Sulle sirene che suggeriscono l’uscita italiana dall’euro

In un post di qualche giorno fa si è discusso intorno allo scenario di un’uscita italiana dall’euro. Il post è stato molto arricchito dai commenti: grazie a tutti. Forse vale la pena di tornare sull’argomento, in un contesto in cui si ha l’impressione che il dramma valutario sia meno stringente grazie all’intervento di Mario Draghi a supporto dell’euro e contro l’uscita di qualunque paese dalla moneta unica europea (Sole).

A chi conviene uscire dall’euro

Succedono infatti tante cose. Mentre si direbbe che le banche centrali stiano per intervenire e i leader europei stiano per lasciarle fare, si discute ancora del rapporto della Bank of America / Merrill Lynch che suggerisce come l’Italia sarebbe tra i maggiori beneficiari di un’uscita dall’euro, mentre a perderci sarebbe soprattutto la Germania. (Vale la pena di ricordare che la Merrill Lynch è tra le grandi banche che incarnano l’idea di finanza onnipotente con la quale l’occidente sta purtroppo facendo i conti).

La banca americana sostiene che l’Italia guadagnerebbe dall’uscita dall’euro perché aumenterebbe le esportazioni del 3% sul Pil, supponendo una svalutazione della sua moneta (una volta che sia ritornata la lira) dell’11% e soprattutto che l’uscita dall’euro sia ordinata. La banca non esplicita un’altra ipotesi: che le esportazioni producano denaro che torna in Italia; vale a dire suppone che gli esportatori si fidino di riportare il denaro in Italia invece di preferire di farsi pagare all’estero. Inoltre, la banca suppone che l’uscita dall’euro sia un evento chiuso in se stesso e non produca effetti a catena nel lungo termine. Infine, considera che l’Italia continuerebbe a pagare il suo debito pubblico.

La banca infine non tiene conto di un aumento delle esportazioni che si potrebbe ottenere semplicemente con una svalutazione dell’euro rispetto alle altre grandi monete (il che sta già avvenendo). Né sembra tener conto esplicitamente dell’aumento del costo delle importazioni (per esempio di petrolio) a fronte di qualunque tipo di svalutazione.

Tra i commenti al post precendente, alcuni criticavano la mancanza di dati. Ma si può vedere che non è la presenza di dati a rendere un ragionamento cristallino: i dati possono essere usati in molti modi.

Lo scenario dell’uscita dall’euro

Al di là di questo, lo scenario di un’uscita dall’euro non può – secondo me – prescindere dalla perdita di fiducia in una moneta svalutata e che con ogni probabilità potrebbe continuare sulla via della svalutazione. In quel caso, gli esportatori – appunto – tengono i soldi all’estero, chi fa soldi in Italia li porta all’estero, chi importa paga di più. E chi ha stipendi fissi – specialmente statali – perde potere d’acquisto. Anche per via dell’inflazione che potrebbe ripartire. Basterebbe solo la paura dell’ulteriore svalutazione a provocare, probabilmente, un’ulteriore svalutazione. Non ci sono dati per definire questo scenario, è soltanto un’ipotesi logica.

Chi potrebbe sentirsi a posto? Chi potrebbe pensare di guadagnarci?

Restando nell’euro ci vorrebbero – ipotizziamo – vent’anni di aggiustamento. Perché il debito dovrebbe comunque essere tenuto sotto controllo. Perché i consumi non potrebbero continuare comunque come prima (lo spreco immenso del consumismo e del consumo a debito non ha più senso). Perché si dovrebbero riformare un sacco di cose difficili da riformare, come le varie protezioni alle categorie (dai politici ai lavoratori, dai commercianti ai professionisti, ecc ecc). Ma si potrebbe aggiungere un po’ di innovazione orientata al risparmio: energia, gestione dei rifiuti e del packaging, trasporti, produttività…

C’è uno scenario virtuoso per la svalutazione, ma passa per una forma di autarchia (supponendo che questa sia gestibile). C’è uno scenario virtuoso se si resta nell’euro che passa per l’innovazione del sistema (supponendo che siamo capaci di farla). C’è uno scenario vizioso per la svalutazione: conflitto sociale, povertà, autarchia governata dai furbi. C’è uno scenario vizioso se si resta nell’euro: crescita del potere dei potenti, aumento delle tasse, peggioramento dei servizi pubblici, incapacità di innovare.

Tutto passa per la scelta fondamentale. Vogliamo cedere sovranità oppure imparare a organizzarci da soli? Per rispondere dobbiamo domandarci: che Italia vogliamo costruire? E’ più probabile ottenerla con la nostra classe dirigente attuale, oppure con una nuova classe dirigente meravigliosa che dobbiamo trovare, oppure con una classe dirigente decente ma continuamente costretta a confrontarsi con le classi dirigenti europee? C’è da scrivere ancora a lungo. E dopo aver ragionato, c’è da fare i conti. Imho.

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