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Day November 26, 2012

Ungaretti: nostalgia di un visionario. La civiltà dell’elettronica, dal 1953 al futuro

Giuseppe Ungaretti, stimolato da Leonardo Sinisgalli, scrive nel 1953, nel primo numero de La Civiltà delle macchine:

Caro Sinisgalli, mi chiedi quali riflessioni mi vengono suggerite dal progresso moderno, irrefrenabile, della macchina. (…). Ho detto una volta e già sono passati molti anni, che ritenevo la civiltà meccanica come la maggiore impresa sorta dalla memoria, e come essa fosse insieme impresa in antinomia con la memoria.

La macchina richiamava la mia attenzione perché racchiude in sé un ritmo (…). La macchina è il risultato di una catena millenaria di sforzi coordinati. Non è materia caotica. (…). Le calcolatrici elettroniche riescono a risolvere come niente equazioni che richiederebbero, se quei conteggi avesse da farli direttamente il matematico, anni e anni di lavoro, e forse gli anni non basterebbero; ma il prodigio non è qui: il prodigio metrico non è tanto nei prodotti di calcolo di quella macchina quanto nella macchina stessa: nei suoi congegni, nelle funzioni che, dai rapporti che tra di essi istantaneamente s’istituiscono, derivano, possono senza fine derivare. In quel prodigio di metrica noi possiamo ammirare il conseguimento di una forma articolata che, per raggiungere la sua perfetta precisione di forma, dovette richiedere ai suoi ideatori e ai suoi costruttori un’emozione non dissimile da quella, anzi identica a quella, cui il piacere estetico dà vita.

Ungaretti insegue quell’emozione, la sente e la comprende, ma ne trova un’altra:

Vi è una forza, che è della macchina, che si moltiplica dalla macchina generatrice inesauribile di macchine sempre più poderose, che ci rende sempre più inermi davanti alla sua cecità, alla sua metrica che si fa cieca per l’uomo, che perde ogni memoria per l’uomo smemorando essa l’uomo.

Era stato vicino al Futurismo, Ungaretti, ed era andato oltre. Le intuizioni della grande ricerca sembrano capaci di andare a sincronizzare il pensiero con la lunga durata. E infatti ancora i pensieri di Ungaretti riemergono, per esempio, nelle parole di Nicholas Carr. Ma Ungaretti precede e va molto oltre il polemista americano. E rivolgendosi ancora a Sinisgalli, scrive:

Tu sai dell’acceleramento portato alla storia dalla macchina, e della precarietà che ne viene agli istituti sociali, e del linguaggio che non sa più come fare per avere qualche durata da portersi volgere indietro e in qualche modo verificarsi lungo una qualche prospettiva. Quale sforzo dovrà sempre più fare l’uomo per non essere senza amore, senza dolore, senza tolleranza, senza pietà, senza ironia, senza fantasia; ma crudele, con il passato crollato, insensibilmente crudele come la macchina? Quale forzo dovrà sempre più fare per ridare valore sacro alla morte?

Perché la macchina supera la fantasia:

Il volo, l’apparizione delle cose assenti, la parola udita nel medesimo suono casuale di chi l’ha profferita senza ostacoli di distanza di tempo e di luogo, gli abissi marini percorsi, il sasso che racchiude tanta forza da mandare in fumo in un baleno un continente, tutte le favolose meraviglie da Mille e una notte, e molte altre, si sono avverate, la macchina le avvera. Hanno cessato d’essere slanci nell’impossibile della fantasia e del sentimento, sogni , simboli della sconfinata libertà della poesia. Sono divenuti effetti di strumenti foggiati dall’uomo. Come l’uomo potrà risentirsi con essi strumenti grande, traendo forza solo dalla sua debole carne?

Come potrà l’umanità essere grande di fronte alla sua stessa opera?

Forza morale!

La rivista che inizia con questo numero le sue pubblicazioni, e che tu dirigi, si propone di richiamare l’attenzione dei lettori anche sulle facoltà strabilianti d’innovamento estetico della macchina. Vorrei anche che essa richiamasse l’attenzione su un altro ordine di problemi: i problemi legati all’aspirazione umana di giustizia e di libertà. Come farà l’uomo per non essere disumanizzato dalla macchina, per dominarla, per renderla moralmente arma di progresso?

ps. “La civiltà delle macchine” è stata una rivista straordinaria, realizzata da Sinisgalli tra il 1953 e il 1958. Cinque anni durante i quali l’Italia volava verso l’industrializzazione, concentrava i suoi talenti e inventava macchine e prodotti di importanza globale. E, come dimostra “La civiltà delle macchine”, cercava anche di comprendere ciò che le stava accadendo, ricorrendo alla ricerca insieme artistica e scientifica. Credo che questo “insieme” sia la cifra della missione nella ricerca dei popoli come quelli che abitano l’Italia e molta parte dell’Europa. Quando la perdiamo, perdiamo ispirazione. E non comprendendo, usciamo dalla parte attiva della storia, finendo per subirla.