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Day November 25, 2010

Giornalismo per la scienza

Durante la radiocronaca della partita della Roma, martedì sera, il goal di Marco Borriello ha stupito tanto il radiocronista che il suo commento è stato: “un goal inspiegabile con le leggi della fisica”.

Nel mondo del tifo calcistico è un’iperbole molto efficace. Nel mondo della scienza è una boutade che fa sorridere. Nel mondo del giornalismo sportivo è un labirinto di pensieri. La precarietà strutturale di quel settore in Italia è aumentata dalla precarietà congiunturale del giornalismo generale. La via d’uscita non è vicina. Ma è necessaria.

Un problema del giornalismo di fronte all’esplosione di alternative che il pubblico ha a disposizione per informarsi è il superamento della sua tradizionale definizione tautologica: un tempo i giornalisti erano coloro che scrivevano i giornali, mentre i giornali erano quelle cose che erano scritte dai giornalisti. Ora il giornalismo non si può più definire in base alla posizione sociale o aziendale. Si deve definire in base alla funzione e alla competenza che quella funzione svolge. Si deve definire in base al metodo di ricerca e di espressione delle informazioni.

Il metodo di ricerca è decisivo. E’ chiaro che riguarda il modo in cui le informazioni sono documentate, verificate, contestualizzate e interpretate: si tratta di un pensiero che va alla velocità della riflessione epistemologica con l’aggiunta della moltiplicazione delle fonti utilizzabili e della crescente efficienza degli strumenti di accesso ed elaborazione delle informazioni. Mentre il metodo narrativo evolve più velocemente, in base agli apparecchi di fruizione dell’informazione, che consentono nuovi linguaggi, design rinnovato, forme interattive di utilizzo dell’informazione, e così via.

Il metodo di ricerca e la qualità artigiana che caratterizzano il lavoro di base di coloro che fanno informazione – e che devono caratterizzare almeno coloro che la fanno in modo professionale – diventa un terreno culturale comune di produzione e di accesso alla conoscenza, il cui valore strategico è enorme in un contesto nel quale le credenze e ideologie diverse tendono a fomentare una frammentazione della società in aree “culturalmente” omogenee e reciprocamente indifferenti od ostili.

Il giornalismo scientifico è particolarmente adatto, per la materia che segue, a sviluppare un metodo di ricerca condiviso e strutturato. Potrebbe essere un esempio importante per l’insieme del giornalismo.

La domanda di informazione è enorme e cresce, anche se forse non trova la proposta che la faccia emergere in modo esplicito e dirompente. In parte può essere soddisfatta da volontari ed esperti. In parte può aver bisogno di professionisti. Se l’offerta professionale è oggi insufficiente a soddisfare la domanda, significa che le opportunità sono importanti. La sofferenza che viviamo oggi è quella di una fase di transizione nella quale avvertiamo un bisogno ma non troviamo il modo di soddisfarlo.

Ieri a Mappe, Trieste. Un resoconto critico di Federica Sgorbissa.

Più son ricchi più si informano su internet

Un nuovo rapporto di Pew dice che, negli Stati Uniti, la disposizione a usare internet come strumento di accesso alle notizie cresce con il crescere del reddito: più ricchi più informati via web. (via David)

Si potrebbe commentare che il tabù del gratuito sul web non è connesso alle disponibilità degli internettiani ma a un insieme di fenomeni di abitudine, di interfaccia, di qualità attesa e percepita dell’informazione.

RDF – il web semantico non è per niente morto

Tim Berners-Lee, grande eroe dell’epopea del web, ha detto un paio d’anni fa che il web semantico è quasi pronto per diventare una tecnologia popolare. E il Resource Description Framework (RDF) comincia a essere organizzato in modo tale da consentire di prevedere presto strumenti autoriali che consentano di aggiungere metadati fondamentali in modo facile e pratico alle pagine web, mentre l’insieme del movimento del web semantico diventa sempre più standard e comprensibile. Lo spiegano, realisti ma ottimisti, Lisa Goddard e Gillian Byrne.

Tim Berners-Lee è sicuro che il web non è morto.

Siamo le nostre narrazioni, per ora

John Bickle e Sean Keating scrivono un bel pezzo sulla relazione tra il funzionamento del cervello e l’orientamento fondamentale degli esseri umani a raccontare.

Siamo le nostre narrazioni, si dice. Ma secondo il neuroscienziato Michael Cazzaniga lo siamo anche per le caratteristiche del modo in cui i neuroni della parte sinistra del cervello mettono in fila gli argomenti, formano ipotesi, interpretano le situazioni.
In pratica, vediamo tutti i fatti in un ordine narrativo, con tanto di protagonista e antagonista, con una relazione precisa tra narratore, personaggi e pubblico. Persino il nostro “sé” è un “sé narrativo”: l’autobiografia è la pratica cerebrale che costruisce l’identità personale. 
Il problema è quello di vedere se le nuove forme narrative emergenti sul web e nel mondo digitale, che non sono lilneari, avranno un’influenza sulle dinamiche fondamentali del cervello. (Via New Scientist)