiede con successo una specie di rispetto che si impone anche all’ignoranza. Purché si sappia che la leggerezza dell’esperienza inutile della contemplazione di tutto questo non è priva di conseguenze: gli aristocratici, i quasi-Colonna che si incrociano per un attimo nella Grande Bellezza, ormai si prendono a noleggio per nobilitare una festa, 250 euro a testa a serata; sicché si può pensare che anche i più ricchi e potenti di oggi avranno la loro parte di decadenza…

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Paolo Sorrentino ha fatto un grande film, probabilmente. Uno di quelli che si possono rivedere diverse volte. E che si possono citare solo dopo averli rivisti diverse volte. Perché prima di tutto passa un’atmosfera. Poi, stando attenti a ricordarle, le parole. E, dall’inizio alla fine, le immagini, meravigliose.

Ma la grande bruttezza del vuoto ipocrita che attraversa le forme bellissime della città, non riesce a impedire al sentimento che emerge dietro gli angoli, nei momenti dell’amicizia e della sincerità. L’umanità romana che finge di credere in se stessa non ha speranze, ma chi riconosce il proprio semplice “trucco” è in grado di sopportare meglio la quotidianità e forse alla fine di progettare qualcosa, come un nuovo libro da tanto tempo atteso.

Comments

4 Comments so far. Leave a comment below.
  1. Splendida pellicola, complessa al punto giusto da raccogliere plausi e critiche, senza mezze misure…

  2. stefano,

    bisognerebbe mandare questo film a woody allen e fargli vedere roma e la sua bellezza e la bellzza di questo film non la sua stronzata!

  3. Mi hanno colpito le tre citazioni artistiche che denotano un palato estremamente fine ed un disincanto cinico per le performance. Come non vedere la Abramivich nella velleitaria artista che tenta di frantumarsi la testa con trucchi da cinecittà sulle mura rivestite di gommapiuma. Per la bambina costretta alla sua performance demoniaca ed infine per l’unico momento di grande bellezza, quello che strappa una lacrima al protagonista che si presume averle tutte disseccate quando vede la distesa di fotografie scattate giorno dopo giorno appesa disposte come piccole lapidi di un enorme cimitero personale

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