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Perché gli italiani non si ribellano. Che altro possono fare…

Vorrei dar conto di una discussione che si sta sviluppando intorno a un
tema emozionante. Grazie per tutti i commenti che sono stati proposti su
questo blog, su Twitter, su Facebook, su Google+. Mi scuso in anticipo per la lunghezza di questo post e per gli errori che inevitabilmente contiene. Si tratta di un nuovo capitolo, non certo del finale della storia…

Puntate precedenti – Il tema della ribellione in Italia visto dall’estero

Viaggiando all’estero, dicevo in due post di qualche giorno fa, mi chiedono spesso: «perché gli italiani non si ribellano?». Non voglio riassumere quei post. Solo ricontestualizzare il tema per aggregare i commenti. Per chi si stupisca di questa domanda la spiegazione è semplice.

Le cronache dedicate all’Italia di molti notiziari stranieri danno conto del fatto che l’Italia sta mettendo a rischio la stabilità dell’economia globale e la causa, semplificata ma realistica di molti media internazionali, è l’incapacità del suo governo di gestire la crisi. L’urgenza del momento e la difficoltà del sistema politico a rinnovarsi per via normale, essendo piuttosto bloccato da un gruppo di potere incredibilmente arroccato sulle sue poltrone, fa emergere l’opzione a prima vista stupefacente della ribellione.

Ma lo stupore è meno vivo se si guarda alla situazione con occhi distaccati. Vista dall’estero, l’Italia è un ottimo produttore di merci di qualità, è una meta turistica di prima importanza, è un luogo della cultura antica e tradizionale, è un paese di mafia e spazzatura, certamente conta poco politicamente. Ma in questo momento è al centro dell’attenzione perché il suo debito pubblico fa venire l’acquolina in bocca agli speculatori e mette a rischio la tenuta dell’euro e della finanza globale. Visto dall’estero il governo è guidato da una persona che pare pensare a tutto salvo che a tenere la rotta dell’economia del paese. I suoi comportamenti scandalosi non appaiono perdonabili in molte democrazie occidentali dove i politici si dimettono per infinitamente meno: ma sarebbero affari degli italiani se non fossero collegati con l’incapacità di guidare il paese fuori dalla crisi. Cambiare capo del governo appare dunque una necessità, è l’opinione prevalente per chi accetta quest’analisi, ma se il parlamento non ci riesce, allora la popolazione deve intervenire.

Se gli italiani non fanno nulla, la vergogna per questa situazione non è più solo del capo del governo e diventa anche la vergogna anche dei governati. Certo, i più avvertiti sanno che il sostegno al governo è dovuto anche all’incredibile controllo dei media da parte del capo della forza politica di maggioranza. Questo, però, significa che la democrazia italiana non è compiuta e il sistema si configura come semi-autoritario.

In altri paesi del Mediterraneo a dubbia democrazia, la ribellione popolare è riuscita a cambiare governi autoritari e inefficienti, perché non succede in Italia?

Ovviamente, l’assunzione di partenza, quella secondo la quale l’Italia non è una vera democrazia, appare piuttosto estrema. Molti italiani pensano di essere in una democrazia e sono convinti che la situazione si possa riformare per via elettorale.

La chiara vittoria della visione critica nei confronti della politica attuale che si è realizzata nel caso delle elezioni di Milano, Napoli e Cagliari, e soprattutto nel caso dei referendum, avvalora questa tesi. Anche perché è stata una vittoria che ha dimostrato come la televisione non sia in grado di controllare le coscienze fino al punto di impedire l’espressione della volontà popolare: la televisione ha osteggiato in modo palese i referendum, non dandone conto se non in modo sporadico e qualche volta impreciso, in piena coerenza con la campagna favorevole alla diserzione delle urne, mentre l’informazione che si è prodotta in rete appoggiata da molti giornali cartacei tradizionali è riuscita a mobilitare le persone e a convincerle ad andare a votare. La via democratica al rinnovamento, insomma, appare ancora aperta. E, per chi consideri importante quella vicenda, questo significa che la ribellione può attendere.

Purtroppo però le conseguenze delle elezioni locali e del referendum sono restate limitate a quei casi. Il governo è restato al suo posto e il blocco decisionale che impedisce di affrontare la crisi attuale resta.

Di fronte alla crisi il governo ha prima tentato di negare ancora una volta l’urgenza, poi sulla scorta delle pressioni della Bce ha deciso una manovra, per poi modificarla un’infinità di volte. Attualmente, si è bloccato sulla nomina chiave della guida della Banca d’Italia. In ogni caso, le decisioni sembrano prese in reazione alle pressioni dei mercati e dei partner europei, non c’è strategia di crescita economica, non c’è visione. Il tappo al rinnovamento del paese resta. Con esso resta l’ipotesi della ribellione.

Le spiegazioni storiche della mancata, per ora, ribellione degli italiani

La ribellione, tuttavia, per ora non si vede. Ci sono molti gruppi di protesta, certo, molte aggregazioni critiche nei confronti del governo spesso organizzate online, discussioni infinite sulla casta, la classe politica, l’inadeguatezza dell’opposizione, gli scandali, e quant’altro. Ma certo non c’è niente che si possa chiamare “ribellione” e che abbia la forza di fare l’agenda del paese con qualche possibilità di rinnovare la politica.

Nei post precedenti si sono ricordate alcune radici storiche di questa situazione.

Gli anni Settanta sono ancora presenti nella memoria del paese. Il terrorismo di destra e di sinistra non ha mai raggiunto una capacità di attrazione significativa nel paese e ha invece lasciato il ricordo dell’unico risultato di quel genere di azione: la devastazione inutile e insensata della violenza.

Gli episodi successivi, con i casi delle dimostrazioni di alcuni gruppi di no global, le vetrine rotte e gli scontri con la polizia, hanno lasciato altre terribili immagini nella memoria.

Lo stato non ci ha fatto mai una gran figura, ma di certo non l’hanno fatta neppure i violenti. La ribellione distruttiva non è un’opzione che possa raggiungere una qualche forma di consenso significativo in Italia. Per ora.

D’altra parte, la società italiana è profondamente divisa. C’è una parte importante della popolazione che viene definita dall’Ocse “funzionalmente analfabeta”: addirittura un terzo degli italiani non sanno comprendere quello che leggono. Il loro accesso all’informazione è completamente legato alla televisione e corretto solo dal passaparola nel loro entourage. Un decimo della popolazione è ipercollegato, legge e si informa con una dieta mediatica ricchissima, non manca di informazioni dall’estero e ha la capacità critica sufficiente a comprendere la gravità della situazione. Ma non è certo una categoria unitaria. I giovani sono quasi tutti connessi ma spesso non hanno modo di coltivare speranze, in moltissimi casi basano la loro sussistenza sull’aiuto dei genitori, potrebbero essere disposti a rischiare se vedessero qualcosa per cui rischiare: una politica di protesta, un’opzione imprenditoriale, una fuga all’estero, sono possibili ma solo per coloro che vedono come realizzarle. In molti casi, la loro storia è legata alla conquista di un brandello di contratto a breve termine, con pochissime chance di sviluppo che verrebbero annullate se il loro comportamento fosse meno che disciplinato. Poi ci sono i leader dell’innovazione, presenti nelle università, nelle imprese, nelle associazioni e fondazioni, persino nelle amministrazioni pubbliche: ma si tratta di persone apparentemente isolate, che portano avanti il loro senso del dovere e la loro passione rinnovatrice in un contesto che certo non li aiuta. Altri sono criminali: evadono le tasse, costruiscono dove è proibito, fanno attività illegali. Altri hanno fede e aspettano. Altri sono connessi e lavorano per costruire network, ma il loro lavoro è ancora ai primi passi: influisc
ono sull’agenda sporadicamente e non stabilmente.

Una ribellione è spesso l’iniziativa di una minoranza che riesce però a interpretare una domanda di rinnovamento maggioritaria.

In passato, una ribellione di successo veniva portata avanti dalle élite sociali e culturali oppure dalle avanguardie rivoluzionarie e le sue probabilità di ottenere risultati erano dovute al contesto di una società compatta, nella quale i modelli sociali e i legami organizzativi erano facilmente leggibili. Ceti sociali ben individuati, aristocrazia, borghesia, proletariato: pochi leader potevano far crescere un cambiamento di valenza generale.

Nella società dei media di massa questa condizione si è progressivamente sciolta in una struttura sociale molto meno coesa. I ceti sociali sono in un certo senso spariti, mentre sono cresciute le aggregazioni informali e si sono sviluppati i cosiddetti “target”: gruppi di interessi comuni, aggregazioni omogenee per capacità di spesa, età, localizzazione geografica, hobby, professioni e quant’altro. I media hanno cercato di interpretare la popolazione in termini di target e l’hanno raccontata coerentemente, fino a influire sulla realtà e fare emergere davvero dei gruppi separati di persone. Il disorientamento è stato gestito dalle poche centrali emittenti di senso e informazione. Fino a che ha tenuto, questo sistema è servito ad aumentare i consumi e ridurre le tensioni sociali. Ma era troppo artificiale per tenere a lungo. Non tiene più. Non corrisponde alla realtà e all’esperienza. Anche perché i media di massa stanno rifluendo nel passato.

Le persone oggi non si riconoscono in un target, sentono di vivere identità multiple, interessi insieme contrastanti e coerenti, linguaggi e ideologie divisive, senza corrispondenza con le classificazioni tradizionali e con quelle del marketing. Inoltre, la rete consente loro di unirsi in gruppi che possono scegliere di volta in volta, non necessariamente con coerenza, molto spesso però in modo più curioso che strutturato. La società è diventata un insieme di minoranze nessuna delle quali sembra capace di esprimere qualcosa di generale. Ma la stessa rete offre opportunità nuove anche per la riunificazione dei comportamenti. Suggerendo la sperimentazione di soluzioni continuamente nuove. Il cui effetto finale deve ancora essere valutato appieno. Si sta coltivando l’emergere di un nuovo modo di rappresentare la società. Non ne vediamo ancora la forma intera.

Lo spaesamento è evidente. La capacità di leggere le conseguenze delle proprie azioni è scarsissima, almeno per quanto va oltre il quotidiano o poco più. L’ipotesi di rischiare qualcosa per una ribellione non trova il punto di appoggio intellettuale, culturale e politico per dar modo all’azione di svilupparsi. Si direbbe che prima di tutto occorra una ristrutturazione culturale. Un passaggio intellettuale che ricostruisca una visione condivisa. Dalla quale può emergere anche velocemente non una ribellione di breve termine ma una rivoluzione orientata al qualcosa di più lungo termine. E i commenti apparsi dopo i primi due post lo confermano.

I commenti – Le reazioni delle persone che hanno voluto partecipare alla discussione

Cerco di riassumere per punti le posizioni emerse nel corso della discussione sull’opzione della ribellione in Italia.

1. Non è un fatto solo italiano. L’Italia ha le sue specificità. La ribellione non sarà violenta.

Joi Ito, direttore del MediaLab: «I’ve called for the overthrow of the Japanese government many times and the funny thing is that many government and corporate leaders agree with me. However, rebellion never happens in Japan. There are many differences but many similarities.
It’s very interesting to read your post and reflect on these similarities and differences, but I think the Arab Spring shows us that even in very unlikely places, a dash of courage and timing can cause unexpected results.
Good luck in your reform/rebellion. When you finish, come and help me in Japan. ;-)».

John Lloyd, capo del Reuters Institute for the Study of Journalism: «I dont think, like you, Italy needs a rebellion. There is a world of difference between Italy and the Arab states; most of all, in that Italians freely elect governments (it seems, very sadly, that the rebellions there will not achieve anything like democracy, or even better rule: though we should still hope) the issue is perhaps allied most closely to what you write: that many depend more or less completely on TV for news and opinions, and vote accordingly. Thus there must be a crisis – as there now is – to force change. At root is the corruption of the media».

Alex Roe, di ItalyCronicles: «An interesting piece. As a foreigner who has lived in Italy for over 10 years and who has written about this nation since 2005, I’d agree that a bloody revolution is not the answer to Italy’s ills.
What Italy badly needs is a credible leader who believes in the country and Italy needs direction – it has none and is going round in ever decreasing circles.
This country has huge potential – but does not realise this, nor is it capable of realising its potential. Perhaps it’s because Italians are too small minded.
Look at other nations – see what works and emulate it. Find out what does not work in Italy and make it work. It can be done – where there is a will, there is a way.
And to kick things off, Italians need to trust each other more and not try to rip each other off.
Forza, Italia! You can do it – if you want to…».

Giuliano, psichiatra e psicoterapeuta: «Splendido articolo dai tantissimi meriti:
- innanzitutto la volontà e la capacità di mettersi nei panni di una straniero, meglio se d’oltreoceano, e di guardare all’Italia senza tabù. Solo così è possibile quell’ipotetico raffronto con il Nord-Africa e con le sue rivoluzioni, raffronto che istintivamente ferisce la nostra vanità di europei.
- la riuscita sintesi di un ventennio di storia politica e sociale – e dunque anche massmediale – senza semplificazioni superficiali e/o forzature ideologiche. Certo manca il riferimento all’opera del principale partito di opposizione ma tale assenza è metafora dell’assenza di incisività della sinistra.
- capacità di differenziare gruppi e complesse dinamiche sociali ma di cogliere dietro le differenze quell’atmosfera diffusa di sfiducia in cui viviamo con la terribile quanto veritiera constatazione “And cynism leads to terror or to helplessness. We had terror in the past. Now we are experiencing helplessness”.
- l’intuizione di una soluzione in un processo culturale di lunga durata in cui esperire insieme il nuovo, ri-raccontarsi (i traumi passati, i presenti timori, le speranze ma anche le paure future) in una sorta di collettiva terapia della parola, “talking cure” di gruppo, in cui lo spazio “terapeutico” di ripstto e dialogo è dato da nuove regole condivise.
- e soprattutto, quello che più ammiro, il coraggio di mostrare anzichè reprimere una personale contagiosa passione umana e civile senza la quale nessuno sviluppo, nessun rinnovamento culturale è possibile.
Grazie di cuore»

Marcello Barnaba, Sindro-me: «Man,
thank you for writing this. I share your ideas and your analysis, and I feel that we have to overcome the cultural barriers that separate ourselves and inhibit us to think that we’re all on the same boat, with the same needs and issues, and by working together for a common goal we can accomplish everything we need.
It’s a golden dream, but maybe it’s not too far – as long as we keep pushing :).
Peace!»

Carlo Nardone, tecnologo: «Grande! Mi ricorda una considerazione di Umberto Eco riguardo alle domande che gli rivolgono i suoi amici stranieri sull’Italia.
Secondo me la chiave del “conundrum” e’ come smuovere quel 55% medio non completamente illiterato e
non ultraconnesso.
Attenzione a un paio di “were” che dovrebbero essere “where” e ancora complimenti per aver tratteggiato una perfetta storia dell’Italia recente per chi, nonostante tutto, ci vuole bene all’estero.»

2. Segnaliamo, discutiamo, connettiamo….

Da Twitter:

EthanZ Ethan Zuckerman
The possibility of an Italian revolution, from @lucadebiase, who explains why it hasn’t happened yet: bit.ly/py90ID

madroot11 Matteo Radice
yes we need the change u talk about. We only need to learn again who we are as Italians picking up good things of our history.

cleliabrigitta brigitta
Acuta e interessante la tua analisi sull’assenza di ribellione in Italia. Concordo: è necessario un mutamento culturale.

LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase if the people are not #aware, can not win any battle
newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas.

newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas. @lucadebiase

LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase the problem is the #insane stubbornness to always be guided by someone. When the #civil conscience ?

newsfromitaly News from Italy
Many Italians are angry, very angry, but not rebellious bit.ly/oeJTi3 #Italy #comment @lucadebiase

alessiobau Alessio Baù
Su “The case for an Italian ribellion” di @lucadebiase e i desideri di noi giovani per l’Italia e per la rivoluzione goo.gl/AjC3F

eriklumer Erik Lumer
@lucadebiase great post! IMHO, Italians are lacking more than a shared vision. Also shared ethics and contemporary role models.

fedecherubini Federica Cherubini
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn’t happen. And what could happen. bit.ly/rouyYG

@valedowney and 3 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn’t happen. And what could happen – blog.debiase.com/2011/09/the-ca…

MagriBellabarba Magrì Bellabarba
Tecnopassioni Daily is out! bit.ly/e1jG6O ▸ Top stories today via @lucadebiase

timetit Tiziana Metitieri
Helplessness. Shared vision. Rebellion. Italy. Mi torna in mente il bel post di @lucadebiase

clovisml Clóvis Montenegro
The case for an Italian rebellion. Why it doesn’t happen. And what could happen – @LucaDeBiase bit.ly/oewxG4

lucad1 luca dello iacovo
@lucadebiase ricordo bruce sterling a milano: disse che l’Italia era all’avanguardia nell’innovazione politica (risorgimento, fascismo, ecc)

2lifecast 2lifeCast
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn’t happen. And what could happen bit.ly/oeJTi3

tomcorsan tomcorsan
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn’t happen. And what could happen bit.ly/oeJTi3

@gattardi and 9 others retweeted you
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baffino_ Gabriele Orsini
@lucadebiase and the italian rebellion goo.gl/tfNU2

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26 Sep : while preparing a follow up in Italian to “the case for an Italian rebellion”, further comments are very welcome.. blog.debiase.com/2011/09/the-ca…

bitforbit ronniescott 
@lucadebiase la ribellione è generata dalla necessità di un cambiamento. Se succederà come in Grecia allora la ribellione sarà sicura

mecoio mecoio
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YOUrgent YoUrgent
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pescegiallo Luca
@lucadebiase l’unica rivoluzione possibile in Italia: popolo di Facebook vs quello di Twitter. (preferibilmente lun – ven 8:30 – 18:00)

jessima Jessima Timberlake
Mostly agree RT @lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn’t happen. And what could happen – blog.debiase.com/2011/09/the-ca…

lucasofri Luca
@lucadebiase perché in inglese?

segnal_etica Segnal_Etica
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TheGouldingMan #1EllieGouldingFan
@lucadebiase pls follow me back! ellie goulding, music & fun tweets here!! xD thx, it means a lot to me #TEAMFOLLOWBACK #goulddigger

ruggerotonelli Ruggero Tonelli
The case for an Italian rebellion. Why it doesn’t happen. http://j.mp/pdI1a8 A worth-reading #Italian #politics #howto by @lucadebiase

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ProgettoRENA ProgettoRENA
the wind of change _ the case for an italian rebellion _ [ via @lucadebiase ] _ why it doesn’t happen. and what… fb.me/1h0qG6FwD
 
negoziatore Gian Marco Boccanera
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piranology Alessandro Pirani
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Youstitia YouStitia
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn’t happen. And what could happen – blog.debiase.com/2011/09/the-ca… #ItalyRev

fondazioneahref Fondazione ahref
“The case for an Italian rebellion. Why it doesn’t happen. And what could happen” @lucadebiase http://ow.ly/6EeBN

timetit Tiziana Metitieri
Anche stavolta preferisco Nova con Arduino e @lucadebiase in prima (+ altro ben trattato su neuroscienze) al @24Domenica. Alla prossima!

lawrenceoluyede Lawrence Oluyede
@lucadebiase @alessiobau being in English and on a blog an interesting analysis like this one will be read only by those 10% you mention :-)

HopeTeamBurton Marco Speranza
blog.debiase.com/2011/09/the-ca… /via @lucadebiase

Francesca3176 Francesca Frigeri
molto interessante “@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn’t happen. – blog.debiase.com/2011/09/the-ca…” via @tigella

giulicast Giuliano Castigliego
RT @lucadebiase The case for an Italian rebellion. “Un profondo cambiamento culturale è il movimento tl.gd/da2e2k

dettoManzari Max detto Manzari
Interesting “@lucadebiase: The case for an Italian rebellion.Why it doesn’t happen.And what could happen blog.debiase.com/2011/09/the-ca…”

gmboccanera Gian Marco Boccanera
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn’t happen. And what could happen – blog.debiase.com/2011/09/the-ca… #ItalyRev

IdeaSqueezer Emanuele Capoano
@beppesevergnini @twitt_and_shout @francescocosta @lucadebiase @dissapore @Tatarella TUTTI I VINI ORMAI SANNO DI TAPPO? #colpadifiniecasini

@paolosisti and 8 others retweeted you
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@bankstein and 6 others favorited your Tweet
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn’t happen. And what could happen – blog.debiase.com/2011/09/the-ca…

glipari Giuseppe r />@lucadebiase: Ci manca il futuro – goo.gl/juyjq e ci mancano i giovani

Paoloexe paolo eugeni
“@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn’t happen. And what could happen – blog.debiase.com/2011/09/the-ca…”

3. I giovani al centro della storia, per la loro presenza, per la loro assenza.

By y.l. on September 27, 2011 3:25 PM
ciao luca, mesi fa sul manifesto uscì questo pezzo:
http://www.micciacorta.it/home/naviga-tra-le-categorie/15-movimenti/3612-i-giovani-e-la-rivoluzione-.html?ml=2&mlt=yoo_phoenix&tmpl=component
è legato essenzialmente alla questione giovanile e con l’eco nelle orecchie dei movimenti spagnoli, ma fornisce buone indicazioni generali a mio avviso. poi il problema è sicuramente molto complesso e stratificato.

Alessio Bau, su SocialMilano

Da Facebook:
Francesco Rigatelli è la questione del momento secondo me. vediamo se all inizio delle università succede qualcosa
Tiziana Metitieri Difatti il silenzio degli studenti è inquietante.

4. Tra cinismo, discordie e preconcetti non se ne esce…

By sara on September 25, 2011 8:28 PM
Non sono d’accordo con l’analisi, che per molti aspetti non è chiaro da che presupposti parta (non è la democrazia sostanziale che abbiamo oggi il problema, ma la cultura democratica che non si è alimentata negli anni… e di questo bisogna tener conto quando si pensa al dopo possibile…), ma ritengo che le conclusioni siano corrette.
Purtroppo oggi mancano i laboratori capaci di costruire/pensare visione per il futuro, ed è questa la grande sofferenza e paura che, almeno io, vivo.

By Vronsky on September 25, 2011 8:45 PM
Foreigners (and Americans specifically) don’t see the difference between Italy and Libya because very often they can’t tell which is which when they look at the map. In less than two years we will have elections and there’s no need of a blood bath in the meanwhile, as you say. However, I think that a vast, peaceful rebellion is rapidly spreading all around the Country. The popularity of the current government is as low as 26%, which means that even illiterate people who spend much time watching at tv are proving able to understand the situation. The rebellion is in every post against the current state of affairs, like this great one, is whenever serious and respectable professionals speak loud in face of our miserable governors, is in every ‘no’ that honest people say to compromises.

By Roberto on September 25, 2011 10:20 PM
I think that the world does not know very well the Italians!
Who does not know the historical reality of Italy, from 1968 to today can not understand! We have lived for decades in an “excess” of democracy: I mean, in any discussion, in the ’70s and ’80s, you had to put into question, put yourself constantly in crisis, not to overwhelm the others. A continuous search for what could be more intellectually right
There were a continuous research for the “cultural avant-garde”; to searche a way of being socially useful, and democratic. The trade union movements, the labor rights, were in first place in public discussions. The cultural factors were all in the first place, (for not to be “retreau”! This happened for 20 years and over in Italy, every day…… In these 20 years the prevailing culture was of course left, always and absolutely liberal and democratic left-wing, super-democratic. The expectations of the people were great huge, everyone was expecting major reforms, major changes in the system of government, both central and local levels. Here in Italy we have lived for 20 years as if we were in Berkeley
in the years ’67-71! Just like Charlie Brown and friends, in the same way!
I myself was first, in this way,at the high school, at thecollege and when I was professiona! I experienced everything!
At some point (in the 90s) the the reality fell upon Italy!Tthe true economic reality has rained down Italy: there were no more fascists to fight! There were no more perfects men of the labor movement ! Power was also pleasing to the left ! Came to the government
Craxi’s Socialists, the opportunists-calculated with the system of bribes to political parties (phase “Clean Hands” 1993-94). Since then, Italian, disappointed by all the political Left, that for 30 years had made promises, began to think only of themselves, only of their interests, their economic affairs ………………=> and here comes Berlusconi, that represents all these things, (we say ” like cheese on maccheroini “)!!! . In practice, the Italian says:” If they do not care of nothing and of the people, thinking only of their power, why should not I do it myself?
Even today we live in this condition, which is why the Italians did not rebel anymore! Who taught them for 30 years, being incorruptible, and gave constant cultural-reformist-revolutionary messages, was detected only an opportunist. A whole political class has so much disappointed that the Italian thinks: “In the end it’s better as an entrepreneur Berlusconi, who is is not at least double ! It ‘done so, think about the women, success in power, as most of the people of the Western world” So is the “disappointment”, the disillusionment and disappointment, only the explanation of the behavior of Italian peolple; that’s because they are tired of rebelling and they do not care to change this government! Very simple.

By Lampo on September 26, 2011 12:19 AM
Sì, Roberto, poi mi spieghi quando sono stati i 30 anni in cui la sinistra ha fatto promesse ma non ha voluto mantenerle. Forse al governo c’era qualcun altro? Forse nella situazione politica la generale arretratezza culturale, causata anche dalle strutture cattoliche, ha avuto un qualche peso?
La rivolta in Italia non è possibile perché siamo un popolo di pigri invidiosi. Finché c’è da stare dietro ad un monitor siam tutti bravi, ma quando si tratta di fare anche solo le manifestazioni pacifiche ci si ritrova in pochissimi. Figuriamoci cosa succederebbe durante una “ribellione”…

By Barbara Barbieri on September 26, 2011 4:25 AM
I don’t agree with this analysis.Firstly because it’s centred only on media and I think that focus our attention over the media it was the greatest political mistake in the last twenty years. Moreover in this article nothing has been said about opposition political organisations such as PD and their absence, or better their lack of strenght during these years, gave a great contribute to make vague democracy balance in Italy. I think that opposition parties powerless action gave during these years an extraordinary possibility of growth to the judiciary power and this lack of balance between state powers is the real problem for italian democracy

By Franco on September 26, 2011 7:20 AM
See, dear readers?
The comments in this post explain very well why Italy is in a mess. We are divided.
Everyone in the country knows that if we keep on voting Berlusconi we are fucked. But voting something else would be like acknowledging a cultural defeat for some people. It’s like switching football team. A big no,no. No Italian supporter will move from a team to another. At maximum we will just avoid going to the stadium, but supporting another team is not at option, you stick to your team all the way down to the silliest league. We just LOVE to be divided. Burn, Italy, burn!

By Maurizio on September 26, 2011 11:29 AM
Splendido articolo. Davvero complimenti per la lucidissima analisi.

By Canablach on September 26, 2011 2:05 PM
Bel testo, analisi appassionata.
Drammaticamente mi riporta alla mente una discussione di classe, scandalo Lockheed, 1975: la conclusione di alcuni studenti, allora sedicenni, fu che quell’Italia non era democraticamente riformabile.
Quest’Italia? Sono passati più di 30 anni e il paese non sa (mai saputo) distinguere tra melodramma e tragedia.
Un appunto, su una “dinamica” non considerata nell’analisi: il paese è vecchio. Ogni politica, ogni azione, ogni forza al potere, mira a non scontentare una maggioranza, sempre più larga, di anacronistici vecchi.
Old men hate revolutions and want no news.

By Sissi on September 26, 2011 3:54 PM
It’s not a matter of right and left. It’s the all Italian politics which sucks. And Italians, at least those 55% of them, are totally tired of its caste. I share the analysis and the ideas of this post. And hope we’ll find a new creative (arn’t we creative?), peaceful but effective way to generate a new one of a kind revolution.

By Francesco on September 26, 2011 3:54 PM
I can’t agree with this.The only rebellion italian people have to do is not against politics, but against themselves. Against their own spoiled culture.Unfortunately the 70s and 80s governaments,help by unions have created a certain mentality among people, especially in southern Italy,but not only. According to this mentality we all think that a certain standard of wealth is adequat
e to our nation.We think having one of the best(and most expansive)health systems of the world,having a welfare comparable to other rich european nations,having all a job which doesn’t require working more then 35 hours per week,having a pension for 60 years old people,having cheap public transportation services(cheap trains for instance) is MANDATORY in Italy,it is our own divine right to get all of those things. But do we really deserve being treated that good?Have we italians ever asked ourselves this easy question?
There are nation where those things are not even coceived,and I m not talking about third world countries.We should just understand that we have all lived furher beyond our possibilities and that its time to change this mentality, and to understand that nobody in europe,even nation with far stronger economies than our, have the privileges that we have.I wouldn’t say this is just a politics related problem,whereas I d say a cultural related one.
Cheers.

By Canablach on September 26, 2011 4:54 PM
@Francesco It just shows how great this place could be. We sustained these privileges; and might as well have done so in the future, had we not forfeited our wealth in order to keep up the boon
of some parasitic groups.

By Marco on September 26, 2011 6:35 PM
Womderfull, gentlemen, See you on the mountains. Don’t forget to carry rifles and ammo. And, no, iPhones aren’t useful up there, battling the obscure forces of tiranny. What ? Everyone has another affair downtown ? Ah, the meeting of the LastDaysOfItaly Club… Understand. See you another time. Bye.

By Marco on September 27, 2011 12:04 AM
“A 35% of Italians are… functionally illiterate [who] only rely on television for news.”
I’m not 100% sure that the percentage of functionally illiterate Italians is that high. I agree that is not far from that figure, and in any case, even if it were 10% it would still be untolerably high. However, I wanted to point out that, while this is true:
“[Many Italians] sort of live in a TV fiction, which is created by the very power source of the present political leadership. When they vote, they vote accordingly”
it would be a very big mistake to assume that all the Italians who “live in a TV fiction” and base their political decisions on it, eventually vote for the “present political leadership”, at least if by leadership you mean “the leadership that constitutes the current cabinet”. There are plenty of Italians who vote for the current opposition, or don’t vote at all, who only get their “facts” from mainstream TV.

By sgramtius on September 27, 2011 7:31 AM
da dove si comincia?

By Marco on September 27, 2011 11:52 AM
Smettendola di pensare, dire, agire, come se gli italiani fossero sempre gli altri

By romualdo on September 28, 2011 2:55 PM
Signori capisco la vostra preoccupazione e la condivido.
Tuttavia ritengo che i commenti esteri siano corretti evidenziando una
naturale mancanza di pianificazione e coesione degli Italiani.
Prendere il potere politico a livello nazionale, è solo una questione di
numeri ed un buon piano di Marketing, come sa perfettamente il nostro
attuale presidente del Consiglio.
Invece cambiare l’attuale sistema Italia è ben più complesso in quanto
prevede una presa di coscienza di ciò che siamo e di dove vogliamo
andare.
Se questa presa di coscienza non parte dal dibattito culturale che i
giornalisti possono avviare…. come faremo mai a crescere come
coscienza collettiva.
Grazie Luca per aver lanciato il sasso nello stagno ;))

Da Google+:

Foto del profilo di Francesco FerraroFrancesco Ferraro - la ribellione aspettando l’iphone5 non è credibile….
25/set/2011    
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Foto del profilo di Claudio Gagliardini
Claudio Gagliardini - Italia, paese corrotto e ricco di cricche, logge e lobby…
25/set/2011   
Foto del profilo di Daniele Martino
Daniele Martino - Hanno ragione
25/set/2011   
Foto del profilo di Mario Perna
Mario Perna - Il limite è stato raggiunto e superato. Più che una rivoluzione l’Italia ha bisogno di una reazione a tutto questa immoralità politica
25/set/2011   
Foto del profilo di Angela Galiberti
Angela Galiberti - E’ una domanda che, da italiana, mi pongo anche io molto spesso. E la risposta non è confortante. Una parte della popolazione ha il cervello lobotomizzato. Un’altra parte è connivente e dunque in questa situazione mangia e/o sopravvive. L’ultima parte, gli onesti e gli svegli, è troppo poco numerosa per fare la differenza.
25/set/2011    
+5

   

Foto del profilo di Alessandro Marchesello
Alessandro Marchesello - È sempre colpa degli altri: è colpa delle cricche, è colpa degl ignoranti, è colpa di chi non la pensa come me… La verità è che abbiamo (quasi tutti) ancora la pancia troppo piena per ribellarci. Abbiamo (tutti) ancora troppo da perdere per metterci in gioco in prima persona e quindi preferiamo giustificarci dicendo che la colpa è degli altri. Qualcuno di voi ha mai fatto qualcosa di concreto ed eclatante per cambiare le cose? Sono sicuro di no…non mi sembra di aver mai letto i vostri nomi sulle prime pagine dei quotidiani per manifestazioni di ribellione degne di nota…
25/set/2011    
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Foto del profilo di Roberto Nespola
Roberto Nespola - Provocazione: Vale davvero la pena affannarsi a cambiare le cose? Le cose cambiano da sé e, con o senza il nostro intervento, sempre in peggio. L’umanità è ormai malata inguaribilmente e solo una tabula rasa può far sperare in una qualche rinascita.
La progenie italiana poi, così votata all’inerzia sarà la prima vittima sacrificale.
25/set/2011   
Foto del profilo di Roberto Grosso
Roberto Grosso - _No-No.: I think that the world does not know very well the Italians! 
Who does not know the historical reality of Italy, from 1968 to today can not understand! We have lived for decades in an “excess” of democracy: I mean, in any discussion, in the ’70s and ’80s, you had to put into question, put yourself constantly in crisis, not to overwhelm the others. A continuous search for what could be more intellectually right
There were a continuous research for the “cultural avant-garde”; to searche a way of being socially useful, and democratic. The trade union movements, the labor rights, were in first place in public discussions. The cultural factors were all in the first place, (for not to be “retreau”! This happened for 20 years and over in Italy, every day…… In these 20 years the prevailing culture was of course left, always and absolutely liberal and democratic left-wing, super-democratic. The expectations of the people were great huge, everyone was expecting major reforms, major changes in the system of government, both central and local levels. Here in Italy we have lived for 20 years as if we were in Berkeley
in the years ’67-71! Just like Charlie Brown and friends, in the same way!
I myself was first, in this way,at the high school, at thecollege and when I was professiona! I experienced everything! 
At some point (in the 90s) the the reality fell upon Italy!Tthe true economic reality has rained down Italy: there were no more fascists to fight! There were no more perfects men of the labor movement ! Power was also pleasing to the left ! Came to the government
Craxi’s Socialists, the opportunists-calculated with the system of bribes to political parties (phase “Clean Hands” 1993-94). Since then, Italian, disappointed by all the political Left, that for 30 years had made promises, began to think only of themselves, only of their interests, their economic affairs ………………=> and here comes Berlusconi, that represents all these things, (we say ” like cheese on maccheroini “)!!! . In practice, the Italian says:” If they do not care of nothing and of the people, thinking only of their power, why should not I do it myself? 
Even today we live in this condition, which is why the Italians did not rebel anymore! Who taught them for 30 years, being incorruptible, and gave constant cultural-reformist-revolutionary messages, was detected only an opportunist. A whole political class has so much disappointed that the Italian thinks: “In the end it’s better as an entrepreneur Berlusconi, who is is not at least double ! It ‘done so, think about the women, success in power, as most of the people of the Western world” So is the “disappointment”, the disillusionment and disappointment, only the explanation of the behavior of Italian peolple; that’s because they are tired of rebelling and they do not care to change this government! Very simple.

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25/set/2011    
Foto del profilo di Alessandro Marchesello
Alessandro Marchesello - La visione pessimistica secondo la quale “stiamo sempre peggio” non ha alcun fondamento. Nell’Italia dorata del boom economico era normale vivere in 6 in un bilocale, senza tv, con 1 solo telefono e magari il bagno in comune con altri appartamenti. Stavano meglio loro? Io mi ritengo più fortunato di mio padre, nonostante tutte le difficoltà degli ultimi anni…e sicuramente mio padre è stato più fortunato di mio nonno e così via…
25/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - scusate se mi intrometto: mi pare che il post di de BIase mettesse l’accento non tanto sul TENORE DI VITA degli italiani , quanto sulla crescente MANCANZA DI DEMOCRAZIA , sulla deriva prebiscitaria e autoreferenziale della politica , con tutto il suo seguito di corruzione e degrado della qualità della classe dirigente politica.
Obiettivamente bsogna riconoscere che l’Italia , rispetto agli altri paesi europei, ha fatto negli ultimi 20 anni dei notevoli passi indietro sulla strada della democrazia.
26/set/2011    
Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - Perche’ da noi c’e’ un ampio arsenale umano di preti, suore, ghostwriter, artisti; ammancano (ie: ci sono ma troppo pochi) giuristi e giornalisti degni; e la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione che su segnalazione di chiunque spia il malcapitato, se s’e’ sbagliata fabbrica modi per mandarlo in galera, e se non ci riesce trova il modo di seccarlo. Il risultato e’ in-credibile: per procurarti le prove devi infrangere la legge, ma infrangendo la legge da indagato non fai altro che fornirgli le prove per mandarti dentro piu’ rapidamente; poi dentro o fuori che sia, la paranoia ti si mangia perche’ sei rimasto solo; infine problemi piu’ basilari la cui soluzione diventa improrogabile e richiedono il massimo delle capacita’ intellettive, piano piano sostituiscono la memoria passata. Quindi non si riesce mai a raccontare tutta la storia dall’inizio alla fine.

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26/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - come , scusa? puoi ripetere il concetto in modo più semplice ? non è che hai sbagliato thread?
26/set/2011    
+1

    

Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - No, non credo di aver sbagliato thread. Si parla di ribellione costruttiva. E onestamente la vedo in corso; qualcuno direbbe che il trend indica una asintoticita’ con l’ottimo paretiano. Ecco questa asintoticita’ e’ dovuta da un lato a chi si accontenta del suo, dall’altro di chi viene preventivamente e arbitrariamente abbattuto (spesso per errore), all’interno di un pianeta tondo e quindi limitato (poi che ci siano redistribuzioni arbitrarie delle risorse disponibili, e’ tutt’altro discorso).
26/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - scusa ma non capisco proprio cosa stai dicendo .Potresti scrivere i Italiano per i poveracci come me ?
26/set/2011    
+1

    

Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - Mmm… I’m pretty sure to have written in italian, wanker.
26/set/2011    
Foto del profilo di Alessandro Marchesello
Alessandro Marchesello - È rassicurante vedere che i troll stanno già invadendo Google+… è un chiaro segno di successo della piattaforma…
26/set/2011    
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Foto del profilo di Roberto Grosso
Roberto Grosso - Scusate ma la realtà storica è ben diversa! Io nel 1968 ho lavorato per due mesi e mezzo e mi sono comprato una moto 125 Benelli, (costo =230 mila lire) che allora per un ragazzo di 16 anni era il massimo! Oggi una moto simile puo costare 4-5000 euro, quanto deve lavorare un ragazzo di 16-anni per comprarsela?. Io studiavo ed ho fatto il facchino nei mesi di giu-luglio-ago, per 8 ore al giorno circa. Sino al 1977/78 (anno di Berlinguer-Moro=Compromesso Storico=BR =Rivolte=Autonomia =Fine della Politica miltante di rivolta durata per 10 anni), le cose ecomicamente erano decisamente meglio di adesso, in proporzione naturalmente. Una casa costava agli inizi degli anni ’70 dai 7 milioni ai 18 miliono (77), poi è arrivato il tracollo grazie a tutto ciò che ho scritto sopra, in inglese, perchè il post era in inglese. Purtroppo gli studioi, di destra e di sinistra non ammettono di aver sbagliato tutto ed ancor peggio di aver nascosto la verità alla gente! Per quelli di detra me lo aspettavo, non me lo sarei aspettato dai pr
ofessori della sinistra che appunto per anni insegnavano “la giusta rivolta”. Occhio ragazzi! Occhio sta succedendo la stessa cosa oggi! (Mistificazione eccetera=nessuna lege matematica riesce a rappresentare il “Paese Italia”.

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26/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - tutto giusto : ma dal 77 a oggi viviamo in un altro mondo . ci sono i cinesi i russi gli indiani i brasiliani sulla scena economica mondiale , mentre all’epoca praticamente non esistevano .perciò non è tutta colpa degli economisti o dei dirigenti politici , è che stiamo attraversando una rivoluzione mondiale che sarà ricordata per secoli a venire . e noi , purtroppo , ci siamo dentro . spriamo bene ..
26/set/2011    
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Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - Renato, troppa fantasia; la questione e’ piu’ strettamente numerica. Si tratta di mera “moltiplicazione dei pani e dei pesci”, che in realta’ e’ una divisione: prendi una Fiat 500 del 1970, pesala; poi fai altrettanto con una Fiat 500 del 2010; scoprirai che quella nuova pesa dal 30 al 50% in meno dell’altra. La stessa cosa avviene per il cibo perche’ e’ un trend proporzionale alla crescita demografica globale. Malthus, Emerson, Gini.
27/set/2011    
Foto del profilo di enrico patrizio
enrico patrizio - Da giovane universitario/precario/bamboccione confermo..tutto giusto; ma manca un importante osservazione.Nella storia mai si sono verificati sconvolgimenti socio-politici senza che vi fosse un alternativa pronta che infondesse speranza, o addirittura fomentasse, il cambiamento.Guardiamo anche agli indignados spagnoli o europei che dir si voglia; si indignano si, ma poco altro.Manca una visione migliore in cui credere, e soprattutto la speranza che sia davvero migliore.
Certo è che tutto sarebbe quantomeno più probabile se non fossimo sotto una dittatura della non informazione, o se fossimo davvero preparati ad essere competitivi a livello internazionale senza per forza scappare dall’Italia per riuscirci.

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27/set/2011    
Foto del profilo di maurizio melani
maurizio melani - Nel 68 gli “indignados”, coloro che protestano, hanno cambiato qualcosa…
27/set/2011    
Foto del profilo di enrico patrizio
enrico patrizio - C’era una controcoltura gia’ pronta da un bel po’ a dire il vero..e i sintomi erano completamente diversi..nell’attuale situazione economica, nell’iperconessa societa’ economica in cui viviamo..dubito sia possibile rompere tutto ed aspettare che succeda qualcosa, in tre giorni la borsa metterebbe in ginocchio il paese.

5. E ora?

By Maurizio on September 28, 2011 3:22 AM
Credo che la chiave di lettura migliore sia che, se pur a passi incerti, stiamo andando verso una nuova consapevolezza globale. Che nasce soprattutto nelle giovani generazioni che interagiscono su internet, si informano e capiscono che ci vuole una nuova idea di sviluppo.
Sarebbe bello che l’Italia fosse capace di anticipare questo cambiamento ed esserne il motore. Ci riscatterebbe da 15 anni di Berlusconismo e di incompetenti al governo.
Ho 31 anni, due lauree, e so quello che dico. Molti di noi sanno tutte le cose che non vanno in Italia e tutte le cose che dovrebbero essere fatte. Non mancano le risorse, le capacità umane, le competenze nelle nuove generazioni, che spesso capiscono meglio e prima di questa classe politica ormai obsoleta.
E’ evidente come il Paese sia ormai in caduta libera, guidato da una banda di INCOMPETENTI nel senso letterale del termine, a destra e a sinistra (se una tale divisione ormai ha ancora senso), e come l’inazione sia ormai intollerabile.
Io dico che bisogna affrontare la cosa come un problema e cercare una soluzione efficace per risolverlo. Che funzioni e che sia realistica. Prima che sia troppo tardi
Allora cosa vogliamo fare?
Una rivoluzione violenta è assolutamente non percorribile e fuori discussione. Ma questa gente, questi incompetenti (quando non criminali) che pretendono di guidare un paese, non se ne andrà mai da sola. Quindi?
Io dico che è arrivato il momento di agire. Come? Muovendosi in 2 opposte direzioni:
1) Usando La rete come collettore. Far convergere su un unico sito/progetto tutte le idee di sviluppo/operazioni nei vari ambiti, selezionando le migliori e usandole come piattaforma programmatica per un “partito del web”. Un soggetto politicamente neutro ma, con strumenti politici e democratici, totalmente trasparenti permetta la presentazione di idee e candidature alle prossime elezioni.
2) Organizzando con una manifestazione unica e prolungata, sulla base di quelle degli indignados, che costringa l’attuale governo alle dimissioni.
Beh. Le idee non mancano. Spero che questo commento avrà tanti reply. E’ tempo di muoverci: per i nostri figli e tutti quelli che verranno dopo di noi. Credo che la nostra sfida, come generazione, sia quella di lasciare un paese migliore di quello che abbiamo trovato e in questo tempo dove tutto sembra scuro, abbiamo le capacità e le possiblità (anche se ancora non lo crediamo possibile) di farlo. I referendum c’è lo hanno dimostrato. Questa generazione può farlo. Adesso andiamo a convincere i nostri vecchi che siamo più bravi di loro:)

Il tema della visione come premessa di una rivoluzione: con l’obiettivo della ricostruzione

Gli italiani non sembrano per ora volersi aggregare intorno a una ribellione anche perché non ne vedono lo scopo.

Questo è probabilmente il punto. Perché non è chiaro lo scopo?

In primo luogo lo stato di prostrazione mentale in cui viviamo non aiuta. Una popolazione divisa, che ha visto per trent’anni una continua demolizione di certezze, vive in un paese che sembra in un “dopoguerra culturale”. I “barbari” – per dirla alla Baricco – che hanno preso il potere negli ultimi due decenni hanno lavorato costantemente per distruggere le istituzioni senza arrivare a ricostruire nulla. Anzi, dimostrando un certo disinteresse per la ricostruzione. La Banca d’Italia, la magistratura, persino la Corte costituzionale e la Presidenza della Repubblica sono state attaccate. Alcuni nuovi potenti hanno preso in giro la bandiera italiana e invocato la secessione di alcune regioni, avvalorando l’idea di una disunione d’Italia. Gli italiani hanno visto i nuovi potenti alle prese con la demolizione sistematica di ogni comportamento istituzionalmente corretto. Non hanno visto la costruzione di nulla.

Non stupisce che se la ribellione viene percepita come ulteriore distruzione essa non appare come un’ipotesi attraente.

In realtà, ci sarebbe bisogno di costruzione. Come nel Dopoguerra. Purtroppo le macerie di sessant’anni fa erano ben visibili e la fame le rendeva ancora più visibili. Mentre le macerie culturali attuali e la fame di visioni nuove non è visibile. E gli italiani non sanno se e in che misura questo tipo di analisi ed esigenza sono condivise.

Di certo, possiamo dire che la visione non c’è. Che nessuno offre una prospettiva chiara. Un’agenda che aiuti i giovani e gli altri italiani a definire un percorso d’azione che abbia una qualche prevedibile conseguenza positiva. Ci si rinchiude nell’arrangiarsi e nel salvarsi personalmente. Ma la nostalgia di un progetto comune emerge ogni volta che si presenta anche una minima occasione: lo si è visto nelle celebrazioni per l’unità d’Italia c
he certamente hanno trovato un consenso e un’attenzione superiore alle aspettative. (E non per nulla sono state vagamente boicottate da molti rappresentanti delll’attuale maggioranza).

Una società fatta di tante minoranze non è per questo una società che non ha bisogno di unirsi.

Infatti, questo bisogno è sfruttato dai potenti che lo sottolineano indirizzando l’attenzione solo verso il breve termine: sia quando sono fondate come la questione della crisi finanziaria, sia quando sono infondate come la questione della criminalità. Ma di sole urgenze si muore dal punto di vista progettuale.

Le componenti aggreganti che possono dare forza a un movimento culturale ricostruttivo vanno ancora definite.

Attualmente, sulla scorta delle urgenze, si configurano alcune richieste emergenti che però non sono ancora un’agenda di lungo termine, anche se secondo qualche sondaggio appaiono maggioritarie, come:
1. Cambiare il capo del governo (la sua popolarità è scesa al 25% dunque la maggiornaza è contro di lui)
2. Affrontare la crisi con misure che oltre a ridurre il debito alimentino la crescita (richiesta un po’ più difficile da comprendere per tutti ma enorme e montante)
3. Ripulire la classe politica da corruzione e privilegi (difficile trovare una richiesta più ripetuta)

Ma le urgenze non sono sufficienti. Una lista di priorità, della quale purtroppo nessuno conosce la popolarità (non si sa se sono maggioritarie), per ottenere un recupero di democrazia è comunque spesso (non abbastanza) dichiarata:
1. Ristabilire una legge elettorale che consenta ai cittadini di votare i loro rappresentanti e non solo i partiti
2. Sciogliere il conflitto di interessi fondamentale, quello che consente a un concessionario televisivo di fare il capo del governo e controllare la stragrande maggiornanza delle organizzazioni pubbliche e private che producono informazione e programmi televisivi
3. Rilanciare la crescita e la diffusione della banda larga e di internet in tutto il territorio nazionale come premessa di un’ulteriore crescita delle alternative mediatiche.

Il problema è che tutto questo non sembra poter contare su appigli operativi e pratici. A chi ci si rivolge per ottenere queste cose in un contesto nel quale il governo resta saldamente in mano a una maggioranza che pur avendo perduto una sua componente fondamentale è riuscito a rinsaldarsi acquisendo parlamentari eletti dall’opposizione con metodi molto discussi?

L’urgenza è urgente. E occorre far fronte. Chi se ne occupa ha grandi meriti. Ma la popolazione ha bisogno anche di poter pensare al dopo.

Quando fatalmente il sistema di potere attuale cadrà, che cosa ci sarà? Altri approfittatori o persone eticamente più sane e culturalmente più capaci di amministrare? Non dipende dalla soluzione delle urgenze. Dipende dalla crescita di un movimento culturale che aiuti i cittadini – a partire da chi scrive queste righe – a capire la differenza tra quello che è importante e quello che è soltanto interessante.

Le decisioni possono essere classificate per la loro urgenza e importanza. Si sa che le questioni “urgenti e importanti” vanno affrontate subito, certamente prima delle questioni “non urgenti e non importanti”. Ma come si sceglie nella lista di priorità tra le questioni “urgenti e non importanti” e le questioni “importanti e non urgenti”? Come si fa vincere la priorità di ciò che è importante?

Il movimento culturale che riconquista ai cittadini la capacità di distinguere ciò che è importante ha un compito fondamentale. È una sorta di nuovo illuminismo che aumenti lo spazio del ragionamento nel dibattito (contro il metodo ideologico che prevale attualmente): l’illuminismo ha preceduto le rivoluzioni americana e francese. È una sorta di nuovo empirismo che aumenti lo spazio dei fatti sui quali tutti concordano prima di prendere decisioni (contro la distruzione sistematica dei fatti e della credibilità delle fonti di analisi che prevale attualmente): l’empirismo ha reso possibile la rivoluzione scientifica e quella industriale. È un pensiero nuovo, oltre il modernismo delle grandi narrazioni tradizionali e oltre il postmodernismo nell’ipersperimentazione: la costruzione di una nuova socialità ha bisogno di un terreno culturale fondato su un metodo e valori comuni. Il patrimonio culturale di un popolo è un bene comune che non può essere inquinato e distrutto senza tutti ci perdano in modo drammatico.

Questo non è un concetto astratto, ma concreto. Perché indica dove andare a cercare gli appigli operativi per passare all’azione.

Si scopre, pensando in questo modo, che i mondi del breve termine e della manipolazione delle idee – la politica iperelettoralizzata, la finanza spersonalizzata, le narrazioni mediatiche autoreferenziali – non sono luoghi nei quali i giovani e i cittadini che cercano risposte possono trovare una prospettiva capace di aiutarli a decidere a che cosa dedicare la propria vita.

I mondi che possono fare movimento culturale sono quelli orientati al lungo termine o almeno un po’ meno bloccati dal breve. Ricostruire associazionismo, lanciare progetti di media sociali e civili, fare volontariato, studiare e fare ricerca, leggere e comunicare con un metodo condiviso quello che si impara, dedicarsi all’ambiente, alle relazioni sociali, ai beni culturali, alla formazione, allo scambio internazionale di idee ed esperienze, sono dimensioni della vita nelle quali quello che si fa ha una valenza di ricostruzione culturale. Da quei mondi emergono comportamenti più civili e pensieri più costruttivi. Che cosa possiamo fare per aiutarli a emergere, a trovare più mezzi, a crescere nell’attenzione della società, a dare conforto ai giovani e ai cittadini che non ne possono più di sentirsti spaesati e soli di fronte a un futuro che vorrebbero costruire ma non sanno come?

Questo è il tema. Non stiamo parlando di limitarci a “pensare”. Stiamo parlando di “fare” cose che alimentino il “pensiero”, generando contemporaneamente pratiche e soluzioni di vita. Le autorità morali e culturali che emergeranno sono biografie sensate e capaci di dare senso. Le persone le riconosceranno. E su queste pratiche, forse, si potranno sviluppare anche azioni di lotta non-violenta, le uniche che possono avere un senso pratico e un consenso vero da parte di una popolazione che non vuole più distruzione. Vuole costuire il suo paese.

Questo è quello che possono fare, subito, le persone che non vogliono più immedesimarsi passivamente nelle storie degli altri: vogliono scrivere la propria storia. Imho.

Amazon is cheap

Amazon. Un tablet che cosa meno della metà del rivale fa una certa differenza. Un nuovo browser che promette consultazioni accelerate del web. E una polemica sulle condizioni di lavoro in un magazzino dell’azienda. C’è da leggere e da seguire queste storie per capire in che senso Amazon è cheap.

La risposta di Amazon.

Wow, Vita Nòva

Pare che la Vita Nòva stia raggiungendo un record di download… appena i dati sono ufficiali ne sapremo di più. Intanto, il giornale è candidato al Premio Moebius di Lugano! E sul blog di Domenico Rosa stanno arrivando i fumetti scritti dai vitanoveschi… Grazie!

Preparando un seguito a “the case for an Italian rebellion”

In un post pubblicato recentemente su questo blog ho affrontato l’ipotesi di una ribellione in Italia. Ipotesi che solo a esprimerla suscita reazioni emozionate. Ma che era stata formulata perché viaggiando all’estero, non cessavo di incontrare persone che mi chiedevano «perché gli italiani non si ribellano?»

La domanda può stupire, qualcuno. Certo, i motivi di ribellione non mancherebbero – gli scandali, la mancanza di decisioni adeguate a rispondere alla crisi finanziaria, l’immagine degli italiani in crollo -  e del resto è più facile formularla all’estero, perché la visione dall’estero della situazione italiana tende a semplificare.

Il testo è scritto in inglese (con molti difetti espressivi e grammaticali, purtroppo, dovuti alle mie limitate capacità) perché era rivolto a quelle persone e alla loro domanda. Probabilmente chi avrà la pazienza di leggerlo scoprirà che non vi si sostiene niente di violento. Di certo, non è il suo scopo: non stiamo parlando di vetrine rotte e altre assurdità. Stiamo parlando di un’opzione politica: se il sistema politico non riesce a rinnovarsi, i cittadini possono fare qualcosa di più che non sia semplicemente aspettare le prossime elezioni? E che cosa potrebbe interessare ai cittadini italiani che apparentemente stanno coltivando una sorda rabbia e una forte preoccupazione – entrambe in genere non partisan – ma non sembrano ancora orientati a esprimersi in modo vagamente organizzato intorno a questi sentimenti? Nel post si parla dell’esperienza, orribile, degli italiani con il terrorismo e della loro attuale apparente passività. Si ammette che gli italiani non resteranno necessariamente passivi. Ma si presuppone che sentano il bisogno di qualcosa di più profondo che di una fiammata rivoltosa. Una visione, una maturazione e modernizzazione culturale, una ricostruzione: non una ribellione distruttiva, ma casomai una rivoluzione costruttiva, preceduta da un salto di qualità culturale.

Si tratta di dare contemporaneamente un segno di rinnovamento e di civiltà.

Il caso dei referendum, vinti grazie anche alla comunicazione online e nonostante il generale silenzio della televisione, ha dimostrato che qualcosa sta cambiando. Ma ancora non stiamo riuscendo a dare un nome a quel cambiamento e a costruire un’agenda dei cittadini intorno a quel cambiamento.

La discussione sorta intorno a quel post è stata varia e appassionata. I commenti al post e le reazioni su Google+, Facebook, Twitter, sono stati piuttosto importanti. Ma per arrivare a un nuovo post, questa volta non rivolto all’estero ma all’Italia, occorre ancora una fase di riflessione. Spero che altri consigli e punti di vista arrivino per poterne tener conto. Comunque tornerò presto sull’argomento se avvertirò la possibilità di dare un contributo costruttivo.

La domanda, latente, rimane: perché gli italiani non si ribellano? Stiamo vivendo una storia importante. La stiamo anche scrivendo?

REIsearch

L’Atomium Culture lancia un social network di scienziati europeo dotato di un accesso ai database della ricerca dei paesi aderenti. Si chiama REIsearch.eu. Serve a fare una rete di scienziati che parlano tra loro e con i media. Nel quale tutti hanno un’identità certificata.

Massimo Marchiori che ha lavorato al progetto lo sta spiegando oggi a Kracovia. La forza della rete al servizio della collaborazione tra scienziati e media.

Il progetto è in preparazione. Le promesse sono elevate. Vedremo la realizzazione.

L’ispirazione è basata su poche regole:
1. semplicità: l’esempio è l’attuale sito di Obama (are you in? lasci la mail e clicchi I’m in
2. usabilità: non come un oggetto di design ma che non si usa bene
3. no dilution: ambiente controllato, non anonimo, nel quale si sa chi sono i partecipanti, l’informazione non si diluisce nel rumore
4. complexity: ci vogliono molte persone per fare un’innovazione e la complessità di gestire l’interazione tra molte persone va pensata a livello di progetto
5. gruppi: facile costruzione di gruppi di lavoro internazionali e interdisciplinari (gruppi organizzati come estensione del cervello individuale)

Scienza e media a Krakow

A Cracovia per una discussione sull’innovazione nell’informazione scientifica. Si scopre che la scienza può fare molto per spiegarsi meglio, ma i media possono apprendere dalla scienza l’importanza del rispetto di un metodo standard per raccogliere e valutare le informazioni. Il programma.

In Krakow there is a discussion about innovation in scientific information. Science can do a lot to improve the way it is communicated, but the media can learn a lot from science about the existence of an “epistemology of information”. The
programme

.

Organizzazione: Atomium Culture.

Nuria Molinero, direttore delle comunicazioni della Fundaciòn Espanola para la Ciencia y la Tecnologia. Lavora per migliorare la qualità dell’informazione che i media tradizionali diffondono sulla scienza, collegando i giornalisti agli scienziati per aiutarli a controllare i fatti. Di solito questo avviene sui temi per i quali non c’è fretta di pubblicare, perché richiede tempo.

Lydia Aguirre, vicedirettore di El Paìs, la concorrenza dei nuovi media sociali ha conseguenze pesanti sui media tradizionali. La loro condizione economica è oggi in chiara difficoltà. I giornali hanno moltiplicato gli sforzi per rispondere alla sfida. Fanno molti mestieri in più, per lavorare su tutte le tecnologie, controllare tutti i dati, aggiustare le notizie ai diversi media. Internet è stata la migliore cosa che è successa al giornalismo dall’introduzione del primo emendamento. Il nostro pubblico è cresciuto molto. In questo contesto abbiamo scoperto che le informazioni sulla scienza sono molto gradite dal pubblico. Le notizie sulla scienza vanno sempre in testa alle nostre classifiche.

Ho sostenuto che:
1. l’informazione gratuita che i cittadini, gli scienziati, le organizzazioni stanno diffondendo in rete non è la causa della crisi dei media tradizionali, ma è una forma di concorrenza; il punto di forza è la quantità di argomenti che i cittadini possono coprire con modelli di business molto meno costosi
2. il problema dei media tradizionali è cogliere i segnali costruttivi di quella concorrenza e innovare, scegliendo tra contrastare i nuovi media o allearsi con essi, cercando di fare simbiosi sulla base di un punto di forza da coltivare, come per esempio il servizio di controllo delle notizie
3. se i media tradizionali hanno un ruolo di autorità e controllo dei fatti e se non sono fedeli a questo ruolo perdono credibilità e perdono la possibilità di seguire costruttivamente la strategia dell’alleanza e si devono necessariamente porre come nomici della rete; ma in questa strategia probabilmente perdono, perché la rete continua a crescere
4. i media devono dunque recuperare un autentico ruolo di qualificazione delle informazioni anche ridiscutendo il metodo che seguono per trovare e pubblicare le notizie
5. l’esperienza dell’epistemologia, sofisticatissimo pensiero che ha aiutato la scienza a crescere, può servire ai media per sviluppare un metodo di ricerca più chiaro e affidabile; se il metodo scientifico – o una consapevolezza migliore intorno al metodo dei dati, le ipotesi, le teorie, la verifica ecc… – si diffonde nei media, anche per la scienza ci sarà più comprensione da parte dei media e maggiore e migliore copertura della scienza. Imho.

Il caso dei neutrini ha dimostrato che siamo ancora indietro in tutto questo, salvo che su un punto: il social media ha saputo reagire subito alla gaffe della ministra. Il fact checking che ne è seguito è stato molto costruttivo sia per i giornali, sia per i social media, sia per gli scienziati.

Per la ministra non sembra aver accelerato la curva di apprendimento. Ma questa è un’altra storia.

The case for an Italian rebellion. Why it doesn’t happen. And what could happen

The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option. (I will not quote their names, but if they want they can comment here).

An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution.

In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don’t rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That’s the option. But it is not happening.

Why?

Of course, assuming that Italy is not a real democracy and that it is not going to be reformed through a democratic process is a quite extreme vision of the Italian situation. Many Italians still think they are in a democracy and that next electoral opportunities will bring a new government to them. But many others think that they live in a regime, based on a non-democratic control over the media (i.e. television) by the head of the government.

The incredible series of scandals that involved the head of the government are linked to his political incapacity to manage the financial crisis, which makes Italy dangerous for the world’s financial stability. There is a general understanding about the fact that a change in government should be needed to solve some real Italian problems. The government has resisted all scandals by denying any problems and by acting as if all criticism was the enemy’s obscure maneuver. The majority in Parliament has been reinforced by an alliance with a dozen or more politicians that had been elected in one of the opposition’s parties and that have been convinced to change side using very controversial means. Many see the Italian political stall as a consequence of a lack of democracy in Italy. If nothing is done, Italy will lose its place in the euro system, causing tragic consequences to the world’s financial stability. Poverty will grow, desperation will rise, violence will diffuse.

Thus, as it has been said, a rebellion should be an option. Or isn’t it?

As seen from abroad if Italians don’t rebel, it may be that Italians are accepting the way their politicians work. If it was true, the
international shame should be on them, too, and not only on their
politicians. But listening to what Italians are thinking and doing is a bit more complicated. And maybe a learning experience.

Of course, there are different kind of Italian experiences:
1. A 35% of Italians are considered functionally illiterate: they cannot read, they only rely on television to getting the news. They sort of live in a fiction, which is created by the very power source of the present political leadership. When they vote, they vote accordingly.
2. There is a 10% who read a lot: they are connected to the rest of the world, they work with the rest of the word, they export, they travel, they read English, or French, or German. They know that Italy is not working and needs to be fixed. Some of them think that it is possible to reform, but they don’t seem to find a political alternative to what there is now. Some other just care for their interests and do what they can to save themselves. Finally, some of them think that nothing can be done, they will vote at the next elections and they will hope without believing.
3. Young people are connected and desperate. They rely on their parents’ help. They don’t seem to be willing to risk if they don’t see were to bet. If there was something to risk about, some of them would risk: some would go abroad, some would start a company, some would rebel… Some of them actually do so. The majority of them is sort of silently waiting for somebody that explains what can be done.
4. Some Italians are leaders: companies, universities, foundations, associations, city and regional managements are full of great people that innovate and keep the Italian machine going. They are busy doing the job for the rest of their fellow citizens and don’t think to rebel.
5. Some Italians are criminals. They do whatever they can to get power and money. They don’t pay taxes. They trade drugs. They build where it is forbidden. They devastate the environment. They engulf culture with any kind of horrible content. They don’t rebel, because they like the way Italy is now.
6. Some Italians have faith. They wait.
7. Some Italians are testing the new means that the network is creating to change the way the media work, to improve their economic opportunities, to link to abroad: they haven’t yet overcome the power of television, but they have had a great, historic success this year by winning the attention game, when the majority of Italians showed up to vote for a referendum that television didn’t even bother to cover (the referendum was about stopping the nuclear power in Italy, stopping the privatization of water distribution and cancelling a law that helped the head of the government to escape some of his troubles with justice).

All Italians are worried and many are angry. Very angry. A rebellion cannot be considered impossible. But it is not what Italians are really interested in. And this is not because they like the system they are imprisoned in. They silently seem to say that they need something different.

Italians have lived ten and more years of terrorism. Thousands of them were killed by fascist and communist terrorists during the Seventies. Italians didn’t seem to like terrorists. But some of them shared with terrorists the idea that Italy is not really a reformable country. That is the major threat to a democracy. Reformist should become popular by achieving some results: if there are never results, cynical analysis emerge. And cynism leads to terror or to helplessness. We had terror in the past. Now we are experiencing helplessness.

Is it going to change?

The Eighties started with the hope of modernization and ended in some bad scandals while the public debt was starting to grow. During the last 20 years the government has been going from the great hope inspired by the European project, which was won in the Nineties, and the great distress of the present crisis. Change all over the world, in the last decade, has been lived in Italy as some sort of a passive experience, nothing that Italians were able to do anything about.

Through these ups and downs, there has been a war on culture: Italians have seen institutions bombarded by the barbaric language of the new politicians, they have seen the schools were their children go left without money to work, they saw their universities struggling to get any financing, they watched in television dozens of self interested leaders doing whatever they wanted, they heard the voices of a couple of businessmen laughing in recorded calls because the earthquake was going to get them good money… Italians are living an “after war”, a cultural war that devastated the country. Rebels have conquered the government and have destroyed peace, in Italy. Fear, urgencies, finances, are concentrating attention on the short term. Italians can rebel again. But most of all, they need perspective and peace.

How to get peace?

If they live in peace, if they have something to build, Italians are one of the best people in the world. If they are at war, they are not. They are better at resisting than at battling. But Italians, as – and more than – any other people in the western world, miss the time in which they shared a vision.

To get peace, Italians need to think and to act. Probably this means that they have to start by thinking better. And act quickly, after that.

This is the end of this long post. And I’m sorry for having written so much. Forgive a passionate Italian. Who is looking for something to do for his country, for his people, and for his children.

Italians are not alone in missing a vision. But Italians are paying a lot more for this. And maybe they will find a way out, that can become interesting for other people, too.

A rebellion is a revolution without a vision. Italians, probably, don’t really need a rebellion. They need a shared vision based on facts and reality (not on ideology and reality shows): a deep cultural change, that helps them in understanding their shared project, that helps rebuild a perspective and that makes them look ahead with an empirically based hope. They know they will have to work hard. And they usually do, when they know for what they are working. Thought, art and culture are to change. A rebellion is an act. A deep cultural change is a movement that is needed to transform the eventual act of a rebellion in the process of a constructive and generous revolution.

BookBlogging – YOCHAI BENKLER – Collaborazione by design

Riprendo un servizio più continuo di notizie sui libri letti e in lettura. Precedenti qui accanto.

More about The Penguin and the LeviathanLa leggerezza narrativa e la profondità dei contenuti del nuovo libro di Yochai Benkler non sorprende chi conosca l’autore. Un gigante della ricerca sull’economia delle reti e della nuova ricchezza che deriva dalla conoscenza.

Il suo capolavoro The Wealth of Networks (2006) è servito a dimostrare come la ragione economica possa essere trasformata dall’avvento delle reti e dal valore della conoscenza, riformando il mercato e il concetto di libertà (Traduzione: Egea 2007).

Il nuovo libro, The Penguin and the Leviathan (2011) approfondisce le novità teoriche ed empiriche che inducono a ritenere il comportamento collaborativo più efficiente e soddisfacente di quello basato sull’interesse egoistico, ma concentra l’attenzione su un punto cruciale: come si disegnano sistemi che valorizzano la collaborazione, la incentivano in modo ragionevole ed efficiente, senza richiedere un approccio ideologico e utopistico al comportamento umano, allo scopo di aumentare la ricchezza economica e la soddisfazione di vivere.

Benkler fa un lavoro scientifico e non buonista. Semplicemente osserva il fatto che l’assunzione fondamentale dell’economia tradizionale, quella che ritiene l’essere umano essenzialmente egoista, non regge alla prova della verifica storica. Inoltre, osserva che le conseguenze organizzative di quell’assunzione, l’idea della mano invisibile come meccanismo che produce il massimo valore di sistema sulla base del comportamento egoista degli attori economici, non sono le più efficienti e soddisfacenti da nessun punto di vista.

La convinzione che gli esseri umani siano egoisti produce organizzazioni basate sulla paura, sulla diffidenza e sulla punizione, promettendo vantaggi esclusivamente monetari. Inoltre, giustifica gli errori di sistema delle organizzazioni fondate su quell’assunto: è il migliore dei sistemi possibile, gli esseri umani sono egoisti, dunque va accettato il fatto che il capitalismo ogni tanto produce disastri. (Qui, come qualche lettore sa, seguendo il pensiero di Fernand Braudel, si distingue tra capitalismo – come sistema nel quale prevale la legge del più forte – e mercato – come sistema di scambi regolato sulla base di leggi e consuetudini che garantiscono la concorrenza).

Benkler parte dimostrando come negli ultimi vent’anni, la scienza abbia scoperto come la specie umana sia tutt’altro che caratterizzata da un gene egoista. Anzi. Proprio per funzionare come specie sociale si è adattata sviluppando evolutivamente una quantità di caratteri collaborativi, necessari all’azione di gruppo. Si arriva a dimostrare senza troppa difficoltà che gli esseri umani non sono né assolutamente egoisti né assolutamente altruisti. Semplicemente si trovano a comportarsi in un modo o nell’altro date le condizioni in cui si trovano, dati i frame interpretativi con i quali decodificano le situazioni in cui si trovano e dati i caratteri personali che distinguono gli individui.

Se le organizzazioni sono fondate sull’idea che le persone si comportino sempre in modo egoista o sulla speranza che si comportino sempre in modo collaborativo sono destinate a fallire.

I fallimenti umani di tanti trading floor del capitalismo finanziario americano degli ultimi tempi, la disattenzione per le conseguenze ambientali e sociali di una fabbrica chimica ai tempi dell’industrializzazione accelerata, l’immobilismo di un ufficio qualunque nel contesto del burocratismo autoritario sovietico, la tragedia epocale di chi ha fatto l’esperienza di un campo di concentramento nazista, sono esempi diversissimi di assolutismo che conduce a disastri. (Certo, questi accostamenti faranno arricciare il naso a qualcuno e meriterebbero un approfondimento più attento e consapevole, mi scuso per la fretta: non sono paragonabili se non per il fatto che si tratta di organizzazioni fondate su una considerazione assolutistica del comportamento umano).

Ma se oggi ci poniamo, e non possiamo non porci, problemi globali come la salvezza dell’ambiente, la tenuta del sistema economico, la qualità della vita nei territori globalizzati, la qualità dello sviluppo della conoscenza sulle reti digitali, occorre anche una discontinuità logica e ideologica, che ponga l’accento sulla costruzione di piattaforme organizzative capaci di tener presente le reali motivazioni delle persone, per poterne valorizzare l’energia e la forza innovativa. Una discontinuità rispetto alle organizzazioni basate sull’erronea convinzione che gli uomini siano solo ed esclusivamente egoisti. E che prenda le conseguenze del fatto che sono anche collaborativi. E che si renda conto che dalla collaborazione emergono soluzioni spesso migliori, più efficienti, più soddisfacenti.

Benkler dunque passa in esame le caratteristiche delle organizzazioni che favoriscono la collaborazione, senza supporre che le persone siano dei santi. Queste piattaforme organizzative possono essere adattate con le ragionevoli assunzioni alla convivenza civile, alla struttura delle aziende, alla generazione di piattaforme online, alla creazione di movimenti sociali, alla diplomazia internazionale. Ci sono alcuni accorgimenti che il design dei servizi orientati a basarsi sulla collaborazione ha ormai chiarito. La sintesi è nel finale del libro, in 7 punti:
1. Ogni piattaforma collaborativa è basata sulla comunicazione tra i partecipanti. La comunicazione è la chiave del successo del sistema
2. La proposta collaborativa va codificata nella struttura dell’organizzazione in modo che induca a interpretare la collaborazione come conveniente per tutti, in modo autentico e non ideologico
3. La cultura di fondo proposta favorisce e applaude all’empatia e alla solidarietà senza farne un pregiudizio, ma assolutamente osteggiando il pregiudizio contrario, quello secondo il quale in fondo tutti sono egoisti
4. Morale e norme sociali sono disegnate in modo da proporre comportamenti e feedback equi per tutti, accettando che eventualmente qualcuno lavori più di altri ma sottolineando lealmente l’importanza cruciale di chi apporta più valore
5. Punizioni e guadagni vanno commisurati alla condizione in cui si trova l’organizzazione, al progetto comune che persegue, alla qualità culturale che la caratterizza, nella consapevolezza che molti guadagni decisivi sono quelli immateriali, mentre gli incentivi monetari sono sempre interpretati come mezzo e non come fine
6. Reputazione e reciprocità sono le regole di feedback fondamentali per attivare comportamenti collaborativi
7. Le organizzazioni vanno pensate e costruite per contenere la diversità delle persone e delle loro capacità, valori, interessi, orientamenti e caratteri.

Mi rendo conto che il riassuno è troppo veloce. Non resta che prendere il libro e leggerlo. L’ho fatto in formato digitale. Poi l’ho preso anche in carta.

More about The Happiness ProjectIntanto sto leggendo anc
he:
1. The Moral Landscape, di Sam Harris
2. The Consolations of Philosophy, di Alain De Botton
3. The Happiness Project, di Gretchen Rubin

Discussioni anche su:
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Grande Beppe

E quindi il Beppe Caravita è andato in pensione. Fa bene Mante a segnalarlo. Grazie a Beppe per tutto quello che ha fatto. E soprattutto per quello che farà. La sua competenza è quella di un vecchio lupo di mare ma il suo entusiasmo è sempre quello di un ragazzino.

Neutralità non è mobilità

Ancora una volta, si legge di una distinzione tra l’internet fissa, che è neutrale, e l’internet mobile che può non esserlo (senza esagerare). Le indicazioni Fcc segnalate da Quinta.

Che cosa fanno i fondatori quando lasciano?

Che cosa fanno i fondatori di imprese editoriali di successo quando lasciano la loro creatura alla responsabilità di altri?

1. Rifanno un’altra impresa editoriale e tutti sperano di ritrovare in loro lo stesso spirito degli inizi della prima impresa
2. Si ritirano a vita privata e vengono presto dimenticati
3. Continuano a portare idee al loro vecchio giornale, vivendolo con meno preoccupazioni e avviando nuovi progetti

Mike Arrington ha scelto l’opzione 1. (Aveva fondato TechCrunch poi l’ha venduto ad Aol per scoprire di non poter sopportare le regole della grande azienda; oppure che la grande azienda non sopportava le regole che lui si era autoimposto).

L’opzione 3 era stata quella di Kevin Kelly, direttore-fondatore di Wired. L’opzione 2 – per definizione – non si ricorda chi l’abbia scelta.

Crescita e debito: piccolo grimaldello

Una piccola idea che viene dall’esperienza di chi ha fondato qualche azienda e qualche volta ha dovuto chiuderla pur avendo un fatturato doppio dei costi: gli utili restavano sulla carta perché il tempo necessario a ottenere il pagamento delle fatture era tanto lungo che la mancanza di circolante rendeva troppo costoso tenere in piedi l’azienda.

È una piccola idea per ridurre debito e alimentare la crescita.

Lo stato è il primo pagatore ritardatario italiano. Quando paga lo fa con un anno, due o anche tre di ritardo rispetto all’erogazione del servizio. Le piccole imprese, in particolare, devono finanziarsi in attesa di ricevere il pagamento. Quindi non possono permettersi di crescere e fare nuovo fatturato, perché fare fatturato significa produrre e sostenere costi che a loro volta costano troppo perché non vengono pagati presto. Se il pagamento fosse immediato cercherebbero di fare di più perché non dovrebbero sostenere il costo dell’attesa del pagamento.

Se lo stato dichiarasse che da oggi in poi paga subito – e obbligasse anche le imprese a farlo – dovrebbe aumentare l’esigenza di cassa immediata ma da quel momento in poi avrebbe meno debito (perché avrebbe pagato quanto dovuto) e indurrebbe le imprese ad accelerare la ricerca di nuovi lavori da svolgere, visto che queste non dovrebbero finanziarsi la produzione indebitandosi in attesa del pagamento effettivo.

Pagare il salto dal pagamento ritardato a pagamento immediato sarebbe un costo da finanziare con una tassa o una riduzione di costi immediata, ma da quel momento sarebbe una riduzione di debito e una spinta alla crescita.

Se sull’esempio dello stato, questa stessa operazione fosse fatta dalle grandi imprese, le piccole aziende sarebbero invogliate a crescere. E potrebbero farlo senza sostenere il costo dell’attesa, senza l’angoscia dell’attesa di essere effettivamente pagate.

Chi lavora con la Germania sa quanto veloci siano i termini di pagamento. Se l’impresa si deve preoccupare solo di trovare clienti e produrre per loro, invece che preoccuparsi anche di farsi effettivamente pagare o di indebitarsi in attesa dell’effettivo pagamento, potrebbero crescere.

Spero che qualcuno mi aiuti a capire se questa è un’idea fattibile, se è una buona idea, se è del tutto utopistica o impraticabile.

La cultura è sviluppo

Grande intervento di Pier Luigi Sacco al convegno delle Fondazioni Svizzere, a Lugano. La cultura è investimento. L’investimento che genera l’indotto più ricco, di senso e di crescita economica. I risultati delle sue ricerche dimostrano che l’accesso alla cultura produce enormi risultati economici, riduce i costi sanitari e ambientali, alimenta l’innovazione. I numeri di Sacco lo dimostrano. La cultura è valore. Il valore è sviluppo.

Rapporto 2011 sulle fondazioni in Svizzera.

È intanto arrivato il comunicato relativo all’evento:

LAC Lugano Arte e Cultura – SwissFoundations

COMUNICATO STAMPA

“Fondazioni culturali: modelli ed esperienze di collaborazione fra pubblico e privato”

22 Settembre 2011

Giovedì 22 settembre, presso l’hotel Villa Principe Leopoldo a Lugano, alla presenza di un pubblico
selezionato di esperti e addetti ai lavori, si è svolto il simposio
“Fondazioni culturali: modelli ed esperienze
di collaborazione fra pubblico e privato”.

L’incontro ha rappresentato la prosecuzione ideale di un percorso iniziato il 30 giugno dello scorso anno,
con la presentazione all’USI – Università della Svizzera Italiana del primo studio sulle fondazioni di pubblica
utilità in Ticino ed è stato un momento di confronto sul tema della collaborazione fra istituzioni culturali e
mondo filantropico. E’ la prima volta che ad un evento come questo sono presenti allo stesso tavolo a
Lugano fondazioni svizzere e italiane.

Con l’occasione SwissFoundations – Associazione delle fondazioni donatrici svizzere, ha presentato in
lingua italiana il Rapporto sulle Fondazioni Svizzere 2011, che per la prima volta contiene anche un
excursus dedicato alla realtà delle fondazioni di pubblica utilità in Ticino.
I lavori sono stati aperti dal Presidente dell’Usi, Piero Martinoli, che ha sottolineato l’importanza di una
collaborazione attiva tra il mondo delle istituzioni, dell’università e delle fondazioni nel promuovere la
crescita dell’economia e della società ticinese.

Pier Luigi Sacco nel suo intervento ha invece sottolineato come “l’economia culturale e creativa sia, alla
luce delle più importanti esperienze di sviluppo locale degli ultimi anni, uno dei settori più promettenti di
crescita economica e sociale del futuro prossimo. La cultura non si esaurisce più nella sua funzione
tradizionale di passatempo, ma diventa un fattore fondamentale per il conseguimento di traguardi di
cruciale importanza per il futuro di qualsiasi territorio: l’innovazione, la qualità della vita, la coesione sociale,
la sostenibilità. Allo stesso tempo, la produzione culturale e creativa rappresenta oggi un vero e proprio
macro-settore industriale, tra i più grandi in assoluto dell’economia europea e soprattutto in rapida
crescita anche in momenti congiunturali difficili come quello attuale. All’interno di questo scenario di
opportunità, le fondazioni possono avere un ruolo importantissimo, operando come vere e proprie agenzie
del cambiamento, selezionando i progetti ed i talenti creativi e imprenditoriali migliori e facilitandone
l’affermazione in un’ottica di produzione di qualità economica e sociale, con una grande attenzione alla
valutazione di efficacia e di impatto delle proprie iniziative, e con una forte sensibilità verso l’accountability
nei confronti della società civile. In questo modo, le fondazioni possono supplire in modo decisivo ai limiti
dell’intervento statale, inaspriti da una fase di risorse finanziarie scarse, conquistando una leadership
importante ed una capacità di visione nel dare corpo all’economia e alla società del XXI secolo”.

Pier Mario Vello, Segretario Generale della Fondazione Cariplo ha affermato che “negli ultimi vent’anni la
società civile ed il mondo finanziario ed economico hanno attraversato grandi cambiamenti: crisi valoriali e
sociali, crisi finanziarie, aumento dei disagi, incremento dei flussi migratori tra diverse parti del mondo ecc.
Molti cambiamenti costituiscono una sfida, moltissimi sono delle vere e proprie opportunità. La cultura
rappresenta il filo conduttore per comprendere questi cambiamenti. Si tratta, però, di una cultura non
autoreferenziale e asfittica riservata ai salotti esclusivi o alle cerchie di esperti, né una cultura che per

aprirsi al vasto pubblico si trasforma in un evento da applauso. Parliamo piuttosto di una concezione di
cultura che sia leva del cambiamento sociale e dell’innovazione creativa con cui costruire mondi nuovi.
Le fondazioni hanno un grande ruolo nel produrre e promuovere cultura. Interroghiamoci su cosa fanno e
come lo fanno, dato che fare il bene non è più sufficiente. Bisogna anche farlo bene. Esse si trovano in un
momento privilegiato: la loro evoluzione le può portare ad essere agenti di cambiamento culturale, con
impatti trasversali sull’intera società e sulle sue potenzialità imprenditoriali”.

In questi anni di crisi a livello nazionale e internazionale, è visibile l’impegno del mondo filantropico a
mantenere lo stesso livello di erogazioni del passato. “Stiamo assistendo a dei grandi sforzi di apertura nei
confronti dei richiedenti. Le fondazioni si aprono a collaborazioni fra di loro a livello nazionale ed
internazionale e stimolano iniziative che tendono a consorziare i richiedenti, ottimizzando in questo modo
anche l’impatto sociale delle iniziative” ha affermato Elisa Bortoluzzi Dubach. “Il ruolo delle fondazioni per
il finanziamento privato della cultura è rilevante. Alcuni fatti a suffragare questa affermazione: a fine del
2010 vi erano in Svizzera 12 531(716 in Ticino, di cui 74 sotto vigilanza federale) fondazioni di pubblica
utilità. Il loro numero nello stesso anno è cresciuto di 500 unità, raggiungendo i record stabiliti negli anni
2007 e 2008. In testa la Svizzera Romanda in cui negli ultimi dieci anni sono nate il 68,7 % delle
fondazioni, seguito dal Ticino con il 46,7% e dalla Svizzera tedesca con il 43.8% (Fonte: Stiftungsreport
2011). Il gettito di erogazioni corrisponde a circa 1.5 miliardi di franchi per anno. Se a questi dati
aggiungiamo che secondo stime recenti in Svizzera vi saranno oltre 900 miliardi di franchi di patrimoni
lasciati in eredità (CEPS- Centre for philanthropy services, Università di Basilea), di cui una parte sarà
sicuramente utilizzata a scopo filantropico, possiamo immaginare quanto possa essere importante questo
mercato.”

Beate Eckhardt, Segretario Generale di SwissFoundations ha ricordato che le fondazioni sono attori
significativi in molti ambiti della società e con le loro iniziative promuovono l’innovazione. In un momento di
crisi economica, lo sviluppo di partenariati e collaborazioni diventa un canale importante attraverso cui
concretizzare ancora meglio il loro potenziale. SwissFoundations gioca in questo senso un ruolo
fondamentale in quanto network per la condivisione di buone prassi e per lo scambio di esperienze e
informazioni.

L’Associazione delle fondazioni donatrici si propone di instaurare una collaborazione attiva, socialmente
utile ed equa con le fondazioni, e promuove i valori della trasparenza e della professionalità nel panorama
delle fondazioni svizzere.
Attualmente sono affiliate a SwissFoundations 80 fondazioni donatrici di pubblica utilità, che nel corso
dell’anno passato hanno erogato più di 210 milioni CHF e rappresentano il 20% del volume erogato da
tutte le fondazioni svizzere.

SwissFoundations, che opera a livello nazionale, si presenta per la prima volta in Ticino nell’ambito del
Simposio „Fondazioni culturali: modelli ed esperienze di collaborazione fra pubblico e privato”. La giornata
ha offerto un momento stimolante di confronto con la realtà filantropica ticinese, che speriamo di
intensificare ulteriormente in futuro.

Lidia Carrion, General Manager del LAC ha ricordato “il ruolo del LAC come motore di innovazione e di
crescita per la Città di Lugano. Oggi uno spazio culturale non può essere soltanto un luogo rivolto a pochi
appassionati, ma deve diventare un centro pulsante della vita non soltanto culturale, ma anche sociale
della città. Il LAC, grazie al suo edificio di grande qualità architettonica e dotato dei più moderni standard
tecnologici, si propone di diventare un nuovo polo di centralità per Lugano, localizzato strategicamente e
dotato di uno spazio aperto che si offre alla città come una nuova ‘piazza’ centrale da abitare e da vivere.
Uno spazio accogliente e aperto a tutti, ricco di servizi a disposizione del visitatore, dal ristorante alla
caffetteria al bookshop, in cui sentirsi a proprio agio e confrontarsi con le nuove idee e con le migliori
espressioni della creatività internazionale, per capire meglio il mondo in cui tutti noi operiamo e per
stimolare l’intera scena culturale ticinese verso nuovi traguardi e verso un confronto sempre più attivo con
quella internazionale. Il LAC è anche una struttura molto attenta ai temi dell’efficienza gestionale e della
raccolta fondi, in costante ascolto di tutti i suoi potenziali partner e sponsor e sempre interessata ad aprire
con essi un dialogo attivo per progettare insieme”.

L’intervento di Mimi Lepori Bonetti, Direttrice generale della Fondazione San Gottardo, ha messo
l’accento sull’importanza di costituire un tavolo delle Fondazioni donatrici ticinesi che abbia la capacità di
porsi come soggetto attivo nei confronti dello Stato e dell’economia. “E’ solo garantendo un partenariato
nuovo tra società civile e Stato che è possibile far fronte, in modo innovativo, alle sfide che ci attendono”
ha sottolineato Mimi Lepori. “Le fondazioni donatrici, se riunite tra di loro, sono in grado di interagire, di
ottimizzare gli interventi sul territorio, di porsi in modo costruttivo di fronte alle associazioni di categoria
svizzere e della Regione Insubrica che già lavorano con questo spirito”. Con queste parole Mimi Lepori ha
auspicato che da questa giornata ricca di spunti interessanti, la prima a livello ticinese, possa veramente
nascere un lavoro di coordinamento tra le fondazioni. “Sarebbe un vero salto di qualità per il mondo delle
fondazioni e un segnale forte per affermare il ruolo insostituibile della società civile” ha concluso Mimi
Lepori.

L’ On. Giorgio Arch. Giudici, Sindaco della Città di Lugano ha posto l’attenzione sul percorso di
rinnovamento della città, imperniato sul modello dei cinque poli che si sta avviando verso il suo
compimento con la fondamentale tappa dell’apertura del LAC nel 2013.

L’ On. Norman Gobbi, Consigliere di Stato del Cantone Ticino e Direttore del Dipartimento delle Istituzioni
ha sottolineato come il LAC si ponga tra gli obiettivi quello di essere un punto di riferimento per il turismo
culturale non solo del Canton Ticino. A contribuire alla buona riuscita possono essere soprattutto le
Fondazioni culturali che in Ticino sono un centinaio di cui 55 impegnate nella cultura di simposio.
Auspicabile sarà la nascita di progetti che permettano a queste numerose Fondazioni di proporre di tanto
in tanto dei programmi culturali a beneficio del futuro centro culturale. Vi è infatti frammentarietà tra
queste entità. Questo, a volte, porta all’organizzazione di eventi, manifestazioni o mostre che suscitano
meno interesse di quanto prefissato, mentre meriterebbero molta più notorietà “Offerte che mi auguro -
ha detto il Consigliere di Stato Gobbi – possano essere diffuse anche alle zone periferiche del Canton
Ticino”. Il LAC potrà fungere da traino per l’ideazione di interessanti proposte grazie anche all’apporto
delle Fondazioni esistenti e di quelle che vedranno la luce.

Da ultimo l’attenzione dei relatori si è soffermata sulle specifiche esigenze dei richiedenti alla luce
dell’attuale contesto sociale. Argomenti approfonditi fra gli altri la fiscalità, le normative legali, e la
pianificazione, progettazione e rendicontazione delle collaborazioni fra mondo No-Profit e Fondazioni.

Digital alterNatives

Il Centre for internet & society di Bangalore pubblica uno studio – scaricabile gratuitamente – sull’evoluzione della cultura giovanile online. E lo intitola significaticamente “digital natives with a cause”. I giovani cercano in rete di “essere”, “pensare”, “agire” e “connettersi”. Altro che perdere tempo. O meglio, come dice Mimi Ito, il loro passare tempo in rete ha un senso. (segnalazione di Jc De Martin)

Think Diffident

C’è stato un tempo in cui, nell’immaginario, prevaleva l’ottimistico e costruttivo, benché alternativo, Think Different. Oggi sembra venga più spesso in mente il pessimistico Think Diffident.

Beh, per la verità, si direbbe che “diffident” significhi “timido”, “modesto” più che “diffidente”. Però l’idea è che nel mondo della rete, di fronte alle crescenti minacce dei produttori di malware, l’unica strada praticabile per gli internettari fosse quella di diffidare delle proposte poco chiare.

“Consapevolezza” è in effetti la parola chiave per sintetizzare i consigli degli esperti che oggi hanno parlato alla Social Media Week di Milano, nel convegno Safety Technology. La tecnologia può combattere i criminali ma non vincerli al 100 per cento, dicono a Kaspersky, per esempio.

Certo, non si vincerà mai pensando di giocare a “guardie e ladri”. I criminali che mettono in giro malware fanno un sacco di soldi, facili e con pochi rischi. Aumentare i rischi, rendere la loro vita più difficile, fare in modo che i soldi siano di meno, sono tutte buone azioni dei sostenitori della legalità. Ma non basteranno mai alla piena sicurezza. Questo è quanto hanno detto tutti i relatori. Occorre una visione di ecosistema, nella quale molte forze e molti interessi concorrano a isolare e controbilanciare l’iniziativa dei criminali.

Intanto, sono emersi alcuni consigli pratici:
1. usare molte password diverse, tenerle a mente, generarle con una specie di algoritmo personale.
2. aggiornare sempre il software che si usa
3. usare software meno diffusi e non quelli maggioritari

La raccolta di “consigli pratici” continua. E i contributi sono benvenuti.