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Month April 2010

Scribd

Interessante questo Scribd, che ho finalmente trovato il tempo di provare caricando un testo che da tempo si trova qui sul blog, Ecologia dell’attenzione. E’ una sorta di YouTube per i testi, con varie feature anche per la condivizione o addirittura la vendita di libri e presentazioni fai-da-te (su quest’ultimo aspetto non ho opinioni perché non ho provato come funziona). Per la condivizione mi sembra che funzioni bene. Peraltro il risultato è in Flash dunque non si vede su iPhone e iPad..

Per esempio, si può embeddare un testo:
Ecologiadellattenzione

La tastiera di Babele

Ci sono un sacco di lingue con un alfabeto riccamente diverso dal quello occidentale. Anzi per la verità questo riguarda la maggioranza della popolazione mondiale. Ma le tastiere che ne tengono conto non sono sempre facili da trovare.

Per una parte di queste persone, Google ha introdotto una tastiera virtuale che si usa cliccando sull’icona che appare vicino alla finestra di ricerca. Essendo Api, questa novità si può diffondere anche ad altri siti web e servizi online. Ma ora è direttamente presente sul motore di ricerca in 35 lingue.

C’è l’arabo (buona giornata – have a good day):
يوم جيد للجميع

Il russo (buona giornata – have a good day):
Добрый день всем

L’hindi (buona giornata – have a good day):
सभी के लिए शुभ दिन

Tra le lingue interessate dalla novità, non a caso, attualmente non c’è il cinese…

Più veloci dell’alluce

La velocità di innovazione nel mondo digitale è enorme. Sia quando si tratta di lanciare novità, sia quando si tratta di abbandonarle. Ballmer aveva fatto un gran rumore al Ces di gennaio, lanciando il suo tablet, che sembrava un anti-iPad. L’Hp ha annunciato meno di quattro mesi dopo che il prodotto è abbandonato. (TechCrunch). Ora Hp sembra preferire a Windows 7 per il tablet, l’Android. In attesa dell’adattamento del sistema operativo del Palm appena acquisito.

C’è solo una cosa più veloce dell’innovazione digitale: l’annuncio dell’innovazione digitale.

I tempi di Los Angeles

Il Los Angeles Times è in profonda crisi. E tenta di salvarsi collegando la pubblicità alle storie, in particolare di entertainment, in modo sempre più invasivo, dice Francis Reynolds. Eppure, commenta, LA Times dovrebbe salvaguardare il più possibile la sua credibilità in particolare per le storie di entertainment: perché forse nel tempo quella sarà la sua strada principale. Come la politica americana lo è diventata per il Washington Post. Una sorta di concentrazione sulla core competence… E’ un’analisi non insensata, in effetti.

Macchinismo

big_machine.jpg

Affascinante. Simbolicamente potentissima. Questa macchina sembra l’ultima frontiera del macchinismo. Ne accenna Kristi su Doors of Perception. Sperando che da questo approccio dominante, l’evoluzione umana vada verso un’innovazione meno violenta.

Dal Giurassico al Cartaceo e oltre

La nomenclatura delle ere mediologiche va dal Giurassico al Cartaceo. Oggi siamo forse nel Paleodigitale. Ormai se ne rendono conto tutti. Gli umani che leggono si stanno adattando. C’è un magnifico studio di Terje Hillesund sull’evoluzione delle tecniche di lettura.

Il lavandino dell’euro

L’Economist non si fa mai prendere dal panico. Anche perché il panico spesso genera l’effettiva realizzazione dei fenomeni che la gente teme quando si fa prendere dal panico. Ma questa crisi greca, per l’Economist, è una doppia alzata di sopracciglia. Ft ne fa una questione da 120 miliardi…

Oh! Apple compra Siri

Era una delle darling del nuovo spazio della ricerca di informazioni basata sulle segnalazioni tra persone. Siri (ne avevamo parlato). E’ stata comprata dalla Apple. Scelta notevolissima.

Forse è una risposta all’acquisizione da parte di Google della Aardvark.
Per competere nello spazio dei “social search engine”, dove si
ricercano informazioni in base a un’intelligenza collettiva composta di
un network di persone rilevante con l’aiuto delle macchine.

Ai motori tradizionali, questo approccio aggiunge:
1. valutazione della qualità dei risultati in base a criteri umani, vivi e immediati, non solo algoritmici
2. valutazione della rilevanza delle risposte personalizzata, in base alla rilevanza delle relazioni tra le persone
3. possibilità di avvicinarsi a un’interfaccia capace di rispondere a domande in linguaggio naturale
Aardvark e Siri operano nello spazio nel quale l’algoritmica, la semantica e la socialità dei nuovi
media entrano in gioco insieme per offrire risposte migliori agli
utenti.

Giallo Saviano

Grégoire Leménager scrive sul Nouvel Obs che il governo italiano avrebbe bloccato Saviano, intenzionato a partire per Parigi per partecipare a un evento pubblico. E fa credere che questa incredibile decisione sia stata una sorta di censura preventiva contro quello che lo scrittore avrebbe potuto dire.

La notizia era in effetti incredibile.

E dopo un po’ è arrivata una smentita da Saviano, riportata anche dal Nouvel Obs. Che non è un foglio rivoluzionario. Ma sembra dominato dall’aspettativa di qualcosa di grave nell’aria democratica italiana.

Riprendo qui i post lanciati su Twitter durante il discorso di Saviano, sabato sera, a Perugia:

saviano:
non bisogna far passare la lotta alla mafia come una battaglia
ideologica.. bisogna parlare a tutti e non solo a una parte

saviano: la mafia ci ha tolto parole come onore, famiglia, amici.. dobbiamo riprenderci quelle parole.

saviano:
un conto è dire che un libro di oncologia contiene errori; un conto è
dire che scrivere di oncologia fa venire il cancro

saviano: la politica non può essere solo scambio e conflitto; è anche cercare di essere felici…

Grattacapi intranet

Ogni grande azienda ha una intranet. Sarebbe bello sapere se c’è una grande azienda contenta della sua intranet. In mancanza di una risposta scientifica si possono porre alcune domande artigianali:

1. Quanti dipendenti usano davvero la intranet? E quante mail sarebbero risparmiate se si usasse bene la intranet? I social network sono il futuro delle intranet?

2. Dove sono gli archivi del sapere aziendale: nelle intranet o nelle inbox della mail dei dipendenti?

3. Chi è responsabile della intranet? I dipartimenti risorse umane hanno certamente molto da fare. Come pure quelli dedicati alla comunicazione interna. Ma tutte le applicazioni che servono alla produzione aziendale sono ovviamente fatti dai dipartimenti informatici. Questi ultimi sono i promotori delle intranet o i freni al loro sviluppo? Chi guida lo sviluppo delle intranet?

4. Le intranet sono portali di notizie e applicazioni ad uso dei dipendenti fondamentalmente separati dal web? O sono uno spazio del web che può essere visto solo dai dipendenti?

5. L’information overload, l’urgenza delle mail e dei cc, la diversità delle diverse funzioni aziendali, rendono le intranet enormemente complesse e poco utilizzate?

Si direbbe che anche le intranet vadano trattate con lo spirito dell’informazione di servizio. Non si scrive più sullo spazio limitato del mezzo di comunicazione, ma sul tempo e l’attenzione limitati delle persone.

Ma il problema qui è decisamente un altro. Un tempo l’informazione interna era una metafora del potere. Se avevi informazioni che riuscivi a fermare sulla tua scrivania avevi un pezzo di potere. Ora l’informazione è diventata un generatore di valore tanto più ricco quanto più condiviso e compreso da tutta la rete delle persone accomunate da uno scopo. Le informazioni devono andare veloci, le cattive notizie devono circolare, le applicazioni devono essere facili da usare…

Forse le intranet non dureranno a lungo nella forma che hanno assunto all’epoca dei portali. E la loro nuova forma dovrà essere mutuata dall’insieme dell’evoluzione della rete.

Forse potrebbero essere molto più facili da usare se fosse più forte la loro guida. Forse potrebbero essere organizzate in sette aree:
1. Informazioni per tutti. Un giornale interno. Con un bell’archivio di documenti approvati.
2. Informazioni da tutti. Forse un wiki interno. Con un bell’archivio di documenti valutati p2p.
3. Applicazioni. Magari capaci di girare sui desktop e sui cellulari.
4. Comunicazioni tra gruppi di colleghi connessi a vario titolo. Un twitter interno. Con il compito di ridurre drasticamente la mail.
5. Search totale assoluta intelligente. Vagamente semantica.
6. Timeline condivisa di ogni attività progettuale in corso.
7. Servizio call for ideas. Una zooppa interna…

Se si vietassero i cc nelle mail interne forse tutto questo potrebbe anche funzionare.

Facebook, Google e il governo del web

I percorsi del traffico in rete sono molto influenzati dalle regole delle piattaforme con le quali si cercano e si segnalano i contenuti dei siti. E non c’è dubbio che questo influenza in un certo senso i contenuti stessi. Google ha fatto nascere nuove professionalità per ottimizzare i siti allo scopo di renderli più facili da trovare usando il motore di ricerca. E il nuovo servizio di Facebook che tende a sviluppare la semantica delle pagine avrà probabilmente un impatto analogo. Tutto da capire. Da rileggere il pezzo di Vincos. E quello di ReadWriteWeb. L’importante è tenere aperte le vie per la generazione di alternative.

Il pericolo sempreverde dei walled garden

Alfredo Paone, in un commento a un post precedente, sottolinea il pericolo che le nuove iniziative editoriali sull’iPad richiudano il flusso dell’informazione che la rete aveva aperto.

Ho l’impressione che ci sia un equivoco in materia. Anche in piena epoca di internet i giornali restano walled garden, almeno nelle loro versioni di carta. E nelle versioni online, oltre a non essere completi, sono anche spesso poco orientati a linkare fuori. Addirittura dichiarano talvolta di soffrire dei link verso i loro articoli che si trovano su aggregatori à la Google News. Sono chiaramente degli errori. Ma la tentazione del walled garden è connaturata alla struttura dei giornali in quanto gestori di una ricchezza di notizie della quale gestiscono il copyright. Il che si può giudicare bene o male ma è nel loro diritto. In fondo, hanno un conto economico da portare a casa. Casomai si può discutere se così facendo non rovinino proprio quel conto economico.

Sta alle iniziative della rete di mantenere ricca e viva la parte del sistema dell’informazione che può esserlo. E finora obiettivamente questo non è mancato.

Anche con l’iPad gli editori ragioneranno come al solito. Mantenendo il più possibile sotto il loro controllo il flusso del valore che con la loro attività sono in grado di generare. Non vanno biasimati per questo. Al massimo andrebbero biasimati se non lo facessero e se non facendolo cercassero invece di frenare l’innovazione che viene dai generatori aperti di informazione. La rete non è una macchina per distruggere gli editori. E’ un sistema per arricchire l’informazione. E se mette in difficoltà gli editori è perché gli editori non si sincronizzano con le logiche della rete, non perché ha l’obiettivo di mettere in difficoltà gli editori. Naturalmente chi usa la rete per fare informazione può avere l’obiettivo di distruggere gli editori: e ne ha ogni diritto. Casomai si può discutere se quell’obiettivo sia intelligente. Ma in ogni caso la rete non ha quell’obiettivo: ha solo l’obiettivo di funzionare in modo aperto e secondo uno standard pubblico.

Gli editori devono capire la rete, adattarsi e sperare di essere adottati dalla rete, non possono sperare di fermare la sua innovazione ma sarebbe anche bene che, comprendendo la rete, non tentassero neppure di farlo. Quello che devono fare è sperimentare nuove forme di produzione di informazione che siano compatibili con la rete, la arricchiscano, la servano e la trovino pronta ad accettare il valore editoriale che producono. In questo quadro, l’iPad è uno spazio in più che nulla toglie al web, fino a prova contraria. Casomai fa concorrenza al web: ma il web non ha mai avuto paura della concorrenza.

Il punto sul quale si dovrebbe stare attenti e forse lo si è troppo poco è che la rete mobile non resti così poco neutrale come ora. Anche sul mobile la rete dovrebbe essere neutrale. E la mancanza di neutralità della rete mobile è una premessa della creazione di nuovi walled garden. Ma da questo punto di vista l’impatto della Apple e dell’iPhone non è stato di chiusura: ha tolto potere alle compagnie mobili e creato un comportamento internettianamente più consapevole anche sul mobile. Producendo abitudini e bisogni che potrebbero portare a migliorare la neutralità della rete in chiave mobile. La Apple su questo percorso è arrivata solo fino a un certo punto. Quello che manca sarà portato avanti da altri. Se ci riusciranno. Ma questa è un’altra storia.

Morozov contro l’integralismo digitale

Il fondamentalismo digitale (che il libro intitolato Edeologia criticava tempo fa), è una strana tentazione. La tentazione di pensare che la macchina della rete sia in grando di determinare automaticamente prevedibili conseguenze sociali e culturali.

Evgeny Morozov descrive in modo magistrale questa tentazione. E dimostra quanto sia profondamente pericolosa.

Zambardino preferisce il conflitto

Zambardino scrive una bella critica del mio discorso di ieri. Lo ringrazio: certamente merita una risposta approfondita. 

La sua critica è gentile (almeno all’inizio) ma ferma (sì, ferma, anche nel senso che non si muove da una posizione che tiene da molto tempo). Il problema della sua critica è che è basata sul metodo retorico di portare alle estreme conseguenze una parte di quanto ho detto, senza tenere conto dell’insieme. Dice Zambardino che le mie sono “pericolose utopie”, perché privilegiano la cooperazione in un mondo nel quale invece prevale il conflitto. E che dimenticando il conflitto si raccontano favole.
Il fatto è che non dimentico il conflitto. Penso soltanto che si possa capire la realtà che stiamo vivendo soltanto tenendo conto del fatto che in rete le soluzioni che fanno più strada sono quelle che in qualche modo seguono una logica win-win, cioè sono simbiotiche e non parassitarie. Una soluzione chiusa, in rete, perde, contro una soluzione aperta. Una piattaforma che valorizzi molte applicazioni indipendenti vince su una piattaforma che fa concorrenza alle applicazioni degli sviluppatori indipendenti. Una rete neutrale vince su una rete centralisticamente governata, perché attiva energie e fantasie che un centro decisionale unico non riesce ad attivare. E così via. Tutto questo è noto a Zambardino e, ne sono certo, lo trova d’accordo. 
E’ anche chiaro che non si può mai dire che una soluzione che nasce aperta, in futuro non venga chiusa. O che un’idea simbiotica in un momento, non si trasformi in rapace in un altro momento. Google va tenuta d’occhio, per esempio.
Il fatto è che non dimentico il conflitto. Su questo blog ho parlato della mia preferenza per le piattaforme pubbliche anche nei social network rispetto alle piattaforme private, nelle quali le identità digitali delle persone diventano “proprietà” di compagnie orientate al profitto immediato. Ho parlato di televisione e pubblicità che urlano per attrarre l’attenzione e rinsecchiscono l’immaginazione (e non solo citando anche ieri Palahniuk), oltre a mettere in difficoltà i modelli di business indipendenti. Ho parlato di attacchi alla net neutrality, alla privacy, alla libertà di espressione. Concordo con Zambardino nella critica delle bizzarre proposte degli editori. 
Ho peraltro supposto che, poiché in rete le logiche win-win prevalgono su quelle chiuse e poiché in rete per ogni problema può nascere un’iniziativa che si ponga l’obiettivo di risolverla, alla lunga l’innovazione aperta può vincere sulla conservazione chiusa. E su questo lo stesso durissimo e ben poco utopista Moisés Naìm, direttore della magnifica Foreign Policy, è convinto che persino in Cina la logica della chiusura e del controllo perderà e che il paese finirà per aprirsi, alla lunga, proprio a causa dell’incontrollabilità della logica della rete e delle opportunità tecnologiche offerte da internet.
Anche la questione di Google è un esempio di critica poco chiara. L’azienda americana può trasformarsi in un monopolista affamato. Ne abbiamo parlato anche qui. Ma se, proprio per la logica della rete, vince tanto più quanto più si mette al servizio dell’insieme non si vede perché dovrebbe operare quella trasformazione. Quando dovesse esagerare a sfruttare la sua enorme forza, probabilmente le alternative verrebbero rafforzate. La Microsoft, che un tempo sembrava iperpotente, ha avuto più problemi dalla concorrenza di nuove soluzioni tecnologiche e sociali piuttosto che dall’antitrust (che pure ha fatto bene a intervenire a suo tempo). Se Google volesse diventare troppo rapace – e il rischio c’è eccome – finirebbe per aprire la strada ai suoi successori.
La cultura della rete è orientata alla cooperazione non perché è buona o favolistica. Ma perché in molti casi la cooperazione vince sulla rapacità. Non in tutti i casi, ovviamente. E non automaticamente. Occorre che chi vede un problema lo racconti e attivi le forze di chi sa fare qualcosa per risolverlo. E questo peraltro avviene spesso, se non sempre.
Dunque, non riesco a capire perché la critica di Zambardino che tende (anche nel post di ieri) a trasformarsi da gentile e impersonale a personale e aspra, richiamata anche in Eretici Digitali, non trovi una composizione. 
Se poi è il concetto di “felicità” che lo preoccupa, come una “pericolosa utopia”, spero si renda conto che non c’è alcun motivo di condannare tutti al conflitto senza avere uno straccio di speranza di essere felici. Non in un contesto di fiction: in un contesto di informazione razionale, il che è esattamente quello di cui stiamo parlando. Del resto, in un libro sull’argomento, ho tentato di mostrare i diversi lati della questione (parlando per esempio di pubblico attivo e di pubblico cattivo). E senza mai sostenere che l’economia della felicità possa sostituire quella del mercato competitivo: semplicemente esiste e rendersene conto offre una dimensione di lettura in più dei fenomeni. Allo stesso modo, la dimensione della cooperazione nell’ecosistema dell’informazione esiste: e offre una nuova dimensione alla generazione di informazioni.
Per la verità, anche la qualifica di “pericolose” alle utopie, mi pare difficile da accettare: non c’è nulla di male nell’utopia. E’ una dimensione del pensiero che aprono a loro volta a visioni che possono portare avanti la società. Chiudere la mente in un mondo di integralistica concretezza finisce per avere un effetto devastante. Ma sono sicuro che in fondo anche su questo Zambardino sarebbe d’accordo: e risponderebbe che non ha mai detto che le utopie sono tutte pericolose… (Già: nessuno dei due pensa integralisticamente, ne sono certo).
Allora: se gli editori hanno problemi con Google si diano una mossa e facciano qualcosa di meglio; se la società è schiacciata dalla disinformazione chi lo sa fare continui e migliori nel suo apporto all’informazione indipendente e razionale; se la rete è imperfetta miglioriamola… Spero di essermi spiegato: tutti possiamo dare un contributo, i problemi non finiranno mai, la bellezza di questa vicenda è nel percorso per affrontarli e superarli.
Osservo infine al volo che in un post lunghissimo tutto centrato sull’obiettivo di smontare il pensiero che sostengo sull’esistenza di un ruolo costruttivo delle attività di collaborazione tra soggetti diversi nell’ecosistema dell’informazione, Zambardino non ha mai linkato questo blog. Questo non è un errore, ma una scelta. Ripetuta oggi in un nuovo post. Alla conversazione, evidentemente, Zambardino preferisce il conflitto.

Chiose sull’ecosistema

La riflessione intorno all’ecosistema dell’informazione continua.

Antonio: “Mi immagino l’ecosistema come un contenitore che muta forma a seguito dell’evoluzione dei costumi, delle tecnologie, degli equilibri internazionali. Un sistema antropomorfico, che cambia forma: tondo, quadrato, rettangolare. E l’informazione, come l’acqua, dall’ecosistema è influenzata, ad esso si adatta, aderendo alle sue fomre mutevoli. Ma mantenendo la caratteristica principale: rispondere alle attese dei lettori.

Marco riassume il tema. E conclude che il risultato della riflessione, il cambiamento che ne verrà fuori, dipende dai cittadini della rete: è il bello di questa cultura, pensare, vedere, fare qualcosa. Intanto, Giovanni sottolinea il ruolo del giornalista-innovatore. Grazie al Nichilista per il colloquio, a Segnale orario per la citazione e a Sottorete per l’apprezzamento. Grazie davvero.