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Month April 2012

Un futuro con meno Google e Facebook

Un pezzo di Eric Jackson su Forbes fa venire in mente il vecchio motto di Bill Gates: «Nessun leader di una fase dell’informatica è leader anche nella successiva». Jackson parla di un futuro senza Google e Facebook. «Non nel senso che falliscano. Nel senso che MySpace ha esemplificato». Semplicemente non saranno più sulla cresta dell’onda. Saranno “vecchie”. È possibile? Appaiono talmente giganti e protagoniste, oggi, che non si riesce a pensare che possano non essere più al centro dell’attenzione. Eppure, l’Ibm, che pure è restata grossa, non fa più parlare molto di sé. E la Microsoft, che pure è restata grossa, non riesce a uscire dall’ombra, nonostante il Kindle e il sistema operativo che ha installato nei nuovi Nokia. In un certo senso, anche Google e Facebook, dice Jackson, rischiano di essere meno rilevanti.

La situazione attuale ci fa pensare che sia incredibile. L’esperienza ci dice che più che possibile. Ma quale può essere il movimento che spiazza Google e Facebook e le fa uscire dai riflettori?

Microsoft è uscita dal centro non avendo potuto cavalcare davvero l’internet. Yahoo! è stata spiazzata con tutta l’epoca dei portali dal motore di Google. Google non ha preso davvero sul serio la questione dei social media. E ora? L’onda attuale, è chiaro come il sole dice Jackson, è la tecnologia mobile. Instagram non è che un esempio estremo di timore facebookiano nei confronti del mobile. Il social network non ha ancora un’idea precisa di che cosa fare sulla rete mobile. E comunque va a finire che sarà spiazzato, dice Jackson.

A pensarci bene, è possibile. Ma probabilmente non è l’unica dinamica che si può formare. I difetti delle piattaforme attuali, banalmente personalizzanti e orientate alla filter bubble, troppo concentrate sulla pubblicità, troppo incerte sulla qualità del risultato informativo, troppo lontane dalla buona gestione dei beni comuni della conoscenza, aprono opportunità enormi per chi saprà rispondere alle esigenze emergenti.

In ogni caso, un fatto è certo: i grandissimi giganti della tecnologia digitale di rete hanno la possibilità di crescere velocissimamente e conquistare sul campo una forma di “monopolio” nella loro categoria (proprio per le dinamiche intrinseche all’effetto-rete che favorisce le tecnologie più usate). Ma le categorie possono cambiare. Quando accade, qualcuno dichiara che c’è un cambio di paradigma: ma nel digitale, il paradigma è proprio quello del cambiamento.

Per questo, imparare a vedere le cose in prospettiva è un valore tanto importante.

Startup: certo che c’entra il marketing. Ma è nuovo anche quello

La progettazione di una startup è anche la definizione del contributo che offre all’ecosistema dell’innovazione e nel quale la nuova azienda cerca di emergere. In pratica, una startup deve conquistarsi uno spazio a più dimensioni: uno spazio nel mercato che intende servire, uno spazio nel sistema finanziario, uno spazio nell’attenzione che le persone possono dedicare al suo argomento. Come dire: si dovrebbe pensare al prodotto o al servizio che si propone, ma anche al modo di raccontarlo.

Hayut Yogev è ceo di Gaia, un’azienda di marketing che si occupa essenzialmente delle startup israeliane. La sua idea è che una startup non deve solo inventare il suo prodotto ma anche la categoria alla quale appartiene nel grande campionato della competizione globale. “Devi dire in una parola che cosa hai di unico. E quella parola la devi spiegare in due frasi”. Questo non elimina la necessità di fare tutto quello che serve al marketing dell’azienda, ma spinge a pensare. L’attenzione delle persone dipende dalla loro agenda, dal mondo in cui interpretano le cose, dalla lista di priorità che riconoscono. E dal posto che attribuiscono a una startup nella loro lista di priorità.

Una strategia di marketing non è necessariamente un concetto caro agli innovatori che pensano di avere un’idea vincente o una tecnologia superiore. Eppure, con molta umiltà il tema va preso in considerazione. Anche se il marketing di oggi non è più quello di una volta. Non basta studiare un mercato, definire un target, decidere un prezzo e cose simili. Occorre una storia che cattura l’attenzione. Con lealtà nei confronti di chi l’ascolta. Perché alla fine l’innovazione non è la produzione di una cosa nuova, ma casomai la sua adozione. E chi adotta merita innanzitutto rispetto.

Robert Kennedy Awards. Onore all’informazione sui diritti umani

Chi ha scritto e fatto informazione con coraggio e capacità intorno ai diritti umani in una prospettiva europea può partecipare: European Robert Kennedy Journalism Awards. Tutte le istruzioni sono qui: call JA-International.pdf. Le proposte devono arrivare entro il 15 maggio prossimo. La cerimonia di premiazione sarà a Firenze il 19 giugno prossimo. (Robert Kennedy Center for Justice & Human Rights).

And then one day I was in a room full of products with Steve Jobs and Jonathan Ive…

It was September in Paris. And it was time of Apple Expo. I can’t find a document to prove if it was 2002 or 2003. But I have the feeling it was 2003. Anyway, there had been Steve Jobs’ keynote. And there had also been the usual Q&A session for journalists, after the keynote.

As usual I had been asking a lot of questions about what we could see by looking ahead. Jobs was not bored, he even seemed interested in answering. I don’t think he remembered me, but we had had quite a few interviews and Q&As before. Anyway I asked him: «But the iPod could be a phone?».

He answered after sort of thinking about it. «There is too little bandwith to download songs on the mobile network…». That’s what he said, but he seemed considering something else at the same time. If he actually was he didn’t tell.

Don’t take me wrong. During previous interviews I had also suggested some changes that Apple was already considering. Such as to do the iMac in different colours. Or such as introducing an Apple browser. In that case, I had been saying that the Explorer for Mac was not as good as the one for Windows: while I was speaking he was gesturing like someone that agrees, but then he said: «The Explorer is a very good browser». After three months, Safari was launched. It was fun to see that I sort of thought the same way as them. And it was interesting to see Steve Jobs in a thinking mode: when questions were similar to the questions that he had solved or at least considered he was really friendly.

The company seemed less friendly when you had to cope with those Apple’s international public relations guys. They even tryed once to make me fill in a “non disclosure agreement” before letting me in a press conference with some anticipations: I refused. But that was before Jobs’ coming back to the company.

After the Q and A, in 2003, one of the soviet-looking-and-acting public relations persons that Apple was using to deal with journalists and keep them away from any unintended move during the event came to me and asked me to follow him.

I followed him. He led me to another room. He opened the door and in the room I found Steve Jobs, Jonathan Ive and Phil Schiller. Nobody else. The room was full of products, mainly iPod accessories. The three of them seemed a bunch of friends chatting about the thinks they liked most, they didn’t react in surprise when I entered; it was like I was a usual presence, in any case nobody introduced me to the three of them and we didn’t feel the need for such an introduction. I had no words. There was a noise in my mind and a confusion in my stomac. Suddendly I didn’t know what to say and I didn’t even wonder if I was supposed to say anything. They asked me if I liked the new iPod. They showed me products they liked, such as a Bose system for hearing music with an iPod. Jobs was very fond of it, he wanted to show it to me and let me hear how it sounded. We spent some time and then it was finished. I went away in joy.

I forgot the episode until I’ve been reading some pages about the iPod in Walter Isaacson’s book. Why did I forget about that fact? Because nothing special happened. And because I never connected that episode to the fact that some time later the iPhone would come out. I knew that mobile operators and phone companies were not getting the internet opportunity they had: to create a device that was able to get the internet really mobile. It was to happen in 2007. I had probably been honored for my questions. And I had been inside the cultural evolution that was going to change a lot in the web world. But it was the present, and I thought that I was just living it: history is such a richer way to look at things that happen…

But there is more to think about that episode. Steve Jobs’ story has been transformed in an iconic piece of history, or criticized a lot. His public figure is a role model that it is difficult not to admire. Because it is the inspiration that we need. But when you are in the middle of living a story it is very hard to look at it in perspective. When you don’t know the future, and you are building it, anything just seems normal.

It seems to me that we should think at our present life in a way that helps us to seeing how important it is in perspective: any future comes from our present. Perspective connects past and future, action and thinking. Perspective is the discipline for building a new “science of consequences” that we deeply need.

Assaggi di libri – CONTRO STEVE JOBS – Evgeny Morozov

libri-morozov_jobs.jpg

Evgeny Morozov, “contrarian” di grande energia, ha raccolto in un libretto pubblicato in Italia da Codice i suoi pensieri intorno alla figura di Steve Jobs. La sua critica è rivolta fondamentalmente contro l’idea che il co-fondatore della Apple sia stato un “filosofo”, idea proposta da un giornalista tedesco dello Spiegel qualche tempo fa.

Morozov smonta l’eventuale coerenza filosofica di Jobs evidenziandone alcune contraddizioni, sul suo pensiero nel campo del design, sulla sua relazione con i valori della controcultura californiana e l’ossessione del controllo che si è diffusa dopo l’11 settembre, sulla condizione dei lavoratori della sua azienda.

In realtà, Steve Jobs non si sarebbe mai pensato come un filosofo. E del resto, alcune delle questioni apparentemente contraddittorie evidenziate da Morozov non lo erano poi troppo. Per esempio, la mania del controllo non emerge solo dopo l’11 settembre ma è un suo tratto specifico fin dai primi anni Ottanta, quando progetta il Mac, e si confronta da subito con il pensiero più “libertario” di Steve Wozniak. E quanto al design, certamente il suo debito nei confronti di Bauhaus e Braun è importante, come del resto nei confronti di alcuni tratti della sensibilità giapponese, ma sarebbe difficile pensare che abbia deciso di volerne testimoniare tutta la filosofia sottostante: la relazione tra forma e funzione regge sempre fino a un certo punto nelle macchine che servono a far girare programmi prodotti da altri e questo vale sia nei telefoni con le apps sia nei computer con i software.

Ma il contributo “smitizzante” di Morozov è benvenuto soprattutto se aiuta a considerare le conseguenze delle innovazioni con un metodo libero dalle incrostazioni ideologiche.

E la riflessione sulla semplificazione nell’uso della tecnologia voluta e realizzata dalla Apple, per esempio, può generare qualche riflessione. Da un lato, conduce persone che non hanno alcun interesse nella tecnologia a farne uso per ottenere risultati creativi nuovi. Dall’altro rischia di diffondere una cultura della passività nei confronti della tecnologia, una sorta di analfabetismo tecnologico che può riservare qualche problema. Morozov stesso però esclude che la Apple possa per questo avere avuto un effetto frenante sull’innovazione. Casomai, dice, può contribuire alla banalizzazione del web attraverso la logica delle apps. Una conseguenza che peraltro è possibile emerga dalla logica che stanno seguendo tutte le grandi piattaforme attualmente vincenti, da Amazon a Google, da Apple a Facebook. Ma non si può peraltro negare che accelerando la dinamica di adozione dell’html5, mentre faceva nascere il mercato delle apps, la Apple abbia anche rafforzato il progresso del web.

Insomma. La critica di Morozov è utile per alimentare la consapevolezza critica e contrastare la passività nei confronti della tecnologia. Non è rivolta particolarmente contro Steve Jobs, ma piuttosto con alcune esagerazioni che sono state compiute da lettori troppo elogiativi. E di certo non tenta di smontare l’importanza del contributo economico e culturale di Jobs, anche quando accenna alle sue sue bizzarrie caratteriali. Alla fine, storicamente, nella figura pubblica di Steve Jobs prevale la sua capacità ispirare chi percorre la difficile strada dell’innovazione.

Fact checking sociale

Una piattaforma per il factchecking collaborativo viene presentata oggi a Perugia. È un progetto di Ahref al quale collaboro.

I cittadini che hanno un dubbio su un fatto che è stato citato in un giornale, in un discorso, in una trasmissione televisiva, possono scrivere la frase da verificare nella piattaforma e collaborare a trovare i documenti che ne attestano l’attendibilità. (Post)

Vedi anche:
Fact checking, lunga battaglia
La bellezza del fact checking
Net smart – Rheingold

Wikileaks e Globaleaks

Due architetture per il whistleblowing a confronto. Wikileaks è evoluta come un’alternativa a un giornale: raccoglie i documenti riservati messi a disposizione del pubblico da anonimi e ne verifica l’attendibilità, seguendo anche in un certo senso una sua linea editoriale. Globaleaks è una nuova soluzione completamente software, open source, che chi voglia attivare un sistema di whistleblowing può adottare per favorire l’emergere di informazioni riservate grantendo l’anonimato a chi la usa.

Ne hanno parlato, a Perugia, Kristinn Hrafnsson di Wikileaks e Arturo Filastò di Globaleaks.

I giornalisti hanno da sempre un loro sistema per coprire le fonti che rivelano documenti riservati. E la legge li aiuta in questa funzione che, dal punto di vista democratico, è chiaramente fondamentale. Le macchine come quelle di Wikileaks e Globaleaks favoriscono ancora di più questa pratica garantendo che neppure il giornalista conosca l’identità della persona che offre al pubblico i documenti riservati. Ma naturalmente, come in ogni innovazione, le conseguenze non sono tutte sotto controllo.

Il dibattito ha fatto emergere la difficoltà che permane nel controllo dell’attendibilità dei documenti, per esempio. Un’ulteriore innovazione in questo senso può essere realizzata. Ma la strada di Wikileaks sembra essere quella di migliorare il processo interno con il quale gli operatori di quella piattaforma riescono a valutare l’attendibilità dei documenti: il che è tanto più difficile quanto più grande è la massa di documenti da analizzare. La strada di Globaleaks sembra essere quella di affidare a un’architettura decentrata il lavoro di controllo e quindi moltiplicare le probabilità di trovare persone in numero e competenza sufficiente a svolgere il lavoro.

Esiste peraltro anche un problema politico più complesso. Non è detto che la regola secondo la quale tutto ciò che è segreto debba essere reso pubblico. Per i dissidenti che operano in regimi autoritari, l’emergere delle loro attività può essere molto pericoloso, e non si può negare il rischio che questo avvenga più facilmente con la diffusione di piattaforme che rendono facile la denuncia. Per questo Wikileaks risponde con un’azione dotata di una sua politica e di una sua linea interpretativa. Lo stesso dovrebbero fare gli utenti di Globaleaks con la loro ragionevolezza.

Sta di fatto che questi problemi sono oggetto di riflessione. Difficilmente possono essere trattati come problemi da affidare a cambiamenti legislativi. Non si può negare, peraltro, che il fenomeno sia di grande portata per il sistema dell’informazione: l’emergere di Wikileaks che, come ha sostenuto Hrafnsson, non è stata mai condannata da nessun tribunale ma che a quanto pare è stata contrastata da un’operazione più o meno coperta dei governi occidentali ne ne hanno tagliato le fonti di approvvigionamento tecnologico ed economico, ha fatto apparentemente entrare in contraddizione le democrazie occidentali con i loro principi di libertà di espressione e informazione. Soprattutto sulla base delle considerazioni che sono state fatte intorno all’opportunità che i documenti diplomatici riservati potessero essere resi pubblici: può la diplomazia funzionare in completa trasparenza? Chi decide che cosa sia opportuno rendere pubblico? Wikileaks dice: i cittadini. I governi dicono: la politica.

Rodotà: democrazia e tecnologia

Stefano Rodotà al Festival del giornalismo ha parlato di democrazia e tecnologia. La domanda che ci poniamo è chiara: la tecnologia salva la democrazia o la invade? Siamo di fronte a una prospettiva ateniese, con la possibilità della democrazia diretta, oppure ci apprestiamo a vivere un’esperienza orwelliana, con una macchina “grande fratello” che governa le nostre vite?

Intanto, dice Rodotà, è cambiato il nostro rapporto con la conoscenza è cambiato. L’accesso ai documenti è diventato molto più facile. La nostra società è diventata impensabile senza internet. E internet struttura la società.

Spero di non tradire il pensiero articolato e profondo di Rodotà con questo riassunto.

La prospettiva che Rodotà mostra è in continua evoluzione. Dalla piazza riempita dalle persone che ascoltano un comizio, come avveniva nel dopoguerra, alla piazza svuotata dalla televisione e, oggi, al ritorno in piazza delle persone che manifestano organizzandosi attraverso la rete. Che cosa si sta preparando per la democrazia?

Sappiamo che la democrazia diretta, intesa come un sistema per votare su ogni decisione a suffragio universale via internet, non funzionerebbe. Ne abbiamo un’avvisaglia considerando la “democrazia del sondaggi”. L’agenda della democrazia dei sondaggi è governata da chi decide quali domande porre al campione di cittadini, quando porle, sulla base di quali informazioni: scegliendo l’argomento in un preciso momento storico si influenzano le decisioni (un referendum sulla pena di morte realizzato subito dopo un efferato assassinio avrà probabilmente esiti diversi da un analogo referendum realizzato subito dopo la scoperta dell’innocenza di una persona successivamente all’esecuzione della condanna).

In realtà, la democrazia non è soltanto votare. È un processo che coinvolge l’informazione, la partecipazione, il controllo delle decisioni, la progettazione delle linee di innovazione normativa da adottare. I media sono l’accesso a un complesso di fenomeni che hanno a che fare con ognuna di queste dimensioni del processo democratico. E possono consentire di superare la condizione di cittadini che non possono partecipare se non votando ogni cinque anni.

Come guidare l’evoluzione dei media in modo che aiuti la complessità delle dimensioni del processo democratico? I temi di riflessione sono diversi. La selezione dei contenuti oggi si svolge in modo rinnovato: un tempo le notizie arrivavano ad essere pubblicate dopo un processo di verifica; oggi la verifica e il controllo delle notizie arriva dopo che sono state pubblicate. Questo richiede una consapevolezza più profonda e una riflessione ancora da sviluppare. Allo stesso modo il tema del pluralismo richede pensiero: la diversità di opinioni e punti di vista è probabilmente un valore superiore da salvaguardare in ogni caso, nella convinzione che la rete abbia la capacità di autoregolarsi e autoripararsi. Ma dobbiamo anche sapere che l’evoluzione attuale della rete non è quella di una dimensione della realtà sociale autonoma dagli stati e dalla volontà delle grandi piattaforme private. La consapevolezza dei cittadini di fronte a queste dinamiche è una condizione fondamentale della democrazia. Come lo è la chiarezza sulle priorità dei diritti dei cittadini di fronte alle richieste più o meno confuse e interessate degli stati e dei grandi capitali privati.

La questione è aperta. Ne usciamo con l’idea che la democrazia, comunque, non è tanto nella macchina che la supporta quanto nella cultura e nell’energia democratica dei cittadini.

Vedi anche:
La maturazione del rapporto tra internet e democrazia
L’intelligenza collettiva e la democrazia

Tra poco, Rodotà

Tra poco, il keynote speech di Stefano Rodotà al Festival del giornalismo di Perugia. Intanto, rileggiamo il magnifico discorso conclusivo del suo mandato al Garante per la protezione dei dati personali, del 2005.

Confusione blog

Le notizie sull’intervento del ministro della Giustizia Paola Severino a Perugia riguardo alla regolamentazione dei blog sono piuttosto confuse. «Autoregolamentatevi», «possono fare più danni dei giornal», «scrivere su un blog non autorizza a scrivere qualunque cosa» e altre citazioni del genere non contribuiscono alla chiarezza ma alimentano la confusione. (Corriere)

Editoria tra costruzione dello spazio sociale e modello business. Al Festival del giornalismo

Al Festival del giornalismo, tra le mille cose importanti e interessanti, oggi c’è anche un dibattito con Giulio Anselmi, Paolo Peluffo e Angelo Agostini, cui contribuisco. Il titolo è vagamente scontato: “Dalla carta stampata al digitale: come cambia l’editoria”. Ma la spiegazione è molto interessante: “L’editoria contribuisce in maniera determinante alla costruzione dello spazio sociale in cui si formano le opinioni e si svolge la nostra vita quotidiana. I cambiamenti tecnologici degli ultimi anni, in particolare con l’accesso in mobilità (la telefonia mobile), obbligano a ripensare il business model delle imprese editoriali e le modalità di fruizione dei contenuti. Lo scenario attuale e le prospettive future”.

La discussione si potrebbe concentrare sul ruolo attribuito all’editoria: che nello stesso tempo costruisce spazio sociale e fa business.

L’editoria non è certo l’unico settore imprenditoriale al quale viene attribuita una forte responsabilità sociale. L’architettura e l’edilizia per esempio potrebbero essere considerata altrettanto importanti da questo punto di vista. Ma è un settore nel quale i modelli tradizionali sono in crisi e che richiede innovazioni veloci e profonde. La sua struttura imprenditoriale si sta trasformando velocemente: gli editori tradizionali hanno perso il controllo sulla tecnologia e vengono spesso spiazzati dal punto di vista imprenditoriale, mentre ancora non sappiamo se i prossimi editori sono destinati ad essere quelli che oggi innovano la tecnologia digitale (Amazon, Apple, Google). Forse piuttosto si vedrà una molteplicità di funzioni imprenditoriali nello spazio dell’editoria (piattaforme di distribuzione, marketing, scelte culturali). Tutto questo comunque avrà anche una funzione sociale.

C’è la tentazione di pensare che se un’attività economica ha una rilevante funzione sociale allora debba essere regolata perché non si imponga troppo sulla società e nello stesso tempo debba essere salvaguardata perché non vada in crisi cessando si svolgere quella funzione sociale tanto importante. Su questi aspetti, la discussione è aperta. Ma c’è qualcosa che dovrebbe emergere a correzione di un eccesso di dipendenza dell’editoria dalla politica e dallo stato: la funzione della comunità. I commons culturali sono una ricchezza di tutti e la comunità deve imparare a gestirli efficientemente, aiutandone anche la sostenibilità economica. Molto si sta già facendo su internet. E molto di più si può fare. Questa dimensione del bene comune non è il nemico dell’editoria imprenditoriale: garantisce lo sviluppo di un pubblico educato e di una continua formazione di autori preparati, oltre a costituire la miniera d’oro della conoscenza dalla quale ogni editoria trarrà sempre il suo valore. Ovviamente questo non significa abbandonare il diritto d’autore, ma significa che eccedere con la protezione del copyright solo per salvaguardare il modello attuale dell’editoria ma in modo da rischiare di impoverire il pubblico dominio e l’innovatività della rete sarebbe controproducente per la stessa editoria. Imho.

Vedi anche:
Digital content economics
Diritti umani e copyright

Segnali. Post di link

Immaginando il futuro di internet. Una raccolta di opinioni in video un po’ su quello che sarà e molto su quello che si desidera sia la rete. (elon.edu)

Un pezzo scritto meravigliosamente da Claude Fisher su un tema controverso quanto ambiguo. I nuovi media ci rendono soli? Fisher pensa di no. Utile per leggere criticamente i dati in materia. Meno per le conclusioni. Lo sapevamo già: la televisione aveva probabilmente già avuto un effetto sui legami sociali che poteva apparire molto più simile alla generazione di solitudine. I nuovi media arrivano in questo contesto. E in effetti ricostruiscono alcuni legami sociali mentre ne allentano altri. (BostonReview)

Un pezzo sul McKinsey Quarterly usa un linguaggio piuttosto crudo parlando di come i manager possono “modellare” i comportamenti dei consumatori usando i social media. (McKinsey)

Globalinet /2. Diritti umani e copyright

A Globalinet, David Hughes (Senior Vice President of Technology, Recording Industry Association of America) dice: «La dichiarazione universale dei diritti umani dice che il copyright va difeso». Bertrand de La Chapelle risponde: «Non può dire questo. La dichiarazione universale dei diritti umani dice che gli autori vanno difesi».

Ecco l’articolo 27:
(1) Everyone has the right freely to participate in the cultural life of the community, to enjoy the arts and to share in scientific advancement and its benefits.

(2) Everyone has the right to the protection of the moral and material interests resulting from any scientific, literary or artistic production of which he is the author.

Vint Cerf dice: «Se un editore vuole proteggere il suo contenuto e farlo pagare non dovrebbe pubblicare quel contenuto con una tecnologia che non gli consente di proteggerlo». E aggiunge: «Se vogliamo creare nuovi media che servano ai modi con i quali vogliamo scambiare contenuti facciamoli. Inutile discutere di vecchi modelli da far funzionare su media nuovi».

Il dibattito si è fatto acceso. Evidentemente sarebbe più chiaro se si comprendessero i diversi punti di vista di editori e autori, di pubblico e compagnie tecnologiche. Dal pubblico, arriva una giusta citazione di un discorso di Neelie Kroes sul copyright e gli autori.

Globalinet. Digital content economics tra vecchi e nuovi argomenti

Il dibattito a Globalinet, Ginevra, oggi sembra un salto nel passato. Si discute di digital content, intellectual property e innovazione. Si discute di copyright e come pagare i contenuti… C’è chi dice che il copyright va rispettato e chi dice che internet ha cambiato il sistema tanto che non ha più senso andare contro l’onda innovativa ma occorre cercare nuovi modelli. Sembra di essere sempre fermi allo stesso punto.

In realtà, un equivoco continua a impedire l’avanzamento del dibattito.

Nel vecchio contesto, gli editori possedevano la tecnologia e compravano il copyright dagli autori per rivenderlo sui loro media. E quei media interamente controllati dagli editori erano il solo modo che il pubblico aveva per accedere ai contenuti. Gli autori avevano interesse a cedere il copyright agli editori perché questi garantivano un solido modello di remunerazione.

Nel nuovo contesto, gli editori tradizionali non possiedono la tecnologia. Continuano a comprare il copyright dagli autori ma non riescono a garantire un solido modello di remunerazione perché i loro media non sono più il solo modo che il pubblico ha per accedere ai contenuti.

Inoltre, nel nuovo contesto, una grande parte del pubblico contribuisce alla produzione di contenuti in base a modelli gratuiti, non profit, mutualistici. Una parte di questi contenuti riducono la scarsità e dunque il prezzo accettabile dei contenuti professionali.

Quindi il punto di vista degli editori e degli autori sul problema del copyright rischia di essere divergente.

Per gli editori si tratta di recuperare un qualche controllo sulla tecnologia, inventando piattaforme e applicazioni o alleandosi con i nuovi protagonisti della tecnologia.

Per gli autori si tratta di trovare il modello di remunerazione migliore. Possono andare direttamente sulle piattaforme tecnologiche che garantiscono una remunerazione, da Apple ad Amazon e a YouTube. Possono cercare di intercettare il denaro che fluisce nel settore del non profit. Possono puntare all’analogico, presentando i loro contenuti in contesti fisici e live, come il teatro. Oppure possono continuare a vendere il copyright agli editori che combattono per mantenere una quota di mercato significativa.

Ha ragione chi dice che è giusto che i contenuti professionali siano pagati ai loro autori. E gli autori possono trovare modelli flessibili per fare in modo che questo avvenga. Ma che il lavoro degli editori debba essere pagato è questione di modelli di business, tecnologia e legittimità del valore aggiunto che producono.

Gli autori hanno bisogno di editori per una serie di funzioni che non sono necessariamente accorpate da aziende che le svolgono in modo integrato. I grandi editori sono capaci di arricchire di gusto, cultura e sensibilità il lavoro degli autori. I grandi editori fanno marketing e pubblicità. Si occupano della distribuzione e degli anticipi di pagamento. Ma se non recuperano un’adeguata capacità innovativa dal punto di vista tecnologico, rischiano di vedere una separazione tra queste funzioni, con la nascita di operatori specializzati: agenti, editor, consulenti di marketing, piattaforme di vendita potrebbero non essere più funzioni concentrate in aziende integrate ma diventare il compito di aziende specializzate.

Se gli autori e gli editori non hanno più lo stesso punto
di vista sul copyright, mentre il pubblico e i produttori di tecnologia
hanno un ruolo innovativo profondissimo con il quale autori ed editori
devono imparare a fare i conti, allora cambia anche la relazione tra copyright, pubblico dominio, creative commons e altre forme giuridiche di considerazione del diritto sulle opere autoriali. Difendere il copyright per come era nato nel vecchio contesto allargando lo spazio del copyright a discapito del libero sviluppo del pubblico dominio sarebbe un errore in termini di bene comune e probabilmente non servirebbe comunque a salvare gli editori che non fossero in grado di migliorare la loro competenza tecnologica. Le strade per uscire da questa impasse abbondano e gli autori sperano certamente che si trovino. Ma tutto questo passa per una maturazione culturale che in effetti sta avvenendo, nonostante quello che si senta dire nei dibattiti. Meno male che Vint Cerf è intervenuto a Globalinet dicendo che la salvaguardia del copyright non può essere ottenuta a scapito del pubblico dominio: «il copyright deve essere limitato nell’interesse di tutti» ha detto Cerf.

Il nuovo contesto non è certamente stabilizzato. La maturazione qualitativa dei social network, il cui progresso non finisce probabilmente con Facebook, fa pensare che il valore aggiunto generato dagli autori possa essere conosciuto indipendentemente da complessi sistemi di marketing centralizzato. Le piattaforme di vendita di contenuti di Apple e Amazon stanno funzionando, di certo non sono facili da usare per gli autori, ma potrebbero migliorare. Il non profit potrebbe assumere un ruolo più importante nella generazione di sistemi di informazione e civic media più orientati al bene pubblico e alla cittadinanza. E nello stesso tempo, vecchi e nuovi editori potrebbero trovare un modo equilibrato per valorizzare il loro ruolo culturale ed economico. La fioritura di innovazioni è un po’ difficile da discernere mentre la si sta vivendo, in un periodo di grave crisi e sofferenza. Ma va affrontata con equilibrio, responsabilità e un po’ di energia costruttiva. Imho.

Esportazioni digitali

In un recente post, Nicola Mattina si chiede se internet e la tecnologia digitale può servire a sostenere le esportazioni italiane. Più in generale se la crescita del digitale in Italia può servire in modo tangibile alla crescita italiana.

Secondo me la risposta è sì. Ma da diversi punti di vista, non da uno solo:

1. Le grandi industrie esportatrici italiane (arredamento, abbigliamento, alimentare) stanno usando il digitale da tempo per ridurre i costi della prototipizzazione e della produzione, per aumentare l’efficienza dei campionari e la customizzazione dell’offerta, per aumentare la varietà della gamma di prodotti.
2. Prendendo lo spunto di Carlo Alberto Carnevale Maffè, “internet è un vettore non un settore”, l’Italia è debole nelle piattaforme (non solo di ecommerce) e forse anche nell’uso di quelle piattaforme per fare marketing e vendere. Ma potrebbe migliorare. Jobrapido e Zooppa sono esempi di questa possibilità.
3. Il digitale può essere la tecnologia fondamentale di nuovi prodotti. Industriali, come è già il caso di molta meccatronica. Consumer, come nel caso delle molte applicazioni e proposte di servizi di tante startup che stanno venendo fuori anche in Italia e che trovano feedback immediati dal mercato usando le piattaforme globali costruite da Apple, Google, Amazon. Questo può portare un fatturato dall’estero e quindi esportazioni, come avviene per esempio con AppsBuilder che vende due terzi delle sue apps all’estero.
4. La crescita di un vibrante sistema di nuove imprese orientate alla crescita e al mercato internazionale in Italia può anche attirare capitali in Italia, nel momento dei primi o secondi round di finanziamento e nel momento della vendita finale della startup a una grande azienda, nell’eventualità che sia straniera. Non si tratta di esportazioni, ma di entrata di capitali in Italia. Questo succede molto meno di quanto potrebbe. Ma si potrebbe sviluppare.

Insomma, la risposta a Nicola è più articolata di quanto non avrebbe dovuto essere. Ma è sostanzialmente positiva. E investire su questa tecnologia è una buona idea. (Purché si sappia che il digitale non produce soldi automaticamente. Senza un consapevole e lungimirante investimento in cultura ed educazione, le opportunità che si riescono a cogliere sono probabilmente inferiori).