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Month February 2010

Il bizzarro caso della lista Polverini

Bonino ha fatto uno sciopero della fame e della sete per la legalità delle liste. E alla fine ha avuto ragione. Perché nessuno ha potuto non notare che la lista Pdl-Polverini non è stata presentata nei termini previsti. Quindi non c’è alle elezioni regionali del Lazio.

Considerazioni:
1. C’è il grande tema della legalità. Che è anche rispetto delle prassi burocratiche, specialmente nelle questioni relative alle liste elettorali. Tutti uguali di fronte alla legge. Punto e basta.
2. C’è il bizzarro tema della legittimità. Come negare che sia difficile mandare giù il fatto che gli elettori laziali che vogliono votare a destra non possano avere il loro partito da votare? 
3. Perché le liste del Pdl non sono arrivate in tempo? Tre ipotesi: o chi se ne doveva occupare è uno sciamannato e la Polverini non ci ha badato abbastanza; o qualcuno nel partito della destra ha sabotato la Polverini e chi la appoggiava…; oppure qualcuno ha voluto creare un caso come questo perché chi troverà il modo di risolverlo obbligherà la Polverini a essergli molto grata…

Assoluzione mezza piena e mezza vuota

Far credere ai telespettatori del tg1 che Mills è stato assolto è falsare la realtà oppure cambiare il senso delle parole, dicono migliaia di cittadini. Chi dice che la realtà è stata falsata infatti pensa che l’assoluzione dichiari la non colpevolezza, mentre la prescrizione ribadisca la colpevolezza ma liberi dalla pena perché i termini sono scaduti. La differenza sembrerebbe condivisa dallo stesso presidente del consiglio che ha dichiarato di volere l’assoluzione piena e non la prescrizione.

Ma nella confusione, si finisce col cercare di approfondire il significato della parola “assoluzione”. Purtroppo in questo momento su Wikipedia la parola è spiegata solo nei termini previsti dal mondo ecclesiastico: l’assoluzione è la remissione dei peccati e delle punizioni connesse che si ottiene dopo la confessione. (Evidentemente non è questo il senso dell’assoluzione piena sperata dal leader della destra e del governo). 
Il senso più generale della parola “assolvere” è nel dizionario del Gabrielli, Hoepli: “Liberare da un impegno, sciogliere da un vincolo: a. da un obbligo, da un giuramento, da un voto“. Ma l’assoluzione ha anche un senso tecnico giuridico ben preciso: “Dichiarazione, emessa con la sentenza conclusiva del processo, che esclude la responsabilità penale dell’imputato: l’avvocato ha chiesto l’a. dell’imputato; il giudice ha emesso una sentenza d’a.“. In questo caso il giudice non ha assolto: ha prescritto, eliminando la pena perché era passato troppo tempo…
Sempre sul Gabrielli si legge: “Prescrizione: Estinzione di diritto quando esso non venga esercitato per un periodo di tempo stabilito dalla legge: cadere in p.; acquistare, perdere un diritto per p.; diritto colpito da p.

Prescrizione acquisitiva, usucapione
Prescrizione estintiva, nei riguardi di chi perde il diritto

‖ In materia penale, condizione di un reato che dopo un determinato
numero di anni non può più essere perseguito, o di una pena che non può
più essere scontata”. Proprio quest’ultimo punto è quello che riguarda il processo Mills.
Insomma: la parola “assoluzione” per Mills è sbagliata e il pubblico che l’ha ascoltata non è stato informato correttamente.

Le concert

Una storia magnifica. Le concert, il film di Radu Mihaileanu, racconta il riscatto di un’orchestra che aveva suonato al Bolshoi ma era stata dispersa per l’antisemitismo della dirigenza sovietica, nel 1980.

Il suo ultimo concerto era stato brutalmente interrotto da un funzionario del partito comunista sovietico. Alcuni membri dell’orchestra, compresa la prima violinista, erano stati inviati al gulag, dove erano scomparsi. Il direttore sogna di finire quel concerto. E per una vicenda rocambolesca riesce a riunire la sua orchestra per suonare al teatro Chatelet di Parigi: ma i musicisti sono segnati da quasi trent’anni di umiliazioni, hanno perduto ogni disciplina e non riescono neppure a provare una volta. Sicché nulla fa pensare che possa effettivamente riuscire a suonare Tchaikovsky. Ma la figlia della prima violinista, ignara della sorte toccata alla madre e a sua volta diventata violinista in occidente, si convince a partecipare. E quando entra in scena la sua musica, dopo le prime note stonate dell’orchestra brancaleonesca, avviene una magia artistica…

La commozione è contagiosa. L’ironia della narrazione serve a fare emergere un’esperienza profonda. E il commento del direttore, sussurrato tra parentesi prima del concerto, è tragicamente sereno e meravigliosamente anacronistico: “Siamo una squadra, ciascuno col suo strumento, a cercare l’armonia, per il tempo di un concerto: è questo il vero comunismo”.

«Fabbrica di cervelli» by Polverini

Forse bisognerebbe smettere di parlare di «fabbriche di cervelli» per parlare di sistemi educativi avanzati. Se ne è parlato in passato in tutt’altro contesto politico. E oggi ne ha parlato Renata Polverini. Fa venire in mente che ai potenti non basta più condizionare, o manipolare, oppure sterilizzare i cervelli. Se li vogliono proprio fabbricare…

Readings #16 – OpenInnovation, identità, Linkedin

L’innovazione viene dalla periferia. Come gestire l’innovazione? OpenInnovationForum.
Chi sono? Una lettura su memoria e identità… Liz Frontino.
Guida all’uso di Linkedin per il business… Hubspot. via Pandemia.
Che cos’è il tempo? Wired
La soluzione coreana ai guai italiani di google… SiliconValleyWatcher

Nuovo buco nella privacy su Facebook

Zachary Seward ha ricevuto nella sua posta elettronica 128 messaggi privati scambiati su Facebook tra persone che non conosce. (Wsj).

E’ sempre più chiaro che le piattaforme internettare che invocano la libertà di espressione, dovrebbero impegnarsi a garantire meglio la privacy…

Europa tiene d’occhio Italia sulla libertà di espressione

La Commissione europea tiene d’occhio gli sviluppi delle regole italiane su internet. Anche a seguito della decisione di condannare Google per la faccenda dei video, riporta Prima. E interverrà – se necessario – per salvaguardare internet come luogo della libertà di espressione.

Cala il p2p

Quinta segnala che effettivamente i dati Nielsen sembrano indicare un calo del p2p…

Islanda News

L’Islanda potrebbe entrare nella Ue con una procedura accelerata. E potrebbe riufiutare con un referendum l’accordo con i risparmiatori britannici scottati dai suoi titoli finanziari. E potrebbe diventare il porto franco dell’informazione controversa mondiale: approvando una legge molto protettiva nei confronti della libertà di informazione. (Orientalia, Nieman).

Altre notizie in materia:

Apple potrebbe censurare i giornali sull’iPad

Brian X. Chen ha un argomento che fa riflettere. Quando Apple ha tolto le apps che hanno un contenuto sexy, molti blogger hanno notato che se ne andavano anche programmi contenenti foto non particolarmente problematiche, come quelle delle ragazze in bikini di un servizio di ecommerce di constumi da bagno.

Per Chen questo significa che molti giornali che si preparano a pubblicare una versione per iPad dovrebbero stare attenti. Non solo quelli di moda. Ma anche molti altri periodici che pubblicano foto e pubblicità con qualche scollatura profonda…

Ma se dovessero fare questo, alla Apple, potrebbero unilateralmente prendere altre decisioni censorie, dice Chen.

iSpazio nota che probabilmente la censura effettuata da Apple si trasformerà in un’innovazione nella piattaforma AppStore: l’introduzione di una nuova categoria, “explicit”.

La preoccupazione di Chen è probabilmente eccessiva. E’ abbastanza assurdo, conoscendo la Apple, che quell’azienda si metta a discutere con gli editori. Ma dato il precedente delle foto osé, non è del tutto impossibile che intenda far valere il suo punto di vista anche in merito alle scelte editoriali.

Sarebbe vagamente comico trovare le applicazioni per iPad di – che so – Panorama o The Sun solo nella categoria “explicit”… Vedremo.

Google Video: equilibrio tra privacy e informazione

Come sottolineava Gboccia la questione sollevata dalla sentenza sull’orribile filmato pubblicato su Google Video è quella dell’equilibrio tra privacy e libertà di espressione. (Se ne parlava ieri in tre post a caldo).

In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza possiamo dire che secondo il giudice di primo grado:
1. Non c’è diffamazione, dunque la piattaforma non è “editore”
2. C’è violazione della legge sulla privacy perché la piattaforma avrebbe dovuto scrivere in modo esplicito che prima di caricare un video gli utenti devono assicurarsi di avere ogni diritto di farlo, ripetendo due volte la richiesta di verificare se il materiale pubblicato non contenga dati sensibili su terzi
3. I manager erano consapevoli di non aver fatto tutto il possibile per garantire la privacy.
Si vedrà se in secondo grado la sentenza sarà confermata e si vedranno le motivazioni di questa.
Ma intanto possiamo dire che la legge sulla privacy diventa il nuovo punto di attacco contro le piattaforme per gli user generated content. Ed è un punto molto delicato. Perché:
1. Le piattaforme, da Facebook a Google, sono strutturalmente poco propense a garantire la privacy, i loro modelli di business sono anzi proprio legati alla conoscenza di dati relativi alle persone per fini pubblicitari
2. Le piattaforme sono globali ma le leggi sono nazionali e il mosaico di normative non favorisce la chiarezza del diritto dei cittadini e delle piattaforme
3. La privacy non è sempre un tema molto sentito dai cittadini, anche in aree che godono di una normativa sulla privacy molto significativa; la cultura della privacy non è diffusa quando dovrebbe; salvo che poi quando i singoli si trovano la privacy invasa reagiscono con molta sofferenza.
4. D’altra parte, la diffusione di informazioni rilevanti su persone che hanno una funzione pubblica è un valore decisivo per la democrazia; e la possibilità che all’informazione partecipi anche la cittadinanza che non si occupa professionalmente di informazione è un valore di primissima grandezza per lo sviluppo della convivenza civile.
Occorre impedire che si assista a un crescente contrasto tra libertà di espressione e privacy. Anzi, i due diritti devono crescere parallelamente. 
Le norme per ora non aiutano. E i grandi player sembrano poco proattivi a favore della privacy, mentre molti interessi sono decisamente contrari allo sviluppo della libertà di espressione. 
La forza decisiva è quella dei cittadini. Che possono e devono combattere per avere equilibrio tra privacy e libertà di espressione, sviluppando entrambe e non riducendole entrambe. Il che passa prima di tutto da una crescente e forte consapevolezza della decisiva importanza democratica di entrambe.

La brutta giornata di Google / update

Si poteva essere fiduciosi se la questione fosse stata soltanto una mancata chiarezza da parte di Google nei termini di servzio. (Vedi post precedente).

E probabilmente la questione si risolverà proprio in riferimento a questo.

Ma resterà aperta un’altra questione. Rilevante: perché è probabile che il diritto alla libertà di informazione e il diritto alla privacy saranno sempre più in conflitto. E tutti coloro che vorranno ridurre la prima potranno appellarsi alla seconda.

Allora sarà importante capire bene la seconda. E in questo caso a quanto risulta c’è un aspetto molto interessante. Perché in questo caso non ci sarebbe stata nessuna diffusione di dati sensibili sulla salute del ragazzo presentato nel video come affetto da sindrome di Down, se è vero quanto risulta: e cioè che il ragazzo non era affetto da sindrome di Down. Era malato, purtroppo, ma non di quella malattia.

Occorre dunque conoscere la sentenza per poter dire qualunque altra cosa.

Perché se tutto questo portasse a dire che la piattaforma deve assicurarsi che chi pubblica abbia tutti i diritti per farlo anche chiedendo ai terzi interessati prima di consentire la pubblicazione, questo costituirebbe una complicazione enorme per ogni piattaforma di user generated content. Se si trattasse semplicemente di scrivere meglio i termini di servizio la questione si risolverebbe abbastanza facilmente. In attesa di capire meglio l’intricatissima legge sulla privacy e la scarsa volontà da parte delle piattaforme di assumersene tutti gli oneri.

La brutta giornata di Google

La sentenza italiana su Google dice dunque fondamentalmente che i giudici non considerano la piattaforma come un editore (non è condannata per diffamazione) ma la considerano responsabile se ci sono violazioni della legge sulla privacy, in particolare per la diffusione di dati sensibili relativi alla salute di una persona. E’ possibile che questo problema sia risolto semplicemente aggiungendo un bottone alla piattaforma che, nel momento in cui un utente si iscrive per pubblicare qualcosa, chieda di dichiarare che il contenuto uploadato non infrange la legge sulla privacy? Vedremo.

Invisigot concorda nel vedere la sentenza come una causa di complicazione per gli user generated content. Matteo è d’accordo. Gboccia vede un difficile equilibrio tra libertà di parola e privacy. Dario se ne preoccupa ancora più decisamente. E cita Stefano e Guido, oltre che il parere di Vidi Down che nonostante i diretti interessati si fossero ritirati ha continuato la causa. E questo è il parere di Google.

Non si può non considerare il fatto che ci mancano le motivazioni della sentenza. Se quando le pubblicherà il giudice dimostrerà di aver tenuto conto di tutto correttamante, trovando semplicemente che nei termini di servizio di Google all’epoca dei fatti non c’erano tutte le precauzioni necessarie per evitare che gli utenti uploadassero materiale lesivo della privacy, tutta la vicenda assumerà contorni meno preoccupanti. Basterà appunto che le piattaforme siano più chiare nel chiedere agli utenti attenzione sulla privacy perché la loro responsabiltà di eventuali violazioni sia risolta. Vedremo, appunto.

Siamo comunque lontani dal problema dell’introduzione degli sceriffi della rete. Che invece rischia di saltare fuori per tutt’altra via: la riforma studiata dal governo attraverso Romani. Su quella occorre vigilare.

La strumentalizzazione di una sentenza è sempre possibile: sia in un
senso restrittivo che in un senso allarmistico. In un contesto di proposte di legge restrittive, la popolazione che tifa per la rete è sempre preoccupata. Per quanto riguarda questo fatto specifico, solo la pubblicazione
della sentenza potrà sciogliere i dubbi. Ma un fatto generale è certo: la
libertà di informazione è costantemente minacciata da regole difficili
da interpretare, mentre la privacy è costantemente minacciata da
piattaforme disattente. L’equilibrio è difficile. E passa prima di
tutto dalla consapevolezza degli utenti.

Intanto, Bruxelles si interessa all’eventualità di studiare i possibili abusi di posizione dominante di Google. Non è già un procedimento, dice Giovanni. Sulla base di un’iniziativa di Microsoft.

(Sulla specificità di Google, infrastruttura globale, difficile da mantenere nelle regole di tutti i singoli paesi, c’era tempo fa un pezzo di Pierani)

Google Video: la legge italiana complica il mondo

E quindi le piattaforme che consentono agli utenti di pubblicare quello che vogliono online diventano responsabili delle eventuali violazioni commesse dagli utenti stessi? Un giudice italiano ha deciso che sì. E questo genera conseguenze giuridiche globali.

Il giudice Oscar Magi
- quello di Abu Omar – ha condannato alcuni responsabili di Google
Italia per violazione della legge sulla privacy, in riferimento al
video sul bambino affetto dalla sindrome di Down pubblicato su Google
Video, mentre li ha assolti dalle accuse di diffamazione.

In
pratica, sembra di capire, Google avrebbe dovuto ottenere – o far
ottenere dagli autori del video – la liberatoria alla pubblicazione
delle immagini.

La sentenza è di primo grado e non è definitiva.
Ma apre uno scenario molto complicato per tutti i provider di accesso a
internet e soprattutto le piattaforme che consentono la pubblicazione
di materiali informativi (soprattutto ma non necessariamente solo) in
video da parte degli utenti.

Se fosse portata alle sue
conseguenze, questa sentenza significa che prima di pubblicare
qualunque cosa riguardi terzi su Twitter, Flickr, YouTube, Facebook, un
utente dovrebbe ottenere la liberatoria dai terzi stessi e se non lo fa
anche le piattaforme sono responsabili. Le piattaforme dovrebbero dunque in
questo senso vigilare su quanto gli utenti pubblicano.

Potrebbe essere un colpo molto difficile da sopportare per il mondo degli user generated content. A questa sentenza potrebbero fare riferimento molti altri soggetti interessati a che la rete non possa essere il luogo della libertà di informazione – con i suoi pregi e difetti, con i suoi rischi e le sue opportunità.

L’ultima delle Faq a BlogNation

Le risposte alle Faq di BlogNation sono da leggere. Divertenti. E piene di buon senso. Persino “troppo” aperte, visto che l’ultimo scambio è questo:

Non mi avete ancora convinto del tutto. Siete sicuri di essere completamente imparziali?
Accettiamo la sfida. Clicca qui: è una ricerca su Telecom Italia fatta su BlogNation. Verifica tu stesso se abbiamo nascosto post critici.”

Nel momento in cui questo post va in pubblicazione, cliccando su “clicca qui” si arriva a una pagina nella quale ci sono zero post. Come dire: si sono presi il rischio e hanno fatto la loro figura. Troppo corretto… “Nessuno è perfetto” direbbe BlogNation