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Month March 2010

Psicopatia al potere

La psicopatia è un “disturbo antisociale della personalità”. Via Raj Patel, si legge che l’Associazione americana di psichiatria definisce gli psicopatici come coloro che presentano almeno tre dei seguenti sette sintomi:

1. Rifiuto di conformarsi alle consuetudini sociali riguardo al rispetto delle leggi
2. Disonestà, come indicato dalle ripetute menzogne
3. Impulsività o incapacità di pianificare in anticipo
4. Irritabilità o aggressività
5. Noncuranza sconsiderata della sicurezza propria o altrui
6. Continua irresponsabilità
7. Mancanza di rimorso.

Si ha l’impressione che almeno tre di questi sintomi si possano forse riconoscere in alcuni politici italiani. Naturalmente, questo richiede ulteriori indagini da parte degli psichiatri (e della magistratura).

Ma gli esperti rassicurano: da questa psicopatia si può guarire. Imparando a conformarsi alle leggi. O cambiandole.

Il reader dell’Irish News

The Irish News si legge online solo a pagamento, con un reader che imita in tutto e per tutto il giornale di carta… Il direttore in un’intervista ammette di non avere molti abbonati, ma di esserne soddisfatto. Il giornale è una voce cattolica in un contesto protestante e il sostegno al giornale ha molto significato per la comunità.

Perché online si paga se si ritiene che sia “giusto” pagare.

Che gli dico? Domani su Google in Cina…

Domani all’Ispi, una discussione su Google e Cina… Questo era il mio commento a caldo, sul Sole:

Il caso Google in Cina è un piccolo buco della serratura attraverso il quale si può sbirciare in una nuova dimensione geopolitica nella quale
le regole sono ignote, i rapporti di forza sono tutti da valutare e i
confini tra pace e guerra appaiono confusi.

A leggere le cronache
del confronto tra il governo cinese e l’azienda fondata da Sergey Brin
e Larry Page vien voglia di chiedersi: chi sta vincendo? Ma nessuna
risposta può essere soddisfacente fintantoché non si stabilisce qual è
la partita. È un confronto tra democrazia e autoritarismo, libertà e
censura? È un gioco per il softpower nel mondo? È una questione di
affari?

Le risposte che si leggono nei fatti cambiano significato
a seconda del punto di vista. Google aveva perduto in Occidente la sua
verginità di “azienda che non fa del male” proprio accettando qualche
anno fa di scendere a compromessi con le leggi cinesi. Ma da qualche
mese tenta di recuperarla. Dopo aver lamentato le incursioni di hacker
filo governativi nella posta elettronica – su Gmail – di attivisti per
la libertà di espressione in Cina, ha iniziato una lunga trattativa con
le autorità destinata al fallimento e, dunque, sfociata nel tentativo
più furbo che efficace di ieri: reindirizzare le ricerche sul motore di
Google dalla Cina verso il servizio libero da censure che l’azienda
offre a Hong Kong.

Il governo Usa, e il segretario di stato Hillary Clinton in
particolare, ha accompagnato Google in tutto il tormentato percorso,
cogliendo l’occasione per sottilineare a ogni passaggio un punto chiave
della sua politica estera: la libertà di espressione su internet è un
principio fondamentale e irrinunciabile per gli Stati Uniti.

Il
governo cinese tenta d’imporre il suo ordine interpretativo, opposto a
quello americano, sintetizzato dal portavoce del ministero degli
Esteri, Qin Gang: la vicenda di Google deve restare commerciale e non
diventare politica. Ci sono delle regole, in Cina, e vanno rispettate
da tutte le aziende che vogliono fare affari nella Repubblica Popolare.

Il progetto di sviluppo armonioso della Cina ammette la critica
costruttiva, ripetono gli ideologi cinesi, ma non la discussione
distruttiva: e in effetti internet per la popolazione cinese è
diventata una soluzione per proporre miglioramenti e critiche
focalizzate su particolari aspetti dell’organizzazione sociale ma non
certo per alimentare forme di opposizione al sistema.Ma gli
americani incalzano. E non solo con le dichiarazioni di principio di
Clinton. Nel dicembre scorso, la Casa Bianca si è dotata di un
coordinatore della cybersicurezza nazionale, Howard Schmidt. E in
questi giorni, il Senato e il Dipartimento di stato stanno cercando a
loro volta di creare una figura di “ambasciatore” destinato a
coordinare la politica estera americana nella dimensione internettiana.

La scommessa “ideologica” di Clinton, il potere attribuito a Howard
Schmidt e, appunto, la definizione di una dimensione internettiana
della politica estera americana dimostrano se non altro la complessità
e il peso strategico che internet ha raggiunto dal punto di vista
geopolitico.

Su internet, in effetti, si è svilupato un ambiente
operativo per sostenere le cause più nobili, per diffondere
informazione e conoscenza, ma anche per attuare sofisticatissime
attività di spionaggio, terrorismo, controinformazione. I protagonisti
sono certamente gli stati, autoritari e democratici, nelle loro varie e
non sempre coordinate articolazioni, insieme a multinazionali,
organizzazioni di attivisti, bande criminali, reti terroristiche. Un
contesto tecno-caotico, le cui vicende restano per la maggior parte del
tempo oscure e che i fatti, come quello di Google, s’incaricano
talvolta d’illuminare parzialmente.Ma per ora i fatti non
rispondono alla domanda: chi vince? Clinton non cessa di sottolineare
l’importanza liberatoria di internet in paesi come l’Iran e la
Birmania. Ma, come osserva Evgeny Morozov attraverso il suo blog su
Foreign Policy, internet è anche un’arma di controllo e repressione
usata dai regimi autoritari contro i dissidenti.

Intanto, le bande
mercenarie di superhacker capaci di attaccare piattaforme come Twitter
e stati come l’Estonia restano largamente fuori controllo. E i “siti
dell’odio” integralista e razzista censiti dal Simon Wiesenthal Center
sono ormai 11.500 – eramo 4mila nel 2004 – ma «la crescita delle
attività avviene come in ogni altro settore sui network sociali»,
osserva Abraham Cooper che si è occupato della ricerca.

Secondo Howard Schmidt, il cosiddetto zar della cybersicurezza
americana, non vince nessuno, perché quella che si sta svolgendo su
internet non è una guerra. «La metafora è sbagliata», dice. Anche
perché era la metafora preferita di Michael McConnell, direttore dei
servizi d’intelligence per l’amministrzione di George W. Bush: un uomo
che sosteneva che gli Stati Uniti stavano perdendo la cyberguerra e che
per cambiare il risultato dovevano riprogettare internet per
trasformarla in qualcosa di controllabile.

Al contrario, Schmidt,
come il presidente Barack Obama, crede che internet vada lasciata
com’è, libera e innovativa, aggiungendo criteri di sicurezza per
specifiche attività, come quelle finanziarie e governative, ma senza
introdurre distruttive forme di controllo. «Internet è un ambiente nel
quale non ci possono essere vincitori. Ma se si elimina la libertà
tutti certamente perdono».

Accettando la dinamica internettiana, i
leader politici e i capi delle multinazionali devono accettare anche
che il contesto nel quale operano sia continuamente messo in
discussione. Tensioni continue sulle regole relative a privacy,
copyright, libertà d’espressione, resteranno a lungo all’ordine del
giorno. E un’escalation di tecnologie per la sicurezza contro le
tecnologie per la criminalità va messa in conto.Ma la realtà è che
internet anche a livello geopolitico e geoeconomico ha risposto al
bisogno di gestire meglio le dinamiche reali che la globalizzazione
aveva concretamente attivato: una nuova competizione fra territori,
lingue, legislazioni, sistemi istituzionali, forme di collaborazione e
condivisione delle informazioni capaci di accelerare lo sviluppo
nell’epoca della conoscenza.

Almeno su un punto ha certamente
ragione, Sergey Brin, cofondatore di Google, intervistato dal New York
Times: «La storia non è ancora finita».

La razionalità dell’altruismo

More about Il valore delle cose e le illusioni del liberismoLeggendo il libro di Raj Patel vien voglia di raccontarlo. Il capitolo dedicato al mercato e all’homo oeconomicus per esempio offre spunti da registrare. Perché non si occupa solo di ricordare che l’essere calcolatore ipotizzato dall’economia neoclassica non esiste. In realtà, offre angoli di riflessione molto più avanzati.

In sostanza, dice Patel, il mercato è un fenomeno sociale. Funziona se e solo se le regole sociali funzionano. Se c’è fiducia tra le persone il mercato. Se esiste una condivisa idea del fatto che lo scambio economico deve avvantaggiare tutti i partecipanti in modo equo. In una società che funziona, il mercato determina il giusto valore di scambio tra le merci, sicché ciascuno ne trae il giusto guadagno. Il mercato non funziona nelle società in cui nessuno si fida degli altri, nelle società in cui la prevaricazione e la violenza prevalgono. Il che significa che se si vuole una società di mercato, si vuole una società attenta ai beni comuni (come la fiducia negli altri e ciò che la determina e salvaguarda) almeno altrettanto di quanto non sia attenta al vantaggio individuale. Esiste una razionalità dell’altruismo (e della consapevolezza che gli affari si fanno in due), che probabilmente risponde all’irrazionalità ormai provata delle singole persone.

La vittoria del presente

Nel pieno della crisi, gli italiani che hanno votato hanno votato in maggioranza per la soluzione immediata. Non per il lamento rivolto al passato, non per l’ideologia: hanno votato per chi appare in grado di dare risposte subito. Il che paradossalmente impone di pensare al futuro.

Ci sono anni senza elezioni davanti. È ora di tracciare una prospettiva. E attenzione: ci penseranno sia a destra che a sinistra. Chi sarà il più convincente? Vinceranno gli sceneggiatori della fiction al potere? Vinceranno i gestori delle poltrone locali e nazionali? O vincerà chi davvero sarà capace di voltare pagina e raccontare il prossimo capitolo?
Il possesso dei mezzi di comunicazione ovviamente aiuta a sostenere un quadro interpretativo. Ma è anche questione di idee che si incarnano nella vita reale. Ed è anche questione di trovare un modo per raccontarle che entri nei discorsi delle persone.

Un paese generalista

L’audience elettorale è in calo, ma lo share dei programmi principali si polarizza. La Lega è uguale per tutti. Ma la Lombardia è più uguale degli altri. Il paese normale risponde poco all’utopista che l’ha auspicato. Mentre apprezza l’unico che l’ha sfidato in casa senza se e senza ma. I programmi di nicchia fanno bene a chi non li ha. Il resto è tradizione.

Parole sante sulla leadership

Il leader è al servizio dei seguaci, dice Rudi Bogni in questo post. Parole sante.

Previsioni Morgan Stanley sull’iPad

Morgan Stanley prevede che quest’anno si venderanno più di 6 milioni di iPad. La previsione si basa sull’andamento del mercato dei computer da meno di 800 dollari e sulle previsioni dei principali fornitori di componenti dell’iPad…

Il bello degli americani

Il bello della cultura prevalente negli Stati Uniti è che tende a prendere un problema e trovaer la soluzione. Poi la digerisce e se ne esce con una serie di consigli pratici.

Tipo: che cosa fare se sei infelice al lavoro?

Da Harvard la soluzione:
- prendi coscienza di quello che puoi cambiare e quello che non puoi cambiare
- assumiti la responsabilità di fare qualcosa per cambiare la situazione
- concentrati sul tirar fuori il positivo da una situazione negativa
- non convincerti che niente può cambiare
- non consentire ai pensieri negativi di guidarti
- non affrontare la situazione da solo

Forse sono consigli che vanno bene anche se sei infelice in famiglia, o in tram, o in vacanza… Ma questi vengono da Harvard, dunque riguardano il posto di lavoro. Che poi non sono neppure consigli sbagliati. Anzi…

La campanella della reputazione

Michael Arrington scrive un post sulla fine della reputazione. Non si può fermare, dice, la quantità di post che parlano male delle persone o che pubblicano foto, video o testi diffamatori o semplicemente critici verso gli altri. E quando quei post sono pubblicati, sono destinati a restare per sempre online. Arrington è convinto che stia addirittura per nascere un servizio dedicato alla demolizione della reputazione altrui. Resistance is futile.

È un’opinione che assomiglia a quella espressa più volte da molti autorevoli osservatori, da Scott McNealy a Erick Schmidt, sulla fine della privacy online. Le piattaforme più importanti, in effetti, sono molto più interessate alla libera circolazione di non importa quale informazione piuttosto che alla qualità di ciò che viene fuori.
Non si vede perché non possa essere in preparazione invece un nuovo servizio pensato al contrario per incentivare lo sviluppo di un maggiore equilibrio tra libertà di espressione, qualità dell’informazione anche sulle altre persone e privacy. È un bisogno emergente enormemente importante. La reputazione è al centro della relazione che ogni individuo intrattiene con il resto della società, come del resto la privacy è al centro della profondamente creativa distinzione tra individuo e società. Senza difesa della reputazione e della privacy si arriva diritti all’autoritarismo di chi avendo già potere può usare l’informazione come un’arma repressiva della libertà individuale. 
Di fronte a questi pensieri oscuri, soccorre la fiducia pragmatica di Hans Magnus Enzensberger che nega la possibilità del totalitarismo perché i punti di vista individuali e le possibili azioni diversive sono talmente elevati che a loro volta i poteri autoritari centralizzati non possono diventare totalitari.
E soccorre il cultware: la cultura di chi pensa che per ogni problema ci sia qualcosa da fare per risolverlo.

CAPITALISMO – Raj Patel

More about Il valore delle cose e le illusioni del liberismo «Se la guerra è il metodo scelto da Dio per insegnare la geografia agli americani, la recessione è la sua maniera di impartire a tutti un po’ di lezioni di economia». 

La crisi attuale per Raj Patel dimostra che «la retorica del libero mercato serve in realtà a camuffare attività che con i mercati non hanno nulla a che vedere». L’homo oeconomicus è parte di quella retorica. Di sicuro qualche homo del genere è riuscito a convincere molti governi a salvare le banche responsabili della crisi per mantenere il più a lungo possibile in vita il sistema attuale. Ma questo non significa che tutta la popolazione umana debba necessariamente conformarsi ai dettami antropologici della finanza.
Patel esplora molti paradossi dell’economia e li confronta con punti di vista che di solito si dimenticano, dove la razionalità concreta di alcune popolazioni del Sud del mondo fa una figura migliore dell’astratta razionalità dell’homo oeconomicus occidentale (che poteva vantare fino a qualche tempo fa i risultati migliori ma che recentemente appare in difficoltà). E cerca le radici del valore, nella strana vicenda che l’economia attraversa in questo periodo storico. 
La lettura di Patel va affrontata con pazienza. Il libro è divertente. Le sue conseguenze però richiedono più tempo di quanto ne lascino alla riflessione quelle che lui stesso definisce «illusioni del capitalismo». 
Ma il racconto di ciò che c’è oltre la crisi è l’unico modo di superarla.
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Altre letture:
Sun – media cinesi
Dazieri - gorilla
Conner - scienza popolare
Brokman - ottimismo
Il filo del BookBlogging - Gaggi e altri – giornalismo
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Eclettismo specializzato

L’uomo del Rinascimento è una figura sintetica capace di spaziare tra diverse discipline portando in ciascuna un contributo eccellente. L’uomo specializzato Otto-Novecentesco è profondamente competente nella disciplina alla quale applica il suo coltello analitico e non si occupa d’altro. Ma questi idealtipi non sono sufficienti a spiegare la dinamica culturale, ovviamente. Perché ciò che rende il loro lavoro un successo oppure un inutile sforzo è anche il contesto dell’organizzazione culturale nella quale sono immersi. E l’eterna domanda torna sempre: conta di più l’inventiva della persona o la forza della struttura? Si scopre che la risposta è: sì.

La persona ha un valore imprescindibile e il contesto la valorizza o la frena. Ogni epoca trova la sua soluzione al problema di mettere insieme le conoscenze delle persone in modo da coordinare i comportamenti dei gruppi anche a livello di dinamica culturale. L’editoria, il mercato, la piazza, la chiesa,… internet…
In particolare, che cosa chiede l’epoca di internet alle persone? Specializzazione o eclettismo? In questo momento, secondo uno studio di Lada Adamic e altri, i gruppi interdisciplinari sembrano avere spesso più successo nella ricerca di quanto ne ottengano i gruppi monodisciplinari. Ma la qualità del contributo dei singoli ricercatori è più grande se sono specializzati. E questo vale anche per i contributi a Wikipedia o altri progetti di condivisione della conoscenza. 

Conoscere per analogia

Internet si conosce per analogia. Le conseguenze di una nuova idea che nasce sulla rete sembrano più comprensibili quando si trova un’analogia. Un racconto noto che consente di immaginare come una storia analoga va a finire.

Qualche esempio si trova nelle analogie con le quali ragiona Olivia Scheck che commenta alcune conclusioni sul rapporto tra giornalismo e internet proposte nelle discussioni avviate da Edge.
Non è un pezzo affetto da ottimismo, ma è fiducioso. Il che non guasta per niente, come insegna il cardinale Carlo Maria Martini

I media della diaspora cinese

More about Media and the Chinese Diaspora La formazione e la sussistenza dell’identità collettiva cinese fuori dalla Cina richiede il funzionamento di tre istituzioni:
1. network di business, clan, associazioni
2. scuole in lingua cinese
3. media in lingua cinese. Lo osserva nel suo studio Wanning Sun, che insegna Media alla Curtin University of Technology, nell’Australia occidentale. Il suo libro analizza il contributo dei media cinesi nel mantenimento dei legami identitari, politici e organizzativi delle persone che lasciano la madrepatria cinese per andare a vivere nel resto del mondo, dall’Indonesia al Canada, dalla Malesia all’Australia. E’ un argomento destinato a un crescente interesse – mentre le piattaforme mediatiche occidentali tipo Google sembrano arretrare in Cina e mentre le iniziative mediatiche cinesi avanzano nel resto del mondo. (Media and the Chinese Diaspora, Community, communications and commerce, Edited by Wanning Sun, Routledge, 2006)

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Precedenti
Dazieri – gorilla
Conner - scienza popolare
Brokman - ottimismo
Il filo del BookBlogging - Gaggi e altri – giornalismo
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Le Poste non sono raccomandate

A chiunque possa essere interessato: per favore, non mandatemi delle lettere raccomandate se non è strettamente necessario.

Quando arriva una raccomandata, quasi certamente non sono in casa. Quindi il postino lascia una cartolina gialla che serve per andare a ritirare la raccomandata alla posta. Vicino casa ho un ufficio postale. Ma questo non è un vantaggio. Perché si scopre che quell’ufficio non è un posto dove si possono ritirare le raccomandate. Solo alcuni uffici postali sono abilitati. E non sono dislocati in modo molto comodo per tutti gli utenti cui si rivolgono. Ah, naturalmente sono intrinsecamente dotati di una cosa interminabile.
Quando ho finalmente trovato la prima mattina libera del 2010, un sabato, ho dedicato alcune ore ad andare a prendere queste raccomandate. Fatta la coda, l’impiegata si è lamentata del numero di raccomandate che andavo a ritirare (già, se n’erano accumulate un po’). Poi sollevata ha detto: “queste sono già state rispedite al mittente”. Era passato più di un mese da quando mi avevano lasciato la cartolina gialla (meno di due, comunque). Mhmm. Ho chiesto se potevo sapere chi aveva mandato i messaggi rispediti al mittente. Risposta: no. Mhmm. In compenso, ho ritirato le raccomandate che erano ancora in quell’ufficio: a pagamento, naturalmente.
Non so a che cosa servano davvero le raccomandate che mi vengono indirizzate, visto che non faccio in tempo a ritirarle. Ma se non è strettamente necessario penso che si dovrebbe evitare a un cittadino di avere a che fare con la gestione delle raccomandate offerta dalle Poste Italiane.