March 2010 Archives

Psicopatia al potere

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La psicopatia è un "disturbo antisociale della personalità". Via Raj Patel, si legge che l'Associazione americana di psichiatria definisce gli psicopatici come coloro che presentano almeno tre dei seguenti sette sintomi:

1. Rifiuto di conformarsi alle consuetudini sociali riguardo al rispetto delle leggi
2. Disonestà, come indicato dalle ripetute menzogne
3. Impulsività o incapacità di pianificare in anticipo
4. Irritabilità o aggressività
5. Noncuranza sconsiderata della sicurezza propria o altrui
6. Continua irresponsabilità
7. Mancanza di rimorso.

Si ha l'impressione che almeno tre di questi sintomi si possano forse riconoscere in alcuni politici italiani. Naturalmente, questo richiede ulteriori indagini da parte degli psichiatri (e della magistratura).

Ma gli esperti rassicurano: da questa psicopatia si può guarire. Imparando a conformarsi alle leggi. O cambiandole.

Il reader dell'Irish News

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The Irish News si legge online solo a pagamento, con un reader che imita in tutto e per tutto il giornale di carta... Il direttore in un'intervista ammette di non avere molti abbonati, ma di esserne soddisfatto. Il giornale è una voce cattolica in un contesto protestante e il sostegno al giornale ha molto significato per la comunità.

Perché online si paga se si ritiene che sia "giusto" pagare.

Che gli dico? Domani su Google in Cina...

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Domani all'Ispi, una discussione su Google e Cina... Questo era il mio commento a caldo, sul Sole:

Il caso Google in Cina è un piccolo buco della serratura attraverso il quale si può sbirciare in una nuova dimensione geopolitica nella quale le regole sono ignote, i rapporti di forza sono tutti da valutare e i confini tra pace e guerra appaiono confusi.

A leggere le cronache del confronto tra il governo cinese e l'azienda fondata da Sergey Brin e Larry Page vien voglia di chiedersi: chi sta vincendo? Ma nessuna risposta può essere soddisfacente fintantoché non si stabilisce qual è la partita. È un confronto tra democrazia e autoritarismo, libertà e censura? È un gioco per il softpower nel mondo? È una questione di affari?

Le risposte che si leggono nei fatti cambiano significato a seconda del punto di vista. Google aveva perduto in Occidente la sua verginità di "azienda che non fa del male" proprio accettando qualche anno fa di scendere a compromessi con le leggi cinesi. Ma da qualche mese tenta di recuperarla. Dopo aver lamentato le incursioni di hacker filo governativi nella posta elettronica - su Gmail - di attivisti per la libertà di espressione in Cina, ha iniziato una lunga trattativa con le autorità destinata al fallimento e, dunque, sfociata nel tentativo più furbo che efficace di ieri: reindirizzare le ricerche sul motore di Google dalla Cina verso il servizio libero da censure che l'azienda offre a Hong Kong.

Il governo Usa, e il segretario di stato Hillary Clinton in particolare, ha accompagnato Google in tutto il tormentato percorso, cogliendo l'occasione per sottilineare a ogni passaggio un punto chiave della sua politica estera: la libertà di espressione su internet è un principio fondamentale e irrinunciabile per gli Stati Uniti.

Il governo cinese tenta d'imporre il suo ordine interpretativo, opposto a quello americano, sintetizzato dal portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang: la vicenda di Google deve restare commerciale e non diventare politica. Ci sono delle regole, in Cina, e vanno rispettate da tutte le aziende che vogliono fare affari nella Repubblica Popolare.

Il progetto di sviluppo armonioso della Cina ammette la critica costruttiva, ripetono gli ideologi cinesi, ma non la discussione distruttiva: e in effetti internet per la popolazione cinese è diventata una soluzione per proporre miglioramenti e critiche focalizzate su particolari aspetti dell'organizzazione sociale ma non certo per alimentare forme di opposizione al sistema.Ma gli americani incalzano. E non solo con le dichiarazioni di principio di Clinton. Nel dicembre scorso, la Casa Bianca si è dotata di un coordinatore della cybersicurezza nazionale, Howard Schmidt. E in questi giorni, il Senato e il Dipartimento di stato stanno cercando a loro volta di creare una figura di "ambasciatore" destinato a coordinare la politica estera americana nella dimensione internettiana.

La scommessa "ideologica" di Clinton, il potere attribuito a Howard Schmidt e, appunto, la definizione di una dimensione internettiana della politica estera americana dimostrano se non altro la complessità e il peso strategico che internet ha raggiunto dal punto di vista geopolitico.

Su internet, in effetti, si è svilupato un ambiente operativo per sostenere le cause più nobili, per diffondere informazione e conoscenza, ma anche per attuare sofisticatissime attività di spionaggio, terrorismo, controinformazione. I protagonisti sono certamente gli stati, autoritari e democratici, nelle loro varie e non sempre coordinate articolazioni, insieme a multinazionali, organizzazioni di attivisti, bande criminali, reti terroristiche. Un contesto tecno-caotico, le cui vicende restano per la maggior parte del tempo oscure e che i fatti, come quello di Google, s'incaricano talvolta d'illuminare parzialmente.Ma per ora i fatti non rispondono alla domanda: chi vince? Clinton non cessa di sottolineare l'importanza liberatoria di internet in paesi come l'Iran e la Birmania. Ma, come osserva Evgeny Morozov attraverso il suo blog su Foreign Policy, internet è anche un'arma di controllo e repressione usata dai regimi autoritari contro i dissidenti.

Intanto, le bande mercenarie di superhacker capaci di attaccare piattaforme come Twitter e stati come l'Estonia restano largamente fuori controllo. E i "siti dell'odio" integralista e razzista censiti dal Simon Wiesenthal Center sono ormai 11.500 - eramo 4mila nel 2004 - ma «la crescita delle attività avviene come in ogni altro settore sui network sociali», osserva Abraham Cooper che si è occupato della ricerca.

Secondo Howard Schmidt, il cosiddetto zar della cybersicurezza americana, non vince nessuno, perché quella che si sta svolgendo su internet non è una guerra. «La metafora è sbagliata», dice. Anche perché era la metafora preferita di Michael McConnell, direttore dei servizi d'intelligence per l'amministrzione di George W. Bush: un uomo che sosteneva che gli Stati Uniti stavano perdendo la cyberguerra e che per cambiare il risultato dovevano riprogettare internet per trasformarla in qualcosa di controllabile.

Al contrario, Schmidt, come il presidente Barack Obama, crede che internet vada lasciata com'è, libera e innovativa, aggiungendo criteri di sicurezza per specifiche attività, come quelle finanziarie e governative, ma senza introdurre distruttive forme di controllo. «Internet è un ambiente nel quale non ci possono essere vincitori. Ma se si elimina la libertà tutti certamente perdono».

Accettando la dinamica internettiana, i leader politici e i capi delle multinazionali devono accettare anche che il contesto nel quale operano sia continuamente messo in discussione. Tensioni continue sulle regole relative a privacy, copyright, libertà d'espressione, resteranno a lungo all'ordine del giorno. E un'escalation di tecnologie per la sicurezza contro le tecnologie per la criminalità va messa in conto.Ma la realtà è che internet anche a livello geopolitico e geoeconomico ha risposto al bisogno di gestire meglio le dinamiche reali che la globalizzazione aveva concretamente attivato: una nuova competizione fra territori, lingue, legislazioni, sistemi istituzionali, forme di collaborazione e condivisione delle informazioni capaci di accelerare lo sviluppo nell'epoca della conoscenza.

Almeno su un punto ha certamente ragione, Sergey Brin, cofondatore di Google, intervistato dal New York Times: «La storia non è ancora finita».

La razionalità dell'altruismo

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More about Il valore delle cose e le illusioni del liberismoLeggendo il libro di Raj Patel vien voglia di raccontarlo. Il capitolo dedicato al mercato e all'homo oeconomicus per esempio offre spunti da registrare. Perché non si occupa solo di ricordare che l'essere calcolatore ipotizzato dall'economia neoclassica non esiste. In realtà, offre angoli di riflessione molto più avanzati.

In sostanza, dice Patel, il mercato è un fenomeno sociale. Funziona se e solo se le regole sociali funzionano. Se c'è fiducia tra le persone il mercato. Se esiste una condivisa idea del fatto che lo scambio economico deve avvantaggiare tutti i partecipanti in modo equo. In una società che funziona, il mercato determina il giusto valore di scambio tra le merci, sicché ciascuno ne trae il giusto guadagno. Il mercato non funziona nelle società in cui nessuno si fida degli altri, nelle società in cui la prevaricazione e la violenza prevalgono. Il che significa che se si vuole una società di mercato, si vuole una società attenta ai beni comuni (come la fiducia negli altri e ciò che la determina e salvaguarda) almeno altrettanto di quanto non sia attenta al vantaggio individuale. Esiste una razionalità dell'altruismo (e della consapevolezza che gli affari si fanno in due), che probabilmente risponde all'irrazionalità ormai provata delle singole persone.

La vittoria del presente

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Nel pieno della crisi, gli italiani che hanno votato hanno votato in maggioranza per la soluzione immediata. Non per il lamento rivolto al passato, non per l'ideologia: hanno votato per chi appare in grado di dare risposte subito. Il che paradossalmente impone di pensare al futuro.

Ci sono anni senza elezioni davanti. È ora di tracciare una prospettiva. E attenzione: ci penseranno sia a destra che a sinistra. Chi sarà il più convincente? Vinceranno gli sceneggiatori della fiction al potere? Vinceranno i gestori delle poltrone locali e nazionali? O vincerà chi davvero sarà capace di voltare pagina e raccontare il prossimo capitolo?

Il possesso dei mezzi di comunicazione ovviamente aiuta a sostenere un quadro interpretativo. Ma è anche questione di idee che si incarnano nella vita reale. Ed è anche questione di trovare un modo per raccontarle che entri nei discorsi delle persone.

Un paese generalista

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L'audience elettorale è in calo, ma lo share dei programmi principali si polarizza. La Lega è uguale per tutti. Ma la Lombardia è più uguale degli altri. Il paese normale risponde poco all'utopista che l'ha auspicato. Mentre apprezza l'unico che l'ha sfidato in casa senza se e senza ma. I programmi di nicchia fanno bene a chi non li ha. Il resto è tradizione.

Parole sante sulla leadership

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Il leader è al servizio dei seguaci, dice Rudi Bogni in questo post. Parole sante.

Previsioni Morgan Stanley sull'iPad

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Morgan Stanley prevede che quest'anno si venderanno più di 6 milioni di iPad. La previsione si basa sull'andamento del mercato dei computer da meno di 800 dollari e sulle previsioni dei principali fornitori di componenti dell'iPad...

Il bello degli americani

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Il bello della cultura prevalente negli Stati Uniti è che tende a prendere un problema e trovaer la soluzione. Poi la digerisce e se ne esce con una serie di consigli pratici.

Tipo: che cosa fare se sei infelice al lavoro?

Da Harvard la soluzione:
- prendi coscienza di quello che puoi cambiare e quello che non puoi cambiare
- assumiti la responsabilità di fare qualcosa per cambiare la situazione
- concentrati sul tirar fuori il positivo da una situazione negativa
- non convincerti che niente può cambiare
- non consentire ai pensieri negativi di guidarti
- non affrontare la situazione da solo

Forse sono consigli che vanno bene anche se sei infelice in famiglia, o in tram, o in vacanza... Ma questi vengono da Harvard, dunque riguardano il posto di lavoro. Che poi non sono neppure consigli sbagliati. Anzi...

La campanella della reputazione

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Michael Arrington scrive un post sulla fine della reputazione. Non si può fermare, dice, la quantità di post che parlano male delle persone o che pubblicano foto, video o testi diffamatori o semplicemente critici verso gli altri. E quando quei post sono pubblicati, sono destinati a restare per sempre online. Arrington è convinto che stia addirittura per nascere un servizio dedicato alla demolizione della reputazione altrui. Resistance is futile.

È un'opinione che assomiglia a quella espressa più volte da molti autorevoli osservatori, da Scott McNealy a Erick Schmidt, sulla fine della privacy online. Le piattaforme più importanti, in effetti, sono molto più interessate alla libera circolazione di non importa quale informazione piuttosto che alla qualità di ciò che viene fuori.

Non si vede perché non possa essere in preparazione invece un nuovo servizio pensato al contrario per incentivare lo sviluppo di un maggiore equilibrio tra libertà di espressione, qualità dell'informazione anche sulle altre persone e privacy. È un bisogno emergente enormemente importante. La reputazione è al centro della relazione che ogni individuo intrattiene con il resto della società, come del resto la privacy è al centro della profondamente creativa distinzione tra individuo e società. Senza difesa della reputazione e della privacy si arriva diritti all'autoritarismo di chi avendo già potere può usare l'informazione come un'arma repressiva della libertà individuale. 

Di fronte a questi pensieri oscuri, soccorre la fiducia pragmatica di Hans Magnus Enzensberger che nega la possibilità del totalitarismo perché i punti di vista individuali e le possibili azioni diversive sono talmente elevati che a loro volta i poteri autoritari centralizzati non possono diventare totalitari.

E soccorre il cultware: la cultura di chi pensa che per ogni problema ci sia qualcosa da fare per risolverlo.

CAPITALISMO - Raj Patel

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More about Il valore delle cose e le illusioni del liberismo «Se la guerra è il metodo scelto da Dio per insegnare la geografia agli americani, la recessione è la sua maniera di impartire a tutti un po' di lezioni di economia». 

La crisi attuale per Raj Patel dimostra che «la retorica del libero mercato serve in realtà a camuffare attività che con i mercati non hanno nulla a che vedere». L'homo oeconomicus è parte di quella retorica. Di sicuro qualche homo del genere è riuscito a convincere molti governi a salvare le banche responsabili della crisi per mantenere il più a lungo possibile in vita il sistema attuale. Ma questo non significa che tutta la popolazione umana debba necessariamente conformarsi ai dettami antropologici della finanza.

Patel esplora molti paradossi dell'economia e li confronta con punti di vista che di solito si dimenticano, dove la razionalità concreta di alcune popolazioni del Sud del mondo fa una figura migliore dell'astratta razionalità dell'homo oeconomicus occidentale (che poteva vantare fino a qualche tempo fa i risultati migliori ma che recentemente appare in difficoltà). E cerca le radici del valore, nella strana vicenda che l'economia attraversa in questo periodo storico. 

La lettura di Patel va affrontata con pazienza. Il libro è divertente. Le sue conseguenze però richiedono più tempo di quanto ne lascino alla riflessione quelle che lui stesso definisce «illusioni del capitalismo». 

Ma il racconto di ciò che c'è oltre la crisi è l'unico modo di superarla.

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Altre letture:
Sun - media cinesi
Dazieri - gorilla
Conner - scienza popolare
Brokman - ottimismo
Il filo del BookBlogging - Gaggi e altri - giornalismo
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Eclettismo specializzato

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L'uomo del Rinascimento è una figura sintetica capace di spaziare tra diverse discipline portando in ciascuna un contributo eccellente. L'uomo specializzato Otto-Novecentesco è profondamente competente nella disciplina alla quale applica il suo coltello analitico e non si occupa d'altro. Ma questi idealtipi non sono sufficienti a spiegare la dinamica culturale, ovviamente. Perché ciò che rende il loro lavoro un successo oppure un inutile sforzo è anche il contesto dell'organizzazione culturale nella quale sono immersi. E l'eterna domanda torna sempre: conta di più l'inventiva della persona o la forza della struttura? Si scopre che la risposta è: sì.

La persona ha un valore imprescindibile e il contesto la valorizza o la frena. Ogni epoca trova la sua soluzione al problema di mettere insieme le conoscenze delle persone in modo da coordinare i comportamenti dei gruppi anche a livello di dinamica culturale. L'editoria, il mercato, la piazza, la chiesa,... internet...

In particolare, che cosa chiede l'epoca di internet alle persone? Specializzazione o eclettismo? In questo momento, secondo uno studio di Lada Adamic e altri, i gruppi interdisciplinari sembrano avere spesso più successo nella ricerca di quanto ne ottengano i gruppi monodisciplinari. Ma la qualità del contributo dei singoli ricercatori è più grande se sono specializzati. E questo vale anche per i contributi a Wikipedia o altri progetti di condivisione della conoscenza. 

Conoscere per analogia

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Internet si conosce per analogia. Le conseguenze di una nuova idea che nasce sulla rete sembrano più comprensibili quando si trova un'analogia. Un racconto noto che consente di immaginare come una storia analoga va a finire.

Qualche esempio si trova nelle analogie con le quali ragiona Olivia Scheck che commenta alcune conclusioni sul rapporto tra giornalismo e internet proposte nelle discussioni avviate da Edge.

Non è un pezzo affetto da ottimismo, ma è fiducioso. Il che non guasta per niente, come insegna il cardinale Carlo Maria Martini...

I media della diaspora cinese

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More about Media and the Chinese Diaspora La formazione e la sussistenza dell'identità collettiva cinese fuori dalla Cina richiede il funzionamento di tre istituzioni: 1. network di business, clan, associazioni 2. scuole in lingua cinese 3. media in lingua cinese. Lo osserva nel suo studio Wanning Sun, che insegna Media alla Curtin University of Technology, nell'Australia occidentale. Il suo libro analizza il contributo dei media cinesi nel mantenimento dei legami identitari, politici e organizzativi delle persone che lasciano la madrepatria cinese per andare a vivere nel resto del mondo, dall'Indonesia al Canada, dalla Malesia all'Australia. E' un argomento destinato a un crescente interesse - mentre le piattaforme mediatiche occidentali tipo Google sembrano arretrare in Cina e mentre le iniziative mediatiche cinesi avanzano nel resto del mondo. (Media and the Chinese Diaspora, Community, communications and commerce, Edited by Wanning Sun, Routledge, 2006)

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Precedenti
Dazieri - gorilla
Conner - scienza popolare
Brokman - ottimismo
Il filo del BookBlogging - Gaggi e altri - giornalismo
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Le Poste non sono raccomandate

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A chiunque possa essere interessato: per favore, non mandatemi delle lettere raccomandate se non è strettamente necessario.

Quando arriva una raccomandata, quasi certamente non sono in casa. Quindi il postino lascia una cartolina gialla che serve per andare a ritirare la raccomandata alla posta. Vicino casa ho un ufficio postale. Ma questo non è un vantaggio. Perché si scopre che quell'ufficio non è un posto dove si possono ritirare le raccomandate. Solo alcuni uffici postali sono abilitati. E non sono dislocati in modo molto comodo per tutti gli utenti cui si rivolgono. Ah, naturalmente sono intrinsecamente dotati di una cosa interminabile.

Quando ho finalmente trovato la prima mattina libera del 2010, un sabato, ho dedicato alcune ore ad andare a prendere queste raccomandate. Fatta la coda, l'impiegata si è lamentata del numero di raccomandate che andavo a ritirare (già, se n'erano accumulate un po'). Poi sollevata ha detto: "queste sono già state rispedite al mittente". Era passato più di un mese da quando mi avevano lasciato la cartolina gialla (meno di due, comunque). Mhmm. Ho chiesto se potevo sapere chi aveva mandato i messaggi rispediti al mittente. Risposta: no. Mhmm. In compenso, ho ritirato le raccomandate che erano ancora in quell'ufficio: a pagamento, naturalmente.

Non so a che cosa servano davvero le raccomandate che mi vengono indirizzate, visto che non faccio in tempo a ritirarle. Ma se non è strettamente necessario penso che si dovrebbe evitare a un cittadino di avere a che fare con la gestione delle raccomandate offerta dalle Poste Italiane.

Si farà

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La Fondazione si farà... Martedì, pare, se ne potrà sapere di più... Stay tuned!

La Fondazione

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Il grande medium sociale che le persone hanno creato cogliendo le opportunità offerte da internet sta maturando in importanza quantitativa e presenza nella quotidianità. Il suo destino è quello che costruiranno le persone che lo rendono vivo. Ma il tema della sua crescita qualitativa dipende anche dalla diversità delle piattaforme sulle quali si sviluppa. E la diversità implica che ce ne siano anche non profit, non tutte siano basate solo sulla pubblicità, alcune siano specificamente pensate per favorire la qualità dei contesti nei quali l'informazione si sviluppa. Tra poche ore sapremo se può nascere in Italia una Fondazione per l'informazione dei cittadini.

Infelicità dell'attesa

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Un articolo Elizabeth Kolbert sul Newyorker mostra i lati paradossali e importanti della ricerca sulla felicità che si va conducendo da anni. Le osservazioni sono spesso da digerire con calma. Ma l'arrivo di un nuovo rapportino dal Data Team di Facebook impone una riflessione urgente: la felicità connesa a un evento atteso è di solito maggiore della felicità percepita quando quell'evento effettivamente arriva a compiersi.

Quello che immaginiamo può essere più soddisfacente di quello che viviamo. Il futuro può essere visto come una fonte di felicità maggiore dell'esperienza presente. La prospettiva in questo senso diventa alimento dell'azione, alla ricerca della felicità.

La nostra consapevolezza sul modo in cui costruiamo la prospettiva è di fatto il binario che guida la vera soddisfazione che possiamo ottenere. La conoscenza del passato e la riflessione sulle conseguenze future di ciò che facciamo ora ne è la materia prima. Non per niente, la saggezza dice che la strada è più importante della meta e la capacità di vivere il presente è più importante dell'attesa dell'arrivo di ciò che pensiamo possa essere fonte di soddisfazione. Non per niente il flow - il percorso dell'espressione delle nostre capacità - è più connesso alla felicità dell'insieme dei risultati ottenuti. Specialmente, vivere intensamente l'azione consapevole è qualcosa di più vicino alla felicità di qualunque banale, faticoso, depressivo confronto con quanto ottenuto dagli altri.

Cina, Google

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Mentre prosegue la questione Google in Cina, la Unicom abbandona i telefonini con Android. Si attende un'analoga decisione da parte di China Mobile. (Digital Daily)

Intanto Godaddy lascia la Cina perché le autorità locali chiedono a chi registra un nuovo sito di fornire sempre nuove informazioni per controllare la rete, comprese tutti i dati identificativi personali. (Washingtonpost).

Il Congresso americano approva Google e disapprova Microsoft che invece continua a fornire il suo motore di ricerca in Cina, mantenendo la censura. (Cnn)

La Dell cerca nuovi paesi dove produrre in un ambiente più tranquillizzante di quello che si trova attualmente in Cina, dicono non a caso fonti di informazione indiane (Engadget)

Le aziende tecnologiche cinesi comprano aziende in Occidente e si espandono nel mondo dice Evgeny Morozov.

Pubblicità su iPad

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L'idea che sull'iPad ricominci una logica editoriale più simile a quella delle tradizionali riviste sta convincendo molti inserzionisti a comprare "pagine" di magazine per iPad che ancora non esistono. Mica male come effetto buzz... (Paidcontent)

Il New York Times osserva che tra i primi inserzionisti ci sono Unilever, Toyota, Korean Air e Fidelity. (NyTimes)

Il Wall Street Journal sull'iPad costerà 17.99 dollari al mese. Una copia di Esquire uscirà in aprile con una versione per iPad da 2.99 dollari. Men's Health uscirà a 4.99 dollari. (Engadget)

15 progetti di magazine su iPad

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Paidcontent raccoglie i video che mostranoi progetti di riviste per iPad che si possono trovare in giro. Alcuni sono già noti. In ogni caso sono qui sotto raccolti quasi tutti.

I progetti mostrano il tentativo di ricreare delle vere e proprie riviste. Da notare che le proporzioni con le mani non sono sempre realistiche: le dimensioni dell'iPad non sono poi così grandi...


















Mag+ from Bonnier on Vimeo.



Interactive wall

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by University of Tromsoe.

Geopolitica di Google

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Un pezzo uscito oggi sul Sole riguarda l'emergere di una nuova dimensione geoopolitica che si incarna su internet e che viene segnalata dal caso Google in Cina.

Se sbaglio mi corigerete

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Una segnalazione di Giovanni de Paola. Un'informazione sbagliata sul blog di Grillo. E la correzione che si fa attendere.

Metapiattaforma

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Pierluca Santoro fa notare i dati che dimostrano come le conversazioni online si sviluppino spesso su piattaforme diverse da quelle dalle quali sono partiti i messaggi che le hanno generate.

E' interessante perché dimostra che i vari blog, Twitter, Facebook, YouTube, Flickr ecc. non sono soltanto un aggregato di piattaforme in competizione ma, almeno dal punto di vista del pubblico attivo, sono un unico grande medium.

La metapiattaforma del pubblico attivo è il luogo astratto nel quale avvengono le conversazioni del pubblico attivo. I giornali ne sono coivolti per i loro singoli messaggi ma sono destinati a tentare di distinguersi. La mediasfera potrebbe essere il luogo nel quale si sviluppa la circolazione dell'informazione professionale e non professionale, nella quale vige l'infodiversità e tutti i generatori di senso si adoperano per connettersi pur coltivando la propria specificità identitaria e di servizio.

Da Forbes a TechCrunch

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Evelyn Rusli lascia l'old media Forbes, dove era anchor, per andare a scrivere per TechCrunch. Ma anche perché il blog diventato giornale di enorme successo lancerà tra poco anche la sua TechCrunch Tv...

Scarsità, abbondanza, equilibrio

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Clay Shirky (via gg) racconta in breve come il valore di mercato sia connesso alla scarsità e come un piccolo aumento della disponibilità del bene scarso generi valore mentre un aumento gigantesco della disponibilità che porta il bene scarso a diventare un bene abbondante trasforma la società e distrugge ogni equilibrio preesistente. E a quanto pare è successo all'informazione.

Ma che cosa succede a questa teoria se distinguiamo la qualità dell'informazione in base a diversi criteri che non dipendono dalla tecnologia di produzione, diffusione e fruizione? Tipo: comune livello di background culturale; condivisione del giudizio sulla rilevanza; metodologia di verifica e teorizzazione; qualità narrativa; disponibilità di tempo per l'accesso e la fruizione. La scarsità non scompare: si sposta. E le conseguenze di questo sono rilevanti. Si apre uno scenario di indagine di grande importanza, secondo me.

SmallReading #3 - GORILLA - Dazieri

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More about La bellezza è un malinteso Leggendo il nuovo libro di Sandrone Dazieri viene voglia di dirlo in giro, che lo si sta leggendo.

E' divertente, come al solito. E ti prende in giro con i suoi commenti tra parentesi ai fatti che succedono. E ti fa venire in mente che anche a te, come al suo protagonista, succede di «trasformare il lavoro in qualcosa di personale, che ti fa rischiare e stare male. Che ti fa perdere». E sai che tracciare la linea della professionalità, del distacco, del calcolo, significa coltivare la consapevolezza della ragione e l'energia dell'istinto. Eppure sai che si rischia comunque: restando da una parte della linea si rischia di fare una vita poco generosa verso se stessi e gli altri; superandola si rischia di farsi fregare per eccesso di generosità verso se stessi e gli altri... E non c'è modo di cavarsela: si sbaglia sempre. Ma ne vale la pena. Se la storia è bella.

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Precedenti
SmallReading 2 - Conner - scienza popolare
SmallReading 1 - Brokman - ottimismo
Il filo del BookBlogging - Gaggi e altri - giornalismo
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Una bella intervista. Ah c'è anche il booktraliler:


Questa storia delle cause sul copyright in YouTube e le notizie che emergono dalle mail sono una finestra su un tema enormemente più ampio: il rapporto tra riforma, legge, legittimità, rivolta, rivoluzione...

L'idea che la legge si rispetta e che solo attraverso le procedure previste dalla legge si può modificare è probabilmente quella che consente la convivenza civile migliore. Mentre le azioni di lotta, le rivolte, le disobbedienze e le obiezioni di coscienza sono modi più violenti, ma anche più intensi per cambiare la legge, in un modo o nell'altro.

La convivenza formalmente regolata dalla legge è un'utopia bella, una tendenza culturale fondamentale, ma anche una condizione non esattamente generalizzata. 

Ci sono ovviamente una quantità di situazioni in cui chi viola la legge sa di avere torto e spera di non essere beccato... Ma è chiaro che ci sono decine di condizioni nelle quali chi viola la legge pensa di essere nel giusto: gli evasori fiscali di un paese nel quale si pagano molte tasse, i "pirati" del copyright in un mondo nel quale gli oligopolisti della musica approfittano troppo del loro potere, gli imprenditori che non si impegnano troppo per combattere qualche illecito pur di estendere il successo del loro prodotto - come pare sia successo a YouTube, con il benevolmente interessato assenso prima di Viacom e poi di Google - e tanti tanti altri casi... (Quintarelli ha seguito con attenzione la vicenda e va letto).

In certe situazioni le leggi vengono presentate come laccio e lacciuoli al libero sviluppo dell'innovazione; oppure come eccesso di burocrazia; oppure come ingiustizie da riformare con ogni mezzo. Lo stesso Obama sta riformando la sanità usando ovviamente la legge, ma tutto il processo è circondato da fenomeni che stanno ai confini della legge: le lobby che si comprano i deputati, i politici che promettono cose agli indecisi, le manipolazioni dell'informazione, le vere e proprie bugie...

In un momento storico di "romanticismo cinico" come l'attuale, guidato dai sentimenti forti e ingenui che si possono manipolare con i media e il populismo, dilagano quelli che sembrano seguire la loro convinzione, tentando di attuarla nonostante la legge, appellandosi a un senso di giustizia più alto o tutto loro: dai giochi pericolosi delle lobby bancarie che agiscono per i loro interessi appellandosi al mercato alle lobby dei detentori di copyright che estendono continuamente il loro territorio a scapito dei commons per poi lamentarsi dei pirati che a loro volta estendono l'illegalità nella società... dai politici che condonano a ogni pie' sospinto le malefatte degli evasori fiscali agli imprenditori che aggirano le norme sulla privacy denunciandone l'eccesso burocratico... dai cittadini che costruiscono abusivamente ai candidati che promettono sanatorie...

Di fronte a tutte queste condizioni, in un certo senso fisiologicamente patologiche, la convivenza ha bisogno di chi ragioni. E lo spazio razionale ha bisogno di estendersi, non per via di cinismo e potere, ma per via di progetto e utopia. Il confronto è aperto. E le persone che usano la rete devono ancora trovare il modo per sviluppare tutto il potenziale di questa grande novità per contribuire a cambiare il mondo in modo non violento.

(Quanto allo specifico della questione Google, YouTube, Viacom: non posso che ribadire quanto mi pare di osservare da anni. Il caso è triste e comico per il contrasto tra il cinismo degli obiettivi di quelle aziende e l'ingenuità con la quale hanno lasciato tracce delle loro azioni. Ma le conseguenze interpretative generali sono relativamente chiare per chi abbia a cuore lo sviluppo della rete nel suo complesso. La pubblicità non potrà pagare tutto, ovviamente. Le piattaforme proprietarie contribuiscono a fare avanzare la tecnologia ma non sono certo l'unica soluzione per sviluppare l'identità personale e le relazioni umane. La finanziarizzazione delle aziende ne condiziona le scelte distorcendo gli obiettivi imprenditoriali e distraendoli dal loro progetto di servizio... Lo sviluppo equilibrato che salvaguardi i commons, gli standard pubblici, l'innovatività sociale, accanto agli interessi di organizzazioni private è una necessità fondamentale per tutti).

Evil is illegal

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Evil is illegal. Illegal is not evil. O almeno alcuni imprenditori la pensano così... (Proprio oggi che si discuteva a Bellaria dell'evasione fiscale...):

Un pezzo sul New York Times - tra gli altri - racconta delle scoperte avvenute nel processo Viacom v. Google sulla violazione di copyright di YouTube. Sono pubblicate le "intercettazioni" di email dalle quali si apprende che:
1. quelli di YouTube, all'inizio, non erano tutti molto contrari alla pubblicazione di materiale sotto copyright perché questo favoriva la crescita del sito
2. quelli di Viacom, quando volevano comprare YouTube non si arrabbiavano per niente del fatto che su YouTube ci fosse materiale sotto copyright
3. quelli di Google non si facevano troppi scrupoli per il fatto che avrebbero trovato su YouTube materiale sotto copyright
4. nessuno era troppo preoccupato del copyright e tutti erano molto interessati a una piattaforma che cresceva molto anche perché non si preoccupata molto del copyright
5. nessuno ha protestato per la pubblicazione delle "intercettazioni".

- Un riassunto di tutto su Sandoval. Il commento di Eff.

- Update: una fantastica discussione su ff a partire da un post di Quinta.

Hans Magnus Enzensberger sulla televisione

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C'è stata un'accesa polemica nel pubblico intorno a quanto Hans Magnus Enzensberger ha detto ieri sulla televisione

Enzensbergher è noto per le sue posizioni simpaticamente critiche in materia: ne parla come di uno strumento "buddhista", nel senso che pacifica e combatte le preoccupazioni... E questo proprio perché ha separato chi produce informazione da chi la riceve, in una relazione non più di cultura attiva ma di passivo consumismo di massa definito da pochi centri di produzione...

«La televisione è come un farmaco. La sera lo si prende e ci si sente meglio. Oppure è come una lavatrice... anche il cervello ha bisogno di essere ripulito ogni tanto. Non è detto che sia un male...». 

Certo che, per uno che legge anche i bugiardini dei farmaci, come appunto Enzensberger, sarebbe il caso di scrivere anche il bugiardino della televisione... Oppure il manuale della lavacervelli, con tanto di capitolo sul troubleshooting... 

Ma l'ironia conversatoria di Enzensberger non è piaciuta a una critica televisiva che era in sala. Che ha inveito contro le assurdità sostenute sul palco. Dicendo che gli autori televisivi conducono una grande opera di relazione con il pubblico. E che alcuni telefilm recenti hanno qualità narrative straordinarie. 

Il che è vero, probabilmente. Ma non è il punto. Il punto, secondo Enzensberger, è che il consumo e la produzione di televisione costruiscono una società fatta di relazioni diseguilibrate. Tanto che le persone non sono particolarmente - dice lui - orientate a credere alla televisione: «ci si gode la tv ma non si crede alla tv...». Una relazione più equilibrata è quella nella quale tutti, almeno un po', hanno una relazione attiva con le altre persone attraverso il medium... Per questo Enzensberger è tanto interessato a internet.

Hans Magnus Enzensberger sull'educazione

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Una serata a Pordenone con Hans Magnus Enzensberger, maestro di conversazione. Ascolta tutti come se volesse assorbire ogni parola e poi spara i suoi pensieri laterali. 

Sull'educazione ha un'intuizione. «Non è possibile che la scuola sia davvero decisa sa un ministero. Col risultato che è noiosa. Io farei un'educazione basata su contratti tra educatore ed educando... Tipo: prima regola, tu non mi annoi; seconda regola, io non annoio te; terza regola, se qualcuno si annoia ha il diritto di protestare...».

Non è solo divertente, come idea. Perché non è soltanto un sistema per far passare il tempo facilmente agli studenti e ai professori. È anche un contratto. E il contratto educa. Infatti, Enzelsberger va avanti suggerendo altri contratti, dimostrando dunque che è questo il concetto attorno al quale vorrebbe concentrare la riflessione educativa: «Altra regola: io devo difenderti, e tu devi difendere me... Come facciamo?». L'educazione alla consapevolezza della qualità della relazione, in vista di un obiettivo comune... come difendersi... Secondo me c'è un'intuizione forte, qui, anche se ovviamente in una battuta non poteva essere sviluppata.

Rai.it solo con Silverlight

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Un interessante dibattito è nato da un caso personale:

Perchè i cittadini italiani non possono vedere la rai.it pubblica senza installare il componente proprietario microsoft silverlight?

Andrea Paternostro, Stefano Bussolon, ganassa and marcella liked this

vero, ma è come i video che sfruttano Flash, che necessitano del plugin di casa Adobe - Luca Zappa @zaps

io ci ho rinunciato - paola caruso

http://acab(punto)servebeer(punto)com/tv-play... E buon divertimento. (almeno per vedere rai.tv) - Assimo

@lucazappa - infatti nemmeno flash andava bene. il punto è che esiste un contratto di servizio (sì, lo so, qui si sbeffeggia la costituzione, figuriamoci il contratto di servizio) che impegna la Rai a offrire la parte "in chiaro" dei propri contenuti sfruttando tutte le tecnologie che via via si rendono disponibili su standard aperti. nè adobe flash nè microsoft silverlight lo sono. VLC sarebbe stata una ottima scelta. - antonio pavolini

@Pavolini quale dovrebbero usare quindi, nel senso: ce ne sono di sufficientemente diffuse,ma open? - Marco Massarotto

La diffusione secondo me conta poco: vlc si scarica e via :) - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone

Beh non so cosa si direbbe se RAI rendesse necessario il download di un software per fruire dei programmi... - Marco Massarotto

HTML5 è la soluzione. - roldano

HTML5 sarà la soluzione tra un po', probabilmente. - Andrea Grassi
Roldano, Html5 POTREBBE essere una soluzione. Se finalmente decidessero che codec usare per il tag audio e il tag video... @Luca Zappa, articolo dell'anno scorso e con gli ultimi simpatici update del sito rai (iniziati praticamente a dicembre), non funziona nemmeno più. - Assimo

Marco, Anche adesso serve un download (silverlight)... La differenza è tra proprietario o open - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone

Html 5 ha un grosso problema, i browser...la maggior parte delle persone usa IE6 (nonostante il funerale), quindi oltre alla definizione del codice bisogna aspettare che una fascia sufficientemente ampia di persone utilizzi un browser adeguato (non sono mica tutti geek come noi ;) ) - Pierotaglia

io HTML5 lo vedo http://vimeo.com/10229038 tranquillamente su Chrome. Ora se la RAI e altri dicessero per vedere questo programma usa questo browser sarebbe fatta no? - roldano

@Assimo ... io lo uso ogni tanto per vedere Rainews24 e funziona http://mediapolis.rai.it/relinke... in effetti ho provato ora e gli altri non vanno - Luca Zappa @zaps

Beh diciamo che il download di Silverlight è un filo diverso da quello di VLC, ma appunto,
quello intendevo, non sarebbe una soluzione cmq. - Marco Massarotto

@Rolando Anche io lo vedo con Safari, ma noi siamo "avanti" ;) ci sono persone che usano ancora un AMD Athlon (bei tempi) - Pierotaglia

Pierotaglia si ma Vimeo non è un servizio pubblico e basterebbe mettere un link scarica qui no? E poi de che stiamo parlando? Ma quanti italiani vanno su rai.tv e quanti invece se ne stanno comodi in salotto con il TV acceso? - roldano

Io, per esempio. Che in camera mia il televisore non ce l'ho proprio... (ma anche quando sono in università torna molto utile) - Assimo

per rispettare il contratto di servizio basterebbe fornire lo stream in tutte le tecnologie più diffuse (tra cui non vi è Silverlight ma facciamo finta che lo sia) e non in una sola arbitraria... - ezekiel

Mi sembra che il quesito di Luca De Biase non sia posto in modo corretto: Silverlight è un componente proprietario come flash e tanti altri e francamente non ho mai visto polemiche così accese verso chi utilizza Flash o penalizza flash 8vedi apple). Vi invito a concentrarvi sul prodotto e sulla qualità dell'offerta di Rai.tv piuttosto che sul plug-in gratutito necessario per la visione dei contenuti. - gianluca stazio

Silverlight per noi rappresenta una soluzione di semplicità ed efficienza, non certo una "scelta di campo": partendo dalla tecnologia della nostra piattaforma di produzione, ci ha consentito di mettere a disposizione in tempi brevi una grande quantità di contenuti e di evolvere rapidamente verso nuove funzionalità di streaming. Scegliere altre piattaforme sarebbe stato possibile, ma valutando i pro e i contro abbiamo capito che i tempi si sarebbero allungati e i costi sarebbero lievitati; abbiamo preferito andare incontro alla più ampia fascia possibile di utenti subito, puntando sui contenuti, e quindi fornendo - posto che si può sempre migliorare :) - un'offerta ricca e completamente gratuita. - RaiTv

non per difendere nessuno o voler fare il sistemista a tutti i costi ma forse bisognerebbe avere un'idea (almeno un accenno...) della difficoltà/costi di mettere in piedi una piattaforma (con tutti i problemi di robustezza e sicurezza del caso) prima di fare discussioni sul sesso degli angeli. - Alessandro Nasini [ff]

@alessandro tu ne sai senza dubbio molto dell'implementazone e della complessità di una piattaforma del genere ma noi sappiamo che la Rai in base a quel contratto di servizio (quello che include anche i computer) raccoglie da tutti noi una cifra vicina ai 2 miliardi di euro ogni anno. forse lo spazietto per fare una buona piattaforma c'è. - ezekiel

I miei televisori sono sempre stati "proprietari". E francamente anche fossero "open" non mi azzarderei a metterci le mani. Ora la maggior parte di elettrodomestici usa viti che richiedono cacciaviti ad hoc, e questo ammetto sia un eccesso dannoso. Non mi è chiaro però a cosa serva il "open" se non nella misura in cui equivale a "free", il che poi non è neanche sempre vero. HTML5 non è un viewer, è un formato e come quasi sempre accade i migliori viewer (browser) saranno presumibilmente proprietari (anche se WebKit sta avendo una sempre più ampia diffusione, ma pur sempre all'interno di prodotti non open). Le amministrazioni pubbliche paiono puntare sempre più sull'open source che pare appunto a molti avere una qualche affinità, per me inspiegabile, con "gratuito" e con "pubblico". Io, da privato cittadino, preferisco tutto ciò che è proprietario e che con una modica spesa mi garantisce supporto, il tempo che perderei a spulciare codice open vale più di quanto spendo in software proprietario.
- Giovanni Sarbia

beh il contratto di servizio non parla di "open source", ma parla di standard definiti presso gli organismi competenti. non siamo ai livelli del contratto di servizio della BBC, che è persino più vincolante per la concessionaria pubblica, ma di questi tempi me lo terrei stretto. poi non credo proprio che avremo mai il televisore "white label" RAI...saranno sempre televisori proprietari, ci mancherebbe altro. Ma la mia interpretazione (del tutto soggettiva, ma da addetto ai lavori) è che, online, i contenuti debbano essere disponibili su piattaforme che "non scrivono regole per tutti gli altri", che non "definiscano l'ecosistema". E sia Silverlight che Flash hanno questa pretesa. (mentre un televisore Samsung piuttosto che LG, sull'etere, non hanno pretese di questo tipo) - antonio pavolini

Mo spiego un po' di cose banali e ovvie ad un po' di guru qui in giro :) Open non è un santo graal/feticcio da opporre a proprietario sempre e comunque. Partiamo dalle basi ovvie a) chi fabbrica qualcosa è sempre il proprietario di quello che fabbrica b) gli standard di comunicazione/linguaggio/ OS/ etc. più sono resi proprietari e più non funzionano per mere questioni di statistica e di interoperabilità e al contrario più sono open e diffusi (questo è essenziale) e meglio funzionano. Corollario non è detto che quelli più diffusi siano quelli migliori, ma qui ci addentriamo in teorie economiche. Per tornare al tema, la RAI è un servizio pubblico e quindi dovrebbe garantire la visibilità dei programmi a tutti, compresi quelli che non vogliono o non possono usare Silverlight. Nel passato alcuni privati ti davano la possibilità di scegliere tra Windows Media Player, Real Player e Quick Time ed erano privati eh. - roldano

@roldano AFAIK quelli più diffusi non sono open (basti vedere il caso dei sistemi operativi, abbastanza lampante) e qualunque azienda software che si rispetti adotta standards nei loro software proprietari proprio per garantire maggiore diffusione. @antonio Flash supporta H.264 che, non a caso, è usato da YouTube in modo da fornire video anche per iPhone - Giovanni Sarbia

@giovanni dove sta scritto in "più sono open e diffusi (questo è essenziale) e meglio funzionano. Corollario non è detto che quelli più diffusi siano quelli migliori, ma qui ci addentriamo in teorie economiche." che quelli open sono i più diffusi? :) Il tasso di diffusione non è legato al fatto che siano open o meno. Infatti, parlando di browser Explorer fa cacare, ma è il più diffuso e pure Symbian, OS Mobile, più diffuso, fa schifo. Io ho solo detto che Open è tendenzialmente meglio se molto diffuso, tutto qui. Poi se pensiamo acne solo ai carica batterie dei telefoni che ce ne sono millemila per ogni produttore la tua affermazione "qualunque azienda software che si rispetti adotta standards nei loro software proprietari proprio per garantire maggiore diffusione" è quanto meno dubbia e se parliamo di software la storia di UNix ti dice subito che disastro è la roba "io m faccio il mio standard" e Android rischia lo stesso perché ogni produttore si vuole fare la cosetta inutile sua. - roldano


E perché anche se lo installano il programma non parte?

Paola Bonomo liked this

De Biase non faccia cosi', spinga i bottoni giusti che Silverlight funzia anche su mac - massimo mantellini

pensa che a me aveva smesso di funzionare IE8 su winzoz! poi ho usato la soluzione dell'informatico (spegni e riaccendi) e il mefitico IE8 è resuscitato! gioie e dolori dell'informatica :) - czap

poi bisognerebbe chiedersi: con tutte le cose che ci sono da fare se uno ha una connessione a Internet, proprio per guardare la Rai deve usarla? - Paola Bonomo

@paola per vedere una trasmissione di ieri.. @mante non funziona col mio antico powerpc: ci vuole intel.. sarà per quando cambio mac.. - You from iPhone (edit | delete)

si infatti non funziona per il power e ci ho bestemmiato un ora prima di accorgermene, sempre perché i proogrammi di Bill sono fatti bene... una qualsiasi app. free ti direbbe già durante l'installazione che nn si può fare! - Mark Tamagnini

E su Twitter:

Gianna C Giagina
  1. @lucadebiase quell'odiosa frase del flash "la ragione è a tutti comune la volontà no" ? -
  2. Davide Schenetti dsot RT @lucadebiase: perchè gli italiani all'estero non possono vedere la diretta dello streaming rai.it anche avendo installato silver light?
  3. michelepasutto michelepasutto @lucadebiase ciao prova moonlight versione open io uso ubuntu ma credo c sia per mac
  4. Roldano De Persio RoldanoDePersio @lucadebiase microsoft silver light? La soluzione sarebbe HTML5 perché non fate un pezzo su Nova?
  5. sara bragonzi sarabrag @lucadebiase server in ufficio mi impedisce di installare programma x vedere rai.it e mi servirebbe x lavoro
  6. Nicolò Casagrande nicocasa @lucadebiase Per altro per via di questa mancanza non sono riuscito a fare una segnalazione a "Chi l'ha Visto".
  7. Marco Massarotto marcomassarotto @anywhere la risposta di Twitter a Facebook Connect? [via @lucadebiase]
  8. Luca Zappa zaps @lucadebiase vero, ma è come i video che sfruttano Flash, che necessitano del plugin di casa Adobe
  9. Emanuele ∞ Vulcano millenomi @lucadebiase Tecnico? Intendevo dire di policy.
  10. Emanuele ∞ Vulcano millenomi @lucadebiase Il motivo è meramente tecnico: Silverlight ha uno strato pesante di protezione da copia (DRM).
  11. Daniele Dal Sasso bongfactory @lucadebiase @nicocasa c'è un workaround http://bit.ly/aKZqYO però tutto ciò fa veramente poco "servizio pubblico"
  12. Luca De Biase lucadebiase RT @nicocasa: @lucadebiase Per altro un utente Mac con processore Power PC non può visualizzare i contenuti offerti. (ah: è il mio caso...)
  13. Nicolò Casagrande nicocasa @lucadebiase Per altro un utente Mac con processore Power PC non può visualizzare i contenuti offerti.
Intanto, segnala Paola, arrivano i siti senza Flash.

E poi qui si continua: Rai.it solo con Silverlight - http://blog.debiase.com/2010...

E secondo te è un bene o un male? A me non dispiace se non altro ora il mio Mac non scalda una cifra come quando vedo i filmati in flash - SanfredianinoDoc

Come vedi dai commenti ai post precedenti la questione è giustamente controversa: pubblico dovrebbe significare non legato a una sola azienda privata... e deve significare anche visibile facilmente a tutti... il pragmatismo è meglio dell'integralismo... forse dovrebbero semplicemente offrire la possibilità di vedere quello che vogliono far vedere in tutti i modi che il pubblico preferisce.. ma di sicuro non è molto giusto che si possa vedere solo con silverlight, secondo me...

In linea di principio concordo con te, a mio modesto parere però non bisogna sottovalutare anche una questione legata ai costi di implementazione e manutenzione di un sistema che possa permettere la fruizione di contenuti video multistandard. Già il fatto che la biblioteca RAI sia visibile ormai con qualunque tipo di sistema operativo e browser è un bel passo avanti secondo me, mi pare che fino a qualche anno fa questo non era possibile se non ricordo male i video si potevano vedere solo con Winzoz media player....... - SanfredianinoDoc

@sanfred purtroppo non si può vedere con tutti i computer e S.O. perchè le ultime versioni di silverlight (dopo la 1) hanno tagliato fuori vecchi S.O. e piattaforme e su Rai.tv c'era uno script che ti impediva di vedere se non aggiornavi a SL2. Per questo gli utenti si sono organizzati e hanno tirato fuori con un hack i link originali agli stream Rai per vederli su VLC (che implica anche aulteriori vantaggi) - ezekiel

senza contare che su linux non si vede più nemmeno con moonlight...bella merda che hanno fatto - Alex "M0rF3uS"

@sandredianinodoc - esiste il canone rai per pagare i costi di implementazione :) di sicuro non sono i soldo che mancano - Alex "M0rF3uS"

il problema è coniugare la richiesta di sicurezza da parte dei detentori dei diritti (che impongono che i contenuti siano fruibili solo in un determinato spazio web, altrimenti niente contenuti) e le richieste degli utenti. - Pierotaglia

si ma una televisione pubblica, la quale ti costringe anche a pagare una tassa, deve dare la possibilità di fruire dei servizi in maniera eguale a TUTTI gli utenti, altrimenti se cosi vogliono fare che cerchino di fare pagare agli utenti linux un canone molto più basso rispetto agli utenti windows, dato che i primi non possono usufruire di tutti i loro servizi (pubblici ricordiamolo) - Alex "M0rF3uS"

@piero questa in effetti è la questione storica a cui di solito viene risposto che la Rai è pubblica, crea contenuti con denaro pubblico e con il canone quindi i suoi contenuti appartengono già ai cittadini, se non altro perchè li hanno già pagati, e quindi devono essere liberamente fruibili. E questo in effetti era lo scopo storico di Rai Teche (che però non so adesso a che punto si trovi...) - ezekiel

@Alex "M0rF3us se parliamo d'investimenti ho visto i numeri durante il #Convergiamo: il budget di RaiTv è di circa tre milioni di euro, quello della BBC si aggira sui 140£, giusto per farci un idea : ) - Pierotaglia

ma i confronti non servono a nulla, la bbc si sa che è più ricca della rai :D il punto della questione è un altro, vuoi che tutti gli italiani ti paghino il canone? allora ti devi impegnare per far si che tutti gli italiani vedano le tue reti allo stesso modo, come fai non mi interessa, ma lo devi fare :D se no come fai discriminazione sugli utenti per i servizi lo devi fare anche per i pagamenti - Alex "M0rF3uS"

certo non si può dare mica la colpa a Rai.tv, 3 mln di budget per occuparsi di un colosso come la Rai (fatturato intorno ai 4 miliardi) è nulla, al massimo puoi sperare di farci un po' di comunicazione... - ezekiel

Su Buzz:

Davide Schenetti - Sull'argomento segnalo anche l'articolo di PI e soprattutto la discussione nei commenti:
http://punto-informatico.it/2826093/PI/News/altro-che-bbc-qui-mamma-rai.aspx
11:47 amDeleteUndo deleteReport spamNot spam
Davide Schenetti - Mi ha interessato la storia del contratto di servizio e sono andato a controllare. Ho scoperto:
1 - Il contratto di servizio RAI è scaduto e non ancora rinnovato. Forse con un po' di pressione si può ottenere qualcosa per il nuovo contratto?
2 - L'articolo 6 del vecchio contratto (http://www.comunicazioni.it/binary/min_comunicazioni/televisione_rai/contratto_servizio_5_aprile_2007.pdf) recita:
2.1 - [la RAI si impegna a] rendere disponibili, compatibilmente con il rispetto dei diritti dei terzi ed escludendo ogni sfruttamento a fini commerciali da parte di terzi, i contenuti radiotelevisivi trasmessi nell'ambito dell'offerta televisiva e radiofonica di cui all'articolo 4, comma 1, e all'articolo 5 direttamente dal portale Rai.it agli utenti che si collegano attraverso internet dal territorio nazionale e risultano in regola con il pagamento del canone di abbonamento Rai, nel rispetto del principio di neutralità tecnologica;
2.2 - analizzare lo sviluppo di interfacce tecnologiche che consentano la diffusione dei contenuti sui principali dispositivi di fruizione audiovisiva di tempo in tempo disponibili sul mercato;
2.3 - rendere accessibili i propri contenuti audiovisivi on line nei formati tecnologici e di fruizione più diffusi nel Paese

Poco oltre compare l'articolo 26

Articolo 26
Neutralità tecnologica
1. La Rai si impegna a realizzare la cessione gratuita, e senza costi aggiuntivi per l'utente, della propria programmazione di servizio pubblico sulle diverse piattaforme distributive, compatibilmente con i diritti dei terzi e fatti salvi gli specifici accordi commerciali.

Fatti salvi gli specifici accordi commerciali potrebbe voler dire, a quanto ho capito, che nel caso specifico esiste un contratto tra RAI e Microsoft che ha la priorità sulla neutralità tecnologica.
12:07 pmDeleteUndo deleteReport spam

Hans Magnus Enzensberger, a Pordenone

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Oggi a Pordenone, per Dedica, un incontro con Hans Magnus Enzensberger. Un poeta e saggista di capacità empatiche straordinarie, un querdenker, un visionario tagliente e mai prono al pensiero dominante.

Nei suoi Constituents of a theory of the media (un estratto) ha intravisto fin dal 1970 alcune dinamiche che oggi sembriamo aver riscoperto: i media tradizionali che separano la produzione e la fruizione delle informazioni sono perfettamente coerenti con la logica della produzione e del consumo di massa tipica dell'industrializzazione ma certamente non soddisfano in pieno le esigenze dello sviluppo umano. Ma diventano capaci di costruire intorno all'immaginazione delle persone un mondo nel quale finiscono per sentirsi immersi. Anche perché hanno la tendenza ad attivare una dinamica di convergenza tra tutti i possibili media in un unico grande calderone mediatico. 

Nei suoi interventi recenti, Enzensberger dimostra una visione coerente con le sue intuizioni del 1970 quando vede nella rete una vera e propria forma di riequilibrio mediatico che ridà alla società un ruolo di produttore di messaggi che l'epoca della televisione aveva sostanzialmente negato affidando all'audience tutt'al più il potere di cambiare canale.

Ma ovviamente tutto questo è un argomento molto complesso e fecondo di punti di vista. Oggi a Pordenone si parlerà proprio di questo. Intanto, si può dare un'occhiata a questa intervista di Gianni Riotta nella quale, poco più di un anno fa, tra l'altro, si accenna alla sua teoria dei media di Enzelsberger:



SmallReading - SCIENZA POPOLARE - Conner

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More about Storia popolare della scienza Clifford Conner scrive una Storia popolare della scienza per restituire il merito dell'avanzamento della conoscenza scientifica al popolo. È convinto che i grandi e famosi scienziati che hanno fama di aver compiuto le più importanti scoperte debbano molto, moltissimo, alla ricerca silenziosa e nascosta di milioni di persone, artigiani e contadini, cacciatori e raccoglitori, pescatori e costruttori edili, che hanno compiuto un'opera certosina di sperimentazione ed elaborazione di conoscenze le cui conseguenze sono di fatto il fondamento sul quale si sono poi sviluppate le ricerche scientifiche "ufficiali".

Le conseguenze di questa impostazione sono affascinanti. Come sempre quando ci si pongono domande sul ruolo dell'individuo e il ruolo della società nel determinare il percorso della storia (l'ultimo, indelebile, capitolo di Guerra e pace...). Un labirinto nel quale è sempre intellettualmente piacevole perdersi (per un po', soprattutto quando occorre curare le opinioni troppo deterministiche).

Uno dei lati più problematici dell'impostazione di Clifford è il complesso delle relazioni tra la cultura di pubblico dominio, la libera circolazione del sapere, le dinamiche sociali, la scienza e la tecnologia. Clifford la vede da un punto di vista piuttosto particolare: gli artigiani, autori della maggior parte delle scoperte tecnologiche fondamentali, tenevano segreto il loro sapere. La divulgazione delle loro conoscenze è stata effettuata da persone appartenenti a ceti superiori, legati al processo di industrializzazione: e di fatto è stata coerente con la strategia di proletarizzazione degli artigiani. I divulgatori e coloro che condividevano le conoscenze si atteggiavano ad amanti dell'umanità, dice Clifford: «La loro liberalità corrispondeva, però, all'ipocrisia dell'economia liberista: i paesi che sono i più convinti fautori del libero mercato sono inevitabilmente quelli che hanno più strumenti per dominarlo». 

È una conclusione parziale, che non fa onore all'impostazione ben più strategica dell'insieme del libro. Ma che conduce a sottolineare un aspetto importante della relazione tra conoscenza e sviluppo economico. Non è infatti vero che esista un solo tipo di trattamento della proprietà intellettuale migliore in ogni epoca e in ogni contesto storico. Non c'è dubbio che l'impostazione scientifica orientata a condividere i risultati della ricerca abbia condotto a importanti avanzamenti della conoscenza. Del resto non c'è dubbio che l'industrializzazione abbia migliorato le condizioni materiali delle popolazioni che l'hanno vissuta. E i privilegi delle corporazioni artigiane hanno effettivamente avuto un ruolo di equilibrio sociale e di sviluppo economico ma hanno anche dimostrato i loro difetti quando si trattava di fare dei salti di produzione di fronte a grandi allargamenti degli orizzonti geoecconomici che richiedevano forti economie di scala. Lo stesso sistema dei brevetti ha dimostrato di funzionare in alcuni contesti come incentivo all'innovazione e di diventare invece un freno in altri contesti.

Si può invece trarre spunto dal libro di Clifford per sottolineare come la conoscenza tecnologica e scientifica avvenga molto più in base a dinamiche sociali ed economiche profonde di quanto non possa mostrare una storia concentrata sui grandi personaggi famosi. Certamente, si può vedere un parallelo tra lo scambio di informazioni che si sviluppa sui media sociali e un possibile avanzamento del'intelligenza collettiva. Così come si può vedere che la conoscenza di dominio pubblico è di fatto il grande humus dell'avanzamento delle conoscenze di una società. Inoltre fa pensare che la proprietà intellettuale sia un valore da pensare non solo in funzione di uno sfruttamento individuale ma anche dal punto di vista sociale: i commons, i brevetti, il segreto industriale sono altrettante soluzioni istituzionalmente valide per il trattamento della conoscenza; nessuna deve prevalere sull'altra in modo integralista, per non chiudere la strada all'innovazione.

(Precedente SmallReading. Sul filo del BookBlogging...)

Ma va?!?

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eMarketer riporta che c'è una correlazione positiva tra l'essere fan di un marchio su un social network e comprare prodotti di quel marchio... Non è una grande scoperta. Per la verità è un po' ovvia. Ma è un dato: e il marketing ha bisogno di dati...

Nexus non vende

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Dopo 74 giorni dal lancio era stato venduto un milione di iPhone. E più di un milione di Droid, Motorola. Ma il Nexus, dopo 74 giorni dal lancio, non ha venduto che 135mila pezzi. Il mercato non ha reagito con passione al telefonino di Google... (Silicon Alley Insider)

SmallReading - OTTIMISMO - Brockman

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More about 153 ragioni per essere ottimistiIl potere individuale o di un ceto o di una casta è una faccenda molto indagata e temuta. Ma il potere dell'umanità?

John Brockman e la squadra di intellettuali della Terza cultura producono filosofia empirica, concretamente ancorata ai percorsi di ricerca scientifica e tecnologica che conducono quotidianamente.

E a sentire loro, il potere dell'umanità è qualcosa di molto più chiaro del potere politico. È semplicemente definito dal limite del possibile. Ed è chiaro che il potere dell'umanità è aumentato enormemente, perché l'evoluzione culturale dell'umanità ha spostato il limite del possibile oltre ogni immaginazione. C'è chi se ne spaventa. Ma la Terza cultura ne tira fuori una conclusione inattesa: l'ottimismo è al di qua del limite del possibile.

Daniel C. Dennett, introducendo il volume, si chiede come sia credibile tutto questo in un mondo che rischia di finire distrutto dal potere dell'umanità. E la sua risposta è vagamente antropologica. Gli autori della Terza cultura sono ottimisti perché vivono bene, perché dedicano la loro vita alla ricerca su temi appassionanti, perché generano scoperte straordinarie, perché affrontano i grandi problemi e trovano soluzioni. E ne tira fuori una conseguenza che forse è soltanto narrativa ma non è certo priva di una suggestione: «La conoscenza è probabilmente la soluzione. Via via che la rendiamo sempre più accessibile, sempre più persone troveranno il modo, il tempo e l'energia per costruirsi un'esistenza ricca di significato, che risponde ai loro ben informati sistemi di valori. Sarà un mondo in tumulto, ma un mondo migliore».

Olivetti torna ai pc

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I nuovi notebook e netbook dell'Olivetti, fabbricati dalla Gigabyte come ha spiegato Nòva nel numero scorso (video), sono speciali per design e servizi di sicurezza e cloud, ma vorrebbero essere il preludio di uno scatto innovativo dell'azienda del gruppo Telecom Italia.

Ieri, l'amministratore delegato Patrizia Grieco ha sottolineato l'opportunità offerta dai nuovi pc per un'azienda e un gruppo che cercano di accelerare l'innovazione e aumentare la capacità di generare valore aggiunto. E ha puntato molto sulle possibilità di sviluppare anche per Olivetti un sistema di apps, tagliate però non per il consumatore ma per l'impresa, piccola in particolare.

Perché un ecosistema di apps parta occorre che il parco installato sia significativo. E perché il parco installato sia significativo occorre che ci siano delle apps attraenti. Che cosa potrebbe avviare il circolo virtuoso?

Si deve pensare ai punti di credibilità dell'iniziativa:
- i pc sono buoni e il prezzo conveniente
- i servizi sono basati su datacenter significativi (quelli della Telecom Italia sono buoni candidati a esserlo)
- il marchio è sempre attraente
- la rete di dealer e collaboratori è ancora viva e si può riattivare
- la conoscenza delle piccole imprese, nel gruppo che propone questa nuova offerta, è profonda.

I punti di debolezza sono concentrati sulla estrema competitività del settore e sulla difficoltà di trovare un equilibrio tra gli standard tecnologici che sono stati scelti per produrre l'offerta e le peculiarità tecniche che quell'offerta dovrebbe portare con sé. Inoltre, non è detto che la Telecom Italia riesca a puntare con decisione e concentrazione di sforzi su questa nuova avventura, che peraltro potrebbe effettivamente rivelarsi importante. Il valore aggiunto della vecchia telefonia è in ribasso e il nuovo valore aggiunto si può trovare proprio nell'innovazione tecnologica, preludio di innovazione nei servizi. Ma occorre focalizzazione e strategia forte, in un settore nel quale nessuno se ne sta tranquillo a guardare...

Pew: no news sui modelli di business per news

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Pew fa conoscere la sua ricerca sullo stato dell'arte nell'economia delle notizie giornalistiche. I dati sono superinteressanti. La ricerca di nuovi modelli di business appare ormai avviata e, un po', avvitata. La pubblicità resta la soluzione preferita ma non basta. Le altre soluzioni restano sperimentali. Non si sono ancora grandi movimenti sul fronte dei notiziari a pagamento online. (Pew)

A Steve Ballmer non far sapere...

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Se c'è una cosa che non sopporta, Steve Ballmer, è vedere uno dei suoi dipendenti con in mano un iPhone. Se uno dei suoi dipendenti lo fotografa con un iPhone, poi, va fuori dei gangheri... (Wsj)

Apps: iPhone > Facebook

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L'iPhone come piattaforma di utilizzo e accesso ad applicazioni è più grande di Facebook. E questo nonostante che Facebook abbia 400 milioni di utenti e iPhone no. Deve essere un riflesso della straordinaria differenza di approccio che c'è tra chi è davanti a un computer e chi ha in mano un cellulare. (Gigaom)

Economia della santità

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Anche la santità - per come è definita dalla Chiesta Cattolica - si può studiare con approccio "scientifico", o per lo meno, con uno spirito laico, da scienziati sociali. Del resto, queste cose, divertono molto gli anglosassoni. (Ne sorride appunto anche Marginal Revolution).

Economics of Sainthood è una prima investigazione condotta da Robert J. Barro e Rachel M. McCleary di Harvard, con Alexander McQuoid di Columbia.

Ecco come gli autori introducono il loro paper

Saint-making has been a major activity of the Catholic Church for centuries. The pace of sanctifications has picked up noticeably in the last several decades under the last two popes, John Paul II and Benedict XVI. Our goal is to apply social-science reasoning to understand the Church's choices on numbers and characteristics of saints, gauged by location and socio-economic attributes of the persons designated as blessed. 

(Si leggono tra l'altro diversi aspetti della storia del processo di canonizzazione. Per esempio si trova che la canonizzazione è sottoposta ufficialmente all'autorità esclusiva del Papa solo nel 1234. In precedenza era stata un'attività piuttosto decentrata: se ne occupavano direttamente i stessi vescovi. Il processo di accentramento avviene a partire dalla fine del primo millennio. Ma continua a tener conto delle esigenze e delle informazioni che arrivano dall'organizzazione decentrata della Chiesa). 

Gli ultimi due Papi hanno aumentato molto, dicono gli autori, lo stock di beati e santi. L'ipotesi che gli autori propongono per spiegare questo fenomeno è la competizione della chiesa cristiana evangelica.

Rinnovamento Digg

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Digg si rinnova, si apprende a SXSWi. Se ne può sbriciare un'anteprima. E si sa che ci sarà un benaccetto miglioramento nel sistema di pubblicazione: si farà in un solo click. Di certo, Digg doveva darsi una mossa di fronte al crescente successo di servizi che non fanno la stessa cosa ma coprono in parte lo stesso spazio come Twitter. (Mashable)

Intanto, Instapaper aggiunge una feature: si possono bookmarcare le pagine (per esempio articoli di giornale) da leggere senza in seguito anche via mail. (Steve Rubel)

Talvolta il cambiamento non è divertente

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Uno dei tagli più frequenti nei giornali americani in crisi è il taglio delle strisce a fumetti. I comics sono di solito "syndicati" e compaiono su molti giornali nello stesso giorno. Ma ugualmente sono un costo significativo per le singole testate. The Star-Ledger of Newark, N.J. ha detto ai lettori che riducendo la sezione dei comics potranno risparmiare 300mila dollari all'anno. I disegnatori di B.C. dicono che negli ultimi tempi il numero di giornali che non rinunciano alla loro striscia è diminuito del 5% all'anno. (ABCnews)

Progresso e caos

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La missione Apollo, quella che portò negli anni Sessanta gli astronauti sulla Luna, è costata al valore attuale 140 miliardi di dollari.

Enorme. (Lo raccontava la guida del Museo della Scienza di Milano).

Allora si spendevano per il progresso tecnologico. E per la gara con i sovietici. Oggi si spendono per la guerra in Iraq e per salvare le banche iperspeculative, lobbistiche, americane.

Allora si spendevano in vista di una prospettiva. Oggi si spendono per tenere sotto controllo il caos.

L'autoritarismo contrattacca

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Internet non è più da tempo il territorio libero dei dissidenti nei paesi autoritari. E' anche un luogo di repressione e di contrattacco comunicazionale. Ne parla Reporters sans Frontières in un articolo allarmato per i recenti sviluppi di questa tendenza.

Come dice sempre Evgeny Morozov, i dissidenti non vincono solo sulla base della tecnologia internettiana. Perché quella può essere usata anche contro di loro. Vincono se non sono lasciati isolati. E se sono aiutati a difendersi e a difendere la libertà di espressione.

Non si può essere ambigui su queste questioni. E qualcosa si può fare con senso pratico e spirito non violento (su Nòva qualche spunto; un contributo di Alessandro Lanni).


Larry Lessig ha portato a Montecitorio la cultura remix. Il bello della rete nella sua pienezza. 

Poi, nell'incontro di ieri intitolato internet è libertà, ha voluto insistere sul fatto che esistono fenomeni positivi e fenomeni negativi nella rete. E che ogni "opposto estremismo" va superato. I punti che ha lanciato sono discutibili ma interessanti: vanno salvaguardati insieme il copyright e il diritto a costruire creazioni sulla cultura pubblica sedimentata in una società; vanno salvaguardati insieme il giornalismo dei cittadini e il giornalismo professionale d'inchiesta; va salvaguardata la tensione alla trasparenza nella politica e la possibilità di credere nella democrazia. Si può discutere su ciascun fatto che Lessig ha portato a sostegno delle sue tesi. Ma diciamo che è positivo passare da una contrapposizione radicale e sanguinosa a una discussione costruttiva che trovi il modo di valorizzare tutti i legittimi diritti in gioco.

Difficile non temere che il dialogo aperto da chi vuole l'innovazione non sia una finestra aperta alla durezza di chi vuole la conservazione. Ma è pur vero che prima o poi si dovranno trovare soluzioni che superino la fase rivoltosa e entrino in una fase costruttiva. Lessig crede che sia il momento di passare alla fase costruttiva perché ritiene che i fatti dimostrino che la rete non si ferma e non si può fermare, che i giovani sono ormai in un'altra epoca storica, e che gli adulti possono solo scegliere se essere i dinosauri che combattono la loro ultima battaglia prima dell'estinzione o se aiutare alla costruzione del nuovo mondo.

Di certo, nell'incontro di ieri, il contrasto più grande e sorprendente è stato quello che si è notato nella differenza sostanziale tra l'impostazione aperta e visionaria di Gianfranco Fini e le posizioni minimaliste e conservatrici di Paolo Romani.

Il panel era decisamente favorevole all'idea che internet è libertà. Il pubblico con ogni evidenza lo era ancora di più. Fini ha fatto un'ottima figura, ma non ha contraddetto punto per punto le posizioni di Romani (anche perché quando il viceministro ha parlato era andato via). Sicché non si è sentito nulla intorno alla speranza che alla Camera un decreto che blocchi lo sviluppo libero della rete sarà discusso con attenzione critica, non ha detto che si farà di tutto per sbloccare i fondi per la banda larga, non ha detto che internet va considerata una priorità dello sviluppo del paese e non una spesa da fare quando sarà passata la crisi.

Romani era con ogni evidenza sulla difensiva. Il suo decreto di "attuazione" vagamente creativa della direttiva europea, anche dopo le spiegazioni fornite ieri, resta di un'ambiguità sconcertante nei confronti di chi voglia far partire un'iniziativa aziendale che si basi sulla produzione di video da distribuire online; su YouTube in particolare non sembra ancora chiaro (ha detto che la direttiva si occupa di video on demand e near video on demand, alludendo al fatto che potrebbe assomigliare a YouTube anche se di fatto non ci assomiglia per niente). Quello che è chiaro è che il decreto non si occupa dei privati senza scopo di profitto (dunque si può fare una televisione online non profit?). Vedremo il testo definitivo: per ora i dubbi superano le certezze e il sistema è frenato (il che non è certo coerente con l'affermazione di principio secondo la quale internet è libertà). Sui fondi alla banda larga l'ambiguità è massima (ne parla anche Alessandro). Si capisce solo che non sono considerati una misura di sviluppo ma una spesa da fare quando si potrà.

Internet è libertà. Ma la libertà non è solo una questione di principio.

Internet è libertà

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Ieri, al Politecnico di Milano, una lezione sulla Next economy: green, social, network...

Gli studenti chiedono: internet è da Nobel per la pace? e poi: internet è il medium della felicità? e qualche settimana fa, il Sole 24 Ore si chiedeva: internet è il mezzo della verità?

Sappiamo purtroppo che nessuna tecnologia può essere pace, felicità, verità. E sappiamo che siamo noi che la usiamo a interpretarla, sulla base della nostra cultura, della nostra consapevolezza, della nostra storia. Ma è anche chiaro che internet, in particolare, è una tecnologia profondamente densa di umanità: il suo senso e il suo impatto dipendono dalle persone che si esprimono, si riconoscono, si connettono... 

L'internet che conosciamo è soprattutto un recupero della dimensione relazionale delle persone, un grande valore spesso compresso dai media tradizionali. E se è anche popolata di odio, manipolazione, superficialità, è pur sempre un'occasione per l'approfondimento, la conversazione pacifica, l'informazione alternativa e indipendente. Oggi, dopo tanto tempo, sappiamo che rispecchia soprattutto la capacità di una società di sviluppare una sua dinamica culturale. Può schiacciare sull'iperpresente dello scambio immediato di curiosità, ma può anche aprire la strada a meravigliose forme di accesso a saperi conclucati dai vecchi media. Sta a noi cogliere l'occasione. 

Verità, felicità, pace sono valori da conquistare giorno per giorno, su qualunque medium e in qualunque contesto. 

Ma se c'è un valore che internet incarna in modo particolarmente preciso, responsabilizzante, attivo, beh quel valore è la libertà. 

Nòva ne parla oggi, con David Weinberger, Ethan Zuckerman, Lawrence Lessig, Juan Carlos De Martin...

Nòva ha voluto portare un contributo alla giornata: perché oggi a Montecitorio c'è un convegno straordinario, il cui titolo ispirato e ispirante è, appunto, Internet è libertà.

YouCapital...

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Leggo da LSDI che è partita una piattaforma tipo spot.us in Italia (crowdfunding journalism). Si chiama YouCapital. Ne hanno parlato anche: Pennedigitali, Antonella Beccaria, Assodigitale, Senzamegafono, Cristiano Lucchi.

I promotori sono Luca Longo, web director di The Populi, e Antonio Rossano fondatore di Yurait Social Blog.

Articoli collegati su LSDI:
  1. Parte ProPublica, giornalismo investigativo finanziato da una Fondazione
  2. Due nuovi progetti di giornalismo finanziato dai cittadini
  3. Giornalismo finanziato dai lettori: nuovi esperimenti in Francia e in Italia

Start up!

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Ecco il wiki delle start up italiane. Un buon inizio, Nicola. Grazie!
Jonathan Schwartz scrive un pezzo interessantissimo e divertente sulle controversie sui brevetti delle quali è stato testimone alla Sun. Racconta di quando Steve Jobs è andato a minacciarlo di una causa per un'interfaccia della Sun che riteneva fosse copiata dallo stile Apple. E ha ricevuto come risposta una velata minaccia opposta sui brevetti Sun contenuti nel sistema operativo Apple. Racconta di quando Bill Gates e Steve Ballmer sono andati a minacciarlo per i brevetti Office contenuti in OpenOffice e hanno ricevuto come risposta una velata minaccia opposta sui brevetti Sun contenuti in .Net.

I brevetti nel software funzionano per le grandi aziende come attacco e difesa. Ma non aiutano molto i piccoli innovatori veri.

Se ne era parlato pochi giorni fa.

Ed erano arrivati due contributi:

Un caso innovativo, tutto italiano, è la GUNA. Società leader nei farmaci omeopatici. Ha scelto un modello di ricerca e sviluppo "No Patent - open source". Ha cioè eliminato tutte le procedure di protezione brevettuale di prodotti e processi industriali, mettendo a disposizione del mercato le proprie ricerche "copyleft" (circolazione gratuita e senza necessità di preventiva autorizzazione, purché con citazione della fonte).

Come cita la lettera del Presidente di GUNA "...Noi interpretiamo la logica brevettuale come una pesante zavorra, che blocca il naturale impulso dinamico allo sviluppo delle nuove conoscenze. Il terzo millennio ci pone dinnanzi nuove ambiziose sfide: sarà possibile sperare di vincerle solo basando la propria attività su valori differenti, primo tra tutti la condivisione del sapere a tutti i livelli."

http://www.guna.it/news.php?id=124

Ciao,

il prossimo Minisymposium organizzato dalla EMBL-EBI Science and society verterà su questo.

Si terrà a Cambridge il 19th Marzo, ma sarà anche possibile seguirlo in streaming qui:
http://www.ebi.ac.uk/Information/events/whoownsscience/index.html


Riflessioni su iPad e giornali

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Martin Langeveld offre una serie di riflessioni sull'impatto dell'iPad nell'industria editoriale. Un riassunto è qui, ma il post originale vale il tempo che richiede. Più sotto in questo box le osservazioni dell'Electronic Frontiers Foundation sul contratto che lega i produttori di apps (compresi quelli che fanno applicazioni giornalistiche) alla Apple.

Dice Langeveld, in sintesi:

L'iPad è un cambio di passo nella mobilità dei contenuti. Genererà un sensibile aumento delle vendite di contenuti per device mobili.

I tempi di utilizzo dell'iPad e dell'iPhone, con tutti i loro emuli, saranno estesi alla maggior parte dei tempi di attesa e di spostamento. Le spese di marketing si sposteranno sui device mobili. I consumatori risponderanno con entusiasmo ai nuovi servizi - promozionali e informativi - proposti su queste piattaforme. Quello che sappiamo ora sull'iPad è minimo. Ma cominciare a lavorarci e obbligatorio.

Dopo due decenni di inseguimento del digitale, gli editori hanno l'opportunità di riprendere la leadership. Ma devono:

"Reinvent content for the mobile Web and iPad. As Doctor also notes, this is easier for magazines, with their stronger visual orientation and design resources, than it will be for newspapers, which will need to invest in new, innovative design capabilities.
  1. Challenge journalists to develop new streams of content, in new formats and with new kinds of interactivity and connectivity that will attract new readers and built new relationships of trust with them.
  2. Work with Apple and other mobile platform entities to enable content and advertising personalization. This means pushing Apple for a more open platform and for access to at least some of their customer data. If publishers are to be players in the mobile marketing game, they must be able to deliver individually targeted marketing messages, and that means having some ability to identify readers and to respond (with their permission) to their profiles and preferences.
  3. Work with marketers to invent new ways to interact with customers: to facilitate conversations, to blend news, social media and brand messages, to actually sell stuff and facilitate transaction -- in short, to leverage those new relationships of trust into brand new streams of revenue.
  4. Be ready to shift gears often. The job is not just to create a presence on iPad, but to adapt to the new mobile landscape as it develops and changes. Like the saying about the weather in various localities, if you think you have your iPad strategy figured out, wait five minutes."
Nel frattempo, però, gli editori dovranno organizzarsi per comprendere ed eventualmente migliorare le condizioni finora imposte dalla Apple ai produttori di applicazioni (compresi quelli che fanno applicazioni giornalistiche): secondo le osservazioni dell'Electronic Frontiers Foundation, la Apple si riserva diritti unilateralmente a suo esclusivo vantaggio. Compresa la possibilità di interrompere il contratto ed escludere qualunque app in ogni momento.

Festival del Giornalismo di Perugia

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E' dunque arrivato il programma del Festival del Giornalismo di Perugia. Ricchissimo.

E' del tutto evidente che il suo punto debole è il keynote di giovedì 22 aprile, alle 12:00.

Il keynote del Festival è di solito un'occasione molto importante per accedere all'esperienza di un vero maestro del giornalismo. Ma quest'anno - inopinatamente - è riservato all'espressione del mio punto di vista sulle prospettive dell'informazione. Non si può negare che il tentativo di tenere insieme il giornalismo tradizionale e quello che si sta sviluppando in rete sia sulla carta una buona idea.

Nella pratica dovrò inventare una maniera sensata per parlare di una questione tanto gigantesca.

Ogni suggerimento è bene accetto. E se vogliamo fare una cosa utile, potremmo raccogliere nei commenti gli esempi migliori di giornalismo che conosciamo all'epoca della rete. Se la raccolta riesce la lasciamo a Perugia come documentazione...

Per chi cerca la ricerca europea

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Una risorsa utile. Un deposito ricercabile delle ricerche europee. Joint Research Centre.

Neppure Google guadagna con le news

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Sentite le grandi lamentazioni degli editori, Murdoch in testa, sul fatto che Google guadagnerebbe con le notizie dei loro giornali, ci si domandava: ma è vero? E dunque pare proprio di no. Lo diceva Google che non fa fatturato con le news, ora lo registra anche Chris Dixon.

Profilo e reputazione; identità e fiducia

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Le parole chiave del valore nel contesto dei media sociali: profilo, identità, reputazione, fiducia...

Secondo Laurel Papworth il profilo e, in un certo senso, la reputazione si costruiscono attivamente, mentre l'dentità e la fiducia dipendono dalla reazione e dalla comprensione degli altri. Il tutto, naturalmente, in un gioco di interazioni continuo...

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New York Software Times

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Il New York Times assume 12 ingegneri del software e web designer più un social media marketing manager. Il titolo di una di queste nuove posizioni è Creative Technologist. Venturebeat. L'editore del New York Times sta facendo il suo mestiere.

xcitta

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Una nuova serie di giornali locali. Si chiamano xcitta. Fatti con spirito di cronisti, consapevoli di lavorare in una rete abitata da blogger e partecipanti a social network di ogni genere.

Ogni nuovo giornale ti propone un punto di vista. Questo ne ha uno e insieme tanti quante sono le città che segue fin dall'inizio della sua storia: Torino, Milano, Treviso, Bologna, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo. E mentre lo scorri ti domandi se ti puoi affezionare o se durerà per il tempo di una start up.

A questo non rispondono, a xcitta. L'editore crede nel progetto e, dice, cerca soci disposti a partecipare. Ha un business plan basato sulla raccolta pubblicitaria. Si vedrà.

Intanto, i giornalisti sono giovani ed entusiasti. Ci credono eccome, loro. E' un piacere ascoltarli mentre descrivono le loro scelte. La cronaca, del resto, nell'iperlocale, può essere una grande esperienza.

Internet, libertà

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Ventisettemila persone, in 26 paesi, hanno risposto a un sondaggio della Bbc. E quattro su cinque hanno detto che l'accesso a internet è un diritto fondamentale. Perché è una possibilità di avanzamento culturale senza paragoni. Perché aiuta in modo decisivo la libertà di espressione.

Internet è opportunità di liberazione. Non violenta. Problematica, naturalmente. Come ogni possibilità aperta sia a chi costruisce che a chi distrugge.

Gli Stati Uniti ne hanno fatto un elemento basilare della loro politica internazionale, vedendo nella libertà della rete un rilancio del loro softpower. Ma questo significa anche che si impegnano in una direzione libertaria: perché internet è uno strumento esigente che non si lascia usare senza chiedere in cambio un atteggiamento coerente. 

Questa settimana è importante, da questo punto di vista, anche per l'Italia. Chi si impegna dicendo che "internet è libertà" si pone al servizio di quella affermazione e delle sue conseguenze.

Internet per l'Italia può essere considerata un nuovo terreno di coltura per il populismo, se interpretata in chiave di strategia della disattenzione: ma il suo contributo non violento e costruttivo è potenzialmente molto più dirompente. D'altra parte i media adatti al populismo non mancano di certo.. Sta a chi la usa pensare la rete non come l'ennesimo facile sistema per rilanciare slogan tattici, ma come opportunità di approfondimento, confronto sui fatti, accettazione delle opinioni diverse. Questo paese ne ha enorme bisogno.

Innovazione per decreto

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Un decreto "interpretativo" e non "innovativo" è un'innovazione..

O no?

Potere

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Non ci sono parole... Giocavano a pallone: la squadra che perdeva, proprietaria del campo e del pallone, "interpretò" le regole durante la partita. Neppure i tifosi di quella squadra erano contenti.

Perché lo sanno tutti quello che è successo vero?

Vero?
Nell'epoca di internet il business editoriale è in trasformazione. E una possibile via d'uscita è che gli autori semplicemente diventino imprenditori di sé stessi. Luke Johnson, presidente della Royal Society of Arts e leader della compagnia di private equity Risk Capital partners, pone un vecchio problema in modo tanto diretto e sicuro da sfidare a rifletterci sopra di nuovo.

La disintermediazione, si diceva una volta. Oggi si dice, come Johnson, che la quota riservata agli autori dal sistema editoriale tradizionale è un cattivo affare per loro: "Creative types pay a heavy toll to distribute their works, and in "the internet age" they can and should be doing it for themselves. Be they painters having to give galleries 50 per cent of the price of their pictures, or authors getting just 7 per cent of the net proceeds of their novels from publishers, or singers receiving paltry royalties from record labels, for many the division of rewards is a bad deal."

E' un cattivo affare perché la gente non vede un film perché è incuriosito della major che lo ha prodotto, non sente un brano musicale perché è interessato a quello che presenta un'etichetta e non legge un libro perché ama un editore, dice Johnson: il pubblico presta attenzione a un'opera perché è affasciato dalla visione originale dell'artista o dell'autore. E poiché con internet e il digitale produrre e pubblicare è diventato molto meno costoso, gli autori che diventano imprenditori di se stesso, dice Johnson, possono guadagnare di più. Tagliando fuori gli intermediari. E' un modo per raccontare la crisi dell'editoria. Ma è un modo per spiegare bene che cosa faranno gli autori?

La pars denstruens è facile. E' la pars construens che resta difficile. Il che rende il problema interessantissimo. Gli autori possono pensare di fare a meno della produzione, del marketing, del lavoro di agenzia, del supporto legale che gli editori hanno sempre fornito in un unico blocco in cambio della possibilità di rivendere come volevano il copyright. Ma resta il fatto che anche il modello di business non è più quello di una volta: se il copyright non è protetto su internet per gli editori, non lo è neppure per gli autori. Inoltre, è vero che le funzioni di marketing e legale restano importanti e qualcuno le deve svolgere. Infine, non tutti gli autori, concentrati sulla loro visione creativa, sanno e vogliono saltare alla bisogna nella cultura dell'imprenditore.

Ne emerge una visione, ancora tutta da sviluppare, nella quale non abbiamo autori tuttofare, ma neppure editori onnipotenti. L'una e l'altra soluzione sono contrarie alla qualità creativa. Quello che avviene è la fine del bundle editoriale: le diverse funzioni si disaggregano e vengono pagate con una quota del fatturato; il problema è che tutti rischiano, nessuno si siede sul suo privilegio acquisito. Ma si ha l'impressione che sia un problema da affrontare e accettare.

Nello stesso tempo, nasce un insieme di nuove figure. Quelle che creano nuove opportunità imprenditoriali, disegnano contenitori e soluzioni innovative nelle quali il modello di business è comprensibile. Ostinarsi a imporre un copyright sui prodotti digitali registrati e replicabili non è una politica di grande lungimiranza. Scoprire nuovi modi di fatturare - concerti e incontri fisici, esperienze educative, invenzioni promozionali - è una funzione creativa-imprenditoriale nuova che potrebbe diventare decisiva.

Per gli editori si tratta di incorporare questa mentalità. Separare con chiarezza le funzioni, non più basandosi sui silos dei diversi mezzi di trasmissione ma sulla diversità di servizi offerti all'attività autoriale: produzione, marketing, controllo qualità, legale, sperimentazione di nuovi modelli di business, design dei contenitori, ecc ecc. Non tutti gli editori sapranno fare tutto. Ma in quella direzione ricostruiranno una prospettiva per il loro mestiere.

and/or

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Bello questo scambio al Search Marketing Expo West di Santa Clara. Rispecchia una realtà della rete e del modo di guardare alla rete che spesso è diffuso tra gli osservatori che cercano l'attenzione facile di un'audience.

Per ottenere attenzione dell'audience spesso si fa riferimento alla "guerra": per esempio, tra Google e Facebook, tra Facebook e Twitter (ed è divertente); in realtà, nella maggior parte dei casi chi usa la rete non sceglie una cosa o un'altra ma una cosa e l'altra.

Risultato. La competizione tra ecosistemi e aziende c'è, eccome, per la conquista del loro mercato (pubblicità per esempio). Ma c'è anche una strutturale cooperazione, nella crescita complessiva dell'uso - quantitativo e qualitativo - della rete (che è il vero unico grande ecosisteme di riferimento per il pubblico).

La vera e propria guerra che è scattata tra Apple e Google non è la scelta più intelligente possibile, da parte delle due aziende. Perché si può sostenere almeno a livello dubitativo che se tutte le applicazioni di Google fossero sull'iPhone e tutti i negozi di Apple fossero sull'Android, probabilmente riuscirebbero a guadagnare entrambe di più...


Ecco lo scambio originale:

"

Chris Sherman will moderate, and scheduled speakers include:

  • Vanessa Fox, Contributing Editor, Search Engine Land
  • Avinash Kaushik, Analytics Evangelist, Google Inc.
  • Misty Locke, President, Range Online Media & Chief Strategy Officer, iProspect, Range Online Media / iProspect
  • David Roth, Director of Search Engine Marketing, Yahoo! Inc.


CS: Asks about social (Facebook, Twitter, etc.) replacing search. Facebook was most visited site on the web for a day around Christmas.

VF: People are actually searching more, not less. It's not an either/or thing.

ML: I agree. We've often complained that search is sometimes only a line-itm in budgets, but now we find that there are so many new opportunities. Search is actually driving campaigns and dictating discussions about PR and branding. Search is at the core of these things. We can drive lift, we can engage and enable our customers to carry that awareness into social and real-time search. I think it's a new beginning for search.

DR: I've always told people at search conferences to sit tight, the rest of the marketing world is coming your way. I see all the discipline and accountability that search has grown up with is now paying off.

AK: The media loves "or" stories -- Facebook or Google? Twitter or Facebook? But the world is an "and" story. Video did not kill the radio star. I once said Twitter is the dumbest thing in the world and got hate mails, but now I think it's the coolest thing since sliced bread. But you can't use the same strategies across different channels. You can't use the same approach on Twitter that you use in TV advertising.

"

Il gesto di conoscere

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Google Labs ha tirato fuori un nuovo modo per fare una search sui telefonini con Android. Non più solo la tastiera, e non solo la voce (la cui efficienza è sempre in dubbio). Ma la scrittura a mano di segni sul video.

L'iPad a sua volta mostrerà qualche innovazione nei gesti che si possono fare sul video per muoversi nel sistema (la mossa delle tre dita a quanto pare avrà un suo senso specifico).

L'esperienza di apprendimento che si fa con un cellulare intelligente è diversa da quella che si fa con un pc sul tavolo anche se si vanno a vedere gli stessi contenuti con il browser, perché il contesto fisico nel quale ci si trova è diverso e il movimento che si compie con il corpo non è limitato a pigiare sul tasto del mouse.

Impariamo con tutto il corpo, non solo con gli occhi e il cervello. E i gesti che dobbiamo compiere per accedere alle informazioni fanno parte dell'esperienza che poi ci ricordiamo.

Prendere un libro dalla libreria o sfogliare una rivista, andare avanti e indietro nelle pagine, strappare un foglio, o sottolineare, sono gesti che hanno a che fare con l'apprendimento. Se l'unico modo di apprendere fosse quello di accedere a qualunque contenuto schiacciando sempre lo stesso bottone del mouse, avremmo un'esperienza più limitata. Va già meglio quando invece di sottolineare prendiamo una citazione e la mettiamo su Tumblr o Twitter. Con l'iPad potrebbe andare ancora meglio.

La memoria del gesto di archiviare le foto di carta in un album è diversa da quella che deriva dal gesto di selezionarle tutte insieme per metterle in un colpo solo in un folder del computer. E le nuove interfaccia dovrebbero tenerne conto. Non per tornare indietro o per fare inutile fatica. Ma per andare avanti e aggiungere esperienza. (Un post precedente).

Twitter different

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Peretti ha scritto un post su Twitter che è stato retwittato più di 400 volte:

"Twitter is a simple service used by smart people. Facebook is a smart service used by simple people."

Non ricorda la battaglia ideale tra i tifosi di Apple e Microsoft?

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(Su FriendFeed, intanto, alcune reazioni...
Battuta carina:) - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone
questo dualismo fra fighi e sfigati dei social network è noiosissimo ... - Roberto - La TV Liquida from twhirl
Sarà anche noioso, ma l'hanno ritwittato in più di 400 (http://www.buzzfeed.com/jonah...) - Paola Bonomo
io quasi non mi sono ancora annoiato di apple-microsoft figuriamoci se non seguo volentieri twitter-facebook... :) - You from iPhone (edit | delete)
Mi sembra mutuata dalla battuta su rugby e calcio che si sente in Invictus. Razzisti! - Daniele Della Seta
Battuta elitaria di chi non è più elite! - cannedcat from fftogo)

Twitter cresce e Facebook è cresciuto

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Oltre un miliardo di tweet al mese, in questo 2010. Con una forte concentrazione al lunedì e venerdì. E con una coda lunghissima di utenti in base al numero di follower. Twitter cresce veloce, anche se il tasso di crescita sembra rallentare. Brian Solis

Le ricerche sui tweet sono sempre più efficienti. Per luogo, argomento, bio, ecc. Una serie di suggerimenti da Openforum.

Facebook intanto è cresciuto tanto che non solo ha la capacità di indirizzare il traffico molto più di Google per esempio nelle news (anche se Mante non nasconde le sue perplessità sulla qualità delle news), ma è anche capace di attrarre quasi tanto traffico quanto Google. Federico Ferrazza

Brevetti e innovazione

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Apple fa causa a Htc. Nokia fa causa a Apple. Rim si salva per il rotto della cuffia. La storia recente delle cause sui brevetti è un labirinto che fa sospettare che l'innovazione sia più collegata agli investimenti negli avvocati che agli investimenti nella ricerca.

L'ideologia del brevetto è che il sistema ripaga l'investimento nell'innovazione. Ma ormai la discussione si è complicata, specialmente nei settori più veloci e impalbabili come l'informatica e il software. La domanda: il brevetto si può trasformare da acceleratore a freno dell'innovazione?

Oggi sul Nyt si discute di questo a partire dal caso Apple-Htc.

I'm not a user

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Design per le persone, non per gli utilizzatori... Per le persone, non per i consumatori... Insomma, perché quello che si disegna sia adatto alle molte dimensioni della vita delle persone non finalizzato soltanto al gesto di chi compra o usa un oggetto preconfezionato... il design delle funzioni impreviste, del sorriso regalato... imnotauser forse contiene queste intuizioni...

Dubbi Romani

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L'Aiip è furente con il Decreto Romani. Dice che la nuova norma è un "grande fratello di stato". Come se non bastasse quello della Endemol, l'Aiip vede nel decreto una serie di mancanze gravi che aprono la strada alla trasformazione dei provider in sceriffi tagliando fuori i magistrati.

Stefano Quintarelli è più tranquillo, nonstante che lui quelli dell'Aiip li conosca bene. E parla di un "bug" nel decreto che unito all'assenza di un richiamo alla direttiva ecommerce (quella che dice che le piattaforme non sono responsabili di quello che fanno gli utenti) dal quale potrebbero passare un sacco di guai. Ma la sua formulazione tranquilla induce a pensare che anche questo come ogni altro bug si possa correggere.

Alessandro Longo lavora di fino sulle perplessità. E vale la pena di leggerlo per capire che non si capisce per esempio se YouTube nel decreto è televisione o no.

Le reazioni a caldo di ieri.
Google è grande. Ma Google News lo è meno. E sicuramente meno di Facebook. Su Facebook la gente si segnala di tutto, comprese le notizie. E secondo Hitwise il traffico che effettivamente arriva ai siti di notizie da Facebook ha superato quello che arriva da Google News. Con buona pace di tutte le lamentazioni degli editori che si ispirano a Murdoch.

Ora Hitwise aggiunge che da Facebook arriva più traffico a siti che nascono dal mondo del broadcast, mentre da Google News arriva più traffico ai siti che nascono da giornali cartacei.

Questo peraltro vale soprattutto per i grandi siti di news. La parte lunga della coda lunga è ancora più coperta da Google.

Anche perché quello che si fa su Facebook è più governato dall'immediatezza facile. (ReadWriteWeb)

Corso online di GIORNALISMO SCIENTIFICO

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WFSJ e SciDev.Net hanno creato un corso online di giornalismo scientifico. Divertente e interessante. (via Guido Romeo)
Si chiama Salmon. E' un progetto open source che deve tentare di aggregare non solo i post ma anche i commenti che si trovano frammentati sulle varie piattaforme social media. (Online Media Daily)

Romani: vagamente ambiguo

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Il decreto Romani è passato al Consiglio dei ministri. Non contiene molte delle norme iper restrittive che sembra caratterizzassero le prime bozze. Non riguarda i blog e le attività degli utenti che generano contenuti. Non richiede controlli preventivi sui contenuti da parte delle piattaforme. Casomai è ambiguo sulla questione dei siti che professionalmente pubblicano video. La commissione europea comunque è chiara. Dunque le ambiguità, si spera, saranno superate dalla normativa più generale europea. Ma le ambiguità hanno comunque l'effetto di tenere sotto pressione la rete e probabilmente non lasciano tranquilli quelli che dovrebbero investire per sviluppare nuovi business online. Il testo su Repubblica.

Zambardino vede un po' di confusione. O'Presidente vede l'esclusione esplicita dei blog. PenneDigitali osserva la scarsa chiarezza sui provider. Dany si fa domande. Guido Scorza resta convinto dei suoi dubbi e pur apprezzando i cambiamenti apportati al testo pensa che i problemi non siano superati. Quinta segnala il testo e lo studia domani.

La difficile indipendenza dei giornali

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L'ipocrisia dei politici è anche un fatto tecnico. Le parole dei politici non sono fatte per dire a modo loro la "verità". Ma per dire quello che serve a vincere contro gli avversari e imporre il proprio potere.

La manipolazione delle parole e dei discorsi per fare apparire la realtà nella luce che avvantaggia la propria parte politica è un'arte retorica classica. E nell'epoca della politica mediatica è diventata una scienza. I media sono usati molto bene da chi ha qualcosa da far credere a qualcuno. E i politici sono maestri. In tutto il mondo. A partire dagli Stati Uniti, per passare dalla Cina, arrivare in Francia e sbarcare infine in Italia.

A fronte di questo, la cittadinanza vorrebbe media imparziali che non si facciano strumento delle parole dei politici, ma servano a metterle a confronto con la realtà. E questo genere di valore, quello dei media imparziali, è spesso ripetuto anche da chi i giornali li produce.

Ma mettere in pratica questo valore è evidentemente difficile. Per molti motivi. Ma anche per il fatto che non è semplicissimo decidere che cosa sia un giornale politicamente imparziale. A questo proposito ci sono almeno tre ipotesi:
1. Un giornale imparziale è quello che mette tutte le notizie e le separa dai commenti che a loro volta sono votati a dar voce a tutte le opinioni.
2. Un giornale imparziale è quello che dichiara esplicitamente da che parte sta e poi dà le notizie che sostengono quella parte.
3. Un giornale imparziale è quello che decide quali notizie mettere giudicandole in base a una ricerca che compie con i suoi giornalisti per ricostruire la realtà.

Non è molto semplice trovare un giornale che sia perfettamente aderente a una di queste ipotesi. Ma ciascuna delle ipotesi contiene pregi e difetti per la cittadinanza che vorrrebbe sapere come stanno le cose.

Il giornale che pubblica tutto senza distinzione, dando uguale voce ai commenti di tutte le parti, è leale nei confronti dei suoi lettori ma di fatto si mette nelle mani degli esperti della manipolazione. Basta che nel dibattito politico una parte lanci una serie di messaggi, alcuni più estremisti e altri più moderati, per far spostare a suo favore l'equilibrio del dibattito. E per distrarre dai temi che la mettono in difficoltà. I giornali diventano il territorio neutrale nel quale i politici giocano liberamente, decidendo autonomamente l'agenda. Le parole che corrono non sono altro che quelle, strumentali, dei politici.

Il giornale trasparentemente partigiano è più decodificabile. Ma per definizione non può arrivare a essere imparziale e dunque non aiuta molto i cittadini a confrontare le parole dei politici con la realtà.

Il giornale che fa la sua ricerca e pubblica le notizie confrontandole con quanto conosce della realtà è più difficile da fare. La riuscita di un progetto del genere dipende da molte cose. Ma soprattutto dal metodo che adotta per fare la sua ricerca giornalistica. In questo senso, ha bisogno a sua volta di una forma di umile trasparenza: deve dichiarare la sua "epistemologia" giornalistica. Che cosa ritiene siano "fatti", che cosa "ipotesi", che cosa "interpretazioni". Deve dichiarare costantemente i suoi possibili conflitti d'interesse. E se prende posizione è perché ha scoperto un dato di realtà e decide che le parole di una parte politica corrispondono meglio di quelle dell'altra parte alla realtà stessa.

Il giornale "campo di battaglia" è il più interessante per i politici manipolatori, perché sembra imparziale e dunque credibile, ma non riesce a contrastare le loro strategie retoriche. Il giornale "partigiano" è meno credibile al di fuori della parte di cittadinanza che non sostiene la sua parte politica, ma in un certo senso può apparire più caldo e profondo nella lettura dell'interpretazione della realtà di quella parte politica. Il giornale "ricercatore" è forse più umile e rischia di apparire più freddo: il correttivo è quello di raccontare non soltanto fatti ma anche storie di persone, usando un linguaggio che alterna la freddezza delle analisi al calore delle storie.

Il problema è che questi modelli coesistono. E che un giornale che appartiene a un modello può sempre "mascherarsi" in modo da sembrare appartenente a un diverso modello.

La blogosfera e il medium delle persone non scappano a queste distinzioni. Nell'insieme, l'imparzialità dei media sociali è simile a quella del "campo di battaglia". Ma niente impedisce ai sistemi di informazione "partigiani" di conquistare territori nei media sociali. E le persone che vogliono contribuire all'informazione in chiave di "ricerca" devono contemporaneamente combattere per l'attenzione e abbassare i toni quando (come è normale in ogni ricerca) non sanno tutto ciò che occorre sapere per selezionare correttamente le notizie e le opinioni.

I cittadini che leggono (i giornali e i media sociali) devono fare uno sforzo significativo per decodificare i modelli, giudicare la cooerenza con la quale vengono portati avanti, e farsi un'idea della realtà.

La forza del modello orientato alla ricerca, per favorire la conoscenza della realtà, ha bisogno di una relazione forte e duratura con un pubblico attivo orientato alla stessa epistemologia, fattuale e pragmatica.

(Tutto questo, a sua volta, è reso più complesso se si tiene conto della proprietà dei giornali. La proprietà dei giornali è in parte un modo per capire quale modello i giornali perseguono. Ma non lo è sempre. Di certo, il fatto che un capo di partito sia proprietario di tre televisioni influsce sui telegiornali di quelle televisioni. Ma va detto che anche gli altri giornali che non appartengono a nessuna parte politica incontrano la loro quota di difficoltà nell'essere imparziali. Se i giornali schierati sono più caldi e divertenti di quelli razionali e orientati alla ricerca, la società rischia di preferirli, penalizzando i giornali che in realtà sarebbero più utili a comprendere come stanno le cose. Se si spera che la situazione cambi occorre certamente lavorare per liberare il giornalismo dal peso di proprietari troppo ingombranti. Ma occorre anche approfondire una "epistemologia" del giornalismo, troppo a lungo data per scontata. La relazione tra le persone che fanno ricerca per i giornali e il pubblico attivo che li apprezza dovrebbe dunque diventare sempre più solida e orientata a una fattiva collaborazione).

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