April 2010 Archives

Scribd

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Interessante questo Scribd, che ho finalmente trovato il tempo di provare caricando un testo che da tempo si trova qui sul blog, Ecologia dell'attenzione. E' una sorta di YouTube per i testi, con varie feature anche per la condivizione o addirittura la vendita di libri e presentazioni fai-da-te (su quest'ultimo aspetto non ho opinioni perché non ho provato come funziona). Per la condivizione mi sembra che funzioni bene. Peraltro il risultato è in Flash dunque non si vede su iPhone e iPad..

Per esempio, si può embeddare un testo:
Ecologiadellattenzione

La tastiera di Babele

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Ci sono un sacco di lingue con un alfabeto riccamente diverso dal quello occidentale. Anzi per la verità questo riguarda la maggioranza della popolazione mondiale. Ma le tastiere che ne tengono conto non sono sempre facili da trovare.

Per una parte di queste persone, Google ha introdotto una tastiera virtuale che si usa cliccando sull'icona che appare vicino alla finestra di ricerca. Essendo Api, questa novità si può diffondere anche ad altri siti web e servizi online. Ma ora è direttamente presente sul motore di ricerca in 35 lingue.

C'è l'arabo (buona giornata - have a good day):
يوم جيد للجميع

Il russo (buona giornata - have a good day):
Добрый день всем

L'hindi
(buona giornata - have a good day):
सभी के लिए शुभ दिन

Tra le lingue interessate dalla novità, non a caso, attualmente non c'è il cinese...

Più veloci dell'alluce

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La velocità di innovazione nel mondo digitale è enorme. Sia quando si tratta di lanciare novità, sia quando si tratta di abbandonarle. Ballmer aveva fatto un gran rumore al Ces di gennaio, lanciando il suo tablet, che sembrava un anti-iPad. L'Hp ha annunciato meno di quattro mesi dopo che il prodotto è abbandonato. (TechCrunch). Ora Hp sembra preferire a Windows 7 per il tablet, l'Android. In attesa dell'adattamento del sistema operativo del Palm appena acquisito.

C'è solo una cosa più veloce dell'innovazione digitale: l'annuncio dell'innovazione digitale.

I tempi di Los Angeles

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Il Los Angeles Times è in profonda crisi. E tenta di salvarsi collegando la pubblicità alle storie, in particolare di entertainment, in modo sempre più invasivo, dice Francis Reynolds. Eppure, commenta, LA Times dovrebbe salvaguardare il più possibile la sua credibilità in particolare per le storie di entertainment: perché forse nel tempo quella sarà la sua strada principale. Come la politica americana lo è diventata per il Washington Post. Una sorta di concentrazione sulla core competence... E' un'analisi non insensata, in effetti.

Macchinismo

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big_machine.jpg

Affascinante. Simbolicamente potentissima. Questa macchina sembra l'ultima frontiera del macchinismo. Ne accenna Kristi su Doors of Perception. Sperando che da questo approccio dominante, l'evoluzione umana vada verso un'innovazione meno violenta.

Dal Giurassico al Cartaceo e oltre

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La nomenclatura delle ere mediologiche va dal Giurassico al Cartaceo. Oggi siamo forse nel Paleodigitale. Ormai se ne rendono conto tutti. Gli umani che leggono si stanno adattando. C'è un magnifico studio di Terje Hillesund sull'evoluzione delle tecniche di lettura.

Il lavandino dell'euro

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L'Economist non si fa mai prendere dal panico. Anche perché il panico spesso genera l'effettiva realizzazione dei fenomeni che la gente teme quando si fa prendere dal panico. Ma questa crisi greca, per l'Economist, è una doppia alzata di sopracciglia. Ft ne fa una questione da 120 miliardi...

Oh! Apple compra Siri

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Era una delle darling del nuovo spazio della ricerca di informazioni basata sulle segnalazioni tra persone. Siri (ne avevamo parlato). E' stata comprata dalla Apple. Scelta notevolissima.

Forse è una risposta all'acquisizione da parte di Google della Aardvark. Per competere nello spazio dei "social search engine", dove si ricercano informazioni in base a un'intelligenza collettiva composta di un network di persone rilevante con l'aiuto delle macchine.

Ai motori tradizionali, questo approccio aggiunge:
1. valutazione della qualità dei risultati in base a criteri umani, vivi e immediati, non solo algoritmici
2. valutazione della rilevanza delle risposte personalizzata, in base alla rilevanza delle relazioni tra le persone
3. possibilità di avvicinarsi a un'interfaccia capace di rispondere a domande in linguaggio naturale

Aardvark e Siri operano nello spazio nel quale l'algoritmica, la semantica e la socialità dei nuovi media entrano in gioco insieme per offrire risposte migliori agli utenti.

Giallo Saviano

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Grégoire Leménager scrive sul Nouvel Obs che il governo italiano avrebbe bloccato Saviano, intenzionato a partire per Parigi per partecipare a un evento pubblico. E fa credere che questa incredibile decisione sia stata una sorta di censura preventiva contro quello che lo scrittore avrebbe potuto dire.

La notizia era in effetti incredibile.

E dopo un po' è arrivata una smentita da Saviano, riportata anche dal Nouvel Obs. Che non è un foglio rivoluzionario. Ma sembra dominato dall'aspettativa di qualcosa di grave nell'aria democratica italiana.

Riprendo qui i post lanciati su Twitter durante il discorso di Saviano, sabato sera, a Perugia:

saviano: non bisogna far passare la lotta alla mafia come una battaglia ideologica.. bisogna parlare a tutti e non solo a una parte

saviano: la mafia ci ha tolto parole come onore, famiglia, amici.. dobbiamo riprenderci quelle parole.

saviano: un conto è dire che un libro di oncologia contiene errori; un conto è dire che scrivere di oncologia fa venire il cancro

saviano: la politica non può essere solo scambio e conflitto; è anche cercare di essere felici...

Grattacapi intranet

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Ogni grande azienda ha una intranet. Sarebbe bello sapere se c'è una grande azienda contenta della sua intranet. In mancanza di una risposta scientifica si possono porre alcune domande artigianali:

1. Quanti dipendenti usano davvero la intranet? E quante mail sarebbero risparmiate se si usasse bene la intranet? I social network sono il futuro delle intranet?

2. Dove sono gli archivi del sapere aziendale: nelle intranet o nelle inbox della mail dei dipendenti?

3. Chi è responsabile della intranet? I dipartimenti risorse umane hanno certamente molto da fare. Come pure quelli dedicati alla comunicazione interna. Ma tutte le applicazioni che servono alla produzione aziendale sono ovviamente fatti dai dipartimenti informatici. Questi ultimi sono i promotori delle intranet o i freni al loro sviluppo? Chi guida lo sviluppo delle intranet?

4. Le intranet sono portali di notizie e applicazioni ad uso dei dipendenti fondamentalmente separati dal web? O sono uno spazio del web che può essere visto solo dai dipendenti?

5. L'information overload, l'urgenza delle mail e dei cc, la diversità delle diverse funzioni aziendali, rendono le intranet enormemente complesse e poco utilizzate?

Si direbbe che anche le intranet vadano trattate con lo spirito dell'informazione di servizio. Non si scrive più sullo spazio limitato del mezzo di comunicazione, ma sul tempo e l'attenzione limitati delle persone.

Ma il problema qui è decisamente un altro. Un tempo l'informazione interna era una metafora del potere. Se avevi informazioni che riuscivi a fermare sulla tua scrivania avevi un pezzo di potere. Ora l'informazione è diventata un generatore di valore tanto più ricco quanto più condiviso e compreso da tutta la rete delle persone accomunate da uno scopo. Le informazioni devono andare veloci, le cattive notizie devono circolare, le applicazioni devono essere facili da usare...

Forse le intranet non dureranno a lungo nella forma che hanno assunto all'epoca dei portali. E la loro nuova forma dovrà essere mutuata dall'insieme dell'evoluzione della rete.

Forse potrebbero essere molto più facili da usare se fosse più forte la loro guida. Forse potrebbero essere organizzate in sette aree:
1. Informazioni per tutti. Un giornale interno. Con un bell'archivio di documenti approvati.
2. Informazioni da tutti. Forse un wiki interno. Con un bell'archivio di documenti valutati p2p.
3. Applicazioni. Magari capaci di girare sui desktop e sui cellulari.
4. Comunicazioni tra gruppi di colleghi connessi a vario titolo. Un twitter interno. Con il compito di ridurre drasticamente la mail.
5. Search totale assoluta intelligente. Vagamente semantica.
6. Timeline condivisa di ogni attività progettuale in corso.
7. Servizio call for ideas. Una zooppa interna...

Se si vietassero i cc nelle mail interne forse tutto questo potrebbe anche funzionare.

Facebook, Google e il governo del web

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I percorsi del traffico in rete sono molto influenzati dalle regole delle piattaforme con le quali si cercano e si segnalano i contenuti dei siti. E non c'è dubbio che questo influenza in un certo senso i contenuti stessi. Google ha fatto nascere nuove professionalità per ottimizzare i siti allo scopo di renderli più facili da trovare usando il motore di ricerca. E il nuovo servizio di Facebook che tende a sviluppare la semantica delle pagine avrà probabilmente un impatto analogo. Tutto da capire. Da rileggere il pezzo di Vincos. E quello di ReadWriteWeb. L'importante è tenere aperte le vie per la generazione di alternative.

Il pericolo sempreverde dei walled garden

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Alfredo Paone, in un commento a un post precedente, sottolinea il pericolo che le nuove iniziative editoriali sull'iPad richiudano il flusso dell'informazione che la rete aveva aperto.

Ho l'impressione che ci sia un equivoco in materia. Anche in piena epoca di internet i giornali restano walled garden, almeno nelle loro versioni di carta. E nelle versioni online, oltre a non essere completi, sono anche spesso poco orientati a linkare fuori. Addirittura dichiarano talvolta di soffrire dei link verso i loro articoli che si trovano su aggregatori à la Google News. Sono chiaramente degli errori. Ma la tentazione del walled garden è connaturata alla struttura dei giornali in quanto gestori di una ricchezza di notizie della quale gestiscono il copyright. Il che si può giudicare bene o male ma è nel loro diritto. In fondo, hanno un conto economico da portare a casa. Casomai si può discutere se così facendo non rovinino proprio quel conto economico.

Sta alle iniziative della rete di mantenere ricca e viva la parte del sistema dell'informazione che può esserlo. E finora obiettivamente questo non è mancato.

Anche con l'iPad gli editori ragioneranno come al solito. Mantenendo il più possibile sotto il loro controllo il flusso del valore che con la loro attività sono in grado di generare. Non vanno biasimati per questo. Al massimo andrebbero biasimati se non lo facessero e se non facendolo cercassero invece di frenare l'innovazione che viene dai generatori aperti di informazione. La rete non è una macchina per distruggere gli editori. E' un sistema per arricchire l'informazione. E se mette in difficoltà gli editori è perché gli editori non si sincronizzano con le logiche della rete, non perché ha l'obiettivo di mettere in difficoltà gli editori. Naturalmente chi usa la rete per fare informazione può avere l'obiettivo di distruggere gli editori: e ne ha ogni diritto. Casomai si può discutere se quell'obiettivo sia intelligente. Ma in ogni caso la rete non ha quell'obiettivo: ha solo l'obiettivo di funzionare in modo aperto e secondo uno standard pubblico.

Gli editori devono capire la rete, adattarsi e sperare di essere adottati dalla rete, non possono sperare di fermare la sua innovazione ma sarebbe anche bene che, comprendendo la rete, non tentassero neppure di farlo. Quello che devono fare è sperimentare nuove forme di produzione di informazione che siano compatibili con la rete, la arricchiscano, la servano e la trovino pronta ad accettare il valore editoriale che producono. In questo quadro, l'iPad è uno spazio in più che nulla toglie al web, fino a prova contraria. Casomai fa concorrenza al web: ma il web non ha mai avuto paura della concorrenza.

Il punto sul quale si dovrebbe stare attenti e forse lo si è troppo poco è che la rete mobile non resti così poco neutrale come ora. Anche sul mobile la rete dovrebbe essere neutrale. E la mancanza di neutralità della rete mobile è una premessa della creazione di nuovi walled garden. Ma da questo punto di vista l'impatto della Apple e dell'iPhone non è stato di chiusura: ha tolto potere alle compagnie mobili e creato un comportamento internettianamente più consapevole anche sul mobile. Producendo abitudini e bisogni che potrebbero portare a migliorare la neutralità della rete in chiave mobile. La Apple su questo percorso è arrivata solo fino a un certo punto. Quello che manca sarà portato avanti da altri. Se ci riusciranno. Ma questa è un'altra storia.

Morozov contro l'integralismo digitale

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Il fondamentalismo digitale (che il libro intitolato Edeologia criticava tempo fa), è una strana tentazione. La tentazione di pensare che la macchina della rete sia in grando di determinare automaticamente prevedibili conseguenze sociali e culturali.

Evgeny Morozov descrive in modo magistrale questa tentazione. E dimostra quanto sia profondamente pericolosa.

Zambardino preferisce il conflitto

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Zambardino scrive una bella critica del mio discorso di ieri. Lo ringrazio: certamente merita una risposta approfondita. 

La sua critica è gentile (almeno all'inizio) ma ferma (sì, ferma, anche nel senso che non si muove da una posizione che tiene da molto tempo). Il problema della sua critica è che è basata sul metodo retorico di portare alle estreme conseguenze una parte di quanto ho detto, senza tenere conto dell'insieme. Dice Zambardino che le mie sono "pericolose utopie", perché privilegiano la cooperazione in un mondo nel quale invece prevale il conflitto. E che dimenticando il conflitto si raccontano favole.

Il fatto è che non dimentico il conflitto. Penso soltanto che si possa capire la realtà che stiamo vivendo soltanto tenendo conto del fatto che in rete le soluzioni che fanno più strada sono quelle che in qualche modo seguono una logica win-win, cioè sono simbiotiche e non parassitarie. Una soluzione chiusa, in rete, perde, contro una soluzione aperta. Una piattaforma che valorizzi molte applicazioni indipendenti vince su una piattaforma che fa concorrenza alle applicazioni degli sviluppatori indipendenti. Una rete neutrale vince su una rete centralisticamente governata, perché attiva energie e fantasie che un centro decisionale unico non riesce ad attivare. E così via. Tutto questo è noto a Zambardino e, ne sono certo, lo trova d'accordo. 

E' anche chiaro che non si può mai dire che una soluzione che nasce aperta, in futuro non venga chiusa. O che un'idea simbiotica in un momento, non si trasformi in rapace in un altro momento. Google va tenuta d'occhio, per esempio.

Il fatto è che non dimentico il conflitto. Su questo blog ho parlato della mia preferenza per le piattaforme pubbliche anche nei social network rispetto alle piattaforme private, nelle quali le identità digitali delle persone diventano "proprietà" di compagnie orientate al profitto immediato. Ho parlato di televisione e pubblicità che urlano per attrarre l'attenzione e rinsecchiscono l'immaginazione (e non solo citando anche ieri Palahniuk), oltre a mettere in difficoltà i modelli di business indipendenti. Ho parlato di attacchi alla net neutrality, alla privacy, alla libertà di espressione. Concordo con Zambardino nella critica delle bizzarre proposte degli editori. 

Ho peraltro supposto che, poiché in rete le logiche win-win prevalgono su quelle chiuse e poiché in rete per ogni problema può nascere un'iniziativa che si ponga l'obiettivo di risolverla, alla lunga l'innovazione aperta può vincere sulla conservazione chiusa. E su questo lo stesso durissimo e ben poco utopista Moisés Naìm, direttore della magnifica Foreign Policy, è convinto che persino in Cina la logica della chiusura e del controllo perderà e che il paese finirà per aprirsi, alla lunga, proprio a causa dell'incontrollabilità della logica della rete e delle opportunità tecnologiche offerte da internet.

Anche la questione di Google è un esempio di critica poco chiara. L'azienda americana può trasformarsi in un monopolista affamato. Ne abbiamo parlato anche qui. Ma se, proprio per la logica della rete, vince tanto più quanto più si mette al servizio dell'insieme non si vede perché dovrebbe operare quella trasformazione. Quando dovesse esagerare a sfruttare la sua enorme forza, probabilmente le alternative verrebbero rafforzate. La Microsoft, che un tempo sembrava iperpotente, ha avuto più problemi dalla concorrenza di nuove soluzioni tecnologiche e sociali piuttosto che dall'antitrust (che pure ha fatto bene a intervenire a suo tempo). Se Google volesse diventare troppo rapace - e il rischio c'è eccome - finirebbe per aprire la strada ai suoi successori.

La cultura della rete è orientata alla cooperazione non perché è buona o favolistica. Ma perché in molti casi la cooperazione vince sulla rapacità. Non in tutti i casi, ovviamente. E non automaticamente. Occorre che chi vede un problema lo racconti e attivi le forze di chi sa fare qualcosa per risolverlo. E questo peraltro avviene spesso, se non sempre.

Dunque, non riesco a capire perché la critica di Zambardino che tende (anche nel post di ieri) a trasformarsi da gentile e impersonale a personale e aspra, richiamata anche in Eretici Digitali, non trovi una composizione. 

Se poi è il concetto di "felicità" che lo preoccupa, come una "pericolosa utopia", spero si renda conto che non c'è alcun motivo di condannare tutti al conflitto senza avere uno straccio di speranza di essere felici. Non in un contesto di fiction: in un contesto di informazione razionale, il che è esattamente quello di cui stiamo parlando. Del resto, in un libro sull'argomento, ho tentato di mostrare i diversi lati della questione (parlando per esempio di pubblico attivo e di pubblico cattivo). E senza mai sostenere che l'economia della felicità possa sostituire quella del mercato competitivo: semplicemente esiste e rendersene conto offre una dimensione di lettura in più dei fenomeni. Allo stesso modo, la dimensione della cooperazione nell'ecosistema dell'informazione esiste: e offre una nuova dimensione alla generazione di informazioni.

Per la verità, anche la qualifica di "pericolose" alle utopie, mi pare difficile da accettare: non c'è nulla di male nell'utopia. E' una dimensione del pensiero che aprono a loro volta a visioni che possono portare avanti la società. Chiudere la mente in un mondo di integralistica concretezza finisce per avere un effetto devastante. Ma sono sicuro che in fondo anche su questo Zambardino sarebbe d'accordo: e risponderebbe che non ha mai detto che le utopie sono tutte pericolose... (Già: nessuno dei due pensa integralisticamente, ne sono certo).

Allora: se gli editori hanno problemi con Google si diano una mossa e facciano qualcosa di meglio; se la società è schiacciata dalla disinformazione chi lo sa fare continui e migliori nel suo apporto all'informazione indipendente e razionale; se la rete è imperfetta miglioriamola... Spero di essermi spiegato: tutti possiamo dare un contributo, i problemi non finiranno mai, la bellezza di questa vicenda è nel percorso per affrontarli e superarli.

Osservo infine al volo che in un post lunghissimo tutto centrato sull'obiettivo di smontare il pensiero che sostengo sull'esistenza di un ruolo costruttivo delle attività di collaborazione tra soggetti diversi nell'ecosistema dell'informazione, Zambardino non ha mai linkato questo blog. Questo non è un errore, ma una scelta. Ripetuta oggi in un nuovo post. Alla conversazione, evidentemente, Zambardino preferisce il conflitto.

Chiose sull'ecosistema

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La riflessione intorno all'ecosistema dell'informazione continua.

Antonio: "Mi immagino l'ecosistema come un contenitore che muta forma a seguito dell'evoluzione dei costumi, delle tecnologie, degli equilibri internazionali. Un sistema antropomorfico, che cambia forma: tondo, quadrato, rettangolare. E l'informazione, come l'acqua, dall'ecosistema è influenzata, ad esso si adatta, aderendo alle sue fomre mutevoli. Ma mantenendo la caratteristica principale: rispondere alle attese dei lettori."

Marco riassume il tema. E conclude che il risultato della riflessione, il cambiamento che ne verrà fuori, dipende dai cittadini della rete: è il bello di questa cultura, pensare, vedere, fare qualcosa. Intanto, Giovanni sottolinea il ruolo del giornalista-innovatore. Grazie al Nichilista per il colloquio, a Segnale orario per la citazione e a Sottorete per l'apprezzamento. Grazie davvero.

Fondazione Ahref

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Nell'ecosistema dell'informazione c'è ormai uno spazio evidente per le iniziative che siano sostenute dalla comunità, con motivazioni legate alla responsabilità sociale e culturale dei cittadini e, dunque, organizzate in una forma non profit. 

A Trento è appena nata la Fondazione Ahref. E' pensata per studiare, diffondere e progettare iniziative di qualità nei media sociali al servizio dei cittadini che la sostengono. 

Il nome viene dal comando html per creare un link. E il suo compito è proprio quello di sviluppare collegamenti. Per contribuire allo sviluppo di un ecosistema sano dell'informazione. 

La Fondazione comincia in questi giorni. Tutti i particolari sono ancora in via di definizione. Solo il suo scopo è chiaro. E' un buon momento per mandare alla Fondazione qualche consiglio...

Cercando l'alba di un nuovo giornalismo

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Viviamo una stagione di fioritura straordinaria per la partecipazione al sistema dell'informazione. E forse per questo le preoccupazioni sulla crisi del giornalismo appaiono fuori sincrono. D'altra parte viviamo una stagione di straordinaria forza delle strategie della disattenzione. E forse per questo le opportunità per un miglioramento del giornalismo appaiono tanto importanti. Ne emerge una sensazione, una speranza, un dovere: scorgere l'alba di un nuovo giornalismo. 



Informazione: chi spera non aspetta

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L'idea è che, con tutto quello che è successo nel sistema dell'informazione, concentrarsi sulla crisi dei giornali tradizionali è davvero anacronistico. Invece, vale la pena di concentrarsi sulle opportunità aperte dalla trasformazione in atto. E fare qualcosa subito per coglierle.

1. Il quadro organizzativo di riferimento è quello dell'ecosistema dell'informazione, nel quale coevolvono logiche di mercato dell'informazione, di dono dell'informazione, di segnalazione e ricerca di informazione. Ciascun soggetto può trovare il suo percorso e la sua "nicchia ecologica". Sapendo che niente è facile. Ma che comunque se non ci si pone al servizio dell'ecosistema non si riesce. Cercare di vivere in un mondo a parte non funziona.

2. In particolare, la logica della scarsità di accesso allo spazio limitato dell'informazione, incarnata dai giornali tradizionali, è superata dalla quantità devastante delle alternative. Ora la scarsità fondamentale è quella di tempo e attenzione del pubblico. In questo senso, il valore è definito più dalla domanda che dall'offerta. Il che significa che l'offerta non può più imporsi alla domanda, ma piuttosto deve tentare di farsi adottare dalla domanda.

3. Una volta adottato, uno strumento di informazione gode di alcuni punti di forza che lo mantengono in funzione per un certo tempo. In particolare, valgono le logiche dei "beni esperienza" e le regole dell'effetto-rete. Uno strumento viene adottato in base a caratteristiche che lo rendono facile, persuasivo, attivo. Disegnato in modo da conquistare e gestire un effetto-rete. Con un "marchio" riconoscibile, che promette un valore chiaro e trasparente (anche nelle sue logiche produttive).

4. La dinamica che lancia l'effetto-rete e che costruisce il "bene esperienza" è la stessa che conquista il tempo e l'attenzione delle persone ma con un taglio preciso: non punta a invadere il tempo e l'attenzione; punta a farsi adottare dalle persone, in particolare nel tempo e nell'attenzione riservata all'informazione che genera nelle loro relazioni e nelle loro conversazioni. Non si entra in una conversazione con il megafono, ma con buoni argomenti, con una semplice empatia, con una forte e riconoscibile identità.

5. I giornali, in tutto questo, possono svolgere diversi ruoli. Snodo di informazioni già in circolazione, finanziamento di ricerche per trovare informazioni che non sono già in circolazione, interpretazione di dinamiche complesse: il tutto è incarnato in una linea editoriale trasparente, in un metodo di ricerca condiviso, in una testata capace di promettere e mantenere linea e metodo.

6. In questo modo, la logica del non profit e quella del profit si integrano. Non si difende il profit chiudendo un insieme di informazioni in un posto inaccessibile senza pagare il biglietto. Lo si difende entrando nelle conversazioni, dunque aprendosi ai flussi di informazione non profit. Sottolineando tutto con il valore aggiunto della qualità del metodo e della trasparenza. Il centro della generazione di profitto nel nuovo mondo dell'editoria è il posizionamento dei "prodotti" editoriali in funzione di servizio all'ecosistema, non in contrapposizione all'ecosistema. Ciò posto, i sistemi di accesso innovativi possono motivare strutture di scarsità nuove: dall'iPad al giornalismo a teatro. L'innovazione dei sistemi di accesso può essere perseguita solo come servizio a sua volta capace di iscriversi sul tempo e l'attenzione del pubblico.

7. Per creare nicchie ecologiche nelle quali gli editori possano ottenere un pagamento per i loro "prodotti", non bastano i cancelli tradizionali: il nuovo modo per ottenerle è innovare, fare ricerca, sperimentare. Una quota crescente degli investimenti devono andare in questa direzione. Gli editori diventano aziende che mettono insieme storie, design, software, ripensando continuamente i loro modelli di business. E ascoltando tanto quanto parlano.

Sintesi?
Il giornale non è la sua carta
I giornali sono applicazioni per organizzare l'informazione
Il giornalismo non è la sua tessera
Il giornalismo è definito da un metodo trasparente di ricerca
Il centro propulsore della transizione è il pubblico attivo
La scarsità è il tempo e l'attenzione del pubblico
L'editoria diventa un business innovativo: ricerca, design, software
La conversazione delle persone è il luogo dove si riconosce il valore, si genera effetto-rete, si costruisce il "bene esperienza"
L'identità è il valore sintetico di un generatore di informazione
L'ecosistema dell'informazione ha la funzione di costruire la conoscenza condivisa
I poli di aggregazione dell'informazione hanno la funzione di costruire uno spazio culturale comune alla loro comunità di riferimento
La forma dello spazio culturale comune dipende dai sistemi incentivanti impliciti nei generatori di informazione
I soggetti interessati a dare a quello spazio comune un tratto di intelligenza collettiva libero, almeno un po', dal populismo, possono contribuire offrendo qualità
La logica del non profit è particolarmente propulsiva per la qualità del contributo all'informazione condivisa: dal pubblico attivo alle fondazioni per lo sviluppo della ricerca giornalistica
La logica del profit è particolarmente propulsiva per l'innovazione nei sistemi di accesso, nel design, nella connessione tra i diversi soggetti della rete

(Già: oggi è dedicato a prendere appunti per il contributo di domani a Perugia).

Perugia val bene una faticaccia

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Centinaia di pagine scritte e buttate, per preparare un contributo al Festival del giornalismo che possa suscitare un minimo di interesse. Si può parlare a braccio. O leggere. Che fare? Tra Scilla della imprecisione e Cariddi della noia...

Post hoc

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E dunque è uscito IlPost.it. L'editoria è in piena fioritura. In bocca a lupo alla nuova redazione! E in bocca a un lupo diverso anche il diverso tentativo di Gianluca Neri con la nuova BlogNation. C'è una bella intervista ai due. Con qualche vero pezzo di bravura nel genere nuances (come la risposta alla domanda "Se non fosse esistito internet cosa avresti fatto?" di Luca: "Avrei creato un laboratorio linguistico dedicato alla definizione del genere femminile o maschile di un'eventuale futura rete dati ancora da inventare".)....

Tra un paio di giorni si saprà di un'ulteriore novità del tutto diversa. Ma che avviene nello stesso contesto: un paese che cerca di migliorare la qualità del suo sistema dell'informazione.

Mele marce

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Goldman Sachs è stata condotta a imbrogliare i clienti, dice la Sec. La banca che per anni ha stupito il mercato con le sue performance incuranti di qualunque crisi si era inventata il modo di produrre "sòle" in modo industriale per passare tutti i suoi rischi a un pubblico ignaro. 

La domanda è: sono mele marce o è marcio il modo di produrle? Una discussione sul Nytimes.

Mobile neutralità balcanica

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Non c'è net neutrality nelle reti internet mobili. Le compagnie possono fare molto per governare il traffico e sapere ogni cosa dei loro utenti quando navigano in rete con il cellulare intelligente. La polemica su questo è antica e altrettanto sopita. (Per esempio, le autorità e le compagnie americane nel parlavano l'anno scorso).

Questo consente tra l'altro patti particolari tra i venditori di telefonini e le compagnie, che limitano l'utilizzo dei cellulari se le compagnie non sono d'accordo con funzioni come la voip su rete mobile o altro. Di conseguenza, questo consente anche ai produttori di cellulari che hanno un servizio di distribuzione applicazioni di scegliere a loro volta di limitare la libertà di manovra degli utenti in vario modo. Infine, questo garantisce ai detentori industriali di copyright di governare la vendita dei contenuti in modo da distinguere chi può accedere e chi non può.

Molte cose simili si tentano anche sulla rete fissa. Ma è più difficile. Perché le alternative liberatorie ai servizi limitanti non cessano di far sentire la loro capacità competitiva. Mentre nel mobile, le alternative sono molto più difficili, visto che le reti sono molto più controllate.

La Apple è leader nelle tecnologie a disponibilità controllata di funzioni, come si sa. Questo ha una ratio: non complicare la vita degli utenti. Ma naturalmente provoca una crescente repulsione in chi vorrebbe muoversi in modo più autonomo. Ci sono piattaforme alternative e meno limitative, anche se presentano meno attrazione sul mercato. La combinazione di limitazioni trasparenti e qualità eccezionale messa in piedi dalla Apple sta favorendo l'accettazione da parte degli utenti di una balcanizzazione della rete mobile che era già originariamente consentita dalla scarsa neutralità della rete mobile.

Se non cambiano le regole, questo andrà avanti così. Ma almeno bisognerà fare attenzione per non consentire ai servizi di rete fissa di andare nella stessa direzione.

Cinguettando per la storia

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La Biblioteca del Congresso prende in carico la conservazione dell'archivio dei messaggi pubblicati su Twitter.

Vale come risposta a uno dei temi della scorsa settimana: su quali documenti ci studieranno gli storici del futuro? E soprattutto quali documenti pensiamo che siano rilevanti per descriverci? Evidentemente i tweet lo sono diventati..

iPad con VodafoneUk

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L'uscita dell'iPad fuori dagli Stati Uniti è stata dunque rimandata a fine maggio. Perché? Una notiziola inglese uscita su Twitter potrebbe spiegarlo: "VodafoneUK  Dedicated iPad price plans for all models available at the end of May. Get the best browsing experience on UK's best network." Potrebbe dunque essere la Vodafone a portare l'iPad connesso in 3G in Europa?

Il business è il messaggio?

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E dunque Sheri Fink di Propublica ha vinto il Pulitzer. E questo ha portato nuovamente molti commentatori a parlare di forme di finanziamento comunitario al giornalismo investigativo. Ci si può domandare se esista una relazione tra il modo in cui il giornalismo è finanziato e il risultato informativo. E' chiaro che questo diventa ancora più interessante con la crisi dei giornali, l'avanzata del pubblico attivo, l'innovazione tecnologica. (commenti recenti di: Antonio, Pierluca, Gigi, Matteo, Andrea, Massimo, Dario, Stefano). La mediasfera è alla ricerca di un nuovo equilibrio, non è detto che lo trovi, ma ogni elemento è connesso a ogni altro e, nella complessità, i feedback positivi e negativi si moltiplicano.

Il modo di finanziare il giornalismo non è irrilevante. Perché genera sistemi incentivanti che favoriscono certe scelte a scapito di altre. Niente di nuovo. Un giornale completamente basato sulla pubblicità di scarpe tenderà nel tempo a essere diverso quando parla di scarpe da un giornale che parla di scarpe ma non ha pubblicità e si può leggere solo se lo si compra. E un giornale che parla di scarpe completamente finanziato da un'associazione di amanti delle scarpe tenderà a essere ancora diverso. I modelli di business generano sistemi incentivanti che nel tempo influenzano i giornali.

Non solo. Un modello orientato al profitto avrà qualche difficoltà a investire il 5 per cento del suo fatturato in una sola inchiesta. Mentre un giornale finanziato da un insieme di benefattori, potrà farlo, se ritiene che la causa valga la pena. Non ci sono solo sistemi incentivanti, ma anche veri e propri limiti logici: il giornale orientato al profitto deve diffondere molto, il giornale di impegno civile può anche vendere poco purché dei suoi contenuti si parli molto. E dei suoi contenuti si parlerà molto se sono fatti molto bene.

Guido aveva fatto notare che le 13mila parole delle quali era composto il risultato finale dell'inchiesta di Fink sono costate 400mila dollari. Cioè poco meno del 5 per cento del budget che Propublica può spendere in un anno. Ma ha vinto il Pulitzer. E reso Propublica molto più importante. Tanto che ne parlano tutti.

Il punto è che tutto questo è il contorno abilitante del giornalismo. Non è niente di più. Il modo in cui i giornalisti colgono le opportunità di fare giornalismo che sono offerte loro da chi li paga per fare i giornalisti resta comunque almeno in parte sotto la loro responsabilità. I sistemi incentivanti contano. E contano i limiti finanziari. Ma ogni persona interpreta i mezzi che ha a disposizione per come è capace.

I giornalisti sono responsabili di quello che scrivono, che lo facciano con pochi soldi o con molti soldi. E possono giustamente decidere di fare i giornalisti per divertire una comunità con notizie socialmente intriganti, possono farlo per sostenere una causa politica, possono farlo per informare obiettivamente. Quello che li distingue nella nostra epoca non è la tessera, casomai è un metodo di ricerca giornalistica fattuale e trasparente. Questo orientamento metodologicamente corretto può dare senso al loro ruolo nel tempo in un contesto in cui il pubblico attivo e le piattaforme dei media sociali possono evolvere ancora molto e generare una mediasfera ricchissima di informazione.

Il vantaggio di questa epoca è che il pubblico attivo costituisce un'alternativa al giornalismo professionale per una serie di informazioni abbastanza vasta. E dunque inserisce nella dinamica una nuovo incentivo: per il timore di perdere lettori a favore dei sistemi di informazione amatoriali, i giornali sono incentivati a mantenere alta l'attenzione verso la qualità e l'orientamento al servizio alla comunità anche quando altri incentivi li porterebbero a servire piuttosto gli inserzionisti pubblicitari o altri. A sua volta il pubblico attivo ha bisogno di giornalismo professionale, come dimostra la quantità di citazioni di giornali che si trova nei blog e nei social network.

Nella complessità di tutto questo il tema del metodo giornalistico emerge sempre più come caratterizzante per un ruolo professionale e sociale di cui c'è sempre più bisogno e che può trovare nuovi modi per svilupparsi. (Se ne parlerà di più. Perché ancora in modo vago si capisce che non se ne può più di informazioni valutate solo in base a chi le propone o al suo ruolo mediatico: la società - si direbbe - ha bisogno di informazioni che facciano avanzare in profondità la conoscenza, o che almeno appaiano chiaramente in sincrono con la realtà, e dunque siano prodotte con un metodo trasparente).

Sta a tutti gli interessati darsi da fare. Nei limiti del possibile. Ma spingendoli sempre un po' più in là. I mezzi non sono i fini: neppure i mezzi di comunicazione e i loro modelli di business.

Empatia ed entropia

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More about La civiltà dell'empatiaPuò piacere o meno, ma innegabilmente Jeremy Rifkin ha delle intuizioni editoriali forti. Questa sua Civiltà dell'empatia lo dimostra ancora una volta.

L'idea è di ricostruire la storia dell'umanità non come insieme di conflitti e competizioni, ma attraverso le vicende che hanno portato la specie umana a sviluppare le forme di collaborazione che l'hanno resa capace non solo di sopravvivere ma anche di dominare il pianeta. 

Forme di collaborazione che peraltro sono cresciute in un modo tale da sviluppare anche un'entropia crescente, a sua volta capace di mettere a rischio la sopravvivenza stessa del pianeta.

L'umanità è naturalmente collaborativa, come dimostra la scoperta dei neuroni-specchio, dice Rifkin. Ma la struttura che ha creato per collaborare è tecnicamente entropica. La contraddizione si scioglie solo facendo un passo avanti nell'empatia. Un passo epocale.

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Altre letture:
Patel - il valore
Sun - media cinesi
Dazieri - gorilla
Conner - scienza popolare
Brokman - ottimismo
Il filo del BookBlogging - Gaggi e altri - giornalismo
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Dig-it: Spot.us all'italiana

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Bella grafica e chiara proposta: giornalismo in rete, col finanziamento dei lettori, in stile Spot.us. Ma con la mediazione di una redazione. E' Dig-it.

Altri tagli a Telecom Italia

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Presentando oggi i conti del 2009 e gli obiettivi fino al 2012, il leader della Telecom Italia, Franco Bernabè ha annunciato la necessità di operare nuovi tagli al personale. Tagli anche ai debiti, alla presenza all'estero salvo il Brasile e... agli utili. Tutti i segni più che contano per gli analisti finanziari arriveranno negli anni prossimi. Ma la borsa ha premiato già oggi il piano: sicché le azioni Telecom Italia sono cresciute.

Il business delle compagnie telefoniche è in piena trasformazione. Non si può negare la necessità di tagli e dismissioni, soprattutto con il peso dei debiti che si ritrova la Telecom Italia, come eredità della bizzarra scalata di qualche anno fa...

Ma ormai è chiaro che ci vuole una forte impronta visionaria per accompagnare la Telecom oltre la transizione. E che è tempo di articolarla con martellante attenzione. Imho.

Che tte lo dico a ffa'?

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Qualche settimana fa girava questa foto (Gizmodo) di Steve Jobs ed Eric Schmidt. Che cosa si dicevano? Allora si poteva immaginare che Jobs stesse osservando: "io faccio il tablet e tu la pubblicità". Questa settimana si può immaginare invece che Jobs stesse esclamando: "io faccio la pubblicità e tu il tablet".

jobschmitd.jpg



Sta di fatto che sul tavolo, con ogni probabilità, c'è proprio un tablet.

Opera sull'iPhone

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Il browser Opera arriva sull'iPhone. La Apple ha dunque approvato la app di un prodotto direttamente concorrente con il suo Safari. Forse anche perché Opera non è migliore di Safari. A parte una feature: su Opera si può cercare una parola all'interno di una pagina web.

La reputazione nell'epoca dell'incoerenza

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Il modo più facile per criticare qualcuno è osservare le sue incoerenze. Obama è un obiettivo fantastico per questo genere di attività. Salon riassume quanto emerge sulle decisioni di Obama in materia di assassinio politico. Il presidente, in campagna elettorale, si opponeva a questa pratica. Oggi la approva. Le inchieste di New York Times e Washington Post lo dimostrano. Un cittadino americano, che incidentalmente è anche un leader islamico, è condannato a morte senza processo e può essere ucciso dai servizi americani. Bush avrebbe approvato: gli elettori di Obama pensavano che Obama non avrebbe approvato. Incoerenza.

Ma è l'epoca dell'incoerenza. Tra i più aspri oppositori di Obama sulla riforma sanitaria che tra l'altro consentirà agli ospedali americani di salvare la vita a persone che non hanno i soldi per pagare il medico c'erano gli aderenti ai movimenti per la vita, anti-aborto e anti-eutanasia, ma non anti-morte-per-povertà: e neppure anti-assassinio-politico. Incoerenza.

In Italia, siamo esperti di incoerenza. Politici incoerenti sono al potere da millenni. E la loro credibilità resta importante. Perché?

L'incoerenza è facile da individuare. Ma è parte della storia delle persone. E se le persone riescono a coltivare una reputazione tutto sommato accettabile, l'incoerenza è perdonata. Dunque quello che conta, a questo livello, non è la coerenza ma la reputazione.

Sicché tutti pensano alla reputazione. E si domandano come coltivarla. Continuamente ci pensano le aziende, i politici, le persone normali.

La reputazione non coincide con la biografia, ma con il giudizio su ciò che si sa di una persona. L'inganno della reputazione può essere particolarmente dannoso: può indurre a parlare non di che cosa dice e fa una persona ma soltanto di chi è. E può portare gruppi ad aggregarsi intorno al consenso per una persona piuttosto che per ciò che fa e dice.

Posto che tutto questo è rischioso, è possibile che il mondo stia trovando una soluzione? Ed è possibile che questa soluzione sia in rete?

La reputazione è una delle questioni centrali per chiunque lavori sulle reti. E non per nulla. Ma occorre distinguere la reputazione di quelle entità che vivono in broadcasting - come i politici e i prodotti commerciali - e la reputazione di noi che viviamo in rete. La reputazione dei politici e dei leader è frutto di una storia nella quale tra gli ingredienti ci sono anche la manipolazione dei messaggi, la tecnica della comunicazione e soprattutto il potere: se le persone accettano di mettersi in condizione gerarchicamente subalterna rispetto ai politici, accettano anche la loro incoerenza in cambio della fiducia che essi risolvano i loro problemi; la reputazione che conta è quella che sostiene quella fiducia. Se le persone si sentono tra loro sostanzialmente alla pari, allora la reputazione che conta è più fattuale. La condizione cambia con la consapevolezza della parità di diritti e doveri delle persone: se c'è questa consapevolezza allora la reputazione che conta è più empirica. Se vale invece soprattutto la relazione di potere allora la reputazione diventa più astratta, ideologica, emotiva, irrazionale, subalterna.

La rete non ci salva dalla manipolazione, ma aumenta le probabilità di trovare informazioni sui fatti, può attirare l'attenzione sulle forme di incoerenza delle persone e può condurre le persone a sentirsi più forti tra "pari": questo può essere una premessa per un approccio più empirico alla reputazione. 

Potrebbe emergerne anche un miglioramento nel modo in cui si valutano i politici. Superando la mera e prigra ricerca delle incoerenze e cercando di imparare a valura anche la vera qualità dei risultati fattuali dei politici.

(Ma bisogna ammettere che la questione è davvero intricata. E ci vorrebbe molta più riflessione in materia).

Sentenza Google: come previsto...

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Google come si ricorderà è stata condannata dal tribunale di Milano. E oggi sono uscite le motivazioni della sentenza. Che come si era capito erano tutte concentrate sul fatto che Google avrebbe dovuto - e non l'ha fatto in modo vagamente doloso - avvertire con molta più decisione e attenzione gli utenti dei loro obblighi nei confronti della privacy altrui.

Dunque non c'è nessun obbligo di controllo da parte delle piattaforme sui contenuti immessi in rete dagli utenti. Ma le piattaforme devono assicurarsi in ogni modo che gli utenti conoscano le regole. (Scorza).

Google Wave rinasce in Google Docs

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La revisione di Google Docs sembra contenere una delle idee più interessanti del per altri versi incomprensibile servizio chiamato Google Wave...

Morozov e Shirky

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Evgeny Morozov e Clay Shirky si confrontano su Edge intorno alle conseguenze liberatorie e illiberali di internet. Morozov è convinto che gli utopisti della rete ne sovrastimano le capacità rivoluzionarie mentre Shirky considera la rete un grande mezzo di coordinamento di gruppi di persone che altrimenti non sarebbero coordinate.

E' un pezzo fantastico. Anche per come i due grandi intellettuali riescono a evitare la polemica e a condurre il loro discorso verso qualcosa di costruttivo.

Il dialogo induce a concludere che sebbene la rete sia contemporaneamente un'opportunità per i dissidenti che tentano di informare e per i governi autoritari che intendono reprimerli, è anche una causa di erosione delle forme di controllo di cui i governi autoritari fanno ricorso. Che però non basta: i dissidenti non possono cavarsela contando solo su internet, hanno bisogno di un supporto molto significativo. Un supporto umano, politico e tecnologico.

iPad: incuriositi e perplessi

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Apocalittici e integrati, sull'iPad non si può essere. Al massimo incuriositi e perplessi. Forse perché in Italia, anche ad avercelo in mano, dell'iPad non si può capire più di tanto, visto che non si possono ancora scaricare le applicazioni. Questo avverrà solo dopo l'uscita del prodotto in Italia. E solo in autunno arriverà il sistema operativo multitasking che dovrebbe dare arricchire l'esperienza in modo decisivo.

Ma una questione sta emergendo comunque. Pierluca Santoro se ne fa portavoce con un bel post pieno di rimandi utilissimi. Al centro della questione è la paura che l'iPad sia un passo indietro nella liberazione del pubblico attivo e rigeneri la situazione preferita dagli editori tradizionali: un ambiente che protegge i prodotti da vendere ai consumatori che passivamente ne fruiscono.

E' verissimo che l'iPad è un oggetto chiuso, migliore per la fruizione che per la creazione di contenuti. Fa persino venire voglia di leggere di più e soprattutto di guardare più video. Tra l'altro rivitalizza i videopodcast perché almeno all'inizio verrà usato in casa o in altri posti dove c'è il wifi: altrove però potrà essere usato per guardarsi contenuti precedentemente scaricati. L'iPad è una piattaforma orientata a facilitare la fruizione di testi e video, meno decisivo per l'audio, forse molto divertente per i giochi (peraltro, appunto, per ora impossibili da provare dall'Italia). Inoltre il tema delle applicazioni, il vero centro del sistema iPad, riporta in auge i marchi più che i singoli elementi informativi.

Non si vede perché, però, questo debba essere visto come un passo indietro per tutto il resto. Il mondo del web attivo, al quale tutti contribuiamo, non è certo intaccato dall'iPad (che ne costituisce un'alternativa ma non una diretta limitazione). Che anzi può essere un luogo nel quale i testi e i video del pubblico attivo possono essere visti più comodamente. Anche sviluppando applicazioni orientate a questo. Tra l'altro non impedisce il comportamento attivo più frequente: le brevi reazioni a ciò che si incontra navigando e che sono le più comuni si possono comunque gestire bene anche con l'iPad. L'iPad non va bene per produrre video e testi elaborati, ma potrebbe per certi versi dimostrarsi una sorta di stimolo alla produzione di testi e video di qualità anche per il pubblico attivo.

Si vedrà se l'iPad diventerà un luogo nel quale gli editori potranno sviluppare nuovi prodotti a pagamento. Se lo diventerà sarà solo perché gli editori avranno investito per fare prodotti validi, tanto interessanti da trovare un mercato. E non si vede perché questo dovrebbe essere un male: significherebbe che in quel caso l'iPad avrebbe contribuito al miglioramento della qualità complessiva della mediasfera. Senza nulla togliere, appunto, al mondo del web aperto.

Da questo punto di vista è dunque una speranza in più per gli editori, ma niente di peggio per il pubblico attivo. Del resto, non è molto diverso dall'iPhone che ha una logica perfettamente analoga: rispetto all'iPhone ha qualcosa in più per gli editori ma niente di peggio per il pubblico attivo. In sintesi, può essere complessivamente un passo avanti più che un passo indietro. Anche Facebook poteva essere un passo indietro, tenendo tutto il lavoro degli utenti su una piattaforma proprietaria orientata a favorire lo scambio veloce piuttosto che l'approfondimento da parte del pubblico attivo: alla fine anche Facebook ha contribuito ad allargare la platea, ha conquistato tempo mediatico, ma non ha impedito lo sviluppo dell'attività complessiva del pubblico, anzi, forse l'ha accelerato. La forza del medium delle persone è più grande di quella delle singole piattaforme. E internet non cessa di proporre nuove soluzioni aperte che rispondono in sempre nuovi modi al fenomeno generale generato dal pubblico attivo. L'iPad non fa paura.

I veri pericoli per il web aperto non sono nella nascita di alternative o nell'eventuale (e tutto da dimostrare) ritorno di validi contenuti editoriali a pagamento. I pericoli vengono dal continuo allargamento del concetto di copyright, dalle smanie delle compagnie di telecomunicazioni e dagli attacchi alla net neutrality. 

Anche i telefonici contro Google

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Dice il Financial Times che tre delle maggiori compagnie telefoniche europee (Telefonica, France Télécom, Deutsche Telekom) lamentano che Google le sta trasformando in semplici portatori di traffico e che si tiene tutto il valore aggiunto senza pagare... Roba vecchia. Cui le compagnie non troveranno risposta andando a fare lamentose lobby a Bruxelles. Ma lavorando per aumentare il valore aggiunto dei loro servizi, fondamentali per internet e che crescono se cresce internet (non se viene soffocata da tariffe poco lineari). Imho.

Copyright da equilibrare

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L'Economist è un grande giornale. Vive di copyright. Guadagna, a differenza di altri giornali. E scrive un importante editoriale sul copyright, senza paura ma con molta razionalità. 

Il copyright, dice l'Economist, va riequilibrato. Perché si è allargato troppo. Dura troppo. E diventa sempre più invadente nella vita dei creatori, degli autori, del pubblico. 

E' assurdo pensare che la quantità di persone che infrangono il copyright non si senza in parte vagamente legittimata a farlo dall'incessante avanzata delle pretese delle grandi corporation che detengono il copyright. E' probabile che gli autori, il pubblico e persino gli editori trarrebbero vantaggio da un riequilibrio del copyright.

ps. JP Rangaswami, via Simone Brunozzi, sul copyright...

Background, giornalismo

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Nell'aprile del 1999, Andy Grove, capo dell'Intel, annunciò ai leader delle grandi aziende editoriali americane che i giornali di carta avevano ancora tre anni di vita. Non era la prima volta che si parlava di questo possibile scenario. Tanto che nel resoconto del New York Times si legge che forse gli editori avrebbero potuto alzare gli occhi al cielo per l'ennesima predizione catastrofica sul loro business. Ma non lo fecero. Perché quello era Andy Grove. E perché raccontava come anche all'Intel era toccato di affrontare una crisi simile, quando alla fine degli anni Ottanta aveva perso il mercato delle memorie contro la concorrenza di produttori imbattibili sul piano dei costi. E per Grove i giornali si trovavano di fronte alla concorrenza di sistemi a basso costo di distribuzione basati su internet che li avrebbero spiazzati. E consigliava di prendere le misure necessarie a trovare un nuovo centro al loro business. Su Salon si trova ancora l'articolo dell'Associated Press che intervistava molti presenti. Ben pochi volevano fare la figura di chi non è abbastanza moderno da negare il problema. E molti invece davano sostanzialmente ragione a Grove, non magari sui tre anni, ma sulla tendenza di fondo.

Nel 2002, tre anni dopo, i giornali non avevano chiuso e per la verità ben pochi parlavano di una loro crisi. Invece, erano state molte aziende internettiane fiorite tra il 1998 e il 2000 a chiudere o andare in crisi, insieme alla storia finanziaria che aveva favorito la bolla speculativa di quella fine millennio. Ma mentre si erano prosciugati i fiumi di dollari che andavano a finanziare start-up internettiane, un oceano di persone continuava a spostare tempo e attenzione verso quello che trovava su internet. Anche perché in quel periodo prendeva il volo un fenomeno nuovo: i blog di informazione. 

Proprio in quel 2002, il pioniere dei blog Dave Winer, lanciò una scommessa sul sito Long Bets immaginando che cosa sarebbe successo nei cinque anni successivi: «Cercando su Google le cinque parole-chiave o le cinque frasi capaci di rappresentare le notizie più importanti del 2007, i blog compariranno più in alto del sito del New York Times». Martin Nisenholtz, ceo del New York Times Digital, accettò la scommessa: duemila dollari. 

Nel agosto del 2006, l'Economist si era accorto che qualcosa di grosso era accaduto all'industria dei giornali. Aveva analizzato la situazione, era arrivato alla conclusione che i giornali di carta erano morti e che qualcuno li aveva assassinati. La copertina si intitolava infatti Who killed the newspaper?

Nel 2007, Winer vinse alla grande la sua scommessa. I blog, nel 2007, erano diventati tanto popolari e citati tra gli utenti di internet da superare il grande giornale newyorkese nel "ranking" di Google.

Con la crisi finanziaria iniziata nel 2008 e peggiorata nel 2009, la questione investì in pieno gli editori. La pubblicità se n'era andata. I lettori avevano continuato a diminuire. I bilanci di una quantità incredibile di giornali andarono in rosso (non quelli dell'Economist che comunque ci aveva cominciato a pensare molto prima e non quelli del Financial Times, anche grazie alla quota detenuta nell'Economist). Ci fu una bizzarra querelle, alimentata dagli editori più ondivaghi nella loro strategia internettiana, come Rupert Murdoch, secondo la quale i giornali avevano diritto a un pagamento per i loro prodotti: nessuno lo negava, il problema era scoprire come potevano ottenerlo.

Avrebbero dovuto investire per tempo sull'innovazione, gli editori, ma (e questo Grove lo aveva previsto), cominciarono a farlo quando erano veramente preoccupati. E per fortuna quando erano veramente preoccupati videro che c'era qualcosa da fare di immediato e abbastanza rassicurante.

No, non il Kindle. Nel 2010 arrivò l'iPad e alcuni sentirono che era la nuova piattaforma che faceva giustizia del web così difficile da usare per i prodotti a pagamento. Ma capirono che era una piattaforma che imponeva di fare prodotti migliori. Insomma, dava un senso all'investimento all'innovazione, non ne eliminava la necessità.

Si può raccontare tutto questo al passato perché è la premessa di quello che deve succedere. E che può essere molto, molto interessante. Potremmo essere alla vigilia di una storia degna della bellezza che abbiamo vissuto negli ultimi dieci anni. Perché finora l'ecosistema dell'informazione ha visto una fioritura di nuove iniziative e un'erosione delle attività tradizionali. In questo processo, anche grazie alla crisi, è emersa una consapevolezza: non stiamo parlando di scenari e previsioni azzardate; sta succedendo qualcosa di molto reale. E questa consapevolezza è la premessa per fare un salto di qualità nelle risposte da parte di tutti i soggetti implicati: editori, pubblicitari, giornalisti, designer, tecnologi, pubblico attivo, comunità.

E affrontare il tema dei temi, quello che è riportato in un passaggio del libro di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi e sul quale occorre meditare molto. Gli autori citano studi dell'università di Chigago sulla credibilità di varie istituzioni americane nell'opinione della popolazione degli Stati Uniti. "Dagli anni Settanta fino alla metà degli Ottanta, la stampa in quando a credibilità era alla pari con i militari, il Congresso, le fedi religiose. Ma negli anni Novanta ha cominciato a perdere posizioni. Nel 1990 il 74 per cento degli americani era ancora pronto a dire di avere fiducia nella libertà di stampa e nei contenuti dei media. Ma dieci anni dopo la percentuale era già slittata al 58 per cento. E da allora ha continuato a scendere, bocciando indistintamente organi di stampa progressisti e conservatori". Difficile dire se i Italia un'analoga rilevazione porterebbe a risultati diversi.

link a vecchi post:

link a grandi post:

iAd: anche la pubblicità è un'applicazione

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La pubblicità, per Apple, è un'applicazione che funziona dentro le altre applicazioni. Per questo iAd non poteva che essere annunciato quando il sistema operativo per l'iPhone diventava multitasking. Sarà per inizio estate. E poi in autunno succederà all'iPad.

Le agenzie creative potranno mandare alle concessionarie le loro campagne pensate come applicazioni, dotandole quanto vogliono di informazione, servizio, emozione. E chi fa le applicazioni le potrà inserire "in un pomeriggio".

La Apple si terrà una fetta del valore abbastanza grande da non incentivare troppo il passaggio delle apps a pagamento verso un modello gratuito con pubblicità. Quindi non sarà uno tzunami. L'equilibrio dello sviluppo di tutto questo sarà gestito. Anche se la complessità dell'ecosistema che sta nascendo intorno alla Apple è in crescita verticale.

AllVoices...

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AllVoices guadagna traffico e raccoglie finanziamenti, scrive TechCrunch. E' presentata come una piattaforma per il giornalismo dei cittadini, con coordinamento da parte di giornalisti professionali. E si espande a diverse città (comprese Baghdad, Pechino, Islamabad, Londra, Nairobi, Shanghai). La grafica non fa sognare. E la struttura non è immediatamente decodificabile. Ma è un altro mattone per la connessione tra il volontariato delle notizie e il professionismo. L'equilibrio giusto non è ancora arrivato. Ma il ritorno al passato è sempre più lontano.

Tracce per la storia

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Alessandro Lanni riprende e critica alcune considerazioni scritte a margine del convegno organizzato al Politecnico di Torino dedicato alla documentazione sulla quale lavoreranno gli storici del futuro per studiare la nostra società. E mette in luce un'ambiguità che va sciolta.

Si domanda Lanni se sia sensato immaginare letteralmente di lasciare ai posteri i documenti che serviranno a studiare la nostra società. E' l'ambiguità sulla quale gioca il convegno, ma non ci si deve perdere in quell'ambiguità. Perché, appunto, «il presente spiega il passato», diceva Fernand Braudel. Ed è il presente dei posteri che spiegherà il modo in cui ci studieranno. La storia cambia nei diversi contesti storici. Cambia quando un popolo si ricostruisce dopo una guerra, quando pensa di vivere nel pieno di una grande trasformazione, quando si sente in declino, quando emerge dopo un disastro ecologico o quando istituzionalizza il risultato di una rivoluzione. Qualunque traccia che lasciamo, volontariamente o involontariamente, sarà comunque riletta sulla base delle curiosità, delle problematiche, delle metodologie, dei punti di vista che ci saranno in futuro.

E dunque ciò che pensiamo di lasciare ai posteri è comunque qualcosa che parla a noi di noi stessi.

Il modo in cui decidiamo di conservare la memoria di quello che siamo è indicativo di ciò che noi pensiamo sia importante. E il convegno è in fondo nient'altro che una riflessione su ciò che è veramente importante di noi, secondo noi. Proiettando però il punto di vista su un'ipotetico futuro, mettiamo l'accento su qualcosa che tendiamo a sottovalutare: la memoria, il criterio di decodifica di ciò che siamo in grado di documentare su noi stessi, la prospettiva con la quale guardiamo al futuro, sono tutti ambiti di pensiero collegati. E che vale la pena di connettere, ogni tanto. Perché generano pensieri costruttivi. Come dimostra la riflessione di Alessandro.

Storia d'Europa

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Un sito per la raccolta e diffusione di materiale per la costruzione di una storia d'Europa di grande valore: Ena.lu.

Siamo di fronte alla necessità di interpretare noi stessi, la nostra prospettiva, il rapporto tra passato-presente-futuro. Abbiamo bisogno della "scienza del contesto", come definisce la storia Tommaso Detti. E abbiamo bisogno della "scienza delle conseguenze".

Abbiamo bisogno di una conoscenza basata su una metodologia condivisa che mantenga accesa la luce della ragione in un contesto di disattenzione, manipolazione, illusione. La storia è una componente fondamentale della ricerca di una risposta a questi bisogni. 

Il convegno di oggi al Politecnico di Torino è stato per lo meno capace di dimostrare che al di sotto delle apparenze, una grande società di ricercatori, spesso molto giovani ed entusiasti, si sta dedicato alla riflessione sulla distinzione tra fonti storiche del presente e mera comunicazione.

Obiettività debole, fanatismo forte

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Un argomento da approfondire: la Cnn perde audience, Msnbc e Fox vincono. L'analisi di Ross Douthat verte sull'idea, più o meno, che la Cnn perde perché punta su una fredda obiettività, mentre le altre tv sono più accese nel sostenere opinioni e visioni del mondo.

C'è evidentemente qualcosa da imparare da tutto questo. E ne dovremo riparlare.

In effetti, l'obiettività ha più a che fare con la ricerca dei fatti che con la tifoseria delle opinioni. E' più razionale che emotiva. Finisce per avere uno stile più freddo. E rischia di perdere contro le tifoserie di ogni genere.

E' vero che soltanto in una minoranza di azioni, le persone pensano razionalmente (come mostra Kahneman). Nella maggior parte dei casi agiscono in base all'intuizione, all'insieme di precontetti e pensieri preconfezionati, spesso legati a emozioni e sensazioni coinvolgenti. La razionalità è faticosa, richiede analisi, sforzo di approfondimento, lunghe ricostruzioni del contesto. E i fatti sono difficili da scoprire, seguire, leggere. E' più veloce e spesso divertente prendere posizione insieme a un gruppo di attivisti di qualunque genere. Ma non può essere questa la fine della storia.

Perché l'intuizione, l'emotività, la tifoseria, sono fenomeni manipolabili. Perché pochi esseri razionali possono governare attraverso l'emotività quello che pensano milioni di persone dominate dalla tifoseria, nella logica della strategia della disattenzione.

Ci può e deve essere una tifoseria dell'obiettività, una partecipazione alla ricerca dei fatti, una emozione della scoperta. In barba a tutti i manipolatori. Certo, certo: non è facile. Ma non ha senso rinunciare a una battaglia ideale così importante.

Storia di domani

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Noi cerchiamo nelle grandi tendenze e nei piccoli indizi, le tracce del nostro futuro. Siamo ricercatori che pensano alla storia che emergerà come conseguenza di quello che facciamo oggi. Ma tra qualche decennio, gli storici a loro volta cercheranno di ricostruire perché la loro società sarà come sarà, anche ritrovando le tracce della vicenda umana di questa nostra epoca. È la visione di una connessione impossibile tra il presente e il futuro. In realtà, è il nostro bisogno di immaginarci in una prospettiva di lunga durata. Che vada oltre noi stessi.

Ebbene, se ci saranno degli storici, nel 2060, e se saranno interessati a ricostruire la storia della nostra epoca, avranno a disposizione le fonti che noi lasciamo loro, con le chiavi di interpretazione che vorranno loro. Se ne occupa un convegno importante, domani al Politecnico di Torino. E sempre domani Nòva offre qualche spunto di informazione.

Ossimori che non lo sono

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Visionario pragmatismo. Non è un ossimoro. Non c'è vera visione senza un senso pratico della realtà per la quale si vede un futuro da costruire. E non c'è pragmatismo senza direzione ma solo una condizione tanto dipendente dalle circostanze da non avere nulla da realizzare in pratica.

Il tempo di Facebook

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Non solo crescono gl utenti. Ma ci passano sempre più tempo. E' la marcia di Facebook. Non sorprende. Ma è un dato di fatto. eMarketer e AllFacebook.

Pensieri fatti a mano (e iPad)

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Ne stavo scrivendo giusto su Nòva. Ed è arrivata questa segnalazione da Dario. Quindi riporto anche qui quanto andavo elaborando...

«Chi lo avrebbe mai detto? La conferenza "visual notes" è un successo. L'aula è piena». Lo notava Cliff Atkinson, autore di saggi sulla concisione, nel corso della recente megaconvention South By Southwest, a Austin. E infatti poteva sembrare strana una banda di nerd accalcati per ascoltare esperti di una materia tanto particolare come quella che si occupa di come prendere appunti usando le immagini. Eppure... Non è soltanto la consapevolezza che un'immagine vale più di mille parole. È soprattutto la riscoperta della relazione personale ma molto efficace che ciascuno conosce tra le immagini, gli schizzi, i disegni, i simboli, e la sintesi del contesto delle informazioni che si vogliono registrare. E poiché si avvicina l'epoca tante volte annunciata ma oggi, pare, più realistica, del tablet, si può immaginare una convergenza tra gli appunti in forma simbolica e la registrazione digitale. Il che significa il superamento del difetto cognitivo di chi apprende e crea usando molto la mente ma poco il corpo: finora la registrazione sul computer era basata su gesti sempre uguali, ripetuti all'infinito, come il movimento di pigiare sul tasto del mouse. Toccando lo schermo del tablet, il recupero della varietà gestuale del corpo, e le sue conseguenze cognitive, è "a portata di mano". Si comincia con la manipolazione delle foto. Poi si aggiungeranno gli appunti. E il resto si vedrà.

Tre magazine su iPad

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iPad Magazine Art Direction from Brad Colbow on Vimeo.


Grazie per il video, via Magculture.

I temi emergenti:
1. la differenza funzionale tra la versione del magazine in verticale e in orizzontale, sembra essere interpretata molto semplicemente. La versione verticale è più per leggere. La versione orizzontale è più per sfogliare.
2. i comandi dell'interfaccia sono tutti diversi e molto personalizzati. Si tratta di apps, chiaramente. Sarà interessante vedere se verranno fuori degli standard da questo punto di vista. Attualmente siamo in fase di sperimentazione
3. non da questo video ma dalle varie critiche pubblicate in questi giorni si capisce che il mercato delle apps per ipad è piuttosto disordinato, con prezzi molto diversi tra loro. Anche su questo è sperimentazione.

Altri video in un post precedente.

Capitale di Facebook

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Secondo una recente stima il 125% degli abitanti di Washington DC sono su Facebook. Il commento degli statistici è semplice: c'è un sacco di gente che non abita nella capitale degli Usa ma dichiara di vivere a Washington nel suo profilo di Facebook. (In una nota dell'articolo di Mashable)

FT va a gonfie vele

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Il Financial Times va benissimo. I suoi conti migliorano, anche nel pieno della crisi. Ha aumentato il prezzo dei suoi prodotti, online e offline, e ottiene la metà dei profitti dell'altro grande giornale che va benissimo e del quale è socio: l'Economist. (I dati, dedotti, sono su PaidContent)

La complessità abbattuta dalla semplicità

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Clay Shirky propone una visione della transizione nel sistema dei media. La fine dei sistemi complessi del passato prelude all'avvento di nuovi, futuri sistemi complessi. Ma la transizione avviene attraverso azioni semplici.

L'idea è suggestiva. Proprio perché tutti coloro che tentano di agire oggi in vista della costruzione di un nuovo sistema mediatico e si danno il compito di operare tenendo conto in toto della complessità della mediasfera finiscono col bloccarsi. Meglio agire su progetti specifici. E lasciare che la complessità cresca intorno alle (poche) idee che effettivamente funzionano. E' una logica sperimentale: la riprogettazione di un sistema complesso emerge dalla quantità si idee e azioni semplici che si mettono effettivamente alla prova.

Ingiusta legge ma legge

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Il papa conosce una legge superiore a quella dello stato italiano. E invita a rifiutare la legge dello stato italiano quando è ingiusta, cioè in contrasto con la sua legge superiore.

Il problema è che definire ciò che è "giusto" soprattutto quando è in contrasto con una legge esistente è del tutto legittimo se prelude a una richiesta di modifica legislativa. Se invece prelude a un insieme di azioni che sono in contrasto con la legge diventa piuttosto pericoloso.

L'Italia è già piena di gente che fa quello che ritiene giusto, anche in contrasto con la legge. Mentre abbiamo poca gente che riesce a cambiare la legge in modo legale per renderla più "giusta".

Il percorso legale di cambiamento delle leggi è necessario perché quando ci sono diverse opinioni su ciò che è giusto si cerca di indirizzare la discussione in modo pacifico per arrivare a una decisione accettata da tutti. Se invece si va avanti a spallate vince il più forte, non si coltiva la pace e non si arriva a una nuova normativa dotata di consenso generale. Il che non fa che generare altri tentativi di spallata.

Con le prime prese di posizione di alcuni vincitori delle recenti elezioni, il discorso del papa sembra essere il lancio di un'agenda di trasformazione del sistema italiano. Ma non sarà semplice mettere insieme le molte immagini di futuro emergenti: chi vuole la restaurazione degli antichi poteri superiori a ogni legge, chi vuole la banalizzazione morale della democrazia generalista televisiva commerciale e chi vuole un recupero della forza barbarica e localistica dei popoli che pensano di vivere in un territorio assediato dagli stranieri.

D'altra parte se la legge è percepita come la burocratica gestione del privilegio, prima o poi viene negata e abbattuta. E in effetti, sono decenni che l'Italia è stretta da privilegi burocratici e spallate ideologico-affaristiche. E quello che sta accadendo sembra indicare che continueremo.

La ragione, il diritto, la pacifica convivenza, però hanno una chance. Nella discussione razionale, legale, pacifica che una parte della società sta cercando di coltivare con i nuovi mezzi della rete globale e delle nuove aggregazioni che le persone cercano intorno ai loro problemi quotidiani, ai loro sogni, alla loro disponibilità a collaborare per progetti comuni. I pensieri oscuri non sono i soli che emergono in questo periodo storico. Il pragmatismo fiducioso di Hans Magnus Enzensberger aiuta a negare la possibilità del totalitarismo perché i punti di vista individuali e le possibili azioni diversive sono talmente elevati da impedire di fatto a qualunque aspirazione autoritaria di diventare totalitaria. La ragione della cooperazione intorno a progetti comuni e in base a comportamenti regolati da norme legittime è un territorio culturale e sociale di sviluppo che a livello europeo offre molte più probabilità di sviluppo di quelle che si palesano in un contesto dominato dalla paura.

Critica della ragione gratuita

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Da GG una discussione critica sul dono, le relazioni, la costruzione del valore sociale. Il dono non è gratuito, nel senso che è comunque uno scambio: non monetario ma sociale. Costruisce relazione, come diceva Marcel Mauss. E come fanno notare Marco Aime e Anna Cossetta in Il dono al tempo di Internet (Einaudi, pp. 121, euro 10). Ne parla Marco Belpoliti. E ne parlava, come appunto segnala GG, Patrick Laviolette, in The Dark Side of the Gift segnalando il lavoro di Jean-Sébastien Marcoux: Escaping the Gift Economy.

Da ricordare, il magnifico pezzo pubblicato su Nòva da Fabio Bonifacci.

(cfr i miei vecchi appunti per un libro)

Walter Mossberg sull'iPad

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Walter Mossberg ha provato un iPad per un paio di settimane. E il suo verdetto è chiaro: l'iPad va bene. Pure troppo. Se Steve Jobs lo vedeva come un oggetto in grado di creare una categoria nuova nell'informatica, occupando uno spazio intermedio tra lo smartphone e il laptop, per Mossberg l'iPad potrebbe alla fine sconfinare, diventando un sostituto del laptop per la gran parte degli utilizzi abituali di un computer portatile.

In realtà, ammette, questo è vero soprattutto per le persone che sono grandi utilizzatori di informazioni digitali ma non grandi produttori: consultano molto la rete e leggono parecchio, guardano le foto e i video, ma come generatori di contenuti di solito si limitano a fare mail, conversare sui social network e prendere qualche nota al volo. Per queste persone l'iPad potrebbe diventare il device che ci si porta in giro, al posto del laptop, dice Mossberg.

NewsApp

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Riccardo Luna pubblica in una nota su Facebook - in anteprima - un mio contributo al prossimo numero di Wired Italia:

Content is king, si diceva: il contenuto era il Re Media che trasformava in esperienza di valore il frutto del lavoro delle tipografie, dei network televisivi, delle compagnie di telecomunicazioni, dei costruttori di piattaforme digitali. Ma internet è una repubblica. E in internet il Re conta fino a un certo punto: in ogni caso non per diritto di nascita, ma casomai solo se si mette come tutti al servizio della cosa comune. Il che vale anche per il giornalismo.

Il pubblico reagisce con molta flemma alle lamentazioni dell'industria editoriale che denuncia il calo delle copie dei giornali e la presunta concorrenza della gratuità internettiana: non potrebbe essere altrimenti, visto che in effetti è proprio il pubblico a generare i sintomi motivanti di quelle doglianze. Ma non ne è la causa: è semplicemente l'arbitro, il giudice insindacabile della qualità dei giornali in rapporto ai suoi vincoli di bilancio - di tempo e denaro - e ai suoi interessi alternativi. Le opportunità che internet ha dischiuso al pubblico che le ha volute - e potute - cogliere attivamente hanno generato esperienze ormai imprescindibili anche nell'accesso all'informazione: dai blog ai wiki dallo scambio di foto e video ai social network, il nuovo medium delle persone ha ridefinito il contesto di tutte le vecchie gerarchie mediatiche. Il mutamento è definitivo. E probabilmente era tempo che avvenisse.

Sicché della troppe volte annunciata "morte dei giornali" si preoccupano prevalentemente i giornali. Ma questo dibattito sarebbe certamente più appassionante per il pubblico se riguardasse non la difesa di ciò che esiste ma la costruzione di qualcosa di meglio. E, se così fosse, tra l'altro, avrebbe qualche possibilità di risolversi.

Avverrà. I giornalisti saranno chiamati a fare bene i giornali. Ma, paradossalmente, non basterà. I giornali non sono la loro carta, ma la relazione dei produttori professionali di informazione con il pubblico evolverà anche in base all'innovazione dei mezzi sui quali quella relazione si sviluppa. La funzione degli editori è quella di trovare le soluzioni imprenditoriali e tecniche per portare l'informazione al pubblico. Per trovarle dovranno trasformarsi in imprese che sanno fare ricerca, sperimentare, innovare. Velocemente. Con metodo. Con visione.

I mezzi digitali, da questo punto di vista, non sono più una minaccia. Sono una realtà. Come sempre nella cultura internettiana, ogni novità è una potenziale opportunità. L'annuncio dell'iPad della Apple è stato visto in questo modo, soprattutto alla luce della strada fatta dalla Apple con il sistema iPod-iTunes nella riqualificazione del business della musica digitale, disastrato dal panico con il quale, sulle prime, le etichette avevano reagito alla rivolta del peer-to-peer. Il suggerimento implicito nella piattaforma che accompagna l'iPad è affascinante: non essendo né musica né libri, i giornali potrebbero essere dunque concepiti come applicazioni. Cioè programmi per organizzare i flussi di informazione e per sviluppare specifici modelli di business. Con design e funzioni molto innovative. E potenzialmente tanto attraenti da motivare persino un pagamento da parte del pubblico. Ma gli editori non ci arriveranno aspettando che l'iPad cada dal cielo. La vittoria della cultura internettiana sta nella consapevolezza che, anche nel mondo dell'editoria, il futuro non è quello che succederà, ma quello che costruiamo.

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  • The case for an Italian rebellion

    The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.

    An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.

    Why?

    continua... (21 commenti al 9 ottobre)

    Il seguito in italiano: con molti commenti


  • Sul prossimo futuro di Nòva

    Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

    Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)


  • Editori, tecnologia e pirati

    E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)



  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









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